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JAMES

HERBERT

LA CASA MALEDETTA

(The Magic Cottage, 1986)


Piacevole immobile. Villino, posizione appartata, nel cuore della foresta, ne-
cessari restauri, ma ottima occasione. Due stanze da letto, soggiorno, cucina,
bagno. Giardino. Accettansi offerte. Cantrip 612.
1.
MAGIA
Credete nella magia?

Intendo la vera magia, quella con la M maiuscola. Non parlo di conigli che
escono dai cappelli, ragazze vestite di lustrini che scompaiono o sfere d'argento
che danzano nell'aria. Fatti reali, senza trucchi né illusioni. Incantesimi e
stregoneria. Membra rotte che guariscono dalla sera al mattino, animali
ammaestrati, quadri le cui figure si animano. Apparizioni che in realtà non
esistono se non nella nostra immaginazione. E altro ancora, ma è troppo presto
per dirlo.

Molto probabilmente non ci credete. Forse ci credete a metà. O forse vorreste


crederci.

Un genere di magia che conobbi una volta, molto prima che prendessimo il
villino, proveniva da polveri o pillole assunte con amici; ma gli effetti indotti
erano soltanto allucinazioni e pericolose. Conobbi la vera magia solo quando
andammo a «Gramarye».

Quella fu una magia Buona.

Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio e io conobbi anche quello. Se volete,


se siete disposti a mettere da parte la razionalità per un po' come fui costretto a
fare io - vi racconterò.
2.
L'INSERZIONE
Fu Midge che vide l'annuncio economico per prima. Per settimane non aveva
fatto altro che scorrere le inserzioni pubblicitarie sul Sunday Times cerchiando in
rosso le offerte più interessanti, dato che il suo desiderio di lasciare la sudicia
città era più forte del mio. Ogni settimana era venuta a presentarmi tutta una
serie di annunci da esaminare, e li avevamo considerati attentamente uno per
uno, discutendo i prò e i contro. Ma finora nessuno aveva soddisfatto le nostre
aspettative.

Quella domenica vi era solo un cerchio rosso. Un villino. Presso una foresta, in
una posizione appartata. Aveva bisogno di qualche restauro.

Che cosa c'è di speciale? pensai.

«Senti un po', Midge!» Lei era nella cucina dell'appartamento che avevamo in
affitto a Baron's Court, a Londra - grande, con alti soffitti e una pigione non
meno alta, e un insieme di stanze che permettevano a Midge di disegnare e a me
di occuparmi della mia musica in perfetta tranquillità, senza doverci urtare a
ogni passo. Ma noi volevamo qualche cosa di nostro. Avevano in mente
entrambi un villino «rustico», sebbene, come ho detto, Midge lo desiderava più
di me.

Lei apparve sulla soglia coi capelli neri sciolti e gli occhi da folletto, un metro e
cinquantacinque di attrattive sottilmente delineate (almeno per me, e io non sono
un tipo facile da accontentare).

lo indicai il giornale. «Uno solo?»

Midge gettò il grembiule verso il lavandino - avevamo finito di fare colazione


molto tardi - e si avvicinò a piedi nudi al divano su cui ero seduto. Vi si
rannicchiò tirandosi pudicamente la leggera gonna estiva sulle ginocchia.
Quando parlò, guardò direttamente l'avviso, e non me.

«È l'unico interessante.»

Ne fui stupito. «Non dice molto. Mi fa pensare solo a un villino in rovina. E poi
dove diavolo è Cantrip?»

«L'ho cercato. È vicino a Bunbury.»

Non potei fare a meno di sorridere. «Ossia?»

«Nell'Hampshire.»

«Questo almeno è a suo favore. Sembrava che ti interessassero soltanto le zone


più remote.»

«Una zona remota dell'Hampshire.»

Un mugolio da parte mia. «Possibile?»

«Hai un'idea di quanto è grande la Nuova Foresta?»

«Più grande di Hyde Park?»

«Molto più grande. E immensa.»

«E Cantrip è nel cuore della foresta?»

«Non proprio, ma quasi.» Sorrise con i suoi occhi da folletto. «Non preoccuparti,
potrai tornare a Londra a far musica quando vorrai. C'è l'autostrada che porta in
città».

Non vi ho ancora detto che io faccio il musicista, faccio parte di quella gente
tranquilla che se la cava benino dietro le scene del mondo pop, lavorando negli
studi di registrazione e a volte accompagnando in tournée qualche cantante. Il
mio strumento è la chitarra, la mia musica... è rock, pop, soul, ma anche punk,
un po' di jazz e, quando posso, qualche classico senza pretese. Ma magari ve ne
parlerò più a lungo in seguito.

«Non mi hai ancora spiegato perché hai scelto proprio questo,» insistetti.

Lei rimase zitta per un momento limitandosi a studiare il foglio come se cercasse
di trovare una risposta. Poi si voltò verso di me. «Mi sembra che vada bene,»
disse.

Accidenti. Mi sembra che vada bene. Nient'altro.


Sospirai. Sapevo che Midge aveva un grande intuito; ma non ero disposto ad
accettarlo in quel momento. «Midge...» cominciai in tono di ammonimento.

«Mike...» disse lei con la stessa gravita.

«Andiamo, sii seria. Non ho alcuna intenzione di andare a finire a vivere


nell'Hampshire per un capriccio.»

Quel diavoletto mi prese una mano e la baciò sulle nocche. «Mi piacciono le
foreste», ebbe il coraggio di dire «E il prezzo è ragionevole.»

«Qui non si parla del prezzo.»

«Si accettano offerte. Sarà un prezzo giusto, vedrai...»

Un tantino esasperato, ribattei: «Probabilmente sarà tutto in rovina.»

«Allora costerà meno.»

«Pensa a tutti i lavori di restauro.»

«Prima di andarci manderemo i muratori.»

«Non correre troppo tesoro.»

Una lieve ombra di incertezza le passò sul volto... o forse un'ansia improvvisa.

«Non posso spiegarti, Mike. Lascia che telefoni domani per saperne di più. Può
darsi che sia proprio quello che cerchiamo.

Le sue ultime parole non erano molto convincenti, ma lasciai correre. Strano, ma
quel villino cominciava a piacere anche a me.
3.
GRAMARYE
Tutti abbiamo visto il film o letto il libro, ce ne sono tanti, della giovane coppia
che ha trovato la casa dei suoi sogni: la moglie è in estasi, il marito è felice ma
più controllato; i bambini (di solito un maschio e una femmina) vagano per le
stanze vuote. Ma noi sappiamo che vi è qualche cosa di sinistro in quel luogo
perché abbiamo comprato il libro e letto il risguardo di copertina. A poco a poco
cominciano a succedere strane cose. Vi è qualche cosa di maligno nella stanza
chiusa in cima alla vecchia scala scricchiolante; o qualcuno che sta in agguato
nella cantina, che forse è l'anticamera dell'inferno. Conosciamo la storia.
Dapprima Papà non bada alle fantasie della sua famiglia: non crede al sopranna-
turale né alle strane cose che appaiono di notte; non crede ai vampiri. Finché non
succede qualcosa che gli fa cambiare idea. E allora si scatena l'inferno. Sapete
già tutto come se lo aveste scritto voi.

Be' la mia storia, è su questo genere, ma al tempo stesso diversa. Vedrete.

Andammo in auto a Cantrip il martedì seguente (il nostro lavoro ci permette


queste libertà). Midge aveva telefonato, il giorno prima, al numero indicato
nell'avviso e aveva trovato che apparteneva a un agente immobiliare. Questi le
aveva detto un po' di più sul villino, non molto, ma abbastanza per aumentare il
suo entusiasmo. Il villino non era occupato perché la proprietaria era morta
qualche mese prima; era stato necessario un po' di tempo per sistemare gli affari
della defunta prima che la proprietà potesse essere messa in vendita. Midge non
aveva fatto che parlare durante il viaggio continuando a dirmi che non si aspetta-
va troppo, che probabilmente sarebbe stata una grossa delusione, ma che, dalla
descrizione dell'agente, la cosa si presentava interessante e avrebbe anche potuto
essere l'ideale...

Il viaggio durò circa due ore, forse anche tre calcolando il tempo perso per aver
sbagliato due o tre volte la strada. Tuttavia lo scenario, quando raggiungemmo la
Nuova Foresta con i suoi boschi e le sue brughiere, si mostrò meritevole del
lungo viaggio. Incontrammo anche delle mandrie di pony e, sebbene non vedes-
simo nemmeno un cervo, una quantità di indizi ci diedero la certezza che essi
erano nelle vicinanze, e, per una persona di città, questo equivaleva quasi
all'averli visti. Era una bella giornata di maggio, con l'aria frizzante e luminosa...
Avevamo tenuto abbassati i vetri degli sportelli posteriori dopo aver lasciato
l'ultima autostrada e, nonostante la sua apprensione appena dissimulata, Midge si
era unita a me nel cantare Blue Suedes, Mean Woman e simili (quel mattino
stavo attraversando il mio vecchio periodo rock, dato che il mio umore musicale
cambia di giorno in giorno). L'aria fresca mi fece diventare rauco prima che
vedessimo il villaggio davanti a noi.

Devo ammetterlo, Cantrip fu un tantino deludente. Ci aspettavamo tetti di paglia,


vecchie osterie, e un villaggio primitivo con rugginose pompe a mano: qualche
cosa da Protezione delle Antichità. Quello che vedevamo era una strada spaziosa
ma del tutto simile a tante altre le cui case e negozi dovevano essere stati
costruiti verso la fine degli anni venti e gli inizi degli anni trenta. Ma, a un esame
più attento, non era poi tanto male: vi erano alcuni vecchi edifici scrostati fra le
costruzioni più recenti, e l'impressione generale era piuttosto scialba. Sentii
indebolirsi l'entusiasmo di Midge.

Varcammo l'arcata di un ponticello ed entrammo nella strada principale cercando


l'ufficio dell'agente e tenendo nascosto il nostro scontento. Trovammo l'agenzia
fra un ufficio postale-drogheria e una macelleria, con una facciata così anonima
che l'avrei oltrepassata se Midge non mi avesse battuto sulla spalla indican-
domela.

«Là!» gridò come se avesse scoperto l'anello mancante nell'evoluzione umana.

Un ciclista sterzò guardandoci storto per la brusca frenata. Gli rivolsi un gesto
amichevole di scusa indicando Midge come colpevole, ma non sentii la sua
risposta stizzita, probabilmente meglio così, perché non sembrava una persona
molto civile.

Dopo una breve retromarcia, scendemmo dall'auto e ci avviammo verso


l'agenzia. Midge era divenuta improvvisamente nervosa come una gattinà, cosa
per me piuttosto nuova. Eravamo vissuti insieme per molto tempo ed ero
abituato a certe sue ombrosità, specialmente quando accettava qualche nuovo
incarico, dovrei avervi già detto che Midge è un'illustratrice molto brava
specializzata in libri per bambini, ma non credevo che si innervosisse per un
appuntamento con un agente immobiliare. Non tardai a capire che non si trattava
dell'agente, ma dell'ansia di vedere il villino. Diavolo, quello stato d'animo
durava da domenica, e non riuscivo a capire perché.

La feci fermare un momento prima di aprire la porta e lei mi guardò


distrattamente, facendo più attenzione a quello che c'era dietro il vetro.

«Calmati,» le dissi piano. «Ce ne saranno chissà quanti in vendita, anche se


questo non ci piace.»

Lei tirò un rapido respiro, mi strinse la mano ed entrò davanti a me. All'interno
l'ufficio era meno misero di quanto avrebbe potuto essere, perché, sebbene
stretta, l'unica stanza si stendeva molto sul retro. Fotografìe e piantine di
appartamenti coprivano tutta una parete come una carta da parati male incollata.
Una segretaria corpulenta era vicino alla porta, mentre più avanti un uomo in
abito grigio con grossi occhiali cerchiati di nero, seduto davanti a un tavolo in
disordine, alzò lo sguardo.

Io mi sporsi sopra la spalla di Midge e chiesi: «Il signor Bickleshift?»


(Naturalmente era lui).

Mi sembrò che non mi avesse sentito.

Parve non badare al suo nome; ma fece un largo sorriso. Credo che rimase
colpito da Midge.

«Sì,» disse alzandosi e invitandoci a venire avanti.

Feci un cenno di saluto alla segretaria che ci squadrò da capo a piedi mentre
passavamo, con l'espressione di una balena imbronciata:

«Voi siete il signore e la signora Gudgeon?» chiese Bickleshift sporgendosi


attraverso il tavolo per stringere la mano di Midge e poi la mia. Ci indicò due
sedie davanti a lui.

«No, Gudgeon è lei, io sono Stringer.» Ci sedemmo, e l'agente volse lo sguardo


dall'uno all'altro di noi prima di proseguire.

«Allora solo lei, signorina Gudgeon, è interessata alla casa.» Non ne sono sicuro,
ma può avere detto «signorina» per mostrare di accettare la cosa.

«Siamo interessati entrambi,» rispose Midge. «E vorremmo vedere il villino


dell'annuncio sull'ultimo Sunday Times. Gliene ho parlato per telefono.»

«Naturalmente. La casa rotonda di Flora Chaldean.»


Entrambi inarcammo le sopracciglia e Bickleshift sorrise.

«Capirete quando avrete visto il luogo,» disse.

«E Flora Chaldean era la proprietaria del villino?» chiese Midge.

«Esatto. Una vecchia signora piuttosto... eccentrica. Molto conosciuta da queste


parti; un personaggio locale, anche se nessuno sapeva molto su di lei. Conduceva
una vita molto ritirata.»

«Ha detto che è morta...» intervenne Midge.

«Sì, alcuni mesi fa. L'unico suo parente è una nipote che vive in Canada. A
quanto sembra non si erano mai incontrate, ma l'avvocato della signora Chaldean
è riuscito a rintracciarla e l'ha avvertita dell'eredità. Immagino che la Chaldean
abbia lasciato anche una certa somma di denaro, ma non credo granché: so che
conduceva un'esistenza molto sobria. La nipote ha detto all'avvocato di vendere
il villino e di mandarle il ricavato.»

«Non ha voluto vederlo prima?» chiesi.

Bickleshift scrollò il capo. «Non le interessava. Comunque Flora Chaldean si


preoccupava del destino della sua villetta perché ha inserito una clausola nel
testamento che riguarda la vendita.

Midge s'incuriosì. «Che tipo di clausola?»

Il sorriso dell'agente divenne ancora più largo. «Non credo che sia cosa di cui lei
debba preoccuparsi.» Alzò le mani mettendole aperte sul piano del tavolo così
che, per un momento, con i gomiti piegati ai due lati, parve una cavalletta con gli
occhiali. «Adesso,» disse giovialmente, vi suggerisco di andare a dare
un'occhiata al villino; discuteremo i particolari in seguito, se sarete ancora
interessati.»

«Lo siamo già,» rispose Midge, e io la urtai col piede: non c'era bisogno di
apparire troppo entusiasti prima di cominciare a trattare la cosa.

Bickleshift cercò in un cassetto e ne trasse un mazzo di chiavi, tre in tutto,


vecchie e grandi, legate con un anello e ognuna con una cartellino. «Il villino è
vuoto, naturalmente, così potrete esaminarlo a vostro agio. Io non vi
accompagno, a meno che non lo desideriate. In genere i miei clienti preferiscono
far la visita per conto loro e discutere liberamente.»

Midge prese le chiavi e le strinse con tale reverenza da far credere che fossero le
Chiavi del Regno.

«D'accordo,» dissi a Bickleshift. «Ma come facciamo per arrivarci?»

Ci porse una cartina abbastanza semplice, purché, come sottolineò, non


sbagliassimo nelle svolte. E noi c'incamminammo.

«Bene,» dissi mentre guidavo per un sentiero serpeggiante con un tetto di foglie
sulla testa che attenuava la luce e rinfrescava l'aria. «Ancora non lo vedo.»

Midge mi guardava con curiosità, ma sapeva - oh, se lo sapeva - quello che


intendevo.

«Sembra che tu sia già innamorata del posto.» Battei sul volante col dorso della
mano. «Andiamo Midge, confessalo. Che cosa ne pensi?»

Le punte delle sue dita affondarono nei miei capelli, sulla nuca, accarezzandomi
leggermente; tuttavia la sua voce era ancora un poco distante. «Solo una
sensazione, Mike. Sento che andrà tutto bene.»

La lieve pausa non mi passò inosservata. «E allora perché non ho anch'io questa
convinzione?»

Gli occhi le scintillarono di stizza. «Probabilmente perché tutto ciò che non è a
due passi da un bar, da un Big Mac o da un cinema non è abbastanza civile per
te.»

Mi sentii offeso. «Sai bene che desidero andarmene quanto te.»

Lei ebbe un breve riso. «Forse non proprio quanto me, ma va bene, ammetto che
i tuoi gusti sono cambiati negli ultimi tempi. Non sono sicura, tuttavia, che le
lamentele dei nostri vicini non abbiamo qualche cosa a che fare con questo.»

«Sì, ammetto che ho bisogno di un posto dove poter suonare quando e come
voglio. Ma non è solo questo. E in ogni caso anch'io sono disturbato dal loro
fracasso.»
«Non piace neppure a me. E nemmeno il traffico, la polvere...

«Il trambusto...»

«Il frastuono...»

«Andiamocene da tutto questo!» gridammo insieme avvicinando le teste.

Quando ebbe smesso di ridere, Midge disse: «E vero. A volte penso che l'intera
città sta per andare a rotoli.»

«Forse hai ragione.» Stavo cercando una svolta a sinistra, una di quelle che
Bickleshift ci aveva avvertito di non lasciarci sfuggire.

«E strano», continuò lei, prendendo i foglietti che l'agente ci aveva dato, «ma
quando ho visto l'inserzione sul giornale di domenica, ho avuto la senzazione
che l'annuncio mi ammiccasse. Non sono riuscita a concentrarmi su nessun altro,
i miei occhi continuavano a tornare su questo. Tutto il resto mi sembrava
sfocato.»

Emisi un lungo mugolìo. «Midge, Midge, spero che tu non rimanga delusa.»

Lei non rispose e guardò diritto davanti a sé. E improvvisamente sentii il


desiderio di voltar la macchina e ripercorrere tutta la strada verso la città fumosa.
Una premonizione? Credo proprio di sì. Ma queste cose, allora, erano per me
inconsuete, e pensai che la sensazione dipendesse solo per il trambusto di un
trasloco. Forse lei aveva ragione: non ero ancora pronto per la casetta in
campagna.

Naturalmente continuai ad andare avanti. Che razza di pazzo sarei sembrato se


fossi tornato indietro? Che ragione avrei potuto addurre? Amavo Midge
abbastanza per cambiare le mie abitudini, e sapevo che quello che andava bene
per lei sarebbe infine andato bene anche per me. Avevo fatto troppe cose
piacevoli e non abbastanza cose giuste. Le cose giuste le faceva lei.

La svolta che tenevo d'occhio si materializzò improvvisamente: l'agente aveva


ragione, era facile lasciarsela sfuggire. Rallentai fin quasi a fermarmi per
svoltare alla curva a gomito. La nostra Volkswagen occupò quasi tutta la strada
nel riprendere velocità, e ci trovammo ancora in un'area boscosa: gli alberi
giungevano fino al margine del sentiero tortuoso che adesso era in discesa.
Midge si entusiasmava a ogni metro che percorrevamo, con gli occhi che le
brillavano mentre io stavo attento a prendere le curve giuste e gettando ogni
tanto un'occhiata al suo volto felice.

«A quest'ora dovremmo essere arrivati.» Cominciavo a domandarmi se non


avessi sbagliato a voltare.

Midge consultò la cartina. «Non dovrebbe essere lontano...» Frenai bruscamente


e allungai con gesto istintivo il braccio per sorreggerla sebbene avesse la cintura
di sicurezza. Lei venne sbalzata in avanti e mi guardò sorpresa.

«Guarda un po' la strafottenza di quel tipo.» E accennai alla strada davanti a noi.

Uno scoiattolo se ne stava seduto con aria baldanzosa in mezzo al sentiero


sgranocchiando una ghianda o qualche cosa di simile che teneva fra le zampette,
con la coda rossiccia sollevata. Quel piccolo mascalzone ci aveva visti
benissimo, perché continuava a voltare la testa arruffata verso di noi, ma non
sembrava darsene alcun pensiero.

«Oh, Mike, è magnifico!» Midge si chinò in avanti per quanto glielo permetteva
la cintura di sicurezza, col naso a pochi centimetri dal parabrezza. «Che bel pelo
rosso! Avevo sentito dire che ce ne sono molti, da queste parti. È stupendo!»

«Certo, ma ci ingombra la strada.» Stavo per suonare il clacson; ma Midge


dovette leggermi nel pensiero.

«Lascialo star lì per un momento, se ne andrà subito.»

Sospirai, sebbene divertito dalla vista di quel cosino impellicciato che faceva
colazione.

Midge si liberò della cintura e si sporse dal finestrino ridendo. Questo fu troppo
per il nostro amico, che lasciò cadere la ghianda e se la diede a gambe.

lo non riuscii a trattenere le risa. «Straordinario! Non ha battuto ciglio davanti a


questo grande mostro d'acciaio rombante ed è rimasto sconvolto dalla tua faccia
sorridente.»

Ma dovetti subito rimangiarmi le parole. Lo scoiattolo tornò, riprese la sua


merenda, ci guardò per un secondo e poi saltò verso la macchina dalla parte di
Midge.

«Ciao,» gli disse lei gentilmente.

lo non potevo vedere, ma probabilmente l'animaletto rispose al suo sorriso. Mi


sporsi e feci in tempo a scorgere uno sfrecciare nel sottobosco mentre lo
scoiattolo fuggiva ancora. Mi aspettavo che Midge mi rivolgesse uno dei suoi
sorrisi canzonatori, ma vi era solo un'immensa e innocente gioia dipinta sulla sua
faccia. Le diedi un bacetto sulla guancia, divertito, e ripartii «Avanti.» dissi.

Midge tornò a sedersi osservando con attenzione i dintorni mentre ci


allontanavamo.

Presto uscimmo dal folto degli alberi; i margini erbosi ai due lati della strada si
aprirono in distese di felci verde cupo e di ginestre gialle respingendo la densa
boscaglia come per dire «il troppo è troppo». Adesso il sole era alto e il cielo era
di un azzurro pallido. Avevamo scelto una giornata perfetta per un viaggio in
campagna e il mio entusiasmo si risollevava nonostante la delusione di Cantrip.

Midge mi strinse il braccio. «Forse è quello,» disse trattenendo l'eccitazione.

Guardai, ma non vidi nulla.

«Non lo vedo più,» disse Midge. Mi è sembrato che ci fosse una macchia bianca
più avanti, ma adesso gli alberi la nascondono.»

L'auto stava seguendo una lunga curva, e il bosco tornava ad avvicinarsi alla
strada come per vendetta. In certi punti, bassi rami pieni di foglie sfioravano i
finestrini.

«Questa foresta avrebbe bisogno di una potatina,» brontolai; e allora vedemmo il


villino, di là dalla strada, con un basso steccato in rovina, con molti pali sghembi
o completamente abbattuti, che cingeva il giardino. Il cancelletto era chiuso, un
vecchio cartello scrostato era fissato alle sbarre e una scritta in caratteri gotici
diceva:

GRAMARYE
4.
IL VILLINO
Dunque eccolo lì. E a prima vista era un villino incantevole.

Avevo fermato l'auto sull'erba, presso il recinto diroccato, e adesso tutti e due
stavamo contemplando Gramarye, la casa rotonda di Flora Chaldean. Midge
sembrava in adorazione, e io... be', diciamo che ero piacevolmente sorpreso. Non
so con precisione che cosa mi aspettassi ma questo era diverso.

In realtà la costruzione era rotonda, sebbene la parte principale di fronte a noi


fosse squadrata, con solo un'estremità curva ed era costruita su tre piani,
compreso l'attico, così che "villino" non era la parola esatta. Tuttavia aveva
l'aspetto di un villino perché sorgeva su di una collinetta che lo faceva sembrare
più piccolo. La collinetta si stendeva ai lati, e dei gradini di pietra coperta di
muschio scendevano il pendio a sinistra fino al livello del giardino. Sul pendio vi
erano degli alberi i cui rami toccavano a volte la bianca muratura. E più oltre vi
era ancora bosco. Le finestre della facciata erano piccole, con molti pannelli,
aggiungendo un ulteriore fascino all'insieme, e il tetto era di tegole rosse
scolorite.

Bene, questa fu la prima impressione, decisamente piacevole.

«Mike, è meraviglioso,» disse Midge col respiro soffocato facendo vagare lo


sguardo fra i colori violenti del giardino dove i fiori erano cresciuti
spontaneamente.

«Grazioso,» dovetti ammettere, «ma diamo prima un'occhiata da vicino.» Midge


era già scesa dall'auto.

Mi si mise a fianco e si fermò davanti al villino con gli occhi sempre più lucenti.
Nessun disappunto, nessuna delusione. Si mordeva nervosamente il labbro
inferiore, ma non cessava di sorridere. Io le misi un braccio attorno alla vita
sottile, studiando la sua espressione e sorridendo a mia volta. Poi mi voltai per
entrare in Gramarye.

Avevo la sensazione di conoscere già quel luogo, ma era una sensazione


sfuggevole. Ero già stato lì? No, assolutamente no. Non ricordavo nemmeno di
aver mai visitato quella zona. Tuttavia vi era qualche cosa di familiare in...
Respinsi quella sensazione considerandola una qualche forma di «déjà vu».

Finora non c'era stato bisogno di chiedere a Midge le sue impressioni: gliele
leggevo negli occhi brillanti. Si allontanò da me andando lentamente verso il
cancello; dovetti chiamarla per ricordarle la mia esistenza. Lei si voltò e tutto
parve congelarsi nella mia mente.

Vedo ancora la scena, e la vedrò sempre, chiara e netta, quasi mistica: Midge,
piccola e sottile, coi neri capelli che le cadevano lisci sulla nuca, le labbra
appena socchiuse e, in quei suoi dolci occhi grigioazzurri, un po' inclinati agli
angoli, un bagliore di meraviglia e di gioia, un'espressione che mi turbava e
tuttavia mi rendeva felice. Indossava dei jeans e una camicetta con le maniche
rimboccate; sandali ai piedi minuti. E dietro di lei si intravedeva... no, non si
intravedeva, perché tutta la scena, con Midge in primo piano, si fondeva così
bene, era così completa: dietro a lei c'era Gramarye, con le sue bianche mura ora
visibilmente scrostate e macchiate, le finestre chiuse che sembravano occhi, il
giardino dai colori abbaglianti e più in là tutt'attorno, la foresta. Si sarebbe detta
una scena da romanzo, certo così singolare da imprimersi nella mente.

Poi lei si voltò ancora, spezzando l'incanto, e si chinò sul saliscendi del cancello.
Il battente cigolò nell'aprirsi e Midge entrò mentre io la raggiungevo. Allungai
una mano per prenderle il braccio, ma lei era già lontana, saltellando sul sentiero
si avvicinò alla porta.

Io la seguii a passo più moderato, notando che, visti da vicino, i fiori di fine
maggio non erano così brillanti come apparivano da lontano. Avevano infatti
quell'aspetto della tarda estate, quando la maggior parte dei fiori hanno perso la
loro freschezza e volgono al declino, con i petali arricciati e secchi. Non perdervi
un'eccessiva importanza, ma sembravano malati. Le erbacce spuntavano
dappertutto, e quelle erano sane. Il sentiero era fatto di pietre piatte e alte erbe
crescevano nelle giunture quasi ricoprendo le superfici scabre.

Trovai Midge che spiava attraverso una sudicia finestra senza cortine facendosi
ombra con le mani. Per quanto sudici, i vetri avevano un buono spessore
all'antica, con leggere ondulazioni. Purtroppo le intelaiature erano consunte e
scheggiate.

«Non si può dire lussuoso,» arrischiai chinandomi per spiare con Midge.
«E vuoto,» disse lei.

«Che cosa ti aspettavi?»

Credevo che ci fosse ancora un po' di mobilio.»

«Probabilmente è stato venduto all'asta subito dopo la lettura del testamento.


Potremo farci un'idea migliore del luogo senza il disordine lasciato dalla vecchia
signora.»

Midge mi diede uno sguardo di rimprovero. «Guardiamo l'esterno prima di


entrare.»

«Hum.» Io stavo ancora guardando l'interno del villino, pulendo il vetro con le
dita per vedere meglio. Tutto quello che potei scorgere fu un grande fornello
nero nel vano di un camino. «Ci sarà da cuocer molto, lì sopra.»

«Sul fornello? Sarà divertente.» Il suo entusiasmo non era venuto meno.

«Sembra piuttosto una forgia,» aggiunsi. «Penso che potremo avere una cucina
elettrica al posto di questo mostro. Comunque, il legno per alimentarlo non ci
mancherà certo.»

Midge si aggrappò al mio braccio. «Ehi, al giorno d'oggi va di moda tornare alle
origini. Vieni, diamo un'occhiata al retro.»

Mi allontanai dalla finestra e lei mi sfiorò la guancia con le labbra; poi mi


precedette ancora. Io la seguii esaminando la porta d'ingresso nel passare. Il
legno sembrava abbastanza solido, sebbene vi fossero un paio di sottili fessure
lungo i pannelli inferiori. Più in alto, sul bordo, vi erano due finestrelle di non
più di una quindicina di centimetri, e un campanello a tirante di fianco alla porta,
fissato al muro. L'ingresso era riparato da un piccolo portico aperto ai lati, che
mi parve del tutto inutile. Una lampada da carrozza pendeva dall'altra parte del
campanello, con l'interno pieno di ragnatele. Tirai il campanello nel passare e lo
squillo fu sordo e distaccato, ma fece voltare Midge. Io mi ingobbii come un
Quasimodo e le feci una smorfia.

«Bada che il vento non cambi,» mi disse salendo i gradini che giravano attorno
alla curva dell'edificio.
Io la seguii raggiungendola sul quarto gradino coperto di muschio. Sotto braccio
girammo la curva e cominciammo ad apprezzare meglio la struttura dell'edificio.
La parte principale era circolare, con la cucina, dove c'era il fornello, e le stanze
superiori diramavano. Il tutto, naturalmente, su piccola scala. La forma dava a
Gramarye una sua originalità e indubbiamente vi aggiungeva uno strano fascino.
Purtroppo le sue condizioni generali erano misere come i fiori malati del
giardino.

L'edificio, originariamente dipinto di bianco, ma adesso grigiastro e


notevolmente macchiato, si sgretolava qua là e in certe parti l'intonaco era
scomparso. Cocci di tegole coprivano il suolo sotto i nostri piedi per cui,
immaginai che il tetto fosse pieno di buchi. I gradini ci avevano portato a un'altra
porta, una volta dipinta di un triste verde oliva, ma che adesso era tutta scrostata
rivelando il legno marcio al di sotto. La porta dava a sud e sui boschi che non
erano a più di un centinaio di metri, oltre una distesa di erbe e di rovi, con pochi
alberi sparsi qua e là come soldati di un esercito che stessero avanzando
cautamente. Una zona più aperta, che doveva essere stata calpestata per anni si
stendeva per dieci o dodici metri dall'edificio con alberi più piccoli, - susini e
meli selvatici, pensai, sebbene allora fossi poco pratico - senza frutti e trascurati.
Su questo lato, poiché Gramarye era costruita su di un terrapieno rialzato, il
villino sembrava avere solo due piani ed era rotondo. Le finestre del piano
terreno erano ad arco, e Midge mi aveva già lasciato per andare a schiacciare il
naso contro i vetri.

«Mike, vieni a vedere,» gridò. «L'interno è favoloso.»

La raggiunsi e rimasi non meno impressionato di lei - sebbene «favoloso» fosse


un tantino eccessivo - perché le mura curve comprendevano tre finestre che
dovevano permettere alla stanza di avere sole per tutto il giorno. Sul lato
opposto, attraverso un'arcata, potei vedere un corridoio con scale;
presumibilmente un'altra porta faceva passare dalla sala alla sezione quadrata
dell'edificio. Il sole splendeva dappertutto senza lasciare nemmeno un angolo in
ombra, nemmeno il sudiciume delle finestre riusciva a offuscarne il fulgore.
L'interno sembrava caldo e gioioso, nonostante fosse spoglio, e decisamente
invitante.

«Sediamoci per un momento.» Avevo notato una vecchia panca nell'angolo in


cui la parete piatta del villino si staccava dal circolo; quel sedile di legno
sembrava cresciuto dal suolo.
«Voglio entrare,» rispose Midge con impazienza.

«Certo, fra un minuto. Riepiloghiamo quello che abbiamo visto finora.»

Lei era riluttante, ma si avvicinò con me alla panca, dove ci sedemmo guardando
i boschi vicini. Sembravano folti e impenetrabili, ma in quel tempo non avevano
nulla di sinistro.

«È meraviglioso,» sospirò Midge senza che glielo chiedessi. «Molto più di


quanto mi aspettassi.»

«Davvero? Detto fra noi, credevo che ti aspettassi molto di più.»

Aggrottò le sopracciglia senza divenir per questo meno graziosa. «Io... io sapevo
istintivamente che sarebbe andato bene.»

Alzai una mano. «Aspetta, non siamo ancora entrati.»

«Non ce n'è bisogno.»

