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Guerra e Pace - rapporto tra moralità e felicità

Pubblicato sabato, 06 febbraio 2021

L’argomento che porto a presentarvi, miei cari lettori, si discosta dall’abituale


narrazione delle più recondite vicende storiche  a cui vi eravate familiarizzati in
precedenti articoli. Questa volta, mi accingerò nel raccontarvi un argomento che
potremmo  sostenere a dir poco storico, anzi riflessivo, contemplativo, piuttosto
filosofico. Nulla di allarmante! Premetto, vista la  complessità della materia che
andrò a trattare, di essere alquanto lapalissiano nel dipanarvela. Questa
esposizione ha  calamitato il mio interesse e la mia meditazione per la portata
proficua di una serie di elaborati tali da condurmi verso  siffatta analisi, corroborata
dalla scoperta di un loro intrinseco messaggio. Tutto quanto, non ha la pretesa di
essere un  riferimento certo e obbligante alla nostra realtà , ma solo uno spunto di
ragionamento da svolgere nel profondo e dolce  silenzio della nostra coscienza. Ed
ecco i due temi che da questo mio studio-riflessione, emergono: “Guerra e Pace”. A 
qualcuno probabilmente sarà balzato alla mente il celebre romanzo di Tolstoj, non
mi rincresce smentirlo. L’argomento nulla  riguarda l’opera dell’illustre romanziere
russo, o meglio, rettifico, probabilmente a pensarci bene un po’ne tratteggia i 
contorni più profondi della vicenda, ma questo lo lascio scoprire alla vostra
diligente lettura. Dicevo due temi all’apparenza  in antitesi, ma più che mai
speculari. Proprio per questo vorrei principiare l’argomentazione discorrendo dalla
analisi di un saggio: “Per la pace perpetua” di Kant, scritto nel 1795. In effetti qui il
saggista non si pone il problema della felicità,  così come egli l’ha intesa nella
rinomata “Critica della ragione pratica”. In quel senso, infatti, la felicità non è 
realizzabile. Ma proprio perché si pone il problema della pace proponendone una
soluzione positiva, Kant, evidentemente,  vuole dare un contributo teorico alla
eliminazione della guerra, ossia alla eliminazione di una delle più gravi cause di 
infelicità umana. Per essere più precisi, di quella che è diventata, nel corso del
Ventesimo secolo, e senza paragoni con altre,  la massima causa dell’infelicità.
Conviene insistere su questo punto per sottolineare la differenza tra la guerra come
era sino  a tutto il Diciannovesimo secolo e come potrebbe essere nel futuro.
Prescindendo, infatti, da ogni valutazione morale della  guerra e rimanendo nel
problema del rapporto tra la guerra e la felicità, non c’è dubbio, che la guerra, per
secoli e secoli, è  stata causa, ad un tempo, di infelicità per i vinti e felicità per i
vincitori. Per contro, la figura del guerriero, con i  comportamenti connessi del
coraggio, la forza, l’astuzia ecc., era quella massimamente appagante, sia sul piano
morale sia  sul piano estetico. Figura nobile, eccitante, prestigiosa; insomma un
vero e proprio ideale celebrato dai più grandi artisti,  osannato, monumentalizzato,
pubblicizzato nei libri di storia, negli esercizi di traduzione dal latino e dal greco.
Detto ciò,  non c’è dubbio che per la “Pace perpetua”, il tentativo di risolvere un
problema circa il rapporto esistenza/felicità, è,  senza dubbi, il più grave di tutti; o,
quanto meno, lo è diventato. Si badi bene, non solo per tutto ciò che può provocare
la guerra, ma anche per tutto ciò che non viene fatto positivamente per rendere
l’esistenza umana meno infelice, dovendo  occuparsi della possibilità della guerra.
Non solo, infatti, la guerra, ma l’ idea stessa che possa scatenarsi o il progetto di 
scatenarla, è già una gravissima causa di infelicità. E’ incalcolabile la quantità di
energie intellettuali, morali e materiali  che vengono sprecate per prepararsi alla
guerra.

