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InStoria - Sulla mafia http://www.instoria.it/home/Sulla_mafia.

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. [ISSN 1974-028X]

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> Storia Contemporanea
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N. 21 - Febbraio 2007
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SULLA MAFIA
. Le origini del fenomeno mafioso
di Matteo Liberti
.

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“Mafia è parola che dalla metà dell’ottocento a oggi ritorna di continuo […]. Si tratta
. però di un termine polisemico […]. E’ difficile individuare un argomento, una tipologia o
GBE EDITA E PUBBLICA:
successione di fenomeni tra loro omogenei da raccogliere sotto la voce mafia; ed è .

altrettanto difficile sfuggire all’impressione che sia proprio questa latitudine e - Archeologia e Storia
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indeterminatezza dei campi di applicazione a farne la fortuna”. (Salvatore Lupo, Storia - Architettura
della mafia: dalle origini ai giorni nostri). .

- Edizioni d’Arte
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- Libri fotografici
Cominciamo dalla parola. .

. Cosa significa e quando nasce il termine Mafia? - Poesia


.

- Ristampe Anastatiche
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Secondo alcuni, la parola Mafia può derivare dal grido di battaglia adottato da alcuni - Saggi inediti
. gruppi di ribelli durante i vespri siciliani del 1282 a Palermo, col significato esteso di .

Morte alla Francia Italia Anela... Altri definiscono invece il termine con etimologiche .

diverse, più o meno verificabili e realistiche. C’è chi lo fa derivare dalla parola araba
Ma-Hias (traducibile con spacconeria), o da Mu’afak (protezione dei deboli).
EXTEMPORANEA
Secondo altri il termine deriva invece da una parola di origine toscana, Mafia, miseria.

L'espressione diventa comunque di uso corrente col il dramma di Giuseppe Rizzotto e


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Getano Mosca I mafiusi de la Vicaria, scritto nel 1863. In questa opera il mafioso è il
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camorrista, l’uomo d’onore che, insieme ad altri, si contrappone alle istituzione
osteggiando coraggio e superiorità.

Nell’aprile del 1865 della mafia, o associazione malandrinesca, fa menzione un


documento riservato, firmato dal prefetto di Palermo Filippo Gualterio, e già nel 1871 la InStoria.it
legge di pubblica sicurezza si riferisce a... “oziosi, vagabondi, mafiosi e sospetti in
genere”.
by FreeFind
La fortuna del termine era nata.

Il fenomeno mafioso, è bene dirlo, si è caratterizzato nel tempo come un fenomeno non
esclusivamente italico, sebbene ciò è quel che la maggior parte delle persone si figura,
se non altro ad un livello simbolico, ben esistendo anche una mafia giapponese,
colombiana, russa, turca o americana...

“Passa solo un ventennio e la parola mafia compare anche sulla sponda statunitense, a
definire una misteriosa organizzazione, fatta risalire a periodi antichissimi […]”.

La storia della mafia è tortuosa, ma in molti vi vedono l’origine prima in una sorta di
associazioni o comunità (spesso di sangue) volte all’aiuto e alla solidarietà verso i deboli
ed i meno fortunati e strutturalmente legate ai latifondi.

I metodi usati per questa protezione privata erano spesso, come del resto oggi, illegali.
La differenza tra la mafia dei primi giorni e quella attuale si riscontra nel fatto che, tra la
fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, i mafiosi usavano questi metodi
illeciti per aiutare le proprie famiglie e gli sventurati, mentre negli anni a venire, l’abuso
si è esteso attraverso attività certamente non domestiche, arrivando a coinvolgere, in
un duello a volte assai ambiguo, lo stesso elemento statale.
Anche gli atteggiamenti esteriori, le tradizioni di rispetto, cultura, famiglia, onore,
segreto, tipiche di qualche decennio fa (e per le quali si doveva combattere in privato,
fuori dalla gestione dello Stato e dalle sue leggi), hanno lasciato il passo ad una nuova
generazione (se il termine può essere appropriato) di mafiosi come semplici criminali
organizzati, dove omicidio, furto e slealtà non sono più regolati da antiche regole
d’onore, ma si presentano in maniera più anarchica e spietata.
Fine ultimo: denaro e potere.

