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Nazioni e nazionalismo (1)

Antropologia Culturale
Università degli Studi di Genova
18 pag.

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NAZIONI E NAZIONALISMO – E. GELLNER

I. Definizioni

Il nazionalismo è anzitutto un principio politico che sostiene che unità nazionale e unità politica
dovrebbero essere perfettamente coincidenti.
Il sentimento nazionalista è il senso di collera suscitato dalla violazione del suddetto principio o il
senso di soddisfazione suscitato dal suo appagamento. Un movimento nazionalista è un movimento
animato da sentimenti di questo tipo.
La forma di violazione del principio nazionalista di cui il sentimento nazionalista è più sensibile si
ha allorché i governanti di una nazione appartengono ad una nazione diversa rispetto a quella della
maggior parte dei governati. Questo rappresenta un'infrazione assolutamente intollerabile della
legittimità politica e può verificarsi sia attraverso l'incorporazione in un impero più vasto, sia
attraverso il dominio locale di un gruppo straniero. Si può dunque affermare che il nazionalismo è
una teoria di legittimità politica che esige che in confini etnici non siano violati da quelli politici.
Nel mondo vi sono moltissime nazioni potenziali, presenti in numero nettamente maggiore rispetto
agli Stati in grado di sopravvivere. Per questo motivo non è possibile soddisfare tutti i nazionalismi.

Definizione di Stato (Weber) → ente che all'interno della società possiede il monopolio legittimo
della forza.
Non tutte le società sono dotate di uno Stato. Ne consegue che il problema del nazionalismo non
sorge per società senza Stato. Il nazionalismo emerge, infatti, in contesti in cui l0esistenza dello
Stato sia già in larga misura data per scontata.
n
Le nazioni, come gli Stati, sono una contingenza. Non sono sempre esistiti in tutti i tempi e in tutte
le circostanze. Inoltre, nazioni e Stati non sono la stessa contingenza. Il nazionalismo sostiene che
nazione e Stati siano fatti l'una per l'altro, ma prima che si potesse stabilire questo connubio,
entrambi hanno dovuto essere creati, in modo indipendente l'uno dall'altra. Lo Stato è certamente
emerso senza l'aiuto della nazione ed alcune nazioni sono sicuramente emerse senza la benedizione
dei propri Stati.
Due definizioni di nazioni provvisorie:
1. Definizione culturale → due uomini sono della stessa nazione se e soltanto se condividono
la stessa cultura, dove cultura significa a sua volta un sistema di idee, di segni, di
associazioni e di modi di comportamento e di comunicazione;
2. Definizione volontaristica → due uomini sono della stessa nazione solo e soltanto se si
riconoscono reciprocamente appartenenti alla stessa nazione. In altri termini: “è l'uomo che
fa le nazioni”. Gli occupanti di uno stesso territorio diventano una nazione se e quando i
membri della categoria riconoscono compatti alcuni reciproci diritti e doveri in virtù della
comune appartenenza ad essa. È il loro vicendevole riconoscimento come consociati di
questo tipo ciò che li trasforma in una nazione, e non altri attributi comuni, quali che siano,
che distinguono questa categoria da coloro che non ne sono membri.

La cultura, presupposto alla prima definizione, è difficile da definire in tutti i suoi dettagli e
tutt'altro che soddisfacente.

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II. La cultura nella società agricola

Uno dei fenomeni più importanti emersi nelle società agricole ed assimilabile per importanza
all'emergere dello Stato stesso è l'alfabetizzazione e di una classe o un ceto specializzato, di una
“intellighenzia”.
La parola scritta sembra entrare nella storia con il contabile o esattore delle tasse.
Nelle società agricole lo sviluppo dell'alfabetizzazione provoca un profondo divario tra le grandi e
le piccole tradizioni (o culti).

La centralizzazione del potere e la centralizzazione della conoscenza/cultura hanno per la struttura


tipica della società-Stato agro-letteraria profonde e particolari implicazioni, che sono meglio
rilevabili se considerate insieme. Nella tipica società agro-letteraria, la classe dirigente rappresenta
una piccola minoranza della popolazione, rigorosamente separata dalla grande maggioranza dei
produttori agricoli diretti, i contadini. La sua ideologia accentua più che minimizzare
l'ineguaglianza delle classi e il grado di separazione del ceto dirigente. Quest'ultimo può essere a
sua volta suddiviso in una serie di strati più specializzati: militari, preti, intellettuali, amministratori,
borghesi. Alcuni di questi strati, per esempio il clero cristiano, possono non essere ereditari e quindi
rinnovarsi ad ogni generazione, sebbene il reclutamento sia strettamente predeterminato dagli altri
strati ereditari. Il punto focale però è questo: nel ceto dirigente, sia nel suo complesso che nei
singoli strati specializzati, è accentuata più la differenziazione che l'omogeneità. Più i vari strati si
differenziano in ogni genero di atteggiamento, meno frizioni ed ambiguità ci saranno fra di loro.
L'intero sistema favorisce linee orizzontali di divisione culturale e può persino rafforzarle ed
inventarle qualora manchino. Differenze genetiche e culturali sono attribuite a quelli che di fatto
erano semplicemente strati differenziati nelle loro funzioni, al fine di rinvogorire la differenziazione
e di renderla permanente ed autorevole (esempio → classe dirigente tunisina nel XIX secolo → si
considerava turca, anche s eignorava la lingua omonima e di fatto era di ascendenza assai mista e
rafforzata da reclute dal basso).
Sotto la minoranza orizzontalmente stratificata del vertice ci sono le piccole comunità, lateralmente
separate, dei membri della società privi di specializzazione. Nessuno, o quasi nessuno, ha interesse
a promuovere a questo livello una qualsiasi forma di omogeneità culturale. Certo, l'intellighenza
può desiderare che alcuni valori, che le appartengono, possano essere interiorizzati e rispettati dalle
masse dei contadini, ma non di più.
Un aspetto cruciale da sottolineare è che nelle società-Stato agro-letterate quasi tutto si oppone alla
definizione delle unità politiche in termini di confini culturali. In altre parole, se il nazionalismo
fosse stato inventato in questo periodo avrebbe avuto pochissime possibilità di essere
universalmente accettato.