E’ dunque incalcolabile la quantità di energie intellettuali, morali e  materiali che non


vengono impiegate per ottenere una significativa diminuzione dell’infelicità umana.
E allora, come evitare  la guerra? La risposta di Kant condizione primaria ed
indispensabile, non solo per non fare la guerra, ma per giungere alla  pace perpetua
è la Costituzione Repubblicana dello Stato. Questa, infatti, non solo è razionale, dal
momento che è fondata  sulla libertà di tutti i membri di una società, sulla
dipendenza di tutti da un’unica legislazione e sull’uguaglianza di tutti,  ma presenta
anche la prospettiva del fine ambito, desiderato, cioè la pace perpetua, per tale
motivo se (come in questa  Costituzione non può non accadere) è richiesto
l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra deve o non deve essere fatta,  viene
naturale pensare che, dovendo far ricadere sopra di sé tutte le calamità della
guerra, essi rifletteranno a lungo prima di  incominciare un gioco così svantaggioso.
Si tratta di una proposta “ingenua”, nel senso latino di nobile e generosa, ma 
tuttavia, irrealistica per un verso e, in ogni caso, del tutto completamente superata
dalla situazione delle armi, così come si è  venuta determinando nel corso del
ventesimo secolo. Irrealistica e superata, dunque. Irrealistica, infatti, appare la
proposta  di Kant se, ad esempio, leggessimo un testo assai convincente di Freud.
Nel 1915, Sigmund Freud scriveva un saggio dal  titolo: “Considerazione attuali
sulla guerra e sulla morte”. In questo saggio, il fondatore della psicanalisi 
conferma il suo disagio di fronte al fatto che i popoli occidentali, portatori e
missionari presunti di una millenaria civiltà, si  siano dimostrati incapaci di
risolvere, per via diplomatica, i loro conflitti politici, sino al punto da scatenare
quell’orribile  macello che fu la Prima guerra mondiale. In questa guerra, scrive
Freud, due son le cose che hanno determinato la nostra  delusione: la scarsa
moralità verso l’esterno, dimostrata dagli Stati che all’interno si arrogano a custodi
delle norme morali;  e la brutalità nella condotta dei singoli, una brutalità di cui non
li si sarebbe ritenuti capaci, in quanto membri della più alta civiltà umana. Il rilievo
freudiano è, in certo senso, clamoroso poiché annulla una diffusa e stereotipata
differenza:  quella tra l’uomo civile e l’uomo incivile. Secondo lo stereotipo, civile è
colui che evita il conflitto o, se non se ne può fare a  meno, lo sublima ai livelli della
diplomazia; incivile, invece, è chi non conoscendo il mondo diplomatico,
epidermicamente  sanguinario, non ripudia il conflitto, perseguendo la distruzione
fisica dell’avversario. La Prima guerra mondiale, secondo  Freud, ribalta questo
stereotipo, annulla la differenza tra l’uomo civile e quello incivile, anzi, istituisce una
nuova  differenza, l’uomo civile è diverso dall’uomo incivile poiché è
straordinariamente più pericoloso e cattivo. In verità, non c’era  bisogno di assistere
alla vergognosa carneficina della Grande Guerra per accorgersi che il conflitto è il
modo normale di essere  dell’uomo, e soprattutto, dell’uomo occidentale. Può
sembrare, anzi è sorprendente che proprio il primo, formidabile  conoscitore della
psiche si mostri deluso dal comportamento dell’uomo occidentale. Come se non
fosse stato proprio lui lo  scopritore del complesso di Edipo e dunque, della radicale
condizione di scontro mortale in cui ognuno si trova da quando  viene al mondo.
Ma non appena si procede nella lettura del saggio, ci si accorge che la delusione di
Freud è soltanto un  espediente retorico che gli serve per introdurre un tema da lui
perfettamente conosciuto: il tema della civiltà come metafora e  sublimazione, mai
definitiva, dell’istinto di uccidere: “In effetti, i nostri concittadini del mondo non sono
affatto caduti così  in basso come avevano temuto, per il semplice fatto che non
erano per nulla saliti così in alto, come avevano immaginato”.  Questa amara
annotazione di Freud non rivela alcuna delusione, piuttosto sembra riecheggiare i
versi di Quasimodo:...: “Sei  ancor quello della pietra e della fionda uomo del mio
tempo..” “Hai ucciso ancora. Come sempre, come uccisero i padri.. E  questo
sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: “andiamo ai
campi”. E quella eco fredda,  tenace è giunta fino a te, dentro la tua giornata”. Già
nello ultimo capitolo di “Totem e Tabù”, Freud aveva individuato  l’insuperabile
conflittualità della condizione umana: in principio non vi era che l’assassinio e
chiunque uccidesse  naturalmente. La stessa religione cristiana ammette,