«Sicuro che ce n'è. Non fermiamoci qui. L'avviso diceva che occorrevano dei
restauri, no? E i restauri possono bastare da soli a superare la nostra cifra. Solo
l'esterno richiede un mucchio di riparazioni. E Dio sa l'interno.»

«Potremo prenderlo in considerazione quando faremo l'offerta.»

«Credo che l'agente lo abbia già fatto. Ti ha detto al telefono il prezzo a cui
mirano in linea di massima e, se non lo diminuiamo, potremo avere delle
difficoltà a trovare il denaro per rendere questa casa abitabile.»

Stavo dicendo a Midge tutto il peggio, ma dovevo metterla di fronte alla realtà.
Lei esaminava il terreno come se potesse trovar lì una risposta. Quando alzò lo
sguardo, potei vedere l'ostinazione che si era radicata in lei... no, non
esattamente ostinazione. Midge non era ostinata. Chiamiamola piuttosto una
tranquilla decisione. In genere era molto dolce, perfino arrendevole, cosa che mi
irritava spesso, quando il suo agente la spingeva ad accettare lavori che lei non
desiderava sia per il tempo che richiedevano sia per il soggetto, ma sotto questo
vi era una risolutezza che affiorava solo quando lei sapeva di avere
assolutamente ragione su qualche argomento o di averne bisogno per superare un
momento difficile. Sospettavo infatti che la sua tranquilla decisione fosse nata da
momenti difficili della sua vita, e Midge ne aveva avuti parecchi.

Le misi un braccio sulle spalle e la strinsi a me. «Solo non riporre le tue speranze
troppo in alto, Folletto,» le dissi dolcemente chiamandola con il soprannome che
di solito riservavo ai momenti di tenerezza. «Finora il villino piace anche a me,
sebbene la località mi spaventi un poco.»

«Potrai suonare come e quando vorrai laggiù, Mike,» rispose affettuosa. «È


quello di cui hai bisogno, lontano da tutte quelle distrazioni, da quegli...»

Indugiò un momento e io dissi la parola per lei: «Amici». «Cosiddetti amici. E


Gramarye andrà bene anche per me. So che qui potrò lavorare.»

«Non credi che ci sentiremo soli?»

Scosse la testa con decisione. «Non è possibile. Insieme non saremo mai soli,
Mike, lo sai. Hai già dimenticato quante volte abbiamo parlato di andarcene
lontano da tutti, in qualche parte irraggiungibile, senza né agenti né musicisti fra
i piedi? Starcene da soli sarà una benedizione. Comunque credo che da queste
parti la compagnia sia piacevole. Ci faremo presto dei nuovi amici, amici di un
altro genere e che potremo tenere a debita distanza.»

«Potrebbero essere troppo diversi per i nostri gusti.»

«Siamo nello Hampshire, non nella Mongolia. A due ore dalla città. Qui parlano
la nostra stessa lingua.»

«Forse non proprio la stessa.»

Midge sollevò gli occhi al cielo. «Oh, voi sofisticati cittadini siete pieni di queste
fisime. La imparerai presto.»

«Va bene, ma non dimenticare che oggi c'è un sole splendido, il cielo è blu...»

«E non c'è una nuvola lassù,» mi canzonò lei. «Ma quando piove, quando viene
l'inverno e tutto gela, e saremo completamente tagliati fuori dalle neve...»

«Brrr,» fece lei rannicchiandosi, «sarà piacevole. Probabilmente non potremo


lasciare il villino per intere settimane e dovremo tenere acceso un gran fuoco per
scaldarci, o starcene tutto il giorno sotto le coperte. Immagina le cose che
dovremo inventare per tenerci allegri.»

Mi diede una serie di colpetti sotto la cintura, il mio punto debole. «Ti prego,»
supplicai.

«Vedrai. La vita a Gramarye sarà così piacevole che diventerai un eremita.»

«E proprio questo che temo.»

«E ti costringerò a uscire quando soffierà un vento gelido per andare a comprare


il pane.» «Non mi incoraggi.»

Lei tornò seria, ma subito dopo rise dicendo: «Immaginati questo luogo, Mike.
Chiudi gli occhi e immaginatelo davvero. Gramarye è fatta per noi.»

Non chiusi gli occhi, ma mi sentii pervadere da un particolare senso di


benessere, un'eccitazione dolcissima e appagante. No, non quella che segue un
buon pasto, qualche cosa di diverso, di più reale e permanente. Diciamo che fu il
calore del sole, la piacevolezza della giornata e dell'ambiente. O la forza di
convinzione di Midge che fluiva in me, una sensazione molto naturale fra
innamorati. Un tempo avrei concluso che si trattava solo di sensazioni. Ma
adesso no. Proprio no, adesso che conosco tante cose di più.

«Andiamo a vedere l'interno,» dissi per evitare una conclusione. E il sorriso di


Midge divenne più acuto. Si alzò e trasse dalla tasca dei suoi jeans le tre chiavi
coi cartellini. Me le porse con un gesto che sembrava dire: «Bene, il destino è
nelle tue mani, e lo troverai qui dentro.»

Le presi e mi avviai verso la porta sul retro con Midge alle calcagna.

Mi fermai davanti alla vecchia porta scrostata e guardai le lunghe chiavi


domandandomi con quale tentare per prima. Due erano eguali e pensai che
dovevano essere quelle dell'ingresso principale. Infilai la terza nella serratura che
entrò facilmente. Ma non volle girare.

E nemmeno le altre due.

Brontolai: «Sembra che Bickleshift non ci abbia dato il mazzo giusto.»

«Proviamo con la porta principale,» suggerì Midge.


«Va bene, ma una di queste deve essere di questa porta, se sono le chiavi giuste.»

Scendemmo i gradini, attenti a non scivolare sul muschio, e ci trovammo sotto il


piccolo portico. Scelsi la chiave numero uno e la infilai nella serratura. Niente da
fare. Sempre più scoraggiato, tentai con la seconda e con la terza, senza maggior
fortuna. La porta non si aprì nemmeno quando feci forza sulla maniglia e la
spinsi con le spalle. Il legno scricchiolò, ma non si mosse di un millimetro.

«Lascia provare a me,» disse Midge infilandosi fra me e la porta.

«Non serve. La serratura è arrugginita o Bickleshift ci ha dato le chiavi


sbagliate.» Guardai il cartellino: c'era scritto chiaramente GRAMARYE.

Lei mi prese il mazzo di mano senza parlare e guardò per un attimo una delle
chiavi doppie prima di infilarla con fare deciso nella toppa. Girò il polso e mi
parve di vederla tirare un breve respiro, come se la chiave fosse girata per conto
suo. Ma forse mi sbagliavo.

La porta si aprì facilmente, silenziosa, senza nemmeno lo scricchiolio di un film


dell'orrore; l'aria che uscì dal villino era umida e stantia, e sembrava lieta di
sentirsi libera.
5.
LA STANZA ROTONDA
Io ero pronto a entrare, per quanto stupito che Midge fosse riuscita ad aprire e io
no; lei, invece, esitava. Ancora oggi non ne sono sicuro - qualche cosa non è
ancora chiara nella mia memoria - ma, sembrava ci fosse una certa trepidanza
nei suoi modi, sufficiente per lo meno a impedirle ogni espressione di esultanza.
Forse non ne sono sicuro perché quell'esitazione svanì immediatamente: Midge
scomparve all'interno prima ancora che potessi esprimere la mia apprensione.

Mi avventurai dietro di lei stringendomi nelle spalle, ed ebbi un'improvvisa


sensazione di freddo piuttosto sgradevole considerata l'aria calda all'esterno. Ci
trovammo in una stanza piuttosto piccola, non più di tre metri e mezzo per
quattro (la pianta della casa era rimasta nell'automobile), con una porta aperta
davanti a noi e una scala che portava al piano superiore. Potemmo vedere la
cucina attraverso un'apertura sulla nostra destra. Il pavimento, qui e nella stanza
oltre la porta, era di piastrelle quadrate, e notai che la superficie era
innaturalmente scura. Mi chinai e toccai la pietra.

«È umida,» dissi, e guardai lo zoccolo. Una grande macchia d'umidità appariva


sul muro opposto a pochi centimetri dal pavimento. «Il muro penetra nel
terrapieno e, quando piove, l'acqua filtra nell'interno.»

Midge non parve interessarsene, cosa che mi irritò un tantino; sapevo che questo
genere di umidità può essere serio, e consideravo la cosa in termini di denaro.
Lei era già entrata nella cucina. La seguii scuotendo la testa esasperato. «Midge,
devi tener conto di queste cose,» dissi piagnucolando. «In base a queste
dobbiamo decidere se comprare o no la casa.

«Scusami, Mike.» Scivolò verso di me fingendosi pentita e mi tenne per un


momento la testa sul petto. Poi andò a guardare il grande fornello nero che
avevamo visto attraverso la finestra, si abbassò per aprire gli sportelli,
guardandovi dentro con gridolini di piacere, e poi, si alzò con esclamazioni
ancora più acute nel vedere la nicchia sopra il fornello piena di casseruole e di
padelle dal lungo manico, appese ai ganci. A terra, davanti al fornello, vi era un
bollitore di ferro su di un treppiede, che aumentava il fascino dell'insieme.

«È come in un vecchio racconto di fate,» gridò Midge.


«Vuoi dire un racconto in cui le streghe bollono rospi e gambe di bambini per
fare i loro incantesimi?» chiesi avvicinandomi. Vidi che vi erano pentole di
metallo nero anche nel forno più grande.

«Non intendevo niente di così disgustoso,» mi ammonì Midge. Si chinò verso la


nicchia e sbirciò nel camino. Io mi affrettai a tirarla indietro nel notare una
pericolosa spaccatura nell'architrave sopra il fornello. Lei mi guardò stupita e io
le indicai la fenditura.

«Potrebbe crollare tutto da un momento all'altro,» l'avvertii, e lei ebbe il buon


senso di allontanarsi.

«Stai esagerando.»

«Forse, ma perché correre rischi? Questa è un'altra cosa di cui dobbiamo


prendere nota.»

Midge aggrottò le sopracciglia: non le piaceva l'elenco che stavo già


compilando.

«Dieci a uno che la cappa del camino è chiusa, e non la si potrà aprire senza
prima aver sostituito questa pietra.» Non mi piaceva dover mettere in evidenza
quelle cose, ma bisognava che uno di noi due fosse realistico.

«Forse l'umidità e questo sono gli inconvenienti più gravi,» notò Midge
speranzosa.

Io mi strinsi nelle spalle. Finora avevamo visto solo il pianterreno.

Sotto la finestra da cui avevamo spiato poco prima vi era un grande lavandino di
pietra, io girai i rubinetti dell'acqua calda e fredda. Entrambi, dopo vari sbuffi e
sussulti fecero correre un'acqua nerastra. Lasciai che scorresse per circa un
minuto, e il colore non cambiò.

«Il serbatoio dev'essere arrugginito,» commentai. «A meno che da queste parti


non si beva che questa roba.» Cominciavo a sentirmi un po' pessimista.

Intanto Midge stava aprendo gli armadi a muro e i cassetti. Le strutture di legno
erano piuttosto primitive ma non in cattivo stato. Io aprii un'altra porta
aspettandomi di trovare una dispensa o un ripostiglio per le scope, e invece
trovai un gabinetto con uno sciacquone a catena.

«Almeno non dobbiamo servirci di uno sgabuzzino in giardino.» Tirai la catena e


vi fu un gran fracasso mentre veniva giù la solita acqua nerastra che impiegò un
tempo lunghissimo ad andar via gorgogliando, sbuffando e singhiozzando.
«Credo che l'avviso dicesse drenaggio del pozzo nero,» mormorai chiudendo la
porta. «Mi domando quando è stato vuotato per l'ultima volta, se è stato mai
vuotato.»

Midge era in mezzo alla cucina, ed ero sicuro che nulla di tutto ciò che avevo
detto l'aveva spaventata.

«Possiamo andare di sopra, adesso?» chiese.

«Non è il caso di aspettare,» risposi.

«Cerca di essere di vedute un po' più larghe, Mike.»

«Se anche tu farai altrettanto».

Non vi era irritazione nelle nostre parole; avevamo troppa fiducia l'uno nell'altro
per badare a queste piccolezze. Potrei dire che avevamo entrambi un velo di
apprensione; ognuno temeva che l'altro rimanesse deluso. Sapevo che Midge
desiderava davvero che il posto mi piacesse, e io avrei fatto quasi qualsiasi cosa
per compiacerla. Ma non stavamo parlando solo di una questione finanziaria: era
anche una questione di vivere comune. Se la cosa doveva funzionare doveva
essere giusta.

Salimmo le scale del secondo piano tenendoci per mano: Midge guidava quasi
tirandomi dietro di sé.

Le scale voltarono in un piccolo vestibolo, la cui porta esterna avevo cercato di


aprire, alla nostra destra e, a sinistra, l'arco che dava sulla stanza rotonda. I raggi
del sole ci colpirono come una leggera esplosione e, per un incredibile istante,
ebbi l'impressione di fluttuare nell'aria. Questa sensazione fu così forte che ebbi
un capogiro, e solo Midge, stringendomi la mano e tenendomi saldamente, mi
impedì di cadere all'indietro giù per le scale. Sbattei gli occhi, accecato
dall'improvviso bagliore, e la dolce immagine di Midge mi si presentò a lampi
come se stessi cadendo in un sognante, vago deliquio. Ricordo di essermi
concentrato nei suoi occhi lucenti e caldi, con una fiducia che mi avvolgeva e mi
rassicurava. La visione si chiari e io fui vagamente consapevole che, sebbene
fossero passati solo un secondo o due, una grande estensione di tempo si era
svolta dinanzi a me.

Mi trovai nella stanza rotonda pur non ricordando di esservi entrato. Fuori il sole
abbagliava, e la campagna, attraverso le grandi finestre, sembrava
microcosmicamente chiara come se potessi vedere ogni singola foglia, ogni filo
d'erba come un'entità distinta. Il cielo era del più puro azzurro che avessi mai
visto. Mi illusi di capire questa improvvisa e innaturale lucentezza. Avevo
sentito dire che gli effetti di certe droghe possono affiorare in noi quando meno
ce lo aspettiamo, anche anni dopo averle usate, e io non trovavo alcun piacere in
questo, solo una profonda vergogna. Supposi che l'improvviso cambiamento
dall'ombra fredda alla luce fulgente fosse stato provocato da sostanze chimiche
che permanevano nella mia mente - il bagliore di un lampo può avere talora lo
stesso effetto - portandomi in un breve viaggio allucinato. Così pensai allora, e
ancora oggi non escludo questa possibilità.

Presto i miei occhi si rimisero a fuoco (o forse sarebbe più esatto dire che si
"sfuocarono") tornando alla normalità. Midge mi teneva il volto fra le mani e mi
studiava con lo stesso interesse di poco prima.

«Ti senti bene?» mi chiese accarezzandomi dolcemente.

«Sì, credo di sì. Sì, sto bene.» E, quanto all'umore, stavo bene, l'improvviso
venir meno della percezione era svanito lasciando solo un vago ricordo di quella
sensazione. «Mi sono sentito mancare per un momento, deve essere stato il
cambiamento di altezza dal primo al secondo piano,» scherzai.

«Sei sicuro di star bene?»

«Sì, tranquillizzati, sto benissimo.»

Mi guardai attorno, adesso vedevo la stanza e non più la campagna. «Questa è


diversa,» dissi con un breve fischio di approvazione.

«Non è bella, Mike?» Midge sprizzava gioia da tutti i pori. Si allontanò da me,
fece un rapido giro e si fermò davanti a un vecchio caminetto di rozzi mattoni.
Posò un gomito sulla stretta mensola e mi sorrise con gli occhi scintillanti di
gioia.
«Da un altro aspetto alle cose, non è vero?» disse.

Era certamente così. Vi era un calore, in questa stanza, dovuto ai raggi diretti del
sole che si riflettevano sulle mura; ma vi era anche qualche cosa di più, una
vivacità, una vitalità, qualche cosa di intangibile ma tuttavia reale. Devi essere
aperto a questo, tuttavia, mi sussurrò una vocina dentro di me. Devi volerlo
sentire. A volte sono un cinico, ma ho anche sentimenti più sottili, e l'atmosfera
della stanza, unita all'entusiasmo di Midge, liberava in qualche modo questi
sentimenti. E tuttavia un'altra parte di me stesso si chiedeva se sarebbe stato lo
stesso d'inverno, quando nubi colme di pioggia avrebbero nascosto il sole.
Questa energia interiore sarebbe rimasta? Quella magia: quella parola echeggiò
nella mia mente per la prima volta, si sarebbe dissolta? Ma in quel momento non
vi badai. Il presente e il desiderio improvviso di andare a vivere in quel posto
erano tutto ciò che contava.

Andai da Midge e la strinsi a me così forte da mozzarle il fiato. «Sai, comincia a


operare anche su di me,» le dissi senza capire veramente quello che dicevo.

Il resto della casa fu una delusione. Trovammo una lunga spaccatura ramificata,
che andava dal pavimento al soffitto in una delle stanze, e della muffa sulle
pareti in un'altra.

Il piccolo bagno era funzionale, e la vasca da bagno aveva delle chiazze


giallastre. La scala portava a un semplice attico con stanze di strana forma
ricavate nel tetto, poco rischiarate da piccole finestre. I soffitti, tuttavia, erano
ben squadrati, e da una botola si poteva salire nella soffitta. Avrei avuto bisogno
di una sedia o di una scala per andare a darvi un'occhiata, così lasciai correre; ma
immaginai che nel tetto dovevano esserci molte aperture giudicando dalle
numerose tegole rotte sparse sul terreno esterno. Ispezionammo il secondo e il
terzo piano trovando telai di finestre rotti, armadi a muro in rovina, porte che
non si chiudevano, chiazze d'umidità e altre crepe nei muri sebbene meno
evidenti di quella che andava dal pavimento al soffitto. Anche le scale
protestavano sotto il nostro peso e un'asse si piegò tanto che mi affrettai a saltar
via temendo che si spezzasse. E naturalmente tutto era coperto da uno spesso
strato di polvere.

Non so perché ma evitammo di tornare nella stanza rotonda: forse sentivamo


inconsciamente che la sua atmosfera aveva su di noi effetti troppo intensi per
essere sperimentati due volte in un giorno, o forse desideravamo solo mantenere
una certa obiettività dopo avere visitato il resto del villino. Non ebbi difficoltà
nel girare la chiave quando chiusi dietro di noi la porta d'ingresso, e
ripercorremmo il sentiero più lentamente che all'andata.

Passato il cancello, Midge e io ci voltammo e ci appoggiammo al cofano


dell'automobile, io con un braccio sulle spalle di lei, entrambi assorti per un
momento nei nostri pensieri. Lo squallore del giardino e le misere condizioni di
tutto l'edificio sembravano essersi impressi molto fortemente in me e, quando
guardai Midge, ebbi la certezza di vedere un'ombra di dubbio anche nei suoi
occhi.

Ero turbato dallo svanire del mio entusiasmo e avrei voluto che lei dicesse
qualcosa per farmelo ritrovare. La sua incertezza era l'ultima cosa che mi
aspettavo.

Diedi un'occhiata all'orologio e dissi: «Andiamo a discutere la cosa davanti a un


bel bicchiere di birra e a un panino.»

I suoi occhi non lasciarono Gramarye mentre salivamo in macchina e, quando


avviai il motore, allungò il collo per dare un ultimo sguardo dal finestrino
posteriore. Non invertii la marcia, ma proseguii nella stessa direzione seguita nel
cercare il villino, ricordando che, nel viaggio di andata, non avevamo incontrato
né un bar né un ristorante. Dopo una decina di minuti buona trovai quello che
cercavo e fui molto soddisfatto. Un'osteria costruita con travi di solida quercia
dipinte di un bianco smagliante con un irsuto tetto di paglia. Rozzi tavoli di
legno e panche nel giardino senza ombrelloni con scritte pubblicitarie che
sciupassero il fascino campestre. L'Osteria della Foresta mi piacque a prima
vista.

Nemmeno l'interno fu una delusione: lampioni da carrozza, finimenti da cavallo


di ottone e di cuoio fissati ai muri, un enorme camino nel quale si sarebbe potuto
arrostire un maiale, il distributore delle sigarette discretamente nascosto in un
angolo buio. Nessun juke-box, nessun gioco elettronico. Nemmeno il forno a
microonde sul banco, sebbene un menù scritto su una lavagnetta avvertisse che
si potevano avere spuntini caldi. L'osteria aveva parecchi clienti sebbene non si
potesse dire affollata, e io ordinai una pinta di birra per me e un succo d'arancia
per Midge al grosso barista con le guance venate di azzurro e con lunghi ciuffi di
capelli incollati ai lati di un cranio peraltro calvo. Aveva il portamento
autoritario di un signorotto di campagna.
«Di passaggio?» chiese senza alcuna curiosità mentre riempiva di birra il
boccale.

lo stavo studiando la lista dei cibi e risposi distrattamente: «Più o meno.» Poi,
rendendomi conto che avrebbe potuto darci qualche informazione sulla località,
se non sul villino, aggiunsi: «Siamo andati a vedere una casa in vendita non
lontano da qui.»

Lui alzò le ciglia. «La casa della vecchia Flora Chaldean, vero?» Arrotava un po'
la erre.

Assentii: «Sì, Gramarye.»

Lui ebbe un riso soffocato prima di voltarsi a prendere una bottiglia di succo
d'arancia, e Midge e io ci scambiammo uno sguardo stupito.

«Un bel posticino, quella villetta,» suggerii mentre lui versava il succo.

Lui alzò lo sguardo, prima su di me e poi su Midge, sempre versando e sempre


sorridendo, ma si limitò a dirci il prezzo delle consumazioni.

Midge di solito è molto riservata, per non dire schiva, così che rimasi stupito
quando disse fredda e a chiare lettere: «C'è qualche cosa di buffo in questo?»

Il barista tornò a considerarla e notai che, come molti altri prima di lui, non era
del tutto indifferente al suo aspetto. Quanto a me, mi sentivo un blocco di
cemento nello stomaco. Come ho detto era grosso, e devo aggiungere che le sue
braccia nude appoggiate sul banco, apparivano forti come quelle di un muratore.
Mandai giù un sorso di birra mentre lui si sporgeva in avanti.

«Mi scusi, signorina,» disse. «Non volevo essere maleducato.» E poi si affrettò
verso l'altra estremità del banco per servire un altro cliente.

Stacci attento un'altra volta, gli intimai, naturalmente fra me. «L'idea Midge,»
dissi pazientemente, «era quella di fare conoscenza con la gente del luogo. Non
abbiamo ordinato niente da mangiare.»

«Non ho più appetito. Possiamo sederci fuori?»

Nel giardino solo pochi tavoli erano occupati, e noi ci sedemmo a uno un po'
appartato. Posai i bicchieri sulla ruvida superficie e mi sedetti su di una panca di
fronte a Midge (ci è sempre piaciuto guardarci direttamente). Mi accorsi che era
sempre imbronciata con ^barista, così le accarezzai una mano sorridendo.

«E il modo della gente del luogo per tenere i visitatori al loro posto facendogli
capire che ne sanno più di loro» spiegai.

«Che cosa? Quell'uomo? Oh, no, non ne faccio alcun conto. Flora Chaldean era
probabilmente l'eccentrica del luogo, una di cui si poteva sorridere perché era
diversa da loro. Doveva essere una vecchietta solitària, senza famiglia, che
viveva per conto suo. No, io pensavo a Gramarye.» Prese un sorso di succo
d'arancia.

«Non sei più tanto entusiasta, adesso?»

Parve colpita. «Oh, sono più che entusiasta. Ma sembra che in quel villino vi
siano degli elementi in contrasto.»

Questa volta fui io a rimanere colpito. «Di che diavolo stai parlando?»

«Quel luogo così vuoto...»

«È rimasto disabitato per molto tempo.»

«Sì, ma non hai notato? Non c'erano ragni né ragnatele, né insetti di qualsiasi
genere. Non vi erano nemmeno tracce di topi. Non vi erano uccelli annidati sui
cornicioni, sebbene il villino sia circondato da un bosco. Gramarye è un guscio
vuoto.»

Non lo avevo notato, ma aveva ragione: avrebbe dovuto essere un paradiso per
animali striscianti e uccelli nidificatori.

«E tuttavia,» continuò lei, «la stanza rotonda aveva un'atmosfera così particolare.
Tu l'hai sentito: là dentro ti è successo qualche cosa.»

«Sì, ho avuto un capogiro, niente altro. Forse era la fame.» Diedi un'occhiata
bramosa all'osteria.

«Solo questo?»
Non volevo entrare nell'argomento. «In che senso?» «Credo che il sole mi abbia
accecato mentre salivo le scale. Il bagliore mi ha un po' annebbiato il cervello.»

Mi studiò per un paio di secondi, poi disse: «Bene.» Solo questo. Nessuna
obiezione, nessuna discussione. Aveva accettato il fatto che non desideravo
aggiungere altro. Per questo era così facile vivere con Midge.

Bevvi metà della birra mentre Midge mi guardava. Occhi inclinati, capelli neri e
un delicato mento appuntito. Per questo, a volte, la chiamavo Folletto.

«E adesso dove andiamo?» chiesi passandomi il dorso della mano sulle labbra.
«Sono preoccupato di quanto ci costerà rimettere in sesto quel luogo.»

«Ma a te piace, non è vero?» Si chinò sopra il tavolo con un sussurro di


complicità fissandomi ancora con quel suo sorriso. «Non ti sembra che la
posizione sia ideale? Immagina quanto lavoro potremo fare. I miei disegni, la tua
musica. Mike, potrai far tanto, lo sai. E forse scriverai finalmente quelle storie
per bambini che io illustrerò. Saremo una coppia formidabile!»

lo meditai su tutto questo. A volte Midge fuggiva in un mondo tutto suo,


lontanissimo dalle città soffocanti e dagli avidi mortali, e aveva l'abilità di
attirarvi anche gli altri... se voleva. Io dovevo rimanere per lo più il pragmatista,
sebbene non cessassi di stupirmi di quanto realista e terra terra potesse essere
quando era necessario.

«Senti, adesso ti dirò quello che faremo,» dissi. «Torniamo dall'agente e


mettiamo le carte in tavola. Gli facciamo notare tutte le magagne che ci sono,
grandi e piccole, e proponiamo un'offerta più bassa per coprire le spese. Se
Bickleshift ci sta, bene; altrimenti... dovremo affrontare la realtà.»

Lei non poté fare obiezioni, ma io non potei fare a meno di rimproverarmi per
averla messa in ansia.

E così facemmo. Finimmo di bere e tornammo a Cantrip, io con lo stomaco che


brontolava e Midge in silenzio. Quando passammo davanti a Gramarye, voltò lo
sguardo verso il villino e ancora una volta tenne il collo teso finché non lo perse
di vista.

Arrivammo al villaggio un bel po' dopo mezzogiorno e trovammo Bickleshift


che si domandava come passare il resto della giornata. Gli spiegai la situazione
dicendogli che il villino ci piaceva, che avremmo voluto acquistarlo, ma che vi
erano degli inconvenienti gravi, degni di attenzione perché avrebbero inciso pro-
fondamente sulle nostre finanze. Che ne diceva di una diminuzione di
quattromila sterline sul prezzo stabilito?

Lui fu comprensivo e ci capì perfettamente, ma disse di no.

L'avviso avvertiva che Gramarye richiedeva alcuni restauri, e probabilmente


sarebbero costati cari. Ma lui non aveva l'autorità di accettare questo ribasso né,
dovette ammetterlo, era professionalmente incline a farlo. Dopo tutto era una
«proprietà desiderabile» in un luogo altrettanto «desiderabile».

Mi accorsi che Midge aveva perso il suo entusiasmo e la delusione assalì anche
me. Sebbene avessi sentimenti contrastanti circa l'affare, l'apprendere che non
potevamo farvi fronte in alcun modo mi lasciò più frustrato di quanto credessi.
Tentai un ribasso di tremila sterline.

Bickleshift rimase fermo spiegando che gli esecutori del testamento di Flora
Chaldean avevano stabilito un prezzo minimo, senza contare che noi eravamo
solo i primi di una lunga lista di altri possibili acquirenti. Ci disse questo in
modo molto amichevole, ma gli agenti immobiliari non brillano per generosità.

Il nostro problema era che non solo avremmo dovuto vivere a Gramarye, ma
avremmo anche dovuto lavorarvi, così che le condizioni dovevano essere
ragionevoli per entrambi. Inoltre avrei dovuto costruire un sia pur piccolissimo
studio di registrazione; niente di straordinario, ma anche il minimo
indispensabile avrebbe richiesto una certa quantità di denaro. E non era facile
trovarlo, inutile cercare di illuderci. L'idea era buona ma non attuabile. Addio
nido d'amore in campagna.

Ce ne andammo col cuore pesante e con la promessa, da parte di Bickleshift, di


tenersi in contatto con noi se vi fossero stati ulteriori sviluppi. Midge non
pronunciò parola per tutto il viaggio di ritorno, e io non potei dir nulla per
consolarla.

Quella notte pianse durante il sonno.


6.
TRE COLPI DI FORTUNA
Un vecchio proverbio cinese che ho appena inventato dice: Quando la fortuna è
dalla vostra parte, il denaro non serve.

Il mattino dopo, il campanello ci svegliò verso le otto e mezzo: orario quasi


impensabile per me e Midge che scese dal letto per rispondere. Con un occhio
aperto vidi la sua faccia ancora gonfia e gli occhi arrossati dalle lacrime mentre
lei si infilava la vestaglia e lasciava la stanza da letto. Mugolai e affondai la testa
nel cuscino quando, dopo che lei ebbe aperto la porta d'entrata udii il familiare
grugnito: «Buon giorno». Val Harradine, la sua agente, si annunciò nel primo
mattino.

Le voci passarono nella cucina, quella di Midge appena udibile e quella della
grossa Val rauca come quella di un asmatico fumatore. Val era una donna a
posto, sebbene un tantino prepotente; quello che mi irritava era il modo in cui a
volte costringeva Midge ad accettare un lavoro che non le piaceva. Quando seppi
dello scopo della sua visita, quel mattino, avrei baciato la sua testona, baffi e
tutto.

Midge tornò volando nella stanza da letto e saltò sul letto mettendosi a
cavalcioni sul mio stomaco e scuotendomi le spalle, lo gemetti e tentai di
sottrarmi al suo peso.

«Non te lo immagineresti mai,» gridò lei inchiodandomi lì e ridendo.

«Andiamo, Midge, è troppo presto,» protestai.

«Valerie, ieri, ha tentato di telefonarmi per tutto il giorno...»

«Una notizia meravigliosa. Vuoi toglierti di lì?»

«Non ha potuto avvisarci eravamo via, e ieri sera non ha potuto chiamarci perché
era fuori casa lei.»

«È fascino...»

«Ascolta. Ieri mattina è andata all'agenzia d'arte Gross e Newby.»


«L'agenzia che non ti piace.»

«L'adoro. Fanno una grande mostra la settimana prossima, e il direttore vuole


che mi occupi dei manifesti. Ne vogliono tre, Mike, e pagano bene.»

A differenza degli editori di libri e di riviste, le agenzie pubblicitarie pagano


bene le prestazioni artistiche - di solito paga il cliente - così che mi passarono
per la testa fasci di assegni disperdendo le ultime ombre del sonno.

«Cinquecento sterline al pezzo,» disse una voce rauca. Alzai gli occhi per vedere
la grande faccia della Grossa Val che spiava dalla porta, una visione non proprio
piacevole per uno stomaco vuoto, anche se oppresso dal peso di Midge. Tuttavia,
in quel particolare momento, era la benvenuta e feci del mio meglio per essere
gentile.

«Meno il suo venti per cento,» dissi.

«Naturalmente,» rispose lei senza sorridere.

Le inviai comunque un bacio: non sarebbe stato decente, mezzo nudo com'ero,
farlo fisicamente. Sempre con le mani sulle gambe di Midge, chiesi sospettoso:
«Per quando li vuole?»

«Per lunedì,» mi rispose lei.

«Midge, dovrai sgobbare mica male.»

«Andrà benissimo, lavorerò nel fine settimana. Se la mostra va bene l'agenzia


raddoppierà il compenso.»

«Tremila?»

«Meno il mio venti per cento,» intervenne la Grossa Val.

«Naturalmente.»

L'idea che Midge dovesse fare tre di queste illustrazioni mi preoccupava: lei non
si risparmiava nel suo lavoro, né barava, e aveva uno stile particolarmente
raffinato nei particolari. Anche con quei limiti di tempo, sapevo che ci avrebbe
messo tutta se stessa in quei disegni.
«Ti rendi conto di che cosa significa, Mike?» mi chiese con gli occhi sgranati
scintillanti. «Potremo comprare il villino, potremo accettare la loro richiesta.»

«Non proprio.» Le ricordai tutte le spese necessarie. «Ci mancheranno sempre


un migliaio di sterline, anche se tu ottenessi l'intero importo per i manifesti.» Se
pensavo che quella mia frase avrebbe gettato una nube sui progetti di Midge mi
sbagliavo. Le mie parole non le fecero alcuna impressione.

«So che sta andando tutto benissimo. Lo sapevo appena mi sono svegliata
stamattina.»

«Margaret, dobbiamo sbrigarci,» la interruppe "Venti per Cento". «Ho promesso


che ti avrei accompagnato all'agenzia, per ricevere istruzioni, subito dopo le
nove. Scendo a cercare una macchina; ti do cinque minuti per raggiungermi.