Per quanto riguarda la cultura, agli strati superiori della società agro-letteraria appare chiaramente
proficuo accentuare, acuire ed evidenziare i tratti diacritici, differenziabili e monopolizzabili dei
gruppi privilegiati. Questo è facilmente ottenibile lavorando sulle ineguaglianze, rendendole – agli
occhi della massa- inevitabili, persistenti e naturali. Ciò che è scritto nella natura delle cose ed è
perenne non può essere personalmente, individualmente offensivi, ne psichicamente intollerabile.
Questa operazione diventa molto difficile in una società mobile e instabile. Differentemente da
quanto il marxismo ha idnotto a pensare, è la società pre-industriale che coltiva le differenziazioni
orizzontali nell'ambito della società, mentre le società industriali rafforzano le linee divisorie tra
nazioni piuttosto che tra classi.
Negli strati più bassi la cultura locale è quasi invisibile. La comunità chiusa in se stessa tenede a
comunicare in termini il cui significato può essere identificato soltanto nel contesto, a differenza
dello scolasticismo degli scribi relativamente indipendente da ogni dato contesto. Il vernacolo del
villaggio non ha pretese normative o politiche, il massimo che può fare è indicare l'identità del
villaggio d'origine e di chiunque apra la bocca sulla piazza del mercato locale.
La cultura tende ad essere contraddistinta sia orizzontalmente (da caste sociali), sia verticalmente,

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come mezzo per definire comunità locali assai piccole. I confini che determinano i confini politici
sono diversi da quelli che determinano i confini culturali.

Le unità politiche nell'età agricola variano enormemente sia nel tipo che nelle dimensioni. Tuttavia,
generalizzando, si possono suddividere in due poli: comunità locali che si autogovernano e vasti
imperi. Da un lato, ci sono le città-Stato, le suddivisioni tribali, le comunità contadine e così via,
che gestiscono i propri affari, con una ineguaglianza soltanto modesta. Dall'altra parte ci sono vasti
territori controllati da un'unica concentrazione di forze. Si può avere un terzo polo, che scaturisce da
una fusione tra questi due: un'autorità dominante centrale coesiste con unità locali semi-autonome.
Per il loro funzionamento le comunità locali dipendo in larga misura da un contatto face to face e
non possono ampliare radicalmente le loro dimensioni senza trasformarsi sino a diventare
irriconoscibili. Queste comunità di rado esauriscono la cultura di cui sono parte, possono avere il
loro accentoe i loro costumi, ma questi tendono tendono ad essere solo varianti di una cultura più
vasta e intercomunicante che abbraccia molte altre comunità analoghe.

La società-Stato agro-letteraria è esistita per circa cinque millenni e, nonostante le varie forme, ha
mantenuto alcune caratteristiche fondamentali comuni. La grande maggioranza è composta da
contadini che vivono in comunità, tutte proiettate al loro interno. Essi sono dominati da una
minoranza composta da guerrieri-scribi, che potrebbe comodamente roientrare in una generica
tipologia secondo la seguente serie di opposti:
1. centralizzata – decentrata
2. castrati – stalloni
3. chiusa – aperta
4. fusa – specializzata

1) sia la classe dei militari sia quella dei chierici (intellettuali) può essere centralizzata o decentrata.
Magnifico esempio di classe intellettuale centralizzata è quello della classe intellettuale della Chiesa
medievale, che dominava il clima morale di una civiltà. Gli ulama musulmani ottennero lo stesso
risultato, ma senza un'organizzazione centralizzata (decentramento).

2) la castrazione è l'idea (derivante da Platone) di rompere i vincoli parentali privando il futuro


guerriero/burocrate/chierico sia di ascendenza che di discendenza o di entrambe le cose, per evitare
che le cariche venissero ereditate da consaguinei ed evitare quindi che venisse raggiunto un
eccessivo potere. Le tecniche usate comprendevano l'impiego di eunuchi, fisicamente incapaci di
generare discendenza, di preti costretti al celibato, di stranieri (che avevano parenti ad una elevata
distanza) o di elementi di gruppi in qualche modo privi o esclusi da certi diritti, i quali sarebbero
stati rovinati se respinti dallo Stato come datori di lavoro. Anche quella degli schiavi, i quali non
potevano opporsi alla decisione dello Stato di privarli di ogni loro bene per appropriarsene. Non
sempre comunque veniva usata la castrazione. Possiamo definire, pertanto, stalloni quei membri
delle élites dirigenti cui era formalmente concesso di riprodursi socialmente e di mantenere i posti
che occupavano per i loro rampolli.

3) le classi dei militari, burocrati e intellettuali offrono dei vantaggi, aperte o chiuse che siano. Per
aperte e chiuse si intende la provenienza dei singoli membri: una classe aperta è una classe che non
fa distinzione di classe, una classe chiusa è una classe che assorbe persone solo provenienti da una
determinata casta.

4) la classe dirigente può fondere le funzioni dei militari e degli intellettuali, oppure separarle
creando gruppi specializzati.

L'unico ceto che possiede una politica culturale è quello intellettuale (gli altri sono occupati a
differenziarsi dai ceti inferiori piuttosto che a diffondere tra questi ultimi la propria cultura). In ogni

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caso il ceto intellettuale, per ragioni profonde, potenti e insuperabili, non riesce a dominare e
assorbire l'intera società. Talvolta è impedito dalle regole, altre ancora da ostacoli esterni, ma il
risultato non cambia.
Cosa accadrebbe se la castrazione diventasse universale ed effettiva, se ognuno di noi fosse un
mamelucco de robe, che mette i doveri della sua professione al di sopra dei vincoli di pparentela? In
un'epoca di intellighenzia universalizzata e di dominio di mamelucchi, il rapporto tra cultura e Stato
cambierebbe radicalmente. La cultura superiore pervaderebbe l'intera società, la definirebbe e
avrebbe bisogno dello Stato per sostenersi. Questo è il segreto del nazionalismo.

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III. La società industriale

La società industriale rappresenta un avvenimento unico, poiché non è possibile ripetere


l'avvenimento originale.

Il nazionalismo è radicato nella divisione del lavoro di un certo tipo, che prevede cambiamenti
cumulativi, complessi e persistenti. Raramente un posto di lavoro, in società di questo tipo, si
tramanda di padre in figlio. L'immediata conseguenza di questo nuovo tipo di mobilità è un certo
egualitarismo. La società moderna non è mobile perché egualitaria, ma egualitaria perché mobile.gli
uomini possono tollerare le ineguaglianze solo se sono nobili e santificate dalle tradizioni.
La maggior parte dell'istruzione nella società industriale è generale e standardizzata, ma è proprio
grazie a questa generalità e stardardizzazione che la società industriale può vantare un elevatissimo
grado di specializzazione.

