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Cognizione clinica e filosofia del corpo

John Paley

Riassunto
In questo articolo vengono fatte due distinzioni: tra cognizione cartesiana e
cognizione del corpo da una parte, e tra sapere razionale e intuitivo dall’altra. Il
presente articolo suggerisce che, nella letteratura infermieristica, queste due
distinzioni vanno di pari passo, e portano all’opposizione tra “razionalità
cartesiana” e “conoscenza del corpo” (legata al corpo). È comunque
importante aver presente le due distinzioni menzionate all’inizio, poiché il
sapere del corpo è molto spesso razionale. Separando l’idea di cognizione del
corpo dall’intuizione irrazionale, si mostra come “il corpo” conduca ai concetti
di cognizione distribuita e competenza distribuita, che verranno spiegate
meglio nel presente articolo. Questo ha delle implicazioni generiche e
fondamentali nella comprensione della cognizione clinica nell’infermieristica.

Parole chiave: Cartesiano; Cognizione; Distribuita; Filosofia del corpo;


Competenza

Indice:
1. Introduzione: il corpo
nell’infermieristica.................................................................. 2
2. Corpo o non
corpo ..................................................................................................... 4
3. Intuitivo e
razionale ...................................................................................................
5
4. Cognizione del corpo
nell’infermieristica .................................................................. 8
5. Filosofia del corpo e
rappresentazione ......................................................................10

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6. Cognizione
distribuita .................................................................................................1
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7. Cognizione clinica
nell’infermieristica .......................................................................16
8. Conclusione: una questione di concezione e
progettazione ......................................19
Ringraziamenti ................................................................................................
.................20
Bibliografia ......................................................................................................
.................---

1. Introduzione: il corpo nell’infermieristica


Sebbene il concetto di corpo abbia avuto un ruolo fondamentale in
antropoligia, in particolare nell’antropologia medica (Csordas 1994), la sua
incursione in filosofia e nella scienza sociale può essere ricondotta a Merlau-
Ponty e Focault. La tensione tra gli approacci fenomenologici (Merlau-Ponty
1962, 1968) e post-strutturalisti (Focault 1998, 1979) nei confronti del corpo
ha generato un acceso dibattito in molte discipline, e di recente ha fatto
anche ingresso nella letteratura infermieristica (si veda Parker, 1997). È
inevitabile che il tema del corpo si affacci ed abbia in qualche modo a che
fare con la teoria infermieristica, e questo avviene in varie maniere; in
questo articolo, per questioni di spazio e data la complessità
dell’argomento, si avrà la possibilità di affrontare solo uno di tali modi.
Quindi posso fare qui una prima distinzione tra tre concetti possibili riferiti al
“corpo nell’infermieristica” e successivamente identificare la questione
specifica sulla quale mi contrerò.
Innanzitutto si ha la cosiddetta “costruzione sociale del corpo”, argomento
ampiamente discusso in sociologia, storia e antropologia. Ci sono diverse
variazioni negli approcci, ma il filo conduttore comune a tutti gli approcci è
l’idea che il corpo sia un entità sociale, culturale, e storica. Non è, come si

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potrebbe pensare, semplicemente un “mero prodotto della natura”,
qualcosa le cui caratteristiche sono indipendenti e totalmente distaccate
dalle forze politiche e sociali (Feher, 1989, Featherstone et al, 1991). Da
questo punto di vista, si può dire che il corpo di cui gli infermieri si prendono
cura non è semplicemente un meccanismo biofisicio. Sia in salute che in
malattia, il copro viene definito socialmente (Freund, 1994); l’assistenza e la
cura del corpo, nel contesto infermieristico, può essere compresa solo in
termini di limiti che tale definizione impone (Lawler, 1993, 1997).
In secondo luogo, vi è la “fenomenologia del corpo in malattia”. In questo
caso, l’enfasi viene posta sull’esperienza del paziente e sulle diverse
sfaccettature della concezione di sè in relazione al corpo scaturite dalla
malattia. La letteratura su questo tema va arricchendosi sempre più, e tocca
vari ambiti, dalla filosofia (Zaner, 1981; Leder, 1990) alle scienze sociali
(Good et al, 1992; Csordas, 1994), alla medicina (Bakal 1999; Kleinman,
1988), all’infermieristica (Gadow, 1982; Chassè, 1991; Johnson,1991;
Doolittle, 1994; Morse et al, 1994; Lumby, 1997; Morse e Mitcham, 1998;
Madjar e Walton, 1999; McDonald E McIntyre, 2001). La maggior parte di
questo lavoro si ispira a Merlau-Ponty, secondo il quale il corpo stesso è il
soggetto dell’esperienza, e non semplicemente un oggetto che subisce
l’esperienza.
Merlau-Ponty, insieme a Heidegger, è una fonte d’ispirazione per il terzo
tema, che identificherò come “il corpo nella cognizione clinica”. Nella
discussione che seguirà in questo articolo, utilizzerò il termine “cognizione”
in un senso ampio e generico, sperando non necessiti chiarimenti nè susciti
dubbi o questioni. É solo un termine generale per riferirmi al giudizio,
intuito, empatia, valutazione, pensiero, ragionamento, processo decisionale,
e così via, ovvero all’insieme delle azioni che svolgiamo quando elaboriamo
delle informazioni, in maniera implicita o esplicita. Nella filosofia moderna, vi
è la tendenza a riconoscere che il processo cognitivo non può essere
compreso se non prendendo in considerazione il corpo (Varela et al, 1991;
Wrathall e Malpas, 2000; Clark, 2001), una tendenza in parte scaturita
dall’incapacità da parte dell’intelligenza calssica, artificliale, “slegata dal
corpo”, di dar forma e interpretare il pensiero umano (Dreyfus, 1992;
Haugeland, 1994). Nell’infermierifistica, l’autore che ha maggiormente

