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Lettera aperta ad Annalisa C.

E a tutte quelle giovani attrici ed attori, allieve ed allievi che avranno la


pazienza di leggerla e, al caso, ritenerla.

Cara Annalisa, mi chiedi (ancora), stavolta con la prepotenza della parola


scritta, perché intorno a te vedi -ovunque, a qualsiasi ora- solo tanto spettacolo e
quasi mai del Teatro. Quel Teatro che nella serra della Scuola abbiamo tanto cercato
di raccontare, evocare e materializzare. Me lo chiedi in maniera perentoria,
vagamente risentita, un po' offesa. Come se io ti avessi venduto qualcosa di falso, di
fallato. Ti avessi decantato e cercato di trasmettere una cosa che nella tua realtà
d’attrice non trovi perché non c’è. Tutto qui? Pare tu mi dica. Tanta fatica solo per
fare quattro salti sul palco, sputare due battute, ridere -male- a comando? Tutto
qui, il Teatro? Tanto sforzo per conquistare un nobile mestiere e non avere neppure
un lavoro.
Hai ragione. Il Teatro svapora. Va in malora, in memoria. Più ricordo che
progetto. Quando tutto è spettacolo, quando la vita stessa sembra un ballo in
maschera, tutto è pubblicità, è difficile che il suo pubblico ne ritrovi le tracce. Il
Teatro paga il prezzo della sua aristocratica vecchiaia, dei suoi arroganti silenzi,
della sua ironica serietà, della sua misteriosa complessità, del suo febbrile sperpero
di energia, del fatto che interroga l’uomo, lo scuote, e se lo diverte poi lo turba,
invece di blandirlo col riso ebete del momento. In una parola costa troppo. E’
sommerso, zittito dal rumore quotidiano, irriso dalla parodia di tutti quelli che
vogliono esserne assolutamente parte -e che parte!- senza pagare il prezzo della
fatica che ci vuole per farlo. Il Teatro si ritrae dal miscuglio delle forme, dalla
volgarità del consumo che vuole farne un genere di intrattenimento: una trattoria,
insomma. Ti dicono: è la realtà, bellezza. I tempi cambiano, sveglia. E intanto,
musica, risate e piroette, e tanta paura, tanto livore, tanto odio? Non siamo mai
stati così tristi come da quando in televisione hanno cominciato a berciare: allegria!
E’ vero, i tempi sono cambiati, ma io non ti ho ingannato, venduto una cosa per
un’altra. Il Teatro c’è ancora, ma per trovarne le tracce bisogna cercare sotto il
trucco.
Vedere, non solo guardare a bocca aperta.
Ma allora cos’è il Teatro, cosa è Teatro?
Se nessuno me lo chiede, lo so. Con la precisione assoluta di un pensiero e la forza
di un sentimento. Di fatto sarebbe meglio sapere e tacere. Ma se tu ora me lo chiedi,
allora devo cercare le parole ad una ad una, scansando la retorica, l’astrazione, la
concettualità verbosa, il patetismo della nostalgia.
Il Teatro è un tetto d’eleganza per una società di giusti ed uguali ancora a venire.
Una società in pace col mondo. Che vive di ragione e di ritmo. Mescolati, non agitati.
Il Teatro è la Domenica della Vita, il magazzino della sorpresa, il cielo in una
stanza. Una fantastica visione. La sera della Festa.
Il Teatro è politica. Insegna. Mostra la vita non solo com’è, ma anche come
potrebbe e dovrebbe essere. E’ la Scuola dei sentimenti, la Disciplina delle emozioni.
Il Teatro è cultura, dove cultura è: sapere cosa vuoi sapere.
Il Teatro non ha a che fare solo con lo Spazio. Ma anche con il Tempo. Ha il suo
passato e il suo futuro. Ma soprattutto il suo perenne presente. A Teatro il tempo
corre, vola. Tutto diviene ora. (Se va male si ferma, smette di passare).
Il Teatro manda tanti lampi di finzione, ma poi arriva, deve arrivare, il tuono
della verità.
Il Teatro, per quanto grande, sta tutto su una soglia. Who’s there? Look, my lord,
it comes. La soglia di un altrove, di un’isola che naviga, di un’età dell’oro perduta.
Il Teatro è l’insieme imminente, dove tutti i dettagli affiorano da soli, come un
sughero nella tempesta. Dove dal disordine si realizza l’armonia dei contrari.
Il Teatro non ha dio né religione, eppure è sacro. Numen inest. In esso c’è
qualcosa di divino. Infatti spesso i teatri bruciano. Li bruciano.
Il Teatro ha a che fare con la presenza, con la maschera. Il corpo in vita
dell’Attore sana -fosse pure per un attimo- tutte le assenze, tutto quello che manca
nella nostra vita. Il teatro è lo stupefacente che ci permette di pensare i sentimenti.
Di vederli.
Il Teatro è radicale. Ama le radici. E se la radice dell’uomo è l’uomo, di lui deve