Sette minuti dopo, Midge se n'era andata lasciandomi l'umida impronta di un


bacio su una guancia e un po' confuso. Ero contento e preoccupato al tempo
stesso. Il denaro poteva permetterci di impegnarci per i lavori che si dovevano
fare a Gramarye, forse. In ogni caso promisi a Midge, prima che mi lasciasse,
che avrei telefonato a Bickleshift per fargli una nuova proposta. Ma le cose
andarono in modo diverso.

Mi ero rasato, avevo fatto il bagno e stavo facendo colazione leggendo il Rolling
Stone, quando il telefono squillò. Bickleshift era all'altro capo della linea.

«Il signor Stringer?»

«Sì.» Bevvi un sorso del caffè che avevo portato con me, e mi bruciai le labbra.

«Sono Bickleshift.»

Mi feci subito attento. «Oh, lei!»

«Le ho detto che le avrei telefonato se vi fossero stati altri sviluppi. Ieri ho
valutato la sua situazione e mi sono preso la libertà di prender contatto con gli
esecutori della defunta Flora Chaldean.»

Non dissi nulla della lunga lista di probabili clienti di cui ci aveva parlato.
«Davvero? E stato molto gentile da parte sua.»
«Vede, non so come spiegarle, ma la vendita di Gramarye rappresenta per me
qualcosa di diverso dalle vendite che ho trattato in precedenza.

«Non capisco...»

«Ecco, indipendentemente dal prezzo, vi sono altri aspetti relativi alla vendita.
L'avvocato che si occupa della cosa, un certo signor Ogborn, della Ogborn,
Puckridge & Quenby, mi ha pregato di fargli sapere qualche cosa sul... come
dire?... sull'acquirente interessato al villino. Sembra che Flora Chaldean avesse
delle idee precise su chi poteva comprarlo qualora sua nipote lo avesse messo in
vendita.»

«Capisco.» In realtà non avevo capito niente, ma cos'altro potevo dire?

«Il signor Ogborn chiede se è possibile per lei e sua... e per la signorina
Gudgeon, passare dai suoi uffici a Burbury, domani mattina o anche oggi.»

«Hhm, è un po' difficile. Non credo che Midge possa oggi... è molto presa in
questi giorni.» Non mi piaceva l'idea di essere sottoposto a una specie di esame.

«Ah.» Vi fu un breve silenzio all'altro capo. «È importante che ci sia anche la


sua amica. Il signor Ogborn è molto ansioso di conoscervi.

Qualche volta io ho delle intuizioni, e qualche cosa mi diceva che per il signor
Ogborn era Midge la parte importante della nostra coppia. «Al momento non è
qui, e così non posso darle una risposta definitiva. Spero che ci riusciremo.»
Povera Midge, stava per essere messa davvero sotto pressione.

«Sarebbe un'ottima cosa. Le do il numero di telefono della Ogborn, Puckridge &


Quenby, così potrete mettervi d'accordo per un appuntamento. Riguardo alla sua
prima offerta, credo che troverà il signor Ogborn molto accomodante anche se
non scenderà proprio alla cifra da lei suggerita. Comunque, buona fortuna.»

Annotai il numero e ci salutammo. Forse ero rimasto un po' confuso da quella


telefonata perché quando tornai in cucina, rimasi lì seduto per qualche tempo
fissando la tazza di muesli e domandandomi che diavolo succedeva. Ma le
sorprese del mattino non erano ancora finite.

Un'oretta più tardi ricevetti un'altra telefonata. Midge non era ancora tornata e io
stavo pensando se telefonare o no all'agenzia per avere sue notizie. Me n'ero
rimasto seduto al tavolo della cucina, in jeans e maglietta, facendo calcoli su di
un foglietto mentre, appoggiata a una bottiglia di latte davanti a me, c'era una
lista degli inconvenienti di Gramarye che dovevano essere sistemati (come la
crepa che andava dal pavimento al soffitto nella stanza da letto). Tornai al
telefono sistemandomi la matita sull'orecchio e mormorando numeri fra me. Il
telefono squillò.

«Mike? Sono Bob.»

Bob è un impresario di tournée per complessi rock e simili, un mio amico di


vecchia data. Eravamo sempre in coppia, ma io ero quello che era riuscito a
conquistarsi la ragazza ambita da tutti. Fortunatamente Bob non è affatto un tipo
geloso.

«Oh, Bob, come va?»

«Lascia perdere. Sei libero la settimana prossima?»

«Posso trovare un momento.»

«Intendo tutta la settimana. Gli Everly sono ancora in città.»

«Un'altra tournée?»

«A colpo sicuro. Albert sta mettendo insieme un nuovo complesso e vuole


sapere se sei libero.»

«Stai scherzando?»

«L'ho mai fatto?»

«Sì, sono libero. Posso liberarmi da tutti gli impegni.»

«Conosci la loro routine?»

«Sono un po' più vecchiotti di me; ma la routine la conosco, Albert mi metterà al


corrente di tutto.

«Magnifico. È un colpo di fortuna!»

Terzo colpo di fortuna.


Dopo esserci accordati sui particolari e aver promesso che ci saremmo visti per
«un goccetto» nel prossimo futuro, riappesi e tornai in cucina scuotendo la testa
pensando a quella strana giornata. Adesso non avevo più scuse per non comprare
il villino, e non ero sicuro dei miei sentimenti al riguardo. Tuttavia sorridevo
immaginandomi la faccia di Midge quando le avrei raccontato le novità.
7.
OGBORN
Il giorno dopo partimmo presto per Bunbury. La reazione di Midge quando era
tornata dall'agenzia e io le ebbi detto delle due telefonate, mi aveva sorpreso: si
limitò a sorridere come se tutto il succederei degli eventi fosse stato
perfettamente previsto. Mi gettò le braccia al collo, mi baciò sul naso e mi disse
enigmaticamente: «Sapevo che sarebbe andata così.»

Lavorando sugli abbozzi di disegno che il direttore le aveva consegnato (il


cliente era una catena di negozi d'abbigliamento per ragazzi, da 0 a 12 anni)
aveva schizzato tutti e tre i manifesti quella notte stessa, lo avevo telefonato al
procuratore Ogborn nelle prime ore del pomeriggio e fissato un appuntamento
nel suo ufficio per il mattino seguente alle dieci e mezzo. Lui disse che era
ansioso di incontrarci.

Il viaggio implicava la perdita di un giorno intero per quel che riguardava


l'impegno di Midge, ma lei era pronta a lavorare notte e giorno per il resto della
settimana e a finire le illustrazioni per il lunedì. L'agenzia ne aveva bisogno per
poterne fare delle copie fotografìche, con le iscrizioni aggiunte e presentarle al
cliente entro la settimana. Come tutte le cose artistiche, i disegni potevano
andare benissimo al primo colpo o in modo disastroso: per amor di Midge,
pregavo il cielo che si avverasse il primo caso.

Bunbury risultò essere una di quelle fiorenti città commerciali molto più
piacevoli del villaggio di Cantrip: strade strette, case e osterie rivestite di legno,
frontoni a timpano e negozi con le finestre ad arco: subito fuori dell'affollata
piazza del mercato, vi era un viale moderno pieno di negozi, ma anche questo si
fondeva armoniosamente con i più vecchi fabbricati attorno. Vi era un vivace
trambusto che ci rianimava dopo la levata mattutina e il lungo viaggio.
Trovammo gli uffici della Ogborn, Puckridge & Quenby in una strada senza
uscita appartata, pavimentata a ciottoli, con vecchi edifici a terrazze, di mattoni
rossi, protetti da ringhiere alte fino alla spalla e rampe di gradini che portavano a
ogni portone. L'interno della O. P. & Q era piuttosto austero, funzionale senza
ornamenti, dignitoso ma privo di carattere. Non vi erano ornamenti nemmeno
nel signor Ogborn sebbene avesse indubbiamente una dignità vecchio stile e un
aspetto che ricordava certi personaggi di Dickens. Non era facile dargli un'età,
comunque doveva essere fra i sessanta e gli ottanta.
Aveva modi pacati ma vivaci, il dorso un poco incurvato, la figura sottile. Gli
occhiali cerchiati d'oro posavano su di un naso spudoratamente adunco, e i suoi
occhi dalle lunghe ciglia erano del grigio più pallido che avessi mai visto; ma
non erano duri.

Mi tese una lunga mano ossuta e, quando la strinsi, fui sorpreso dalla solidità
della sua stretta. Trattenne quella di Midge un poco più a lungo del necessario, o
così mi parve, e la scrutò con un interesse che non aveva dimostrato per me.
Forse non si è mai troppo vecchi. Ci aveva condotti nel suo ufficio una segretaria
che non doveva essere molto più giovane di Ogborn e che lo trattava con la
tranquilla reverenza che può essere dovuta a un cardinale o a un presentatore
televisivo. Quando ci lasciò, chiudendo piano la porta dietro di sé, Ogborn ci
indicò due sedie di fronte alla sua scrivania rivestita di cuoio. Midge e io ci
sedemmo.

«Siete stati molto gentili a venire fino a qui» cominciò con voce secca e fragile
probabilmente come le sue vecchie ossa. «Il signor Bickleshift mi ha informato
del vostro interesse per Gramarye e ho pensato che sarebbe stato opportuno
incontrarci. Credo che siate veramente interessati alla proprietà.»

La risposta di Midge fu pronta. «Ci piacerebbe acquistare il villino.»

Io mi accomodai sulla sedia approvando, quando il procuratore si rivolse a me.

«Ma le esigenze finanziarie sembrano darvi qualche problema.»

Questa volta fui più rapido di Midge. «Il luogo esige parecchi restauri. C'è una
grande crepa...»

«Sì, mi rendo conto che il villino si è deteriorato negli ultimi mesi,» mi


interruppe. «Come esecutore di Flora Chaldean, ho l'autorità di considerare ogni
offerta ragionevole e credo che quanto prima Gramarye sarà occupata, tanto
meglio sarà per le sue condizioni generali.»

«Bene, sarà necessaria una somma considerevole per prevenire ulteriori


deterioramenti, signor Ogborn,» gli feci notare.

«Certo. Denaro e buona volontà.»

Buona volontà?
Sorrise alla mia silenziosa sorpresa. «Sono convinto che le case vivano e
respirino attraverso le persone che vi abitano, signor Stringer.»

Io non volevo discutere questo punto, nel momento in cui i negoziati erano
ancora in uno stadio «delicato». Ma Midge apparve pronta a convenirne.

«E proprio questo di cui Gramarye ha tanto bisogno adesso, signor Ogborn: di


vita nelle sue mura.»

Non vidi alcun imbarazzo nello sguardo fermo del procuratore, ma mi affrettai
ad aggiungere: «Tutte le case disabitate diventano alla fine dei mausolei, stantii e
decrepiti. Basta un po' d'aria per ravvivarle. A volte...»

«Posso farle una domanda personale, signorina Gudgeon?» chiese Ogborn.

«Prego,» rispose Midge.

«Lei ha un'attività, svolge una professione?»

«Sono illustratrice.»

«Ah.» Sembrò compiaciuto.

«Illustro per lo più libri per bambini.»

«Capisco.» La studiò per alcuni secondi e io cominciai a irritarmi un poco per la


sua esagerata attenzione.

«Io sono musicista,» dissi.

«Capisco.» Il suo sorriso parve affievolirsi.

«Può dirci qualche cosa su Flora Chalde.an?» chiese Midge. «Deve avere vissuto
a Gramarye per molti anni.»

«Sì,» rispose Ogborn raddrizzandosi sulla sedia per quanto glielo permetteva la
curvatura della spina dorsale. «Mi risulta che era un'orfana adottata dai
proprietari del villino, che erano senza figli, prima che scoppiasse la prima
guerra mondiale e che è stata allevata come una figlia. Non vi fu un atto ufficiale
di adozione, e sembra che nessuno sapesse con esattezza la sua età quando morì.
Credo che gli anni non avessero un gran significato nemmeno per Flora stessa.»

«Si è mai sposata?» chiese Midge.

«Solo per un breve periodo. Suo marito rimase ucciso nell'ultima guerra dopo
solo due o tre anni di matrimonio, credo. La nipote che ha ereditato la proprietà è
sua, e posso aggiungere che rintracciarla non è stato facile. E sulla sessantina, e
non ha alcun interesse per Gramarye cosa comprensibile, date le circostanze.

«E di che cosa viveva la signora Chaldean?»

Se il signor Ogborn trovò indiscreta la domanda di Midge, non lo diede a vedere.


«Oh, i suoi genitori adottivi le avevano lasciato una piccola eredità, e credo che
godesse anche della magra pensione di vedova di guerra. Ho il sospetto che
praticasse anche una forma di baratto con le persone del luogo, una cosa
consueta nelle parti più isolate del paese.»

«Una forma di baratto?» Non capivo che cosa avesse a che fare tutto questo con
l'acquisto di una casa, ma volevo approfondire.

«Da queste parti si dice che Flora Chaldean era una guaritrice. Niente di
eccezionale, intendiamoci, ma preparava delle pozioni per i malati del luogo,
colpiti da raffreddori persistenti, mal di gola e simili, e in cambio loro le davano
polli, conigli, verdure e altre cose. Piccole cose, niente di importante, niente che
avesse a che fare col fisco. Preparava le sue pozioni in base a vecchi o addirittura
antichi rimedi tradizionali. Sembra anche che avesse una straordinaria capacità
di guarire animali malati o feriti.» Ogborn si guardò le mani che teneva
intrecciate sul piano del tavolo, e aggiunse quasi tra sé: «Molto notevole.»

lo quasi sorrisi pensando alle misture e agli incantesimi delle streghe e alle
gambe di bambini bollite. Se avessi potuto farlo senza essere notato, avrei dato
un colpo di gomito a Midge. Invece le rivolsi una rapida occhiata e mi accorsi
che stava riflettendo su ciò che Ogborn aveva detto.

Schiarendomi la gola, cercai di riprendere l'argomento. «Quanto al prezzo...»

I suoi modi divennero immediatamente più incisivi. «Be', dunque, so che siete
preoccupati del costo. Riconosco che le condizioni della proprietà sono
peggiorate durante i mesi invernali, dopo la morte del proprietario, e che forse la
prima valutazione era troppo alta, sebbene ultimamente i prezzi delle case siano
aumentati.»

«Signor Ogborn, il prezzo non è...» cominciò Midge, ma io la interruppi: «Credo


che potremmo incontrarci a metà strada.»

«Lei ha chiesto al signor Bickleschift... una riduzione di tremila sterline.»

«Veramente quattromila.» Ignorai l'occhiata fulminante che mi lanciò Midge.


Ogborn consultò un taccuino sulla scrivania.

«Ah! Avevo capito tremila,» disse.

«Ebbene sì, si era accennato a questa cifra, ma più riusciremo a risparmiare sul
prezzo e più potremo spendere per i restauri.»

«Un'altra coppia è venuta da me ieri, e anche loro erano molto interessati...»

«Ma penso che potremmo racimolare un altro migliaio di sterline.»

«Io mi sono impegnato con la parente della defunta signora Chaldean a ottenere
il miglior prezzo possibile. Comunque devo anche osservare i desideri espressi
da Flora Chaldean nel suo testamento. Ossia di trovare una persona o persone
adatte a vivere in Gramarye.»

Questo discorso non mi piacque affatto e ancor meno la sensazione di non essere
incluso in quel plurale. Lui continuava a rivolgersi direttamente a Midge.

«Che cosa ne direste,» continuò Ogborn, «se vi proponessi una riduzione di 1500
sterline?»

«Accetteremmo, signor Ogborn,» disse subito Midge.

«Accettiamo,» confermai io più lentamente.

«Allora affare fatto!» concluse Ogborn.

Tirai segretamente un respiro, e Midge, meno introversa, balzò sulla sedia.


«Magnifico!» esclamò e, senza vergogna, si chinò a baciarmi sulla guancia.

«Naturalmente dovrò chiedere un deposito,» disse Ogborn, «e spero che il vostro


avvocato si metterà in contatto con me al più presto. Immagino che facciate
l'acquisto con i vostri nomi congiunti.»

Assentimmo mentre lui ci guardava inarcando le sopracciglia. Io mi sentivo in


faccia uno sciocco sorriso per l'esuberanza di Midge. Ma non solo per quella:
anch'io ero contento dell'affare. Improvvisamente ero convinto dell'acquisto. Sì,
stavo per godere una vita in campagna. Sarebbe stato un ritorno alla natura. E
Gramarye stava per diventare la nostra prima vera casa.

Ma ancora una volta quella mia tormentosa meticolosità fece capolino.

«Non capisco una cosa,» dissi a Ogborn. «Il signor Bickleshift aveva accennato
che numerose persone erano interessate al villino.»

«Vi sono state sei richieste da quando è apparso l'annuncio, come le ho detto; io
stesso ho incontrato un'altra giovane coppia proprio ieri sera.»

Mi sentivo indiscreto, ma non potei farne a meno. «E allora perché proprio noi?
Non mi fraintenda: per quel che ci riguarda l'affare è fatto; ma mi domando se le
offerte degli altri erano più basse delle nostra.»

Ogborn fu visibilmente divertito. «Al contrario, signor Stringer. Quelli che erano
interessati erano disposti a pagare il prezzo intero.»

Ero sempre più curioso.

Lui continuò: «Ma le ho già spiegato: Flora Chaldean insisteva perché Gramarye
venisse acquistata dalle persone adatte. Alcuni degli altri acquirenti erano solo
degli speculatori, gente che avrebbe rinnovato, modernizzato il villino e subito
dopo lo avrebbe rivenduto a un prezzo esorbitante, mentre altri volevano usare il
villino solo come seconda casa per il fine settimana. Era molto diverso da quello
che la mia defunta cliente aveva in mente per Gramarye.» Fece una pausa. «E
poi c'erano quelli che avevano programmi del tutto differenti.»

Pronunciò queste ultime parole con voce tranquilla, quasi fra sé.

«Mi scusi,» dissi.

Rimase appoggiato contro lo schienale della sedia. «Non ha importanza, signor


Stringer, non ha importanza. So che adesso avete davanti a voi un lungo viaggio,
e non vi trattengo oltre. Avvertirò Bickleshift del nostro accordo, e forse lei potrà
farmi avere quel deposito entro un paio di giorni: naturalmente il nostro ufficio
provvedere a farle avere i documenti per il passaggio di proprietà.»

«Mike...» Suggerì Midge.

«Posso darle un assegno immediatamente.» E mi misi una mano in tasca.

«Magnifico. Le consegnerò una ricevuta e l'affare sarà fatto. L'agente mi ha


riferito che voi non avete problemi di vendita di un'altra casa, così non ci
saranno complicazioni.»

«E esatto, attualmente abitiamo in una casa in affitto. Come faceva Bickleshift a


saperlo?»

«Gliel'ho detto io quando ho telefonato lunedì,» rispose Midge. «Ho pensato che
il non dover dipendere da una vendita fosse a nostro favore.»

Era proprio sicura che avremmo comprato quella casa.

Concludemmo l'affare con Ogborn, gli stringemmo la mano e ce ne andammo.


Midge era stranamente esausta quando fummo fuori, nonostante sapessi che era
al settimo cielo; mi resi conto che era l'effetto della tensione degli ultimi due
giorni. Avremmo voluto celebrare subito l'evento, ma purtroppo il lavoro non ce
lo permetteva: doveva tornare a casa e cominciare le illustrazioni. D'altra parte io
dovevo andare da Albert Lee e lavorare agli arrangiamenti per la breve tournée
della prossima settimana. Sarebbe stato un lavoro duro e non vedevo l'ora di
cominciare; era passato molto tempo da quando avevo lasciato quell'attività e
avevo quasi dimenticato le difficoltà che comportava.

Partimmo da Bunbury e chiacchierammo per tutto il viaggio, stupiti della nostra


fortuna e facendo programmi. Midge e io avremmo dovuto fare una bella
faticata, ma sapevamo che ne valeva la pena. Oh, se lo sapevamo!
8.
TRASLOCO
Le cinque o sei settimane che seguirono furono una specie di sogno confuso in
un veloce susseguirsi di eventi. La tournée degli Everly registrò il tutto esaurito e
io mi divertii un mondo. L'andare in giro per la campagna dando sei concerti
consecutivi in varie città, non mi stancò affatto. Ero in uno stato di esaltazione
che superava tutto. Prima di partire potei vedere il risultato del febbrile lavoro di
Midge e nonostante il mio innato senso critico, lo trovai BRILLANTE. La
campagna pubblicitaria era diretta particolarmente ai più piccoli, e il direttore
aveva pensato a scene fiabesche, con castelli bianchi, cupe foreste, elfi danzanti
e tutti i motivi tradizionali, a cui erano sovrapposti fotograficamente elementi
moderni. L'abilità del fotografo avrebbe assicurato (si sperava) la giusta armonia.
Non ricordo l'effetto finale ma so che era un po' grossolano. Non saprei dire se il
messaggio era pacchiano o raffinato, ma sono sicuro che, se ebbero successo, il
merito fu in gran parte del lavoro artistico di Midge.

Grazie alla fama di lei e alla mia capacità di avere un impiego regolare
musicalmente parlando, non fu difficile ottenere un'ipoteca, anche se la
chiedemmo con i nostri nomi congiunti pur essendo solo conviventi.
Probabilmente il fatto che ognuno di noi avrebbe potuto far fronte da solo ai
pagamenti influì sull'atteggiamento favorevole della società finanziaria. Non che
chiedessimo molto: avevamo cominciato a depositare i nostri risparmi in quella
società, in vista di questo acquisto, fin da quando eravamo andati a vivere
insieme, e l'ammontare era notevole.

Riuscimmo ad andare al villino solo un paio di volte, nelle settimane che


seguirono, e tutte e due le volte furono giornate nuvolose così che l'impressione
non fu la stessa. Il sole dà un senso di calore non soltanto fisico. Tuttavia fu
anche più piacevole perché tutte e due le volte il luogo mi parve più bello.

Mi accordai con una ditta edilizia del luogo perché cominciasse i lavori non
appena fosse stato firmato il contratto definitivo, dando loro un elenco dei danni
che richiedevano un immediato intervento, e un altro di quelli minori che
avrebbero potuto essere riparati in seguito. Le pitture e le decorazioni avremmo
potuto farle noi, ma tutto quello che richiedeva capacità tecnica era compito loro.
Stabilimmo la data dell'inizio dei lavori, e quel mattino stesso giunse una strana
telefonata.
Midge era uscita con la pioggia per far compere, e io stavo accordando la mia
chitarra, mi sentivo un po' colpevole per aver trascurato il mio strumento,
quando O'Malley, il capomastro mi chiamò. Voleva sapere se non mi ero
sbagliato nel fare l'elenco dei danni. Certo in cucina vi era dell'acqua, e il muro
addossato al terrapieno doveva essere prosciugato, ma non aveva trovato traccia
di umidità sulle pareti al piano superiore. E che cosa intendevo per frattura
nell'architrave sopra il fornello? La pietra gli sembrava perfettamente sana. La
crepa dal pavimento al soffitto nella stanza da letto non era così grave come
avevo indicato; poteva essere riparata facilmente. Vi erano un paio di telai di
finestre che dovevano essere sostituiti, ma non era riuscito a trovare alcun
gradino pericoloso. Il tetto, certo, richiedeva un restauro, a meno che non volessi
dormire sotto le stelle, ma il serbatoio dell'acqua non era troppo arrugginito;
tuttavia consigliava di sostituirlo per evitare problemi più tardi.

Non so se rimasi più stupito nel trovare un capomastro così onesto o per avere
evidentemente esagerato i danni di Gramarye. Comunque erano buone notizie
anche se sconcertanti. Dissi a O'Malley di fare tutto quello che credeva
necessario e tornai alla mia chitarra, disorientato e rallegrato in eguai misura.

Quando Midge tornò dalle sue compere, bagnata fradicia e con i capelli incollati
sul volto, le raccontai le novità. Lei rimase lì, gocciolante sul tappeto,
guardandomi sbigottita. Avevamo scritto la lista insieme, in base ad appunti presi
durante una delle nostre visite al villino, così che non si poteva pensare a
eccessiva immaginazione da parte mia. Ricordo di aver notato allora che i danni
non erano così gravi come mi erano parsi la prima volta, tuttavia erano bene
evidenti. Discutemmo il mistero per tutto il pomeriggio e alla sera, poco prima di
andare a letto, non eravamo ancora giunti a una conclusione soddisfacente. E ci
addormentammo ancora perplessi.

Il giorno dopo fummo troppo indaffarati per tornare sull'argomento: io ero


impegnato in sedute di registrazione, soprattutto jingle pubblicitari, molto
redditizi; e Midge doveva preparare una serie di illustrazioni per un nuovo libro,
un genere insolito per lei perché si trattava di una raccolta di ricette culinarie.
Dovevamo anche organizzarci per la nostra vita futura: inviare annunci di
cambiamento di indirizzo, far installare l'impianto elettrico e il telefono nel
villino, firmare assegni per tutti quei lavori e Dio sa che cos'altro ancora,
acquistare nuovi mobili, un fornello elettrico e via di questo passo.

Bob riuscì a trovarmi, per pochi soldi, un furgone Ford da tre tonnellate,
generalmente usato per trasportare le attrezzature musicali, più un paio di
«gobbi» che sarebbero venuti con esso (i «gobbi» sono quei facchini che portano
grandi amplificatori e altre attrezzature da spettacolo a spettacolo), così che non
era necessario un trasloco fatto da professionisti.

Venne stabilito il giorno del trasloco, e Midge e io rinunciammo a qualsiasi


impegno per un mese. Pensavamo che ci sarebbe voluto tutto questo tempo,
anche facendo in fretta e, sebbene dopo tante spese non avessimo denaro da
buttar via, ne avevamo certo abbastanza per superare il periodo: gli dèi erano
stati benigni, con noi. I manifesti di Midge erano stati accettati dai negozianti di
abiti per ragazzi e, date le clausole finanziarie stabilite dalla Grossa Val, del 2,25
per cento di interesse in caso di mancato pagamento due settimane dopo la
consegna, l'onorario era già in banca. Il mio lavoro fu pagato sulla base di ogni
tre ore lavorative, e l'importo fu ricevuto con gratitudine alla fine di ogni
giornata o mezza giornata.

Il trasloco avvenne in una bella mattina, e noi ci trovavamo nel nostro


appartamento di città, adesso vuoto, dopo avere caricato il furgone che aspettava
in strada. All'improvviso eravamo un po' amareggiati: avevamo passato dei bei
tempi in quella casa, pur desiderando qualche cosa di più, qualche cosa di nostro.
E il nostro amore si era rafforzato lì.

Ci abbracciammo e demmo un'ultima lunga occhiata in giro. Poi ce ne


andammo.

Ci avviammo verso lo Hampshire la Nuova Foresta e Gramarye coi "gobbi" nel


furgone.
9.
IN CASA NOSTRA
Verso le sei di sera i "gobbi", con i biglietti da dieci sterline in tasca e un sorriso
stanco sul volto, se ne andarono lasciando Midge e me soli in Gramarye.

Dalla soglia di casa guardammo il furgone scomparire dietro la curva della


strada, e restammo lì ancora un poco respirando l'aria che si stava rinfrescando.
Io lasciavo vagare lo sguardo sulle distese erbose e i boschi davanti al villino,
domandandomi se prima o poi anche quella strada sarebbe mai divenuta piena di
traffico e se tutto quel silenzio non mi avrebbe fatto ammattire un poco. Da
Baron's Court al deserto con un solo salto. Pauroso.

Ma mi sentivo bene, veramente bene. Ero esausto, ma piacevolmente, non mi


sentivo affatto dolere i muscoli. Tirai Midge verso di me, e lei mi mise un
braccio attorno alla vita appoggiandomi la testa sulla spalla.

«Sono così felice, Mike,» disse piano. «Non so dirti quanto. Gramarye significa
tante cose per me.»

Sorrisi e la baciai sulla fronte. «Anche per me, Folletto. Anche per me. Credo
che abbiamo preso la decisione giusta. Guarda, anche i fiori si sono ravvivati per
darci il benvenuto.»

«Dev'essere stata tutta la pioggia di questi giorni; hanno dei colori bellissimi.»

«Qui non c'è bisogno di guardar lontano per trovare l'ispirazione.»

«Ho a portata di mano tutto quello che mi occorre.»

«Davvero?»

«Capisco, ma mi fa bene dirtelo.» 1 suoi occhi brillarono. «Le cose si stanno


mettendo bene, non è vero, Mike?»

«Sì, certo. Dio mio, ho voglia di cantare.»

«Risparmiamelo!»
«Non posso.»

Aprii la bocca, ma lei mi assestò un colpo nelle costole. «Spaventerai gli


animali.»

«Ah, sì. Scusami... Oh! potrei dormire per una settimana.»

«Vuoi una birra?»

«Vuoi dire che Igor e Mango non le hanno fatte fuori tutte?»

«No, li ho tenuti troppo occupati a trasportare i mobili. Si sono concessi soltanto


mezz'ora di riposo per una birra e un panino.»

«Sai di che cosa ho voglia?»

«Hai detto di essere stanco.»

«Non mi riferivo a quello che pensi tu. No, vorrei un tè.»

«Possibile che tu sia lo stesso tipo scatenato con cui ho condiviso un


appartamento a Londra? Dev'essere l'effetto dell'aria pura della campagna.
Nemmeno un caffè?»

«No, ho voglia di te.»

«Solo perché ti sono vicina.»

«Strano, ma quando mi sei...» cominciai a cantarellare. Poi le dissi: «Vai a metter


il bollitore sul fuoco»

Lei saltellò in casa ridacchiando fra sé.

Io mi diressi lentamente verso il cancello e sentii avvicinarsi un'automobile.


Presto uscì da dietro la curva e io la guardai passare, pensando che i divertimenti
erano ben pochi in questo angolo fra i boschi. I passeggeri della Citroen si
voltarono a guardarmi e io feci loro un cenno amichevole. Uno di loro, una
ragazza, mi sorrise e l'auto scomparve lasciando un leggero odore di benzina
dietro a sé.

Finito lo spettacolo, tornai tranquillamente su per il sentiero, guardando il


quadretto da scatola di cioccolatini del villino sullo sfondo del bosco con i fiori
selvatici che ravvivavano il primo piano. Mi sentii pervadere da una sensazione
di contentezza. Questa nuova vita richiedeva una certa abitudine e c'era ancora
molto da fare per rendere il luogo abitabile ma la buona atmosfera stavano già
tessendo il suo incanto, mi calmava e mi divertiva al tempo stesso e risvegliava i
miei sensi per tutto ciò che mi circondava. Sentivo forte la presenza di Midge
entro quelle mura irregolari, come se fosse diventata all'istante una parte di
Gramarye, un poco della sua essenza. Apparteneva all'insieme.

Mi fermai di colpo. Attento, mi ammonii, non lasciarti traportare. Non vorrei


dispiacervi, signora Chaldean, ma qui si parla semplicemente di una casa di
mattoni e di calcina con una piacevole vista, non di un tempio. Ripresi a
camminare scuotendo la testa.

Mi fermai ancora quando vidi un fringuello sulla soglia della porta d'ingresso.
L'uccellino mi volgeva il dorso guardando nell'interno scuro con bruschi
movimenti, a volte tendendo la testa da un lato, come se ascoltasse qualcosa.
Attesi, non volendo spaventarlo; questo fu il mio primo incontro ravvicinato con
la razza piumata.

Midge apparve sulla soglia muovendosi piano e fischiettandogli un gentile


benvenuto. Si inginocchiò nell'avvicinarsi e io mi meravigliai che il fringuello
non fuggisse. Osservai la scena con interesse.

Midge aveva in mano alcune briciole di pane e gliele offerse, ma lui la guardò
con sospetto. Io rimasi immobile godendomi lo spettacolo. Midge mise le
briciole sul pavimento presso la soglia, a pochi centimetri dall'uccello. Il
fringuello allungò ancora la testa e la guardò senza badare al cibo. Poi saltellò
fino al margine del gradino e io credetti che volesse entrare. Ma non fu così:
tornò ancora indietro, emise un alto cinguettìo che poteva essere un saluto e volò
via.

Ridemmo tutti e due mentre l'uccellino faceva alcuni rapidi voli sul giardino
prima di scomparire nel bosco vicino, e credo che questo piccolo episodio sia
stato per Midge il più importante della giornata.

«Ecco, » dissi allegramente entrando. «Adesso che sanno che siamo qui si
aspetteranno un caldo ricevimento.»

«Gli abbiamo dato il benvenuto,» rispose Midge rossa in viso per la contentezza.
Sempre ridendo attraversai la stanza e mi rannicchiai vicino alla parete passando
le dita sulla superficie per sentire se c'era umidità.

«Sembra che O'Malley e la sua gente abbiano fatto un buon lavoro,» dissi. «Hai
dato un'occhiata a quella crepa sul muro al piano di sopra?»

Midge era occupata nell'aprire una scatoletta di cibo pronto. «Sì,» disse
continuando il suo lavoro. «E sparita. Tutta la stanza è stata ridipinta così non ci
si accorge di niente. Hai ancora fame?»

«Qualche cosa di leggero andrebbe bene.»

«Non c'è molta scelta. Domani farò una corsa in paese per rifornirmi, ma per
oggi pizza, hamburger o minestra di verdura.»

«Oh, minestra di verdura. Però ci vorrà un'oretta prima che sia pronta.»

«Bene.» Mi porse la teiera. «A proposito, l'acqua adesso è limpida.»

