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CALCIO - LA STORIA DEL CALCIO

Enciclopedia dello Sport


di Adalberto Bortolotti, Gianni Leali, Mario Valitutti, Angelo Pesciaroli, Fino Fini, Marco Brunelli, Salvatore Lo Presti,
Leonardo Vecchiet, Luca Gatteschi, Maria Grazia Rubenni, Franco Ordine, Ruggiero Palombo, Gigi Garanzini

Il calcio dalle origini a oggi - di Adalberto Bortolotti

Le origini
Ricco di fascino è un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca di attendibili antenati di quello che è oggi
definito il più grande spettacolo del mondo. Anche in una ricostruzione breve e sommaria, appare però
fondamentale, nonché storicamente corretto, procedere a una suddivisione preliminare. Non prenderemo
sistematicamente in considerazione tutti i giochi con la palla in uso nell'antichità, ricerca che risulterebbe
senza fine, bensì soltanto quelli che presentano sostanziali e indiscusse analogie con il calcio attuale.
Cronologicamente, le prime manifestazioni di quello che potremmo definire protocalcio si ebbero in
Estremo Oriente, come dimostrò il francese Jules Rimet, al quale si deve la creazione e il lancio, nel 1930,
del primo Campionato del Mondo di calcio. Già nel 25° secolo a.C., l'imperatore cinese Xeng Ti obbligava gli
uomini del suo esercito a praticare, fra i vari esercizi di addestramento militare, un gioco imperniato sul
possesso di un oggetto sferico, molto simile a un pallone di oggi, formato di sostanze vegetali, tenuto
insieme e ammorbidito in superficie da crini annodati (secondo una versione più poetica, da soffici capelli di
fanciulla). Il gioco era chiamato Tsu-Chu. Un millennio più tardi, in Giappone aveva largo seguito ilKemari,
finalizzato non più all'avviamento alle armi, ma al diletto delle classi nobili. Si giocava su un campo
segnalato, agli angoli, da quattro tipi diversi di albero: un pino, un ciliegio, un mandorlo e un salice. Il
pallone, il cui strato esterno era di pelle, misurava 22 cm di diametro ed era manovrato con le mani e con i
piedi, una sorta di rugby ante litteram. Peraltro, molto gentile: il gioco, infatti, veniva spesso interrotto per
scambi di scuse e complimenti.
Attorno al 1000 a.C., nella Grecia era in auge l'epískyros (il nome derivava da sk´yros, la linea centrale che
divideva in due parti il campo) che, insieme a tanti altri e più importanti usi ellenici, fu trapiantato a Roma
dove prese il nome di harpastum e assunse connotazioni decisamente più brutali. L'arpasto consisteva nel
rubarsi la palla, senza troppi complimenti, e divenne il passatempo preferito dell'esercito. Lo praticavano
con grande soddisfazione i legionari di Giulio Cesare, suddivisi in squadre regolari, e furono quindi
probabilmente loro a farlo conoscere ai britanni durante l'invasione dell'isola, gettando così un seme
destinato a germogliare copioso nella terra destinata a dare ufficialmente i natali al calcio moderno.
Le fortune di tutti i giochi con la palla declinarono poi bruscamente nel Medioevo, per un generale
deprezzamento delle attività ludiche. Il divieto di praticarli riguardò dapprima i soli religiosi. In seguito
progressivamente questi giochi furono messi al bando per tutti, anche perché causa di incidenti e di
violenze che originavano veri e propri tumulti e sottraevano i soldati alle attività militari.
Anche in altre civiltà, come in quella maya, si praticarono forme di protocalcio. Nell'antico Messico, per
esempio, il gioco consisteva nel far passare il pallone, che non poteva essere toccato con le mani,
attraverso un piccolo foro nel muro. Il pallone era di caucciù massiccio e pesava tre chili e mezzo. Evidente
la simbologia erotica, un connotato che, secondo Desmond Morris autore del fortunato saggio La tribù del
calcio (1981), è presente anche nella versione attuale del gioco.
Il calcio fiorentino
In Europa fu il Rinascimento, con la rivalutazione del mondo classico e il ritrovato culto per la bellezza e la
forza, a favorire il ritorno alle attività ludiche e agonistiche. Nel pieno splendore dell'età medicea, Firenze
ne divenne la capitale. Già nel 1410 un anonimo poeta fiorentino, cantando le glorie e le bellezze della città,
accennava a una popolarissima forma di divertimento che veniva espressamente chiamata 'gioco del
calcio'. Piero de' Medici, appassionato cultore di questa attività agonistica, chiamò alla sua corte i più abili
giocatori, dando così vita al primo esempio di mecenatismo applicato al calcio. I Medici furono anche i primi
a capire che il gioco costituiva una formidabile valvola di sfogo per il malcontento popolare (alla stessa
guisa deicircenses romani) e quindi si impegnarono a incoraggiarlo e a diffonderlo.
Le regole prevedevano la contrapposizione di due squadre formate da un numero variabile di giocatori: 20,
30 o 40 a seconda delle dimensioni del terreno. La formazione standard era composta da 27 giocatori: 15
attaccanti (corridori), 4 centrocampisti (sconciatori), 4 terzini o trequarti (datori innanzi), 4 difensori (datori
indietro). Sei arbitri controllavano e dirigevano il gioco da una tribunetta laterale. Il pallone poteva essere
colpito con i piedi o afferrato con le mani, con le quali non era però consentito lanciarlo. L'obiettivo di
entrambe le squadre era di collocare il pallone in una porta custodita da uno dei difensori, il solo che
potesse utilizzare le mani, come l'attuale portiere; il gol era chiamato 'caccia'. Si trattava di autentiche
battaglie, di grande violenza, che si protraevano per una giornata intera.
Esaminato con la mentalità attuale, il calcio fiorentino mostra alcune affinità con il calcio moderno e altre
con il rugby. Come osserva Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia (1954), nel ventennio fascista
al calcio fiorentino fu attribuito il ruolo di autentico e unico precursore del football, nell'intento di negare
una gloria inglese e sottrarre così alla 'perfida Albione' il merito, oggettivamente indiscutibile, di aver dato i
natali nel 19° secolo al calcio come viene oggi inteso, nello spirito e nelle regole. È comunque un fatto che
anche il celebre Vocabolario della Crusca(edito per la prima volta nel 1612) annotasse questa definizione:
"È calcio anche nome di un gioco, proprio, e antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata, con
una palla a vento, rassomigliantesi alla sferomachia, passato da' Greci a' Latini e da' Latini a noi".
Riservato in un primo tempo ai nobili, il calcio fiorentino si aprì presto alla ricca borghesia dei mercanti e
dei banchieri, e in seguito ai più abili giocatori di tutte le contrade, oltre ai veri professionisti reclutati dai
Medici. In declino a partire dal 18° secolo, il calcio fiorentino viene ora tenuto in vita essenzialmente come
spettacolo tradizionale e folcloristico, un modo di ritrovare le proprie radici con infiammate sfide in Piazza
della Signoria, a memoria degli antichi campanilismi.

Le radici del calcio moderno


In Inghilterra ‒ dove era stato probabilmente introdotto, come abbiamo visto, dalle legioni di Giulio Cesare
‒ sono numerose le tracce, anche letterarie, dell'assidua pratica del gioco. Nel Re Lear, Shakespeare fa dire
a Kent, che atterra Osvaldo con un abile sgambetto: "Beccati questa, cattivo giocatore di calcio!". È però il
19° secolo a inaugurare, insieme con la rivoluzione industriale e il progresso tecnico e scientifico, anche un
interesse prima sconosciuto per l'attività sportiva. Il gioco della palla con i piedi, o football, che si era
diffuso da tempo a livello popolare con l'accentuazione dei suoi caratteri brutali e violenti, cominciò a fare
proseliti presso le classi superiori, secondo la gerarchia sociale dell'epoca: nobili e intellettuali videro nello
sport un mezzo di aulica competizione, nella naturale cornice del college. In questo ambito si colloca, nella
seconda epoca imperiale britannica, la vera origine del calcio moderno, che progressivamente trova la sua
codificazione nei grandi e aristocratici campus di Harrow, Rugby e Charterhouse.
Tuttavia, un grande freno alla diffusione universale del gioco venne dalla disparità di regole fra un istituto e
l'altro. A Charterhouse non era consentito toccare la palla con le mani e quindi si sviluppò, in modo
naturale, quella tendenza al gioco individuale chiamata dribbling game, consistente nel possesso della palla
da parte di un singolo giocatore che cercava di evitare (dribblare) quanti più avversari possibili. A Harrow si
giocava 11 contro 11, ai piedi di una collina, con una maggiore attenzione alla manovra collettiva (passing
game). A Rugby si poteva manovrare la palla con le mani. La tradizione vuole che quando uno studente di
quel college, William Webb Ellis, nel 1823, percorse tutto il campo con il pallone fra le mani, sino a violare
la linea di fondo avversaria, nacque il gioco che dal nome del college si chiamò appuntorugby e che già nel
1842 varò il suo regolamento ufficiale.
Forse anche per emulazione, qualche anno dopo, nel Trinity College di Cambridge, venne redatto un primo
codice calcistico. Su questa base, nel 1857, vide la luce il primo club di calcio non universitario, lo Sheffield
Club. Nel 1862, a Nottingham, nacque il Notts County e da quel momento fu tutto un proliferare di società
calcistiche.
La data storica cui si fa risalire la nascita del gioco del calcio moderno è il 26 ottobre 1863. Quel giorno, alla
Freemason's Tavern di Great Queen Street, nel rione di Holborn, si riunirono 11 club dell'area di Londra per
uniformare i loro regolamenti. Due erano le tendenze dominanti: la prima intendeva consentire l'uso delle
mani e dei piedi, mantenendo al gioco le sue caratteristiche originarie di scontro anche fisico; la seconda
era favorevole, invece, al solo uso dei piedi e a un'impostazione nettamente meno violenta. I fautori di
quest'ultimo orientamento confluirono nella FA (Football Association), che fu la prima federazione
calcistica nazionale.
La separazione dal rugby non fu subito radicale. Il primo match organizzato dalla FA, al Battersea Park, tra le
squadre del London e dello Sheffield, terminò con la vittoria del London per due gol e quattro touch-
down a zero. Nel 1872 si giocò il primo incontro internazionale della storia fra le rappresentative di Scozia e
Inghilterra, al West of Scotland Cricket Club, a Partick. Davanti a 4000 spettatori, che avevano pagato uno
scellino a testa, l'accanitissima sfida terminò a reti inviolate, malgrado nel rudimentale schema tattico del
tempo gli attaccanti figurassero in numero nettamente preponderante rispetto ai difensori.

Il professionismo e l'International board


Sempre in Gran Bretagna, due tappe fondamentali nell'evoluzione del calcio moderno furono raggiunte
prima della fine del secolo. Nel 1885, di fronte al dilagare della pratica calcistica, che vedeva ormai
impegnati un gran numero di club e moltissimi giocatori, la FA riconobbe la possibilità di corrispondere al
calciatore, per le sue prestazioni agonistiche, un modesto compenso, che andava pertanto a integrare il
guadagno derivante dal suo lavoro abituale. Era la prima forma di un fenomeno, il 'professionismo', che
avrebbe profondamente segnato questa disciplina sportiva, portando, come primo effetto, una svolta
decisiva a favore dei club più dotati di mezzi economici. In Inghilterra, infatti, proprio la possibilità di
attirare con lusinghe di guadagno i giocatori più abili, segnò la leadership dell'Aston Villa. Il vero
professionismo era comunque ancora di là da venire, ma un ulteriore passo in questa direzione fu compiuto
nel 1897, quando venne istituita, a Londra, la prima associazione dei giocatori britannici, embrionale forma
di sindacato calciatori, che si sarebbe trasformata, nel 1907, nella potente e organizzata PFA (Professional
footballer's association). Il fortissimo anticipo con cui gli inglesi arrivarono a un vero e proprio
inquadramento sindacale dei calciatori, rispetto al resto del mondo, si spiega anche con una coscienza
associativa particolarmente viva nel paese in generale.
L'altro momento fondamentale fu rappresentato dall'istituzione, nel 1886, dell'IFAB (International football
association board), a opera delle quattro federazioni britanniche (a quella inglese, che nel 1863 aveva
aperto la strada del calcio moderno, si erano aggiunte la scozzese nel 1873, la gallese nel 1876, l'irlandese
nel 1880). L'International board, nato per promulgare un regolamento comune mediando in un testo unico
le specificità dei vari movimenti nazionali, rappresenta tuttora la 'corte suprema' del calcio, il 'sacro
custode' delle regole. Ovviamente aperto alle delegazioni elette di altri paesi, il suo ruolo di giudice ultimo e
inappellabile resiste dopo oltre un secolo di vita.
Prima di abbandonare questa rivisitazione delle origini e passare a trattare del gioco moderno, resta forse
da chiarire un aspetto particolare: il motivo per cui il calcio si gioca in undici. La spiegazione prevalente
rimanda ancora una volta alla realtà dei college, alle camerate composte da dieci studenti e un precettore,
il primo abbozzo di 'squadra' che dai tempi dei pionieri è riuscito a mantenersi intatto sino al sofisticato
football del Duemila.

L'espansione in Europa e Sud America


Dalla Gran Bretagna, che gli aveva dato forma e organizzazione, il football, nell'ultimo trentennio del 19°
secolo, cominciò a espandersi nel continente europeo e sulle rive sudamericane dell'Oceano Atlantico. La
ricca struttura industriale inglese esigeva un'adeguata rete commerciale incentrata sui traffici d'oltremare.
Il 'germe' del football fu così esportato dai marinai delle navi britanniche e dai funzionari delle agenzie che
tenevano i rapporti con la madrepatria.
In Argentina, intorno al 1860, una compagnia inglese fu incaricata della costruzione della rete ferroviaria
che, partendo da Buenos Aires, toccava altri centri sulle sponde del Rio della Plata. Nello stesso periodo,
l'esportazione di frigoriferi inglesi avviava una fitta rete di scambi anche con Montevideo, capitale
dell'Uruguay. Le due nazioni conobbero il football contemporaneamente e giocarono il loro primo incontro
internazionale ancor prima che Charles Miller sbarcasse a San Paolo del Brasile con un pallone sottobraccio
e convertisse al calcio un paese destinato a diventarne un simbolo. In realtà, i giocatori che si sfidarono nel
1899 a Montevideo, al circolo sportivo La Blanqueda, portavano quasi tutti nomi inconfondibilmente
inglesi: erano marinai o funzionari, di stanza o residenti nei due paesi. Il Buenos Aires team superò il
Montevideo team per 3-0.
In Brasile, come si è accennato, il pioniere fu Charles Miller, nativo di San Paolo ma figlio di un residente
inglese che lo aveva mandato in Inghilterra a completare gli studi. Al ritorno, il giovane Charles portò con sé
un pallone da football e introdusse il nuovo gioco presso i coetanei. Il calcio fiorì inizialmente nello Stato
paulista e coinvolse soprattutto la popolazione bianca. Solo in seguito neri e meticci trovarono cittadinanza
nei circoli che praticavano la disciplina importata dall'Europa e, in una nazione che non ha mai conosciuto
veri conflitti razziali, non tardarono a farsi spazio sino a marcare una chiara superiorità.
In Europa, pur in circostanze diverse, lo sviluppo del calcio ebbe la sua matrice comune nelle navi inglesi
alla fonda: i marinai impiegavano il tempo libero in interminabili e accanite sfide sul molo, sollecitando
prima la curiosità, poi l'emulazione. Non è quindi un caso che a recepire e a diffondere il gioco siano state
per prime le città sedi di affermati porti commerciali o militari. In Francia il club più antico nacque a Le
Havre, nel 1872, lo stesso anno che vide, in Spagna, l'istituzione dell'Huelva ricreation club. In Italia, il
primato fu di Genova, nel 1893. In Portogallo, in Olanda e nelle altre nazioni affacciate sul mare il gioco fu
introdotto con le stesse modalità. Un paese non marinaro, la Svizzera, fu tuttavia il più sollecito a importare
il calcio grazie a privilegiati scambi culturali con l'Inghilterra, che prevedevano una massiccia presenza di
studenti elvetici nei college d'oltremanica. La Svizzera fu poi il naturale tramite della penetrazione del
football nell'Europa centrale e orientale, senza per questo trascurare il ruolo svolto da personaggi come il
giardiniere dei Rothschild, che fu tra i fondatori del First Vienna, in Austria, nel 1894, oppure come Karoly
Lowenrosen, che in occasione della Grande Esposizione di Budapest del 1896, fra le merci importate
dall'Inghilterra, inserì un pallone da football e organizzò sul posto il primo match calcistico ungherese. In
Germania, il calcio fu introdotto dal professor Konrad Koch, reduce da una lunga permanenza in Inghilterra
per ragioni di studio. Nel primo club tedesco, il Germania di Berlino, giocava tale Hugo Pauli, che poi fece
conoscere il nuovo sport in Iugoslavia. All'inizio del 20° secolo, malgrado i mezzi di comunicazione di massa
fossero di là da venire, grazie a questo singolare tam-tam, il calcio era così giocato in buona parte del
mondo, segnatamente in quei continenti, Europa e Sud America, che a lungo ne hanno rappresentato le
scuole dominanti, se non esclusive.