occuparsi. Provvedere a che gli uomini si uniscano per il meglio che è in loro. A tutti
dare la felicità. Anche a se stessi. Ecco il bene.
Il Teatro sta oltre lo spettacolo, vive ancora a sipario chiuso, a luci spente. Una
trappola per la mente. Parla d’altro, ma parla sempre di te.
Il Teatro, con la banale scusa dello spettacolo, in realtà vuol farti vedere la sua
collezione sterminata di farfalle.
Il Teatro sta nella vita, ma non ha a che fare con la realtà, ma con la verità.
Essere realisti vuol dire essere cinici, cupi, superficiali, falsi. Credere nell’utopia che
il Teatro salverà il mondo vuol dire essere veri, radicali, luminosi, diversi. La verità
non è un’opinione, uno stile, ma un comportamento, la prova visibile dell’ethos, il
gesto netto che divide il bene dal male, la bellezza necessaria dall’inutile bruttezza.
Il Teatro è verità. Ahimè, l’ho detto.
Eppure, cara Annalisa, queste stesse cose, con altre più semplici e rassicuranti
parole, devi averle già ascoltate. Ma allora era troppo presto per le tue esili spalle.
Allora non avevi visto il giallo velario, sentito la petulante allegria della farsa,
assaggiato il sapore delle lacrime quando scottano.
Poi, certo, ci sarebbe un’altra via: la via della pelle, il contravveleno della parola.
Ah, se potessi portarti in tutti i teatri in cui ho abitato, anche così le tue domande
avrebbero la loro risposta. Se potessi farti conoscere anche solo un vero Direttore di
scena. Che so, Renato Morozzi o Memo Jacomini, un rammentatore come Glauco
Solimeno, la famiglia Lelio, i camerini del Valle, la soffitta dell’Argentina, tutti i
teatri, dal Biondo di Palermo, al Rendano di Cosenza, dal Petrarca di Arezzo
all’Aquila di Fermo; se non hai visto un camion fermo la domenica pomeriggio
all’uscita posteriore di un teatro aspettare pigramente la fine della pomeridiana per
caricare scene e costumi, e partire per una nuova piazza, allora non sai cosa sia
salpare. Se non hai mangiato pasta e broccoli sui bauli con i trasportatori teatrali
d’Italia, i fratelli Porcacchia, se non hai visto le sarte, al primo giorno di compagnia,
cucire i sacchetti per le scarpe di scena, se non ti sei persa e incantata nei magazzini
d’attrezzeria di Rancati, allora non hai sentito stringersi l’intestino del Teatro. Se
non sei entrata al Quirino con un biglietto di favore con su scritto a matita rossa:
2one. Se non sai cos’è un baule d’amministrazione, con la sua ribaltina e i suoi
cassetti. Se non sai com’è fatto un Ordine del Giorno, e che patema, se c’è qualcosa
nelle Annotazioni. Se non hai conosciuto la diga della Tradizione, i grandi
Comprimari. Gli Annicelli, Cimara, Milli, Bandini, Busoni, Groggia, Libassi,
Castellani, Di Federico, Gelli, Vezzosi, Mastrantoni, Cavalieri, Senarica, Vida,
Reali, Merli, Congia, Colli, Duse, Olmi, Battistella. Ti porterei volentieri nella tenda
di Spazio Zero a Testaccio, a Spazio Uno, al Politecnico, al Teatro in Trastevere,
alla Sala Margutta, all’Armadio, alla Maddalena, al Meta-Teatro, alle Orsoline, alla
Ringhiera, alla Comunità, alla Zattera di Babele, al Beat 72, alla Fede. Su un bel
Camion Bianco alla Romanina. Ti direi piano: vedi quello? E’ Mario Ricci, con Leo
De Berardinis, Cosimo Cinieri, Franco Molè, Giancarlo Nanni, Memè Perlini,
Giuliano Vasilicò, Silvio Benedetto, Pippo Di Marca, Valentino Orfeo, Achille
Perilli, Renato Mambor, Simone Carella. E quel gigante buono è Carlo Quartucci
con Carla Tatò.
Cara Annalisa, poche chiacchere: paghiamo solo il prezzo di essere venuti al
mondo secondo l’ordine ingiusto del tempo. Ma non importa. Anch’io ho mancato
quel pomeriggio di marzo del 458 a. C. al Teatro di Dioniso di Atene. Prima ed unica
rappresentazione di Orestiade di Eschilo. E non ero a Versailles il 12 maggio del 1664
alla prima di Tartuffe. Per non dire cosa avrei dato per un posto in loggione al Teatro
Valle il 9 maggio 1921. Che manicomio, quella sera. Peccato, ma non importa.
Interrogata bene, la Storia racconta e spiffera tutto. Fai così, e tutto il Teatro del
mondo sarà tuo. Il Teatro di domani c’è e vive in te, in voi, che avete ascoltato e
capìto senza chinare la testa. Se il Teatro oggi non viene a voi, andrete voi a lui. Con
i vostri spettacoli, diversi, forti, sinceri, seri e buffi. Puro Teatro. Dove tutta la
giovinezza resta, in fiore, come un focaraccio dentro una còfana o un catino.

Giancarlo Sammartano

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