«Sì, ho già controllato.» Le presi la teiera dalle mani. Eccoci qui, nella nostra
nuova casa. Il mio sorriso adesso doveva tendere al patetico. Le misi la mano
libera sulla nuca.

I suoi occhi cominciarono a inumidirsi scintillando, e lei non ebbe bisogno di


rispondere, proprio alcun bisogno.

Più tardi ci riposammo sulla vecchia panca inchiodata a terra dietro il villino, e
rimanemmo a osservare il sole che tramontava nella foresta scura e a inzuppare
gli ultimi tozzi di pane nella minestra bollente. La sera era ancora calda e noi
eravamo avvolti in un dolce bagliore mentre le mura di Gramarye si
soffondevano di un pallido rosa. Gli uomini di O'Malley avevano lavorato da
esperti su quelle mura restaurando le scrostature e ricoprendole con due mani di
pittura. Udivamo il cinguettare degli uccelli che si preparavano al sonno e, ogni
tanto, il passaggio di un'automobile che girava l'angolo del villino.

Le cose essenziali erano state tolte dall'imballo; la mia attrezzatura musicale,


ancora nelle scatole o incartata, era in una delle stanze dell'attico che intendevo
usare per scrivere o registrare; il tavolo da disegno e il necessario per il lavoro di
Midge erano nella stanza rotonda, che ovviamente sarebbe stata il nostro
soggiorno, ma nella quale lei aveva deciso di lavorare. Era una sistemazione
sensata alla quale eravamo abituati dato che la sua attività non disturbava
nessuno. Avevo sistemato il nostro letto vicino alla porta che dava sulla stanza
dipinta di fresco, perché nessuno di noi voleva respirare gli effluvi della vernice
durante la notte; poiché quella stanza era un poco più grande, avremmo portato
là il letto non appena l'odore fosse scomparso. I quadri erano stati ammucchiati
contro le pareti e i soprammobili erano sparsi qua e là a gruppi, come amici che
si fossero raccolti in un ambiente a loro estraneo. Ma le sedie, i tavoli, le
lampade e gli altri mobili erano più o meno al loro posto: avremmo finito di
sistemare tutto nei giorni seguenti. La Grossa Val non tardò a telefonare per
assicurarsi che tutto fosse andato bene; fortunatamente non era tipo da perdere
tempo in chiacchiere, e la linea era disturbata, perciò Midge non rimase a lungo
al telefono. Avevamo deciso di rientrare poco prima del tramonto.

«È buona,» dissi leccandomi le labbra.

«Sei sicuro di non avere bisogno d'altro.» «Basta così. Sono troppo stanco per
aver fame.» «Mmm, anch'io. Non è affascinante la foresta con il sole che
l'arrossa all'esterno mentre nell'intimo è così scura e misteriosa?»

«Mi fa venire un po' la pelle d'oca.» Finii il resto della minestra e posai a terra la
scodella vuota, accanto a me, tendendomi per prendere la birra.

«Sale già la nebbia.»

«Qui, quando piove, deve essere tutto impregnato d'acqua.» Aprii il barattolo di
birra e bevvi a canna. «Credi che faccia molto freddo, di notte?»

«Forse un po' più di quello a cui è abituata la gente di città ma non credo che
avremo bisogno di stufette elettriche, ancora per un po'.»

«Il buio da queste parti dev'essere pesto. Nella strada non ci sono lampioni.»

Midge tese le esili gambe appoggiando le spalle allo schienale della panca. «Ti ci
abituerai, Mike.»Trasse un lungo e profondo respiro.

«E bello stare a contatto con la natura.»

«In fondo in fondo resti una ragazza di campagna, eh?»

«Certo. Nove anni in città non possono sradicare tutta un'educazione , e non lo
vorrei. » Il cambiamento d'umore fu improvviso, come spesso in Midge.
Abbassò gli occhi. «Vorrei che "loro" avessero potuto vedere Gramarye, Mike.
So che gli sarebbe piaciuta.»

Posai la lattina e le presi una mano fra le mie.

Lei disse piano: «Penso che sperassero che avrei finito con lo sposare un uomo
di campagna o un parroco.» Sorrise, ma con un'espressione di tristezza. «A papà
sarebbe piaciuto. Immagino le lunghe sere che avrebbero passato a parlare del
negozio.»

«Non avrebbe trovato molto in comune in me.»

«Oh, Mike, non intendevo questo. Papà ti avrebbe voluto bene. Siete molto
simili in tante cose.»

«Da tutto quello che mi hai raccontato di lui credo che gli avrei voluto bene
anch'io, Midge.»

«La mamma ti avrebbe considerato un mascalzone. Avrebbe detto proprio così:


un mascalzone. E ne sarebbe stata contenta.» Una lacrima le rigò la guancia. «È
stato così crudele, Mike, così orribilmente crudele.»

Le misi il braccio sulle spalle e avvicinai la testa alla sua. «Devi cercare di
dimenticare questa parte della tua vita. Loro avrebbero voluto che ricordassi solo
gli aspetti piacevoli.»

«Mi è impossibile dimenticare quello che gli è successo.»

«Allora accettalo. Accetta questa crudeltà insieme con tutti i bei ricordi di allora.
E pensa a quanto sarebbero stati orgogliosi di te adesso.»

«E questo che mi fa male. Loro non possono saperlo, non possono sapere del
mio lavoro, di te, di... di questo posto. Avrebbe significato tanto per loro. E per
me avrebbe significato tanto saperli orgogliosi di me.»

Non potevo dir molto; mi limitai a tenerla stretta e a lasciarla piangere, sperando,
come molte altre volte, che le lacrime fossero per lei uno sfogo. Non potevo
sapere quanto dolore si tenesse ancora dentro; ma potevo essere paziente: lei se
lo meritava.
«Scusami, Mike,» disse dopo un poco. «Non volevo sciupare tutto.»

Baciai le sue lacrime. «Non lo hai fatto. Per te è dolce piangere qui e in
quest'ora, vicino a me. Vorrei solo poter fare di più per consolarti.»

«Mi sei sempre di aiuto, mi hai sempre capita. So che è sciocco, da parte mia,
addolorarmi ancora dopo tanti anni...»

«Non vi è un particolare limite di tempo per certi dolori, non è un orologio che si
possa fermare quando si vuole. Deve continuare a scorrere naturalmente.» Le
sollevai il mento con un dito. «Ricorda solo quello che ti ha detto il medico: non
lasciare che il dolore dia la sua tinta a tutte le cose. Tu hai il diritto di essere
felice, e questo è ciò che i tuoi genitori avrebbero voluto.»

«Sono così cattiva?»

«No, affatto. Anche se questi ricordi fanno capolino quando sei più felice.»

«Cioè quando sento di più la loro mancanza.»

Io sentii di non essere all'altezza, e tutto quello che potei offrirle fu il conforto
delle mie braccia e la sincerità dei miei sentimenti. Adesso Midge non piangeva
più e la sua tristezza si era attenuata tanto da permettere l'affiorare di altre
emozioni.

Il suo bacio divenne più tenero e i miei sentimenti affondarono nei suoi. Ero
abituato all'intensità sensuale della nostra intimità, specialmente dopo che lei
aveva pianto, ma adesso fui quasi sopraffatto. Quando finalmente ci staccammo,
mi sentii letteralmente preso dalla vertigine e aspirai profondamente come un
nuotatore dopo una lunga immersione. Anche Midge vacillava un poco.

«Quest'aria di campagna ha uno strano effetto, » scherzai, ma fui incapace di


controllare un tremito della voce.

«Penso... penso che dovremmo rientrare,» disse lei col volto inondato dal caldo
fulgore del sole al tramonto. Sebbene nel suo tono non vi fosse nemmeno
un'ombra di sensualità, entrambi riconoscemmo il nostro reciproco impulso.

Mi alzai portandola su con me. «E stata una giornata faticosa,» mormorai.


«Una lunga giornata,» rispose lei.

«Abbiamo bisogno di riposo.»

Midge si limitò ad annuire. Mi prese la mano e mi condusse verso la porta sul


retro, ma ci fermammo stupiti nel guardare attraverso una finestra. Sentii Midge
sussultare e la sua mano si irrigidì nella mia.

La stanza rotonda sembrava in fiamme, tanto vividi erano i riflessi del sole
morente sulle sue mura ricurve.

Tuttavia in quel fenomeno non vi era nulla di pauroso perché quel fulgore era
pacifico, stranamente calmante, senza alcuna violenza. Sostammo a osservare, e
anche le nostre ombre erano soffuse di una dolce tinta rossastra.

Mi voltai verso Midge e per un folle momento mi parve di vedere piccoli fuochi
danzare nei suoi occhi, ma quando sbattè le ciglia scomparvero, lasciando solo il
riflesso del calore che emanava da lei. Sembrava serena stando lì con le labbra
curvate in un piccolo sorriso consapevole, i capelli colorati di un ricco biondo
rame dal sole dietro di lei; e, per qualche ragione, sentii una sottile fitta di... non
so: disagio, nervosismo? Non potrei definire quella sensazione.

Questa volta fui io a portarla via. Entrammo e io chiusi e sprangai le porte.


Eravamo più affaticati di quanto pensassimo; la stanchezza cadde su di noi come
una calda e soffice coperta rendendo i nostri movimenti lenti, quasi indolenti. Ci
spogliammo lasciando i vestiti là dove cadevano e ci lasciammo crollare sul
letto.

Dormimmo, ma non so quanto. Ci svegliammo insieme, come se ognuno avesse


sentito il risveglio dell'altro, e l'oscurità era totale intorno a noi; anche adesso
non vi fu alcuna paura di quel vuoto buio. Midge tese un braccio verso di me e io
mi avvicinai a lei.

E di nuovo cademmo in un sonno profondo.


10.
RUMORI
Un suono di battiti mi svegliò, rumori secchi, in vari ritmi, che penetravano nel
mio sonno senza sogni. Gli occhi mi si aprirono senza la consueta riluttanza e io
mi voltai verso Midge trovandola perfettamente sveglia con un sorriso felice
sulle labbra. Guardava al di sopra di me verso la finestra, da cui proveniva quel
battito.

Voltai la testa dall'altra parte per seguire il suo sguardo, e scoprii i colpevoli. Tre
o quattro uccellini erano sul davanzale della finestra e colpivano col becco i vetri
come sdegnati che fossimo ancora a letto.

«Oh, Gesù,» gemetti, «hai messo la sveglia?»

«No, hanno preso loro l'iniziativa per svegliarci.»

«Che ora è?»

«Sono le sei e mezzo appena passate.»

«Non mi dire! E credi che faranno sempre così?»

«Forse. Non sei contento?»

Mi tirai il cuscino sulla testa, sebbene, in realtà, fossi completamente sveglio.


«Preferirei il silenzio.»

«La campagna è vita, Michael. E certo è migliore del frastuono delle ore di punta
e dei martelli pneumatici.»

«Giustissimo.»

Spinse indietro le coperte e sgattaiolò sopra di me per raggiungere la finestra. Io


mi rannicchiai nel caldo spazio che lei aveva lasciato.

«Salutali per me,» dissi tirandomi le lenzuola fino al mento.

Lei si chinò sul davanzale e io potei godermi la vista del suo piccolo didietro
nudo. Sebbene Midge non avesse un filo di grasso in più del dovuto, il suo corpo
era tutto curve sensuali che non mancavano mai di eccitarmi. Volevo che
tornasse a letto.

Lei cinguettò agli uccelli e iniziò una conversazione con loro. Anche quando
battè sul vetro, non fuggirono. Alzarono invece la testa cinguettando ancora più
forte mentre altri volavano sopra di loro battendo le ali contro i vetri.

«Credo che chiedano la colazione,» disse Midge voltandosi verso di a me.


«Scommetto che la signora Chaldean non faceva che dar loro da mangiare.»

«Bene, digli che Gramarye ha una nuova direzione. Non più pranzi a sbafo.»

Avevo chiuso gli occhi per alcuni momenti caso mai il sonno volesse tornare, e
poco dopo sentii il peso di Midge sopra di me.

«Tu fingi di essere così cattivo,» disse pizzicandomi forte il naso che spuntava
da sopra le lenzuola «ma sotto questa scorza di rozzo brontolone batte un cuore
di puro...» un altro pizzicotto, «... granito.»

Mi voltai sul dorso e lei si mise a cavalcioni su di me, con gli occhi scintillanti di
un maligno piacere. Era difficile protestare con le rosee punte di due seni piccoli
ma bellissimi a pochi centimetri dalle mie labbra.

«Stai mettendo alla prova la vita di campagna,» le dissi.

Abbassò la testa per baciarmi: la sua lingua era una delicata sonda, la sua bocca
umida e dolce. Feci scivolare le mani da sotto le coperte e le afferrai i fianchi.

Tuttavia quella viperetta stava solo scherzando con me. «Abbiamo un mucchio
di cose da fare,» mi sussurrò all'orecchio senza dimenticare di inumidirmelo con
la lingua, giusto per assicurarsi che tutti i miei sensi fossero svegli. «Io scendo a
preparare la colazione mentre tu ti fai la barba e assumi un aspetto civile.»

«E presto,» le dissi piano non volendo fare arrossire gli uccelli . «E in ogni caso
ci siamo dati un mese di tempo per organizzarci. Questa è la nostra prima
mattina nella nostra nuova casa e dobbiamo festeggiare.» La mia lingua
cominciò a far opera di persuasione.

Il falso riserbo non faceva parte del carattere di Midge: quello che voleva,
abbracciava. E mi abbracciò.

Alzate le lenzuola, la spinsi dentro, e il suo corpo, fresco per l'aria del mattino,
fu delizioso contro il mio. Midge e io siamo sempre andati d'accordo nel senso
più vero del termine: i nostri corpi, sembrano fatti l'uno per altra (lo intendo alla
lettera) e i nostri amplessi sono sempre andati al di là dei confini celesti. Ma
l'estasi che ci colse in questa prima mattina nella nostra nuova casa superò ogni
altra. Non chiedetemi perché: chiamatela solo magia. Sì, chiamatela Magia.

Più tardi, dopo aver indossato un vecchio maglione, dei jeans consunti e delle
scarpe di tela (la mia consueta uniforme), raggiunsi Midge al pianterreno e la
trovai in vestaglia rannicchiata sul gradino della cucina, intenta a nutrire la
moltitudine. Gli uccelli - scriccioli, cince azzurre, passeri, fringuelli, una vera
riunione multirazziale - non dimostravano alcun timore, alcuni di loro
prendevano addirittura il cibo dalla sua mano, mentre altri si avvicinavano fino a
toccarla. Notai che a dispetto delle loro dimensioni ridotte avevano un gran
coraggio.

Midge li incoraggiava gentilmente con parole che non potevo udire, e mi misi a
ridere quando uno scricciolo le saltò sul polso e le beccò il palmo col piccolo
becco appuntito. Attesi che l'ultima fetta di pane fosse stata sbriciolata e divorata
prima di entrare nella stanza. Una fresca brezza tonificante fluiva nella cucina
dalla porta aperta e, sebbene fosse ancora primo mattino, non faceva affatto
freddo.

«Ehi, che cosa è questo?» E indicai il tavolo. La colazione consisteva in una


bottiglia di champagne e una caraffa di succo d'arancia.

Midge si voltò sorridendomi. «Dobbiamo festeggiare. Ieri ho contrabbandato la


bottiglia in una scatola da imballaggio». Si tolse le briciole dalle mani. Fuori gli
uccelli continuavano il loro chiacchierìo, forse chiedevano una seconda portata.
Io mi avvicinai a Midge e la strinsi così forte da toglierle il respiro.

«Non c'è nient'altro?» chiesi con voce un po' rauca.

«Gli uccelli si sono mangiati la tua colazione,» mi rispose.

La mia stretta si indebolì. «Dimmi che non è vero.»

Lei confermò gravemente con un cenno della testa, ma non smise di sorridere.
«Volevo darti il Buck's Fizz con tartine, ma il pane avanzato dalla cena di ieri
sera se lo sono mangiato i nostri amici pennuti. Erano tanti che è finito tutto.
Spiacente.»

«Ah, sei spiacente.»

«Andrò al negozio non appena aprirà, te lo prometto.»

«La credenza è davvero vuota?»

«E rimasto qualche biscotto stantio.»

«Magnifico» dissi con voce irritata, ma fingevo, e lei lo sapeva.

Si alzò sulla punta dei piedi per baciarmi. «Stappa lo spumante mentre vado a
prendere i biscotti.»

«Sei sicura che i tuoi amici non vogliano anche lo champagne? Forse potrebbero
farci il bagno.»

Mi diede un altro pizzicotto sul naso e corse nella stanza vicina dove
presumibilmente i biscotti stavano andando a male.

La colazione risultò invece eccellente. Anche Midge, che di norma non beve
mai, volle un poco di champagne col succo d'arancia e brindammo alla nostra
salute, alla nostra felicità e al nostro vigore sessuale e, fra un brindisi e l'altro,
sgranocchiammo i biscotti che non erano cattivi. Il nostro terzo o quarto brindisi
fu per Gramarye, e le nostre tazze - non avevamo ancora tolto dai pacchi i
bicchieri - si scontrarono allegramente. Gli uccelli rimasti osservarono dalla
porta aperta, sicuramente domandandosi che cosa stavamo facendo.

Dopo la colazione ci fu un gran da fare. Midge fece il bagno e si vestì mentre io


lavavo le tazze e rimettevo il tappo allo champagne avanzato: non si fa, lo so, ma
non volevo buttarlo via. Diedi un'altra occhiata all'architrave sopra il vecchio
fornello, ancora perplesso per il fatto che la spaccatura si era apparentemente
aggiustata da sola. È strano come il ricordo possa adattarsi alla mente quando le
cose sono illogiche; suppongo che sia istintivo perché noi abbiamo bisogno di un
certo ordine mentale per non impazzire. Cominciai a pensare che quello che
avevamo realmente visto fosse una ragnatela accartocciata sul piano della pietra,
e che ci era sembrata una spaccatura per via della scarsa luce.
Parzialmente soddisfatto dalla mia teoria, cominciai a spacchettare quello che era
rimasto negli scatoloni di cartone, e fui contento di trovare la radio. L'accesi
subito, e sobbalzai nel sentire una scarica di staticità. Abbassai subito il volume
e cercai una stazione più chiara; quando trovai della musica, sollevai l'antenna.
La ricezione era ancora disturbata. Pensando che le batterie fossero scariche
rovistai nella scatola e trovai l'attacco con l'impianto elettrico della casa. Lo
innestai, ma i disturbi continuarono.

Spensi l'apparecchio brontolando, mentre sentivo provenire un rumore di passi


dalle scale.

«Problemi?» chiese Midge entrando nella stanza.

«Dobbiamo essere in una zona di cattiva ricezione,» le dissi «ma non capisco
perché sia così cattiva. Forse dovremo mettere un'antenna sul tetto.»

Lei non parve preoccupata. «Bene, io vado. Hai bisogno di qualche cosa in
paese?»

«Hum, forse me ne ricorderò appena sarai tornata. Guardati dalla gente del
luogo, specialmente da quelli con gli occhi piccoli e la testa calva.»

Mi lanciò un'occhiata di rimprovero, poi mi mandò un bacio e uscì. Io indugiai


sulla porta e la vidi affrettarsi giù per il sentiero e di tanto in tanto fermarsi per
annusare i fiori. Mi salutò ancora dal cancello e poi salì in macchina e avviò il
motore. Dopo aver guidato l'auto fuori dalla zona erbosa con una decisa voltata a
sinistra, Midge mi diede un ultimo saluto. La macchina scomparve dietro la
curva e io rimasi solo nel villino.

Sostai un poco sulla porta godendomi la chiara freschezza della giornata, un po'
eccitato dallo champagne.

Finora tutto bene, pensai.

Il resto del mattino fui impegnato a disimballare, spostare i mobili, raccogliere le


varie cose, metter tasselli, cercare oggetti smarriti : tutto ciò che avviene quando
si cambia casa e cominciamo a domandarci se riusciremo mai a riorganizzare la
nostra vita. Fortunatamente, pur venendo da un appartamento più grande, non
avevamo molti mobili, sufficienti per Gramarye.
Infine mi trovai in cima alle scale, in una stanza dell'attico dove, lo confesso, era
tutto il mattino che desideravo andare. Era quella in cui era stata messa tutta la
mia attrezzatura musicale, ed era destinata a essere il mio modesto studio di
registrazione. Mi accoccolai su uno dei diffusori e considerai i vari problemi.

Il principale era il rumore. Non intendo il rumore che avrei fatto io: a chi avrei
potuto dar noia? Ma i suoni che provenivano dall'esterno avrebbero potuto essere
un guaio. Non volevo che ogni nastro che incidevo avesse un coro di uccelli.
Pannelli di lana di vetro alternati con un eguai numero di imbottiture insonoriz-
zanti avrebbero dovuto risolvere questo problema, e due strati di gesso sarebbero
stati necessari per il soffitto. Le due piccole finestre avrebbero dovuto avere i
doppi vetri e rimanere chiuse.

Immaginai già al loro posto un tavolo di missaggio e un master, dimenticando


per il momento l'alto costo di queste attrezzature e felice di abbandonarmi al
sogno.

Quello che mi piaceva era che l'atmosfera dell'attico era ottima. Certo c'era odore
di muffa, ma si poteva eliminare lasciando le finestre aperte per alcuni giorni e
installando un sistema di riscaldamento per i periodi più freddi. Non sapevo
ancora come era l'acustica, e immediatamente andai a prendere la mia chitarra,
una Martin 28.

Quando tolsi lo strumento dal suo fodero, fui stupito nel constatare che, anche
dopo il trambusto del trasloco, non aveva bisogno di essere accordato. Pizzicai
una corda e il suono fu ricco e piano, pastoso ma con quel tocco di durezza che
può essere ammorbidito o esagerato a seconda di come si tocchino le corde. Feci
alcune progressioni, alcune sequenze complesse, qualche scivolata, tentai alcune
settime in crescendo e in diminuendo, amando i suoni, toccando note basse,
portando rapidamente le dita fino alle note più alte, riempiendo di musica la
stanza, le mie orecchie e la mia mente, gustando una di quelle rare e felici occa-
sioni in cui mi sento totalmente padrone dello strumento.

Ma d'un tratto dei rumori nella soffitta fecero arrestare bruscamente la mia
esibizione e riportarono la mia attenzione all'attico.

Guardai in su e rimasi a bocca aperta.

Adesso non sentivo più alcun rumore. Li avevo forse immaginati? Esaminai
palmo a palmo il soffitto terminando la mia ricerca alla piccola botola quadrata
che portava in soffitta. Rialzatemi lentamente, col desiderio di non aver visto
tanti film dell'orrore in gioventù, mi feci avanti direttamente sotto la botola.
Rovesciai la testa ed esaminai il portello, che si trovava solo a una sessantina di
centimetri sopra di me.

Il mio cuore sobbalzò quando i suoni si ripeterono. Mi sentii trascinato indietro,


quasi urtai contro la chitarra appoggiata a un amplificatore. Afferrai il manico
per impedire allo strumento di cadere, e le sue corde vibrarono. Le strinsi ancor
più forte per soffocare il suono.

Ma non potei controllare così gli altri rumori. Essi tornarono come una sorta di
rapidi raschiamenti, forse non proprio così: era difficile definirli.

«Avanti, dissi fra me iniziando uno di quei monologhi che servivano a farmi
coraggio quando mi trovavo in una situazione difficile. Ti comporti come una
vecchia zitella! La prima volta che ti trovi solo nella tua nuova casa, te la fai
sotto per un paio di rumori sospetti. Dunque lassù ci sono dei topi. Che cosa
possono fare? Ammazzarti a morsi? È una casa vecchia e avrà un mucchio di
animaletti girovaghi qua e là. Accidenti, siamo in campagna, un luogo popolato
da "inquilini" che non pagano l'affitto. Uccelli, topi, ragni...

Ma prima la casa era vuota...

No, solo che quel giorno non hai trovato nulla. Adesso va di sopra a dare
un'occhiata.

Presi l'unica sedia della stanza e la misi sotto la botola. I rumori erano cessati,
ma questo non era un incoraggiamento.

Ignoravo perché mi sentissi così nervoso - qualche cosa che aveva a che fare con
la «paura dell'ignoto», pensai - ma le mie ginocchia non erano affatto sicure
quando salii sulla sedia.

Adesso avevo la faccia a pochi centimetri dalla botola e ascoltai attentamente.


Nulla. Uuh! Nessun pazzo incatenato, dai capelli grigi, le unghie come artigli,
vestito di stracci, che la vecchia signora Chaldean avesse tenuto sotto chiave per
mezzo secolo perché sciagurato prodotto di incroci familiari. Oh, no. Nessun
rumore di catene, né folli ululati, solo...

... oh, Gesù, solo quel rapido raschiare. Adesso riprendeva, dall'altro lato.
Tesi una mano che non era affatto ferma. Le dita aderirono alla superficie.
Spinsi.

La botola cedette subito; ma riuscii a sollevarla solo di tre centimetri, non di più.
Il buio dell'interno avvolgeva il suo segreto. Allungai lentamente il braccio e
l'apertura si ingrandì come una scura bocca senza denti...

«Mike!»

Quasi ruzzolai dalla sedia e mentre la botola si richiudeva di colpo sentii grattare
ancora. Esitai con la mano tesa per provare di nuovo, ma la voce di Midge mi
chiamò di nuovo dalle scale.

«Mike, sono tornata. Dove sei? Vieni, ho portato qualche cosa di caldo per il
pranzo ma ho paura che durante il viaggio si sia raffreddato. Mike, mi senti?»

«Sono qui,» risposi.

Guardai ancora la botola chiusa e mi strinsi nelle spalle. Non avevo fretta di
vedere di che cosa si trattava. Probabilmente topi sopra le travi. Avevo tutto il
tempo per guardare. Inoltre non avevo quasi fatto colazione e avevo fame.

Comunque fu questa la mia scusa.

Saltai dalla sedia e scesi per il pranzo.


11.
LA CASA GRIGIA
I pasticci caldi che Midge aveva comprato al villaggio potevano essersi
raffreddati quando li mangiammo, ma erano deliziosi e nutrienti. Io ne divorai il
doppio di lei e poi cercai nel cartoccio delle mele che aveva portato.

«Stasera cucinerò una vera cena,» disse lei.

«Ottima idea,» le risposi fra un morso e l'altro. «Com'era Cantrip?»

«Tutto bene. La gente dei negozi è stata molto cordiale quando ha saputo dove
abitavo.

«Glielo hai detto?»

«Il fruttivendolo e il panettiere mi hanno chiesto se ero di passaggio. Mi è


sembrato che fossero un po' riservati finché non gli ho detto che sarei diventata
una cliente abituale; ma anche allora mi sono parsi un po' sospettosi finché non
gli ho detto che ci eravano stabiliti a Gramarye. Allora sono diventati socievoli.»

«Ti hanno detto qualche cosa della vecchia Chaldean?»

«Mike, non chiamarla così.»

Alzai gli occhi al soffitto. «Ti hanno detto qualcosa di Flora, non volevo
offenderla. È un modo di dire.»

«Non hanno parlato molto di lei, ma ho capito che era una specie di leggenda
locale; una comunque che viveva molto per conto suo.»

«La cosa non mi sorprende, dato che non si allontanava mai di qui.»

«Non è cosi lontano dalla città.»

«Per una vecchia signora poteva esserlo. Non sappiamo nemmeno di che cosa
sia morta.»

«Di vecchiaia, immagino,» rispose Midge, e nella sua voce v'era un tono di
tristezza. «Spero che non abbia sofferto, tutta sola qui.»

«Non credo. Avrà potuto telefonare a dei vicini, a degli amici. Probabilmente la
previdenza sociale di queste parti la teneva d'occhio. Tuttavia la vita non doveva
essere molto allegra per lei, vivendo da sola, senza parenti, senza vedere gente.»

Midge si agitò sulla sedia così da poter vedere fuori della finestra aperta della
cucina. «Forse no. Non credo che sia mai stata veramente sola a Gramarye.»
Adesso fissava fuori, ma a grande distanza, verso un altro pianeta.

«Sei strana, Midge,» l'avvertii.

Lei rise tornando immediatamente nel tempo e nello spazio. «Bizzarra io? Chi
era quello che si sdraiava sui binari della ferrovia e mi faceva giurare eterno
amore? Chi mangiava le uova sode con guscio e tutto? Chi, una mattina di
Capodanno è tornato a casa con un elmetto da poliziotto in testa e senza calzoni?
Chi...»

Alzai una mano. «Le uova sono state una scommessa. E in ogni caso si tratta di
fatti della mia giovinezza.»

«La faccenda dell'elmetto risale a due anni fa.»

«Hai visto come sono maturato in fretta. Vieni, abbiamo tante cose da fare.» Il
mio sistema, quando mi trovo sul terreno insicuro, è di cambiare argomento. Mi
alzai da tavola facendo strisciare la sedia sulle mattonelle. Midge mi toccò il
braccio.

«Hai lavorato sodo tutto il giorno, perché non ti prendi un momento di riposo.
Non c'è urgenza di finire tutto in fretta e furia.»

«Ci sono un mucchio di cose da pulire, da dipingere...»

«Non ci siamo ancora guardati attorno. Andiamo a fare una passeggiata, a


prendere un po' d'aria fresca, a esplorare il luogo in cui viviamo.»

«Non so...» dissi riflettendo.

«Non fìngere. Non vedi l'ora di levarti di torno questi lavori.»


Sorrisi. «E vero. Ma possono aspettare fino a domani mattina. Vuoi andare da
qualche parte in macchina?»

«No, niente macchina. Voglio osservare i dintorni. Voglio andare nella foresta.»

«Laggiù? Vuoi dire che esiste davvero? Io pensavo che fosse solo uno scenario.»

«Su, su,» disse lei scuotendo la testa.

Fuori l'aria calda alitò su di me come se avessi aperto lo sportello di un forno e


me la sentii penetrare fin nelle ossa. Un'ape gironzolava ronzando sui fiori. Uno
svolazzare sopra le nostre teste mi fece alzare lo sguardo. Vidi che gli uccelli
avevano fatto il nido sul cornicione del tetto.

«Allora erano loro,» dissi ad alta voce.

Midge mi guardò incuriosita. «Erano chi?» seguì il mio sguardo.

«Credevo che ci fossero dei topi in soffitta. Stavo giusto per andare a vedere
quando mi hai chiamato. Devono esserci degli uccelli che gironzolano lassù.»

«Dentro casa?»

«Non ne sono sicuro. Possono esservi entrati attraverso il cornicione. Controllerò


più tardi.»

«Oh, che uomo,» sospirò, e scostò le mie dita che la stringevano.

Risalimmo il terrapieno sul lato dritto invece di prendere gli scalini su quello
curvo; io mi tirai dietro Midge aggrappandomi, per aiutarmi, a un ramo d'albero
che pendeva dal sommo pendìo. Attraversammo lo spazio di erbe, cespugli e
alberi e, tenendoci per mano come due bambini, entrammo nel bosco.

Non fu facile come sembrava perché anzitutto dovemmo trovare una via
attraverso l'intrico di felci e i cespugli di more che formavano una densa barriera
lungo il margine della foresta. Vi erano varie aperture, ma non tutte erano
riconoscibili a prima vista e alcune portavano solo a una seconda linea di
sbarramento. Tuttavia riuscimmo infine a scoprire una strada e in breve
perdemmo di vista il villino dietro di noi e l'aria si fece umida e scura. I nostri
piedi affondavano in quello che sembrava un alto tappeto elastico, e Midge mi
informò che il primo strato del terreno era formato da foglie morte, piante e
animali in decomposizione. Questi ultimi mi misero a disagio, e le cose non
migliorarono quando lei aggiunse che ciò su cui camminavamo era pieno anche
di organismi viventi che provvedevano alla decomposizione di quelli morti. Così
la foresta prosperava, invece di essere ingombra di rifiuti, anno per anno: nulla
era inutile, ogni cosa morta, pianta o animale, contribuiva alla vita di qualche
altro essere. Interessante, le dissi; e lo era davvero.

Lei mi indicava felice, alberi e cose, non nel tentativo di arricchire la cultura di
un cittadino come me ma per interessarmi al mio nuovo ambiente e
coinvolgermi. Querce, frassini, sicomori, aceri: cominciai ad apprezzare le varie
forme e caratteristiche (non che fossi così ignorante come fingevo di essere). Lei
mi spiegò che in una foresta vi erano vari strati : il sottosuolo, lo strato
superficiale e il terreno fertile che alimentava le piante erbacee e legnose, gli
alberelli, le felci e così via. Poi vi erano i cespugli dove fiorivano il biancospino,
il corniolo, il sambuco ecc. Tutto questo era coperto dal tetto della foresta o
canopia, come la chiamava Midge; lassù si annidavano i grandi uccelli predatori
come il gufo bruno e lo sparviero, insieme con altri come l'avvoltoio e la gazza.

Ricordo tutto questo non per tenere una lezione di scienze naturali, ma per
dimostrare come Midge fosse zelante nell'indottrinarmi - o meglio istruirmi -
sulla vita di campagna. Voleva che facessi parte di tutto questo al pari di lei,
sapendo, nella sua nativa saggezza, che dovevo avere nuovi interessi ora che ero
lontano dal trambusto della nostra vecchia vita.

