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Sabrina Carollo

La vera storia di
400 frasi celebri
e modi di dire

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Sabrina Carollo

La vera storia di
400 frasi celebri
e modi di dire

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Realizzazione editoriale a cura di Edimedia SAS, via Orcagna 66, Firenze

L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali spettanze agli aventi diritto che non è
stato possibile reperire.

www.giunti.it

© 2017 Giunti Editore S.p.A.


Via Bolognese 165, 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4, 20123 Milano – Italia

ISBN 9788844051204

Prima edizione digitale: settembre 2017

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Realizzazione editoriale a cura di Edimedia SAS, via Orcagna 66, Firenze

L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali spettanze agli aventi diritto che non è
stato possibile reperire.

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© 2017 Giunti Editore S.p.A.


Via Bolognese 165, 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4, 20123 Milano – Italia

ISBN 9788844051204

Prima edizione digitale: settembre 2017

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Sommario

Cominciando… dal principio


Coraggio
Amore
Capacità
Politica
Fortuna
Pentimento
Decisioni
Tradimenti
Speranza
Guerra e pace
Soldi e possedimenti
Gentil sesso
Atteggiamenti e comportamenti
Difficoltà
Soluzioni
Segreti e bugie
Geografiche
Lavoro
Fama
Tempo
Giudizi

8
Potere
Gaudio e tripudio
Pretese
Varie
Successi e insuccessi
Dubbi e perplessità
Pericoli e paure
Qualità
Esiti
Realtà
Desideri
Inizi e conclusioni
Narrazioni
Indice alfabetico
Bibliografia

9
Potere
Gaudio e tripudio
Pretese
Varie
Successi e insuccessi
Dubbi e perplessità
Pericoli e paure
Qualità
Esiti
Realtà
Desideri
Inizi e conclusioni
Narrazioni
Indice alfabetico
Bibliografia

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A Gregorio che non smette
mai di parlare, a Bianca
che vuole capire,
a Giacomo sempre e comunque

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A Gregorio che non smette
mai di parlare, a Bianca
che vuole capire,
a Giacomo sempre e comunque

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Cominciando…
dal principio

Tutto ha un inizio. Scoprire l’origine delle cose è impegnativo e istruttivo.


Non perché ci rende eruditi – sarebbe ben misera conquista – ma perché ci
aiuta a capire meglio. Il presente, ciò che siamo, quello che ci circonda, le
persone che vivono con noi, e il futuro. Proprio come i bambini fanno mille
domande sulla loro nascita, su come sono arrivati alla vita, insistendo sui
mille dettagli e chiedendo ripetutamente la spiegazione del processo, così,
in piccolo, capire i modi di dire che usiamo tutti i giorni, analizzarne
l’origine, ci aiuta a capire meglio la nostra lingua e il suo uso. Quindi a
parlare meglio, a comunicare meglio.
Questo libro, senza grosse pretese, non vuole però essere un semplice
dizionario da sfogliare in cerca di curiosità: vorrebbe essere uno stimolo a
pensare come le cose possono evolversi, come gli errori, a volte, possono
stimolare il cambiamento, e come anche adesso qualcosa che ci pare
irrilevante potrebbe in futuro sopravviverci a lungo. Di certo il monaco che
sbagliò la trascrizione di “diebus illis”, dando vita al più clamoroso
fraintendimento tramandato dalla storia (dopo quelli, voluti, scespiriani) –
al punto da rimanere imperituro nei modi di dire – non avrebbe mai potuto
sospettare un simile esito né una tale importanza in ciò che la sua mano
eseguiva tutti i giorni. La fortuna e la fama sono dee bislacche e
imprevedibili: nonostante tutta la nostra scienza, i calcoli delle probabilità, i
diagrammi – e i gesti scaramantici – non siamo assolutamente in grado di
capire prima cosa davvero potrà funzionare e cosa no. Il bello dei modi di
dire è anche questo: chissà quanti scrittori si saranno compiaciuti di una
frase perfettamente riuscita, ben calibrata, rotonda nella sua compiutezza…
e poi caduta completamente nell’oblio a vantaggio di un’espressione invece
scappata fuori per caso, per sbaglio e senza troppa convinzione. In questo
libro abbiamo allora voluto mettere – dovendo necessariamente fare una
scelta – non le frasi più belle, ma quelle che ci accompagnano tutti i giorni.
Non per forza le più altisonanti o paludate, ma anche quelle che ci sono

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arrivate dalla pubblicità, quelle più comuni, quelle che mettiamo in tavola
con il pane e l’acqua ogni sera.
Ci auguriamo che la lettura sia utile, piacevole, e soprattutto che
ognuno possa ritrovarci un pezzettino di sé e della sua storia.

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arrivate dalla pubblicità, quelle più comuni, quelle che mettiamo in tavola
con il pane e l’acqua ogni sera.
Ci auguriamo che la lettura sia utile, piacevole, e soprattutto che
ognuno possa ritrovarci un pezzettino di sé e della sua storia.

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CORAGGIO

1 Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare


Nell’originale inglese When the going gets tough, the tough get going. Il
significato della frase è che quando il momento si fa delicato, importante,
chi ha davvero coraggio non si ferma, ma anzi si fa coinvolgere in pieno,
tirando fuori il meglio di sé. La citazione è presa dal film Animal House,
celeberrima pellicola del 1978 diretta da John Landis con uno strepitoso
John Belushi come protagonista. Al limite della demenzialità, il film è un
cult che ha segnato indelebilmente non solo la cinematografia statunitense,
ma anche lo stile dei giovani americani. Bluto, il protagonista, si impegna
seriamente nelle situazioni più grottesche, in un’accanita e determinata
ricerca del divertimento più sfrenato (il gioco duro appunto).

2 Avere fegato Avere fegato significa, com’è noto, essere


coraggiosi, non avere paura. Espressione collegata a questa è “essere
sfegatati”, ovvero arrivare perfino a essere temerari, a non possedere più
quei limiti naturali che la paura impone in una data situazione. L’origine di
questo modo di dire affonda nell’antichità: secondo i Greci infatti il fegato
era sede dei sentimenti, delle grandi passioni (e quindi anche del coraggio).
Gli aruspici di Roma antica, ovvero i sacerdoti specializzati nell’arte della
divinazione, usavano le interiora degli animali – e in particolare proprio il
fegato – per leggere il futuro. Anche secondo la medicina cinese il coraggio
deriva dal fegato, perché tale organo è preposto a filtrare il sangue dalle
tossine, che altrimenti offuscano il pensiero e indeboliscono i muscoli. Non
a caso si dice di essere intossicati da pensieri negativi…

3 Ora o mai più L’incoraggiamento per se stessi e per gli altri ad


agire immediatamente, a non perdere l’occasione, deriva dalle parole del
patriota Ettore Tolomei (1865-1952) pubblicate su un opuscolo del
settembre 1914, che incitava gli altoatesini e i triestini a combattere
patriotticamente per la loro appartenenza al territorio italiano. “Ora o mai

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più” erano le parole con cui si concludeva, appunto, la filippica di Tolomei.

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più” erano le parole con cui si concludeva, appunto, la filippica di Tolomei.

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AMORE

4 Attrazione fatale Si usa


per intendere un rapporto –
sentimentale e non – che coinvolge
con intensità assoluta, al punto da
divenire morboso e nocivo.
L’aggettivo “fatale” definisce infatti
la negatività della relazione, così
come confermato dall’origine della
locuzione, che risale al titolo di un
film di successo del 1989, Fatal
attraction, “Attrazione fatale”
appunto, interpretato da Michael
Douglas e Glenn Close. Nella
pellicola, Douglas si trova a dover
fare i conti con l’amante di una
notte, Glenn Close, che non si arrende all’idea di essere stata solo un
“diversivo”, e pretende il ruolo ufficiale, perseguitando emotivamente e
fisicamente l’amante, fino alla tragica conclusione.

5 Non si interrompe un’emozione La locuzione si usa


solitamente con tono ironico per lamentare una fastidiosa interruzione, per
sottolineare la sgradevolezza della discontinuità. In origine lo slogan era
stato pensato dal grande regista Federico Fellini, negli anni Ottanta, per
contestare l’inflazione di interruzioni pubblicitarie durante le proiezioni
televisive di film, che il Maestro riminese considerava a buon diritto opere
d’arte e non “semplici prodotti”. A metà degli anni Novanta lo slogan fu
ripreso dall’allora Pds per dare forza al referendum promosso per impedire
l’interruzione dei film con le pubblicità.

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6 L’amico Fritz La locuzione si usa per indicare una persona di cui
non si vuol fare esplicitamente il nome, alludendo alle caratteristiche
ambigue del rapporto che può avere con qualcun altro/a (sottintendendo
insomma una possibile relazione illecita). Serve dunque per indicare un
rapporto che non vuole dichiararsi apertamente per quello che è, per vari
motivi. Deriva dalla omonima commedia lirica in tre atti di Pietro
Mascagni, musicata su libretto di P. Suardon (pseudonimo di Nicola
Daspuro) e rappresentata per la prima volta a Roma nel 1891. Nell’opera si
racconta del benefattore Fritz, irriducibile scapolo, che non vuole
ammettere a se stesso e agli amici di essersi innamorato di Suzel, la
olo ungraziosa e dolce figlia del fattore.
ente e
7 Bello e impossibile È entrato di prepotenza nell’uso quotidiano,
per definire qualcuno molto affascinante ma difficile da conquistare. Deriva
i usadal titolo di una canzone della cantautrice senese Gianna Nannini, diventata
ne, per un grande successo nel 1986.
an era
a, per 8 Galeotto fu il libro Serve per indicare la persona, la cosa o la
ezioni situazione che ha contribuito a creare un legame d’amore. In realtà il
operetermine “galeotto” viene oggi usato nel linguaggio comune riferito anche ad
gan fualtri contesti: “galeotto fu il tram”, “galeotta fu la vacanza” e così via. La
pedire frase vanta una paternità illustre: è stata infatti coniata da Dante Alighieri
nella Divina Commedia. Si legge nel canto V dell’Inferno: «Galeotto fu ‘l
libro e chi lo scrisse:/quel giorno più non vi leggemmo avante». Le parole
sono pronunciate da Francesca da Rimini, condannata alle pene eterne con

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il suo amante Paolo per essersi lasciata travolgere dalla passione e aver
tradito il marito con il fratello di lui. Sul libro, i due innamorati non ancora
dichiarati stavano leggendo del bacio tra Ginevra e Lancillotto, due
personaggi della saga di Re Artù: il bacio di quelli fu il preludio al loro. Per
questo il libro fu galeotto. Il termine specifico deriva dal personaggio di
Galeotto (in francese Galehaut), che nella vicenda di Ginevra e Lancillotto
favorì il rapporto amoroso fra i due.

di cui
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9 Happy end La locuzione in inglese significa “lieto fine”. È ormai
entrata nel modo di dire quotidiano, per indicare appunto la conclusione
diano,positiva sperata, in particolare in ambito sentimentale (ma in senso lato
Deriva anche rispetto ad altre questioni). A differenza però del corrispettivo
entataitaliano (legato all’immaginario favolistico), l’happy end ha un sapore
peggiorativo, implica un concetto seriale hollywoodiano che ne consente
l’uso come sinonimo di banale, prevedibile.
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il suo amante Paolo per essersi lasciata travolgere dalla passione e aver
tradito il marito con il fratello di lui. Sul libro, i due innamorati non ancora
dichiarati stavano leggendo del bacio tra Ginevra e Lancillotto, due
personaggi della saga di Re Artù: il bacio di quelli fu il preludio al loro. Per
questo il libro fu galeotto. Il termine specifico deriva dal personaggio di
Galeotto (in francese Galehaut), che nella vicenda di Ginevra e Lancillotto
favorì il rapporto amoroso fra i due.

9 Happy end La locuzione in inglese significa “lieto fine”. È ormai


entrata nel modo di dire quotidiano, per indicare appunto la conclusione
positiva sperata, in particolare in ambito sentimentale (ma in senso lato
anche rispetto ad altre questioni). A differenza però del corrispettivo
italiano (legato all’immaginario favolistico), l’happy end ha un sapore
peggiorativo, implica un concetto seriale hollywoodiano che ne consente
l’uso come sinonimo di banale, prevedibile.

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CAPACITÀ

10 Potevamo stupirvi con effetti speciali La frase può avere una


doppia applicazione: può essere usata in modo ironico, per sminuire un
lavoro o un risultato che doveva sembrare sensazionale, ma che si rivela
deludente; oppure per sottolineare l’assoluta autenticità dello stesso,
ottenuto senza interventi strani o impropri. L’origine va fatta risalire a uno
slogan pubblicitario dei televisori Telefunken dei primi anni Ottanta, di
costruzione semplice ma efficace, come del resto dimostra il successo
dell’espressione e la sua durata nel tempo. Un uomo con occhiali da sole
riflettenti luci colorate, a suggerire una fantasmagoria tecnologica, dichiara
con voce stentorea: «Avremmo potuto stupirvi con effetti speciali»; ma
prosegue spiegando che ciò che si sta pubblicizzando è scienza, non
fantascienza.

11 Licenza di uccidere L’utilizzo di questa


frase è, ovviamente, di ambito esclusivamente
ironico e metaforico. Può essere applicata per
esempio in situazioni in cui si enfatizza l’ampiezza
di movimento che ci è concessa in una data
situazione (per esempio: «Per questo lavoro ho
ottenuto perfino la licenza di uccidere»; oppure «Ti
concedo perfino la licenza di uccidere»).
L’espressione deriva dai racconti di James Bond,
agente segreto creato dalla fantasia dello scrittore
inglese Ian Fleming, diventato celebre anche sul
grande schermo. Secondo il romanzo Casino Royale, il primo della serie, la
licenza di uccidere viene ottenuta al secondo omicidio dagli specialissimi
agenti segreti a doppio zero: in totale una dozzina di uomini di cui James
Bond, agente 007, è ovviamente il migliore.

12 Signori si nasce, e io modestamente lo nacqui

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Generalmente utilizzata in situazioni informali e allegre, per
sdrammatizzare un proprio o altrui gesto particolarmente elegante, o al
contrario per sottolineare (ma sempre in tono bonario e amichevolmente
canzonatorio) una qualche mancanza di stile. Il paradosso della
dichiarazione sta proprio nella mancanza di signorilità di chi si
autoproclama tale. La frase è tratta dal film Signori si nasce (1960) di
re unaMario Mattioli, e viene pronunciata dal mitico Totò. L’attore nella pellicola
ire uninterpreta un barone squattrinato che però cerca di mantenere le apparenze
riveladi una florida famiglia nobiliare. Nel cast sono presenti anche Peppino De
stesso,Filippo e Delia Scala.
a uno
nta, di 13 Cavallo di battaglia È l’argomento o la situazione in cui ci si
ccesso sente forti, vincenti. Il cavallo di battaglia è il pezzo forte di qualcuno,
a solequello in cui è possibile esprimere il meglio di ciò che si sa fare o si è. In
chiaraorigine il cavallo di battaglia era quello del re, del signore che conduceva
»; mal’esercito in guerra. Il cavallo del condottiero doveva essere il migliore:
a, nonobbediente, forte e veloce, allevato con le migliori cure e attenzioni, in
modo da poter assicurare la salvezza del re, la cui figura era fondamentale
per guidare l’esercito e condurlo alla vittoria.

14 Essere il factotum Il sostantivo serve a indicare una persona che


si occupa un po’ di tutto, che risolve tutte le questioni, il jolly, il risolutore.
Il termine deriva infatti dall’imperativo latino fac, che significa “fa” e
totum, ovvero “tutto”. Viene usato solitamente in tono scherzoso e ironico,
per indicare chi si vuole occupare di tutto, diventando un elemento
imprescindibile di una struttura. La diffusione di questo modo di dire è
dovuta all’aria di entrata del primo atto del personaggio di Figaro,
nell’opera Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini (1792-1868),
rappresentata per la prima volta a Roma nel 1816.
erie, la
issimi 15 Avere il bernoccolo Significa avere attitudine a fare qualcosa,
Jamesuna predisposizione, un talento naturale, una straordinaria capacità in
qualche specifico settore. L’origine di questo modo di dire va ricercata
negli studi di frenologia del medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-
1828), che insieme al collega Johan Kaspar Spurzheim (1776-1832) mise a
acqui

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perpunto una teoria secondo cui il cranio era diviso in 27 parti, ognuna con
, o alparticolari caratteristiche. L’esame della conformazione del cranio avrebbe
mentereso possibile individuare lo stato e le tendenze di una persona. I detrattori
delladi questa teoria ironizzarono, immaginando una visualizzazione delle
chi sisingole capacità in “bernoccoli”, quasi fosse possibile localizzare tali parti
60) di anche attraverso le protuberanze. Una teoria per certi versi analoga a quella
llicoladi Gall fu formulata da Cesare Lombroso, che attraverso la fisiognomica –
arenze ovvero lo studio della conformazione del viso – pretendeva di individuare
no Dele inclinazioni criminali delle persone.

i ci si
lcuno,
i è. In
uceva
gliore:
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entale

na che
lutore.
“fa” e
onico,
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dire è
igaro, 16 Mangiare la foglia Questa espressione significa capire al volo
1868),qualcosa, intuire rapidamente un sotterfugio o comunque che le cose non
sono come paiono. Sembra che l’origine del detto risalga al mondo degli
animali: secondo alcuni infatti nasce dal confronto tra le bestie adulte, che
mangiano foglie ed erba, e i piccoli che invece si nutrono di latte. Gli adulti
alcosa,
sono coloro che hanno più esperienza, e che quindi sanno capire e
ità in
distinguere la realtà dalla finzione. Inoltre gli animali sanno capire a istinto
ercata
quali sono le foglie commestibili e quali no. Secondo altri, infine, il modo
1758-
di dire deriverebbe dall’abitudine dei pastori di un tempo di “assaggiare” le
mise a
erbe che il gregge stava per consumare al pascolo.

25
na con 17 Testa d’uovo Nell’originale inglese egghead. È una definizione
vrebbe dispregiativa, che serve a indicare ironicamente gli intellettuali, in
rattoriparticolare quelli un po’ troppo rapiti dai loro pensieri, distratti. La
delledefinizione fu coniata da Richard Nixon nel 1952, allora candidato
i partirepubblicano alla presidenza, per definire sprezzantemente Adlai Ewing
quella Stevenson II (1900-1965), politico statunitense democratico di grande
mica – spessore e di notevole preparazione culturale, la cui testa quasi calva fu
iduare oggetto di scherno (si dice infatti che una fronte ampia sia segno di persone
particolarmente intelligenti). Stevenson fu un governatore indubbiamente
illuminato in Illinois, dove riformò la polizia di Stato e combatté il gioco
d’azzardo. Si dichiarò anche contrario agli esperimenti nucleari durante la
Guerra fredda, cosa che gli causò una delle due sconfitte – contro
Eisenhower – nella corsa alla Casa Bianca.

18 Essere un asso Si dice di


chi eccelle in qualche campo,
qualunque esso sia, anche se in
particolare “del volante,
dell’aviazione, della racchetta, del
pallone”. Il termine venne coniato in
Francia durante la Prima guerra
mondiale per definire Adolphe
Pegoud (1889-1915), aviatore di
grande abilità che passò alla storia
per essere stato il primo pilota ad
aver abbattuto cinque aerei tedeschi.
l voloQuasi una beffa che “asso degli assi”
se nonsia stato poi definito il barone
deglitedesco Manfred Albrecht Freiherr von Richthofen, (1892-1918), meglio
e, checonosciuto come il Barone Rosso. Morì a 26 anni dopo aver abbattuto
adultialmeno 80 aerei nemici, grazie alla sua straordinaria abilità nel volo.
pire e
istinto 19 Tallone d’Achille È il punto debole che nessuno conosce, la
modolacuna nella preparazione, il difetto che si tende a nascondere. Il tallone
are” led’Achille è esattamente il contrario del “cavallo di battaglia” (vedi n. 13):
rappresenta la difficoltà, il limite umano di ciascuno. È infatti il tallone il

26
izionepunto debole di Achille, il grande e valoroso eroe omerico quasi
li, inimpossibile da battere, dal momento che la madre Teti lo aveva immerso
ti. La appena nato nelle acque del fiume Stige, per renderlo invulnerabile. Ma nel
didato farlo lo aveva tenuto per un tallone, l’unica parte del corpo che non era
Ewingentrata a contatto con le acque, e pertanto punto debole dell’eroe. Secondo
grandela versione che Virgilio scrive nella sua Eneide, Paride durante la guerra di
lva fu Troia venne a conoscenza di questo particolare e ne approfittò centrando
ersonecon una freccia il tallone di Achille, riuscendo così a ucciderlo.
mente
gioco 20 Essere un vaso di coccio tra vasi di ferro Si dice di chi è in
ante laposizione di debolezza, chi non ha le caratteristiche di forza e
controautorevolezza, oppure le conoscenze necessarie, le sostanze, insomma tutto
ciò che è necessario per essere al sicuro in un mondo difficile, in cui è
evidentemente più esposto alla rottura, al pericolo. La frase è di Alessandro
Manzoni (1785-1873), che nei Promessi Sposi (1827, 1840/1842) descrive
in questo modo il personaggio di Don Abbondio: «Il nostro Abbondio, non
nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima
quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come
un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di
ferro».

meglio
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27
punto debole di Achille, il grande e valoroso eroe omerico quasi
impossibile da battere, dal momento che la madre Teti lo aveva immerso
appena nato nelle acque del fiume Stige, per renderlo invulnerabile. Ma nel
farlo lo aveva tenuto per un tallone, l’unica parte del corpo che non era
entrata a contatto con le acque, e pertanto punto debole dell’eroe. Secondo
la versione che Virgilio scrive nella sua Eneide, Paride durante la guerra di
Troia venne a conoscenza di questo particolare e ne approfittò centrando
con una freccia il tallone di Achille, riuscendo così a ucciderlo.

20 Essere un vaso di coccio tra vasi di ferro Si dice di chi è in


posizione di debolezza, chi non ha le caratteristiche di forza e
autorevolezza, oppure le conoscenze necessarie, le sostanze, insomma tutto
ciò che è necessario per essere al sicuro in un mondo difficile, in cui è
evidentemente più esposto alla rottura, al pericolo. La frase è di Alessandro
Manzoni (1785-1873), che nei Promessi Sposi (1827, 1840/1842) descrive
in questo modo il personaggio di Don Abbondio: «Il nostro Abbondio, non
nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima
quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come
un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di
ferro».

28
POLITICA

21 Repubblica delle banane


L’espressione, dal sapore fortemente dispregiativo,
viene spesso usata per indicare la cattiva qualità
della democrazia in un determinato Stato
(sfortunatamente non è infrequente che venga usata
per commentare la situazione dell’Italia dagli stessi
italiani). Altro uso comune è per indicare più
specificatamente una dittatura e/o un sistema
corrotto. L’espressione fu coniata dallo scrittore
americano O. Henry (pseudonimo di William
Sydney Porter) che intendeva con questa definire la situazione
dell’Honduras, e le polemiche che da sempre caratterizzano le elezioni in
quello Stato. Il termine “banana” serve proprio a richiamare alla memoria
sia il Centro e Sudamerica (e i suoi molti governi dittatoriali), sia
l’agricoltura estensiva, arretrata, che costituisce in gran parte l’economia
del Sud del mondo. La definizione deve parte del suo successo anche al
film del 1971 di Woody Allen Il dittatore dello stato libero di Bananas, in
cui Allen diventa appunto autocrate della repubblica immaginaria (poco
pubblica e molto privata) di San Marcos.

22 Di’ qualcosa di sinistra Appello accorato alla coerenza e


all’espressione di una reazione; nello specifico, ovviamente, di
orientamento dichiarato. Tuttavia può essere utilizzato anche come
incitamento generico alla resistenza e alla rivendicazione del proprio
valore. La frase viene pronunciata da Nanni Moretti in una memorabile
sequenza del suo film Aprile (1998) quando il protagonista, mentre assiste a
un contraddittorio trasmesso in televisione tra Berlusconi e D’Alema, incita
quest’ultimo, incalzato dall’avversario e apparentemente senza
argomentazioni, a reagire in modo deciso. «Non mi far vedere che tortura,
che tortura questa campagna elettorale. Speriamo che finisca presto.

29
D’Alema reagisci, rispondi, di’ qualcosa! Reagisci!… E dai!… Dai,
rispondi! D’Alema di’ qualcosa, reagisci…dai!… Di’ qualcosa, D’Alema
rispondi. Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi!
D’Alema, di’ una cosa di sinistra, di’ una cosa anche non di sinistra, di
civiltà, D’Alema di’ una cosa, di’ qualcosa, reagisci!».

23 Caccia alle streghe Viene definito in questo modo


l’atteggiamento persecutorio nei confronti di una particolare fazione
politica o di un gruppo di persone. Tale atteggiamento si basa spesso e
volentieri su semplici sospetti, e non su comprovate e certe testimonianze.
La prima origine di questo modo di dire risale alla persecuzione cui furono
soggette le donne nel Medioevo, quando ogni minimo sospetto era valido
per accusare le appartenenti al sesso femminile di stregoneria. In seguito la
sua interpretazione in chiave politica si diffuse soprattutto negli anni
Cinquanta a seguito della campagna portata avanti dal senatore statunitense
Joseph McCarthy (1908-1957) contro chiunque fosse sospettato di essere
azione filocomunista o comunque sostenitore del partito. A sua volta è stato
oni inconiato il termine maccartismo, per indicare atteggiamenti persecutori
moria senza fondamento.
), sia
nomia
che al
, in
(poco

nza e
e, di
come
roprio
orabile
siste a 24 Franco tiratore In politica è chi, approfittando del voto segreto,
incitanon vota in linea con il proprio partito, pur senza dichiararlo. La locuzione
senza viene dal francese franc-tireur, che significa “libero cacciatore”, forse
ortura,derivato a sua volta dal tedesco Freikorps, il nome dei corpi composti dai
presto.cecchini della Prima guerra mondiale. E da questi al cecchino figurato delle

30
Dai,aule parlamentari, il passo è breve.
Alema
sconi!
25 La maggioranza silenziosa Con questa locuzione si intende
tra, di
quell’ampia fascia di popolazione che non esprime in modo esplicito le
proprie opinioni politiche, non partecipa né organizza manifestazioni, non è
tesserata, non sottoscrive e nemmeno gradisce posizioni estreme. La
mododefinizione deriva dall’originale inglese silent majority, espressione usata
azionedal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon (1913-1994) in un discorso
esso edel 3 novembre 1969, in cui si riferiva a tutte quelle persone che non si
ianze.erano unite ai dimostranti contro la guerra del Vietnam. La frase completa
urono era: «And so tonight – to you, the great silent majority of my fellow
validoAmericans – I ask for your support» (“così questa notte chiedo a voi, la
uito la grande maggioranza silenziosa dei cari americani, sostegno”).
i anni
itense
26 Convergenze parallele La frase rappresenta un ossimoro,
essere
ovvero una figura retorica che consiste nell’accostare due concetti opposti
stato
tra loro: le linee parallele infatti non possono convergere. L’immagine delle
cutori
convergenze parallele è un paradosso che vuole sollecitare la possibilità di
un avvicinamento tra due entità apparentemente inconciliabili. Secondo
alcune fonti l’espressione venne coniata da Aldo Moro negli anni Settanta,
per cercare di introdurre il famoso “compromesso storico”, ovvero
l’avvicinamento della Democrazia cristiana e del Partito comunista italiano.
In realtà in diversi hanno smentito la paternità di Moro rispetto a questa
locuzione, e la fanno invece risalire a un discorso di Amintore Fanfani del
1960, quando il politico inaugurò il suo terzo mandato governativo
(interamente democristiano, ma sostenuto anche da liberali e repubblicani,
che avrebbero dato il proprio contributo senza “incontrarsi”). A ogni modo
la definizione rimane il simbolo di un certo tipo di politica del
compromesso.

egreto, 27 Falchi e colombe I due termini servono a indicare due fazioni


uzionecontrapposte di una medesima corrente, oppure due atteggiamenti
forsecontrastanti rispetto a una stessa situazione. L’espressione è nata nel 1962,
sti daiall’epoca della crisi con Cuba, quando l’amministrazione Usa di J.F.
o delleKennedy si divise fra chi aveva un atteggiamento duro e intransigente nei

31
confronti del comunismo (anche a rischio di scatenare una guerra), e chi
invece preferiva scegliere la via della mediazione e del dialogo (i pacifisti).
Ovviamente i falchi stavano a indicare i primi; mentre le colombe, animali
ntende
da sempre simbolo di pace, i secondi.
cito le
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amenti
1962,
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nte nei

32
confronti del comunismo (anche a rischio di scatenare una guerra), e chi
invece preferiva scegliere la via della mediazione e del dialogo (i pacifisti).
Ovviamente i falchi stavano a indicare i primi; mentre le colombe, animali
da sempre simbolo di pace, i secondi.

33
FORTUNA

28 In bocca al lupo
Celeberrima formula benaugurale a
cui si è soliti rispondere «Crepi!»
(sottinteso il lupo). In realtà la
risposta che si è sedimentata nel
tempo rivela una mancata
comprensione del significato
dell’augurio: infatti il lupo, animale
simbolo della peggiore ferocia,
trasporta i suoi cuccioli afferrandoli
con la bocca. Dunque proprio quelle fauci che tanto sono temute possono
diventare il luogo più sicuro, quello in cui augurarsi e augurare di trovarsi.
In effetti la frase completa, in origine, era “andare o mettere in bocca al
lupo”. Alcune fonti fanno risalire l’augurio ai cacciatori, e alla loro
abitudine di invocare l’uno all’altro buona caccia in questo modo, perché il
lupo era il primo avversario del predatore nella ricerca della selvaggina.
Altri ancora sostengono invece che si tratti di una proposizione antifrastica,
una figura retorica in cui si intende esattamente l’opposto di ciò che si
sostiene.

29 La fortuna aiuta gli audaci Nell’originale virgiliano, nel X


libro dell’Eneide, è «Audentes fortuna iuvat»; in seguito, probabilmente
perché più facile da ricordare, si è diffusa la versione «audaces».
Comunque il significato è il medesimo: è meglio osare, non si deve avere
paura.

30 Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere È la frase di rito


che si utilizza in modo scherzoso quando ci si trova in una situazione
sgradevole, difficile: è un’esortazione a non lamentarsi, perché le cose
potrebbero certamente andare ancora peggio. È tratta dal film comico

34
Frankenstein Jr, realizzato nel 1974 da Mel
Brooks. Nella pellicola, il dottor
Frankenstein e il suo aiutante Igor si trovano
nella difficile condizione di scavare per
disseppellire un cadavere pesantissimo, la
notte, in un cimitero: alle lamentele del
dottore («Che lavoro schifoso!») Igor
risponde allegramente proprio con questa
frase.

31 Giornata nera È la giornata da


cancellare dal calendario, quella in cui tutto
va storto, dalla prima all’ultima azione.
Generalmente viene usata riferendosi al
passato, individuando una giornata nera
dopo che è trascorsa; più raramente può
ossono succedere di usare l’espressione per indicare il futuro, quando si sa che
ovarsi.accadrà qualcosa di spiacevole, come l’arrivo della suocera o una giornata
cca alparticolarmente complicata e ingestibile al lavoro. L’origine di questo
a loromodo di dire risale agli antichi Romani, che ritenevano ci fosse un giorno in
rché ilogni mese particolarmente sfortunato: in quel giorno era vietato (o
ggina.comunque sconsigliato) intraprendere una qualunque attività, pubblica o
astica,privata che fosse. Tale giorno veniva segnato con una pietra nera sul
che sicalendario, a differenza dei giorni particolarmente fortunati, che erano
contraddistinti da una pietra bianca. Solitamente la giornata nera cadeva
dopo le idi (che cadevano il 13° o il 15° giorno del mese), dopo le none (5°
nel Xo 7°), o dopo le calende (il 1° del mese), anche se il complicato computo
menteromano dei giorni ne impedisce la perfetta ricostruzione. Sicuramente
aces».questi giorni erano legati a ricordi particolarmente infelici per l’intera
averecomunità, oltre che privati, come sconfitte in battaglia, incendi e calamità
varie.

di rito 32 Albo signanda lapillo La traduzione letteraria è “[giorno] da


azionesegnare con una pietra bianca”, e sta a indicare un giorno particolarmente
e cosefortunato o felice, un giorno insomma da ricordare. È in questo modo infatti
omico che gli antichi Romani segnavano i giorni fortunati sul calendario,

35
distinguendoli da quelli negativi, che erano contraddistinti da una pietra
nera.

33 Toccare ferro È un gesto scaramantico, e


come tale il modo di dire che lo rappresenta vuole
essere uno scongiuro dalla sfortuna. Si dice
“tocchiamo ferro” sperando di essere risparmiati
dalla cattiva sorte, in previsione di qualche
progetto che sta per avverarsi, oppure dopo aver
parlato di una condizione felice o positiva,
sperando che il parlarne non porti male. Il ferro da
toccare è in origine quello di cavallo: narra la
leggenda inglese (curioso che però nei paesi anglosassoni si dica knock on
wood, “toccare legno”) che un giorno il diavolo si presentò dal santo
maniscalco Dunstano. Questi, riconosciutolo, accettò di ferrargli lo zoccolo
porcino, ma nel farlo lo prese a martellate fino a che il demonio si arrese e
sa chechiese pietà. Il santo gli fece promettere di non entrare mai più in un luogo
ornata dove ci fosse un ferro di cavallo: ecco perché tale oggetto è considerato un
questoportafortuna.
rno in
ato (o
34 L’uomo giusto al posto giusto Locuzione di origine inglese
lica o
(the right man in the right place) che alcuni fanno risalire a Shakespeare,
ra sul
mentre secondo altri appartiene a Sir Austen H. Layard (1817-1894),
erano
erudito e viaggiatore inglese, che pronunciò queste parole alla Camera dei
adeva
Comuni nel 1855, indicando con esse il motivo di un successo militare
ne (5°
appena avvenuto.
mputo
mente
’intera 35 Homo faber fortunae suae Tradotto letteralmente dal latino,
lamitàsignifica “l’uomo è l’artefice della sua fortuna” (peraltro usato anch’esso
come modo di dire). La frase – che si usa per indicare che ognuno, se vuole,
può costruirsi la sua strada – è attribuita ad Appio Claudio Cieco (350-271
a.C.), politico e letterato romano; la frase da lui pronunciata ci è stata
no] da
riportata da Sallustio.
mente
infatti
ndario, 36 Per la legge di Murphy Questo modo di dire è in un certo senso

36
pietra sinonimo di “legge della sfortuna”, e si usa
per ironizzare su una situazione che sta
andando storta in modo quasi prevedibile.
Le leggi di Murphy sono state codificate nei
libri scritti a partire dal 1988 da Arthur
Bloch (1948-), scrittore e umorista
statunitense che ha preso spunto dall’antico
adagio americano «se qualcosa può andare
storto, lo farà» per stilare nei suoi libri una
serie di principi, formulati ironicamente con
il linguaggio tecnico degli scienziati. In
realtà la teorizzazione della prima legge
risale a tale Edward Murphy, un ingegnere
ock on
aerospaziale americano che la pronunciò in
santo
occasione del fallimento di un esperimento
occolo
cui aveva partecipato.
rese e
luogo
ato un 37 Nascere con la camicia Si dice di
persone particolarmente fortunate, a cui la vita ha
dato tutto fin dalla nascita. Il modo di dire risale al
Medioevo: quando i bambini nascevano con
nglese
addosso parte del sacco amniotico, erano
peare,
considerati particolarmente fortunati. Anche Paolo
1894),
Minucci, nelle Note al Malmantile riacquistato, ne
ra dei
scrive: «Dicono le levatrici che talvolta nascono
ilitare
bambini con una certa spoglia sopr’alla pelle, la
quale spoglia non si leva loro subito nati, ma si
lascia e casca poi da sé in processo di giorni; e tal
latino,creatura da esse si dice “nata vestita”, ed è preso
h’essoper augurio di felicità di tale creatura».
vuole,
0-271
stata

senso

37
sinonimo di “legge della sfortuna”, e si usa
per ironizzare su una situazione che sta
andando storta in modo quasi prevedibile.
Le leggi di Murphy sono state codificate nei
libri scritti a partire dal 1988 da Arthur
Bloch (1948-), scrittore e umorista
statunitense che ha preso spunto dall’antico
adagio americano «se qualcosa può andare
storto, lo farà» per stilare nei suoi libri una
serie di principi, formulati ironicamente con
il linguaggio tecnico degli scienziati. In
realtà la teorizzazione della prima legge
risale a tale Edward Murphy, un ingegnere
aerospaziale americano che la pronunciò in
occasione del fallimento di un esperimento
cui aveva partecipato.

37 Nascere con la camicia Si dice di


persone particolarmente fortunate, a cui la vita ha
dato tutto fin dalla nascita. Il modo di dire risale al
Medioevo: quando i bambini nascevano con
addosso parte del sacco amniotico, erano
considerati particolarmente fortunati. Anche Paolo
Minucci, nelle Note al Malmantile riacquistato, ne
scrive: «Dicono le levatrici che talvolta nascono
bambini con una certa spoglia sopr’alla pelle, la
quale spoglia non si leva loro subito nati, ma si
lascia e casca poi da sé in processo di giorni; e tal
creatura da esse si dice “nata vestita”, ed è preso
per augurio di felicità di tale creatura».

38
PENTIMENTO

38 Lacrime di coccodrillo
Con questa curiosa locuzione si
intende un pentimento postumo
quanto inutile: proprio come un
coccodrillo che dopo il pasto piange,
pentendosi di aver ingerito il cibo,
così chi lamenta di aver fatto una
sciocchezza senza poter tornare indietro è condannato all’inutilità del suo
pentimento. L’origine è incerta: potrebbe infatti derivare dalla fraintesa
attitudine degli occhi dei coccodrilli a lacrimare (anche se non
necessariamente dopo aver divorato la preda). La lacrimazione è utile a
questi animali per ripulire l’occhio ed è fisiologica: il fatto che aumenti
necessariamente quando il coccodrillo rimane più a lungo fuori dall’acqua
(e questo spesso coincide con il momento dell’aggressione a una preda) può
aver originato il fraintendimento.

39 De profundis Si dice “recitare il de profundis” quando si vuole


intendere che qualcuno è spacciato, che sta recitando le sue ultime
preghiere, una sorta di riflessione, spesso amara, sulla sua vita trascorsa, i
suoi errori e le sue malefatte. La traduzione dal latino è “dal profondo”,
dell’abisso come della coscienza. La locuzione è presa dall’inizio del
Salmo 129 che fa parte della liturgia dei defunti. Ma la diffusione di questo
modo di dire è dovuta all’omonimo componimento di Oscar Wilde (1854-
1900), scrittore e poeta inglese, che durante i due anni di prigionia con
l’accusa di omosessualità, esattamente nel 1897, prepara una lunga lettera
per Lord Alfred Douglas, suo intimo amico. Il drammatico e toccante testo
è una lucida e dolorosa analisi della devastante relazione di Wilde con
Douglas, che ha portato lo scrittore al carcere, alla bancarotta e soprattutto
all’infelicità.

39
40 Andare (o venire) a Canossa Si dice di chi alla fine è costretto
a ritornare sui suoi passi e ammettere il proprio errore, o comunque a
umiliarsi per ottenere qualcosa scendendo a patti con ciò che prima si
rifiutava di accettare. L’origine della frase risale a un fatto realmente
accaduto. Nel 1076, nell’ambito della lotta per le investiture, che vedeva
contrapposto il potere del papato a quello dell’imperatore, papa Gregorio
VII scomunicò l’imperatore tedesco Enrico IV: in questo modo i sudditi
non erano più obbligati all’obbedienza nei confronti del sovrano. Per paura
di perdere il suo impero, Enrico IV venne in Italia per riconciliarsi con il
papa, che si trovava dalla contessa Matilde di Canossa. Ma l’imperatore
dovette aspettare fuori dal castello tre giorni e tre notti, sotto la neve e
vestito del solo saio (era il gennaio del 1077) prima che il papa gli
concedesse il perdono.
el suo
intesa
non
utile a
umenti
acqua
a) può

vuole
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orsa, i
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40
40 Andare (o venire) a Canossa Si dice di chi alla fine è costretto
a ritornare sui suoi passi e ammettere il proprio errore, o comunque a
umiliarsi per ottenere qualcosa scendendo a patti con ciò che prima si
rifiutava di accettare. L’origine della frase risale a un fatto realmente
accaduto. Nel 1076, nell’ambito della lotta per le investiture, che vedeva
contrapposto il potere del papato a quello dell’imperatore, papa Gregorio
VII scomunicò l’imperatore tedesco Enrico IV: in questo modo i sudditi
non erano più obbligati all’obbedienza nei confronti del sovrano. Per paura
di perdere il suo impero, Enrico IV venne in Italia per riconciliarsi con il
papa, che si trovava dalla contessa Matilde di Canossa. Ma l’imperatore
dovette aspettare fuori dal castello tre giorni e tre notti, sotto la neve e
vestito del solo saio (era il gennaio del 1077) prima che il papa gli
concedesse il perdono.

41
DECISIONI

41 Alea iacta est La traduzione di questa frase latina è nota ai più


come “il dado è tratto”. Il motto sta a indicare una decisione ormai presa, e
dalla quale non si può tornare indietro. La traduzione però ha ingenerato
alcuni fraintendimenti, e rende di non immediata comprensione il
significato: la traduzione corretta sarebbe infatti “il dado è stato lanciato”. Il
senso implicito è quello di sottolineare come la decisione presa non possa
essere revocata: l’utilizzo del dado nella metafora, però, regala un sapore di
fatalità, per cui al di là della volontà umana è il fato che segnerà il corso
degli eventi. La frase è riportata da Svetonio, che nel suo libro De vita
Caesarum (Divus Iulius) la attribuisce a Giulio Cesare: questi l’avrebbe
pronunciata dopo aver varcato il Rubicone il 12 gennaio del 49 a.C., atto
questo con il quale violava di fatto la legge romana e segnava l’inizio della
guerra civile.

42 O così o Pomì Indice di una scelta negata. Se in


origine, ovvero una pubblicità della metà degli anni
Ottanta, la frase stava a significare che l’unica alternativa
possibile alla passata di pomodoro fatta in casa era appunto
Pomì, la passata di pomodoro in brik della Parmalat, a
sottolinearne le qualità, nella vulgata la frase è oggi
diventata sinonimo di una “non opzione”, dell’impossibilità

42
ad avere alternative. Il significato è affine a quello del proverbio «o mangi
‘sta minestra o salti ‘sta finestra»: con però la qualità di un motto di rara
efficacia e straordinario impatto, come nella migliore tradizione
pubblicitaria.

43 Meditate gente, meditate È l’invito ironico che si usa per


ai più sottolineare una notizia particolarmente stupefacente, o un comportamento
resa, e inaspettato per chi ascolta, ma non per chi racconta. La frase deve la sua
nerato origine a Renzo Arbore, che la pronunciava con l’atteggiamento di chi “la
one ilsa lunga” a conclusione di uno spot per la promozione del consumo di birra,
to”. Ilnel 1982. La pubblicità, finanziata dall’associazione degli industriali della
possa birra e del malto, sottolineava le grandi qualità della bevanda, e sebbene
ore di fosse caratterizzata dallo slogan che ancora oggi la contraddistingue
corso(«Birra, e sai cosa bevi»), terminava con un pay off rimasto nel gergo
e vitacolloquiale, recitato da Arbore con il suo proverbiale tono ammiccante:
vrebbe«Meditate gente, meditate».
., atto
o della
44 Asino di Buridano Fare
come l’asino di Buridano significa
non saper scegliere, rimanere
fatalmente paralizzati
nell’indecisione tra due opportunità
ugualmente attraenti. L’espressione
ha origine dall’ironia dei detrattori
del filosofo francese Jean Buridan
(1300-1358), rettore dell’Università
di Parigi, che precorse, intuendole,
alcune importanti verità fisiche,
come il principio di inerzia o la sfericità della terra. Buridan sosteneva la
naturale tendenza della volontà a scegliere il meglio per sé: se qualcuno si
trova di fronte a una scelta tra due pari opportunità di bene, finisce per
rimanere bloccato e non riesce a scegliere il meglio. I suoi critici allora
idearono il paradosso dell’asino, che affamato e assetato in uguale misura –
e posto alla medesima distanza da un secchio d’acqua e da uno di fieno –
muore di sete, perché incapace di scegliere il bene migliore.