Il fervore associativo: nasce la FIFA


Ovviamente, la partenza anticipata aveva consentito alla Gran Bretagna un vantaggio anche sul versante
tecnico. Quando nel resto d'Europa e nel Sud America si muovevano i passi iniziali e si allacciavano i primi
timidi contatti internazionali, le quattro federazioni britanniche già disputavano da tempo un regolare e
seguitissimo torneo. Chiamato Home championship, il quadrangolare fra le rappresentative d'Inghilterra,
Scozia, Galles e Irlanda fu inaugurato nel 1884: questa prima edizione si concluse con il trionfo della Scozia,
che vinse tutte le partite. Rispetto ai tradizionali rivali inglesi, gli scozzesi giocavano un calcio più
organizzato, meno legato all'estro individuale e che recava già in sé precisi connotati tattici. Come abbiamo
visto, in Sud America, giusto alla fine del 19° secolo, Uruguay e Argentina avevano aperto la serie infinita
delle loro sfide, peraltro schierando giocatori quasi esclusivamente britannici. Quando però, ai primi del 20°
secolo, Thomas Lipton, il magnate del tè, mise in palio fra le due nazionali platensi la Coppa che portava il
suo nome, già si erano fatti strada i talenti indigeni. Scorrendo le formazioni, troviamo ancora molti Brown
e Smith, ma anche i Laforia, i Saporiti, i Camacho e i Rovegno. In Europa, il primo incontro internazionale
sostenuto da paesi non britannici si disputò nel 1902 a Vienna, fra Austria e Ungheria: l'Austria si impose
con un nettissimo 5-1. La scuola mitteleuropea, per qualità tecnica, era forse la sola che potesse avvicinarsi
ai maestri d'oltremanica.
La Francia non brillava particolarmente per il valore delle sue squadre, ma era sicuramente in prima linea
nelle iniziative per lanciare il calcio su scala internazionale. Ospitando nel 1900 le seconde Olimpiadi
dell'era moderna, gli organizzatori inserirono nel programma, non a titolo ufficiale ma solo come torneo
dimostrativo, un triangolare di calcio che riscosse un notevole successo di pubblico. Oltre alla Francia e al
vicino Belgio, era stata invitata una rappresentativa inglese, l'Upton Town, che pur non figurando nell'élite
britannica si affermò nettamente sui debolissimi avversari.
Forte di questo promettente approccio, il giornalista francese Robert Guérin, affiancato dall'olandese Carl
A. Wilhelm Hirschmann, nel 1902 si recò a Londra, presso il potente presidente della FA, Frederich Wall, per
sottoporgli un progetto ambizioso: istituire una confederazione per regolare e organizzare l'attività delle
federazioni nazionali, con il fine ultimo di dar vita a un vero e proprio Campionato del Mondo. Ottenne un
brusco rifiuto, né miglior sorte incontrò due anni dopo con il successore di Wall, Lord Kinnaird. Gli inglesi
erano troppo gelosi della loro posizione preminente per accettare l'idea di una super-federazione e non
erano neppure entusiasti di mettere a disposizione di tutti i segreti e i regolamenti dello sport che avevano
inventato. Il 21 maggio 1904, con il pretesto di un match internazionale tra Francia e Belgio, Guérin inviò a
Parigi i delegati di otto federazioni (oltre alla Francia, Olanda, Belgio, Germania, Svezia, Svizzera, Spagna e
Danimarca) e fondò la FIFA (Fédération internationale de football association), di cui fu eletto presidente,
con Hirschmann segretario. Rafforzata da successive adesioni, la FIFA riuscì a convincere le federazioni
britanniche a entrare a far parte del nuovo organismo nel 1905. Nel congresso di Berna del 1906, il nuovo
presidente della FA, Daniel Burley Wolfall, divenne anche presidente della FIFA, subentrando al
dimissionario Guérin. Nel suo discorso d'investitura, il dirigente inglese accantonò subito l'ambizioso
progetto di un Campionato del Mondo, e dopo aver riaffermato il fondamentale ruolo dell'International
board come garante del regolamento calcistico, propose di sfruttare l'opportunità offerta dal Comitato
internazionale olimpico (CIO) di ospitare un torneo ufficiale di calcio nell'ambito dell'appuntamento
quadriennale dei Giochi Olimpici.
È da notare che i britannici ottennero di entrare nella FIFA con tutte e quattro le loro federazioni,
nonostante una norma dello statuto prevedesse la partecipazione di una sola federazione per ciascuna
nazione; questa norma era stata peraltro già applicata alla Boemia che, in quanto facente ancora parte
dell'impero austro-ungarico, si era vista respingere la richiesta di affiliazione. Nel caso della Gran Bretagna,
invece, al di là di qualche opposizione di principio, prevalse, pragmaticamente, la considerazione che
quattro federazioni della scuola calcistica dominante erano sempre meglio che nessuna. Questa anomalia,
che tuttora resiste, va considerata un omaggio agli inventori del calcio moderno.

Il calcio e le Olimpiadi
Dopo Parigi, anche Saint Louis, sede delle Olimpiadi del 1904, aveva ospitato a titolo ufficioso un torneo
calcistico, ma si era trattato di un evento assai modesto e limitato all'area nordamericana, nel quale il
Canada aveva prevalso sugli Stati Uniti. La linea britannica, tesa a fare del torneo olimpico un vero
confronto mondiale, si affermò, com'era logico, nei Giochi del 1908, ospitati a Londra, che segnarono
l'ingresso ufficiale del calcio nel programma del CIO. Ormai si giocavano regolari campionati nazionali in
tutta Europa e in Sud America e si stavano moltiplicando, sia pure in modo spontaneo e caotico, i confronti
internazionali. Le Olimpiadi, però, esigevano dai partecipanti lo status di dilettante puro e questo si rivelò
presto un ostacolo. Non tutti i paesi, infatti, potevano godere dell'esemplare organizzazione del calcio
inglese, dove, a livello di prima divisione, dilettanti e professionisti erano in grado di coesistere senza
traumi di sorta. Così il giocatore più forte, famoso e rappresentativo della nazionale olimpica inglese (che
vinse, ovviamente, la medaglia d'oro, battendo in finale la sorprendente Danimarca) era Vivien Jack
Woodward (architetto di successo), autentico dilettante, ma allo stesso tempo un tiratore formidabile, in
grado di ricoprire tutti i ruoli d'attacco.
Alle successive Olimpiadi del 1912, a Stoccolma, prese parte anche l'Italia, che era entrata nella FIFA nel
1905 e aveva iniziato la sua attività internazionale nel 1910 con una netta vittoria sulla Francia. Ben 11
furono le nazioni partecipanti, ma la competizione restava confinata in ambito europeo, senza poter
svolgere, come invece era in programma, il ruolo di un Campionato del Mondo, perché le fortissime
rappresentative sudamericane erano penalizzate dalle difficili comunicazioni del tempo. Infatti, fra il viaggio
di andata e ritorno in piroscafo e la durata del torneo, per Argentina, Uruguay e Brasile si trattava di un
impegno di due mesi abbondanti, eccessivo per un dilettante, vero o presunto che fosse. L'Inghilterra vinse
ancora, e ancora in finale sui danesi. Il suo asso era Ivan Sharpe, degno erede di Woodward. Il riscontro
storico è importante, perché fu questa l'ultima competizione internazionale vinta dagli inglesi sino ai
Mondiali di Londra del 1966, ben 54 anni più tardi. Quanto all'Italia, affidata al giovane Vittorio Pozzo, fu
eliminata dalla Finlandia, ma batté i padroni di casa svedesi nel torneo di consolazione, ottenendo nella
circostanza il primo successo all'estero della sua storia. Abbandonata la divisa bianca delle origini, la
squadra già indossava la maglia azzurra divenuta poi tradizionale. Pochi giorni dopo il successo sulla Svezia,
la nazionale italiana fu però battuta dall'Austria con il netto punteggio di 5-1. Secondo la poco ortodossa
spiegazione fornita da Pozzo, l'esito non esaltante della spedizione era da imputare allo scarso impegno
negli allenamenti dei calciatori italiani, distratti dai 'liberi costumi' del Nord Europa. Fu, questa, l'ultima
Olimpiade prima che la grande guerra imponesse un lungo arresto all'attività sportiva nel Vecchio
Continente.

Verso il Campionato del Mondo


La sconfitta degli imperi centrali e il nuovo ordine europeo nato dalla Conferenza di Versailles ebbero una
diretta ripercussione anche sul panorama calcistico. Austria, Germania e Ungheria furono escluse dalle
Olimpiadi del 1920, che si tennero in Belgio, ad Anversa, mentre dallo sfacelo dell'impero asburgico era
nata nel 1918 la Cecoslovacchia. Con i due fuoriclasse Janda e Kada, la nuova arrivata fu la vera rivelazione
del torneo: avrebbe vinto la medaglia d'oro se, nella finale contro il Belgio, non avesse abbandonato il
campo per protesta contro un arbitraggio sfacciatamente favorevole ai padroni di casa, venendo quindi
automaticamente esclusa dalla classifica. Destò stupore la sconfitta dell'Inghilterra a opera della Norvegia,
mentre fece il suo debutto internazionale la Spagna (che ad Anversa presentò il miglior portiere del mondo,
il leggendario Ricardo Zamora) dove, pur svolgendosi una regolare attività calcistica interna sin dagli ultimi
anni del 19° secolo, le rivalità municipali avevano fino a quel momento impedito di dar vita a una
rappresentativa nazionale. La presenza dell'Egitto, infine, segnò l'ingresso dell'Africa nel calcio al più alto
livello.
Mancava sempre il confronto con le 'stelle' del Sud America. Le notizie che arrivavano in Europa sul calcio
sudamericano erano vaghe e contraddittorie. Eppure, sin dal 1916 si giocava un torneo continentale, il
Campionato Sudamericano ‒ da cui discende l'attuale Coppa America ‒ che vedeva Uruguay e Argentina
protagoniste di sfide accesissime. Le Olimpiadi del 1924 a Parigi e quelle del 1928 ad Amsterdam ebbero il
merito di proporre finalmente l'incontro ravvicinato fra le due realtà rappresentate dal calcio europeo e da
quello sudamericano: la superiorità di quest'ultimo, spettacolare e tecnico, dotato di grandi individualità,
con fasi di gioco funamboliche, ma anche con un rigoroso ordine tattico, risultò nettissima, per merito in
particolar modo dell'Uruguay.
L'Inghilterra si era chiamata fuori, dopo la sconfitta subita ad Anversa, protestando contro un regolamento
che, a suo avviso, ad alcuni consentiva di schierare la formazione più forte, mentre agli inglesi imponeva di
utilizzare i dilettanti, lasciando a casa i campioni. Anche Austria, Cecoslovacchia e Ungheria, le roccaforti del
fiorente calcio danubiano, avevano disertato il torneo olimpico parigino, ma è verosimile che contro
fuoriclasse quali Andrade, Scarone, Petrone, Cea e Nasazzi non sarebbe stato comunque possibile
prevalere. La vittoria olimpica dell'Uruguay nel 1924 sollecitò l'Argentina a partecipare ai Giochi del 1928 e
nella partita finale si confrontarono le due squadre platensi. Solo l'Italia del commissario tecnico Rangone
oppose una valida resistenza all'Uruguay, da cui fu battuta di misura in semifinale, anche a causa di un
clamoroso rigore negato. Medaglia di bronzo e prima fra le europee, l'Italia pose proprio ad Amsterdam le
premesse per il suo periodo d'oro, che si sarebbe celebrato negli anni Trenta, con due titoli mondiali e un
oro olimpico nell'arco di quattro anni, dal 1934 al 1938.
Il grande successo dei tornei olimpici del 1924 e del 1928 costituì anche la spinta decisiva per il varo ‒
sospiratissimo ‒ del Campionato del Mondo di calcio, senza più vincoli regolamentari a impedire la
presenza dei campioni più forti e rappresentativi di ogni paese. Peraltro, la finale del primo Campionato del
Mondo, disputato in Uruguay nel 1930, ripropose alla lettera, anche nell'esito, quella olimpica di
Amsterdam. Il Sud America dettava legge e i suoi fuoriclasse diventarono oggetto di contesa da parte dei
più ricchi club europei, tra i quali, naturalmente, quelli italiani.

