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SOCIETÀ, CULTURA, EDUCAZIONE

La sociologia dell’educazione si occupa principalmente del rapporto tra educazione e società, nello specifico
considera i legami tra i processi educativi e la realtà sociale.

CAPITOLO 1: LA SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE COME SCIENZA DELLE


ISTITUZIONI E DEI PROCESSI FORMATIVI.
GALLINO afferma che l’educazione è il mezzo principale per trasmettere consapevolmente la cultura da una
generazione all’altra. Il pensiero sociologico, da sempre, si è concentrato sul problema educativo.

LE FASI DI SVILUPPO DELLA SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE


Le fasi di sviluppo della sociologia dell’educazione sono:
1° fase, FASE FONDATIVA (1850-1950)
Le problematiche riguardano: a) ritrovamento delle basi dell’ordine sociale;
b) formare il lavoratore;
c) educare il cittadino;
d) formare una nuova classe dirigente, politica ed economica.
Le problematiche poste dal cambiamento sociale mettono in luce la necessità di ricostruire l’ordine e
l’adeguamento della società alle nuove direzioni e ai nuovi ritmi di evoluzione introdotti
dall’industrializzazione.
L’istruzione diventa quindi sempre più importante come veicolo per lo sviluppo equilibrato dei singoli
individui e come collante comune sul piano dei valori e dei modelli di comportamento.
2° fase, RISCOPERTA SOCIALE DELL’EDUCAZIONE (1950-1960)
Le problematiche riguardano: a) sviluppo economico e sociale;
b) istruzione come investimento;
c) legame istruzione-occupazione.
Si delineano con chiarezza la definizione, l’oggetto di studio e i metodi di indagine della sociologia
dell’educazione. La sociologia, attraverso studi e ricerche sul campo, si consoliderà sia sul versante
teorico che su quello empirico relativo alle metodologie e agli strumenti di indagine nei processi
educativi.
3° fase, RIFLESSIONI E RICERCA SUI PROCESSI EDUCATIVI (1970-1980)
Le problematiche riguardano: a) crisi dei sistemi di istruzione;
b) uguaglianza nelle opportunità d’istruzione;
c) significati strumentali ed espressivi di istruzione;
d) legame istruzione-occupazione-mobilità sociale.
A causa dell’incremento dei tassi di scolarizzazione si verifica un surplus di offerta di persone che
studiano per formarsi in una professione che non ha abbastanza sbocchi lavorativi.
4° fase, CONSOLIDAMENTO DELLO STATUTO EPISTEMOLOGICO E METODOLOGICO (1990-2000)
Le problematiche riguardano: a) processi di cambiamento sociale e culturale;
b) multiculturalità;
c) multimedialità;
d) diversità, differenze e disuguaglianze, facendo riferimento anche alla
disabilità;
e) qualità ed equità d’istruzione.
Si passa da un modello di istruzione scuola-centrico ad un modello di policentrismo formativo che
permette di fornire istruzione ed educazione a più attori e in luoghi differenti. Ad esempio l’istruzione
non è più limitata alla scuola ma avviene anche, ad esempio, durante le pratiche sportive scelte per il
tempo libero.

LA SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE IN ITALIA


Nel 1962 viene approvata la legge che istituisce la scuola media unica, obbligatoria e gratuita per tutti.
Nel 1964 a seguito del convegno La scuola e la società italiana in trasformazione, nasce la sociologia
dell’educazione in Italia.
Anni 70, l’istruzione italiana ha subito una forte crisi dovuta, soprattutto, dal passaggio da una scuola d’élite ad
una di massa che ha causato profonde trasformazioni economiche, politiche e culturali.
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Tuttavia, pur considerando che la sociologia dell’educazione è nata in ritardo in Italia, si può
comunque affermare che ha seguito le tendenze internazionali producendo contributi originali e
significativi.
CESAREO nel 1974 scrive il saggio “La scuola tra crisi e utopia” mettendo in luce i processi di sviluppo
e di trasformazione dell’istruzione e delle condizioni sociali e culturali in cui la scuola opera.
Mette in luce i limiti del modello scuola-centrico e della continuità inziale sostenendo che la
scuola deve essere più flessibile in modo tale da permettere un raccordo tra scuola e
occupazione. La scuola deve realizzare percorsi di vita che possano trasformarsi
continuamente seguendo i cambiamenti sociali.
Anni 80, si sposta l’interesse verso le dinamiche: - interne al sistema formativo, mettono in luce il disagio degli
studenti e l’incertezza degli
insegnanti riguardo al proprio
ruolo;
- esterne al sistema formativo, evidenziano lo sviluppo di
forme alternative al sistema di
istruzione formale, mirando
quindi ad un’ottica di
policentrismo formativo.
Anni 90, si verifica una carenza di nuovi studi e ricerche relative, soprattutto, alla condizione degli insegnanti, e
all’insuccesso e alla dispersione scolastica. È solo con l’avvio degli anni 2000 che riprendono alcune
ricerche sulle tematiche appena citate.
In anni recenti, la sociologia dell’educazione si è interessata alle dinamiche multiculturali tipiche della
scuola di oggi.

L’OGGETTO DI STUDIO DELLA SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE


La definizione di sociologia dell’educazione e, di conseguenza, il suo oggetto di studio hanno subito un
processo di trasformazione nel tempo.
Infatti, la sociologia dell’educazione è passata da sociologia della scuola a sociologia delle istituzioni e dei
processi educativi, formali e informali.
È fondamentale distinguere: a) Sociologia educativa, fa riferimento agli studi pedagogici.
Si tratta di una teoria normativa articolata in una serie di
imperativi che riguardano le modalità per conseguire i
fini desiderati e per realizzare i programmi d’azione. È
quindi una tecnica per risolvere i problemi scolastici e un
mezzo di controllo dei processi educativi.
Ha un carattere prescrittivo e normativo, ovvero è volta
all’azione pratica.
b) Sociologia dell’educazione, fa riferimento agli studi sociologici riguardo ai
processi educativi.
Si tratta di una teoria che, attraverso un’indagine
empirica, spiega situazioni e fenomeni, individua
tendenze e probabili alternative.
Ha carattere di descrizione-spiegazione-
comprensione, ovvero è volta alla conoscenza dei
fenomeni educativi.
MACCARINI afferma che la sociologia dell’educazione si basa principalmente sulla dimensione relazionale.
Il punto di vista sociologico privilegia i legami tra individuo e gruppo o tra individuo e società. È importante
però tenere presente che è necessaria una dialettica interdisciplinare che permette alla sociologia, alla
psicologia e alla pedagogia di confrontarsi e comunicare in quanto, tutte le discipline hanno come oggetto
l’educazione.
BROOKOVER nel saggio “Sociology of education” del 1949 individua le 4 aree di studio principali della
sociologia dell’educazione, ovvero: 1. Analisi delle relazioni del sistema educativo con altri aspetti
della società;
2. Studio delle relazioni dentro la scuola;
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3. Analisi dell’influenza della scuola sul comportamento e
sulla personalità, soprattutto della figura dell’insegnante;
4. Influenza della comunità e delle diverse agenzie di
socializzazione sull’organizzazione scolastica.
CESAREO descrive 5 settori d’indagine che, nel corso del tempo, sono stati approfonditi dalla sociologia
dell’educazione, ovvero: 1. Rapporto tra sistema educativo e struttura sociale;
2. Riflessione sulle determinanti sociali dell’educabilità, riguarda l’influenza
dei fattori genetici ed ambientali sull’educazione;
3. Analisi diretta dell’istituzione scolastica;
4. Ruolo e status degli insegnanti;
5. Effetti dell’educazione scolastica, riguarda la qualità dell’istruzione.
Oggi, la sociologia dell’educazione si deve occupare, oltre alle tematiche tradizionali, anche delle nuove realtà
familiari, del bisogno di educazione permanente, dei nuovi media e dell’incontro di religioni e culture differenti.

CAPITOLO 2: FONDAMENTI NELLO STUDIO DEL RAPPORTO EDUCAZIONE-


SOCIETÀ. MODELLO CLASSICO DELLA DIPENDENZA.
La sociologia generale e la sociologia dell’educazione sono legate da un rapporto circolare, quindi sono
funzionali l’una per l’altra.
Si parla quindi di dipendenza dell’educazione dalla società.

LA SCOPERTA SOCIALE DELL’EDUCAZIONE


La riflessione sociologica pone progressivamente grande attenzione al fatto educativo considerandolo
l’elemento chiave di spiegazione del processo di integrazione sociale e culturale.
Con la scoperta dell’educazione, dei suoi scopi e delle funzioni si mete in evidenza uno dei noci centrali della
riflessione sociologica, ovvero il concetto di ordine sociale.
La problematizzazione della società avviene nel momento in cui si riconosce che l’uomo non è costituito da
una natura fissa ed immutabile; il rapporto tra individuo e società e tra contesto istituzionale e l’azione degli
individui viene quindi problematizzato poiché continuamente sottoposto al cambiamento.
Si comprende che la realtà esterna è distinta dall’individuo e, di conseguenza, è oggettiva.

LO SVILUPPO DELLA RIFLESSIONE SOCIOLOGICA SUL RAPPORTO EDUCAZIONE-SOCIETÀ


La riflessione sociologica, nel corso del tempo, ha avuto un’evoluzione riguardo al rapporto tra educazione
e società. È possibile distinguere 3 fasi: 1° fase, FASE DELLA DIPENDENZA.
La sociologia si sta strutturando come scienza del fatto
sociale, nasce la riflessione sociologica specifica
dell’educazione.
Il rapporto tra educazione e società viene visto in termini di
linearità.
La problematica fondamentale riguarda l’ordine sociale e
della convivenza nella società moderna.
L’educazione ha il compito di controllo sociale.
Il legame tra individuo e società è diretto, lineare e
consensuale, si basa quindi sul paradigma della conformità.
Lo scopo di ogni azione educativa, noto come obbiettivo di
integrazione, è la reciprocità complementare.
2° fase, FASE DELL’AUTONOMIA.
La sociologia dell’educazione, ormai riconosciuta, fa
emergere prospettive alternative riguardo ai fatti educativi,
ne è un esempio il conflittualismo.
Il rapporto tra educazione e società viene visto in termini di
discontinuità.
La problematica fondamentale riguarda il pluralismo
culturale.
Il legame tra individuo e società è discontinuo e dialettico,
si basa quindi sul paradigma del conflitto e della
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contraddizione.
Lo scopo di ogni azione educativa, noto come obbiettivo di
integrazione, è la reciprocità dialettica.
3° fase, FASE DELL’INTERDIPENDENZA.
Promuove una teoria dei processi formativi
multidimensionale, articolata tra le azioni degli individui e il
funzionamento delle istituzioni.
Il rapporto tra educazione e società viene visto in termini di
circolarità.
La problematica fondamentale riguarda la complessità
sociale, ovvero i processi di differenziazione seguono un
andamento non programmato e non controllabile.
Il legame tra individuo e società è doppio ed
interdipendente, si basa quindi sul paradigma
dell’ambivalenza o dualismo esistenziale.
Lo scopo di ogni azione educativa, noto come obbiettivo di
integrazione, è la reciprocità discorsiva.

IL MODELLO CLASSICO DEL RAPPORTO EDUCAZIONE-SOCIETÀ


Il rapporto educazione-società, indipendentemente dal paradigma utilizzato, si basa su 2 principi generali:
1. Principio universalistico, ogni società ha la necessità di educare, inculturare e incorporare le nuove
generazioni;
2. Ideale educativo, serve alla società come modello per definire gli scopi e i modi dell’educazione.
Il modello classico o della dipendenza (metà 800 - primi 900), gli autori della dipendenza vedono l’educazione
come una variabile dipendente della società, ovvero strettamente legata ad esse. Tale dipendenza, a seconda
degli autori, viene vista come consensuale o conflittuale.
Tra gli autori della dipendenza ricordiamo: - DURKHEIM
- MARX
- WEBER
- SIMMEL
- MANNHEIM
- PARSONS

DURKHEIM - FASE DELLA DIPENDENZA


DURKHEIM, sociologo francese, si concentra principalmente sui temi dell’ordine e dell’integrazione sociale.
L’autore sostiene che l’ordine sociale si fonda sulla coesione, sulla solidarietà e sulla condivisione di valori
comuni tra individui della stessa società.
La società moderna ed industriale, essendo differenziata, è costituita dalla divisione del lavoro e dalla
specializzazione che porta con sé conflitti, tensioni e spinte individualistiche indebolendo il consenso
generalizzato dei valori e il legame con la coscienza collettiva.
Durkheim mette al centro la società con la sua esigenza di continuità e stabilità affermando che è solo grazie al
legame tra individuo e società che l’uomo può distinguersi dagli altri animali. Distingue due tipi di società: 1.
Società pre-moderne, sono caratterizzate da una forte somiglianza ed
uniformità tra gli individui.
Si basano sulla solidarietà meccanica che porta gli
individui ad indentificarsi nei valori della coscienza
collettiva.
2. Società industriali, sono caratterizzate dalla specializzazione e dalla divisione
del lavoro.
Si basano sulla solidarietà organica che comporta una
differenziazione tra individui in base alle funzioni che
svolgono.

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L’educazione è un processo adattivo alla società che, in quanto autorità morale, richiede conformità ai suoi
principi e alle sue regole. Parla di principio morale e di sacralità sottolineando che il fondamento della società
e della coesione sociale non può essere un principio economico.
La coscienza collettiva ha un’origine sociale e si sviluppa tramite l’azione che la società esercita sull’individuo.