43
mangi 45 Fumata bianca e fumata nera
di raraPer fumata bianca si intende solitamente una
izione decisione positiva, oppure l’approvazione di
una proposta. Fumata nera, ovviamente,
rappresenta il contrario della precedente. La
sa perterminologia appartiene al mondo cattolico,
mentoe si riferisce in particolare all’elezione del
la suapapa. Quando i cardinali si riuniscono in
chi “laconclave per eleggere il nuovo pontefice, le
birra,sedute sono assolutamente segrete e la porta
i delladella sala in cui si riuniscono non viene
bbene aperta, secondo il cerimoniale, fino a
tinguequando non sia avvenuta l’elezione. Per
gergo comunicare con l’esterno allora è stato messo a punto un metodo arcaico
cante: ma efficace: il fumo. Le schede impiegate per esprimere il voto vengono
bruciate in una stufa sistemata nella sala, utilizzata per la prima volta
durante il conclave del 1939, il cui fumo si vede uscire dal tetto del
Vaticano: è nero nel caso in cui la votazione non abbia messo d’accordo i
cardinali, è bianco se invece il nuovo papa è stato designato. Per ottenere la
fumata bianca viene aggiunta della paglia umida che schiarisce l’emissione.
Per migliorare la visibilità della fumata è stata recentemente aggiunta
un’apparecchiatura ausiliaria dotata di fumogeni.

46 Passare il Rubicone La frase è un sinonimo di «alea iacta est» e


si riferisce all’episodio già ricordato in cui Cesare prese la storica decisione
di varcare il fiume Rubicone (che allora segnava il confine dell’Italia
romana), scatenando così la guerra.

eva la 47 L’uomo Del Monte ha detto sì Il tono è indubbiamente ironico:


uno sisi usa quando si strappa una sudata e difficile approvazione a qualcuno che
ce per non la concede facilmente e che è estremamente severo. È negli anni
alloraOttanta che la Del Monte – multinazionale della frutta, dei succhi e delle
sura –conserve – si costruisce la sua fetta di mercato anche in Italia, con una serie
ieno –di pubblicità che vedono come protagonista un gentiluomo in panama
bianco e completo impeccabile, che vaga tra le piantagioni tropicali per
verificare di persona (con pignoleria e aria concentrata)

44
la qualità della frutta selezionata per essere
commercializzata sotto il marchio Del Monte. La sua
severità è a garanzia del consumatore: al suo laconico
cenno, i produttori festeggiano e cominciano a lavorare
le commesse, perché «l’uomo Del Monte ha detto sì».
L’incontentabile è stato soddisfatto.

48 Aut aut Tradotto letteralmente dal latino


significa “o o”, e indica la possibilità di scelta tra due
sole opportunità. Un aut aut impone un obbligo di
decisione, e nella scelta non è compresa una terza
opportunità (tertium non datur, altro modo di dire ereditato della tradizione
latina).
rcaico
ngono
volta 49 Obbedisco Risposta laconica il cui significato è inequivocabile, e
to delche viene oggi usata in tono ironico o scherzoso. Fu la parola con cui
ordo iGaribaldi rispose telegraficamente il 9 agosto del 1866 all’invito del
nere laComando supremo di La Marmora, che gli aveva ingiunto il ritiro dal
sione.Trentino dopo la grande vittoria di Bezzecca. Garibaldi, contrariato e
giuntaarrabbiato, accettò comunque senza protestare la decisione del superiore,
dimostrando grande senso dell’onore e rispetto per la gerarchia dello Stato.

est» e
isione
’Italia

onico:
no che
i anni
delle
a serie
anama
ali per

45
izione

bile, e
on cui
o del
ro dal
iato e
eriore,

46
47
TRADIMENTI

50 Parigi val bene una messa Nell’originale francese è «Paris


vaut bien une messe». È la frase che si usa per rimarcare come qualche
compromesso si possa pur accettare in nome di un bene più grande, senza
scandalizzarsi troppo. Pare che la frase sia stata pronunciata da Enrico III di
Navarra, poi Enrico IV di Francia (1553-1610) in risposta a chi lo accusava
di aver abiurato il calvinismo e di essere diventato cattolico solo per
ottenere il trono di Francia, cosa che avvenne il 25 luglio del 1593. In
questo modo terminarono le lotte tra ugonotti e cattolici: con l’editto di
Nantes del 1598 Enrico stabilì delle norme di tolleranza religiosa alquanto
innovative: in tutto il territorio francese veniva infatti concessa la libertà di
culto.

51 Tu quoque La frase completa è «Tu quoque, Brute, fili mi!», che


tradotto dal latino significa “Anche tu, Bruto, figlio mio!”. Secondo quanto
tramandatoci da Svetonio, queste sarebbero state le ultime parole di Giulio
Cesare quando, mentre veniva assassinato con 23 coltellate il giorno delle
idi di marzo del 44 a.C., vide che tra i congiurati c’era anche Marco Giunio
Bruto, uno dei suoi prediletti (in questo senso va inteso quel “figlio”,
perché Bruto non era figlio né naturale né adottivo di Cesare). In realtà la
frase probabilmente è un’aggiunta successiva di Svetonio, il più famoso
biografo di Cesare. Ora la locuzione si usa con tono scherzoso per indicare,
enfatizzandolo, una sorta di tradimento, come a sottolineare la portata di un
parere avverso di qualcuno che non ci aspetteremmo lontano dalle nostre
posizioni.

52 Piantare in asso La locuzione si usa quando si vuole descrivere


un repentino e improvviso abbandono, senza nessun preavviso né
preoccupazione per le sorti altrui. La frase in origine era “piantare in
Nasso”, ma come avviene nei passaparola, nel parlato comune si è persa la
“n” iniziale, perché si confonde con la “n” finale della preposizione “in” 

48
che precede il termine. Lo spiega bene Paolo Minucci nelle Note al
Malmantile riacquistato (1688): «Da più si dice Rimanere in asso; e ciò
segue per corruzione nella pronunzia, che tanto suona Rimanere in asso,
che Rimanere in Nasso, come si dovrebbe dire». Nasso è l’isola in cui
Teseo, eroe della mitologia greca, abbandona Arianna che lo aveva aiutato
a sconfiggere il Minotauro con il suo filo. Secondo alcune versioni del
«Parismito, il motivo per cui Teseo abbandonò tanto improvvisamente e
ualcheinspiegabilmente l’amata fu perché venne minacciato dal dio Dioniso, che
senzavoleva la donna per sé.
o III di
cusava 53 Essere un voltagabbana Si dice di chi si comporta in modo
o per opportunista, e cambia la propria posizione a seconda di come più gli fa
93. In comodo, del vantaggio del momento. La gabbana era un giaccone pesante,
itto di che serviva ai soldati per proteggersi da freddo e pioggia. Durante le guerre
quantogli schieramenti portavano casacche differenti, di colore diverso: quando si
ertà disfoderava (voltava) la giacca, il messaggio che si mandava al nemico era
quello di voler passare dalla sua parte. Lo stesso significato ha anche
“cambiare casacca”, ora caduto un po’ in disuso.
», che
quanto 54 Allevare una serpe in seno Narra la leggenda che un uomo,
Giulio trovata una serpe semicongelata, se la mettesse al caldo in petto: ma questa,
o delleuna volta riscaldatasi, si rigirò contro di lui mordendolo. Da qui il detto, che
Giuniosi usa per le persone che abbiamo cresciuto o curato con dedizione e che in
iglio”,cambio ci attaccano facendoci del male e tradendo il nostro amore.
altà la
amoso
dicare,
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nostre

rivere
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49
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uomo,
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che in

50
SPERANZA

55 Speranza ridotta al lumicino Il senso


è quello di una speranza molto flebile, ridotta ai
minimi termini. L’origine dell’espressione deve
essere ricondotta al lume che la compagnia dei
Buonuomini di San Martino (fondata a Firenze nel
1441 e composta da dodici membri) esponeva
all’ingresso quando c’era bisogno di denaro per
soccorrere i “poveri vergognosi”, ovvero le
famiglie benestanti cadute in disgrazia per
questioni politiche. I Buonuomini raccoglievano
fondi e ridistribuivano aiuti in modo anonimo,
indossando un cappuccio rosso e un mantello nero
che li rendeva irriconoscibili nelle fattezze. Il loro
impegno indefesso valse loro l’appellativo di
“Angeli di Firenze” da parte di papa Eugenio IV.

56 Si può dare di più Il significato è


letterale: è possibile impegnarsi più di quanto già
non facciamo. I contesti in cui questa espressione può essere utilizzata
possono variare dal serio al faceto. La citazione è il titolo della canzone
vincitrice del Festival di Sanremo 1987, e un grande successo per alcuni
mesi a seguire. Scritta da Umberto Tozzi, Giancarlo Bigazzi e Raf venne
interpretata dall’inedito trio Tozzi, Enrico Ruggeri e Gianni Morandi,
conosciutisi giocando a calcio per beneficenza nella medesima squadra, la
Nazionale Cantanti, ma estremamente differenti nei modi e nello stile
musicale. Pare che in origine la canzone, diventata poi l’inno ufficiale della
Nazionale Cantanti, dovesse essere interpretata da otto cantanti in
occasione del Natale.

57 Domani è un altro giorno Si usa per darsi o infondere ad altri

51
coraggio nell’affrontare i problemi, e nel lasciarsi alle spalle le esperienze
negative. È una sorta di mantra della fiducia nel futuro, perché sia migliore
del passato. È la frase conclusiva del film Via col vento, del 1939, tratto dal
romanzo di Margaret Mitchell: tra le lacrime, la capricciosa Rossella
O’Hara – la protagonista che ha appena perso per orgoglio e narcisismo
l’affascinante marito Rhett – pronuncia questa frase, ribadendo così la forza
tipica delle donne del Sud degli Stati Uniti, forti e indomite.

58 I have a dream Significa “Ho un sogno”: la frase si usa


enfaticamente – o ironicamente – per indicare un progetto di larga portata,
qualcosa che rivoluzionerebbe l’attuale scenario, politico, sociale o
economico che sia. È stata pronunciata per la prima volta dal Nobel per la
Pace Martin Luther King (1929-1968) il 28 agosto del 1963 davanti al
Lincoln Memorial di Washington, dopo una marcia per i diritti civili. La
frase si riferiva al sogno politico di Luther King di vedere finalmente
trionfare i diritti civili anche per le persone di colore, all’epoca ancora
duramente discriminate negli Stati Uniti. La frase proseguiva in questo
modo: «Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva
pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di
per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”».

59 Il principio della fine La celebre frase si usa per commentare


una situazione sull’orlo del precipizio, per qualcuno o qualcosa che sta per
avviarsi alla conclusione della propria parabola. È la traduzione del
izzatafrancese «c’est le commencement de la fin», frase attribuita a Charles-
nzoneMaurice de Talleyrand-Périgord, detto Talleyrand (1754-1838), nobile,
alcunipolitico, religioso e diplomatico francese, che la pronunciò quando
vennecominciarono le prime sconfitte di Napoleone in Spagna; o ancora, secondo
orandi,altri, durante il periodo dei Cento giorni.
dra, la
o stile
e della 60 Farci una croce sopra Significa considerare una questione
nti inoramai conclusa, mettersi il cuore in pace, sapere che non c’è più niente da
fare né azione alcuna che possa cambiare le cose. Si usa in particolar modo
riferita a qualche perdita, per le delusioni d’amore o per un insuccesso. La
locuzione infatti deriva dall’abitudine degli antichi contabili di tenere dei
d altri

52
rienzelibri con la lista dei creditori e dei corrispondenti crediti: quando sapevano
glioreche non sarebbero riusciti più a recuperare il proprio danaro, facevano una
tto dalcroce accanto all’indicazione del dovuto, in segno di definitivo abbandono
osselladelle speranze.
sismo
a forza
61 Lasciate ogni speranza voi che
entrate Si usa scherzosamente per sottolineare
l’accesso a una situazione di difficile gestione,
si usa oppure quando si sta per affrontare una persona
ortata,particolarmente scontrosa o irragionevole. La frase
ale o è contenuta nella Divina Commedia di Dante
per la Alighieri (1265-1321), dove al canto III
anti aldell’Inferno si legge la frase «Lasciate ogne
ili. Lasperanza, voi ch’intrate» sulla porta d’ingresso alla
mente città dolente, la terra dei dannati.
ancora
questo
62 Dopo di noi il diluvio! Si usa con
e viva
doppia accezione: per intendere che stanno per avvicinarsi tempi brutti, per
rità di
cui succederà una catastrofe dopo la morte di chi parla; oppure perché tale
catastrofe è auspicata, come una sorta di “vendetta postuma” di chi si sente
ingiustamente valutato. La frase «Après nous le déluge!» è attribuita alla
entaremarchesa di Pompadour (1721-1764), celebre amante del re di Francia
sta perLuigi XV, a cui rivolse appunto queste parole per consolarlo, avendo questi
e del intuito quelle tensioni in atto in Francia che sarebbero poi sfociate nella
harles-Rivoluzione del 1789.
nobile,
uando
condo

stione
nte da
modo
so. La
re dei

53
evano
no una
ndono

ti, per
hé tale
sente
ta alla
rancia
questi
nella

54
55
GUERRA E PACE

63 Fare la fronda Significa fare opposizione cercando di sovvertire


l’ordine costituito. Si dice spesso per esempio “vento di fronda” per
intendere “tira aria di rivolta”. La definizione deriva dal francese Fronde,
che tradotto letteralmente significa “fionda”, ed è il nome del movimento
sotterraneo che nacque in opposizione alle politiche spregiudicate del
Cardinal Mazarino (tutore del re a quel tempo minorenne). In seguito agli
insostenibili provvedimenti di natura economica presi da Mazarino, il
malumore del popolo sfociò nel 1648 nella Fronda del Parlamento di Parigi,
che si rifiutò di ratificare le manovre finanziarie. Ne seguì una crisi che
costrinse il Cardinale a fuggire, e in seguito a scendere a patti con le
richieste del Parlamento. In seguito la definizione “fronda” venne utilizzata
anche da un secondo movimento, stavolta di nobili, anch’esso contrario al
Cardinale. Il termine venne scelto perché la “fionda” era stata la povera
arma usata dal popolo durante i moti di ribellione.

64 Ci rivedremo a Filippi L’ammonimento si usa per sottolineare


che la questione in corso non è conclusa, e che l’ultima parola, se non la
vendetta, deve ancora essere pronunciata. La frase ha un’origine
importante: secondo Plutarco (46-127) che ne scrive nelle Vite parallele
dopo aver assassinato Cesare (44 a.C.) Bruto scappò con l’esercito dei
repubblicani in Macedonia. Qui una notte un fantasma gli apparve,
pronunciando le famose parole «Io sono il tuo cattivo genio, o Bruto, e mi
rivedrai a Filippi». Bruto replicò che non sarebbe mancato. E proprio nella
piana di Filippi incontrò l’esercito di Marco Antonio e di Ottaviano, che lo
avevano inseguito per fare giustizia, nel 42a.C.: l’esercito di Bruto venne
sconfitto e lui si suicidò trafiggendosi con la spada. La leggenda del
fantasma è stata ripresa anche da Shakespeare, nel suo Giulio Cesare.

65 Dìvide et ìmpera Letteralmente, “dividi e domina”. La massima


latina descrive un tipo di atteggiamento politico largamente diffuso nella

56
storia, ovvero quello di fomentare le divisioni tra popoli e/o persone per
evitare che si coalizzino contro il potere costituito. Difficile attribuire con
certezza la paternità del motto, che secondo alcuni risale a Filippo il
Macedone, secondo altri a vari imperatori romani (ipotesi questa più
plausibile, sia perché il detto ci è arrivato in latino, sia perché questa era
esattamente la politica che l’Impero romano perseguiva nei territori
vertirecolonizzati). Altro esempio illustre è quello della Francia di Luigi XI, che
a” perappunto usava come motto la traduzione francese del detto latino «diviser
ronde,pour régner», e che mise in contrasto tra loro i feudatari di Francia per
mentomeglio controllarli.
te del
o agli 66 Francamente me ne infischio Nell’originale americano,
no, il «Frankly, my dear, I don’t give a damn». La celeberrima espressione è
Parigi,tendenzialmente usata a suggellare discussioni e amari litigi o, più
si cheraramente, a ridicolizzare situazioni di contrasto. Altro possibile utilizzo è
con ledato dall’inserirla come chiosa, per sottolineare la mancanza di importanza
izzata di tutto l’argomento. È pronunciata dal protagonista maschile di Via col
ario alvento, pellicola del 1939 tratta dal best seller di Margaret Mitchell del 1936,
poveravincitore del Premio Pulitzer nel 1937. La battuta è stata eletta come la più
famosa della storia del cinema, ed è citata in almeno un paio di film.
Nell’originale, il termine inglese damn (che significa “dannazione”) era
inearestato considerato blasfemo: il produttore riuscì a dimostrare che la parola
non laera volgare, ma non blasfema, ottenendo così di dover pagare una semplice
rigine multa, ma senza modificare le battute del copione.
allele,
to dei 67 La madre di tutte le battaglie Da questa espressione originale è
parve,nata poi l’abitudine di definire “la madre di” un appuntamento, un
, e mi momento particolare, una situazione di qualunque genere si tratti. La frase
o nella intera è «La madre di tutte le battaglie è cominciata» ed è stata pronunciata
che lodal dittatore iracheno Saddam Hussein (1937-2006) il 17 gennaio 1991 alla
venne radio nazionale di Baghdad, all’alba del giorno che ha visto cominciare la
da del guerra tra Iraq e Stati Uniti, da questi ultimi ribattezzata Desert storm
“tempesta nel deserto”, e nota anche come Guerra del golfo. In seguito
all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq il 2 agosto del 1990, la
assimacoalizione capeggiata dagli Stati Uniti stabilì il 15 gennaio 1991 come
nella deadline, entro la quale gli iracheni avrebbero dovuto ritirare le truppe dal

57
ne perpaese invaso. Scaduto l’ultimatum, il rais iracheno salutò il proprio popolo
re con incitandolo ad affrontare «la madre di tutte le battaglie» che si sarebbe
ppo ilscatenata di lì a poco.
a più
ta era
68 Mi è semblato di vedele un gatto Utilizzata in contesti
rritori
familiari e informali per alludere in modo amichevole a un tentativo di
I, che
aggressione malcelato, inteso sia in senso verbale che fisico. Nella versione
diviser
originale «I taut I taw a puddy tat» è la frase più celebre del canarino Titti
ia per
(Tweety), cartone animato della Warner Bros e antagonista di Gatto
Silvestro. L’irritante pennuto dalle fattezze infantili (una grossa testa e un
corpo minuscolo) vive nella sua gabbietta perennemente insidiato dagli
icano,artigli del gatto con la lisca. A ogni fantasiosissimo, quanto vano, tentativo
one èdi agguato, il canarino esordisce con la suddetta frase. Celebre doppiatrice
o, piùitaliana del canarino è Loretta Goggi.
izzo è
rtanza
ia col
1936,
la più
film.
”) era
parola
mplice

nale è
o, un
a frase 69 Ostracizzare Significa allontanare dalla vita pubblica, escludere
nciatauna persona dalla società. Il termine ha origini antiche e nobili: la pratica
91 alla infatti risale addirittura all’antica Grecia, dove rappresentava una
iare laistituzione della democrazia ateniese. L’ostracismo era infatti l’esilio, lungo
storm ma temporaneo, che veniva inflitto a chi era sospettato di costituire un
eguitopericolo per la comunità. Aristotele fa risalire la pratica dell’ostracismo a
90, la Clistene nel 510 a.C., mentre altri sono propensi a posticipare questa
comeistituzione di almeno vent’anni, al tempo della prima applicazione nota. La
pe dalparola deriva dal termine greco ostrakon, che significa “coccio di

58
popoloterracotta”. Era infatti su tali pezzetti di scarto che venivano recuperati per
arebbele votazioni – all’epoca non esisteva la carta come la conosciamo noi – che
venivano segnate le votazioni in merito a un eventuale ostracismo.

ontesti 70 Fare una filippica La filippica è considerata un discorso molto


ivo di aggressivo e fortemente accusatorio, un’invettiva nei confronti di qualcuno
rsioneo qualcosa di molto specifico. Può comunque essere utilizzato in tono
o Tittischerzoso e ironico. Le Filippiche sono infatti le celebri orazioni
Gatto pronunciate da Demostene contro Filippo II di Macedonia, fra il 351 e il
a e un 340 a.C., per incitare gli Ateniesi al combattimento. Lo stesso nome venne
daglipoi dato anche alle orazioni (Philippicae orationes) che Marco Tullio
ntativo Cicerone (106-43 a.C.) rivolse nel 44-43 a.C alla figura di Marco Antonio,
iatricela cui ascesa politica Cicerone osteggiò con forza. Il nome Filippiche venne
dato proprio per sottolineare la somiglianza con quelle di Demostene, a cui
volutamente Cicerone si ispirava, per ribadire l’analogia tra l’ascesa del
dittatore Filippo e quella di Marco Antonio. Le 14 invettive pronunciate dal
filosofo romano gli costarono la vita: in seguito a esse venne ucciso da
sicari.

71 Tirare un colpo basso È il colpo scorretto, quello che cerca di


approfittare della debolezza dell’avversario e non rispetta le basilari regole
dello scontro. La definizione è tratta dal gergo sportivo, della box in
particolare, in cui esiste la regola ferrea di non colpire l’avversario sotto la
cintura. I colpi ai genitali infatti sono considerati pericolosi e troppo
dolorosi. Chi non rispetta la regola è punibile con richiami e anche con la
squalifica. La norma fu inserita nelle gare di pugilato già nell’Ottocento.

ludere
pratica
una
lungo
ire un
smo a
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59
ati per
– che

molto
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n tono
azioni
51 e il
venne
Tullio
tonio,
venne
, a cui 72 Cicero pro domo sua In latino significa “Cicerone per la
sa delpropria casa”. È la locuzione che si usa per indicare chi difende con molta
ate dalpartecipazione una causa, sottintendendo che lo fa perché ne è direttamente
iso dacoinvolto, perché sta parlando per interesse personale. La frase deriva da
un’orazione di Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), De domo sua appunto,
del 57 a.C., in cui questi chiedeva al collegio dei pontefici che gli fosse
restituito il terreno (ora consacrato dai suoi avversari a una divinità) su cui
erca diun tempo sorgeva la sua casa, che aveva ritrovato distrutta dopo essere
regoletornato dall’esilio.
ox in
otto la
roppo 73 Colpo di grazia È il colpo conclusivo, inferto dopo un lungo
con la combattimento per finire l’avversario. L’origine di questo modo di dire è
molto antica: un tempo durante i combattimenti i soldati venivano straziati
dalle ferite riportate nei sanguinosissimi scontri, che avvenivano con le
truculente armi del passato. Allora dare il colpo finale, aiutando il ferito a
morire rapidamente senza patire troppe sofferenze, era considerato
caritatevole. Ed ecco perché il colpo finale era considerato una grazia:
perché a chi lo riceveva veniva risparmiata la sofferenza di una morte lenta
e dolorosa.

74 Calumet della pace “Fumare il calumet della pace” significa


offrire la riconciliazione. Il modo di dire si è diffuso attraverso il successo
dei film western negli anni Sessanta e Settanta. Il calumet è infatti la pipa

60
che i nativi americani fumavano con gli avversari per sancire la pace
durante una solenne cerimonia. Secondo la tradizione, il cannello
simboleggia l’uomo, mentre il braciere la madre terra. Esistono ovviamente
vari tipi di calumet, a seconda delle tribù che lo utilizzavano: se il legno del
cannello è abitualmente di frassino, il braciere poteva essere realizzato con
pietre di vario colore, dall’alabastro al quarzo, oppure con una speciale
terracotta. Anche le piante scelte per essere fumate erano differenti, a
seconda delle credenze delle diverse tribù che sceglievano di bruciare
quelle da loro considerate sacre.

75 Habeas Corpus Letteralmente


“abbi il corpo”. Dal latino, le parole
indicano un diritto sancito nella Magna
per laCharta Libertatum, approvata nel 1215 dal
moltare inglese Giovanni Senza Terra e in seguito
mentedivenuta legge, ratificata nel 1679 da Carlo
iva daII d’Inghilterra (Habeas Corpus Act).
punto, Comporta il diritto di una persona di avere
fosseun giusto processo. Habeas Corpus era
su cui infatti la frase che pronunciava il giudice
esserealla polizia per avere presso di sé il
condannato e poter procedere con il
processo. Fino alla definizione della legge
lungoinfatti gli arresti erano spesso abusivi, e non
dire èvenivano regolamentati da un seguito
raziatigiudiziario. Per estensione ora l’Habeas
con leCorpus indica tutto il complesso di leggi che tutelano l’indiziato e lo
erito agarantiscono contro eventuali comportamenti illegittimi – o almeno
deratodovrebbero: nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata il
grazia: 10 dicembre 1949 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si legge:
e lenta«Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o
esiliato».

gnifica 76 A piede libero La locuzione si usa per gli indagati che hanno una
ccesso denuncia contro di loro formulata non da un cittadino ma dall’autorità, e
a pipa quando nei confronti dell’indagato il giudice non ha ritenuto di dover

61
pace attuare nessun provvedimento restrittivo, fermo restando l’eventualità di
nnello ulteriori indagini. Insomma sostanzialmente quando qualcuno è indagato
mente ma non è arrestato. La locuzione affonda le radici nel Medioevo, quando le
no del persone condannate (spesso anche solo sospettate) venivano messe ai ceppi,
to conovvero legate mani e piedi.
eciale
enti, a
77 Rendere pan per focaccia È un modo di dire che serve per
uciare
illustrare una situazione in cui venga resa la pariglia – magari maggiorata –
di un torto subito. È una vendetta in cui a un’offesa si risponde con un’altra
offesa. In realtà si tratta di uno slittamento linguistico di un atteggiamento
che in origine era positivo: il modo di dire risale infatti al tempo in cui la
gente si prestava la farina per fare il pane, ovviamente in casa: se la vicina
aveva già cotto le focacce, ne dava volentieri alla massaia accanto, che poi
ricambiava magari il giorno seguente con del pane. Insomma da
un’originaria gentilezza (contraccambiare le “piccole” focacce con una
“grande” forma di pane), il linguaggio ha forzato la locuzione verso un
significato negativo, e cioè quello di restituire un torto o un’offesa con gli
interessi. Il modo di dire viene usato per la prima volta in letteratura nel
Decameron di Boccaccio, dove nell’ottava giornata si legge in un dialogo
tra due personaggi: «Madonna, voi m’ avete renduto pan per focaccia».

78 Seppellire l’ascia di guerra (o anche dissotterrare l’ascia


di guerra) Significa riporre i desideri di scontro, volere fare pace dopo
discussioni molto accese, mettere da parte il rancore, insomma decidere che
non è più tempo di lottare. E ovviamente il suo contrario, ovvero prepararsi,
armarsi per una battaglia all’ultimo sangue, durissima. La locuzione,
o e lo
diffusa grazie alla popolarità della cinematografia nordamericana western
lmeno
negli anni Sessanta e Settanta, deriva dalle modalità dei nativi americani di
tata il
condurre le battaglie, usando un’ascia appunto, detta tomahawk, che
legge:
seppellivano sottoterra nei periodi di pace (a dimostrazione della loro
uto o
intenzione di mantenere la stabilità) e che dissotterravano quando
dichiaravano guerra (ed era il momento di battersi).

no una
79 Sotto l’egida “Essere sotto l’egida di qualcuno” significa essere
rità, e
sotto la protezione di una persona potente. Non per nulla l’egida era lo
dover

62
lità di scudo di Atena, forgiato da Efesto, con riprodotta
dagatoal centro la testa della Gorgone. La parola egida
ndo lederiva da aigos, “pelle di capra”, materiale con cui
ceppi,era ricoperto lo scudo.

80 Voi
ve personerete le
orata –vostre trombe e
n’altranoi soneremo le
mentonostre campane
cui laLa locuzione si usa
vicina quando si vuole
he poirispondere a tono a
ma dauna minaccia, o
n unadichiarare la propria
so unvolontà al
on glicombattimento, a
ra nelresistere, a non
ialogolasciarsi intimorire.
L’origine della fiera
dichiarazione è
storica: fu pronunciata dal fiorentino Pier Capponi (1447-1496), uno dei
ascia
quattro incaricati a trattare con il re Carlo VIII che era sceso in Italia nel
dopo
1494 con un imponente esercito. Firenze fu l’unica città che si oppose al
re che
passaggio incondizionato del re francese, perché, narra Francesco
ararsi,
Guicciardini, quando Carlo VIII presentò ai quattro ambasciatori (tra cui
zione,
Pier Capponi) la lista delle richieste e dei tributi che i francesi volevano
estern
imporre alla città per non essere saccheggiata, Pier Capponi reagì
cani di
stracciando il cartiglio e dichiarando l’indisponibilità di Firenze ad
k, che
accettare tali vessazioni, affermando appunto che «voi sonerete le vostre
a loro
trombe e noi soneremo le nostre campane». La reazione orgogliosa di
uando
Capponi colpì a tal punto il re che rinunciò ai tributi e fece di Firenze una
delle sue grandi alleate.

essere
81 Una jacquerie Con questo termine si indica un moto
era lo
rivoluzionario spontaneo e non organizzato, una rivolta tanto più violenta

63
quanto più occasionale, di carattere episodico. Il termine deriva dai moti
francesi insurrezionali, particolarmente sanguinosi, che si susseguirono in
Francia dalla primavera del 1358, quando il Paese (devastato dalla Guerra
dei cent’anni ed economicamente in ginocchio) si ribellò al regime
prepotente dei nobili. I contadini della zona di Beauvais, a nord di Parigi,
furono i primi a sollevarsi contro la classe nobiliare, devastando castelli e
aggredendo le persone. La rivolta fu soffocata nel sangue dalle truppe di
Carlo di Navarra. A sua volta, il termine deriva da un modo di definire i
contadini in uso tra i nobili francesi: “Jacques Bonhomme”, che suona un
po’ come il nostro “Mario Rossi”, anche se con maggiore intento di
scherno. Jacques deriva dal termine jacque, la tipica casacca che
indossavano i villani, a cui venne aggiunta la parola Bonhomme
buonuomo.

82 Veni, vidi, vici Dal latino,


significa “venni, vidi, vinsi”. Queste parole
si usano scherzosamente per definire una
situazione in cui si è ottenuto una vittoria
rapida, un successo incontestabile e
immediato. Si narra che siano state queste le
parole usate da Giulio Cesare (100-44 a.C.)
no deiper commentare la fulminea vittoria che era
lia nelriuscito a riportare su Farnace II, figlio del
ose alre del Ponto Mitridate, nel 47a.C., a Zela nel
ncesco Ponto. O almeno questo è quanto ci
ra cuitramanda Plutarco, biografo greco che
evanoscrisse le Vite, tra cui quella di Cesare. Anche Svetonio, in Vita dei Cesari,
reagì riporta la frase come autografa di Cesare, per descrivere in senato la sua
ze advittoria.
vostre
osa di
83 À la guerre comme à la guerre La locuzione francese si
ze una
traduce letteralmente con “in guerra come in guerra”. Significa che è
necessario rispondere con provvedimenti adeguati a seconda delle
circostanze, adattandosi senza indugi, visto che non si può fare altrimenti.
motoChe bisogna insomma essere preparati e giocarsela con le armi che si hanno
olentaa disposizione, senza esclusione di colpi né invocando regole che non

64
i moti esistono. Il modo di dire è di evidente origine francese, e si è diffuso
ono indurante il XVIII secolo.
Guerra
egime
84 Arrivano i nostri Questo modo di
Parigi,
dire si usa in tono scherzoso per sottolineare
telli e
l’intervento provvidenziale, fisico o verbale,
ppe di
di qualcuno che interrompe una situazione
inire i
sgradevole o difficile, sostenendo le ragioni
ona un
di chi è in minoranza. L a locuzione è
nto di
mutuata dalla cinematografia statunitense,
a che
nello specifico dal genere western anni
omme,
Settanta: i bianchi sono attaccati dai
pellerossa e stanno per soccombere, quando
arriva la carica dell’esercito o del resto del
gruppo dei “buoni” (almeno nell’ingenuo e
politically uncorrect immaginario di alcune
decine di anni fa) che con straordinario
tempismo, coraggio e indomita forza
riescono a salvare gli assediati. Quando
questi li vedono arrivare, esultano gridando
appunto «arrivano i nostri!».

85 Quousque tandem, Catilina O meglio, nella versione completa


e corretta «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?», che
significa: “fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”. Sono
le parole con cui comincia la prima Catilinaria, l’invettiva che Cicerone
Cesari,
(106 a.C.-43 a.C.) pronunciò contro Catilina (108 a.C.-62a.C.), per
la sua
denunciarlo in Senato dopo aver scoperto la congiura da lui ordita ai danni
della Repubblica. Oltre a questa, altre tre orazioni contro Catilina vennero
declamate dal politico tra il novembre e il dicembre del 63 a.C. Dopo la
ese siquarta orazione, il senato condannò Catilina come traditore e lo fece
che ègiustiziare.
delle
menti.
86 Perdere le staffe Ovvero perdere il controllo di sé, arrabbiarsi. In
hanno
origine la locuzione era “perdere le staffe del cervello”, e rimanda
e non

65
iffuso all’immagine del cavaliere che se perde le staffe del cavallo, ovvero la parte
della sella in cui si infilano i piedi, capitombola giù.

87 Fare il kamikaze Il termine è di origine giapponese, e in quella


lingua significa “vento divino”, perché kaze sta per “vento” (ka significa
“inspirare” e ze “espirare”) e kami sta per “divino”. In Giappone questa
parola serve per indicare un tifone che nel XIII secolo spazzò le coste
dell’isola, salvandola in modo insperato quanto inaspettato dall’invasione
mongola. Il termine viene invece utilizzato nel resto del mondo per definire
quelle persone che attaccano il nemico in missioni suicide, facendosi
esplodere con le bombe di cui sono imbottiti, o lanciandosi con l’aereo
direttamente contro la flotta nemica, così come fecero diversi piloti
giapponesi nella fase conclusiva della Seconda guerra mondiale. Il loro
nome in giapponese però era diverso: era tokubetsu kogeki tai, che significa
“unità d’attacco speciale”, o anche, più brevemente, tokkotai. I kamikaze
indossavano l’hachimaki, la fascia tradizionale bianca con i simboli del Sol
Levante (che in realtà è semplicemente un simbolo di “lavoro duro” per i
giapponesi). Ora il termine kamikaze viene utilizzato anche nel parlato
comune, per indicare qualcuno che non ha paura di farsi male nel lanciarsi
in una mischia, oppure che non teme di sacrificarsi per il bene del gruppo,
come per esempio affrontando il capufficio da solo.

mpleta 88 Si vis pacem para bellum “Se vuoi la pace, prepara la guerra”.
», che Questa la traduzione del motto latino ricavato dalla frase «Igitur qui
Sonodesiderat pacem, praeparet bellum», letteralmente “chi aspira alla pace,
ceroneprepari la guerra”. La locuzione è tratta dal III libro dell’Epitoma rei
permilitaris di Publio Flavio Vegezio Renato, scrittore latino vissuto tra la fine
dannidel IV e la prima metà del V secolo d.C. I quattro libri che lo compongono
ennerotrattano della cultura militare romana, che lo scrittore cerca di recuperare
opo laper farla rivivere. Sostanzialmente l’autore si proponeva di rinverdire le
o fecegrandi gesta dell’esercito romano, non più combattivo come un tempo. Tra
i consigli che vengono elargiti, questo, che anche oggi viene usato per
giustificare l’esistenza delle istituzioni militari e l’escalation degli
armamenti.
rsi. In
manda

66
a parte 89 L’ira funesta «Cantami o Diva,
del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti
addusse lutti agli Achei» sono i versi iniziali
quella dell’Iliade, il poema scritto da Omero (IX -
gnifica VIII secolo a.C., sempreché non si tratti di
questa un personaggio di fantasia) dedicato alla
costeguerra di Troia, nella traduzione di
asioneVincenzo Monti. Si usa per commentare un
efiniregrande momento di rabbia, un’esplosione di
endosi collera fuori dal comune.
’aereo
piloti 90 Il pomo della discordia Ovvero
l loroil punto per cui si è in disaccordo, ciò che
gnificacausa il dissidio. Il detto trae origine dalla
mikazemitologia. Narra la leggenda infatti che
el Soldurante il matrimonio tra Teti e Peleo si
” per ipresentò Temi, la dea della discordia, adirata
parlatoperché non era stata invitata al banchetto.
nciarsiPer vendicarsi la dea gettò ai presenti un pomo d’oro, con la scritta «alla
ruppo, più bella». Tre divinità si contesero la palma di più avvenente: Venere,
Minerva e Giunone. Per scegliere allora tra le tre, Giove scelse un arbitro
imparziale: Paride, figlio del re di Troia. Le tre dee cercarono di
uerra”.corromperne il voto offrendo regali: Minerva la sapienza, Giunone la
ur qui ricchezza, Venere l’amore. Paride scelse Venere: in questo modo riuscì in
pace,seguito a conquistare la bella Elena, moglie di Menelao di Sparta, che rapì
ma reidando inizio alla guerra di Troia, narrata nell’Iliade. Nella guerra, Venere si
la fineschierò con i Troiani; Minerva e Giunone ovviamente contro.
ngono
perare 91 Ti spiezzo in due Si dice in tono decisamente scherzoso (si
dire lespera) prima di una competizione tra amici, oppure come minaccia, ma
o. Tra sempre ironica. La frase è rimasta nell’immaginario collettivo dopo essere
to per stata pronunciata tra i denti da Ivan Drago, platinato e nerboruto avversario
deglidell’inossidabile boxeur Rocky Balboa, sul ring dell’incontro decisivo,
nella pellicola Rocky IV del 1985. Quando i due si fronteggiano, con i
guantoni infilati, per ascoltare le regole rapidamente riassunte dall’arbitro,
il russo apostrofa minacciosamente

67
in questo modo l’americano, che per
nulla intimorito alla fine, tanto per
cambiare, vince. E con lui vincono
gli Stati Uniti, dal momento che la
pellicola è stata girata prima del
crollo del muro, in pieno governo
Reagan.

92 Un combattimento
all’arma bianca È uno scontro
serrato, con le lame sguainate,
almeno in senso figurato, tra due
persone. L’arma bianca è infatti
l’arma da taglio: come le spade, i
pugnali, e anche le baionette inserite
in cima ai fucili, a cui i soldati ricorrevano una volta finite le munizioni.
Bianco probabilmente deriva dal tedesco blank, che significa “splendente”:
proprio come le armi metalliche che luccicano al sole.
«alla
enere, 93 Modus vivendi Significa, dal latino, “modo di vivere” ed è usata
arbitroper indicare uno stile di vita particolare, oppure come sinonimo di andare
no di d’accordo, o meglio di trovare un accordo per convivere pacificamente. La
one lalocuzione viene usata anche nel diritto internazionale, per indicare un
uscì in accordo di carattere economico provvisorio che disciplina i rapporti
he rapìinternazionali durante delle trattative diplomatiche. Questo modo di dire è
nere si stato utilizzato da Cicerone per la prima volta nel De re publica, nel primo
dei sei libri in cui è diviso il testo, quello dedicato appunto alle tre storiche
forme di governo e alla filosofia politica in generale.
so (si
a, ma 94 Sfida all’OK Corral La frase si usa per indicare una specie di
essereduello tra due litiganti, una situazione difficile in cui ci si trova in forte
ersariocontrasto e il cui esito potrebbe essere fatale. È entrato in uso grazie
cisivo,all’omonimo film western del 1957, ispirato alla leggendaria sparatoria
con iall’OK Corral nel 1881 a Tombstone, in Arizona, e che vide confrontarsi
rbitro,alcuni tra i più noti pistoleri del tempo. L’OK Corral era un ricovero per

68
cavalli.

95 Mezzogiorno di fuoco
L’espressione si usa in tono
scherzoso in vari modi: sia per
indicare un mezzogiorno
particolarmente caldo, sia per
sottolineare un momento difficile.
Mezzogiorno di Fuoco è un film
western del 1952, diretto da Fred
Zinnemann, che ebbe molto successo
anche in Italia: a mezzogiorno,
appunto, si svolgeva il regolamento
di conti a pistolettate.

izioni.
96 Ambasciator non porta
ente”:
pena Ovvero, chi porta le notizie
non è colpevole della pena, della sofferenza che può arrecare: insomma non
deve essere ritenuto responsabile se riferisce informazioni sgradevoli od
usataostili. La frase viene abitualmente usata in modo scherzoso, quando si
andare riferisce una notizia non proprio benaccetta ma che non dipende dalla
te. La volontà di chi la comunica. Da secoli l’ambasciatore è un personaggio
re un delicato, che secondo le più antiche norme della cavalleria e del diritto non
pportipuò essere toccato dai nemici. La sua immunità istituzionale viene presa in
dire èprestito nel linguaggio comune, per salvarsi anche da semplici lamentele.
primo
oriche
97 Oggi è un buon giorno per morire La drammatica frase viene
normalmente utilizzata in senso ironico, quando si sta per affrontare una
prova difficile, anche se non certo la morte. La frase viene pronunciata da
cie diOld Lodge Skins nel film Piccolo grande uomo del 1970, per la regia di
n forte Arthur Penn. La storica pellicola è una delle prime che prova a ribaltare il
graziepunto di vista degli scontri per il possesso del territorio, da quello dei
ratoria “bianchi” a quello dei pellerossa. Narra infatti la storia di Jack Crabb,
ontarsiinterpretato da Dustin Hoffman, che viene allevato dagli indiani e al loro
ro perfianco, dopo mille peripezie, sceglie di schierarsi durante la battaglia di

69
Little Big Horn il 25 giugno del 1876. Prima
del combattimento, il capo indiano
pronuncia questa celebre frase, che peraltro
gli porta fortuna: nonostante la superiorità
bellica degli avversari, i Lakota-Cheyenne
sconfissero il reggimento dell’esercito
statunitense, comandato dal tenente
colonnello George Armstrong Custer.

98
Cortina di
ferro Si usa
questa
espressione
quando si
vuole dire
che qualcuno
si è chiuso in
ma non
una
oli od
condizione di
ndo si
isolamento ostile, oppure che una barriera
dalla
dello stesso genere gli è stata eretta attorno
naggio
da altri per proteggerlo (o comunque
to non
separarlo dall’esterno). Il modo di dire risale
esa in
ai tempi della netta separazione tra
Occidente e Stati comunisti, e venne pronunciata da Winston Churchill,
primo ministro inglese, il 5 marzo del 1946, negli Stati Uniti, durante un
vienelungo discorso. La frase conobbe grande fortuna soprattutto in seguito,
re unadurante gli anni della Guerra fredda tra il blocco sovietico e i paesi alleati.
ata da
gia di
99 Spezzeremo le reni La frase viene usata solitamente in tono
tare il
ironico, quando si vuole sottolineare un intervento difficile ma che alla fine
lo dei
risulterà vittorioso. È un’espressione fascista: lo slogan venne usato da
Crabb,
Benito Mussolini il 18 novembre 1940. Durante l’anniversario delle
al loro
sanzioni economiche stabilite contro la dittatura italiana, il duce tenne un
glia di
discorso pubblico in cui pronunciò la famosa frase: «Dissi che avremmo

70
spezzato le reni al Negus. Ora, con la stessa
certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che
spezzeremo le reni alla Grecia». Con queste parole
il duce annunciava la fallimentare invasione
italiana della Grecia. L’espressione colorita oggi
viene usata solo in contesti scherzosi, spesso come
parodia dello stesso fascismo.

