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Indice

Premessa p. 1
Introduzione p. 4
Sistemi in-lusi! p. 4
Prima parte
Prigionieri del dilemma p. 12
Strategie del conflitto p. 14
Non sono una carogna! p. 18
TIT-TAT, TIT-TAT, TIT-TAT... Il dilemma in forma iterata p. 21
Tra polli, prigionieri e non violenti… p. 31
Seconda parte
(Ri)pensare il pensiero p. 43
Homo sapiens p. 47
In casa del caso p. 62
Mettere in comune p. 72
Considerazioni conclusive p. 76
Ringraziamenti p. 84
Bibliografia p. 86
A quanti hanno ancora il coraggio di giocare, in direzione ostinata e contraria.
Premessa

“C'era una volta...


− Un re! - diranno subito i miei “pochi” lettori.
− No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno”

Sono cresciuto sentendo ripetere frequentemente, da alcuni “grandi”, che avrei dovuto
imparare a “crescere bene e in fretta” e “diventare serio!”.

Altri ancora, invece, mi ripetevano di “approfittare della mia giovane età” perché poi un
giorno “tutto questo sarebbe terminato”.

Non ho mai capito veramente di cosa stessero parlando, ma credo di non aver mai dato retta
né agli uni né agli altri.

In mezzo a questa jungla di “messaggi schizofrenici”, mi ritrovo ora a scrivere una tesi sul
“gioco” e ad un passo dalla laurea.

Mi sento arrivato alla fine di un percorso dal quale si diramano mille sentieri, ma non ho
voglia da subito di “diventare serio” come intendono i “finti adulti”.

Non mi interessa la serietà dei “grandi”. Ho voglia di giocare, ancora, di nuovo, e forse per
la prima volta.

Sarà forse per questo che alla fine di un percorso, ho la sensazione di ri-trovarmi ad un
punto di svolta, un “passaggio”, e non a un arrivo.

1
Un “attraversamento di soglia” o, se preferite, un “gioco di soglie”, per poter co-costruire
chissà quali altri nuovi mondi possibili.

Paradossale non trovate?

In questo “atto finale” proverò ad aprire delle porte, alcune le ho già aperte negli anni di
formazione, e proprio come si fa nella fiaba proverò a saltare “dentro-fuori”, tra
immaginario e realtà.

Un miraggio? No, direi piuttosto un' “oasi” in un tempo presente dove poter pensare “giochi
di reciprocità”, non noiosi, che non sappiano di finto.

Anche competitivi, a volte, cooperativi.

Attraverso una riflessione sul dilemma, proverò a “farmi suo prigioniero”e, all'interno di reti
comunicative “altre”, proverò ad “tessere e ritessere” un “gioco linguistico” più “mio”.

Un “esperimento di lavoro” dove cerco e contino a interrogarmi sulla figura di educatore-


formatore-persona, in un tentativo di “armonizzazione” di queste diverse parti.

Come in una danza, quella del “con-senso”, per tentare di trovare un “accordo nel
disaccordo”.

Se dovessi riassumere in breve la mia tesi, lo farei dicendo che si tratta di un tentativo di “ri-
pensare la scissione” che si è verificata tra “gioco e vita”, e quindi, come un modo diverso
per guardare alle relazioni tra esseri umani.

Interazioni che possono essere di coppia, familiari, politiche; né mai soltanto una sola di
queste cose e , forse, tutte insieme, costantemente, in modo circolare.

2
“Gioco”, come spazio d'incontro per riflettere sul come gli esseri umani stanno insieme,
crescono, cooperano e confliggono.

Giochi che offrono “lezioni di vita”, “lezioni di gioco” che aiutano a immaginare come
poter “giocare con la vita”.

Un giorno, quando appena mi accingevo a lavorare sulla tesi, ho assistito a questa


conversazione tra “mio” fratellino (di otto anni) e “mia” madre.

“Filippo: Il bambino mangiava la mela... “mangiava”


Madre: voce del verbo mangiare...
F: Il gatto ha bevuto il latte... “ha bevuto”
M: voce del verbo bere...
F: Gli uccellini hanno cantato dopo il temporale.... “hanno cantato”
M: voce del verbo cantare...”

Evidentemente, trovandosi in difficoltà, aveva chiesto un aiuto per poter svolgere i compiti
sui verbi in italiano.
Per ogni verbo individuato all'interno di ciascuna frase, avrebbe dovuto indicare il modo
infinito del verbo in questione.

È stato grazie a questa conversazione che ho potuto pensare alla “mia” tesi, come a un modo
di partecipare al gioco incessante tra la “voce dell'infinito” e quella di ogni essere vivente.

Mi accingo pertanto a scrivere questa tesi con questo pensiero, nella “in-lusione” di poter
divenire anch'io un “pezzetto di” quest'infinito, nel quale come essere umano sono immerso.

3
Voglio qualcuno per giocare
Qualcuno come me
Qualcuno per sopportare
a volte il papà, resistere
alla mamma. Qualcuno
per aspettare insieme Natale
Qualcuno che se non trovo qualcosa è colpa sua
e se lo sgridano gli sta bene
ma non troppo se no mi viene da piangere
Qualcuno che se piango io è stato lui
e se piange lui Sei il solito frignone e non fare
la spia.
Qualcuno che se incominciamo a ridere
Smettetela, ci dicono, di fare i cretini.
Qualcuno che parla di sera
nel letto vicino al mio letto
Qualcuno come un fratello, una sorella
anche tutti e due.
Qualcuno per litigare bene
E fare sul serio la lotta per gioco1

1
G. Quarenghi, E sulle case il cielo, Topipittori, Milano, 2007, p. 42
Introduzione

“L'eterno fanciullo. Noi crediamo che la fiaba ed il giuoco appartengano alla fanciullezza: miopi che siamo!
Come se in qualsiasi età della vita potessimo vivere senza fiaba e senza giuoco! Certo, li chiamiamo e li
consideriamo diversamente, ma proprio ciò dice che sono la stessa cosa – perché anche il fanciullo considera il
giuoco come il suo lavoro e la fiaba come verità. La brevità della vita dovrebbe metterci in guardia contro la
divisione pedantesca delle età – come se ognuna portasse qualcosa di nuovo – e dovrebbe venire un poeta a
2
rappresentare l'uomo di duecento anni, quello che veramente vive senza favole e senza giuoco.”

Sistemi in-lusi !

Scrivere sul tema del “gioco” e del “giocare”, oggi, risulta un operazione affascinante ma
allo stesso tempo coraggiosa.

Parafrasando Roland Barthes si potrebbe dire che “il discorso “giocoso” è oggi di un
estrema solitudine”.
“Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui, ma non è sostenuto da nessuno;
esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi vicini: oppure è da questi
ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi
meccanismi.”3
Il rischio di cadere nella banalità è sempre in agguato “a causa” dell'essenza stessa
dell'argomento; ma anche (e soprattutto) “a causa” del contesto sociale che accoglie una tale
riflessione.
Si viene “allevati”, infatti, all'interno di una “realtà scissa”, che tende a “dicotomizzare”
continuamente le diverse connessioni che esistono tra gioco, cultura e vita.
Questa “settorializzazione” del tema pone seri problemi e suscita diverse perplessità quando
si inizia a riflettere su una realtà trasversale, costantemente sfuggente ad un unica
definizione, come il “gioco” e il “giocare”.

2
F. Nietzsche, cit. in Fadda R. (a cura di) L'Io nell'altro, Carocci, Roma, p. 108
3
R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 2005 p. 4

4
Anzi, si potrebbe proprio iniziare col dire che, una delle caratteristiche principale del gioco,
è quella di presentarsi (quasi) sempre come un qualcosa di “esclusivo ma non escludente”.

“Ecco allora, o già subito, un tratto: il gioco, qualunque cosa ne diciamo, ha a che fare
propriamente con questa capacità di lasciar spazio.”4

Ogni “gioco di relazioni”, infatti, diviene “esclusivo” perché si va a costruire secondo criteri
relazionali ed emotivi “unici” solo per i partecipanti; ma contemporaneamente, si mostra
capace di “non escludere” l'evento, offrendo sempre la possibilità di “lasciare spazio” al
“non ancora pensato”.

Il gioco, tendenzialmente, preferisce non scegliere mai una sola di queste caratteristiche, le
“cura” e preserva entrambe.

Chi accetta di “giocare”, accetta anche di sostare nel paradosso che la scelta comporta, per
tutto il tempo che il gioco stesso richiede, oscillando costantemente da un polo all'altro.

Ogni “gioco”, per questi motivi, non può essere immaginato soltanto come un'attività
“ricreativa” o “educativa” in senso stretto.
“Giocare” in un accezione più ampia, (e nell'accezione di questa tesi) diviene una “metafora
allargata” ed irrinunciabile per parlare di “cultura e vita” all'interno di una relazione costante
e circolare che include il discorso educativo.
“I giochi rappresentano uno specchio della società nella quale si sviluppano, sono il
riflesso delle attese di un gruppo (che può essere anche molto ampio) di persone; i giochi ci
dicono, a seconda di come sono regolamentati, quali valori (valori che possono anche
essere contraddittori) stanno alla base di una cultura. Anche i giochi del nostro tempo sono
lo specchio delle nostre aspirazioni, dei nostri modelli relazionali e comunitari.”5
Utilizzato come metafora del comportamento degli esseri umani, il gioco, facilita uno
“sguardo alla complessità” del comportamento stesso, contribuendo contemporaneamente
all'opera di continua creazione e ri-creazione dei “modelli vitali”.

4
P. A. Rovatti, D. Zoletto, La scuola dei giochi, Bompiani, Milano, 2005, p. 21
5
G. Staccioli, Culture in gioco, Carocci Editore, Roma, 2004, p. 71

5
Ma per poter esplicitare queste piene potenzialità l'attività del “giocare” deve essere
rispettata in quelle che sono le sue caratteristiche fondanti:


1. Libertà: il giocatore non può essere obbligato senza che il gioco perda subito la sua
natura di divertimento noioso e gioioso;
2. Separatezza: circoscritto entro precisi limiti di tempo e di spazio fissati in anticipo;
3. Incertezza: lo svolgimento non può essere determinato né il risultato acquisito
preliminarmente, una libertà nella necessità d'inventare essendo obbligatoriamente
lasciata all'iniziativa del giocatore;
4. Improduttività: non crea, cioè, né beni, né ricchezza alcuna, né alcun altro elemento
nuovo; e, salvo, uno spostamento di proprietà all'interno della cerchia dei giocatori,
tale da riportare a una situazione identica a quella dell'inizio della partita;
5. Regolamentazione: sottoposto a convenzioni che sospendono le leggi ordinarie e
instaurano momentaneamente una legislazione nuova che è la sola a contare;
6. Finzione: accompagnato dalla consapevolezza specifica di una diversa realtà o di una
totale irrealtà nei confronti della vita normale.”6

Nel “giocare” si mescolano costantemente diversi livelli di “realtà” e “finzione” che


continuamente vengono “rimescolati” e “reinventati”.

Esso, infatti, pur non coincidendo con la “realtà” ne opera costanti modifiche e, pur non
essendo percepito come “pura finzione”, consente una modifica della “finzione” stessa.

Ogni gioco però, se condiviso dai giocatori, viene “preso sul serio” e nessun partecipante
penserebbe mai che quello che si sta facendo sia un qualcosa di insensato o stolido.

“Molte tribù hanno maschere che rappresentano degli animali, e quando le usano, nel
corso di speciali cerimonie, credono di sentirsi trasformati, di essere divenuti corvi od orsi.
Sono come bambini che giocano ai pirati o ai poliziotti; a un certo punto non sanno più
dove finisce il gioco e comincia la realtà. Ma intorno ai bambini c'è sempre il mondo degli

6
R. Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Bompiani, Milano, 2000, p. 26

6
adulti, gente che dice: “Fate meno chiasso” o “È quasi ora di andare a letto”. Per i
primitivi non esiste un simile mondo capace di distruggere l'illusione, giacché ogni membro
della tribù partecipa alle danze rituali in una fantastica gara di simulazioni.”7

Numerosi sono stati gli studi e i tentativi di esplorare e “descrivere”, attraverso diversi
linguaggi, le abitudini, gli stili di vita e i comportamenti del “regno umano”.

Nella prima parte della tesi mi soffermo a riflettere su uno dei contributi più affascinanti che
ha utilizzato il “gioco” come metafora nell'ambito della propria ricerca: la “Teoria dei
Giochi”.

Una scienza matematica che nasce nella prima metà del Novecento, e che ha trovato una
vasta applicazione in numerosi ambiti, quali la sociologia, la psicologia, la biologia e la
politica, solo per citarne alcuni.

La “Teoria dei Giochi” si propone come uno studio formale delle decisioni razionali in
situazione di interdipendenza.

“Due o più individui che devono compiere delle scelte hanno determinate preferenze per
quanto riguarda i risultati, oltre a una certa conoscenza delle scelte disponibili a ciascuno e
delle rispettive preferenze. Il risultato dipende dalle scelte di entrambi, o di tutti, se le
persone sono più di due. Non esiste una soluzione ottimale “indipendente”: bisogna vedere
che cosa fanno gli altri”8

La riflessione sul “giocare”, in questo modo, proverà ad uscire da una forma convenzionale
di riflessione, solitamente sviluppata all'interno degli ambiti educativi in “stricto sensu”,
arrivando a permeare in “lato sensu” (coerentemente con l'essenza stessa del tema)
“l'orizzonte sociale” nel quale agiscono le persone.

7
E. H. Gombrich, La storia dell'arte, Phaidon, Milano, 2008, p. 41
8
T. Schelling, “Un primo approccio alla teoria dei giochi”, in G. E. Rusconi (a cura di) , Giochi e paradossi in
politica, Einaudi, Torino, p. 10

7
“Tutto il nostro vivere come esseri umani è in quanto tale politico, perché genera mondi, e i
mondi che generiamo con il nostro vivere e convivere nascono dalle emozioni che fondano
le risposte consapevoli o inconsapevoli che forniamo a tali domande. Al tempo stesso, tutto
ciò che facciamo nel nostro vivere e convivere come esseri umani sarà di per sé anche
educazione, perché opererà sempre come formatore dei sentimenti dei giovani che
direttamente o indirettamente convivono con gli adulti, il vivere e convivere inevitabilmente
li induce ad accettarli o respingerli.”9

Attraverso alcuni modelli (giochi) proposti dai matematici, quali il “Dilemma del
Prigioniero” o il “Gioco del Pollo” proverò ad individuare quali “percorsi relazionali”
possano favorire “il nostro vivere e convivere” quotidiano.

“Giocare” in quest'accezione significa costruire delle “mappe del percorso delle scelte di
decisori sociali e politici in situazione di interdipendenza.”G10

“Mappe” che prendono forma attraverso l'intrecciarsi di diverse “reti comunicative”, e dalla
quale non si può uscire se non ricreandone delle nuove.

Tutto questo nella convinzione che esista una “gerarchia d'importanza” tra i diversi “livelli
relazionali” all'interno dei quali si dispiega la vita, la culture e dunque l'educazione.

Una riflessione adeguata sulle relazioni tra “individui”, infatti, non può prescindere da uno
sguardo attento e critico nei confronti delle “cornici” dentro le quali nascono e si sviluppano
le relazioni stesse.
È all'interno di tale gioco tra “relazioni di relazioni”e tra “regole e cambiamento”, infatti,
che si vanno a formare tutte le diverse possibilità di preservare/re-inventare il gioco e la vita
stessa.
Pertanto, parlare di “gioco” come metafora dell'agire politico, e nel linguaggio della “Teoria
dei Giochi”, significherà soprattutto addentrarsi nel terreno della continua trasformazione,
della lotta, del dilemma e del conflitto.

9
H. Maturana, X. Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Eleuthera, Milano, 2006, p. 9
10
G. E. Rusconi, Giochi e paradossi in politica, Einaudi, Torino, 1989, p. XIV

8
I tornei informatizzati sul “Dilemma del prigioniero” in forma reiterata, organizzati da
Robert Axelrod, e tutta la serie di analisi che è stata sviluppata intorno ai risultati, ha
permesso la formulazione di una serie di proposizioni che ben evidenziano tale
“interdipendenza conflittuale”.

“Nashe e Pozzi continuarono a camminare, ma prima di giungere all'autostrada che


segnava il margine settentrionale della proprietà, furono fermati dalla rete. Era un po' più
alta di due metri e mezzo, e terminava con un minaccioso rotolo di filo spinato. […]
Continuarono a camminare lungo la recinzione, chiedendosi se avessero trovato qualche
apertura, e un'ora e mezza più tardi, al calare dell'oscurità, erano ritornati al punto di
partenza. […] Fecero del loro meglio per riderci sopra, dicendo che i ricchi vivono sempre
dietro le reti, ma questo non cancellava il ricordo di quello che avevano visto. La barriera
era stata eretta per tenere le cose fuori, ma adesso che c'era, cosa le impediva di tenerle
anche dentro? La domanda racchiudeva ogni sorta di minacce.”11

Ma se il “gioco”, per sua stessa essenza, tende a sfuggire costantemente al rischio di


trasformarsi in “prigione”, in “tomba dei corpi”, il linguaggio e la “coscienza” costituiscono
dei dispositivi potentissimi che tendono a “imbrigliare” questa specificità e vitalità.

A questo proposito, nell'ultima parte della tesi, tenendo sempre come punto di partenza il
contributo offerto dai matematici, proverò ad articolare una messa in discussione dei
modelli proposti dai matematici, attraverso un “ri-pensamento” delle premesse che hanno
accompagnato il processo di costruzione dei modelli stessi.

Ogni qualvolta ci si illude di poter costruire dei modelli (giochi) “oggettivi”, si corre il
rischio di trasformare i “giochi di mappe” in pericolosi e assurdi “giochi di territorio”; e il
pericolo maggiore sta nel fatto che un tale processo nelle persone si attiva quasi sempre in
modo del tutto inconsapevole.

Proprio perché terreno paradossale e sempre in bilico, il pericolo di scambiare “la mappa
con il territorio” si mostra sempre possibile.

11
P. Auster, La musica del caso, Einaudi, Torino, 2009, p. 122

9
“Per cominciare, vorrei fare con voi un piccolo esperimento. Alzi la mano chi crede di
vedermi. Vedo molte mani alzate... quindi ne deduco che la pazzia ama stare in compagnia.
Naturalmente voi non vedete “realmente” me: quello che “vedete” è un mucchio di
informazioni su di me, che voi sintetizzate in un immagine visiva di me. Voi vi costruite
quell'immagine.”12

Ciò che si crede “reale” in effetti non è altro che il risultato di un processo di “co-
costruzione paradigmatica” che, se da un lato, risulta indispensabile per potersi orientare
nella quotidianità, dall'altro potrebbe costituire un “labirinto” dalla quale si corre il rischio
di non riuscire ad uscire.

Ognuna di queste “costruzioni” assumerà di volta in volta dei tratti peculiari in base al modo
in cui si sceglierà di “intrecciare” le diverse “essenze” o “forze” che animano e sostengono
gioco.

“Dopo un esame delle diverse possibilità, proporrei a questo scopo una suddivisione in
quattro categorie principali a seconda che, nei giochi considerati, predomini il ruolo della
competizione, del caso, del simulacro o della vertigine. Le ho chiamate rispettivamente
Agon, Alea, Mimicry e Ilinx. […] Tuttavia, queste designazioni non esauriscono ancora
l'intero universo del gioco. […] all'interno di questi settori, i vari giochi si scaglionano
nello stesso rodine, secondo una progressione comparabile. E li si può
contemporaneamente ordinare fra due poli antagonisti. A un'estremità regna, quasi
incondizionatamente, un principio comune di divertimento, di turbolenza, di libera
improvvisazione e spensierata pienezza vitale, attraverso cui si manifesta una fantasia di
tipo incontrollato che si può designare con il nome di paidia. All'estremità opposta, questa
esuberanza irrequieta e spontanea è quasi totalmente assorbita, e comunque disciplinata,
da una tendenza complementare, opposta sotto certi aspetti, ma non tutti alla sua natura
anarchica e capricciosa […] a questa seconda componente do il nome di ludus.”13
Si potrebbe dire, fin da ora, che queste considerazioni costituiscono delle “epistemologie”
che vanno a determinare la formazione di “cornici” e “relazioni” diverse, a seconda della
visione che si avrà del gioco.
12
G. Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977, p. 521
13
R. Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Bompiani, Milano, 2000, pp. 28-29

10
In base all'essenza che si ritiene che caratterizzi il gioco, o a seconda del tipo di rapporto
pensato, tra l'idea di “gioco regolato” e l'idea di “gioco con le regole”, si vanno anche a
formare le diverse strategie ritenute “ottimali”, e che servono per poter prender parte al
gioco stesso.

Inizio pertanto col porre due domande che mi accompagneranno in questo percorso e che
credo consentiranno di mantenere uno sguardo “relazionale” aperto alla riflessione
educativa:

“A che gioco stiamo giocando?”

“Con quali regole e premesse, e volute da chi?”