Secondo altri, invece, questa differenza con il passato è si esistente, ma non così netta.
Molti mafiosi siciliani e italo-americani continuano a dichiarare, ad esempio, la loro
ostilità alla droga (distruttrice dei legami socio-culturali della comunità) anche quando
sono presi con le mani nel sacco del narcotraffico… “E’ evidente che nel fenomeno esiste
una continuità molto più forte”.

Una tra le maggiori differenze tra questo tipo di società mafiosa ed una società normale,

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si può sicuramente rilevare nel sistema della giustizia.

Nella nostra società, noi siamo in grado (forse non sempre) di citare in giudizio
chiunque, pur per una ragionevole causa. Non è così all’interno delle società mafiose.
Come potrebbe un mafioso portare qualcuno in giudizio per non aver pagato il pizzo, un
debito di gioco o una partita di eroina? E’ qui che interviene, giustificando la sua
funzione, quella punizione di cui si parlava in precedenza… Il fatto che la mafia voglia
essere un sistema giuridico non significa però che essa riesca a regolamentare
veramente le relazioni al suo interno e quelle all’esterno di se.

Il bellum omnium contra omnem che si cerca di evitare incombe sempre, in maniera
tragica e violenta…

Si cerca di evitare o di vendicare la violenza attraverso la violenza; si costruisce una


società ed un sistema giuridico alternativo pur rimanendo al di fuori di qualsiasi etica
(se non presunta) di giustizia. In questa contraddizione si può certamente inquadrare la
discontinuità maggiore nella storia secolare della mafia, particolarmente la siciliana, la
quale a partire dal 1979 si è resa protagonista di una feroce escalation terroristica a
danno di magistrati, poliziotti, politici onesti e politici collusi, rompendo con il proprio
passato di “prudente mimetismo all’ombra di poteri sociali e istituzionali verso i quali
era opportuno e usuale un atteggiamento di collaborazione e che venivano sentiti come
indissolubilmente superiori rispetto a sé”. Questa linea aggressiva ed eccezionalmente
violenta ha distinto negli ultimi anni la mafia da ogni altro tipo di criminalità, almeno in
Italia.

La società che noi chiamiamo Mafia si è sviluppata in maniera drastica, evolvendosi ed


adattandosi elasticamente ai nuovi contesti della storia, promuovendo se stessa,
violentemente, come una società dentro la società.
Per quanto riguarda il nostro paese, la mafia siciliana è stata distinta nel tempo dalla
criminalità locale campana, detta Camorra e da quella della vicina Calabria, detta, con
terminologia recente, ‘ndrangheta. Elemento fondamentale nella storia della mafia,
volendosela figurare come un organo malato, è quello della sua interazione con
l’organismo che la ospita: questa società sotterranea, nella sua dialettica con lo Stato, si
ritrova spesso nel ruolo di interlocutrice, piuttosto che di avversaria.

Scriveva nei primi del novecento il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi: “i caporioni
della mafia stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li
proteggono e li difendono per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi”.

Ma dove e quando nasce esattamente il fenomeno mafioso?

Il contesto utile da richiamare alla mente è quello dell’ottocento pre-unitario, nel quale
nasce anche il concetto di camorra. L’abolizione del sistema feudale, decretata nell’isola
nel 1812 con modalità differenti dalla legge per il Mezzogiorno continentale del 1906
(poi completata negli anni trenta), demolisce alcuni dei quadri fondamentali dell’ancien
régime...

E’ questo il momento in cui si avvia quel processo di democratizzazione della violenza


con cui il diritto all’uso della forza, prima nelle mani dell’aristocrazia, si trasferisce
legalmente allo Stato, rimanendo però materialmente nelle mani dei privati,
coinvolgendo sempre nuovi gruppi sociali al di là di ogni rigida gerarchia di ordini o di
classi.