MARX - FASE DELLA DIPENDENZA


MARX afferma che il fondamento della società e della coesione sociale è un principio economico. Come
Durkheim, sostiene che la coscienza collettiva ha un’origine sociale ma se ne discosta affermando che dipende
dai modi di produzione.
L’autore sostiene che la realtà sociale è prodotta dagli uomini, è un fatto modificabile tramite l’agire dell’uomo
questo significa che è predisposta al cambiamento. I rapporti sociali, tuttavia, si impongono agli uomini.
Per quanto riguarda il rapporto tra società ed educazione, Marx parla di:
1. Contraddizione, è un elemento costitutivo dei rapporti sociali, si tratta di una frattura dicotomica che
definisce l’antagonismo tra uomini in relazione ad un determinato campo della realtà
sociale, ad esempio in ambito lavorativo.
Secondo Marx le società capitalistiche hanno due tipi di contraddizione:
- tra le forze e i rapporti di produzione, determina un contrasto di interessi e una
distribuzione diseguale del lavoro;
- tra ricchezza e povertà.
2. Alienazione, riguarda il rovesciamento dei rapporti originari tra uomo e realtà, si tratta dell’espropriazione
dell’umanità del soggetto.
L’uomo perde il legame con il prodotto della sua attività.
Nella società capitalistica, costituita dalla divisione del lavoro, anche l’uomo è diviso ed è sempre più
unilaterale.
L’educazione, essendo una sovrastruttura dell’economia, si realizza all’insegna della contraddizione. Marx
ritiene che l’educazione è: a) positiva, ha un ruolo importante nel processo di emancipazione dell’uomo e della
società poiché mira a promuovere comportamenti e modi di essere
associativi e collettivi.
Si tratta di una visione propositiva.
b) negativa, criticando l’educazione borghese e le ideologie a sfavore
dell’educazione popolare. L’autore sostiene che l’educazione promuove
gli ideali della classe dominante e diventa uno strumento di
oppressione per le classi inferiori.
Si tratta della condizione attuale di tutte le società capitalistiche.
Classe sociale, è un insieme di individui che si trovano nella medesima posizione all’interno dei rapporti di
produzione tipici di un modo di produzione dato.
Nella società capitalistica la posizione dominante spetta alla borghesia che detiene i mezzi di
produzione.

MAX WEBER – FASE DELLA DIPENDENZA


La concezione di società di Weber si basa sul rapporto tra struttura economica e sovrastruttura.
Per Weber la sociologia consiste nello studio dell’azione sociale, intesa come quell’azione intenzionale, dotata
di senso e riferita all’atteggiamento di altri individui verso i quali l’azione stessa si orienta.
Il soggetto è considerato un essere culturale dotato di capacità e volontà di assumere consapevolmente
posizione nei confronti del mondo attribuendogli un senso. Il sociologo deve quindi prestare attenzione ai
comportamenti dell’uomo mirando a comprendere il senso dell’azione individuale e interindividuale, questo è
possibile perché la società umana si contraddistingue dal mondo animale per la capacità di compiere azioni
prodotte da una razionalità cosciente.
Relazione sociale, è un comportamento di più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di
senso e orientato in conformità. All’interno di una relazione sociale è necessaria la
reciprocità.
Weber considera la struttura sociale in termini multidimensionali, infatti cerca di stabilire un nesso tra cultura,
potere ed educazione.

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Weber distingue il concetto di classe in: - possidente, fa riferimento all’ambito economico come il possesso di
beni;
- acquisitiva, fa riferimento alla possibilità di utilizzo sul mercato dei
beni o delle prestazioni.
Ceto, riguarda l’appartenenza originaria di un individuo, i suoi orientamenti culturali e la considerazione di cui
egli gode all’interno dei rapporti sociali. Ne sono un esempio il ceto protestante o il ceto cattolico, a
seconda dell’appartenenza di ceto l’individuo frequenterà un determinato ambiente, una scuola,
riceverà una determinata istruzione che, infine, lo porterà a svolgere una determinata professione.
Potere, è la possibilità di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini, chi possiede un
potere legittimo ha l’autorità in grado di ottenere obbedienza.
Weber distingue il potere in: a) carismatico, legittimazione: carisma
cultura: orale
ideale educativo: l’iniziato, ovvero è colui che accede al
sapere segreto tramite prove
e cerimonie in grado di
suscitare in lui il carisma che,
tuttavia, non è trasmissibile.
b) tradizionale, legittimazione: tradizione
cultura: scritta
ideale educativo: l’uomo colto
c) legale-razionale, legittimazione: razionalità
cultura: tecnico-pratica
ideale educativo: lo specialista
Con questa forma di potere Weber sostiene che
l’educazione è rivolta a tutti gli individui in modo
generalizzato.
 I tre tipi di potere non sono delineati da un ordine cronologico e
sequenziale ma sono presenti, nella stessa misura, in ogni società di
ogni tempo.

GEORG SIMMEL – FASE DELLA DIPENDENZA


SIMMEL si concentra molto sul tema delle relazioni sociali nella società moderna.
Sociabilità, riguarda i requisiti e la possibilità di stabilire le relazioni. A partire da questo concetto, Simmel
analizza le forme di associazione nella società moderna.
Simmel afferma che la società si forma a partire dall’azione e dall’interazione degli individui delineando dei
concetti a priori del processo di socializzazione senza i quali la società non potrebbe esistere, nello specifico
parla di: a) ogni individuo vede l’altro nella sua specifica collocazione sociale, quindi viene colto come parte di
un tutto;
b) ogni elemento di un gruppo non è soltanto parte di una società ma è anche parte di altro, infatti
ogni individuo riserva per sé determinate cose. Si può quindi affermare che ogni individuo è sia
dentro che fuori dalla società;
c) la società è composta da elementi diseguali, è un intreccio di funzioni, un ordine fatto di elementi
ciascuno dei quali occupa un posto individualmente determinato.
Il concetto fondamentale del pensiero di Simmel è l’effetto della reciprocità, ovvero la rinuncia nel ricercare
una singola causa che spieghi in modo esaustivo un fenomeno poiché tutti i fenomeni sono, in qualche modo,
intrecciati tra loro e, di conseguenza, si influenzano l’un l’altro.
1922 – Educazione in quanto vita, in questo saggio Simmel pone l’attenzione all’educazione affermando che,
nella società moderna, l’educazione deve promuovere la piena umanità
dando spazio alla dimensione etica del soggetto.
L’educazione ha il compito di far nascere nel soggetto l’autonomia di
pensiero e la capacità di collegare conoscenza ed esistenza.
Nella cultura moderna, il soggetto rischia di accrescere il patrimonio della cultura oggettiva tralasciando quello
soggettivo ed individuale.

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KARL MANNHEIM – FASE DELLA DIPENDENZA
MANNHEIM si concentra sulla funzione delle scienze sociali e dell’educazione, sostiene che ci sono aspetti del
pensiero umano che non possono essere compresi fino a quando non si svelano le loro origini sociali.
1929 - Ideologia e utopia, distingue due tipi di concezione dell’ideologia:
1. Particolare, l’ideologia si riferisce a delle asserzioni specifiche che possono essere
guardate come deformazioni o falsificazioni senza compromettere
l’integrità della struttura mentale totale del soggetto.
2. Totale, l’ideologia è un modo di concepire la realtà da parte del soggetto così
come è determinato dalla sua posizione storica e sociale.
L’educazione è uno strumento con cui influire sui sistemi di vita e sul modo di pensare degli individui.
Il rapporto tra conoscenza e struttura sociale diventa quindi il fulcro che permette al sistema educativo di
definire un programma che consenta all’individuo uno sviluppo completo e consapevole dei condizionamenti e
degli impedimenti a forme mature di pensiero.
L’educazione, all’interno della società moderna, deve basarsi su due poli: - l’adattamento, ovvero l’educazione
alla democrazia;
- l’autonomia, ovvero il
mantenimento della libertà
individuale.

TALCOTT PARSONS – FASE DELLA DIPENDENZA


PARSONS afferma che il rapporto tra educazione e società è legato sia al concetto di azione sociale che
all’analisi dell’organizzazione della società in sottoinsiemi funzionali e interdipendenti tra loro.
Azione sociale, è l’azione compiuta da un agente, in vista di un fine, in relazione ad una situazione e in base ad
una valutazione delle alternative presenti secondo un criterio normativo.
Con questo, Parsons afferma che l’azione sociale non è mai casuale ma risponde sempre a
criteri di realizzazione che ne consentono lo sviluppo e l’esito positivo.
L’azione sociale è sempre frutto di un sistema di aspettative reciproche e avviene attraverso
una complementarietà degli attori.
Il punto di partenza dell’azione sociale è il soggetto agente (razionale o intenzionale) che si
integra nella struttura sociale tramite la reciprocità ego-alter sorretta dal teorema della
doppia contingenza, il quale afferma che: - ogni attore è sia soggetto agente che oggetto di
orientamento comportamentale;
- l’uomo, in quanto soggetto agente si orienta a sé e
agli altri, e in quanto oggetto possiede significati
per sé e per gli altri.
 Vengono quindi definiti due livelli analitici:
1. Singolo individuo;
2. Sistema complessivo di interazioni che
necessitano di una base normativa stabile
data dalla complementarietà delle
aspettative tra attori che si pone come guida
dell’azione. Si fa quindi rifermento ad una
cultura costituita da norme e regole
condivise.
Comunità societaria, è il centro della solidarietà e della mutua lealtà dei membri di una collettività. In quanto
tale, definisce l’impegno di ogni membro verso gli altri e nei confronti della collettività.
Parsons individua cinque variabili-modello che riguardano le alternative di azione in relazione ad una pluralità
di situazioni, parla di: 1. Particolarismo / Universalismo;
2. Diffusività / Specificità;
3. Ascrizione / Acquisizione;
4. Affettività / Neutralità affettiva;
5. Orientamento all’ego / Orientamento alla collettività.
 La società moderna privilegia azioni universalistiche, ispirate al principio di
acquisizione.
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L’analisi di Parsons è definita funzionale mira a trovare gli elementi essenziali di funzionamento della società
elaborando uno schema generale dei requisiti e degli imperativi funzionali.
Il nucleo centrale della teoria funzionalista Parsonsiana è l’integrazione.
Modello AGIL, è uno schema applicabile all’analisi di qualsiasi realtà sociale che viene descritta in base ai suoi
elementi e alle relazioni tra loro.
Le 4 dimensioni fondamentali (o imperativi funzionali) in relazione reciproca di
interdipendenza, essi sono: (A) Adattamento, corrisponde al sistema biologico, ovvero il
sistema riferito all’organismo vivente;
(G) Conseguimento degli scopi, corrisponde al sistema della
personalità, ovvero il sistema
che fa riferimento al soggetto
agente individuale;
(I) Integrazione, corrisponde al sistema sociale, ovvero il sistema di
interazione tra posizioni e ruoli sociali;
(L) Modelli latenti, corrisponde al sistema culturale, ovvero il
sistema che unisce i modelli culturali presenti
in una società.
Educazione, è una funzione essenziale ai fini dell’integrazione delle nuove generazioni. Infatti, definisce la
socializzazione come il processo di apprendimento che permette di acquisire gli orientamenti
richiesti per un funzionamento soddisfacente in un determinato ruolo sociale.
È attraverso l’educazione che è possibile stabilire un rapporto di interdipendenza tra sistema
biologico, sistema della personalità, sistema sociale e sistema culturale.
L’educazione è funzionale, di conseguenza, dipende dalla società, dalla sua organizzazione e dai
suoi bisogni.
Il rapporto tra educazione e società è circolare, per questo motivo è possibile considerare Parsons come un
ponte tra gli autori classici della fase della dipendenza e gli autori contemporanei.

CAPITOLO 3: PROBLEMATIZZAZIONE DEL RAPPORTO EDUCAZIONE-SOCIETÀ.


DISCONTINUITÀ, INTERDIPENDENZA E INTERAZIONE.
LA ROTTURA DEL LEGAME DI DIPENDENZA
La rottura del legame di dipendenza avviene a seguito del passaggio da modello scuola-centrico, tipico della
società industriale, a modello del policentrismo formativo, tipico della società dinamica e complessa che ha
iniziato a svilupparsi a partire dalla fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60.
Quindi, a partire dalla metà del 900, la concezione lineare del rapporto tra educazione e società è entrata in
crisi soprattutto a causa del fenomeno della disoccupazione che ha messo in evidenza la discontinuità tra il
sistema di istruzione e quello di occupazione.
La scuola non è più in grado di rispondere alle aspettative e ai cambiamenti sociali, ad esempio per quanto
riguarda l’eterogeneità della popolazione studentesca frutto di migrazioni.
Il policentrismo formativo determina l’apertura di una pluralità di agenzie e di occasioni formative, quindi non
ci si forma più solamente a scuola ma anche durante il tempo libero, ad esempio nello sport.
Tuttavia, il policentrismo formativo, se non gestito può sfociare in iposocializzazione e squilibri territoriali, per
risolvere questo problema, alla fine degli anni 90, si sono affermate l’idea di rete, network e sistema integrato i
quali permettono di conservare alla scuola un ruolo centrale ma non più monopolistico nel coordinare le
diverse agenzie che, nonostante le differenze, devono operare secondo una logica comune e condivisa utile sia
per il singolo individuo che per i loro gruppi di appartenenza.
Critica al funzionalismo, in Europa, la scuola di Francoforte nata nel 1923 critica fortemente il funzionalismo
per quanto riguarda: - la perdita del ruolo della sociologia, la sociologia deve avere il
ruolo critico di svelamento delle strutture e dei
condizionamenti latenti e non deve essere una messa a punto
di schemi e teorie.
- dimensione conflittuale, il funzionalismo trascura il conflitto
intrinseco presente in ogni società di ogni tempo.