11
“Mi sembra buono come inizio, un modo promettente per avviare le cose. Metti un uomo che dorme
in una buca e vedi cosa succede quando si sveglia e cerca di tirarsi fuori. Parlo di una buca nel terreno,
profonda, due metri e mezzo o anche tre, scavata in modo da formare un cerchio perfetto, con pareti a novanta
gradi di terra densa, compattissima, cosi dura che la sua superficie è liscia come ceramica o addirittura vetro.
In altre parole, quando l'uomo aprirà gli occhi non sarà in grado di venirne fuori. A meno che non abbia
un equipaggiamento da alpinista, per esempio un martello e dei chiodi di metallo, o una fune per prendere
al laccio un albero vicino; ma quest'uomo non ha nessun attrezzo, e al risveglio capirà subito
la natura della situazione problematica in cui si trova.”1

PRIGIONIERI DEL DILEMMA

Nella vita siamo quotidianamente posti di fronte a delle scelte. Situazioni che ci impongono
di prendere una decisione e che ci mettono in seria difficoltà nel momento in cui non ci
sentiamo preparati a gestirle, soprattutto quando la nostra scelta deve tener conto anche di
ciò che l'altro sceglierà di fare a sua volta. E questo accade praticamente sempre.
A volte succede che le situazioni siano talmente al limite che risulta molto difficile riuscire a
fare la “cosa giusta”. Ogni mossa sembra quasi affondarci sempre più. Le soluzioni che si
erano pensate non funzionano. Si continua a farsi del male pur affermando di volersi del
bene.
Le soluzioni diventano parte dei problemi e i problemi arrivano ad inglobare tutte le parti di
un “Io-plurale”. Ci si rende conto magari che certe cose non si vorrebbe nemmeno che
accadessero. Alcune parti di Noi entrano in conflitto con altre, oppongono resistenze,
boicottaggi ai quali il più delle volte rispondiamo con una retorica del controllo.
Subentrano meccanismi di rimozione e divieti sociali che sono stati interiorizzati come sensi
di colpa. Ci si sente impotenti. Mi è capitato spesso di sentirmi così, incapace di decidere.
A volte non decidere diventa la “soluzione” per evitare di accettare il cambiamento, per
tenere l'altro in nostro potere, come fa la burocrazia con i cittadini: li domina facendoli
attendere.
In diversi ambiti e per diversi motivi dunque ci troviamo di fronte al dilemma del dover
scegliere, a volte anche tra opzioni che sembrano entrambe “giuste”, nella vita privata, nel
lavoro, in famiglia.

1
P. Auster, Uomo nel buio, Einaudi, Torino, 2008, p 4

12
“Cosa farò con la mia ragazza dato che sono un simbiotico poligamo?” “Come si
comporteranno tre amici che si sentono attratti dalle stesse ragazze … ?” Oppure ancora,
“cosa succederà con mia madre e mio padre ora che mi hanno portato in tribunale per
cercare di mandarmi via di casa perché sono diventato un rischio per l'integrità morale della
famiglia?”, “Sarò capace di ri-vedere i processi che ci hanno portato in questo stato?”

È chiaro che di fronte a certe situazioni si è già arrivati ad un livello di deterioramento delle
relazioni e dei contesti in cui si complica sempre più il processo decisionale; esse diventano
dei “casi limite”, più diffuse di quanto si riesca ad immaginare e pur sempre delle possibilità
di crescita. Ma è anche vero che senza dover arrivare a certi estremi il problema della scelta
si pone quotidianamente a diversi livelli, anche nelle cose apparentemente più “banali”, ma
che sicuramente influiscono sulla qualità della nostra vita e sul modo in cui la giochiamo.

Un esempio molto semplice potrebbe essere rappresentato quando “nella vita di tutti i
giorni ci capita, forse, di chiederci quante volte saremo ancora disposti a invitare certi
conoscenti a pranzo se loro non ricambiano mai”2.
Anche questo sicuramente rappresenta un esempio in cui si è chiamati a prendere una
decisione.
Non sempre, però, ci capita di riflettere sui processi che stanno dietro il nostro modo di
agire, sulle premesse che per la maggior parte delle volte vengono costruite
inconsapevolmente ma che entrano in funzione in ogni interazione. A volte crediamo di
sapere quello che si deve fare e solo secondariamente scopriamo un'eterogenesi nei risultati
e nei programmi che avevamo pensato.
Questo “terreno friabile”, a mio avviso, costituisce il “nostro spazio vitale”, nel senso che la
vita di ogni essere vivente si svolge al suo interno e da essa non si può uscire, se non
illusoriamente. Perché, come ci ricordano gli assiomi della “pragmatica della
comunicazione”, gli esseri umani sono sempre inseriti all'interno di reti comunicative e
dentro tali reti vanno a tessere le loro relazioni intra ed interpersonali.
In più come scrive un caro professore dell'Università “i dilemmi sono (anche) diletti”3 e il
gioco o meglio il giocare è un terreno sempre paradossale, enigmatico, che muta
continuamente, ma anche dilettevole, che assomiglia per questo al vivere.
2
R. M. Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, Milano, 1985, p. 12
3
E. Euli, I Dilemmi (diletti) del gioco, La Meridiana, Molfetta, 2004

13
“Te l'ho già detto, non ora. Ci sono casi di dottori competenti, esperti nel diagnosticare nei primi sintomi un
tumore nei loro pazienti, che ignorano la crescita nel proprio corpo di tumori grandi come palloni da football. Ci
sono persone che, lucide e razionali nella maggior parte delle circostanze della vita, sono incapaci di accettare la
morte di un figlio o l'abbandono da parte del marito o della moglie, e continuano a illudersi che il bambino si è
solo smarrito o che il coniuge lascerà il nuovo matrimonio per tornare al vecchio. L'innamorato che ha fatto
naufragio non può accettare tale evidenza e continua a comportarsi come se niente fosse cambiato, nella
speranza vana che, ignorando il verdetto dell'esecuzione, la morte ne venga in qualche modo imbrigliata. I
segnali di morte erano percepibili ovunque, se io non fossi stato vittima dell'ignoranza che il dolore aveva
provocato”4

STRATEGIE DEL CONFLITTO

La scienza che ha apportato un contributo importante nello studio del comportamento


razionale degli esseri umani in situazioni conflittuali e dilemmatiche è la “Teoria dei
Giochi”.

I suoi fondatori sono Oskar Morgenstern e John von Neumann che pubblicarono nel 1944
un libro dal titolo The Theory of Games and Economic Behavior (La Teoria dei Giochi e
Comportamento Economico) col quale cercarono di dare un significato a quello che il senso
comune chiama “comportamento razionale”.
La “Teoria dei Giochi” è una scienza matematica che attraverso dei modelli (giochi) tenta di
analizzare le dinamiche interazionali tra individui che siano posti di fronte al dilemma della
scelta, cercando di individuare la strategia più efficace per risolvere tali situazioni.

Una definizione illuminante di cosa sia un gioco applicato alla realtà politico-sociale ce la
fornisce Gian Enrico Rusconi, che in un suo preziosissimo libro così scrive: “A torto esso
evoca in alcuni l'idea di una formula meccanica, riduttiva, frivola, sovrapposta alla
ricchezza, complessità, serietà della vita sociale e politica. È una associazione errata: il
“gioco” è uno strumento conoscitivo per identificare dinamiche cruciali di una situazione,
per coglierne l'interna, specifica “razionalità”, a partire dalle preferenze, aspettative,
risorse e mosse degli attori/giocatori. “Gioco” è l'espressione sintetica per dire quanto

4
A. De Botton, Esercizi d'amore, Guanda, Parma, 2003, p. 159

14
abbiamo anticipato nelle pagine precedenti: interdipendenza strategica, reciprocità,
simmetria/dissimmetria delle aspettative, rischio di esiti inattesi.”5

La “Teoria dei Giochi” pertanto costituisce uno schema di analisi articolato che a sua volta
offre la possibilità allo scienziato sociale di discipline differenti, di costruire diverse ipotesi
circa il comportamento umano che intende prendere in esame. Essa viene anche chiamata
“teoria dei conflitti” perché il conflitto viene studiato “come una specie di gara” in cui i
partecipanti cercano di “vincere”.

“Uno studio del comportamento conflittuale consapevole, intelligente, sofisticato – del


comportamento vincente – è una sorta di ricerca delle regole di un comportamento
“corretto” finalizzato a vincere una competizione. Noi definiamo questi studi strategia del
conflitto”.6

I giochi vengono così classificati, a seconda della cornice che li descrive, in “giochi a
somma zero” o “giochi a somma diversa da zero”.
La differenza sta nel fatto che nei primi la somma dei risultati che si possono ottenere è
sempre uguale a zero, si potrà per questo avere solo o una vincita proporzionale alla perdita
di uno dei due giocatori e viceversa, oppure un pareggio.

Un esempio utile per la comprensione ci viene offerto dal gioco degli scacchi.

In questo caso i risultati ottenibili possono essere tre, una vincita (al quale assegniamo
valore 1), una sconfitta (che ha valore -1), e un pareggio (che ha valore 0). Le combinazioni
risultanti, allora, potrebbero essere queste: al vincitore con le pedine nere verrà attribuito 1
punto e al perdente bianco -1 punto, con risultato invertito nel caso in cui a vincere fosse il
bianco; oppure altra combinazione possibile è un pareggio che assegna 0 e 0 punti ad
entrambi i giocatori.
Sommando le diverse combinazioni dei punteggi si ottiene sempre uno 0 come risultato; in
un gioco come questo non è mai consentita una perdita di entrambi né tanto meno una
vincita simultanea.

5
G. E. Rusconi, Giochi e paradossi in politica, Einaudi, Torino, 1989, p. XIV
6
T. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006, p. 3

15
Nei giochi a somma diversa da zero, invece, la somma dei risultati ottenibili può essere
diversa da 0, e quindi si danno anche risultati del tipo (1, 1) oppure (-1, -1).
Un'equivalenza nei premi in questo caso è possibile sia nelle perdite che nelle vincite,
magari attraverso strategie cooperative che tentano di conciliare i vantaggi acquisibili da
entrambi i partecipanti senza che per forza ci sia un vincente e uno sconfitto.

“Inutile dire che i giochi matematicamente più rigorosi (a somma zero) non hanno riscontro
nella realtà socio-politica. Ma è a partire da essi che vengono costruiti tutti gli altri giochi
misti di cooperazione e conflitto, con informazione incompleta, vantaggi ineguali ecc.”7

Tale impostazione con risultati misti, allora, sembra permettere una maggiore aderenza alla
realtà consentendo una migliore simulazione delle interazioni e risultando di maggior
interesse nello studio dell'insorgenza di strategie cooperative.

È interessante notare come lo studio dei giochi cooperativi sia stato oggetto approfondito da
parte di una scienza matematica e che, come ci fa notare Gianfranco Staccioli,8 nemmeno
Caillois “nell'esaminare le grandi forze che muovono il gioco abbia inserito la
cooperazione fra le spinte profonde che generano i giochi.”
Eppure quest'impulso profondo è osservabile in tantissimi giochi quali il “girotondo” oppure
nei giochi di coppia in cui si deve ricercare un equilibrio tra le parti.
Staccioli riporta, nel suo libro, come una delle più antiche testimonianze di gioco
cooperativo sia la “bascula”, chiamata anche Giostra umana, che veniva praticata già 2400
anni prima della venuta di Cristo nell'antico Egitto, come testimoniato da alcuni rilievi
rinvenuti nelle Piramidi.

Uno dei classici modelli proposti dalla “Teoria dei Giochi” è il gioco del “Dilemma del
Prigioniero”, che tenta di fornire un “paradigma di simulazione” per quelle situazioni in cui
due avversari sono chiamati rispettivamente a tener conto l'uno dell'altro attraverso
interazioni di tipo defettivo o cooperativo.
Esso presenta le caratteristiche di essere un gioco a somma diversa da zero, a informazione
completa e “non cooperativo”.
7
G. E. Rusconi, Scambio, minaccia, decisione, Il Mulino, Bologna,1984, p. 192
8
G. Staccioli, I giochi che fanno crescere, ETS, Firenze, 2009, p. 73

16
Un altro chiarimento che occorre fare a tal proposito, deriva dalla necessità di distinguere tra
“giochi cooperativi” e “giochi non cooperativi”.
Nel primo caso i partecipanti al gioco possono accordarsi sulla strategia che a loro sembra la
più vantaggiosa in modo tale da poter operare in modo congiunto. Nel secondo caso ai due
partecipanti non è concesso nessun tipo di accordo preventivo e nessuna possibilità di
scambi comunicativi.
Essendo un gioco ad “informazione completa" entrambi i giocatori potranno regolarsi sul
fatto che ad entrambi sono note le stesse regole a cui attenersi, pur ignorando quale sia la
mossa che l'avversario sceglierà di fare di volta in volta.

Ma in cosa consiste questo gioco?

Passerò ora alla sua presentazione descrivendone la forma originaria prima che essa venisse
riproposta in forma iterata.

17
“Tradire è sentirsi i polmoni bruciati, l'aria della fuga scotta sotto negli alveoli, la libertà rubata deve essere
feroce, altrimenti non regge al rimorso di chi resta.”9

NON SONO UNA CAROGNA!

“Un giorno vennero arrestati due complici, accusati dalla polizia di aver commesso un
reato. I due furono rinchiusi in celle separate e dal quel momento non avrebbero più potuto
comunicare tra di loro. I poliziotti, con l'intento di acquisire prove della loro colpevolezza,
entrarono nella cella di uno dei prigionieri e lo posero di fronte a queste richieste.
“Se confesserai e il tuo complice non lo farà, tu verrai liberato mentre l'altro si farà cinque
anni di carcere. Se invece tu confesserai il reato e anche l'altro dovesse confessarlo, allora
sconterete entrambi tre anni di carcere. Se invece deciderai di non confessare e anche l'altro
decidesse lo stesso, allora sconterete solo un anno di carcere a testa.”
Il prigioniero sentite queste parole cadde in un profondo stato d'inquietudine. Non aveva
mai vacillato fino ad allora. Non si era mai sentito intrappolato in un dilemma.
Ma stavolta il secondino non scherzava e con le sue richieste lo aveva come incastrato in un
vicolo cieco che lo faceva sentire terribilmente vulnerabile. Decise allora di inginocchiarsi
sul pavimento gelido della cella e provare ad invocare la “Dea della Ragione”, ma la
conseguenza stavolta fu solo un ulteriore confusione, poiché le domande continuarono ad
affollarsi sempre più martellanti nella sua mente.
“Cosa mi conviene fare ora?” “Cosa farà lui non appena gli diranno le stesse cose che hanno
detto a me?” Io non vorrei confessare ma... non sono nemmeno sicuro di potermi fidare!” “E
poi lui avrà capito bene quanto ci è stato detto?”

Era inutile! Per quanto si sforzasse e avesse voluto trovare una qualche soluzione la
sensazione era sempre la stessa: si sentiva preso in trappola come un topo.
La cella era diventata metafora del suo senso di impasse mentale. E forse, stavolta, iniziò a
sospettare che la “Dea” non sarebbe venuta in suo soccorso.
Era la prima volta che sentiva su di sé il peso di una decisione umana.
Una cosa però era certa, la famiglia fuori ad attenderlo sarebbe stata delusa se lui non avesse

9
E. De Luca, Il contrario di uno, Feltrinelli, Milano, 2005, p. 86

18
accettato da uomo una sentenza di condanna. Lui non era mai stato una carogna e nemmeno
la famiglia poteva essere tacciata di una simile accusa.”

Credo che questa breve narrazione possa ben introdurre il famoso gioco del Dilemma del
Prigioniero nella sua formulazione originaria così come era stato formalizzato nel 1950 da
Albert W. Tucker a cui si deve anche il nome del dilemma.

Un modo più comodo per rappresentare questo gioco è la “Matrice dei Payoff” che descrive
i benefici o esiti che i giocatori possono ottenere in base alle loro scelte.
Riporterò di seguito uno schema che possa meglio visualizzare quanto sto spiegando:

Giocatore di colonna
Cooperazione Defezione

Cooperazione R=3, R=3 S=0, T=5


Premio per la mutua Ricompensa del babbeo,
Giocatore cooperazione Tentazione a defezionare
di riga

Defezione T=5, S=0 P=1, P=1


Tentazione a defezionare, Penalità per la
Ricompensa del babbeo mutua defezione

Nota: Le ricompense del giocatore di riga sono indicate per prime


R= premio per la mutua cooperazione; S= ricompensa del babbeo; T= tentazione a defezionare; P=
penalità per la mutua defezione.10

10
R. M. Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, Milano, 1985, p. 15

19
Come possiamo osservare dal riquadro, se entrambi i giocatori decidessero di collaborare se
la caveranno entrambi abbastanza bene, in quanto ad entrambi viene assegnata una R
(premio della cooperazione) il cui valore è 3, che nel caso del racconto equivale ad uno
sconto di due anni di carcere.

Se invece uno dei due decide di defezionare (confessa) mentre l'altro sceglie di cooperare
(non confessa) il primo riceverà come ricompensa un T (tentazione alla defezione) il cui
valore è 5 e al secondo verrà attribuita una S (ricompensa del babbeo) che equivale ad uno
0, ossia il primo sconterà tutti gli anni di carcere mentre il secondo sarà libero.

Invece se entrambi i prigionieri decidessero di defezionare (confessare) otterranno una P


(penalità per la defezione reciproca) che assegnerà 1 punto di valore ad entrambi, ossia lo
sconto di un solo anno di carcere.

Potremmo a questo punto pensare ancora di sostituire ad ogni punteggio assegnato un altro
tipo di guadagno in termini di soldi, favori di tipo economico nel caso in cui si parli di
aziende o ancora, più in generale, con qualsiasi beneficio che entrambe le parti possono
ritenere come utile merce di scambio-guadagno.

La decisione da prendere più conveniente o più razionale nel caso in cui i giocatori siano
chiamati ad interagire tra loro una sola volta sarà quella della defezione, perché al di là di
quello che sceglierà di fare l'avversario è quella che garantisce o la vincita maggiore,
facendo fare all'altro la figura del babbeo, o in ogni caso garantisce una situazione di non-
sconfitta assoluta limitando i rischi di una scelta cooperativa.

20
Il bambino si voltò a guardarlo. Sembrava che avesse pianto.
Dimmelo, forza.
Noi non mangeremo mai nessuno, vero?
No. Certo che no.
Neanche se stessimo morendo di fame?
Stiamo già morendo di fame.
Hai detto che non era così.
Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.
Ma comunque non mangeremo le persone.
No. Non le mangeremo.
Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Si.
E portiamo il fuoco.
E portiamo il fuoco. Si.
Ok.11

TIT-TAT, TIT-TAT, TIT-TAT... IL DILEMMA IN FORMA ITERATA

Che cosa conviene fare allora in questo gioco?

Quando si ritiene che l'altro coopererà converrà sempre defezionare in modo tale da ottenere
il massimo del punteggio. Se si pensa invece che l'altro defezionerà converrà sempre
defezionare per evitare la “figura del Babbeo”. Però lo stesso ragionamento lo fa anche la
controparte. Ecco appunto comparire il “dilemma nella scelta”.
“Il Dilemma del Prigioniero non è che la formulazione astratta di situazioni molto diffuse e
molto interessanti nelle quali ciò che è meglio per ciascun individuo induce al tradimento
reciproco, mentre tutti si troverebbero nettamente avvantaggiati dalla cooperazione”12 .
L'equilibrio del gioco, come mostrato nello schema, sta nella scelta P-P , chiamata anche
“pareto inefficiente”, che pur essendo la strategia dominante e razionale risulta comunque
per entrambi i giocatori la meno ottimale.

11
C. McCarthy, La strada, Einaudi,Torino, 2007 pp. 98-99
12
R. M. Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, Milano, 1985, p. 16

21
Da parte di alcuni studiosi questo fatto è stato interpretato come la dimostrazione del
fallimento dell'assioma della razionalità, in quanto la scelta migliore R-R (premio per la
mutua cooperazione) permetterebbe una vincita maggiore.
In realtà quest'apparente “irrazionalità” può non implicare alcuna “irrazionalità nei
giocatori” stessi, in quanto entrambi i giocatori possono avere degli ottimi motivi per
interagire in modo non cooperativo, quindi a questa soluzione, paradossalmente, si arriva
proprio per un calcolo di tipo razionale.

A questo punto sarebbe anche lecito pensare di poter sfuggire in qualunque modo a tale
dilemma, di togliersi di mezzo l'impiccio della scelta. Ma questo non è possibile, perché non
v'è possibilità di minacciare l'altro giocatore, non è possibile modificare i risultati
conseguibili e non si può nemmeno sapere in anticipo ciò che l'altro farà, né tanto meno si
può uccidere l'avversario. I due giocatori possono conoscere solo i resoconti delle loro
interazioni pregresse.

Le modalità per risolvere il “Dilemma del Prigioniero” consentono solo un'interazione che
viene di volta in volta esplicitata da ciascun giocatore.
L'insorgenza della cooperazione dipenderà allora dalla possibilità che i due giocatori
avranno di interagire in futuro. Più importanza acquisisce il futuro, maggiori saranno le
probabilità che entrambi i giocatori intavolino strategie di tipo cooperativo.

Ma rispetto al futuro c'è da dire che le scelte del presente restano sempre più importanti, in
quanto a nessuno è dato sapere quale potrà essere la volta successiva nella quale si
incontrerà l'altro. Potrebbe sopraggiungere una malattia, un viaggio, un trasferimento in
altro paese oppure la morte. Tutto ciò ovviamente va ad influire enormemente sulle
decisioni del singolo individuo.

Per questo motivo non esiste una strategia migliore che possa non tener conto di quello che
farà l'altro. Anzi la strategia migliore risulta essere proprio quella che tiene maggiormente
presenti le interazioni dell'altro giocatore e riesce a memorizzarle.

22
Dal momento dunque che il dilemma della scelta è ampiamente diffuso dal livello
interpersonale a quello internazionale si è cercato il modo di studiarlo approfonditamente
per cercare di scoprire quale fosse la strategia più adatta a risolverlo.
Per saperne di più al riguardo di tale “scelta efficace”, il “Dilemma del Prigioniero” venne
riproposto così come è stato presentato, ma in forma iterata e all'interno di un torneo
informatizzato. Quest'impostazione “reiterata” consente di simulare con maggiore
affidabilità le reti di interazioni e di scelte nel quale vivono gli esseri umani.

Lo scopo che lo studio si proponeva era anche quello di verificare se all'interno di una
società nella quale non fosse presente l'autorità dello Stato fosse possibile l'insorgenza di
una qualche strategia cooperative stabile, nell'ipotesi di un mondo popolato da soli egoisti.
Ogni strategia veniva trasformata in un programma che fosse in grado di formalizzare la
regola decisoria (cooperare o defezionare).