L'età d'oro dell'Italia di Pozzo


Dopo un primo abbandono nel 1920, poi rientrato, al congresso di Amsterdam del 1928 le quattro
federazioni britanniche erano uscite in blocco dalla FIFA, chiudendosi in uno splendido isolamento. La
convivenza con le altre federazioni, del resto, era sempre stata difficile e i dissensi sullo status del
calciatore, professionista o dilettante, si erano rivelati un ostacolo insuperabile, nonostante il varo del
Campionato del Mondo avesse contribuito a portare chiarezza, uscendo dagli equivoci del regolamento
olimpico.
A contrastare la superiorità della scuola sudamericana, nel periodo che va dai primi Mondiali alla guerra, fu
dunque l'Italia. Il calcio italiano aveva conosciuto una crescita impetuosa anche grazie all'appoggio
massiccio offerto dal regime fascista (che aveva intuito la formidabile efficacia propagandistica del calcio)
alla struttura organizzativa, che diede i risultati migliori in occasione del secondo Campionato del Mondo,
nel 1934. Il ruolo decisivo attribuito da molti critici al fattore campo nella conquista del titolo da parte degli
azzurri, è però smentito dalla circostanza che quattro anni dopo la nazionale italiana replicò il successo in
Francia, dove dovette superare ‒ oltre ad avversari fortissimi ‒ anche un clima di grande ostilità. Fra i due
trofei iridati, inoltre, l'Italia si aggiudicò anche l'oro olimpico del 1936 a Berlino, con una squadra di (veri o
presunti) studenti universitari, escamotage per aggirare l'obbligo dilettantistico preteso dal regolamento
dei Giochi.
In realtà, è innegabile che il calcio italiano avesse raggiunto altissimi livelli sia tecnici sia tattici. La nazionale,
sotto l'abile guida di Vittorio Pozzo, giocava una variante molto efficace del 'metodo', lo schema di gioco
che era il fiore all'occhiello della scuola danubiana, che l'Italia aveva personalizzato con una più attenta
copertura difensiva e con l'uso del contropiede in attacco. Nel periodo fra le due guerre, Giuseppe Meazza,
centravanti-goleador in Campionato e mezzala di regia e di rifinitura in maglia azzurra (alle spalle di
attaccanti di sfondamento quali Schiavio e Piola), fu sicuramente il più forte e completo giocatore di scuola
europea. La Juventus, che vinse cinque scudetti consecutivi nei primi anni Trenta, era una squadra
formidabile, integrata da fuoriclasse stranieri, quali gli argentini Luisito Monti, poderoso centromediano, e
Mumo Orsi, funambolica ala sinistra, che in qualità di oriundi diedero un contributo decisivo anche in
nazionale per la conquista del titolo mondiale del 1934. Quella Juventus, però, non fu altrettanto efficace in
campo internazionale, mentre il Bologna, sua fiera avversaria interna, vinse due edizioni della Coppa
dell'Europa Centrale, equivalente per prestigio alla Coppa dei Campioni del dopoguerra. Lo stesso Bologna,
al Torneo dell'Esposizione di Parigi del 1937, smentì il preconcetto secondo il quale molti successi italiani
erano agevolati dall'assenza delle squadre britanniche, travolgendo il Chelsea, club di primissimo piano
nella League inglese. Fu, questo, un risultato importante anche sul piano tattico, perché il datato 'metodo'
ebbe la meglio sul nuovo 'sistema' che gli inglesi avevano adottato sin dalla fine degli anni Venti, e che
prevedeva più rigorose marcature difensive e in generale il primato del calcio fisico su quello tecnico.
Nel 1938, quattro anni dopo aver superato ai Mondiali del 1934 l'élite europea (battendo Spagna, Austria e
Cecoslovacchia), il calcio italiano si guadagnò un'ulteriore laurea sul campo in Francia, eliminando in
semifinale il più forte Brasile dell'anteguerra, una squadra spettacolare che aveva incantato il pubblico con
le prodezze di Leonidas, detto il 'diamante nero', e che era unanimemente considerata la favorita per la
conquista del titolo iridato. A questa imponente collezione di successi, l'Italia univa una dotazione di
impianti seconda ‒ forse ‒ solo a quella dell'Inghilterra. Purtroppo non si presentò una terza occasione per
confermare il momento d'oro del calcio italiano: i Mondiali in programma nel 1942 non si svolsero, a causa
della Seconda guerra mondiale. In seguito, anche per il calcio, sarebbe stata tutta un'altra storia.

Il ritorno e la delusione degli inglesi


La prima grande novità calcistica del dopoguerra fu il rientro nella FIFA delle quattro federazioni
britanniche, a chiusura di un esilio ultraventennale che aveva fortemente penalizzato il mondo del pallone.
L'Inghilterra era tra i paesi vincitori del secondo conflitto mondiale e ottenne di ospitare le prime Olimpiadi
della pace ritrovata, nel 1948. Sempre a Londra si tenne il congresso della Federazione calcistica
internazionale, che sancì la riunificazione dei paesi membri con gli stessi inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi.
I fondatori del calcio moderno sciolsero dunque ogni riserva sulla validità del titolo di campione del mondo
assegnato dalla quadriennale manifestazione della FIFA, che sino a quel momento avevano considerato
quasi abusivo.
Il torneo olimpico del 1948, aperto solo ai dilettanti ‒ qualifica che però non era interpretata nello stesso
modo in tutti i casi ‒ vide il trionfo di una nazione la cui gioventù era stata risparmiata dagli orrori e dalle
decimazioni della guerra. Infatti, la vittoria toccò alla Svezia, trascinata dai gol del centravanti Gunnar
Nordahl e dalla creatività di Gunnar Gren. Seconda fu la Jugoslavia e terza la Danimarca, anch'essa per
merito di eccellenti attaccanti, Hansen e Praest. Fu proprio la Danimarca a porre fine alle speranze
dell'Italia, campione in carica grazie all'oro di Berlino 1936, e al ciclo leggendario di Vittorio Pozzo, il
commissario tecnico che ha ottenuto il maggior numero di vittorie nella storia del calcio, non solo italiano.
Per adattarsi al regolamento olimpico, la Federazione italiana aveva deciso di far partecipare la solita
formazione 'studentesca', quindi di qualità non eccelsa. Nell'Italia del dopoguerra vigeva l'egemonia tecnica
del Grande Torino, che collezionava scudetti e record giocando un calcio estremamente innovativo, almeno
nel panorama nazionale. La squadra granata, infatti, adottava gli schemi del sistema inglese, mentre quasi
tutte le altre formazioni che partecipavano al Campionato erano ancora fedeli al metodo. Metodista
convinto era soprattutto l'allenatore Pozzo, che grazie a quella tattica aveva vinto due Mondiali e
un'Olimpiade, nonché due Coppe Internazionali, l'equivalente dell'epoca degli attuali Europei. Pozzo
escluse quindi dalle convocazioni i giocatori del Torino, per allestire una formazione metodista, ma poi, in
seguito alle pressioni degli innovatori, a Londra fece giocare la squadra secondo i dettami del sistema. Ne
trasse giovamento la fase offensiva, mentre i difensori non riuscirono ad adeguarsi alla nuova impostazione
di gioco. Nel debutto contro la debole formazione messa in campo dagli Stati Uniti, l'Italia illuse i tifosi,
segnando ben nove gol. Di fronte all'eccellente Danimarca, gli azzurri riuscirono ancora a farsi valere in
attacco, mettendo a segno tre reti, ma a prezzo di sbandamenti difensivi che consentirono agli avversari di
violare per cinque volte la rete del portiere Casari. Comunque, al di là dell'aspetto tattico, la Danimarca
poteva certamente vantare un impianto collettivo e valori individuali nettamente superiori a quelli
dell'Italia.
Pozzo pagò duramente il prezzo della sconfitta e fu allontanato senza i riconoscimenti che il suo eccezionale
stato di servizio avrebbe meritato, tornando a dedicarsi al giornalismo sportivo. A sostituirlo fu chiamata,
quasi a sottolineare il radicale cambio di rotta, una commissione guidata dal presidente del Torino,
Ferruccio Novo, il più deciso fautore del sistema.
Alle Olimpiadi del 1948 le prime tre classificate, Svezia, Iugoslavia e Danimarca, avevano schierato le loro
migliori nazionali. Quarta era stata l'Inghilterra, padrona di casa, in effetti l'unica che avesse rispettato alla
lettera il regolamento, presentando una formazione rigorosamente amatoriale, priva dei campioni che
davano lustro allaLeague nazionale. Per il calcio inglese era un momento molto felice e anche questo aveva
avuto il suo peso nel decidere il rientro nel consesso internazionale. Gli inglesi, insomma, si ritenevano
finalmente in grado di rendere concreta la loro superiorità calcistica sul resto del mondo che, sino a quel
momento, si erano limitati a teorizzare senza alcuna reale prova a sostegno. L'occasione tanto attesa
furono i primi Campionati del mondo del dopoguerra, ospitati nel 1950 in Brasile, i primi che l'Inghilterra
decise di onorare con la sua partecipazione.
Guidati da un singolare commissario tecnico, Walter Winterbotton, che non aveva contatti diretti con i
giocatori, gli inglesi erano reduci da una serie di clamorosi successi. Per tre volte consecutive si erano
imposti nell'annuale Home championshipdisputato con Scozia, Galles e Irlanda e anche nelle partite
amichevoli giocate sul Continente avevano ottenuto ottimi risultati: 10-0 al Portogallo a Lisbona; 4-0
all'Italia campione del mondo in carica a Torino, il 16 maggio 1948, in una partita rimasta celebre ‒ oltre
che per la clamorosa disfatta casalinga della squadra azzurra ancora affidata a Vittorio Pozzo ‒ per il gol che
l'interno destro Stanley Mortensen aveva segnato con un tiro scoccato dalla linea di fondo (un'esecuzione
forse più fortuita che abile, ma che è entrata nella terminologia del calcio: da allora si parla infatti di 'gol
alla Mortensen'); e ancora 5-2 al Belgio a Bruxelles e 3-1 alla Francia a Parigi. Forti di campioni quali
Matthews, Finney, Wright, Ramsey, gli inglesi si imponevano per una netta superiorità fisica e tattica.
Anche per questo la delusione subita nel loro primo Mondiale fu ancora più cocente. Dopo un vittorioso ma
stentato esordio contro il modesto Cile, infatti, l'Inghilterra fu battuta ed eliminata contro ogni previsione
dagli Stati Uniti, una formazione di dilettanti senza pretese.

Il Sud America e il declino dell'Italia


Il Campionato del Mondo del 1950 rappresentò in effetti una sorta di verifica dei valori calcistici dopo la
lunga parentesi bellica. In quegli anni, in cui quasi tutta l'Europa era stata costretta all'inattività sportiva e a
dirottare la propria gioventù al fronte, in Sud America l'attività calcistica era proseguita regolarmente, con
le consuete accese sfide fra i tre paesi dominanti. In particolare il Brasile, dopo il tramonto di Leonidas, Tim,
Domingos da Guia, che avevano conquistato il pubblico di Parigi nel 1938, aveva visto fiorire una
generazione di nuovi talenti, soprattutto in attacco. Attraverso una severa selezione interna, si era infine
formata una fortissima prima linea, che vedeva schierati, da destra a sinistra, Friaca, Zizinho, Ademir, Jair,
Chico. Il giovane Ademir, uno fra i più grandi giocatori di tutti i tempi all'interno di un panorama calcistico,
quello brasiliano, mediamente sempre di ottimo livello, era un centravanti difficilissimo da marcare, perché
partiva da una posizione arretrata rispetto alle due mezzali, ma si segnalava per il grande senso del gol, che
ne faceva un formidabile cannoniere. Di minor qualità era il reparto difensivo, ma ciò non costituiva motivo
di preoccupazione per una scuola calcistica da sempre portata a trascurare la fase di copertura.
Questo Brasile già fortissimo nel Campionato Sudamericano del 1945 aveva realizzato 19 gol in 6 partite,
ma era stato costretto a cedere di fronte ai tradizionali rivali argentini, forti di un fuoriclasse come Rinaldo
Martino, poi ingaggiato in Italia dalla Juventus, e di un grande centravanti quale Tucho Mendez, che in
finale segnò tre reti proprio al Brasile. L'anno seguente, l'Argentina replicò il successo, ancora in finale
contro il Brasile e ancora con una doppietta di Mendez. Pedernera, Labruna, Moreno formavano un trio
insuperabile per qualità ed efficacia. Al momento di avviare la preparazione ai Mondiali del 1950, che
dovevano svolgersi in Brasile, l'Argentina fu però messa fuori causa da una delle più gravi crisi della sua
storia calcistica. Lo sciopero dei professionisti, dopo un durissimo braccio di ferro con la federazione, ebbe
come conseguenza l'emigrazione in Colombia di tutti i campioni più rappresentativi. Fra questi, anche un
giovanissimo Alfredo Di Stefano, che già agli esordi nel River Plate si era dimostrato un fuoriclasse e che nel
calcio di ogni tempo contende a Pelé e a Maradona la palma di miglior giocatore.
L'Uruguay era rimasto, fino ad allora, all'ombra del duello Brasile-Argentina, fedele alla sua tradizione di
squadra eminentemente tattica, la più 'europea' fra le sudamericane. Chiuso il suo periodo di maggior
splendore con gli ori olimpici del 1924 e del 1928 e il primo titolo mondiale del 1930, non aveva partecipato
ai successivi Mondiali in Italia e in Francia e anche nel Campionato Sudamericano non era stato presente in
modo regolare. Negli anni Quaranta il suo unico successo fu conseguito nel Campionato continentale del
1942, giocato in casa, a Montevideo. Anche dall'Uruguay, del resto, si verificò, sia pure in forma meno
massiccia rispetto all'Argentina, la 'fuga' dei campioni verso la ricchissima lega colombiana Dimayor,
considerata fuorilegge, perché non affiliata alla FIFA. In tal modo, il Brasile aveva maturato la convinzione
che i Mondiali di casa si sarebbero risolti in una formalità: i rivali vicini si trovavano in grandi difficoltà e
l'Europa non sembrava preoccupare.
I campioni del mondo in carica erano gli italiani, vincitori delle ultime due edizioni. L'armistizio e la fase
finale della guerra al fianco degli Alleati avevano evitato all'Italia le sanzioni riservate ai paesi vinti e che alla
Germania erano costate l'esclusione dalle Olimpiadi del 1948. La nazionale azzurra aveva ripreso l'attività
l'11 novembre 1945, a Zurigo, contro la Svizzera (4-4) e aveva vinto le tre successive partite interne, con
l'Austria, ancora la Svizzera e con l'Ungheria; ma non era più la grande squadra di prima della guerra. Le
sucessive sconfitte in Austria (1-5, con il debutto del giovane Boniperti) e in casa contro l'Inghilterra (0-4 a
Torino nel 1948) avevano già indebolito la posizione del commissario tecnico Vittorio Pozzo, che fu poi
costretto, come abbiamo visto, a dimettersi dopo la sfortunata esperienza olimpica. Il calcio italiano
attraversava una delicata crisi di ordine tattico, stretto fra le nostalgie del metodo, cui doveva le sue
vittorie passate, e l'ormai universale affermazione del sistema, al quale pochi suoi giocatori, a eccezione di
quelli del Torino, erano addestrati. In questa situazione già critica si verificò, l'anno prima del Mondiale
1950, il disastro aereo di Superga, in cui persero la vita tutti i giocatori del Torino, di ritorno da una partita
amichevole giocata a Lisbona. La tragedia fece piombare il calcio italiano (e l'intero paese, che del Torino
aveva fatto uno dei simboli della rinascita) nella costernazione. Il Torino, una squadra senza punti deboli,
era stato anche il principale, talvolta quasi esclusivo, fornitore della nazionale, arrivando a comporne i dieci
undicesimi. Non fu facile ricostruire una formazione affidabile per l'ormai prossima scadenza mondiale e,
inoltre, il ricordo della recente sciagura indusse la squadra a decidere di raggiungere il Brasile per nave, con
grave pregiudizio della preparazione. Sconfitta dalla Svezia nel debutto a San Paolo, l'Italia cedette in fretta
il suo titolo e per il calcio azzurro si aprì, sino alla vittoria nei Campionati europei del 1968, un lungo
periodo privo di vittorie, che lo vide passare dal ruolo di protagonista del panorama internazionale a quello
di modesta comparsa.