implicitamente, questa realtà: se per redimere l’uomo, Cristo ha dovuto  sacrificare
la sua vita, ciò è perché in coerenza con la legge del taglione, l’uomo si era
macchiato di assassinio. Dunque,  secondo Freud, l’istinto di uccidere non viene
tenuto a bada dallo svantaggio di essere uccisi. Al riguardo Kant, in fin dei  conti, è,
su questo punto, discepolo di Hobbes, dunque, si illude che la paura di essere
uccisi sia più forte del desiderio di  uccidere. E’ perciò che anche i cittadini di uno
Stato repubblicano non “riflettono a lungo prima di incominciare un gioco  così
svantaggioso” ,come quello della guerra. Ma veniamo, adesso, al secondo punto: la
proposta kantiana è superata dall’attuale situazione delle armi. Bene, questa
osservazione, appare, addirittura più convincente della prima. E’ vero,  infatti, che in
un certo numero di società, la Costituzione dello Stato è repubblicana, nel senso
descritto da Kant. Si consideri  analogamente ,che in questi tempi noi usiamo dire
“liberal-democratica” o, semplicemente, “democratica”, una società  “repubblicana”
alla stregua del senso inteso da Kant, visto che in Kant la parola democrazia stava
ad intendere, grosso modo  “demagogia”. Difatti osserviamo, ancora, che sono
tutt’oggi relativamente pochissimi gli stati che Kant avrebbe definito  repubblicani:
la stragrande, maggioranza dell’umanità vive ancora in condizioni orribili di
oppressione, di fanatismo, di  indigenza e, spesso, di totale mancanza dei più
elementari diritti civile e politici. D’altronde, anche in quegli Stati che Kant  avrebbe
definito “repubblicani”, la minaccia dell’intolleranza, i rigurgiti di fanatismo
ideologico e razzista, l’assenza di un’effettiva tutela dei diritti delle minoranze di
qualsiasi tipo, sono realtà con le quali tocca confrontarsi e scontrarsi  abbastanza
spesso. Ma anche se trascurassimo tutte queste cose, peraltro gravi o comunque
tali da mettere continuamente in  pericolo il carattere repubblicano di quelle
società, ciò nondimeno, rimane, completamente irrisolto, il problema di chi decide 
di fare la guerra, qualora se ne presenti l’eventualità. Anche negli Stati repubblicani,
infatti, non vi è nessuna possibilità  che siano i cittadini a decidere se fare la guerra
oppure no. Piuttosto, per molti aspetti, la situazione, rispetto alla questione  di chi
decida la guerra, è addirittura peggiorata dai tempi di Kant. Se è vero infatti, che per
millenni le guerre sono state decise da gruppi di individui, più o meno consapevoli
di ciò che stavano per fare e certamente non desiderosi di richiedere il  consenso
né di chi materialmente avrebbe fatto la guerra né delle popolazioni che l’avrebbero
subita, tuttavia, esistevano  oggettive difficoltà a scatenare un conflitto: armamenti
rudimentali, organizzazione non facile da raggiungere, limitata  possibilità di
movimento per terra e per mare, limitatissimi mezzi di comunicazione,
complicatissime vicende dinastiche che  rendevano incerta l’attribuzione del potere,
intricati rapporti tra politica e religione che condizionavano la coscienza dei 
belligeranti. Tutti questi “limiti” al dispiegarsi incondizionato e pantoclastico della
guerra, oggi non esistono più. E’ la  stessa inimmaginabile, capacità distruttiva delle
armi che rende oggettivamente impossibile che siano i cittadini, ovvero gli  unici
titolari, secondo Kant, del diritto di fare la guerra, nel decidere. Ammesso che tutti i
cittadini conoscano: 
• la situazione politica, militare, economica, ideologica, rispetto alla quale
bisogna decidere se fare la guerra;  • che siano in grado di valutare vantaggi
e svantaggi derivanti dall’ eventuale guerra; 
• che, stando tutti in così invidiabile salute mentale e possedendo tutti
sterminate conoscenze, siano capaci di  rendersi conto del valore della vita
umana e liberamente, serenamente, discutano di ciò.  
Considerato tutto ciò, chi o che cosa gli darebbe il tempo di decidere? E’ noto che,
attualmente, l’esito di una guerra può  dipendere dal pochissimo tempo di cui
all’inizio si dispone per scatenarla. E’ in ugual modo noto che il sistema delle armi
è  tale che, addirittura, non è fantamilitare l’ipotesi di una guerra dovuta ad un
errore dell’uomo o della macchina bellica.  Ebbene, verificatosi l’errore o la volontà
che causa l’inizio della guerra, nel pochissimo tempo,(minuti persino) durante il 
quale bisogna decidere cosa fare, quale assemblea (di cittadini sensibili e liberi da
pregiudizi) sarà possibile riunire? 
A cura di Matteo Iorio

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