100 Nemico pubblico numero uno Si usa


per identificare una persona considerata pericolosa
per la società, o anche, in tono scherzoso, per
indicare un amico combinaguai. La locuzione
deriva dalla terminologia americana: fu usata per la
prima volta nel 1930 da Frank J. Loesch, l’allora responsabile della
Chicago Crime Commission, per definire Al Capone e la sua
organizzazione criminale. In seguito fu ripresa dal direttore dell’FBI J.
Edgar Hoover (1895-1972), che riorganizzò il servizio investigativo negli
oltre cinquant’anni di lavoro al suo interno. La sua ferrea disciplina, e il suo
sistema investigativo, resero l’FBI quello che è oggi. Nel riorganizzare il
lavoro schedò un gruppo di criminali, e stilò una graduatoria dei ricercati: a
arrierapartire dal “numero uno”, il pericolo pubblico più grande.
ttorno
unque
101 Occhio per occhio, dente per dente Al contrario della carità
risale
e del perdono cristiano, questo motto preso dalla Bibbia è una delle leggi
e tra
mosaiche scritte nell’Esodo. La frase è famosa anche come “legge del
rchill,
taglione”, e suggerisce di ricambiare con un provvedimento di egual misura
nte un
un torto subito, vendicandosi. La prima origine è però forse da ricercare nel
eguito,
codice Hammurabi, stilato dal re babilonese nel secondo millennio a.C., in
cui si legge una frase simile.

n tono
102 Homo homini lupus “Ogni uomo è lupo nei confronti degli altri
la fine
uomini”. Il cinico motto latino sta a rappresentare l’egoismo istintivo degli
ato da
esseri umani, capaci di sbranarsi tra loro come bestie. Si usa quando si
delle
vuole commentare un comportamento scorretto ai danni altrui, che non
ne un
tiene conto del prossimo. La locuzione viene usata da Tito Maccio Plauto
emmo

71
(250 a.C.-184 a.C.) nell’Asinaria (La commedia degli asini), commedia in
cui si racconta di Argirippo, venditore di asini, la cui fidanzata è concupita
anche dal padre di lui. Il principio è stato ripreso da Thomas Hobbes (1588-
1679) nel suo volume di filosofia politica il Leviatano, del 1651. Secondo
la visione pessimistica di Hobbes, l’uomo ha una natura profondamente
egoista, e solo il contratto sociale di reciproca non belligeranza rende
possibile la costruzione della società.

103 Ne resterà uno solo Si usa per ironizzare su una situazione tesa,
quando c’è uno scontro acceso tra due persone. La frase è tratta dal film del
1986 Highlander, l’ultimo immortale, che narra appunto le vicende di
Connor MacLeod, uno degli “immortali”, il cui destino è combattere senza
sosta fino a quando, appunto, non sopravviverà che “un solo” immortale.
della
a sua
FBI J.
negli
il suo
zare il
cati: a

carità
leggi
ge del
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Plauto

72
(250 a.C.-184 a.C.) nell’Asinaria (La commedia degli asini), commedia in
cui si racconta di Argirippo, venditore di asini, la cui fidanzata è concupita
anche dal padre di lui. Il principio è stato ripreso da Thomas Hobbes (1588-
1679) nel suo volume di filosofia politica il Leviatano, del 1651. Secondo
la visione pessimistica di Hobbes, l’uomo ha una natura profondamente
egoista, e solo il contratto sociale di reciproca non belligeranza rende
possibile la costruzione della società.

103 Ne resterà uno solo Si usa per ironizzare su una situazione tesa,
quando c’è uno scontro acceso tra due persone. La frase è tratta dal film del
1986 Highlander, l’ultimo immortale, che narra appunto le vicende di
Connor MacLeod, uno degli “immortali”, il cui destino è combattere senza
sosta fino a quando, appunto, non sopravviverà che “un solo” immortale.

73
SOLDI
E POSSEDIMENTI

104 Fare il portoghese Si dice di chi non paga il biglietto, ma


usufruisce comunque del servizio, negli spettacoli come sull’autobus. In
realtà l’origine del modo di dire si riferisce a un fatto realmente accaduto a
Roma nel Settecento, ma in cui gli scrocconi non furono affatto cittadini del
Portogallo. L’ambasciatore portoghese presso lo Stato pontificio aveva
invitato i suoi connazionali ad assistere gratuitamente a uno spettacolo
teatrale: sarebbe stato sufficiente dichiarare di essere nati in Portogallo. In
quell’occasione, molti romani ne approfittarono spacciandosi per
portoghesi, per assistere gratuitamente quanto abusivamente allo spettacolo.
L’episodio è narrato nel volume O Barco Pescarejo di José Coutinhas.

105 Sbarcare il lunario Significa riuscire a portare a casa lo


stipendio, guadagnare in qualche modo. Il lunario era l’almanacco, su cui
erano segnati i mesi e appunto le lune: per esteso venne a indicare anche
l’anno. Sbarcare il lunario significava allora, nel linguaggio marinaresco,
riuscire ad arrivare in porto alla fine dell’anno.

106 Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!


Nell’originale francese: «Dieu inc l’a donnée;
garde (o gare) a qui y touchera». L ’espressione si
usa ironicamente quando si vuole sottolineare il
geloso possesso di qualcosa o di qualche posizione,
magari ottenuta a fatica. La frase, storica, è stata
pronunciata da Napoleone Bonaparte, durante la
cerimonia di incoronazione a re d’Italia, avvenuta
il 26 maggio 1805 nel duomo di Milano.
NapoleoneI, in un impeto baldanzoso, invece di
aspettare l’incoronazione del religioso presente,

74
prese da solo il diadema e se lo mise in capo. La corona, realizzata per la
regina longobarda Teodolinda nel VII secolo, reca al suo interno un cerchio
di metallo, che per antica tradizione si ritiene essere uno dei chiodi
utilizzati per la crocifissione del Messia. È per questo nota come Corona
ferrea, ed è oggi conservata nel duomo di Monza.

107 A ufo Significa gratis, senza pagare, con una sfumatura negativa:
o, mageneralmente si utilizza per chi si comporta come un approfittatore, uno che
us. Insfrutta una situazione favorevole a spese altrui. L’etimologia è latina: la
duto alocuzione deriva infatti dall’abbreviazione AUF della frase latina «ad usum
ini delfabricae», ovvero “all’uso della fabbrica”. Con questa sigla erano distinti i
avevaprodotti esenti da dazi, che erano impiegati per opere speciali, come per
tacoloesempio per la costruzione di chiese. Non a caso la frase è ampiamente
llo. Indiffusa a Milano, dove i materiali per la costruzione del duomo arrivavano
i per via Naviglio in barche contrassegnate dalla sigla AUF. Simile, anche se
acolo.leggermente differente, l’etimologia fiorentina, secondo la quale l’origine è
«Ad usum Florentinae Operae», cioè “all’uso dell’opera fiorentina”: quella
istituita per la costruzione del duomo. Quindi, comunque, sostanzialmente
con lo stesso significato.
asa lo
su cui
anche 108 Tesoretto Il tesoretto è un termine che viene oramai abitualmente
resco, usato per indicare un piccolo gruzzolo, una manciata di risparmi, quelli che
un tempo si usava mettere sotto il materasso. Il tesoretto rappresenta il
risparmio dei poveri, la sudata fatica dell’accantonamento. Si usa in senso
sarcastico dopo che il termine è salito agli onori della cronaca nel 2007,
quando l’allora ministro dell’Economia del governo Prodi, Tommaso Padoa
Schioppa, parlò di “tesoretto” appunto per indicare un extragettito fiscale,
che apparentemente aveva creato un piccolo fondo economico. Derivato
dalle entrate superiori al previsto, il tesoretto era sostanzialmente il
gruzzolo dell’Italia, una risorsa inaspettata.

109 Vacche grasse Si dice “tempo delle vacche grasse” un momento


di particolare prosperità economica, o più in generale un periodo felice, in
contrasto con “il tempo delle vacche magre”, quando invece le cose vanno
tutt’altro che bene. L’origine della locuzione è biblica: è usata infatti nel

75
per lalibro della Genesi, quando vengono narrate le vicende di Giuseppe, figlio
erchioprediletto di Giacobbe che viene venduto come schiavo agli egiziani, e poi
chiodidiviene consigliere del faraone. La sua capacità di interpretare i sogni è
Coronapreziosa, e Giuseppe riesce a capire il senso nascosto di un paio di sogni
che assillano il faraone. Uno di questi è appunto il sogno delle vacche
grasse e delle vacche magre: in esso il faraone sogna di trovarsi in riva al
Nilo e di vedere sette vacche grasse che pascolano tranquille, a cui se ne
gativa:
aggiungono altre sette però macilente e in cattivo stato. Giuseppe interpreta
no che
il sogno come sette anni di prosperità, a cui sarebbero seguiti sette anni di
na: la
carestia. L’espressione viene utilizzata anche in economia: indica
usum
l’alternarsi tipico di fasi di sviluppo e di recessione.
stinti i
me per
mente
avano
che se
gine è
quella
mente

mente
lli che
enta il
senso 110 Essere in bolletta Significa essere squattrinati, senza il becco di
2007,un soldo. La locuzione deriva dalla lista dei debitori, che in passato veniva
Padoa marchiata per essere autenticata con una “bolla”, ovvero con un timbro di
iscale,ceralacca abitualmente rotondo. Tale lista, in cui finivano le persone senza
rivatosoldi che dovevano qualcosa a qualcuno, era per questo motivo chiamata
nte il“bolletta”, o “bollettino dei falliti”.

111 Dare a Cesare quel che è di Cesare Il significato della


mentolocuzione è quello di dare a ciascuno quello che gli spetta, secondo la legge
ice, in e soprattutto secondo giustizia. Cesare, in questo caso, è il simbolo dello
vanno Stato e la frase, tratta dai vangeli, è stata pronunciata da Gesù Cristo per
tti nelsostenere il dovere degli uomini di pagare le tasse (e in generale di obbedire
alle leggi degli uomini, pur conciliandolo

76
figlio con il dovere di rendere omaggio e obbedire
e poia Dio). Nello specifico, l’episodio narrato
ogni ènei vangeli racconta di come, interrogato dai
sogni farisei sul pagamento del tributo a Cesare –
vacchetassa versata da tutte le popolazioni
riva alconquistate e integrate nell’Impero romano
se ne – Gesù colse la malizia della domanda, che
rpretatendeva a coglierlo in fallo rispetto alla
nni dilegge del tempo. Prendendo in mano una
indica moneta e indicando il profilo di Cesare
rappresentato sul sesterzio, disse: «Di chi è quest’immagine?». Alla
risposta di un fariseo: «Di Cesare», Gesù replicò infine: «Allora rendete a
Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio».

112 Ma chi sono io, Babbo Natale? Lo dice chi si ribella a essere
trattato come “quello da fare fesso”, quello da cui si pretende tutto ciò che
si vuole senza pagare, in regalo. Era il pay off dei biscotti, e poi in generale
dei prodotti, della Bistefani negli anni Ottanta. Detto dal personaggio che
rappresentava il titolare dell’azienda, che si lamentava dell’eccessiva bontà
dei prodotti, impagabile.

cco di
veniva
bro di
senza
amata

della
legge
dello
to per
bedire

77
Alla
dete a

essere
iò che
nerale
io che
bontà

113 Averne a bizzeffe La locuzione indica un possesso in grande


abbondanza, quasi al limite dell’eccesso. Deriva dalla parola araba biz-z-af,
che significa appunto “in abbondanza”, anche se per molto tempo fu diffusa
una scorretta etimologia latina, secondo la quale la parola doveva derivare
da bis effe, “doppia effe”. Secondo tale origine, i magistrati romani erano
soliti segnare con la “f” di fiat (il “sia fatto” latino) le grazie concesse, e
una doppia F accanto alle richieste accettate senza la minima riserva
(quindi con abbondanza di convinzione).

114 Essere povero in canna Il detto, utilizzato già nel Trecento, ha


origini dibattute. Secondo molti si deve all’abitudine dei poveri di usare la
canna per appoggiarsi o per trasportare il fagottino dei loro pochi averi. Per
altri, l’analogia andrebbe colta tra la canna, materiale povero, e chi appunto
non ha nulla. Ipotizzata anche l’origine biblica: nel Vangelo di Matteo si
legge di come i soldati del governatore, condotto Gesù Cristo in prigione,

78
gli tolsero le vesti, gli gettarono addosso un mantello rosso e intrecciarono
sulla sua testa una corona di spine, mettendogli una canna nella mano
destra. La povertà di Cristo, soprattutto in questa situazione, rappresenta
quindi quella del misero.

115 Averne a gogo Altra locuzione che serve per indicare


abbondanza. “Ce n’è a gogo”, con l’accento sulla “o” finale, significa che
ce n’è in grande quantità. Pare che l’origine vada fatta risalire al francese,
anche se non è certo se al verbo gogoier, che significa “gongolare”, oppure
al sostantivo gogue, ovvero “gioia, allegria”. In ogni caso l’immagine
positiva rimanda a una situazione di abbondanza, di serenità, di pienezza di
mezzi, da cui il senso più attuale.

116 Essere al verde È arcinoto il significato di


questo modo di dire, ovvero essere in bolletta, non
avere soldi, essere in miseria. L’origine della locuzione
risale al linguaggio delle aste: un tempo, prima di ogni
incanto, il banditore accendeva una candela che aveva
una fascia verde nell’estremità inferiore: quando questa
si era consumata tutta fino a raggiungere la parte
colorata, non era più possibile fare offerte. Esistono in
grande
realtà numerose altre ipotesi e false etimologie al
z-z-af,
proposito, tutte legate all’uso delle candele e alla
diffusa
povertà di chi le utilizza quando sono ormai alla fine. Si
rivare
distingue però la storia padovana del caffè Pedrocchi,
erano
uno dei più antichi e famosi caffè del mondo, dove nella
esse, e
sala verde è possibile sedersi senza consumare nulla:
iserva
come da testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi,
che ha voluto lasciare il caffè a disposizione di tutti i
suoi concittadini.
nto, ha
sare la
117 Paga Pantalone È un’esclamazione molto diffusa, soprattutto
ri. Per
nelle regioni del nord Italia, ma conosciuta anche nel resto della penisola.
ppunto
Con essa si rimarca il fatto che sono sempre gli stessi (cioè i lavoratori
tteo si
indefessi) quelli che sono costretti a riparare ai danni pagando di tasca
gione,

79
iarono propria. La frase contiene una sorta
manodi rassegnazione alla condizione di
esenta tassato, e viene usata spesso in
riferimento ai pagamenti richiesti
dallo Stato. Pantalon de’ Bisognosi è
una maschera veneziana della
dicare
commedia dell’arte che rappresenta
ca che
il tipico mercante veneziano avaro e
ncese,
interessato, che si lamenta sempre
oppure
per “i sghei”, i soldi che non vuole
magine
sborsare, ma che proprio per
zza di
contrappasso finisce sempre per
dover tirare fuori. Con il dramma
borghese, messinscena tipica del
Settecento in cui si rappresentavano i
personaggi della piccola borghesia, il
personaggio di Pantalone acquisisce piuttosto i tratti bonari del padre di
famiglia, le cui spese sono un problema di bilancio familiare.

118 Fare la cresta Significa dichiarare


di aver comprato a un prezzo più alto, per
potersi tenere la differenza. L’espressione
non deriva, come erroneamente si può essere
indotti a credere, dalle creste dei polli, bensì
dall’espressione “fare l’agresto”, ovvero il
“vino agro”. Questo si ottiene spremendo i
chicchi poco maturi (se non addirittura
acerbi) che vengono staccati dai grappoli
durante la vendemmia. Per migliorare la
qualità di questa bevanda asprigna, qualche
contadino rubacchiava un po’ di chicchi buoni, maturi: da cui il detto,
secondo cui fare la cresta significa sostanzialmente rubare.
attutto
nisola.
119 Pecunia non olet Dal latino, “il denaro non puzza”. La locuzione
oratori
si usa quando si vuole commentare un attaccamento ai soldi che non si
tasca
preoccupa della provenienza, anche se ambigua o contraria ai propri

80
principi. Secondo la leggenda questa frase è stata pronunciata
dall’imperatore Vespasiano (9 -79 d.C.), a cui il figlio Tito rimproverava di
aver messo una tassa sui bagni pubblici.

120 Non c’è trippa per gatti Ovvero non c’è niente di interessante,
non c’è modo di ottenere nulla di utile. La frase risale a un episodio curioso
che riguarda Ernesto Nathan (1845-1921), sindaco di Roma, che cancellò
dal bilancio la spesa per l’acquisto di frattaglie per i gatti del Campidoglio,
che a suo parere dovevano nutrirsi di topi.

dre di

121 Fare bancarotta La locuzione significa fallire, chiudere in modo


disastroso un’attività o non riuscire in un’impresa. Il modo di dire è
medievale: allora, quando i commercianti deliberatamente ingannavano i
clienti, o non pagavano i debiti, prima di finire in galera subivano
un’umiliazione pubblica, con la rottura del banco sul quale venivano fatti
gli affari. Da qui il termine.

detto,

uzione
non si
propri

81
principi. Secondo la leggenda questa frase è stata pronunciata
dall’imperatore Vespasiano (9 -79 d.C.), a cui il figlio Tito rimproverava di
aver messo una tassa sui bagni pubblici.

120 Non c’è trippa per gatti Ovvero non c’è niente di interessante,
non c’è modo di ottenere nulla di utile. La frase risale a un episodio curioso
che riguarda Ernesto Nathan (1845-1921), sindaco di Roma, che cancellò
dal bilancio la spesa per l’acquisto di frattaglie per i gatti del Campidoglio,
che a suo parere dovevano nutrirsi di topi.

121 Fare bancarotta La locuzione significa fallire, chiudere in modo


disastroso un’attività o non riuscire in un’impresa. Il modo di dire è
medievale: allora, quando i commercianti deliberatamente ingannavano i
clienti, o non pagavano i debiti, prima di finire in galera subivano
un’umiliazione pubblica, con la rottura del banco sul quale venivano fatti
gli affari. Da qui il termine.

82
GENTIL SESSO

122 Essere un’arpia Si dà dell’arpia a una


donna particolarmente antipatica, dispotica, con un
brutto carattere. Secondo la mitologia, le arpie
erano donne mostruose, con il corpo da uccello e la
testa femminile. Sono ricordate soprattutto nella
leggenda degli Argonauti, in cui devastano un
banchetto infierendo sui tavoli imbanditi.

123 La donna è mobile La perifrasi è


abbastanza esplicita nel suo significato comune: serve per ironizzare sulla
volubilità femminile, per sottolineare qualche cambiamento repentino
quanto inspiegabile. È la canzone che viene intonata da uno dei personaggi
del Rigoletto, opera lirica di Giuseppe Verdi (1813-1901) rappresentata per
la prima volta a Venezia nel 1851. Il duca di Mantova la canta mentre si
reca nei bassifondi della città, per incontrare una donna di strada: ecco il
perché della facilità musicale del motivetto, allegro e scanzonato, un po’
superficiale (sicuramente nei contenuti). Il primo fraseggio recita: «La
donna è mobile / Qual piuma al vento, / Muta d’accento – e di pensiero. /
Sempre un amabile, / Leggiadro viso, / In pianto o in riso, – è
menzognero».

124 Ma che gelida manina Si usa scherzosamente per indicare le


estremità fredde di certe donne. L’aria è tratta dalla Boheme, opera
celeberrima di Giacomo Puccini, rappresentata per la prima volta nel 1896
a Torino. I spirato al romanzo di Henry Murger Scènes de la vie de
Bohème, il libretto narra le vicende tragiche di Mimì, romantica eroina che
vive nella Parigi degli anni Trenta dell’Ottocento, e che incontra per caso,
innamorandosene, Rodolfo. La giovane, malata di tisi, morirà tra le sue
braccia. L’aria è quella introduttiva al personaggio di Rodolfo: «Che gelida
manina, se la lasci riscaldar…».

83
125 Prendi una donna, trattala
male Usata in tono scherzoso, l’espressione
serve a ironizzare sui piccoli drammi
d’amore e di coppia. È una frase della
canzone Teorema di Marco Ferradini, che si
impose nei primi anni Ottanta: in essa si
illustravano, ingenuamente, le regole con cui
riuscire a non farsi lasciare.

126 Cherchez la femme La


locuzione, un po’ misogina, tende a
incolpare le donne, a vederle come la longa
manu che si muove dietro a ogni situazione
difficile. La frase è tratta dal libro I moicani,
scritto nel 1854 da Alexandre Dumas padre:
e sulla«Il y a une femme dans toute les affaires;
entinoaussitôt qu’on me fait un rapport, je dis: “Cherchez la femme”»; ovvero:
onaggi«c’è una donna in ogni caso; appena mi portano un rapporto, io dico:
ata per“Cerca la donna”».
ntre si
ecco il
un po’ 127 Essere una megera È sinonimo di arpia: la megera è una
: «Lavecchia brutta e odiosa. Secondo la mitologia classica, Megera era la più
iero. / pericolosa delle Furie, dette anche Erinni, la personificazione della
– èvendetta. Il suo nome, in particolare, significa “invidiosa”: secondo la
descrizione che ne fa Eschilo, era una donna vecchia e dall’aspetto
raccapricciante.

are le
opera
l 1896
vie de
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84
125 Prendi una donna, trattala
male Usata in tono scherzoso, l’espressione
serve a ironizzare sui piccoli drammi
d’amore e di coppia. È una frase della
canzone Teorema di Marco Ferradini, che si
impose nei primi anni Ottanta: in essa si
illustravano, ingenuamente, le regole con cui
riuscire a non farsi lasciare.

126 Cherchez la femme La


locuzione, un po’ misogina, tende a
incolpare le donne, a vederle come la longa
manu che si muove dietro a ogni situazione
difficile. La frase è tratta dal libro I moicani,
scritto nel 1854 da Alexandre Dumas padre:
«Il y a une femme dans toute les affaires;
aussitôt qu’on me fait un rapport, je dis: “Cherchez la femme”»; ovvero:
«c’è una donna in ogni caso; appena mi portano un rapporto, io dico:
“Cerca la donna”».

127 Essere una megera È sinonimo di arpia: la megera è una


vecchia brutta e odiosa. Secondo la mitologia classica, Megera era la più
pericolosa delle Furie, dette anche Erinni, la personificazione della
vendetta. Il suo nome, in particolare, significa “invidiosa”: secondo la
descrizione che ne fa Eschilo, era una donna vecchia e dall’aspetto
raccapricciante.

85
ATTEGGIAMENTI E
COMPORTAMENTI

128 Gola profonda In inglese deep throat, l’espressione viene usata


per indicare chi rivela segreti o (in modo ironico) pettegolezzi sul conto di
altri, o di particolari situazioni. La definizione nasce negli Stati Uniti nel
1972, durante lo scandalo del Watergate che portò all’impeachment, e in
seguito alle dimissioni, del presidente Richard Nixon: “gola profonda” era
il nome usato dalla stampa per indicare l’informatore segretissimo che
rivelò i dettagli dello scandalo ai due cronisti del “Washington Post”, Carl
Bernstein e Bob Woodward. L’identità di tale fonte fu rivelata solo nel
2005: si trattava di William Mark Felt, numero due dell’Fbi. Pare che il
nome “gola profonda” sia stato mutuato dall’omonimo film porno, il primo
legale uscito proprio nella medesima estate, la cui protagonista era Linda
Lovelace.

129 Essere una cariatide Si dice di una persona che è (o si


comporta) da vecchia, rimanendo immobile e senza reazioni: proprio come
le cariatidi, le statue scolpite a forma di donna che nell’antichità ornavano i
templi.

130 Tafazzata Il termine tafazzata è entrato tra gli abituali modi di


dire per indicare un comportamento masochista, dichiaratamente
autolesionista, e con una sorta di soddisfazione per tale atteggiamento. La
paternità è del trio comico “Aldo Giovanni e Giacomo”, che negli anni
Novanta introdussero il personaggio di Tafazzi (da qui l’origine del
termine) nelle loro gag. La prima apparizione televisiva di Tafazzi risale al
1995, in “Mai dire Gol”: Giacomo, vestito di nero con una cuffietta in tinta
sulla testa e una bottiglia in mano, si colpiva i genitali ripetutamente
cantando «Ooooo!» sulle note di Gam Gam, colonna sonora del film Giona
che visse nella balena. Nel 1996, l’equipe di ricerca capitanata dalla

86
genetista Silvia Bione battezzò Tafazzina, in onore del personaggio, la
proteina responsabile della sindrome di Barth, individuata dopo lunghi
studi.

131 Sui generis La locuzione latina significa letteralmente “di genere


proprio”, e si usa per definire una persona o una cosa che non facilmente
classificabile, singolare e originale, che non corrisponde all’idea
usata tradizionale di persona con simili caratteristiche: fatta a modo suo e
nto di“appartenente a un genere unico”, appunto. L’espressione deriva dalla
iti nelterminologia della scolastica, la filosofia cristiana medievale che si
, e inproponeva di difendere le verità di fede attraverso la ragione. L’attenzione
a” era della scolastica al sapere, come induce a pensare anche il nome, fece dei
o chesuoi aderenti dei grandi sostenitori della conoscenza e dell’istruzione; per
”, Carlfarlo, lo scibile veniva classificato rigorosamente, in modo da semplificarne
lo nel la trasmissione. Da qui la creazione di generi e categorie, e del modo di dire
che ilche riguarda appunto l’impossibilità di classificare qualcuno o qualcosa.
primo
Linda 132 Restare di sale Il significato della locuzione è affine a “restare di
sasso o di stucco”, e cioè rimanere basiti, stupiti, impietriti dallo
sbalordimento. L’origine è biblica: nella Genesi si narra infatti come Dio
(o si fosse adirato con gli abitanti di Sodoma e Gomorra, per i costumi licenziosi
comee corrotti che vi tenevano, e avesse deciso quindi di distruggere le due città.
vano iVolle però salvare Lot, nipote di Abramo, poiché era un uomo buono e
onesto: mandò dunque i suoi angeli ad avvertirlo di abbandonare la città
con la sua famiglia. Venne loro raccomandato di non girarsi mai indietro
lungo il cammino, per osservare cosa stesse succedendo: ma la moglie di
odi diLot non seppe resistere, e non rispettò la raccomandazione divina. Per
mentepunizione fu trasformata in una statua di sale.
to. La
i anni
ne del 133 La primula rossa La definizione si usa per indicare una persona
sale alabile nel far perdere le proprie tracce, nello sfuggire a chi la insegue,
n tinta imprendibile, qualcuno che non si trova mai. Viene usato sia in tono serio
mente che faceto. La primula rossa, nell’originale The scarlet pimpernel, è infatti
Gionail titolo di un romanzo del 1905 della scrittrice inglese di origine ungherese
dallaEmma Orczy (1865-1947). Primula rossa è il nome del protagonista delle

87
gio, laavventure narrate nel libro, ambientato durante la Rivoluzione francese,
lunghi negli anni del Terrore. La primula rossa è una specie di giustiziere che
cerca di salvare i condannati alla ghigliottina, riuscendo sempre a sfuggire
alla polizia grazie anche a rocamboleschi inseguimenti. Dietro le mentite
spoglie della Primula rossa si nasconde in realtà un “damerino” inglese,
genere
nobiluomo insospettabile di tanta spericolatezza e maestria.
mente
ll’idea
suo e
dalla
che si
nzione
ce dei
e; per
icarne
di dire

tare di 134 Proposta indecente La definizione viene impiegata quando si


dallovuole commentare una proposta inaspettata, fuori dalle regole o
me Dioimprevedibile, qualcosa che sovverta l’ordine delle cose previste.
nziosi Sostanzialmente la “decenza” che non viene rispettata dalla proposta si è
e città. trasformata, semplificata nel parlato comune, in “norma”. Proposta
ono eindecente è il titolo di un film americano di grande successo del 1993
a città (Indecent proposal), basato sull’omonimo romanzo di Jack Engelhard, in
ndietrocui un affascinante miliardario (Robert Redford) propone a una giovane
glie di coppia un milione di dollari in cambio di una notte con la donna,
a. Perinterpretata da Demi Moore.

135 Celodurismo Si tratta di una sorta di sinonimo di machismo; il


ersonacelodurismo indica un’attitudine a una mascolinità intesa in senso
segue,decisamente rozzo e medievale, una dimostrazione di forza secondo i
o serioprincipi grezzi del maschilismo e della prevaricazione sul genere femminile
infatti(e in generale sul prossimo). Si usa per ironizzare su qualche atteggiamento
hereseretro, per esempio «ecco un rappresentante del celodurismo», in tutte le
a delledeclinazioni possibili. Il termine deriva dalla frase «Ce l’ho duro» –

88
ncese,utilizzata nei primissimi anni Novanta da Umberto Bossi e dai suoi
re checompagni di avventura politica, appartenenti alla Lega lombarda, ora Lega
uggire nord – per sottolineare la forza e la resistenza del partito nel voler
mentite sovvertire la situazione politica italiana dell’epoca, facendo la guerra ai
nglese,“politici romani” e rivendicando l’indipendenza del nord Italia.

136 Furbetto del quartierino Chi è il furbetto del quartierino? È una


persona arrogante e arrivista, che non si preoccupa di rispettare le leggi per
raggiungere i propri obiettivi, e non fa nemmeno niente per nasconderlo. La
meschinità del personaggio è sottolineata dal termine “quartierino”, che
indica come il raggio d’azione di simili personaggi sia ridotto ad ambiti
modesti, senza poter arrivare a raggiungere bersagli importanti.
L’espressione, abituale nel gergo della capitale, è salita agli onori della
cronaca nel 2005, perché venne usata da Stefano Ricucci, che si riferiva al
comportamento di un paio di banche estere in tono dispregiativo.
L’espressione gli si è poi rivolta contro, perché è stata utilizzata dalla
stampa per definire proprio le sue azioni, forse poco trasparenti in ambito
economico.
ndo si
ole o
eviste. 137 Essere il tirapiedi di qualcuno Il tirapiedi è lo scagnozzo,
ta si èl’aiutante dalle maniere forti: il termine ha una forte connotazione negativa.
opostaTirapiedi era infatti l’aiutante del boia, che spostava dal patibolo i corpi dei
1993cadaveri degli impiccati, tirandoli – appunto – per i piedi.
ard, in
ovane 138 Noblesse oblige Tradotto letteralmente dal francese “la nobiltà
donna,obbliga”: con esso si intende che appartenere a un rango nobile obbliga a
tenere un certo comportamento. Per estensione si usa per sottolineare come
ogni ruolo di spicco, ogni posto di responsabilità comporti degli obblighi di
mo; ilcomportamento, per dare il buon esempio a chi occupa posizioni inferiori.
senso La locuzione deriva dalle Maximes et réflexions sur différents sujets (1808)
ondo idel duca Pierre-Marc-Gaston de Lévis (1764-1830), lo stesso a cui si deve
minile la frase «La noia è una malattia il cui rimedio è il lavoro». La responsabilità
mentodella nobiltà era già stata sottolineata da Boezio (476-525) nel De
utte leconsolatione philosophiae (524).
ro» –

89
i suoi 139 Essere un epigono Gli epigoni sono i degni discendenti dei
Lega predecessori, coloro che proseguono e migliorano il lavoro iniziato da chi li
volerha preceduti. La parola deriva dalla mitologia greca, in cui Epigoni è il
erra ai nome dei figli dei sette prìncipi che combatterono contro Tebe e furono
sconfitti: di loro solo uno si salvò, e questi guidò gli Epigoni contro i
tebani, sconfiggendoli.
È una
gi per 140 Essere un guru Significa essere
lo. Ladei maestri, delle personalità autorevoli in
”, che un certo settore, qualcuno che è esperto di
ambiti una certa cosa. Guru è un termine che deriva
rtanti.dal sanscrito, ed è composto da gu, che
della significa “buio, tenebre”; e ru, che vuol dire
riva al“luce”. Il guru è dunque (come si legge nelle
iativo.Upanishad, le scritture sacre dell’induismo)
dallacolui che guida nel cammino per
mbitosconfiggere le tenebre verso la luce; o anche
chi distrugge il buio dell’ignoranza con la
luce della conoscenza; chi illumina il
nozzo,cammino dall’ignoranza spirituale, e così
gativa. via.
rpi dei
141 Mettere i puntini sulle i La
locuzione si usa quando si vuole fare una
nobiltàprecisazione, una necessaria specificazione, quando si vuole parlare in
bliga amodo chiaro e senza fraintendimenti. L’uso di questo modo di dire affonda
come le radici nella storia della scrittura. Un tempo infatti, graficamente, la “i”
ghi diera un semplice tratto verticale, senza il puntino. Soprattutto in epoca
eriori.medievale questo rendeva difficile distinguerla da altre lettere, tipo la “u” o
1808) la “m”. Ecco perché si introdusse l’uso del puntino, per specificare meglio
i devegraficamente la lettera e facilitare la lettura. Ma questa modifica venne
abilitàritenuta da alcuni come un eccesso di pignoleria: da qui il modo di dire.
De
142 Self-help Tradotto dall’inglese, “autoaiuto”. Si usa per definire
una serie di pratiche, che passano dalla meditazione alla lettura di manuali,

90
nti dei che servono per raggiungere uno stato di benessere, di riconciliazione con
a chi lise stessi, senza l’aiuto di un sostegno esterno. La fortuna del modo di dire è
ni è il cominciata con l’omonima pubblicazione di Samuel Smiles (1812-1904),
uronoscrittore scozzese che pubblicò il volume nel 1859. Il sottotitolo del volume
ntro iera Chi si aiuta Dio l’aiuta, una sorta di variazione su tema del detto
“aiutati che il ciel t’aiuta”: il libro è stato il primo di una lunga e fortunata
serie di pubblicazioni sul self-help, che ancora oggi campeggiano nelle
librerie.

143 Dare un colpo al cerchio e uno alla botte Significa


barcamenarsi tra due situazioni differenti, cercando di non perderne
nessuna, e di riuscire alla maniera dei giocolieri a gestirle entrambe. La
locuzione deriva dal linguaggio degli artigiani: i bottai, ovvero i fabbricanti
di botti, dovevano infatti possedere una grande abilità nel concludere la
fattura di una botte, per riuscire a stringere le doghe di legno con il cerchio
di ferro. Per farlo dovevano battere con il mazzuolo sulle doghe, per
stringerle mentre le tenevano insieme; e un po’ sul cerchio, per farlo
scendere nel punto giusto per confezionare la botte.

144 Essere un narciso Si dice di qualcuno innamorato del proprio


aspetto, e ossessivamente dedito alla sua cura. Secondo la mitologia,
Narciso era un giovane talmente bello che amava rimirarsi nei laghi, unici
specchi a disposizione allora, fino a quando, contemplandosi, non cadde
dentro uno di essi e annegò.
are in
ffonda 145 Armiamoci e partite Incitazione ipocrita
la “i”ad affrontare di petto qualche situazione, a
epocacombattere ma esentando se stessi dal fare
“u” o altrettanto. È usata per indicare chi impegna gli
meglioaltri ma non se stesso, chi è capace di roboanti
venne dichiarazioni ma poi all’atto pratico si tira indietro,
e lascia gli altri a lavorare per qualcosa che ha
deciso lui. La frase utilizza il linguaggio e l’enfasi
efinire tipiche dei militari, per ironizzare su certo
anuali,atteggiamento che sprona al rischio altrui. Secondo

91
ne conalcune fonti la frase risalirebbe al 1895, quando, in occasione della guerra
dire ècontro l’allora Abissinia, il poeta Lorenzo Stecchetti (pseudonimo di
1904), Olindo Guerrini) ironizzò sull’impresa, usando queste parole. Di sicuro la
olume frase fu pronunciata da Totò nel film del 1962 Totò contro Maciste: il
dettoprotagonista, Totokamen, incita i soldati a combattere contro Maciste
tunataappunto dicendo: «Popolo di Tebe, armiamoci, e partite!». Nel film
nelle Totokamen è appunto una specie di truffatore, un attore che si fa passare
per figlio di una divinità e come tale invincibile, ma alla resa dei conti non
è capace di affrontare il combattimento. Nel 1971 la frase fu adottata come
titolo di un film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
gnifica
rderne
be. La 146 Estote parati Dal latino “siate preparati”. È un’esortazione a
ricantiessere sempre pronti a ogni evenienza, all’erta. La frase si legge in due
ere lavangeli, quello di Matteo («Et vos estote parati quia qua nescitis hora,
erchioFilius hominis venturus est»; “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora
e, perche non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”) e quello di Luca («Et vos
farlo estote parati, quia qua hora non putatis, Filius hominis venit»; “Voi siate
preparati, perché nell’ora che non supponete, il Figlio dell’uomo viene”). In
entrambi i casi si riferisce appunto all’immediatezza con cui la morte
coglie, e a come si deve essere sempre pronti, l’anima pura, a passare a
roprio
miglior vita. La frase è usata dagli Scout per alludere alla propria
ologia,
preparazione ad affrontare ogni situazione.
unici
cadde
147 Essere un supergiovane Piuttosto intuibile il senso della
definizione, che viene utilizzata soprattutto per indicare quelle persone che
giovani in realtà non sono più, ma che non si arrendono al passare degli
anni, rendendosi in qualche modo un po’ ridicole. In generale comunque
l’utilizzo è ironico, anche perché deriva da uno dei grandi successi del
gruppo milanese “Elio e le storie tese”. La canzone Supergiovane,
contenuta nell’album Italyan, Rum Casusu Çikti del 1992, propone una
serie di riferimenti a parole e situazioni per l’epoca ormai passate,
fuorimoda, sottolineando con una vena di nostalgia il paradosso del nome.

148 Così fan tutti La perifrasi è usata quando si vuole enfatizzare in


modo dispregiativo un comportamento sbagliato adottato dalla massa, che

92
guerrasi autogiustifica condividendo appunto il peso dell’errore. La dizione
mo dicorretta in realtà è al femminile: Così fan tutte è il titolo di un dramma
uro lagiocoso musicato da Mozart su libretto di Antonio Da Ponte, tra il 1789 e il
: il1790, quando fu rappresentato per la prima volta a Vienna. Il sottotitolo
Maciste recita La scuola degli amanti: la storia infatti narra, secondo la tradizione
l filmdella commedia, delle avventure amorose di un gruppo di giovani che tra
assare loro scambiano ruoli e lanciano sfide per misurare la virtù di fidanzati e
ti nonpromesse spose. Con una vena di leggera misoginia, il titolo deriva da una
comefrase pronunciata da uno dei personaggi, che scusa le donne per i loro
tradimenti, perché è nella loro natura comportarsi in questo modo: “così fan
tutte”.
one a
n due 149 L’avvocato del diavolo È quello che in una discussione si pone
hora,in contrasto con le idee più popolari, cercando a volte capziosamente di
ell’oracontestare le posizioni che la maggioranza sostiene, ponendo questioni
Et vosscomode o insinuando dubbi. Si usa anche per autodefinirsi, quando si
i siate vuole proporre un differente punto di vista, cercando di difendere chi tutti
e”). Inaccusano, e anche chi non si vuole difendere in realtà, per amore di
mortecompletezza. Dal latino advocatus diaboli, la figura storica è quella
sare adell’avvocato del concistoro, colui che nei processi di canonizzazione è
ropriaopposto all’advocatus Dei (che ha il compito di enumerare le virtù, e
inanellare le prove in favore del possibile santo) e che ha invece il compito
di sollevare tutte le possibili obiezioni, in modo da arrivare a dimostrare la
santità della persona in causa oltre ogni ragionevole dubbio.
della
ne che
degli
unque
si del
ovane,
e una
assate,

are in
a, che

93
izione
amma
89 e il
otitolo
izione
he tra
nzati e
da una
i loro
osì fan

i pone
nte di
estioni 150 Avere aplomb È una parola francese che significa “a piombo,
ndo siperpendicolare”. Da quest’immagine di qualcosa che non si piega, ma che
hi tuttirimane perfettamente dritto, in piega, rigidamente verticale, deriva
ore dil’utilizzo comune del vocabolo, per indicare l’atteggiamento sicuro,
quella compito e imperturbabile di alcune persone. Si dice anche “aplomb
one èinglese”, perché è tipico di questo popolo non perdere mai le staffe, e
rtù, e mantenere un atteggiamento più o meno impassibile in qualunque
mpitocircostanza.
rare la
151 Avere l’argento vivo addosso Questa locuzione si usa quando
si vuole definire qualcuno che non riesce a stare fermo, che si muove in
continuazione e ne combina di tutti i colori. È tipico l’utilizzo di questa
locuzione in riferimento ai bambini. L’argento vivo è uno dei modi in cui
viene chiamato dagli alchimisti il mercurio. Si tratta infatti di un metallo
molto particolare, l’unico presente in natura allo stato liquido, che non è
mai stabile ma si muove a seconda di varie condizioni. Senza contare che
quando è nella sua forma tipica è praticamente imprendibile, velocissimo e
perennemente mobile. Anche per questi motivi nell’alchimia è considerato
lo spirito del metallo, oltreché per il fatto che è capace di aggredire anche i
metalli nobili, come l’oro e l’argento. Il suo colore argenteo e la sua
mobilità gli hanno valso la definizione di “argento vivo”: e questa è
attribuita a chi non sta mai fermo, per analogia con le caratteristiche del

94
mercurio.

152 Essere un mammalucco Il


termine viene usato come sinonimo di
persona sciocca, incapace. La parola è
l’italianizzazione del termine arabo
mamluck, che significa “schiavo”. I
mammalucchi, o mamelucchi, erano dei
soldati appartenenti a una speciale milizia,
composta da schiavi che venivano fatti
arruolare e addestrati in modo speciale. I
mamelucchi presero il potere e dominarono
l’Egitto dal XIII al XVI secolo, anche se in
realtà mantennero un ruolo di spicco
ombo, nell’amministrazione dello Stato fino alla
ma chesconfitta della battaglia delle Piramidi
derivacontro Napoleone, nel 1798, che comunque
sicuro,rimase talmente colpito dalla loro perizia
plombmilitare da assoldarli nella propria guardia.
affe, e Il termine ha preso il significato
unque dispregiativo che possiede ora
probabilmente per assonanza alla parola
“mamma”, un po’ come omologo di
uando“mammone”.
ove in
questa 153 Unire l’utile al dilettevole Il significato è palese: è mutuata da
in cuiOrazio (65-8 a.C.), che nell’Arte poetica parla di come la lettura permetta
metallo di dilettare istruendo.
non è
re che
simo e 154 La pietra dello scandalo Si dice di chi ha contribuito ad
derato arrivare a una situazione insostenibile dal punto di vista della morale, o
nche icomunque del comune senso della decenza. La pietra dello scandalo può
la suaanche, spesso, essere una situazione, una specifica azione che ha portato a
esta èscoprire un comportamento scandaloso che da tempo andava avanti. La
he del locuzione appare già nella Bibbia, dove in un paio di occasioni si parla di

95
«petra scandali», in cui inciampano coloro che non sono guidati dalla fede.
La parola scandalo deriva infatti da scandalum, termine latino derivato dal
greco skandalon che significa “trabocchetto, insidia”. Dunque la pietra
dell’insidia. Da qui deriva poi l’abitudine che si era diffusa dall’epoca dei
Romani di dileggiare pubblicamente chi dichiarava bancarotta, o i debitori
insolventi, in un modo che offendeva profondamente la dignità delle
persone colpite: queste venivano infatti denudate dalla vita in giù, e fatte
sedere sulla “pietra dello scandalo” appunto, un grosso macigno che in
posizione ben visibile serviva proprio come scranno per i falliti. Queste
pietre venivano chiamate anche “pietre dell’infamia”, ed erano diffuse un
po’ in tutta Italia. Alcune di esse sono ancora visibili, come la “pietra
ringadora”, un blocco di marmo rosso all’angolo del Palazzo comunale in
Piazza Grande a Modena, su cui i condannati erano costretti a posare le
terga nude per tre sabati consecutivi, dopo che la pietra era stata unta di
materiale urticante. A Firenze il rito si chiamava “l’acculata”, e si svolgeva
sotto la loggia del Porcellino, in pieno mercato, ed era orchestrata dal
magistrato del Bargello.