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riconosciuto il ruolo fondamentale del corpo nella cognizione clinica è
Benner (vd Benner, 2000), sebbene altri autori abbiano comunque studiato
questo tema (Leonard, 1994; Munhall, 1994; Wilde, 1999; McDonald e
McIntyre, 2001).
Come ho già detto, i tre concetti sopracitati non sono seprarati, e alcuni
temi passano attraverso tutte le tre aree tematiche descritte sopra. Per
esempio, l’opposizione al dualismo cartesiano, sia nella forma ontologica
che epistemologica, sostiente il fatto che il corpo sia definitio socialmente,
che non sia solo una mera derivazione dell’esperienza mentale, e che sia
implicato nel giudizio, nella valutazione e nella comprensione (Benner e
Wrubel, 1989; Dennet, 1991; Damasio, 1994; Lakhof e Johnson, 1999). La
tecnologia è un altro tema ricorrente. Qui possiamo riferirci al concetto di
Foucault di corpo come luogo dove si dispiegano le tecnologie del potere
(Foucault, 1979); si può anche far riferimente al confine sempre più elatisco
tra teconologia e corpo, e l’impatto di tale ibridazione sull’esperienza della
malattia (Haraway, 1991; Geary, 2002); all’idea di “impalcatura della
mente”, una metafora suggestiva per spiegare come la tecnologia dia un
supporto esterno ai processi congnitivi di tutti i giorni (Clark, 1997). In
letteratura infermieristica, sono inoltre apparse diverse variazioni del tema
teconologico (Diekelmann et al, 1994; van der Riet, 1997; Barnard, 2002;
Sandelowsky, 2002).
In questo articolo mi focalizzerò sul terzo tema, ovvero “il corpo nella
cognizione clinica”. Intendo affrontare qui un tema molto specifico.
Innanzitutto farò due distinzioni. Molto brevemente, usando la terminologia
che utilizzerò anche in seguito, le due distinzioni sono I) cognizione del
corpo (o legata al corpo) da una lato e cognizione non del corpo (svincolata
dal corpo) dall’altro; II) distinzione tra intuizione e razionalità. Spiegherò
come nella letteratura infermieristica ci sia una forte tendenza a far andare
tali distinzioni di pari passo, giungendo quasi alla loro stessa
sovrapposizione. Il primo argomento del presente articolo evidenzia come il
procedere di pari passo sia in realtà un grande e grave errore. Vorrei
sottolineare che il centro della questione non è puramente filosofico. Il
pensiero in materia di cognizione clinica infermieristica ha un peso
fondamentale. In conclusione, quindi, spiegherò l’importanza della filosofia

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del corpo e la rilevanza della cognizione del corpo (legata al corpo) nella
teoria e pratica infermieristica.

2. Corpo e non corpo


Il modo classico di intendere la cognizione (fino al 1985 circa) è inteso come
un processo intermedio che si interpone tra percezione e azione. Definita
metaforicamente come “il classico sandwich” (Hurley, 1998, p. 401),
quest’immagine rappresenta le percezioni derivate dall’esterno come input,
il comportamento come output, e la cognizione come area di elaborazione
centrale che unisce l’input e l’output. Secondo il modello “input-output”
(come definito da Hurley), i dati forniti dal sistema percettivo dell’input
vengono elaborati dall’unità di elaborazione centrale, che poi trasmette una
serie di segnali output in uscita che si trasformano e concretizzano in azioni.
Questo modello prevede tre stadi diversi, ognuno distinto, almeno in
principio. L’informazione arriva e rappresenta il modo esterno.
Successivamente, si verificano vari processi di ragionamento, giudizio,
riflessione, tutti basati sugli input ricevuti. In ultimo, si ha una
reazione/azione sulla base del ragionamento avvenuto nello stadio
intermedio. Il classico “sandwich” è il modo in cui generalmente la “vecchia
buona intelligenza artificiale” (Haugeland, 1985), nota come GOFAI,
interpretava la cognizione tra il ’60 e ’85 (Bechtel et al, 1998) ed è anche il
modo in cui la cognizione umana veniva modellata nello stesso periodo
(Clark, 1989).
La cognizione umana, allora, se adottiamo il modello classico, è
“isolazionista”. ‘Il mondo è solo una fonte di input e allo stesso tempo
l’arena in cui si riversano i nostri output, e il corpo è solo l’organo che riceve
gli input ed emette output’ (Clark, 1998a, b, p. 36). La vera questione
cognitiva si sviluppa al “centro”, indipendentemente dal “mondo esterno”. Il
corpo semplicemente utilizza i dati dal mondo esterno e immette segnali nel
mondo esterno. Questo implica una linea netta di confine tra interno ed
esterno, e tale osservazione sembra giustificare e sostenere la descrizione
del modello classico come “cartesiano” (quindi dualistico), sebbene il
modello classico sia totalmente fisico e non abbia alcun riferimento a
sostanze immateriali (Dennet, 1991, è stato il primo a definire “cartesiane”

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le interpretazioni fisicistiche). Il corpo non ha alcuna relazione con la
cognizione classica. In linea con l’uso comune, mi riferirò all’interpretazione
cartesiana piuttosto che interpretazione slegata dal corpo.
Come riportato da Clark, l’isolazionismo cartesiano ha una crescente cattiva
reputazione. L’idea che l’azione, percezione e cognizione possano essere
studiate separatamente, come tre tipi diversi di elaborazione, viene oggi
considerata neurologicamente poco plausibile (Churchland,1986) ed è
pratica ormai comune rigettare la tradizione che tratta la percezione e
l’azione in modo separato (Hurley, 1998). Se è vero che il cervello è il primo
e principale sistema di controllo del corpo biologico (Clark, 1998a, b, p. 506)
allora dobbiamo aspettarci che la cognizione e l’azione clinica siano più
correlate di quanto sostenuto dall’interpretazione classica. Una delle
funzioni più critiche del cervello è quella di permettere al corpo di negoziare
il suo ambiente circostante, fisico o sociale che sia; è evidente che ciò
avvenga minimizzando il “costo computazionale”, unendo il più possibile il
corpo e l’ambiente, e senza centralizzare preventivamente i dati percepiti
(Gibson, 1986; Jackendoff, 1987; Thelen e Smith, 1994; Kelso, 1995; Milner
e Goodale, 1995; Port e van Gelder, 1995; Brooks, 1999). Da questa
prospettiva, la cognizione dipende in modo cruciale dall’avere un corpo con
particolari capacità percettive e motorie (Iveson e Thelen, 1999, p. 19).
Possiamo persino arrivare ad affermare che il corpo sia coinvolto in modo
essenziale nella cognizione.
Quindi, la prima distinzione è tra prospettiva cartesiana e prospettiva del
corpo. Secondo la prima, il corpo ha una funzione periferica e marginale
nella conoscenza; secondo la prospettiva del corpo, invece, il corpo stesso è
essenziale. I teorici che sostengono il ruolo del corpo sono molto eterogenei,
variano da quelli moderati che sostengono che l’idea della cognizione del
corpo metta semplicemente in discussione la visione tradizionale (Clark,
1998°, b), a quelli più radicali che sostengono fortemente che la prospettiva
del corpo rimpiazzi totalmente la visione tradizionale classica. Quest’ultimi
ritengono che ogni forma cognitiva si basi su un intreccio tra corpo, cervello
e mondo esterno, e che gli esseri umani siano di fatto degli agenti post-
cartesiani (Varela et al, 1991; Haugeland, 1995; van Gelder, 1995).