Un primo torneo informatizzato aveva richiamato in gara quattordici strategie provenienti


da diversi ambiti disciplinari, più una modalità “RANDOM” proposta dagli organizzatori. Il
girone venne pensato all'italiana in modo tale che ciascun partecipante avrebbe potuto
gareggiare con tutti gli altri.
La strategia che alla fine della prima tornata risultò vincente fu la più semplice e meno
sofisticata di tutte. Si chiama “TIT FOR TAT” “Pan per Focaccia” o “Colpo su Colpo”ed era
stata ideata dal professor Anatol Rappaport dell'Università di Toronto.
Questa strategia non è mai la prima a defezionare, punisce immediatamente la defezione
degli avversari alla mossa successiva e si dimostra disposta a riprendere la cooperazione con
l'avversario non appena l'altra parte cessa di defezionare.

“TIT FOR TAT” per queste sue caratteristiche è considerata, tra quelle in gara, una strategia
“buona”, e viene inoltre considerata “clemente”, perché capace di perdonare la defezione
dell'avversario e riprendere la cooperazione. È la strategia che ha ottenuto il maggior
punteggio alla fine del primo torneo non perché nelle singole manche ottenesse la vincita
maggiore, ma perché era stata in grado di arrivare fino alla fine del torneo in modo tale da
non far estinguere le altre strategie in gara e senza a sua volta permettere agli altri di farsi
eliminare.

23
Infatti “TIT FOR TAT” non ha mai ottenuto un punteggio maggiore rispetto all'avversario,
ma:
- pari, nel caso in cui si trovasse a gareggiare con altre strategie buone;
- addirittura inferiore (rischio che corre in quanto attende sempre che sia l'altro a
defezionare per primo) .

Altri programmi che prevedevano strategie più sofisticate hanno ottenuto punteggi inferiori
perché cercando di massimizzare i propri profitti a scapito degli altri hanno sottovalutato le
qualità di bontà e clemenza, mentre sono state proprio tali qualità a consentire la vincita sia
di “TIT FOR TAT” sia delle altre strategie di vertice, accomunate dalle stesse caratteristiche.

Interessante appare il caso di una strategia denominata “DOWNING” che cerca di calcolare
la reattività dell'avversario alle proprie defezioni senza porsi scrupoli di nessun tipo nel caso
in cui l'altro risulti poco reattivo. Il calcolo effettuato viene stimato in base a delle
probabilità. “DOWNING” presenta però la pecca di partire dal presupposto iniziale che
l'altro non sia reattivo, innescando un'interminabile catena di defezioni alle mosse
successive che non gli permette di piazzarsi al vertice della classifica.
Infatti come scrive Axelrod nel testo “Un'importante lezione che si ritrae dal torneo è la
necessità di minimizzare l'effetto eco in un ambiente di reciprocità del potere, giacché
quando basta un'unica defezione a innescare una lunga catena di rappresaglie, ne hanno a
soffrire entrambe le parti13”.

“DOWNING” e altre strategie “opportuniste” hanno sottovalutato i vantaggi dell'essere


buoni e del non essere mai i primi a defezionare, ed è per questo che sono state punite.

Il secondo girone vide in gara la partecipazione di sessantadue concorrenti e si svolse con le


stesse modalità del primo. Soltanto una piccola variante venne apportata: il numero delle
mosse in questa seconda tornata veniva determinato probabilisticamente, ai due avversari
non era più dato sapere con certezza quando sarebbero terminate le interazioni. I
partecipanti però avevano avuto modo di poter prendere visione delle strategie, degli esiti e
delle valutazioni che erano state sviluppate alla fine del primo torneo. Avrebbero quindi

13
Ibidem, p. 38

24
potuto formulare “strategie migliori e nuove” rispetto a quella che aveva vinto la prima fase,
magari, imitandone le caratteristiche che avevano consentito di piazzarsi tra le vincenti.

Ebbene, la sorpresa è che anche nel secondo girone la strategia vincente risulta essere,
ancora una volta, la più semplice del torneo, e ancora una volta, “TIT FOR TAT”. Anche nel
secondo torneo le caratteristiche che l'avevano condotta al successo nel primo sono risultate
vincenti. Nessun partecipante alla prima esperienza era riuscito a trarne degli insegnamenti
utili per ideare un programma migliore che potesse avere la meglio.

“TIT FOR TAT” si è ripresentata senza nessuna modifica apportata, ancora una volta buona
e “clemente ma anche ritorcente, capace di punire con prontezza le defezioni dell'avversario
e promuovere iterazioni collaborative.

Strategie subdole come “TRANQUILLIZER” che cercano di instaurare da prima interazioni


cooperative per poi piazzare la defezione al momento opportuno, o “TESTER” che cerca di
sfruttare l'avversario studiandone il comportamento per poter piazzare il colpo della
defezione, erano state castigate malamente non solo da “TIT FOR TAT” ma anche da tutte le
altre strategie che insegnavano ad essere non troppo buoni ma nemmeno troppo
opportunisti.

Esattamente l'insegnamento che si poteva trarre da “TIT FOR TAT”.


L'analisi dei risultati derivati dai due tornei è stata proseguita da Axelrod attraverso una
simulazione d'impostazione “ecologica”, con l'intento di verificare se la strategia che aveva
trionfato fosse sufficientemente robusta; fosse cioè in grado di cavarsela bene in un ampio
ventaglio di situazioni diverse. Vennero costruiti una serie di tornei ipotetici nei quali
gareggiarono le strategie migliori, per diverse generazioni. Ma anche dopo questa serie
ipotetica di esperimenti “TIT FOR TAT” si è piazzata al primo posto, dimostrandosi
ecologicamente vincente.
Questa prospettiva viene definita “ecologica” perché differisce “dall'ottica evoluzionistica,
la quale consentirebbe alle mutazioni successive di introdurre nell'ambiente anche strategie
nuove.”14

14
Ibidem, p. 49

25
Si ipotizza così che le strategie vincenti possano preservarsi nelle generazioni future perché
in grado di garantire una “prole” (strategie) proporzionale al numero delle vincite, a scapito
di quelle perdenti che riuscirebbero a riprodursi sempre meno vedendosi costrette
all'estinzione.

Un esempio contrario, invece, di “estinzione ecologica” viene fornito in questa simulazione


da una strategia denominata “HARRINGTON”. Questa strategia era l'unica tra quelle “non
buone” che durante il secondo torneo si era classificata tra le prime quindici. La sua tattica
le aveva consentito di vincere sfruttando tutte le avversarie che aveva incontrato sul suo
cammino, con il risultato però che alla duecentesima generazione le cose peggiorarono fino
a condurla all'estinzione, in quanto le prede a sua disposizione iniziavano a scomparire
anch'esse, così che alla millesima generazione “HARRINGTON” poteva essere considerata
“estinta del tutto”.

Tutta questa serie di esperimenti hanno portato alla formulazione di una serie di conclusioni
o proposizioni, che intendono dimostrare sia la stabilità collettiva di una determinata
strategia, sia fungere da “supporto teorico” per una creazione di “consigli utili” applicabili
alla “realtà”.
Ipotizzando per esempio un mondo in cui gli tutti gli individui utilizzino per interagire tra
loro un'unica strategia, essa viene definita collettivamente stabile qualora si riveli capace di
resistere all'invasione di un'altra.
Seguendo l'esempio che Axelrod propone di una popolazione indigena che utilizzi solo “TIT
FOR TAT”, se nessun'altra strategia si rivela in grado di ottenere un punteggio superiore a
quello che un indigeno consegue nell'incontro con i suoi pari, “TIT FOR TAT” viene detta
collettivamente stabile.

Riporterò ora schematicamente le conclusioni a cui arriva Axelrod nell'analisi ecologica di


“TIT FOR TAT” e dei due gironi, perché mi consentiranno in seguito, di ampliare la
riflessione su quella che viene chiamata nel libro “la cronologia della cooperazione”15,
della “scelta efficace”, che potrà dire qualcosa anche nell'ambito educativo-formativo.

15
Ibidem, p. 52

26
Esse possono essere così ricapitolate:

PROPOSIZIONE 1: “TIT FOR TAT” si è dimostrata collettivamente stabile perché


nemmeno una strategia esclusivamente defettiva, quale “ALL D”, è stata in grado di
invaderla.

PROPOSIZIONE 2: “TIT FOR TAT” può essere considerata collettivamente stabile se e


solo se l'ombra che il futuro getta sul presente risulta sufficientemente grande; se esiste cioè
tra gli individui la possibilità di interagire anche nel futuro e non un'unica volta.

PROPOSIZIONE 3: Qualsiasi strategia può essere considerata collettivamente stabile se il


futuro garantisce la possibilità di nuove interazioni.

PROPOSIZIONE 4: Una strategia buona per poter essere collettivamente stabile deve
essere capace di reagire subito alla primissima defezione dell'avversario.

PROPOSIZIONE 5: Nessun individuo singolarmente risulta capace di invadere una


popolazione che utilizzi “ALL D” (TUTTO D) una strategia non buona che prevede la
defezione incondizionata.

PROPOSIZIONE 6: La possibilità di invadere una popolazione che utilizzi una strategia


ALL D è fornita solo da un gruppetto di persone che utilizzino una strategia massimamente
discriminante, come “TIT FOR TAT” e che abbiano la possibilità di interagire tra loro un
sufficiente numero di volte nel futuro.

PROPOSIZIONE 7: Quest'ultima proposizione afferma che, se nessuna strategia buona può


essere invasa da un singolo individuo allora nemmeno un raggruppamento qualsiasi di
individui potrà invaderla.

Arrivato a questo punto, prima di proseguire nella mia riflessione, mi piacerebbe


riepilogare brevemente quanto ho scritto finora.

27
Ho scritto che “La Teoria dei Giochi è una tecnica per determinare posizioni e azioni o
mosse reciproche tra due o più attori in situazione di interazione. È una tecnica per definire
la interdipendenza delle scelte e quindi dare agli interessati la possibilità di decidere
razionalmente. […]”
Ma analizzare le strategie di decisione vuol dire “assumere la prospettiva che la maggior
parte conflitti sono essenzialmente situazioni di trattativa contrassegnate da minacce di
danno reciproco. La “guerra fredda” concepita come continuo processo di trattativa,
riproduce perfettamente questa situazione. Lo stesso vale per il concetto di “deterrenza”
inteso come abile non-uso della forza militare. Qui più che altrove la strategia si presenta
come arte di influenzare i comportamenti dell'avversario incidendo sulle sue aspettative”16

Il nuovo concetto sul quale mi soffermerò ora, estrapolato sempre dall'ambito della “Teoria
dei Giochi”, e che a mio avviso può dirci qualcos'altro sul rapporto tra cooperazione e
competizione, è quello di “deterrenza”, di quella capacità cioè di incidere sulle decisioni di
un avversario attraverso una “minaccia”. Molti conflitti infatti vengono gestiti proprio a
partire dalla credibilità delle intenzioni che uno dei due giocatori riesce a trasferire su un
altro. Credo che questa situazione sia diffusa e osservabile non solo ad un livello “macro”
come nell'esempio chiaro della Guerra Fredda, ma anche ad un livello “micro”,
interpersonale.

Un piccolo esempio che affiora alla mia mente è quello che vede come protagonisti una
coppia di fidanzati, nella quale la ragazza afferma di esser rimasta in attesa “ingannando il
partner”. In questa situazione può accadere che lei scelga di utilizzare il tema del bambino
come “oggetto” di scambio-minaccia nel caso in cui lui si dimostri intenzionato a lasciarla.
Queste situazioni nella “Teoria dei Giochi” vengono formalizzate attraverso un modello
altrettanto famoso, che prende il nome di “Chicken Game”: il nome si può tradurre sia come
“Gioco del Pollo” oppure, come suggerisce la traduzione tratta dal film “Gioventù
Bruciata”17, “Gioco del Coniglio”.

Nel film due ragazzi si sfidano in una corsa automobilistica lanciandosi simultaneamente
verso un dirupo. Il primo che sterza per la paura perde il gioco e viene accusato di essere un

16
G. E. Rusconi, Scambio minaccia decisione, Il Mulino, Bologna, 1984, p. 237
17
Nicholas Ray, Gioventù Bruciata, 1965

28
fifone dal resto del gruppo, mentre colui che ha proseguito la gara vince. Se invece entrambi
per la paura dovessero sterzare troppo presto verrebbero allo stesso modo accusati di essere
dei conigli. Ma se entrambi decidessero di voler vincere la sfida andranno incontro alla
morte cadendo nel burrone.

Credo che, come per il gioco precedente, uno schema grafico possa ulteriormente favorirne
la comprensione; continuerò anche in questo caso ad utilizzare gli stessi punteggi che mi
hanno accompagnato fino a questo momento. Avremo pertanto una situazione riassunta in
questi termini:

... Sterza Continua dritto

Sterza (pareggio, pareggio) (pollo, vince)


R=3, R=3 S=0, T=5

Continua Dritto (vince, pollo) (muore, muore)


T=5, S=0 P=1, P=1

Come è possibile osservare18 anche in questo caso, il modello si presenta come un gioco a
somma non nulla e a informazione completa.

“Nei giochi a informazione completa si richiede che ogni giocatore abbia tutte le
informazioni sul contesto e sulle strategie degli avversari, ma non necessariamente sulle
loro azioni […]”19
“ […] il gioco inizia con una sfida di un attore all'altro, nella speranza che questi ceda.
L'attaccante, però, non non ha una chiara priorità di scelte perché non conosce esattamente
le risorse dell'avversario ed è proprio in questi termini che viene “giocata la deterrenza”.20
Il gioco infatti ruota intorno alla capacità di entrambi i partecipanti di riuscire a bluffare ed il
primo a cedere si confermerà un “Pollo impaurito”. Però in questo caso passare da coniglio

18
http://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_del_pollo
19
http://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_ad_informazione_completa
20
G. E. Rusconi, Scambio minaccia decisione, Il Mulino, Bologna, 1984, p. 241

29
appare vantaggioso, perché una tale scelta permette la sopravvivenza, mentre cercare di
vincere a tutti i costi potrebbe voler dire autodistruggersi.

In questo caso allora l'assioma della razionalità sembra ribaltato rispetto al gioco del
“Dilemma del Prigioniero”, perché la scelta più razionale indipendentemente dall'avversario
pare che sia proprio la cooperazione, cioè accettare di essere considerati dei conigli fifoni.
Nel caso in cui, invece, la scelta dello scontro venisse resa inevitabile, sia perché la
cooperazione acquista un valore minimo o magari perché il giocatore cerca la gloria
personale, il gioco cambierebbe configurazione e a quel punto il morire diventerebbe la
scelta migliore.

È questo il caso, per tanti versi molto attuale, della figura del Kamikaze. Il suo gioco
assomiglia di più a quello che viene definito dell'Eroe perché il suo intento in questo caso è
quello di ricercare un gesto eclatante e solitario, e l'auto-conservazione (la sopravvivenza)
non viene considerata come un utile da raggiungere.

Occorre precisare che entrambi i giochi qui descritti non esauriscono certamente tutta la
fenomenologia dei conflitti strategici; nelle situazioni reali infatti “le matrici del gioco sono
mappe soggettive fatte da stime e valutazioni reciproche degli attori. Mappe sottoposte ad
un continuo aggiustamento e revisione senza mai la certezza che il gioco inteso dagli attori
corrisponda effettivamente a quello giocato. Può accadere, infatti, che il gioco muti nel
corso di una crisi.”21

Quali insegnamenti si potrebbero trarre però da tutti questi esempi?. È possibile cercare
delle analogie tra quello che considero un linguaggio proprio dalla “Teoria dei Giochi” e
una dimensione più propriamente educativo-formativa?.
Proverò ora a sviluppare alcuni collegamenti che ritengo coerenti e potrebbero rilevarsi
interessanti per il discorso fatto.

21
Ibidem, p. 243

30
“So che sembrerà stupido, ma di solito quando vi è successo qualcosa lo sapete, no? Ecco, io no. Non più. Gran
parte della storia che vi sto raccontando senza dubbio mi è successa, ma ci sono una serie di episodi strani di cui
non sono assolutamente certo. […]
Ecco adesso siamo arrivati ad uno di quegli episodi e l'unica cosa da fare è raccontarvelo subito. Starà a voi farvi
un opinione. Mettiamo che degli alieni vi abbiano rapiti durante la notte e poi ridepositati sul vostro letto prima
di colazione. Se vi fosse capitata una cosa come questa, la mattina dopo, mangiando i vostri cereali, pensereste: è
successo davvero? E vi guardereste intorno in cerca di prove. Ecco, io mi sento così. Non trovai prove e sto
ancora cercando. Adesso vi racconto come credo che sia andata. Non ricordo di essermi messo a letto ne di
essermi addormentato; ricordo soltanto di essermi svegliato. Mi svegliai a notte fonda. Non ero nel mio letto e
accanto a me c'era qualcuno, e un bambino piangeva.
“Merda.” La persona accanto a me era Alicia.
“Tocca a te” disse.
Non risposi. Non sapevo dov'ero e nemmeno quando ero, e non capivo cosa significasse “Tocca a te”.22

TRA POLLI, PRIGIONIERI E NONVIOLENTI...

Se il linguaggio “costruisce i luoghi” e ogni “luogo è un linguaggio”23 anche la “Teoria dei


Giochi” può essere considerata come un esempio fondante e convincente di tale
affermazione. Essa infatti, come ho provato a mettere in luce, propone la possibilità di
costruire delle mappe che consentono di modellizzare il modo in cui gli esseri umani
interagiscono.
Ma poiché, come tutti i “linguaggi-mondo”, anche la TdG assomiglia ad “un pipistrello
pendulo dai propri piedi”24, ad un “gigantesco come se”25 , mi piacerebbe tentare di traslare
queste mappe, aggirandomi al loro interno, per vedere quali collegamenti mi è possibile
effettuare.

Partendo da tutte le considerazioni fatte sul “Dilemma del Prigioniero” e sul “Gioco del
Pollo”, come prima constatazione, mi piacerebbe soffermarmi sul rapporto che esiste tra
cooperazione e competizione. È innegabile che oggigiorno viviamo all'interno di una società
le cui premesse sono fortemente competitive, in cui le uniche forme di cooperazione che, fin

22
N. Hornby, Tutto per una ragazza, Guanda, Prma, 2009, p. 83
23
E. A. Abbott, Flatlandia, Adelphi, Milano, 1993, p. 156
24
Ibidem, p.156
25
Ibidem, p. 156

31
da bambini ci vengono trasmesse, sono quelle del “cooperare a competere”26. Eppure a
sentir parlare pubblicamente alcuni rappresentanti del genere umano la competizione viene
quasi sempre biasimata.

Mi è capitato spesso di incontrare non solo tra la “gente comune” ma anche tra insegnanti,
educatori e genitori, persone che spendono molta energia in discorsi contro la competitività.
Se ci sofferma ad ascoltarli, loro “i buoni”, sembra che propongano e facciano sempre solo
azioni solidali, insegnino ad essere generosi e tutti i vantaggi dell'essere collaborativi.
Ma allora perché nella realtà dell'incontro la cooperazione esce sempre così malandata?
Cos'è che poi nella prova dei fatti non regge?
Credo che il gioco e il giocare su questo possano dare delle risposte abbastanza interessanti.
Innanzitutto occorrerebbe tener bene a mente l'esistenza di una gerarchia di potere tra
contesti e relazioni, nella quale i primi risultano sicuramente più potenti.
Varrebbe la pena, alla luce di questa mia prima affermazione, sforzarsi di uscire da una
logica miope nel riconoscere tale rapporto e ammettere il fatto che la cooperazione
attualmente ha finito per essere inclusa all'interno di cornici altamente competitive e che il
più delle volte sono proprio queste che danno il segno ad ogni singola interazione che si
svolge al suo interno.
Ogni discorso contro la competizione rischia di assumere nel momento stesso in cui viene
proferito una connotazione di forte moralismo, di retorica sterile e controproducente, utile
soltanto a tutte quelle associazioni di “volontariato” che tentano in tutti i modi di attirare a
sé nuovi adepti con gli strumenti del marketing pubblicitario e con i soliti slogan buonisti.
Ogni discorso che esalta una società di soli cooperativi rischia di essere depotenziato e
monco di una parte, se incapace di auto-osservazione e di collegamento “sistemico” a quelle
che Gregory Bateson ha chiamato “premesse”.

Altro spunto di riflessione che proviene sempre da un'analisi del gioco, è che in realtà la
competizione appare come un qualcosa di ineliminabile, pena l'annoiarsi, e dunque come
conseguenza, la fine del gioco stesso. Vorrei ricordare come lo stesso Caillois, nel suo
famosissimo studio, abbia indicato l'Agon come un impulso essenziale e irriducibile che
anima il gioco e l'uomo.

26
E. Euli, I Dilemmi (diletti) del gioco, La Meridiana, Molfetta, 2004, p. 38

32
Inoltre, come ci fa notare lo stesso Axelrod, la “cooperazione incondizionata tende a viziare
l'altro giocatore, scaricando sul resto della collettività l'onere di redimere l'egoista
impunito.”27

Il gioco i “Quattro cantoni” fornisce un ottimo esempio di ambivalenza e doppi vincoli che
ha la capacità di accogliere in sé. Per parteciparvi sono necessari cinque giocatori. Viene
tracciato sul terreno un quadrato ai cui angoli si sistemano quattro giocatori, il quinto si
mette al centro. I giocatori posti ai vertici a questo punto iniziano a ripetere una strofetta
divertente che suona così:

Stagna la riti/Culpu di siti/Comu si cura la sita?


Ccu li mazzi/Ccu li cuti/e li forbici pizzuti.