155 Tenere bordone Si usa come sinonimo di sostenere,


assecondare. Il bordone è il basso continuo dell’organo, che serve per
accompagnare la melodia: quindi tenere bordone significa accompagnare,
assecondare la musica.

156 Vivere sulla Luna Si dice di persone un po’ distratte, o che non
sono molto presenti alla realtà. Oltre a essere naturalmente considerato un
ata da posto lontano, la Luna è il luogo dove lo scrittore e poeta Ludovico Ariosto
rmetta(1474-1533) immagina che si raccolga quello che sulla Terra va perduto,
come per esempio il senno di Astolfo, uno dei protagonisti del suo Orlando
Furioso.
ito ad
ale, o
o può
rtato a
ti. La
arla di

96
a fede.
ato dal
pietra
ca dei
ebitori
delle
e fatte
che in
157 Asilo Mariuccia Si tratta di un modo di dire denigrativo, usato
Queste
per indicare chi si comporta in modo sciocco e infantile, come in un asilo
use un
appunto (“sono discorsi da Asilo Mariuccia”, per esempio). L’origine di
“pietra
questo modo di dire è tutta milanese, e si rifà a un fraintendimento di base,
nale in
quello appunto delle funzioni del celebre “Asilo Mariuccia”. Non è infatti
are le
una scuola materna, questa, bensì un’istituzione storica meneghina che da
nta di
oltre cento anni si occupa di minori abbandonati o in difficoltà. La
olgeva
popolarità della Onlus ha reso in passato il suo nome tanto diffuso da essere
ta dal
usato, ancorché con modalità errate, per indicare una scuola dell’infanzia e
associare il nome, in questa locuzione, ai modi a volte pretestuosamente
litigiosi dei bambini. Il nome dell’istituzione deriva da quello della figlia
enere,della fondatrice, Ersilia Majno Bronzini, che volle intitolare alla sua
ve perbambina morta a 13 anni l’istituzione, che prese vita grazie alla sua
gnare,donazione.

he non
ato un
Ariosto
rduto,
rlando

97
158 Essere il pigmalione È il maestro, colui che sa scoprire i
giovani talenti e li alleva, li propone, li spinge al successo. Il termine deriva
direttamente dalla mitologia greca: Pigmalione era un re scultore, che fu
vittima della sua stessa arte. Scolpì infatti una statua talmente bella che se
ne innamorò, e solo grazie all’intercessione di Venere, che la rese viva,
potè coronare il suo sogno d’amore. In questo senso il pigmalione è non
solo colui che scopre, ma anche che modella e che fa crescere il giovane
usatotalento.
n asilo
ine di 159 Essere il mentore Essere il mentore di qualcuno significa
i base,esserne il consigliere, il padre spirituale, il maestro che ne guida i passi e ne
infattitutela gli interessi. La definizione è omerica: Mentore era infatti il re dei
che daTafi, vecchio custode della casa e di beni dei Ulisse, che gli si era affidato
La prima di partire per la guerra di Troia. In particolare Ulisse gli aveva
essereaffidato il figlioletto Telemaco, di cui divenne il precettore. La diffusione
nzia e del nome come modo di dire si deve al romanzo Les aventures de
menteTélémaque (1699), scritto da François de Salignac de La Mothe-Fénelon
figlia(1651-1715), precettore del duca di Borgogna per il quale scrisse l’opera.
a sua
a sua
160 Dottor Jekyll e Mister Hyde Si
usa questo modo di dire per indicare uno
sdoppiamento di personalità, un
comportamento inspiegabile da parte di
qualcuno di solitamente mansueto, che
invece si rivela in qualche occasione
straordinariamente aggressivo. Deriva dal
racconto di Robert Louis Stevenson (1850-
1894), Lo strano caso del dottor Jekyll e
Mister Hyde, pubblicato nel 1886, in cui lo
scrittore, con brillante intuizione, propone
una riflessione sul tema dell’aggressività,
del bene e del male nell’essere umano, precorrendo alcune argomentazioni
sull’inconscio psicanalitico. Nella storia, il dottor Jekyll è un mansueto e
civilizzato scienziato che sperimenta su di sé una pozione che gli permette
di separare la parte buona da quella malvagia che c’è in ognuno di noi. In
questo modo però scatena Mr Hyde (che si pronuncia in inglese proprio

98
prire i come hide, nascosto), che diventa un pericoloso omicida.
deriva
che fu 161 Fare il fenomeno Significa fare lo splendido, voler dimostrare
che seagli altri le proprie doti, autoesaltandosi ed esponendosi in gesti eclatanti, di
viva,qualunque genere. La locuzione deriva dal vocabolo greco phainòmenon,
è non che è il participio di phainesthai, che significa “apparire”: per questo chi fa
ovane il fenomeno è qualcuno che vuole apparire, farsi notare agli occhi degli
altri. Da qui deriva anche il vocabolo fenomenale, che appunto significa
qualcosa che ha il carattere di fenomeno, e come tale occasionale, fuori dal
gnificacomune.
si e ne
re dei 162 Faccia di bronzo Si dice di chi non si vergogna di nulla, e “come
fidatose avesse il volto di metallo” non fa una piega, anche nelle situazioni più
aveva imbarazzanti. Uno sfrontato, che rimane impassibile anche di fronte a un
usione rimprovero. La locuzione è testimoniata nel Dizionario della lingua
es deitaliana di Niccolò Tommaseo (1802-1874) pubblicato tra il 1861 e il 1874:
énelonvi si legge «faccia di bronzo: audacia svergognata».

163 Desaparecidos Il vocabolo spagnolo tradotto letteralmente


significa “scomparsi”, e si riferisce a tutte quelle persone fatte sparire in
Sudamerica (Argentina e Cile) durante il regime dittatoriale dei militari, nel
corso della repressione sanguinaria degli anni Settanta. I dissidenti politici
– ma anche semplicemente le persone che non erano gradite al governo, o
che appena simpatizzavano per una parte avversa – venivano rapite, e
spesso dopo torture uccise senza mai comparire di fronte ad alcun tribunale,
senza nemmeno che i familiari sapessero cosa era successo. Le persone
“scomparivano” letteralmente. La sparizione forzata è stata riconosciuta
come crimine contro l’umanità, e codificata nell’articolo 7 dello Statuto di
Roma del 17 luglio 1998 per la costituzione del Tribunale penale
internazionale, e nella risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del
18 dicembre 1992. Il termine è oramai entrato nelle abitudini linguistiche di
azionitutti i giorni in modo un po’ irrispettoso, per indicare una persona che non
ueto esi trova, che improvvisamente è sparita.
rmette
noi. In
roprio 164 Essere un pirata e un signore Si usa per definire chi si

99
comporta in modo elegantemente
furfantesco, secondo i canoni del romanzo
d’appendice. Chi insomma è un fuorilegge o
ostrare
comunque un mascalzone di grande fascino,
nti, di
garbato nei modi, generalmente identificato
menon,
con la figura del latin lover. La frase è il
chi fa
titolo di una canzone del cantante spagnolo
degli
Julio Iglesias, che ebbe grande successo
gnifica
quando uscì, nel 1977. Probabilmente la
ori dal
chiave di lettura del boom della canzone, e
di conseguenza della sua diffusione anche
come modo di dire, sta nel fatto che
“comel’interprete impersonava piuttosto bene la
ni piùfigura cantata dalla canzone del “ladro (di
e a uncuori) gentiluomo”.
lingua
1874:
165 Boia chi molla Si dice per incitare ad andare avanti, oppure in
senso parodico per ironizzare su certi atteggiamenti tipici della destra
politica. L’espressione infatti è un motto fascista, anche se probabilmente
menteera già stata usata durante la resistenza della Repubblica partenopea, nel
rire in1799 e nelle Cinque giornate di Milano del 1848.
ri, nel
politici
166 Fatti non foste a viver come bruti Incitazione a migliorare la
rno, o
propria condizione, e a comportarsi da esseri umani, a ragionare. La
pite, e
locuzione è presa dal XXVI canto dell’Inferno di Dante, in cui si parla di
unale,
Ulisse, condannato tra i peccatori che sono stati consiglieri fraudolenti:
ersone
aveva infatti incoraggiato i suoi compagni di viaggio a superare le colonne
sciuta
d’Ercole, lanciando una sfida dell’intelletto contro Dio, con queste parole:
uto di
«Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per
penale
seguir virtute e canoscenza».
33 del
che di
he non 167 Rimanere di princisbecco La definizione è analoga al rimanere
di sasso o di sale: significa restare stupiti e senza riuscire a proferire parola
per lo stupore. La parola princisbecco risale al termine inglese pinchbeck,
che a sua volta deriva dal nome dell’orologiaio londinese Christopher
chi si

100
Pinchbeck (1670-1732), inventore di una particolare lega metallica cui
diede il suo nome: una lega, secondo il Vocabolario Treccani «di rame,
zinco e stagno del tipo del tombacco, di aspetto simile all’oro, usata per la
produzione di oggetti che imitano l’oro, per lamine sottili in sostituzione
dell’oro, per fili da ricamo». Da qui l’espressione, che riguarda lo
sbalordimento simile al rimanere ingessati, bloccati per lo stupore, come se
si fosse di metallo.

168 Siamo uomini o caporali Si usa solitamente con tono


interrogativo, per ironizzare e sdrammatizzare una situazione di dubbio sul
comportamento da prendere. Per esempio, se qualcuno ci chiede consiglio
su come agire in una determinata situazione, possiamo accompagnare la
nostra risposta dandole maggiore vigore con questa frase, che sottintende
l’evidenza della scelta: altrimenti ci si comporta da caporali! La locuzione è
il titolo di un film di Totò del 1955, che a sua volta prende spunto da un
dialogo che il protagonista, Totò Esposito, sostiene con lo psicanalista del
ure in manicomio in cui è confinato per minacce. Nella conversazione, Totò
destradichiara che: «L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini
mentee caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali,
a, nel per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a
lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole,
senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di
un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che
rare la
tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla
re. La
loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di
arla di
comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la
olenti:
sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il
olonne
povero uomo qualunque». Questo il motivo per cui il titolo non ha il punto
parole:
interrogativo, che invece noi spesso infiliamo nel parlato: perché non si
ma per
tratta di una domanda, ma di un’affermazione.

169 Politically correct La definizione inglese, a volte usata anche


manere
nella traduzione “politicamente corretto”, è entrata ormai nel quotidiano,
parola
non solo per intendere effettivamente argomenti o atteggiamenti relativi
hbeck,
alla società civile, ma anche ironicamente per situazioni poco importanti,
topher
come per esempio la spartizione di un cibo; dunque come sinonimo di

101
ca cui “equo”. In realtà il termine riassume un concetto più ampio. La prima volta
rame,che viene usato è dalla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1793, nel caso
per la Chisholm vs Georgia, in cui Chisholm citò in giudizio l’intero Stato della
uzione Georgia per i danni subiti alla sua piantagione durante la Rivoluzione
da lo americana. La corte diede ragione a Chisholm con una sentenza storica.
me seNella sentenza si legge «not politically correct». In seguito la definizione è
stata usata da Mao nel suo Libretto Rosso, ma è negli anni Sessanta che la
sinistra radicale inglese comincia a usarla, prima seriamente e poi in senso
ironico, una sorta di autocritica per certe posizioni intransigenti e
tono
dogmatiche. Al punto che ora il termine ha assunto una valenza negativa
bio sul
nel gergo politico ufficiale: politically correct è spesso chi è troppo rigido
nsiglio
sulle sue posizioni, mentre chi è uncorrect è più sincero e autentico. Negli
are la
anni Novanta il termine è stato usato negli Stati Uniti per screditare la
ntende
vecchia e nuova sinistra, perché la definizione era legata a posizioni radicali
ione è
e comuniste.
da un
sta del
Totò 170 Orsetto Duracell Si dice di una persona
ominiestremamente resistente da un punto di vista
porali, fisico, che non si arrende ed è capace di sostenere
retti a una fatica straordinaria, in modo stupefacente. La
i sole, locuzione risale al filone pubblicitario delle pile
ia di Duracell, che dal 1983 utilizza i pupazzetti a pile
o, chesolitamente usati dai bambini per dimostrare la
dalla maggiore durata delle pile che produce. Il pay off è
osto diappunto «Duracell, dura di più». Anche se di
con larecente si è affermato piuttosto il coniglietto, negli
sare ilspot iniziali l’orsetto, impegnato in diverse competizioni sportive (dalla
punto corsa alla canoa, dall’arrampicata al nuoto), era il protagonista atletico del
non simovimento infinito garantito dal prodotto.

171 Dormire sugli allori Si dice di chi, dopo aver ottenuto un


anchesuccesso, smette di lavorare o studiare, pensando di aver già fatto la sua
diano,parte. La locuzione deriva dall’abitudine di incoronare con il lauro (o
elativi alloro) la testa dei poeti e dei re. L’alloro è dunque simbolo di gloria, e
rtanti, riposare sugli allori significa in modo figurato riposare sulla gloria ottenuta.
mo di

102
a volta 172 Mi si nota di più se vengo (e me ne sto in disparte) Si usa
l casoin tono scherzoso per definire chi vuole attirare l’attenzione senza
o della dichiararlo, facendo finta di niente, standosene in disparte e recitando la
uzioneparte del disinteressato per calamitare gli interessi degli altri. Si tratta di
torica.una citazione dal film di Nanni Moretti Ecce Bombo, del 1978. Il
ione è protagonista si domanda al telefono, con un amico, se sia opportuno o meno
che laandare a una festa, ai fini di essere appunto maggiormente considerato: «No
senso veramente non mi va, ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri.
enti eSenti, ma che tipo di festa è, non è che alle dieci state tutti a ballare in
gativagirotondo, io sto buttato in un angolo, no… ah no: se si balla non vengo.
rigidoNo, no… allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e
Neglime ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto
are la così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele
adicalivieni di là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”
Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no. Ciao, arrivederci
Nicola».

173 Roba da chiodi Si usa per significare un comportamento assurdo,


anche nella sua accezione negativa. Si dice così perché i chiodi in passato
erano fatti con i pezzi di ferro avanzati o scadenti, che il fabbro gettava in
un secchio e che alla fine riutilizzava in questo modo. Quindi la “roba da
chiodi” era roba di poco valore, di scarto.

174 Il nostro agente all’Avana La locuzione si usa per indicare


scherzosamente una persona che fa il nostro gioco infiltrandosi in territori,
(dalla una specie di spia, qualcuno che lavora per il nostro interesse senza
co deldichiararlo. La locuzione è tratta dal titolo di un libro di Graham Greene del
1958 (Our man in Havana), da cui l’anno seguente venne tratto anche un
film di successo. Il libro ironizza sui servizi segreti e sulla letteratura e
cinematografia che tratta il genere: racconta infatti le gesta di un venditore
to undi aspirapolveri che viene arruolato dai servizi segreti inglesi, per
la suacontrollare la situazione a Cuba prima della conquista da parte dei ribelli.
uro (oPer non perdere il posto, l’uomo inventa clamorosi segreti, che vengono
oria, e presi rigorosamente sul serio dai vertici dell’organizzazione.
enuta.

103
Si usa 175 Star freschi Significa non illudersi che possa succedere qualcosa
senzache si spera, ma soprattutto si intima a chi ha combinato qualcosa di male, e
ndo la presto sarà punito. Deriva infatti con tutta probabilità dalla Divina
atta di Commedia: Dante (1265-1321) ha immaginato il Cocito, la parte più
78. Il profonda dell’Inferno, come completamente gelato, dove i peccatori stanno,
menoappunto, freschi.
o: «No
i altri.
are in
vengo.
engo e
metto
ichele
po…”
ederci

surdo,
assato
ava in
oba da

dicare
rritori,
senza
ne del
che un
tura e
ditore
i, per
ribelli.
ngono

104
175 Star freschi Significa non illudersi che possa succedere qualcosa
che si spera, ma soprattutto si intima a chi ha combinato qualcosa di male, e
presto sarà punito. Deriva infatti con tutta probabilità dalla Divina
Commedia: Dante (1265-1321) ha immaginato il Cocito, la parte più
profonda dell’Inferno, come completamente gelato, dove i peccatori stanno,
appunto, freschi.

105
DIFFICOLTÀ

176 Houston, abbiamo un problema La frase si usa per indicare


un problema sorto improvvisamente quanto inaspettatamente e viene
impiegata anche in modo ironico. La frase fu pronunciata per la prima volta
durante la sfortunata missione Apollo 13, che faceva parte del programma
spaziale Apollo organizzato dalla Nasa nel 1970. La navetta Apollo 13
avrebbe dovuto essere la terza ad allunare sul nostro satellite, ma un
problema insorto inaspettatamente non solo impedì agli astronauti di
toccare il suolo, ma creò difficoltà anche nel ritorno, che fu rischioso. La
frase, pronunciata dall’astronauta John Swigert, in realtà fu «Okay,
Houston, we’ve had a problem here» («OK, Houston, qui abbiamo avuto un
problema»), ma nella vulgata è diventata “abbiamo”. Con essa, Swigert
richiamò l’attenzione del personale che seguiva la missione da Terra, nella
base Nasa situata nella cittadina texana di Houston, appunto.

177 Armata Brancaleone Si usa questa locuzione per definire un


gruppo male in arnese, un’accozzaglia di persone che si prepara a
un’impresa senza possedere assolutamente gli strumenti adatti o le
caratteristiche necessarie per avere successo. Armata Brancaleone è il titolo
di un film di Mario Monicelli del 1966, in cui si narrano le avventure del
piccolo esercito raccogliticcio di maldestri e sprovveduti seguaci, guidato
dal nobile decaduto Brancaleone da Norcia, interpretato da Vittorio
Gassman. Il film, considerato da molti come un capolavoro assoluto, è
entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo per la forza corale dei
personaggi, che ben rappresentano lo spirito del popolo italiano, arruffone,
pasticcione ma capace di grandi slanci. La definizione è diventata talmente
popolare da essere ormai registrata anche in diversi vocabolari della lingua
italiana.

178 Le forche caudine Passare sotto le forche caudine significa


subire un difficilissimo esame, un vero e proprio attacco soprattutto al

106
proprio orgoglio, senza avere la possibilità di fare diversamente. Il modo di
dire si rifà infatti a un episodio della storia romana, quando i soldati di due
legioni sconfitte dai Sanniti in Campania, nel 321 a.C., furono costretti a
passare a capo chino, umiliati e vinti, sotto una specie di arco costituito da
due lance che erano state piantate in terra e una terza messa per orizzontale,
come segno di umiliazione e sottomissione ai vincitori. L’episodio avvenne
dicarea Caudio, luogo non meglio precisato vicino a Benevento.
viene
a volta 179 Vedere o far vedere i sorci verdi Significa patire o far patire
amma una clamorosa sconfitta, una di quelle umilianti. In senso lato significa
llo 13anche trovarsi nelle pesti, in condizioni estremamente difficili con qualcuno
ma unche ci fa impazzire per quanto è complicato da gestire. La locuzione deriva
uti didalla 205ª squadriglia della Regia aeronautica italiana, che tra il 1936 e il
so. La1938 a bordo di aerei trimotori (i primi in Italia) conseguì due successi
Okay, internazionali a cui il regime fascista dette molto risalto: si trattava
uto unrispettivamente di una corsa aerea, Istres-Damasco-Le Bourget (Parigi); e
wigertdi una trasvolata atlantica, Guidonia (Roma)-Dakar-Rio de Janeiro.
, nella Siccome sulla fusoliera di tutti gli aerei di questa squadriglia erano
disegnati tre topolini verdi, questo divenne il soprannome del gruppo, e per
traslato il modo di dire.
ire un
ara a
o le
titolo
re del
uidato
ittorio
uto, è
ale dei
ffone,
mente
lingua 180 Lacrime e sangue Un modo di dire per intendere grandi
sacrifici, dolorosi al punto di piangere. La frase deriva dall’inglese «Blood,
toil, tears and sweat», che tradotto letteralmente suona come “sangue,
gnifica sacrifici, lacrime e sudore”, e venne utilizzata per la prima volta
utto al dall’americano Theodore Roosevelt in un discorso al collegio navale di

107
odo diguerra nel 1897. La locuzione è stata però resa famosa da un altro politico,
di due l’inglese Sir Winston Churchill, che la pronunciò durante il suo discorso in
retti a Parlamento il 13 maggio 1940, per commentare l’ingresso in una delle fasi
ito dapiù delicate e difficili della Seconda guerra mondiale: «I have nothing to
ontale,offer but blood, toil, tears, and sweat».
venne
181 Qui sta il busillis È una locuzione usata per significare una
questione complicata, di difficile soluzione. La parola in realtà non ha
patiresenso: si tratta infatti di un errore di trascrizione da parte di un amanuense,
gnificache mentre copiava un testo del vangelo era erroneamente andato a capo,
alcuno scrivendo non «in diebus illis magnis plenae» (“in quei giorni vi era
derivaabbondanza di grandi cose”) come nell’originale, ma «indie busillis magnis
36 e il plenae» (“in India c’era abbondanza di grandi busillis”), contribuendo a
ccessicreare una questione storica. L’errore di trascrizione è dovuto al fatto che
attavaun tempo non esistevano gli spazi per separare una parola dall’altra –
igi); e proprio come avviene ancora oggi per diverse lingue contemporanee, per
aneiro.esempio il cinese – abitudine che si è imposta solo a partire dal VII secolo
eranocirca. Al posto dello spazio si usava il punto mediano, ovvero un punto a
, e permetà altezza tra due lettere, più difficile da individuare.

182 Per aspera ad astra La frase completa è «Per aspera sic itur ad
astra», che tradotto in modo letterale significa “attraverso le asperità alle
stelle”, ma il cui senso traslato è “il successo si ottiene solo con la fatica”.
La frase si usa per dire che la strada per il successo è dura, difficile, ma allo
stesso modo sottintende che tenendo duro è possibile raggiungerlo. Le
parole sono state scritte dal filosofo, politico e drammaturgo latino Lucio
Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.) nel suo Hercules furens, che narra il
dramma di Ercole: l’eroe dovette affrontare le celebri dodici fatiche prima
di raggiungere la fama eterna.

grandi 183 Piove, governo ladro L’espressione si usa ironicamente per


Blood, indicare in qualcosa o qualcuno, scelto come capro espiatorio, la causa di
angue,un evento negativo di cui però in realtà non esiste responsabilità alcuna,
voltaappunto come quando si scatenano gli agenti atmosferici. Diverse le
ale dipossibili origini del modo di dire. La più accreditata pare essere quella

108
litico, secondo cui quando pioveva merci e bestie
orso insi appesantivano, alzando così il costo del
le fasidazio da pagare. Secondo il Dizionario
ing to Moderno del Fanzini, la frase va invece fatta
risalire al giornale umoristico “Il Pasquino”,
che nel 1861 pubblicò una vignetta che
ironizzava con questa frase sul fallimento di
e una
una dimostrazione dei mazziniani a Torino,
on ha
che per la pioggia non si era potuta svolgere.
uense,
capo,
vi era 184 La
magnisfatica di
ndo a Sìsifo È una
to chefatica
ltra –immane,
e, perinutile e
secolosoprattutto
unto asenza
soluzione di
continuità.
Sìsifo è un
tur ad
personaggio mitologico condannato a morte da Giove. Ma durante il
tà alle
viaggio verso l’ade, l’aldilà dei Greci, Sìsifo l’astuto riesce a ingannare la
atica”.
Morte e a incatenarla. Per punizione, dopo che Marte ebbe liberato
ma allo
nuovamente la Morte, Sìsifo è condannato a spingere un masso
o. Le
pesantissimo su per un pendio: se avesse smesso di spingere sarebbe
Lucio
rimasto schiacciato dal macigno. Una volta arrivato in cima, comunque, il
arra il
masso è destinato a cadere giù, condannando Sìsifo a una fatica infinita.
prima

185 Impresa titanica Si dice di qualcosa di veramente difficile da


compiere. I titani erano degli esseri colossali figli di Urano e Gea (il cielo e
te per
la terra) che combatterono contro il padre per detronizzarlo, e quindi
usa di
attaccarono Giove ammucchiando i monti della Grecia per arrivare al cielo:
lcuna,
ma Giove, con l’aiuto dei ciclopi, li sconfisse facendoli cadere nel Tartaro.
rse le
quella

109
186 Studio matto e
disperatissimo Si usa per indicare
un periodo di immersione
decisamente intenso sui libri, magari
per recuperare quanto non fatto
prima… La frase è del poeta
Giacomo Leopardi (1798-1837), che
commenta così i sette anni trascorsi
nella libreria del padre, impegnato
nell’apprendimento solitario dello
scibile a sua disposizione, in una
lettera a Pietro Giordani del 1813. Si
legge: «in somma io mi sono
rovinato con sette anni di studio
matto e disperatissimo in quel tempo
che mi s’andava formando e mi si
doveva assodare la complessione».
In questi anni, fino al 1817, Leopardi
imparò senza l’aiuto di insegnanti il
greco e l’ebraico, al punto da
tradurre poemi di notevole importanza.
nte il
nare la 187 Servire su un piatto d’argento Si usa per indicare qualcosa
berato che viene offerto senza fare nessuna fatica, con facilità estrema, quasi senza
massomeriti. La locuzione si deve a un episodio narrato nei vangeli, ed
arebbeesattamente riferito alla vita di san Giovanni Battista. Nelle sue prediche, il
que, ilprofeta rimproverava l’unione irregolare di Erodiade, madre di Salomè (14-
71 d.C.), con il cognato Erode Antipa, re di Giudea. Nonostante Giovanni
fosse già stato imprigionato nelle segrete, Erodiade non era soddisfatta e
ile da chiedeva insistentemente al compagno di farlo uccidere. Vi riuscì solo con
cielo el’inganno: durante un banchetto, Erodiade spinse la sensuale figlia Salomè
quindia ballare la celebre danza dei sette veli (o danza del ventre) per lo zio, che
cielo:le promise in cambio qualunque cosa avesse chiesto. La ragazza, istigata
dalla madre, chiese la testa di Giovanni Battista su un piatto d’argento.

188 Qui casca l’asino! Il significato

110
di questa locuzione è “qui sta il difficile, il
punto complicato”. L’asino diventa
insomma sinonimo di “busillis”. Pare che la
locuzione derivi dalle caratteristiche
dell’asino: la sua grande resistenza e forza lo
portano a riuscire anche nei percorsi più
impervi, salendo carico di pesi nonostante il
cammino difficile e faticoso: ma anche lui
raggiunge un limite, dove la difficoltà è
eccessiva, e dove dunque rischia di cadere.

189 Ha da passà a nuttata Si usa per


esortare a una fatalistica pazienza, in
particolare rispetto alle difficoltà della vita.
La perifrasi, in dialetto napoletano, è in
realtà la frase conclusiva di una commedia di Eduardo de Filippo (1900-
1984) del 1945, Napoli milionaria! adattata poi per il cinema nel 1950.
Narra le vicende di una famiglia napoletana allo sbando, dopo che il
capofamiglia viene fatto prigioniero durante la guerra e rimane a lungo
lontano da casa. La storia si conclude proprio con questa frase, pronunciata
dal protagonista, che sa che dovrà affrontare molte fatiche (in particolare
una notte difficile che stabilirà se la figlia minore sopravviverà alla sua
alcosamalattia), e che si rassegna ad attendere, sperando per il meglio.
senza
li, ed 190 Questo matrimonio non s’ha da fare
che, il La frase si usa, declinata in modi diversi (“questo
è (14-lavoro non s’ha da fare”, “questa vacanza non s’ha
ovanni da fare”, per esempio), in tono scherzoso, per
fatta esottolineare qualcosa che proprio non si riesce ad
lo conattuare, contro la quale tutto sembra congiurare. È
alomètratta dai Promessi Sposi (1840-1842) di
o, che Alessandro Manzoni (1785-1873) ed è la frase che
stigatauno dei bravi mandati da don Rodrigo, invaghitosi
di Lucia, intima al curato che dovrebbe celebrare le
nozze tra lei e Renzo: «”Or bene,” gli disse il bravo
all’orecchio, ma in tono solenne di comando,

111
“questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai».

191 Dammi retta L’espressione “dare retta” è sinonimo di ascoltare,


seguire il consiglio che viene dato, prestare attenzione a quello che viene
detto. Secondo i linguisti, l’origine è latina: dare arrectam, sottinteso
aurem, ovvero “prestare orecchio”, dove arrectam è il participio passato
femminile di arrigere, ovvero “dirigere a”. Dunque: “dirigere l’orecchio”,
sinonimo di attenzione e ascolto, drizzarlo in direzione giusta per ascoltare.
Il commediografo latino Publio Terenzio Afro (185 a.C.-159 a.C.) scrive
«arrige aurem», “drizza l’orecchio”, come invito a prestare attenzione.

192 Nodo gordiano Indica una situazione particolarmente intricata da


risolvere. Secondo la leggenda, i Frigi, consultando l’oracolo, avevano
ricevuto l’indicazione di eleggere loro re il primo che fosse salito con il suo
carro all’acropoli. Fu appunto Gordio, che era un semplice contadino, a
1900-
essere nel posto giusto al momento giusto: fu così incoronato re. In ricordo
1950.
di questa fortuna, fece sistemare il carro nel tempio di Giove, legato con
che il
stretti nodi: chiunque fosse riuscito a sciogliere detti nodi, sarebbe
lungo
diventato re dell’Asia. Nel 333 a.C., durante il regno del figlio di Gordio,
nciata
Mida, Alessandro il Grande (356-323 a.C.) tentò di sciogliere i nodi: non
colare
riuscendovi, li tagliò con la spada, e in effetti divenne il re dell’Asia.
la sua

112
“questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai».

191 Dammi retta L’espressione “dare retta” è sinonimo di ascoltare,


seguire il consiglio che viene dato, prestare attenzione a quello che viene
detto. Secondo i linguisti, l’origine è latina: dare arrectam, sottinteso
aurem, ovvero “prestare orecchio”, dove arrectam è il participio passato
femminile di arrigere, ovvero “dirigere a”. Dunque: “dirigere l’orecchio”,
sinonimo di attenzione e ascolto, drizzarlo in direzione giusta per ascoltare.
Il commediografo latino Publio Terenzio Afro (185 a.C.-159 a.C.) scrive
«arrige aurem», “drizza l’orecchio”, come invito a prestare attenzione.

192 Nodo gordiano Indica una situazione particolarmente intricata da


risolvere. Secondo la leggenda, i Frigi, consultando l’oracolo, avevano
ricevuto l’indicazione di eleggere loro re il primo che fosse salito con il suo
carro all’acropoli. Fu appunto Gordio, che era un semplice contadino, a
essere nel posto giusto al momento giusto: fu così incoronato re. In ricordo
di questa fortuna, fece sistemare il carro nel tempio di Giove, legato con
stretti nodi: chiunque fosse riuscito a sciogliere detti nodi, sarebbe
diventato re dell’Asia. Nel 333 a.C., durante il regno del figlio di Gordio,
Mida, Alessandro il Grande (356-323 a.C.) tentò di sciogliere i nodi: non
riuscendovi, li tagliò con la spada, e in effetti divenne il re dell’Asia.

113
SOLUZIONI

193 La quadratura del cerchio È la soluzione perfetta, capace di


mettere d’accordo tutti e di “salvare capra e cavoli”, ma allo stesso tempo
impossibile da ottenere, una mera esercitazione di scuola. Il modo di dire
risale al problema geometrico che si propone di disegnare un quadrato e un
cerchio della medesima superficie, usando solo una riga e un compasso.
Assieme al problema della trisezione dell’angolo e a quello della
duplicazione del cubo, quello della quadratura del cerchio costituisce uno
dei tre problemi classici della geometria greca. Riuscire nell’impresa è
impossibile, anche se per secoli i matematici si sono spaccati la testa per
trovare una soluzione alla questione. Inutilmente, come il modo di dire
sottolinea giustamente.

194 Salvare capra e cavoli Significa riuscire a risolvere una


situazione accontentando tutti, salvaguardando gli interessi di ognuno. Il
modo di dire nasce da un gioco di logica, che sfida a trovare la soluzione
per trasportare al di là del fiume dei cavoli, una capra e un lupo, avendo a
disposizione una barchetta capace di trasportare solo una cosa per volta
assieme al traghettatore. La difficoltà sta nel non lasciare sulla medesima
sponda la capra con i cavoli (perché se li mangerebbe), e il lupo con la
capra (perché farebbe altrettanto). La soluzione sta nel traghettare avanti e
indietro la capra più volte. La prima lasciando sulla sponda cavoli e lupo; la
seconda riportandola indietro, dopo aver lasciato i cavoli sull’altra riva e
prendendo il lupo; e infine la terza dopo aver traghettato il lupo.

195 La accendiamo? Con questa domanda solitamente si intende


chiedere conferma, assoluta conferma, della decisione appena presa. È
sostanzialmente un sinonimo di «sei sicuro?», in cui si verifica la totale
convinzione, generalmente in una situazione incerta, in cui il risultato
dell’azione che si sta per intraprendere potrebbe essere pesantemente
condizionato. «La accendiamo» è infatti la domanda rituale con cui il

114
presentatore del format Chi vuol essere milionario? – in Italia Gerry Scotti
– chiede al concorrente che ha di fronte se è assolutamente convinto della
risposta che sta per dare. La scelta del concorrente può variare tra quattro
possibilità, e quella che secondo lui è giusta viene illuminata dal
presentatore in giallo (“accesa” appunto), dopo la fatidica frase: «È la tua
risposta definitiva? La accendiamo?». Il quiz è stato messo in onda in Italia
ace diper la prima volta nel 2000, e fino al 2002, data dell’avvento dell’euro, si
tempo chiamava Chi vuol essere miliardario?
di dire
o e un 196 L’uovo di Colombo È la soluzione banale ma efficace, quella
passo.che stava sotto gli occhi di tutti ma nessuno aveva notato prima, la
dellasoluzione più semplice possibile a un problema che sembrava irresolubile.
e unoL’origine di questo modo di dire risale a un aneddoto probabilmente falso
resa èlegato al navigatore Cristoforo Colombo. Secondo tale storiella, invitato a
ta peruna cena dopo la scoperta delle Americhe, Colombo sentì dire da alcuni
di dire degli spagnoli presenti al tavolo che intuire la rotondità della Terra non era
poi una cosa tanto difficile, e che l’impresa non fosse così degna di nota.
Invece di ribattere, Colombo invitò i commensali allora a trovare una
e unasoluzione per fare star ritto un uovo. I presenti si ingegnarono per trovare
uno. Ilsoluzioni utili al caso, ideando stravaganti tentativi sempre però inutili.
uzioneAllora Cristoforo Colombo prese l’uovo, lo ammaccò leggermente nella sua
endo aparte più larga, e in questo modo riuscì a farlo rimanere in piedi. In questo
volta modo ribatté alle perplessità spavalde dei presenti, che sostenevano che
desimasarebbero stati anch’essi in grado di fare altrettanto, dicendo: «La
con ladifferenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho
vanti e fatto!».
upo; la
riva e

ntende
esa. È
totale
sultato
mente
cui il

115
Scotti
o della
uattro
a dal
la tua
Italia
uro, si

quella
ma, la
lubile.
e falso
itato a
alcuni
on era
nota.
e una
rovare
nutili.
lla sua
questo
o che 197 Estrema ratio In realtà l’originale latino sarebbe ultima ratio,
: «La“ultima ragione”, inteso come l’ultimo argomento possibile, l’ultima mossa
e l’hopossibile. La locuzione era nota già ai latini, ma venne poi fatta incidere dal
Re Sole Luigi XIV sui cannoni del suo esercito, come ammonimento.

116
197 Estrema ratio In realtà l’originale latino sarebbe ultima ratio,
“ultima ragione”, inteso come l’ultimo argomento possibile, l’ultima mossa
possibile. La locuzione era nota già ai latini, ma venne poi fatta incidere dal
Re Sole Luigi XIV sui cannoni del suo esercito, come ammonimento.

117
SEGRETI E BUGIE

198 Indorare la pillola Significa cercare di rendere meno brutta una


situazione, almeno all’apparenza, falsificandone i tratti. Deriva
dall’abitudine dei farmacisti di tingere di colore dorato o argentato le
pillole.

199 Acqua in bocca È un’esortazione a stare in silenzio, e a non


rivelare un segreto o un progetto stabilito in confidenza. Narra Pietro
Giacchi nel suo Dizionario del vernacolo fiorentino del 1878 che un vispo
confessore consigliò a una donna, troppo chiacchierona e maldicente, di
mettere in bocca dell’acqua tutte le volte che le veniva voglia di dire
qualche cattiveria o qualche pettegolezzo. Credendo che l’acqua avesse
proprietà miracolose, la donna seguì il consiglio. Da qui l’origine del modo
di dire.

200 Uno scheletro nell’armadio La macabra espressione “avere


uno scheletro nell’armadio” significa avere segreti inconfessabili nascosti,
si tratti di azioni o fatti del passato, riprovevoli o comunque dannosi per la
propria reputazione. Esiste un corrispettivo inglese, «to have a skeleton in
the closet», utilizzato ampiamente anche in letteratura. Pare comunque che
l’originale sia francese, «avoir un squelette dans le placard», pur essendo
apparsa più tardi nelle pagine dei libri. Lo studioso Bernard Delmay ha
ricostruito l’origine di questa espressione. Pare che durante la Rivoluzione
francese, nel 1792 ovvero un anno dopo la morte del conte di Mirabeau
(apprezzato dai rivoluzionari, nonostante appartenesse alla nobiltà, per aver
continuato a pubblicare le cronache delle sessioni degli Stati generali anche
dopo il divieto reale) venne scoperto alle Tuileries un armadio blindato,
contenente documenti compromettenti dai quali era evidente che il conte
aveva tramato con il re per cancellare la Rivoluzione. Ne seguì uno
scandalo, e venne pubblicata una vignetta satirica che rappresentava lo
stesso Mirabeau come uno scheletro sistemato nell’armadio, per custodire i

118
documenti che rivelavano il suo tradimento
della causa della rivoluzione. È allo stesso
Mirabeau che si deve peraltro la frase: «Solo
gli imbecilli non cambiano mai opinione».

ta una
Deriva
ato le

a non
Pietro
vispo
nte, di
i dire
avesse
modo 201 Cavallo di Troia Da non
confondersi con “Cavallo di battaglia”, sta a
significare un tranello, un inganno non facile
da individuare perché dissimulato. La locuzione risale infatti alla vicenda
“avere
narrata nell’Iliade di Omero, in cui si racconta come i Greci riuscirono
scosti,
astutamente a ingannare i Troiani, arroccati nella loro città e ben difesi da
per la
alte e impenetrabili mura, durante la lunga guerra che vide contrapposti i
ton in
due popoli per la riconquista della bella Elena (la moglie greca rapita dal
ue che
principe di Troia, Paride). Fingendo di aver abbandonato la lotta, i Greci
sendo
nascosero le proprie navi e abbandonarono sulla spiaggia un enorme
ay ha
cavallo di legno, che i Troiani interpretarono come un dono degli sconfitti e
uzione
condussero all’interno delle mura cittadine. In realtà nel cavallo erano
abeau
nascosti dei guerrieri che durante la notte aprirono le porte ai loro compagni
r aver
e misero a ferro e fuoco la città. A questo stesso mito si rifanno particolari
anche
virus per pc che spesso infettano i sistemi (chiamati appunto “cavalli di
ndato,
Troia”): si introducono attraverso e-mail che allegano programmi in
conte
apparenza utili (per esempio un aggiornamento). In realtà, una volta
ì uno
lanciati, infettano il software del computer.
ava lo
odire i

119
202 Sepolcro imbiancato La locuzione serve per definire una
persona ipocrita, che predica bene e razzola male, o comunque chi ostenta
superiorità morale quando in realtà è corroso dalla malvagità. La locuzione
è di origine evangelica: è la definizione con cui Gesù Cristo si riferisce agli
scribi e ai farisei, che si permettono di condannare il suo comportamento
facendo sfoggio della propria purezza (che in realtà si limita alle pratiche,
ma non alla sostanza del credere in Dio). Presso gli Ebrei i sepolcri erano
considerati immondi, al punto che durante il periodo di Pasqua era vietato
toccarli. Questo fa capire la forza di tale invettiva: le persone paragonate a
sepolcri sono dunque immonde, e l’imbiancatura è solo un maquillage di
facciata. Nella sostanza rimangono qualcosa di malvagio: «Voi siete come
tombe imbiancate: all’esterno sembrano bellissime, ma dentro sono piene di
ossa di morti e di marciume» (dal Vangelo di Matteo).

203 Promettere mari e monti Significa fare promesse grandiose che


poi, si sa, non saranno mantenute. La locuzione deriva da una frase dello
storico latino Sallustio (86-35 a.C.), che nel De Catilinae coniuratione
scrive: «maria montesque polliceri»; appunto: “promettere mari e monti.

204 Bocca della verità Questa locuzione si usa per indicare una
icenda
persona sincera, che non mente mai, il cui giudizio è sacrosanto perché
cirono
autentico. La bocca della verità è una scultura di pietra, uno strano
esi da
mascherone inscritto in un cerchio e murato nella parete esterna della
posti i
chiesa di Santa Maria in Cosmedin a Roma, sotto il porticato, dal 1632. La
ita dal
maschera era però nota già da secoli prima, quando si creò la sua leggenda,
Greci
secondo cui un tempo le persone infilavano nella bocca della maschera la
norme
propria mano, per giurare solennemente o comunque per dimostrare la
nfitti e
veridicità delle proprie affermazioni: se le dichiarazioni fossero state false,
erano
infatti, la mano sarebbe rimasta intrappolata nella bocca, e si sarebbe
mpagni
dovuto mozzare l’arto per liberare il bugiardo.
icolari
alli di
mi in
volta

120
e una
stenta
uzione
ce agli
mento
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atione

e una
perché
strano
della
32. La
genda,
hera la
are la
false,
arebbe

121
122
GEOGRAFICHE

205 Perfida Albione L’epiteto dispregiativo serve a indicare la Gran


Bretagna. Generalmente si usa quando si vuole sottolineare uno o più
aspetti negativi di tale paese. Albione è infatti il nome più antico conosciuto
della Gran Bretagna: la sua origine va fatta risalire probabilmente al
vocabolo latino albus, che significa “bianco”, il colore delle scogliere di
Dover che si vedono arrivando dalla costa francese (anche se esistono varie
e differenti teorie sul perché di questo nome). L’origine della definizione
nel suo complesso è invece più incerta: pare che la vulgata secondo cui
Napoleone ne fosse il padre sia smentita da documenti precedenti. Bossuet,
già nel XVII secolo, aveva definito il nemico inglese «la perfide Albion».
La frase raggiunse grande popolarità in Italia perché usata da Mussolini
durante un comizio del 1935, a seguito dell’embargo deciso dal governo
inglese.