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3. Intuitivo e razionale
Se la prima distinzione fa riferimento al ruolo del corpo nella cognizione, la
seconda riguarda la natura del processo cognitivo stesso. La teoria
dominante, già definita “approccio computazionale classico” (Horgan e
Tienson, 1998), sostiene che la cognizione – negli esseri umani come nei
sistemi artificiali – consista nella manipolazione dei simboli secondo
determinate regole (Newell e Simon, 1972), visto che ogni sistema per
essere definito intelligente deve elaborare le informazioni in questo modo.
Questa concezione implica che ogni sistema intelligente avrà le seguenti
caratteristiche. Prima di tutto, incorporerà una serie di simboli, che
costituiscono gli stessi stati fisici del sistema, e che possono essere
combinati in vari modi. In secondo luogo, queste strutture simboliche
vengono usate per rappresentare degli aspetti del mondo, o stati esterni.
Successivamente, il sistema raccoglie una serie di regole esplicite
attraverso le quali le strutture simboliche possono essere create,
combinate, modificate e riprodotte. Infine, l’applicazione di queste regole
determina la transizione del sistema da uno stato cognitivo all’altro (Clark,
1989, e Harré, 2002 per maggiori dettagli su tali concetti). Da questo punto
di vista, la cognizione deriva da una procedura formale che usa regole
esplicite per manipolare rappresentazioni esplicite. Questo si applica a tutta
l’attività cognitiva, non solo al ragionamento o il raggiungimento di una
conclusione logica. Prendere una decisione, formulare un giudizio, farsi
un’idea di qualcosa, etc, in sostanza tutto il processo cognitivo è costruito
allo stesso modo. Come Horgan e Tienson (1998, p. 660) non mi riferirò alla
visione razionale della cognizione, bensì al concetto di “regole e
rappresentazioni”, abbreviato come R&R.
La teoria per cui tutta la cognizione umana è modellata sul concetto R&R ha
però dei limiti e problemi. Nella scienza cognitiva, quelli più comuni e
importanti sono notoriamente racchiusi nel concetto di “problema di fondo”
(Fodor, 1983). Questo è essenzialmente il problema dell’identificazione di
ciò che è rilevante in un determinato contesto. Tale problema è legato alle
più note critiche mosse al modello R&R, in particolare fatte da Dreyfus, che
si oppone sostenendo che nessuna situazione del mondo reale possa essere
semplicemente trasformata in “un sacco di rappresentazioni” (Andler, 2000,

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p. 143), perché la situazione in sé, e la percezione che ne ha la persona,
sono olistiche. Il concetto R&R presuppone che sia possibile identificare ogni
momento rilevante di una situazione e assegnare ad esso una determinata
struttura simbolica. Ma, come sostiene Dreyfus, il significato di qualsiasi
‘elemento’ proposto non può distaccarsi dal contesto specifico in cui
avviene, e di conseguenza non si può nemmeno stabilire la necessaria
relazione uno a uno tra elemento e struttura simbolica (Dreyfus, 1979).
Sicuramente non siamo consapevoli – almeno in molte occasioni – di
analizzare le situazioni in questo modo (tanto quanto non siamo consapevoli
di applicare delle regole formali). Invece, di fatto negoziamo la maggior
parte delle situazioni senza riflettere, inconsapevole, ma in un modo che è
comunque sensibile alle sfumature (Dreyfus, 1991). Una grande porzione
della cognizione risulta quindi non intenzionale, involontaria (Schatzki, 2000,
p. 31).
L’alternativa al modello R&R è dunque una forma cognitiva che dipende dal
riconoscimento, o apprezzamento, delle situazioni nella loro completezza, e
non sa discernere e scomporre le situazioni nei loro elementi costituenti,
ciascuno dei quali combacia con una struttura simbolica corrispondente. A
tale alternativa sono stati dati vari nomi. Nella letteratura infermieristica
questa è stata denominata “intuizione” (Rew, 1986; Benner e Tanner, 1987;
Cioffi, 1997; King e Appleton, 1997), “presa intuitiva” (Benner, 1984),
“conoscenza intuitiva” (Agan, 1987), “consapevolezza percettiva” (Field
1987), e “sapere infermieristico tacito” (Meerabeau, 1992), ma questa è
solo una breve lista. I filosofi parlano anche di “sapere tacito” (Polan, 1958),
“capacità” (Ryle, 1947), e “apprendimento implicito” (Reeber, 1995); gli
psicologi congnitivi la definiscono “consapevolezza della situazione” (Reed,
2000), “modello di riconoscimento” (Solso, 1998), e “cognizione P” (P come
percezione; Margolis, 1987). In ogni caso, si evince che la cognizione (in
questa forma) non coinvolga le rappresentazioni o strutture simboliche. È
piuttosto un processo simbolico (Clark, 1989). Quindi, di qui in poi, mi dovrei
riferire alla distinzione tra la visione R&R e la visione sub-simbolica, ovvero
non rappresentazionale.
La cognizione R&R e quella non rappresentazionale possono essere
utilizzate nei sistemi informatici. Il modello R&R è usato nei sistemi GOFAI,

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mentre i processi simbolici vengono usati in sistemi di connessione,
altrimenti noti come reti neurali artificiali (Cilliers, 1998; Elman, 1998;
McLeod, 1998; Bechtel e Abrahmsen, 2002; Harré, 2002). Il fatto che
l’intuizione e il sapere tacito eludano la computazione basata sul concetto
R&R, non significa che intuizione e sapere tacito vengano necessariamente
meno alla computazione nel suo insieme; le reti neurali hanno proprietà
molto diverse dai sistemi classici. In particolare non si conformano a
nessuna ipotesi di sistema simbolico fisico. Tuttavia, valutare se gli uomini
prendano parte a entrambe le forme cognitive o se l’elaborazione R&R
avviene solo nei computer rimane una questione aperta. Nell’ultimo caso, si
può dire che l’intera cognizione umana sia, nonostante le apparenze,
essenzialmente non rappresentazionale (van Gelder e Port, 1995).

4. Cognizione del corpo nell’infermieristica


Finora ho fatto due distinzioni: I) tra cognizione cartesiana e teoria del
corpo, e II) tra R&R e teoria non rappresentazionale. Ho cercato di essere
molto cauto nel fare tali distinzioni, in quanto è molto facile cadere
nell’imprecisione dei termini, e quindi presentare delle banalità ovvie. Un
esempio tratto dalla letteratura infermieristica arriva da un commento di
Wilde (1999, p. 25) che afferma che “in infermieristica spesso la teoria del
corpo è vista come una strada per la conoscenza del mondo attraverso il
nostro corpo”. Questa affermazione è un po’ ambigua, la rivendicazione che
sembra attribuire alla teoria del corpo, di fatto appare uguale alla
prospettiva cartesiana. Un sostenitore della teoria input/output cartesiana
non avrebbe nulla da ridire sul fatto che la conoscenza del mondo avviene
attraverso il corpo. I cartesiani pensano infatti che l’apparato sensoriale del
corpo sia proprio il luogo dove si originano gli input. Allo stesso modo,
quando Wilde sostiene che il corpo è riconosciuto come unica fonte di
informazione, non dice nulla che un sostenitore cartesiano che potrebbe
contestare, anzi tutt’altro. In realtà, quello che manca alla visione di Wilde è
sicuramente l’idea che il corpo abbia un ruolo centrale ed essenziale, non
fornisce solo le informazioni o input, le elabora anche.