Nel tempo in cui viene pronunciato questo ritornello ci si lancia dei segnali di intesa e
alleanza con l'eventuale compagno che sia interessato a fare scambio del proprio posto, e
tale scambio dovrà avvenire nel minor tempo possibile perché il giocatore che sta al centro
tenterà in tutti in modi di occupare uno dei vertici che si è liberato. Questo gioco produce
una situazione strana: “i due giocatori che si dicono amici, alleati, che si comunicano la
loro alleanza, si trovano a dover “tradire” l'amico, ritornando – per proteggersi – al punto
di partenza, trasformando di fatto l'alleanza in tradimento.”28

Alla luce di questo esempio cooperazione e competizione, pertanto, potrebbero essere


ripensate in modo neutro, scevro da iniziali giudizi di valore, e la seconda potrebbe essere
ri-incorniciata all'interno della prima.
Del resto anche lo stesso “linguaggio della Teoria dei giochi” attraverso le sue
modellizzazioni di situazioni miste, ci invita a fare questo tipo di valutazione.
Lo stesso gioco del “Dilemma del Prigioniero” prende il nome da una situazione in
negativo. “L'episodio immaginario che ha dato origine al gioco prevede infatti che due
complici di un reato siano arrestati e sottoposti a interrogatori separati: sia l'uno sia l'altro
può tradire il complice, dichiarandosi pentito confessando e ottenendo le circostanze
attenuanti […] Dal punto di vista della compagine sociale è ovviamente utile che la

27
R. M. Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, Milano,1985, p. 116
28
G. Staccioli, I giochi che fanno crescere, ETS, Firenze, 2009, p. 87

33
probabilità che i due siano colti ancora nella medesima situazione sia ridotta al minimo, in
quanto proprio questa è la ragione per cui è interesse di entrambi gli arrestati tradire il
complice.”29
Come è facile intuire allora, di questo atto non-cooperativo sicuramente potrebbe giovare
chi è interessato a “fare giustizia”. Oppure, per portare altri esempi che si ricolleghino a
tematiche più attuali, molto spesso il poter interrompere certe dinamiche di
collaborazionismo si rende necessario tra aziende che si sono accordate sui prezzi al
consumo, oppure, nel caso in cui si scoprano delle collusioni tra “mafia e Stato” sarebbe
opportuno interrompere tali relazioni.

Tutti questi esempi, a mio avviso, servono a mettere in luce come il cooperare o il
competere non possiedano un valore etico svincolato dagli intenti e dagli interessi, oggettivo
e universale; ma che il segno che a loro viene dato dipende soprattutto dal “gioco che di essi
si fa”.
Credo per questi motivi che una buona abilità nel “saper giocare”, in ambito educativo così
come nella vita, offra maggiori chance di co-costruzione di relazioni ludiche al cui interno
possano stare sia la competitività che la cooperatività, nelle quali il vincere e il perdere
facciano parte dell'estetica stessa del gioco.

Altra considerazione. La “paradossalità della scelta” ha condotto inevitabilmente a riflettere


sul tema del conflitto, tant'è vero che anche la stessa Teoria dei Giochi è stata definita da
alcuni studiosi come “Teoria delle strategie in conflitto”.
Cos'è dunque il conflitto?
Non sono certamente in grado di darne una definizione esauriente, ma vorrei soffermarmi
ancora una volta a rivisitare l'accezione comune che sin da quando ero bambino mi hanno
abituato a conoscere.

Per Eraclito il conflitto era “la madre di tutte le cose”. Invece ora nella nostra società, dalle
scuole materne fino alle Università, nella Chiesa, nelle famiglie nei media e nei tanti
discorsi degli intellettuali, ci viene presentato come un qualcosa di negativo, patologico,
immorale, o meglio come qualcosa di non conforme al moralismo imperante.

29
R. M. Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, Milano, 1985, p. 108

34
Conflitto è divenuto sinonimo di guerra, di “Mors tua vita mea”. È diventato metafora di un
combattimento all'ultimo sangue in cui i partecipanti si percepiscono come nemici e non più
come avversari. Come Freud scriveva “gli stessi grandi popoli, si pensava, dovevano aver
acquisito tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per ciò
che vi è di diverso, da non dover più, come ancora avveniva nell'antichità classica,
confondere in un unico concetto lo “straniero” e “il nemico”.30

Dopo aver letto il materiale della tesi e averci ragionato un po' sopra mi sento di poter
affermare che conflitto significa “dilemma nella scelta”. Proverò ad argomentare questa mia
affermazione.
Il conflitto appare come una cornice dentro la quale ci muoviamo e che inevitabilmente
esiste nel momento in cui due differenze, due esseri umani, entrano in contatto.
Per parafrasare Heidegger oserei quasi dire che gli esseri umani sono “gettati nel conflitto”
dal momento della nascita. Non scegliamo infatti noi la famiglia in cui nascere, non
possiamo scegliere i nostri parenti, i fratelli e le sorelle, né tanto meno loro possono
scegliere noi.
“Il dilemma rappresenta l'equilibrio delle forze in campo perché l'amore e il litigio sono le
forme del nostro tempo” cantava Giorgio Gaber in una sua famosa canzone.

Questo tipo di lettura a cui mi sono abituato nei miei ultimi anni di formazione pone
l'attenzione sul fatto che la conflittualità sia un elemento strutturale, e mette l'accento sulle
caratteristiche stesse del sistema sociale di cui fanno parte individui e gruppi.
Ecco perché ho scritto che percepisco questo terreno nel quale agiamo come vitale.
Talvolta quando si è posti di fronte a due opzioni ci si può render conto di tali affermazioni
scoprendo la paradossalità della situazione e riconoscendo una conflittualità che fino a quel
momento era rimasta latente.
Ecco ancora perché conflitto non significa guerra. Questa distinzione è chiara e importante
per la Nonviolenza e ha delle implicazioni fortissime anche per coloro che hanno a cuore le
tematiche educative. Essa ritiene che gran parte della violenza generata derivi proprio da
una confusione fra questi due termini.

30
S. Freud, Perché la guerra?, Bollati Boringhieri, Torino, 1975, pp. 17-18

35
Secondo una visione nonviolenta la guerra e la violenza sono delle modalità di gestione del
conflitto e quindi del “dilemma della scelta”. Questo insegnamento che apparentemente
sembra chiaro è anche quello meno recepito.
La nonviolenza non teme il conflitto, anzi si potrebbe anche dire che in certo qual modo lo
“ami” onde scongiurare il rischio di coltivare quello che Hillman ha chiamato “un terribile
amore per la guerra”.
Per questo l'idea di uscire dal conflitto, l'idea di poterlo in certo qual modo risolvere, l'idea
di poter “andare oltre” sono solo tentativi di rimozione del conflitto stesso, tentativi che
portano il più delle volte a delle conseguenze tragiche: la guerra.
“Se non si ama il conflitto inevitabilmente si ha la guerra”.

Domande più interessanti per la formazione potrebbero essere di questo tipo: è possibile
gestire crea-attivamente il conflitto? È possibile parlare di lotta anziché di guerra? Di
avversario anziché di nemico?.
Quest'impostazione, secondo me costituisce una valida alternativa all'impostazione
dicotomica di bene/male, giusto/cattivo, bello/buono. È un tentativo di lettura relazionale di
un Noi rispetto ad un contesto che ci sta intorno e con il quale condividiamo l'esistenza.

Anche riflettendo attentamente su “TIT FOR TAT” si può dedurre come tale strategia abbia
tenuto ben a mente la distinzione tra nemico e avversario, infatti l'elemento vincente anche a
livello ecologico si è rivelato proprio quello di non distruggere mai il proprio avversario o
tanto meno quello di farsi distruggere. Come evidenziato, il punteggio ottenuto nelle diverse
gare non aveva mai superato quello dell'avversario ma al limite era finito in parità.

Il tema della gestione nonviolenta dei conflitti risulta molto importante in ambito educativo.
Un'autrice molto interessante al tal proposito è Pat Patfoort31.
Nei suoi anni di esperienza come mediatrice nei conflitti in varie situazioni, l'autrice ha
elaborato un modello molto interessante per spiegare i meccanismi della violenza e della
gestione del potere all'interno delle relazioni. Il suo modello mette in luce alcuni punti
deboli che sono emersi anche nell'analisi di “TIT FOR TAT”. Il fatto che sia un tipo di
strategia del tipo “occhio per occhio dente per dente” la rende limitata nel momento in cui si

31
P. Patfoort, Costruire la nonviolenza, La Meridiana, Molfetta, 1992

36
trovi di fronte ad una strategia che defezioni incondizionatamente, dando luogo ad una serie
di escalation che si potrebbero evitare.
Il modello della Pat mette il luce come la violenza si annidi e cresca proprio in questo zig
zag di escalation. Infatti ogni qual volta tentiamo di metterci in una posizione di superiorità
(tentiamo magari di defezionare) mettiamo l'altro in una posizione di minore, l'avversario
allora è molto probabile che reagisca a sua volta tentando di ripristinare l'equilibrio della
relazione attraverso delle azioni (reagendo, ad esempio, con altre defezioni) che lo riportino
in una posizione che lo facciano sentire nuovamente maggiore. Ed è proprio
quest'alternanza di posizioni maggiore(M)-minore(m) che lascia le persone incatenate al suo
interno. L'autrice sviluppa un'idea di “pedagogia del conflitto” che possa favorire nelle
persone una maggiore consapevolezza di questi meccanismi cercando di lavorare
maggiormente sulla qualità della comunicazione e delle relazioni.

Un'altra considerazione che ritengo di poter fare deriva dall'analisi del rapporto che esiste
tra fiducia e sicurezza.
I tornei informatizzati hanno messo in luce le qualità che dovrebbe avere una strategia
capace di promuovere interazioni cooperative.
La strategia, lo ripeto, doveva essere “buona” (capace di resistere alla tentazione di essere
la prima a defezionare) e doveva saper preservare la capacità di essere “ritorcente” (in
grado cioè di rispondere immediatamente alla defezione dell'avversario).
Ovviamente come ha messo in luce la PROPOSIZIONE 3 anche il futuro assumeva un
ruolo importante in quanto andava ad influire in modo determinante sul presente.
È come se il futuro fosse un po' una sorta di “principio d'autorità superiore” che può agire
(sempre che se ne tenga conto) da elemento vincolante per i giocatori, consentendo che si
possano instaurare dinamiche di mutua fiducia.

Il tema della fiducia è rilevante nel dilemma della scelta perché gli esseri umani prendono le
proprie decisioni anche a partire dal grado di affidabilità che riscuote un attore sociale e non
solo per un puro calcolo utilitaristico.
“Ambivalenza, ambiguità, equivocità: queste parole esprimono un che di misterioso ed
enigmatico; inoltre segnalano un disturbo, il cui nome è incertezza, e uno stato mentale
perturbato detto indecisione o esitazione. Quando diciamo che certe cose o situazioni sono

37
ambivalenti intendiamo dire che non sappiamo con certezza quello che accadrà e dunque
non sappiamo nemmeno come comportarci, né siamo in grado di prevedere quali saranno i
risultati delle nostre azioni. Istintivamente o per abitudine acquisita destiamo e temiamo
l'ambivalenza, nemica della sicurezza e della fiducia in noi stessi.”32
Freud scriveva nella sua opera Il disagio della civiltà che “L'uomo civile ha barattato una
parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza”33.
Se confrontiamo questa affermazione con la situazione attuale scopriamo invece che
all'individuo contemporaneo la realtà sociale appare come incomprensibile, disgregata o
come direbbe Bauman “fluida”.
Il problema attuale pertanto è proprio questo: il senso di impotenza e inadeguatezza che
assale le persone. Non a caso la nostra epoca è stata definita da alcuni autori come “l'epoca
della passioni tristi”34. Il problema sembra quasi capovolto rispetto al passato, non più la
paura di essere diversi o anticonformisti, ma il terrore di non avere confini, di avere una
libertà sregolata che non siamo in grado di gestire e che si rivolta contro gli stessi attori
sociali.
“L'attuale crisi pedagogica è prima di tutto una crisi delle istituzioni e delle filosofie
ereditarie. Nate in funzione di una differente realtà, esse trovano sempre più difficile
assorbire, inglobare e contenere i cambiamenti senza una completa revisione delle cornici
concettuali che impiegano”35

I discorsi sulla fiducia non vengono più presentati come un terreno fertile sul quale costruire
interazioni “sicure”, ma accade esattamente il contrario.
Se mi soffermo ad osservare il mondo nel quale sono nato posso constatare come questi due
valori siano stati invertiti. Si cerca in tutti modi di inglobare la fiducia dentro la sicurezza.
Come direbbe Alessandro Bergonzoni “oggi si ricerca a tutti i costi la certezza della pena,
mentre a me inizia a fare un po' pena la certezza”.
Anche nel caso del rapporto fiducia/sicurezza, il legame risulta ineliminabile, enigmatico e
paradossale sicuramente. E risulta pertanto impossibile ed illusorio tentare di eliminare una
delle due parti, cosa che però finora non ci ha impedito di provarci.
Oggi si spendono tante energie nella costruzione di dispositivi di sicurezza, che però non
32
Z. Bauman, La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 77
33
Ibidem, p. 57
34
M. Benasayag, G. Schmit, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005
35
Ibidem, p. 162

38
riescono mai a colmare un senso di paura che sembra aumentare proporzionalmente.
È lo stesso tipo di discorso che a mio avviso è valso anche nel rapporto tra cooperazione e
competizione. Se gli esseri umani per potersi fidare devono anche sentirsi sicuri, per sentirsi
davvero sicuri hanno bisogno di potersi fidare per davvero.
Gran parte del lavoro educativo allora andrebbe indirizzato verso una maggiore attenzione
alle relazioni. Sono loro che ci permettono di uscire dalla logica dicotomica e consentono di
fare dei salti dai contenuti alle cornici.

Attraverso il giocare questo “attraversamento di soglie” è consentito.


Il gioco inoltre aiuta a comprendere che esiste una distinzione di livelli tra l'affidarsi e il
fidarsi. Questa distinzione è importante ed emerge anche da un'analisi attenta di “TIT FOR
TAT”.
Infatti, la scelta da parte di un giocatore di utilizzare questa strategia, che non è mai la prima
a defezionare, può essere considerata come un tentativo di affidarsi a delle conseguenze che
non si possono controllare perché non si conoscono. Ma questo non risulta un elemento di
svantaggio, anzi diviene importante perché evita inutili escalazioni di mosse defettive, e
purché l'ombra del futuro sia abbastanza larga, consente ai due giocatori di potersi
“conoscere”, cioè di poter imparare a fidarsi l'uno dell'altro nel corso delle successive
interazioni.
“TIT FOR TAT” suggerisce uno sguardo non diffidente nei confronti dell'altro e accetta
anche di correre il rischio di vedersi tradita, presentandosi per questa sua caratteristica molto
simile ad un'idea nonviolenta di relazione.

L'intuizione importante a livello pedagogico è che la fiducia che si può e si deve costruire
serve a fare da cornice affinché le persone si possano sentire anche più sicure.
L'aumento del controllo sociale a cui assistiamo impotenti negli ultimi anni va interpretato
come un segnale chiaro e preoccupante di un deterioramento delle relazioni di fiducia.
Le persone pertanto diventano sempre più diffidenti, iniziano a defezionare con sempre
maggiore frequenza tentando di rimediare al danno attraverso “il mercato della
consolazione”.

39
Vorrei precisare però che nel momento in cui arrivo ad affermare che la capacità di sapersi
affidare risulta un terreno fertile sul quale costruire fiducia, non intendo svincolare tale
capacità dalla meta-cornice della paradossalità. Infatti molto spesso il riuscire ad affidarsi
potrebbe voler significare l'unica alternativa valida per continuare a vivere, a scapito di idea
di dignità e di libertà che le persone si erano costruite autonomamente.
Sono riusciti a convincerci che maggiore sarà l'immunizzazione del contesto e delle
relazioni maggiore sarà il senso di sicurezza e di tranquillità. È in questa dialettica tra
communitas e immunitas che oggi si gioca la biopolitica36. Ma tale processo immunizzante
sta aumentando solo il rischio di far scomparire la vita stessa anziché custodirla.

A questo ragionamento può far seguito una riflessione di carattere filosofico sull'Etica.
Provo a riportare un ragionamento sviluppato da Bauman che prende avvio così: “tutti i
grandi pensatori coniano i propri concetti o immagini assieme a tutto un universo che li
ingloba e li riempie di significato”37.
L'autore prosegue la sua riflessione presentandoci quello che possiamo definire il “mondo
etico” che Lévinas aveva costruito per parlare della sua idea di morale.
Lévinas ha sviluppato le sue riflessioni, sembra dirci Bauman, attraverso una “diade
morale” dove i soggetti sono un “Io” e un “Altro”. In questo mondo la relazione era
esclusivamente a due e il discorso sull'Etica poteva sorgere proprio a partire dall'unicità del
Volto e delle Responsabilità dei due attori. L'Etica inizia proprio dall'incontro del Volto di
chi mi sta di fronte, e non ha bisogno di razionalità, normative e tanto meno spiegazioni. È
un sentire che sorge spontaneo nel momento in cui sono chiamato in causa ad essere
responsabile “di quel fratello”.
Ma cosa succede nel momento in cui sopraggiunge un Terzo? E poi ancora chi è questo
Terzo?. Il Terzo, prosegue l'autore, è la società, è il mondo dell'impersonale, della distanza,
del disinteresse. È il mondo non più del Volto, ma delle maschere-persone di cui non sempre
ci si può fidare ma non per questo si può fare a meno.
È un nuovo mondo nel quale si iniziano a fare i confronti perché non esiste più l'unicità.
A questo punto quindi la diade originaria ha bisogno di allargare il proprio spazio con
l'introduzione delle leggi, della razionalità e del compromesso per poter garantire a tutti di
poter vivere al suo interno.
36
R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino, 2006
37
Z. Bauman, La società individualizzata, Il Mulino,Bologna, 2002, p.221

40
Lo Stato e la Giustizia prendono vita proprio da questa originaria riflessione sull'Etica. Esse
sono delle istituzioni che per poter funzionare devono sempre mettersi alla ricerca della
“santità”, di una meta-cornice che le superi di continuo ma non per questo impedisca di
ricercare. Questa riflessione non tiene però conto che gli esiti che si possono ottenere
potrebbero anche rivelarsi opposti a quelli che si erano pensati.

Un altro autore allora interviene a questo riguardo, proponendo una nuova concezione
dell'Etica a partire da una nuova visione della “responsabilità”: è Hans Jonas.
Bauman, nelle sue argomentazioni, mette in luce come il nuovo principio di responsabilità
sul quale Jonas fonda la sua idea di etica sia una sorta di “riproposta di imperativo
categorico morale” di stampo kantiano, poiché richiede a ciascun individuo di essere
capace di “assumersi delle responsabilità anche per le conseguenze delle sue azioni, in
modo tale che possa essere garantita al pianeta la possibilità di continuare ad esistere.”38
Il punto è che non è detto che si possano raggiungere dei principi univoci che mettano
d'accordo tutti, e se anche fosse possibile trovare tali principi, non è detto che si rivelino
davvero capaci di preservare la vita.
“La mia idea è che tutti questi fattori – trascurati o ignorati e lasciati da parte nella ricerca
della nuova etica condotta da Jonas – può essere addebitato al curioso paradosso del
nostro tempo per cui la crescente consapevolezza dei pericoli che abbiamo di fronte si
accompagna a una crescente impotenza a prevenirli o ad alleviare la gravità del suo
impatto.”39

Il problema principale oggi sembra derivare non da una carenza di cognizioni etiche, ma da
aspetti della realtà sociale che le rendono non udibili. L'homo oeconomicus o rationalis,
postulato anche e soprattutto all'interno della “Teoria dei Giochi”, non si dimostra infatti
incapace di capire razionalmente che tutti avrebbero da guadagnare da un abbattimento
dell'inquinamento, per esempio, ma si rivela incapace di reagire alla potenza che la cornice
economica ha assunto e che lo ingloba. Infatti risulta impossibile sviluppare un qualsiasi
tipo di riflessione sull'etica della reciprocità se le cornici nelle quali viviamo impongono una
visione utilitaristica delle relazioni. In questo modo si da origine solo ad un' “etica del
mercato” che trasforma ogni singola interazione in termini di guadagno o perdita di tipo

38
Ibidem, p. 232
39
Ibidem, p.234

41
economico. L'etica del mercato contemporaneo inoltre è esattamente di segno opposto a
quella prospettata da Jonas, perché invita a una mancanza di responsabilità nei confronti
dell'altro e non ad una sua presa in carico. In più in questa fase storica è molto probabile che
non si stia più camminando “sull'orlo dell'abisso”40 come aveva scritto lo stesso Jonas poco
prima di morire, ma che l'umanità stia già “brancolando dentro l'abisso” e da molto tempo
oramai. Quindi occorrerebbe sviluppare una riflessione e delle capacità nuove in grado di
pensare questo nuovo scenario.