206 Ultima Thule Ultima Thule è considerata la terra più lontana dal
poeta latino Virgilio (69-18 a.C.) nelle Georgiche (37-30 a.C.): un’isola
leggendaria, la terra più a nord del mondo.

207 Darsi alla macchia Significa nascondersi, darsi alla fuga, sparire
dalla circolazione in modo repentino e senza lasciare traccia. La macchia
infatti è la boscaglia tipica dei paesi del Mediterraneo (è infatti definita
macchia mediterranea) che consiste di arbusti sempreverdi e alberi, di
altezza che può variare dai 50 cm ai 4 metri. In Italia è diffusa soprattutto al
Centro e al Sud. Era in questo tipo di boscaglia che si nascondevano coloro
che volevano sfuggire alla giustizia, o che comunque volevano sparire dalla
circolazione per un po’, o infine, almeno durante la Seconda guerra
mondiale, unirsi ai partigiani. Da qui trae origine il modo di dire, spesso
usato in tono scherzoso.

123
208 Sancta sanctorum È un luogo riservato, dove possono accedere
in pochissimi, e dove si conservano le cose più care. La prima citazione
risale all’Esodo, uno dei libri della Bibbia: il sancta sanctorum (“il luogo
santo dei santi”) è dove per volere di Dio veniva conservata l’Arca.

Gran 209 Il migliore dei mondi possibili È l’ottimistica conclusione che


o piùsi sente spesso usare per indicare ironicamente che questo è il mondo con
sciutocui abbiamo a che fare, e che ce lo dobbiamo far andare bene, imparando a
nte alconsiderarlo il migliore possibile. La locuzione deriva dal filosofo tedesco
ere diGottfried von Leibniz (1646-1716) che nei suoi Saggi di Teodicea del 1710,
o varietentando di conciliare Dio (che è sommo bene) con l’esistenza del male,
izionesostenne che la direzione in cui stiamo andando, anche se a volte
do cuiincomprensibile agli occhi degli esseri umani, è per un fine ultimo dettato
ossuet,dal supremo.
bion».
ssolini 210 Hic sunt leones Ovvero, dal latino, “qui ci sono i leoni”. Era la
overnofrase che si leggeva sulle cartine geografiche antiche, nei luoghi ancora
inesplorati, sconosciuti. In particolare l’Africa, di cui si conoscevano solo
le coste mediterranee: il resto veniva liquidato appunto in questo modo. Ora
na dal si dice in tono scherzoso per allertare qualcuno, alludendo a un pericolo che
n’isolanon si conosce bene, ma che si sa esistere.

parire
acchia
efinita
eri, di
utto al
coloro
e dalla
guerra
spesso

124
cedere 211 Terra di nessuno È la traduzione dall’inglese no man’s land, e
azioneserve per definire una zona, un argomento, una condizione che nessuno
luogoaffronta, di cui nessuno parla, perché è sgradevole se non pericolosa per
tutti. È un luogo abbandonato dove può accadere qualunque cosa. Il termine
venne coniato durante la Prima guerra mondiale, e serviva a indicare quella
fascia di terreno compresa tra le due prime linee contrapposte, una fascia di
ne che
terra in cui nessuno Stato è sostanzialmente sovrano, e dove avviene la
do con
battaglia più dura. È il pericolo estremo, ed è una espressione spesso usata
ando a
anche per quelle zone di confine poco controllate.
edesco
1710,
male, 212 Uno spettro si aggira per l’Europa Si
volte usa per ironizzare con chi si dimostra intimorito
dettatodalle novità, oppure quando si vuole presentare
qualcosa di particolare in modo enfatico. Così
iniziava il Manifesto del partito comunista, scritto
da Karl Marx e Friedrich Engels nel 1848.
Era la
ancora
o solo 213 Capitale morale È la definizione
o. Orasinonimo di Milano, capitale morale d’Italia. La
lo chedefinizione venne creata dai milanesi stessi nel 1864, quando Firenze
divenne capitale del Regno d’Italia. I milanesi, offesi perché la loro città era
la più moderna e industriosa del Regno, commentarono in questo modo la
scelta.

125
211 Terra di nessuno È la traduzione dall’inglese no man’s land, e
serve per definire una zona, un argomento, una condizione che nessuno
affronta, di cui nessuno parla, perché è sgradevole se non pericolosa per
tutti. È un luogo abbandonato dove può accadere qualunque cosa. Il termine
venne coniato durante la Prima guerra mondiale, e serviva a indicare quella
fascia di terreno compresa tra le due prime linee contrapposte, una fascia di
terra in cui nessuno Stato è sostanzialmente sovrano, e dove avviene la
battaglia più dura. È il pericolo estremo, ed è una espressione spesso usata
anche per quelle zone di confine poco controllate.

212 Uno spettro si aggira per l’Europa Si


usa per ironizzare con chi si dimostra intimorito
dalle novità, oppure quando si vuole presentare
qualcosa di particolare in modo enfatico. Così
iniziava il Manifesto del partito comunista, scritto
da Karl Marx e Friedrich Engels nel 1848.

213 Capitale morale È la definizione


sinonimo di Milano, capitale morale d’Italia. La
definizione venne creata dai milanesi stessi nel 1864, quando Firenze
divenne capitale del Regno d’Italia. I milanesi, offesi perché la loro città era
la più moderna e industriosa del Regno, commentarono in questo modo la
scelta.

126
LAVORO

214 Teste di cuoio L’espressione serve a indicare una squadra


speciale, cui vengono affidati compiti particolarmente ardui; oppure anche
una task force con poteri speciali. La definizione è mutuata dalla
terminologia militare: le “teste di cuoio” sono appunto le forze speciali di
polizia, generalmente addestrate in modo specifico, particolarmente duro,
per essere pronte a intervenire in situazioni singolarmente difficili. Le teste
di cuoio divennero famose nel 1977, quando questo nucleo speciale della
Germania federale liberò gli ostaggi trattenuti dai terroristi nell’aeroporto di
Mogadiscio: gli agenti indossavano un elmetto di cuoio molto particolare,
da cui la definizione. In seguito questo tipo di corpi speciali di polizia si
diffusero un po’ in tutti i paesi. In Italia vengono chiamati Nocs (Nucleo
operativo centrale di sicurezza), e sono nati proprio nel 1977. Divennero
famosi soprattutto nella lotta contro le Brigate Rosse e per la liberazione nel
1982 del generale americano Dozier.

215 Essere un crumiro La locuzione, dispregiativa, si riserva ai


lavoratori che non aderiscono agli scioperi. La parola deriva dal nome della
tribù tunisina dei Khumir, il cui nome tradotto in francese era Kroumirs, e
che in italiano è diventato Krumiri. Il termine si diffuse in Italia in
occasione di uno sciopero al porto di Marsiglia nel 1901: i lavoratori
“ribelli” erano facilmente sostituiti dagli “arabi”, gli immigrati che
accettavano qualunque tipo di lavoro. Probabilmente per associazione
geografica con la tribù africana, i lavoratori in questa occasione vennero
soprannominati “krumiri”: da qui l’abitudine viva ancora oggi.

216 Missione impossibile È utilizzato in modo solitamente ironico e


scherzoso per indicare una situazione in cui si debba fare uno sforzo per
raggiungere un obiettivo difficile o faticoso. A volte l’accezione ironica
può essere talmente forte da utilizzare la frase in contesti del tutto
paradossali (come per fare qualcosa di assolutamente semplice).

127
Dall’originale inglese Mission: impossibile, titolo di una serie televisiva
ideata da Bruce Geller e piuttosto famosa negli anni Sessanta-Settanta. Dal
1996 la popolarità della frase ha raggiunto livelli planetari grazie alla serie
di film omonimi interpretati dall’attore Tom Cruise (1996, 2000, 2006).
Nell’immaginario collettivo la frase è spesso corredata dalla imitazione del
tema musicale, creato da Lalo Schifrin.
quadra
anche 217 Essere un azzeccagarbugli La
dalla definizione viene usata per denigrare certi
iali diavvocati male in arnese, intriganti, cavillosi
duro,e obliqui, che non si comportano lealmente,
e testema cercano di “intortare” il proprio cliente
della con modi di fare un po’ loschi, senza avere
orto diuna reale preparazione e una statura morale
colare, all’altezza del ruolo. Il dottor
izia siAzzeccagarbugli è un personaggio dei
NucleoPromessi Sposi di Alessandro Manzoni: è
ennerol’avvocato cui si affida Renzo per chiedere
ne nelun aiuto contro l’intervento di don Rodrigo e
dei suoi bravi, che si oppongono alle sue
nozze con Lucia. Azzeccagarbugli, invece di aiutarlo, pavidamente si
rva airifugia dietro scuse di ogni genere, commentando che pratica e teoria non
e dellasono la medesima cosa, e facendo in modo di sviare il giovane
mirs, edall’accusare don Rodrigo (e soprattutto dal coinvolgerlo in questo).
lia in
oratori 218 Brain trust Letteralmente, dall’inglese, “organizzazione di
i che cervelli”. La definizione serve a indicare un gruppo scelto di persone
azione altamente qualificate, le cui caratteristiche di eccezionale preparazione e
ennerointelligenza servono da consiglio fidato e personale al servizio di una
specifica causa. Il modo di dire ha origine nel 1932, quando il presidente
degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) si affidò a un
nico egruppo di consulenti universitari e intellettuali per vincere le elezioni, e in
zo perseguito anche per trovare una soluzione alla crisi economica che aveva
ronicaavuto inizio nel 1929, dando vita al cosiddetto “new deal” (il “nuovo
tuttocorso”). A differenza infatti di quanto era precedentemente avvenuto negli
plice).Stati Uniti, dove il libero mercato non era condizionato da alcuna norma, il

128
visivapresidente cercò di stimolare la ripresa economica, grazie all’introduzione
a. Daldi ammortizzatori sociali e un imponente programma di opere pubbliche.
a serie
2006).
219 Essere uno stacanovista La locuzione si usa per indicare chi
ne del
lavora indefessamente, con piacere e devozione al punto da non lasciare
molto spazio al resto. La locuzione deriva dal nome del minatore sovietico
Aleksei Grigorievich Stachanov (1906-1977), che nel 1935 ideò un metodo
di estrazione del carbone che consentì di aumentare fino a quattordici volte
la produttività. Per questo, e grazie all’esaltazione del suo entusiasmo
lavorativo e delle sue qualità da parte del governo sovietico, al nome è
legato il movimento stacanovista e il concetto internazionale di lavoratore
entusiasta e instancabile.

220 Essere uno yesman La traduzione dall’inglese è “uomo del sì”,


e si usa per definire quelle persone dell’entourage di un personaggio di
spicco che invece di avere la forza di esprimere opinioni contrarie gli (o le)
danno sempre ragione.

221 Fare un brainstorming Deriva dall’inglese brain, che significa


nte si“cervello”, e storm, “tempesta”. Si tratta di una tecnica creativa che
ia nonconsiste sostanzialmente nel riunire un gruppo eterogeneo di persone, da
ovanecinque a dieci circa, e lasciare che si esprimano liberamente, esponendo
proposte e suggerimenti di vario genere, una vera e propria “tempesta
cerebrale”. Ispirandosi a vicenda, per libera associazione mentale, i
partecipanti al gruppo riescono solitamente a produrre la soluzione
ne di
desiderata. Questo metodo di lavoro si è diffuso a partire dagli anni
ersone
Sessanta, dopo la pubblicazione del volume Applied Imagination del
one e
manager pubblicitario Alex Faickney Osborn (1888-1966), in cui veniva
di una
illustrata la singolare tecnica. La parola è entrata nell’uso quotidiano per
idente
indicare, spesso caricaturalmente, un consesso in cui si cerchi di stabilire
a un
una soluzione utile.
i, e in
aveva
nuovo
negli
ma, il

129
uzione

re chi
sciare
vietico
metodo
i volte
iasmo
ome è
ratore

222 Fare un briefing È un vocabolo importato dall’inglese, anche se


el sì”,
in quella lingua esiste con un significato più ampio, meno circoscritto. A
gio di
sua volta, nella lingua originale è derivato dalla terminologia militare. Il
(o le)
significato infatti è la trasmissione di istruzioni per eseguire un compito: la
lista dei punti su cui focalizzarsi, la spiegazione del risultato che si vuole
ottenere e dei modi in cui raggiungerlo. Si usa prevalentemente in ambito
gnificapubblicitario, anche se in senso ironico può essere impiegato anche per altri
a chetipi di istruzioni (in cucina, nello sport ecc.)
ne, da
nendo
223 Essere il braccio destro
mpesta
di qualcuno È l’uomo di fiducia, il
ale, i
collaboratore stretto, colui al quale
uzione
viene data l’autorità e che possiede
i anni
la conoscenza necessaria per
del
risolvere le questioni. Secondo
veniva
alcune fonti, la locuzione deriva dal
no per
fatto che il consigliere del re usava
abilire
sedergli accanto dal lato destro;
secondo altri è ispirata dal metodo
militare greco e latino. In guerra infatti i fanti greci erano organizzati in
“falangi” (i romani in legioni): ogni soldato portava lo scudo sulla sinistra,
mentre la parte destra era protetta dallo scudo del soldato che gli stava
accanto, soprattutto quando si chiudevano a testuggine. Infine esiste la

130
spiegazione biblica: Gesù Cristo parla di «destra del padre».

224 Tavola rotonda Si usa il termine


(“organizzare, partecipare a una tavola
rotonda” ecc.) per indicare un incontro, un
confronto in cui i relatori espongono ognuno
il proprio parere, senza moderatori né
gerarchie. Il termine deriva infatti da quella
tavola rotonda attorno a cui si sedevano i
cavalieri di re Artù, che erano tutti parimenti
consiglieri, e vantavano lo stesso valore. La
tavola rotonda infatti, non avendo
capotavola, non ha gerarchie.
che se
tto. A
are. Il
ito: la
vuole
mbito
er altri

zati in
nistra,
stava
ste la

131
spiegazione biblica: Gesù Cristo parla di «destra del padre».

224 Tavola rotonda Si usa il termine


(“organizzare, partecipare a una tavola
rotonda” ecc.) per indicare un incontro, un
confronto in cui i relatori espongono ognuno
il proprio parere, senza moderatori né
gerarchie. Il termine deriva infatti da quella
tavola rotonda attorno a cui si sedevano i
cavalieri di re Artù, che erano tutti parimenti
consiglieri, e vantavano lo stesso valore. La
tavola rotonda infatti, non avendo
capotavola, non ha gerarchie.

132
FAMA

225 Famoso per 15 minuti La celeberrima frase (nell’originale


inglese «In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes»), più
che mai attuale ai nostri giorni, si usa per indicare una persona assurta agli
onori della cronaca per breve tempo e solitamente per scarsi meriti.
Generalmente infatti i 15 minuti di celebrità sono dispensati per motivi
sciocchi, o per azioni di poco valore: motivo per cui la fama, effimera di
per sé, diventa ancora più breve, fino a ridursi a un simbolico quarto d’ora.
Insomma la definizione ha una valenza fortemente negativa,
tendenzialmente dispregiativa. La paternità della frase è dell’artista
americano Andy Warhol, che la coniò nel 1968, e che con essa ha
sintetizzato la forza del suo intervento artistico, che si focalizzava
sull’inconsistenza della società contemporanea, basata sull’apparenza e su
star effimere, idolatrate anche senza possedere reali talenti.

226 Pietra miliare Si usa questa locuzione per definire ciò che ha
un’importanza tale da rimanere nell’immaginario collettivo come
riferimento assoluto. La pietra miliare era infatti una piccola colonna, che
veniva sistemata dai Romani lungo il ciglio delle strade, segnando ogni
miglio trascorso, in modo da dare un riferimento costante del percorso già
fatto. Sono insomma le prime indicazioni stradali della storia. La
misurazione delle strade romane fu stabilita per legge nel 123 a. C. per
volere del tribuno della plebe Gaio Gracco.

227 Andare per la maggiore Significa andare di moda, essere


popolari, essere tra i più richiesti. Il modo di dire si utilizza
indifferentemente per persone, luoghi, cose o situazioni. Il detto risale alla
Firenze del Medioevo, quando la città era tenuta in pugno economicamente
dalle associazioni di mestiere, denominate arti, entro le quali si riunivano
tutti coloro che lavoravano e commerciavano in un determinato settore.
Non tutte le arti erano però uguali: alcune godevano di maggior prestigio, e

133
quindi anche di potere. Le arti si dividevano infatti in maggiori e minori: le
prime erano sette (Arte dei Giudici e Notai, Arte dei Mercatanti o di
Calimala, Arte del Cambio, Arte della Lana, Arte della Seta o di Por Santa
Maria, Arte dei Medici e Speziali, Arte dei Vaiai e Pellicciai); le seconde
esattamente il doppio (ovvero Arte dei Beccai, Arte dei Calzolai, Arte dei
Fabbri, Arte dei Maestri di Pietra e Legname, Arte dei Linaioli e Rigattieri,
ginaleArte dei Vinattieri, Arte degli Albergatori, Arte degli Oliandoli e
»), più Pizzicagnoli, Arte dei Cuoiai e Galigai, Arte dei Corazzai e Spadai, Arte
ta agli dei Correggiai, Arte dei Legnaioli, Arte dei Chiavaioli, Arte dei Fornai). Da
meriti.qui il detto andare per la maggiore, che sottintende la parola arte, e che
motiviimplica avere ricchezza e popolarità.
era di
d’ora. 228 Essere in auge Significa essere di moda, essere all’apice del
gativa, successo, aver raggiunto fama e notorietà, insomma essere al top. Il
artistasignificato di questo modo di dire va ricercato nell’etimologia della parola
sa ha auge. Il vocabolo appartiene alla terminologia astronomica: l’auge è una
izzavaparola che deriva dall’arabo aug, ed è la distanza massima di un punto dalla
a e suTerra. Il culmine insomma. Anche in geometria, la parola indica l’apice di
una curva.

he ha 229 Il viale del tramonto Si dice che è sul viale del tramonto
come qualcuno che è stato importante o famoso, e la cui carriera è ormai arrivata
a, cheagli sgoccioli. Il modo di dire deriva dal titolo del film omonimo (in inglese
o ogniSunset Boulevard) realizzato nel 1950 da Billy Wilder. Nel film si narrano
so giàle vicende di un’attempata attrice hollywoodiana che si è ritirata dalle
a. Lascene, ma che non si arrende alla situazione e cerca di comprare l’amore di
C. perun giovane scrittore squattrinato che capita per caso in casa sua. Il film
sottolinea la malinconia delle vecchie star abbandonate dall’industria
cinematografica, la solitudine in cui possono incappare persone abituate a
essereessere sempre al centro dell’attenzione. Il modo di dire solitamente ne
tilizzavuole trasmettere le medesime sensazioni.
le alla
mente 230 Carneade! Chi era costui? Si usa questo modo di dire per
nivanoindicare qualcuno che non si conosce, in particolare qualcuno che dovrebbe
ettore. essere noto ai più ma in realtà risulta essere un illustre sconosciuto.
igio, e

134
ori: leCarneade era un filosofo greco vissuto tra il 213 e il 128 a.C. Ma la frase è
o di stata resa celebre dal don Abbondio del Manzoni: è lui che la pronuncia fra
Santasé, dopo aver letto il nome su un libro, uno dei tanti che legge per occupare
condeil tempo dopo che ha deciso di chiudersi in casa per paura, in conseguenza
rte dei dell’incontro con i bravi che lo hanno minacciato. Pare che la frase di
attieri, Manzoni possa derivare a sua volta da un dialogo scritto da sant’Agostino:
doli equando uno dei due personaggi nomina Carneade, l’altro confessa di non
, Arteconoscerlo. Si usa anche dire, sempre con la medesima origine, “essere un
ai). Dacarneade”, per indicare qualcuno che non è per nulla famoso.
e che
231 Al secolo Con questa definizione si usa di solito distinguere la
vera identità di un artista da quella fittizia, creata per il pubblico.
ce delGeneralmente la locuzione serve per distinguere il nome registrato
op. Il all’anagrafe rispetto a quello d’arte: per esempio l’attrice Ornella Muti, al
parolasecolo (ovvero il cui vero nome è) Francesca Romana Rivelli. La
è una definizione si usa anche per differenziare il nome di origine del papa, da
o dalla quello che prende una volta divenuto pontefice. L’origine infatti era proprio
pice direligiosa: ciò che era “secolare” (cioè appartenente al secolo, al tempo che
passa, al mondo reale) si differenziava da ciò che era connesso alla
religione, alla spiritualità e pertanto all’eternità.
monto
rrivata 232 Essere al (o il) clou La parola è sinonimo di apice, di momento
nglese topico, il momento migliore, centrale. In francese significa “chiodo”: facile
arrano capire dunque la traslazione del significato, per intendere il punto
dalleessenziale di un evento o una conversazione.
ore di
l film
233 Casta diva L’uso della locuzione è piuttosto ampio, poiché è stato
dustria
adottato principalmente dal linguaggio giornalistico, e come tale piegato al
uate a
volere del caso. La “casta diva” è solitamente una donna di spicco con
nte ne
atteggiamento leggermente snob: in tale senso è stato traslato il termine
casta. Casta diva è in realtà la cavatina (o aria di uscita) del personaggio
principale dell’opera lirica Norma di Vincenzo Bellini (1801-1835); l’opera
re pervenne realizzata in un breve lasso di tempo (nel 1831), e rappresentata per
vrebbe la prima volta a Milano. Nonostante il sottotitolo della Norma sia
sciuto.L’infanticidio, nella storia l’orrendo crimine non viene commesso. L’opera

135
rase èè ambientata nelle Gallie all’epoca dell’invasione romana: Norma,
cia fra sacerdotessa che aveva fatto voto di castità, è in realtà innamorata di
cuparePollione, proconsole da cui ha avuto in segreto due figli. Quando scopre il
uenzatradimento di lui con un’altra vestale, sta per cedere alla collera contro il
ase difrutto del loro amore. In realtà alla fine, di fronte alla situazione speculare
ostino: della sacerdotessa con cui il suo uomo l’ha tradita, Norma si immola in un
di non finale ad alto contenuto drammatico. La frase per intero recita «Casta Diva,
ere unche inargenti / Queste sacre antiche piante, / Al noi volgi il bel sembiante, /
Senza nube e senza vel!»: la casta diva è la dea Luna, al cui culto la
sacerdotessa Norma si era votata.
ere la
bblico. 234 Canto del cigno Si dice
istratodell’ultima interpretazione di qualcuno,
uti, al della sua opera definitiva e più bella. Il
li. Lamodo di dire risale a un’antica credenza,
pa, dasecondo la quale prima di morire il cigno
roprioselvatico canta il suo canto più armonioso e
po checommovente. Un’altra leggenda, analoga ma
o alla leggermente differente, vorrebbe che il
cigno muto emettesse il suo unico e
gradevole grido proprio prima di morire.
mento
facile 235 Mostro sacro L’appellativo viene usato spesso per personaggi o
puntoistituzioni la cui storia ha reso autorevoli, quindi, anche se ora hanno
passato il loro momento d’oro, mantengono influenza e prestigio presso i
più. Questo modo di dire deriva dal titolo di una commedia di Jean Cocteau
(1889-1963), scrittore francese, che si intitola appunto Les monstres sacrés
è stato
rappresentata per la prima volta nel 1940.
gato al
o con
rmine
naggio
’opera
ta per
ma sia
’opera

136
è ambientata nelle Gallie all’epoca dell’invasione romana: Norma,
sacerdotessa che aveva fatto voto di castità, è in realtà innamorata di
Pollione, proconsole da cui ha avuto in segreto due figli. Quando scopre il
tradimento di lui con un’altra vestale, sta per cedere alla collera contro il
frutto del loro amore. In realtà alla fine, di fronte alla situazione speculare
della sacerdotessa con cui il suo uomo l’ha tradita, Norma si immola in un
finale ad alto contenuto drammatico. La frase per intero recita «Casta Diva,
che inargenti / Queste sacre antiche piante, / Al noi volgi il bel sembiante, /
Senza nube e senza vel!»: la casta diva è la dea Luna, al cui culto la
sacerdotessa Norma si era votata.

234 Canto del cigno Si dice


dell’ultima interpretazione di qualcuno,
della sua opera definitiva e più bella. Il
modo di dire risale a un’antica credenza,
secondo la quale prima di morire il cigno
selvatico canta il suo canto più armonioso e
commovente. Un’altra leggenda, analoga ma
leggermente differente, vorrebbe che il
cigno muto emettesse il suo unico e
gradevole grido proprio prima di morire.

235 Mostro sacro L’appellativo viene usato spesso per personaggi o


istituzioni la cui storia ha reso autorevoli, quindi, anche se ora hanno
passato il loro momento d’oro, mantengono influenza e prestigio presso i
più. Questo modo di dire deriva dal titolo di una commedia di Jean Cocteau
(1889-1963), scrittore francese, che si intitola appunto Les monstres sacrés,
rappresentata per la prima volta nel 1940.

137
TEMPO

236 Alle calende greche La frase indica una data che non giungerà
mai, con il significato di un’azione che non avverrà, che non si farà. La
locuzione originale è latina, che traduce a sua volta una frase greca, ad
kalendas graecas. La frase è stata, secondo lo scrittore Gaio Svetonio
Tranquillo (70-126), biografo di Giulio Cesare, pronunciata proprio da
Cesare per indicare un pagamento che non voleva saldare (riportato nelle
Vite dei Cesari). Questo perché le calende – che corrispondevano
sostanzialmente al primo giorno di ogni mese, ed erano il giorno in cui
venivano saldati i creditori – esistevano solo nel calendario romano e non
greco: un modo sottile per indicare, appunto, che il debito non sarebbe stato
saldato, poiché il giorno preposto non sarebbe mai arrivato.

237 Ab ovo La locuzione rappresenta l’inizio, l’origine (la sua


traduzione dal latino è infatti “dall’uovo”, ovvero dal concepimento). Si
utilizza come sinonimo di “a monte”, dal punto più remoto. Il modo di dire
latino risale all’abitudine dei Romani di pranzare seguendo un ordine
preciso, che andava dalle uova (che fungevano da antipasto), alla frutta,
ovvero «Ab ovo usque ad mala», “dall’uovo alle mele”.

238 Ora canonica È sinonimo di solita ora, ora abituale, quella in cui
avviene sempre la stessa cosa. Le ore canoniche sono infatti quelle in cui la
Chiesa prescrive ai suoi consacrati di pregare, a momenti precisi e fissi: ben
otto durante la giornata.

239 Quando Berta filava “Ai tempi in cui Berta filava” significa un
sacco di tempo fa, al tempo delle favole, quando la conclusione degli eventi
era sempre positiva. Il modo di dire viene usato insomma quando si vuole
spiegare che i tempi sono cambiati, che il vento è girato e non è più così
favorevole. Infatti l’origine, pur essendo incerta e rifacendosi a differenti

138
storie, ha sempre per protagonista
una Berta, il cui destino cambia
completamente da un giorno
all’altro, trasformandola da povera
filatrice a ricca signora, dopo aver
incontrato un nobiluomo o una
ungerànobildonna che ne riconosce le
rà. Laqualità eccelse nell’arte di filare. Le
addonne del paese, saputo del successo
etoniodi Berta, accorrono per offrire i
rio dapropri filati alla nobile gente, che
nelleperò risponde dicendo che appunto
evano“non è più il tempo in cui Berta
in cuifilava”. Legata a questa storia è quella di Berta di Ungheria, moglie di
e nonPipino il Breve e madre di Carlo Magno: secondo il Minacci, che ne scrive
e stato nel Malmantile, la promessa sposa di Pipino, Berta, si fece sostituire alle
nozze dalla sua ancella Elisetta. In seguito Berta fu tradita dalle persone che
l’avevano aiutata ad attuare questo piano, e dopo aver rischiato la morte
venne accolta in una famiglia di contadini, dove la vide proprio Pipino
a sua mentre stava filando, e se ne innamorò. Lei allora gli spiegò come erano
o). Siandate le cose e lui, ripudiata la falsa Berta, rimise al suo posto quella vera.
di dire L’happy end della storia rinforza il senso del modo di dire. La Berta del
ordineracconto, peraltro, ovvero la madre di Carlo Magno, è la patrona delle
frutta,filatrici.

240 Fare melina Il modo di dire, tipico del linguaggio del calcio in cui
in cuiindica il tentativo della squadra vincente di perdere tempo in passaggi sicuri
cui la per evitare di esporsi al rischio di gol, è poi passato all’uso comune, per
si: benindicare il tentativo di prendere tempo, di aspettare per evitare i rischi di
una decisione o di una presa di posizione. L’origine è dialettale, bolognese:
il gioco della melina, da queste parti, consisteva nel lanciarsi un cappello da
ica ununa testa all’altra, senza farlo acchiappare dal proprietario.
eventi
vuole 241 A babbo morto Si usa per indicare un tempo lontano, indefinito.
ù cosìGeneralmente impiegato per dire quando avverrà un pagamento: “A babbo
ferentimorto”, ovvero mai o comunque tra tanto tempo. L’origine va fatta risalire

139
all’abitudine dei rampolli di buona famiglia di contare sui soldi che
avrebbero ereditato una volta scomparso il genitore, e di contrarre debiti
mentre il padre era ancora in vita, stabilendo poi di saldarli una volta
diventati legittimi possessori dei beni di famiglia. A babbo morto, appunto.
Secondo altri, in particolare nella zona del maremmano, il significato
sarebbe invece differente: vorrebbe dire infatti compiere un’azione
d’impulso, senza pensarci molto, cadendo senza nemmeno ripararsi con le
mani, proprio come fa un corpo morto che cade.

242 Carpe diem La frase è latina e significa “cogli il giorno, il


presente, l’attimo”. Viene usata per incitare a non perdere tempo, ad agire e
a fare ciò che si deve e si vuole subito, senza aspettare l’incerto domani. È
un vero e proprio motto di vita. La massima è stata coniata dal poeta Quinto
glie di
Orazio Flacco (65 a.C.-8 a.C.) che la scrisse in un carme delle sue Odi.
scrive
L’invito, che ora pare un’esortazione a spassarsela, in realtà nasce dallo
re alle
spirito epicureo del poeta, che suggerisce con queste parole di saper
ne che
cogliere gli aspetti positivi della vita anche se piccoli, la gioia del
morte
quotidiano. La massima ha ripreso forza e vigore con il film L’attimo
Pipino
fuggente, realizzato nel 1989 da Peter Weir e con Robin Williams
erano
protagonista.
a vera.
ta del
delle 243 Ad libitum Locuzione latina la cui traduzione significa “a
piacere”, fino a che se ne ha voglia: l’espressione serve a definire una scelta
libera. Viene usata anche abbreviata “ad lib.”, spesso nelle canzoni e negli
spartiti musicali (ma anche nella liturgia religiosa, e un tempo anche nelle
in cui
ricette mediche): serve a indicare quali parti sono affidate alla libera
sicuri
interpretazione dell’artista, oppure quella parte che può essere ripetuta
e, per
quante volte si vuole.
chi di
gnese:
ello da 244 Ante litteram La locuzione è latina e significa “prima della
lettera”. Si usa come sinonimo di precursore, di persona, cosa o moda che
abbia anticipato i tempi con i suoi atteggiamenti, o arrivando a conclusioni
che sarebbero state adottate dai più solo in seguito. La locuzione deriva dal
finito.
linguaggio dell’arte: “lettera” era infatti il nome dell’iscrizione apposta alle
babbo
incisioni d’arte, a mo’ di didascalia. Le prove di stampa delle incisioni
isalire

140
di che erano però tirate senza la didascalia, senza la lettera, e quindi erano dette
debiti“ante litteram”. Ricercatissime come pezzi rari a loro si deve il modo di
voltadire.
punto.
ificato
245 Passare un brutto quarto d’ora Significa passare un brutto
azione
momento, breve ma particolarmente intenso, per drammaticità e difficoltà.
con le
Questo modo di dire risale al tempo di Rabelais (1494-1553) nel XVI
secolo. La dizione corretta infatti è «Passare il quarto d’ora di Rabelais», e
si riferisce a un episodio curioso della vita del famoso scrittore francese.
rno, ilEgli si trovava infatti a Lione senza soldi e senza sapere come fare per
agire e tornare a Parigi. La sua idea fu quella di sistemarsi in un albergo e
ani. Èrimanerci qualche giorno con fare misterioso, in modo tale da incuriosire
Quintol’albergatore. Questi insospettito fece frugare nella stanza dello strano
Odi.ospite, dove trovò una serie di pacchettini ben confezionati dallo scrittore
dallocontenenti una polvere bianca, e con scritto in modo evidente “Veleno per
saperil re“, “Veleno per la regina“, “Veleno per il principino” e per tutti i vari
a del cortigiani e ciambellani di corte. In questo modo Rabelais venne arrestato e
attimo riportato a Parigi per essere condannato. Con questo espediente lo scrittore
lliamsnon pagò né l’albergo né il viaggio di ritorno. Una volta a Parigi spiegò la
sua macchinazione contando sul fatto che il re Francesco I, suo amico ed
estimatore, si sarebbe divertito molto della sua arguzia. Cosa che in effetti
avvenne: ma Francesco, anch’egli burlone, lo fece lasciare per un quarto
ca “a
d’ora circondato da guardie, facendo loro dire che il re aveva dichiarato di
scelta
non conoscerlo e che sarebbe stato condannato a morte per l’attentato. Da
e negli
qui l’origine del modo di dire.
e nelle
libera
petuta

della
da che
usioni
va dal
ta alle
cisioni

141
o dette
odo di

brutto
icoltà.
l XVI
ais», e
ncese.
re per
rgo e
riosire
strano
rittore
no per
i vari
246 Sic transit gloria mundi Tradotto dal latino, “così passa la
stato e
gloria di questo mondo”; in senso lato significa che le cose del mondo sono
rittore
transitorie. Si usa per commentare improvvisi cambiamenti, morte o
egò la
bancarotta: in generale ciò che appartiene a questo mondo, e che
ico ed
improvvisamente scompare, magari dopo un momento di grande fortuna.
effetti
La frase deriva dall’Imitazione di Cristo scritto dal monaco olandese
quarto
Tommaso da Kempis (1379-1471), dove si legge «O quam cito transit
ato di
gloria mundi». La frase è a sua volta derivata dalla Prima lettera di
to. Da
Giovanni, dove l’evangelista scrive «Mundus transit et concupiscentia
eius» (“il mondo passa con la sua concupiscenza”). La frase è celebre,
perché si soleva ripetere per tre volte al papa appena eletto al soglio
pontificio mentre si faceva bruciare uno stoppino, per ricordare appunto
quanto effimero fosse il nostro passaggio in questo mondo.

247 Memento mori Il “ricordati che devi morire” è motto di antica


conoscenza: diffuso già al tempo di Tebe e dei suoi asceti, divenne comune
con i monaci trappisti, ordine fondato nel 1140, che se lo ripetevano in
continuazione.

248 O tempora, o mores! La traduzione letterale è “Che tempi, che

142
costumi!”. È il grido scandalizzato di chi vuole sottolineare la corruzione
del tempo presente rispetto a un passato che si ritiene migliore, in cui
moralità e bontà erano diffuse. L’esclamazione è di Cicerone e trascritta
nella prima Catilinaria, l’orazione da lui tenuta in Senato per accusare
Catilina di aver tramato contro la Repubblica. Cicerone si scaglia contro la
corruzione dei tempi, e denuncia anche il tentativo da parte di Catilina di
farlo assassinare, per nascondere le sue colpe.

249 Menare il can per l’aia È detto di chi si comporta come se non
volesse arrivare al dunque, chi cerca di sviare l’attenzione perdendo tempo
e girando intorno alla questione, anziché affrontarla direttamente. È
analogo a “ciurlare nel manico”. Letteralmente significa “condurre il cane
per l’aia”, che è lo spazio antistante la fattoria. Probabilmente il modo di
dire trae origine dall’immagine di un cane che viene condotto in uno spazio
in cui abitualmente si muovono gli animali da cortile, creando confusione,
distogliendo l’attenzione da ciò che conta. Altra possibile provenienza è
ssa la
attestata da Paolo Minucci, che nel Malmantile riacquistato, libro del 1688,
o sono
così commenta: «L’aia è un luogo troppo piccolo per un cane da caccia
orte o
abituato a spazi più ampi, a boschi e luoghi scoscesi».
e che
ortuna.
andese
transit
era di
centia
elebre,
soglio
ppunto

antica
omune
ano in

250 Ciurlare nel manico Si usa quando si vuole indicare chi sta
pi, che perdendo tempo, chi tentenna e non sa prendere una decisione precisa. Il

143
uzione verbo “ciurlare” – la cui origine è latina, e sembra sia una forma sincopata
in cuidi circulare, ovvero “muoversi in giro, girare” – significa non essere ben
scritta saldo, e si usa solitamente per gli strumenti da lavoro che non stanno ben
cusarefissi nella loro impugnatura, come appunto il manico di un coltello.
ntro la
ina di
251 Mutatis mutandis “ Cambiate le cose da cambiare”, nella
traduzione letterale dal latino. Si usa sostanzialmente come sinonimo di
“fatte le debite proporzioni”, per sottolineare come, al di là dei
se noncambiamenti circostanziali, delle situazioni contingenti, la questione sia la
tempomedesima, sia in riferimento ai mutamenti nel tempo che nello spazio. A
nte. Èvolte può essere utilizzata anche in modo più letterale, per indicare appunto
l cane qualcosa da cambiare.
odo di
spazio
252 Di punto in bianco Significa
sione,
improvvisamente, senza apparente
enza è
connessione con l’azione o il concetto
1688,
precedenti, di colpo. La locuzione deriva dal
caccia
gergo militare francese, e più precisamente
balistico: era il colpo di cannone sparato in
orizzontale (a zero). Il colpo era possibile
solo a distanza ravvicinata ed era
imprevedibile, perché non si poteva
calcolare in anticipo, non avendo coordinate
e non producendo una parabola. Galileo
Galilei nelle sue Opere fisico-matematiche
spiega che «il tiro parallelo al piano, detto
tiro a livello, ovvero di punto in bianco […].
E dicesi di punto in bianco, perché usando i bombardieri la squadra con
l’angolo retto diviso in dodici punti, chiamano l’elevazione al primo punto,
al secondo, terzo, ecc. […]. Quel tiro poi, che non ha elevazione alcuna,
vien detto tiro di punto in bianco, cioè di punto niuno, di punto zero».
L’originale francese è de but en blanc.

hi sta
isa. Il

144
verbo “ciurlare” – la cui origine è latina, e sembra sia una forma sincopata
di circulare, ovvero “muoversi in giro, girare” – significa non essere ben
saldo, e si usa solitamente per gli strumenti da lavoro che non stanno ben
fissi nella loro impugnatura, come appunto il manico di un coltello.

251 Mutatis mutandis “ Cambiate le cose da cambiare”, nella


traduzione letterale dal latino. Si usa sostanzialmente come sinonimo di
“fatte le debite proporzioni”, per sottolineare come, al di là dei
cambiamenti circostanziali, delle situazioni contingenti, la questione sia la
medesima, sia in riferimento ai mutamenti nel tempo che nello spazio. A
volte può essere utilizzata anche in modo più letterale, per indicare appunto
qualcosa da cambiare.

252 Di punto in bianco Significa


improvvisamente, senza apparente
connessione con l’azione o il concetto
precedenti, di colpo. La locuzione deriva dal
gergo militare francese, e più precisamente
balistico: era il colpo di cannone sparato in
orizzontale (a zero). Il colpo era possibile
solo a distanza ravvicinata ed era
imprevedibile, perché non si poteva
calcolare in anticipo, non avendo coordinate
e non producendo una parabola. Galileo
Galilei nelle sue Opere fisico-matematiche
spiega che «il tiro parallelo al piano, detto
tiro a livello, ovvero di punto in bianco […].
E dicesi di punto in bianco, perché usando i bombardieri la squadra con
l’angolo retto diviso in dodici punti, chiamano l’elevazione al primo punto,
al secondo, terzo, ecc. […]. Quel tiro poi, che non ha elevazione alcuna,
vien detto tiro di punto in bianco, cioè di punto niuno, di punto zero».
L’originale francese è de but en blanc.

145
GIUDIZI

253 Bollare d’infamia Significa contrassegnare come disprezzabile


da tutti, rendere qualcuno additabile e dileggiato dalla comunità. L’origine
è medievale, e risale a quando peccatori e malfattori venivano marchiati a
fuoco con una lettera precisa, a seconda del delitto commesso o
dell’infamia di cui si erano macchiati. La lettera “a”, per esempio, stava per
“adultera”, e con essa venivano marchiate (bollate appunto) le donne che
tradivano il vincolo del matrimonio, come narrato nel romanzo di Nathaniel
Hawthorne (1804-1864) La lettera scarlatta.

254 È una cagata pazzesca Il significato è decisamente palese;


l’impiego solitamente è fortemente informale e ironico, ma si può riferire
anche a situazioni serie. La frase è passata alla storia grazie al personaggio
di Ugo Fantozzi, interpretato da Paolo Villaggio, che nella pellicola Il
secondo tragico Fantozzi pronuncia la celebre frase «Per me… la corazzata
Kotiomkin… è una cagata pazzesca!!», parafrasando il nome originale della
pellicola di Sergej M. Ejzenstejn del 1925, La corazzata Potëmkin. Il
commento fuori campo, altrettanto celebre, è «Alla frase seguono 92 minuti
di applausi». La parodia fantozziana aveva l’intento di sottolineare la
distanza tra il cinema cosiddetto colto, impegnato e intellettuale, e
l’impiegato medio che Fantozzi rappresenta. Ecco perché spesso questo
modo di dire viene utilizzato riferito a qualcosa che avrebbe la pretesa di
passare per qualitativamente elevato.

146
zabile
rigine
hiati a
sso o
va per
ne che
haniel

palese;
iferire
naggio 255 Il re è nudo L’esclamazione si usa per sottolineare come sia
Il ormai evidente, sotto gli occhi di tutti, l’incontestabile verità di pochezza di
azzataqualcuno, solitamente uomini politici o comunque personaggi di spicco; o
e dellaper denunciare una situazione spinosa di cui nessuno vuole parlare, che si
. Il finge di ignorare. La locuzione risale a una favola dello scrittore danese
minuti Hans Christian Andersen (1805-1875), I vestiti nuovi dell’imperatore
are la(1837): in essa un imperatore vanitoso e stupido si fa ingannare da due
ale, e truffatori che gli promettono un vestito di bellezza straordinaria con una
questostoffa molto speciale, un tessuto impalpabile e sublime che ha la
esa diparticolarità di non essere visibile agli occhi degli stupidi. Quando i due si
presentano senza nulla tra le mani, ma fingendo di star presentando un abito
di squisita fattura, l’imperatore e tutta la corte per non passare da stupidi si
congratulano della creazione. Fino al punto in cui, mentre l’imperatore sta
sfilando per le strade della città con il suo nuovo abito, si imbatte in un
bambino che, con il candore dell’innocenza, esclama: «Non ha niente
addosso!».

256 Ottimo e abbondante Il commento viene utilizzato in modo


ironico quando si vuole sottolineare che la qualità di un prodotto o di un

147
servizio è scarsa. Spesso l’impiego della locuzione è riferito al cibo. La
frase infatti è diventata celebre grazie al film La grande guerra di Mario
Monicelli del 1959. Nel film, ambientato durante la Seconda guerra
mondiale e che racconta la vita di trincea, il protagonista Alberto Sordi
impersona il tipico individuo meschino e di piccola statura morale, capace
di fare lo spavaldo a parole ma in realtà pavido al momento di agire, e
terrorizzato dai superiori. Al punto che, durante il controllo di rito del
rancio – in questo caso addirittura del comandante in capo – non solo non
ha il coraggio di reclamare per la pessima qualità della brodaglia che
solitamente viene elargita ai soldati (come invece aveva millantato), ma
anzi si complimenta, commentando che il cibo è appunto «ottimo e
abbondante».