E io l'accontentavo non solo per farle piacere ma perché sinceramente volevo


abbracciare questo nuovo mondo. Potrei dire che ne ero un poco deluso; ma non
sarebbe del tutto esatto; penso che cercassi solo qualche cosa di più, qualche
cosa di meglio di quanto avessi visto fino allora. Suppongo che questo avvenga
nella maggior parte di noi, ma non molti hanno l'opportunità di cambiare.

Forse, se avessi saputo quello che stavo per incontrare, non sarei stato così
impaziente.

Ci fermammo presso un albero caduto; il tronco era marcio e si sgretolava


formando mucchietti di polvere scura e quel che rimaneva era coperto da
muschio verde scuro. Le felci nascondevano quasi il tronco, ma l'albero morto
dominava la tranquilla radura come un fantasma sopra una tomba. Delle vivaci
macchie rosse richiamarono la mia attenzione e io mi avvicinai per vedere
meglio. Chinatomi, mi voltai verso Midge e dissi: «Da' un'occhiata qui e poi
nega che esistono elfi e folletti.»

«Non l'ho mai negato.» Si inginocchiò vicino a me. «Oh, Mike se fossi in te mi
limiterei ad amare queste cose.»

Toccai con un dito quei funghi rossi. Sembravano venuti fuori da un libro di fate
o da un disegno di Midge, tanto sembravano felici con il gambo sottile e la
cappella scarlatta punteggiata di bianco.

«Sono velenosi?» chiesi affascinato.

«Ti procurerebbero un forte mal di pancia per un paio di giorni. Sono funghi
agarici, non commestibili.»

«Sono molto graziosi. Credi che ci abitino degli elfi?» E battei su una capocchia.

«Gli elfi non vengono fuori quando ci sono esseri umani nei dintorni. Lasciali in
pace o si arrabbieranno.»

Facendo forza con le mani sulle ginocchia mi alzai. «Giusto. Non voglio
rimanere vittima di qualche incantesimo.» La guardai serio e aggiunsi: «Mi
domando se vi sono...»

«Oh, Mike: i funghi "magici", a quanto ne so, si trovano solo in alcune parti del
Galles. Dubito molto che crescano nello Hampshire.»

Non mi sembrava divertita dalla mia curiosità e la tirai più vicino a me. «Sta
tranquilla: non toccherei nulla di simile.»

Midge si appoggiò contro di me. «La sola idea mi fa paura Mike Se ti capitasse
qualche cosa come quella volta..»

S'interruppe, ma Midge si riferiva a un mio brutto periodo nel quale avevo


sgarrato un poco, nulla di grave, solo una cosa che era difficile evitare nel mio
particolare ambiente. Una sera, a una riunione, qualcuno mi diede della cocaina.
Io persi conoscenza, a quanto mi dissero, e rimasi così per tre giorni. Midge non
mi lasciò per tutto il tempo in cui rimasi in quello stato, appeso a un filo, e mi
curò nella convalescenza, senza mai rimproverarmi, trattandomi come un
bambino malato. Ebbi la fortuna di cavarmela senza lesioni al cervello e senza
noie da parte della polizia: credo che mi considerassero già abbastanza punito e,
d'altra parte, la cocaina non l'avevo io. Per quel che riguarda la droga, tutto finì
lì. Non ci provai più. Non avevo preso ancora l'abitudine, così che il lasciarla fu
facile. Ma forse adesso capirete perché rimasi così colpito quando il primo
giorno ebbi quella singolare esperienza nella stanza rotonda. È difficile
dimenticare certi errori.

Abbracciai Midge e le accarezzai i capelli.

«Credi ancora in me, Midge?»

La sua risposta fu senza riserve. «Certo. Non voglio aver sempre paura, tutto
qui.»

Sembrava così piccola e indifesa che non potei fare a meno di sorridere. «Mi
taglierei una gamba piuttosto di addolorarti,» dissi.

Lei fece un gesto di disapprovazione, ma un leggero sorriso le apparve agli


angoli delle labbra. «Dove potrei tenere una gamba di ricambio?»

«Troverai un ripostiglio da qualche parte.»

Diede un grido così forte che un uccello fuggì da un cespuglio. «Che cosa
orribile da dire.» Raccolse un mucchio di foglie secche e me le lanciò. «Davvero
orribile!»

Fuggii togliendomi le foglie dai capelli. Lei mi inseguì con le mani piene di
detriti di bosco, ma inciampò in un ramo nascosto e finì con il sedere sopra un
mucchio di foglie secche.

Lei imprecò ed io agitai un dito verso di lei. «Che cosa penserebbero i tuoi
piccoli ammiratori se ti sentissero parlare così? Christofer Robin ha mai detto
cose simili a Winnie the Pooh?»

Mi abbassai per schivare il tronco su cui era inciampata e che lanciò contro di
me.

«Ma bene,» dissi, «il tuo editore sa che ti comporti come un ragazzaccio?»

«Ti prenderò, Stringer. Aspetta e ti prenderò.» Dopo di che cominciò a


descrivere quello che intendeva fare di me non appena mi avesse messo le mani
addosso.

Io mi tenevo fuori portata. «Non posso credere alle mie orecchie. Gretel ha mai
fatto cose simili a Hansel? Jill si è mai comportata così con Jack? La principessa
ha mai trattato con tanto sadismo il bel tritone?»

«Rospo.»

«Cosa?»

«Era un rospo, non un tritone.»

«Tutto quello che vuoi, tesoro.»

Midge si era alzata da terra e stava venendo verso di me, così io fuggii ridendo
delle grida di rabbia che udivo dietro di me. Il tronco mi colpì alla schiena
mentre correvo fra gli alberi, ma distanziai Midge facilmente.

Ci eravamo già addentrati parecchio nella foresta seguendo quello che sembrava
un sentiero con molte diramazioni e, prima di accorgermene, camminando in
quella che sembrava una linea di confine tra la notte e il giorno, mi trovai
all'aperto.

Il sole mi abbagliò per un momento, ma, dopo aver battuto rapidamente le ciglia
ed essermi portato una mano al riparo degli occhi, mi trovai a guardare una vasta
prateria in pendenza. Al termine, quasi addossata alla foresta che continuava, vi
era una grande casa grigia, un vero e proprio palazzo.

L'edificio aveva due piani principali con abbaini e camini allineati sul tetto.
Dovevano esserci otto o nove lunghe finestre al piano terreno e altrettante, più
piccole, al piano superiore. Scorsi una larga fila di gradini che portava a un
ingresso imponente; non c'era portico, ma pilastri squadrati che sporgevano dalle
mura per incorniciare la porta. La prateria scendeva direttamente verso un'area
rettangolare, senza prati di separazione, e la strada d'ingresso girava attorno
all'angolo dell'edificio, adorno di pietre angolari, portando presumibilmente a
una strada che attraversava la foresta.

Il luogo era isolato, e il grigio delle mura gli dava un aspetto cupo nonostante il
sole. Sebbene l'insieme fosse bello, non potei fare a meno di sentire che vi era
qualche cosa di molto poco invitante in quella casa.

Passi leggeri mi si avvicinarono alle spalle, due braccia mi attanagliarono la vita


mentre due mani cercavano di raggiungere quelle parti delicate che avevo
protetto con tanta fatica. Afferrai il polso di Midge prima che mi facesse danni e
lei diede un gemito di frustrazione. Voltatomi e stringendola a me così che non
potesse muoversi, le diedi un piccolo morso al nasetto.

Lei gettò indietro la testa ridendo e ansimando; i suoi sforzi per liberarsi
cessarono quando si accorse che erano inutili.

«Prepotente!» disse imbronciata; ma assaporando la parola.

«Starai buona?»

«Uff!»

«Che cosa? Non ho capito.»

«Maledetto!»

«D'accordo, ma non hai risposto alla mia domanda.»

Sentii la sua testa annuire contro il mio petto. «Vuoi dire di sì?»

Un mormorto soffocato e ancora un movimento della testa.

«Va bene.» La lasciai andare, sempre con cautela.

Lei saltò via assestandomi un calcio negli stinchi.

«Brutta vacca!» gridai massaggiandomi la gamba.

«Mio padre mi ha insegnato come comportarmi con i serpenti come te quando


avevo ancora i riccioli,» mi disse con sarcasmo saltando fuori portata.

Io mi gettai avanti mirando alle sue caviglie, cercando di afferrarne una e di far
cadere Midge sopra di me. Rotolammo per un po' giù dalla collinetta mentre io
cercavo di trattenerla godendomi la sensazione dei nostri corpi stretti l'uno
all'altro.
Ci fermammo ansanti, io sdraiato sul dorso e Midge sopra di me. Quando vide la
casa sgranò gli occhi.

«Che strano posto,» disse senza fiato.

Si alzò a sedere e io mi puntellai su un gomito per guardare con lei la prateria.


«Sembra triste, no?»

Una brezza risalì la collinetta facendo ondeggiare l'erba; ci sfiorò e passò via.
Rabbrividii sebbene avessi caldo.

«Mi domando chi ci vive,» disse Midge.

«Qualcuno che ha molti più soldi di noi, e che ovviamente, ama la solitudine.
Anche l'ingresso è lontano dalla strada.»

«Sembra... sembra disabitata.»

«Forse i proprietari sono via, o forse è una di quelle vecchie proprietà familiari
che nessuno può più permettersi di abitare. Gli ultimi decenni sono stati duri per
molti di loro.»

«Non intendo vuoto perché disabitato.» Aggrottò le sopracciglia cercando le


parole. «Sembra morto,» disse infine. «Il luogo è bello, e tuttavia la casa ha un
aspetto... squallido.» Abbassò lo sguardo su di me. «Poco invitante.»

«Oh, non esagerare. Però è possibile che siamo entrati in una proprietà privata.
Qualcuno qui potrebbe non gradire la nostra presenza.»

Saltò subito in piedi.

«Sta' tranquilla,» dissi rimanendo dov'ero. «Scherzavo. Non abbiamo visto


alcuna indicazione di proprietà privata.»

Si guardò attorno come se cercasse dei guardiani col fucile spianato. «Non mi
piace. Mi sembra di essere osservata.»

Mi alzai togliendomi alcuni fili d'erba dai jeans. «Sei unica, siamo in un posto
che non potrebbe essere più tranquillo di così, e tu tremi di paura.»
«Mi sento a disagio. Andiamocene, Mike; vuoi?»

La guardai con una certa apprensione; c'era nel suo tono, un'ansia non
giustificata dalla situazione. «D'accordo, Midge,» dissi. «Torniamo sulla nostra
strada.»

Ci voltammo ancora verso gli alberi e io diedi un'ultima occhiata alla casa grigia
prima di addentrarmi nella riserva ombreggiata. A quella distanza Casa Triste
sembrava del tutto innocua.

Trovammo il tordo ferito qualche tempo dopo, quando eravamo quasi in mezzo
al bosco tornando per la stessa strada che avevamo percorso all'andata (almeno
Midge mi assicurava che era la stessa). Lei mi guidava con sicurezza mentre io
la seguivo con le mani nelle tasche dei jeans, fischiettando ogni tanto la
canzoncina dei nani di Biancaneve.

Midge mi fece sobbalzare quando si fermò bruscamente mettendomi una mano


contro il petto. Mi irrigidii con le labbra ancora atteggiate al fischio.

«Che succede?» mormorai; ma lei mi fece solo un cenno e si rannicchiò a terra.


Udii un agitarsi frenetico e mi abbassai anch'io.

Midge scostò il fogliame davanti al sentiero, e un sottile acuto cip la raggiunse.


L'uccello ci guardava con neri occhietti impauriti e torceva la testa con
movimenti di terrore.

«Oh, povero piccolo,» gridò Midge commossa. «Guarda, Mike, ha un'ala rotta.»

Io mi feci più vicino, camminando rannicchiato e l'uccello ferito sbattè l'ala sana
cercando disperatamente di fuggire. Midge tese delicatamente la mano e lui si
calmò subito, pur continuando a guardarmi con sospetto. Lei gli cinguettò piano
e con mio stupore l'uccelletto si lasciò toccare.

«E un tordo,» mi disse piano Midge. «Dev'essere andato a sbattere contro un


albero o essersi impigliato in un cespuglio. Non sembra che sia stato attaccato da
qualche animale, non è sporco di sangue e non ha nessuna ferita.»

Esaminai per qualche istante l'uccelletto grigiobruno notando come le carezze di


Midge avessero un effetto quasi ipnotico su di lui; gli occhietti neri erano quasi
coperti dalle palpebre come se volesse dormire.
«Che cosa vuoi farne?» le chiesi piano.

«Non possiamo lasciarlo qui. Non sopravviverebbe alla notte, con tutti i
predatori della foresta.»

«Non possiamo portarlo a casa.»

«Perché no? Potremo tenerlo al sicuro e al caldo per questa notte, e domattina lo
porterò a Cantrip o a Bunbury, dovunque ci sia un veterinario.»

«Midge, l'ala di quest'uccello è rotta, vedi anche tu com'è ridotta. Anche se lo


choc non lo uccide, l'ala non tornerà mai a posto.»

«Sarai sorpreso di come questi cosini sono robusti; può essere curato, vedrai.»
Raccolse le mani attorno al tordo e lo sollevò lentamente mentre l'uccelletto
protestava debolmente. Midge se lo posò sul seno e credo che il tordo ne sentì il
conforto, perché chiuse completamente le palpebre e parve addormentarsi.
Midge abbassò lo sguardo sul piccolo corpicino piumato rannicchiato contro il
suo seno con tale tenerezza che sentii qualche cosa sciogliersi in me. Per quanto
le volessi bene, c'era sempre in me questa capacità di volerle più bene fino a
sentire un nodo alla gola. Chiamatemi pure un sentimentale.

Ci alzammo e io le misi una mano sulle spalle mentre lei mi conduceva lungo il
sentiero; i suoi movimenti si fecero ancor più delicati affinchè il tordo ferito
fosse disturbato il meno possibile.

Presto vidi davanti a me un piccolo bagliore bianco e capii che eravamo giunti al
margine della foresta e a Gramarye.

Ma vidi anche qualcos'altro. Almeno mi parve di vederlo, perché quando cercai


di metterla a fuoco era scomparsa.

Credetti di aver scorto una figura in piedi, fra gli alberi. L'attenzione di Midge
era tutta rivolta all'uccellino così non poteva aver notato nulla. Diedi ancora
un'occhiata domandandomi se avessi visto solo un cespuglio in ombra agitato
dalla brezza, ed esaminai attentamente quel punto del bosco. No, non c'era nes-
suno.

Tuttavia non riuscii a liberarmi dall'impressione che ci fosse qualcuno fra gli
alberi. Una figura vestita di nero, immobile, che ci guardava.
12.
UN VISITATORE
Quella sera ci riposammo nella stanza rotonda; Midge sdraiata sul tappeto con la
testa appoggiata sui cuscini, io sul divano con una chitarra - uno strumento
spagnolo da concerto - sul ventre una bottiglia di vino e un bicchiere su di un
tavolino che avevo avvicinato a me. Il tordo era in cucina, in una scatola di
cartone rivestita di morbida stoffa; era molto tranquillo, sebbene un po'
abbattuto.

Midge, era riuscita con mille moine a mettergli nel becco un po' di pane
inzuppato nel latte, e aveva messo l'ala spezzata nel modo più comodo possibile.
Adesso l'uccellino doveva cavarsela per conto suo.

Il sole era quasi sceso dietro gli alberi e la stanza era inondata dalla solita luce
calda ma, questa volta, più piena, più riposante. Pizzicai le corde basse della
chitarra e le note risuonarono fra le mura curve riempiendo la stanza di dolci
suoni. Mentre iniziavo un pezzo che per molto tempo mi era rimasto difficile, la
grande Sonata in la di Paganini (non sono solo un suonatore di rock and roll),
Midge non parve solo impressionata ma addirittura affascinata. Come lo ero
anch'io. Non ebbi alcuna esitazione, le dita si mossero senza alcun inciampo. Ero
felice della mia abilità, mi sentivo le mani fiduciose e forti, la difficoltà e la
lunghezza della composizione non mi crearono problemi (come accadeva di soli-
to). Naturalmente commisi degli errori, ma si persero nel fluire della musica e,
quando ebbi finito, credo che anche il vecchio Segovia mi avrebbe approvato.
Allo stato delle cose, mi bastò il volto meravigliato di Midge.

Mi si avvicinò carponi e mi posò un braccio sulle ginocchia. «Sei stato...» scosse


la testa «...fantastico.»

Alzai le mani con le palme rivolte verso di me e le guardai come se fossero


quelle di un altro. «Sì», ammisi con un filo di voce. «E stato bello, non è vero?
Accidenti, è incredibile.»

«Ancora,» mi incitò. «Suona ancora».

Ma io posai la chitarra. «Non posso, Midge. E strano ma non posso; è come se


avessi esaurito tutte le mie energie. O forse non voglio rovinare tutto... è meglio
che mi fermi visto che ho raggiunto il massimo, non credi?» In parte era vero:
non volevo non riuscire in qualche cosa d'altro; e poi ero esausto. Il suonare mi
aveva prosciugato ogni energia, fisica e mentale. Mi abbandonai sul divano con
gli occhi chiusi sorridendo. Midge saltò su vicino a me e mi posò la testa sul
petto.

«Mike, c'è una magia a Gramarye e ha degli effetti benefici su di noi.»

Aveva detto quelle parole con molta tranquillità, e io non ero sicuro di averle
udite bene. Presi il bicchiere di vino e lo sorseggiai, contento di starmene lì con
Midge e il resto del mondo - se c'era davvero un mondo fuori di lì - in pace.

Nel frattempo avevo eliminato dalla mia mente la figura nascosta nel bosco
considerandola immaginaria e smorzandone il ricordo con la mia razionalità:
perché qualcuno avrebbe dovuto nasconderei dopo che l'avevo visto? E
comunque, come aveva potuto scomparire così in fretta?

Inoltre, un altro evento aveva distratto la mia mente poco dopo, appena entrati
nel villino: la finestra della cucina era rimasta aperta, e scoprimmo che
Gramarye aveva un visitatore.

Lo scoiattolo rosso era sul tavolo e stava finendo le briciole dei pasticci rimasti
nei piatti dopo pranzo. Io avevo spalancato la porta perché Midge potesse entrare
portando il tordo ferito, e lo scoiattolo aveva allungato il collo guardando nella
nostra direzione. Io lo vidi subito e, se gli animali possono sorridere, questo
certamente sorrise. Non vi era alcuna paura in quel piccolo mendicante, né parve
avere alcuna fretta di lasciarci. Riprese tranquillamente a mangiucchiare briciole.

Solo quando mi avvicinai alla tavola, lo scoiattolo diede segni di inquietudine.


Mi lanciò un'occhiata e saltò nella credenza vicina facendo sbattere i bicchieri e
le caraffe fra loro. Io alzai una mano in gesto di pace, ma questo segno
universale non significava nulla per lui: saltò sul davanzale della finestra e, dopo
un'ultima occhiata qua e là, fece un balzo nel giardino e scomparve.

Midge ed io ridemmo, molto divertiti, e lei disse: «Credi che gli scoiattoli rossi
siano tutti così coraggiosi da queste partì?»

Io ricordai quello che avevamo incontrato sulla strada durante la nostra prima
visita al villino. «Può darsi,» risposi. «A meno che non fosse lo stesso di allora.»
Spalancò la bocca come se considerasse realmente questa possibilità. «Siamo
stati fortunati a vederne. Alcuni anni fa sono stati quasi sterminati da
un'epidemia; non ne sono sopravvissuti molti in questa zona. Quelli grigi hanno
occupato il loro territorio.»

«La prossima volta faremo meglio ad assicurarci che le finestre siano chiuse,
altrimenti un giorno o l'altro, ci ritroveremo la casa invasa.»

«Sarebbe piacevole.»

«Non tanto, se si trattasse di ratti o di topi.»

«Non essere sempre così pessimista.»

Rimasi serio per un momento. «Almeno uno di noi deve considerare la realtà.»

Mi guardò con aria interrogativa; poi ci accorgemmo che lei aveva ancora il
tordo nelle mani.

Io trovai una scatola di cartone e vi misi dentro un mio vecchio maglione e una
sciarpa di Midge; lei vi adagiò l'animaletto e mise la scatola in un angolo vicino
alla credenza. Dopo di che tentò di dar da mangiare al tordo rinunciandovi dopo
un poco per tentare ancora, più tardi, questa volta con maggior successo. Il resto
del pomeriggio, ma ormai era già tardi, fummo impegnati a mettere a posto gli
abiti e i soprammobili, a trovare una sistemazione definitiva agli utensili, le
attrezzature e i vari oggetti casalinghi, ad appendere i quadri, a scopare, pulire e
mettere in ordine. O' Malley e i suoi uomini avevano fatto un buon lavoro
aggiustando, dipingendo, assestando tutto. Anche gli armadi a muro erano in
ordine e credo che fossero stati raschiati prima di essere ridipinti. Gli assiti dei
pavimenti scricchiolavano ancora un poco qua e là, ma non cedevano e non vi
erano fessure nel legno.

Dopo aver cenato a base di "stroganoff", Midge lo aveva preparato con molta
cura perché quella era la nostra prima vera cena a Gramarye - salimmo nella
stanza rotonda. Io accesi il televisore, ma poiché l'immagine era tutta offuscata e
nessuno di noi vi prestava un vero interesse, lo spensi subito. Decisi che il giorno
dopo avrei messo un'antenna per la TV e la radio. Ci ristorammo con un po' di
Schmilson di annata, e tirai un respiro quando accesi lo stereo e sentii che non
era disturbato da interferenze. Eravamo sereni quella sera; Midge non venne
turbata da tristi ricordi e io non mi lasciai assillare dalle preoccupazioni sul
trasloco. Finito l'album dei dischi, lei mi aveva pregato di suonare, cosa che
facevo spesso le sere in cui Midge doveva lavorare al suo tavolo da disegno o
quando eravamo entrambi dell'umore adatto. Io ero andato a prendere la chitarra
e Midge aveva aperto una bottiglia di vino per me.

Adesso mi ero abbandonato sul divano con i polpastrelli delle mani ancora
formicolanti per il contatto con le corde e con i tasti della chitarra, mentre la
testa di Midge era posata sul mio petto, e presto il calore si mutò in desiderio.

Diversamente dall'amplesso gloriosamente frenetico del mattino, questa volta fu


languido e squisito; ogni movimento e ogni momento fu assaporato e prolungato,
ogni fervore indugiò nella sua pienezza. Mentre la nostra sensualità prendeva
forma nei nostri corpi, la stanza sembrava girare intorno a noi e gli ultimi raggi
del sole si frangevano in uno spettro di colori pur sempre influenzati dal
sanguigno fluire che macchiava le mura.

A poco a poco l'atto amoroso fra noi divenne qualche cosa di più. Divenne un
grande espandersi di emozioni che trascendevano il puro piacere fisico, che non
esplose nei nostri spiriti quanto eruppe in un pacato rovescio di energie.
Immaginate un film al rallentatore di vetri che si frantumano in milioni di
frammenti ognuno colpito dalla luce, ciascuno che sprigiona i suoi riflessi:
questo può rappresentare un equivalente fisico alla risposta sensoria risvegliata
in noi, sebbene il paragone non sia esatto perché questo fragile frantumarsi è in
realtà l'opposto della dolce esplosione astrale da noi sperimentata. Ci unimmo
fondendoci non solo l'uno con l'altro, ma con l'aria intorno a noi, con le mura,
con ogni particella vivente contenuta in esse. In qualche modo avevamo
raggiunto un altro livello, un livello che forse tutti raggiungiamo ogni tanto, ma
di cui rimaniamo sempre alla periferia, sempre sul margine, profondamente
consci della sua esistenza, ma mai capaci di percepirla chiaramente.

Una faccenda complessa, vero? Ma nel mio modo goffo, sto cercando di farvi
capire ciò che accadde in noi quella sera a Gramarye. E anche di chiarire le idee
a me stesso.

Ci fu di più. Sentimmo lo spirito di Gramarye, qualcosa che non aveva niente a


che fare con Flora Chaldean né con tutti quelli che avevano occupato il villino
prima di lei, ma era l'essenza del luogo stesso. La sua natura, se volete. Nella
struttura del villino, nel terreno, nell'atmosfera attorno vi era un'immensa bontà,
un traboccare di purezza terrena.
E come ogni positivo ha il suo negativo, vi era anche un oscuro male nascosto.
Ma era nelle frange, un'ombra che non poteva essere definita, un potere assopito
che aveva poca energia. E tuttavia esisteva.

Noi sperimentavamo queste cose, ma non erano nette nella nostra mente e presto
la percezione fuggì svanendo rapida con il persistere del nostro piacere fisico,
delle sensazioni, del bisogno primario che ci avevano condotti a quel
riconoscimento portandone poi via la consapevolezza nel suo stesso deflusso.
Solo adesso dopo che tante cose hanno avuto luogo, posso ricordare e in parte
spiegare quello che accadde quella sera. E anche così, tutto è solo la mia
interpretazione, molto tempo dopo l'evento.

Fui il primo a parlare: Midge era ancora sconvolta, o esausta o entrambe le cose.
«Hai condito lo stroganoff con qualche cosa di particolare?» Volevo solo
scherzare, una frase qualsiasi mentre cercavo di tornare in me, ma lei non rise.
«Midge stai bene?»

Lei si voltò verso di me; ma non mi vide; c'era ancora un sonnolento stupore nei
suoi occhi.

«Midge?»

Trasse un lungo e profondo respiro sollevando le spalle e il petto, e poi emise


l'aria con eguale lentezza. Poi finalmente disse: «Che cosa è successo?» Come se
stesse parlando con se stessa.

Sorrisi. «Abbiamo fatto l'amore.» Quelle strane sensazioni stavano già


lasciandomi mentre la realtà prendeva il sopravvento piano piano come quando
ci si sveglia da un sogno.

Midge si mise le mani sugli occhi e quando tornò a guardare lo stupore di poco
prima non aveva lasciato traccia sul suo volto. Poi sbadigliò facendo sbadigliare
anche me. L'aiutai a vestirsi perché non riusciva a infilare i bottoni, come un
bambino stanco: sembrava distratta e non riusciva a coordinare i movimenti.

«Non capisco,» mormorò. «Non riesco a pensare, Mike...»

Anche i miei movimenti erano lenti e più goffi di quanto volessi, ma ero pieno di
calore e mi sentivo i sensi piacevolmente assopiti. E non potevo smettere di
sorridere. «Credo, Midge, che abbiamo oltrepassato la barriera dell'estasi. Mi
sembra che per un attimo il tempo si sia fermato. Gesù, non credevo che fosse
possibile provare sensazioni così forti.» Vedete come funziona il cervello umano
e cerca di razionalizzare l'irrazionale per la sua salvezza? Stavo riducendo tutto a
romanzo.

Tuttavia Midge non fu del tutto persuasa. «No, Mike, è stato qualcosa cosa di
più...»

Le impedii di continuare con un bacio: «Siamo tutti e due stanchi, Folletto.


Come dicevi, l'aria di campagna ha un effetto benefico su di noi. Perché non vai
a letto mentre io vado a chiudere?»

«Ho bisogno di fare un bagno...»

«No, non serve.»

«E di lavarmi i denti...»

«È cosa di un minuto. Ti raggiungerò prima che tu metta la testa sul cuscino.»

«Va bene, Mike. Mike...?»

«Sì?»

«Tu mi ami vero?»

«Lo sai che ti amo.»

La tirai in piedi e lei si appoggiò contro di me.

«Dio mio,» mormorò.«Sono stravolta. Mi sento come ubriaca.»

«Vieni, ti accompagno a letto.»

Feci di più. La presi in braccio e la portai nella stanza da letto: sentii appena il
suo peso. La adagiai sul letto e rimasi chinato su di lei.

«Penso che tu possa fare il resto da te mentre io vado a chiudere le porte e le


finestre.»

Assentì. Poi mi stuzzicò: «Ti dà sempre ai nervi la campagna, Mike?»


«Sono tutti i lupi e gli orsi che circolano da queste parti.»

«E i demoni dei boschi. Non dimenticare i demoni dei boschi.» Le sue parole
erano quasi indistinte mentre il sonno la sopraffaceva.

«Sarebbe stato meglio se non avessi menzionato i demoni dei boschi.» Mi chinai
per darle un bacio sulla fronte, poi mi rialzai. Un attimo dopo aveva già chiuso
gli occhi.

Uscii in silenzio dalla camera da letto, mi diressi nel piccolo corridoio in fondo
alle scale, chiusi col catenaccio la porta sul retro e scesi in cucina. Mi ero
innervosito un po' parlando di lupi e di orsi, non che credessi davvero che da
quelle parti esistessero tali animali, ma adesso che il sole era tramontato e fuori
era buio pesto, avevo cominciato a rendermi conto di quanto il villino fosse
isolato. E l'accenno ai demoni del bosco non aveva migliorato la situazione.

Misi il catenaccio alla porta d'ingresso, poi mi avvicinai alla finestra aperta della
cucina, misi fuori la testa e sentii la brezza fresca sulla pelle. Non vedevo niente
oltre le vaghe forme degli alberi più vicini. Le nubi avevano coperto in fretta le
stelle che erano spuntate dopo il tramonto, e non vi era la luna a mettere in
evidenza gli inquietanti contorni della foresta.

Sempre più a disagio, ritirai là testa e chiusi la finestra abbassando il saliscendi.


Rimasi per un poco a guardare la mia immagine riflessa nei vetri e rabbrividii.

«Scemo,» mi dissi e tornai al piano di sopra fischiettando.

Mi svegliai improvvisamente come avevo fatto la notte prima. Solo che questa
volta mi sentii immediatamente vigile e ansioso. Sentivo Midge respirare
profondamente accanto a me.

Ero tutto teso mentre me ne stavo sdraiato domandandomi che cosa mi fosse
successo. Solo le cifre luminose della sveglia e gli scuri profili dei mobili davano
rilievo all'opprimente oscurità.

Pensai di svegliare Midge, ma sarebbe stato scortese e codardo. Quando ero


tornato nella stanza da letto qualche tempo prima, i suoi vestiti erano
ammucchiati sul pavimento e lei era sotto le coperte profondamente
addormentata. Non sentii odore di dentifricio quando la baciai sulle labbra. Il
trasloco e le settimane frenetiche che lo avevano preceduto si erano vendicati.
Dei rumori provenivano dall'alto ed erano familiari.

Scossi appena Midge, ma lei non si mosse.

Guardai la buia superficie del soffitto. Qualcuno grattava lassù. Sempre


allungando il collo, mi alzai sui gomiti domandandomi se la stanza era fredda o
se la pelle d'oca che mi sentivo era causata da qualche altra cosa. I rumori erano
soffocati e mi resi conto che non venivano dalla stanza sopra la nostra, ma dalla
soffitta. Un sospiro di sollievo si arrestò a mezza strada. Di certo gli uccelli non
svolazzavano nel cuore della notte. E allora chi diavolo c'era lassù? La mente
impaurita mi suggerì immediatamente che c'erano dei topi, e io ricaddi sul letto
tirandomi le coperte fin sotto il mento. Potevano essere dei topi? Volevo con-
vincermene, ma dei topi non avrebbero mai fatto tanto rumore.

Dimenticai l'eroe che si alza dal letto a notte alta per investigare su rumori
misteriosi; questo personaggio che sale su scale scricchiolanti fino alle soffitte,
facendosi luce con una torcia o una candela e, se è una stella del cinema,
fischiettando per farsi compagnia, è frutto della fantasia di qualche idiota.

Non ci pensavo nemmeno a lasciare il mio comodo letto per andare a guardare in
soffitta. Non ci pensavo nemmeno. Potevamo aspettare sino al mattino.

Lo strano è che non rimasi sveglio per molto tempo. Ascoltai per un poco, con il
cuore che sussultava a ogni nuovo rumore, e mi resi conto di molti altri
scricchiolii o strepitii pur dicendomi che si trattava solo di assestamenti di vecchi
assiti dopo una giornata calda; ma presto la stanchezza sopraffece anche la
paura.

Mi addormentai con le dita incrociate perché l'uomo nero non mi portasse via.
13.
SECONDA VISITA
«Vieni, Mike, svegliati!»

Non so quanto incivile sia stata la mia risposta, ma non arrestò la mano che mi
scuoteva la spalla. Aprii gli occhi e vidi la luce del giorno.

«Mike, vieni a vedere,» insistè Midge.

Il suo volto era vicino al mio e appariva molto più acceso della sera prima. In
realtà la sua vivacità e il suo tocco devono essere stati per me una scossa
elettrica perché mi svegliai all'istante. Fu questo il secondo mattino in cui mi
svegliai pieno di vitalità e rinfrescato, cosa che non era affatto consueta per me.
Stavo diventando mattiniero.

La tirai a me e lei mi resistè ridendo.

«No, voglio che tu scenda a vedere! ». Si tirò indietro e prese la mia vestaglia
appesa alla sedia, me la lanciò e mi scoprì.

Gettai le gambe giù dal letto e mi infilai la vestaglia. «Vuoi dirmi che cos'è tutta
questa eccitazione?» brontolai fìngendomi irritato.

«Vedrai.»

Rideva e mi dava degli strattoni spingendomi verso la porta. La bianca camicia


da notte che indossava, una mia vecchia camicia senza colletto con le maniche
arrotolate le lasciava scoperte le gambe nude, piacevole visione di primo
mattino.

«Anche oggi è una bella giornata, » osservai passando davanti alla finestra .Gli
uccelli, i nostri simpatici vicini, si facevano sentire con il loro cinguettio.

«Qui ogni giorno è bello.»