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GLI SVILUPPI DELL’APPROCCIO CONFLITTUALISTA
L’approccio conflittualista si divide in due filoni:
1. Revisione critica neomarxista, BOURDIEU definisce la sua teoria relazionale privilegiando le relazioni
oggettive frutto di una conquista e una costruzione del lavoro scientifico, non
sono tangibili fisicamente.
Si occupa delle relazioni tra posizioni sociali, nello specifico si concentra
sull’habitus e sulle scelte che gli agenti sociali utilizzano nella pratica.
Nello spazio sociale, i soggetti si distribuiscono in funzione della loro
posizione secondo due principi di differenziazione: a) capitale economico
b) capitale culturale
 il conflitto tra queste
due dimensioni
determina il
mantenimento delle
posizioni all’interno di
un determinato spazio
sociale.
Habitus, è il principio generatore e unificatore che traduce le caratteristiche
intrinseche e relazionali di una posizione in un determinato stile di
vita. Gli habitus sono differenziati e differenzianti.
L’habitus è prodotto dai condizionamenti sociali ma, al tempo
stesso, produce la formazione dei gruppi e delle classi.
L’habitus è costruito e condizionato socialmente, in primis dalla
famiglia di origine.
Il concetto di habitus è statico.
2. Conflitto come dinamica sociale neoliberale, DAHRENDORF afferma che il conflitto è un dato sociale
universale e indispensabile. I conflitti sociali sono strutturali,
ovvero scaturiscono dalla struttura della società, dalla sua
organizzazione e dalle sue posizioni sociali.
Chances di vita, è l’insieme delle possibilità e delle occasioni
che vengono offerte al singolo individuo dalla
società, fanno riferimento soprattutto alla
posizione sociale.
Concentrandosi sulla società moderna e
fortemente differenziata, Dahrendorf insiste
sul rapporto tra uguaglianza nei diritti e
sviluppo della liberà attiva, ovvero della
libertà che mira all’estensione delle chances
di vita.
Il concetto di chances di vita è dinamico.
Classe sociale, la classe sociale è un insieme di individui che si
organizzano per difendere i propri interessi.
Quindi, secondo questa definizione di
Dahrendorf, i socialmente esclusi non sono
definiti una classe ma sono solamente una
massa senza configurazione.
Inoltre, l’autore afferma che il conflitto sociale
tra classi dominanti ed escluse avviene solo nel
momento in cui gli esclusi escono dall’apatia e
coltivano la speranza di successo.
Gli studi di Dahrendorf risultano fondamentali per
comprendere i processi di inclusione/esclusione e per gli spazi
di scelta/libertà.

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LA SVOLTA COMUNICATIVA
Nelle società moderne, il conflitto pur trasformandosi rimane una componente fondamentale, strutturale e
relazione.
A partire dalla fine degli anni 80 la sociologia inizia ad evidenziare una dicotomizzazione tra la prospettiva
micro e la prospettiva macro, ci si convince che l’analisi sociologica ha un carattere multidimensionale.
La svolta comunicativa, affermatasi a partire dagli anni 90, diventerà una categoria interpretativa e
rappresentativa della società complessa.

SVOLTA COMUNICATIVA MICRO – INTERAZIONE E INTERSOGGETTIVITÀ


La svolta comunicativa che si concentra sulla prospettiva micro sociale, si concentra sull’interazione e
sull’intersoggettività.
Può essere definita come corrente interazionista simbolica. Questa corrente nasce a Chicago negli anni 30 per
mano di MEAD e BLUMER, l’elemento significativo di questa corrente è l’aspetto creativo di costruzione della
realtà e di produzione dei significati.
La comunicazione viene analizzata attraverso l’intersoggettività. Il gesto e il linguaggio costituiscono le
fondamenta per la compreensione della realtà e della strutturazione della comunicazione.
1966 - Mente, sé e società, MEAD afferma che il linguaggio sceglie ed organizza il contenuto nell’esperienza,
per questo è definibile come una parte del comportamento sociale.
La realtà interiorizzata durante l’infanzia è data per scontata, ovvero il bambino non pensa che la realtà che
vive sia uno dei mondi possibili ma pensa che sia l’unico mondo ad esistere.

SVOLTA COMUNICATIVA MACRO – INTERDIPENDENZA E COMUNICAZIONE


La svolta comunicativa che si concentra sulla prospettiva macro sociale, si concentra sul funzionamento della
società nel suo complesso.
LUHMANN nel 1985 scrive un saggio interrogandosi su come sia possibile l’ordine sociale affermando che non
esiste una risposta a priori in quanto l’ordine sociale può essere osservato solo all’interno della
comunicazione contingente tra sistemi e sottosistemi, quindi varia da società in società.
L’approccio sistemico di Luhmann si allontana quindi dalla visione gerarchica e preordinata del
funzionalismo parsonsiano.
Luhmann, dando priorità alla funzione e all’organizzazione dei sistemi sostenendo che ognuno di
essi ha un suo ambiente definito in termini di: a) complessità, determina la numerosità di
possibilità e le realtà eterogenee.
La capacità fondamentale del
sistema è quella di ridurre la sua
complessità cercando di essere
selettivo nei confronti delle
numerose possibilità offerte
dall’ambiente.
b) contingenza, determina la tendenza
imprevedibile al cambiamento delle
realtà eterogenee.
c) autopoiesi, riguarda la capacità di un sistema di
autodefinirsi, attribuire a sé senso e
significati e provvedere al
mantenimento della propria identità.
Interpenetrazione, è una relazione intersistemica fra sistemi che appartengono reciprocamente
l’uno all’ambiente dell’altro, quindi i confini di un sistema possono essere
integrati nella sfera operativa dell’altro sistema.
Si sottolinea l’autoreferenzialità e autonomia del sistema che nel corso della
comunicazione mette a disposizione sé stesso come ambiente per l’altro
sistema.
Luhmann continua le sue riflessioni concentrandosi sul funzionamento del sistema scolastico
affermando che anch’esso è stato sottoposto ad un processo di differenziazione funzionale che, nel
tempo, lo ha portato a modificare le sue funzioni, nello specifico:

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1° fase, il sistema educativo svolgeva la funzione di educazione per la perfezione umana volta ad
elevarsi verso Dio;
2° fase, il sistema educativo svolge la funzione di educazione per la formazione individuale e
universale;
3° fase, il sistema educativo svolge la funzione di trasmettere la capacità di apprendere.
Il sistema educativo ha tre modi per relazionarsi con l’ambiente:
1. Funzione, esprime il suo rapporto con il sistema sociale nel suo complesso;
2. Prestazione, è in rapporto con la funzione e si occupa di definire un’entrata diretta nella
situazione di bisogno;
3. Riflessione, riguarda l’attivazione della comunicazione con l’ambiente.
Luhmann afferma che esiste una circolarità di base tra sistema e ambiente che li unisce in una
comunicazione reciproca di modificazione, attese ed interessi.

DUALISMO ANALITICO E MULTIDIMENSIONALITÀ DEI PROCESSI EDUCATIVI


Gli sviluppi recenti nelle riflessioni sociologiche mirano a superare l’opposizione dicotomica tra micro e macro,
affermando invece che sono costituite da una relazione dialettica.
ARCHER – approccio morfogenetico, tale approccio considera il prender forma della società e non la sua forma
stabile. Afferma che il rapporto educazione-società si presenta in termini
multidimensionali ed è contrassegnato da un’analisi che afferma la
necessità di un dualismo analitico, ovvero di una considerazione sia della
struttura sociale che delle interazioni tra individui.
Il ciclo morfogenetico è costituito da diverse sequenze temporali:
- condizionamento strutturale;
- interazione sociale;
- elaborazione strutturale.
Bisogna quindi prendere in considerazione sia l’integrazione sistemica
che quella sociale.
BOUDON afferma che la relazione sociale ha effetti più importanti rispetto al ruolo sociale.
Si propone quindi una visione multidimensionale sia delle istituzioni che dei processi educativi.

CAPITOLO 4: SOCIALIZZAZIONE, IDENTITÀ, INTEGRAZIONE.


La socializzazione è il processo che permette di costruire il legame tra il soggetto e la società al quale
appartiene. Ci si collega quindi all’identità e alla formazione del sé personale e sociale.

SOCIALIZZAZIONE ED EDUCAZIONE
Il problema centrale che ogni società deve affrontare è quello della continuità, per farlo è necessario
promuovere un’attività socializzata e integrativa che consiste nell’elaborazione di norme etiche e giuridiche
finalizzate a stabilire obblighi comuni e reciproci coordinando i rapporti tra le differenti posizioni sociali.
Il bisogno di ogni società è quello di socializzare le nuove generazioni facendo acquisire loro i valori, le norme e
i comportamenti condividi dal gruppo sociale di appartenenza.
Inculturazione, processo che permette di appropriarsi del patrimonio culturale e dei tratti distintivi della
cultura di riferimento.
Acculturazione, processo che permette di accedere ad un'altra cultura da parte di chi è già stato inculturato
nella propria cultura di origina. Ci si lega quindi al concetto di migrazione.
La socializzazione si divide in due poli: 1. Società e aspettative generalizzate.
2. Individuo e bisogni di appartenenza e coesione ma, al tempo stesso,
bisogni di autonomia e distinzione.
La sociologia distingue: a) educazione, fa riferimento ai processi formali, i quali sottolineano la progettualità e
l’intenzionalità educativa. Un’istituzione formale è la scuola.
b) socializzazione, fa riferimento ai processi informali, riguardano le relazioni sociali che
producono un effetto educativo o socializzante anche se non è
previsto intenzionalmente. Un esempio di istituzione informale sono
le associazioni giovanili.
Dal punto di vista sociologico, la socializzazione è un processo ampio,
continuo, articolato e differenziato che porta il soggetto a far parte
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di una realtà sociale in modo competente e riflessivo. Tale processo
mira quindi a costruire legami sociali, appartenenze e identità basate
su valori e norme condivise socialmente ma, al tempo stesso, in
continuo mutamento a livello individuale.

MODELLI DI SOCIALIZZAZIONE
I modelli di socializzazione che si sono affermanti nel tempo sono 3:
1. FUNZIONALISTA-INTEGRAZIONISTA, gli autori che adottano questo modello sono:
DURKHEIM afferma che l’educazione è il mezzo attraverso il quale la
società rinnova le condizioni della propria esistenza, il
bambino viene quindi educato con l’obiettivo di diventare
ciò che la società vuole che diventi. Quindi, il fine ultimo
dell’educazione è la stabilità e la continuità della società.
Questa visione normativa di educazione si basa sui
seguenti concetti: a) l’uomo, per natura, è un essere
asociale, per emanciparsi ed
umanizzarsi ha bisogno di essere
educato secondo le regole della
società.
b) la società ha il primato storico, logico
e morale e, di conseguenza, ordina
agli uomini di riunirsi in collettività.
c) la società è armonica e ben
organizzata, ognuno occupa il posto
per il quale è destinato.
Secondo Durkheim vi è la necessità di un’educazione
specialistica e differenziata, che permetta all’individuo di
occupare il posto per il quale e destinato, ma allo stesso
tempo un’educazione comune, che mantenga l’armonia
nella società.
Il compito di educare spetta alla scuola di Stato.
PARSONS afferma che la socializzazione, come l’apprendimento dura
tutta la vita. La socializzazione è il processo di
interiorizzazione degli orientamenti che hanno un significato
funzionale per la società, ovvero che serve per il suo
funzionamento e mantenimento.
Suddivide la socializzazione in:
a) primaria, vengono interiorizzati i modelli principali di
orientamento di valore i quali costituiscono la
personalità dell’individuo. Se ne occupa la
famiglia.
Il meccanismo di apprendimento più importante
per la socializzazione primaria è l’identificazione.
b) secondaria, vengono specificati gli orientamenti di ruolo
interiorizzati nella socializzazione primaria,
ci si concentra quindi sulle motivazioni,
conoscenze e capacità necessarie allo
svolgimento del ruolo che l’individuo dovrà
ricoprire. Se ne occupa la scuola attraverso la
socializzazione intellettuale (conoscenza) e
morale (comportamento).
Il meccanismo di apprendimento più
importante per la socializzazione secondaria
è l’imitazione.
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Distingue 5 meccanismi di apprendimento:
1. Rafforzamento-estinzione, quando riguarda le
gratificazioni o le privazioni
per confermare o eliminare un
modello di comportamento;
2. Inibizione, quando riguarda l’astensione a compiere una
determinata azione rinunciando alla
gratificazione;
3. Sostituzione, quando si trova un oggetto di gratificazione
sostitutivo;
4. Imitazione, quando riguarda un processo di acquisizione
di aspetti della realtà sociale, senza un
attaccamento al modello imitato;
5. Identificazione, quando riguarda l’interiorizzazione dei
valori e un attaccamento reciproco tra il
modello di riferimento e il soggetto.
Le caratteristiche fondamentali del modello di socializzazione in chiave
funzionalista-integrazionista sono: - chiara progettualità sociale;
- trasmissione di un patrimonio
culturale condiviso;
- apprendimento e
interiorizzazione dei valori;
- apprendimento dell’agire di ruolo;
- personalità stabile nel tempo;
- motivazioni e riuscita personale e
sociale;
- specificità dei ruoli;
- continuità tra le agenzie di
socializzazione.
2. CONFLITTUALISTA, promuove una visione della socializzazione negativa e critica, legata all’analisi dei
rapporti sociali in termini di dominio. Si ritiene quindi che la socializzazione e
l’educazione sono mezzi per riprodurre i rapporti di forza esistenti e, di conseguenza,
anche la distribuzione delle risorse sociali.
Questo modello si suddivide a sua volta in:
a) Matrice marxista (MARX - BOURDIEU), le caratteristiche fondamentali sono:
- enfasi sul conflitto, coercizione e dominio;
- educazione come sovrastruttura;
- educazione come strumento di
indottrinamento e mantenimento delle
gerarchie sociali;
- educazione come emancipazione della classe
inferiore;
- discontinuità tra stili di vita;
- la riuscita scolastica è legata a fattori ascritti,
al capitale sociale e culturale.
b) Matrice critica (HABERMAS), le caratteristiche fondamentali sono:
- svelamento dei condizionamenti ;
- possibilità di emancipazione e di comunicazione.
c) Matrice weberiana (WEBER - DAHRENDORF), le caratteristiche fondamentali sono:
- lotta per la ricchezza e il potere;
- istruzione come strumento per la lotta
tra classi;
- conflitto tra vincoli e opportunità.

