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I GENI GUIDANO LA COSTRUZIONE DELLE PROTEINE

Nel 1958 i genetisti Beadle e Tatum ipotizzano che il fenotipo sia mediato dall'attività di un enzima.
Per dimostrarlo compiono un esperimento sulla Neurospora crassa, volgarmente nota come muffa del pane
(una muffa è un tipo particolare di fungo con micelio malformato). I due ricercatori fanno crescere
Neurospora su un terreno minimo (un terreno di coltura è un mezzo solido o liquido capace di fornire ciò
che serve per far crescere la colonia; un terreno minimo contiene solo una fonte di carbonio organico e sali
minerali, mentre un terreno completo è arricchito con estratti di proteine e vitamine).
Partendo da esso, i ceppi selvatici di Neurospora crescono regolarmente. In seguito, essi sottopongono
alcuni ceppi selvatici ad un trattamento con raggi X, che fungono da agenti mutageni.
In questo modo essi ottengono dei ceppi mutanti "arg". Per crescere, essi necessitano dell'aggiunta di
composti al terreno di coltura, così da poter sintetizzare l'amminoacido arginina.
In particolare, si considerano tre supplementi (ornitina, citrullina e arginina) e tre ceppi mutanti.
Il ceppo mutante 1 cresce solo in presenza di arginina.
Il ceppo mutante 2 cresce sia in presenza di arginina sia in presenza di citrullina (precursore dell'arginina).
Infine, il ceppo mutante 3 cresce anche in presenza di ornitina, che viene convertita in citrullina e poi
quest'ultima in arginina. I due genetisti individuano una correlazione tra danno genetico e mancata
produzione di un determinato enzima: infatti, presumono che se un organismo non può convertire un dato
composto in un altro significa che non possiede l'enzima richiesto per tale conversione e la mutazione si
trova nel gene che codifica quell'enzima. In sintesi, esaminando le muffe trattate i due trovano che alcuni
ceppi mutanti non sono più in grado di svilupparsi in un terreno minimo, ma necessitano dell'aggiunta di
una sostanza nutritiva, e da esso deducono che i mutanti hanno subito mutazioni nei geni che codificano gli
enzimi che dovrebbero sintetizzare quelle sostanze nutritive. Per ciascun ceppo Beadle e Tatum individuano
il composto che, aggiunto al terreno minimo, occorre per sostenerne la crescita.
Il loro esperimento consente di stabilire che le mutazioni hanno come effetto quello di modificare un gene,
causando la perdita di funzionalità dell'enzima codificato da esso.
Il loro risultato può essere espresso con l'ipotesi "un gene un enzima".
Tale relazione, però, ha subito modifiche da allora. Questo perché:

• Ora sappiamo che i geni sono sequenze di nucleotidi in una molecola di DNA;
• Non tutte le proteine che influiscono sul fenotipo sono enzimi;
• Molte proteine sono composte da più catene polipeptidiche.

Perciò è più corretto dire "un gene, un polipeptide", dato che la funzione di un gene è il controllo della
produzione di un singolo polipeptide specifico (un polipeptide è una catena costituita da una sequenza
lineare di amminoacidi). Il gene fornisce le informazioni che la cellula traduce nella catena polipeptidica
corrispondente: dunque il gene esprime un singolo polipeptide. Anche questa affermazione non è valida
universalmente, perché alcuni geni si esprimono controllando altre sequenze di DNA.
L'INFORMAZIONE PASSA DAL DNA ALLE PROTEINE
Nel 1958 Crick enuncia quello che egli stesso definisce come il dogma centrale della biologia molecolare.
Esso dice che il gene è un tratto di DNA contenente le informazioni per la produzione di una catena
polipeptidica, mentre la proteina non contiene informazioni per la produzione di altre proteine, di RNA o di
DNA. L'acido desossiribonucleico, detentore dell'informazione genetica, è confinato quasi interamente nel
nucleo, mentre le proteine, che determinano il fenotipo di un organismo, sono sintetizzate nel citoplasma.
Occorre perciò chiedersi: d
1. Come l'informazione passa dal nucleo al citoplasma; m
2. Quale è il rapporto tra una sequenza di DNA e una sequenza di amminoacidi.
Per rispondere a questi interrogativi Crick propone due ipotesi:

• L'ipotesi del messaggero e la trascrizione.