L'epopea sfortunata della Grande Ungheria


Il Mondiale del 1950 fu dominato dal Brasile, che arrivò in finale battendo con punteggi nettissimi tutti gli
avversari, ma non riuscì poi a conquistare il titolo. Ancora una volta tradito dalla presunzione e dalla ritrosia
per ogni forma di organizzazione tattica, fu beffato dall'Uruguay, che aveva almeno due fuoriclasse,
Schiaffino e Ghiggia, ma soprattutto una compattezza difensiva sconosciuta ai suoi più forti rivali. L'Uruguay
si aggiudicava così due titoli su due partecipazioni ai Mondiali. L'Europa ‒ come previsto ‒ recitò un ruolo di
secondo piano. Soltanto la Svezia, vincitrice dell'oro olimpico, avrebbe potuto contrastare degnamente il
passo ai due colossi sudamericani, ma gli svedesi vollero restare rigorosamente fedeli a un loro
regolamento interno, che non prevedeva l'impiego nella rappresentativa nazionale dei giocatori che
avessero scelto la carriera di professionisti all'estero. Rinunciarono così a Gunnar Nordahl, in quel momento
il più potente ed efficace centravanti del mondo, nonché alla coppia di mezzali Gren-Liedholm, i tre
campioni che, ingaggiati dal Milan, formarono il cosiddetto Gre-No-Li e fecero la fortuna del club italiano.
Anche con una formazione di ripiego, la Svezia fu comunque terza (e prima delle europee). Otto anni più
tardi, rimossa quella regola autolesionistica, e nonostante i suoi campioni fossero ormai alla fine della
carriera, si classificò addirittura seconda, dietro l'imbattibile Brasile del giovanissimo Pelé. Questo può far
capire quale grande occasione la nazionale svedese avesse sprecato nel 1950, in omaggio a uno spirito
sportivo che veniva ormai oltraggiato in forme ben più gravi.
Il dopoguerra aveva avviato la sempre più massiccia trasformazione del calcio da mero evento agonistico a
fenomeno ben più coinvolgente, legato alle leggi dello spettacolo e del business più che a quelle tradizionali
dello sport. Soprattutto i club spagnoli e italiani (Real Madrid e Barcellona, Juventus, Milan, Inter) si
disputavano a prezzi sempre più alti i campioni stranieri e potevano così contare su compagini d'altissimo
valore, mentre le nazionali erano assai poco competitive oltre che fortemente condizionate dalle esigenze
del Campionato. Fu quindi naturale che si pensasse di affiancare alle competizioni riservate alle squadre
nazionali anche tornei e manifestazioni internazionali tra club di nazioni diverse, un processo cui avrebbe
dato un impulso decisivo l'ingresso del mezzo televisivo nel mondo del calcio. Prima che questo si
verificasse, però, il panorama europeo venne vivacizzato, sul piano squisitamente tecnico, dalla comparsa e
dalle sfortunate vicende di una delle squadre più belle e più forti di ogni tempo, la Grande Ungheria.
Dopo i fasti dell'anteguerra, culminati nella finale dei Mondiali 1938, l'Ungheria aveva conosciuto un brusco
declino, pur restando in attività sino al novembre del 1943, quando il conflitto si era ormai propagato a
tutta l'Europa. I punti più critici furono la sconfitta per 0-7 subita a opera della Germania nel 1941 a Colonia
e, due anni più tardi, quella per 2-7, inflittale in casa dalla Svezia di Nordahl e Gren, primo successo svedese
in terra ungherese. Liberata dall'occupazione nazista nel febbraio 1945, per passare peraltro sotto il ferreo
controllo sovietico, l'Ungheria già nell'agosto dello stesso anno affrontava l'Austria in un doppio incontro,
che esaltava una nuova generazione di forti attaccanti, fra i quali Nyers e Mike che presto furono attratti
dal calcio italiano. Già all'epoca muoveva i suoi primi passi nella nazionale ungherese un giovane talento dal
potente sinistro, Ferenc Puskas. La svolta si ebbe nel 1949, quando salì alla carica di commissario tecnico
Gustav Sebes, uomo dalle idee tattiche avanzatissime, anticipatore di un gioco 'universale', che precorse di
un ventennio quello poi imposto al mondo dall'Olanda negli anni Settanta. Nacque così, pezzo dopo pezzo,
l'aranycsapat, la "squadra d'oro", raro esempio di una formazione che riusciva a fondere la classe dei suoi
solisti, quasi tutti campioni di altissimo livello, in un'armonica manovra corale. Tatticamente, l'Ungheria
riprese, perfezionandola, una figura del calcio brasiliano, il centravanti arretrato, che trovò in Hidegkuti un
ottimo interprete: un numero 9 che teneva una posizione da suggeritore, mentre le punte più avanzate
erano le due mezzali, Kocsis e Puskas, supportati da una grande ala mancina, Czibor. Il regista era il
finissimo mediano Bozsik. Questa disposizione, inedita per l'Europa, mise in crisi tutti gli avversari, che
vedevano il proprio difensore centrale 'risucchiato' dagli arretramenti di Hidegkuti, mentre il sinistro di
Puskas e lo stacco aereo di Kocsis provocavano enormi danni agli avversari.
La squadra d'oro rimase imbattuta dal 14 maggio 1950 al 4 luglio 1954, per quasi un quinquennio, nel corso
del quale disputò 31 partite internazionali, vincendone 28 e pareggiandone 3, con 142 gol segnati (alla
media di oltre 4,5 a gara) e appena 32 subiti. In questo periodo ‒ nel quale va inserito anche l'oro olimpico
di Helsinki del 1952 ‒ incontrò, quasi sempre in trasferta, tutte le più forti nazionali del mondo e fece
crollare il famoso home record, cioè il primato interno di imbattibilità dell'Inghilterra, che mai nella sua
storia, cioè dall'inizio del calcio moderno, era stata sconfitta in patria da un avversario non britannico. Il 25
novembre 1953, nello stadio imperiale di Wembley, davanti a 100.000 inglesi ammutoliti, l'Ungheria si
impose per 6-3 con tripletta di Hidegkuti (arretrato, ma non troppo), doppietta di Puskas e gol di Bozsik, i
suoi tre fuoriclasse. Sei mesi dopo, nella rivincita giocata a Budapest, l'Ungheria vinse ancora, con il
punteggio di 7-1.
Ai Mondiali del 1954 in Svizzera, dove, secondo ogni logica ci si attendeva la sua definitiva consacrazione,
l'Ungheria in due memorabili partite si affermò nettamente su Brasile e Uruguay, ancora più forti di quattro
anni prima. In finale incontrò la Germania Ovest, che aveva ripreso l'attività internazionale alla fine del
1950, dopo che nel 1948 la FIFA aveva rimosso il divieto ai propri affiliati di intrattenere rapporti calcistici
con gli sconfitti della guerra. L'Ungheria, avendo sconfitto con facilità i tedeschi nelle fasi preliminari, era
convinta di poter vincere altrettanto facilmente anche in questa occasione. Infatti, dopo otto minuti
conduceva già per 2-0. Fu colta di sorpresa, invece, dalla strepitosa rimonta degli avversari. In seguito si
avanzò il sospetto che i tedeschi avessero fatto uso di farmaci. La Germania Ovest fu comunque campione
del mondo, mentre la più grande squadra di tutti i tempi non ottenne il titolo più importante, né ebbe
l'occasione di rifarsi. L'insurrezione del 1956 e il conseguente ingresso a Budapest dei carri armati sovietici
smembrarono quasi del tutto la nazionale ungherese, i cui campioni più significativi rimasero all'estero o vi
si rifugiarono, proseguendo l'attività sotto altre bandiere. Mai più, almeno sino a oggi, l'Ungheria ha potuto
ritrovare un momento altrettanto fulgido, anche se nel suo carnet figurano i due ori olimpici consecutivi del
1964 e del 1968, frutto peraltro delle condizioni di vantaggio in cui si venivano a trovare le nazionali dell'Est
europeo, cui il dilettantismo di Stato consentiva di schierare ai Giochi la formazione migliore.

La televisione, il Real Madrid e l'Inter


Il Campionato del Mondo del 1954, considerato tuttora quello di maggior qualità in assoluto, per valore
tecnico e spettacolare, non si ricorda soltanto per l'inaspettata affermazione dei tedeschi, tornati
rapidamente a vincere dopo la sconfitta bellica. Deve essere detto, fra l'altro, che, se è vero che quella
Germania Ovest probabilmente non avrebbe superato indenne l'esame antidoping, è altrettanto vero che
presentava eccellenti campioni, primi fra tutti il capitano Fritz Walter, mezzala completa, e il cannoniere
Helmut Rahn, una punta estremamente efficace in zona gol. La vera novità di questo Campionato fu, però,
il debutto ufficiale della televisione in una grande manifestazione calcistica. Sino ad allora soltanto gli
addetti ai lavori potevano spingere la loro competenza oltre i confini nazionali, mentre gli sportivi, che pure
seguivano le vicende calcistiche in misura sempre più massiccia, conoscevano bene i campioni di casa, ma
degli altri avevano pochi e vaghi riscontri. Ammirare dal vivo fuoriclasse quali Puskas, Schiaffino, Didí,
Julinho, Hidegkuti, Beara, Ocwirk, Rahn contribuì ad aprire nuove prospettive.
In Italia, per es., dove si giocava un calcio tatticamente molto bloccato e dove l'Inter aveva vinto due titoli
nazionali consecutivi praticando il 'catenaccio' ‒ una disposizione tattica di forte accentuazione difensiva,
adottata di regola solo dalle squadre più deboli ‒ il gioco spettacolare di Ungheria, Brasile, Uruguay e le
prodezze di tanti campioni liberi di esprimere il loro talento determinarono una sorta di rigetto verso le
esasperazioni tattiche. Non a caso, salì alla ribalta (effimera, ma ugualmente significativa, considerato
l'assoluto primato delle squadre settentrionali) la Fiorentina, che un allenatore amante del calcio come
Fulvio Bernardini aveva impostato nel pieno rispetto dei canoni tecnici.
La televisione ebbe un ruolo assai importante anche nel lancio di una manifestazione che, partita in sordina
a metà degli anni Cinquanta, acquisì col tempo un'importanza fondamentale: la Coppa dei Campioni.
Ancora una volta furono i francesi a lanciare l'idea, osteggiata dalla federazione europea e da quella
mondiale, ma sostenuta fermamente dai club spagnoli, in particolare dal potente Real Madrid, il cui
presidente Santiago Bernabéu andava allestendo una grande squadra, con l'ingaggio dei più contesi
campioni internazionali. L'idea di una competizione che coinvolgesse ogni anno le più forti squadre del
continente, in particolare le detentrici del titolo nazionale, era particolarmente allettante per quei dirigenti
che non trovavano più nel solo Campionato un ritorno economico adeguato ai loro massicci investimenti.
Anche nel periodo anteguerra si era disputata una Coppa dell'Europa Centrale, riservata alle formazioni
dell'area danubiana e all'Italia, che con il Bologna vi aveva raccolto due prestigiose affermazioni. Si trattava
però di un calcio non ancora uniformemente diffuso, che limitava il torneo alle scuole realmente
competitive. La Coppa dei Campioni, invece, nasceva con una prospettiva molto più ampia, anche se
inizialmente limitata dalla diffidenza dei britannici, sempre restii a misurarsi con il resto del continente. A
portare la Coppa dei Campioni al vertice del gradimento popolare fu proprio il Real Madrid, il cui calcio
scintillante, libero da vincoli tattici, illuminato da grandissimi campioni, diventò per tutti un riferimento
obbligato. L'argentino Di Stefano, il francese Kopa, lo spagnolo Gento, più avanti l'ungherese Puskas (lo
sfortunato capitano della Grande Ungheria) divennero gli ambasciatori di questo calcio che ‒ miscelando
diverse scuole all'interno della stessa squadra ‒ risultava anche più affascinante e coinvolgente di quello
delle rappresentative nazionali.
Sulla scia della Coppa dei Campioni, altre competizioni come la Coppa delle Coppe, riservata alle squadre
vincitrici della Coppa nazionale, e la Coppa delle Fiere, poi divenuta Coppa UEFA, contribuirono ad
arricchire sempre più il panorama di confronti internazionali. Il Real Madrid impose la sua supremazia nelle
prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni; la superiorità tecnica era accompagnata da un 'peso
politico' che gli valeva, nei rari momenti difficili, la puntuale protezione degli arbitri. Ne fecero esperienza
anche due squadre italiane, la già citata Fiorentina di Bernardini e il Milan, giunte sino alla finale, ma poi
incapaci di interrompere l'imbattibilità dei campioni del Real. Con gli inglesi sempre arroccati nel loro
isolamento, la Coppa dei Campioni fu a lungo una vetrina del calcio latino, che del resto si segnalava per
attingere costantemente talenti fuori dai propri confini. Quando declinarono, per puri motivi anagrafici, i
campioni del Real, il loro posto venne preso per un biennio dai portoghesi del Benfica, che si avvalevano di
fuoriclasse nati nell'ex colonia del Mozambico, come Eusebio e Coluña.
Fu poi il momento degli italiani, con le due squadre milanesi. Il Milan fece da apripista, coniugando la
creatività di Gianni Rivera e la scaltrezza tattica di Viani e Rocco con il talento brasiliano del goleador José
Altafini e del regista Dino Sani. L'Inter raccolse il testimone e impose a sua volta un dominio mondiale,
ratificato dai successi nella durissima Coppa Intercontinentale, che opponeva la vincitrice della Coppa dei
Campioni europea alla squadra che si era imposta nella Coppa Libertadores, l'omologa manifestazione
sudamericana. La Coppa Intercontinentale assegnava, in pratica, il titolo virtuale di campione del mondo a
livello di club e i neroazzurri se lo aggiudicarono per due stagioni di seguito, nel 1964 e nel 1965. Anche
l'Inter, come il Real, segnò un'epoca, ma per ragioni tatticamente opposte. Il Real giocava un calcio libero,
affidato all'estro dei suoi solisti, dove il giocatore più autorevole in campo, Alfredo Di Stefano, era assai più
importante dell'allenatore, che infatti veniva sostituito ogni anno malgrado i puntuali successi. Anche l'Inter
annoverava grandi campioni, dal regista spagnolo Suarez, a Sandro Mazzola, figlio di Valentino, il capitano
del Grande Torino, punta di rapidità fulminea. Sotto gli ordini di Helenio Herrera, il tecnico che tutto il
mondo del calcio conosceva come 'il mago', l'Inter adottava però ferrei schemi tattici, imperniati su un
reparto difensivo quasi invulnerabile e su un inarrestabile contropiede: gli ingredienti fondamentali di
quello che fu poi etichettato come 'calcio all'italiana', con intenti denigratori. In realtà, applicato da una
grande squadra e dagli interpreti giusti, anche il calcio all'italiana trovava una sua dignità tecnica. Era senza
dubbio più efficace che spettacolare. Ma sul concetto di spettacolo nel calcio le opinioni sono e resteranno
difformi, mentre i risultati sono incontestabili.
I successi italiani nella vetrina europea e mondiale dei club formavano un netto e singolare contrasto col
periodo oscuro della nazionale azzurra, che toccava il punto più basso della sua storia mancando la
qualificazione ai Mondiali del 1958, per poi essere eliminata, sollecitamente e tempestosamente, da quelli
del 1962 in Cile. Con i ruoli chiave delle sue squadre di club più forti occupati dagli stranieri, la scuola
italiana rischiava il soffocamento. Né si rivelava un buon rimedio il tentativo di reclutare sotto la bandiera
azzurra, conferendo loro la cittadinanza italiana, i migliori oriundi del nostro Campionato (da Sivori ad
Altafini). Un fenomeno simile, del resto, avveniva anche in Spagna, che pure si segnalava per le
'naturalizzazioni facili', da Di Stefano a Kubala. Era, questa, una dimostrazione di quanto fossero
indipendenti fra loro, se non addirittura contraddittori, il calcio dei club e quello delle rappresentative
nazionali.