Gli Stati, prosegue Bauman, hanno perso il controllo dell'economia, ma meglio ancora si
potrebbe dire che lo Stato si è identificato sempre più con l'economia.
È il mercato stesso ad essere al potere e tutto ciò che rimane della tradizionale “concezione
statale” sono solo le banche e gli eserciti, che servono ad evitare che le persone possano
ribellarsi a questa condizione. A questo punto appare evidente come mai a trionfare sia
sempre “l'etica del mercato liquido”. Le chance di ipotizzare un cambiamento radicale si
affievoliscono notevolmente. Infatti per poter sperare in qualcos'altro occorrerebbe uscire da
queste premesse e tentare altre vie nelle quali le relazioni siano davvero poste al centro.
“É auspicabile, è sensata, è credibile, è necessaria una pedagogia delle catastrofi? Ancora
una volta ci troviamo di fronte ad un ossimoro: come possiamo conciliare l'ideale educativo
con la distruzione e la morte che devasta? Eppure, a mio parere, diventare oggi consapevoli
della catastrofe in corso, costruire insieme agli altri la capacità di “reggere lo sguardo”, di
ammetterla e riconoscerla, di esprimerla e di elaborarla in qualche modo condiviso è
l'unica “missione” degna di dare un senso attuale e profondo all'educazione e ala
formazione […] Forse la pedagogia delle catastrofi dovrà augurarsi degli eventi non così
distruttivi da non lasciare superstiti educabili; ma neppure troppo poco traumatici e
stressanti, neutralizzabili e digeribili come un bicchier d'acqua...”41
Nel capitolo successivo continuerò riflettendo su quella che chiamerei una “pedagogia delle
premesse” attraverso quest'ultima citazione per allargare ulteriormente il quadro.
Mi avvicino passo dopo passo ad uno dei temi principali e di maggior interesse del “fare
educazione”, che a rileggere quanto ho scritto, mi appare l'unico sentiero di formazione
immaginabile e percorribile prima che l'estinzione ecologica sia definitiva.

40
H. Jonas, Sull'orlo dell'abisso, Einaudi, Torino, 2000
41
Euli (2007), cit. , p. 61

42
“Il Papalagi ha un modo di pensare particolare ed estremamente contorto. Pensa sempre a come qualcosa possa
essergli utile e a come averne ragione. Pensa sempre a una sola persona, non a tutte quante. E questa persona è
lui stesso.”1

(RI)PENSARE IL PENSIERO

In quest'ultima parte della tesi mi soffermerò maggiormente a riflettere sulle premesse che
stanno alla base dei giochi esaminati nel capitolo precedente, e che secondo gli scienziati
possono essere utilizzate per descrivere il comportamento umano.
Prendendo in considerazione anche alcuni spunti che provengono dalla biologia dei sistemi
viventi tenterò di articolare una critica dei modelli proposti dalla “Teoria dei Giochi”,
aprendo nuovi spazi che possano poi collegarsi con la prassi educativa.

Per fare questo, tenterò ancora una volta di collegare diversi contributi, provenienti da
ambiti differenti, in un esperimento che spero mi porti, coerentemente con l'idea di fondo
della tesi, a “ragionare in modo complesso”.

Il pensiero della complessità, come ricorda l'etimologia della parola, è un “tentativo di


abbracciare” ambiti che tra loro apparentemente non sembrano aver nulla in comune, per
cercare di scorgerne le “relazioni che li connettono”.

D'altro canto “[...] il pensiero complesso riconosce pienamente il valore e la debolezza del
carattere soggettivo della verità. La sua formula è: “Faccio vivere la verità che mi fa
vivere”.2
Pertanto, tenendo conto di questo prezioso suggerimento, spero di riuscire a “far ri-vivere”
nel racconto anche alcune “verità” costruite nel corso degli anni di formazione universitaria.

1 Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Stampa alternativa, Viterbo, 2002, p. 39


2 E. Morin, Il gioco della verità e dell'errore, Erickson, Trento, 2009 p. 53

43
Capita spesso di restare bloccati nelle proprie ansie, paure e convinzioni, che si faccia fatica
a leggersi come parte integrante del contesto nel quale si è inseriti; altre volte, invece,
accade l'esatto contrario e si accetta passivamente che ciò che si prova passi in secondo
piano, venga negato e rimosso.

Per evitare di pensare troppo ci muoviamo e agiamo, progettando i nostri spazi e i nostri
tempi con sempre maggiore freneticità: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la
miseria, l'ignoranza, hanno creduto meglio, per esser felici, di non pensarci.”3

Sempre meno di frequente, infatti, in questa “vita fluida” ci si lascia il tempo e le energie
per soffermarsi a riflettere sulle premesse che stanno alla base del nostro agire.

Il termine premessa indica un qualcosa che viene “messa per prima”. L'etimo della parola è
di derivazione latina, ed è composta dal prefisso prae ( pre , prima ) e dal verbo mittere (
mandare ).4

Siamo stati educati a pensare che questa “prima costruzione”, questo “primo fondamento”
dell'umano consista nel fatto di essere “sistemi viventi razionali”. E da questo punto di vista
anche le costruzioni paradigmatiche fin qui analizzate della “Teoria dei Giochi” sembrano
confermare questa tesi.

Perciò cresciamo e viviamo nella convinzione che un maggiore accumulo di informazioni


possa rendere migliore la vita.
Ci immergiamo a capofitto in ciò che viene definito il “fenomeno del “sovraccarico
cognitivo”, tipico di una società globalizzata ed informatizzata, che ci consente di
immagazzinare sempre più rapidamente e più informazioni insieme, ma che confligge con la
“lentezza” del sistema somatosensoriale per ragioni intrinseche di carattere neurologico
[...]”. A questo sistema “è affidato il compito di convertire il flusso di coscienza in valori
etici, e funziona a un ritmo molto più lento rispetto al “sistema mentale”, responsabile di
tradurre i dati.”5

3 B. Pascal, Pensieri, Mondadori, Milano, 2003, p.179


4 M. Cortellazzo, M. A. Cortellazzo, (a cura di) Il nuovo etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Milano, 1999
5 I. Gamelli, Sensibili al corpo, Meltemi, Roma, 2005, p. 55

44
Il corpo e il ruolo delle emozioni viene così costantemente sminuito e vengono rimossi i
continui e indissolubili legami che lo connettono con i gesti della quotidianità.
Fin da piccoli si viene educati a pensare all'interno di quello che si potrebbe definire un
“mito ingenuo e dannoso” dell'uomo razionale, come caratteristica fondamentale
dell'umano, come segno distintivo nel regno animale.
Ma sempre più spesso oramai, da diversi autori e in ambiti disciplinari differenti, questa
convinzione viene smontata. Vorrei riportare a tal proposito due citazioni che avvalorino il
mio ragionamento, tratte dal biologo cileno Humberto Maturana, che su quest'argomento
così scrive:
“Che cosa siamo? Che cos'è l'essere umano? Normalmente pensiamo all'umano, all'essere
umano, come a un essere razionale e spesso sosteniamo nelle nostre argomentazioni che ciò
che distingue l'essere umano dagli altri animali è la sua razionalità. […] queste
affermazioni, fatte in questo modo, con tanta disinvoltura, di fatto costituiscono dei
paraocchi, come quelli che portano i cavalli per non spaventarsi al passaggio dei veicoli
che li superano su una corsia più veloce della loro. A Santiago si vedono pochi cavalli con i
paraocchi, ma in campagna i paraocchi si usano ancora. A quale scopo sono usati? Sono
usati per limitare la visuale. Se un cavallo vede qualcosa, un'auto per esempio, che procede
rapidamente al suo fianco, si spaventa e si mette a correre. Se la vede quando è già passata,
ha una reazione diversa. Tutti i concetti e le affermazioni sui quali non abbiamo riflettuto e
che accettiamo come se significassero qualcosa per il semplice fatto che tutti li capiscono,
sono paraocchi. Sostenere che la ragione caratterizza l'essere umano è un paraocchi, e lo è
perché ci lascia ciechi di fronte all'emozione, che viene sminuita come qualcosa di
animalesco o come qualcosa che nega il razionale.”6

“Le premesse fondamentali di ogni sistema razionale non sono razionali, sono nozioni,
relazioni, distinzioni, elementi, verità, che accettiamo a priori perché ci piacciono. In altre
parole, ogni sistema razionale si costituisce come un costrutto coerente a partire
dall'applicazione ricorrente e ricorsiva di premesse fondamentali nell'ambito operativo che
tali premesse specificano, e in accordo con le regolarità operative che implicano. Cioè, ogni
sistema razionale ha un fondamento emozionale.”7

6 H. Maturana, X. Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Eleuthera, Milano, 2006, p. 16


7 Ibidem, p. 61

45
Tali considerazioni, a mio avviso, costituiscono una sorta di “rivoluzione paradigmatica”
che mina alle radici l'intero modo di organizzare la vita e di conseguenza il modo stesso di
intendere l'educazione.

Ma purtroppo come è stato già affermato parecchio tempo addietro da Blaise Pascal “Se
siamo usi a servirci di cattive prove per dimostrare gli effetti della natura, non vogliamo più
accettare le buone prove appena vengono scoperte.”8
Pertanto la strada che potrebbe condurre l'umanità a “togliersi i paraocchi” risulta ancora
poco esplorata.

Sullo stesso filone di pensiero un altro importante contributo ci viene offerto da un


“filosofo” acuto e ingegnoso come Gregory Bateson, quando arriva a sostenere che la
maggior parte dei problemi ecologici che attualmente l'umanità si ritrova a dover affrontare,
deriva dal tipo di risposte (errate) che sono state formulate alla domanda “che cos'è l'uomo”:

“Le premesse errate, in effetti, funzionano. D’altra parte, le premesse funzionano solo fino
a un certo limite, e se uno si porta dietro gravi errori epistemologici, a qualche stadio o in
certe circostanze si accorgerà che quelle premesse non funzionano più; e a questo punto
scoprirà con orrore che è tremendamente difficile liberarsi dall’errore che ci sta
appiccicato addosso.”9

Se ci si cristallizza a pensare le relazioni come un qualcosa di fisso e immutabile,


controllabile razionalmente, risulterà difficile riuscire ad immaginare il cambiamento, o per
meglio dire, ci si precluderà la possibilità di imparare a riconoscere i cambiamenti che si
verificano.
Se, al contrario, si cambiano troppo velocemente ambiti d'azione senza mai soffermarsi a
riflettere su quanto “sta dietro” a ciò che si vive, si corre il rischio di lasciarsi sfuggire delle
occasioni importanti di (deutero)apprendimento.

8 B. Pascal, Pensieri, Mondadori, Milano, 2003, p. 155


9 G. Bateson, Verso un' ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977, p.522

46
F. Papà, ma sei tu che fai le regole?
P. Questo, figlia mia, è un tiro mancino. E probabilmente anche disonesto. Ma lo accetto per quello che è. Si,
sono io che faccio le regole... dopo tutto non voglio che diventiamo matti.
F. D'accordo. Ma, papà, tu cambi anche le regole? Qualche volta?
P. Uhm, un altro tiro mancino. Si, figliola mia, le cambio continuamente. Ma non tutte solo qualcuna.
F. Mi piacerebbe che tu mi dicessi quando stai per cambiarle!
P. Uhm... sì.. già. Vorrei poterlo fare. Ma non è così semplice. Se si trattasse degli scacchi o della canasta, potrei
dirti le regole, e volendo potremmo smettere di giocare e metterci a discutere le regole. E potremmo poi
cominciare una nuova partita con le nuove regole. Ma a quali regole dovremmo obbedire tra le due partite?
Proprio mentre stiamo discutendo le regole?
F. Non capisco.
P. Si, il fatto è che lo scopo di questa conversazioni è quello di scoprire le “regole”. È come la vita: un gioco il
cui scopo è di scoprire le regole, regole che cambiano sempre e non si possono mai scoprire.
F. Ma quello io non lo chiamo un gioco, papà.
P. Forse no. Io però lo chiamerei un gioco, o comunque un “giocare”. Ma certo non è come gli scacchi o la
canasta; è più simile a quello che fanno i gattini o i cuccioli. Forse. Non lo so.10

Homo sapiens

Sicuramente il contributo fornito dagli esperti della “Teoria dei Giochi” alle scienze sociali
risulta molto interessante e ben articolato.

I loro modelli (giochi) però sono stati costruiti sul alcune premesse (illusioni) che
sostengono “un'idea fallace” di comportamento umano inquadrabile dentro schemi
(pre)definiti e verificabili su basi razionali, in quanto esso stesso originato da attori
razionali.
Gregory Bateson è tra gli autori che maggiormente ha criticato questo modo di “pensare agli
esseri umani”, articolando una serie di riflessioni che invitano a rivisitare i “processi del
pensiero” che sottende al lavoro dei matematici.

Riporto di seguito quelle che l'autore stesso ha definito “premesse ingenue sulla natura
biologica dell'uomo e sul suo posto nell'universo”11 :

10 Ibidem, p. 51
11 G. Bateson, Una sacra unità. Altri passi verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1997, p. 167

47
1. “La premessa che le regole del gioco considerato debbono essere costanti entro i
limiti di qualunque dato teorema relativo a quel gioco. Questa ipotesi ci proibisce
un uso disinvolto dei modelli, ci impedisce cioè di considerarli alla stregua di uno di
quei “giochi” il cui carattere dipende dall'emergere di nuove regole durante lo
svolgimento del gioco. Ad esempio giochi o processi interattivi come il
corteggiamento, la politica e la psicoterapia differiscono profondamente dai giochi
di von Neumann in quanto una caratteristica essenziale dell'interazione è un
processo in cui si evolvono di continuo nuove regole e forme d'interazione.”

2. “La premessa che gli strumenti in possesso dei giocatori per risolvere i problemi
siano anch'essi costanti. Von Neumann formula questo punto semplicemente
postulando che tutti i giocatori posseggano fin dall'inizio tutti gli strumenti
necessari per risolvere tutti i problemi che possano derivare dalle regole. Questa
ipotesi esclude ogni vaga analogia con tutti quei fenomeni interattivi in cui
s'impara a giocare o in cui s'imparano le regole del gioco. Tra l'altro, essa esclude
dallo svolgimento dei giochi di von Neumann anche tutti i trucchi rilevabili. Nessun
giocatore può sperare che l'avversario faccia un errore per non aver considerato
qualche aspetto della situazione.”

3. “L'ipotesi che i giocatori agiscano come se fossero motivati da preferenze


costanti, monotòne e transitive. Essi cercano di massimizzare qualche singola
grandezza o variabile, il cosiddetto “utile”. Questa teoria dell'utile nel suo
complesso è stata oggetto di molte discussioni, mentre tuttavia l'“utile” della teoria
dei giochi e dell'economia teorica ha strette analogie con il denaro o con qualunque
cosa il denaro possa comperare.”12

4. “Vi è tuttavia una quarta ipotesi semplificativa, di natura affatto diversa dalle
altre tre. Le prime tre possono già sembrare abbastanza irrealistiche, in quanto
spersonalizzano del tutto i giocatori; la quarta ipotesi inaspettatamente sembra
personalizzare l'ambiente. Nei giochi a somma non nulla, i giocatori sono apposti
alla natura, nei cui confronti possono perdere o guadagnare. E la quarta ipotesi

12 Ibidem, pp. 167-168-169-170

48
semplificativa asserisce semplicemente che l'ambiente dev'essere considerato come
un “giocatore”. Se tuttavia la Natura – o l'ambiente – non è altro che l'n-esima
persona in un gioco a somma non nulla tra n-1 persone, essa deve uniformarsi al
rigore e alla simmetria della teoria nel suo complesso. Deve cioè sottostare alle altre
tre ipotesi semplificative: nessuna evoluzione delle regole; nessun apprendimento
del gioco; scelte completamente determinate in base a una premessa sull'utile.”13

1. Credo che il significato della prima proposizione sia facilmente comprensibile se ci si


sofferma un momento a ripensare le nostre esperienze quotidiane.
A differenza di quanto dato per scontato dai matematici, la vita offre di continuo situazioni
in cui le regole del gioco non vengono stabilite a priori, ma emergono, si imparano e si
modificano all'interno della relazione.

Non accade mai, infatti, che le persone si portino appresso un “libretto delle istruzioni” che
dica loro come comportarsi nei diversi contesti socio-culturali. Né, tanto meno, questo
“libretto” è contenuto nel patrimonio genetico degli esseri umani.
Basti ricordare, oltre agli esempi forniti nella citazione, anche alla relazione educativa, che è
quanto di più esposto all'evento e al caso.

Ma qual è allora il rapporto tra “regole e gioco” e tra “regole e libertà”?

Sappiamo che il gioco senza regole non può esistere, ma allo stesso tempo il gioco non
coincide con le regole. Al suo interno è sempre possibile un certo margine di “trasgressione”
che consente l'abbandono di alcune norme e la rielaborazione di nuove.

La regola iniziale può mutare nel corso del gioco stesso, nel momento in cui i giocatori ne
sentono l'esigenza.
È da questo oscillante “gioco di regole” e “sulle regole” che dipendono gran parte degli
apprendimenti che gli esseri umani sono in grado di acquisire.

13 Ibidem, p. 171

49
Come scrive Euli nel libro “I Dilemmi diletti”: “[...] proprio la regola, soprattutto se forte e
consolidata ha bisogno di libertà. Così come accade tra una vite e un foro: tra essi si dice,
deve esserci gioco, un certo margine di flessibilità e di spazio, apparentemente in più, ma
proprio per questo funzionale all'avvitarsi. La vite deve ballare, quel tanto che basta, né di
più né di meno, per seguire le anse perfettamente coincidenti della filettatura, che ne
regolano l'accesso.”14

Ricondotta in ambito educativo questa constatazione invita a ri-pensare i processi di


condivisione e creazione di nuove regole e contesti.
In essa si esplicita un principio educativo fondamentale che pone l'accento più sulle
“metodologie” che sui risultati, e consente quindi di prestare maggiore attenzione al grado
di coinvolgimento delle persone nelle diverse fasi di co-creazione degli spazi comuni.

Maggiore sarà questo coinvolgimento e più aumenterà il senso di libertà che le persone
potranno respirare al suo interno.
Giorgio Gaber in una sua famosissima canzone ci ricorda che “libertà vuol dire
partecipazione”15.

Ritengo necessario, dunque, per un pensiero che si sforza di uscire da sterili dicotomie,
iniziare a leggere le diverse relazioni che connettono gli eventi a partire proprio dall'idea che
non potremmo mai essere del tutto “assolutamente liberi” né tanto meno “assolutamente
prigionieri”.

Ogni “libertà” comporta un certo numero di rinunce, così come ogni “oppressione”
comporta un certo grado di passività-complicità da parte di coloro che tendono sempre a
delegare le proprie responsabilità.
Queste considerazioni, per quanto possano apparire “spiazzanti” e forse anche abbastanza
ciniche, ci invitano a riconoscere l'indissolubile legame che esiste tra chi “compie l'azione”
e “l'azione stessa”.

14 E. Euli, I Dilemmi (diletti) del gioco, La Meridiana, Molfetta, 2004, p. 27


15 G. Gaber, La libertà, Far finta di essere sani, Carosello, 1973

50
“Per quante incongruenze e contraddizioni, per quanto nell'esercizio della nostra libertà
siamo condizionati da fattori necessitanti che ci costringono a riconoscere che le nostre
azioni talvolta agiscono su di noi più di quanto noi agiamo su di esse, delle nostre azioni
noi portiamo comunque la responsabilità. Esse ci vengono comunque imputate, persino
quando agiamo sotto pesanti costrizioni.”16

Oltre a tutto ciò, la premessa che sta dietro l'assunto di non modificazione delle regole, non
coglie l'altro nesso fondamentale che si esplicita nel rapporto tra “regole ed emozioni”.

“[...] se ci dichiariamo esseri razionali, viviamo in una cultura che sminuisce le emozioni, e
non vediamo il reciproco e quotidiano legame tra ragione ed emozione che costituisce la
nostra umana esistenza, e non ci rendiamo conto che ogni sistema razionale ha un
fondamento emozionale. Le emozioni non sono ciò che comunemente chiamiamo sentimenti.
Dal punto di vista biologico, quello che connotiamo quando parliamo di emozioni sono
disposizioni corporee dinamiche che definiscono i distinti ambiti di azione all'interno dei
quali ci muoviamo. Quando cambiamo emozione, cambiamo ambito d'azione.”17

Infatti “nella pratica di vita quotidiana possiamo constatare come cambiano di continuo le
nostre emozioni e quindi i nostri campi d'azione”18.

I diversi “ambiti d'azione”, di cui parla Maturana, non vengono presentati come un qualcosa
che si possa “dominare” o “prevedere”, come suggerisce ripetutamente la cultura
dominante.

Varrebbe la pena allora di costruire nuove “metafore” che ci consentano di abbandonare


quella ben radicata del giocatore di calcio professionista che si auto controlla nella logica
del fair play.

È stato interessante scoprire come già parecchi anni prima che queste ricerche venissero
pubblicate in età postmoderna, una delle figure più importanti della letteratura mondiale,

16 R. Fadda, Sentieri della formazione, Armando Editore, 2002, p. 76


17 H. Maturana, X. Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Eleuthera, Milano,2006, p. 16
18 Ibidem, p. 16

51
Fedor Dostoevskij, parlasse dell'essere umano in questi termini:
“E adesso vi domando: che cosa ci si può aspettare dall'uomo se è un impasto di tante
stranezze? Si, versategli addosso tutti i beni della terra, affondatelo fin sopra la testa nella
felicità, come nell'acqua che formi alla superficie un frizzare di bollicine, dategli un tale
benessere economico che non gli occorra più fare niente, se non dormire, mangiare
dolciumi, e darsi da fare perché non abbia fine la storia universale, bene, quell'uomo per
ingratitudine, solo per farvi una pasquinata vi combinerà una schifoseria. Si giocherà
perfino i dolciumi e di proposito desidererà la più funesta delle sciocchezze, la più
antieconomica delle insensatezze, esclusivamente per poter mischiare a tutta questa positiva
razionalità il proprio funesto elemento fantastico. Proprio i suoi sogni fantastici, la sua
volgarissima stupidità egli desidererà tenere per sé esclusivamente per confermare a se
stesso che gli uomini sono sempre uomini e non tasti di pianoforte su cui suonino le leggi
della natura, con la minaccia di suonare fino alla fine le “note” del calendario, tanto che
non gli resterà più niente da volere.”19

2. Ma se le regole del gioco non possono esser considerate costanti per i motivi sopra
esposti, non è possibile nemmeno partire dal presupposto che gli strumenti a disposizione
dei giocatori, che consentono di prender parte al gioco, siano gli stessi per entrambi.