Tra i membri delle élites paesane si reclutano gli affittuari, i gabellotti, e gli
amministratori delle miniere, dei latifondi, degli orti, i quali, nel corso dell’ottocento
(anche dopo l’unità nazionale), cercano di raccogliere la successione dell’aristocrazia ex
feudale che gradualmente allenta la sua presa sulle campagne isolane, frazionando e
ridistribuendo, insieme ai propri beni, il proprio potere sociale.

Si formano, su questo humus, delle vere organizzazioni locali, spesso legate a famiglie
più importanti, ma anche ben inserite nel fenomeno ottocentesco dell’associazionismo
popolare. Quel che ne emerge è spesso qualcosa che somiglia ad una rete di sette
semi-segrete, con fini a volta cospiratoti. Più volte, peraltro, si vedranno le varie cosche
intrecciarsi con istituzioni più o meno formalizzate, come i fasci siciliani, le cooperative
agricole o le antiche confraternite. La zona maggiormente contaminata da questo
genere di rapporti è quella della Sicilia occidentale, con riferimenti estremi Palermo ed
Agrigento.

I proprietari di latifondi e miniere (particolarmente diffuse ed importanti quelle di zolfo),


o gli stessi picconieri associati tra loro, altro non erano che piccoli imprenditori per quali
la capacità di usare la violenza costituiva una fondamentale qualità professionale, uno
strumento del mestiere. Estremamente utile per regolamentare la concorrenza tra i
partiti che si contendevano l’esercizio delle vene minerarie.

Al fondo delle sbandierate fratellanze e solidarietà nei rapporti, secondo il giudizio di


Luigi Pirandello, non vi era alcun tipo di socialismo salvifico destinato all’avvento della
modernità, ma solo profondi arcaismi, utili a consolidare il meccanismo mafioso, che
iniziava a funzionare secondo la semplice logica di protezione-estorsione.

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I modelli di organizzazione mafiosa iniziano a circolare su scala interprovinciale già sul


finire degli anni settanta dell’ottocento. I principali nuclei di irradiazione del fenomeno
sono i paesi dell’Agrigentino, pur rimanendo il punto di riferimento Palermo. E’ da qui
che la nuova aristocrazia ottocentesca domina la proprietà fondiaria della parte
occidentale della Sicilia e controlla il mercato degli affitti e degli appalti delle miniere.

Sono i primi anni dell’Italia unita, la nuova classe dirigente unitaria, quella piemontese,
nel tentativo di unificare l’economia del paese, ebbe il grave compito di mettere
assieme i tasselli di un puzzle all’epoca in componibile. Tra i vari tasselli, quello siciliano
era il più ostico da affrontare. La struttura sociale siciliana si modificò, ma non per unirsi
ed amalgamarsi con la nuova istituzione, bensì per ri-organizzarsi in maniera autonoma
e per questo costantemente nel limbo dell’illegalità. La logica della protezione ebbe la
meglio su quella statale.

Oltre che sfortunato, il governo centrale fu anche certamente colpevole, perché restio
alla messa in atto di una efficace azione repressiva; non solo, ma i casi di accordo tra
rappresentanti dello stato e mafiosi in ambito locale, grazie al quale i primi si
assicuravano il consenso elettorale della gente, mentre i secondi ottenevano in cambio
ulteriore protezione dallo stato e infiltrazione nello stesso (come la possibilità di incidere
sulle finanze dei comuni o sulle forze di polizia condizionandone l'attività investigativa)
divennero sempre più frequenti. Il ricorso che si fece poi ad alcune cosche mafiose per
combattere il fenomeno del brigantaggio, consentì l’ulteriore penetrazione mafiosa nelle
istituzioni legali…

I primi attacchi al potere mafioso furono probabilmente quelli sferrati durante il periodo
fascista.
La campagna repressiva contro la mafia iniziò intorno al 1925, dopo un viaggio del Duce
in Sicilia. Lì fu inviato il prefetto Cesare Mori, che si stabilì a Palermo il 22 di ottobre. Il
suo soprannome divenne presto quello di prefetto di ferro. Il piano di intervento doveva
essere sia repressivo che di ricostruzione sociale. L’azione del Mori fu a suo modo
brutale: vi fu un massiccio ricorso a misure poliziesche che andarono dal confino alla
confisca del patrimonio, volendo sradicare i mafiosi dai territori da loro controllati,
screditandone allo stesso tempo il prestigio acquisito presso le varie comunità.