257 J’accuse! L’espressione francese, che significa “io accuso”, viene


utilizzata come sinonimo di “atto d’accusa”, con il senso di voler lanciare
un reclamo per qualche ingiustizia o qualche responsabilità inadempiuta.
J’accuse era infatti il titolo di un editoriale pubblicato sul giornale
me sia“L’Aurore” il 13 gennaio 1898, una lettera aperta scritta dal letterato
zza di francese Emile Zola (1840-1902) al presidente della Repubblica francese
cco; oFélix Faure per chiedere giustizia sul caso Dreyfuss. Nel 1894 Alfred
che siDreyfuss, un ufficiale ebreo, era stato ingiustamente accusato di spionaggio
danesein favore della Germania, in quel tempo acerrima nemica dei francesi.
ratoreDopo un sommario processo, Dreyfuss, sempre dichiaratosi innocente, era
da duestato condannato alla deportazione nell’isola di Cayenne, nella Guyana
n unafrancese. A causa del suo articolo, Zola fu condannato a un anno di carcere
ha lae a un’ammenda salata per vilipendio alle forze armate. Fu solo dopo
due siquattro anni, dopo la morte di Zola, che la corte di Cassazione rivide le
n abitocarte del processo e riabilitò Dreyfuss, reintegrandolo nelle sue funzioni.
pidi si
ore sta
258 Datti all’ippica È solitamente usato in modo dispregiativo, per
in un
screditare le capacità dell’interlocutore di svolgere un determinato compito,
niente
al punto che gli viene suggerito di fare altro, per esempio provare a
cavalcare. Pare che il primo a usare questo modo di dire sia stato il politico
e dirigente sportivo fascista Achille Starace (1889-1945). Nel 1931, in
modooccasione di una sua partecipazione a un convegno di medicina per
di unrappresentare il partito fascista, Starace arrivò con largo ritardo. Ai dottori

148
bo. Lache erano presenti si giustificò spiegando che aveva dovuto prima eseguire
Mariola sua cavalcata quotidiana, esortando i dottori a fare lo stesso, praticando
guerral’ippica anziché l’eccesso di studio, secondo i più ferrei dettami fascisti.
Sordi
capace
gire, e
to del
o non
a che
o), ma
mo e

viene 259 Elogio sperticato Si dice di una lode eccessiva, che supera la
nciaremisura e le aspettative di tutti. “Sperticato” deriva dal termine “pertica”,
mpiuta.che era un’antica unità di misura dei terreni, e che quindi implica il
ornaleconcetto di eccesso, di superamento di una misura di per sé notevole.
tterato
ancese
260 L’abito non fa il monaco Ovvero
Alfred
l’apparenza inganna e ciò che pare non sempre è.
naggio
Il proverbio deriva dal medievale «cucullus non
ancesi.
facit monachum»: il cocullo è in realtà solo il
te, era
cappuccio, ma è altrettanto vero che si tratta della
uyana
parte che più evidentemente caratterizza l’abito
arcere
monacale. È nota una favola trecentesca di Franco
dopo
Sacchetti, poeta e scrittore fiorentino, che si
ide le
intitola Messer Barnabò e il mugnaio. La storia è
quella di un abate condannato da Barnabò
Visconti a pagare una multa, che gli sarebbe però
o, per stata sospesa se si fosse dimostrato in grado di
mpito, rispondere a quattro domande molto difficili.
vare a L’abate allora si fece sostituire da un mugnaio
oliticomolto astuto che, nascosto dal cappuccio, rispose
31, incorrettamente al posto dell’abate. Peccato però che
na perBarnabò, conoscendo l’ignoranza del religioso,
dottoriscoprì l’inganno e costrinse i due a scambiarsi

149
eguire perennemente i ruoli.
cando
261 Non ragioniam di lor, ma guarda e passa Il modo di dire è
utilizzato quando si vuole esprimere disprezzo, mancata considerazione nei
confronti di qualcuno che si sta comportando male; oppure quando si vuole
suggerire di non dare importanza a maldicenze e/o consigli sgraditi. La
frase è dantesca: nel III canto dell’Inferno, Dante passa davanti agli ignavi
accompagnato da Virgilio, che gli suggerisce appunto di non curarsi di
quelle persone, ma di proseguire nel cammino. La frase viene poi
riutilizzata in altre occasioni, sempre nella Commedia, anche se con
sfumature differenti nella composizione.

262 Essere la pecora nera È


era lal’elemento negativo, il componente della
rtica”,famiglia di cui vergognarsi: spesso si indica
lica il con questo termine chi semplicemente ama
uscire dagli schemi, e proprio per questo è
malvisto dalla comunità. Il termine implica
una forte connotazione negativa. La pecora
nera infatti è quella meno amata, perché la sua lana, a differenza di quella
delle compagne bianche, non si tinge facilmente. Addirittura alcuni
allevatori escludono le pecore nere dalla tosatura. Inoltre il nero è da
sempre il colore legato alla negatività, al male: quindi si spiega così il senso
sfavorevole della locuzione. In realtà il commercio di lana autenticamente
scura, pur di nicchia, è oggi diventato esclusivo e molto remunerativo.

263 Delenda Carthago La citazione è latina: significa “Cartagine


deve essere distrutta”. La frase si usa ai nostri giorni per enfatizzare una
decisione drastica, per sottolineare la forza con cui si è fatta una scelta
ritenuta strategica. Venne pronunciata da Catone il Censore al termine di
ogni discorso da lui tenuto in Senato dal 149 al 146 a.C., per sostenere con
vigore la sua tesi secondo la quale la capitale punica rappresentava un
pericolo troppo grande per Roma, che doveva essere eliminato alla radice,
radendola al suolo. Cosa che avvenne effettivamente nel 146a.C. al termine
della Terza guerra punica, quando Cartagine fu completamente bruciata, le

150
mura abbattute e il porto distrutto. Le guerre puniche si scatenarono tra
Roma e Cartagine per il controllo della Sicilia e la supremazia sul
Mediterraneo. I Romani vinsero sempre, ma dopo la seconda guerra molti
dire è
cittadini dell’Urbe non erano tranquilli, convinti che il nemico avrebbe
ne nei
rialzato prima o poi la testa per attaccare nuovamente Roma. Le distruzioni
vuole
e le perdite durante le guerre erano state talmente ampie da rimanere
iti. La
impresse nella mente del popolo, e Catone faceva in modo di tenerne vivo il
ignavi
ricordo dichiarando ripetutamente a conclusione di ogni discorso: «Ceterum
arsi di
censeo Carthaginem esse delendam» (“Inoltre ritengo che Cartagine debba
e poi
essere distrutta”).
e con

264 Fare una geremiade Si usa per indicare una lamentazione lunga
e noiosa, con cui si è stati afflitti senza cura alcuna del fastidio arrecato,
snocciolando una lunga fila di disgrazie e malanni. Il modo di dire risale
all’opera del profeta biblico Geremia, che scrisse il libro delle
Lamentazioni in cui parla della tremenda distruzione di Gerusalemme da
parte di Nabucosonodor, re dei Babilonesi (587 a.C.).

265 Il capro espiatorio È la


quella persona o il gruppo di persone su cui
alcuni viene fatta ricadere una colpa
è dascomoda, la responsabilità di eventi
senso sfortunati o di disgrazie. Rappresenta
mentela via di fuga istintiva dell’inconscio,
che ha bisogno di un responsabile
per sfogare la propria rabbia in caso
di sofferenza. Il modo di dire ha
tagine
origini bibliche: il capro espiatorio
re una
era appunto l’animale su cui (durante
scelta
le celebrazioni dello Yom Kippur) venivano addossate tutte le colpe e i
ine di
peccati del popolo di Israele, per poi essere condotto a chilometri di
re con
distanza dalla città di Gerusalemme, dove veniva fatto cadere giù da una
va un
rupe. Del resto all’altro capro scelto per le celebrazioni non era riservata
adice,
una sorte migliore, poiché veniva sacrificato sull’altare. Il rito viene
rmine
descritto in diversi libri sacri agli ebrei e ai cattolici.
ata, le

151
no tra 266 Senza infamia e senza lode Si usa questa locuzione quando si
ia sulvuole parlare di qualcosa, o qualcuno, che non ha particolari difetti, ma
molti nemmeno qualità di spicco. Una persona o una cosa piuttosto mediocre, che
vrebbe non si distingue né per danni gravi ma neppure per aspetti notevolmente
uzionipositivi. La frase è stata creata – o secondo alcuni rielaborata dalla
maneretradizione popolare – da Dante Alighieri, che la utilizzò nella Divina
vivo ilCommedia per definire gli ignavi, nel III canto dell’Inferno, «coloro / che
terumvisser sanza ‘nfamia e sanza lodo».
debba
267 Ai posteri l’ardua sentenza La frase è
tratta dalla poesia Il cinque Maggio, scritta da
lungaAlessandro Manzoni (1785-1873) nel 1821, in
ecato,occasione della morte di Napoleone Bonaparte: il
risaletitolo è proprio la data della scomparsa dell’ex
delle imperatore dei francesi. L’ode, scritta di getto dopo
me daaver letto la notizia sul giornale, canta le qualità del
condottiero, morto in esilio sull’isola di
Sant’Elena, il ricordo delle gesta eroiche del quale
ancora riecheggiava nella mente dei più. In realtà
ciò che colpì Manzoni non fu tanto la grandezza
del condottiero, per il quale non aveva mai
simpatizzato, quanto la notizia che prima di morire
aveva ricevuto i sacramenti cristiani. Nel testo, il
confronto tra le glorie del francese e la fragilità umana, e soprattutto la
benevolenza di Dio sono sottolineati proprio da questa frase, che, completa
della precedente («Fu vera gloria?»), propone il quesito sul senso della vita
e del successo terreno. La locuzione è entrata nel parla to quotidiano, per
enfatizzare come certe situazioni non possano essere giudicate “a caldo”,
ma solo quando sia trascorso un bel po’ di tempo. Altra citazione piuttosto
pe e i famosa tratta dalla medesima poesia è l’incipit, «Ei fu. Siccome immobile»,
etri diusato irriverentemente per appellare qualcuno che non si è dimostrato
da unaparticolarmente attivo o presente all’azione.
ervata
viene 268 Prendere in castagna La locuzione si usa come sinonimo di
cogliere in flagrante errore, beccare qualcuno nel momento in cui sta
sbagliando o facendo qualcosa di non corretto. Deriva dal latino medievale:

152
ndo si si diceva infatti “prendere in marrone”, poiché nel latino dell’epoca marro,
ti, mamarronis significava errore. Nella comune vulgata, la parola si è confusa
e, checon quella dal medesimo suono, che però significa “castagna”. Ecco
mente dunque perché si è arrivati a dire “prendere in castagna” anziché “prendere
dallain errore”.
Divina
/ che 269 Vox populi, vox dei Letteralmente significa “Voce di popolo,
voce di dio”. Si usa per sostenere che quanto diffuso dalle dicerie popolari
abbia in realtà un fondamento. Si tratta di un adattamento di una frase
biblica, che si legge nel libro di Isaia, e che recita appunto «Una voce! Un
tumulto sale dalla città, una voce esce dal Tempio! È la voce del Signore».
La frase è stata poi ripresa da Alcuino di York (735-804) in Capitulare
admonitionis ad Carolum IX, uno dei capitolari da lui compilati, in cui
metteva in guardia Carlo Magno dal prendere in parola tutto ciò che veniva
commentato dal popolo.

270 Mettere all’indice Si dice di persone o cose definite come


pericolose, dannose, o comunque che si vogliono screditare di fronte a tutti,
svergognare pubblicamente, allontanare dal gruppo ed escludere. La
locuzione trae origine dall’Indice dei libri proibiti (in latino Index librorum
prohibitorum), una lista di libri da mettere al bando compilata dalla
Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, creata da
Paolo IV nel 1559. Nell’Indice erano inserite tutte le pubblicazioni che la
utto la Chiesa considerava contrarie all’ortodossia cattolica, o ritenute moralmente
mpletapericolose o dannose: pertanto se ne vietava la lettura, la divulgazione, la
la vitavendita e la detenzione a pena di scomunica. Il primo indice, detto Indice
o, per paolino, comprendeva l’intera opera degli scrittori non cattolici, compresi
aldo”,testi non di carattere religioso; dopo il concilio di Trento, nel 1564, venne
uttostostilato un secondo Indice, detto Indice tridentino o Index librorum
obile»,prohibitorum a Summo Pontifice, sotto papa Pio IV. Nel 1571 venne infine
ostrato istituita la Congregazione dell’Indice, per tenere aggiornata la lista.
L’istituzione fu abolita nel 1966.

mo di 271 Non è tutto oro quel che luccica Ovvero non lasciarsi
ui staingannare dalle apparenze, perché ciò che sembra non sempre è, la sostanza
evale:

153
marro,può essere differente. Questa esortazione, da tempo presente nel linguaggio
onfusa colloquiale, è stata “istituzionalizzata” da William Shakespeare (1564-
Ecco1616) nel suo Il mercante di Venezia (1596 circa). L’originale inglese, che
enderesi legge sul testo scespiriano, è «all that glisters is not gold», dove glisters è
una forma arcaica di glitters, ma il significato è identico. La frase viene
pronunciata dal principe del Marocco, uno dei pretendenti di Porzia, mentre
legge il biglietto contenuto in uno dei cofanetti, uno d’oro, uno d’argento e
opolo,
uno di piombo, tra cui doveva scegliere: se avesse trovato il ritratto della
polari
donna, sulla base degli indizi, l’avrebbe avuta in sposa. Invece, ingannato
frase
dalle apparenze, sceglie quello sbagliato: quello appunto d’oro, in cui
ce! Un
legge: «Non è tutt’oro quello che risplende; questa massima udita hai tu
nore».
sovente».
tulare
in cui
veniva 272 Conoscere i propri polli Ovvero conoscere bene i punti deboli e
le necessità delle persone con cui si ha a che fare. L’origine di questo modo
di dire risale all’epoca in cui i polli vivevano sparsi tra le case dei villaggi
in un’unica comunità, sorvegliati da tutti in collaborazione. Quando però
come
era il momento di tirare il collo alla gallina per cucinarla, era importante
a tutti,
saper riconoscere qual era “il proprio pollo”. Per questo alcuni adottavano il
e. La
metodo del nastrino colorato, legato alle zampe delle proprie bestie. Ma le
rorum
migliori massaie erano quelle che sapevano distinguere a occhio i propri
dalla
animali.
ata da
che la
mente
one, la
Indice
mpresi
venne
rorum
infine
lista.

273 Sparare a zero su qualcuno Significa criticare qualcuno


sciarsipesantemente, accanirsi contro di lui senza comprensione alcuna,
stanzadistruggendone l’immagine. La locuzione deriva dal gergo militare,

154
uaggioovviamente: sparare a zero (cioè con alzo zero) significa sparare
1564-orizzontalmente rispetto al terreno, e quindi essere molto vicini al nemico,
e, cheun momento in cui lo scontro, per ovvi motivi, è particolarmente violento.
è
viene
274 Al di là del bene e del male Si dice
mentre
per intendere qualcosa capace di andare oltre i
ento e
tradizionali canoni di giudizio, qualcosa o
della
qualcuno talmente straordinario da essere fuori
annato
dalle normali regole. La frase è stata resa famosa
in cui
dall’omonimo libro scritto nel 1886 dal filosofo
hai tu
tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900), uno dei
testi fondamentali della sua produzione, in cui si
scaglia contro gli intellettuali del suo secolo e la
eboli e loro passività, nonché mancanza di giudizio autonomo, soprattutto nei
modo confronti della religione cattolica e della sua morale.
illaggi
o però
275 Pietra di paragone Significa termine di confronto. Il paragone è
ortante
un diaspro nero, una roccia molto dura, che un tempo si usava per saggiare i
vano il
metalli preziosi, strisciandoveli contro e verificando la traccia che
Ma le
lasciavano.
propri

276 Linciaggio morale La locuzione serve a definire la diffusione di


notizie, vere o false che siano, per rovinare la reputazione di qualcuno, o
comunque per definirne la colpa giudicando la persona in oggetto prima
ancora di avere le prove. Il linciaggio è un’esecuzione sommaria che
solitamente avveniva – o avviene in paesi non civilizzati – senza aver prima
seguito un iter giudiziario adeguato. Molto diffuso negli Stati Uniti, almeno
fino alla metà del Novecento, il linciaggio deve il suo nome a quello di
Charles Lynch (1736-1796), ufficiale statunitense noto per la sua – peraltro
mai formulata – legge di Lynch. Durante la Rivoluzione americana, il
colonnello si fece capo di un drappello di cittadini che cercarono di
ristabilire l’ordine nella contea in cui abitavano, situata molto distante dal
alcuno più vicino tribunale, processando in casa i delinquenti, e soprattutto i
lcuna,simpatizzanti del governo inglese che sorprendevano in flagrante. I processi
ilitare,seguivano comunque le corrette procedure, anche se ufficialmente non

155
parareerano presieduti da alcun giudice preposto dallo Stato.
emico,
277 Prendere un granchio Significa prendere un
abbaglio, una cantonata. L’origine della locuzione sta nella
vita marinara, quando i pescatori lanciavano le reti nella
speranza di pescare qualcosa di importante, e invece
tiravano su solo qualche crostaceo.

278 La verità viene sempre a galla Si usa per


sostenere la forza della verità, e diffidare dal dire bugie. La
locuzione risale a una leggenda ambientata in Sicilia, ai
piedi dell’Etna. Qui vi era l’abitudine di portare a una
sorgente che scaturiva dalla roccia lavica i sospetti di aver
to nei
commesso un delitto. Il loro nome veniva scritto su una
tavoletta di materiale pesante: se la tavoletta affondava, era
colpevole, se le bolle la riportavano su, era innocente.
gone è
giare i
279 Essere in rodaggio Si usa per dire che si è in
a che
prova, che si sta sperimentando la bontà di una situazione. La locuzione è
tratta dalla meccanica: si dice che una macchina è in rodaggio quando sta
facendo i giri di prova. La parola rodaggio deriva infatti dal francese roder,
one diche risale a sua volta al latino rodere, ovvero “limare”, intendendo una
uno, o parte in metallo che si deve adattare all’altra.
prima
a che
prima
lmeno
ello di
eraltro
ana, il
no di
nte dal
utto i
ocessi
e non

156
ione è
do sta
roder,
o una

157
POTERE

280 Ubi maior minor cessat La traduzione letterale di questa


locuzione latina è “alla presenza del maggiore, il minore è trascurabile”, o
meglio “di fronte alla volontà di chi ha più potere, chi ne ha meno
obbedisce e si adegua”. Si usa generalmente per esprimere la propria
sottomissione, anche se non sempre corrispondente a una convinta
adesione, al volere di un superiore, o anche l’accettazione di una situazione
che non si ha la possibilità di cambiare. Secondo alcuni l’origine di questo
modo di dire latino andrebbe messa in relazione ai due Catoni: Marco
Porcio Catone il Vecchio, detto anche il Censore (234 a.C.-149a.C.) e
Marco Porcio Catone Uticense, detto Catone il Giovane (95 a.C.-46 a.C.),
in riferimento all’autorità del più anziano (maior) rispetto al più giovane
(minor). In realtà l’attribuzione è decisamente dubbia.

281 Dare l’imprimatur Parola latina che significa


“si stampi”. È passato nel linguaggio colloquiale a
significare il permesso ufficiale a fare qualcosa,
soprattutto se dato per scritto. La locuzione infatti
deriva dalla più ampia formula «Nihil obstat quominus
imprimatur», ovvero tradotta “non esiste alcun
impedimento al fatto di essere stampato”. Erano queste
le parole che scriveva in passato l’autorità preposta alla
censura dalla Chiesa cattolica per concedere il
permesso alla stampa. I libri che non ricevevano
l’imprimatur non potevano essere stampati, e finivano proscritti nella lista
dei libri proibiti. La lista è stata abolita solo nel 1966, da papa Paolo VI.

282 Com’è umano, Lei! La portata sarcastica della frase è enorme:


chi la pronuncia lo fa per sostenere l’esatto contrario. Si usa infatti per
sottolineare una carognata, o comunque un atteggiamento cattivo, o una
richiesta particolarmente dura da esaudire e allo stesso tempo espressa con

158
insolenza. La frase è uno dei tormentoni di Fracchia, il personaggio creato
da Paolo Villaggio prima del ragionier Fantozzi, ma con simili
caratteristiche. Il primo film che ebbe per protagonista questo personaggio
fu Fracchia, la belva umana, pellicola del 1981 diretta da Neri Parenti. Fu
di molto posteriore alla creazione del personaggio e perfino ai film su
Fantozzi, personaggio che in realtà rappresenta una sorta di evoluzione di
questa Fracchia, la cui nascita risale addirittura al 1968.
ile”, o
meno 283 Eminenza grigia In questo
ropriamodo viene solitamente definita una
nvintapersonalità molto potente ma
azioneocculta, che trama nell’ombra
questoconsigliando i potenti di spicco. La
Marcodefinizione venne coniata in origine
.C.) eper il frate François-Joseph Le Clerc
a.C.), du Tremblay (1577-1638), diventato
ovanecelebre per essere uno dei consiglieri
di Richelieu (anche se non prendeva
parte ufficialmente alla vita di corte
né alla politica). Il colore della definizione venne scelto per differenziarlo
dal rosso del cardinale, ovvero Richelieu. La sua figura è stata ben
tratteggiata nel libro di Alexandre Dumas, I tre moschettieri.

284 Convitato di pietra Viene indicato in questi termini chi


rappresenta una presenza inquietante e minacciosa, una persona sgradita
che non si può evitare di far partecipare per la forza con cui si impone,
qualcuno che nessuno osa nemmeno nominare per quanto è temuto.
L’immagine appartiene alla leggenda di don Giovanni, scritta nel 1630 da
Tirso de Molina, e riproposta prima da Molière nel 1665, nel cui testo il
a lista“convitato” è perfino nel titolo: Don Giovanni o Il convitato di pietra. In
seguito anche Carlo Goldoni ne fece oggetto di una piece, e Mozart
espresse, musicandone il soggetto, le vette della sua creatività. La storia,
orme:arcinota al punto che don Giovanni stesso è diventato un archetipo con cui
tti persi indicano i rubacuori incalliti, narra delle avventure amorose del
o unanobiluomo veneziano Giovanni, che alla fine delle sue avventure si
sa conconfronta con il convitato di pietra, una statua simbolo della morte e della

159
creatodannazione eterna, che ha la meglio sul suo corpo – ma non sul suo mito.
simili
naggio
285 Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. E più non
nti. Fu
dimandare È la frase di rito che accompagna Dante a più riprese durante
lm su
il suo cammino negli inferi narrato nella Divina Commedia. Il significato è
one di
abbastanza chiaro: «questa è la volontà di chi può ottenere ciò che vuole».
Oggi si usa per indicare una sottomissione a un potere più forte, un po’
come la frase latina «ubi maior minor cessat». Indica insomma la volontà
indiscutibile a cui obbedire senza troppe esitazioni. Dante utilizza la frase
per due volte in maniera identica, e una terza in modo leggermente diverso.

286 Carta bianca Si dice “dare a qualcuno carta bianca” quando si


vuole intendere che gli si affida un compito senza dare indicazione alcuna,
affidandosi e fidandosi completamente, conferendo pieni poteri d’azione e
di libertà. In passato si usava dire invece “dare foglio bianco”, ma
comunque l’importanza della carta, difficile da fabbricare – tant’è che
spesso si riutilizzava in varie parti o nel retro – era tale per cui darne a
qualcuno significava avere fiducia di concedergli qualcosa di prezioso.
nziarlo
a ben 287 Tenere in scacco Significa
incastrare qualcuno, metterlo in condizioni
di non poter più agire, in una situazione di
isolamento e sudditanza. La locuzione
ni chi
deriva dalla terminologia degli scacchi
gradita
(come si può facilmente intuire), in cui
mpone,
“dare scacco” significa che il re è posto
emuto.
nella condizione di poter essere mangiato.
630 da
La parola deriva infatti dal provenzale
esto il
escac, che a sua volta deriva dall’antico
. In
persiano sha-h, che significa “scià”
Mozart
(l’equivalente del sovrano). E “scacco matto”, che si dice quando il re viene
storia,
mangiato qualunque mossa compia, deriva dal termine sha-h ma-t, che
on cui
significa “il re è morto”, sempre in persiano. Questo perché gli scacchi, pur
e del
essendo nati in India, sono stati fortemente rielaborati in Persia, e da lì si
ure si
sono poi diffusi in tutto il mondo.
e della

160
288 Chi siete, dove andate, un fiorino La frase è tratta dal
bellissimo film di Roberto Benigni e Massimo Troisi Non ci resta che
ù nonpiangere, del 1984. In una memorabile scena, i due protagonisti, Mario e
uranteSaverio, passano davanti a un doganiere che, meccanicamente e senza
cato èguardare, ripete ossessivamente la stessa domanda ai due, che per un
uole».piccolo incidente sono costretti a ripassare più volte dalla dogana. La frase
un po’è rimasta nell’uso comune a indicare un certo atteggiamento ottuso e
olontà irragionevole della pubblica amministrazione, che non guarda in faccia a
a frase nessuno e si preoccupa solo di saldare i conti.

289 Provvedimento draconiano Con questo termine si indica un


ndo siprovvedimento legislativo ritenuto troppo severo, al limite dell’ingiustizia.
lcuna,Dracone fu il legislatore che stilò il primo codice legislativo scritto ad
ione eAtene, nel 621a.C. La sua lista di doveri e obblighi era talmente dura che i
”, masuoi concittadini commentarono che le leggi erano state scritte col sangue.
è che La pena di morte era facilmente inflitta, anche per motivi poco importanti, e
arne a forti erano le differenze di trattamento a seconda dello status sociale. Il
codice di Dracone rimase in vigore fino all’introduzione delle leggi di
Solone, nel VI secolo a.C.

290 Ipse dixit La definizione si usa per dare


forza a un’argomentazione sulla base della
testimonianza di una persona riconosciuta come
un’autorità in merito. In modo sarcastico, si usa
anche per indicare una persona («è un ipse dixit»)
che si presume autorevole, ma in realtà non viene
considerata tale. La traduzione letterale della
definizione, latina, è “lui lo ha detto”. La
definizione appare nel De natura Deorum, scritto
nel 44 a.C., di Marco Tullio Cicerone (106 a.C.-43
viene a.C.): lo scrittore la usa per indicare Pitagora, la
, chesomma autorità per i pitagorici appunto. Sostanzialmente è
hi, purun’anticipazione del principio di autorità medievale.
a lì si
291 Raggiungere il quorum Il termine latino significa “dei quali”, e

161
ta dalsi usa per indicare il “numero legale”, ovvero il numero di voti o di
a chepresenze necessarie perché una deliberazione sia legittima. Il quorum è
ario eanche il numero di voti necessari perché un referendum sia considerato
senza valido, e perché un candidato possa essere eletto in un determinato collegio.
per unIl termine deriva da un’antica legge inglese, secondo la quale il numero
a fraseminimo di giudici per la validità di un processo doveva essere due: la legge
uso ecominciava appunto con “quorum”, e i giudici erano definiti “giustizieri di
ccia apace”.

292 Deus ex machina Letteralmente, “il dio che viene dalla


ca un macchina”. Questo modo di dire si usa quando si vuole commentare
stizia. l’entrata risolutiva di qualcuno, l’avvento di un personaggio che aiuta a
tto adsistemare le cose che fino a quel momento stavano inesorabilmente
a che iprecipitando. La locuzione è latina, ma deriva dall’abitudine del teatro
angue.greco, soprattutto del V e IV secolo a.C., di far calare dall’alto le divinità
anti, eche intervenivano sulla scena per risolvere una situazione senza via di
ale. Il uscita (o meglio l’attore che interpretava tale divinità) attraverso un
ggi dicomplicato meccanismo di funi e argani, chiamato appunto mechanè. In
questo modo veniva simulato il volo della divinità che atterrava tra gli
uomini.

293 La corte dei miracoli Si usa questa locuzione per indicare in


tono dispregiativo il seguito di personaggi famosi, politici, attori o
comunque gente di spicco, che ama circondarsi e muoversi con una specie
di codazzo di estimatori. Il modo di dire è diventato popolare grazie al
te è
romanzo di Victor Hugo Notre Dame de Paris, pubblicato nel 1831.
Ambientato nel basso Medioevo, racconta il dramma di Quasimodo, essere
deforme che vive tra le campane della cattedrale parigina e si innamora di
ali”, e Esmeralda, superba e bellissima zingara che vive appunto alla “corte dei

162
i o dimiracoli”, quella zona della città dove, sotto l’Ancien Régime, si
rum èraccoglievano la notte i mendicanti e vi sparivano, infrattati negli angoli,
deratocome per miracolo.
llegio.
umero
294 Ad personam Si dice dei provvedimenti presi non per il bene
legge
della comunità ma di una singola persona, a vantaggio di uno solo, o
ieri di
meglio tagliate su misura per il singolo. La sfumatura negativa deriva
dall’impiego relativamente recente della definizione, per indicare una legge
che regali un privilegio: ma in realtà l’espressione serve anche a indicare,
dallaper esempio, un’assistenza medica particolarmente sollecita e studiata su
entare misura per il paziente, anziché standardizzata. La locuzione è di origine
iuta alatina; la traduzione letterale è appunto “per la persona”. L’impiego riferito
mentea leggi costruite per salvaguardare l’interesse di uno solo si deve al
teatrogiornalista toscano Indro Montanelli (1909-2001) negli anni Sessanta, in
ivinità riferimento a una legge che permise a Giovanni De Lorenzo (1907-1973),
via dicontroverso generale italiano che organizzò il mai attuato colpo di stato del
so un“Piano Solo”, di rimanere a capo del Servizio informazioni forze armate
. In(Sifar), il servizio segreto italiano.
tra gli
295 Alti papaveri Sono gli ingessati e potenti protagonisti della
politica, o comunque della vita pubblica, le persone importanti e
sussiegose. L’origine della locuzione è latina. Livio, nelle sue Storie
racconta di come Tarquinio il Superbo mandasse suo figlio Sesto in una
città vicino Roma, per conquistarla. Questi, entrato nelle grazie dei
cittadini, mandò un messo dal padre per sapere come dovesse comportarsi.
Tarquinio, anziché rispondere al messo, passeggiando nel proprio giardino
troncò le teste dei papaveri più alti. Tornato da Sesto, il messo riferì ciò che
aveva visto e che il figlio di Tarquinio interpretò correttamente, facendo
are in uccidere tutti i cittadini più in vista della città.
tori o
specie
zie al
1831.
essere
ora di
te dei

163
miracoli”, quella zona della città dove, sotto l’Ancien Régime, si
raccoglievano la notte i mendicanti e vi sparivano, infrattati negli angoli,
come per miracolo.

294 Ad personam Si dice dei provvedimenti presi non per il bene


della comunità ma di una singola persona, a vantaggio di uno solo, o
meglio tagliate su misura per il singolo. La sfumatura negativa deriva
dall’impiego relativamente recente della definizione, per indicare una legge
che regali un privilegio: ma in realtà l’espressione serve anche a indicare,
per esempio, un’assistenza medica particolarmente sollecita e studiata su
misura per il paziente, anziché standardizzata. La locuzione è di origine
latina; la traduzione letterale è appunto “per la persona”. L’impiego riferito
a leggi costruite per salvaguardare l’interesse di uno solo si deve al
giornalista toscano Indro Montanelli (1909-2001) negli anni Sessanta, in
riferimento a una legge che permise a Giovanni De Lorenzo (1907-1973),
controverso generale italiano che organizzò il mai attuato colpo di stato del
“Piano Solo”, di rimanere a capo del Servizio informazioni forze armate
(Sifar), il servizio segreto italiano.

295 Alti papaveri Sono gli ingessati e potenti protagonisti della


politica, o comunque della vita pubblica, le persone importanti e
sussiegose. L’origine della locuzione è latina. Livio, nelle sue Storie,
racconta di come Tarquinio il Superbo mandasse suo figlio Sesto in una
città vicino Roma, per conquistarla. Questi, entrato nelle grazie dei
cittadini, mandò un messo dal padre per sapere come dovesse comportarsi.
Tarquinio, anziché rispondere al messo, passeggiando nel proprio giardino
troncò le teste dei papaveri più alti. Tornato da Sesto, il messo riferì ciò che
aveva visto e che il figlio di Tarquinio interpretò correttamente, facendo
uccidere tutti i cittadini più in vista della città.

164
GAUDIO
E TRIPUDIO

296 Ammazzare il vitello grasso Ammazzare il vitello grasso si usa


oggi in senso metaforico per dire che si vuole fare un festeggiamento in
grande stile, con gran dispendio di mezzi e senza risparmio alcuno. La frase
trae origine da una parabola evangelica, quella famosa del figliol prodigo.
Quando il padre riaccoglie in casa il figlio che si era allontanato per
sperperare le ricchezze, il padre lo riabbraccia felice, organizza una festa in
suo onore, per festeggiarne il ritorno, e ammazza il vitello più grasso, cioè
quello più ricco e succulento.

297 In brodo di giuggiole Significa gongolare di gioia, godersi la


soddisfazione di qualcosa o qualche situazione particolarmente piacevoli. È
sinonimo di andare in solluchero. Le giuggiole sono i frutti dolcissimi, di
colore marroncino arancio, del giuggiolo, un arbusto di medie dimensioni.
Il “brodo di giuggiole” è un liquore preparato in Veneto, dolciastro, che si
ottiene dai frutti appassiti. Secondo altre fonti in realtà la parola giuggiola
sarebbe una corruzione dell’originale “succiole”, nome che viene dato alle
castagne lessate con la buccia, il cui brodo dolciastro e ricco di amidi era
considerato una squisitezza.

298 Chi vuol esser lieto sia Questo modo di dire si usa quando si
vuole invitare a non pensare alle preoccupazioni, o a un problema che non
si può risolvere, incitando a cercare di stare bene nel momento che si sta
vivendo e a non pensarci troppo. La locuzione possiede una venatura
malinconica, tipica del poema a cui appartiene, la Canzona di Bacco
composta da Lorenzo de’ Medici (1449-1492), che recita «Quant’è bella
giovinezza, /che si fugge tuttavia! /chi vuol esser lieto, sia: /di doman non
c’è certezza». E con lo stesso tono viene pronunciata: quello di chi sa che la
felicità dura poco, e che va costruita anche con il proprio atteggiamento

165
positivo.

299 Dammi un cinque È un modo di esprimere approvazione,


generalmente accompagnato dal gesto della mano, che viene ricambiato
battendo palmo contro palmo. È entrato nelle abitudini e nei modi di dire
importati dagli Stati Uniti: l’originale, in slang, è gimme five (anche noto
come high five, quando particolarmente enfatico e fatto a braccia alzate),
si usaparticolarmente in voga tra i giovani statunitensi negli anni Ottanta,
nto insoprattutto nell’ambiente del basket e più in generale in quelli
a frase afroamericani. In particolare pare che il giocatore di basket Derek Smith
odigo. rivendichi di aver coniato il termine al tempo in cui giocava all’università,
to perla University of Louisville. In Italia grande impulso alla diffusione del
esta intermine è stata data da Jovanotti, con uno dei suoi primi riff intitolato
o, cioèappunto Gimme five. Secondo alcune fonti, l’origine sarebbe decisamente
più antica: pare che i vichinghi avessero infatti l’abitudine di suggellare un
accordo proprio in questo modo, che equivaleva grosso modo alla loro
stretta di mano. Il “cinque” è riferito ovviamente alle dita della mano.
ersi la
voli. È
mi, di 300 Andare in solluchero Significa provare grande gioia,
nsioni. contentezza, soddisfazione. L’origine è incerta: secondo alcune fonti
che sideriverebbe dal latino saliviculare, ovvero “produrre saliva”, in cui per
ggiola evoluzione linguistica la “v” ha lasciato il posto alla “u”. Da qui il senso
to alle affine all’avere l’acquolina in bocca, provare gioia e desiderio alla vista di
di era qualcosa di piacevole. Secondo altri invece deriverebbe da lucherare, un
verbo che significa “stralunare gli occhi”, proprio come avviene quando si
sta provando un piacere intenso.

ndo si
he non 301 Cena luculliana Si dice di un pasto particolarmente abbondante,
si sta ricco di piaceri della gola e di cibi originali e gustosi. Deriva dal nome di
naturaun generale romano, Lucio Licinio Lucullo (110 a.C.-56 a.C.). Valente
Baccocondottiero, sconfisse Mitridate, re del Ponto, e tornò a Roma carico di
bellatrofei e ricchezze razziate in guerra. Con tale bottino si ritirò a vita privata
n nonin ville lussuose, collezionando oggetti di valore e organizzando feste
che lamemorabili, i cui banchetti erano talmente ricchi di ogni ben di dio da
mentodiventare leggendari. Plutarco ha tramandato la storia dell’opulenza delle

166
tavole luculliane nel suo libro delle Vite parallele dedicato a Lucullo e
Cimone.
zione,
mbiato 302 Home sweet home Ovvero “casa dolce casa”. La frase è detta
di direper cantare le lodi del proprio rifugio domestico, e in senso lato di ciò a cui
e notosiamo abituati, che è quotidiano nella nostra vita, sia fisicamente che
lzate),sentimentalmente. Si dice di ritorno da un viaggio, ma anche quando si è
ttanta,lontani, con una punta di nostalgia. È il titolo di una canzone inserita in una
quellicommedia musicale del 1823 dell’americano John Howard Payne, Clary,
Smiththe Maid of Milan (“Clary, la fanciulla di Milano”). I versi sono stati
ersità,improvvisati dall’autore, che doveva aggiungere un’aria cantata dalla
ne delprotagonista.
itolato
mente
are un
a loro

gioia,
fonti
ui per
senso
ista di
, un
ndo si

303 Essere al settimo cielo Si usa per indicare uno stato di


contentezza tale che non si riesce nemmeno a spiegare, al massimo della
dante,
gioia. La locuzione deriva dalla concezione tolemaica dell’universo,
me di
organizzato attorno alla Terra (concezione geocentrica) che è pensata
alente
circondata da dieci cieli, ovvero dieci sfere concentriche sempre più grandi.
ico di
I primi sette cieli corrispondono allo spazio relativo a un pianeta (Luna,
privata
Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno); l’ottavo cielo è quello
feste
delle stelle fisse o firmamento, il nono è il primo mobile, e il decimo il
dio da
cielo in cui dimorava Dio. Solo i primi sette, secondo questa concezione,
delle
erano accessibili all’uomo, mentre gli ultimi tre erano riservati agli angeli e

167
ullo eai beati. Il settimo cielo dunque era quello più elevato possibile per gli
esseri viventi.

è detta 304 Su di giri Si dice di chi è particolarmente allegro. La locuzione


ò a cuideriva dal linguaggio automobilistico: si dice infatti che un motore è “su di
e chegiri” quando è alla sua potenza massima. Il giro è il numero di rotazioni
o si è compiute in un dato tempo. Quindi essere su di giri significa trovarsi in uno
in unastato di euforia.
Clary,
o stati
305 Ridi pagliaccio! La drammatica
dalla
esclamazione viene usata per sottolineare
contesti in cui, nonostante incomba una
situazione tragica, si prosegue cercando di
nasconderla e di fingere che tutto vada bene.
È infatti questo il grido doloroso di Canio, il
protagonista dell’opera lirica Pagliacci di
Ruggero Leoncavallo, rappresentata per la
prima volta a Milano nel 1892. Il
componimento narra la storia del tradimento
di Canio, un attore di una compagnia di
girovaghi che recita la parte di Pagliaccio,
da parte di sua moglie Nedda. L’aria, che in
realtà si chiama Recitar… Vesti la giubba è
appunto quella che il protagonista canta
quando, dopo aver scoperto il tradimento, è
costretto a rientrare tempestivamente in
ato discena, perché lo spettacolo deve continuare. Il brano completo è «Vesti la
della giubba e la faccia infarina / La gente paga e rider vuole qua / E se Arlecchin
verso,t’invola Colombina, / ridi, Pagliaccio… e ognun applaudirà! / Tramuta in
ensatalazzi lo spasmo ed il pianto; / in una smorfia il singhiozzo e’l dolor… /
grandi.Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore in franto! / Ridi del duol t’avvelena il cor!».
(Luna,La storia ha comunque il suo finale tragico: Canio, accecato dalla gelosia,
quelloucciderà la moglie e il suo amante. L’opera è passata alla storia anche
imo ilgrazie alla superba interpretazione del tenore Enrico Caruso.
zione,
ngeli e

168
per gli 306 Non plus ultra La versione originale, in realtà, recita «Nec plus
ultra», ovvero “non più oltre, non avanti di più”. La locuzione si deve a
Pindaro (518-438 a.C.), poeta greco, che ne scrisse nelle sue Nemee
uzionecomponimenti dedicati a Zeus. Si usa per indicare qualcosa di eccellente,
“su diqualcosa che appunto non si può superare, anche se in senso qualitativo e
azioni non fisico. Narra la leggenda che questa fosse la scritta posta sopra le
in unocolonne d’Ercole, allo stretto di Gibilterra. Dopo la missione di Cristoforo
Colombo, Carlo V re di Spagna e sacro romano imperatore (1500-1558)
fece togliere il non (o nec) e trasformò il detto in «plus ultra», a imperituro
incitamento a superare i propri limiti e confini.

307 Eureka! L’esclamazione, che tradotta


letteralmente dal greco antico significa “ho
trovato”, si usa come espressione di giubilo, per
essere riusciti a trovare la soluzione a un problema
assillante e complicato. L’espressione viene fatta
risalire ad Archimede (287 a.C.-212 a.C.), il
grande matematico e scienziato greco. Secondo la
tradizione, egli stava facendo il bagno nella vasca
quando ebbe l’intuizione della legge fondamentale
dell’idrostatica (che infatti porta il suo nome,
principio di Archimede) secondo cui un corpo
immerso nell’acqua riceve una spinta (detta forza di galleggiamento)
verticale dal basso verso l’alto di intensità pari al peso di una massa di
fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa del corpo. In
questo modo Archimede trovò il modo per dimostrare la truffa ordita ai
esti la danni del re di Siracusa Gerone II da un orafo, che gli aveva confezionato
ecchinuna corona d’oro non purissimo. Nel De Architectura, Vitruvio narra
uta in appunto la scena di Archimede che, in preda alla gioia di aver risolto la
or… / questione, salta fuori dalla vasca correndo per le strade di Siracusa e
cor!». gridando: «Eureka! Eureka!».
elosia,
anche 308 Dolce far niente È un elogio dell’ozio, una soddisfatta
esclamazione di chi sta godendo di un po’ di riposo, senza volersi prendere
impegno alcuno, nemmeno di carattere ludico. La frase è stata scritta da
Gaio Plinio Cecilio Secondo (61-113), meglio noto come Plinio il Giovane

169
c plusnelle Epistole: «jucundum tamen nihil agere», “tuttavia non fare nulla è
deve a piacevole”. Del resto anche Cicerone aveva scritto nel De oratore («Nihil
Nemee,agere delectat») sul dilettarsi a non fare nulla.
llente,
tivo e 309 Doggy bag Letteralmente dall’inglese, “pacchetto per il cane”. È
pra leil modo in cui gli americani definiscono gli avanzi del cibo consumato al
tofororistorante. Negli Stati Uniti è infatti molto diffusa l’abitudine di farsi
1558)impacchettare gli avanzi per portarseli a casa: i ristoranti sono forniti di
erituroapposite vaschette per il take away, destinate esclusivamente all’impiego
per gli avanzi di ciò che è stato mangiato al tavolo, e non per portare via il
cibo integro da consumare altrove. Non viene percepito come indice di
spilorceria, ma anzi di apprezzamento della cucina. Il nome è comunque
indicativo del fatto che anche nei moderni Stati Uniti un po’ di forma
evidentemente era d’uso: gli avanzi, almeno a parole, erano da portare al
cane.