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Mettendo da parte queste ambiguità, vorrei ora mostrare come, nella
letteratura infermieristica, le due distinzioni si eguaglino. È impossibile
assicurare l’infallibilità di tale affermazione, poiché l’uguaglianza è più
implicita che sostenuta esplicitamente; ma non penso ci possa essere un
serio dubbio. La maggior parte degli scrittori associa semplicemente
Cartesio alla razionalità e la teoria del corpo all’intuito. O, con i termini da
me utilizzati, ritengono che il soggetto cartesiano elabori secondo il modello
R&R, mentre l’intelligenza del corpo comprende il mondo in modo non
rappresentazionale. Wilde (1999) ne è probabilmente un esempio, anche se
non possiamo esserne sicuri vista la sua imprecisione. Secondo Wilde ‘visto
il relazionarsi del corpo con il mondo esterno e visto che il corpo fa parte del
mondo stesso, abbiamo esperienza del mondo in un modo pre-oggettivo o
pre-riflessivo’ (p. 27). Con questa concezione, Wilde associa la cognizione
del corpo ad una forma di comprensione non razionale e non
rappresentazionale. Similmente, si trovano riferimenti al “sapere tacito del
corpo” (Carlsson et al, 2002, p. 147, 150). Gadow, nel frattempo, sostiene
che ‘queste filosofie del corpo in ambito infermieristico….rimangono in
maniera deludente slegate e lontane dal corpo, come se cercassero di
persuaderci attraverso la razionalità che nella vita c’è molto di più della sola
ragione’ (Gadow, 2000, p. 90). Di nuovo, si suppone che lo svincolarsi dal
corpo implichi l’essere razionali, e di conseguenza che una filosofia del
corpo cerchi di coinvolgere qualcosa di diverso dalla razionalità.
Per una considerazione più esplicita della relazione tra le due distinzioni e
per avere un’idea più riuscita e definita della cognizione del corpo
nell’infermieristica, dobbiamo far riferimento a Benner. Benner mette in
continua contrapposizione la “razionalità cartesiana” con “il sapere del
corpo”. Queste espressioni già suggeriscono che la distinzione teoria
cartesiana/teoria del corpo si sovrappone in modo parallelo alla distinzione
tra R&R/sub-simbolico – cosicché l’isolazionismo cartesiano si allinea alla
razionalità, e la teoria del corpo invece si allinea all’intuizione (Figura 1). Di
seguito mostrerò brevemente questa sovrapposizione citando dei passaggi
da un recente lavoro (Benner, 2000).
Per primo, Benner sostiene di mettere in contrasto “la concezione
cartesiana di certezza del calcolo razionale con la conoscenza derivata dal

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corpo della ragione o saggezza” (p.6). Questo primo indicatore di
sovrapposizione viene confermato da un giudizio alcune righe dopo nel suo
libro: “La nostra conoscenza legata al corpo è un unicum che noi viviamo, e
quindi non concepiamo il mondo come pezzi o sensazioni senza significato,
ma come un mondo precostituito”. Qui, l’olismo della teoria non
rappresentazionale è direttamente connesso alla teoria del corpo, ed è in
forte contrasto con l’analisi degli elementi costituenti o pezzi, enfatizzati
dalla concezione R&R. Alcuni paragrafi dopo, il pensiero cartesiano “è
chiaramente distinto dall’intuizione che si basa sulla percezione derivata
dall’esperienza, e il riconoscimento e il sapere derivati dal corpo” (p. 7),
un’osservazione che di nuovo riconduce la visione sub-simbolica alla teoria
del corpo. Infine, Benner nota che “dal punto di vista della conoscenza
prettamente tecnico-razionale, tale conoscenza legata al corpo non viene
qualificata come sapere” (p. 12). In tal caso quindi, la concezione R&R
tecnico-razionale viene messa in contrasto non con il sapere intuitivo e
olistico, ma con la conoscenze legata al corpo. Questo, a mio parere, rende
evidente che Benner non vede alcuna differenza tra le due distinzioni. In
particolare, salta tranquillamente da “teoria del corpo” a “intuizione”,
mettendole entrambe in contrapposizione con la concezione tecnico-
razionale cartesiana.
Non stupisce che Benner, come altri scrittori infermieristici, sovrapponga le
due distinzioni. Il periodo classico della scienza cognitiva (1960-1985) fu
caratterizzato sia dall’isolazionismo cartesiano che dalla concezione R&R
(Bechtel et al, 1998; Hurley, 1998). L’ipotesi su cui si basava la discussione
era che i sistemi intelligenti (inclusi gli esseri umani) potessero essere
concepiti come “manipolatori di strutture di simboli svincolati dal corpo e
governati da regole”. Solo dopo il 1985 questa idea cominciò a svelarsi
(Clark, 1997, è un ottimo testimone di tale processo); una delle
conseguenze della rivelazione di tale teoria fu che la differenza tra la
questione del corpo e la questione dell’elaborazione fu maggior oggetto di
attenzione e accesa discussione (Hutchins, 1995, per maggiori
interpretazioni). La concezione di Benner di quello da lei definito come
cognitivismo è radicato nel periodo classico, e ha fatto pochi accenni agli
sviluppi successivi al 1985 nella scienza cognitiva. Ci si può aspettare che

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Benner fosse plagiata dall’associazione implicita del modello isolazionista
input/output e dalla concezione R&R dell’elaborazione, tipiche del
classicismo.
D’altra parte, comunque, il fatto che Benner abbia adottato tale equazione è
sorprendente. Dopo tutto Benner è una grande oppositrice del cognitivismo,
e sembra piuttosto strano che adotti uno dei concetti centrali del
cognitivismo classico senza ulteriori spiegazioni. Più avanti spiegherò come
l’appropriazione di Benner di tale idea ha avuto, in un certo senso, un
effetto limitante nel suo lavoro, per quanto questo sia stato importante. Ma
in primo luogo voglio spiegare perché l’accostamento fondamentale e
concettuale, che Benner condivide con la classica forma di cognitivismo, sia
sbagliato. Ovvero, voglio spiegare perché è assolutamente essenziale
mantenere separate le due distinzioni.
Figura 1. Schema esplicativo di come le due distinzioni si sovrappongono

{ Input/output cartesiano vs teoria del corpo

Regole e rappresentazioni
rappresentazionalista/olistica } vs teoria non

Razionalità cartesiana vs sapere del corpo (derivato dal corpo)

5. Teoria del corpo e rappresentazione


Comincerò con il sapere derivato dal corpo (il cosiddetto “sapere del
corpo”), e con la coppia cognizione del corpo e cognizione non
rappresentazionale. Una delle ragioni per cui tale accoppiamento sembra
plausibile, quasi naturale, è da ricercarsi nella nota considerazione di
Dreyfus della relazione tra razionalità e intuizione (Dreyfus, 1991, Dreyfus,
1996, Dreyfus, 2000). Questa considerazione, fonte d’ispirazione per
Benner, fa parte di una teoria a stadi su come si acquisisce la competenza.
Secondo questa teoria, la “razionalità calcolante” – la manipolazione delle