Per spiegare il primo punto Crick propone che da un filamento di DNA di un gene si forma una copia
complementare di un filamento di RNA. L'RNA messaggero (mRNA) si sposta dal nucleo al citoplasma, dove,
a livello di ribosomi, serve da stampo per la sintesi delle proteine.
Il processo di sintesi dell'RNA è la trascrizione. Esistono però alcuni virus, detti retrovirus, che sono in grado
di effettuare la sintesi del DNA a partire dall'RNA. Più precisamente, essi hanno come materiale genetico
una molecola di RNA e sono in grado di ricopiarla in DNA grazie all'enzima virale detto trascrittasi inversa.
Un esempio di retrovirus è l'HIV, che provoca l'AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita).

• L'ipotesi dell'adattatore e la traduzione.

Per spiegare il secondo punto, cioè come la sequenza di DNA si trasforma in una sequenza di amminoacidi
di un polipeptide, Crick suggerisce l'ipotesi dell'adattatore, secondo cui esiste una molecola adattatrice
capace di legarsi specificatamente ad un amminoacido e di riconoscere la sequenza di nucleotidi.
Essa doveva essere perciò provvista di due regioni, una con funzione di legame e l'altra con funzione di
riconoscimento. Tale molecola adattatrice è l'RNA transfer (tRNA).
L'RNA E LE SUE CLASSI
Un intermediario fondamentale fra un tratto di DNA corrispondente a un gene e il polipeptide
corrispondente è l'RNA, acido ribonucleico.
Si tratta di un polinucleotide simile al DNA, ma che differisce per 3 aspetti: d
1. L'RNA è generalmente a filamento unico
(anche se può ripiegarsi su sé stesso in seguito a legami intramolecolari tra le basi);
2. Nell'RNA è presente lo zucchero ribosio, a differenza del desossiribosio del DNA; d
3. Nell'RNA la timina è sostituita dall'uracile (U).
L'RNA si appaia alle basi di un filamento singolo di DNA secondo le regole di complementarietà.
Le principali classi di RNA sono: x
---) RNA messaggero (mRNA), che porta una copia delle informazioni di un tratto di DNA ai ribosomi.
La sua caratteristica principale è la sequenza lineare;
---) RNA transfer (tRNA), che porta gli amminoacidi ai ribosomi e li colloca nella posizione corretta grazie ad
una precisa e complessa struttura tridimensionale;
---) RNA ribosomiale (rRNA), che entra a far parte dei ribosomi e permette la sintesi proteica.
Esso ha dunque un ruolo strutturale e funzionale.
LA TRASCRIZIONE: DAL DNA ALL’RNA
La trascrizione è il processo attraverso cui si forma una molecola di RNA a partire da uno stampo di DNA.
Essa avviene in tre fasi:
INIZIO
L'inizio richiede un promotore o primer, cioè una speciale sequenza di DNA alla quale si lega molto conolo
saldamente la RNA polimerasi. Per ogni gene (o per ogni serie di geni nei procarioti) c'è almeno un
promotore. I promotori sono importanti sequenze di controllo che dicono all'RNA polimerasi: n
---) Da dove far partire la trascrizione; n
---) Quale filamento di DNA trascrivere; b
---) In quale direzione procedere.
Una parte di ogni promotore è il sito di inizio dove incomincia la trascrizione.
Ogni gene ha un promotore, ma non tutti i promotori sono uguali.
Inoltre esistono differenze tra i promotori dei procarioti e quelli degli eucarioti.
Nei primi il promotore è una sequenza di DNA situata in prossimità dell'estremità 5' della regione che
codifica una proteina.
Il promotore procariotico possiede due sequenze fondamentali: n

• La sequenza di riconoscimento, ossia la sequenza riconosciuta dall'RNA polimerasi; n


• Il TATA box, così denominato perché ricco di basi AT, che si trova più vicino al sito di inizio e in
corrispondenza del quale il DNA inizia a denaturarsi per esporre il filamento stampo.