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3. INTERAZIONISTA-COMUNICATIVO, gli autori che adottano questo modello sono:
SIMMEL mette in luce il dualismo tra soggettività e oggettività della
cultura affermando che la società è intersoggettività e
comunicazione.
Non ci si concentra più sul comportamento del singolo ma
sull’interazione tra più soggetti.
Le caratteristiche fondamentali del modello interazionista-comunicativo
sono: - costruzione della società mediante l’interazione e
l’intersoggettività;
- il soggetto produce simboli, segni e significati;
- il soggetto è riflessivo;
- il linguaggio permette di mediare la comunicazione;
- la socializzazione secondaria destruttura/ristruttura l’identità
costruita durante la socializzazione primaria.

TIPI DI PERSONALITÀ
Il concetto di personalità si lega a quello di identità.
PARSONS individua 2 tipi di personalità: 1. Fondamentale/di base, si forma durante la socializzazione primaria.
Si struttura attraverso l’interiorizzazione
degli orientamenti di valore espressi da
coloro che socializzano il bambino, quindi
dalla famiglia.
La personalità infantile può definirsi stabile
poiché costituisce la struttura dei ruoli del
sistema sociale.
2. Modale, riguarda la personalità che la società ritiene più adeguata,
mira quindi alla conformità.
Nella società moderna è più opportuno parlare di
personalità multimodali, sottolineando quindi il pluralismo
e l’interculturalità della società.
REISMAN individua 3 tipi di personalità: 1. Uomo diretto dalla tradizione, tipico del medioevo. Il soggetto non
si considera un individuo, il destino è
stabilito dalla tradizione quindi è
uguale per tutti i soggetti
appartenenti alla stessa famiglia;
2. Uomo autodiretto, tipico del rinascimento. Il soggetto ha una
personalità salda frutto dei processi di
interiorizzazione durante l’infanzia;
3. Uomo eterodiretto, tipico delle città industriali. Il soggetto è guidato
dall’opinione dei suoi contemporanei e
possiede una personalità variabile.
GALLINO individua 4 tipi di personalità: 1. Adattiva, sviluppa l’interscambio e il dominio dell’ambiente;
2. Acquisitiva, sviluppa una tensione verso uno scopo;
3. Integrativa, mira a mantenere l’equilibrio armonico della personalità
e dell’integrità personale;
4. Idealista, vincola il raggiungimento di uno scopo al rispetto di valori e
principi ritenuti essenziali.

TEORIA DELL’IDENTITÀ
L’identità, già a partire da DURKHEIM, è stata definita come il problema centrale dell’ordine sociale.
PARSONS ritiene che l’identità è una componente della personalità, questa visione descrive la condizione delle
società pre-moderne.
Invece, nella società contemporanea, è più corretto affermare che l’identità e la personalità sono
distinte, quindi l’identità è autonoma e indipendente dai condizionamenti sociali.

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La costruzione dell’identità comincia dalla scoperta dell’alterità, ovvero dal sottolineare ciò che mi discosta e
mi rende diverso da tutti gli altri.
Le caratteristiche dell’identità sono: 1. Relazionalità, è la caratteristica fondamentale dell’identità e sottolinea
che l’identità è frutto di un processo che nasce e si
sviluppa socialmente.
2. Permanenza nel tempo.
3. Unità, l’identità definisce la compattezza interna e i confini del soggetto
rispetto al mondo esterno.
4. Riflessività, capacità del soggetto di riconoscersi e di pensarsi in quanto
oggetto.
È opportuno distinguere: a) identità personale, corrisponde al sé del soggetto ed è quindi il risultato di una
riflessione sui rapporti tra le varie componenti de sé, la storia
personale e gli aspetti significativi dell’ambiente in cui si vive.
b) identità sociale, è la parte sociale e socializzata del soggetto.
 L’identità comporta un divario tra l’auto-identificazione e l’identificazione che ci
danno gli altri dall’esterno.
L’identità è quindi un sistema di relazione e di rappresentazioni che scaturiscono
dal rapporto con l’altro, il quale è una componente fondamentale per la
costruzione dell’identità.
BLUMER – interazionismo simbolico, si fonda su tre premesse: 1. Gli esseri umani si comportano verso le cose
sulla base dei significati che le cose hanno
per loro;
2. I significati sono un prodotto dell’interazione
sociale;
3. I significati sono manipolati e modificati
attraverso un processo interpretativo
attuato dal singolo individuo.
Il sé è una struttura sociale che nasce a seguito delle interazioni con gli altri.
MEAD afferma che il sé si divide in: - ME, corrisponde all’interiorizzazione degli atteggiamenti degli altri ed è la
parte socializzata dell’individuo;
- IO, corrisponde alle capacità dinamiche e creatrici del soggetto, alla sua
forza vitale di essere sempre qualcosa di diverso rispetto alla
situazione che sta vivendo.
Come per la socializzazione, anche l’analisi sull’identità può essere oggetto di osservazione di 3 modelli:
1. Modello integrazionista, l’identità è forte, acquisitiva, realizzativa, ben strutturata e stabile nel tempo. È
radicata in un modello culturale e normativo di riferimento, si tratta quindi di
un’identità sostanziale poiché corrisponde ad un’attribuzione piena da parte del
soggetto a sé stesso.
La diversità viene vista come una minaccia per il sé, va quindi inglobata o isolata.
PARSONS afferma che il sistema della personalità nei 4 sottosistemi del modello
AGIL (Adattamento, conseguimento dei fini, integrazione, modelli
latenti). L’identità ha la funzione di mantenere il modello, ovvero deve
mantenere gli orientamenti di valore fondamentali interiorizzati dal
soggetto.
L’identità è quindi il principio regolativo dell’azione, ovvero come
l’insieme dei modelli e dei codici che mirano a mantenere stabile la
personalità integrandola nel sistema sociale e culturale.
2. Modello conflittualista, sviluppa una concezione sociale e collettiva dell’identità affermando che il soggetto
acquisisce la propria identità di natura prettamente relazionale.
Si presta maggiore attenzione agli altri piuttosto che al sé.
3. Modello comunicativo, l’identità si costruisce in modo dinamico all’interno di processi comunicativi, non è
più possibile prevedere le scelte del soggetto. L’identità apre quindi alla possibilità
di trasformazione e rielaborazione dei modelli e delle regole dell’interazione.

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L’identità è quindi in continua tensione tra l’IO e il ME.
L’identità è aperta, molteplice e continuamente ricostruita e ricomposta. L’alterità
è, in questo caso, una risorsa importante per la costruzione del sé.

CONFRONTO TRA MODELLI

MODELLO MODELLO MODELLO


FUNZIONALISTA CONFLITTUALISTA INTERAZIONISTA
Autore di riferimento PARSONS MARX SIMMEL e MEAD
Enfasi Norme e ruoli sociali Dominio e coercizione Comunicazione e identità
Centralità Società Classe sociale Intersoggettività
Integrazione È una risposta alle Settoriale e oppositiva, Negoziata, costruita e
aspettative sociali predilige l’appartenenza ricostruita attraverso le
alla classe sociale interazioni sociali
Complementarietà Funzionale Dialettica Discorsiva
ego-alter
Identità Realizzativa, sostanziale Settoriale e oppositiva, Aperta, flessibile e
e stabile definita dall’appartenenza discorsiva
di classe
Alterità Se è funzionale è utile, È causa di conflitto È una risorsa per
altrimenti deve essere l’individuo e per la
negata o assimilata società

SOCIALIZZAZIONE, DEVIANZA E CONTROLLO SOCIALE


Il modello funzionalista (PARSONS) afferma che lo spazio è gestito e controllato affinché le spinte
individualistiche dei soggetti non producano esiti distruttivi per la società.
Si cerca quindi di controllare i soggetti circondandoli di una rete di
istituzioni e di agenzie di socializzazione funzionalmente integrate e
culturalmente orientate a fornire il senso dell’esperienza personale e
collettiva.
Si ha quindi una visione ultrasocializzata dell’uomo, visione che è stata
fortemente criticata da parte dei modelli successivi.
Nella società moderna, la dimensione spazio-temporale ha subito un drastico indebolimento nella sua forza di
attribuzione di significati per l’esistenza e di processi di identificazione.

IDENTITÀ, LIBERTÀ, RESPONSABILITÀ NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA


La società contemporanea si concentra eccessivamente sull’autonomia individuale trascurando e impedendo
di porre le basi della convivenza sociale. Di conseguenza, l’identità sociale del soggetto fa difficoltà a formarsi
ed affermarsi.
Si afferma man mano una concezione narcisistica dell’esistenza poiché il singolo individuo vive
un’esasperazione dell’individuazione che lo porta ad un io negoziabile, sperimentale e da scegliere di volta in
volta a seconda delle situazioni, non esiste più un’identità stabile e coerente a sé stessa.
Per uscire da questa situazione è necessario ripensare alla definizione di identità, sia personale che sociale,
sottolineando la sua caratteristica di apertura ma, allo stesso tempo, di chiusura. Bisogna affermare un
modello di identità narrativa, ovvero un’identità circolare che mira al mantenimento dell’identità stessa
attraverso la ricorsività tra il soggetto e i suoi legami sociali.
BAUMAN afferma che l’incertezza, la contingenza e l’ambivalenza generate dalla diversità tra individui
rappresentano lo spazio del soggetto morale e l’aumento della sua libertà, di conseguenza lo
costringono ad assumere responsabilità.
La libertà determina la necessità di scegliere continuamente.
La responsabilità è una conseguenza della libertà.
L’integrazione e l’ordine sociale diventano quindi una continua ridefinizione di ambiti e spazi per l’azione
reciproca attraverso la quale si realizza un equilibrio intersoggettivo.

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CAPITOLO 5: DISUGUAGLIANZE E DIFFERENZE NEI PROCESSI EDUCATIVI.
L’aumento delle disuguaglianze nei processi educativi avviene a seguito dell’istituzione della scolarizzazione di
massa (anni 50-60) soprattutto per quanto riguarda la scuola media o media-superiore.

LA PRODUZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI


Credenzialismo, fenomeno che si afferma con l’avvio della scolarizzazione di massa e che riguarda il
monopolio dell’accesso alle professioni più remunerative e alle maggiori opportunità
economiche da parte dei detentori di lauree e certificati.
Questo fenomeno determina quindi una disuguaglianza di distribuzione di beni e privilegi
tra coloro che hanno un livello di istruzione maggiore rispetto a coloro che hanno un livello
minore.
Disuguaglianza, è una disparità oggettiva e sistematica nelle possibilità di influenzare i comportamenti
altrui e nelle condizioni materiali e non materiali della vita quotidiana.
Le disuguaglianze sociali sono il risultato di un confronto e di una valutazione tra i soggetti
rispetto ad un determinato aspetto o oggetto della realtà. Quindi le disuguaglianze sono
relazionali.
La disuguaglianza ha un valore normativo, ovvero implica conseguenze normative diverse
per i soggetti che ricoprono posizioni sociali diverse.
Diversità, si riferisce a caratteristiche di natura qualitativa, ad esempio il sesso.
Differenza, si riferisce a caratteristiche di natura quantitativa, ad esempio il livello di istruzione. È più
probabile che produca disuguaglianze. La differenza implica una valutazione delle qualità.

CONCEZIONI DELL’UGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITÀ EDUCATIVE


Le concezioni della società ugualitaria sono: 1. Uguaglianza formale, ovvero uguaglianza come uguali
possibilità di accesso a risorse sociali e
a posizioni di prestigio.
La stratificazione sociale è intesa come
un continum di posizioni differenziate
occupate dagli individui in relazione
alle loro motivazioni, capacità e
competenze, di conseguenza è
indipendente dall’origine sociale e
dallo status ascritto familiare.
Quest’idea viene supportata dal
funzionalismo (PARSONS).
Si promuove una visione dell’individuo
individualistica e meritocratica. Tutti
hanno la possibilità di migliorare la
propria posizione sociale e di accedere
al sistema di istruzione.
2. Uguaglianza sostanziale, ovvero accesso a posizioni uguali.
La stratificazione sociale genera
relazioni asimmetriche tra classi.
Quest’idea viene supportata dal
conflittualismo (MARX).
Si promuove una visione
dell’individuo collettivista.
L’individuo, solo attraverso una
trasformazione radicale dei
rapporti economici, ha la
possibilità di mobilità sociale, tale
mobilità è intesa come processo
collettivo di emancipazione.

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La scuola riproduce le
disuguaglianze sociali e culturali
tra classi.
3. Uguaglianza multidimensionale, cerca di unire l’approccio
individualista e
collettivista.
La stratificazione sociale è
il risultato di una pluralità
di fattori relativi ai rapporti
tra individui caratterizzati
dalla lotta per accedere alle
posizioni di potere.
Quest’idea viene
supportata
dall’interazionismo
(WEBER).
Si promuove una visione
dell’individuo sia
individualista che
collettivista.
La mobilità sociale è
individuale, l’istruzione è
parte della lotta tra
individui per ottenere le
posizioni di potere.
La valutazione delle
disuguaglianze ha una
dimensione relazionale.
Nelle società
contemporanee è più
corretto parlare di
uguaglianza
multidimensionale.
L’uguaglianza delle opportunità educative viene affrontata diversamente in base a ciò a cui si riferisce, si
può parlare di uguaglianza delle opportunità educative: a) nell’accesso, il focus di analisi sono le
opportunità. Questa ipotesi è
sostenuta dal funzionalismo;
b) nella riuscita, il focus di analisi sono le
disuguaglianze. Questa ipotesi è
sostenuta dal conflittualismo.

I DILEMMI DEI SISTEMI DI ISTRUZIONE


Selezione sociale, è il processo attraverso il quale i soggetti vengono distribuiti all’interno delle diverse
posizioni sociali disponibili.
I tre dilemmi che hanno accompagnato le vicende dei sistemi d’istruzione e del sistema scolastico italiano,
ma non solo, sono: 1. Dilemma selezione/socializzazione, fino agli anni 60 il problema principale del
sistema d’istruzione riguardava l’accesso e le
caratteristiche che doveva avere l’utenza. Ci si
chiedeva se la scuola dovesse rispondere alla
socializzazione, accogliendo il massimo numero
possibile di allievi e mirando all’integrazione,
oppure se dovesse rispondere alla selezione in
funzione della futura classe dirigente.