Il Brasile di Pelé e il 4-2-4


Il discorso sulla Coppa dei Campioni e sulle squadre che ne determinarono le fortune ci ha già introdotto
negli anni Sessanta. È però necessario un passo indietro, perché ‒ sul fronte internazionale ‒ la fine degli
anni Cinquanta fu segnata da eventi memorabili: la prima vittoria del Brasile in un Campionato del Mondo,
l'affermazione di una linea tattica che, con inevitabili ritocchi, costituisce tuttora la base del gioco moderno
e la comparsa di quello che è considerato legittimamente il più grande calciatore di tutti i tempi, Edson
Arantes do Nascimento, noto universalmente come Pelé.
Il Brasile, dopo la cocente delusione (sfociata in autentica tragedia nazionale) seguita al mancato trionfo nel
Mondiale ospitato in casa nel 1950, si era autocondannato a due anni di inattività per riprendersi da
quell'autentico shock. L'ampio serbatoio di talenti di quell'immenso paese aveva comunque fatto sì che ai
Campionati del Mondo del 1954, in Svizzera, il Brasile ripresentasse una nazionale altamente competitiva. Il
memorabile incontro, nei quarti di finale, con la Grande Ungheria si era chiuso sul 4-2 a favore di questa ed
era sfociato in una gigantesca rissa, che aveva richiesto l'intervento della polizia sul campo. Puskas, che a
causa di un infortunio era seduto in panchina, al rientro negli spogliatoi aveva addirittura spaccato una
bottiglia sulla testa del mediano brasiliano Pinheiro. In Brasile la sconfitta era stata giustificata con la solita
tesi della 'truffa' europea, ma agli uomini di calcio più avveduti essa era apparsa l'ultima dimostrazione che
il puro talento individuale non bastava per raggiungere i traguardi più alti. Occorreva una razionale
organizzazione di gioco, nel cui ambito i solisti potessero esaltare la loro creatività, senza cadere però
nell'anarchia tattica. In una parola, occorreva ispirarsi proprio al tanto disprezzato calcio europeo e trarvi
ispirazione per un decisivo cambio di rotta.
Non a caso, l'artefice della svolta fu un oriundo italiano, Vincenzo Feola, che, chiamato alla guida tecnica
del Brasile per la preparazione ai Mondiali del 1958, selezionò quasi 200 giocatori facendoli passare al
vaglio della junta medica, al fine di scartare tutti coloro che ‒ a prescindere dal talento ‒ non offrissero
adeguate garanzie dal punto di vista atletico: un concetto rivoluzionario per il calcio brasiliano, basato su
una straordinaria destrezza individuale. I 33 prescelti furono sottoposti all'addestramento tattico: Feola
fece applicare alla squadra uno schieramento che prevedeva davanti al portiere quattro difensori in linea,
due mediani, uno di copertura e uno di regia, e quattro attaccanti, dei quali due ali e due punte centrali.
Schema molto offensivo, in sintonia con la vocazione brasiliana al calcio d'attacco, ma anche molto rigoroso
nei meccanismi di gioco. Non molto dissimile, per la verità, era la disposizione della Grande Ungheria, a
parte la figura del centravanti arretrato. L'originalità del 4-2-4 brasiliano (come venne battezzato per
comodità di sintesi) consisteva però nella sua capacità di adeguarsi alle mutevoli esigenze della partita. La
duttilità dell'ala sinistra, Zagallo, che nei momenti di pressione avversaria retrocedeva sulla linea dei
mediani, trasformando il 4-2-4 in 4-3-3, rendeva finalmente il Brasile competitivo anche nella fase difensiva.
Come sempre, i moduli vengono esaltati dai loro interpreti e quel Brasile aveva grandissimi giocatori in ogni
ruolo. Grazie a loro, il 4-2-4 fu tanto imitato da propagarsi rapidamente in tutto il mondo, anche se molte
squadre dovettero rendersi conto a proprie spese di come il modulo brasiliano, applicato a giocatori diversi
dai brasiliani, non risultasse risolutivo quanto si era sperato.
Il Brasile, con una formazione quasi identica, vinse due Mondiali consecutivi, nel 1958 in Svezia
(interrompendo la tradizione per cui sino ad allora le nazionali sudamericane ed europee si erano imposte
rispettivamente a casa loro) e nel 1962 in Cile, quando Zagallo giocò quasi sempre da mediano, per dare
maggiore solidità a una squadra di giocatori più anziani, meno freschi dal punto di vista atletico. La
leggenda di un calcio tanto bello e narcisistico da risultare incapace di vincere subì così una radicale
smentita. Prima del debutto ai Mondiali svedesi, Feola condusse i suoi giocatori in una tournée europea per
abituarli al clima tattico e agonistico. L'Italia approfittò di questa vetrina per ingaggiare, nel Milan, il
ventenne centravanti José Altafini, soprannominato 'Mazzola' in onore del capitano del Grande Torino, che
sarebbe poi diventato uno dei realizzatori più efficaci dell'intera storia del Campionato italiano. A causa
della gelosia dei compagni di squadra, Altafini, che pure aveva debuttato ai Mondiali segnando due gol,
perse poi il posto di centravanti titolare, affidato a Vavà. In quel Brasile, comunque, si mise in luce per la
prima volta il non ancora diciottenne Pelé, anch'egli entrato in squadra a torneo in corso, dagli ottavi di
finale in avanti, e autore di tali prodezze (tra cui sei gol nelle ultime tre partite) da lasciare stupefatta la
critica mondiale. Lo stesso re Gustavo di Svezia, dopo la finale vinta dai brasiliani proprio contro la
nazionale padrona di casa, scese sul campo per complimentarsi personalmente con il giovanissimo
giocatore: era nato un grandissimo campione, che avrebbe dominato il panorama calcistico internazionale
per più di dodici anni.

Luci e ombre del calcio atletico


Il Mondiale del 1958 aveva visto il debutto nel torneo della nazionale sovietica, che sino a quel momento si
era ritagliata uno spazio privilegiato nel calcio olimpico, dove le ambigue regole di iscrizione le
consentivano di sfruttare il suo dilettantismo di Stato. Ai Giochi, infatti, l'URSS schierava la miglior
formazione possibile, a differenza dei paesi dell'Europa occidentale costretti a rinunciare ai professionisti.
Era anche questo il segno di un calcio che vedeva cambiare impetuosamente i propri scenari. Gerarchie
tecniche che sembravano consolidate subivano bruschi ridimensionamenti: le sole nazioni detentrici
ciascuna di due titoli mondiali, Italia e Uruguay, erano state escluse entrambe dalla fase finale eliminate da
squadre prive di una grande tradizione calcistica, rispettivamente l'Irlanda del Nord e il Paraguay. Mentre la
formazione dell'Uruguay era priva dei talenti migliori, ingaggiati dai ricchi club europei, l'Italia scontava il
fenomeno opposto: un Campionato inflazionato da giocatori stranieri e una politica che anteponeva gli
interessi delle società (specialmente dei potenti club delle grandi città del Nord) a quelli della nazionale,
nella quale giocavano moltissimi oriundi, ma che era priva di un vero spirito di bandiera. La guida tecnica
della squadra azzurra, via via affidata a effimere e inaffidabili commissioni sollevate dall'incarico al primo
risultato sfavorevole, non era in grado di garantire quel profondo lavoro di ricostruzione che sarebbe stato
necessario per ritrovare gli antichi splendori.
A prescindere da questi casi particolari, tuttavia, il calcio conosceva un poderoso sviluppo. Il successo delle
competizioni di club diede all'Europa il decisivo impulso ‒ sempre su iniziativa francese ‒ per dotarsi di un
Campionato continentale, che aveva avuto un precedente, prima della guerra, nella Svelha Cup, o Coppa
Internazionale. Il Campionato d'Europa per nazioni vide la luce nel 1960 e ad aggiudicarsi la vittoria nella
prima edizione, la cui fase finale a quattro squadre venne ospitata dalla Francia, fu proprio l'Unione
Sovietica, favorita dal forfait della Spagna franchista, che rifiutò di incontrarla, non intrattenendo rapporti
diplomatici con la superpotenza comunista. Nelle file dell'URSS, che pure privilegiava il collettivo rispetto
alle individualità, si impose alla ribalta un portiere, Lev Jascin, che, insieme a Zamora e a Dino Zoff, va
considerato fra i più forti di ogni tempo e paese.
Pensato sulla falsariga del Campionato del Mondo, anche quello d'Europa aveva una cadenza quadriennale.
Snobbato inizialmente dagli inglesi (come si era già verificato per tutte le manifestazioni di cui non erano
stati i promotori), ebbe un avvio stentato, ma decollò sin dalla seconda edizione che, come vedremo, fu
ospitata dalla Spagna, forse per rimediare alla sua assenza dall'edizione precedente.
Gli anni Sessanta furono caratterizzati, in effetti, dalla presenza contemporanea di correnti tattiche diverse.
Due titoli mondiali consecutivi avevano premiato e portato ai vertici il gioco tecnico e creativo del Brasile,
un gioco basato sul palleggio e sull'abilità dei singoli, sia pure finalmente inquadrati in un preciso disegno
tattico. Con questo tipo di calcio conviveva con successo anche quello più pragmatico ed essenziale
dell'Inter (dominatrice della scena europea e mondiale a livello di club), che privilegiava la ferrea difesa e il
rapido micidiale contropiede come principale espressione offensiva. Un calcio verticale, che aveva lo scopo
di raggiungere la porta avversaria nel minor tempo possibile e con il minor numero di passaggi, tralasciando
il fraseggio orizzontale del quale erano maestri i brasiliani e i loro seguaci.
L'avvento dell'URSS, estremamente competitiva negli Europei (prima e seconda alle due edizioni iniziali) e
nel cui solco si ponevano quasi tutte le formazioni dell'Est europeo, nonché il ritorno degli inglesi e dei
tedeschi, naturalmente portati a un gioco ad alto ritmo, andavano però determinando una nuova tendenza,
che avrebbe raggiunto il suo culmine nei Mondiali del 1966, da ricordare per molti motivi. Il calcio atletico,
caratterizzato dal vigore fisico, dalla velocità nella corsa e dalla potenza nei contrasti, più che dall'abilità
tecnica, si affermò prepotentemente sulla scena internazionale, procurando anche danni notevoli. Infatti,
un giudizio superficiale poteva generare l'equivoco che il talento di un calciatore si sarebbe in futuro
misurato soltanto in muscoli, chili e centimetri. Inoltre, fatto ancora più pericoloso, essendo molto labile il
confine tra calcio a forte impatto fisico e calcio brutale e violento, diveniva forte la tentazione, per le
squadre e i giocatori di minore abilità tecnica, di colmare con la sopraffazione e gli interventi intimidatori, il
divario con i più dotati. Da questa antitesi fra atletismo e tecnica sarebbe poi scaturita l'efficacissima sintesi
della scuola olandese, capace di abbinare il vigore e la destrezza in un tipo di gioco che, non a caso, sarebbe
stato definito 'calcio totale'.