La riproduzione degli individui e dei gruppi sociali può avvenire con il metodo uno-a-uno
(direttamente sul campo) oppure attraverso il metodo centralizzato. Il metodo dell'uno-a-uno è
praticato quando una famiglia, una unità parentale un segmento tribale o un'analoga unità piuttosto
piccola prende i singoli bambini nati al suo interno e inserendoli nella vita copmunitaria e
obbligandoli a condividerla (con sistemi come l'addestramento, l'esercizio, le massime, i rites de
passage ecc) li trasforma alla fine in adulti ragionevolmente simili a quelli della generazione
precedente. In questo modo la cultura e la società si perpetuano.
Il metodo centralizzato si ha quando il metodo è significativamente integrato da un ente educativo
che è separato dalla comunità locale e che si assume il compito di istruire i giovani essere umani in
questione per rimandarli alla fine indietro in una società più vasta dove svolgeranno le loro
funzioni, quando il processo educativo sarà completo.
Nella società agricola la maggioranza della popolazione appartiene ad unità che si autoriproducono,
educando la prole sul campo, mentre una minoranza della popolazione riceve un'istruzione
specializzata. Occorre distinguere tra l'istruzione sulla base dell'uno-a-uno all'interno della
comunità, che si può chiamare acculturazione e e la eso-istruzione, che richiede capacità esterne
alla comunità e che può essere chiamata istruzione vera e propria.
La società moderna è una società in cui nessuna sub-comunità, al di sotto delle dimensioni di una
sub-comunità, possa riprodursi: la riproduzione degli individui diventa essa stessa parte della
divisione del lavoro e non è più effettuata dalle sub-comunità per proprio conto.

L'uomo moderno è leale solo verso una cultura. Egli è, genericamente parlando, castrato. La
condizione di mamelucco è diventata universale. Quando tutti sono mamelucchi, nessuna classe
particolare di mamelucchi predomina sulla burocrazia.
La eso-socializzazione, l'istruzione vera e propria è ora praticamente norma universale.
La cultura non è più semplicemente l'ornamento, la conferma e la legittimazione di un ordine
sociale che un tempo era sostenuto anche da costruzioni più dure e coercitive; la cultura oggi è il
mezzo comune necessario, la linfa vitale o forse piuttosto l'atmosfera entro la quale soltanto i
membri della società possono respirare e sopravvivere, e produrre. Solo lo Stato può garantire che
questa cultura abbia un determinato livello qualitativo superiore ad un certo minimo.
La eso-socializzazione, la produzione e la riproduzione degli uomini fuori della loro chiusa
comunità locale è oggi la norma e deve essere così.
L'imperativo della eso-socializzazione è la chiave principale del perché oggi Stato e cultura devono
essere collegati, mentre in passato il loro legame era tenue, fortuito, variabile e spesso minimo. Ora
è inevitabile. Questo è quel che è il nazionalismo e perché viviamo in un'età di nazionalismo.

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IV. La transizione a un età di nazionalismo

Non conosciamo tutte le scelte che si offrono alla società industriale, ma conosciamo le sue
conseguenze essenziali. Una è il tipo di omogeneità culturale di cui il nazionalismo ha bisogno. Non
è che il nazionalismo imponga l'omogeneità, è piuttosto che un'omogeneità imposta da un
imperativo inevitabile, oggettivo, affiora alla fine sotto forma di nazionalismo. Tutte le società
industriali derivano da una società agricola e, quest'ultima, non è affatto favorevole al principio
nazionalista, alla convergenza di unità culturali e politiche, all'omogeneità e al tipo di cultura
trasmessa dalla scuola che predominano all'interno di ciascuna unità politica. Stando così le cose,
l'età di transizione all'industrialismo doveva essere anche un'età di nazionalismo, un periodo di
turbolento riassetto, in cui sia i confini culturali che quelli politici venivano modificati in modo da
soddisfare il nuovo imperativo nazionalista che ora, per la prima volta, si faceva sentire.
Naturalmente questo periodo storico non poteva essere privo di conflitti e violenza: i fatti storici lo
confermano.

Nella storia reale gli effetti del nazionalismo si confondono con le conseguenze dell'industrialismo.
Sebbene il nazionalismo sia veramente un effetto dell'organizzazione della società industriale, non è
però l'unico effetto di questa imposizione. Il nazionalismo parrebbe trarre la sua origine dalla
Riforma. Oltre ai legami tra etica protestante ed etica nazionalista, vi sono le conseguenze dirette
dell'industrializzazione stessa. La prima industrializzazione significa esplosione demografica,
rapida urbanizzazione, migrazione di manodopera ed anche penetrazione economica e politica di
un'economia globale e di un'organizzazione politica centralizzata in comunità precedentemente più
o meno chiuse in se stesse. C'è anche un legame tra il nazionalismo e i processi del colonialismo,
dell'imperialismo e della decolonizzazione. L'emergere della società industriale nell'Europa
occidentale ha come conseguenza la virtuale conquista del mondo intero da parte delle potenze
europee e talvolta di popolazioni di coloni europei, la conquista europea del mondo fu portata a
termine da nazioni sempre più interessate al commercio e all'industria e non da una macchina
militaristica né da una moltitudine temporaneamente coesa di membri di tribù. Da questo processo
di conquista le nazioni coinvolte non furono assorbite totalmente. Tra il 1905 e ilo 1960 l'Europa
iniziò il suo inevitabile declino.

È consuetudine rilevare la forza del nazionalismo. È un errore comune derivato dalla semplicità con
cui ha prevalso su altre ideologie moderne. In realtà occorre guardare soprattutto alla sua debolezza.
Il nazionalismo è visto come lo strenuo tentativo di far coincidere cultura e Stato. Ma basti pensare
al fatto che se un qualunque tipo di differenza in alcuni luoghi definisce un nazionalismo e può
generare un potenziale nazionalismo in qualunque altro luogo si trovi un'analoga differenza, allora il
numero dei potenziali nazionalismo aumenta esponenzialmente. L'accusa lanciata contro il
nazionalismo lo descrive come la forza che insiste ad imporre l'omogeneità alle popolazioni che
hanno avuto la sfortuna di cadere sotto il dominio di governi posseduti dall'ideologia nazionalista.
L'assunto alla base di quest'accusa è che i governi non nazionalisti, ad esempio i turchi ottomani,
avevano spremuto i cittadini con le tasse, ma avevano tollerato le diversità di fede e di cultura dei
loto governati. I loro successori terroristi, invece, si battono affinché lingua e cultura non saranno
identiche tra governanti e sottoposti.
Il nazionalismo non è il risveglio di una vecchia forza latente addormentata, anche se è così che si
presenta. In realtà è la conseguenza di una nuova forma di organizzazione sociale, basata su culture
superiori dipendenti dall'educazione e profondamente interiorizzate, protette ciascuna dal proprio
Stato. Il nazionalismo usa alcune delle culture preesistenti, in generale trasformandole nel processo
ma non può evidentemente usarle tutte. Ce ne sono troppe.
Secondo Hegel, la storia reale di una nazione inizia soltanto quando questa acquisisce uno Stato
vero e proprio.