Non vidi alcuna utilità nel farle notare che eravamo lì solo da due giorni, e mi
lasciai trascinare fino alle scale.
«Buona, buona, signorina Gudgeon.» Il tappeto delle scale, che avevamo fatto
mettere prima del trasloco era morbido ed elastico sotto i miei piedi nudi, ma il
legno sotto di esso era solido. O'Malley non aveva dimenticato niente.

Raggiungemmo la cucina e Midge si fece da parte per farmi entrare. Rimasi lì,
con le mani nelle tasche della vestaglia, aspettando. La stanza mi sembrava
esattamente la stessa.

Mi voltai per dire qualche cosa a Midge quando un battito d'ali mi fece
sussultare. L'uccello attraversò volando la stanza e si fermò in cima alla
credenza. Cinguettò un saluto o una minaccia, non so.

«Come ha fatto a entrare?» Avevo notato che la finestra era ancora chiusa.

«E il tordo, stupido. E quello che ieri aveva un'ala rotta.»

La guardai e poi guardai l'uccello che saltellava vivacemente in cima alla


credenza. Si librò nuovamente nell'aria per cercare un altro appoggio sopra la
finestra.

«È impossibile, Midge, non può essere lo stesso.»

Midge rise, divertita dalla mia incredulità. «Guarda nella scatola. Vedrai che il
tordo non c'è più.»

«Ma non è possibile,» ripetei andando verso la scatola di cartone che era sempre
nel suo angolo. Il tordo sulla finestra cambiò posto volando sulla tavola dove
c'era un mucchietto di briciole di pane, forse messo lì da Midge. L'uccello
cominciò a beccare con un appetito robusto come la sua ala.

«Midge, mi stai prendendo in giro?» chiesi. «Hai fatto entrare un altro dei tuoi
amici?»

«Ti assicuro, Mike, che è lo stesso di ieri! Non è fantastico?»

«Non ci credo.» Scuotevo la testa e guardavo il tordo sempre sospettando di


essere imbrogliato. «Non è possibile, Midge, non è possibile che la sua ala sia
guarita in una notte. La frattura era così grave che pensavo di trovarlo morto
stamattina.»
«Sbagliavi.» Midge si avvicinò alla tavola e il nostro robusto amico smise di
beccare per guardarla. Lei prese una briciola e la offrì al tordo che, con mia
meraviglia, la prese dalla sua mano senza mostrare alcuna paura.

Un uccello è così simile ad un altro, quando sono della stessa razza che non
potevo dire se era realmente il nostro paziente. Ma rimaneva un problema: se era
un altro tordo, dov'era quello ferito? In quel momento notai che un'ala era stata
offesa; mancavano alcune penne. Ed ebbi un senso di freddo. Adesso ero
convinto. Era il nostro tordo senz'altro, ma la sua guarigione era
incomprensibile. Non avevamo potuto ingannarci fino a questo punto sulle sue
condizioni, il giorno prima.

Suppongo che fosse questo il punto in cui il mio oscuro disagio per vari aspetti
di Gramarye cominciò a muoversi a un livello più consapevole. Niente di
definito, solo un vago senso di inquietudine circa strani avvenimenti di nessuno
dei quali potevo dire: «Ecco, questo è totalmente bizzarro.» Se alcuni di essi
fossero stati malefici o almeno completamente inespicabili, mi sarei sentito un
tantino ansioso. Ma in realtà era possibile che l'ala dell'uccello si fosse fissata in
una posizione contorta il giorno prima riuscendo poi a liberarsi durante la notte
(di nuovo il vecchio ragionamento cerebrale non molto razionale). E quanto al
resto... be', che cos'era il resto? Della buona musica, un magnifico amplesso; ma
il ricordo dell'esperienza della sera prima si era già offuscato: una crepa in una
pietra, che si era dimostrata inesistente. Certo in quel luogo c'era anche una
buona atmosfera, particolarmente nella stanza rotonda, ma che cosa significava
questo? Noi eravamo innamorati e ci'jtrovavamo nella prima casa tutta nostra. Le
mura curve della stanza rotonda raccoglievano i raggi del sole così che un
piacevole calore trasudava letteralmente da esse. In realtà non vi era nient'altro
che questo. Eppure... eppure...

Adesso il tordo era appollaiato sulla mano di Midge e cantava allegramente. I


dubbi erano facilmente messi da parte via via che la gioia di Midge mi
coinvolgeva. I suoi occhi esprimevano un'eccitazione trattenuta, e lei parlava
dolcemente alla piccola creatura che rispondeva nel suo linguaggio. Midge alzò
lentamente la mano così che il tordo si trovò al livello della sua faccia, poi gli
soffiò leggermente addosso scompigliandogli un poco le penne e facendogli
chiudere le palpebre.

Affascinato vidi Midge avvicinarsi piano alla porta, a piedi nudi sulle mattonelle.
Si voltò verso di me e mormorò: «Mike...»
Con molta cautela andai alla porta e tirai il catenaccio facendo il minor rumore
possibile. L'uccello sembrava non badare a me. Girata la chiave nella serratura,
aprii silenziosamente la porta e Midge uscì fermandosi sul gradino.

Alzando la mano disse: «Va'. Ritrova la tua famiglia e salutala per me.»

Il tordo parve riluttante a lasciarci, ma Midge abbassò la mano così che le sue ali
si aprirono e lui si trovò sospeso in aria. Volò in alto sopra il giardino
cinguettando fiero, poi si abbassò fin sopra la testa di Midge. Sfiorò le aiuole
fiorite, si librò ancora nell'aria e si diresse verso i boschi da cui si era
allontanato.

Midge battè le mani per la gioia, e io mi fermai vicino a lei sul gradino, con una
mano sulle sue spalle, sorridendo e salutando l'uccellino. Quando se ne fu andato
abbracciai Midge e le accarezzai i capelli.

«Hai fatto davvero questo?» le chiesi.

«E stata sua l'idea di salirmi sulla mano.»

«Mi riferivo alla sua ala...»

Scosse la testa con gli occhi che brillavano. «Ha fatto tutto da solo: è stata una
magia.»

Ancora la parola «magia», era la seconda volta che Midge la usava


inconsciamente dopo il nostro trasloco. Aprii la bocca per parlare quando
improvvisamente i gradini di casa furono assediati da altri uccelli che
reclamavano con un gran cinguettare la colazione. Rientrammo in fretta
allontanandoci da quel fracasso, mentre Midge prendeva il pane ancora incartato
sulla tavola ricavandone una manciata di briciole.

«Su,» disse tornando sulla soglia. «Qui ce n'è per tutti, avanti i più piccoli.»

Loro rifiutarono di mettersi in fila, ma nemmeno il più piccolo dei passeri si


lasciò intimidire dai più grossi: si affollarono insieme in una confusione di penne
e di grida, mentre i più abili abbandonavano la calca con la loro razione nel
becco.

Io lasciai Midge a nutrire quella moltitudine e salii al piano di sopra per farmi la
barba, ripensando alla «miracolosa» guarigione del tordo. L'ala doveva essere
guarita da sola, non vi era altra spiegazione. Dopo dieci minuti tornai dabbasso:
il muesli e il pane tostato col caffè forte erano lì sulla tavola ad aspettarmi; una
sola rosa appena colta nel giardino, in un piccolo vaso di porcellana, illuminava
la colazione preparata. Ma il volto raggiante di Midge illuminava la stanza
ancora di più.

Vi erano un paio di uccelli che gironzolavano presso i gradini della porta


incitandosi reciprocamente a entrare, ma la maggioranza si era disciolta ed era
volata via.

Mentre imburravo il pane dissi: «Non riesco ancora a capire. Quel tordo, ieri, mi
sembrava in pessime condizioni.»

Midge sorseggiò il caffè prima di rispondere. «Che importa? L'ala è guarita,


questo è importante. Perché preoccuparci di come ha fatto a guarire?»

E lo diceva sul serio. Ebbi infatti l'impressione che non volesse discutere quella
guarigione né tornare sull'argomento. Mi strinsi nelle spalle adattandomi a
lasciar correre, avendo ormai quasi accettato la mia teoria dell'«osso
magicamente guarito.» Era vaga ma poteva bastare.

«Hai programmi per oggi?» chiese Midge senza pensare più a quell'argomento.
Sembrava piccola e infantile nella mia camicia troppo grande per lei.

«Sì, ho intenzione di fare delle indagini,» risposi, e lei alzò gli occhi su di me.
«Questa notte ho sentito dei rumori in soffitta.»

«Hai detto che erano gli uccelli annidati sotto il cornicione.»

«Sì, ieri pomeriggio. Ma questo era qualche cosa che si muoveva nel cuore della
notte, quando tutti gli uccelli dormono.»

Mi guardò un po' preoccupata. «Hai idea di che cosa possa essere?»

«Non proprio, ma sono sicuro che la troverò stamattina, alla luce del giorno. Non
voglio starmene ancora lì al buio con la fantasia che galoppa per conto suo.»

«Avresti dovuto svegliarmi.»


«Non volevo disturbarti,» risposi sgranocchiando il toast.

Midge passò dall'altra parte del tavolo e mi si accoccolò sulle ginocchia


costringendomi a spingere indietro la sedia per farle posto. Mi diede un bacetto
sulla fronte.

«Vuoi che venga in soffitta con te?» chiese. Non mi sfuggì la traccia di
canzonatura nella sua voce.

«Magari poi vedi un topo e ti lasci prendere dall'isterismo.» Scossi la testa e


aggiunsi risolutamente: «Andrò da solo, grazie.» Alla luce del giorno le cose non
sembrano tanto minacciose.

«Sai bene che i topi non mi fanno paura. Va be', tanto ho un mucchio di cose da
riordinare e prima comincio meglio è. Credo che O'Malley abbia fatto più
confusione che altro.»

«Oh, tutto considerato hanno lavorato bene. Ha rimesso in sesto il villino, anche
se dovremo fare da noi un bel po' d'opere di restauro, meno di quanto mi fosse
parso a prima vista, però. Hai idea di come sistemare la stanza rotonda? Questo è
importante. » Aggrottò le sopracciglia. «Mi piace così com'è. Credo che non
dobbiamo cambiare nulla.»

«Come vuoi. È in buone condizioni, lo ammetto. Forse Flora l'aveva fatta


rimettere a posto prima di andarsene.»

«Ci vogliono delle tende, bianche o color avorio. Hai notato come cambiano di
colore le pareti durante il giorno?»

«Sì al mattino, sono bianche e luminose, al tramonto sono color oro e poi verso
sera si tingono di rosso. Sono come quella grande roccia in Australia che cambia
sempre colore.»

«Si chiama Ayers Rock. Dicono che ha virtù mistiche...»

«Chi lo dice?»

«Gli aborigeni.»

«Gli aborigeni hanno visto la stanza rotonda?»


Il mio naso si beccò il solito pizzicotto (giurerei che aveva un'altra forma prima
che incontrassi Midge).

«Quando riuscirò a fare una conversazione seria con te?» disse lei mettendo il
broncio.

«Parli di me?» dissi massaggiandomi il naso.

«Rompiscatole,» mugolò.

La mia mano si infilò sotto la sua camicia e le dita la strinsero sotto le costole
prima che potesse muoversi. «Rompiscatole?» chiesi.

«No, Mike, lo sai che non lo sopporto!»

Strinsi più forte cercando le zone più sensibili al solletico fra le costole. Con un
grido si scostò di alcuni centimetri, ma la trattenni con l'altra mano.

«Rompiscatole?» ripetei sorridendo.

«Mike, ti prego, lo sai...»

Strinsi le dita senza pietà, e lei si rannicchiò a terra contorcendosi con un


singulto di risa.

«Mike, noooo!»

«Hai detto rompiscatole?»

«No, no! Scherzavo! Ho detto che scherzavo! Sei... il più... adorabile... la


persona... più affascinante... che abbia... Fermati, Mike, ti prego basta...»

Riuscivo appena a trattenerla tanto si dimenava e ridevo quasi quanto lei. Le sue
gambe batterono l'aria e lei scivolò a terra con la camicia sollevata.

Lanciò un grido nell'atterrare sulle piastrelle fredde col sedere nudo. «Brrr! Oh,
bastar...» il resto fu reso inintelligibile dalle risa nervose.

Affondai il viso nei suoi capelli, mentre le accarezzavo il corpo soffermandomi


sui suoi seni. Mi tornò in mente l'amplesso notturno mentre le mordicchiavo
l'orecchio e le baciavo il collo.
«Oh, ben tornato,» disse lei allegramente.

Non era la risposta che mi aspettavo. Alzai lo sguardo e capii che stava
salutando un altro ospite apparso sulla soglia. Il nostro amico scoiattolo ci stava
osservando dall'ingresso aperto.

«Entra,» lo invitai mentre Midge si riassestava pudicamente la camicia. «Questa


casa è aperta a tutti, non c'è bisogno del biglietto d'ingresso.»

Lo scoiattolo sembrava titubante.

«Zitto, Mike, lo spaventerai. Vieni piccolo, non badare a questo brutto dietro di
me. Mostragli i denti e lui andrà a nasconderei sotto la tavola.

Feci un salto indietro allontanandomi da Midge che continua ad agitarsi.


Spalancai gli occhi per la meraviglia. Midge e lo scoiattolo stavano
«chiacchierando».

«Sì, lo so, sembra un orso col mal di denti, ma è molto simpatico, quando lo si
conosce,» diceva lei a quel cosino.

Lui mi guardò, poi guardò lei e poi ancora me. Gli sfoderai il mio migliore
sorriso, lo scoiattolo agitò la coda.

«Ehi, io abito qui, lo sai?» dissi meravigliandomi di quello che facevo: parlare
con uno scoiattolo! I ragazzi del complesso lo dicevano che ultimamente ero
cambiato! L'animaletto muoveva la testa arruffata a piccoli scatti, curvando la
schiena, e sembrava che ridacchiasse.

«Questo tipo non ha nessun rispetto,» dissi a Midge.

«È lo stesso scoiattolo che è venuto ieri,» rispose lei meditabonda.

«Quello non somigliava di più a un ebreo?»

Lei mi assestò un piccolo calcio.

«Andiamo, Midge, come puoi dirlo? Sono tutti uguali. Come puoi sapere che è
lui?
«Lo so. Questo ha una personalità tutta sua.»

Mi mise le mani sulle ginocchia e si alzò. «Adesso ti troviamo qualche cosa da


mangiare, eh?» disse allo scoiattolo, che parve contento dell'idea; senz'altro
invito saltò sulla tavola e continuò a chiacchierare. Midge prese un pezzo del
mio sandwich e lo offrì al nostro ospite. Con fare ardito lui si fece avanti e prese
il boccone fra le zampette, leccò prima tutto il burro e poi cominciò a
rosicchiarlo alacremente.

«Non riesco a crederci,» dissi appoggiando un gomito sulla tavola e


sostenendomi il mento col palmo.

«Nemmeno io. Di solito gli scoiattoli rossi sono selvatici, al contrario di quelli
grigi.»

«Ma Midge, nessun animale allo stato naturale è domestico. Forse negli zoo, ma
non qui in un bosco.»

«Forse si erano abituati con Flora. Scommetto che ha nutrito intere generazioni
di animali da queste parti. Ti ricordi quanti uccelli c'erano davanti alla finestra il
primo mattino che siamo venuti qui. È come se il villino fosse il loro habitat
naturale, una parte della loro foresta.»

«Vuoi dire il loro "ristorantino?". Capisco che questo posto sia diventato
popolare. Il problema è: quanto tempo passerà prima che comincino a invadere
la nostra intima tranquillità campestre? Potrebbero fare dei danni.»

«Oh, Mike, gli uccelli, gli scoiattoli e qualsiasi altro animale fa parte di
Gramarye quanto noi. Non dimenticare che erano qui prima di noi.» Si acquattò
con le mani sulle mie ginocchia. «Dobbiamo trattarli come amici.»

«Mi rifiuto di diventare amico di lucertole e di serpenti.»

Sorrise. «Ti permetto di chiudere la porta anche ai topi.»

Questo mi ricordò che dovevo fare una certa indagine. Mi chinai in avanti
baciandole le labbra, rendendomi conto che lo scoiattolo ci osservava mentre
mangiava.

«Guardone!» gli gridai quando Midge e io ci separammo. «Bene. Folletto, tutte


le creature grandi e piccole sono le benvenute qui, purché non siano né troppo
grandi né troppo piccole da far buchi nelle strutture di legno. D'accordo?»

«Non so che cosa ti aspetti: finora abbiamo ospitato soltanto un uccello e uno
scoiattolo; comunque va bene, siamo d'accordo. Gli elefanti e i tarli sono
esclusi.»

Ammiccai allo scoiattolo. «Bene, Rumbo, tu sei compreso. Ma non farmi né


ingelosire né arrabbiare.»

Midge rise. «Perché Rumbo?»

«Non so. Ma Rumbo gli sta bene, no? In ogni caso è meglio Rumbo di Rambo.»

Lo scoiattolo scosse la testa in modo convulso facendo vibrare le piccole spalle;


i rumori che emetteva sembravano risate, cosa che divertì Midge fino
all'isterismo.

«Credo che approvi,» disse fra le risa.

«Sì, è un vero pagliaccio,» osservai. Mi alzai lentamente per non impaurire il


nostro ospite. «Adesso, quest'uomo deve andare a lavorare.»

«Anche questa donna.»

«Pensi che gli piaccia mangiare da solo?» Adesso che aveva un nome, Rumbo
mi sembrava un essere umano.

«Ho accettato di farci amici gli animali, non di viziarli. Si intratterrà da solo.»

Così lo lasciammo mangiare tranquillamente; Midge se ne andò verso il


lavandino e io, dopo aver preso una torcia dalla credenza, mi diressi in soffitta.
Nel salire le scale mi sentivo soddisfatto, felice di essere al mondo e di essere
innamorato, e riflettevo sul fatto che un vero amore ha sempre momenti di
assoluta freschezza, come se ci si fosse appena innamorati e la consapevolezza
di ciò è sempre eccitante e coinvolgente. Midge e io ci conoscevamo ormai bene;
ma non ci eravamo ancora abituati l'uno all'altro, non eravamo ancora
tranquillamente soddisfatti, non fraintendetemi: la nostra relazione non è stata
sempre rosea come l'ho dipinta fin qui; in realtà abbiamo avuto momenti burra-
scosi in cui siamo stati vicini a una rottura. Fortunatamente siamo sempre riusciti
a mantenere il buon senso e a capire gli errori dell'altro (o i suoi punti di vista,
come diceva Midge). Non è il caso di fare qui della falsa modestia: entrambi
abbiamo del talento; io per la musica e lei nell'arte, e avete mai conosciuto una
persona di talento priva di un forte temperamento? Non parlo di arroganza o di
ego, ma di quella determinazione nel fare le cose giuste (secondo la propria
mentalità) e dello stato di abbattimento in cui si cade quando le cose non vanno
come vorremmo. Vi sono momenti in cui la persona a noi più vicina ci urta e
deve imparare a piegarsi e a cedere o a parlare con semplice buon senso. Io e
Midge abbiamo imparato a farlo con gli anni. Abbiamo anche imparato a non
prenderci troppo sul serio.

Resistendo alla tentazione di prendere una chitarra, sicuro com'ero che avrei
perso tutto il mattino se lo avessi fatto, mi avvicinai alla sedia che avevo messo
sotto la botola della soffitta il giorno prima. La torcia funzionava, la sedia era
sicura e la botola mi aspettava: era il momento opportuno per portare a termine
la mia impresa.

E allora perché esitavo?

Forse avrei dovuto portare con me la scala; sarebbe stato più facile
arrampicarmi. Ma il soffitto non era alto e la sedia sarebbe bastata.

Adesso da lassù non provenivano rumori; ma non era una buona ragione per non
dare un'occhiata.

Stavo diventando pauroso e lo sapevo. Tuttavia qualche cosa mi diceva che non
dovevo guardare in quella soffitta. Forse nella mente di tutti vi è un piccolo
compartimento in cui il futuro esiste qui e adesso, dove sono contenuti gli
archivi degli eventi che devono accadere, dove l'archivista (che in fin dei conti
siamo noi) fa scivolare un avvertimento sotto la porta chiusa. Forse. Queste cose
sono un mistero per me come per voi; quello che so è che la tentazione di tornare
indietro, di rifar le scale e inventare una qualche scusa per non andare in soffitta
era forte.

Andiamo, Stringer, mi incoraggiai, vai su e scaccia qualche topo se non vuoi


esporti al pubblico scherno. Tuttavia esitavo, con gli occhi fissi alla botola: cosa
me ne importava del pubblico scherno.

Infine prevalse il buon senso e il pragmatista che è in me vinse la battaglia: salii


sulla sedia e accesi la torcia. Con una mano sollevai la botola... solo di qualche
centimetro. Nessuno sguardo minaccioso mi fissò attraverso la fessura: nessun
rumore, nemmeno uno spiffero. Tutto era fermo e tranquillo. Sentendomi un
tantino più ardito sollevai la botola ancora di qualche centimetro e vi feci passare
la torcia in punta di piedi cercando di vedere qualcosa. Mi accorsi di uno
spiraglio di luce che veniva dal basso. Spensi la torcia ed ebbi la conferma che la
luce diurna filtrava attraverso il cornicione.

Ecco di cosa si trattava : qualche uccello doveva essere entrato e aveva


trasformato la soffitta in un nido ben riparato. Forse la notte scorsa avevano
voluto fare un'allegra festicciola. Riaccesi la torcia e sollevai del tutto lo
sportello della botola.

Posai la torcia per terra, mi puntai con le braccia e mi tirai su; quel che mi
mancava in fatto di stile atletico fu compensato dalle maledizioni che mi lasciai
sfuggire issandomi, mentre le mie scarpe di tela bianca scalciavano nel vuoto
come colombe impazzite. Sedutomi sul margine, con le gambe penzoloni, trassi
un lungo respiro e immediatamente me ne pentii. L'aria, là dentro, era mefitica,
un odore rancido mi fece arricciare il naso.

«Gesù!» esclamai a voce alta e mi parve di sentire un movimento non lontano da


me.

La luce della torcia puntava in un'unica direzione, ma potei tuttavia distinguere


le scure forme delle travi del tetto. Nel tetto non vi erano buchi perché i muratori
avevano lavorato bene, ma potei vedere sulle travi qualche altra cosa, oggetti
neri e indistinti nel buio. Sembravano pendere agli assiti, e con un brivido notai
che ve ne erano di più, molti di più, sulle travi inclinate del tetto.

Li riconobbi ma afferrai la torcia e la puntai nella loro direzione. Ebbi un fremito


di repulsione quando vidi una quantità di corpicini pelosi appesi a testa in giù
simili a frutti appassiti, erano tutti ammassati nella soffitta infestandola con il
loro tanfo.

Mentre li osservavo, un'ala si contrasse, si tese con un tremito e poi tornò a


piegarsi sul corpo scuro.

«Oh Dio,» esclamai restando lì impietrito. Nel silenzio immaginai di udire il


battito dei loro piccoli cuori come uno solo in un ritmo regolare che unificava
quelle creature in un'unica massa.
Scesi in silenzio dalla soffitta, scosso dai brividi e temendo che il più piccolo
rumore potesse scatenare strida e frenetici batter d'ali da parte dei pipistrelli.
14.
L'OSSERVATORE
Nel bagno mi sciacquai la faccia imperlata di sudore, e mi strofinai
vigorosamente le mani come se fossero rimaste contaminate da ciò che c'era in
soffitta. Mi sentivo male, con la nausea che mi restava chiusa e agglutinata nel
petto.

Pipistrelli! Mostri ripugnanti e sinistri. E, da quel che avevo visto, ce n'era


un'invasione. O'Malley doveva essersene accorto: perché diavolo non mi aveva
detto nulla. Adesso rimpiangevo di non aver accolto il saggio consiglio di
mandare al villino un sorvegliante, pensando che una spesa di meno ci avrebbe
permesso di fare maggiori restauri; un sorvegliante si sarebbe accorto dei
pipistrelli e ci avrebbe avvertiti. Avevo paura di dirlo a Midge poiché non volevo
guastare il suo idillio; ma lei doveva saperlo: non c'era modo di nasconderglielo.

Piccoli bastardi! Dovevano esserci dei disinfestatori nella zona, o forse il


Comune si occupava di queste cose. I pipistrelli erano un pericolo per la salute?
Certo lo erano per la tranquillità mentale.

Mi asciugai la faccia e le mani mentre nella mia testa, c'era un turbinio di


pensieri raccapriccianti. Suppongo di avere avuto una reazione eccessiva, ma le
sensazioni sgradevoli provate prima di aver aperto la soffitta, unite allo choc di
essermi trovato di fronte a tutti quei neri corpi appesi, avevano avuto un forte
effetto su di me. Mi chiesi da quanto tempo Gramarye fosse la residenza a quelle
ributtanti creature; erano arrivate dopo la morte di Flora Chaldean, o si erano
stabilite lì quando lei era ancora viva? Quest'ultima ipotesi era più improbabile,
ma io e Midge sapevamo che Flora era una donna eccentrica, e quindi era
possibile che li avesse accolti con piacere. Ebbene, i nuovi proprietari della casa
avevano il diritto di non accettare certe compagnie: elefanti, tarli e pipistrelli
erano quindi esclusi.

Passai nella stanza da letto vicina e andai alla finestra con l'intenzione di aprirla
e prendere una profonda boccata d'aria fresca; stavo per farlo quando vidi un
gruppo di persone vicino al cancello del giardino.

Midge, era al di qua del cancello, mi volgeva le spalle, e parlava con altre tre
persone, due uomini e una ragazza. I tre erano vestiti alla buona: camicie col
collo aperto e calzoni sportivi, e la ragazza in gonna lunga e camicetta. Aveva
lunghi capelli biondi e, anche da quella distanza, il suo viso mi sembrava vaga-
mente familiare. Una Citroen era parcheggiata sull'erba dietro a loro (noi
avevamo trovato uno spazio libero di fianco al giardino, abbastanza grande per
parcheggiarci la nostra Passat). Le loro voci mi giungevano dirette dal giardino,
ma non riuscivo a capire quello che dicevano. Sentendomi, in quel momento,
particolarmente disposto ai contatti umani, lasciai la stanza e scesi. Se si trattava
di gente del luogo, forse sapeva come risolvere il problema dei pipistrelli.

Mi riempii i polmoni del puro profumo dei fiori mentre nel naso sentivo ancora
il tanfo della soffitta. I tre mi guardarono mentre mi avvicinavo e Midge si voltò
per salutarmi.

«Mike, ti presento i nostri primi visitatori,» disse lei chiaramente contenta di


quell'incontro.

«I nostri primi visitarori "umani",» la corressi io sorridendo dello stupore dei tre
giovani. Per un po' riuscii a scacciare dalla mente il pensiero dei piccoli esseri
alati e ripugnanti.

«Mike si riferisce a certi animali che sono venuti a trovarci dopo il nostro
trasloco,» spiegò Midge, e tutti risero.

«Immagino che vorrete sapere chi sono gli esseri umani che sono venuti a
cacciarsi in questo angolo della foresta.» Quello che parlava era biondo come la
ragazza, sebbene con i capelli più corti, stile militare. Era alto più o meno come
me - un metro e ottanta-e aveva gli occhi azzurri come quelli di Paul Newman.
Mi ricordava un campione di surf californiano degli anni Sessanta, e il suo
accento americano rafforzò l'immagine, sebbene avvertissi una forza in lui che
contrastava con i suoi modi disinvolti. Sorrise scoprendo denti bianchissimi da
attore hollywoodiano.

«Sono Hub Kinsella, » disse tendendo la mano oltre il cancello «e questi...»


indico i suoi amici «... sono Gillie Slade e Neil Joby.» Strinsi la mano a tutti e tre
mentre Midge mi presentava.

«Ti abbiamo incontrato quando siamo passati di qui l'altro giorno,» disse la
ragazza stringendomi appena la mano.

«Oh certo, mi sembrava di averti già vista,» risposi. «Lei mi ha salutato dalla
macchina, vero?»

«Mi hai salutato tu per primo.»

Ridemmo come fanno le persone insicure che non si conoscono al minimo


accenno di umorismo. Lei era sicuramente inglese e molto graziosa, anche se in
modo non appariscente. Era truccata e aveva il naso e le guance tempestati di
lentiggini; vi era in lei una certa volubilità che poteva essere attraente o irritante,
non sapevo decidere.

L'altro ragazzo, Joby, era basso ed esile e, guardandolo meglio, mi accorsi che
era vestito meno alla buona degli altri: portava la cravatta sulla camicia dalle
maniche corte, pantaloni stirati con cura e scarpe lucidissime. Le braccia glabre
erano scarne e lattee e la sua stretta era un po' troppo forte come se voluta
piuttosto che naturale. Aveva una voce un po' nasale tipica della gente dei
Midlands. «Spero che la vostra nuova casa le piaccia.»

«Sì,»dissi, «ma ci vorrà un po' di tempo per metterla a posto.»

«Siete tutte e due di Londra?» chiese Kinsella con educato interesse.

«Come ha fatto a capirlo?»

Sorrise in modo disarmante. «Ve lo si legge in viso.»

«Che siamo dei pesci fuor d'acqua?»

«Oh, no! Non volevo dire questo, ma ho capito subito che non eravate di queste
parti.»

«Midge però è cresciuta in campagna. Io invece sono un novellino.»

«Vi innamorerete presto di questo luogo,» disse la ragazza, Gillie. «Come me.»

Midge richiamò la mia attenzione toccandomi il braccio. «Ricordi, Mike, quella


casa grande che abbiamo visto ieri?»

«Ma certo, la casa grigia!»

Lei annuì. «Hub, Gillie e Neil abitano lì.»


«Davvero! Abitate lì? Tutti e tre?»

«Più di tre, Mike,» rispose Kinsella.

«Che cosa? Un albergo, una fattoria della salute?»

«Niente di tutto questo. Perché non venite a farci una visita, quando vi sarete
sistemati? Ve la faremo vedere.»

«Sì venite,» disse Gillie e con nostra sorpresa ci diede un amichevole colpetto
sulla spalla. «La casa è bella all'interno, e noi saremo lieti di accogliervi. Diteci
che verrete, vi prego.»

Fui sorpreso dal suo entusiasmo, ma Midge parve apprezzare l'idea. «Ci
piacerebbe molto,» disse alla ragazza. «Ieri abbiamo pensato che fosse disabitata
la vostra casa, non è vero Mike?»

«Sì, non capivamo...» sentii la mano di Midge che mi stringeva il braccio. «Nel
frattempo ci si è presentato un piccolo problema che sarebbe meglio risolvere al
più presto. Penso che forse avete qualche idea su come si vive da queste parti.»

La loro espressione non avrebbe potuto mostrare un maggior desiderio di


aiutarci. Midge era curiosa.

«I pipistrelli hanno invaso la nostra soffitta,» spiegai indicando col pollice il


villino dietro di me. E voltandomi verso Midge: «Erano loro che facevano
rumori stanotte. Adesso stanno dormendo.»

«Pipistrelli?»

«Pipistrelli.»

«Oh, non sono un grosso problema, Mike,» mi assicurò l'americano. «Non danno
alcun disturbo.»

«Forse no, ma mi fanno sentire a disagio. Non mi piacerebbe svegliarmi una


notte e scoprire che brindano alla salute con il nostro sangue.»

Risero, ma Gillie parve un po' disgustata.


«Niente paura,» disse Joby incrociando sul petto le lunghe braccia da insetto.
«Per lo più vanno in giro al tramonto e all'alba, e comunque non credo che
troverete altri vampiri nell'Hampshire. Se li lasciate in pace non vi
disturberanno.»

«Mi stanno già disturbando.»

«Oh, andiamo, Mike,» disse Midge. «Sono solo dei criceti con le ali.»

La sua reazione - o forse dovrei dire la sua indifferenza - mi sorprese. Sapevo


che adorava gli animali, ma proprio tutti gli animali?

«Purtroppo non è possibile prendere provvedimenti drastici contro i pipistrelli,»


intervenne Joby. «Sono una specie protetta. In questa regione molti sono già stati
sterminati per lo più dagli insetticidi e dall'ignoranza; la gente li uccide senza
motivo. Gli ecologisti si sono fatti avanti appena in tempo per indurre il governo
a prendere provvedimenti.»

«Vuoi dire che non posso toccare quei cosi?» chiesi incredulo.

Lui annuì con fare greve. «Quei cosi sono mammiferi. Vi sono i pipistrelli
comuni e i pipistrelli dalle orecchie lunghe, a seconda delle dimensioni: il
pipistrello comune è il più piccolo.»

«Non ho potuto vederli da vicino.»

«Il pipistrello comune preferisce i boschi, ma si è abituato alle zone residenziali,


mentre il pipistrello dalle orecchie lunghe preferisce dormire nelle caverne, nelle
cantine o nelle soffitte.»

«Allora quelli che ci sono in soffitta sarebbero pipistrelli dalle orecchie lunghe?»

«Ma ve l'assicuro, non avete niente da temere. Si cibano di insetti e falene e


quindi potrebbero esservi utili.»

Io ero dubbioso, ma lui sembrava sapere quello che diceva. Scrollai il capo e
mormorai: «Allora sembra che siamo destinati a tenerceli.»

Kinsella intervenne con un tono da cospiratore: «Ascolti, Mike, se davvero


divenisse un problema serio, forse potremmo aiutarvi a scacciarli con suffumigi
o qualche cosa del genere. Non c'è bisogno che nessuno lo sappia.»