L’RNA polimerasi eucariotico non è capace di legarsi semplicemente al promotore e di iniziare a trascrivere;
per fare ciò è necessario che varie proteine regolatrici (fattori di trascrizione) si leghino al TATA box.
ALLUNGAMENTO
La RNA polimerasi apre il DNA e legge il filamento stampo in direzione 3' → 5'.
Come la DNA polimerasi, anche la RNA polimerasi aggiunge i nuovi nucleotidi all’estremità 3’ del filamento
in crescita, ma non ha bisogno di un primer per dare inizio al processo.
Il nuovo RNA si allunga verso l’estremità 3' partendo dalla prima base che costituisce l’estremità 5'.
Di conseguenza l’RNA trascritto è antiparallelo al filamento di stampo del DNA.
TERMINAZIONE
Analogamente al sito d’inizio, sul filamento stampo del DNA ci sono particolari sequenze di basi che ne
stabiliscono la terminazione. Negli eucarioti, il trascritto primario è più lungo dell’mRNA maturo e deve
andare incontro a un notevole processo di trasformazione prima di essere tradotto.
IL CODICE GENETICO
Il codice genetico specifica l’amminoacido da utilizzare di volta in volta per costruire una proteina.
L’informazione contenuta nella molecola di mRNA può essere vista come una serie lineare di parole di tre
lettere. Ogni sequenza di tre basi (le tre «lettere») lungo la catena polinucleotidica dell’RNA è un’unità di
codice, o codone, e specifica un particolare amminoacido.
Ciascun codone è complementare alla corrispondente tripletta di basi nella molecola di DNA su cui è stato
trascritto; così il codice genetico crea una corrispondenza tra i codoni e i loro specifici amminoacidi.

Con quattro possibili «lettere» (le basi) si possono scrivere 64 (43) parole di tre lettere (i codoni), ma gli
amminoacidi specificati da questi codoni sono soltanto 20.
AUG, che codifica la metionina, è anche il codone di inizio, il segnale che avvia la traduzione.
(UAA, UAG, UGA) funzionano da segnali di terminazione della traduzione, o codoni di stop; quando il
dispositivo per la traduzione raggiunge uno di questi codoni, la traduzione si interrompe e il polipeptide si
distacca dal complesso di traduzione.

Il codice genetico presenta due caratteristiche principali:

• Il codice è degenerato ma non è ambiguo: Tolti i codoni di inizio e di stop, restano 60 codoni, molti
di più di quelli strettamente necessari per codificare gli altri 19 amminoacidi: infatti a quasi tutti gli
amminoacidi corrispondono più codoni. Per questo diciamo che il codice è degenerato
(si intende che è ridondante, ovvero esistono più «parole» che «oggetti»).
Per esempio, la leucina è rappresentata da sei codoni diversi.
Soltanto la metionina e il triptofano sono rappresentati da un unico codone ciascuno.
Il codice genetico non è ambiguo: un dato amminoacido può essere specificato da più codoni, ma
un dato codone può specificare un solo amminoacido.
• Il codice genetico è quasi universale: Oltre 40 anni di esperimenti su migliaia di organismi di ogni
tipo dimostrano che in quasi tutte le specie un codone specifica sempre lo stesso amminoacido.
Si conoscono tuttavia alcune eccezioni: il codice dei mitocondri e dei cloroplasti è un po’ diverso da
quello dei procarioti e del nucleo delle cellule eucariotiche; in un gruppo di protisti, UAA e UAG
codificano la glutammina anziché funzionare da codoni di stop.
IL RUOLO DEL tRNA
Per garantire che la proteina fabbricata sia quella specificata dall’mRNA, il tRNA deve leggere
correttamente i codoni dell’mRNA e fornire gli amminoacidi corrispondenti ai codoni letti.
La molecola di tRNA svolge tre funzioni:

1. «si carica» di un amminoacido;

2. si associa alle molecole di mRNA;

3. interagisce con i ribosomi.

Per ognuno dei 20 amminoacidi c’è almeno un tipo specifico di molecola di tRNA.
Ogni molecola contiene circa 75-80 nucleotidi e presenta una configurazione che è mantenuta da
legami a idrogeno fra tratti della sequenza contenenti basi complementari.

All’estremità 3' di ogni molecola di tRNA si trova il suo sito di attacco per l’amminoacido: il punto in cui
l’amminoacido specifico si lega in modo covalente.
Verso la metà della sequenza del tRNA c’è un gruppo di tre basi, chiamato anticodone, che costituisce il sito
di appaiamento fra basi complementari (attraverso legami a idrogeno) con l’mRNA.