Le culture, come le piante, possono essere suddivise in selvatiche e coltivate. Quelle selvatiche si

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producono e riproducono spontaneamente come parte della vita dell'uomo. Nessuna comunità
manca di sistemi come questi.
Le culture coltivate sono diverse, anche se si sono sviluppate dalle culture selvatiche. Esse
sopravvivono grazie ad un sistema complesso sostenuto da una grande alfabetizzazione e da
personale specializzato.
Nell'età industriale le culture superiori diventano dominanti in un modo diverso rispetto alle culture
superiori nell'era agricola: solo grazie a degli “spazi” specializzati, incaricati di mantenere la cultura
superiore e renderla dominante. Lo spazio per farlo era uno solo, lo Stato.

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V. Che cos'è una nazione?

È il nazionalismo a generare le nazioni, non viceversa.


Il nazionalismo è, sostanzialmente, l'imposizione generale di una cultura superiore ad una società in
cui precedentemente culture inferiori dominavano la vita della maggioranza. Significa la diffusione
generalizzata di una lingua, mediata dalla scuola e controllata a livello accademico, codificata per le
esigenze di comunicazioni tecnologiche e burocratiche ragionevolmente precise. È il
consolidamento di una società impersonale, anonima, che opera in nome di una cultura popolare che
sarebbe esistita in passato.

Esempio di nazionalismo: la Ruritania → da questo esempio emergono due importanti principi di


fissione, determinando l'emergere di nuove unità, quando il mondo industriale con le sue camere di
respirazione culturali isolate si presenta sulla scena della storia. Potrebbe essere chiamato il
principio delle barriere della comunicazione, barriere basate su precedenti culture pre-industriali.
Esso agisce con particolare forza durante il primo periodo dell'industrializzazione. L'altro principio,
altrettanto importante, potrebbe essere chiamato degli inibitori dell'entropia sociale.

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VI. Entropia sociale e uguaglianza nella società industriale

La società agricola ha le sue specializzazioni, i suoi raggruppamenti di rango, dunque una struttura
sociale ben definita. Le sue sub-culture accentuano e rafforzano le differenziazioni culturali e pur
provocando e sottolineando differenze al suo interno, non ostacolano il funzionamento della società
in generale. Il rispetto di esse è l'essenza stessa delle norme che la regolano.
Il passaggio da questa società a quella industriale presenta un certo carattere di entropia.
Nella società industriale le unità operative e territoriali sono ad hoc. La loro componente umana è
fluida e in genere non impegna o coinvolge la lealtà e l'identità dei singoli. Non vi sono genuine
sub-strutture. C'è molto poco nel senso di una qualsiasi organizzazione, effettiva e vincolante, che si
collochi a qualsiasi livello tra l'individuo e la comunità come un tutto unico. La nazione è ora
d'importanza suprema, grazie anche all'accresciuto peso di una cultura comune basata su
un'istruzione universale.
Il sistema educativo diventa una parte cruciale della macchina dello Stato, per poter mantenere
quella lingua e quella cultura comune.
Il ruolo della cultura è quello di cancellare le differenze ed evitare le discriminazioni, non più quello
di accentuarle. Anzi, qualora questo avvenga, è visto come uno scandalo, un guasto nella macchina
educativa dello Stato.

In realtà nella società industriale, in cui la mobilità entropica è essenziale, esistono delle
differenziazioni (tipo bianco, nero, alto, basso) che diventano ostacolo all'entropia. Si vengono a
formare quindi una sottospecie di gruppi, in cui le persone con quelle caratteristiche si uniscono per
differenziarsi dalle persone con altre caratteristiche. Diversamente dalla società agricola, in cui
questo era fondamentale, i tratti resistenti all'entropia rappresentano, per la società industriale, un
problema grave.
L'accesso differenziato alla lingua/cultura del centro economico e politico più avanzato, che è di
ostacolo ai nativi di culture più periferiche e li spinge, insieme ai loro leader, verso un nazionalismo
culturale e alla fine politico, è un esempio di resistenza all'entropia. A questo tipo di resistenza
all'entropia vi sono due soluzioni: un nazionalismo irredentista, in cui i portatori di questa cultura
lotteranno per creare uno Stato in cui la loro cultura sarà dominante, oppure l'assimilazione,
imparando e facendo proprie la vecchia e la vecchia lingua del ceto attualmente dominante. A volte
può essere presa una strada, a volte l'altra o anche entrambe.
Se, per ipotesi, esistessero delle persone azzurre e queste, per puro caso, fossero nella parte bassa
della società, allora tutte le persone non azzurre (la minoranza) che si trovano nello strato sociale
degli azzurri svilupperà nei loro confronti una sorta di sentimento anti-azzurro, un'ostilità di fondo a
cui si aggrapperanno per non essere rilegati anch'essi negli strati bassi della società. Se però alcuni
azzurri, davvero molto bravi, grazie alle loro capacità e al duro lavoro, cominciassero a risalire
lungo la società, occupando dei gradini più alti, nonostante il pregiudizio nei loro riguardi, che ne
sarà di loro? Questi azzurri in ascesa vivranno delle tensioni, un po' come l'esempio dei ruritani in
ascesa. Ma mentre della cultura ruritana è possibile spogliarsi, di questa caratteristica non è
possibile disfarsi. Inoltre i ruritani hanno una base territoriale in cui sono in maggioranza ed ecco,q
uindi, che si presenta a loro un bivio: il nazionalismo irredentista, fondando il grande Stato di
Ruritania in cui la loro cultura e la loro lingua saranno dominanti, oppure l'assimilazione con la
cultura del regno di Megalomania. Gli azzurri, se hanno una base territoriale in cui potranno
tornare, avranno la scelta del nazionalismo irredentista. Ma se questa possibilità non esiste, o se la
base territoriale degli azzurri non è abbastanza grande o abbastanza attraente per attrarre tutti gli
azzurri lontani dalla patria, allora la loro situazione sarà gravissima.
Laddove si manifesta questo ostacolo all'entropia, la società industriale è chiamata ad affrontare una
delle sfide più difficili.
Bisogna specificare che non tutti i tratti genetici possono trasformarsi in un ostacolo all'entropia
sociale. È più facile spogliarsi della propria lingua e della propria cultura che della propria religione
e dei precetti che essa ordina di seguire. Per questo la religione potrebbe rappresentare un'ostacolo

