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ILLECITO INTERNAZIONALE – PARTE QUARTA

 Quali sono gli elementi costitutivi dell’illecito? Ovvero quali sono gli elementi che
devono verificarsi affinché si possa dire che uno stato ha commesso un illecito
internazionale.
 Quali sono le conseguenze dall’aver compiuto un illecito internazionale?

 Gli elementi costitutivi di un illecito internazionale sono:


1. Elemento soggettivo, ovvero la possibilità di attribuire una determinata violazione
del diritto internazionale ad uno stato.
2. Elemento oggettivo, ovvero l’avvenuta violazione della norma da parte dello stato,
sia che si tratti di diritto internazionale generale, che particolare.
Possono altri elementi essere costitutivi di un illecito internazionale? Analizziamo la colpa
e il danno.

La colpa
È un elemento costitutivo dell’illecito internazionale? No, perché il diritto internazionale
prevede in linea di massima solo la responsabilità oggettiva relativa.
Per quanto concerne la colpa, dobbiamo far riferimento agli istitutivi generali del diritto. Qui
ritroviamo nei diritti interni tre regimi di responsabilità.
1. Il primo regime è la responsabilità per colpa o extracontrattuale, la quale
richiede a colui che commette una violazione della norma di aver agito in modo
doloso (intenzionale) o per negligenza/colpa (senza pensarci). Ovvero quando il
soggetto non ha utilizzato tutta la cautela dovuta per evitare la violazione di una
norma. Ad esempio: se nevica e devo guidare, so che dovrò avere prudenza
perché la macchina potrebbe più facilmente slittare e causare danni a cose o
persone. In questo caso, se io non dovessi adottare misure di sicurezza, la mia
responsabilità sarebbe extracontrattuale. Una responsabilità che non deriva dal
fatto che ho violato un contratto, ma dal fatto che ho causato un danno a cose o
persone perché non ho agito con diligenza. La vittima dell’avvenuta violazione della
norma deve provare che l’autore del dato comportamento ha agito in modo doloso.
(p.409)
2. Il secondo regime è la responsabilità oggettiva relativa o contrattuale, secondo
cui l’autore responsabile dell’avvenuta violazione della norma ha una responsabilità
oggettiva perché basta compiere l’illecito affinché sorga la responsabilità; relativa
perché l’autore ha la possibilità di discolparsi se prova che per cause di forza
maggiore non ha potuto adempiere al contratto. Se l’autore non rispetta un
contratto compie un illecito, però se questo accade per cause di forza maggiore non
è ritenuto illecito. A differenza del primo regime, in cui è la vittima dell’illecito a
dover dimostrare se l’autore dell’illecito ha agito irresponsabilmente; qui è l’autore
stesso dell’illecito che deve dimostrare di non aver potuto tener fede al contratto a
causa di forze maggiori.
3. Il terzo regime è la responsabilità oggettiva assoluta, la quale si verifica quando
colui che viola una norma è ritenuto responsabile al punto tale da non poter provare
che l’illecito sia avvenuto per causa di forza maggiore. Ad esempio: se guido
un’auto senza assicurazione e provoco danni a cose o persone, non c’è niente che
possa giustificare il mio comportamento perché l’assicurazione è obbligatoria. Si
tratta dunque di un regime che non ammette il discolparsi, se si viola una norma si
commette un illecito a prescindere, per questo responsabilità assoluta. La
responsabilità sorge esattamente nel momento in cui si viola una norma.
Queste tre tipologie di responsabilità esistono a livello di diritto interno, ma qual è la
situazione a livello di diritto internazionale? Quale tra i tre regimi, è quello previsto nel
diritto internazionale?

Ci sono alcune norme che già per il loro contenuto prevedono una responsabilità per
colpa, una di queste è la tutela degli stranieri. Ad esempio: se voglio andare in uno stato
straniero come la Francia, questo stesso stato come si comporterà nei miei confronti?
Siccome sono una persona comune come lo sono gli individui francesi, la polizia francese
mi tutelerà da eventuali offese. Se però andasse in Francia una persona come il
presidente della Repubblica italiana, sicuramente sarà accompagnato da una scorta.
Proprio perché è un individuo che rischia maggiormente, lo stato dovrà attuare misure di
sicurezza maggiori. Le misure vengono attuate in proporzione al rischio. Nel caso in cui lo
straniero non fosse tutelato, lo stato che l’ha accolto dovrà prendersi la responsabilità di
colpa. Lo stato secondo il diritto internazionale non è obbligato ad aprire il proprio territorio
agli stranieri, ma se lo fa deve prendere tutta una serie di misure protettive e repressive
atte ad evitare offese nei confronti della persona dello straniero o dei suoi beni.
Esistono, inoltre norme che già per il loro contenuto prevedono una responsabilità
oggettiva assoluta. Ad esempio la Convenzione sulla responsabilità internazionale per
danni cagionati da oggetti spaziali stipulata dagli stati nel 1972, la quale prevede un
risarcimento del danno senza avere la possibilità di discolparsi. L’art. 2 della convenzione
stabilisce, infatti, che se l’oggetto spaziale di uno stato causa danni, lo stato proprietario
deve risarcire i danni. Non c’è possibilità di discolpa.
Il regime di responsabilità che vale per tutte le altre norme generali è quello oggettivo
relativo.