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In questo periodo si fa quindi riferimento al
grado di apertura/chiusura dei sistemi scolastici.
Nel 1923 la riforma Gentile mira alla chiusura del
sistema scolastico attraverso l’introduzione di
sbarramenti che hanno caratterizzato la scuola
fino agli anni 60.
Nel 1962 la legge sulla scuola media unica
sancisce per la prima volta un’apertura del
sistema scolastico.
2. Dilemma uguaglianza/selezione, a partire dagli anni 60 il problema del sistema di
istruzione riguardava le opportunità di riuscita
scolastica. Emerge il concetto di diritto allo studio
come diritto inalienabile di ogni individuo
3. Dilemma uguaglianza/differenza, riguarda la società contemporanea.

LE DETERMINANTI DELLA RIUSCITA SCOLASTICA


L’uguaglianza di opportunità nella riuscita scolastica riguarda il legame tra selezione e origine sociale. Tale
interesse si è sviluppato a partire dagli anni 50, a seguito dello sviluppo di una prospettiva liberale che
rifletteva sulla crisi dell’investimento di capitale umano, ritenuto un importante fattore dello sviluppo
economico e del progresso sociale.
Teoria della deprivazione culturale, evidenzia che i giovani provenienti da classi sociali inferiori hanno livelli
di istruzione minori a causa dei valori e delle capacità linguistiche
fornite loro dalle famiglie.
BERNSTEIN suddivide il linguaggio in: a) formale, è utilizzato dalle classi sociali superiori;
b) pubblico, è utilizzato dalle classi sociali inferiori. Determina un
basso livello di concettualizzazione.
Educazione compensatoria, è una tipologia di educazione attuata negli anni 70 negli Stati Uniti e in Europa
che mirava ad eliminare i fattori ascritti rendendo meno forti le influenze delle
cause esterne alla scuola riguardo alla riuscita scolastica. Tuttavia, la strategia
non ha ottenuto i risultati desiderati.
L’achievement, ovvero il successo, è una categoria discriminante messa in atto dalla scuola per
promuovere l’apprendimento degli allievi. Deve essere acquisita durante la socializzazione
primaria, quindi è un compito che spetta alla famiglia, riguarda appunto la spinta
motivazionale al successo.
PARSONS sostiene che questo meccanismo è positivo perché permette alla scuola di
individuare gli orientamenti e le attitudini degli individui differenziando i ruoli
occupazionali che ricopriranno da adulti.
Al contrario di Parsons, altri autori affermano che si tratta di un meccanismo negativo
perché opera a favore di chi è già avvantaggiato, alimentando di conseguenza le
disuguaglianze.
BOURDIEU individua due concetti fondamentali per dimostrare come la scuola non riconosca le
disuguaglianze di partenza e, di conseguenza, come riproduca le gerarchie sociali esistenti.
Nello specifico parla di: - capitale culturale, è l’insieme dei beni simbolici trasmessi dalle
agenzie educative, in primis la famiglia, che denota
la possibilità di successo per il soggetto. Delinea un
habitus che determina l’appartenenza ad un
determinato gruppo sociale;
- ethos di classe, è l’insieme dei valori di riferimento che contribuiscono
a definire la motivazione all’apprendimento e alla
frequenza scolastica, ad esempio gli atteggiamenti
verso la scuola e la cultura scolastica.
La scuola, cercando di non considerare le disuguaglianze di partenza, finisce per trasformare il
privilegio in merito considerando i risultati scolastici unicamente legati a doti naturali ed
individuali.
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BOUDON – Teoria della scelta scolastica, afferma che il soggetto, nella sua carriera scolastica, si trova
davanti ad un bivio e deve scegliere quale strada prendere.
L’autore prevede quindi una forte dialettica tra i meccanismi
sociali e le aspettative individuali.
LA DISPERSIONE SCOLASTICA
La dispersione scolastica è un importante indicatore della funzione di selezione, si tratta del fenomeno che
riassume l’insieme delle bocciature, delle ripetenze e degli abbandoni. Descrive quindi la discontinuità dei
percorsi di istruzione.
La dispersione scolastica è un indicatore della qualità del sistema scolastico in termini di efficienza e di
efficacia, riguarda quindi il prodotto in uscita del sistema e sottolinea la disuguaglianza nella distribuzione e
nell’appropriazione delle chance educative.

LE TRASFORMAZIONI DEL FENOMENO DELLA DISPERISIONE SCOLASTICA


La dispersione scolastica in Italia riguarda principalmente l’evasione dell’obbligo scolastico e
l’inadempienza. La sua evoluzione nel tempo si può suddividere in tre fasi:
1° fase, METÀ ANNI 60 – METÀ ANNI 80.
Introduzione e attuazione della legge sulla scuola media unica.
La questione fondamentale riguarda l’assolvimento dell’obbligo scolastico a fronte di una
popolazione tendenzialmente prima di istruzione elementare e con tassi di scolarizzazione di base
molto bassi.
Nei primi anni 70 il tasso di licenze medie ha visto un considerevole aumento.
Nei primi anni 80 si registra la piena scolarizzazione della popolazione nella fascia d’età 6-14 anni.
2° fase, METÀ ANNI 80 – FINE ANNI 90.
La questione fondamentale riguarda la possibilità di permanenza nel sistema di istruzione, si fa
riferimento al prolungamento degli studi e al conseguimento di titoli di studio di scuola secondaria
di 2° grado o di laurea.
Aumentano le bocciature soprattutto nelle prime classi della scuola media e superiore a causa di
forti differenze nei metodi di insegnamento che determinano una vera e propria frattura tra un
livello di istruzione e l’altro. Tale condizione ha determinato un forte incremento dell’abbandono
scolastico, i cosiddetti studenti drop out.
A partire dagli anni 90 si impostano le linee operative di contrasto alla dispersione scolastica.
3° fase, ANNI 2000 – OGGI.
La questione fondamentale riguarda il successo formativo e la qualità in termini di efficacia del
sistema di istruzione.
Nel 2000 la Riforma Berlinguer sancisce il riordino dei cicli di istruzione.
Nel 2003 la Riforma Moratti estende il diritto e il dovere allo studio e alla formazione professionale
fino ai 18 anni.
Da questo momento, la dispersione scolastica non è più considerata un fattore individuale, al
contrario, si afferma che è strettamente legato a condizioni contestuali, materiali, culturali,
psicologiche e relazionali.
Il successo formativo non riguarda più solamente la riuscita scolastica ma riguarda anche le
occasioni formative che permettono lo sviluppo delle doti e delle capacità di capitale umano di ogni
soggetto. Acquista quindi maggiore valore l’apprendimento non formale, esterno alla scuola, e
informale, relativo alla quotidianità.
La dispersione scolastica riguarda quindi gli studenti che abbandonano la scuola prima del
conseguimento del diploma della scuola secondaria di secondo grado.
Negli ultimi anni l’Italia ha registrato un aumento degli esiti scolastici positivi e una diminuzione dei
tassi di bocciatura.
I tassi di bocciatura più elevati si registrano sempre in prima superiore.

L’ISTRUZIONE COME RISORSA E IL PROBLEMA DELLE FASCE DEBOLI


Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona ha posto all’Europa l’obbiettivo di diventare entro il 2010
l’economica della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita
economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo

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dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale.
Nel 2010 il Consiglio Europeo ha posto all’Europa l’obbiettivo di promuovere entro il 2020 una crescita
intelligente, sostenibile ed inclusiva.
Indagini del 2016 hanno evidenziato che, nonostante le differenze tra paesi, è possibile affermare che la
dispersione scolastica è in declino.
L’istruzione deve assumere il carattere di bene di investimento.
Le decisioni scolastiche individuali sono influenzate da: - background culturale familiare;
- risorse economiche familiari;
- titolo di studio dei genitori;
- condizioni esogene al soggetto, come la
collocazione territoriale e le condizioni del
mercato del lavoro locale;
- bilancio costi-benefici dell’istruzione finalizzata
all’ottenimento di una buona occupazione
lavorativa.
Per quanto riguarda le scelte e gli esiti scolastici risulta quindi fondamentale il ruolo dell’ambiente sociale
che si costituisce come un capitale sociale che consiste in modelli comportamentali e di accesso alle
informazioni. Un altro fattore che gioca un ruolo molto importante è il funzionamento dell’istituzione e la
sua capacità di sostenere e investire realmente nelle scelte di istruzione.

ISTRUZIONE E MOBILITÀ SOCIALE


Nelle società industriali e moderne le traiettorie di vita si basano sul principio dell’acquisitività, concetto
che fa riferimento al bisogno di riuscita, realizzazione e investimento del proprio percorso di vita. Tale
concetto si lega quindi alla mobilità che si suddivide in: a) educativa, fa riferimento alla possibilità di
ottenere un titolo di studio superiore
rispetto ai propri genitori;
b) sociale, fa riferimento alla possibilità di ricoprire
posizioni sociali più elevate rispetto
all’origine sociale familiare di partenza;
c) intra-generazionale, si confrontano i percorsi dei
soggetti della stessa
generazione;
d) inter-generazionale, si confrontano i percorsi dei
soggetti di diverse
generazioni.
In Italia, nel corso degli anni, sono emerse diverse tesi riguardo l’istruzione e la mobilità:
1. Fine anni 60, prevale la tesi dell’istruzione come investimento, quindi come mezzo per migliorare la
propria posizione sociale di partenza. L’istruzione è il mezzo che permette la mobilità e
l’ascesa sociale.
Questa visione viene sostenuta dal funzionalismo il quale si concentra principalmente sulla
relazione tra istruzione ed occupazione.
2. Anni 80, ci si concentra sul rapporto tra origine sociale, istruzione e occupazione mostrando la
complessità di tale relazione. Si sottolinea che, nella maggior parte dei paesi, l’istruzione ha
riprodotto la stratificazione sociale esistente, quindi prevale la tesi dell’istruzione come
mantenimento.
Si è evidenziato che la possibilità di perseguire negli studi è strettamente connessa ai livelli di
istruzione dei genitori.
3. Oggi, a seguito della crisi economica e occupazionale, la relazione tra istruzione ed occupazione e
fortemente indebolita.

IL DILEMMA CONTEMPORANEO: UGUAGLIANZA O DIFFERENZA?


Fino agli anni 70 ci si è concentrati unicamente sul tema dell’uguaglianza delle opportunità, tradotto nel
conseguimento di un’omogeneità nei risultati. Tuttavia, in anni recenti si è spostata l’attenzione sulle
differenze dando maggiore valore al punto di vista del soggetto, alle sue azioni e alle sue scelte.

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Ci si spinge verso la differenziazione della domanda formativa mettendo a disposizione canali esterni al
sistema scolastico, istituendo quindi percorsi di scuola-lavoro.
Oggi, è opportuno lavorare sulla disuguaglianza riferita ai condizionamenti positivi o negativi attorno alle
scelte e alle carriere scolastiche.
Capitale sociale, è il capitale incorporato nelle relazioni tra persone che nasce quado le relazioni cambiano i
modi di agevolamento dell’azione. Richiede quindi fiducia reciproca e processi di scambio
sempre più allargati.
Oggi, al fine di comprendere il dilemma uguaglianza/differenza, appare quindi necessario adottare una
concezione dialogica e sequenziale del rapporto tra strutturazione dei condizionamenti sociali e culturali e
gli esiti finali. Ci si rifà alle posizioni teoriche di BOUDON, DAHRENDORF e ARCHER.

CAPITOLO 6: FAMIGLIA E SOCIALIZZAZIONE: L’INCONTRO DI GENERAZIONI


E DI GENERE.
La riflessione sociologica sulla famiglia si concentra sul suo ruolo di prima agenzia educativa e di
socializzazione.

LA FAMIGLIA COME GRUPPO PRIMARIO E COME ISTITUZIONE


La famiglia è: - un gruppo primario perché svolge l’importante ruolo di socializzazione primaria e perché è
costituito da legami emotivi profondi;
- un’istituzione sociale perché possiede un assetto normativo che è definito socialmente.
Prima degli anni 70, durante l’epoca pre-industriale, si promuoveva un approccio istituzionale della famiglia
borghese costituita dalla presenza di un’autorità che si riproduceva in base alla
struttura autoritaria sociale e alla subordinazione della figura femminile.
La famiglia è patriarcale.
A partire dagli anni 70, durante il passaggio alla società moderna, a seguito dei movimenti anti-autoritari e
anti-istituzionali, l’approccio tradizionale della famiglia è andato in crisi e
l’attenzione si è spostata sull’analisi delle relazioni interpersonali e sui processi di
scambio. Si passa quindi dal legame della famiglia con la società alle interazioni
interne alla famiglia.
La famiglia subisce un processo di soggettivazione e privatizzazione. L’uomo e la
donna hanno ruoli distinti ma complementari.

TIPI E MODELLI DI FAMIGLIA


PARSONS sostenendo l’approccio funzionalista indaga le funzioni della famiglia affermando che, nella
società industriale, il ruolo della famiglia nucleare isolata si restringe ma subisce una
specializzazione funzionale.
Le due funzioni specialistiche che riguardano la personalità, gli aspetti psicologici e affettivi,
ovvero: 1. La socializzazione primaria dei figli;
2. La stabilizzazione delle personalità adulte.
La famiglia è un’agenzia specializzata in affetto poiché svolge soprattutto funzioni riguardanti i
bisogni soggettivi, le speranze e la realizzazione del singolo individuo.
La famiglia determina lo status ascritto dei propri membri, ad esempio la posizione sociale e la
gerarchia all’interno della famiglia.
L’integrazione e l’adattamento al nucleo familiare permettono di ridurre le tensioni che
minacciano l’equilibrio del sistema complessivo.
MARX sostenendo l’approccio conflittualista, afferma che lo svuotamento di funzioni della famiglia gli fa
perdere il ruolo di istituzione e luogo di riproduzione della società e dei suoi rapporti di dominio.
Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 si supera l’analisi sociologica della famiglia che la considera
funzionale solo al sistema sociale. La solidarietà familiare è il risultato di vari livelli di realtà a cui
corrispondono specifiche funzioni sociali. Si parla di livello: - biologico, funzioni sociali di riproduzione;
- psicologico, funzione di maturazione della
personalità;
- economico, funzione di cooperazione di
problemi adattivi;
- sociale, funzione di assunzione di ruoli;
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- culturale, funzione di integrazione.
 La famiglia ha quindi ruoli multifunzionali
lungo tutto il ciclo di vita.
La famiglia è uno degli attori sociali che
contribuiscono a definire il mutamento
sociale.