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all'entropia più della cultura.
In Jugoslavia i bosniaci, nel censimento che precedette la guerra, si dichiararono finalmente
musulmani. In questo modo riuscirono finalmente a dotarsi di una propria identità, per distinguersi
dai croati e dai serbi con cui condivideva la lingua. Sebbene parlassero la stessa lingua e avessero
discendenza slava, non potevano definirsi croati, perché questo avrebbe voluto dire dichiararsi
cattolici e non volevano dichiararsi serbi perché avrebbe voluto significare ammettere di essere
ortodossi. E i bosniaci non erano ne l'uno ne l'altro. Mentre, definirsi jugoslavi era troppo generico.
Nel mondo agricolo culture superiori coesistono con culture inferiori ed hanno bisogno di una
chiesa per reggersi. Nel mondo industriale prevalgono le culture superiori ed esse hanno bisogno di
uno Stato, non di una chiesa e di uno Stato ciascuno.
Le culture superiori tendono a diventare le basi di una nuova nazionalità quando prima
dell'emergere del nazionalismo era la religione che definiva con sufficiente esattezza tutti i ceti
meno favoriti distinguendoli da quelli più favoriti, a maggior ragione se i favoriti non avevano
un'altra caratteristica comune esplicita (come la lingua o la storia).

Le società industriali, in breve, sono fortemente egualitarie grazie alla mobilità sociale e alla cultura
omogenea ma, allo stesso tempo, sono fortemente non-egualitarie e racchiudono una tensione
latente acuta. Questa tensione usa come proprio strumento tipico la lingua, i tratti geneticamente
trasmessi (razzismo) e la cultura soltanto.
Sembra che, fra le molte, siano le proprio le culture basate su una fede superiore (dotata di scritture)
a fungere da catalizzatore del malcontento. Vi sono due fasi. Nelle prime fasi
dell'industrializzazione anche tratti salienti delle culture inferiori possono essere presi per
identificare ed unire le minoranze, soprattutto se si tratta di popolazioni numerose e/o compatte.
Nella prima fase c'è una differenza spaventosa tra le possibilità offerte dalla vita ai benestanti e ai
morti di fame. Anche in questo caso il conflitto non diventerà feroce a meno che i meno privilegiati
e gli altri non identificassero se stessi e gli altri in termini culturali, etnici. Me se possono così
distinguersi così gli uni dagli altri, allora è nata una nuova nazione e tale nuova nazione può
organizzarsi intorno ad una nuova cultura superiore o intorno ad una vecchia cultura inferiore. Se
una nuova cultura superiore non è già pronta su un piatto d'argento, allora una vecchia cultura
inferiore sarà presa come una cultura superiore. È questa la rinascita della nazione e della
trasformazione di culture inferiori in culture superiori.
La fase successiva è diversa. Adesso è soltanto una precedente genuina barriera alla mobilità e
all'eguaglianza che, avendo ostacolato una facile identificazione, potrà generare una nuova
frontiera.

Gli islamici nelle società agricole dimostrano che gli islamici non sono propensi ad usare la cultura
per definire le unità politiche e, quindi, non sono nazionaliste. La vaga corporazione degli ulula
degli studiosi-teologi-giuristi, che dominarono moralmente il mondo islamico, era trans-politica e
trans-etnica, non vincolata ad alcuno Stato e ad alcuna nazione. Da parte sua l'Islam popolare dei
santuari e dei sacri lignaggi era sub-etnico e sub-politico, pronto a servire e a rafforzare le vigorose
unità locali di auto-difesa e auto-amministrazione (tribù).
L'islam si divideva, quindi, in una cultura superiore ed una inferiore, confluenti l'una nell'altra, ma
che ogni tanto entravano in conflitto quando i rammentatori ravvivavano il presunto antico zelo
della cultura superiore e univano gli uomini della tribù nell'interessamento della purificazione, del
loro arricchimento e del loro avanzamento politico. Ma i cambiamenti prodotti in questo modo
nell'ordine tradizionale non portavano ad alcun cambiamento culturale, provocavano solo un
avvicendamento nel personale e nessuna modifica nella società.
L'islam era preparato ai tempi moderni (in cui una cultura inferiore veniva assorbita da una
superiore standardizzata, basata sull'educazione) poiché in esso aveva sia una cultura inferiore sia
una cultura superiore. Nel mondo moderno la cultura inferiore può essere indicata dal nemico
colonialista straniero come una corruzione, mentre intorno alla cultura superiore si può cristallizzare
un nuovo nazionalismo. Questo è particolarmente nei seguenti casi:

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1. gruppo linguistico la cui lingua è collegata con quella dell'unica rivelazione;
2. l'intera nazione si identifica con l'Islam ed è circondata da vicini non musulmani (somali,
malesi);
3. quando l'intera popolazione discriminata, pur non linguisticamente omogenea, è musulmana
e si contrappone a detentori privilegiati del potere (Algeria);
4. quando la nazione si definisce abitualmente in termini di setta musulmana e il suo
risentimento è diretto contro una classe dominante occidentalizzata e provocatoriamente
secolarizzata e contro gli stranieri non musulmani 8Iran).