Il danno
È un elemento costitutivo dell’illecito internazionale? No, perché è una conseguenza
dell’illecito.
Ad esempio: se in un trattato commerciale tra Italia ed Egitto, l’Egitto non rispetta più il
trattato è ovvio che l’Italia subisce un danno per la mancata esecuzione del trattato. In
linea di massima, il danno c’è ed è evidente dall’avvenuta violazione della norma, ma per
alcune tipologie di norme lo stato non subisce materialmente il danno perché non è un
elemento costitutivo dell’illecito. Per sorgere la responsabilità non tutte le norme
richiedono la presenza del danno. Materialmente gli stati non subiscono il danno, ma
reagiscono alla violazione di una norma. C’è la reazione, non il danno. Il danno lo subisce
o l’individuo o un popolo, che non sono soggetti di diritto internazionale.
 Quali sono le conseguenze dall’aver compiuto un illecito internazionale?
Sappiamo che il giudice internazionale nella gran parte dei casi non esiste. A livello di
diritto interno è il giudice ad accertare l’avvenuta violazione della norma. A livello di diritto
internazionale, invece, non c’è il giudice e quindi l’accertamento dell’avvenuta violazione è
decentrata, è lo stato che è stato violato ad accertarlo.
Per quanto riguarda le conseguenze ci sono state varie teorie, una delle prime è stata
quella secondo cui la violazione di una norma detta primaria farebbe sorgere un nuovo
rapporto tra lo stato leso e lo stato offensore e si avrebbe la cosiddetta norma
secondaria, la quale avrebbe come conseguenza quella di creare nuovi diritti e doveri. In
particolare il diritto dello stato leso alla riparazione, il dovere dello stato offensore di
provvedere alla riparazione. Questa teoria negli anni è stata poi ampliata, aggiungendo
che il contenuto della norma secondaria non consisterebbe solo nella riparazione, ma
anche nella possibilità dello stato leso di agire in autotutela per ottenere non solo la
riparazione, ma anche per punire lo stato offensore. Secondo, invece, un’altra
interpretazione della teoria, l’illecito non farebbe sorgere un nuovo rapporto, ma le
conseguenze dell’illecito sarebbero una mera reazione con misure di autotutela, volte a far
cessare l’illecito, ma non a ripararlo.
Queste due visioni sono contrastanti. Abbiamo le misure di autotutela e quelle della
riparazione. (p.419) Qual è l’obiettivo della reazione degli stati? Le reazioni di autotutela
non hanno lo scopo di punire lo stato che ha dato vita all’illecito, ma la finalità è quella di
riportare la situazione a come era prima dell’illecito  riparazione.
Le misure di autotutela  normale reazione all’illecito
Prima della nascita delle nazioni unite gli stati erano liberi di usare la forza per difendersi,
oggi non è più possibile. L’art.2 della carta è diventata una norma pattizia e
consuetudinaria e afferma che non è consentito l’uso delle armi contro uno stato per
reagire ad una violazione subita. Non è giusto che uno stato più potente prevalga su un
altro attraverso l’uso della forza. Uno stato non può usare la forza per annettere un altro
territorio: integrità territoriale.
Autotutela  farsi giustizia da sé. Negli ordinamenti interni questo non è consentito,
perché è il giudice a decidere. Tranne nel caso eccezionale in cui si verifica la legittima
difesa. L’autotutela è un mezzo abbastanza primitivo che si verifica solo a livello
internazionale.
Uso della forza:
 Divieto  art. 2
 Eccezioni  art. 51 nel caso in cui ci sia un attacco armato contro uno stato è
consentita l’autotutela individuale o collettiva per legittima difesa. Siccome prevede
un’eccezione alla regola, gli stati spesso vogliono utilizzare la forza ricorrendo a
questo articolo. Ad esempio, è stato invocato dagli USA in seguito all’attacco alle
torri gemelle. È considerato dalla corte internazionale di giustizia come norma
consuetudinaria. Per attacco armato o aggressione deve però intendersi un caso
facilmente rintracciabile all’interno dell’illecito internazionale. Ad esempio se c’è
aggressione diretta o indiretta.
Aggressione diretta quando lo stato usa la forza attraverso il proprio esercito, quindi
non ci sono problemi di inquadramento dell’illecito.
Aggressione indiretta quando uno stato usa la forza contro un altro stato attraverso