«Be', vedremo come si mettono le cose.»

Lui mi tentò ancora. «Se avete bisogno di aiuto, sapete dove trovarci, saremo
lieti di vedervi in qualsiasi momento.»

«Devo andare a prendere il regalo?» La ragazza lo guardò come un cagnolino


guarda il suo padrone.

«Oh, certo, quasi lo dimenticavo.»

Gillie si infilò in macchina e quando ne uscì aveva in mano una scatola di latta
quadrata. La porse a Midge al di là del cancello.

«Una delle nostre sorelle è una cuoca meravigliosa, così quando abbiamo saputo
che vi eravate stabiliti a Gramarye, l'abbiamo pregata di farvi un dolce di
benvenuto. Niente di straordinario, ma spero che vi piacerà.»

«E il nostro modesto modo di darvi il benvenuto da buoni vicini,» disse Kinsella


togliendosi le mani dai fianchi come per abbracciarci.

«Che pensiero gentile,» esclamò Midge accettando il dono raggiante. «Vi


inviteremo qui non appena avremo messo tutto in ordine; siete stati molto
gentili, non è vero, Mike?»

Kinsella parlò prima che potessi rispondere. «Potete essere sicuri che verremo a
salutarvi ogni tanto. Quando ci si è fatti degli amici non bisogna perderli.»

Lo disse con grande spontaneità, così che mi chiesi perché le sue parole mi
mettessero a disagio.

«Per il momento,» proseguì, «vi lasciamo. Sono sicuro che avrete una quantità di
cose da fare nel villino. La proprietaria era un po' troppo vecchia per mantenere
in ordine la casa.»

«Conoscevate Flora Chaldean?» chiese Midge.

«Oh, tutti, da queste parti, sapevano di lei,» disse Gillie.


«Ma nessuno la conosceva nel vero senso della parola» aggiunse Kinsella. Le
abbiamo parlato un paio di volte, tutto qui. Ricordate quello che vi ho detto: di
qualunque cosa abbiate bisogno, non dovete far altro che telefonare.»

«Lo ricorderemo, Hub,» dissi. E poi: "E un soprannome?"

«È un'abbreviazione di Hubris. I miei genitori sono tipi spiritosi.»

Non eccessivamente, pensai. «Bene, arrivederci e grazie per le informazioni sui


pipistrelli. Almeno adesso so come stanno le cose.»

Ci stringemmo la mano piuttosto formalmente e poi il gruppo salì in macchina;


Kinsella al volante. Quando la Citroen passò, ci salutarono con la mano, noi
ricambiammo il saluto e li seguimmo con lo sguardo finché scomparvero.

«Non trovi che siano gentilissimi?» esclamò Midge tendendomi la scatola con il
dolce per farmelo vedere.

«Sì. Un tantino troppo amichevoli, forse.»

«Oh, Mike, sei così cinico, a volte. Volevano essere solo dei buoni vicini. Vorrei
che anche qualcun altro si comportasse come loro.»

«Sì, ma chi sono, Midge? Come mai un gruppo vario come questo vive insieme
in un maniero? Hai notato che Gillie ha chiamato sorella quella che ha fatto
questo dolce?»

«Ebbene? Forse appartengono a una qualche organizzazione religiosa. Che


importanza ha, se sono persone simpatiche?»

Mi strinsi nelle spalle. «Sì, hai ragione. Mi sono sentito un po' aggredito, ecco,
come se fossero troppo ansiosi di conoscerei.»

«Quante volte devo dirtelo? In campagna le cose sono diverse, la gente è più
amichevole. Non devi essere così sospettoso.»

«Scusami, Midge, non volevo esserlo. Quei pipistrelli mi hanno turbato.»

Il suo tono si addolcì. «Ti capisco ma è vero, sai, i pipistrelli sono davvero
innocui.»
«Finché non invadono il mio territorio.»

Una leggera brezza fece ondeggiare gli alberi e mosse i fiori. Midge si mise la
scatola sotto un braccio e infilò l'altro sotto il mio. Tornammo verso il villino col
sole caldo che ci illuminava la faccia.

«Andiamo a dare un'occhiata a questi mostri che ti hanno spaventato tanto,»


disse lei persuasiva.

«Vuoi andare lassù?»

Lei quasi si sdegnò. «Naturalmente. Non vedo l'ora di vederli.»

«Sei imprevedibile.»

«lo studio la vita di campagna, non ricordi? Sono un'illustratrice e disegno anche
animali. Mi piace osservarli. Inoltre questi mostriciattoli mi possono suggerire
un'idea per un libro che forse scriverò in futuro. Meglio ancora se lo scriverai tu
per me. È tempo che tu faccia buon uso di questo tuo particolare talento.»

«Un libro dell'orrore per bambini? Puoi trovare là qualche cosa di simile.»

«No, niente del genere. In ogni caso non vi è niente di disgustoso nei pipistrelli.»

«Aspetta di vederli.»

Lei lasciò il dolce sulla tavola della cucina e salì di sopra mentre io le facevo
strada brontolando fra i denti qualche cosa sulle sgradevoli conseguenze del fare
amicizia con i parenti di Dracula, e Midge mi punzecchiava le natiche dicendomi
di non essere così fifone.

Nell'attico, mio futuro studio musicale, presi la torcia che era rimasta sulla sedia
e me la battei sulla palma della mano guardando Midge seria in volto.

«Vuoi proprio andare a fondo di questa faccenda...» chiesi cupo, «...pur sapendo
che cosa è successo a Pandora?»

«Spostati di lì,» mi rispose dandomi una spinta e mettendo un piede sulla sedia.

«Va bene, va bene. Adesso, Midge, parlo sul serio: onestamente non mi sento di
tornare lassù.»

«Non c'è bisogno che tu lo faccia... basta che mi aiuti. Non lo racconterò ai
nostri amici.» Si portò una mano sul fianco e assestò il piede sulla sedia. Aveva
sulle labbra un ghigno di sfida.

Mugugnando la spinsi da parte e salii sulla sedia. Poco prima, quando ero sceso,
avevo chiuso la botola, forse immaginando che i pipistrelli potessero inseguirmi:
così dissi: «Adesso aprirò e poi ti spingerò su, a meno che tu non preferisca che
vada a prendere la scala.»

«Basterai tu.» Incrociò le braccia aspettando.

«Va bene.» Spinsi lo sportello che si aprì facilmente. «Non spaventatevi,


ragazzi,» dissi piano. «È solo il padrone di casa che viene a controllare l'aria
condizionata.» Sebbene non fossi nervoso come la prima volta, adesso ne sapevo
un po' di più sui nostri sonnolenti ospiti, il mio tentativo di far dello spirito era
un po' forzato.

Lo sportello cadde all'indietro contro l'asse verticale, come prima, e io chinai la


testa nel sentire quel colpo secco. Vidi Midge che si metteva la mano sulla bocca
per nascondere una risatina.

«Non dire che non ti ho avvertita,» dissi di cattivo umore scendendo e


porgendole la torcia. Unii le mani a staffa. «Aggrappati ai bordi dell'apertura con
una mano e metti dentro la torcia, poi ti tirerò su.»

«Mio eroe,» disse lei mettendomi un piede nelle mani.

La sollevai e lei salì facilmente, accendendo la torcia e facendola passare


nell'apertura con un movimento aggraziato; era molto leggera. Midge si sedette
con le gambe penzoloni nel vuoto come avevo fatto io.

lo mi arrampicai dopo di lei, servendomi della sedia e cercando di farlo con


disinvoltura, adesso che avevo un pubblico. Lei si spostò svelta di lato per farmi
posto.

Una volta in soffitta dissi piano: «Li vedi?» Il tanfo mi fece arricciare ancora il
naso.
Lei diede uno sguardo attorno illuminando la soffitta con la torcia e io rabbrividii
nel vedere le nere forme pendenti.

«Oh, Mike, non sono poi così tanti,» disse lei con aria canzonatoria.

lo sbattei gli occhi, seguendo il fascio di luce della torcia. In realtà i pipistrelli
non sembravano tanti come prima, «lo, hum... sono sicuro che erano di più.»

«Secondo me eri così spaventato che ne hai visti più di quanti ce n'erano. Però
sono almeno una quarantina sparsi qua e là.»

«Quando li ho visti io erano tutti ammassati. Molti devono essersene andati.»

«In pieno giorno? No, il raggio della torcia deve aver provocato delle ombre così
da dar l'illusione che fossero di più.» Mi battè la mano sulla gamba per
rassicurarmi. «Quando si è spaventati, si vede tutto sotto una cattiva luce.» Si
portò la torcia sotto il mento illuminando il suo volto sorridente.

«Tutto questo è strano, molto strano. Dammi un po' la torcia, per piacere.»

Le presi la torcia di mano e camminando carponi mi addentrai nella soffitta


tenendomi ai travicelli e attento a non mettere un ginocchio nell'apertura. Cercai
di dirigere il fascio di luce in tutti i recessi, pur non potendo vedere dietro il
serbatoio dell'acqua; ma non scoprii altri pipistrelli. Midge si unì a me,
camminando eretta e non carponi facendomi sentire ancora più sciocco.

Mi alzai aggrappandomi a una trave, attento a non toccare qualche pipistrello


addormentato. Mi aspettavo di vedere Midge sorridermi con aria canzonatoria
ma era troppo assorta nell'esaminare uno dei corpi appesi.

Tese una mano e accarezzò delicatamente un'ala piegata.

«Ehi,» dissi piano, «che stai facendo?»

«Fammi un po' di luce, Mike, voglio vedere bene questo tipo.»

«Smettila di piagnucolare. Non c'è la rabbia da queste parti. Ricordi quello che ti
ho detto: non sono che dei criceti con le ali. Vieni, fammi luce.»

Maledetto pipistrello, pensai obbedendole e appoggiandomi alle travi.


«Non dare la colpa a me se ti morde.»

Il pipistrello si contorse tentando di ritirare l'ala che Midge gli aveva aperto, ma
lei la tenne ferma. L'animale aprì la bocca orribile, irritato, mostrando gli aguzzi
denti da vampiro sebbene sembrasse ancora addormentato. Io mi tenni a distanza
continuando a fare luce a Midge.

«Vedi le dita?» La sua voce era sommessa. «Vedi come sono lunghe le ultime
tre? L'ala è formata dalla pelle tesa fra loro. Guarda, arriva fino alla zampa e alla
coda.»

«E interessante. Non credi che potremmo lasciarlo dormire in pace?»

«E guarda il suo corpicino peloso. E proprio grazioso.»

«Grazioso? E brutto come il peccato.» Mi pentii subito di aver alzato la voce


perché le palpebre sottili che coprivano gli occhi del pipistrello si aprirono per
un secondo.

«Si è offeso,» osservò Midge.

«Dovrà rassegnarsi. Guarda che orribile naso schiacciato e che orecchie a


punta,» emisi un mugolìo di disgusto.

«Quello che ha attorno al naso è il suo radar.»

«Possiamo scendere, adesso, Midge? Potremo coabitare con queste specie di


susine, ma non siamo obbligati a fraternizzare con loro.»

Lasciò che l'ala si ripiegasse, poi mi strinse il fianco. «Non sapevo che fossi così
allergico.»

«Per essere onesto, non lo sono mai stato. Mi fanno solo una strana sensazione:
non riesco a dominarmi.»

«Per lo meno adesso sai che non sono tanti come credevi.»

«Avrei giurato che... Non importa; ero così sorpreso che probabilmente ho visto
doppio.»
«O triplo. Scendiamo dove l'aria è più pura.»

Ci sostenemmo alle travi, e io mi misi a gambe aperte sulla botola per calare
Midge sulla sedia sottostante. Dopo aver dato un ultimo sguardo intorno, diedi la
torcia a Midge e mi calai, tenendomi poi in equilibrio sulla sedia per afferrare il
lato dello sportello e chiuderlo dietro di me. Questa volta lo rimisi a posto con
l'animo più tranquillo.

Saltai giù e mi pulii le mani sporche di polvere, felice di essere uscito dalla
soffitta. Intanto Midge si era avvicinata a una della finestrelle dell'attico e
cercava di aprirla.

«Volevo far circolare un po' d'aria, » disse voltandosi un poco verso di me, «ma
la finestra è bloccata.»

Io la raggiunsi. Può essere colpa della vernice. Avrebbero dovuto lasciare le


finestre aperte finché non fossero asciutte. Fammi provare.»

Prima che potessi dare un buon colpo a una delle due ante, Midge mi prese il
braccio.

«Quei pipistrelli ti disturbano davvero tanto, Mike? Perché in tal caso potremmo
fare come ha suggerito Hub e trovare il modo di sbarazzarcene senza che
nessuno lo sappia.»

Io la fissai: «Ma l'idea non ti piace affatto, vero?»

«Non voglio che quei pipistrelli rovinino tutto. Per me è più importante che ti
senta felice qui; così, se devo scegliere fra la tua serenità e i pipistrelli, preferisco
la tua serenità.»

Avvicinai la mia testa alla sua. «Probabilmente hai ragione tu,» dissi. «Non ci
daranno noia.» Tornai alla finestra. «Ma se continuano a fare orge ogni notte, li
facciamo fuori: il rumore di quello sbatter d'ali frenetico mi fa impazzire.»

Diedi un colpo al telaio e poi un altro, mordendomi il labbro per il dolore. Al


terzo tentativo la finestra si aprì di qualche centimetro dopodiché fu facile
spalancarla. Mentre cercavo di fissare le ante ai ferri esterni, diedi un'occhiata al
bosco di fronte aspirando profondamente l'aria scaldata dal sole. Mi irrigidii
prima di averla espirata.
Avevo visto una figura in piedi che stava nell'ombra dietro la prima fila di alberi
o la vista mi ingannava? Qualcuno ci stava ancora osservando?

«Midge,» dissi con voce tesa perché avevo ancora i polmoni pieni d'aria, che
esalai mentre lei si avvicinava. «Qualcuno laggiù sta osservando la casa.»

Non la guardavo, ma sapevo che stava scrutando nella foresta.

«Dove Mike? Non vedo nessuno.»

Distolsi per un momento gli occhi dalla figura immobile e misi un braccio sulle
spalle di Midge avvicinandola a me.

«Là,» mormorai indicando. «Là fra gli alberi. Una figura scura che osserva il
villino.»

Ma quando tornai a guardare, la figura era scomparsa.

«Non la vedo, Mike,» disse Midge, e io mi voltai verso di lei senza parlare, poi
guardai ancora gli alberi. Decisamente non c'era nessuno.

Cominciai a domandarmi se l'aria di campagna fosse così fresca da provocare


allucinazioni.
15.
PROGRESSI
Le due settimane che seguirono passarono velocemente tenendoci occupati senza
che io avessi altre «allucinazioni». Passammo le giornate (e spesso anche le
notti) togliendo la vecchia tappezzeria e sostituendola con quella nuova e
dipingendo le pareti e i rivestimenti di legno che non avevamo fatto toccare agli
operai. Un paio di sere furono particolamente fredde e presto scoprimmo correnti
d'aria che ci facevano rabbrividire; feci del mio meglio per scoprire da dove
provenivano e mi affrettai a chiudere. Lavammo, strofinammo, pulimmo e
lustrammo. Misi a posto il campanello d'ingresso, in modo che squillasse
anziché gracchiare.

Pulimmo i camini in previsione degli intimi inverni accanto al fuoco, e facemmo


vuotare il pozzo nero (il puzzo fu terribile e dovemmo tener chiuse porte e
finestre durante l'operazione). Venne un idraulico a far alcuni lavoretti compresa
la revisione della lavatrice e l'assicurarci acqua calda invece che tiepida (cosa
che richiese un nuovo e più grande riscaldatore a immersione, che pesò molto sul
nostro bilancio). L'acqua, adesso, era limpida, grazie al nuovo serbatoio che
O'Malley aveva installato nella soffitta, e anche la TV e la radio funzionarono
meglio dopo la prima settimana. Le immagini della televisione non erano ancora
molto nitide, ma del resto eravamo situati in una zona fuori mano.

lo misi a posto il mio studio musicale, sempre sognando il costoso


equipaggiamento che avrei avuto (speravo) in un futuro non troppo lontano,
mentre Midge preparò il suo piccolo studio artistico sotto una delle grandi
finestre della stanza rotonda. Aveva una gran voglia di rimettersi a pitturare -
pitturare in senso artistico, non le pareti - così come io non vedevo l'ora di
tornare alla musica seria. Preso com'ero dal lavoro manuale, avevo la testa piena
di idee per canzoni e musiche rock. Tutte queste idee erano tentativi, ma in
genere molto stimolanti; mi domandavo se mi sarebbero parse così buone
quando le avessi scritte, o così grandiose quando le avessi registrate. Nonostante
questa urgenza creativa in entrambi, resistevamo alla tentazione e insistevamo
nel lavoro in corso per preparare Gramarye a un futuro piacevole e felice.

Facemmo del nostro meglio con il giardino - o dovrei dire che lo fece Midge,
specialmente per quel che riguardava le aiuole - ma, cosa strana, sembrava
prosperasse per conto suo. Anche i conigli selvatici, numerosi da quelle parti,
rispettarono i nostri fiori. Ripulimmo le aiuole, e trovammo che molte erbacce
erano scomparse, evidentemente eliminate dalla cattiva salute dei fiori e costrette
a rinunciare alla lotta (io ero abbastanza ingenuo, in fatto di giardinaggio, da
crederlo possibile, e Midge, che ne sapeva di più, non fece commenti). Acquistai
nel negozio di ferramenta del paese una falciatrice a mano per il margine erboso
oltre il recinto e l'area attorno al retro del villino, e fui felice di lavorare al sole, a
torso nudo, abbronzandomi. Rafforzai il recinto sostituendo i pali mancanti o
danneggiati, inchiodando gli altri e dipingendo allegramente di bianco il legno
annerito dal tempo.

Facemmo parecchie gite a Bunbury per comprare qualche mobile di seconda


mano e un paio di ninnoli.

Rumbo diventò un visitatore regolare e spesso gli chiesi perché non si trasferisse
da noi definitivamente. Era un gran conservatore ma, sebbene a volte sembrasse
capirci, le sue chiacchiere fra i denti non significavano molto per Midge e me.
Supponevamo comunque che ci fosse nella foresta una «signora» Rumbo e forse
anche dei Rumbini, una famiglia che lui era felice di ritrovare dopo ogni
avventura giornaliera. Gli piaceva giocare: correre diero le palle da tennis,
saltarci sulle spalle quando meno ce lo aspettavamo, mordere furiosamente libri
e riviste facendole a pezzi mentre noi lo inseguivamo attorno al villino in una
specie di frenetico rimpiattino. In quello scoiattolo c'era qualche cosa del cane,
una specie di rozza intelligenza mischiata a cenni di astuzia che trovavamo
divertenti e spesso anche esasperanti. Ci faceva buona compagnia.

Molte telefonate ci giunsero da amici o compagni di lavoro: molti di questi


ultimi ci facevano allettanti offerte a cui resistevamo. Avevamo stabilito che ci
saremmo presi un intero mese di libertà da ogni impegno professionale e ci
attenevamo a questa decisione. Da principio la linea telefonica era disturbata,
come se i fili si fossero arrugginiti a furia di non essere usati, ma più telefonate
ricevevamo e più nitide si facevano le voci.

Il nostro amico tordo, la cui ala avevamo creduta spezzata, tornò (le penne
dell'ala non gli erano ancora ricresciute, così che era facile riconoscevo) e non
aveva scrupoli nel volar dritto in cucina e appollaiarsi sulla tavola o sullo
schienale di una sedia. Altri seguirono presto il suo esempio, dapprima con
diffidenza, poi con cautela e infine con fiducia. Tuttavia gli uccelli e lo scoiattolo
non erano i soli visitatori: seguirono topi, api, una volpe e un giorno perfino un
ermellino fece la sua apparizione. Ci abituammo a trovare ragni o chiocciole:
queste ultime venivano catturate, accartocciate in un foglio di giornale e portate
in giardino.

I nostri tre nuovi amici della casa grigia mantennero la parola venendo a trovarci
di tanto in tanto e portandoci ogni volta un piccolo regalo: cibo, una bottiglia di
vino fatto in casa, un gingillo da poco; niente di straordinario, solo per
dimostrarsi cortesi. Noi eravamo troppo occupati per intrattenerli in lunghe
conversazioni, e loro non ci imposero mai la loro presenza. Erano piacevoli
sempre al corrente di notizie locali, utili con le loro informazioni sulla vita di
campagna. Bravi ragazzi.

Dopo poche notti, i rumori nella soffitta cessarono di disturbarmi; anzi cominciò
a piacermi starmene seduto verso sera sulla panca e vedere i pipistrelli spiccare il
volo da sotto il cornicione verso la foresta vicina, uno spettacolo che diveniva
sempre meno pauroso ogni volta che lo si vedeva. Come ci era stato detto, non
erano affatto pericolosi: erano creature poco socievoli (grazie a Dio) che
vivevano appartate.

Procedemmo faticosamente nel lavoro, decisi a non riposarci finché non


avessimo sistemato le cose tanto da poter vivere a nostro agio. Vi furono solo
pochi giorni di cattivo tempo; gli altri furono pieni di sole, con l'aria tersa e
frizzante al mattino e piacevolmente calda nel pomeriggio.

Facevamo progressi. La vita era buona con noi.


16.
VIOLENZE
Dopo aver parcheggiato la macchina nel piccolo ma sufficiente parcheggio
dietro la strada principale andai al negozio di ferramenta, al paese, per comprare
i chiodi, l'olio per la falciatrice, le spine elettriche, della vernice bianca e altre
cosette. Alcuni volti mi erano divenuti familiari in seguito alle mie frequenti gite
a Cantrip durante le ultime due settimane e qualche abitante del paese mi
salutava addirittura quando entravo nei negozi. Suppongo che, come avviene
nelle piccole comunità, si fosse diffusa la voce che Midge e io eravamo i nuovi
abitanti di Gramarye. Io mi ero abituato alle occhiate curiose e così, adesso, era
piacevole essere riconosciuto.

Era metà mattino e nel negozio c'era poca gente. Preso un cestino di metallo dal
mucchio presso la porta, girai per le brevi corsie del negozio tra i vari scaffali
prendendo quello che mi occorreva e, naturalmente, anche altri articoli che
pensavo mi sarebbero stati utili prima o poi (è strano come raramente lo siano).

Stavo esaminando alcune «super» colle contenute in bozzoli di plastica e appese


come crisalidi a ganci di metallo, domandandomi se le pupe ne sarebbero uscite
mettendo le ali, quando una voce burbera interruppe le mie fantasticherie.

La cassa era dietro lo scaffale vicino al quale mi trovavo, e io girai incuriosito


attorno allo scaffale accingendomi a pagare il conto. La voce burbera era quella
del negoziante, un omaccione di nome Hoggs che io avevo trovato sempre
gioviale (ero diventato suo cliente abituale per i miei non troppo ambiziosi
lavori), così che rimasi molto sorpreso che fosse così sgarbato.

Una ragazza era davanti alla cassa voltandomi il dorso, coi capelli a treccia, una
camicetta scollata e una gonna lunga. Le cinghie dei sandali le cingevano le
gambe oltre le caviglie allacciandosi sotto l'orlo della gonna. Un cestino di
metallo era sulla cassa davanti a lei e il negoziante stava frugando in esso con
mosse brusche, scrivendo il costo di ogni articolo sul registro di cassa. La
ragazza gli stava mostrando due oggetti (non potevo vedere quello che c'era nel
cestino) chiedendo, credo, quale andasse meglio per il lavoro che doveva fare.
La risposta del negoziante era stata qualche cosa come «Deve capirlo da sé, non
le sembra?» e ne fui meravigliato poiché con me era sempre stato gentile.
La ragazza si limitò a prenderne uno rimettendo l'altro in uno scaffale vicino.

Hoggs colse il mio sguardo e sollevò rapidamente gli occhi al cielo per
mostrarmi la sua irritazione. Quando la ragazza tornò dallo scaffale, vidi che era
pallida, quasi giallastra, con un'espressione vuota che mascherava il suo
disappunto o era il vero riflesso del suo intimo. Cercò in una borsa di tela che
portava a tracolla e ne trasse un sacchetto, mentre il negoziante toglieva dal
cestino gli articoli gettandoli alla rinfusa sul piano della cassa con evidente
malumore.

Mi sentii mortificato per la ragazza quando il negoziante le grugnì 1'ammontare


del conto e lei gli porse il denaro, mite mise gli acquisti in un sacchetto di
plastica e si affrettò a uscire dandomi un'occhiata di sfuggita.

Posando il mio cestino sul banco, guardai il negoziante con una certa
trepidazione.

«Buon giorno, signor Stringer», mi disse, e io mi sentii rincuorato nel vedergli


rimprendere il tono amichevole.

Accennai con la testa alla porta che si era richiusa, «problemi nel pagamento?»

«Eh? Oh, no, nulla di simile,» mi assicurò, con ancora una traccia di irritazione
nella voce. «E una di quella congrega, tutto qui.»

«Ah, sì? Quale congrega?»

Smise di togliere gli articoli dal mio cestino per darmi uno sguardo interrogativo.
Aveva la faccia larga e rosea, come se non avesse avuto il tempo di prendere il
sole. «Probabilmente non ha ancora saputo nulla di loro, non è vero?» Scosse la
testa e rimase con un dito fermo su una riga del vecchio registro. «È una del
Tempio, una di quei... Sinergisti.» Alzò lo sguardo verso di me. «Che nome
scemo!»

Feci un cenno che poteva essere considerato di approvazione. «Che cosa


significa esattamente?»

«Significa? Significa che sono tutti matti, ecco che cosa significa.» Si chinò
verso di me con un fare da cospiratore. «Non ci piacciono affatto, signor
Stringer. Vogliono portar qui le loro abitudini e le loro idee balorde. Non li
vogliamo.»

«Appartengono a una qualche setta religiosa?» Stavo già facendo dei


collegamenti: la ragazza sarebbe stata bene con Hub.Gillie e Neil.

«Qualche cosa di simile, ma non so bene. Ma non vogliamo che vengano qui a
mendicare denaro.»

«Mendicare?»

«Be', quasi. Vendono delle cose... delle cose di cui nessuno ha bisogno, cestini di
vimini, tovagliette di paglia e simili. E poi cercano di convertire i nostri giovani,
di trascinarli al loro cosiddetto Tempio. C'è qualche cosa che non va, in quella
gente, glielo dico io.»

«E vivono in quella casa isolata nella foresta?»

«Un tempo era chiamata Croughton Hall, ma ora non più. Ne hanno fatto una
specie di chiesa, il loro maledetto Tempio Sinergista.»

Cercai il portafogli. «Ma mi sembrano abbastanza innocui.»

Il modo in cui Hoggs mi guardò mi fece sentire la persona più scema del mondo.
Mi disse quanto gli dovevo, prese il denaro e si allontanò. «Le cerco una scatola
per tutta questa roba,» disse andando all'estremità del banco e cercando qualche
cosa sotto di esso.

Con i miei acquisti così raccolti, lo salutai e lasciai il negozio, tenendo


goffamente la scatola sottobraccio.

Dunque la mia sensazione di leggero disagio per quel che riguardava i tre nuovi
amici non era del tutto ingiustificata. Ma anche così, mi sembravano abbastanza
innocui e forse solo la scarsa considerazione in cui sono tenuti questi culti mi
rendeva cauto. La ragazza del negozio di ferramenta era stata un modello di
sopportazione pur avendo delle ragioni per risentirsi della rudezza di Hoggs.
Pensavo che fossero necessari degli anni perché degli estranei venissero accettati
e in un villaggio tranquillo e remoto come Cantrip, un'organizzazione che
sembrava imbevuta di una strana religione, poteva avere dei problemi.
Comunque, che diavolo significava sinergista? C'era una quantità di altre
religioni bizzarre un po' dappertutto, ma questa non la conoscevo. Era genuina o
folle? O genuinamente folle? Kinsella e i suoi compagni sembravano abbastanza
sani di mente e assai poco zelanti come religiosi (sebbene la loro grande
sincerità fosse un poco sconcertante).

Ebbene, Midge e io non eravamo più dei giovani impressionabili. Così, che cosa
importava se venivano a fare una capatina ogni tanto? Non aveva proprio alcuna
importanza.

Avevo voltato lo stretto angolo che portava al parcheggio avviandomi alla


Volkswagen parcheggiata all'altra estremità, quando vidi ancora la ragazza. Era
vicino alla solita Citroen e non era sola. Lo sportello posteriore della macchina
era aperto e lei e Gillie Slade stavano caricando. Entrambe parvero spaventate
quando tre giovani rivolsero loro un'attenzione non richiesta.

Nell'avvicinarmi vidi che i ragazzi - potevano avere non più di quindici o sedici
anni - erano dei veri giovinastri: capelli ispidi, jeans consunti e macchiati, stivali
stringati. Anche se faceva caldo, uno indossava un giubbetto di pelle con le
borchie, mentre i suoi due amici portavano lacere magliette a maniche corte. La
vita in campagna è cambiata, pensai.

Giacca-di-pelle saltellava attorno alla ragazza che avevo visto nel negozio
tirandole la treccia e ghignando verso i suoi compagni da vero bullo. Uno degli
altri allungava le mani verso il sacchetto di plastica che Gillie tentava di mettere
nell'auto, mentre il terzo punk era in disparte e aveva le dita nel naso.

Quanto a me, mi tengo lontano dai guai, e le signore in difficoltà mi fanno poco
effetto. Mi domandavo se non fossero troppo preoccupate per accorgersi di me, o
se avessi dimenticato di comprare qualche cosa per avere una scusa per tornare
indietro. Ma questo, anche per me, sarebbe stato un poco troppo codardo.
Proseguii fingendo di non avere visto niente. Il secondo giovinastro guastò le
cose gettando a terra il contenuto del sacchetto di Gillie e cercando fra i vari
oggetti sparsi qualche cosa che colpisse la sua fantasia. Gillie lo respinse e lui
reagì dandole una spinta più forte che la fece cadere sul cofano. La ragazza si
fece rossa ed era sul punto di scoppiare a piangere. Sfortunatamente in quel
momento mi vide e un senso di sollievo arrestò le sue lacrime.

Io gemetti dentro di me. Preso. Non c'era via d'uscita. Mi feci avanti con gran
disinvoltura e le ginocchia tremanti. A voce bassa le dissi: «Sta bene, Gillie?»

I giovinastri mi guardarono; Giacca-di-pelle sempre col suo sorriso idiota sul


volto deturpato dai brufoli. Oh Dio, pensai, questa è una scena presa da un film
di ragazzacci.

Mentre Gillie si rialzava, l'altra ragazza mi guardava con interesse.

«Sì, sto bene, Mike,» rispose chinandosi per raccogliere gli oggetti che erano
caduti dal sacchetto. Il secondo giovinastro gliene fece volar via uno con un
calcio mentre stava per prenderlo, dando un grido di allegria.

Io andai verso di lui, felice che fosse più basso di me. «Credo che faresti meglio
a filar via,» gli dissi. «Basta così.»

Il suo riso arrogante si smorzò e lui guardò i suoi compagni per avere un aiuto.
Giacca-di-pelle si avvicinò e il terzo continuò a perlustrarsi il naso.

«Che c'entra lei?» chiese Giacca-di-pelle soffiandomi sul collo (questo era più
alto).

«Non è cosa che ti riguardi,» risposi, rammaricandomi che la voce mi fosse un


po' venuta meno a metà della frase.

Guardando meglio mi ero accorto che erano solo dei ragazzi che posavano a
duri, ma non ne erano convinti nemmeno loro. Questo mi diede coraggio.

Tuttavia loro erano in tre e io ero solo. Giacca-di-pelle avrebbe voluto


rispondermi, ma sembrava non riuscire a trovare le parole, e forse nemmeno le
idee. Io lo tolsi dall'imbarazzo. «Lasciate stare queste ragazze o vi stendo.» Feci
del mio meglio per sembrare un tipo in gamba.

Con mio spavento, questo parve avere l'effetto opposto su di lui: mi afferrò la
camicia e cercò di darmi una testata. Io mi abbassai istintivamente e lui andò a
sbattere con la faccia contro la mia testa. Il suo grido di dolore mi rianimò
notevolmente sebbene tutta una zona del mio cranio restasse intorpidita. Quando
mi rialzai, lui si era portato le mani alla bocca e il sangue gli gocciolava dalle
dita.

«Se non stai attento ti riduco anche peggio di così,» lo avvertii sbuffando e
facendo di tutto per non strofinarmi la testa.

Uno degli altri due ragazzacci, forse un po' più sveglio, probabilmente capì che
la ferita di Giacca-di-pelle era stata più casuale che intenzionale; e mi caricò
lanciando una sorta di grido di guerra che risuonò come un «luuuucuuuhhh.»

Quando si tratta di evitare un dolore, posso essere piuttosto svelto: schivai il


ragazzaccio e gli assestai un pugno nello stomaco. Si fece male più per colpa sua
che per la mia forza e si piegò in due senza fiato. Gli diedi una spinta e lo feci
crollare sul cofano della macchina più vicina e credo che il metallo, riscaldato
dal sole, gli bruciò la guancia, perché lanciò un guaito e saltò su. lo però non gli
diedi tregua, mi avventai su di lui e lo spinsi sul cofano facendogli premere la
guancia sul cofano bollente.