Il prezzo che le culture superiori pagano per diventare l'idioma di intere nazioni territoriali, invece
di appartenere a una casta di chierici soltanto, è di diventare secolarizzate: esse si spogliano di ogni
pretesa assolutistica e conoscitiva e non si legano più ad una dottrina. La Spagna è stata una delle
più tardive eccezioni in proposito perché ha conservato fino a tempi assai recenti un regime
nazionalista che incorporava l'appoggio alle pretese assolutiste della Chiesa cattolica nella propria
immagine di nazione.
Se in Europa occidentale l'industrializzazione fosse cominciata con l'alto medioevo, prima dello
sviluppo delle letterature dialettali, vi sarebbe chiaramente stata la prospettiva di un nazionalismo
latino, o forse romanzo, guidato dall'intellighenzia, anziché i nazionalismi relativamente più locali
che alla fine si cristallizzarono, secolarizzando non più una cultura superiore trans-politica e gestita
da una casta di chierici, ma una cultura metà di chierici e metà di cortigiani. Se tutto ciò fosse
avvenuto più presto sarebbe stato verosimili un nazionalismo pan-romanzo come lo fu poi il pan-
slavismo del XIX secolo o il nazionalismo pan-arabo de XX, che si svilupparono entrambi anche
sulla base di una cultura superiore letterata comune, che coesisteva con enormi differenze a livello
inferiore e popolare.
L'islam è in questa condizione e conosce simultaneamente un certo numero di trasformazioni.
L'islam potrebbe essere definito come la riforma permanente. Una delle sue molteplici autorifrome
coincise con l'avvento del nazionalismo arabo moderno. L'islam era stato un Giano bifronte nell'età
agricola: una parte della popolazione ed un'altra parte dell'intellighenzia, letterata, basata sulla
moralità ed è questa che divenne poi la cultura superiore.
I nazionalismi dell'Africa a sud del Sahara sono interessanti perché nascono in modo opposto
all'Islam: spesso non perpetuano/inventano una cultura locale superiore, né elevano la cultura
popolare di un tempo a una nuova cultura letterata. Essi continuano ad utilizzare una cultura
superiore straniera, europea. L'Africa nera ha ereditato dal periodo coloniale dei confini tracciati
senza il minimo rispetto dei confini etnici o culturali. Il nazionalismo africano appartiene al tipo che
ha ostacoli diversi da quelli della comunicazione, cioè di tipo anti-entropico. L'intellighenzia
africana è esclusa dai centri di potere a causa di una qualità. Il colore. Essi sono uniti da una
comune esclusione, non da una comune cultura. Questa situazione era perfetta per le società
agricole, ma gli europei qui andavano per costruire società industrializzate e gli ostacoli all'entropia
non fanno funzionare bene queste società. Quei gruppi etnici africani che si erano legati ad una
cultura superiore letterata attraverso la conversione all'islam o al cristianesimo, si trovarono meglio
preparati degli altri a sviluppare un nazionalismo efficiente. Il Corno d'Africa, luogo in cui queste
due religioni si sono scontrate senza mai prevalere sull'altra, rappresenta il miglior esempio di
nazionalismo classico. Gli oromo erano un gruppo etnico che non riuscì a tenere testa né ai somali
né agli etiopi che agivano con il fucile e la bibbia. Gli oromo andavano quindi visti come degli
adami ed eve cui era stata rifiutata la mela dell'etnicità e che conoscevano solo l'organizzazione per
gruppi di età. Se fossero stati incorporati nello Stato amharico (etiopi), i loro capi sarebbero
diventati i suoi funzionari e alla fine si sarebbero trasformati in cristiani ed amhara, se invece
fossero stati assorbiti dalla sfera somala, l'islamizzazione nel nome del culto dei grandi santi locali
avrebbe infine significato la loro somalizzazione.
Quello dei somali è un caso interessante perché, come i curdi, è esempio di commistione del
vecchio tribalismo basato sulla struttura sociale con il nuovo nazionalismo anonimo basato sulla
cultura comune. Il senso di affiliazione per linguaggio è forte e radicato ed è importante per capire

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la politica interna. I somali posseggono una cultura comune che quando è dotata di un proprio Stato,
può assicurare a ciascun somalo l'accesso alla pubblica amministrazione secondo criteri accettabili.
Nonostante questo i somali continuano a fare i pastori, ignorando i diritti di pascolo e continuando a
conservare i reciproci legami di parentela che non sembrano del tutto dimenticati nel dare e avere
della vita politica.
In gran parte dei casi il richiamo della nuo9va etnicità trasmessa dall'educazione nasce dal gioco di
due forze contrastanti: l'attrattiva delle nuove possibilità d'impiego e la repulsione suscitata
dall'erosione dei vecchi gruppi di parentela che davano sicurezza. La persistenza di forme di vita
pastorali e certi tipi di migrazione di manodopera e di attività commerciali possono favorire la
sopravvivenza nel mondo moderno di vaste organizzazioni parentali. Quando ciò accade abbiamo
una giustapposizione di lealtà tribale alla struttura e di lealtà nazionale alla cultura (ad una cultura
letterata). Il generale emergere della modernità si incentrava sull'erosione delle molteplici piccole
organizzazioni, vincolate a livello locale e sulla loro sostituzione con culture mobili, anonime,
letterate, in grado di offrire identità. È questa condizione che ha reso il nazionalismo diffuso e
normativo. Questo non è comunque contraddetto dalla occasionale sovrapposizione di entrambi
questi due tipi di lealtà, dall'uso occasionale di vincoli parentali per una specie di adeguamento
parziale, parassitario, interstiziale al nuovo ordine. L'industria moderna può essere paternalistica e
nepotistica al vertice, ma non può reclutare le unità produttive sulla base di criteri territoriali o di
parentela, come la società tribale.
Il tribalismo, però, non prospera mai, in quanto se prospera, tutti lo rispetteranno come vero
nazionalismo e nessuno oserà chiamarlo tribalismo.

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VII. Una tipologia del nazionalismo

Per classificare i nazionalismi bisogna anzitutto prendere in considerazione il potere che, nella
società moderna, non può mai mancare, poiché è una società centralizzata in cui il monopolio
dell'uso legittimo della forza lo detiene solo lo Stato. Il potere ci aiuta a distinguere anzitutto tra chi
detiene il potere e il resto dei cittadini, il quale ci aiuterà poi a trovare i diversi tipi di nazionalismo.
Il successivo elemento da considerare è l'accesso all'istruzione e ad una cultura moderna e vitale.
Per quanto riguarda l'istruzione non esiste una distinzione base come quella nel potere: non si può
classificare semplicemente chi la detiene e chi no.
Per quanto riguarda il potere vi sono quattro possibilità per quanto riguarda l'accesso all'istruzione:
1. soltanto i detentori hanno l'accesso all'istruzione;
2. sia i detentori del potere sia il resto dei cittadini ha accesso all'istruzione;
3. soltanto gli altri cittadini hanno accesso all'istruzione (situazione altamente inverosimile);
4. nessuna delle due parti ha accesso all'istruzione.
Le quattro possibilità di cui sopra corrispondono a situazioni storiche realistiche. La situazione 1)
equivale al primo industrialismo. Il resto dei cittadini corrisponde al primo proletariato. La
situazione 2) corrisponde all'industrialismo maturo come è realmente: persiste una ineguaglianza di
potere, ma sono pressoché azzerate le differenze culturali, educative e di stile di vita. La situazione
3), quella paradossale, corrisponde alla società agricola tradizionale, in cui comincia a nascere un
certo gruppo di accumulatori (descritti da Weber nel suo saggio sulla nascita del capitalismo) che si
trovano avvantaggiati nel primo industrialismo. La situazione 4) è tipica delle società agricole
stagnanti, in cui nessuno è in grado e vuole svoltare. È una situazione tetragona all'industrialismo,
in cui regnano ostentazione, superstizione, alcolismo ecc.
non è ancora stato introdotto, in questo modello, l'elemento più importante: l'identità o la diversità
della cultura.
Se sovrapponiamo l'ulteriore opposizione binaria “unità culturale/dualità culturale” alle quattro
ipotesi già enunciate, otteniamo otto possibili situazioni.