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regole e delle rappresentazioni – è solo un trampolino, uno degli stadi
attraverso cui i clinico passa, e che deve trascendere se vuole diventare un
esperto. L’esempio comunemente usato da Dreyfus è quello di come si
impara a guidare. Nei primi stadi, chi impara riceve una serie di regole e
protocolli (controllare gli specchietti, inserire la freccia, fare manovra) e
ricorre molto alla riflessione consapevole e volontaria per attenersi alle
regole. Comunque, una volta raggiunte la competenza, l’abilità e la capacità
adeguata, questo tipo di riflessione e pensiero esplicito e consapevole apre
la strada a risposte istintive, inconsapevoli e automatiche alle situazioni che
si creano. Chi guida non pensa più a cosa sta facendo, ma lo fa
automaticamente, e l’inconsapevole relazione dell’autista con la strada non
viene mai rotta da pensieri distaccati e consapevoli (Dreyfus 1996, p. 42).
Quindi la competenza deriva dall’esperienza e dalla meticolosa acquisizione
di determinate abitudini. Sembra quasi che il corpo abbia preso il
sopravvento, lasciando la mente libera di pensare ad altro. Le “regole e
rappresentazioni”, così importanti per il novizio, possono essere tralasciate,
e “l’intelligenza del corpo” dell’autista continua a guidare.
Non è difficile vedere come i gesti di tutti i giorni e il comportamento
professionale specializzato prenda questa forma. Dreyfus comunque non
sostiene che la razionalità sia poco importante, anche per chi è già esperto.
Si potrebbe essere tentati di sovvertire la tradizionale gerarchia per cui la
teoria è superiore alla pratica e la razionalità è superiore all’intuizione, ma le
relazioni tra queste importanti capacità umane sono troppo complicate per
essere impresse in una qualunque gerarchia (Dreyfus, 1996, p.43). Anche
Benner resiste a tale tentazione: “non vogliamo sminuire il ruolo della
razionalità… sosteniamo solo che non è l’unica forma di ragionamento, né
necessariamente la migliore” (Benner et al., 1996, p. 12). Questa è una
concessione necessaria e ben accetta. Tuttavia, va sottolineato che Benner
rimane fedele sostenitrice dell’idea che la cognizione del corpo non è
rappresentazionale. Ammettendo che la teoria e pratica, e razionalità e
intuizione hanno il loro determinato e importante posto nel processo
cognitivo, Benner riconosce semplicemente che il “sapere del corpo” deve,
almeno a volte, intervenire in aggiunta alla “razionalità cartesiana”. Tuttavia
Benner non mette mai in questione la concezione per cui “regole e

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rappresentazioni” siano intrinseche nel modello isolazionista
dell’input/output, o l’ipotesi che la “cognizione del corpo” e la “cognizione
non rappresentazionale” designino lo stesso processo. In altre parole,
avendo fatto procedere insieme la “questione del corpo” e la “questione
dell’elaborazione”, Benner non si chiede mai se possa mai esserci una
ragione per scollegarle.
Di fatto ci sono delle buone ragioni. Una è stata suggerita da un esempio
portato per la prima volta dai pionieri dell’elaborazione distribuita parallela,
anche nota come connettivismo (Rumelhart et al, 1986). È un esempio che è
stato poi ripreso da numerosi autori (quali Hutchins, 1995; Clark, 1997;
Giere, 2002a, b). Immaginate che vi venga chiesto di moltiplicare tra loro
due numeri a tre cifre (ad esempio 456 x 789) senza poter usare una
calcolatrice. Molti non riescono a farlo in mente, quindi ricorrono a carta e
penna. Come si definisce questo processo? In primo luogo, è sicuramente un
esercizio R&R, quello che Dreyfus chiamerebbe un esempio di “razionalità
calcolante”. Ma, in secondo luogo, è ovvio che il corpo svolga un ruolo
essenziale, in quanto fare un calcolo necessariamente implica la
manipolazione di aspetti dell’ambiente circostante. Questo è proprio il
motivo per cui ricorriamo a carta e penna, per essere in grado di manipolare
di fronte a noi, fisicamente e letteralmente, la rappresentazione di numeri.
Questo è un caso di cognizione rappresentazionale, che è anche
necessariamente un caso di cognizione del corpo.
Tuttavia, l’esempio è ancora più interessante di quanto questo commento
suggerisca, visto che mostra che la cognizione rappresentazionale e quella
non rappresentazionale spesso lavorano insieme, l’una dipendente
dall’altra. Svolgendo l’operazione di moltiplicazione, non solo mi ritrovo a
manipolare dei simboli secondo determinati protocolli aritmetici, ma
impiego anche un “comportamento specializzato” sub-simbolico e non
rappresentazionale. Ci sono due tipi di capacità non-R&R coinvolti: una usa
la penna per scrivere i numeri, l’altra è la conoscenza non riflessiva e
istintiva per cui 6 x 9 = 54, che è uno dei giudizi che devo elaborare per
svolgere il calcolo, questa conoscenza è automatica, inconsapevole
piuttosto che “calcolante”, in quanto è il risultato di un’abitudine (che deriva
quando recitavamo le tabelline a scuola). Ritornando all’esempio di Dreyfus,

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vedere “6 x 9” e rispondere senza pensare “54” è esattamente come
frenare quando vediamo il semaforo rosso. Quindi, fare il calcolo e farlo in
modo giusto è inconcepibile senza mettere in pratica contemporaneamente
i due tipi di processi cognitivi.
Fare le moltiplicazioni potrebbe sembrare un caso particolare, ma la ricerca
degli ultimi dieci anni ha identificato “un gran numero di modi in cui gli
agenti del corpo partecipano al mondo per svolgere il calcolo al loro posto”
(Hollan et al, 2000, p. 191). Sono stati fatti studi sulla navigazione di bordo
(Hutchins, 1995), in cabina di pilotaggio (Hutchsin e Klausen, 1996), e
cucina, sulla manutenzione ciclistica, sullo shopping al supermercato, su
come facciamo i puzzle, giochiamo tetris (Hollan et al, 2000), su come la
cameriera svolge il suo lavoro (Stevens, 1993), e come lavora un barman
(Kirlik, 1998). Questi studi hanno delle caratteristiche comuni: I) le persone
che svolgono un compito cognitivo eseguono una computazione razionale
manipolando oggetti nel mondo; II) gli oggetti sono usati come
rappresentazioni, o in alcuni casi, rappresentano se stessi; III) le
manipolazioni dipendono dal sapere specializzato legato al corpo.
Conosciamo tutti gli esempi più comuni: fare la lista della spesa, parlare,
piegare il bordo della pagina di un libro per segnare dove siamo arrivati a
leggere. In quest’ultimo esempio, l’atto di piegare il bordo è un’alternativa
alla procedura R&R che implica l’imprimere nella memoria il numero della
pagina dove si è arrivati a leggere, così da poter riprendere poi la lettura
esattamente da dove avevamo lasciato. Invece, piegando il bordo, è il libro
stesso a venir manipolato in modo da eseguire la computazione al posto
nostro, cosicché l’unico compito cognitivo che dobbiamo poi svolgere –
riaprire il libro alla pagina segnata con la piega – richiede una forma molto
semplice di comportamento specializzato.
Questo è il motivo fondamentale per cui le due distinzioni – razionalità
calcolante vs intuizione da un lato; e cognizione cartesiana e cognizione del
corpo dall’altro – devono essere mantenute separate. La cognizione del
corpo può inoltre essere sia intuitiva che razionale, e può essere entrambe
anche allo stesso tempo, e (se è vero) l’intuizione e la razionalità sono
interdipendenti. Nulla di tutto questo sarebbe concepibile se le due
distinzione fossero unite.