I maestri finalmente in cattedra


Il Brasile, sia pure senza Pelé, infortunato ma sostituito splendidamente dal giovane Amarildo, replicò
anche in Cile, nel 1962, il successo ottenuto ai Mondiali di Svezia del 1958, senza doversi impegnare contro
rivali particolarmente agguerriti. L'onesta Cecoslovacchia era arrivata sino alla finale grazie alle prodezze
del suo portiere, che però nella partita conclusiva non fu all'altezza delle precedenti prestazioni. La Spagna,
guidata da Herrera, era uscita precocemente di scena e l'Italia, che partecipava nuovamente alla fase
conclusiva di un Mondiale dopo la mancata qualificazione di quattro anni prima, aveva risentito di un
ambiente ostile ed era stata eliminata proprio dal Cile, paese organizzatore, anche con la 'complicità'
dell'arbitro inglese Aston, apertamente favorevole ai padroni di casa. Un Campionato, quello cileno,
decisamente non ispirato all'esemplare sportività che aveva caratterizzato l'edizione svedese. Al poco
edificante repertorio di prevaricazioni, favoritismi, irregolarità, si era accompagnato anche lo scarso livello
tecnico generale delle squadre partecipanti. Il terzo posto finale della nazionale cilena fu il frutto di
manovre che avevano avuto lo scopo di garantire alla squadra di casa ‒ per ragioni di incassi e di quieto
vivere ‒ il piazzamento migliore possibile. Due anni dopo, la Spagna sfruttava a sua volta in pieno il fattore
campo, aggiudicandosi la seconda edizione del Campionato d'Europa nella finale contro l'URSS, partita più
ricca di fair play che di spettacolo.
In questo clima, l'assegnazione all'Inghilterra della fase finale del Mondiale del 1966 si configurava come il
tentativo di riportare il calcio nell'ambito della più assoluta regolarità. Contrariamente alle aspettative,
però, i Mondiali d'Inghilterra furono anch'essi dominati dalla faziosità. Le nazionali sudamericane, che
avevano affrontato in forze l'avventura in Europa anche per l'attrazione esercitata dalla possibilità di
giocare nella culla del football, furono presto eliminate: il Brasile dai picchiatori bulgari che provocarono
scientemente l'infortunio di Pelé, l'Argentina e l'Uruguay da arbitraggi sfavorevoli al limite della
persecuzione. Gli argentini, per la loro strenua opposizione ai padroni di casa, furono bollati dalla stampa
inglese con l'epiteto dianimals. Nella finale contro i rivali tedeschi, l'Inghilterra si laureò campione del
mondo, come tutta la nazione pretendeva, grazie a un gol che ai più parve dubbio e tuttavia fu
compiacentemente convalidato dall'arbitro e anche dal guardalinee.
D'altra parte, il calcio inglese, per arrivare nelle migliori condizioni a questo importante appuntamento,
aveva proceduto, come il Brasile nel 1958, a una razionale riorganizzazione tattica. Il commissario tecnico
Walter Winterbottom, fedele al tradizionale ma ormai obsoleto 'WM' puro (il sistema di gioco che gli inglesi
avevano inventato negli anni Venti ed esportato in tutto il mondo) e fino a questo momento sopravvissuto
a tutte le disfatte, fu sostituito da Alf Ramsey. Ex terzino di valore, Ramsey aveva giocato nei Mondiali del
1950, quando il calcio inglese aveva conosciuto la crisi più grave della sua storia con l'eliminazione a opera
degli Stati Uniti. Ramsey impose alla sua squadra l'abbandono, che per certi versi risultò addirittura
traumatico, degli schemi abituali. Davanti a una linea di quattro difensori disposti alla brasiliana, assemblò
un centrocampo foltissimo nel quale convivevano Nobby Stiles (giocatore non elegante ma estremamente
efficace, incaricato regolarmente di neutralizzare il più pericoloso fra gli avversari con un controllo
individuale asfissiante), Bobby Charlton (calciatore ricco di talento, centravanti di numero ma in realtà
mobilissimo, come Di Stefano), e due esterni molto dinamici, Ball e Peters. In avanti restavano così soltanto
due attaccanti fissi, le 'torri' Hunt e Hurst. Fu in particolare l'abolizione delle ali, che avevano sempre
costituito il vanto e il 'marchio di fabbrica' del calcio inglese, a scatenare violente reazioni da parte di critica
e opinione pubblica; solamente i risultati positivi consentirono a Ramsey di restare al suo posto, al
momento in cui la vittoria al Campionato del Mondo gli portò, insieme al titolo di baronetto, anche il
consenso popolare.
In sostanza, Ramsey era partito dal 4-2-4 brasiliano, corretto all'europea sino ad arrivare a un 4-4-2 o 4-3-1-
2, tenendo conto della versatilità di Bobby Charlton (il solo fuoriclasse della compagnia, insieme con il
difensore centrale Bobby Moore). Ma poiché i due terzini avevano spiccato il senso della propulsione, in
fase di attacco l'Inghilterra poteva premere sull'avversario a pieno organico, mentre era pronta a
raccogliersi e a presidiare efficacemente la propria area in fase difensiva. Questa abilità nell'adattarsi alle
mutevoli esigenze della partita costituì la base della sua ritrovata competitività. Un decisivo contributo al
trionfo inglese venne, però, come abbiamo visto, dalla generalizzata propensione del calcio mondiale di
quegli anni a favorire i padroni di casa.
Dopo il titolo europeo conquistato dalla Spagna a Madrid nel 1964 e l'alloro mondiale degli inglesi a
Wembley nel 1966, di tale propensione godette anche l'Italia che, nel 1968, si aggiudicò la terza edizione
del Campionato d'Europa, a Roma, tornando ad affermarsi in campo internazionale: erano trascorsi
esattamente trent'anni dall'ultima vittoria ottenuta al Mondiale del 1938 giocato a Parigi. Tuttavia, neppure
in occasione di questo successo tanto atteso mancarono le ombre. La prima finale con la Iugoslavia si chiuse
in pareggio grazie a interpretazioni arbitrali assai benevole nei confronti degli azzurri. La ripetizione della
partita consentì all'Italia di sfruttare il suo organico più ampio e di imporsi, questa volta con pieno merito,
su avversari meno provvisti di valide alternative.
L'Italia tornò così ai vertici, a solo due anni di distanza dall'episodio più mortificante della sua storia
calcistica. Ai Mondiali d'Inghilterra del 1966, infatti, il calcio italiano si era presentato con giustificate
ambizioni. Dopo la negativa esperienza cilena, la federazione era corsa ai ripari, affidando la squadra
azzurra a una gestione stabile e autonoma come non si verificava dai tempi di Vittorio Pozzo. Un giovane
tecnico emergente, Edmondo Fabbri, che godeva del pieno appoggio del presidente federale Giuseppe
Pasquale, aveva reimpostato la nazionale sottraendola all'influenza delle società; aveva costituito, infatti,
un nucleo fisso di giocatori (il club Italia) mettendo a punto per loro un tipo di gioco in controtendenza
rispetto al Campionato. Molti giovani di valore, che in parte si erano rivelati nella nazionale olimpica del
1960, ne costituivano l'ossatura: Rivera, Mazzola, Bulgarelli, Salvadore, Rosato sembravano poter
assicurare un brillante futuro a una squadra che si era via via disfatta degli oriundi, optando
coraggiosamente per l'autarchia. I primi risultati furono ottimi e ottenuti con un gioco spumeggiante, che
riavvicinò alla nazionale il grande pubblico. Purtroppo, però, Fabbri era tanto preparato e valido sul piano
tecnico quanto ombroso e sospettoso di carattere. Ai Mondiali inglesi, inaugurati da una vittoria sul Cile che
assunse anche il valore di una rivincita del 'sopruso' di quattro anni prima, si chiuse in se stesso e prese
decisioni discutibili (come quella di mandare in campo Bulgarelli, non ancora ristabilito da un infortunio,
quando non erano previste le sostituzioni a partita in corso). L'Italia finì con l'essere eliminata dalla Corea
del Nord, una squadra fino a quel momento assolutamente sconosciuta nel panorama del calcio
internazionale. Partiti con l'appoggio dell'entusiasmo popolare, gli azzurri furono accolti al loro ritorno
all'aeroporto di Genova, dal lancio di pomodori, da parte di una folla inviperita.
Fabbri fu liquidato e poi squalificato per aver lanciato pubbliche accuse di cospirazione ai componenti dello
staff medico (i giocatori italiani sarebbero stati 'dopati' alla rovescia, per farli perdere). Il suo lavoro, però,
aveva agito in profondità ed era stato prezioso e decisivo. L'avvento alla presidenza federale di un
illuminato dirigente come Artemio Franchi e la promozione a commissario tecnico del vice di Fabbri,
Ferruccio Valcareggi, coincisero con un biennio di grandi successi: l'Italia vinse gli Europei del 1968 e due
anni dopo si classificò seconda ai Mondiali messicani. È da notare che, nel frattempo, si era messo in luce
un grande attaccante, Gigi Riva, figura che invece era mancata alla nazionale di Fabbri. Con una punta di
valore mondiale, in grado di garantire un'eccezionale media di gol realizzati, e con un portiere (prima Zoff e
Albertosi che si avvicendavano l'uno all'altro, poi, per molti anni, il solo Zoff, divenuto atleta simbolo della
nazionale) degno dei campioni del passato, il gioco all'italiana ritrovava una sua indiscutibile efficacia. La
nazionale di Valcareggi, che pure non incantò mai sul piano squisitamente estetico, si mantenne per sei
anni ai primissimi posti del ranking mondiale come mai era accaduto nel dopoguerra, ispirandosi al modello
di schema tattico, cinico ma vincente dell'Inter da cui, del resto, provenivano molti dei giocatori azzurri.

Il ritorno della tecnica e di Pelé


La resa dei conti avvenne nel 1970 sugli altipiani del Messico. Per la prima volta nella storia un Campionato
del Mondo si giocava in altura ed era anche la prima volta che la sede veniva scelta al di fuori
dell'alternanza obbligata fra Europa e Sud America. I problemi posti dall'altitudine, già sperimentati alle
Olimpiadi che si erano disputate due anni prima nella stessa cornice, si rivelarono pesanti e non tutte le
squadre seppero affrontarli con la necessaria preparazione. Il dominante calcio atletico, basato su una
fisicità esasperata e su un gioco aggressivo che richiedeva un dispendio notevole di energie, trovò nelle
condizioni ambientali un notevole ostacolo.
L'Europa mise in campo le risorse migliori: Germania Ovest e Inghilterra, le protagoniste del precedente
Mondiale che presentarono formazioni forse ancora più forti e complete di quattro anni prima, e l'Italia,
campione continentale in carica.
Dall'altra parte il Brasile, determinato a riconquistare il titolo dopo la sfortunata esperienza ai Mondiali
disputati in Inghilterra, attendeva gli avversari sul suo terreno preferito: il gioco brasiliano, basato sul
prolungato possesso della palla, su raffinati fraseggi a basso ritmo, sulla tecnica individuale, meglio si
adattava a ridurre i disagi dell'alta quota, acuiti dalle accelerazioni violente. Erano passati dodici anni da
quando Pelé aveva vinto il suo primo titolo mondiale e ora, a trent'anni, il grande campione era l'anima di
una squadra che il suo ex compagno Zagallo, la preziosa ala tornante di Feola cui era stata affidata la guida
della Seleção, aveva messo insieme seguendo un principio inedito e rischioso: riunire i migliori talenti del
calcio brasiliano indipendentemente dalla loro compatibilità tecnica.
La prima linea del Brasile era così formata da cinque giocatori che nelle rispettive formazioni di club
portavano tutti la maglia numero 10: cinque leader, che solo il carisma di Pelé riusciva a far convivere senza
contrasti. Questa singolare situazione si risolse in un trionfo per le enormi potenzialità della squadra, ma
anche per alcune circostanze propizie. A parte l'altura, infatti, avvenne che le tre grandi squadre europee
furono costrette a scontrarsi duramente fra di loro: Germania Ovest e Inghilterra disputarono un quarto di
finale all'ultimo sangue, concluso nei tempi supplementari a favore dei tedeschi, che vendicarono con
un'incredibile rimonta lo 'scippo' di Wembley. Ancora provata, la Germania Ovest incontrò in semifinale
l'Italia e ne venne fuori quel 4-3 a favore degli azzurri che è ormai entrato nella leggenda e al cui ricordo è
stata dedicata una targa nel monumentale stadio Azteca di Città del Messico. Quell'Italia cinica e sfrontata,
riscattatasi nel corso del torneo da un avvio deludente, nella finale tenne testa degnamente al grande
Brasile per oltre un'ora fermando il punteggio sull'1-1; poi crollò fisicamente e fu travolta dai brasiliani. La
tecnica aveva avuto il suo grande riscatto e Pelé, unico calciatore al mondo ad aver vinto tre titoli iridati,
era tornato più saldo che mai sul suo trono. L'Italia, che si attendeva degni festeggiamenti per il suo exploit,
fu accolta al rientro in patria da una folla inferocita, che costrinse tecnico e giocatori a rifugiarsi in un
hangar dell'aeroporto di Fiumicino. Oggetto di questa ostilità era il commissario tecnico Valcareggi, che
aveva fatto giocare soltanto negli ultimi sei minuti, ormai ininfluenti, della finale Gianni Rivera, l'idolo dei
tifosi italiani, l'autore del gol decisivo nel 4-3 inflitto ai tedeschi.

La 'rivoluzione olandese'
Con il trionfo messicano del Brasile (che si aggiudicava definitivamente la Coppa Rimet, destinata alla
nazione che avesse per prima conquistato tre titoli mondiali) si apriva la stagione del calcio degli anni
Settanta, straordinariamente ricca di novità epocali. Già sul finire del decennio precedente non erano
sfuggiti, agli osservatori più attenti, i primi annunci di un fenomeno che avrebbe costituito un vero
spartiacque nella storia del calcio: nel 1969, alla finale della Coppa dei Campioni, era imprevedibilmente
approdata una formazione olandese, l'Ajax di Amsterdam, che il tecnico Rinus Michels aveva costruito
basandosi su canoni assolutamente innovativi rispetto alla tradizione. Composta da un nucleo di giovani
talenti allevati con cura nel vivaio del club, quindi abituati da anni a giocare con un grande senso del
collettivo, l'Ajax esprimeva sul campo un tipo di gioco che non si era mai visto. La sua autentica rivoluzione
consisteva nell'abolizione dei ruoli: i difensori si sganciavano in attacco e gli attaccanti rientravano in
copertura nell'ambito di una manovra ad alto ritmo, che non concedeva agli avversari né punti di
riferimento fissi, né, di conseguenza, la possibilità di adottare efficaci contromisure. Il suo uomo di maggior
talento, Johan Cruijff, si muoveva con una rapidità impressionante, abbinata a una tecnica di primissimo
ordine. Quasi a significare la sua rottura con il passato, portava sulla maglia il numero 14, non
identificandosi in nessuno degli undici ruoli tradizionali. In realtà era un attaccante completo, con un
grande senso del gol, ma che variava di continuo la sua posizione sul campo e aggrediva la porta partendo
da lontano, con micidiali accelerazioni.
Alla finale europea ‒ dove era arrivato dopo una serie di vittorie rocambolesche, di sensazionali rimonte, di
punteggi nettissimi ‒ l'Ajax incontrò l'avversario peggiore che potesse capitargli: il Milan. Impostato
dall'allenatore Nereo Rocco sui canoni più avanzati del calcio all'italiana, animato in campo da Gianni
Rivera, bloccato in difesa su rigorose marcature individuali e con la regia del grande Cesare Maldini, il Milan
riuscì, infatti, a disattivare con estrema facilità i rivoluzionari meccanismi di gioco olandesi. Cruijff fu subito
escluso dalla manovra e la difesa in linea dell'Ajax, che applicava in modo sistematico la trappola del
fuorigioco (avanzando simultaneamente a ranghi compatti per lasciare le punte rivali in posizione
irregolare), venne neutralizzata dal tempismo di Rivera, in grado di cogliere l'attimo giusto per lanciare a
rete, in una zona del campo praticamente deserta, il cannoniere Pierino Prati. La sconfitta dell'Ajax fu quasi
un massacro e lì parve chiudersi quel tentativo di inventare un gioco nuovo e di imporlo come modello
vincente. Il trionfo milanista si rivelò, invece, il canto del cigno del calcio tradizionale. L'Ajax era stato
tradito dalla sua inesperienza e, forse, da una certa dose di presunzione, ma a partire dalla stagione
seguente i club olandesi, prima con il Feyenoord e poi, per tre anni di seguito, con lo stesso Ajax, furono i
dominatori delle competizioni europee riservate ai club.
Più laboriosa si rivelò, invece, la trasposizione nella rappresentativa nazionale di quel modulo. L'Olanda
aveva collezionato una lunga serie di sconfitte, conoscendo proprio negli anni Cinquanta e Sessanta il suo
periodo più oscuro. Un anno dopo che l'Ajax, pur sconfitto in finale, aveva stupito e incantato la critica
internazionale, la nazionale olandese fu esclusa dai Mondiali messicani, perché eliminata in fase di
qualificazione, come già era successo nelle tre edizioni precedenti. I giocatori erano praticamente gli stessi
che giocavano nell'Ajax, ma va anche detto che non erano troppo sensibili allo spirito di bandiera, a
cominciare proprio da Cruijff, che nel corso della sua lunga e straordinaria carriera antepose sempre
l'interesse personale all''amor di patria'. Il modello olandese, comunque, ebbe un immediato impatto su un
calcio che già avvertiva forte l'esigenza di un cambiamento. Il gioco 'totale' (con figure inedite come il
pressing, cioè l'aggressione sistematica e in forze dell'avversario in possesso di palla, in ogni zona del
campo; la già citata tattica del fuorigioco, con spettacolari e sincrone avanzate dell'intera linea difensiva;
iltourbillon determinato dai continui scambi di ruolo), se applicato da interpreti di valore, si rivelava
altamente spettacolare. Tornavano di moda gli alti punteggi, che il pragmatico, seppur efficacissimo, calcio
all'italiana aveva invece contribuito a congelare, privilegiando la fase difensiva e rarefacendo la fase
d'attacco.
Il calcio olandese, cui si ispirarono tecnici d'avanguardia di ogni paese, era in effetti diverso da tutti i
precedenti tipi di gioco, anche se, ovviamente, non poteva non riproporre alcune soluzioni già
sperimentate. La linea difensiva a quattro, per es., si rifaceva al 4-2-4 brasiliano, che però non prevedeva il
ricorso alla trappola del fuorigioco.
In precedenza, l'interscambio dei ruoli era già stata adottato con successo dalla Grande Ungheria, ma su
ritmi meno frenetici e con una chiara prevalenza dell'abilità tecnica sul vigore atletico. La vera originalità
del modulo olandese fu di giocare un calcio fisico con la proprietà tecnica tipica dei campioni sudamericani.
Come era già capitato all'Ungheria degli anni Cinquanta, anche l'Olanda chiuse la sua grande stagione senza
aver colto allori: fu seconda in due Campionati del Mondo consecutivi, sempre alle spalle della nazionale
padrona di casa (la Germania Ovest nel 1974 e l'Argentina nel 1978), e quest'ultima circostanza costituisce
qualcosa di più di un'attenuante, se si tiene conto della rilevanza che in quel periodo, come abbiamo visto,
assumeva il fattore campo.