un altro statuto (mercenari), che sono forze irregolari armate.
Nel 1974 l’assemblea generale definisce le ipotesi di aggressione diretta; mentre
l’art.3, comma G definisce quella indiretta.
Nel caso dell’attacco alle torri gemelle, l’azione è stata diretta, ma a porre in essere
quest’aggressione diretta è stato un altro statuto, quello dei talebani risiedenti in
Afghanistan. Quindi sorge il problema e gli USA si sentono in dovere di ricorrere
alla legittima difesa attaccando l’Afghanistan governato dai talebani. Ma questo
intervento da parte degli USA non era riconducibile all’art.51.
Un’altra eccezione è prevista dall’uso della forza per reagire alla violazione dei diritti
umani e per tutelare i cittadini all’estero.
Le contromisure sono comportamenti illeciti. Sono sospensioni del trattato finalizzate a
spingere e convincere lo stato a riparare all’illecito e ritornare sui suoi passi.
L’art.60 della convenzione di Vienna afferma che all’adempiente non è dovuto
l’adempimento. Se non si rispetta un trattato, questo viene sospeso come conseguenza
della sua violazione. Parliamo nel caso dei trattati bilaterali.
Per quanto riguarda gli accordi multilaterali, invece, se tutti gli stati sono d’accordo, la
violazione potrà portare alla sospensione del trattato oppure dare la possibilità al soggetto
leso di non dover più rispettare una parte oppure l’intero trattato.
(p.426) l’art.60 presenta un esempio di contromisura che riguarda i trattati.
Ci sono limite alla possibilità di adottare contromisure:
 principio di proporzionalità  se si viola un trattato, deve esserci proporzionalità
tra illecito subito e reazione. Se viene violata la stessa regola si resta nel
principio di proporzionalità
 norme di jus cogens
Una forma di contromisura può essere la legittima difesa perché esclude l’illecito.
Le ritorsioni sono comportamenti inamichevoli, che consistono nella rottura dei rapporti
diplomatici, uno stato non è costretto ad averne quindi non commette un illecito, oppure
nella sospensione della cooperazione economica, dove nemmeno si è obbligati. Il diritto
internazionale non lo impone, ma è lo stato a scegliere con chi vuole tenersi in contatto.
Una parte della dottrina sostiene che la ritorsione non fa parte delle forme di autotutela.
Finora abbiamo visto casi di autotutela bilaterali (stato offensore – stato leso).
Poter agire in protezione diplomatica: agire con ritorsioni per ottenere, in genere, il
risarcimento del danno per i danni materiali che l’individuo ha subito. Non essendo
l’individuo soggetto di diritto internazionale, è lo stato che adotta le misure di autotutela per
chiedere allo stato offensore di risarcire il danno. Lo stato non agisce come mandante
dell’individuo, ma come titolare perché agisce per risarcire ai danni dell’individuo. Ci sono
casi, però in cui l’individuo è titolare di sé stesso, lo vedremo nei diritti umani. Lo stato non
è costretto ad agire in protezione diplomatica, perché potrebbe sacrificare l’interesse del
singolo per salvare l’intera popolazione.
Un ulteriore esempio di autotutela bilaterale lo troviamo a p.256.
È possibile che alla lesione di uno stato agiscano ed intervengano anche altri stati non
materialmente lesi  autotutela collettiva.
Ci chiediamo se questi stati possano reagire e con quali mezzi. L’argomento è importante
e complesso perché alcuni stati potrebbero abusare e dire di star agendo per aiutare un
altro stato, ma in realtà è un’opportunità per agire con la forza. Se la possibilità di reagire è
prevista da norme, non ci sono problemi (art.51). Ad esempio la reazione all’attacco
dell’11 settembre, non è avvenuta solo da parte degli USA, ma anche dalla Gran
Bretagna, si tratta di uno stato non materialmente leso.
La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) è nata come alleanza
militare tra un gruppo di stati (degli USA e dell’Europa occidentale) che alla fine della II
guerra mondiale agisce per difendersi dall’Unione Sovietica per paura di essere attaccati.
È un’alleanza militare che si basa sul concetto di legittima difesa collettiva. La NATO
interviene oggi per mantenere la sicurezza, ad esempio contro gli attacchi terroristici.
L’art.51 è diventato norma consuetudinaria, ma comunque è sempre lo stato aggredito a
chiedere assistenza agli alleati.