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6. Cognizione distribuita
Come citato sopra, i pionieri dei sistemi connettivisti hanno avanzato
l’esempio della carta e penna per fare i calcoli più difficili che non
riusciremmo a fare a mente (Rumelhart et al, 1986). I sistemi connettivisti,
le reti neurali, sono diversi dai sistemi GOFAI in quanto non presentano le
caratteristiche tipiche del R&R, né possiedono altri requisiti dell’ipotesi del
sistema simbolico fisico. Inoltre forniscono “dei modelli mentali lievemente
più realistici dal punto di vista biologico” e “sono per lo meno ispirati alla
struttura del cervello” (Clark, 1989, p. 83). In termini più semplici, il sistema
neurale “impara dall’esperienza”, è un’intuizione macchinaria (Lewis et al,
2000, p. 122-3); quello che non fa è manipolare i simboli. La convinzione dei
sostenitori della teoria connettivista secondo cui il cervello umano è
essenzialmente una macchina intuitiva che riconosce i modelli solleva
un’interessante e inaspettata questione. Come è possibile che di fatto
riusciamo a svolgere delle computazioni R&R se la nostra architettura
neurologica non è fatta per tali computazioni – se, come afferma Clarck
(2001, p. 142), i nostri cervelli sono fatti per essere “bravi con il frisbee
(azione meccanica e istintiva) e incapaci nella logica”? L’esempio della carta
e penna per fare i calcoli cerca di dare una possibile spiegazione. Siamo
capaci di svolgere computazioni “tecnico-razionali” creando
rappresentazioni nell’ambiente, utilizzando oggetti fisici e culturali come
“tecnologia cognitiva”. Di fatto modifichiamo e adattiamo l’ambiente
circostante per convertire un problema R&R in un problema di
riconoscimento di modelli, che è quello che il nostro cervello riesce a far
meglio. Usiamo delle “impalcature” (Clark, 1997) per estendere il campo dei
compiti cognitivi che possiamo svolgere, e così l’ambiente esterno diventa
un’estensione chiave della nostra mente (Rumelhart et al., 1986, p. 46).
Il fatto che alcune persone siano in grado di fare a mente dei calcoli di
moltiplicazioni complesse non è incoerente con questo ragionamento.
L’aritmetica mentale, come altri compiti computazionali “interni”, coinvolge
una serie di simulazioni – immaginiamo di manipolare degli oggetti fisici,
che fungono da rappresentazioni, allo stesso modo di come faremmo nella
realtà. Tuttavia questo mette a gran prova il potere della memoria e di

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visualizzazione delle persone, di conseguenza la strategia più comune è
quella di “scaricare” i compiti cognitivi sull’ambiente, per quanto possibile,
per ridurre il “costo computazionale”. Gli esempi citati nella sezione
precedente mostrano quanto questa tecnica si diffusa e utile.
Vi è una questione particolare che emerge dalla linea di pensiero a
“impalcatura”. Chi svolge di fatto la funzione cognitiva quando i suoi
componenti essenziali vengono “scaricati” sull’ambiente esterno? È chiaro
che non sia il solo cervello, né tanto meno il corpo della persona da solo, in
quanto gli oggetti fisici sono diventati parti necessarie dell’ “agente”
(comunque lo si voglia intendere) che svolge la computazione. Sarebbe più
esatto quindi parlare di “sistema cognitivo” di cui la persona fa parte – e di
cui la persona è il progettista. In questa visione, è dunque il sistema
cognitivo nel suo insieme che svolge il compito cognitivo, non solo la
persona che concepisce, avvia e partecipa al sistema.
Questa linea di pensiero si applica a quello che viene ora definita
“cognizione distribuita” (Hutchins, 1995; Hollan et al, 2000; Giere, 2002a,
b). Hutchins sostiente che (p. 292) “l’unità appropriata d’analisi non è,
quindi, vincolata alla pelle (ovvero ai sensi) o alla testa. Include l’ambiente
socio-fisico di una persona, e i confini del sistema possono allargarsi durante
il corso dell’attività”. In questo contesto, “l’unità d’analisi” si riferisce al
soggetto della cognizione, colui che svolge il compito o funzione cognitiva
(colui che concepisce, inteso mentalmente). Questo soggetto può estendersi
in modo da incorporare ogni aspetto dell’ambiente esterno necessario a
comprendere come raggiungere ed espletare il compito cognitivo – questo
processo può coinvolgere altre persone, oggetti naturali, strumenti. Gli
esempi della cognizione distribuita non si limitano all’individuo che prende
carta e penna per fare i calcoli, o alla piega sulla pagina del libro, o a fare la
lista della spesa. Hutchins stesso ha studiato la navigazione su una nave
porta-aerea; Giere (2002b) descrive lo studio scientifico di strutture nucleari
usando un acceleratore di particelle; Kirlik (1998) ha studiato come i cuochi
dei ristoranti preparino diversi piatti simultaneamente; ci sono stati anche
degli studi sulla cognizione distribuita fatti in classi scolastiche (Brown et al,
1993), nella diagnosi medica (Cicourel, 1990), e nella classificazione
infermieristica (Rogers e Ellis, 1994). In tutti questi esempi è proprio