Questa primissima considerazione introduce la riflessione sulla seconda critica mossa da


Gregory Bateson.

Ogni relazione educativa, per essere tale, si presenta sempre come asimmetrica.
È in verità di un tale assunto che ogni scelta formativa si connota come essenzialmente
racchiusa all'interno di aporie e paradossi che la rendono conflittuale e “tragica”.
“Per non parlare del travaglio che ogni scelta educativa, più di ogni scelta che riguarda
solo chi la compie, comporta, giacché la scelta fatta ne taglia fuori irrimediabilmente e
dolorosamente infinite altre possibili e magari taglia fuori proprio le scelte che solo a
posteriori si riveleranno migliori.”20

19 F. Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, Einaudi, Torino, 2002, pp. 26-27


20 R. Fadda, Sentieri della formazione, Armando Editore, 2002, p.77

52
Credo per questo di poter affermare che ogni atto educativo si possa considerare come una
sorta di “scommessa tra libertà e necessità”.
“Libertà” che si pone come mezzo/fine, della/nella relazione educativa, e “necessità” come
intervento scelto tra tanti possibili, che tenta di fare di ogni essere umano un “tipo
particolare di essere umano”.
Ma tutto ciò implica necessariamente il fatto che il risultato dell'azione non possa essere, e
non potrebbe mai esserlo, (del tutto) in potere dell'educatore.

Gli strumenti in mano a colui che si assume questa responsabilità non sono onnipotenti, e
l'esito stesso dell'azione dipenderà sempre dalla gestione che della “sua libertà” farà
l'educando, scegliendo di accogliere o meno ciò che viene proposto.

“L'atto dell'educare è per chi lo compie, insieme libero e determinante ma anche


condizionato e necessitato dalla risposta, sempre incerta, imprevedibile, mai garantita, per
certi versi casuale ed aleatoria, perché piena di incognite dell'educando. Da qui l'essenziale
contingenza, l'imperfezione e in qualche misura l'intrinseca tragicità dell'opera e della
prassi educativa.”21

Il ruolo dell'educatore appare, per questo motivo, intrinsecamente connesso con l'essenza
paradossale dell'uomo e con la specificità della sua condizione. Educare diventa
un'assunzione di responsabilità, che consente un “attraversare insieme” il terreno
incomprensibile ed enigmatico della vita.

“L'essenza dell'uomo, la specificità della sua condizione, sta proprio in quest'ambigua


compresenza di miseria e grandezza, che fa di lui un “mostro incomprensibile”, una
“chimera”, un “prodigio”, un “paradosso di fronte a se stesso”, ossia qualcosa di unico al
mondo [...]”22.
Credo di aver imparato tanto nel mio percorso formativo prima di tutto “a fare i conti” con
“l'estraneo incomprensibile” che sono per me prima che per gli altri, e credo anche che sia
proprio da questo tipo di consapevolezza che si possa partire per una riflessione autentica
sul valore della formazione.

21 Ibidem, p. 75
22 N. Abbagnano, G. Fornero, Il nuovo protagonisti e testi della filosofia, Paravia, Torino, 2007, p. 237

53
La relazione educativa si potrebbe immaginare come una sorta di training dove è consentito
lottare, o come si suol dire negli ambienti delle palestre dove si praticano le arti marziali,
dove è auspicabile poter fare dello sparring con un partner (colui che si assume la
responsabilità educativa), disposto a costruire una relazione empatica attraversando la
competizione e il conflitto senza rimuoverli.

Suonano molto familiari nella mia esperienza formativa le seguenti parole di Pascal :
“Se esso si esalta, lo deprimo; se si abbassa, lo esalto, e sempre lo contraddico, finché non
comprenda che è un mostro incomprensibile.”23

Suonano familiari, non solo perché credo di averne “assaporato il sapere”, ma soprattutto
perché hanno contribuito a costruire “una mia idea” di educazione/formazione come spazio
di “negoziazione di significati” che sono valoriali, culturali ed emotivi; permettendomi di
uscire dalla dicotomia dell'educazione maternalista/paternalista.

3. La terza critica alle premesse conduce a sostare all'interno di uno dei concetti più
importanti nella teoria economica, offrendo una chiave di lettura indispensabile per
comprendere la situazione socio-politica in età contemporanea.

Il concetto che viene introdotto nella critica è quello dell'utile che nel linguaggio economico
della “Teoria dei Giochi” coincide col denaro o con qualche cosa che sia ad esso
assimilabile.
Con queste parole Gregoy Bateson si riferisce ad una delle tante declinazioni che il
sostantivo Homo ha assunto nel corso della storia:
“Di tutti gli organismi immaginari (draghi, protomolluschi, anelli mancanti, déi, demoni,
mostri marini e così via) il più ottuso è l'uomo economico. È ottuso perché i suoi processi
mentali sono tutti quantitativi e le sue preferenze sono transitive”24.

Il concetto di utile pertanto risulta strettamente connesso con quello di Homo oeconumicus.

23 B. Pascal, Pensieri, Mondadori, Milano, 2003, p. 260


24 Centro Studi Sereno Regis, (a cura di) , Gregory Bateson e l'enigma dell'Uomo, ed. Scholè, Torino, 2002 p. 10

54
Un particolare esemplare di Homo sapiens “caratterizzato dalla razionalità e dall'interesse
esclusivo per la cura dei suoi interessi”25.

Ma per comprendere gli effetti di un educazione pensata all'interno di questo paradigma


basta sfogliare un quotidiano, guardare la TV o semplicemente prestare maggiore attenzione
nelle conversazioni quotidiane, e non si faticherebbe tanto a rintracciare tale premessa che
sta alla base dell'idea di “crescita illimitata”.

“Un valore monotòno è un valore che o cresce sempre o decresce sempre. La sua curva non
serpeggia, cioè non passa mai da un aumento a una diminuzione o viceversa. […] Al
contrario, per tutti gli oggetti e le esperienze esiste sempre una quantità con un valore
ottimale; al di sopra di essa la variabile diventa tossica, scendere al di sotto di quel valore
significa subire una privazione. Questa caratteristica dei valori biologici non si riscontra
nel denaro. Il denaro ha sempre un valore transitivo: più denaro è presumibilmente sempre
meglio che meno denaro; per esempio mille e un dollaro sempre preferibili a mille dollari.
Per i valori biologici le cose non stanno così: più calcio non sempre è meglio che meno
calcio. […] Si può anche soffrire per troppa psicoterapia. Una relazione senza conflitti è
noiosa, una relazione con troppi conflitti è tossica: ciò che è desiderabile è una relazione
con una quantità ottimale di conflitti. […] In ogni caso, la filosofia del denaro, l'insieme dei
presupposti secondo cui quanto più denaro si ha tanto meglio è, è del tutto antibiologica.
Nondimeno, pare che questa filosofia possa essere insegnata a cose viventi.”26

Prendo spunto per questa riflessione dall'ultima frase presente nella citazione di Bateson,
quando in modo “provocatorio”, afferma che la “filosofia del denaro può essere insegnata a
cose viventi”

Tale “filosofia” non è più imputabile solamente a governi o a persone di potere.


Quello che chiamerei il “paradigma economico delle relazioni”, si è potuto affermare e
diffondere, con sempre maggiore radicalità, perché è stato assunto dalle persone come
“testata d'angolo” sulla quale edificare le relazioni stesse.

25 http://it.wikipedia.org/wiki/Homo_oeconomicus
26 G. Bateson, Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984, p. 78

55
Sono pochi i contesti esenti da questa logica e continuare ad affermare che è un “qualcosa
che non ci riguarda”, come spesso si sente dire, a mio avviso, oltreché risultare ingenuo e
deresponsabilizzante, è diventato “antiecologico”.

Le cornici stesse nelle quali agiamo vengono riprodotte secondo questa premessa e pochi (e
sempre meno) sono coloro in grado di sapersi “inventare un re-esistenza”.
Il “pensiero economico” ha vinto e, per ora continua a vincere, proprio perché è riuscito a
“colonizzare gli immaginari”.

I luoghi deputati alla cura, alla formazione e le famiglie stesse, non restano estranee a questa
trasformazione.
È possibile osservarla attentamente nei recenti e, ancora in corso, processi di
“aziendalizzazione” delle scuole e più in generale della società.

“Già questa consapevolezza dovrebbe indurre a capire che perde ogni senso qualsiasi
richiamo “alle armi” per abbattere un nemico che impedirebbe la liberazione. Il presunto
nemico non può impedire ciò che non viene richiesto, o che addirittura non si vuole. […]
Ciò che normalmente le persone vogliono risolvere sono i problemi immediati e non
interessa una futuribile società diversa, nient'affatto a portata di mano da costruire insieme.
Questa parodia della democrazia che ci stiamo godendo è riuscita ad infondere talmente
bene uno spirito diffuso di delega che la principale richiesta di massa che aleggia è di
essere governati bene. […] Una società fondata sull'assenza di poteri centrali e di
gerarchie che comandano non fa parte del dibattito politico. Non è nelle proiezioni
immaginarie della stragrande maggioranza degli individui, i quali invece sono portati a
desiderare di vivere un gradino più sopra di quello cui sono costretti o a sognare di entrare
a far parte dell'élite che vive nel lusso sfrenato.”27

Le proteste messe in atto per tentare di opporsi a tale trasformazione appaiono moraliste,
anacronistiche e poco in grado di incidere sul processo. La “società individualizzata” di cui
parla Bauman è il regno dell'Homo oeconomicus e da questa assunzione di responsabilità
occorre (ri)partire per riuscire immaginare un avvenire differente.

27 A. Papi, Attualità dell'anarchismo, in A rivista anarchica, Erre & Pi, Milano, 2010, p. 13

56
Nella prima dell'Ottocento due “studiosi della percezione” erano arrivati a formulare una
teoria, diffusasi in seguito con i loro nomi, come “legge di Weber-Fechner”.
In un certo qual modo in questa “constatazione scientifica” era racchiusa una delle probabili
spiegazioni attuali sul perché gli esseri umani sembrano “abituati”, ma sarebbe più
opportuno dire “assuefatti”, nei confronti della situazione attuale.
“Più grande è uno stimolo, maggiore è l'incremento necessario affinché il suo cambiamento
possa essere rilevabile”28hanno affermato i due scienziati.
Pare proprio che, anche in questo caso, la nostra fisiologia ci suggerisca la metafora del
nostro comportamento sociale. Evidentemente le nostre “soglie percettive” si sono innalzate
talmente tanto da impedire una “presa di coscienza” diversa da quella memorizzata.

L'escalazione di violenza a cui assistiamo “inermi”, pertanto, andrebbe e potrebbe esser ri-
letta come strutturale nel modello stesso di “Homo oeconomicus”.

È invece opinione diffusa che violenza e guerra siano connaturate nell'essere umano.
Quotidiani, mondo accademico e intellettuali di varia estrazione, hanno diffuso l'idea che
questo stato di cose esista “per natura” da che l'uomo ha fatto la sua comparsa sulla Terra.

Piero Giorgi, un biologo italiano che si è occupato di studiare i rapporti tra violenza e
biologia umana, attraverso un approccio interdisciplinare tra neuroscienza e antropologia, ha
pubblicato di recente un testo nel quale propone un'ipotesi diversa, ben documentata e
supportata da ricerche recenti.
Egli offre un contributo prezioso che tenta di demolire “il mito della violenza inevitabile”,
presentando il discorso sui temi della guerra e della pace all'interno di un'ipotesi di lavoro
che fornisca una nuova visione della “natura umana” più aggiornata.

“Homo sapiens è la sola specie vivente che opprime, ferisce e uccide in modo sistemetico,
con entusiasmo e con grande raffinatezza tecnologica membri della propria stessa
specie[...] Questa situazione eccezionale è del tutto contraria a ogni principio biologico,
senza contare i principi morali, merita l'adozione di un termine speciale. Noi abbiamo
proposto che il termine violenza venga utilizzato solo nei confronti degli esseri umani.

28 M. Zorzi, V. Girotto, Fondamenti di psicologia generale, il Mulino, Bologna, 2004, p. 33

57
Quindi una tigre, un serpente boa, uno squalo non son violenti[...] Il contributo della
neuroscienza alla questione delle origini della violenza sembra abbastanza chiaro. La
violenza è un comportamento sociale e nella specie umana i comportamenti sociali non
possono essere definiti prima della nascita.”29

È anche vero però, ed è questo il senso della terza critica, che gli esseri umani non
ragionano solo in base a criteri di “utilità economica”. Se fosse così, credo che persone
come Gandhi o come lui tanti altri “costruttori di pace” non sarebbero mai esistiti.

Ma anche senza andare a rievocare i grandi personaggi della storia, è possibile osservare
come nella quotidianità le persone siano in grado di affrontare situazioni e prendere delle
decisioni, anche in base a criteri “morali”, più o meno condivisibili, non quantificabili in
termini di denaro o con materiale assimilabile.

Vorrei riportare a tal proposito un'esperienza significativa che spero possa far capire meglio
quanto sto scrivendo.
Mi è capitato in questi anni di lavorare in qualità di educatore con un ragazzo “in situazione
di disabilità” presso la sua famiglia.
Il ragazzo che ho seguito non era figlio unico e il contesto familiare mi era stato presentato,
nel gergo consolidato/burocratizzato dei servizi sociali, come “caso di utenti difficili”.
Soltanto molti mesi dopo, a seguito della quotidiana frequentazione della famiglia, scoprii il
significato di quelle parole.
La madre, un giorno, mi raccontò di un altro suo figlio che stava in carcere, in termini
abbastanza dispiaciuti (come mi sarei aspettato), ma allo stesso tempo con un non velato
senso di soddisfazione e orgoglio per la scelta del figlio durante il processo, di non aver
accusato nessun “complice” e di “aver tenuto la bocca chiusa, affrontando così da vero
uomo l'esito della sentenza”. Ai suoi occhi e per il resto della famiglia il figlio era una sorta
di eroe, che per scelta “etica” era stato capace di non scendere a compromessi di nessun
tipo; nessuno, infatti, era stato in grado di “comprare” una sua testimonianza.
Queste diverse percezioni sui “fatti”, oltre che smontare un'idea di utile esclusivamente di
stampo economico, sottolineano anche una situazione di grande difficoltà ed esprimono un

29 P. Giorgi, La violenza inevitabile. Una menzogna moderna, Jaca Book, Milano, 2008, pp. 48-49

58
senso di impasse che molto spesso si sperimenta nei contesti educativi dove si è chiamati,
come educatori, a “negoziare le proprie premesse”.

La co-costruzione di spazi e significati condivisi si presenta sempre conflittuale e, a lungo


termine, logorante. Anche una strategia come “Tit for Tat”, applicata in modo “puro”,
appare inadeguata per affrontare situazioni di tale complessità.

Sempre all'interno di quest'esperienza, infatti, ho constatato come la relazione educativa


necessiti di una strategia rielaborata in modo differente, potrei dire “più buona”, sbilanciata
verso “un'idea nonviolenta dell'educazione” o per dirlo in altri termini verso una “visione
ecologica delle relazioni”.

A mio avviso una “strategia ottimale”, ammesso che ne possa esistere una, potrebbe
certamente prendere spunto dalla logica di “Tit for Tat”, ma a differenza di una sua
“applicazione letterale”, dovrebbe dimostrarsi maggiormente capace di “lasciarsi sfruttare”,
di accettare maggiormente di stare in posizioni che possono apparire svantaggiose, senza
per questo privarsi della possibilità di defezionare e senza rimuovere il conflitto.
È un'arte sicuramente raffinata e di difficile attuazione, ma che sarebbe bello poter
sperimentare con maggiore frequenza.

4. La quarta e ultima critica allarga ulteriormente la “visione ecologica delle relazioni”,


soffermandosi a ri-pensare il ruolo occupato dalla Natura nel caso in cui la si consideri come
uno dei tanti giocatori facenti parte di un gioco a somma non nulla.

La premessa di fondo che “personifica” la Natura le attribuisce, coerentemente con


l'impianto teorico generale, gli stessi attributi che caratterizzano gli altri giocatori.
Credo che le riflessioni poco sopra sviluppate sull'Homo oeconomicus e sul concetto di
utile, si possano ben collegare con alcune premesse che regolano il nostro rapporto con la
Natura.
“Se vogliamo riflettere sulla crisi economica, quello che personalmente mi colpisce è il
parallelismo tra il collasso del capitalismo finanziario da un lato e il possibile, probabile
collasso degli ecosistemi, dall'altro. […] Lo stesso gonfiamento di valore, la stessa

59
sopravvalutazione della crescita monetaria la troviamo dal punto di vista ecologico. Anche
in questo caso ciò che sembra una crescita monetaria è in realtà un trasferimento di costi
non pagati, dalla natura all'economia monetaria. Anche in questo caso c'è un rigonfiamento
di valore, che un giorno crollerà e vedremo il valore “reale” delle cose.”30

Nei modelli dei matematici il “comportamento della Natura” dovrebbe esser considerato
anch'esso come “razionale” e prevedibile all'interno dei modelli stabiliti come per gli altri
giocatori. Il mito moderno del “progresso scientifico”, del resto, si è cullato per anni dentro
quest'illusione e solo adesso se ne stanno verificando i risultati.

"Se mettete Dio all'esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l'idea di essere
stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro
le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo
circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica.
L'ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza
sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie, in antitesi con l'ambiente
formato da altre unità sociali, da altre razze, e dagli animali e dalle piante. Se questa è
l'opinione che avete sul vostro rapporto con la natura e se possedete una tecnica progredita,
la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all'inferno. Voi
morirete a causa dei sottoprodotti del vostro odio o, semplicemente, per il
sovrappopolamento e l'esagerato sfruttamento delle riserve. Le materie prime del mondo
sono limitate."31

Anche di recente “l'n-esima giocatrice” (la Natura) ha mandato dei segnali inequivocabili
che dimostrano la vanità degli sforzi compiuti per cercare di prevederla e controllarla.
L'eruzione del vulcano Eyjafjallajökull, avvenuta proprio nei giorni in cui io scrivo la tesi,
offre l'esempio appropriato per queste argomentazioni.

“Io faccio il tifo per il vulcano islandese Eyjafjallajökull . È bene che ogni tanto la natura,
indifferente, imparziale e moralmente amorale, ricordi all’uomo, che nella sua demenziale

30 W. Sachs, Ecologia, in A. Bosi, M. Deriu, V. Pellegrino, (a cura di) , Il dolce avvenire, Diabasis, Reggio Emilia,
2009, pp.119-120
31 G. Bateson, Verso un ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977, p. 484

60
ubris, sta diventando la bestia più stupida del Creato, non è il padrone del mondo. […]
Siamo stati così cretini, e avidi, noi occidentali, la "cultura superiore", da voler piegare il
mondo intero, o quasi, a un unico modello per cui se per caso, per fatto di natura o altro,
questo si inceppa o si dimostra sbagliato non abbiamo vie di fuga. Qualsiasi macchina,
appena un po’ sofisticata, ha almeno due motori, se se ne rompe uno si va con l’altro. Noi
abbiamo un solo motore, abbiamo omologato il pianeta a un’unica dimensione, ad un unico
sistema, ad un unico modello. Che è sbagliato in re ipsa perché si basa sulle crescite
esponenziali, che esistono in matematica, non in natura. Verrà il giorno, non più tanto
lontano, in cui questo sistema imploderà su se stesso. Basterà che uno spillo cada in
Giappone. Si salveranno solo quei pochi popoli che ne sono rimasti fuori. Gli indigeni delle
isole Andemane che, pur essendo i più vicini, dopo Sumatra, all’epicentro dello tsunami,
non hanno avuto né un morto né un ferito. Perché non hanno mai accettato di contaminarsi
con lo “sviluppo” e invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare
il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano. Forza
Eyjafjallajökull.”32

32 http://antefatto.ilcannocchiale.it

61
“Chi disse “preferisco aver fortuna che talento” percepì l'essenza della vita. La gente ha paura di ammettere
quanto conti la fortuna nella vita, terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita di tennis la
palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre... o tornare indietro. Con po' di fortuna va oltre... e allora
si vince, oppure no... e allora si perde.”33

In casa del caso

Il fatto che gli esseri umani vivano inseriti all'interno di “contesti” e che tra “contesti” e
“relazioni” esista un'interazione circolare, fa sì che sulla scena della quotidianità facciano la
loro comparsa degli episodi impensati e imprevedibili, che sfuggono al controllo della
coscienza.
Il tema che tali episodi introducono è quello della casualità.

Anche da questo punto di vista i modelli costruiti dai matematici condividono la premessa
di poter prevenire e calcolare i rischi connessi al vivere, cercando di neutralizzare ogni
possibile episodio aleatorio e inaspettato.

Mi riferirò a tali eventi casuali con l'appellativo di “Cigno nero”, una definizione che traggo
dal libro omonimo, scritto da Taleb Nassim, docente universitario di “Scienze
dell'incertezza”presso l'Università del Massachussetts .34

“Ciò che qui chiameremo Cigno nero (con la maiuscola) è un evento che possiede le tre
caratteristiche seguenti. In primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo
delle normali aspettative, poiché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua
possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme. In terzo luogo, nonostante il suo
carattere di evento isolato, la natura umana ci spinge ad elaborare a posteriori
giustificazioni della sua comparsa, per renderlo spiegabile e prevedibile. Riassumo le tre
caratteristiche: rarità, impatto enorme e prevedibilità retrospettiva (ma non prospettiva).35

33 W. Allen, Match Point, 2005


34 T. N. Nassim, Il cigno nero, Il Saggiatore, Milano, 2009
35 Ibidem, p. 11

62
I diffusi e, sempre più in aumento, “dispositivi di sicurezza” che strutturano e organizzano
tempi e spazi del nostro vivere, sono diventati il segnale chiaro del tentativo di eliminare il
rischio connesso ai “Cigni neri”.