310 Avere l’acquolina in bocca


Significa essere fortemente allettati da
qualcosa. Generalmente si usa in ambito
culinario, ma la definizione si è allargata
nell’uso comune a tutto ciò che si desidera
fortemente. La definizione è largamente
mento) diffusa in molte lingue, e risale nientemeno
ssa diche al latino, e precisamente a Tito Petronio
po. In Nigro, che associò la produzione di saliva al
dita aidesiderio di un cibo gustoso. Ed è infatti proprio questa l’origine del modo
ionatodi dire: “l’acquolina” non è nient’altro che la saliva, che le ghiandole
narra secernono automaticamente per preparare il corpo alla digestione dei cibi, e
olto lache viene prodotta soprattutto quando si è affamati, o si vede un cibo
usa e particolarmente allettante. Da non confondere con la locuzione “Acqua in
bocca”.

isfatta 311 Panem et circenses La traduzione letterale è “pane e giochi del


endere circo”, una locuzione molto usata nella Roma antica, e anche nel nostro
tta dacomune parlato. Si intende infatti con essa le modalità con cui i governi
ovane

170
ulla è creano il consenso popolare, organizzando manifestazioni utili a distrarre
«Nihil l’attenzione pubblica dai veri problemi dello Stato. La frase è del poeta
latino Giovenale (55/60 d.C.-127 d.C.), che la scrive nelle Satire, l’opera in
cui racconta dell’epoca in cui viveva. Anche allora infatti i giochi potevano
avere la funzione di distogliere i cittadini dalla vita politica, in modo da
ne”. È
lasciarla in mano a pochi.
mato al
farsi
niti di 312 Mens sana in corpore sano
mpiegoLetteralmente, “una mente sana in un corpo sano”.
via ilSi usa per sottolineare l’importanza dell’esercizio
ice difisico, che aiuta a rasserenare la mente e a
unque migliorarne le prestazioni. La locuzione è di
forma Giovenale, che la scrive nella decima Satira,
are al quella in cui parla della vanità dei desideri umani
quando si focalizzano sui beni terreni effimeri. Al
contrario, secondo il poeta, chi è davvero sapiente
aspira solo a due condizioni, il benessere
dell’anima e quello del corpo, le uniche due
preghiere da rivolgere alla divinità. Molto sentito
era, tra i Romani, il problema della salute: non per
nulla argomentazioni simili a queste si trovano
anche nelle Epistole di Seneca e nelle Odi di
Orazio.

313 Nel blu dipinto di blu È un modo molto


modocolloquiale e diffuso di definire il cielo o il mare,
andolema anche commentare oggetti dal colore – blu ovviamente –
cibi, e particolarmente intenso, o perfino quando ci si trova in una situazione
n cibomolto piacevole di rilassatezza. È il titolo di una delle più famose canzoni
qua initaliane, nota anche come Volare, proposta da Domenico Modugno e
Johnny Dorelli nel 1958, anno in cui vinse il Festival di Sanremo.

chi del 314 Possedere una vis comica Si dice di comici o attori che hanno
nostro una straordinaria capacità di provocare la risata negli astanti, a volte anche
overnisolo con la mimica. Questo avviene per una errata interpretazione delle

171
strarreparole vis comica, tradotte letteralmente come “forza comica”, e che invece
poetaderivano da questo passo di Svetonio: «Lenibus atque utinam scriptis
pera inadiuncta foret vis, Comica ut aequato virus polleret honore Cum Graecis»
evano (e cioè: “Fosse stata aggiunta nei tuoi versi gentili la forza, il tuo valore
do da nella commedia avrebbe uguagliato in onore i Greci”). Il biografo
attribuisce la frase a Giulio Cesare (100-44 a.C.), che avrebbe commentato
in questo modo il lavoro del commediografo Publio Terenzio Afro (185-
159 a.C.).

315 L’ottava meraviglia del


mondo È la locuzione usata per
definire qualcosa di
sbalorditivamente bello, al punto da
poter essere aggiunto alla lista delle
“sette meraviglie del mondo”;
oppure, al contrario, in senso
ironico, per qualcosa che pretenderebbe di esserlo, ma non lo è affatto. Le
sette meraviglie del mondo si dividono in quelle moderne e quelle antiche.
Le moderne sono la grande muraglia cinese, il sito archeologico della città
di Petra, il Cristo redentore di Rio de Janeiro, la città di Macchu Picchu in
Perù, quella di Chichén Itza in Messico, il colosseo di Roma, il Taj Mahal
di Agra, in India. Le sette meraviglie del mondo antico sono: i giardini
pensili di Babilonia, il colosso di Rodi (che era una statua di dimensioni
enormi dedicata al dio Sole, che vegliava sul porto di Rodi), il mausoleo di
Alicarnasso, il tempio di Artemide a Efeso (nell’antica Lidia, ora Turchia),
il faro di Alessandria in Egitto, la grandiosa statua in oro e avorio di Zeus
fatta da Fidia, a Olimpia, e infine la piramide di Cheope a Giza.
nte –
Quest’ultima è l’unica delle sette grandiose opere a essere arrivata fino a
azione
noi.
anzoni
gno e
316 Trascorrere una notte brava Si dice di una nottata
movimentata, passata a fare bagordi e stravizi, consumata rumorosamente
in eccessi. L’aggettivo “brava” va ricollegato ai “bravi” di manzoniana
hanno
memoria, i soldati che erano stipendiati da don Rodrigo – come del resto
anche
avveniva comunemente tra Cinquecento e Seicento in Italia, dove i signori
delle
pagavano le loro piccole truppe, guardie del corpo dai modi brutali – che a

172
nveceloro volta mutuano il nome dall’aggettivo spagnolo bravo, che significa
criptis“turbolento, impetuoso, selvaggio”. Allo stesso ambito risale il termine
aecis»bravata.
valore
ografo
317 Campioni del mondo Si usa per celebrare un successo, di
entato
qualunque genere, nel modo enfatico tipico del calcio, spesso
(185-
accompagnata da braccia alzate. La frase, ripetuta tre volte, è ricordata per
essere stata gridata con entusiasmo dal telecronista Rai Nando Martellini
nel 1982, alla vittoria dell’Italia sulla Germania nella finale del mondiale di
calcio in Spagna. Il cronista ripetè tre volte la frase, perché era la terza volta
che l’Italia vinceva la prestigiosa coppa.

318 Semel in anno La frase completa è «semel in anno licet


insanire», e significa, dal latino, “una volta all’anno è lecito fare pazzie”. Si
usa per dire che anche le persone più pacate e misurate possono concedersi
ogni tanto di fare qualche follia. La frase trae origine da un passo che
to. Le
sant’Agostino (354-430), nel suo De civitate Dei contra paganos,
ntiche.
attribuisce a Seneca: «Tollerabile est semel in anno insanire».
a città
chu in
Mahal 319 Andare in visibilio Significa andare in estasi, provare un grande
ardiniimpulso di gioia per qualcosa. È la storpiatura di una frase del Credo latino,
nsioni«visibilium omnium et invisibilium», “di tutte le cose visibili e invisibili”:
oleo diinvisibilium è stato staccato in due parti, “in” e “visibilium”, a cui è stato
rchia),dato il significato di “moltissime cose”. Quindi visibilio ha preso il senso di
i Zeus “un gran numero di persone o cose” e in seguito “cose incredibili”, e come
Giza. tali emozionanti.
fino a
320 Allacciate le cinture di sicurezza La frase, abitualmente
sentita sugli aerei in occasione di decollo e atterraggio, viene usata nel
nottataparlato comune in tono scherzoso, quando si vuole avvertire che si stanno
mente per toccare argomenti scottanti, che possono accendere la discussione;
oniana oppure che si sta per iniziare qualcosa di pericoloso o divertente. L’uso
l restodella frase in questo senso, ovvero ironico, risale al film Eva contro Eva del
ignori1951, con Bette Davis, tratto dall’omonimo libro di Joseph L. Mankiewicz.
che a

173
gnifica
rmine

so, di
spesso
ta per
tellini
iale di
a volta

licet
ie”. Si
edersi
o che
ganos,

grande
latino,
ibili”:
è stato
nso di
come

mente
ta nel
stanno
sione;
L’uso
del

174
175
PRETESE

321 Tenere i piedi in due scarpe Si dice di chi, con fare ambiguo,
mantiene un comportamento doppio, tale da non decidere né in un senso né
in un altro. Chi insomma si comporta in modo sleale, mantenendo una
doppia posizione, in modo da poter prendere il meglio di entrambe le
situazioni. Pare che il modo di dire derivi da una leggenda, secondo cui
un’avvenente fanciulla avrebbe usato il suo fascino per ammaliare un
ciabattino, e convincerlo a lasciarle provare una scarpa destra di un
determinato modello e una sinistra di un’altra foggia, per un periodo di
tempo troppo lungo. Le scarpe si rovinarono, e lui fu costretto a venderle
anche l’altro paio della coppia a un prezzo basso. Questa locuzione ha una
corrispondenza nel latino «duabus sedere sellis» (“sedere su due sedie”), la
frase che rivolse Decimo Laberio a Cicerone per criticarlo della sua
indecisione politica tra Pompeo e Cesare, così come riportato da Seneca
nelle sue Controversie.

322 Volere la botte piena e la moglie ubriaca Si usa per


sottolineare quando qualcuno vuole due cose tra loro incompatibili, quando
si pretende troppo, come appunto avere la moglie ebbra di vino (e quindi
soddisfatta, oppure incosciente) ma senza dover rinunciare al proprio vino.
Il proverbio viene usato da Federico De Roberto (1861-1927) nel suo
romanzo I Vicerè, composto nel 1894 sulle vicende del Risorgimento
meridionale, narrate attraverso la storia di una nobile famiglia siciliana.

176
biguo,
nso né
o una
mbe le
do cui
re un
di un
odo di
nderle
ha una
e”), la
a sua
Seneca

a per
uando
quindi
vino.
el suo
mento

177
178
VARIE

323 In primo luogo, in


secondo luogo ecc. Queste
locuzioni sono abitualmente usate
per indicare una successione di
argomentazioni, un susseguirsi di
spiegazioni tra loro correlate e
finalizzate a un’unica dimostrazione.
Pare che l’origine si debba al
filosofo e politico latino Marco
Tullio Cicerone (106-43 a.C.),
celebre per i suoi discorsi. Per
memorizzarli, Cicerone usava la tecnica associativa detta “delle stanze”.
Egli infatti scomponeva il discorso che doveva tenere in blocchi, ognuno di
una differente argomentazione, e associava ogni argomentazione a una
stanza di una casa che conosceva. Durante il discorso poi immaginava di
attraversare le varie stanze della casa, seguendo il percorso che nelle domus
romane era praticamente obbligato, aiutandosi in questo modo a
rammentare la sequenza dei concetti nell’esposizione. Ecco perché il senso
del “luogo” nel procedere del ragionamento.

324 Ho visto cose che voi umani Significa ne ho viste di tutti i


colori, ne ho passate tante da non stupirmi molto facilmente. La locuzione
viene usata appunto per sottolineare la propria – quasi cinica – forza e
inossidabilità di fronte a una questione sgradevole o una situazione
spiacevole. È la battuta che viene pronunciata da uno dei protagonisti del
cult Blade Runner, realizzato dal regista Ridley Scott nel 1982: al termine
della pellicola, il replicante Roy, interpretato da Rutger Hauer, prima di
morire pronuncia un monologo poetico e struggente: «Ho visto cose che voi
umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al
largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino

179
alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel
tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo… di morire». Pare che nella
sceneggiatura originale il monologo fosse previsto diversamente: molto più
lungo e meno incisivo. Rutger Hauer suggerì i tagli da apportare, e
improvvisò la frase conclusiva, «come lacrime nella pioggia».

325 La casalinga di Voghera È la locuzione con cui si definiva fino


a pochi anni fa l’utenza media, la rappresentanza di una larga fetta di
popolazione italiana dall’educazione di base e dalla cultura più che altro
televisiva. La casalinga di Voghera è insomma il prototipo della donna non
emancipata, a cui bisogna rivolgersi con un linguaggio e con riferimenti
semplici, che si possano capire immediatamente. Una tipologia di donna
che forse non esiste più, ma che è rimasta nell’immaginario collettivo. Pare
che la prima a essere definita “casalinga di Voghera”, con una nota di
scherno nell’epiteto, fosse la scrittrice (nata appunto a Voghera) Carolina
Maria Margarita Invernizio (1858-1916), che inanellò alcuni successi
librari di scarso valore letterario. In seguito lo scrittore Alberto Arbasino
anze”.volse in positivo la definizione, rivendicando qualità di concretezza e
uno disolidità domestica nella tipica casalinga di Voghera. Anche Gerry Scotti, in
a unadiverse occasioni, ha usato la definizione in modo non irrispettoso, ma
ava disemplicemente per definire un tipo di ascoltatrice semplice e diretta, ma in
domusgamba.
odo a
senso
326 Avere un déjà vu La parola francese si usa ormai abitualmente
per indicare un fenomeno chiamato scientificamente paramnesia, ovvero
l’esperienza di aver già visto o vissuto un certa situazione. Il termine, ormai
tutti ientrato nell’uso comune anche in Italia, è stato utilizzato per la prima volta
uzione da Émile Boirac (1851-1917), studioso e ricercatore francese, nel suo libro
orza eL’avenir des sciences psychiques (Il futuro delle scienze psichiche).
azione
sti del
rmine 327 È un altro paio di maniche Si usa per far notare la differenza
ma di tra due situazioni, non paragonabili tra loro. L’origine è medievale: in quel
he voi tempo infatti gli abiti erano spesso fatti con maniche staccabili, di ricambio,
me alattaccate al vestito con lacci e bottoni, che i fidanzati avevano l’abitudine di
vicino scambiarsi come pegno d’amore. Quando finiva il fidanzamento, si

180
ti nelcambiavano nuovamente le maniche. Anche le dame solevano donare le
e nella proprie maniche ai loro eroi nei tornei cavallereschi, che se le annodavano
to più attorno alle spalle. Da questa abitudine trae origine anche la parola
are, e“mancia” e il detto “lasciare la mancia”: mancia è l’italianizzazione del
francese manche, “manica” appunto.

a fino 328 A cavallo di un caval La


etta dilocuzione si usa in tono scherzoso quando si
e altroparla di qualcuno che va cavalcando. Deriva
na nonda un componimento divertente del 1856 di
imentiGiovanni Visconti Venosta (1831-1906), dal
donnatitolo La partenza del crociato, ovvero il
o. Pareprode Anselmo. Il poemetto ha il sapore di
ota di filastrocca: forse per questo è rimasto
arolinaimpresso nella memoria collettiva. Vi si
ccessilegge: «Passa un giorno, passa l’altro / Mai
basino non torna il prode Anselmo, / Perché egli era
ezza emolto scaltro / Andò in guerra e mise
otti, in l’elmo… / Mise l’elmo sulla testa / Per non
o, mafarsi troppo mal / E partì la lancia in resta /
ma inA cavallo d’un caval».

329 La goccia che scava la roccia


mente La locuzione deriva dal latino «Gutta cavat lapidem», di cui è la traduzione
ovveroletterale. Si tratta di un’esortazione a non arrendersi, a insistere per riuscire
ormaia cambiare le cose, con un’azione apparentemente inutile e insignificante,
a voltama in realtà consistente. È un proverbio latino talmente famoso da essere
o libropresente in diverse opere letterarie dell’antichità, dal De rerum natura di
Lucrezio a Ovidio (Epistulae ex Ponto e Ars amandi), alle Elegiae di Albio
Tibullo e alle Naturales quaestiones di Seneca. In seguito è stata citata
anche da Giordano Bruno, nella sua commedia Il candelaio, del 1582.
erenza
n quel
ambio, 330 Essere il leitmotiv Indica il tema conduttore, la melodia
dine didominante che ricorre per caratterizzare fatti, momenti o personaggi, e
to, siviene usato appunto per definire qualcosa che ritorna. L’origine del modo

181
are ledi dire è legata all’ambito musicale, in particolare a quello dell’opera. Ogni
avanopersonaggio infatti è caratterizzato da un leitmotiv, una melodia o un’aria
parolache ritorna ogni volta che il personaggio rientra in scena, e serve per
ne delindividuarlo meglio. È utile per aiutare il compositore oltre le parole nel
raccontare la storia, e all’auditorio per seguire meglio i passaggi. La parola
deriva in origine dal francese motif, che significa “tema”, ma è stata
riadattata in tedesco, con l’aggiunta del prefisso leit (dal tedesco leiten,
“condurre”). Il risultato finale è appunto Leitmotiv, un motivo che conduce.
Nell’opera lirica, il primo compositore ad aver impiegato il leitmotiv è stato
il compositore tedesco Carl Maria von Weber (1786-1826), almeno
secondo il critico musicale Jähns, che nel 1871 definì in questo modo la
tecnica usata da Weber. Ma il compositore con cui questo tipo di espediente
diventa celebre è Richard Wagner, che nella sua saga immortale L’anello
del Nibelungo (Der Ring des Nibelungen) creò ben 74 leitmotiv.

uzione
uscire
cante,
essere
331 ET Telefono casa Si usa scherzosamente quando si vuole
di
ironizzare sull’uso del telefono, oppure quando qualcuno prova nostalgia
Albio
per la propria famiglia e sente il bisogno di stabilire un collegamento.
citata
Spesso la frase viene accompagnata dal gesto della mano, con l’indice
debolmente sollevato. Il modo di dire ha infatti origine da una scena del
film di Steven Spielberg ET l’extraterrestre, del 1982, un successo
elodiaplanetario che affermò definitivamente il regista americano. Nel film, il
ggi, epiccolo alieno ET, dimenticato sulla Terra, cerca di ristabilire un contatto
modocon i suoi compagni per tornare a casa, aiutato da un bambino e dalla sua

182
. Ognifamiglia.
n’aria
ve per
332 Seguire il fil rouge “Il filo rosso”, in francese. Colloquialmente
le nel
si usano entrambe le definizioni, sia quella italiana che quella francese, resa
parola
nota nel nostro Paese grazie all’appuntamento televisivo con i Giochi senza
stata
frontiere, programma in cui si sfidavano squadre di diverse nazionalità in
leiten,
giochi stravaganti, e il fil rouge rappresentava la possibilità di saltare un
nduce.
turno in un gioco in cui la squadra non si sentiva forte. “Il filo rosso” è
è stato
comunque “il filo conduttore”, ciò che caratterizza un evento, un
lmeno
avvenimento o anche una vita intera, al di là delle piccole variazioni o dei
odo la
particolari. Se largo uso del modo di dire è stato fatto da Freud (1856-
diente
1939), che nei suoi studi di psicoanalisi ha usato anche questa locuzione per
anello
definire l’inconscio, è Goethe (1749-1832) che ha reso famosa la
definizione, impiegandola nel suo romanzo Le affinità elettive. In realtà
l’uso letterario deve il suo significato alla pratica marinaresca, dove il filo
rosso è l’espediente usato per districare le gomene, quando sono
aggrovigliate tra loro.

333 Volo pindarico È un sogno, uno slancio verso l’alto


dell’immaginazione, un desiderio irrealizzabile, una stranezza della mente.
Pindaro era un poeta greco (518-438 a.C.), celebre per i cambi improvvisi
di registro stilistico e di argomento che caratterizzano le sue poesie.

vuole
stalgia
mento.
indice
na del
ccesso
ilm, il
ontatto
la sua

183
famiglia.

332 Seguire il fil rouge “Il filo rosso”, in francese. Colloquialmente


si usano entrambe le definizioni, sia quella italiana che quella francese, resa
nota nel nostro Paese grazie all’appuntamento televisivo con i Giochi senza
frontiere, programma in cui si sfidavano squadre di diverse nazionalità in
giochi stravaganti, e il fil rouge rappresentava la possibilità di saltare un
turno in un gioco in cui la squadra non si sentiva forte. “Il filo rosso” è
comunque “il filo conduttore”, ciò che caratterizza un evento, un
avvenimento o anche una vita intera, al di là delle piccole variazioni o dei
particolari. Se largo uso del modo di dire è stato fatto da Freud (1856-
1939), che nei suoi studi di psicoanalisi ha usato anche questa locuzione per
definire l’inconscio, è Goethe (1749-1832) che ha reso famosa la
definizione, impiegandola nel suo romanzo Le affinità elettive. In realtà
l’uso letterario deve il suo significato alla pratica marinaresca, dove il filo
rosso è l’espediente usato per districare le gomene, quando sono
aggrovigliate tra loro.

333 Volo pindarico È un sogno, uno slancio verso l’alto


dell’immaginazione, un desiderio irrealizzabile, una stranezza della mente.
Pindaro era un poeta greco (518-438 a.C.), celebre per i cambi improvvisi
di registro stilistico e di argomento che caratterizzano le sue poesie.

184
SUCCESSI
E INSUCCESSI

334 Tornare con le pive nel


sacco La locuzione suggerisce un
ritorno poco trionfale, che vede il
protagonista battuto, deluso e senza
aver raggiunto lo scopo per cui era
partito. Il significato è analogo a
“tornare con la coda tra le gambe”.
L’origine pare si debba al gergo
musicale: “piva” è infatti un termine
generico per indicare uno strumento a fiato. In particolare, pare si riferisca
alle trombe che gli eserciti vincitori suonavano a perdifiato quando
tornavano vittoriosi dai combattimenti: in questo caso invece, lo strumento
era riposto nelle custodie, perché non veniva annunciato niente di
particolarmente allegro (cioè in caso di sconfitta). Una seconda
interpretazione vuole che le trombe vengano nascoste nei sacchi per fingere
di non averne, anziché di aver perso la battaglia.

335 OK, okay È internazionalmente


nota come la sigla che indica che tutto va
bene, che non ci sono problemi. L’origine
della locuzione risale al gergo americano
usato dai militari durante la Seconda guerra
mondiale: quando la sera veniva fatto il
computo dei soldati periti in combattimento,
se nessuna perdita era stata riportata veniva
usata la frase «o killed», dove o sta per
“zero” nell’inglese colloquiale, e killed
significa “uccisi”. B en presto la “k” iniziale
di killed divenne, accanto alla “o”, la sigla

185
che noi conosciamo, e che pronunciata per esteso si legge appunto okay.
KO, ovvero il suo contrario, non è però semplicemente l’inversione delle
due lettere, ma deriva dal gergo pugilistico, in cui il KO è il knock out,
ovvero “il mettere fuori combattimento l’avversario”.

336 Vittoria di Pirro Questo tipo di vittoria è un successo ottenuto


con perdite talmente elevate, pagando un prezzo talmente alto, da rendere
poco opportuno rallegrarsene. Si usa solitamente per indicare una vittoria,
in qualunque ambito sia, che non porta gioia né reali benefici a chi l’ha
ottenuta. Il modo di dire risale a un episodio realmente accaduto nella
storia: Pirro, re dell’Epiro, battè i Romani a Heraclea e Ascoli Satriano,
rispettivamente nel 280 a.C. e nel 279 a.C. Ma le perdite che subì furono
tali che il suo esercito fu condannato in seguito a non potersi più imporre,
perché non fu possibile rimpiazzare i soldati morti. Come narra Plutarco,
dopo la seconda vittoria, «Pirro rispose a uno che gli esternava la gioia per
la vittoria che un’altra vittoria così e si sarebbe rovinato».
erisca
uando 337 Vae victis “Guai ai vinti” è la locuzione latina che secondo Livio
mento (64-17 a.C.) sarebbe stata pronunciata dal capo dei Galli senoni Brenno
nte didopo la conquista di Roma nel 390a.C. Secondo lo storico, che ne narra nel
condaquinto libro del suo Ab urbe condita – l’insieme di codici che raccontano la
ingerestoria di Roma dalla fondazione (questo il significato del titolo) – Brenno si
sarebbe espresso in questo modo durante la riscossione dei tributi in oro da
pagare per la sconfitta. Siccome uno dei Romani si stava lamentando
dell’iniquità della pesatura, che sembrava truccata, Brenno aggiunse la sua
spada ai pesi che andavano pareggiati con l’oro, rendendo il conto ancora
più ingiusto, e commentando appunto «guai ai vinti», come a dire che a essi
non spettava più alcun diritto. Si usa ancora oggi per sottolineare quanto le
sconfitte possano essere drammatiche per chi le subisce. Anche se
l’episodio riportato da Livio è probabilmente un falso, la sua fama è rimasta
leggendaria.

338 Subire una goleada Il termine spagnolo si usa quando si vuole


indicare una grande quantità di goal segnati nel corso di una partita di
calcio. Il termine è ormai entrato nell’uso quotidiano anche per indicare un

186
okay.insuccesso bruciante. Viene comunque molto impiegato soprattutto in
delleambito calcistico, che poi è il medesimo da cui trae origine: il termine risale
k out, infatti ai mondiali di calcio di Spagna del 1982, quando i mondiali
divennero il mundial, e molte delle parole usate sul campo vennero dette
alla spagnola, tra cui appunto goleada.
tenuto
endere
ttoria,
hi l’ha
nella
triano,
urono
porre,
utarco,
oia per

Livio
Brenno 339 Mordere la polvere Si usa per schernire chi è stato battuto,
rra nel sottolineandone la rabbiosa impotenza nella sconfitta. La polvere è infatti
ano laquella dei cavalieri disarcionati in battaglia, che dall’alto del cavallo
nno sifiniscono in terra, dove il polverone sollevato è così fitto da finire in bocca.
oro daNell’antichità il modo di dire era leggermente diverso, e si utilizzava la
ntandoparola “terra” anziché “polvere”. Come fa Virgilio (69-18 a.C.), che scrive
la sua nell’Eneide: «mandit humum»; e ancora Torquato Tasso (1544-1595), che
ancoranella Gerusalemme liberata si esprime in questo modo: «La terra ove
a essiregnò, morde morendo». L’espressione infine è stata ripresa dal gruppo pop
anto leinglese Queen, che ne ha fatto il titolo di una canzone: Another one bites
he sethe dust (1980). Da non confondersi con “mangiare la polvere”, che si dice
imastainvece a chi in una competizione sta perdendo, ed essendo sulla scia
subisce e “ingoia la polvere” sollevata da quello che gli sta davanti.

vuole 340 Nemo propheta in patria La locuzione è latina, e significa:


tita di“Nessuno è profeta in patria”. Si usa per indicare coloro che non sono
are un apprezzati in patria e devono emigrare per trovare consensi o avere

187
tto in successi. In senso lato si usa anche per chi non viene ascoltato tra le
risale persone che lo conoscono, i familiari o gli amici stretti, e invece viene
ondiali stimato da chi lo conosce poco. È un adattamento di una frase riportata dai
dettevangeli: Matteo e Marco dicono: «non est propheta sine honore, nisi in
patria sua», ovvero “non c’è profeta che non sia onorato altrove fuorché
nella sua patria”; mentre Luca scrive: «Nemo propheta acceptus est in
patria sua», “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”; e infine
Giovanni: «Propheta in sua patria honorem non habet», “il profeta non
viene onorato nella sua patria”.

attuto,
infatti
avallo
bocca.
ava la
scrive
), che
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nifica:
sono
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188
successi. In senso lato si usa anche per chi non viene ascoltato tra le
persone che lo conoscono, i familiari o gli amici stretti, e invece viene
stimato da chi lo conosce poco. È un adattamento di una frase riportata dai
vangeli: Matteo e Marco dicono: «non est propheta sine honore, nisi in
patria sua», ovvero “non c’è profeta che non sia onorato altrove fuorché
nella sua patria”; mentre Luca scrive: «Nemo propheta acceptus est in
patria sua», “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”; e infine
Giovanni: «Propheta in sua patria honorem non habet», “il profeta non
viene onorato nella sua patria”.

189
DUBBI
E PERPLESSITÀ

341 Eppur si muove Usata solitamente per esprimere la propria


perplessità anche di fronte a una teoria ben esposta, e/o comunque a una
dimostrazione ben argomentata, la vulgata vuole che la frase sia stata
pronunciata da Galileo Galilei all’uscita dal tribunale ecclesiastico nel
1633, di fronte al quale fu costretto ad abiurare le proprie scoperte
scientifiche in merito alla rivoluzione della Terra attorno al Sole. In realtà
pare che la paternità della locuzione sia del letterato settecentesco Giuseppe
Baratti, che aveva ricostruito e pubblicato la vicenda in un libro nel 1757.

342 Cogito ergo sum Tradotto letteralmente dal latino “penso


dunque sono”. La massima, utilizzata spesso storpiata dalla pubblicità o dai
media, è di illustre derivazione: è stata espressa per la prima volta da
Cartesio (1596-1650), filosofo razionalista francese, nel suo Discorso sul
metodo (1637), che in questo modo ribadisce la necessità di stabilire delle
regole nell’indagine della realtà, anche di ciò che solitamente si dà per
scontato. È la base del suo metodo di lavoro: i vari passaggi che dal dubbio
lo conducono alla certezza. Le nostre percezioni della realtà potrebbero
essere sviate da un genio maligno che si diverte a ingannarci, che ci
potrebbe far apparire vero ciò che è falso e viceversa: «Il genio maligno
però può ingannarmi su tutto meno sul fatto che io dubito che ci sia lui che
mi inganna su tutto, e poiché l’azione del dubitare rientra in quella del
pensare, questo vuol dire che se io dubito, penso e il pensare appartiene a
un corpo che sono io stesso: cogito ergo sum». Il metodo cartesiano è alla
base del pensiero moderno.

343 Forse che sì, forse che no Si usa un po’ scherzosamente per
esprimere un’incertezza rispetto a quanto sta per avvenire. La locuzione è
in realtà il titolo di un libro di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), un

190
romanzo che scrisse nel 1910. A dire il vero, per sua stessa ammissione, la
frase è un motto che campeggia in una delle sale di palazzo Gonzaga a
Mantova, che probabilmente alludeva alla difficile situazione di Vincenzo
Gonzaga al tempo delle guerre con i Turchi. O forse è semplicemente
riportata da una canzonetta di Marchetto Cara (1470-1525), cantore alla
corte dei Gonzaga, le cui strofe cominciano proprio con la suddetta frase.

ropria
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191
romanzo che scrisse nel 1910. A dire il vero, per sua stessa ammissione, la
frase è un motto che campeggia in una delle sale di palazzo Gonzaga a
Mantova, che probabilmente alludeva alla difficile situazione di Vincenzo
Gonzaga al tempo delle guerre con i Turchi. O forse è semplicemente
riportata da una canzonetta di Marchetto Cara (1470-1525), cantore alla
corte dei Gonzaga, le cui strofe cominciano proprio con la suddetta frase.

192
PERICOLI E PAURE

344 Spada di Damocle È una minaccia incombente, un pericolo


perennemente presente. “La spada di Damocle sul capo” è un modo di dire
che deriva da una leggenda, narrata da Cicerone, da Orazio e da molti altri
autori latini, secondo la quale Damocle, un adulatore di Dionigi I tiranno di
Siracusa, venne invitato dal re a prendere il suo posto per un giorno. Ma pur
nell’abbondanza e nella ricchezza della sua posizione, Damocle si accorse
presto di una spada tesa sopra la sua testa, legata con un crine di cavallo e
pronta a trafiggerlo. L’allestimento era stato voluto da Dionigi per fargli
capire quanto la vita del tiranno potesse sembrare piacevole, ma in realtà
celasse insidie e rischi costanti.

345 La paura fa novanta Si usa per giustificare comportamenti


inconsueti che si assumono per paura. Ed effettivamente nella Smorfia al
numero 90 corrisponde la paura.

346 Avere una fifa blu È la paura incontrollata e irrazionale, che non
è ancora terrore ma garantisce inquietezza. Generalmente si usa in
previsione di una prova, un esame o una verifica di vario genere. Pare che
l’origine del modo di dire stia proprio nell’impressione che dà il colorito di
una persona che si spaventa: siccome il sangue defluisce, la colorazione
della pelle prende una sfumatura bluastra e pallida. “Fifa” è un termine di
origine milanese o veneta, che significava “uomo pauroso”, e poi per
transizione è passato a indicare appunto la paura.

347 Tagliare la corda Significa scappare, darsela a gambe. L


’immagine deriva dal gergo marinaresco: le navi ancorate in porto sono
fissate con delle corde alle bitte e se si rendeva necessaria una partenza
improvvisa le corde venivano tagliate, per fare più in fretta.

193
348 Relazioni pericolose Si dice
appunto di rapporti pericolosi, che possono
danneggiare chi li intrattiene con troppa
leggerezza. Il modo di dire è mutuato dal
libro omonimo (titolo originale francese: Les
Liaisons dangereuses), romanzo epistolare
ricoloscritto da Choderlos de Laclos (1741-1803)
di direnel 1782. Nel libro si narra la scommessa tra
ti altrila marchesa di Merteuil e il visconte di
nno di Valmont: quest’ultimo si prefigge di
Ma purconquistare l’onesta Madame de Tourvel,
ccorsesposa fedele. Il visconte vince la
vallo escommessa, rovinando moralmente e fisicamente la Tourvel e, nel
farglifrattempo, almeno un’altra giovane.
realtà
349 Passare la notte in bianco La frase è di epoca medievale,
quando i cavalieri, il giorno prima del combattimento, facevano un bagno
amentipurificatore e poi trascorrevano la notte a pregare in chiesa, vestiti di
albianco: da qui il modo di dire “notte bianca” e “notte in bianco”.

350 Verba volant, scripta manent È un antico proverbio latino, che


he nontradotto letteralmente significa: “le parole volano, gli scritti rimangono”.
usa inServe quando si vuole incitare alla prudenza nel mettere per iscritto i propri
re chepensieri, perché se le parole sono volatili, si dimenticano o comunque non
rito disono inconfutabili nel ricordo altrui, gli scritti invece rimangono e non
azionepossono essere negati, poiché, secondo un altro evidente modo di dire,
ine di«carta canta». La locuzione trae origine da un discorso di Caius Titus al
oi persenato romano: ma quando fu pronunciato, il suo significato era
esattamente l’opposto di quello che oggi gli attribuiamo. All’epoca infatti
gli analfabeti e gli illetterati erano la maggioranza: pertanto era più facile
be. Lche si diffondesse un messaggio affidato alle parole (che addirittura
sonoparevano “volare”), piuttosto che messo per scritto: se pochi erano in grado
rtenzadi leggerlo, rimaneva un messaggio inutile, inerte.

194
e, nel

evale,
bagno
titi di

o, che
gono”.
propri
ue non
e non
i dire,
itus al
o era
infatti
facile
rittura
grado

195
QUALITÀ

351 All’acqua di rose È qualcosa che viene fatto


solo in modo superficiale, che ha caratteristiche poco
incisive, senza forza né carattere duraturi. Il modo di dire
risale all’uso degli erboristi e dei profumieri di distillare le
essenze dei fiori, e in particolare delle profumatissime
rose. La prima distillazione è quella più diluita e meno
profumata, quella che ha meno vigore insomma: ed è
quella che viene usata per aromatizzare l’acqua o il
tonico. È solo con la seconda distillazione che si ottiene
l’olio essenziale di rosa, necessario per creare profumi
resistenti e duraturi.

352 Aurea mediocritas “È la condizione intermedia


ideale”, almeno da corretta traduzione dal latino. In realtà nella vulgata
comune questo modo di dire viene usato per indicare “l’aurea mediocrità”
di una persona o di una situazione, con tutte le sfumature negative che la
parola mediocre implica. La locuzione è stata cantata da Orazio nelle sue
Odi, dove scrive esattamente «Auream quisquis mediocritatem diligit»,
ovvero di preferire rimanere nella perfetta via di mezzo, tenendosi lontano
dagli estremi eccessi. La riflessione gli venne ispirata dalle sue convinzioni
epicuree, che propugnano una vita tranquilla e godereccia ma sempre senza
eccessi, con misura.

353 Cum grano salis L’espressione latina, che significa “con un


grano di sale” si usa quando si vuole dire “con un pizzico di buonsenso”.
L’espressione deriva dal testo di Gaius Plinius Secundus, detto Plinio il
Vecchio (23-97 d.C.), Naturalis Historia: in una parte del libro, il
naturalista spiega come un certo antidoto a un veleno agisca solo se assunto
“con l’aggiunta di sale” («additio salis grano»).

196
354 Un concetto lapalissiano Si definisce
lapalissiana un’osservazione banale, inutile per quanto è
evidente l’oggetto dell’osservazione stessa, fino a
diventare stupida per tanta superfluità. L’origine risiede
nella strofa di una canzone dedicata a Jacques Chabanne,
signore di La Palice (1470-1525), dai soldati che
combatterono con lui, e che lo videro morire in battaglia,
a Pavia, nel 1525. La canzone, che voleva esaltarne le doti
di combattente irriducibile, recitava «Hélas, La Palice est
mort, il est mort devant Pavie; hélas, s’il n’estoit pas mort
il ferait encor envie», che tradotta: “Ahimè, La Palice è morto, è morto
davanti a Pavia; ahimè, se non fosse morto farebbe ancora invidia”. Per un
errore linguistico, l’ultima frase è stata storpiata in «il serait encor en vie»,
ovvero “sarebbe ancora in vita”, osservazione quantomeno banale poiché
preceduta dal “se non fosse morto”. In seguito l’accademico francese
Bernard de la Monnoye (1641-1728) ripropose la canzoncina; fu però solo
nell’Ottocento che lo scrittore francese Edmond de Goncourt (1822-1896)
usò il termine lapalissade per indicare qualcosa di ovvio e superfluo.

ulgata 355 Est modus in rebus La locuzione latina, che significa “c’è
ocrità”misura nelle cose”, è un suggerimento a comportarsi sempre in modo
che lamisurato ed equilibrato, evitando gli eccessi. La frase è di Orazio (65 a.C.-8
le suea.C.) che l’ha scritta nelle Satire.
ligit»,
ontano
nzioni 356 Colosso con i piedi d’argilla Si dice di chi ha molta forza, è
senzaimponente e mette quasi soggezione, ma in realtà non ha basi solide, e
quindi rischia di crollare (se non l’ha già fatto) molto presto e facilmente.
L’immagine è presa dalla Bibbia, dal libro di Daniele: il riferimento è alla
statua di Nabucodonosor, che ha la testa d’oro, il petto d’argento, il ventre
on undi bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla (di
enso”.creta in realtà): allegoria, come spiega lo stesso Daniele, del succedersi dei
inio ilregni dopo quello di Nabucodonosor. Il riferimento biblico venne poi
bro, il“secolarizzato” dall’illuminista francese Denis Diderot (1713-1784), che
ssuntousò l’immagine per definire l’impero russo, dopo aver risieduto a San
Pietroburgo nel 1773 e aver lavorato con Caterina II di Russia.

197
357 Rara avis La traduzione letterale è “uccello raro”. Si usa nel
parlato per significare una persona speciale, fuori dal comune, che si
distingue. La locuzione è tratta da un verso di Giovenale (55/60-127 d.C.),
che nelle Satire scrive «rara avis in terris, nigroque simillima cygno», che
significa “un uccello raro a questo mondo, e molto simile a un cigno nero”.
Il cigno nero è una specie rara, tipica del Sudamerica e dell’Australia.
Nell’opera il riferimento è fatto per esaltare le poche donne dalle alte
qualità morali: nel quotidiano noi la usiamo indifferentemente per gli
uomini e per le donne.

morto
Per un
n vie»,
poiché
ancese
ò solo
1896)

a “c’è
modo
a.C.-8
358 Di tre cotte Si usa solitamente per assolutizzare un concetto
negativo, per aumentare la portata dell’aggettivo, tendenzialmente “ladro,
furfante, imbroglione” e così via. L’origine di questa locuzione va fatta
orza, è risalire al concetto di cottura, che implica il miglioramento della qualità di
ide, eun prodotto alimentare: per esempio il latte bollito, nel quale quindi sono
mente.stati uccisi i germi, o lo zucchero, che viene raffinato. Proprio in
è allariferimento a questo alimento troviamo la definizione più corretta di “tre
ventrecotte” sul Malmantile dell’abate Anton Maria Biscioni: «La prima cottura si
lla (dichiama Cottura di Sciroppo, la quale serve per gli Sciroppi e i Giulebbi: la
rsi deiseconda Cottura di Riccio, e con essa si fanno le Confetture e Conserve: la
ne poi terza si dice Cottura di Manucristi, la quale s’adopera per le Pasticche».
), che
a San
359 Di straforo Significa di nascosto, di sfuggita, furtivamente.
L’espressione deriva dalla parola “straforo”, ora caduta in disuso, che

198
sa nel significa traforo di piccole dimensioni. Per esempio il lavoro di straforo è
che siun sinonimo di filigrana, dei cui sottilissimi fili è intessuta la carta moneta.
d.C.), Dunque di straforo dà l’idea di un buco di dimensioni molto ridotte,
», cheattraverso il quale è solo possibile “sbirciare”.
nero”.
stralia. 360 Molto rumore per nulla Si dice a proposito di arrabbiature
e alteinutili, di chiacchiere senza fondamento, in generale di quanto finisca in
er gliuna bolla di sapone. La locuzione deriva dal titolo di una commedia di
William Shakespeare (1564-1616), Much ado about nothing in originale,
scritta nel 1598-1599. In essa, i numerosi attori giocano e combattono tra
loro all’insegna dell’amore, come nella migliore tradizione della commedia
scespiriana.

361 Belli e bravi È un po’ uno standard, un concetto che è ormai


comune a tutti e ci viene tramandato con le favole della buonanotte. Il “belli
e bravi” che tanto piace è di origine antica, greca per la precisione, secondo
il loro concetto – fortemente rintracciabile per esempio nell’Iliade – di
kalòs kai agatòs, ovvero “belli e buoni, le persone di gradevole aspetto
sono anche brave”. Come a dire: alla bellezza esteriore corrisponde
necessariamente quella interiore.

ncetto 362 Fare le cose alla carlona Ovvero fare le


“ladro,cose in modo grossolano, senza eleganza né precisione.
a fattaIl detto deriva dalle abitudini di C arlo Magno (742-
lità di814), che pur essendo un grande condottiero e un
i sonovalente politico, non divenne mai un raffinato
rio incortigiano. I suoi modi un po’ rozzi, l’abbigliamento
di “tre alla buona ne hanno fatto un campione di semplicità.
tura si
bbi: la
rve: la 363 Questioni di lana caprina Si usa per
definire problemi di natura oziosa. La frase si deve a
Orazio, che scrive nelle Epistole: «rixatur de lana
saepe caprina», ovvero “litiga spesso sulla lana delle
mente.capre”.
o, che

199
foro è 364 Essere la quintessenza Si usa per
oneta. intendere qualcosa che incarna profondamente il prototipo, o qualcosa che
idotte,ne è la parte più tipica e pura. Gli antichi infatti erano convinti che il mondo
fosse composto da quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Aristotele vi
aggiunse l’etere, una sostanza purissima che era appunto, “la quinta
biature essenza”. Inoltre gli alchimisti creavano gli estratti più puri, la parte più
sca inpura di un elemento, solo con la quinta distillazione.
dia di
ginale,
no tra
media

ormai
“belli
condo
– di
spetto
ponde

365 L’enfant terrible Dal francese, “il bambino terribile”. Si usa per
indicare qualcuno che non rispetta le regole sociali, divertendosi a
scherzare come fanno i bambini. L’accezione è positiva: l’enfant terrible è
chi ha mantenuto la freschezza creativa dei bambini, che non ha inibizioni
né vergogna nel dire ciò che pensa, anche se a volte è un po’ irriverente. La
frase è stata coniata da Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente
degli Stati Uniti, riferendosi all’architetto francese Pierre Charles L’Enfant
(1754-1825), assunto dal presidente Washington per costruire alcuni edifici
di Washington DC, allora Georgetown. Il temperamento intransigente e
difficile dell’architetto lo portò ben presto in contrasto con i committenti,
che lo licenziarono nel 1792.