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La linea 1 corrisponde all'industrialismo classico, dove sia il potere sia l'accesso all'istruzione sono
nelle mani dei pochi che detengono il potere, ma coloro che non detengono il potere non si
differenziano culturalmente e quindi, alla fine non accade nulla. Il conflitto e la catastrofe previste
dal marxismo non si verificano. La linea 3 corrisponde all'industrialismo maturo, con l'accesso
generalizzato all'istruzione e l'assenza di differenza culturale e, anche qui, non dobbiamo aspettarci
conflitto. La linea 3 potrebbe anche rappresentare il futuro dell'umanità dopo la consumazione
generale dell'industrialismo, quando l'avere la stessa cultura sarà più importante che parlare la stessa
lingua. Anche la linea 5 non genera alcun problema di tipo nazionalista. Un piccolo gruppo è
avvantaggiato dal punto di vista economico ed educativo, ma essendo indistinguibile dal resto della
massa non genera conflitti. Anche le linee 7 e 8 sono esenti dalle problematiche nazionaliste per
motivi diversi: perché non s'impone il problema dell'accesso ad una nuova cultura superiore. La
linea 8 è tipica del mondo agricolo: esiste una divisione culturale, che permette una divisione di
rango ed allontana le tensioni. Nella linea 7 non esiste questo problema.

La linea 2 potrebbe essere definita la classica forma asburgica (punti est e sud) del nazionalismo. I
detentori del potere hanno accesso privilegiato alla cultura superiore che poi, in effetti, è la loro.
Quelli che non hanno il potere sono privati anche dell'istruzione. Questi gruppi condividono culture
popolari che, con grandissimo sforzo, possono diventare culture superiori antagoniste. A compiere
lo sforzo, con la propaganda ecc, sono gli intellettuali risvegliatori del gruppo etnico e, alla fine,
questo gruppo creerà uno Stato suo proprio, con il compito di sostenere e proteggere la cultura
appena nata o rinata. Ne risulterà una situazione di immediato e immenso vantaggio per questi
intellettuali e qualche vantaggio lo otterrà anche chi parla la lingua della nuova cultura, anche se
avrebbero potuto ottenerlo anche assimilandosi alla vecchia cultura superiore. Quelli che non

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parlano la lingua della nuova cultura si trovano in una situazione in cui devono scegliere tra
assimilazione, slancio irredentistico, sgradevole status di minoranza o liquidazione fisica. Questo
nazionalismo è diverso dal punto 4, il nazionalismo unificatore, tipico dell'Italia e della Germania.
Entrambi avevano due culture superiori che, però, erano inferiori rispetto ai paesi dominanti
(Francia per tedeschi ed Austria per italiani). Occorreva correggere l'ineguaglianza di potere e
l'assenza di un tetto politico sopra la cultura, ma il risorgimento e l'unificazione tedesca riuscirono a
farlo. Plamenatz chiamò i due tipi di nazionalismo in due modi: quello unificatore, occidentale;
quello classico asburgico, orientale. Il nazionalismo orientale era tipico dei Balcani. Egli vide il
nazionalismo occidentale come un nazionalismo benigno, mentre opposto era l'orientale.
La logica alla base è semplice: i nazionalismi occidentali, quelli benigni, agivano in difesa di
culture superiori perfettamente sviluppate, normativamente centralizzate e dotate di un seguito
popolare abbastanza ben definito: tutto quel che ci voleva era un aggiustamento della situazione
politica e dei confini internazionali, in modo da assicurare a queste culture, ai loro seguaci e a chi ne
parlava la lingua, una protezione ed un sostegno simili a quelli che già godevano le culture loro
antagoniste. Nel nazionalismo orientale sono state necessarie diplomazia e battaglie quanto quello
occidentale, ma la questione non si esaurì tutta in tali termini. Questo tipo di nazionalismo non
operò in difesa di una cultura superiore codificata già esistente e ben definita. Questo nazionalismo
scese in campo a sostegno di una cultura superiore non ancora cristallizzata, una cultura superiore
che aspirava semplicemente all'esistenza ed era ancora in formazione. Stabilì il suo predominio, o
almeno tentò, in feroce contrasto con i suoi antagonisti su una caotica mappa etnografica di molti
dialetti, con lealtà storiche o linguo-genetiche ambigue e che conteneva popolazioni che avevano
appena cominciato ad identificarsi con queste emergenti culture superiori nazionali. Le condizioni
oggettive del mondo moderno le avrebbero costrette, a suo tempo, a identificarsi con una di queste
culture. Ma fino a che questo non fosse accaduto, tali popolazioni mancarono della base culturale
ben definita che invece avevano le loro omologhe italiana e tedesca. Queste popolazioni balcaniche
erano ancora rinchiuse nelle complesse e molteplici lealtà della parentela, del territorio e della
religione. Per renderle conformi alle sue esigenze l'imperativo nazionalismo dovette impegnarsi in
una vigorosa operazione di ingegneria culturale. In molti casi avrebbe dovuto affrontare scambi o
espulsioni di popolazioni, una assimilazione più o meno violenta e talvolta arrivare a liquidazioni
per arrivare alla stretta relazione tra Stato e cultura che è l'essenza del nazionalismo.

Una terza variante del nazionalismo è quello della diaspora. Prima dell'avvento della società mobile,
era preferibile che posti di lavoro in cui, per esempio si dovessero maneggiare grosse somme,
andassero ad una parte della popolazione emarginata, poiché non avrebbero potuto utilizzare il
potere che ne derivava a proprio vantaggio. Nelle condizioni create dalla modernizzazione, i gruppi
minoritari perdono le loro limitazioni, ma anche il loro monopolio e le relative protezioni. La loro
attitudine e la pregressa esperienza li mettono in condizione di spiccare sugli altri nell'economia
aperta. Questa esperienza, però, che li rende più adatti al nuovo sistema è caratterizzata da una
tradizione di impotenza politica e di rinuncia al diritto comunitario di autodifesa. Inoltre questa
minoranza è dispersa in una varietà di centri urbani e manca di una compatta base territoriale,
propria e difendibile (è il caso di ebrei, armeni, greci e parsi). Le disastrose conseguenze, in
circostanze moderne, della congiunzione di superiorità economica e di identificabilità culturale con
un'obiettiva debolezza politica e militare vanno dal genocidio all'espulsione. La minoranza ha
davanti a sè alcune scelte: o si fa assimilare, può tentare di abbandonare la sua specializzazione e il
suo status minoritario creando uno Stato suo proprio, ma non esisteva una base territoriale univoca
ed unica. Allora il principale problema, per questi tipi di nazionalismo diventa l'acquisizione di un
territorio. Le popolazioni della diaspora che non scelgono il nazionalismo si trovano dinnanzi a
conseguenze gravissime.