LA STRUTTURA E I RUOLI DELLA FAMIGLIA


Famiglia estesa, tipica della società premoderna, i ruoli genitoriali sono al centro di una rete complessa di
rapporti sociali i quali sono, al tempo stesso, sia limiti per l’individualità che garanzia di
solidarietà sociale.
L’autorità è esercitata principalmente dai maschi anziani.
Famiglia nucleare isolata, tipica della società moderna, è caratterizzata dalla separazione tra ruolo
lavorativo e ruolo familiare. Si basa su una solidarietà interna costruita su una
tensione di carattere acquisitivo.
Si verifica una differenziazione dei ruoli genitoriali basata sul potere, sulla
strumentalità e sull’espressività.
Famiglia simmetrica, si affianca alla famiglia nucleare isolata. Accentua la simmetria dei ruoli sul versante
lavorativo, si parla quindi di doppia carriera da parte di entrambi i coniugi che si
spostano verso la condivisione e l’intercambiabilità di ruolo. La donna è mamma e
lavoratrice e, allo stesso modo, l’uomo è padre e lavoratore.
Il rapporto di coppia è centrale e si basa su una logica di aspettative reciproche ed
egualitarie.
Questi modelli di famiglia sono degli idealtipi che si possono trovare in tutte le società di ogni tempo.
Negli ultimi anni si è registrato un forte incremento del numero di famiglie in Italia, questo è dovuto
principalmente dal progressivo invecchiamento della popolazione e dall’allungamento della longevità.
Si registrano alti tassi di famiglie nucleari nel Sud Italia e alti tassi di famiglie unipersonali al Nord.

CICLO DI VITA E SOCIALIZZAZIONE FAMILIARE


PARSONS e BALES studiano la socializzazione familiare della classe media americana degli anni 50.
Delineano un modello di sviluppo a spirale e discontinuo che si articola in una
socializzazione suddivisa in 4 fasi basate sulla teoria psicosessuale di FREUD. Nello
specifico parlano di: 1° fase, DIPENDENZA ORALE.
Corrisponde all’identità madre-bambino.
2° fase, FASE ANALE E ATTACCAMENTO AMOROSO.
Corrisponde alla differenziazione tra sé e il genitore.
3° fase, EDIPICA E DELLA LATENZA.
Corrisponde all’integrazione del sistema dei ruoli familiari
differenziati in base al sesso.
4° fase, GENITORIALITÀ.
Corrisponde al periodo dell’adolescenza e alla maturità
psicosessuale.
Lo sviluppo della personalità necessita di: a) organizzazione sull’interiorizzazione di
oggetti sociali;
b) processo di differenziazione di un sistema di
oggetti interiorizzati, da un sistema
semplice ad uno sempre più complesso.
I genitori, in quanto agenti socializzanti, ricoprono sempre due ruoli: modello e agente di
controllo sociale.
Identificazione, è il processo fondamentale della socializzazione primaria, si verifica nel
momento in cui vengono interiorizzati i valori comuni e collettivi.
La vita della famiglia è suddivisa in 5 fasi, ognuna delle quali è segnata da eventi critici e compiti di sviluppo
che necessitano di una riorganizzazione familiare e di un nuovo processo di adattamento, si tratta quindi di
un processo di decostruzione seguito da uno di costruzione. Le fasi di vita della famiglia sono quindi:

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EVENTO CRITICO COMPITO DI SVILUPPO
Costruzione della coppia Matrimonio Formazione dell’identità
Famiglia con bambini Nascita dei figli Accettazione di una nuova generazione e
assunzione del ruolo genitoriale
Famiglia con adolescenti Adeguamento alla relazione
Adolescenza dei figli genitore-figlio per favorire la reciproca
separazione
Famiglia trampolino I figli escono di casa Accettazione della relazione
adulto-adulto tra genitore e figlio
Famiglia anziana Pensionamento/malattia Sostegno alla generazione di mezzo e
partecipazione alla vita dei nipoti

PROBLEMATICHE ATTUALI DELLA SOCIALIZZAZIONE FAMILIARE


Il modello di socializzazione di PARSONS risulta inadeguato alle trasformazioni della famiglia odierna. Il
processo di socializzazione primaria vive ambivalenze, contraddizioni e tensioni a causa dei molteplici
modelli culturali e dei diversi modi di essere famiglia e di vivere la famiglia. Nello specifico si evidenzia la
tendenza di oscillazione tra: - valori consumistici e solidaristici;
- assistenzialismo e chiusura privatistica;
- attenzione all’altro e investimento affettivo limitato;
- puerocentrismo e adultismo degli infanti, a riguardo POSTMAN parla di
scomparsa dell’infanzia affermando che i bambini e gli adulti di oggi non sono
più caratterizzati alla discontinuità generazionale.
L’educazione della genitorialità è passata dall’assunzione di responsabilità del
ruolo genitoriale all’approvazione e all’opinione altrui.
Numerose ricerche affermano che i giovani d’oggi sentono il bisogno di sicurezza, protezione ed
identificazione della famiglia come realtà vissuta e come relazione primaria, questi bisogni si traducono in
un prolungamento della permanenza in famiglia dovuto appunto, sia per il bisogno di instaurare relazioni
primarie forti e di sicurezza, sia per i problemi economici.
Dimensione di genere, ricerche recenti hanno evidenziato la maggior parte di bambini, adolescenti e adulti
è ancora influenzata dagli stereotipi culturali di genere, tuttavia il cambiamento e la
trasformazione familiare che si sta verificando ha portato all’affermazione di una
porzione di popolazione che cerca di andare oltre a questi stereotipi.
Nello specifico, si parla di: a) Diversità tra generi, ovvero tra sesso maschile e
femminile;
b) Diversità dentro i generi.
Capitale sociale, BOURDIEU afferma che è l’insieme delle relazioni che un attore possiede e mobilita per
promuovere i propri scopi o i propri interessi.
PUTNAM afferma che si suddivide in: a) bonding, fa riferimento ai legami che si sviluppano
all’interno di un gruppo;
b) bridging, fa riferimento ai legami e ai vincoli
esterni al gruppo.
A seconda del modo di sviluppare il capitale sociale, la famiglia può essere:
1. Responsabilizzante, quando il capitale sociale è forte sia per gli aspetti interni che per
quelli esterni promuovendo una migliore crescita dei figli.
2. Fragile, quando il capitale sociale è debole sia per gli aspetti interni che per quelli
esterni rendendo i figli più vulnerabili.
Capitale culturale, BOURDIERU afferma che è l’insieme di beni simbolici che costruiscono l’habitus del
soggetto e gli consentono di presentarsi nel mondo a suo modo e di
muoversi nello spazio sociale.
Il capitale culturale serve per produrre una posizione all’interno del sistema di
stratificazione sociale costruendosi una chance di vita.

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CAPITOLO 7: LA TRASMISSIONE DELLA CULTURA: LA SCUOLA E GLI
INSEGNANTI.
LA SCUOLA COME ISTITUZIONE CULTURALE
La scuola è: - un’istituzione formale, riguarda la dimensione normativa, ovvero valori, norme e pratiche
vincolanti;
- un’agenzia di socializzazione, riguarda la dimensione cognitiva, ovvero il luogo di esperienza
della razionalità e dell’intersoggettività realizzata dal processo
di insegnamento-apprendimento.
La scuola è finalizzata a trasmettere la cultura, ad educare e ad istruire le nuove generazioni. L’educazione è
quindi socialmente sanzionata, istituzionalizzata e finalizzata ad obiettivi specifici.
BRINT distingue il concetto di: - istruzione, riguarda l’insieme di contenuti e di saperi organizzati in
sequenze curricolari e didattiche;
- educazione, si riferisce alla dimensione dei comportamenti, degli
atteggiamenti e dell’elaborazione di significati.
La scuola è quindi una realtà complessa che può essere suddivisa in tre componenti:
1. Istituzione, svolge funzioni economiche, sociali e culturali;
2. Servizio, fornisce prestazioni agli individui sviluppando azioni in ordine alle indicazioni politiche, sociali e
culturali.
3. Comunità, è un ambiente di vita sia fisico che simbolico orientato allo sviluppo e alla crescita degli
individui.
La scuola è un’istituzione specializzata che si presenta come una comunità di apprendimento e di esperienza
che sviluppa un’intenzionalità educativa, degli obiettivi, delle strategie e delle modalità di azione e
interazione legate alla cultura e al contesto d’appartenenza.
La scuola è una realtà organizzativa centrata sulla cultura, con una cultura di riferimento che richiede dei
requisiti e dei comportamenti per potervi accedere e usufruirne.
La cultura della scuola è suddivisa in tre livelli: 1. CULTURA COME INSIEME DI SAPERI.
Si fa riferimento ad un patrimonio culturale organizzato,
condiviso, trasmissibile finalizzato all’acquisizione di
conoscenze.
Gli insegnanti fanno riferimento principalmente alla
cultura come insieme di saperi.
2. CULTURA COME INSMEE DI NORME, REGOLE E
RITUALI CONDIVISI.
Si fa riferimento alle componenti latenti della cultura, ad
esempio alle norme comportamentali e di buon costume.
3. CULTURA COME SAPERE ORGANIZZATIVO.
Si fa riferimento alle pratiche di funzionamento e di
gestione, ad esempio il calendario, gli orari delle lezioni,
curricoli di insegnamento ecc.
Diventa fondamentale dopo le Leggi (1997-1999-2015)
che attribuisce alla scuola l’autonomia organizzativa,
amministrativa e didattica.

LE FUNZIONI DELLA SCUOLA


 FUNZIONE DI SOCIALIZZAZIONE, BRINT distingue tre dimensioni della socializzazione:
1. Conformità comportamentale, implica azioni che attivano il
corpo e i suoi movimenti;
2. Conformità morale, implica azioni volte alla produzione di un
senso interiorizzato di azione giusta;
3. Conformità culturale, implica l’apprendimento di stili e punti
di vista socialmente approvati.

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La funzione di socializzazione della scuola si è trasformata nel tempo a
seguito dei mutamenti sociali, con la modifica della funzione
economico-produttiva della famiglia la scuola diventa il mezzo per
continuare il processo di socializzazione specificando gli orientamenti di
ruolo.
Ad oggi, la distinzione tra socializzazione primaria familiare e
socializzazione secondaria scolastica non è più così netta. Il rapporto
tra le due agenzie di socializzazione è discontinuo, contrapposto o
conflittualista.
 FUNZIONE DI SELEZIONE, la scuola seleziona gli individui orientandoli verso le posizioni sociali esistenti e
verso i ruoli che sono portati a ricoprire.
La funzione di selezione si collega alla mobilità sociale degli individui che si
basa sul concetto dell’achievement (successo scolastico) di PARSONS.
In anni recenti, a causa dei processi di democratizzazione, la funzione di
selezione della scuola è messa sempre più in secondo piano. Tuttavia, la
funzione di selezione, connessa a quella di valutazione, appare ineliminabile;
per eliminarla sarebbe necessario modificare gli obiettivi e il funzionamento
dei processi di istruzione.

IL SISTEMA SCOLASTICO ITALIANO E LE TRASFORMAZIONI DELLA SCOLARITÀ


Alfabetizzazione, processo antecedente alla scuola gestito da persone colte o religiose che si impegnavano
ad insegnare a leggere e scrivere alla popolazione.
Scolarizzazione, processo che si avvia a seguito della scuola di massa.
Alla fine dell’800 si registra un forte divario tra le iscrizioni alla scuola dell’obbligo in Italia e quelle negli altri
paesi, l’Italia infatti registra il più basso tasso di iscrizioni e di frequenza per la fascia d’età 6-9 anni con
percentuali inferiori al 45%. Questo ritardo è dovuto da fattori: - economici, poiché l’Italia era un paese
basato ancora sull’economia
agricola;
- culturali, perché l’Italia ha risentito
fortemente della sconfitta delle
correnti positivistiche causata
dall’affermazione dell’idealismo
di due intellettuali politici: Croce
e Gentile.
- politici, la riforma Gentile del 1923 ha
portato ad una chiusura e ad una
selezione del sistema scolastico
italiano inserendo una serie di
sbarramenti e di differenziazione
di percorsi ad esempio tra sesso
maschile e femminile. Questa
chiusura rimarrà in vigore fino alla
legge del 1962 che sancisce la
scuola media unica e obbligatoria.
Considerando lo sviluppo del sistema scolastico italiano, è opportuno approfondire tre fenomeni:
1. Analfabetismo, decresce dall’Unità d’Italia in poi, quindi a partire dal 1861, senza però scomparire.
Infatti, ancora oggi l’analfabetismo rimane un problema cronico della popolazione
italiana, tuttavia, non rappresenta un fattore di emarginazione e viene quindi definito un
tratto generale della cultura italiana.
Per quanto riguarda la distribuzione dei titoli di studio, l’Italia è ancora oggi in una
posizione retrocessa rispetto a tutti i paesi industrializzati.
Oggi, la maggiore criticità del sistema scolastico italiano è la dispersione scolastica,
fenomeno che rischia di far riemergere l’analfabetismo di ritorno o funzionale, ovvero la
perdita di capacità di lettura e scrittura nonostante gli anni di scolarizzazione.
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2. Divario tra nord e sud, tale divario riguarda principalmente i tassi di scolarizzazione e la permanenza nel
sistema scolastico. Infatti, è al sud che si registrano i più alti tassi di dispersione
ed abbandono scolastico.
3. Elitarismo, fino agli anni 60 la scuola in Italia era riservata alle élite. Nel 1962, con la riforma della scuola
media, e nel 1969 con la regolazione degli accessi all’università si è registrata una svolta che
ha portato all’allontanamento dell’elitarismo per affermare la scuola di massa.
Tuttavia, questa svolta della scuola di massa si è registrata soprattutto negli ordini di scuola
inferiore cercando di adempiere all’obbligo scolastico e di diminuire il divario tra i livelli di
istruzione italiana e quelli degli altri paesi europei.
Oggi, l’elitarismo non può definirsi abolito, al contrario permane nella segregazione
formativa, ovvero nella volontà di scegliere un indirizzo di scuola piuttosto che un altro.