L'aumento di questi dispositivi avrebbe dovuto rendere le persone più sicure e spensierate
nel consumare, ma ciò che si è verificato è stato solo un aumento crescente del senso di
paura e insoddisfazione da cui le “aziende della consolazione” continuano a trarre proficui
guadagni. E in tutto questo c'è ben poco di cui meravigliarsi, dato che la logica del mercato
si riproduce proprio grazie a questo circuito.
“[...] solo i militari trattano il caso con onestà intellettuale autentica e riflessiva, a
differenza degli accademici e dei dirigenti aziendali che gestiscono soldi altrui.”36
Così come esiste “un retorica del controllo emotivo” potrei dire che esiste, allo stesso modo,
una “retorica del controllo degli eventi” che spinge, anche in questo caso, la tracotanza degli
esseri umani ben oltre le proprie possibilità.

Ma quali connessioni è possibile rintracciare tra caso e vita?

Mi sembra prezioso riprendere il suggerimento raccolto da Bateson nella prima parte di


questo capitolo, sul fatto che i modelli della “Teoria dei Giochi” sono costruiti su quelle che
l'autore stesso aveva definito “epistemologie ingenue” della biologia umana.
L'autore de “Il Cigno nero”, infatti, articola la sua riflessione sul ruolo del caso, tenendo ben
presente il ruolo della biologia, cercando di metterla costantemente in relazione con le
cornici socio-culturali.
“[...] il nostro modo di pensare, le nostre intuizioni dipendono dal contesto in cui viene
presentata la questione, da quello che gli psicologi evoluzionisti chiamano “dominio”
dell'oggetto o dell'evento. L'aula è un dominio, la vita reale è un altro. Reagiamo a
un'informazione non in base al suo valore logico, ma alla struttura che la circonda e al
modo in cui si relaziona al nostro sistema socioemozionale. I problemi logici che vengono
affrontati in un certo modo in aula possono essere trattati in maniera diversa nella vita di
tutti i giorni. Anzi sono trattati in modo diverso nella vita di tutti i giorni.”37

36 Ibidem, p. 141
37 Ibidem, p. 73

63
All'interno delle diverse cornici comunicative, dunque, si vanno a strutturare i diversi
processi del pensiero e, allo stesso modo, anche gli eventuali “errori epistemologici”, come
ad esempio “L'errore di conferma”38. Esso consiste nel fare generalizzazioni e previsioni
sul futuro a partire da esperienze passate.

Dagli scienziati cognitivi è stato indicato col nome di “bias di conferma”, ma


“contrariamente a quanto pensavano il grande Hume e la tradizione dell'empirismo
britannico, ossia che la credenza nasce dall'abitudine – poiché ritenevano che l'uomo
ricava le generalizzazioni unicamente dall'esperienza e dalle osservazioni empiriche -, gli
studi sul comportamento infantile hanno dimostrato che siamo dotati di meccanismi mentali
che, partendo dalle esperienze, ci portano a generalizzare in modo selettivo. In questo modo
non apprendiamo solo dall'esperienza di mille giorni ma, grazie all'evoluzione,
approfittiamo anche di ciò che avevano appreso i nostri antenati. Le loro conoscenze
entrano nella nostra biologia.”39

Un altro esempio di “errore epistemologico” rilevato dall'autore è la cosiddetta “fallacia


narrativa”. Consiste nell'attribuire maggiore importanza ad alcuni elementi trascurandone
moltissimi altri perché considerati di scarsa utilità, al fine di poter spiegare la realtà
circostante e potercela “far stare in testa”.

“Noi membri della varietà umana dei primati siamo avidi di regole perché abbiamo bisogno
di ridurre le dimensioni delle questioni in modo da farcele entrare in testa o meglio,
purtroppo, da comprimercele in testa. Più le informazioni sono casuali e maggiore è la
dimensionalità, più è difficile riassumerle. Di conseguenza, la stessa condizione che ci
induce a semplificare ci spinge a pensare che il mondo sia meno casuale di quello è
effettivamente.”40

Gli adulti, come i bambini, a differenza di quanto si crede, non sfuggono a questo tipo di
meccanismo; ad entrambi infatti, piace molto inventare delle storie ma soprattutto piace poi
credere a ciò che viene narrato.

38 Ibidem, p. 70
39 Ibidem, p. 80
40 Ibidem, p. 88

64
“Ma che cos'ha a che fare tutto ciò con la nostra propensione per la narrativa? La
narrativa è il racconto di progetti umani che sono falliti, di attese andate a monte. Essa ci
offre il modo di addomesticare l'errore e la sorpresa. Arriva a creare forme convenzionali di
contrattempi umani, convertendole in genere; commedia, tragedia, romanzo d'avventura,
ironia o qualunque altro formato possa smussare l'aculeo della nostra fortuità. […]
I racconti non sono solo prodotti del linguaggio, così notevole per la sua estrema fecondità,
che consente di narrare versioni diverse, ma il narrarli diventa ben presto fondamentale per
le interazioni sociali. Come fa presto il bambino a imparare la storia giusta per l'occasione!
In questo senso, il racconto si intreccia con la vita della cultura, ne diventa addirittura
parte integrante.”41

Per tutti questi motivi credo che le “mappe” della “Teoria dei Giochi” possano essere
considerate come possibili esempi di “errori di narrazione”, nel momento in cui sono andati
a strutturare dei “racconti” presumibilmente basati su un “sapere oggettivo”, in grado di
“classificare” il comportamento umano.

“L'errore epistemologico” commesso è quello ben sintetizzato nella definizione di “fallacia


ludica”42 , ossia l'idea che possano esistere delle “mappe (i giochi) oggettive” che
coincidono perfettamente con le “cose” prese in esame.
Come afferma Taleb Nassim, questo tentativo di “platonizzare” la conoscenza non è
assolutamente applicabile agli esseri viventi, e crea solamente l'illusione di poter
comprendere molto più di quanto effettivamente sia possibile.

“Quella che io chiamo “platonicità”, termine derivato dalle idee ( e dalla personalità ) di
Platone, è la nostra tendenza a confondere la mappa con il territorio, a concentrarci su
“forme” pure e ben definite, che si tratti di oggetti, come il triangolo, o di nozioni sociali,
come le utopie o le nazionalità. Quando la nostra mente è popolata da idee e costrutti netti,
privilegiamo quest'ultimi a scapito di oggetti meno eleganti, dotati di strutture più confuse e
meno duttili. La platonicità è ciò che ci fa credere di comprendere più di quanto
comprendiamo effettivamente.”43

41 J. Bruner, La fabbrica delle storie, Laterza, Bari, 2006, pp. 35-36


42 T. N. Nassim, cit. (2009), p. 137
43 Ibidem, p. 18

65
All'interno della sua attenta analisi vengono ri-proposti degli esempi di “differenti mappe
cognitive”, che tenendo conto del diverso approccio epistemologico, possano tentare di
“spiegare” meglio le cornici storico-sociali attuali.
L'autore immagina degli scenari ipotetici, senza nessuna pretesa di “platonicità”, che gli
consentano di parlare, mettendole a confronto, due diverse idee di “realtà”.
Il nome che viene dato a ciascuna di queste “provincie utopiche” è rispettivamente quello di
Estremistan e di Mediocristan.

Un piccolo grafico (da me ideato), con sotto elencate alcune caratteristiche che le
contraddistinguono, potrebbe aiutare a comprendere meglio il pensiero dell'autore.

Mediocristan Estremistan

Tutti Uno Uno Tutti

Fig. 1 Fig 2

• Casualità blanda Casualità sfrenata o supersfrenata

• I vincitori ricevono una piccola fetta I vincitori ricevono quasi tutta


della torta la torta

• Il totale non è determinato da un Il test è da pochi eventi


singolo caso

• Tirannia del collettivo Tirannia dell'accidentale

66
La figura 1 potrebbe rappresentare ciò che l'autore scrive in riferimento al Mediocristan
utilizzando le seguenti parole:
“quando il campione è ampio, nessun caso singolo può cambiare in modo significativo
l'aggregato, ossia il totale, il dato maggiore può essere impressionante, ma resta
insignificante rispetto alla somma.”44

Nella rappresentazione dell'Estremistan in figura 2 invece “le ineguaglianze sono tali che
una sola osservazione può avere conseguenze sproporzionate sull'aggregato, ossia sul
totale.”45

Il paese dell'Estremistan, per tanti versi, assomiglia molto alla “società individualizzata”46 di
cui parla Bauman nel suo libro.
“Gli statistici possono fare a meno dell'epistemologia. Beata illusione! Non viviamo nel
Mediocristan, quindi il Cigno nero richiede una mentalità diversa.”47

Certezze e strutture che un tempo regolavano la vita degli esseri umani si vanno sgretolando
con crescente rapidità, e anche il tipo di letture e di risposte che si mettono in campo per
affrontare tale crisi, il più delle volte, appare inadeguato.

“Il Cigno nero”, l'evento ritenuto altamente improbabile, appare in questo modo
essenzialmente strutturato nella cornice stessa della realtà sociale. In una società
“organizzata” in questo modo gli eventi risultano ingovernabili perché non dipendono dal
controllo diretto delle persone. È questo il motivo per cui una politica fondata
esclusivamente sull'aumento della conoscenza ha come effetto collaterale quello di
aumentare a dismisura la tossicità dell'informazione stessa.
“L'aumento delle informazioni non porta ad un aumento della loro accuratezza [...]. Le
informazioni si rivelano tossiche. Ho combattuto molto nella vita contro la credenza
comune alle persone di cultura media che “più se ha meglio è”: avere di più a volte è
meglio, ma non sempre.”48

44 Ibidem, p. 54
45 Ibidem, p. 54
46 Z. Bauman, La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2002
47 T. N. Nassim, cit. (2009) , p. 69
48 Ibidem, p. 160

67
La riflessione educativa dovrebbe dimostrarsi attenta e capace di interpretare queste
dinamiche, assumendo in sé la responsabilità di ri-pensare e ri-pensarsi, nelle proprie
premesse, accogliendo il nuovo traffico con l'incertezza.
“Ma possiamo concepire una teoria, una credenza, che pur pensandosi vera sia capace di
coltivare nel proprio seno in permanenza l'incertezza?”49

Il compito risulta arduo e di lunga attuazione, perché richiede un'(auto)consapevolezza


diversa, capace di saper sostare nel paradosso con maggiore capacità immaginativa.

“Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo allora imparare ad usare un linguaggio e un
immaginario che riflettano la nostra visione del mondo e che evochino quanto di positivo
possiamo dare e scambiare tra di noi già qui, oggi. Quindi, alla fine, dobbiamo sfidare
doppiamente il senso comune e “giocare” non con uno ma bensì con due paradossi
contemporaneamente:
− dobbiamo “rammentare la catastrofe” che ci attende, affinché questa non avvenga
nella realtà
− ma, contemporaneamente, dobbiamo continuare ad “immaginare un dolce avvenire”
che nessuno crede più possibile, affinché questo divenga realizzabile.”50

Ma per far questo occorrerebbe anche ri-problematizzare (complessificare) il concetto stesso


di “verità” che sta alla base di ogni teoria scientifica.

“La teoria scientifica è biodegradabile. […] La scienza è un movimento/lotta che opera


attraverso un'incessante vigilanza sul rischio dell'errore: la verifica. Da questo
movimento/lotta deriva la seguente “verità” non possiamo avere nessuna prova assoluta
della verità, ma dobbiamo cercare di svelare e provare l'errore. Possiamo allora conoscere
talune “verità” sull'errore. Allo stesso modo, noi possiamo riconoscere le “vere”
menzogne. Questo significa che la problematica della verità è ineliminabile, ma si
trasforma radicalmente. […] Questo nuovo statuto è il frutto di una costruzione complessa
della mente, realizzata attraverso una relazione dialogica con il reale che mette all'opera
percezione, memoria, logica, riflessione critica. Non è semplicemente lo statuto di relatività

49 E. Morin, Il gioco della verità e dell'errore, Erickson, Trento, 2009 p. 52


50 A. Bosi, M. Deriu, V. Pellegrino, (a cura di), cit. (2009) , p. 19

68
della verità […] È soprattutto lo statuto di biodegradabilità della verità.”51

Appare chiaro ora come ogni “realtà” venga “costruita” a partire dall'inesauribile gioco tra
“verità ed errore”, tra “ordine e disordine” in una relazione costantemente circolare.
Ed è dentro tale relazione che inter-agiscono le diverse forze che animano lo spirito del
gioco.
Anche l'alea, coerentemente con l'impostazione complessa, andrebbe ripensata all'interno di
questa cornice “sistemica”, capace di intrecciarla con tutte le altre forze (essenze) che
caratterizzano il giocare.

Se Caillois se l'è cavata “semplicemente” elencando separatamente i diversi tipi di gioco,


occorre ora ri-creare una nuova visione che si dimostri in grado di ri-connettere.
Tale classificazione infatti “[...] a me pare una soluzione solo in parte buona. È importante
tenere presente il fatto che i giochi siano tra loro collegati non da vincoli rigidi ma da fili
mobili e oscillanti l'uno rispetto all'altro; prova ne sia che nessun gioco si identifica in
modo semplice e puro con uno di questi fili, ma è sempre un intreccio di più fili e ogni volta
si caratterizza per un movimento, anche se piccolo, di continuo sconfinamento.”52

Un esempio visivo per comprendere meglio il significato di queste parole di Pier Aldo
Rovatti, a mio parere, lo offre una scena tratta dal film “Il cavaliere oscuro”53 del regista
britannico Cristopher Nolan. Riporto di seguito la parte della sceneggiatura della scena in
questione, che vede due dei principali protagonisti del film: Joker e Due Facce:

“Joker: Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che
insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco… io agisco e basta. La
mafia ha dei piani. La polizia ha dei piani. Gordon ha dei piani. Loro sono degli
opportunisti. Opportunisti che cercano di controllare i loro piccoli mondi. Io non sono un
opportunista. Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici i loro tentativi
di controllare le cose. Quindi quando dico... vieni qui. Quando dico che con te e la tua
ragazza non c'era niente di personale, capisci che ti dico la verità. Sono gli opportunisti...

51 Ibidem, p. 51
52 Rovatti - Zoletto, cit. (2005), p. 24
53 Christopher Nolan, Il cavaliere oscuro, 2008

69
che ti hanno messo dove sei. Anche tu eri un opportunista. Avevi dei piani. E guarda dove ti
hanno portato. Io ho solo fatto quello che so fare meglio. Ho preso il tuo bel piano e l'ho
ribaltato contro di te. Guarda cosa ho fatto a questa città con qualche bidone di benzina e
un paio di pallottole. Hm? Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno
secondo i piani... anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un
teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno
va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco
morirà... allora tutti perdono la testa! Se introduci un po' di anarchia... se stravolgi l'ordine
prestabilito... tutto diventa improvvisamente caos. Sono un agente del caos. E sai qual è il
bello del caos? È equo.”54

Credo che in queste bellissime sequenze del film sia possibile individuare il tentativo,
auspicato da Rovatti, di “riconnettere” l'alea, con la mimicry, con l'agon e con l'ilinx.
Il regista Cristopher Nolan, infatti, intreccia magistralmente i fili “mobili e oscillanti” delle
essenze del gioco attraverso uno “sconfinamento continuo”, operato dai movimenti della
macchina da presa, nell'altalenante gioco di “campo e controcampo”.

La mimicry, oltre ad essere presente in modo implicito nel fatto stesso che trattandosi di un
film ci si riferisce a degli attori, emerge in tutta la sua potenza espressiva attraverso la cura
attenta e particolareggiata del trucco che compone le maschere degli attori stessi.

L'agon, ossia la competizione, emerge chiaramente nella lotta intestina tra due forze
contrapposte, e scandisce contemporaneamente anche il “tempo del racconto”.

L'ilinx, la vertigine, è l'altra grande essenza che aleggia sopra entrambi gli avversari, e viene
ben simbolizzata nell'inquadratura della pistola puntata sulla fronte di Joker.

Infine la potenza dell'alea, filo conduttore di tutta la scena, “prende voce” non solo
attraverso i dialoghi tra i protagonisti, ma anche attraverso il gioco del “lancio della
monetina”.

54 http://it.wikiquote.org/wiki/Il_cavaliere_oscuro

70
Non è poi casuale, infine, che gli interpreti della scena, incaricati di “riannodare i fili”delle
forze in gioco, portino anche nei nomi stessi degli elementi significativi del rapporto tra “i
giochi e gli uomini”: (Joker) “giocatore” o anche “colui che gioca” e Due Facce (due
maschere) “persona”, appunto, dai due volti.
Il tema del “caso”, diventa in questo modo, motivo per riflettere sulle conseguenze derivate
dall'illusione che “il fine possa giustificare i mezzi”.

“[...] possiamo indicare molto semplicemente le circostanze che portano alla tragedia o al
disinganno quando venga deciso che “il fine giustifica i mezzi” […] Ciò che viene ignorato
è il fatto che gli strumenti della manipolazione sono martelli e giraviti. Un giravite non
viene seriamente scandalizzato se in un' emergenza lo adoperiamo come cuneo. Né la
visione del mondo di un martello verrà alterata se qualche volta usiamo il suo manico
semplicemente come leva. Ma nella manipolazione sociale i nostri strumenti sono persone e
le persone apprendono e acquisiscono abitudini più sottili e penetranti dei trucchi che il
pianificatore insegna loro. […] Il pianificatore sociale potrà, all'inizio, avvalersi
positivamente dei trucchi insegnati ai bambini, ma il successo finale del suo piano può
essere annullato dalle abitudini mentali che sono state apprese insieme ai trucchi.”55

55 Bateson, cit. (1977) , p. 204

71
“Ma ora pensavo: E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie
idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d'occhi, i miei occhi, ch'io non vedo e ch'essi
vedono. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio
naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro le mie idee e vedono da fuori il mio naso?
Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo
per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.”56

Mettere in comune

Mi avvio in questo modo alla parte conclusiva del capitolo e della tesi in generale.
Credo che quanto affermato nella citazione sia in effetti ciò che accade sempre anche se si
continua a vivere facendo di tutto per rimuoverlo.
Pensiamo che l'immagine che abbiamo di noi stessi sia uguale anche per gli altri, e
addirittura ci convinciamo che la “realtà” da noi percepita sia presente nello stesso modo
anche negli occhi di chi ci sta affianco.

La “realtà” invece non esiste in modo univoco, ma è sempre il frutto di una “costruzione”
alla quale si prende parte, “mettendo in comune” le diverse percezioni/narrazioni.
Non si intende in questo modo negare l'esistenza degli oggetti, ma per fare un esempio, una
“montagna” se non la si chiamasse così non esisterebbe come “montagna”.

Anche l'“Io” così come il “senso identitario” è frutto di un “assemblaggio” di tanti elementi,
che si presentano talvolta anche in modo “non logicamente correlato”.
Nel romanzo “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello questa tematica è presentata in
maniera molto affascinante. L'uomo è un animale “biologicamente incompleto” e non
potrebbe vivere senza le cure dei suoi simili. È per questo motivo che nasciamo all'interno
di reti relazionali che ci offrono e da cui traiamo ciò di cui abbiamo bisogno, sia per
mantenerci in vita ma anche, e soprattutto, per “darci una vita”.
In questa reciproca partecipazione, allo stesso tempo, impariamo a “prender parte” nella
comunicazione apportando il nostro contributo.

56 L. Pirandello, Uno, nessuno, centomila, Mondadori, Milano ,2004, p.13

72
La nascita di un figlio dovrebbe essere pensata in termini di “dono” e non come possesso.
“Chi, nella nascita, cancella l'altro si preclude la gioia della gratitudine, e allora
difficilmente il figlio può essere accolto come un dono. Sarà piuttosto considerato una
proprietà: il figlio me lo sono fatto io perciò è mio. Oppure non è mio, è tuo. […] Non si è
genitori perché si genera – già il mito raccontava come Crono si divorasse i figli -, ma
perché, in senso stretto, si mette al mondo: si avvia nel mondo una vita, si permette a colui a
cui la si è data di appropriarsene, di poterla vivere per sé e, a suo tempo di donarla ad
altri.”57

Il tema dell'appartenenza, nella sua duplice valenza di significato, è “connaturato” nella


stessa radice indoeuropea dalla quale proviene la parola etica.

“La radice SWE segnala l'appartenenza come una condizione originaria e, per converso,
indica l'impossibilità di non appartenere. L'etica è dunque e, insieme, il sentirsi parte. Il
greco specifica meglio tutto questo. Il radicale SWE, infatti, specializzato nell'affisso DH
nella forma SWE-DH, dà luogo a éthos. “morale”. Ma, in greco, il radicale SWE è
specializzato anche dall'affisso D, nella forma SWE-D, e così lo si trova in ìdios, che
significa “proprio” nel senso stretto di “particolare”, “privato”, “personale”. […] se si
rivede ora l'insieme delle derivazioni che sono fondate sul tema SWE, si osserva che esse si
suddividono in due gruppi concettuali. Da una parte SWE indica l'appartenenza ad un
gruppo di “suoi propri”, dall'altra specializza il “sé” come un individualità.”58

In questa circolarità tra “nuovo essere vivente” e “sistema che accoglie” si co-costruiscono
le diverse “realtà” nelle quali ci muoviamo, e all'interno delle quali possono trovare spazio
nuovi significati. Da questa capacità di “preservare-ricreare” circolarmente, inoltre,
dipendono la qualità dell'educazione, la vita delle persone, i “racconti” sulla violenza e sulla
pace, e infine, la sopravvivenza stessa delle specie sul pianeta.
Bateson, riprendendo la celebre frase del filosofo Korzybski, “la mappa non è il
territorio”59 ha cercato di fondare tutti i suoi ragionamenti sulla base di questa nuova
“epistemologia del mettere in comune”.