Una distinzione va fatta tra contromisure pacifiche e armate.


Per quanto riguarda la reazione armata, c’è stata critica nei confronti della NATO in
rispetto all’art.2.

La riparazione
La riparazione consiste nella pretesa della cessazione del diritto internazionale e nel
ripristino o risarcimento del danno.
Ad esempio, Giulio Reggeni ha subito un illecito. Lo stato chiede il risarcimento del danno,
ma non è costretto a farlo perché si tratta di un cittadino e non un soggetto di diritto
internazionale. Se si fosse trattato di un individuo organo, ad esempio il presidente della
repubblica, lo stato si sarebbe potuto far risarcire per un danno funzionale, perché sarebbe
stata lesa una struttura. Quello funzionale viene aggiunto al materiale. Lo stato decide di
agire in protezione diplomatica per risarcire i familiari della vittima. Per quanto riguarda i
danni morali, invece, il diritto internazionale si rifà alla soddisfazione, utilizzando gesti
come le scuse.
Il sistema di sicurezza collettiva
Le Nazioni Unite nascono per dare vita ad un ordine internazionale di protezione. Il
preambolo delle Nazioni Unite afferma che: “gli stati si dicono di non dover più ricorrere
alle armi, come nelle due guerre mondiali, ma mantenere la pace”. Il compito delle Nazioni
Unite non è solo questo. Deve infatti, anche intervenire sulle cause dei conflitti. Deve, cioè,
tutelare una serie di valori  autodeterminazione dei popoli per il mantenimento della
pace. Se questo principio viene violato, non potrà mai esserci una pace universale.
Bisogna evitare che nuove guerre si scaturiscano. (art.1)
Quindi, ricapitolando, quali sono i principi base della carta delle Nazioni Unite?
 Mantenere attivo il divieto dell’uso della forza
 Mantenere la pace
Talvolta, per mantenere la pace è necessario l’uso della forza. Entra qui in gioco il sistema
di sicurezza collettiva. L’obiettivo finale delle Nazioni Unite è quello di mantenere la pace
attraverso il consiglio di sicurezza. Qual è il compito del consiglio di sicurezza? Adottare
tutti i mezzi a disposizione per mantenere la pace. (art.24)
Gli stati conferiscono al consiglio di sicurezza la responsabilità del mantenimento della
pace. Quindi, questi stessi stati si privano dell’uso della forza.
L’art. 39 accerta l’avvenuta violazione.
L’art. 40 prevede misure provvisorie
L’art. 41 prevede misure coercitive non implicanti l’uso della forza.
L’art. 42 prevede misure coercitive implicanti l’uso della forza.
Quali sono i presupposti di una violazione? Secondo l’art. 39 sono:
- Minaccia alla pace internazionale
- Violazione alla pace internazionale
- Atto di aggressione
Il terzo presupposto è il classico caso abbastanza semplice di uso della forza (invasione,
aggressione) contro un altro stato.
Il primo presupposto prevede un comportamento minaccioso che non utilizza ancora le
armi, ma rischia di arrivare a quel punto. È un atteggiamento che rischia di provocare un
conflitto armato. Ad esempio, lo sviluppo di armi nucleari da parte della Corea del Nord,
oppure l’uso della forza all’interno di uno stato (conflitto interno). Le minacce più
pericolose sono quelle interne ad uno stato, proprio perché provocano flussi migratori e
violazioni di diritti umani. Il consiglio di sicurezza gode di un potere discrezionale
nell’accertare l’esistenza della violazione (p.451)
Nel momento in cui il Consiglio accerta la violazione, che poteri ha?
Ha la possibilità di adottare le misure provvisorie, meramente raccomandatorie, come
l’invito alla tregua, che tenta di non far aggravare la situazione. Non sono misure
vincolanti.
Le misure coercitive non implicanti l’uso della forza sono di vario tipo: la rottura delle
relazioni economiche, diplomatiche, aventi l’obiettivo di isolare lo stato dagli altri stati.
Ai sensi dell’art.41 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio ha il potere di decidere quali
misure coercitive adottare contro uno stato che ha commesso una violazione. Il Consiglio
ha il potere di adottare sanzioni anche nei confronti di individui organi, ovvero coloro che
fanno parte del sistema governativo, e individui sospetti. L’ultimo comportamento è