Il caricamento di ciascun tRNA con l’amminoacido corrispondente avviene grazi agli enzimi
amminoacil-tRNA-sintetasi, formando un tRNA carico ricco di energia.

Il ribosoma presenta strutture complesse in grado di assemblare correttamente una catena polipeptidica
trattenendo nella giusta posizione l’mRNA e i tRNA carichi.
Essi non sono specifici per la sintesi di un solo polipeptide; la sequenza polipeptidica da produrre è
specificata solo dalla sequenza lineare ei codoni dell’mRNA.

Ogni ribosoma è costituito da due subunità, una maggiore e una minore che si uniscono solo durante la
traduzione. Sulla subunità maggiore del ribosoma si trovano tre siti di legame per i tRNA.
Un tRNA carico passa dall’uno all’altro di essi seguendo un ordine preciso:

• Il sito A (amminoacilico) è dove l’anticodone del tRNA carico si lega al codone dell’mRNA,
allineando l’amminoacido che va aggiunto alla catena polipeptidica in crescita.

• Il sito P (peptidilico) è dove il tRNA cede il proprio amminoacido alla catena polipeptidica in crescita

• Nel sito E (exit) viene a trovarsi il tRNA che ha ormai consegnato il proprio amminoacido, prima di
staccarsi dal ribosoma, tornare nel citosol e raccogliere un’altra molecola di amminoacido per
ricominciare il processo.

LE TAPPE DELLA TRADUZIONE: L’INIZIO


La traduzione dell’mRNA incomincia con la formazione di un complesso di inizio, costituito da un tRNA
caricato con il primo amminoacido della catena polipeptidica (la metionina) e da una subunità ribosomiale
minore, entrambi legati all’mRNA.

Per prima cosa l’rRNA della subunità ribosomiale minore si lega a un sito di legame complementare lungo
l’mRNA, situato «a monte» (verso l’estremità 5') del codone che dà effettivamente inizio alla traduzione.

Dopo che il tRNA caricato con metionina si è legato all’mRNA, la subunità maggiore del ribosoma si unisce
al complesso. A questo punto il tRNA caricato con metionina scorre nel sito P del ribosoma, mentre il sito A
si allinea al secondo codone dell’mRNA.

Queste componenti sono tenute insieme correttamente da un gruppo di proteine dette fattori di inizio.
LE TAPPE DELLA TRADUZIONE: L’ALLUNGAMENTO
L’allungamento procede e nel sito A rimasto libero entra adesso il tRNA carico, il cui codone è
complementare al secondo codone dell’mRNA. Quindi la subunità maggiore catalizza due reazioni:

1. rompe il legame fra il tRNA nel sito p e il suo amminoacido;

2. catalizza la formazione di un legame peptidico fra questo amminoacido e quello attaccato al tRNA
situato nel sito A.

Dopo aver consegnato la propria metionina, il primo tRNA si sposta nel sito E, quindi si stacca dal ribosoma
e torna nei citosol per caricarsi con un’altra metionina. Il secondo tRNA, che ora porta un dipeptide slitta
nel sito P, mentre il ribosoma si sposta di un codone lungo l’mRNA in direzione 5'→3'.

Il processo di allungamento della catena polipeptidica continua ripetendo le seguenti tappe:

• il successivo tRNA carico entra nel sito A rimasto libero e qui il suo anticodone si lega al codone
dell’mRNA;

• l’amminoacido appena portato dal tRNA forma un legame peptidico con la catena amminoacidica
presente nel sito P, prelevandola così dal tRNA del sito P;

• il tRNA del sito P si sposta nel sito E, da cui poi si distacca.


Il ribosoma avanza di un codone, cosicché il complesso tRNA-polipeptide si trova nel sito P libero.