200
sa che
mondo
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sa per
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nte. La
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Enfant
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ittenti,

201
202
ESITI

366 Andare in tilt Significa bloccarsi, essere incapaci di muoversi


ulteriormente o di ragionare, in generale di procedere, andare in confusione.
È un vocabolo che si usa tipicamente per le macchine, nel caso in cui se ne
arresti il funzionamento, ma è entrato nel modo di dire anche per le
persone. Il vocabolo tilt è inglese, e significa “inclinazione”. Si è diffuso
con il gioco del flipper, il cui piano inclinato serve appunto per far scendere
la pallina verso il basso, mentre con abili mosse il giocatore aziona i
meccanismi che risospingono la pallina in alto. Se però il giocatore dà un
colpo troppo forte i meccanismi si inceppano, e la partita finisce, perché la
meccanica del flipper si blocca e la pallina precipita irrimediabilmente
(appunto a causa dell’inclinazione del piano) nella buca. Da qui deriva
anche il significato traslato di “andare in tilt”, ovvero avere le facoltà
mentali bloccate, essere incapace di alcuna risposta.

367 Appendere al chiodo La


locuzione si usa in senso figurato,
quando si vuole alludere al fatto di
aver abbandonato una data attività,
di aver smesso di praticare uno sport,
o di aver concluso con un
determinato lavoro. Solitamente si
esprime ciò che viene attaccato la
chiodo, che è il simbolo dell’attività
interrotta. La genesi di questo modo
di dire risale all’antica Roma. I
gladiatori che venivano graziati dal popolo, che per elezione poteva
occasionalmente decidere di liberarli dal loro stato, erano infatti soliti
andare a ringraziare Ercole, portando le armi che avevano usato fino allora
in combattimento, e appendendole al suo tempio come omaggio e
ringraziamento.

203
368 Cui prodest Letteralmente dal latino “a chi giova?”. Si usa
solitamente nel linguaggio giuridico, ma è passato anche nell’uso
quotidiano quando con enfasi si vuole chiedere a vantaggio di chi avviene
qualcosa, solitamente per intendere che le cose non stanno come sembrano,
e che bisogna individuare chi davvero si avvantaggia di una data situazione.
Le parole sono pronunciate da Medea nell’omonima tragedia scritta da
oversi Seneca (4 a.C.-65 d.C.) e rappresentata per la prima volta tra il 61 e il 62
sione.d.C. La frase intera pronunciata dalla scellerata protagonista recitava: «cui
se ne prodest scelus, is fecit», il cui significato è “colui al quale il crimine porta
per levantaggio, è quello che l’ha compiuto”.
iffuso
endere
iona i 369 Avere un alibi Nel dialogo comune, l’alibi è la scusa, la
dà ungiustificazione che si presenta in caso di accusa. L’alibi è la dimostrazione
ché ladella propria estraneità ai fatti, dal momento che non si era presenti. Il
mentetermine viene largamente usato sulle pagine di cronaca dei giornali, oppure
deriva nei telefilm e nei film polizieschi. La sua origine è latina: alibi significa
acoltàesattamente “altrove”. L’alibi è infatti l’altrove, il luogo dove si trovava un
accusato durante l’atto delittuoso, e che dimostra dunque l’innocenza del
sospettato.

370 La montagna ha partorito un topolino Si usa per ironizzare


su una persona (o una situazione) che si era annunciata trionfalmente, e che
invece ha prodotto risultati di poco conto. L’origine sta in una favole di
Fedro (15 a.C.-50d.C.), nella quale si narra appunto di una montagna che
stava per partorire con gran rumore e alla fine mise al mondo un topo. La
storia sfociò rapidamente in un modo di dire popolare: già Plutarco (46-
127), nella Vita di Agesilao, cita una favola di un monte con le doglie.

poteva
soliti
allora
gio e

204
Si usa
ell’uso
vviene
brano,
zione.
tta da
e il 62
: «cui
porta

371 Se son rose fioriranno Questo modo di


sa, ladire si usa per aspettare a dare un giudizio quando
azionela situazione pare ancora incerta. Il modo di dire è
nti. Ilmotivato dal fatto che i cespugli di rose non sono
oppure facilmente individuabili fino a quando non hanno
gnifica buttato i boccioli.
ava un
za del 372 La sventurata rispose Questa frase si
usa solitamente per indicare un evento le cui
conseguenze sono gravi, un comportamento che ha
izzareprodotto effetti negativi. È stata scritta da
e cheAlessandro Manzoni nei Promessi Sposi, per narrare la storia della monaca
ole didi Monza. Gertrude, costretta a entrare in convento dalla famiglia per
na chequestioni ereditarie, si innamora di Egidio, che la chiama da una finestra. E
po. La“la sventurata rispose” al richiamo, innescando la drammatica relazione che
o (46-allo stesso tempo l’ha resa celebre e dannata.

373 Il fine giustifica i mezzi La massima significa che pur di


raggiungere un obiettivo ogni mezzo è valido, anche quelli biechi. È una
giustificazione invocata spesso quando si è compiuto qualche azione poco
pulita od onorevole. È stata erroneamente addebitata a Niccolò Machiavelli
(1469-1527), anche se nel suo Principe, il trattatello di politica che scrisse
nel 1513, il concetto principale espresso è il medesimo: «Nelle azioni di
tutti gli uomini, e massime de’ Principi, dove non è giudizio a chi
reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere, e

205
mantenere lo Stato: i mezzi saranno sempre
giudicati onorevoli e da ciascuno lodati». Questo
modo di ragionare ha dato vita all’aggettivo
“machiavellico”, che si usa per attribuire
caratteristiche di spregiudicatezza, opportunismo e
complessità.

374 Per un punto Martin perse la cappa


Il celebre modo di dire – anche se ora forse meno
noto di un tempo – si usa per sottolineare come i
particolari ai quali a volte si dà poca importanza, in
realtà si possano rivelare fondamentali. La frase latina da cui trae origine il
detto è «Uno pro puncto caruit Martinus Asello». Vuole la tradizione che
Martino fosse l’abate del monastero di Asello. L’abate decise di far apporre
sull’ingresso della costruzione monastica un cartello caritatevole: «Porta
patens esto. Nulli claudatur honesto», che significa: “La porta resti aperta.
Non sia chiusa a nessun uomo onesto”. Però, per un errore dello scrivano o
dello stesso Martino, venne scritto: «Porta patens esto nulli. Claudatur
honesto», e cioè “La porta non rimanga aperta per nessuno. Sia chiusa
all’uomo onesto”. L’enormità di tale errore, che pure consisteva soltanto
nello spostamento di un punto, arrivò alle orecchie del papa, che fece
rimuovere l’abate dal suo ruolo. Egli perse così la “cappa”, ovvero il
onaca
mantello che era simbolo del ruolo ricoperto nel monastero.
ia per
stra. E
ne che 375 Aprire il vaso di Pandora Con questa espressione si indicano
quei problemi che per molto tempo sono rimasti nascosti, e che però ora
non è più possibile ignorare. La storia di Pandora appartiene alla mitologia
greca. Secondo il racconto che ne fa Esiodo nel suo poema didascalico Le
pur di
opere e i giorni, il vaso era stato regalato a Pandora da Zeus in persona, che
È una
le aveva raccomandato di non aprirlo. Il vaso era infatti il contenitore di
e poco
tutti i mali del mondo. P andora però non lo sapeva e la sua curiosità –
iavelli
notoriamente caratteristica femminile – la spinse ad aprire il coperchio per
scrisse
dare una sbirciatina. Fu così che fuoriuscirono tutti i mali e si riversarono
oni di
sulla Terra: quando Pandora riuscì finalmente a richiudere il vaso vi era
a chi
rimasta solo la speranza. Il vaso di Pandora rimane così anche il simbolo
vere, e
del maschilismo mondiale, che vede nella donna l’unica causa di tutti i mali

206
del mondo, proprio come nella narrazione che
riguarda Eva.

376 Nudi alla meta La frase viene usata per


indicare chi si sforza e lotta per ottenere un
risultato, con il rischio di finire peggio di come
aveva cominciato, avendo fatto sacrifici immani
decisamente sproporzionati rispetto al risultato
ottenuto. Sembra che la frase sia stata pronunciata
da Benito Mussolini (1883-1945) quando, poco
prima dell’invasione italiana del Dodecanneso
gine il(1912), gli venne offerto, per limitare i danni
ne chedell’invasione, di diventare duca di Rodi. La frase
pporreè poi diventata un motto fascista.
«Porta
aperta.
377 Pagare lo scotto Significa pagare il debito, pagare per un errore
vano o
commesso affrontando le proprie responsabilità. Lo scotto infatti è una
udatur
parola di origine transalpina, da skot, che significa tassa.
chiusa
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rò ora
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207
del mondo, proprio come nella narrazione che
riguarda Eva.

376 Nudi alla meta La frase viene usata per


indicare chi si sforza e lotta per ottenere un
risultato, con il rischio di finire peggio di come
aveva cominciato, avendo fatto sacrifici immani
decisamente sproporzionati rispetto al risultato
ottenuto. Sembra che la frase sia stata pronunciata
da Benito Mussolini (1883-1945) quando, poco
prima dell’invasione italiana del Dodecanneso
(1912), gli venne offerto, per limitare i danni
dell’invasione, di diventare duca di Rodi. La frase
è poi diventata un motto fascista.

377 Pagare lo scotto Significa pagare il debito, pagare per un errore


commesso affrontando le proprie responsabilità. Lo scotto infatti è una
parola di origine transalpina, da skot, che significa tassa.

208
REALTÀ

378 Così è, se vi pare Ovvero “così stanno le cose, che vi piaccia o


no”. Per quanto possa sembrare inverosimile, o difficile da accettare, questa
è la situazione. La perifrasi è in realtà il titolo di un romanzo di un’opera
teatrale di Luigi Pirandello (1867-1936) del 1817. L’opera è imperniata su
un concetto caro allo scrittore: l’impossibilità di capire e di conoscere
davvero la realtà. Nel racconto infatti le due verità, quella della signora
Frola e di suo genero, si contrappongono e si alternano costantemente, in
uno scambio continuo di punti di vista che fa perdere il senso della realtà, e
sicuramente confonde nel tentativo di capirla.

379 Combattere contro i mulini a


vento Con questa perifrasi si intende
un’azione coraggiosa, ideologica, eroica
quanto inutile. Chi combatte contro i mulini
a vento sa che perderà, che ha solo armi
spuntate, e purtuttavia non si arrende.
Proprio come don Chisciotte, il protagonista
del romanzo picaresco Don Chisciotte della
Mancia (titolo originale El ingenioso
hidalgo don Quijote de la Mancha), dello
scrittore spagnolo Miguel de Cervantes
Saavedra (1547-1616). Pubblicato in due
volumi nel 1605 e 1615, il romanzo racconta
le avventure di un nobile spagnolo, Alonso
Quijano, che si appassiona a tal punto dei
romanzi cavallereschi da perdere il contatto con la realtà e convincersi di
essere un cavaliere errante. Durante le sue peregrinazioni confonde gli
elementi della realtà per quelli romanzati di un’avventura per cavalieri, fino
a scambiare dei mulini a vento per giganti da combattere. Ovviamente il
suo attacco agli edifici avrà un esito disastroso, così come molti altri, ma

209
non riuscirà a far desistere don Chisciotte dalle sue deliranti imprese. Il
personaggio, poetico e testardo, ha dato vita anche a un altro modo di dire,
“fare il donchisciotte”, ovvero “gettarsi in imprese più grandi di sé”.

380 È la fiera delle vanità La fiera delle vanità, nell’originale Vanity


fair: a novel without a hero, è un romanzo dell’autore inglese William
ccia oMakepeace Thackeray (1811-1863), scritto tra il 1847 e il 1848, che narra
questale vicende di una giovane arrivista che vuole scalare la società inglese. Il
’opera libro fa un ritratto interessante di questo ambiente, una vera e propria fiera
ata suin cui la vanità è regola.
oscere
ignora
nte, in 381 Se la matematica non è un’opinione
altà, eSi usa per sottolineare come i conti sostengano la
propria tesi, dimostrandone la veridicità. La frase è
stata resa popolare dal deputato italiano Bernardino
Grimaldi (1837-1897), che la usò nel 1879 in un
discorso alla Camera. La frase in realtà era
«l’aritmetica non è un’opinione». Il primo però a
coniare l’espressione fu il senatore Filippo
Mariotti.

382 Come volevasi dimostrare Si è diffuso


tra i modi di dire per indicare ironicamente qualcosa che era prevedibile
accadesse, e che puntualmente si è verificato. Antica la genesi della
locuzione, che è tipica del linguaggio matematico: infatti solitamente si usa
al termine di una dimostrazione matematica, utile a provare la validità di un
teorema. L’originale latino «Quod demostrandum erat» è mutuata a sua
volta dal greco «oper edei deixai», dal significato analogo, e cioè “come si
doveva (o voleva) dimostrare”. A volte l’intera espressione viene
abbreviata nella sigla c.v.d., che è arrivata poi anche nel parlato: non è
ersi diinfrequente in ambiti colloquiali sentire dire direttamente “civudi”.
de gli
i, fino 383 Niente di nuovo sotto il Sole Il significato della frase è che le
ente ilcose rimangono sempre uguali a loro stesse: si usa infatti per sottolineare
ri, macome un comportamento negativo si sia già presentato più volte in forma

210
ese. Ilanaloga o identica. La frase è biblica, presa dal
i dire,libro dell’Ecclesiaste, in cui si legge: «nihil sub
sole novum», appunto.

Vanity 384 Laissez faire Dal francese, significa


illiam “lasciate fare”, e si usa solitamente per sottolineare
narral’atteggiamento quasi fatalista di alcune persone,
ese. Il che non si preoccupano di quello che sta
a fieraaccadendo, o magari sostengono deliberatamente che non si debba
intervenire. La frase intera è «laissez faire, laissez passer» (“lasciate fare,
lasciate passare”), e viene per lo più attribuita a J. C. M. Vincent de
Gournay (1712-1759), esponente della fisiocrazia, una dottrina economica
francese del XVIII secolo, secondo la quale sostanzialmente l’agricoltura è
il cuore dell’economia, piuttosto che il commercio o l’industria (che
all’epoca era solo rielaborativa). Nel libro dell’economista inglese John
Maynard Keynes (1883-1946), intitolato La fine del laissez-faire (1926), si
legge che la massima del laissez-faire è tradizionalmente attribuita al
mercante Legendre, che rispose in questo modo a Jean Baptiste Colbert
(1619-1683), il quale gli chiedeva cosa si dovesse fare per aiutare il
mercato. Aggiunge però che «il primo scrittore che usò l’espressione, e
l’usò in chiara connessione con la dottrina, fu il Marchese d’Argenson [ex
ministro di Luigi XV] verso il 1751. […] Per governare meglio, egli diceva,
bisognerebbe governare meno”».
edibile
della
385 La vita è sogno Si usa con tono disilluso per sottolineare come
si usa
viviamo addormentati. È il titolo di un dramma del 1635 di Pedro Calderón
à di un
de La Barca (1600-1681), il cui titolo originale è La vida es sueño.
a sua
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211
analoga o identica. La frase è biblica, presa dal
libro dell’Ecclesiaste, in cui si legge: «nihil sub
sole novum», appunto.

384 Laissez faire Dal francese, significa


“lasciate fare”, e si usa solitamente per sottolineare
l’atteggiamento quasi fatalista di alcune persone,
che non si preoccupano di quello che sta
accadendo, o magari sostengono deliberatamente che non si debba
intervenire. La frase intera è «laissez faire, laissez passer» (“lasciate fare,
lasciate passare”), e viene per lo più attribuita a J. C. M. Vincent de
Gournay (1712-1759), esponente della fisiocrazia, una dottrina economica
francese del XVIII secolo, secondo la quale sostanzialmente l’agricoltura è
il cuore dell’economia, piuttosto che il commercio o l’industria (che
all’epoca era solo rielaborativa). Nel libro dell’economista inglese John
Maynard Keynes (1883-1946), intitolato La fine del laissez-faire (1926), si
legge che la massima del laissez-faire è tradizionalmente attribuita al
mercante Legendre, che rispose in questo modo a Jean Baptiste Colbert
(1619-1683), il quale gli chiedeva cosa si dovesse fare per aiutare il
mercato. Aggiunge però che «il primo scrittore che usò l’espressione, e
l’usò in chiara connessione con la dottrina, fu il Marchese d’Argenson [ex
ministro di Luigi XV] verso il 1751. […] Per governare meglio, egli diceva,
bisognerebbe governare meno”».

385 La vita è sogno Si usa con tono disilluso per sottolineare come
viviamo addormentati. È il titolo di un dramma del 1635 di Pedro Calderón
de La Barca (1600-1681), il cui titolo originale è La vida es sueño.

212
DESIDERI

386 Supplizio di Tantalo Si dice di un desiderio relativo a qualcosa


che si vede, ma che non si può afferrare. La leggenda vuole infatti che
Tantalo, tradendo la fiducia di suo padre Zeus, fu castigato da un supplizio
tremendo: provare una sete devastante mentre si trova in uno specchio
d’acqua senza riuscire a bere, e una fame tremenda sotto un albero carico di
frutti che non riesce a cogliere.

387 Il mio regno per un cavallo! L’esclamazione si usa in tono


scherzoso quando si chiede aiuto, una via di fuga, o quando si commenta
uno scambio assolutamente non vantaggioso. Si usa anche sostituendo il
sostantivo “cavallo” con una cosa che in quel momento si desidera
intensamente: «Il mio regno per un gelato!». La frase (quella originale) è di
William Shakespeare (1564-1616), che la attribuisce a Riccardo III nel suo
omonimo dramma, composto tra il 1591 e il 1592. La storia narra gli eventi
storici che seguirono alla Guerra delle due rose, e si conclusero con la presa

213
di potere dei Tudor. Il ritratto che il drammaturgo fa del re è severo e
terribile: un pazzo sanguinario che conclude la sua parabola terrena nel
contrasto con Enrico Tudor, che lo uccide dopo che Riccardo ha cercato
inutilmente di fuggire (qui appunto il grido disperato con cui chiede un
cavallo per scappare).

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214
di potere dei Tudor. Il ritratto che il drammaturgo fa del re è severo e
terribile: un pazzo sanguinario che conclude la sua parabola terrena nel
contrasto con Enrico Tudor, che lo uccide dopo che Riccardo ha cercato
inutilmente di fuggire (qui appunto il grido disperato con cui chiede un
cavallo per scappare).

215
INIZI
E CONCLUSIONI

388 Fare tabula rasa Significa ricominciare da zero, ripartire


cancellando tutto il pregresso. La locuzione latina significa infatti “tavoletta
raschiata”, e si riferisce alle tavolette ricoperte di cera su cui (in alternativa
al papiro) i Romani usavano scrivere con un bastoncino. Quando volevano
riusare la tavoletta, raschiavano via la cera. Ritenuta una frase utilizzata da
Aristotele come sinonimo di una mente pulita, pronta per essere istruita,
pare in realtà che sia stata utilizzata piuttosto dagli stoici, che sostenevano
che la base della nostra conoscenza sia la percezione (e che quindi prima di
essa siamo “tabula rasa”).

389 Essere in procinto di Significa “stare per, essere sul punto di,
stare per cominciare a compiere una determinata azione”. La parola
procinto è di origine latina: la particella pro significa “davanti”, e cinctum
deriva dal verbo cingere, sottintendendo le armi. Il senso è infatti “avere le
armi in pugno”, quindi essere pronto a intervenire, essere in assetto di
guerra. Da qui è passato nell’uso comune, a significare un’azione che sta
per accadere. Il primo che ha usato la locuzione in questo senso è stato lo
scrittore Matteo Maria Boiardo (1441-1494).

390 Paganini non ripete La frase si


sente spesso dire da chi è richiesto di un bis
(e non lo vuole concedere), soprattutto se la
richiesta è ironica, magari in occasione di
qualche pasticcio. Si riferisce a un episodio
della vita di Niccolò Paganini (1782-1840),
violinista e compositore italiano. Nel 1818 a
Torino, dopo aver assistito a un’esibizione
di Paganini, il re Carlo Felice gli chiese di

216
fare un bis. Paganini, nonostante la richiesta arrivasse dal re, dovette
rifiutare: egli amava infatti improvvisare, e a volte durante i concerti si
faceva molto male alle dita, come in quell’occasione. Il re, non conoscendo
i motivi del rifiuto, ordinò di sospendere il concerto che sarebbe dovuto
seguire a quello.

391 Addio ai monti Si usa dire “dare l’addio ai monti” per intendere
partireun saluto commosso e definitivo a qualcosa a cui si è legati affettivamente.
voletta La locuzione deriva da un brano dei Promessi Sposi (1840-1842) di
nativaAlessandro Manzoni (1785-1873), in cui Lucia Mondella è costretta ad
evanoabbandonare il suo paese, quello che non aveva mai lasciato prima, per
ata da sfuggire alle mire di don Rodrigo. Il brano comincia appunto con i pensieri
truita,di Lucia messi su carta: «Addio/ monti sorgenti dall’acque – ed elevati al
evanocielo/ cime inuguali/ note a chi è cresciuto tra voi/ e impresse nella sua
ima dimente/ non meno che l’aspetto de’ suoi familiari».

392 Addio mia bella addio Saluto scherzoso e ironico, che affonda
nto di,le radici in una canzone militare composta da Carlo Alberto Bosi (1813-
parola1886). La citazione intera recita: «addio mia bella addio, l’armata se ne va,
nctumse non partissi anch’io, sarebbe una viltà». L’inno si intitola Addio del
vere le volontario, e venne scritto nel 1848, quando il primo battaglione di
etto difiorentini partì per la guerra di indipendenza.
he sta
ato lo 393 Rompere il ghiaccio Si dice quando si cerca un modo per
sciogliere l’impaccio tra due persone che non si conoscono, cominciando
una conversazione. L’espressione deriva dall’abitudine dei naviganti che si
muovevano in acque fredde di mandare avanti dei marinai muniti di mazze
a rompere il ghiaccio che si era formato sul fiume o sul mare, in modo tale
da poter procedere con le navi.

394 Che la forza sia con te In originale inglese «May the Force be
with you». Si usa come augurio semiserio prima di qualche prova, o
comunque come buon auspicio; equivale al cristiano «Che Dio ti protegga»,
e in generale al comune «buona fortuna». È una delle battute più ricorrenti
nella popolarissima saga cinematografica di Guerre stellari, ideata dal

217
ovetteregista George Lucas, i cui tre film principali sono apparsi nel 1977, 1980,
erti si1983, seguiti dai prequel del 1999, 2002, 2005. Ambientata in una galassia
cendo molto lontana, la storia narra le vicende di un manipolo di ribelli che
dovutocombattono contro l’Impero. La Forza è l’energia che i cavalieri Jedi – ma
anche alcuni malvagi – riescono a impiegare per potenziare le proprie
prestazioni militari. La frase è entrata talmente nel gergo che è stata ripresa
anche in film successivi, tra cui la parodia dell’originale fatta da Mel
endere
Brooks, che storpia l’augurio in «Che lo Sforzo sia con voi».
mente.
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218
regista George Lucas, i cui tre film principali sono apparsi nel 1977, 1980,
1983, seguiti dai prequel del 1999, 2002, 2005. Ambientata in una galassia
molto lontana, la storia narra le vicende di un manipolo di ribelli che
combattono contro l’Impero. La Forza è l’energia che i cavalieri Jedi – ma
anche alcuni malvagi – riescono a impiegare per potenziare le proprie
prestazioni militari. La frase è entrata talmente nel gergo che è stata ripresa
anche in film successivi, tra cui la parodia dell’originale fatta da Mel
Brooks, che storpia l’augurio in «Che lo Sforzo sia con voi».

219
NARRAZIONI

395 Perdere il filo del discorso Si usa quando si smarrisce la logica


con cui si stava procedendo in una narrazione. L’origine del modo di dire
risale alla mitologia, e precisamente a quel filo che Arianna diede a Teseo
per ritrovare la via d’uscita dal labirinto, dopo aver ucciso il Minotauro che
ci viveva.

396 Per filo e per segno Si dice di un racconto dettagliato, curato


nei particolari ed estremamente fedele alla realtà, una narrazione precisa e
ordinata. La locuzione deriva dal gergo dei lavoratori e degli artigiani. Gli
imbianchini infatti per tracciare una linea retta usavano fare un segno con
un filo, intingendolo nella polvere colorata, tirandolo alla giusta altezza e
poi lasciandolo andare in modo che sul muro rimanesse il segno del colore.
Allo stesso modo, i boscaioli tracciavano segni sui tronchi all’altezza in cui
dovevano tagliarli con un filo ricoperto di ocra rossa, che poi rimaneva
visibile sul legno. Un metodo preciso e accurato, in cui il segno viene fatto
con il filo.

397 Urbi et orbi Si usa per significare “ovunque e a tutti”. La frase


veniva usata dai latini per indicare, come da traduzione, “a Roma e al
mondo”, poiché Roma era, appunto, l’Urbe, la città per eccellenza. La frase
era uno standard usato all’epoca, e in seguito dalla Chiesa cattolica, per
diffondere a tutti i messaggi del papa.

398 Tenere sulla corda Significa tenere nell’incertezza,


nell’agitazione, senza sbilanciarsi in una risposta. Proprio come fa il
saltimbanco che cammina sul filo, e rimane con il fiato sospeso per non
cadere giù.

399 Era una notte buia e tempestosa Si usa ironicamente quando

220
si sta cominciando a raccontare un aneddoto.
L’originale inglese, «It was a dark and
stormy night», è da ascriversi a Edward
Bulwer-Lytton, nel suo racconto intitolato
Paul Clifford, del 1830. Ma la vera fama
planetaria è stata data alla frase da Snoopy,
logicauno dei protagonisti della striscia Peanuts
di diredel disegnatore Charles M. Shulz (1922-
Teseo2000), creato nel 1950: nel fumetto spesso
ro chelo si vede impegnato a iniziare un
fantomatico romanzo, che inizia sempre allo
stesso modo, e appunto «Era una notte buia
e tempestosa…».
curato
cisa e
ni. Gli 400 Flusso di coscienza La
no condefinizione deriva dall’inglese «the stream of consciousness». Si usa per
ezza edefinire un tipo di discorso che segue liberamente l’andamento dei propri
colore.pensieri, senza uno schema o un percorso rigidamente istituiti, ma che
in cui libera la mente per associazioni. Talvolta viene usato anche come sinonimo
anevadi sfogo, di monologo istintivo. Il nome è in origine quello di una tecnica
e fattonarrativa mutuata dalla psicanalisi freudiana e, infatti, applicata ai romanzi
psicologici. La sua fama e diffusione sono dovute principalmente
all’Ulisse, il monumentale romanzo dello scrittore irlandese James Joyce
(1882-1941), composto tra il 1914 e il 1921 e pubblicato a Parigi nel 1922.
frase Pur essendo un tomo di notevoli dimensioni, il romanzo racconta di
a e al un’unica giornata, il 16 giugno 1904, nella vita di Leopold Bloom, “novello
a fraseUlisse” dublinese. Il flusso di coscienza è l’insieme di sensazioni che
a, perinvadono il protagonista durante la giornata, narrate come vuole il pensiero
senza punteggiature, in un accavallarsi di immagini e percezioni.

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221
si sta cominciando a raccontare un aneddoto.
L’originale inglese, «It was a dark and
stormy night», è da ascriversi a Edward
Bulwer-Lytton, nel suo racconto intitolato
Paul Clifford, del 1830. Ma la vera fama
planetaria è stata data alla frase da Snoopy,
uno dei protagonisti della striscia Peanuts
del disegnatore Charles M. Shulz (1922-
2000), creato nel 1950: nel fumetto spesso
lo si vede impegnato a iniziare un
fantomatico romanzo, che inizia sempre allo
stesso modo, e appunto «Era una notte buia
e tempestosa…».

400 Flusso di coscienza La


definizione deriva dall’inglese «the stream of consciousness». Si usa per
definire un tipo di discorso che segue liberamente l’andamento dei propri
pensieri, senza uno schema o un percorso rigidamente istituiti, ma che
libera la mente per associazioni. Talvolta viene usato anche come sinonimo
di sfogo, di monologo istintivo. Il nome è in origine quello di una tecnica
narrativa mutuata dalla psicanalisi freudiana e, infatti, applicata ai romanzi
psicologici. La sua fama e diffusione sono dovute principalmente
all’Ulisse, il monumentale romanzo dello scrittore irlandese James Joyce
(1882-1941), composto tra il 1914 e il 1921 e pubblicato a Parigi nel 1922.
Pur essendo un tomo di notevoli dimensioni, il romanzo racconta di
un’unica giornata, il 16 giugno 1904, nella vita di Leopold Bloom, “novello
Ulisse” dublinese. Il flusso di coscienza è l’insieme di sensazioni che
invadono il protagonista durante la giornata, narrate come vuole il pensiero
senza punteggiature, in un accavallarsi di immagini e percezioni.

222
Indice alfabetico

A babbo morto 241


A cavallo di un caval 328
À la guerre comme à la guerre 83
A piede libero 76
A ufo 107
Ab ovo 237
Acqua in bocca 199
Ad libitum 243
Ad personam 294
Addio ai monti 391
Addio mia bella addio 392
Ai posteri l’ardua sentenza 267
Al di là del bene e del male 274
Al secolo 231
Albo signanda lapillo 32
Alea iacta est 41
Allacciate le cinture di sicurezza 320
All’acqua di rose 351
Alle calende greche 236
Allevare una serpe in seno 54
Alti papaveri 295

223
Ambasciator non porta pena 96
Ammazzare il vitello grasso 296
Andare (o venire) a Canossa 40
Andare in solluchero 300
Andare in tilt 366
Andare in visibilio 319
Andare per la maggiore 227
Ante litteram 244
Appendere al chiodo 367
Aprire il vaso di Pandora 375
Armata Brancaleone 177
Armiamoci e partite 145
Arrivano i nostri 84
Asilo Mariuccia 157
Asino di Buridano 44
Attrazione fatale 4
Aurea mediocritas 352
Aut aut 48
Avere aplomb 150
Avere fegato 2
Avere il bernoccolo 15
Avere l’acquolina in bocca 310
Avere l’argento vivo addosso 151
Avere un alibi 369
Avere un déjà vu 326
Avere una fifa blu 346

224
Averne a bizzeffe 113
Averne a gogo 115

Belli e bravi 361


Bello e impossibile 7
Bocca della verità 204
Boia chi molla 165
Bollare d’infamia 253
Brain trust 218

Caccia alle streghe 23


Calumet della pace 74
Campioni del mondo 317
Canto del cigno 234
Capitale morale 213
Carneade! Chi era costui? 230
Carpe diem 242
Carta bianca 286
Casta diva 233
Cavallo di battaglia 13
Cavallo di Troia 201
Celodurismo 135
Cena luculliana 301
Che la forza sia con te 394

225
Cherchez la femme 126
Chi siete, dove andate, un fiorino 288
Chi vuol esser lieto sia 298
Ci rivedremo a Filippi 64
Cicero pro domo sua 72
Ciurlare nel manico 250
Cogito ergo sum 342
Colosso con i piedi d’argilla 356
Colpo di grazia 73
Com’è umano, Lei! 282
Combattere contro i mulini a vento 379
Come volevasi dimostrare 382
Conoscere i propri polli 272
Convergenze parallele 26
Convitato di pietra 284
Cortina di ferro 98
Così è, se vi pare 378
Così fan tutti 148
Cui prodest 368
Cum grano salis 353

Dammi retta 191


Dammi un cinque 299
Dare a Cesare quel che è di Cesare 111
Dare l’imprimatur 281

226
Dare un colpo al cerchio e uno alla botte 143
Darsi alla macchia 207
Datti all’ippica 258
De profundis 39
Delenda Carthago 263
Desaparecidos 163
Deus ex machina 292
Di punto in bianco 252
Di straforo 359
Di tre cotte 358
Di’ qualcosa di sinistra 22
Dio me l’ha data, guai a chi la tocca! 106
Dìvide et ìmpera 65
Doggy bag 309
Dolce far niente 308
Domani è un altro giorno 57
Dopo di noi il diluvio! 62
Dormire sugli allori 171
Dottor Jekyll e Mister Hyde 160

È la fiera delle vanità 380


È un altro paio di maniche 327
È una cagata pazzesca 254
Elogio sperticato 259
Eminenza grigia 283

227
Eppur si muove 341
Era una notte buia e tempestosa 399
Essere al (o il) clou 232
Essere al settimo cielo 303
Essere al verde 116
Essere il braccio destro di qualcuno 223
Essere il factotum 14
Essere il leitmotiv 330
Essere il mentore 159
Essere il pigmalione 158
Essere il tirapiedi di qualcuno 137
Essere in auge 228
Essere in bolletta 110
Essere in procinto di 389
Essere in rodaggio 279
Essere la pecora nera 262
Essere la quintessenza 364
Essere povero in canna 114
Essere un asso 18
Essere un azzeccagarbugli 217
Essere un crumiro 215
Essere un epigono 139
Essere un guru 140
Essere un mammalucco 152
Essere un narciso 144
Essere un pirata e un signore 164

228
Essere un supergiovane 147
Essere un vaso di coccio tra vasi di ferro 20
Essere un voltagabbana 53
Essere un’arpia 122
Essere una cariatide 129
Essere una megera 127
Essere uno stacanovista 219
Essere uno yesman 220
Est modus in rebus 355
Estote parati 146
Estrema ratio 197
ET Telefono casa 331
Eureka! 307

Faccia di bronzo 162


Falchi e colombe 27
Famoso per 15 minuti 225
Farci una croce sopra 60
Fare bancarotta 121
Fare il fenomeno 161
Fare il kamikaze 87
Fare il portoghese 104
Fare la cresta 118
Fare la fronda 63
Fare le cose alla carlona 362

229
Fare melina 240
Fare tabula rasa 388
Fare un brainstorming 221
Fare un briefing 222
Fare una filippica 70
Fare una geremiade 264
Fatti non foste a viver come bruti 166
Flusso di coscienza 400
Forse che sì, forse che no 343
Francamente me ne infischio 66
Franco tiratore 24
Fumata bianca e fumata nera 45
Furbetto del quartierino 136

Galeotto fu il libro 8
Giornata nera 31
Gola profonda 128

Ha da passà a nuttata 189


Habeas Corpus 75
Happy end 9
Hic sunt leones 210
Ho visto cose che voi umani 324
Home sweet home 302

230
Homo faber fortunae suae 35
Homo homini lupus 102
Houston, abbiamo un problema 176

I have a dream 58
Il capro espiatorio 265
Il fine giustifica i mezzi 373
Il migliore dei mondi possibili 209
Il mio regno per un cavallo! 387
Il nostro agente all’Avana 174
Il pomo della discordia 90
Il principio della fine 59
Il re è nudo 255
Il viale del tramonto 229
Impresa titanica 185
In bocca al lupo 28
In brodo di giuggiole 297
In primo luogo, in secondo luogo ecc. 323
Indorare la pillola 198
Ipse dixit 290

J’accuse! 257

231
L’abito non fa il monaco 260
L’amico Fritz 6
L’avvocato del diavolo 149
L’enfant terrible 365
L’ira funesta 89
L’ottava meraviglia del mondo 315
L’uomo Del Monte ha detto sì 47
L’uomo giusto al posto giusto 34
L’uovo di Colombo 196
La accendiamo? 195
La casalinga di Voghera 325
La corte dei miracoli 293
La donna è mobile 123
La fatica di Sìsifo 184
La fortuna aiuta gli audaci 29
La goccia che scava la roccia 329
La madre di tutte le battaglie 67
La maggioranza silenziosa 25
La montagna ha partorito un topolino 370
La paura fa novanta 345
La pietra dello scandalo 154
La primula rossa 133
La quadratura del cerchio 193
La sventurata rispose 372
La verità viene sempre a galla 278
La vita è sogno 385

232
Lacrime di coccodrillo 38
Lacrime e sangue 180
Laissez faire 384
Lasciate ogni speranza voi che entrate 61
Le forche caudine 178
Licenza di uccidere 11
Linciaggio morale 276

Ma che gelida manina 124


Ma chi sono io, Babbo Natale? 112
Mangiare la foglia 16
Meditate gente, meditate 43
Memento mori 247
Menare il can per l’aia 249
Mens sana in corpore sano 312
Mettere all’indice 270
Mettere i puntini sulle i 141
Mezzogiorno di fuoco 95
Mi è semblato di vedele un gatto 68
Mi si nota di più se vengo (e me ne sto in disparte) 172
Missione impossibile 216
Modus vivendi 93
Molto rumore per nulla 360
Mordere la polvere 339
Mostro sacro 235

233
Mutatis mutandis “ 251
Nascere con la camicia 37

Ne resterà uno solo 103


Nel blu dipinto di blu 313
Nemico pubblico numero uno 100
Nemo propheta in patria 340
Niente di nuovo sotto il Sole 383
Noblesse oblige 138
Nodo gordiano 192
Non c’è trippa per gatti 120
Non è tutto oro quel che luccica 271
Non plus ultra 306
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa 261
Non si interrompe un’emozione 5
Nudi alla meta 376

O così o Pomì 42
O tempora, o mores! 248
Obbedisco 49
Occhio per occhio, dente per dente 101
Oggi è un buon giorno per morire 97
OK, okay 335
Ora canonica 238

234
Ora o mai più 3
Orsetto Duracell 170
Ostracizzare 69
Ottimo e abbondante 256

Paga Pantalone 117


Paganini non ripete 390
Pagare lo scotto 377
Panem et circenses 311
Parigi val bene una messa 50
Passare il Rubicone 46
Passare la notte in bianco 349
Passare un brutto quarto d’ora 245
Pecunia non olet 119
Per aspera ad astra 182
Per filo e per segno 396
Per la legge di Murphy 36
Per un punto Martin perse la cappa 374
Perdere il filo del discorso 395
Perdere le staffe 86
Perfida Albione 205
Piantare in asso 52
Pietra di paragone 275
Pietra miliare 226
Piove, governo ladro 183

235
Politically correct 169
Possedere una vis comica 314
Potevamo stupirvi con effetti speciali 10
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere 30
Prendere in castagna 268
Prendere un granchio 277
Prendi una donna, trattala male 125
Promettere mari e monti 203
Proposta indecente 134
Provvedimento draconiano 289

Quando Berta filava 239


Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare 1
Questioni di lana caprina 363
Questo matrimonio non s’ha da fare 190
Qui casca l’asino! 188
Qui sta il busillis 181
Quousque tandem, Catilina 85

Raggiungere il quorum 291


Rara avis 357
Relazioni pericolose 348
Rendere pan per focaccia 77
Repubblica delle banane 21

236
Restare di sale 132
Ridi pagliaccio! 305
Rimanere di princisbecco 167
Roba da chiodi 173
Rompere il ghiaccio 393

Salvare capra e cavoli 194


Sancta sanctorum 208
Sbarcare il lunario 105
Se la matematica non è un’opinione 381
Se son rose fioriranno 371
Seguire il fil rouge 332
Self-help 142
Semel in anno 318
Senza infamia e senza lode 266
Sepolcro imbiancato 202
Seppellire l’ascia di guerra (o anche dissotterrare l’ascia di guerra) 78
Servire su un piatto d’argento 187
Sfida all’OK Corral 94
Si può dare di più 56
Si vis pacem para bellum 88
Siamo uomini o caporali 168
Sic transit gloria mundi 246
Signori si nasce, e io modestamente lo nacqui 12
Sotto l’egida 79

237
Spada di Damocle 344
Sparare a zero su qualcuno 273
Speranza ridotta al lumicino 55
Spezzeremo le reni 99
Star freschi 175
Studio matto e disperatissimo 186
Su di giri 304
Subire una goleada 338
Sui generis 131
Supplizio di Tantalo 386

Tafazzata 130
Tagliare la corda 347
Tallone d’Achille 19
Tavola rotonda 224
Tenere bordone 155
Tenere i piedi in due scarpe 321
Tenere in scacco 287
Tenere sulla corda 398
Terra di nessuno 211
Tesoretto 108
Testa d’uovo 17
Teste di cuoio 214
Ti spiezzo in due 91
Tirare un colpo basso 71

238
Toccare ferro 33
Tornare con le pive nel sacco 334
Trascorrere una notte brava 316
Tu quoque 51

Ubi maior minor cessat 280


Ultima Thule 206
Un combattimento all’arma bianca 92
Un concetto lapalissiano 354
Una jacquerie 81
Unire l’utile al dilettevole 153
Uno scheletro nell’armadio 200
Uno spettro si aggira per l’Europa 212
Urbi et orbi 397

Vacche grasse 109


Vae victis 337
Vedere o far vedere i sorci verdi 179
Veni, vidi, vici 82
Verba volant, scripta manent 350
Vittoria di Pirro 336
Vivere sulla Luna 156
Voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane 80
Volere la botte piena e la moglie ubriaca 322

239
Volo pindarico 333
Vox populi, vox dei 269
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. E più non dimandare 285

240
Volo pindarico 333
Vox populi, vox dei 269
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. E più non dimandare 285

241
Bibliografia

D. Alighieri, Divina Commedia, Garzanti, 1982.


M. Cortelazzo e M.A. Cortelazzo, L’etimologico minore, Zanichelli, 2003.
G. Fumagalli, Chi l’ha detto?, Hoepli, 2007.
F. La Porta, Non c’è problema: divagazioni morali su modi di dire e frasi
fatte, Feltrinelli, 1997.
C. Lapucci, ‘Per modo di dire’. Dizionario dei modi di dire della lingua
italiana, Valmartina ed, 1969.
A. Manzoni, I Promessi Sposi, Hoepli, 2007.
C. Marchi, Siamo tutti latinisti, Rizzoli, 1986.
S. Paoli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, 1740, ristampa
anastatica, Insubria ,1977.
G. Pittano, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e
locuzioni, Zanichelli, 1992.
B.M. Quartu, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Dizionari
BUR, 1993.
J. Simpson, The Concise Oxford Dictionary of Proverbs, Oxford University
Press, 1982.
R. Spears, American idioms: dictionary of everyday expres- sions of
contemporary american english, Zanichelli, 1988.
V. Tocci, Dizionario della Mitologia, Edizioni librarie italiane, 1954.

242
Bibliografia

D. Alighieri, Divina Commedia, Garzanti, 1982.


M. Cortelazzo e M.A. Cortelazzo, L’etimologico minore, Zanichelli, 2003.
G. Fumagalli, Chi l’ha detto?, Hoepli, 2007.
F. La Porta, Non c’è problema: divagazioni morali su modi di dire e frasi
fatte, Feltrinelli, 1997.
C. Lapucci, ‘Per modo di dire’. Dizionario dei modi di dire della lingua
italiana, Valmartina ed, 1969.
A. Manzoni, I Promessi Sposi, Hoepli, 2007.
C. Marchi, Siamo tutti latinisti, Rizzoli, 1986.
S. Paoli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, 1740, ristampa
anastatica, Insubria ,1977.
G. Pittano, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e
locuzioni, Zanichelli, 1992.
B.M. Quartu, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Dizionari
BUR, 1993.
J. Simpson, The Concise Oxford Dictionary of Proverbs, Oxford University
Press, 1982.
R. Spears, American idioms: dictionary of everyday expres- sions of
contemporary american english, Zanichelli, 1988.
V. Tocci, Dizionario della Mitologia, Edizioni librarie italiane, 1954.

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