LA REALTÀ MULTICULTURALE DELLA SCUOLA ITALIANA


A partire dagli anni 80, la scuola italiana ha accolto studenti con cittadinanza non italiana diventando di
fatto una realtà multiculturale e multietnica. Inizialmente si trattava di un fenomeno piuttosto contenuto e
circoscritto in determinate aree geografiche, si parlava infatti di policentrismo etnico. Tuttavia, con il
passare del tempo lo scenario si è modificato e la percentuale di alunni stranieri è incrementata fortemente
soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni 90 e nei primi anni del 2000.
Le indagini ISTAT, hanno rilevato che la percentuale di alunni maschi stranieri è leggermente superiore
rispetto alle femmine. Le cittadinanze straniere più presenti in ogni ordine di scuola
italiana sono Romania, Albania e Marocco.
Per quanto riguarda gli ordini di istruzione superiore, la popolazione straniera è
maggiormente orientata ai percorsi di istruzione e formazione professionale.
All’università, la percentuale di popolazione straniera è prevalentemente femminile, tra i
corsi di studio più frequenti troviamo ingegneria, lingue ed economia.

INSIEME A SCUOLA
La legislazione italiana ha promosso una serie di interventi legislativi per regolare e controllare il fenomeno
dell’inserimento degli studenti stranieri nella scuola.
Nel 1981 una circolare ministeriale afferma che i figli di lavoratori migranti hanno l’obbligo di uniformarsi
alla formazione scolastica entro 5 anni. L’anno successivo viene confermata tale circolare
attraverso un decreto del presidente della repubblica.
Ci si concentra sul chiarire le modalità di accoglienza e di scolarizzazione dei minori definendo le
modalità di iscrizione, assegnazione di classe e la programmazione dell’inserimento e
dell’insegnamento della lingua italiana.
Viene quindi garantito il diritto di istruzione a tutti i figli di lavoratori migranti concentrandosi nel
garantire l’accesso e la permanenza nel sistema di istruzione.
Nel 1990 si inizia a prestare maggiore attenzione alle diversità individuali, sociali e culturali cercando di
promuoverle e valorizzarle. Quindi, a partire dalla scuola materna si promuove un’educazione
interculturale fondata sul rispetto, sulla valorizzazione e sullo scambio tra culture differenti.
Nel 1994 una circolare ministeriale amplia e definisce il diritto allo studio come un diritto fondamentale di
qualsiasi bambino, indipendentemente dalla sua situazione sociale o giuridica, garantendo quindi
l’accesso alla scuola italiana anche ai figli di immigrati irregolari.
La cultura straniera diventa quindi uno dei tanti modi possibili per esprimere la diversità e
l’identità personale.
Nel 1998 un decreto legislativo pone attenzione all’insegnamento della lingua italiana come seconda lingua
preservando il mantenimento della lingua madre degli alunni stranieri.
Nel 1999 il decreto del presidente della repubblica sottolinea la garanzia del diritto di studio a tutti gli
individui stabilendo come principio di iscrizione il solo vincolo dell’età anagrafica.
Nel 2002 la legge sull’immigrazione di Bossi e Fini garantisce l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola
di tutti, ovvero nelle classi normali della scuola pubblica.
Nel 2010 una circolare ministeriale definisce le indicazioni operative e i finanziamenti per le scuole a forte
processo immigratorio fissando come limite massimo al 30% la presenza di alunni stranieri.

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LO STATO DELLA RICERCA SULLA REALTÀ SCOLASTICA MULTICULTURALE
L’affermazione e il continuo incremento delle realtà scolastiche multiculturali ha portato a sviluppare un
bisogno di conoscenza più diretta riguardo gli insegnanti e gli alunni stranieri. Tuttavia, ad oggi le ricerche
sono circoscritte alle singole scuole o alle piccole realtà territoriali.
Ricerche sugli insegnanti, A) GIUSTI 1991-1993 in Toscana sono state indagate le opinioni degli insegnanti
riguardo alla scuola e all’educazione interculturale attraverso un
questionario.
I risultati raccolti evidenziano che gli insegnanti sono favorevoli a
promuovere l’educazione interculturale in quanto la ritengono utile e
necessaria, tuttavia vengono anche messe in luce diverse criticità
come la comunicazione scuola-famiglia, le problematiche relative agli
scambi tra culture e la formazione specifica degli insegnanti.
B) Fondazione ISMU 1996 si concentra sugli insegnanti della scuola elementare
evidenziando tre posizioni differenti:
1. Integrazione come assimilazione;
2. Integrazione come tolleranza e inclusione;
3. Integrazione come scambio.
In generale, le ricerche si concentrano prima sulla scuola elementare e, solo in
anni recenti, si è spostata l’attenzione anche sui livelli di istruzione superiore e
sui problemi legati all’adolescenza.
Indagini più recenti evidenziano che gli insegnanti hanno un atteggiamento
positivo e di apertura nei confronti degli stranieri e dell’educazione
interculturale, tuttavia necessitano di una formazione professionale che
permetta loro di progettare attività didattiche adeguate alle singole situazioni.
Negli ultimi anni le ricerche sul benessere della popolazione straniera di seconda generazione si sono
spostate anche al di fuori della scuola, ci si concentra quindi sul tempo libero, sull’educazione informale e
sui luoghi di aggregazione giovanile. Tali ricerche evidenziano che, a volte, la multiculturalità promossa
all’interno delle strutture scolastiche non viene riprodotta anche al di fuori di tali contesti, lasciando quindi
i ragazzi stranieri in condizioni di solitudine ed emarginazione.

LA RIUSCITA SCOLASTICA E L’INVESTIMENTO IN ISTRUZIONE DEGLI ALUNNI STRANIERI


Uno dei fattori che sottolinea un buon adattamento degli stranieri alla cultura italiana è la riuscita
scolastica. Le ricerche a riguardo sottolineano, prima di tutto, il ritardo degli alunni stranieri dovuto
principalmente alla comprensione della lingua e ad una prima fase di ambientamento nel paese ospitante;
l’istruzione italiana generalmente inserisce gli alunni stranieri in classi inferiori rispetto all’età anagrafica.
I ritardi aumentano con l’aumentare del livello di istruzione.
Con il passare degli anni tale ritardo sta man mano diminuendo anche se si sottolinea che nelle classi con
un’alta concentrazione di alunni stranieri si registrano risultati scolastici inferiori. Si sottolinea quindi
l’importanza nella formazione delle classi che devono avere il giusto equilibrio tra componente autoctona e
straniera in modo tale da garantire a tutti maggiori possibilità di successo scolastico.
La riuscita scolastica deve essere considerata come un processo, legato al presente, come tappa di un
percorso immaginato e desiderato.
Gli obiettivi a cui si mira sono: a) Garantire il diritto all’uguaglianza nelle possibilità di accesso e di fruizione
dell’istruzione;
b) Garantire il diritto alla differenza, allo sviluppo personale, individualizzato
in relazione a motivazioni e aspettative individuali.

ATTORI IN GIOCO: GLI INSEGNANTI E IL LORO RUOLO PROFESSIONALE


L’insegnante è l’attore principale dei processi di insegnamento, dell’educazione e della socializzazione delle
nuove generazioni che frequentano le istituzioni scolastiche. La rilevanza di questa figura è dovuta
all’emergere della scuola come istituzione formale di istruzione ed educazione.

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RICERCHE SUGLI INSEGNANTI: SOCIALIZZAZIONE PROFESSIONALE E ATTEGGIAMENTI VERSO
L’INNOVAZIONE
Le prime ricerche sugli insegnanti in Italia iniziano negli anni 60, si evidenzia la carenza di conoscenza sulla
figura è sul ruolo dell’insegnante soprattutto a causa delle forti trasformazioni che si stanno vivendo
all’interno del sistema scolastico italiano, un esempio significativo è la riforma della scuola media unica del
1962.
La ricerca sociologica sugli insegnanti si può dividere in 5 fasi:
1° fase, AVVIO DELLE RICERCHE (1963-1969).
BAGLIONI e CESAREO nel 1962 conducono la prima ricerca con metodo sociologico sulla
professione degli insegnanti delle scuole elementari e medie nella provincia
di Bergamo.
Si concentrano nell’individuare: - posizione professionale dell’insegnante;
- posizione sociale dell’insegnante;
- posizione familiare dell’insegnante;
- vocazione all’insegnamento;
- giudizi sulle trasformazioni della società;
- attività extra-scolastiche;
- partecipazione ad attività politiche e
sindacali;
- rapporti con la società in trasformazione.
CESAREO e BARBAGLI nel 1969 conducono due ricerche sugli insegnanti che risulteranno un
fondamentale punto di riferimento per l’analisi sociologica successiva. Tali
ricerche evidenziano una forte resistenza al cambiamento da parte dei
professori di scuola media, polarizzandoli tra la tradizione e il rinnovamento.
2° fase, SVILUPPO DELLE RICERCHE (1969-1972).
Viene messo fortemente in discussione il rapporto scuola-società. Il ruolo della scuola e degli
insegnanti viene messo in crisi dalle proteste giovanili e dalla scolarizzazione di massa.
Si mette quindi in luce la crisi della scuola nel far fronte al forte aumento della domanda sociale di
istruzione.
3° fase, STASI NELLE RICERCHE (1972-1979).
Mancando le riforme istituzionali, si interrompono tutte le ricerche sugli insegnanti.
4° fase, RIPRESA DELLE RICERCHE (1979-1989).
Riprendono le ricerche sugli insegnanti concentrandosi sulla professionalità del ruolo, sulla
formazione iniziale e permanente e sulle trasformazioni strutturali del corpo docente.
LACEY nel 1981 mette in luce la pressione adattiva che la scuola attua sugli individui. Propone
quindi tre modelli di integrazione: 1. Adattamento interiorizzato, comporta l’accettazione
dei valori e delle norme
dell’istituzione perché
sono ampliamente
condivisi;
2. Ridefinizione strategica, comporta una rielaborazione
di obiettivi e modelli
mettendosi quindi in una
posizione di conflitto rispetto
all’istituzione;
3. Compiacenza strategica, comporta l’accettazione dei
valori e delle norme
dell’istituzione anche se non
sono condivise, si cerca quindi
di evitare il conflitto.
 Questi modelli evidenziano che in Italia gli insegnanti,
nel loro percorso lavorativo, affrontano una
socializzazione professionale che influenza le sue

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pratiche educative. L’insegnante è quindi un prodotto
della scuola, infatti per molti anni gli insegnanti hanno
imparato la loro professione direttamente sul campo
poiché non vi era una formazione professionale
iniziale adeguata ad offrire gli strumenti necessari per
adoperare nella realtà sociale.
Solo in anni recenti è stato previsto un tirocinio
obbligatorio (TFA) che strutturi le competenze
professionali, la motivazione consapevole e le funzioni
richieste al ruolo insegnante.
Gli insegnanti possono essere considerati agenti di
cambiamento all’interno della scuola solo se la scuola
stessa, in quanto istituzione, si considera a sua volta
come costruttrice di realtà sociale, culturale ed
educativa.
5° fase, ANNI NOVANTA E NUOVO MILLENNIO.
Si riaccende a pieno la ricerca sulla professione insegnante soprattutto a causa del processo di
disaffezione e di presa di distanza dal ruolo, dovuto dallo scarso riconoscimento sociale, dallo
stress e dalle difficoltà di organizzazione.
I risultati delle ricerche condotte negli anni 90 mettono in luce un ritorno all’omogeneità del corpo
docente, ad esempio la femminilizzazione dell’insegnamento.

INSEGNANTI: UN RUOLO IN TRASFORMAZIONE


A partire dagli anni 90 si è affermata un’idea di socializzazione a bassa definizione, sottolineando la perdita
di riferimenti adulti forti sia all’interno della scuola che nei contesti extrascolastici.
I ruoli educativi subiscono quindi una destabilizzazione e vengono messi in secondo piano a causa delle forti
trasformazioni sociali, soprattutto in ambito tecnologico e dei media.
Gli elementi innovativi del ruolo insegnante sono: a) saperi circolanti frutto di continue ridefinizioni;
b) nuove competenze di programmazione e gestionali
relative ai problemi e ai progetti;
c) nuove didattiche, ad esempio apprendimento per
prova ed errori o apprendimento cooperativo;
d) nuovi processi della mente, ad esempio i processi di
memorizzazione, esplorazione e associazione;
e) nuovi spazi e dimensioni della razionalità, ad esempio i
legami con il territorio.
Oggi, le professioni educative hanno maggiore valenza relazione, comunicativa e sociale. Gli insegnanti, al
pari della famiglia, tendono a privilegiare la realtà interna e il benessere cognitivo e relazionale mettendo in
secondo piano la società esterna, le sue problematiche, l’ansia e l’incertezza. Questo atteggiamento
potrebbe portare ad un’eccessiva chiusura della scuola nei confronti della società rischiando di
compromettere l’esercizio dei diritti e dei doveri di cittadinanza.