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l’insieme degli artefatti, agenti, mondo naturale esterno, e l’organizzazione
spaziale che permette di risolvere la questione di come il compito o funzione
cognitiva venga effettuata in varie situazioni (Clark, 1997, p. 77).
È bene sottolineare che la cognizione distribuita non è semplicemente
un’espressione fantasiosa che mette insieme conoscenza e competenza.
Una tale concezione non esprimerebbe infatti l’idea che la conoscenza e
competenza in sé sono distribuite in un sistema cognitivo. Riprendiamo di
nuovo l’esempio più semplice: se faccio una piega alla pagine per segnare
l’ultima pagina letta, posso anche non ricordarmi il numero della pagina,
tuttavia posso andare a trovare il numero riaprendo il libro là dove ho fatto
la piegatura. La conoscenza del numero della pagina a cui sono arrivato non
può essere attribuita a me né ovviamente al solo libro. Attribuire la
conoscenza a un sistema invece che all’individuo può sembrare una
metafora, ma Hutchins (1995) sostiene che la cognizione è stata
inizialmente trasferita dall’ambito dei sistemi simbolici formali all’ambito
dell’attività mentale (p. 364). La metafora invece, in altre parole, va nella
direzione opposta.
Infine, in questa sezione, vorrei sottolineare che il concetto di cognizione
distribuita implica il concetto di progetto o disegno cognitivo, o persino
“ingegneria cognitiva” (Norman, 1998; Kirlik, 1998). Se i sistemi cognitivi
incorporano degli aspetti dell’ambiente, allora sarà certamente possibile, in
alcuni casi, modificare anche l’ambiente, e quindi migliorare la prestazione e
rendimento del sistema. Per far questo sarà senz’altro necessario studiare il
sistema stesso e capire come funziona. Hollan et al. (2000) considerano
“l’etnografia cognitiva” la base di tali studi – che sono ad esempio già in
corso nel contesto dell’interazione uomo/computer. La questione centrale è
l’allontanamento dai tentativi di migliorare la competenza individuale e
l’avvicinamento a tentativi finalizzati a migliorare la competenza dell’intero
sistema. Il raggiungimento di questo obiettivo coinvolge vari aspetti, dalla
progettazione e concezione di artefatti, alle modifiche dell’ambiente sociale.
Come suggerito da Hollan et al. (2000, p. 177), “l’organizzazione sociale
stessa è una forma di architettura cognitiva”.

7. Cognizione clinica nell’infermieristica

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Riassumiamo i punti fin qui affrontati. I) Abbiamo delineato due diverse
distinzioni: tra cognizione R&R e cognizione non rappresentazionale; e tra
cognizione del corpo e cognizione isolazionista. II) È necessario mantenere
separate queste due distinzioni perché la cognizione del corpo può essere
sia rappresentazionale che non rappresentazionale. III) Quando la
cognizione del corpo è rappresentazionale, cosa che avviene spesso, è allo
stesso tempo anche non rappresentazionale, in quanto la sua funzione è
quella di trasformare i problemi R&R in problemi di riconoscimento di
modelli. IV) Quando la cognizione del corpo è rappresentazionale, utilizza
essenzialmente l’ambiente fisico, manipolando vari oggetti e artefatti che
svolgono il lavoro rappresentazionale. V) Anche l’ambiente sociale è
coinvolto nella cognizione del corpo, almeno molto frequentemente, al
punto che si può parlare di sistemi cognitivi ibridi, fatti da cose e persone.
VI) Il concetto di cognizione distribuita usa il sistema ibrido come unità per
l’analisi, e come agente che svolge il compito rappresentazionale cognitivo
legato al corpo.
Sulla scia della discussione fatta prima, il sistema di Benner appare
stranamente ad una sola dimensione. In primo luogo, il modello teorico di
partenza su cui si basa, che riguarda lo sviluppo della competenza
infermieristica, è fortemente individualista: lo sviluppo della competenza
infermieristica è il fulcro del suo programma. Dalla prospettiva della scienza
cognitiva più recente (e in particolare dal punto di vista della scienza
cognitiva distribuita), questo sembra essere un residuo della filosofia
cartesiana. Si può enfatizzare le teoria del corpo parlando di infermieristica,
ma l’infermiere secondo l’ottica di Benner rimane il conoscitore, il soggetto
epistemologico. Questo è un’interpretazione cartesiana fuori dal mondo, e
nonostante si riferisca spesso a Merleau-Ponty, credo che Benner non
prenda in seria considerazione la nozione di “carne” (intesa come corpo;
Merleau-Ponty, 1968). In quanto, almeno a mio parere, la “carne” è un
indizio ontologico che svela la natura ibrida dei sistemi cognitivi del mondo
reale, mentre il concetto di “reversibilità” (che Merleau-Ponty associano alla
carne) è un’anticipazione della cognizione distribuita. Purtroppo, per
questioni di spazio, non posso dilungarmi su questo punto.

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Inoltre, la visione di Benner delle relazioni cognitive tra individui è piuttosto
scialba. È vero che parla di “unione di saggezze” e osserva che “la
competenza è disseminata nelle diverse singole unità” (Benner et al, 1996,
p. 204-5), ma in realtà quello che intende dire è che gli infermieri come
individui singoli sono saggi o esperti, ciascuno a suo modo, e che essi
condividano il sapere e le esperienze con i colleghi. “Questo sistema
informale che pone il sapere esperto nell’unità non è infallibile e semplice,
ma viene costantemente rivisto e corretto” (Benner et al, 1996, p. 205). Ma
qui la competenza viene posta dentro il sistema. Non c’è traccia, nel lavoro
di Benner, a sostegno del fatto che la competenza è di fatto parte del
sistema, ovvero che la competenza può essere distribuita.
Oltre a ciò, l’idea che gli infermieri come individui debbano passare
attraverso una sequenza di stadi per la strada verso la competenza è
piuttosto problematica. Senza dubbio, per acquisire alcune abilità, inclusa la
capacità di riconoscimento dei modelli, ci va del tempo. Allo stesso modo,
però, è ovvio che alcune abilità possono essere apprese subito, e che il loro
apprendimento non implica nessun passaggio da stadi intermedi stabiliti e
prevedibili. Questo è particolarmente evidente nel campo di alcuni studi
sullo sviluppo del bambino, dove è universalmente accettato che la teoria di
Piaget della cognizione come “una serie di stadi prestabiliti e
qualitativamente distinti” sia sbagliata (Thelen e Smith, 1994, p. 21). La
teoria di Piaget si rivela fallimentare perché “non coglie la complessità e la
confusione dello sviluppo cognitivo”; e dove Piaget vede “cambiamenti
monolitici nelle strutture che caratterizzano la cognizione, noi invece
vediamo instabilità, relazioni di dipendenza con il contesto, e fluidità nella
cognizione” (Thelen e Smith, 1994, p. 21-2). Comunque, se si intende la
competenza come l’obiettivo finale di un percorso evoluzionista (di
sviluppo), questa fluidità viene a mancare, così come viene meno la
possibilità di usufruirne (Iverson e Thelen, 1999; van Geert, 1995).
In ogni caso, tale modello “evoluzionista” presuppone che la competenza sia
una proprietà degli individui, e già questo è un problema di per sé. Se la
competenza è distribuita, allora può essere migliorata e raggiunta
velocemente modificando i componenti ambientali del sistema cognitivo.
Effken, ad esempio, ha mostrato come l’ambiente clinico possa essere