Tutte queste tappe si svolgono con la partecipazione di proteine dette fattori di allungamento.
LE TAPPE DELLA TRADUZIONE: LA TERMINAZIONE
La terminazione avviene quando nel sito A entra uno dei tre codoni di stop (UAA, UAG, UGA).
Essi si collegano ad un fattore di rilascio che consente l'idrolisi del legame tra la catena polipeptidica e il
tRNA nel sito P. A questo punto il polipeptide appena terminato si separa dal ribosoma: esso avrà come
C-terminale l'ultimo amminoacido liberatosi dalla catena e come N-terminale una metionina
(che potrà essere successivamente rimossa da un enzima).
L'informazione che stabilisce quale configurazione iniziale avrà e quale sia la sua destinazione cellulare
definitiva è già contenuta nella sequenza amminoacidica. Infine avverranno una serie di modificazioni post-
traduzionali che possono influire sul ruolo e sulla funzione del polipeptide.
LE MODIFICHE POST-TRADUZIONALI
A mano a mano che emerge dal ribosoma, la catena polipeptidica si ripiega fino ad assumere la sua forma
tridimensionale. La configurazione di una proteina dipende dalla sequenza degli amminoacidi che la
compongono e da fattori quali la polarità e la carica dei gruppi R. È grazie alla sua configurazione che una
proteina può interagire con altre molecole della cellula come un substrato o un altro polipeptide.
Oltre a questa informazione strutturale, il polipeptide può contenere una sequenza segnale che indica il
punto dove la cellula deve dirigersi (che può essere molto lontano dal luogo di sintesi).
La sequenza segnale lega uno specifico recettore proteico che si trova nella superficie dell'organulo di
destinazione; a quel punto si forma un canale nella membrana dell'organulo e la proteina può entrare.
In assenza di una sequenza segnale, la proteina rimane nel citosol.
Se invece il polipeptide porta un particolare segnale di 20 amminoacidi idrofobici alla sua estremità N-
terminale, allora sarà direzionato verso il reticolo endoplasmatico rugoso per un ulteriore processamento.
La traduzione si ferma momentaneamente e il ribosoma si lega ad un recettore sulla membrana del RER.
A quel punto la traduzione riprende e la proteina attraversa la membrana del RER.
Essa può essere mantenuta lì oppure essere trasferita da qualche altra parte attraverso il sistema di
membrane interne, ad esempio apparato di Golgi, lisosomi o membrana plasmatica, dove può subire altre
modifiche post-traduzionali.
Se invece la proteina manca di specifici segnali di modifica essa viene generalmente secreta dalla cellula
attraverso vescicole che si fondono con il plasmalemma. L'importanza di questi segnali è evidente nella
mucolipidosi di tipo 2, una malattia genetica ereditaria che causa la morte in tenera età.
La malattia è dovuta ad una mutazione nel gene che codifica un enzima dell'apparato di Golgi, la cui
funzione è glicosilare le proteine destinate ai lisosomi aggiungendo zuccheri specifici che fungono da
sequenze segnale, senza le quali gli enzimi necessari per l'idrolisi di varie molecole non possono
raggiungere i lisosomi, dove sono normalmente attivi.
Di conseguenza si ha un accumulo di macromolecole nei lisosomi.

LE MUTAZIONI SONO CAMBIAMENTI NEL DNA


Le mutazioni sono cambiamenti del patrimonio genetico dovuti a errori di duplicazione del DNA che si
trasmettono alle cellule figlie. I cambiamenti nella sequenza delle basi azotate producono proteine con
funzionalità alterata, mentre i nuovi alleli prodotti dalle mutazioni possono dare origine a fenotipi alterati.
Negli organismi pluricellulari si distinguono tre tipi di mutazioni:

• Mutazioni somatiche, che si verificano nelle cellule del soma (organismo).


In seguito alla mitosi, tali mutazioni si trasmettono alle cellule figlie, ma non vengono ereditate
dalla prole generata per riproduzione sessuata;
• Mutazioni nella linea germinale, o ereditarie, che si verificano nelle cellule germinali, cioè quelle
specializzate nella produzione di gameti.
Con la fecondazione, un gamete contenente una mutazione la trasmette al nuovo organismo;
• Mutazioni condizionali, cioè mutazioni che producono il fenotipo a esse corrispondenti soltanto in
certe condizioni restrittive, mentre non sono visibili in condizioni permissive.
Molte mutazioni condizionali sono sensibili alla temperatura.
Un esempio di mutazione condizionale è quella che determina il manto colourpoint di gatti e conigli

Esistono tre categorie di mutazioni:

• Le mutazioni puntiformi, mutazioni di una singola coppia di basi che riguarda solo un gene;
• Le mutazioni cromosomiche, alterazioni più estese che riguardano un segmento di DNA;
• Le mutazioni del cariotipo, che riguardano il numero di cromosomi presenti in un individuo.