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VIII. Il futuro del nazionalismo

Il mondo industriale, a differenza di quello agricolo, è formato da una grande mobilità sociale, anzi,
è basato su essa. I confini della cultura e dello Stato coincidono, si potrebbe quasi dire che la
politica diventa il confine politico naturale. Affermare questo, però, non significa ridurre il
nazionalismo ad una mera ansia circa le prospettive di mobilità sociale. La cultura superiore
letterata è, per i più, il miglior investimento. È emerso un mondo in cui l'imperativo nazionalista è
soddisfatto, grazie alla corrispondenza tra cultura e società-Stato. Il soddisfacimento dell'imperativo
nazionalista non è stato la causa preliminare dello sviluppo dell'industrialismo, ma solo la sua
conseguenza.
La prima fase dell'industrialismo, quella del primo sviluppo, è stata la più violenta perché si sono
sovrapposte numerose diseguaglianze e, quando queste diseguaglianze coincidevano con quelle
culturali od etniche, allora le nuove unità emergenti erano spinte a porsi sotto bandiere etniche.
Come investe il mondo, la grande ondata di modernizzazione porta ogni individuo a sentirsi
ingiustamente maltrattato, identificando i colpevoli in un'altra nazione. Se egli riesce a identificare
un certo numero di vittime come lui, che appartengono alla stessa nazione, allora nasce un
nazionalismo. Se questo nazionalismo riesce a prevalere, e non tutti riescono, allora nasce una
nazione.
Lo Stato nazionalista è il protettore non solo di una cultura, ma spesso anche di una nuova
economia ancora piuttosto fragile.
La fase più acuta del nazionalismo corrisponde alla fase iniziale dell'industrialismo, in cui le
diseguaglianze escono e si fanno molto palesi e chiare. Con lo sviluppo dell'industrialismo le
diseguaglianze si attenuano e, così, anche il nazionalismo.

Potremmo descrivere le differenze tra le tre società (cacciatori-raccoglitori; agricola; industriale) in


termini di rinvio del proprio soddisfacimento: nella prima non c'era nessun rinvio, nella seconda
c'era un breve rinvio, nella terza c'è un rinvio perenne).
Nell'età industriale sopravvivono solo le culture superiori, mentre quelle inferiori sopravvivono
artificiosamente grazie alle associazioni di protezione del folclore. Tutte le culture superiori dell'età
industriale hanno la stessa base comune e, quindi, possono sovrapporsi in modo semplice. Se tutti
facessero come gli intellettuali, che si muovono da una cultura all'altra senza problemi e pregiudizi,
allora cesserebbero tutte le tensioni nazionalistiche. Tuttavia è molto difficile che due culture
superiori convivano senza problemi sotto lo stesso tetto centralizzato. Per questo è molto probabile
che, in fondo, il nazionalismo non arriverà mai alla sua fine, tutt'al più perderà i caratteri di criticità
estrema. La società industriale matura non genera più quegli abissi sociali profondi che potevano
poi essere attivati dalla etnicità. Continuerà certo ad affrontare difficoltà, talvolta tragiche, suscitate
da tratti anti-entropici, come la razza, che contraddistinguono vistosamente il suo palese
egualitarismo.

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IX. Nazionalismo e ideologia

generalmente l'ideologia nazionalista risente di una falsa credenza. I suoi miti rovesciano la realtà:
essa sostiene di difendere la cultura popolare, mentre di fatto inventa una nuova cultura superiore,
pretende di proteggere un'antica società popolare mentre di fatto crea un'anonima società di massa.
Il nazionalismo predica e difende la comunità, predica e difende la diversità culturale, mentre di
fatto impone l'omogeneità sia all'interno delle unità politiche sia, in misura minore, tra le unità
politiche stesse.
Alcune teorie sul nazionalismo:
1. è un fenomeno naturale ovvio e si auto-rigenera. Se non c'è, l'assenza è sicuramente dovuta
ad una vigorosa repressione;
2. è una conseguenza artificiosa di idee che non c'è mai stato bisogno di formulare, e la sua
comparsa è dovuto ad un increscioso incidente. La vita politica, anche in società industriali,
potrebbe benissimo farne a meno;
3. teoria dell'indirizzo sbagliato, favorita dal marxismo → il messaggio del risveglio era
destinato alle classi, ma per qualche terribile disguido è stato consegnato alle nazioni. Gli
attivisti devono ora consegnare il messaggio ai legittimi destinatari, ma il rifiuto di entrambi
i destinatari provoca grande irritazione negli attivisti;
4. divinità delle tenebre → il nazionalismo è il riemergere delle forze ataviche del sangue e del
suolo. Questa opzione è spesso condivisa sia da chi ama sia da chi odia il nazionalismo. I
primi pensano che queste forze oscure siano portatrici di vita, i secondi di barbarie. Ma i
crimini compiuti dall'uomo del nazionalismo non sono diversi dai crimini compiuti in altre
epoche, sono solo più scioccanti perché più vistose e compiuti con mezzi tecnologici più
avanzati.
Nessuna di queste teorie è sostenibile.

È più offensiva una violazione nei confronti di una popolazione con un'unica nazione (quindi una
sola cultura in un determinato ed unico territorio) rispetto alla stessa violazione (nazione non
coincide con cultura) rispetto a due più nazioni dalla stessa cultura ma separate da una grande
distanza fisica (è il caso del regno unito e della Nuova Zelanda, separate da milioni di chilometri,
ma identiche a livello culturale). L'unione di due nazioni di questo genere, se è vantaggiosa per la
nazione stessa, non è vantaggiosa per la popolazione, che vedrà ridursi i posti di prestigio, poiché il
numero di posti resta uguale, ma la popolazione aumenta.

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X. Conclusione

Il nazionalismo è una specie tutta particolare di patriottismo, una specie che diventa dominante e
pervasiva solo in determinate condizioni sociali, che di fatto prevalgono nel mondo moderno e da
nessun'altra parte. Il nazionalismo come forma di patriottismo si distingue per alcuni tratti molto
importanti: le unità che il nazionalismo favorisce con la sua lealtà sono culturalmente omogenee,
basate su una cultura che cerca in tutti i modi di diventare una cultura superiore (letterata), esse
sono abbastanza grandi da alimentare la speranza di essere in grado di sostenere un sistema
educativo, capace di provvedere al mantenimento di una cultura letterata, sono scarsamente fornite
di sotto-gruppi interni rigidi, la loro popolazione è fluida, anonima, mobile e non ha bisogno di
intermediari. Gli individui appartengono a queste unità direttamente, in virtù della loro
appartenenza culturale, e non per l'appartenenza ad un sotto-gruppo inserito l'uno nell'altro.

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