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concepito, riprogettato e ridisegnato per raggiungere questo scopo:
“mettere a disposizione di tutti le variabili che caratterizzano gli stadi più
elevati di un’unità di monitoraggio emodinamica migliora la velocità e la
precisione del trattamento farmacologico dei semplici problemi clinici per i
novizi e ugualmente per gli esperti, anche se i novizi migliorano
maggiormente” (Effken, 2001, p. 250). Effken e i suoi colleghi stanno
svolgendo uno studio su altri modi per migliorare l’ambiente della terapia
intensiva per facilitare il processo decisionale. Effken si basa molto sulle
idee di Gibson riguardo la percezione (Gibson, 1969; Gibson, 1986), e sul
fatto che tali idee siano state messe in relazione con la teoria del corpo
(Clark, 1997), con la filosofia di Merleau-Ponty (Dreyfus, 1990), e con il
connettivismo (Bechtel et al, 1998).
La visione per cui la competenza non sia solo acquisita dagli infermieri come
singoli individui, ma concepita in termini di sistemi cognitivi distribuiti, ha
varie ramificazioni. Per esempio, recentemente si è mostrato come gli
infermieri conoscano bene le virtù della pratica basata sulle prove
scientifiche, ma è stato mostrato come in realtà essi non tengano molto
conto delle informazioni derivate dalla ricerca (Thompson et al, 2001a, b).
Tuttavia questo ci sorprende poco se consideriamo che i sistemi cognitivi di
cui gli infermieri fanno parte non sono stati progettati sulla pratica
supportata da prove scientifiche, o sono stati progettati in modo piuttosto
scarso, o che addirittura manca completamente una progettazione e
disegno di fondo. Thompson e altri suoi colleghi fanno riferimento a diverse
caratteristiche dell’ambiente clinico oggetto del loro studio, e sostengono
che “non è che il sapere della ricerca per sé ha poco peso nelle decisioni
cliniche degli infermieri. Esso è piuttosto il mezzo attraverso cui la decisione
viene effettuata” (Thompson et al, 2001a, b, p. 387). Questi studiosi non si
riferiscono esplicitamente alla cognizione distribuita, ma è evidente come
ricerchino una ri-progettazione e un ri-disegnamento dell’ambiente cognitivo
infermieristico che sia coerente proprio con la cognizione distribuita.
Un altro modo per migliorare il sistema cognitivo nell’infermieristica è
attraverso gli aiuti nella decisione. Effken (2001) vale come esempio, ma
basta anche solo pensare a come i computer elaborano le informazioni e a
come le mostrano. Qui si può far riferimento ai sistemi basati sull’analisi

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decisionale (O’Connor et al, 1997; Thompsone Dowing, 2001), alla logica
approssimativa (Bosque, 1995; John e Lake, 2002), alla probabilità
Bayesiana (la cosiddetta probabilità a posteriori; Buckingham e Adams,
2000) e ai sistemi neurali artificiali (Sabbatini, 1992), sebbene l’uso degli
ANN in campo sanitario sia spesso limitato alla medicina (per la loro
rilevanza in infermieristica cfr Harvey, 1993). L’obiezione fatta a questi
sistemi, nell’infermieristica è di essere tecnico-razionali, guidati da regole e
algoritmi, incapaci di cogliere il giudizio intuitivo di infermieri esperti. Queste
obiezioni però ignorano i più recenti sviluppi in ambito cognitivo. Ad
esempio nessuna di queste obiezioni fa riferimento ai sistemi connettivisti,
che possono superare persino il giudizio clinico di dottori esperti (Dybowsky
e Gant, 2001). Riconoscere che i sistemi cognitivi siano già degli ibridi, fatti
di cose e persone, permette di studiare più sistematicamente come degli
artefatti programmati, come i computer, possano contribuire al
miglioramento della cognizione clinica.

8. Conclusione: una questione di concezione e progettazione


Niente di quello descritto sopra sembra in realtà interessare particolarmente
Benner e il suo approccio alla competenza clinica infermieristica appare
incompleto e alquanto datato. Non voglio dire che il suo lavoro sia sbagliato,
ma solo che la sua interpretazione di cognizione del corpo è limitata, a volte
conservatrice. Penso ci siano diverse ragioni per spiegare questo suo
disinteressamento. Una è stata già detta: ovvero, l’aver assimilato la
sovrapposizione GOFAI delle due distinzioni (rifiutando però il cognitivismo
classico in altri aspetti). Un’altra è la sua avversione a modelli infermieristici
astratti imposti dall’alto (caratteristica degli anni ’60 e ’70) e la sua
determinazione a intraprendere una via più personale e concreta. Una terza
ragione è che, metodologicamente, si basa molto su report personali, usa
molto i racconti narrativi e gli esempi (sebbene ci siano momenti di
osservazione riflessiva nel metodo di Benner). Riguardo lo studio della
cognizione, i report personali sono poco affidabili (Hollan et al, 2000;
Thompson et al, 2001), anche se hanno una grande importanza,
specialmente se si ritiene che le interpretazioni e i significati dati dalle
persone siano fondamentali per quello che fanno. Un altro motivo è infine il

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sospetto che Benner stessa creda di fare dell’etica (come opposta alla
cognizione); Benner è sicuramente molto interessata all’infermieristica
attuale in termini morali (Benner, 2000). Tutte queste riflessioni penso la
portino a concentrarsi in primis sull’infermiere come individuo: intuitivo,
esperto, che conosce attraverso il corpo, impegnato moralmente, e che
sviluppa la sua concezione sulla base dei suoi pensieri e sensazioni. Questi
aspetti allontanano però dalla nozione di sistemi ibridi distribuiti, capaci di
eseguire funzioni cognitive ispirandosi contemporaneamente alle abilità
rappresentazionali e non rappresentazionali. Tuttavia, Benner, attraverso la
sua “etnografia clinica” ha creato un precedente importante nello studio
dell’infermieristica impegnata moralmente (Benner, 1994). I suoi successori
dovranno ampliare la prospettiva d’approccio, utilizzando anche l’etnografia
cognitiva (tra i vari metodi) per studiare il campo più ampio della cognizione
clinica.
Come detto all’inizio, è molto importante la concezione che si ha della
cognizione clinica nell’infermieristica. Non si può limitare il tutto a degli
studi di “esperti”, o a preconcetti su come, in termini evoluzionistici, gli
infermieri acquisiscano competenza. Finchè continueremo ad usare un
approccio individualistico alla cognizione e a rappresentare gli infermieri
come dei soggetti epistemologici, non potremo comprendere le situazioni in
cui gli infermieri devono districarsi in un sistema cognitivo incapace di
fornire competenza distribuita. Ma, rivolgersi alle implicazioni cognitive della
teoria del corpo incentiva ad andare oltre l’idea di “esperto come residuo
del conoscitore cartesiano” e ci porta ad esplorare quelli che ho definito
sistemi cognitivi e l’ambiente cognitivo. Certo, la cognizione clinica è in
parte una questione di “sapere intuitivo ed esperto”, ma è soprattutto una
questione di concezione e progettazione.

Ringraziamenti
Vorrei ringraziare Helen Cheyne, John Drummond, Steve Edwards, Judith
Effkan, Gail Eva, Kate Niven, e Steve Padgett per i profondi ed elaborati
commenti sulle prime bozze del mio lavoro qui presentato.

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