LE MUTAZIONI PUNTIFORMI
Le mutazioni puntiformi sono il risultato dell'aggiunta o della perdita di una base di DNA oppure della
sostituzione di una base nucleotidica con un'altra. Si possono produrre in seguito a un errore sfuggito al
processo di correzione di bozze, oppure a causa di agenti mutageni ambientali come radiazioni e certe
sostanze chimiche. Le mutazioni puntiformi producono un cambiamento nella sequenza dell'mRNA, ma non
sempre hanno effetti sul fenotipo. Esse possono essere di quattro tipi:

• Mutazioni silenti: per effetto della degenerazione del codice genetico, alcune sostituzioni di base
non producono cambiamenti della sequenza amminoacidica prodotta per traduzione dell'mRNA
alterato. Esse sono abbastanza frequenti e stanno alla base della variabilità genetica, che non trova
espressione in differenze fenotipiche.
• Mutazioni di senso: la sostituzione della base modifica il messaggio genetico, in modo tale che nella
proteina si trova un amminoacido al posto di un altro.
Un esempio riguarda l'allele responsabile dell'anemia falciforme, dovuto a un difetto
dell'emoglobina, la proteina dei globuli rossi che serve a trasportare ossigeno. L'allele falciforme del
gene che codifica una subunità dell'emoglobina differisce dall'allele normale per una sola base,
perciò codifica un polipeptide che ha un solo amminoacido diverso dalla proteina normale.
Gli individui omozigoti per questo allele recessivo presentano globuli rossi alterati, che assumono
una caratteristica forma a falce e producono un'anomalia nella circolazione sanguigna.
Nonostante ciò le mutazioni di senso possono essere compatibili con la sopravvivenza dell'individuo
• Mutazioni non senso: la sostituzione della base fa sì che nell'mRNA risultante si formi un codone di
stop. In questo modo la mutazione interrompe la traduzione nel punto in cui si è verificata,
portando alla sintesi di una proteina più breve del normale, normalmente non attiva.
• Mutazione per scorrimento della finestra di lettura: l'aggiunta o la rimozione di una coppia di basi
nel DNA manda fuori registro il messaggio genetico, alterandone la decodifica.
Ciò porta solitamente alla produzione di proteine non funzionali.

LE MUTAZIONI CROMOSOMICHE
Queste mutazioni riguardano parti di un cromosoma; l'intera molecola del DNA si può spezzare e
ricongiungere, alterando totalmente la sequenza dell'informazione genetica. Esse, in genere prodotte da
agenti mutageni o da errori grossolani nella duplicazione dei cromosomi, possono essere di quattro tipi:

• La delezione è la perdita di un segmento cromosomico: un cromosoma si spezza in due punti e le


due porzioni estreme si ricongiungono lasciando fuori il segmento di DNA intermedio.
Viene dunque rimossa parte del materiale genetico.
• La duplicazione si può verificare insieme con una delezione.
Ciò avviene quando cromosomi omologhi si rompono in due punti diversi e si riuniscono
scambiandosi i segmenti: uno dei due cromosomi risulterà privo di un segmento (delezione),
mentre l'altro lo presenterà in duplice copia (duplicazione).
• L'inversione dipende anch'essa dalla rottura di un cromosoma seguita da un ricongiungimento
errato. Essa consiste nel reinserimento di un segmento rotto in modo invertito.
Se il punto di rottura contiene parte di un segmento di DNA che codifica una proteina, la proteina
risultante sarà profondamente alterata e quasi sicuramente non funzionante.
• La traslocazione, infine, si ha quando un segmento di DNA si distacca dal proprio cromosoma e va
ad inserirsi in un cromosoma diverso. Essa può essere reciproca oppure non reciproca.
Nella traslocazione reciproca avviene che cromosomi non omologhi si scambiano segmenti.
Se la traslocazione ostacola il normale appaiamento di cromosomi nella meiosi, essa può provocare
disfunzioni nei gameti e sterilità.
Inoltre questo tipo di mutazione è frequente in molte malattie genetiche e in alcuni tumori.