Germania Ovest-Olanda, Beckenbauer-Cruijff


Occorre ricordare ancora una volta che, per quanto sapiente e innovativo sia il modulo tattico adottato, la
qualità dei singoli giocatori resta un fattore determinante per le fortune di una squadra: come furono gli
assi del Brasile, nel 1958, a esaltare il 4-2-4 che, riproposto da altre formazioni di minor talento si rivelò
assai meno efficace, così il 'calcio totale' dell'Olanda non avrebbe suscitato tanto ‒ e giustificato ‒ clamore,
se a imporlo con la maglia dell'Ajax o della nazionale, non fosse stato un gruppo di autentici fuoriclasse.
Infatti, tramontata quella generazione di campioni, l'Olanda continuò ad adottare il medesimo schema, ma
non seppe ripetere lo stesso spettacolo né gli stessi risultati. Peraltro, a metà degli anni Settanta si
trovarono a convivere e a disputarsi la ribalta due grandi scuole: quella olandese e quella tedesca forte, a
sua volta, di eccellenti campioni guidati da Franz Beckenbauer, il 'Kaiser'. Beckenbauer si era rivelato
giovanissimo ai Mondiali del 1966 in Inghilterra come impetuoso mediano laterale (memorabile il suo
duello in finale con il leader della squadra inglese Bobby Charlton) e aveva confermato il suo valore quattro
anni dopo in Messico, nel ruolo di libero difensivo da lui interpretato con assoluta originalità: non più, o
non solo, l'ultimo baluardo in fase di copertura, ma il vero regista della difesa, il primo a riproporre la
manovra e ad aggiungersi ai centrocampisti quando la squadra riprendeva l'iniziativa. Non a caso, da allora,
si definisce 'libero alla Beckenbauer' chi segue questa impostazione tattica.
La Germania Ovest era rimasta costantemente ai vertici del calcio internazionale con una serie
impressionante di piazzamenti (seconda ai Mondiali del 1966, terza a quelli del 1970), ottenuti restando
fedele ai canoni tradizionali del calcio, rinnovati però da un grande atletismo collettivo e da alcune
individualità di notevole spicco. Accanto a Beckenbauer si segnalavano i centrocampisti Overath e Netzer,
mentre in attacco dominava il centravanti Gerd Müller, uno dei più grandi realizzatori di tutti i tempi. Nel
1972 i tedeschi avevano finalmente conseguito un importante successo internazionale, dominando i
campionati europei in Belgio e proponendosi, così, come i favoriti per il Mondiale che, due anni dopo,
avrebbero ospitato per la prima volta. Con il Brasile impegnato nella laboriosa gestione del dopo-Pelé e
l'Inghilterra ripiombata in una fase di stanca per mancanza di ricambi agli 'eroi' del 1966, non si profilava
una concorrenza spietata. L'Olanda, da parte sua, restava un'incognita interessante anche se, del resto, una
competizione lunga e faticosa come il Campionato del Mondo sembrava la meno adatta al calcio olandese,
innovativo e coinvolgente, ma anche molto dispendioso dal punto di vista delle energie. Inoltre, la
nazionale olandese era spesso penalizzata, in occasione degli appuntamenti internazionali, da furiose
rivalità interne. Cruijff, infatti, era un leader in campo, ma non un capo carismatico seguito e rispettato da
tutti, come lo era Beckenbauer per i tedeschi.
L'altra squadra ‒ oltre alla Germania Ovest ‒ favorita per il Mondiale del 1974 appariva l'Italia. Il
rendimento della nazionale azzurra, dopo il Messico e le polemiche che ne erano seguite, aveva subito una
brusca flessione. Il Belgio l'aveva eliminata dalla fase finale degli Europei del 1972, anche a causa delle
precarie condizioni del goleador Riva, reduce da un lungo e grave infortunio. Il commissario tecnico
Valcareggi era però riuscito a superare indenne la crisi e, per quanto conservatore per natura, si era
tuttavia convinto a rinnovare gradualmente l'ossatura della squadra. Al nucleo storico si erano aggiunti la
mezzala di regia Fabio Capello e il centravanti Giorgio Chinaglia, un vero campione anche se non facile da
gestire. Chinaglia era il simbolo della Lazio, che si apprestava a infrangere nel Campionato italiano ‒ sia
pure per un anno soltanto ‒ la consolidata egemonia delle squadre del Nord. In coppia con Riva, costituiva
potenzialmente un attacco esplosivo. Nel novembre del 1973, sette mesi prima del Mondiale in Germania
Ovest, l'Italia colse un risultato storico: la prima vittoria sul suolo inglese, che sino a quel momento era
stato un inviolabile tabù per gli azzurri. Nell'occasione, contro un'Inghilterra protesa in un cieco assalto,
sotto la pioggia battente, emerse ancora una volta la straordinaria efficacia del contropiede. La difesa
italiana, arroccata in forze davanti al portiere Zoff, si rivelò insuperabile e a pochi minuti dal termine una
poderosa incursione di Chinaglia fu trasformata in gol da Capello. Al di là del valore degli avversari,
quell'impresa ebbe un'eco straordinaria e alimentò attorno alla Nazionale un clima di grande fiducia.
Proprio mentre l'Olanda stava imponendo al mondo un calcio nuovo, la vecchia e collaudata ricetta italiana
("primo, non prenderle") si proponeva ancora come la più affidabile. In effetti, al momento in cui l'Italia
iniziava la sua avventura mondiale, Zoff non subiva gol in nazionale da due anni e mezzo.
Fu, quel Mondiale del 1974, uno scontro appassionante non soltanto di squadre, ma anche di mentalità. La
gerarchia tradizionale subiva continue smentite. Sempre in Germania, alle Olimpiadi del 1972, il torneo
calcistico era stato vinto dalla Polonia; un fatto sottovalutato dalla critica e da essa considerato circoscritto
al ristretto ambito del calcio olimpico, che notoriamente favoriva i dilettanti di Stato dell'Est europeo. La
Polonia, invece, forte di autentici campioni e capace di offrire un gioco solido e spettacolare insieme,
lontanissimo da quello assolutamente prevedibile della scuola orientale, anche nel 1974, con la stessa
formazione eliminò l'Inghilterra dalle qualificazioni mondiali e si ritagliò un ruolo da protagonista. Nello
stesso modo, la prolungata imbattibilità di Zoff e della difesa italiana fu interrotta, dopo 46 minuti della
partita inaugurale, non a opera di un'avversaria già affermata, ma dalla rappresentativa di Haiti, pittoresco
esempio dello sconosciuto calcio caraibico. L'Italia rimontò e vinse, ma quella faticosa vittoria fu seguita dal
pareggio con l'Argentina e dalla sconfitta contro la forte Polonia (in una partita assai chiacchierata, perché i
polacchi denunciarono un tentativo di corruzione da parte dell'Italia), che la costrinsero a un rapido ritorno
a casa. Così si concluse, con amarezza in fondo immeritata, la gestione tecnica di Valcareggi, il primo
commissario tecnico vittorioso dai tempi di Pozzo.
Uscita di scena l'Italia, Germania Ovest, Olanda e Polonia dominarono un Mondiale che vide il Brasile di
Zagallo recitare soltanto un dignitoso ruolo di comprimario. L'Olanda incantava le folle e la televisione
contribuiva a diffondere il fascino di quel gioco nuovo e senza calcoli, che si traduceva in ricchi bottini di
gol, mentre il sistematico ricorso a pressing e tattica del fuorigioco impediva regolarmente agli avversari di
segnare. La Germania Ovest giocava risparmiando energie (si consentì anche una diplomatica sconfitta con
la Repubblica Denocratica Tedesca nella fase iniziale del torneo, in un inedito confronto diretto fra tedeschi
che riempì le cronache non solo sportive), ma fu infine costretta a uscire allo scoperto nella semifinale
contro la Polonia, forte del bravissimo portiere Tomaszewski: uno splendido scontro, di alto livello
agonistico, che alla fine fu vinto di misura dalla Germania Ovest. Così, la finale con gli olandesi, che avevano
sconfitto nettamente il Brasile, divenne la sfida ultima fra il calcio conservatore e quello della 'grande
riforma', o almeno fu interpretata in quest'ottica da una critica sempre pronta a proporre nette
contrapposizioni più che a mettere in rilievo come il progresso, anche nel calcio, si attui a piccoli passi e con
infinite mediazioni. L'Olanda andò in vantaggio dopo un minuto e credette di avere già vinto. La Germania
Ovest, tradizionalmente tenace, la raggiunse caparbiamente e poi la batté. Il fattore campo, anche per la
bravura dell'arbitro inglese Taylor, ebbe un'importanza solo relativa, mentre risultò decisiva la presunzione
degli interpreti del calcio totale, che pensavano di essere troppo forti per qualsiasi avversario. Non fu,
comunque, la vittoria del vecchio sul nuovo, perché proprio da quel Mondiale il calcio olandese uscì
consacrato; si trattò, semplicemente, della vittoria di una grande squadra, sempre ai vertici delle grandi
competizioni. Beckenbauer si tolse una soddisfazione nei confronti di Cruijff, il rivale per il quale non
nutriva simpatia e che a sua volta non lo amava. La contesa fra i due campioni dominava ormai tutta la
scena europea: anche nella Coppa dei Campioni ai tre successi consecutivi dell'Ajax di Cruijff seguì l'analoga
tripletta del Bayern di Beckenbauer. Gli altri, per il momento, stavano a guardare.

L'addio di Cruijff
Il ferreo duopolio Germania Ovest-Olanda, secondo ogni ragionevole previsione, era destinato a
confermarsi nel Campionato d'Europa del 1976, considerati come una concreta possibilità di rivincita
rispetto al Mondiale tedesco di due anni prima. In effetti, le due squadre favorite giunsero senza problemi
nel quartetto delle finaliste, completato dalla Iugoslavia, paese ospitante, e dalla solida Cecoslovacchia,
squadra di scarsa fantasia ma di robusto collettivo, provvista di sufficiente cinismo tattico per opporsi alle
formazioni più quotate senza il minimo timore reverenziale. Il duello tra Beckenbauer e Cruijff si spostava
su ribalte diverse, senza tuttavia perdere il suo ruolo di principale attrattiva del cartellone calcistico.
Proprio in quegli Europei, disputatisi in proibitive condizioni atmosferiche, si verificarono due fatti
importanti: la Cecoslovacchia batté prima l'Olanda in semifinale e poi la Germania Ovest in finale e la
perenne conflittualità all'interno della squadra olandese, lacerata da rivalità insanabili, determinò la rottura
definitiva di Cruijff con la propria nazionale. Cruijff, che pure in campo rappresentava il perno del gioco
totale, si faceva guidare nelle scelte e negli atteggiamenti da un assoluto individualismo. Aveva già lasciato
l'Ajax per il Barcellona, cedendo alle lusinghe economiche di un favoloso contratto proprio alla vigilia dei
Mondiali 1974: una decisione che la federazione olandese aveva dovuto subire, senza mai accettarla del
tutto. Per partecipare alle finali del Campionato d'Europa, poi, aveva preteso un compenso straordinario, il
che gli aveva del tutto inimicato la maggioranza degli altri giocatori. La sconfitta fece precipitare la
situazione. Cruijff lasciò l'Olanda, chiudendo la sua carriera in nazionale senza quei successi che la sua
classe e il suo talento naturale avrebbero sicuramente meritato. In questo, fu costretto a invidiare il suo
rivale Beckenbauer, vero e proprio collezionista di trofei.
L'abbandono di Cruijff e dei giocatori a lui più legati, parve così chiudere la breve ma esaltante stagione
della Grande Olanda. Invece, una formazione olandese di minore qualità, ma solida e unita più che in
passato sotto il profilo morale, riuscì a raggiungere ancora la finale nel Mondiale del 1978, anch'essa, come
la precedente, giocata contro la nazionale di casa: questa volta al posto della Germania Ovest c'era
l'Argentina e il fattore campo si fece sentire in modo ben più pesante. L'Argentina aveva organizzato il
Mondiale con la ferma determinazione di vincerlo per offrire evasione e sfogo alla popolazione oppressa
dalla dittatura militare e per dare all'opinione pubblica mondiale ‒ che la guardava con giustificato sospetto
‒ una dimostrazione di alta efficienza organizzativa. Il trionfo finale, che sotto il profilo sportivo fu anche un
meritato, e persino tardivo, riconoscimento per una delle scuole calcistiche più forti di ogni tempo, lasciò
aperti molti interrogativi su quell'esito scontato. Oltre all'Olanda, altre due squadre si dimostrarono
all'altezza del titolo: il Brasile, forse vittima di una combine tra Argentina e Perù, e l'Italia, uscita dal periodo
di crisi e ammirata come la miglior nazionale, in chiave tecnica e tattica, di quel Mondiale.