maggiormente considerato negli ultimi tempi, a causa del terrorismo e si tratta di sanzioni
individuali.
Ai sensi degli art. 42 e seguenti, il Consiglio ha anche il potere di adottare misure
coercitive implicanti l’uso della forza.
L’art. 42 afferma che se le misure previste dall’art.41 si rivelano inadeguate e la situazione
è troppo grave da gestire, il Consiglio può ricorrere a misure coercitive implicanti l’uso
della forza al fine di ristabilire la pace internazionale.
Ma in che modo interviene con le armi?
Il modello previsto dai padri fondatori della Carta delle Nazioni Unite sanciva che gli stati
avrebbero dovuto mettere a disposizione del Consiglio una serie di mezzi navali, terrestri e
aerei, creando una sorta di polizia internazionale.
L’art.43 già prevede un impegno da parte dei membri delle Nazioni Unite nel mettere a
disposizione forze armate. Le forze vengono definite in base ad accordi stipulati tra il
Consiglio e gli stati membri. Però questo sistema non è mai stato attuato perché gli stati
non hanno mai stipulato gli accordi, nonostante la Carta nell’art.43 lo prevedesse. La
Carta però necessita degli accordi con gli stati per poter ricorrere all’uso della forza.
(p.453)
Nonostante ciò, il Consiglio ha mai adottato misure coercitive implicanti l’uso della forza?
Il consiglio ha agito attraverso due modalità diverse:
- Peacekeeping Operations  operazioni per il mantenimento della pace
- Autorizzazione all’uso della forza diretta agli stati membri
La prima modalità si è già verificata durante il periodo della Guerra Fredda, con la
presenza dei cosiddetti caschi blu. Queste forze armate provengono da eserciti nazionali
di alcuni degli stati membri, che per determinati periodi di tempo agiscono sotto l’autorità
del segretario generale del Consiglio di sicurezza. Queste forze armate possono agire:
1. A patto che ci sia il consenso dello stato e dei gruppi che firmano accordi di pace e
che permettono alla forza Peacekeeping di entrare all’interno dello stato o di
frapporsi tra due o più stati in conflitto. Il Peacekeeping è un modello consensuale
che può esercitare le proprie funzioni solo se ha il consenso dal governo locale.
2. Esclusivamente con neutralità, senza schierarsi a favore dell’uno o l’altro soggetto
in conflitto
3. Solo per legittima difesa. Hanno il compito di non far peggiorare la situazione, ma
non di intervenire con le armi.
C’è poi il modello Peacebuilding  ricostruzione della pace attraverso il ritorno dei
rifugiati, degli sfollati e l’assistenza sanitaria all’interno di uno stato.
Si parla infatti anche di modello multi-funzionale perché prevede molteplici funzioni per il
mantenimento della pace.
La seconda modalità prevede una prassi molto recente, perché lo si inizia ad utilizzare a
partire dalla Prima Guerra del Golfo. Si tratta di un modello coercitivo perché prevede che
l’embargo sulle armi sia rispettato. Gli stati membri vengono autorizzati dal Consiglio ad
utilizzare la forza. Si tratta di misure che non sono esplicitamente previste dalla Carta, ma
hanno carattere limitato. Si pone, quindi, il problema della legittimità di queste misure.
È legittimo che il Consiglio autorizzi di volta in volta gli stati ad intervenire? Gli articoli 42 e
seguenti non prevedevano, secondo il modello iniziale, l’uso della forza. Sembra, però,
che a partire dal 1941 si sia formata una norma consuetudinaria particolare secondo cui è
legittimo che il Consiglio dia l’autorizzazione all’uso della forza perché conforme alla Carta.
Tutti gli stati che vogliono e possono intervenire, possono farlo secondo obiettivi che la
Carta ha sancito.
Organizzazioni regionali a carattere militare  sono delle classiche organizzazioni
internazionali, i cui membri sono parte di una determinata regione geografica. Ad esempio,
la NATO, che nasce come una semplice alleanza militare, ma ha anche il compito di
mantenere la pace a livello regionale.
Qual è il rapporto tra il consiglio e queste organizzazioni?
L’art.53 della Carta prevede che il consiglio può autorizzare le organizzazioni regionali ad
agire sotto la sua direzione.

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