Dal punto di vista sociale si cercò di limare il peso acquisito dal ceto intermedio dei
gabellotti e dei campirei, iniziando con l’affidamento dei compiti di mediazione e
rappresentanza a specifici organi burocratici. Senza alcun riguardo per il fenomeno
mafioso nella sua interezza, l'azione di Mori mirò fondamentalmente ad ottenere una
cifra cospicua di condanne da poter riportare al Duce quale prova del successo ottenuto
con l’operazione. Furono decine e decine gli uomini arrestati e spesso condannati a
seguito di processi sommari, come accadde al boss Don Vito Cascio Ferro, incarcerato
pur in totale assenza di prove. Lo Stato cercava di riservarsi finalmente le funzioni di
protezione e di regolamentazione economica, prima perseguitando l’elemento mafioso,
poi tentando di renderlo superfluo.

Dopo il verificarsi di alcuni arresti eclatanti di noti capimafia, a molti mafiosi non
restarono che due alternative: l’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America (in seguito
verrà approfondito questo aspetto) o l’ingresso ufficiale nel partito fascista. Il prefetto di
ferro riconobbe però i veri limiti della sua azione qualche tempo più tardi, quando,
nominato senatore del regno per la sua iniziativa contro la mafia, riconobbe che spesso
l’accusa di mafioso veniva avanzata per compiere vendette e colpire individui
totalmente innocenti o comunque che nulla avevano a che vedere con la stessa mafia.

Da sottolineare anche che i mezzi brutali utilizzati dalle forze di polizia nelle tante azioni
condotte per combattere il fenomeno mafioso, portarono spesso ad un progressivo
aumento della sfiducia da parte della popolazione, della gente, nei confronti dello Stato,
gettando così nuove basi per una rinascita della mafia stessa, che dello scontento
popolare sapeva ben fare un suo punto di forza.

Durante il secondo conflitto mondiale, una buona mano al ritorno al potere della mafia
in Sicilia fu dato dagli americani. Numerosi boss di origine italiana, incarcerati negli Stati
Uniti, vennero contattati dalla CIA e, con la promessa della libertà, impiegati per
favorire gli Alleati nel controllo dell’isola. Con loro vennero contattati pure boss locali.
Ed il fenomeno mafioso iniziò a riprendersi dalle bastonate inflitte dal Mori.

Con la caduta di Mussolini e la fine del conflitto, la mafia, come per magia, iniziò a
riapparire, anche se qualche segno di vita lo aveva già dato prima dello sbarco alleato
del luglio 1943. Fu però dopo la fine dei combattimenti nell’isola che il perduto credito
fu ritrovato. In molti tornarono dall’america, dove nel frattempo era sorta l’Unione
Siciliana, ed in molti contribuirono alla riemersione del potere mafioso negli anni del
secondo dopoguerra.

Cosa nostra, nata dall’unione siciliana, si confermò multifunzionale ed interclassista,


pronta ad inserirsi abilmente nelle prospettive offerte dal cambio al potere creatosi con
la caduta del regime fascista e l’avvento della prima Repubblica italiana.
Arricchita, inoltre, da una preziosa rete di collegamenti internazionali.

Tra le pieghe di questo fenomeno ve ne è poi un altro opposto, quello della lotta dello
stato contro la mafia…

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Riferimenti bibliografici:

Franchetti, Leopoldo - Condizioni politiche e amm inistrative della Sicilia - Roma - 1992 - IMES
Lupo, Salvatore - Storia della m afia: dalle origini ai giorni nostri - Roma - 2000 - Donzelli
Giuseppe Barone, Form azione e declino di un m onopolio naturale, in Zolfare di Sicilia - Palermo - 1989 - Sellerio
Aroma, Domenico, La m afia, in http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/m _mafia.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Mafia

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 215/2005 DEL 31 MAGGIO]


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