La 'zona mista' di Bearzot


Per l'Italia, con il Mondiale 1974, si era registrata la conclusione traumatica del lungo, e tutto sommato
felice, ciclo tecnico di Valcareggi; contemporaneamente, grandi campioni come Rivera, Sandro Mazzola,
Riva, chiudevano la loro milizia in maglia azzurra. Il delicato periodo di passaggio fu gestito, con mano salda
e assoluta noncuranza dell'impopolarità, da un uomo esperto come Fulvio Bernardini, che collezionò
sconfitte e feroci critiche, ma riuscì a formare un nucleo di freschi talenti accomunati dalla qualità tecnica (i
'piedi buoni', il cui simbolo era considerato il giovane Giancarlo Antognoni) e dalla disciplina di squadra.
Quando Bernardini, esaurito il compito di traghettatore, consegnò la nazionale al suo collaboratore Enzo
Bearzot, si aprì una fase importante: Bearzot riuscì a dare alla squadra un impianto di gioco che mediava
felicemente i valori tradizionali della scuola italiana con i nuovi fermenti seguiti alla rivoluzione olandese.
Non a caso il suo schema di gioco fu definito 'zona mista'. L'Italia, cioè, conservava la sua forza difensiva,
basata essenzialmente su rigorose marcature individuali, ma da metà campo in su si apriva a una manovra
più libera e corale, con fruttuosi interscambi che spezzavano la rigidità dei ruoli.
Trascinata da un giovane cannoniere, Paolo Rossi, un attaccante di fisico leggero ma dal grande istinto del
gol, l'Italia incantò in Argentina il pubblico e la critica, ma non andò oltre un quarto posto finale,
sicuramente inadeguato ai suoi meriti. Due anni dopo, nel 1980, ospitando per la seconda volta i
Campionati d'Europa, la squadra azzurra si apprestava ad arricchire il suo medagliere, quando fu travolta da
uno scandalo senza precedenti. Il 'totonero', il fenomeno delle scommesse clandestine e degli accordi
preventivi sul risultato di molte partite al fine di ottenere vincite illecite, coinvolse parecchi calciatori di
primo piano, fra i quali lo stesso Paolo Rossi e l'altro attaccante più quotato del momento, Bruno Giordano,
colpiti da pesanti squalifiche. Privato delle sue punte più forti e dell'appoggio del pubblico, che per un
giustificato calo di fiducia disertò gli stadi, Bearzot concluse l'Europeo disputato in casa con un deludente
quarto posto, mentre la Germania Ovest ne approfittava per collezionare l'ennesimo titolo continentale.
In tali condizioni, va considerata in un certo senso prodigiosa l'immediata ripresa della nazionale azzurra,
che nel 1982, in Spagna, vinse il suo terzo titolo mondiale, il primo del dopoguerra dopo la doppietta, ormai
lontanissima, del 1934 e 1938. Alla vittoria contribuì in modo determinante lo stesso Paolo Rossi, che aveva
esaurito il periodo di squalifica proprio alla vigilia del Mondiale. Bearzot lo volle unire alla squadra sfidando
le ire dei benpensanti e le critiche dei tecnici, che lo ritenevano irrimediabilmente arrugginito dalla forzata
e prolungata inattività. In effetti, l'esordio dell'Italia fu stentato e Rossi fu la causa principale delle difficoltà
iniziali. Ma proprio quando il 'linciaggio' di Bearzot toccava il culmine, gli azzurri si scossero ed eliminarono
in successione l'Argentina campione in carica (dove giocava il nuovo astro mondiale, Diego Maradona) e il
Brasile, la formazione favorita. Con tre gol al Brasile, impresa mai riuscita a nessun altro calciatore, Rossi
interruppe la serie negativa, finendo per laurearsi capocannoniere del torneo con sei reti concentrate nelle
ultime tre partite. Nella finale, fu ancora la Germania Ovest ‒ squadra di eccezionale continuità ai massimi
livelli ‒ ad affrontare gli azzurri, che però si imposero in modo estremamente netto dando prova di una
superiorità indiscutibile.
Ancor più dell'esaltante ma estemporaneo secondo posto conquistato in Messico nel 1970, fu il trionfo
spagnolo a proiettare di nuovo e stabilmente l'Italia nell'aristocrazia internazionale del calcio. Il suo gioco, a
lungo giudicato dalla critica estera come espressione di puro difensivismo, privo di ogni slancio
spettacolare, aveva ritrovato credibilità e consensi, oltre che imitatori. Frattanto, la riapertura delle
frontiere, dapprima contingentata, poi sempre più massiccia, aveva ridato piena competitività alle
formazioni di club, senza che ne risentisse il rendimento della rappresentativa nazionale. Bearzot fallì la
spedizione messicana del 1986, tradito (come in parte era accaduto anche a Valcareggi) dal sentimento di
gratitudine nei confronti dei suoi veterani, in omaggio ai quali aveva rinviato un'adeguata operazione di
ricambio e di ringiovanimento dei ranghi. Ma fu, quello, l'ultimo Campionato del Mondo in cui l'Italia ebbe
un ruolo da comparsa. Nel 1990, nei Mondiali organizzati in casa, gli azzurri guidati da Vicini furono terzi,
senza subire una sola sconfitta. Nella successiva edizione ospitata dagli Stati Uniti nel 1994, sotto la
gestione tecnica di Arrigo Sacchi, autore di un'autentica rivoluzione che già aveva portato il suo Milan ai
vertici europei e mondiali, l'Italia arrivò sino alla finale, arrendendosi al Brasile soltanto ai calci di rigore. In
quell'occasione, il trascinatore degli azzurri fu Roberto Baggio, il fuoriclasse che si aggiunse a Rivera e a
Paolo Rossi nel conquistare il Pallone d'oro, riconoscimento destinato al miglior calciatore europeo della
stagione. Nell'ultimo Mondiale del secolo, quello organizzato e vinto dalla Francia nel 1998, ancora una
volta soltanto ai calci di rigore, l'Italia allenata da Maldini cedette nei quarti di finale ai padroni di casa, poi
vittoriosi anche in finale contro il Brasile. Agli Europei del 2000 l'Italia si classificò seconda, ancora dietro
alla Francia; sulla panchina della nazionale sedeva Dino Zoff, il grande portiere che aveva dato un
contributo decisivo alla conquista del titolo mondiale in Spagna. Peraltro, le ingrate critiche per il mancato
successo indussero Zoff alle dimissioni, subito dopo la conclusione del torneo. Al suo posto divenne
commissario tecnico della nazionale Giovanni Trapattoni, reduce da una carriera ricca di vittorie quale
tecnico di club.
È da sottolineare la singolare circostanza che, proprio mentre il mondo del calcio si apriva a nuove realtà ‒
in particolare alle squadre africane portatrici di un atletismo prorompente ma sempre più disciplinato dai
progressi tecnici e tattici ‒ i titoli più importanti continuavano a essere conquistati dalle grandi potenze
tradizionali. Al ritorno dell'Italia ai vertici mondiali si accompagnò, infatti, un momento assai felice
dell'Argentina sotto la spinta decisiva del suo fuoriclasse Diego Maradona, l'erede naturale di Pelé. La
grandezza di Maradona portò la squadra argentina, nonostante l'assenza di qualche giocatore di altissimo
livello, a vincere il Mondiale del 1986 e a classificarsi seconda in quello del 1990, disputando due finali
contro una sempre grande Germania Ovest, alla cui guida tecnica era l'ex campione Franz Beckenbauer. Il
Brasile, da parte sua, si aggiudicò il suo quarto titolo iridato nel 1994 e arrivò in finale quattro anni dopo, in
Francia, perdendo nettamente l'ultima partita contro gli scatenati padroni di casa anche a causa di un
misterioso malore che aveva costretto il suo campione più rappresentativo, Ronaldo, a scendere in campo
in condizioni fisiche estremamente precarie. Fra le protagoniste di fine secolo, dunque, Italia, Argentina,
Germania e Brasile erano le formazioni più titolate a livello mondiale, il segno di una continuità che aveva
resistito a tutte le mode. In questo senso, va riconosciuto che l'autentica rivelazione calcistica nel passaggio
di secolo è stata la Francia, vincitrice del titolo mondiale nel 1998 e di quello europeo nel 2000, una
doppietta che in precedenza era riuscita, in ordine inverso, soltanto alla Germania Ovest nel 1972 e nel
1974.

La Francia e il calcio multietnico


La Francia aveva conosciuto altri periodi di splendore senza riuscire, peraltro, a concretizzarli se non
parzialmente in risultati positivi. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, la fioritura di genuini talenti,
quali il finissimo creatore di gioco Raymond Kopa (stella del Real Madrid accanto a Di Stefano) e il goleador
Just Fontaine, consentì alla squadra di esprimere momenti di grande calcio. Nei Mondiali del 1958, vinti dal
Brasile del diciottenne Pelé, la Francia fu terza e Fontaine fu il capocannoniere del torneo con 13 gol, quota
tuttora insuperata anche dopo l'allargamento della formula. Quindi, a partire dalla fine degli anni Settanta,
la Francia si ripropose come protagonista, grazie al miglior reparto di centrocampo del mondo, imperniato
attorno al fuoriclasse Michel Platini che, trasferitosi in Italia, fu anche l'uomo di punta di una grandissima
Juventus. Ai Mondiali del 1978 i francesi furono presto eliminati a vantaggio dell'Argentina, padrona di
casa, favorita da innegabili protezioni arbitrali. Quattro anni dopo, in Spagna, forse la miglior Francia di
sempre, guidata dal tecnico Michel Hidalgo, dopo aver incantato gli spettatori con un gioco frizzante,
ribattezzato 'calcio-champagne', sprecò l'occasione di disputare la finale contro l'Italia dilapidando un
vantaggio, in apparenza decisivo, nei tempi supplementari della semifinale con la Germania Ovest.
Un'analoga vicenda si ripeté nel Mondiale messicano del 1986, dove la Francia, una delle favorite, eliminò
l'Italia campione in carica e poi anche il Brasile nei quarti, ma si arrese ancora alla Germania Ovest in
semifinale concludendo al terzo posto. Insomma, un lungo periodo di grandissima forma portò ai francesi
soltanto il titolo europeo del 1984 (con Platini capocannoniere) e la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Los
Angeles nello stesso anno, peraltro un po' svalutata dal forfait di molte nazioni dell'Est europeo.
I successi della Francia, però, cominciarono a susseguirsi proprio alla svolta del secolo. Il calcio aveva ormai
abbattuto le sue frontiere, la libera circolazione dei calciatori all'interno dell'Europa, ufficializzata con la
'sentenza Bosman' dell'Unione Europea (che prese il nome dal giocatore belga che interessò per primo
l'Alta Corte), aveva trasformato le più forti formazioni di club in autentiche multinazionali. In questa
progressiva perdita di identità nazionale e di sovrapposizione di scuole diverse, la Francia trovò terreno
fertile per imporre il suo modello multietnico. Nella sua rappresentativa di punta confluivano i giocatori
originari dalle ex colonie del Nord Africa e quelli dei territori caraibici d'oltremare, in particolare Martinica e
Guadalupa, atleti di splendida costituzione fisica, potenti, agili e flessuosi (di un fenomeno del genere aveva
beneficiato anche l'Olanda con i nativi del Suriname e, più indietro nel tempo, il Portogallo con i fuoriclasse
mozambicani Eusebio e Coluña). Della squadra francese, che vinse il Mondiale del 1998 disputato sui campi
di casa, andandosi ad aggiungere, così, alle sei nazioni che avevano sino ad allora conquistato il titolo
(Uruguay, Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina), soltanto 8 giocatori su 22 erano francesi in senso
stretto. Zinedine Zidane, il nuovo Platini, autore di due gol nella finale contro il Brasile, era figlio di
immigrati algerini. Tra i suoi compagni di squadra, molti avevano origini armena, basca, portoghese,
africana, caraibica.
Due anni dopo, con una squadra largamente confermata, la Francia, dopo aver chiuso quello del
Novecento, aprì l'albo d'oro del Duemila affermandosi nel Campionato d'Europa organizzato, in
partnership, da Olanda e Belgio, ponendo con ciò le premesse per un ciclo non effimero, garantito dalla
ricchezza di un vivaio senza più confini territoriali e prodigo di talenti. Sul piano tecnico, è giusto
sottolineare che la Francia, famosa per il suo calcio offensivo e assolutamente non opportunista, vinse il
suo Mondiale soprattutto grazie alla solidità della difesa, forte di individualità spiccate quali Thuram, Blanc
e Desailly, che si erano tutti ‒ in tempi diversi ‒ addestrati nella grande palestra del Campionato italiano.
La disponibilità di centrocampisti di qualità, soprattutto Zidane, campione della Juventus (come il suo
modello Platini) e poi del Real Madrid, unita alla penuria di grandi attaccanti di ruolo, ha fatto sì che la
Francia cercasse la porta avversaria più con una manovra collettiva e avvolgente che con le iniziative delle
punte. Anzi, rovesciando in un certo senso i canoni tradizionali del calcio, in quella Francia erano gli
attaccanti, in funzione gregaria, a lavorare per i centrocampisti e non viceversa. Nel suo piccolo, una
rivoluzione anche questa, sia pure obbligata dall'organico a disposizione.

Una diffusione universale: il primo Mondiale in Asia


Proprio il Mondiale di fine secolo può costituire un eloquente parametro per riuscire a valutare la
complessa evoluzione subita da questa disciplina agonistica. I primi coraggiosi pionieri che tentarono di
abbattere le frontiere e di avviare contatti universali nel mondo del pallone avevano dovuto affrontare
enormi ostacoli. Nel 1930, l'edizione inaugurale del Campionato del Mondo aveva faticosamente radunato
in Uruguay 13 nazioni (alcune delle quali costrette alla partecipazione dagli atteggiamenti dittatoriali di
Jules Rimet). In occasione del Mondiale francese del 1998, il sedicesimo della serie, valido per la settima
Coppa FIFA, furono necessari quasi due anni (dal 10 marzo 1996 al 29 novembre 1997), 649 partite
eliminatorie e 1922 gol per ridurre drasticamente il numero di paesi iscritti alla competizione da 172 a 30.
Trenta nazionali che, con l'aggiunta della Francia paese ospitante e del Brasile campione in carica,
qualificati d'ufficio, diedero vita al tabellone finale del torneo che prevedeva un serrato calendario
agonistico. La competizione fu seguita in ogni fase dalle televisioni dell'intero pianeta. Ormai, tutti i
continenti erano presenti nel panorama calcistico ai massimi livelli.
Nell'ottobre del 2001, la prima, storica qualificazione della Cina alla fase finale di un Campionato del
Mondo, quello in programma, anch'esso per la prima volta, in Asia (diviso tra Corea e Giappone) nel giugno
2002, ha aperto un altro immenso serbatoio di risorse, sulla strada della completa globalizzazione. Oltre alla
Cina altre tre nazionali hanno partecipato per la prima volta alla fase finale: Slovenia, Ecuador, Senegal. Nel
novero delle trentadue squadre ammesse vi sono state tutte le nazioni storiche, cioè le vincitrici di una o
più edizioni precedenti: il Brasile con quattro titoli (1958, 1962, 1970, 1994), l'Italia (1934, 1938, 1982) e la
Germania (1954, 1974, 1990) con tre, l'Uruguay (1930, 1950) e l'Argentina (1978, 1986) con due,
l'Inghilterra (1966) e la Francia (1998) con uno.
Certo, quella del calcio non è stata un'evoluzione indolore. Nel corso di questa sua prepotente ascesa, il
calcio ha dovuto pagare prezzi molti alti. In primo luogo alla violenza, quasi inevitabile in un movimento di
massa così esteso e perennemente sotto la luce dei riflettori. La tragedia dell'Heysel, in occasione della
finale di Coppa dei Campioni del 1985 fra Juventus e Liverpool, determinata dal cieco e brutale assalto
degli hooligans inglesi nei confronti degli spettatori italiani, oltre a un bilancio delle vittime davvero
agghiacciante, provocò uno shock all'intera organizzazione. La temporanea esclusione delle formazioni
inglesi dalle competizioni europee per club fu un provvedimento obbligato, ma non valse, ovviamente, a
estirpare alla radice un malessere che il calcio ereditava dalla società, amplificandolo con la sua enorme
cassa di risonanza. Anche la corruzione, che per principio dovrebbe essere estranea all'evento sportivo, di
fronte a interessi economici sempre più forti e a un giro di denaro in vertiginosa crescita, ha fatto il suo
ingresso nel mondo del calcio, così come il doping ‒ il tentativo di incrementare artificialmente le
prestazioni ‒ ha rappresentato una tentazione cui non sempre società e atleti hanno saputo resistere.
Non sarebbe però giusto sottacere gli enormi meriti del calcio sotto il profilo dell'aggregazione. Il primo
Campionato del Mondo del Duemila, come abbiamo detto, è stato ospitato in Asia e anche l'Africa si è già
attivata per ottenere l'impegnativa organizzazione di un torneo dalla partecipazione sempre più universale,
dunque sempre meno elitaria. Malgrado siano partiti in forte ritardo rispetto alle scuole tradizionali,
movimenti calcistici considerati minori hanno già raggiunto una notevole competitività sul piano dei
risultati. Due nazionali africane, Nigeria e Camerun, hanno vinto la medaglia d'oro olimpica nelle due ultime
edizioni dei Giochi, ad Atlanta nel 1996 e a Sydney nel 2000. Dal punto di vista atletico, tecnico e tattico il
gioco è andato profondamente cambiando, senza però mai rinnegare (e forse questo è il segreto del suo
successo travolgente rispetto ad altre discipline più sensibili alle mode) le proprie radici e le proprie regole
fondamentali. Si è registrata, specie negli anni più recenti, da parte del governo mondiale del calcio, una
ricerca costante di aggiornamento per salvaguardare il lato spettacolare del gioco e quindi la sua audience
televisiva, senza però che sia mai stato attuato uno stravolgimento sostanziale. Dalla cornice esclusiva dei
college inglesi dell'Ottocento, alla ribalta planetaria del Duemila, il calcio ha compiuto un lungo cammino,
senza mai tradire se stesso.

SITOGRAFIA: http://www.treccani.it/enciclopedia/calcio-la-storia-del-calcio_(Enciclopedia-dello-Sport)/

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