LE MUTAZIONI CARIOTIPICHE
Le mutazioni cariotipiche si verificano quando l'organismo presenta dei cromosomi in più o in meno
rispetto al normale. Se sono presenti interi corredi cromosomici in più o in meno si parla di euploidia
aberrante, se invece è solo una parte del corredo cromosomico ad essere in eccesso o in difetto si parla di
aneuploidia. Le forme di aneuploidia più frequenti sono la mancanza di un cromosoma da una copia di
omologhi, chiamata monosomia, e la presenza di un cromosoma in più in una coppia, chiamata trisomia.
Il caso più frequente è la trisomia 21, chiamata sindrome di Down. Essa può derivare da due cause distinte:
1. Una non-disgiunzione meiotica;
2. Una traslocazione di gran parte del cromosoma 21, di solito sul cromosoma 14.
Altre trisomie sono la sindrome di Patau (trisomia 13) e la sindrome di Edwards (trisomia 18).
In ambedue i casi quasi nessuno dei bambini che nasce supera i primi mesi di vita.
Più frequenti sono le alterazioni legate ai cromosomi sessuali.
La delezione di un intero cromosoma X causa la sindrome di Turner, con nascita di femmine X0.
La sindrome di Klinefelter deriva invece da una non disgiunzione e porta alla nascita di maschi XXY.
MUTAZIONI SPONTANEE E INDOTTE
Le mutazioni possono essere classificate in base alla causa che le ha provocate in:

• Mutazioni spontanee, cioè cambiamenti del materiale genetico che si verificano senza l'intervento
di una causa esterna, che dipendono quindi dall'imperfezione dei dispositivi cellulari.
Esse avvengono per vari motivi:
---) La parziale instabilità delle basi nucleotidiche del DNA.
Tutte le basi azotate del DNA esistono sia in una forma frequente sia in una rara.
Quando una base passa spontaneamente alla forma rara può appaiarsi con una base diversa;
---) Le basi possono cambiare per una reazione chimica; v
---) La DNA polimerasi può compiere errori di duplicazione che sfuggono alla correzione di bozze;
---) Imperfezione del meccanismo della meiosi. Ad esempio, di può verificare una non-disgiunzione,
ossia la mancata separazione degli omologhi, che porta all'aneuploidia.
• Mutazioni indotte, che si verificano in seguito ad un cambiamento del DNA provocato da un fattore
esterno alla cellula, detto agente mutageno.
Anch'esse presentano vari meccanismi di alterazione del DNA:
---) Alcune sostanze chimiche possono convertire una base in un'altra (ad esempio l'acido nitroso
induce la deaminazione della citosina, che diventa così uracile);
---) Alcune sostanze possono danneggiare le basi;
---) Le radiazioni (come raggi X e raggi UV) possono danneggiare il DNA, alterandone la struttura o
addirittura causando la rottura della molecola.

Le mutazioni spesso producono organismi meno idonei all'ambiente, ma quelle della linea germinale sono
fondamentali in quanto forniscono la variabilità genetica su cui agiscono le forze dell'evoluzione.
MUTAGENI NATURALI E ARTIFICIALI
Esistono sia mutageni naturali sia mutageni artificiali.
Esempi di mutageni artificiali sono i nitriti, utilizzati per conservare le carni.
Un esempio di mutageno naturale è l'aflatossina, prodotta dalla muffa del genere aspergillus.
Un altro importante mutageno sono le radiazioni, che possono essere naturali o prodotte dall'uomo. Infine,
molte sostanze cancerogene sono anche mutagene. Un esempio è il benzopirene, che si trova nel catrame,
nei fumi esausti delle automobili, nel cibo cotto alla brace, così come nel fumo di sigarette.
MUTAZIONI, MALATTIE GENETICHE E AMBIENTE
Le mutazioni geniche sono espresse

Nelle cellule tumorali sono state individuate molte mutazioni che coinvolgono oncogeni, i cui prodotti
stimolano la divisione cellulare, o geni soppressori dei tumori, i cui prodotti inibiscono la divisione cellulare.

Le malattie multifattoriali sono causate dall’interazione di molti geni e proteine con più fattori ambientali.

Le mutazioni non sono la forza trainante dell’evoluzione, però ne costituiscono il presupposto, perché
forniscono la variabilità genetica su cui poi agiscono la selezione naturale egli altri agenti dell’evoluzione.

Le mutazioni possono essere dannose per l’organismo, oppure essere neutre.


Di tanto in tanto, possono aumentare la capacità di adattamento all’ambiente, diventando vantaggiose al
mutare delle condizioni ambientali.

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