57 S. Natoli, La felicità di questa vita, Mondadori, Milano, 2001, p. 21


58 E. Benveniste, cit. in S. Natoli, La felicità di questa vita, Mondadori, Milano, 2001, p. 35
59 Bateson, cit. (1977) , p. 489

73
Con il termine “territorio” ci si riferisce ad un'infinita potenzialità di fatti, mentre col
termine “mappa” viene indicata la “quantità minima di informazioni” che da questa
“infinita potenzialità”, la “mente”, riesce a cogliere.

Viene tracciata in questo modo una distinzione netta tra “la cosa in sé”, che resta
inaccessibile e viene annullata dall'atto del conoscere, e il “fenomeno”, che è appunto la
“differenza di differenza”che può essere rappresentata.

“Ma che cos'è una differenza? Una differenza è un concetto molto peculiare ed oscuro. Non
è certo né una cosa né un evento. Questo pezzo di carta differisce dal legno di questo
leggio; vi sono tra essi molte differenze, di colore, di grana, di forma eccetera. […]
Ovviamente la differenza tra la carta e il legno non è nella carta; ovviamente non è neppure
nel legno; ovviamente non è nello spazio che li separa; e non è ovviamente nel tempo che li
separa. Dunque una differenza è un'entità astratta. […] quando si entra nel mondo della
comunicazione, della organizzazione, eccetera, ci si lascia alle spalle l'intero mondo in cui
gli effetti sono prodotti da forze, urti e scambi di energie. Si entra in un mondo in cui gli
“effetti” sono prodotti da differenze. Cioè essi sono prodotti da quel tipo di “cosa” che
viene trasferita dal territorio alla mappa. Questa è la differenza.”60

Le “differenze” rappresentano le unità minime che consentono di “fare i conti con la realtà”.
Sono “idee” con le quali costruiamo le diverse “mappe”.
Ancora Bateson, attraverso un'ulteriore distinzione, ripresa stavolta dallo psicoanalista Carl
Gustav Jung, ci ricorda una differenza fondamentale che esiste tra il mondo del “pleroma” e
il mondo della “creatura”.
“Egli (Jung) osserva che vi sono due mondi. Noi potremmo chiamarli due mondi esplicativi,
lui invece li battezza il “pleroma” e la “creatura”, che sono termini gnostici. Il pleroma è il
mondo in cui gli eventi sono causati da forze e urti e nel quale non vi sono “distinzioni”, o,
come direi io, “differenze”. Nella creatura, gli effetti sono provocarti proprio dalla
differenza. […] Il pleroma non sa nulla di differenze e distinzioni; esso non contiene alcuna
“idea” nel senso in cui io utilizzo questo termine.”61

60 Ibidem pag 492


61 Ibidem, p. 496

74
I matematici della “Teoria dei Giochi” hanno costruito modelli e diffuso l'idea che si potesse
utilizzare la “grammatica del pleroma” in riferimento al mondo della “creatura”.
Per poter parlare “al mondo” e “del mondo” della “creatura”, invece, occorre un altro tipo di
linguaggio e di sguardo. Il rischio che si corre altrimenti è quello di confondere la “mappa”
col “territorio” e di restare intrappolati al suo interno.

I diversi modelli proposti, come ho cercato di dimostrare in questa tesi, anziché “mettere in
relazione” i due diversi “mondi esplicativi” hanno tagliato fuori moltissime caratteristiche
delle “creature viventi”.
Le “mappe”costruite, chiedendo un'adesione letterale, si sono trasformate in “prigioni”e in
“catacresi” (metafore morte) che non consentono più di abitare lo spazio paradossale tra
“realtà e finzione”.

75
Considerazioni conclusive

“Che fare dunque?”

Alla luce di quanto scritto finora, e attraverso gli anni dell'Università ho imparato che, pur
non potendo uscire dal terreno conflittuale della comunicazione, si può provare a starci
dentro, in modo creativo, a volte sofferto, ludico.

Ho capito che la maggior parte della paure che ci bloccano non sono solo individuali, frutto
esclusivo di una nostra personale ed unica inabilità alla vita sociale. Sono paure, in
particolare quella di sentirsi soli, di essere fuori dal coro e di sentirsi 'devianti' che
potrebbero e dovrebbero essere rilette secondo modalità più relazionali e sistemiche.

Ma anche in gruppo, molto spesso e sempre più, “la prima cosa che si impara dalla
compagnia degli altri è che il solo servizio che questa frequentazione può rendere è un
consiglio su come sopravvivere nella propria irreparabile solitudine, e che la vita di
chiunque è piena di rischi che si devono affrontare e combattere da soli.”1 ; e se questo è
vero, per giovani e meno giovani che cercano di re-esistere creando-credendo in certi valori,
il quadro potrebbe apparire decisamente desolante.

Ricollego le sensazioni di sofferenza che mi accompagnano a casa dopo le lezioni e i


numerosi corsi di formazione in cui si lavora in gruppo, sempre unite e mescolate ad un
senso di benessere, liberato e liberante, che assaporavo nell'incontro con l'altro.

Ho avuto modo di osservare negli anni come la sofferenza che la nostra società tenta in tutti
i modi di evitare diventa un mostro, se non le si concede lo spazio che merita per essere
elaborata, e che per poter “crescere” bisognerebbe accettare di stare in posizioni depressivo-
crea-attive se vogliamo che alcune sofferenze siano più evolutive di altre.

1 Z. Bauman, La società individualizzata, Il Mulino, 2002, Bologna, p. 65

76
Ricordo, ancora, le numerose emozioni e sensazioni che si instauravano all'interno del
gruppo, i commenti e i cambiamenti visti negli altri che come me si incamminavano sui
“sentieri della formazione.”2 Formazione aperta all'evento, al dilemma, al gioco di soglie e
al conflitto.
Ho capito che non mi sono preparato per un sapere tecnico che mi immunizzerà dalla
sofferenza e dai dubbi. Non sarò un super esperto con la laurea in mano che andrà in giro a
risolvere i problemi degli altri, né tanto meno avrò il super potere medico di curarli.
Anziché allargare lo spettro delle mie certezze, quindi, direi che ho allargato quello delle
mie domande, o forse “la domanda” (sempre la stessa!).
Ho cercato di entrare sempre più nel dilemma per ascoltare la mia risposta emotiva e così
sono andato a costruire anche una mia idea di educazione-formazione che mi accompagnerà
in futuro.
Mi è capitata spesso, in questi anni, l'occasione di partecipare a numerose conferenze che
hanno visto come protagonisti, illustri pensatori che su questi argomenti hanno riflettuto e
continuano a riflettere con grande dedizione.
A fine di ogni intervento come di consueto si lascia lo spazio per le domande degli
interessanti, e la “domanda tipo” che puntualmente salta fuori è quella che invoca soluzioni
sul da farsi. Emerge in quegli istanti tutta l'angoscia che si accumula nel dover vivere
“trafficando col dubbio”.
La risposta che viene fornita e che sempre mi ha colpito è quella che ricorda l'inesistenza di
“soluzioni”. Gli esseri umani dovrebbero prima di tutto imparare a “ragionare in modo
complesso” e solo allora, forse, salteranno in mente anche nuove risposte “risolutive”.
−“SS: ti prenderò in mano, ti farò fare una cura di calma.
−RH: da sei mesi ero depresso perché sapevi. Lutto, depressione, elaborazione, ecc. - ma
tutto ciò detto discretamente, a modo suo.
Irritazione. No, il lutto (la depressione) è cosa ben diversa dalla malattia. Da cosa
vorrebbero che guarissi? Per trovare quale stato, quale vita? Se c'è travaglio, colui che
sarà partorito non sarà un essere piatto, ma un essere morale, un soggetto del valore – e
non dell'integrazione.”3

2 R. Fadda, Sentieri della formazione, Armando Editore, Roma, 2002


3 R. Barthes, Dove lei non è, Einaudi, Torino, 2010, p. 10

77
Parlare di gioco, il più delle volte, ha significato riflettere sul valore della vita e sul modo di
pensare ed organizzare la vita stessa (se pur in modalità totalmente differenti); ma una tale
riflessione corre sempre il rischio di restare monca di una parte importante se non si allarga
a un discorso che includa anche la morte.

Molto spesso, e sempre più, si diffonde l'idea che la vita coincida essenzialmente con un
fatto “biologico” e “fisiologico”.

“Chi si aliena dalla vita, finisca così con l'alienare la Vita. Ma chi sta “in alto” è un morto
in vita, in attesa che la Vita muoia con lui.”4

I modelli ai quali attualmente aderiamo, solo in minima parte possono essere considerati dei
“veri” tentativi di conservazione e ri-trasmissione della vita. Il più delle volte, invece, si
trasformano in potenti apparati di morte, che “disinfettano” la vita stessa, fino a farla
scomparire.

In quest'ennesima scissione tra il “gioco della vita e della morte”, attualmente, si vanno a
costruire imperi economici immensi, che giocano “con e sulla” pelle delle persone.

“ W l'Italia, desta o assopita

Concetti come memoria, eroi, sbarcare, conquista, principi, sacro, esempio, diritti e doveri,
Patria, istituzione, libertà, come fanno ad atterrare in noi se per alcuni non stanno né in
cielo né in terra? Come fanno ad atterrare se l'aeroporto di certe intelligenze e di certe
coscienze (e non si sa se certe) è corto o imballato di eroi di calcio che sfregiano la parola
credere, di pubblico che applaude soprattutto ai funerali di Stato di un presentatore, di tre
starlette che dello sbarcare conoscono solo il lunario e le rispettive isole famose, di
intrattenitori che fanno miti della mitezza, di politici e imprenditori che confondono il sacro
col propano, combustibile per fare aumentare soprattutto il prodotto interno lordo e il
produrre lorde interiorità, trasmissioni che confondono prìncipi con principi, autori e
allenatori che usano la parola conquista abbinata alla parola classifica, paparazzi che

4 R. K. Salinari, Il gioco del mondo, Punto Rosso, Milano, 2007, p. 15

78
fanno agguati al senso e all'intelletto, direttori di rotocalchi che pensano che esistere
significhi essere e accoltellano la bellezza a suon di corpi e di paralizzati dalle tempie in su.
Pensanti che ci studiate, l'unità d'Italia non vuole che vi adeguiate, vuole che pensiate, che
vi risvegliate, che non deleghiate, la più bella commemorazione della nostra unità comincia
dalla nostra anima culturale, dal nostro oltre, dobbiamo essere l'esempio non cercarne,
dobbiamo essere il ritrovato non sperarlo... la speranza è l'ultima a morire ma quello che
mi interessa è chi è il primo a rinascere! Nel calendario oltre due finte nude troveremo altre
date, altre conquiste, altri giorni, altri quiz, altre cronache, altre storie, altri appuntamenti
con la coscienza e la verità, altri morti. La differenza tra i morti di fama e i morti di fame,
tra famosi e amati, la differenza tra noti e stimati, tra fermi di mente e infermi di mente, tra
fuga di cervelli e corpi che purtroppo restano, la differenza tra essere avvenenti e saper
avvenire, tra vivo e vivente, tra stato e stato confusionale, tra morte apparente e vita
apparente, tra nazione e nazionale, c'è differenza, tra giusto e aggiustato, tra connivenza
pubblica e ricerca interiore, tra unità e impunità, tra animali e anime.
Allora, pensanti: smettiamola di piangere sul latte versato, cambiamo mucche!
W l'Italia, se desta, se assopita e sedata un po' meno...”5

Nella relazione circolare e costante tra “gioco e vita”, la “morte” trova necessariamente il
suo spazio nella semplice constatazione che per “potersi mantenere in vita” ogni essere
vivente deve potersi “cibare di morte”.
“Esiste un dato universale, ed è che noi, per sopravvivere dobbiamo assumere circa
duemila calorie al giorno, pena il deperimento fisico e poi la morte. In natura ci sono
sostanze velenose per l'uomo, e questo è un altro dato che esclude dal potenziale panorama
alimentare una serie di prodotti.”6
Ma come il “gioco” rappresenta una forza enigmatica, così anche la vita e la morte restano il
più delle volte “territori insondabili”.

Dal modo in cui ci si “prende cura” della vita così come della morte, però, è possibile
intuire i diversi “modelli” o le diverse “premesse” che mediano tale rapporto.

5 A. Bergonzoni, W l'Italia, desta o assopita, in Il fatto Quotidiano, Roma, del 23/05/2010, pag.14
6 M. Aime, Il primo libro di antropologia, Einaudi, Torino, 2008, p. 76

79
Nel film giapponese “Departures”, (Premio Oscar nel 2009 come miglior film straniero)
questo legame indissolubile tra “bios e tanathos” viene “poeticamente immaginato”
(presentato in immagini) dal regista Yojiro Takita.

“Dare a un corpo divenuto freddo una bellezza che durerà per sempre, con calma, con
precisione, ma soprattutto con tanta amorevolezza. Pur nella tristezza dell'ultimo addio,
quanto viene eseguito per preparare il defunto, immersi nel silenzio pieno della pace, mi
appare meraviglioso.”7

La premessa che permette il perpetuarsi della vita stessa, “vivere di morte e morire di vita”,
appare nel film il filo conduttore, offrendo allo spettatore non solo una possibilità per
riflettere sul tema, ma anche un “modo”, uno “sguardo nuovo” per tentare di “riconnettere
quanto è stato scisso”.

Da questo punto di vista, i giochi presi in esame dalla “Teoria dei Giochi”, pur non
esplicitando direttamente una tale connessione, possono offrire ugualmente uno spunto
significativo dalla quale partire.

“Anche adesso (se “adesso” è una parola che ha ancora qualche significato), oltre
l'esistenza corporea, ora che qui io vivo (se “qui” e “io” significano qualcosa) come sola
memoria, continuo a interrogarmi sulle azioni di Olivia. È a questo che serve l'eternità, a
sguazzare nel pantano delle minuzie di una vita? Chi avrebbe immaginato di avere a
disposizione un tempo infinito per ricordare ogni istante della vita in ogni minimo
dettaglio? O forse questo è il mio tipo di vita ultraterrena, e come ogni vita è unica, così lo
è anche ogni vita ultraterrena, come un imperitura impronta digitale diversa da quella di
chiunque altro? Non ho modo di stabilirlo, come in vita, conosco solo quel che c'è, e in
morte quel che c'è consiste in quel che c'è stato. Non solo sei incatenato alla tua vita mentre
vivi, ma non te ne liberi neppure dopo essertene andato.”8
Dato che non si può far a meno di “narrare la vita e la morte” occorrerebbe ripensare le
grandi e piccole “narrazioni” che ci accompagnano nella vita quotidiana.

7 Yojiro Takita, Departures, 2009


8 P. Roth, Indignazione, Einaudi, Torino, 2009, p. 36

80
Il fatto che si viva all'interno di metafore non significa che tutte le metafore abbiano la
stessa qualità.
Le sorti del pianeta differiscono profondamente se si “pensa” all'interno di relazioni
“militarizzate” e “razionalizzanti” anziché all'interno di una “visione danzante” della
comunicazione. L'illusione di una conoscenza “vera e oggettiva”, di una corrispondenza tra
“modello e immaginazione” è ciò che accomuna i credenti di una religione, gli artisti,
l'innamorato e il “non più innamorato schizofrenico”.

“Nel lutto reale, è la “prova di realtà” a mostrarmi che l'oggetto amato ha cessato di
esistere. Nel lutto amoroso, l'oggetto non è né morto né lontano. Sono io a decidere che la
sua immagine deve morire (e questa morte, io potrò addirittura arrivare a nascondergliela).
Per tutto il tempo che durerà questo strano lutto, dovrò portare il peso di due infelicità fra
loro contrarie: soffrire per il fatto che l'altro sia sempre presente (e che continui, suo
malgrado, a farmi del male) e affliggermi per il fatto che egli sia morto (se non altro, che
sia morto quello che io amavo). Cosicché mi angoscio (vecchia abitudine) per una
telefonata che non arriva, ma nello stesso tempo devo dirmi che questo silenzio è, in ogni
caso, inconseguente, perché io ho deciso di non aspettarmi più niente: il telefonarmi,
dipendeva soltanto dall'immagine amorosa; scomparsa quell'immagine, sia che suoni che
non suoni, il telefono riprende la sua futile esistenza”9
Arrivato a questo credo pertanto che il compito della riflessione educativa si configuri arduo
ma affascinante allo stesso tempo.
La costruzione della società attuale e futura e la sopravvivenza stessa del genere umano
risultano indissolubilmente legate alle strategie “auto-educative” che gli umani riusciranno
ad immaginare.
“Ora, sarebbe un enorme progresso non porre più la domanda del “che fare?”10 “Ecco la
sfida dell'uomo moderno. Che invece di morirne, si possa nutrire di incertezza, di rischio, di
angoscia. L'ossigeno, veleno mortale per le forme primitive di vita, anaerobiche, è divenuto
il disintossicante vitale per gli organismi aerobici; l'aria, che asfissia le branchie, è
divenuta il rigenerante dei polmoni; l'incertezza è il veleno che deve diventare il nostro
disintossicante e il nostro rigeneratore.”11

9 R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 2005, pp. 87-88


10 E. Morin, Il gioco della verità e dell'errore, Erickson, Trento, 2009, p.124
11 Ibidem, p. 121

81
Ma per poter accogliere questa nuova “missione” occorrerebbe affidarsi e poi fidarsi di
questo nuovo “atto di fede”, capace di svincolarsi dal mito della salvezza e della felicità
eterna.
Occorrerebbe dunque prestare maggiore attenzione alla formazione di “spiriti” capaci di
cogliere le “relazioni che connettono”. “Spiriti di finezza” anziché “spiriti di geometria”
come ricorda Pascal.
“[...] Ci sono dunque due categorie di spiriti: la prima intende subito e a fondo le
conseguenze dei principi, e questo è il caso dello “spirito di finezza”; l'altra comprende un
gran numero di principi senza confonderli, ed è questo il caso dello “spirito geometrico”.
Questa è forza e rettitudine di spirito, l'altra è ampiezza di spirito.”12

Credo che l'educazione in futuro dovrà fare maggiormente i conti con questa “nuova
scommessa”.

12 B. Pascal, Pensieri, Mondadori, Milano, 2003

82
Cercavo il regno dei cieli sulla terra,
Mi sono arruolato nella legione straniera
Per fare finta di avere un passato da dimenticare
Così sono finito a procurare le donne ai calciatori
In fuga dai ritiri
In cambio di ammirare i loro tiri da vicino
Per imparare l'arte della precisione
Unita alla velocità e alla strategia
Tutto condito con la fantasia
Che è quella cosa che non si può imparare
Però si può riuscire a risvegliare
Così a forza di guardare il pallone
Presi una decisione
E salii sul primo treno per un posto che iniziasse con la A
E piantai le mie tende in Algeria
Dove conobbi una nuova religione
Che ti imponeva un sacco di rinunce
Tranne di rinunciare alla paura
Che quella più ce n'era e meglio era
Ma grazie a Dio si fece presto sera
E m'infilai nel letto di un'eretica
Che mi scaldò col rogo dei suoi fianchi
E continuava a dirmi già mi manchi,
Perché sapeva che me ne sarei andato l'indomani
Perché più che una scelta è vocazione
A spingermi a lanciare un altro dado
Per avanzare di qualche posizione
Nel gioco del mondo, che non finisce mai, e non si vince mai
Mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai

Chi vuol restare fuori resti fuori,


E alzino le mani i giocatori
Chi vuol restare fuori resti fuori,
E alzino le mani i giocatori13

...

13 L. Jovanotti, Il gioco del mondo, Safari, Soleluna/Universal, 2008

83
Ringraziamenti

Mi è stato detto che scrivere i ringraziamenti conclusivi sarebbe stata la parte più divertente
di tutto il lavoro, ma leggendo e rileggendo quanto ho scritto mi sono accorto che la
soddisfazione iniziale è già po' svanita.
Le cose messe 'nero su bianco' hanno iniziato a interrogarmi in modo diverso, soprattutto
nell'ultimo periodo, un po' come è accaduto in questi anni con le letture fatte.

Ho iniziato a pensare a queste ultime pagine quando appena mi trovavo all'inizio di tutto il
lavoro e nel corso di questi mesi ho cambiato più di una volta pensieri e stati d'animo.

Se è stato possibile realizzare questo lavoro il merito non è soltanto 'mio'.


Del resto, come potrei pensare una cosa del genere, quando ciò che mi ha consentito di
concludere questa tesi, è stata proprio l'idea che l'“Io” non esiste ?.
Quindi “Io” non avrebbe mai potuto fare quanto è stato fatto.

Il passaggio successivo a questo punto potrebbe consistere in un commovente grazie alla


'bucolica' famiglia che con tanti sacrifici è riuscita a tirar su un figlio educato come me, fino
a condurlo alla laurea.
Mi dispiace deludere i 'miei venticinque lettori' ma alle spalle non troverà nessuna 'happy
family'.
Ma paradossalmente è proprio 'grazie a loro' che mi è stato possibile sviluppare tante delle
riflessioni proposte e quindi credo che un grazie sia doveroso rivolgerglielo.

Riconosco al 'caso' i meriti maggiori in tutta questa storia perché nel corso della vita si è
dimostrato 'sufficientemente buono' con me.

Ma siccome 'non di sola alea si nutre l'uomo', l'altra parte dei ringraziamenti va agli incontri
e alle 'relazioni conflittuali' che hanno incorniciato la mia formazione, accompagnandomi
(anche) in questo lavoro di scrittura.

84
Grazie a Enrico maestro di 'disapprendimento-apprendimento' di nuove possibilità di
immaginare la vita.

Grazie ai pochi 'amici veri', grazie a quei pochi docenti che hanno (ri)trovato con me il
modo di relazionarsi non attraverso il numero di matricola, grazie alla 'giocatrice di addii'
perché prova e ri-prova a trovare nuovi cambiamenti nella sua vita, e infine grazie al 'libraio
di fiducia' con il quale ho sperimentato l'appartenenza ad una comunità.

85
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