CAPITOLO 8: LA SOCIALIZZAZIONE INFORMALE: GIOVANI, GRUPPO DEI


PARI ED ESPERIENZA MEDIALE.
La socializzazione informale fa riferimento alla socializzazione allargata e al policentrismo formativo.
Socializzazione mediata, sviluppa una prospettiva integrativa dell’individuo nel contesto dei valori dati, è
quindi supportata dalle istituzioni.
Socializzazione non mediata/immediata, assume il soggetto come protagonista mettendo in secondo
piano la mediazione dell’adulto. È un processo non lineare che
pone le basi verso la realizzazione di un progetto esistenziale.
È un’integrazione della socializzazione mediata.
A metà del 900 emerge l’interesse sociale verso l’adolescenza e l’età giovanile. Le ricerche si concentrano
sulle trasformazioni dei rapporti intergenerazionali soprattutto per quanto riguarda la mutata
rappresentazione che gli adulti hanno dei giovani.
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SCOPERTA DELL’ADOLESCENZA E PROLUNGAMENTO DELLA GIOVINEZZA
Il processo di solarizzazione contribuisce a sviluppare e ad approfondire il periodo adolescenziale (o della
giovinezza), i suoi scopi e i suoi compiti di sviluppo. L’adolescenza costituisce il periodo di transizione che
separa l’individuo dall’infanzia all’età adulta. Definire l’adolescenza/giovinezza come una condizione di vita
separata significa assegnarle caratteristiche specifiche costruite dall’interno in modo autonomo e originale,
attribuendogli quindi un ruolo attivo nel presente.
Con il passare del tempo, il passaggio dall’infanzia all’età adulta è divenuto sempre più discontinuo e
articolato; si verifica di fatto una condizione moratoria che determina il prolungamento della giovinezza.

GIOVANI E GENERAZIONI ADULTE


I rapporti tra giovani e adulti subiscono i mutamenti della condizione moratoria giovanile. Le concezioni
degli adulti nei confronti dei giovani d’oggi sono: a) Giovani come risorsa, i giovani rappresentano il futuro
e la continuità quindi sono
considerati come una risorsa sul
cui investire nella formazione e
nell’educazione.
Questa concezione vede l’età
giovanile come un processo che
porta alla condizione adulta.
b) Giovani come pericolo, i giovani rappresentano un
potenziale pericolo di
deviazione e rottura della
continuità sociale.
Questa concezione vede l’età
giovanile come un processo
autonomo in grado di elaborare
stili di vita diversi.
Nel corso dei secoli, l’evoluzione del rapporto giovani-adulti si suddivide in 4 fasi:
1° fase, CONTINUITÀ, INTEGRAZIONE E IDENTIFICAZIONE (ANNI 50).
Tendenza al conformismo, centralità degli adulti e tensione a crescere.
2° fase, DISCONTINUITÀ, CONTRAPPOSIZIONE E DISSOCIAZIONE (ANNI 60-70).
Scontro, ribellione, fuga e scarto generazionale.
3° fase, PROCESSI DI INDIVIDUALIZZAZIONE E SPERIMENTALISMO (ANNI 80-90).
Giovanilismo degli adulti e adultismo dei giovani, negoziazione e separazione tra generazione
giovane ed adulta.
4° fase, SCARSA IDENTIFICAZIONE GENERAZIONALE (FINE ANNI 90-2000).
Empatia tra adulti e giovani mantenendo però una distanza esistenziale e comunicativa.

LE RICERCHE SUI GIOVANI IN ITALIA


Anni 50, le ricerche sui giovani evidenziano un’integrazione tra la cultura giovanile e quella adulta.
Anni 60, le ricerche evidenziano la fine della continuità generazionale e la nuova visibilità sociale acquisita
dalle problematiche giovanili. Tale rottura avviene a causa della scolarizzazione che mette in luce
il malessere dei giovani nella società.
Anni 70, le ricerche evidenziano il prolungamento della contestazione e dei movimenti di protesta giovanile
ma, al tempo stesso, iniziano ad indebolirsi le forme di aggregazione.
I giovani iniziano a focalizzarsi su prospettive individualistiche basate sul successo personale, sul
lavoro e sul guadagno finalizzato a migliorare le priorie condizioni di vita.
Anni 80, si affievolisce e scompare la contestazione giovanile. I giovani sviluppano strategie di adattamento
per fronteggiare la condizione di vita problematica dovuta dalla carenza di riferimenti valoriali e
relazionali.
Anni 90, entrano in crisi le categorie interpretative sui giovani, nello specifico si fa difficoltà ad individuare
la categoria giovanile poiché è costituita da un’eterogeneità di situazioni e condizioni di vita

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Nuovo millennio, diventa sempre più difficile individuare una cultura che contraddistingue i giovani dagli
adulti. Non sono più presenti soglie di confine e di passaggio all’età adulta, ad esempio
data dal prolungamento della permanenza in famiglia e degli studi. I giovani si trovano
oggi in una condizione di invisibilità sociale, ciò di cui c’è bisogno è di sviluppare un
doppio sguardo che permetta agli adulti di vedere i giovani come categoria a sé e ai
giovani stessi di sentirsi appartenenti ad una determinata categoria.
I giovani d’oggi vedono la famiglia come un bene/rifugio e non come una dimensione
progettuale, ovvero i giovani affermano di ritenere la famiglia fondamentale ma
affermano anche di non essere sicuri di voler formare una famiglia in futuro. Vivono
quindi in una sorta di contraddizione.
Si può parlare di giovani: a) acquisitivi, coloro che si collocano in una dimensione attiva e
propositiva, con un impegno nella rielaborazione
delle proprie scelte esistenziali;
b) disimpegnati, coloro che mostrano una maggiore esposizione
alla demotivazione e alla devianza;
c) svantaggiati, coloro che vivono in situazioni di povertà
materiale e sociale che li porta a vivere in
condizioni di marginalità e di necessaria
dipendenza dagli adulti, non possono quindi
elaborare autonomamente la propria scelta di
vita.
Tuttavia, le ricerche hanno comunque evidenziato dei tratti comuni tra i giovani
contemporanei, ovvero il prevalere dell’orientamento al principio di relazione, i giovani
oggi hanno bisogno di esistere e di sentirsi riconosciuti per la propria identità e non per le
proprie azioni.

GRUPPO DEI PARI COME AGENZIA DI SOCIALIZZAZIONE ORIZZONTALE


Il gruppo dei pari come agenzia di socializzazione orizzontale è stata studiata in termini funzionali, ovvero in
quanto componente che, unendosi alla famiglia e alla scuola, contribuisce alla socializzazione delle nuove
generazioni.
Tuttavia, quando il gruppo dei pari ha una natura deviante si verifica un processo di sostituzione rispetto ai
valori trasmessi dalla famiglia e dalla scuola.
L’importanza del gruppo dei pari come agenzia di socializzazione aumenta a partire dagli anni 90 a causa
dell’indebolimento della socializzazione fornita dalla famiglia e dalla scuola e del prolungamento dell’età
giovanile.
Nel corso del tempo il gruppo dei pari ha attraversato una trasformazione radicale che l’ha portato da
gruppo di rifiuto della società adulta a gruppo autonomo e spontaneo, finalizzato a vivere esperienze
identitarie condivise.
Nella gestione del tempo libero è possibile individuare due modalità differenti:
1. Intimistico-riflessivo, tipico delle femmine che si riuniscono in piccoli gruppi e curano fortemente le
relazioni.
2. Ludico-evasivo, tipico dei maschi che si riuniscono in grandi gruppi.
Nella società contemporanea il gruppo dei pari diventa mezzo di socializzazione per adulti, giovani e
bambini, diventa quindi misura di tutte le cose. È attraverso il gruppo dei pari che viene influenzato il
fenomeno del consumismo, ne sono un esempio gli adolescenti che, per essere alla moda, decidono di
comprare la stessa maglietta che hanno visto ad un amico.
Tuttavia, negli ultimi anni si sta affermando un’inversione di marcia e i giovani cercano sempre più di
andare contro l’omologazione e la spersonalizzazione tipiche della cultura di massa dove esplodono i segni
ma implodono i significati.
Bisogna superare la visione riduttiva degli adulti che ritengono il gruppo dei pari come un fattore di rischio
all’esposizione di comportamenti devianti e alla trasgressione delle regole. Infatti, molte ricerche hanno
dimostrato che in realtà il gruppo dei pari stabilisce delle norme e delle regole interne per gestire i momenti
di condivisione ed eventuali conflitti.

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Quindi, per attribuire ai ragazzi una dimensione propositiva, attiva e dandogli responsabilità è opportuno
parlare di tempo autogestito abbandonando il termine di tempo non protetto.

I MEDIA COME AGENZIA DI SOCIALIZZAZIONE


Per quanto riguarda l’analisi sociologica sui media è possibile sottolineare tre tematiche:
1. Media come agenzia di socializzazione.
Vi sono posizioni che non ritengono i media come agenzie di socializzazione. Con il tempo i media non
sono più considerati come mezzi che influenzano i processi di pensiero e che manipolano gli individui;
al contrario si tratta di mezzi che vengono usati dall’individuo per produrre una definizione della realtà.
Cultural studies, aboliscono la concezione trasmissiva di tipo lineare e unidirezionale aprendosi ad una
concezione circolare fondata sul feedback e sulla valorizzazione del ricevente come
soggetto attivo in grado di decodificare, riconoscere ed elaborare il messaggio.
2. Effetti e socializzazione prodotti dai media.
Tra coloro che ritengono che i media siano un’agenzia di socializzazione è possibile cogliere posizioni
differenti riguardo gli effetti e la socializzazione che tali strumenti producono.
UMBERTO ECO distingue: a) Apocalittici, rifiutano i mass media poiché trasmettono una cultura di tipo
omogeneo, ad esempio rendendo più semplici e più fruibili a
tutti anche contenuti di alta cultura.
Posizione appoggiata dal marxismo, dalla scuola di Francoforte,
HORKHEIM e ADORNO.
b) Integrati, sostengono i mass media in quanto mezzi che permettono di
diffondere e far circolare le informazioni e i prodotti culturali ad
un numero elevato di persone.
Posizione appoggiata dal funzionalismo e da MERTON.
3. Interazione tra media ed altre agenzie di socializzazione.
Si possono sottolineare due posizioni: 1. Multimedialità frammentata, considera i media singolarmente
ritenendo che operano in modo
isolato e in conflitto utilizzando
linguaggi diversi.
2. Multimedialità integrata, considera i media in reciproca
interazione promuovendo una visione
sistemica tra tutte le agenzie di
socializzazione (famiglia, scuola,
gruppo dei pari e media).

PERCORSI VIRTUALI NELLA COSTRUZIONE DI CONOSCENZA E DI IDENTITÀ


L’ottica con cui considerare i media nella costruzione culturale è quella dell’interdipendenza, ovvero
bisogna riconoscere i media come opportunità e condizione della produzione culturale ma, allo stesso
tempo, il contesto culturale influenza la pervasività, la diffusione e l’importanza dei media.
I media sono produttori di circuiti culturali, quindi sono sia veicoli per la costruzione della cultura che
oggetti utilizzati dalla cultura stessa.
Funzione di crossmediazione, si colloca trasversalmente rispetto alla produzione e al consumo mediale.
Il consumatore diventa quindi un soggetto attivo e interattivo, diventa
produttore di ciò lui che consuma.
La forte presenza dei media nella realtà contemporanea sta portando alla formazione di una cultura di rete
che, in parte dipende dal territorio ed in parte comprende la costruzione di forti reti di relazioni territoriali.
Le connessioni in rete hanno connesso milioni di persone creando un’infrastruttura di discussione, ne sono
un esempio i blog.
Nativi digitali, sono coloro che sono nati e cresciuti durante la diffusione degli strumenti mediatici, come
computer, telefonini, internet, ecc.;
Immigrati digitali, sono coloro che sono nati prima della diffusione degli strumenti mediatici.

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COMUNICAZIONE VS EDUCAZIONE
Gli insegnanti e tutti coloro che operano nei contesti educativi hanno la necessità di realizzare una
neo-alfabetizzazione per l’accesso ai nuovi linguaggi dei media digitali aprendosi a tutte le possibilità che
tali strumenti offrono nell’esplorazione, nella produzione di simboli, nell’acquisizione di conoscenze,
nell’autoformazione e nel controllo dei processi di apprendimento e dell’elaborazione culturale.
I ruoli educativi prendono la forma di mediazione e intermediazione, questo significa che gli insegnanti
devono utilizzare i media come interventi che trasformano l’azione producendo mutamenti significativi.
L’attività di mediazione implica un processo che implica la messa in gioco di ciò che viene mediato e non
semplicemente una riduzione delle distanze o delle difficoltà di fruizione.
Il processo di apprendimento nelle società contemporanee è molto eterogeneo, è difficile controllare le e
valutare gli esiti di tale processo poiché non è più circoscritto al contesto scolastico ma si apre a tutta la
realtà quotidiana e sociale vissuta dai ragazzi.
Lo stile di apprendimento diventa circolare, discontinuo e caratterizzato dall’auto-formazione, infatti tutti
hanno la possibilità di accedere a nuove informazioni sviluppando la propria conoscenza attraverso i media.
Media educator, il docente diventa un punto di riferimento insostituibile avente funzione educativa e
comunicativa, media le istanze culturali differenti, i processi di conoscenza e le esperienze
mediali.
L’insegnante è un mediatore di esperienze mediate, ovvero ricostruisce, valorizza e decodifica saperi e
conoscenze più o meno strutturate stimolando il coinvolgimento nell’esplorazione ma, al tempo stesso,
favorendo la rielaborazione discorsiva e l’appropriazione individualizzata di strumenti, metodi e contenuti
significativi.
L’insegnante media-educator ha come obiettivo principale la costruzione di soggettività, socialità, cultura e
cittadinanza delle nuove generazioni.
I giovani oggi sviluppano sin dalla prima infanzia una sorta di auto-socializzazione data dalla diffusa
disponibilità di conoscenze e informazioni veicolate dai media; questa situazione di ridondanza informativa
e di pluralità di esperienze rende ancora più cruciali ed importanti i ruoli educativi nella missione di
crescere ed educare le nuove generazioni.

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