Il terzo punk aveva finito di perlustrarsi il naso e si era messo a grattarsi


un'ascella con un'espressione perplessa che gli conferiva una parvenza di
intelligenza. Giacca-di-pelle stava emettendo ancora rumori soffocati mentre si
teneva il mento con le dita sanguinanti.

Io ero senza fiato, ma riuscii a controllarmi così da sorridere laconicamente.


«Non dite che non vi avevo avvertito,» dissi con una certa fierezza abbassando
un po' la voce.

Con mio orrore i due cominciarono a riprendersi, quello ferito balbettò una sfilza
di imprecazioni e quello che avevo inchiodato al cofano della macchina scalciò
per rialzarsi. «Ragazzi, ragazzi che cosa sta succedendo?» La voce era quella di
un ometto che faceva capolino dal finestrino di un'automobile che si era fermata.
Avrei baciato quella testolina che spuntava da un bianco colletto rotondo. Il
vicario della parrocchia sembrava sdegnato come se si fosse imbattuto in una
banda di teppisti della categoria più infima.

«Miles Carver, sei tu?» Stava guardando direttamente Giacca-di-pelle.

Miles? Sorrisi; adesso mi sarei divertito un po'. «Che cosa stai facendo,
ragazzo?» Il prete spense il motore e uscì dalla macchina guardandoci tutti,
stupefatto. Era un uomo basso, con una di quelle facce giovanili e senza rughe
che lo facevano sembrare senza età; l'unico indizio che lasciava supporre che
fosse sulla cinquantina erano i capelli bianchi incollati al cranio come i fili di un
ordito, fra i quali appariva la rosea cute. Portava una giacca di tweed sopra la
casacca nera col colletto bianco e i suoi calzoni marroni erano arrotolati alle
caviglie, come se avesse indossato quelli di suo fratello maggiore. «Qualcuno
vuol dirmi che cos'è successo?» chiese. Miles borbottò qualche cosa che nessuno
capì. Il secondo giovinastro aveva smesso di contorcersi sotto la mia stretta pur
tentando di allontanare la faccia dal cofano, mentre il terzo aveva affondato le
mani nelle tasche dei calzoni deciso a tenerle lontane dal naso e dalle ascelle.

Gillie parlò per prima : «Questi giovani hanno cercato di derubarci per fortuna il
signor Stringer è intervenuto e li ha fermati.»

Io la guardai sorpreso. «Derubarci» era un po' esagerato.

«Bontà divina!» esclamò il vicario. «È vero, Miles?» Non badò alle proteste dei
giovinastri probabilmente abituato a questi dinieghi. «Non imparerai mai?
Ultimamente solo perché sono intervenuto io, sei in libertà condizionata, e
adesso ci sei ricascato.»

Miles impallidì visibilmente.

«Non è successo niente,» intervenni io. «Le cose sono andate un po' fuori
controllo, tutto qui.»

Il vicario rivolse la sua attenzione a me mostrandomi una certa freddezza. «Direi


che sarebbe bene lasciare andare quel ragazzo, adesso,» disse indicando il mio
sorvegliato.

«Certo». Io allentai la presa e il ragazzo scattò via guardandomi con ira e


massaggiandosi il collo.

«Thomas Bradley, anche tu!» Il curato scosse la testa tristemente rassegnato.

Il terzo giovinastro chinò la testa con aria vergognosa: probabilmente il curato


conosceva suo padre.

«Posso solo chiedervi di perdonare questi ragazzi,» disse il prete rivolgendosi


alle ragazze e a me. «Hanno lasciato la scuola l'anno scorso e, con le difficoltà a
trovar lavoro da queste parti...» Non portò a termine la sua spiegazione lasciando
dedurre a noi le ragioni della loro condotta. Mi sforzai di trovare delle plausibili
giustificazioni, ma poi lasciai perdere felice di esserne uscito indenne e di aver
fatto una discreta figura.

«1 ragazzi sono spiacenti di avervi dato fastidio, signorine...» (non mi


sembravano affatto così costernati) «.. .e sono sicuro che queste cose non
avverranno più.» Il curato diede uno sguardo accorato ai tre e ordinò loro di
andarsene e presto. Quelli si allontanarono lentamente, con Miles che si lasciava
dietro gocce di sangue.

Mi divertì vedere un omettino come il curato avere un tal dominio su di loro, e,


mi resi conto ancora una volta che la vita di campagna era molto diversa da
quella di città.

Gillie e la sua amica raccolsero i loro acquisti e li misero nel bagagliaio


dell'automobile, e notai che il prete le stava osservando con un disprezzo appena
celato.

«Grazie per l'aiuto,» gli dissi.

Si voltò verso di me e con manifesta ostilità nella voce e nell'espressione disse:


«Sì, questi incidenti sono spiacevoli. Comunque desidero che voi...» Per la
seconda volta la sua frase rimase sospesa.

Gillie, sistemò la sua roba in macchina e poi venne verso di me mentre la sua
amica chiudeva il bagagliaio. «Oh, Mike, come posso ringraziarla? Sandy e io
eravamo così spaventate.»

«Erano solo ragazzi,» dissi modestamente.

«Energumeni,» corresse lei, e io mi strinsi nelle spalle. L'altra ragazza, Sandy, ci


raggiunse e devo dire che era visibilmente sconvolta. «Lei è Mike?» chiese. «Gli
altri mi hanno parlato di lei e di Midge. Spero che siate riusciti a sistemare
Gramarye.»

Improvvisamente mi parve che il curato mi guardasse con uno sguardo diverso.


«Lei è la coppia che si è stabilita nel villino di Flora Chaldean?»

«Una metà della coppia,» ammisi.

Si fece immediatamente avanti con la mano tesa. «Allora lasci che le dia il
benvenuto nella parrocchia e che mi scusi se non sono ancora venuto a trovare
lei e la sua gentile signora. Avevo saputo del vostro arrivo, naturalmente, ma in
questi giorni i miei doveri pastorali mi hanno tenuto piuttosto occupato.
Intendevo...»
Gli strinsi la mano, ormai abituato alle sue frasi lasciate a mezz'aria. «Benissimo,
anche noi siamo stati un po' occupati. Io sono Mike Stringer.»

«Peter Sixsmythe.» Mi strinse la mano con vigore. «Il reverendo Sixsmythe.»

«Noi dobbiamo andare, Mike,» interruppe Gillie. «È stato molto gentile: spero
che ci permetterà di ripagare il debito.»

«Nessun problema,» dissi, sentendomi un tantino imbarazzato, ma soddisfatto.


«Nessun debito da ripagare. Sono lieto di essere passato di qui. Ci rivedremo
presto, eh?»

«Senz'altro.»

Non era mia intenzione estendere un invito alle due ragazze. Con mia sorpresa,
prima di risalire in macchina loro mi baciarono sulla guancia. Il vicario e io ci
facemmo da parte mentre Gillie girava la Citroen per lasciare il parcheggio e ci
salutava con la mano dal finestrino.

«Signor Stringer,» disse il reverendo Sixsmythe con un'espressione grave nel suo
volto da ragazzine, «lei è, ehm, molto in amicizia con quella gente?»

Aggrottai la fronte. «Non esattamente. Gillie e un paio dei suoi amici passano
ogni tanto dal villino. Sono buoni vicini.»

«Sì, sì,» disse in fretta come se stesse considerando le possibili conseguenze di


quell'amicizia. «Scusi, le dispiacerebbe se venissi a trovarvi domani? So che
avrei dovuto farlo prima, ma come le ho spiegato...»

Esitai. La religione non era il mio forte, per lo meno la religione ufficiale, e non
mi vedevo assistere alla funzione domenicale in modo regolare; Midge forse, ma
non certo io. Non che sia un miscredente, tutt'altro, ma la religione è per me un
fatto personale e privato, e il condividerla con altri mi mette a disagio. Le chiese
mi rendono nervoso. Tuttavia, che cosa potevo rispondere a questo prete zelante?

«Certo, con piacere. Avvertirò Midge della sua venuta.»

«La signora Midge è sua moglie?»

«La mia compagna.»


«Ah.» Fu un semplice «ah», senza alcun giudizio implicito del tipo "peccatori
senza fede". «Sono impaziente di conoscervi meglio. Va bene nel mattino?»

Assentii.

«Buone cose. E spero che il piccolo incidente di oggi non le abbia lasciato una
cattiva impressione del nostro paese, signor Stringer. Questi episodi sono molti
rari, glielo assicuro.» Aprì lo sportello della sua macchina, ma non salì
immediatamente; invece mi chiese: «Sapeva che questi suoi nuovi amici
appartengono a una setta chiamata Sinergista?»

«L'ho saputo stamattina.»

«Capisco. Loro non glielo avevano detto?»

«No. In realtà me l'ha detto il signor Hoggs del negozio di ferramenta.»

«Non le hanno accennato a niente circa Gramarye?»

Strana domanda, pensai. «Ci hanno chiesto come ci trovavamo, ma niente di più.
Perché?»

Guardò l'orologio. «Sono in ritardo per un appuntamento: devo parcheggiare e


andarmene subito. Potremo discutere la cosa domani.» Salì in macchina, poi
sporse la sua testa dal finestrino aperto e aggiunse: «Nel frattempo un
avvertimento: stia attento a quella gente, signor Stringer. Stia molto attento.»

Lasciai che voltasse nello spazio lasciato libero dalla Citroen di Gillie e andai
alla macchina non sapendo se dovevo prenderlo sul serio. Forse non amava le
religioni non ufficiali. O vi era davvero qualche cosa di sinistro in quel gruppo?

Ero sicuro che in un modo o nell'altro lo avrei saputo presto.


17.
I SINERGISTI
Kinsella arrivò quella sera stessa sul tardi; era solo, o meglio in compagnia di
due bottiglie di vino fatto in casa.

Ero seduto davanti alla porta d'ingresso e gettavo delle briciole di pane a Rumbo,
che le ammucchiava sul lato del sentiero squittendo come un matto per tener
lontani gli uccelli. Midge era in casa e preparava la cena.

Questa volta Kinsella arrivò con un'altra macchina, una Escort rossa, e io la
guardai con curiosità quando si fermò presso il cancello. Quando mi resi conto di
chi si trattava, inspiegabilmente mi irrigidii: gli avvertimenti del curato avevano
ovviamente rinforzato le mie riserve circa il visitatore biondo e i suoi compagni.

Mi salutò con la mano dall'altra parte del cancello e rimase lì come aspettando
un invito a entrare. Mi ricordai che né lui né i suoi amici avevano mai messo
piede a Gramarye e che le nostre conversazioni erano sempre avvenute oltre il
cancello. Semplice educazione, pensai, vecchie buone maniere da parte loro. Mi
alzai e percorsi il sentiero verso di lui, mentre Rumbo mostrava la sua irritazione
per l'interruzione del gioco lanciando rauche strida. Feci cadere l'ultima briciola
mentre passavo vicino a lui e questo lo calmò un poco, sebbene lo sentissi
ancora brontolare mentre metteva in ordine il suo "tesoro".

«Salve, Mike,» gridò Kinsella mentre mi avvicinavo; aveva una bottiglia di vino
sottobraccio e mi sorrideva con i suoi grandi denti bianchi che sembravano
ancora più bianchi sul volto abbronzato. «Ho portato una cosetta per mostrarti la
mia gratitudine per quanto hai fatto oggi.»

«Oh, parli di quella baruffa in paese?» dissi modestamente fingendo sorpresa.


«Quelli erano solo degli aspiranti teppisti.»

«Non proprio aspiranti, a quanto ho sentito. Gillie mi ha detto che gli hai dato
una lezione. Sandy mi ha mandato a ringraziarti; ti ho portato un po' di vino.»

«Non era affatto necessario.»

«Invece sì. Senti, perché non apriamo subito la bottiglia? Ti assicuro che è
eccellente.»

Restava lì, tenendo le due bottiglie per il collo e porgendomele al di sopra del
cancello e sarebbe stato villano da parte mia non invitarlo. Aprii il cancello e gli
feci cenno d'entrare. «Splendida idea,» dissi.

Mi aspettavo che entrasse subito; ma non lo fece; rimase dov'era come una
novella sposa nervosa. Lo fissai, e solo quando tornò ad accorgersi di me, riprese
i suoi modi disinvolti.

«Scusa,» disse in fretta. «Mi stavo chiedendo se non ero troppo indiscreto.
Avrete molte cose da fare qui».

«In questo momento no. Ti dirò che un bicchierino me lo berrei volentieri.»

Varcò il cancello e mi parve, ho detto mi parve, di vederlo rabbrividire.

«Accidenti avete lavorato un bel po',» osservò mentre gli facevo strada.

«Midge è stata bravissima. Mi sono meravigliato di come ha saputo cavarsela


con tutte le varietà di fiori. Credo che l'esser venuta qui abbia risvegliato in lei la
sua passione per il giardinaggio.»

Rumbo, che nel frattempo doveva aver meditato su come portarsi le briciole
nella sua tana, scosse la testa mentre ci avvicinavamo mostrando allarmato i
piccoli denti aguzzi. Mi divertii nel vederlo così timoroso degli estranei quando
saltò via come un razzo balzando sul terrapieno a fianco del villino scomparendo
fra il fogliame.

«Molto grazioso,» disse Kinsella con una risata.

«Non è domestico, è un visitatore abituale. Di solito è più amichevole.»

Raggiungemmo la porta d'ingresso e io entrai direttamente mentre Kinsella


indugiava sulla soglia per ammirare ancora il giardino. «Che colori fantastici,»
esclamò. «Incredibile.»

«Midge!» chiamai. «Abbiamo un ospite.»

Lei uscì tutta sorridente dalla cucina asciugandosi le mani sul grembiule. Io le
feci un cenno e lei guardò oltre la porta.

«Hub, che bella sorpresa.»

«Oh, Midge, sono venuto a ringraziare questo eroe.»

«Eroe. Ah, alludi alle sue prestazioni di questa mattina.»

(Le avevo parlato dell'incidente, ma non le avevo detto nulla degli avvertimenti
del reverendo Sixsmythe circa i sinergisti; volevo lasciare a lui questo compito
per il mattino dopo, quando avrebbe potuto spiegarsi meglio.)

«Certo hai salvato le nostre sorelle da guai seri. Sono tornate sconvolte, ma
piene di ammirazione per Mike.»

«Non restare lì,» dissi sentendomi avvampare. «Entra.»

Lui accettò l'invito, ma mi parve ancora un po' esitante. Forse dovrei dire cauto
perché entrò con movimenti lenti e studiati. Si stava avvicinando il crepuscolo,
la cucina quasi immersa nel buio era in ombra, e lui sbattè gli occhi per abituarsi
all'oscurità.

«Abbiamo pensato di aprire una bottiglia subito,» dissi a Midge che accettò
l'idea di buon grado.

«Vado a prendere dei bicchieri,» disse lei avvicinandosi alla credenza. Prima aprì
un cassetto e mi porse il cavatappi, poi aprì un'anta della credenza e prese due
bicchieri.

«Non bevi con noi, Midge?» chiese Kinsella strofinandosi le braccia nude come
se avesse freddo.

«Non bevo mai vino. Vi farò compagnia con una coca-cola.»

Ci sedemmo tutti e tre attorno alla tavola della cucina, e io versai il vino per
l'americano e per me, mentre Midge bevve direttamente dalla bottiglietta.

«Ancora grazie, Mike,» disse Kinsella alzando il bicchiere.

«Oh, conoscete quei tipi: tanto fumo e niente arrosto. Hanno visto due ragazze
sole e hanno creduto di potersi divertire. Non avrebbero dato alcun disturbo se tu
fossi stato con loro.»

«Non lo so. Sembra che non siamo molto ben visti nella zona.»

«Davvero?» chiesi come se lo sentissi per la prima volta.

Lui confermò con un'espressione seria. «Sì tutti pensano che siamo una setta
religiosa di ciarlatani o qualche cosa del genere. Voi sapete com'è in queste
piccole comunità isolate: si sospetta di tutti i forestieri, specialmente se si
occupano di qualche cosa che quelli del luogo non capiscono.»

«Il Tempio Sinergista? Devo ammettere che non lo capisco nemmeno io. Che
cosa è? Una nuova religione?»

Lui sorrise e Midge inarcò le sopracciglia.

«Sinergista?» chiese.

«Qualcuno in paese le ha già parlato di noi,» disse Kinsella.

«Sì, il proprietario del negozio di ferramenta.»

«Dunque sa che non siamo ben visti.»

Mi sentii colto a mentire, ma Kinsella, mi sorrideva.

«Sinergista?» ripetè Midge battendo la bottiglia di coca-cola sulla tavola per


richiamare l'attenzione.

Kinsella si voltò verso di lei. «E il nome del nostro ordine.»

«Strano nome, mai sentito. Che cosa significa esattamente?»

Kinsella si mise a sedere sulla punta della sedia. «Prima di tutto non siamo una
setta di fanatici come ce ne sono in giro oggi. Non siamo un'istituzione di carità,
né siamo una congrega religiosa nel vero senso della parola.» Continuava a
sorridere, ma adesso ci guardava in modo rassicurante, faccia a faccia.

«Lasciatemi dunque spiegare il Sinergismo. Fondamentalmente è la credenza


che la volontà umana e lo Spirito Divino sono i due elementi che possono
cooperare nella rigenerazione.»

Né io né Midge capimmo subito cosa intendeva. Lo guardammo stupiti e il suo


sorriso diventò quasi un sogghigno. Nonostante i suoi modi disinvolti, lessi nei
suoi occhi una certa serietà.

«Come varie sostanze chimiche agiscono l'una sull'altra,» continuò, «così


crediamo che i processi del pensiero umano, che sono, come sapete, una serie
complessa di reazioni chimiche possano combinarsi con lo Spirito Divino, o di
tutti noi, se preferite, per dar origine a un unico potere.»

Io colpii il piede di Midge sotto la tavola, ma lei non se ne accorse.

«Di che tipo di potere stai parlando?» chiese a Kinsella.

«Oh, e di vari generi. Il potere di curare, di influenzare, il potere di creare... può


manifestarsi in tanti modi.»

«Tu hai parlato di rigenerazione...»

«Rigenerazione è una parola che usiamo per riferirci a tutti gli aspetti della
nostra dottrina. Significa la rigenerazione dei nostri spiriti e quella di...» Si
interruppe scusandosi con un sorriso. «Probabilmente penserete che tutto questo
è pazzesco, no?»

Era esattamente quello che pensavo; ma rimasi zitto.

«Tutti i seguaci di una religione pregano la loro particolare divinità: cristiani,


musulmani, ebrei... Per lo più pregano per un Intervento Divino, perché certe
cose avvengano o non avvengano. Possono pregare per se stessi, per i loro cari o
anche per il mondo in generale. Comunque cercano di dirigere il naturale corso
degli eventi e il loro dio è l'intermediario, il catalizzatore o addirittura il creatore
di questi eventi. La nostra dottrina non è molto diversa dalla loro.»

Si addossò alla sedia aspettando che assorbissimo la rivelazione.

«Ma c'è una differenza,» osservai.

«Solo in quanto noi, con l'aiuto del nostro fondatore e della nostra guida,
impariamo a combinare e dirigere le nostre energie in un senso più fisico e,
naturalmente, agendo in unione con lo Spirito Divino.»

«Scusa,» insistetti, «Ma non sono ancora d'accordo con te. Questo, ehm, Spirito
Divino, che cos'è?»

«Tu, io, i nostri pensieri.» Fece un gesto comprensivo con le braccia. «L'aria
intorno a noi. La terra stessa, il potere che questa genera.» La sua voce era
divenuta soffocata e mi accorsi che anch'io trattenevo il respiro. Il suo
entusiasmo aveva in qualche modo caricato l'atmosfera.

Per un poco nessuno di noi parve voler rompere il silenzio e io notai che la
cucina era ormai completamente buia. La sera si era anche rinfrescata.

Midge prese la bottiglia della coca-cola senza distogliere lo sguardo da Kinsella.


«E siete... siete in molti nella casa grigia?» chiese prima di portare la bottiglia
alle labbra.

«Quaranta o cinquanta, credo. Noi chiamiamo quel luogo il nostro santuario: è la


nostra abitazione e insieme il nostro tempio. E diventiamo sempre più
numerosi.» Mise i gomiti sulla tavola, allungando la testa verso di noi.
«Dovreste venire tutti e due a trovarci, credo che sarebbe un'esperienza
interessante per voi.»

Risposi prima che Midge potesse aprir bocca. «Dobbiamo fare ancora parecchie
cose qui nel villino...»

Lui rise e si chinò in avanti per toccarmi il braccio. «Non essere nervoso, Mike,
non vogliamo cercare di convertirti. No, non è nel nostro modo di fare.»

Mi ricordai che Hoggs, avevano detto il contrario quel mattino.

«Incontrereste alcune persone molto interessanti,» continuò Kinsella


cordialmente, «e di varie parti del mondo. Potreste conoscere Mycroft.»

Presi il mio bicchiere di vino con tanta foga che ne versai un po' sul tavolo.
«Mycroft?»

«Sì, Eldrich P. Mycroft, il nostro fondatore, un uomo davvero unico.» Kinsella


che non aveva ancora toccato il vino, ne mandò giù un lungo sorso. «E buono,
eh? Noi guadagnamo un po' di denaro vendendolo. Non chiediamo delle
donazioni: noi vendiamo le cose che facciamo.»

«E guadagnate abbastanza da mandare avanti l'organizzazione?» chiese Midge.

«Il Tempio, Midge, noi lo chiamiamo il Tempio. No, no certo. Ma abbiamo dei
fondi privati. Fa un po' freddo adesso, no?» Si strofinò forte le braccia.
Stranamente aveva la fronte sudata. «Sì, sì fa proprio freddo.» Bevve ancora del
vino facendo vagare lo sguardo in giro per la stanza.

«Forse dovrei chiudere la porta,» suggerì Midge accennando ad alzarsi.

«No, va bene così,» si affrettò a rispondere guardando la porta aperta. «E un


piacere sentire tutti questi meravigliosi profumi del giardino. Questi fiori
favolosi, Midge. Sì, Mike, sei stato proprio di grande aiuto alle ragazze, oggi.
Tutto bene nel villino? Nessun altro problema? A parte i pipistrelli. Sei sempre
preoccupato per i pipistrelli? Mike?»

Midge e io ci scambiammo un'occhiata. Quel tipo si stava ubriacando con un


solo bicchiere di vino?

«Non ci hanno ancora dato noia,» risposi. Assaggiai ancora il vino, che non mi
parve molto forte.

«Comunque potrete contare su di noi in caso di bisogno, lo sapete.» Strinse il


bicchiere fra le mani. «Fa buio presto in quest'angolo della foresta,» e rise con un
suono acuto nella pace della sera.

«Sembra che si prepari un temporale,» notai.

«Un temporale? Sì, è vero, si avvicina un temporale. » Kinsella aveva ancora sul
volto quel sorriso vacuo, ma sembrava a disagio, quasi preso in trappola.
Cominciava a innervosirmi.

Credo che Midge tentasse di calmarlo quando chiese: «Tutti quelli del tempio
hanno la tua età, Hub?»

«Oh, no, ci sono gruppi di tutte le età. Un paio degli adottivi sono sulla
sessantina. Chiamiamo così i discepoli semplici: adottivi.»

Però, pensai. «E tu sei un adottivo?»


«No, Mike, io sono primo ufficiale.»

«Sembra una carica importante.»

«Be', nel Tempio è piuttosto importante e comporta un mucchio di


responsabilità. Spero che non stia per scoppiare un grosso temporale. Sentite i
tuoni?»

Eccome se li sentivo. Avevo la sensazione che se avessi fatto schiocchiare le dita


avrebbero sprizzato scintille.

Kinsella mandò giù l'ultimo sorso di vino e io gli porsi la bottiglia, ma lui la
respinse con un gesto. «Devo andare: si sta facendo tardi.»

«Un altro bicchierino prima del viaggio?» dissi.

«Grazie, ma devo andare prima che scoppi il temporale.»

Si alzò, facendo stridere la sedia sulle mattonelle. Midge e io ci alzammo con


lui, ma lui era già alla porta prima ancora che noi fossimo in piedi.

«Ricordatevi quello che vi ho detto.» Il suo sorriso, sul lato sinistro, si contrasse
ancora di più. «Venite in qualsiasi momento, sarete sempre i benvenuti.»

Uscì mentre noi ci avvicinavamo.

«Restate lì,» disse in fretta. «Non uscite, potreste prendere la pioggia.»

Sebbene fosse buio, potei vedere che la sua pelle era tutta sudata; e tuttavia
rabbrividì come se gli fosse passata una ventata gelida sulla schiena.

Poi si allontanò affrettandosi per il sentiero quasi avesse un appuntamento


urgente. Midge e io ci guardammo stupiti.

«Credi che si senta bene?» chiese Midge sinceramente preoccupata.

«Me lo domando anch'io. Forse è stato qualche cosa che abbiamo detto.»

Rabbrividì anche lei. «Era strano, Mike. Molto strano. Avremmo fatto meglio ad
accompagnarlo per assicurarci che fosse in condizioni di guidare.»
Mi feci avanti e uscii appena in tempo per vedere il nostro frettoloso ospite salire
a bordo della Escort lasciando aperto il cancello del giardino.

«Ehi, Hub!» gridai, ma lui non poté sentirmi. L'auto lasciò due profondi solchi
nell'erba tanto si avviò velocemente. Io percorsi il sentiero, ma prima che fossi
giunto al cancello la Escort era scomparsa. «Buona sera,» dissi alla strada vuota.

Chiuso il cancello, tornai verso Gramarye e mi accorsi che le nubi nere erano
sparite. Allora mi fermai. C'erano nubi cupe all'orizzonte che coprivano gli
ultimi raggi del sole al tramonto, ma sopra di esse il cielo era relativamente
libero da ogni nube. Una leggera brezza increspò l'erbetta delle aiuole e i colori
smorzati dal crepuscolo ondeggiarono lievemente. Una piccola ombra nera fuggì
dal tetto del villino: un pipistrello in cerca di cibo serale, e io rimasi in giardino a
riflettere sul perché mai tutti e tre avessimo pensato che stava per scoppiare un
temporale.

E allora quella corrente fredda colse anche me.

Rabbrividii curvando le spalle. Qualche cosa oltre il giardino richiamò la mia


attenzione. Silenzio. Ma ecco di nuovo quella sagoma, che adesso era lì al
limitare della foresta: il volto era solo una macchia scura.

Ma sapevo che mi guardava e sapevo che mi aspettava.

La sagoma si mosse: un solo passo avanti. E io fuggii nel villino.


18.
SlXSMYTHE
A questo punto avrete capito che non sono un eroe. A volte mi capita di essere
particolarmente coraggioso. Solo che la sera della visita di Kinsella non era una
di quelle volte.

Non parlai a Midge di quello che avevo visto non volendo allarmarla, e
provando una certa vergogna per non essere andato a investigare. Appena entrato
nel villino corsi su per le scale e guardai da una finestra della stanza rotonda.
Anche con la poca luce, riuscii a vedere che la sagoma non c'era più. Certo non
aveva avuto il tempo di attraversare la radura verso il villino, così poteva solo
essere tornata nel folto degli alberi. Quando Midge mi chiese che cosa ero
andato a vedere, risposi che credevo di aver visto uno dei famosi daini della
Nuova Foresta, e fu un errore perché lei si esaltò e io dovetti dissuaderla
dall'uscire per cercarlo. E troppo scuro, le dissi, e ormai si sarà addentrato nella
foresta.

Lei si lasciò convincere con riluttanza, ma continuò a osservare attentamente la


radura finché non fu notte completa (io la osservavo pieno di apprensione).

Quando ci ritirammo, più tardi, io ero molto teso, anche se avevo fatto del mio
meglio per razionalizzare per tutta la serata. La lite durante il giorno, il
cambiamento di Kinsella mentre bevevamo il vino, l'atteso temporale che si era
allontanato: tutte queste cose mi avevano messo fuori sesto rendendomi un po'
euforico. Non dubitavo di aver visto qualcuno che mi osservava dal bosco, ma i
fatti precedenti mi avevano innervosito e questo nervosismo era aumentato nel
vedere ancora una volta il misterioso osservatore. Chiunque, nelle stesse
circostanze, avrebbe avuto queste sensazioni.

Dormii male, mi svegliai più volte per ascoltare i rumori notturni, immaginando
scassinatori che cercavano di forzare le finestre al piano terra e andando a
controllare le porte. Ogni scricchiolio era un rumore di passi e ogni leggero
colpetto lo scambiavo per qualcuno che bussava ai vetri delle finestre.

Fu un sollievo quando venne mattino.

Avevo appena finito di tagliare l'erba dietro casa e stavo ripulendo le lame della
falciatrice quando arrivò il reverendo Sixsmythe. Midge, in calzoncini e
maglietta a maniche corte, stava lavorando in giardino quando il vicario la
salutò. Sebbene colta alla sprovvista (io mi ero dimenticato di informarla della
sua visita) lei rispose gentilmente al saluto. Lo condusse dalla parte del giardino
dove io lavoravo e mi fece un cenno mentre lui non guardava.

«Buon giorno, signor Stringer,» disse giovialmente avvicinandosi con la mano


tesa. Oggi portava un cappello floscio di feltro che lo faceva sembrare un
ragazzino vestito con gli abiti del padre perché era troppo grande per lui. «Felice
di vederla al lavoro. Spero che lo farà solo un paio di volte la settimana.»

«Tre volte. L'erba qui cresce presto.»

Si guardò attorno. «Ah, sì, le piante e gli animali non mancano in questa zona.
Credo che Flora Chaldean avesse il suo da fare per tenere tutto in ordine. Sono
capitato in un momento poco opportuno? Ieri ci eravamo messi d'accordo.»

«Tutt'altro. Stavo facendo una pausa,» risposi.

«Anch'io,» disse Midge. «Gradirebbe un tè, un caffè, una limonata?»

«Una limonata andrebbe benissimo, signora... signorina...»

«Gudgeon.»

«Gudgeon,» ripetè lui. «Questo nome mi ricorda...»

«Margaret Gudgeon,» dissi io. «Libri per bambini?»

«Sicuro, proprio così!» Era fuori di sé per la sorpresa. «Benvenuta nella nostra
parrocchia, signorina Gudgeon. Bontà divina ! Conosco benissimo le sue opere
perché ho tre figli giovani. La più grande comincia a occuparsi di altre cose, ma
ha ancora una collezione dei suoi libri. E straordinario che sia venuta a stabilirsi
qui. E proprio in questo villino! Lo sa, vero, cosa significa Gramarye?»

«Sì», rispose lei. «Significa Magia.»

La guardai stupito. Non me lo aveva mai detto.

«E com'è appropriato,» proseguì Sixsmythe. «Veramente appropriato. Le sue


storie non parlano forse di magia?»

«Io illustro solo i libri.»

«Sì, ma i disegni fanno la storia, no? Le parole sono solo al servizio, delle
illustrazioni vero signorina Gudgeon? Posso chiamarla Margaret? E questo è
Mike, no? I cognomi sono così formali e qui siamo tutti amici.»

Mi domandai se potevo chiamarlo Pete.

«Limonata anche per te, Mike?» Midge mi sorrise lanciandomi uno sguardo che
voleva dire chi è questo tipo?

«Magnifico,» risposi contraccambiando il sorriso.

Avevamo comprato in paese un tavolino da giardino e due sedie di legno e li


avevamo sistemati vicino alla vecchia panca. Feci cenno al curato di
accomodarsi e lui si sedette su una sedia togliendosi il cappello e posandolo sul
tavolino. Io presi posto di fronte a lui sulla panca. Di lì potevo vedere la foresta
alle sue spalle e, per la seconda volta quel mattino, la scrutai attentamente
cercando chi sapete voi.

«Devo scusarmi per quello che è avvenuto ieri in paese», disse Sixsmythe
asciugandosi la fronte con un fazzoletto rosso. «In ogni comunità c'è sempre
qualche elemento indisciplinato, e lei si è imbattuto proprio nel peggiore. In
realtà non sono ragazzi malvagi, ma sono sempre in lotta con il mondo intero.»

«Non si preoccupi; mi ero quasi già dimenticato dell'incidente» mentii. È strano


come si tenda a mentire soprattutto con la gente di chiesa assumendo un tono di
falsa benevolenza. «Comunque non hanno fatto nulla di grave.»

«Sono contento che la prenda così. La nostra è una comunità pacifica, Mike, e
forse conduciamo uno stile di vita fin troppo tranquillo per i tempi che corrono.
Comunque vanno bene per la gente di qui e non credo che avverranno
cambiamenti drastici ancora per una decina d'anni. A meno che non decidano di
costruire un'autostrada che passa attraverso la foresta, ma non credo accadrà.»

Ridacchiò, ma io avevo la sgradevole sensazione che mi stesse valutando


attentamente. Speravo proprio che non avesse un piccolo attacco isterico come il
nostro amico Kinsella il giorno prima.
Parlammo del tempo, della campagna, accennammo alla situazione del nostro
paese, e io avevo l'impressione che aspettasse il ritorno di Midge per affrontare
argomenti più personali.

Lei tornò dopo un periodo che mi parve lungo un'infinità, portando un vassoio di
bicchieri e una caraffa di limonata ghiacciata. Io considerai con piacere le sue
gambe sottili abbronzate e vellutate. Mi accorsi che Sixsmythe le lanciava
sguardi furtivi, era un uomo anche lui nonostante la tonaca nera e il colletto
bianco.

Midge si sedette accanto a me sulla panca e versò la limonata dalla caraffa. Era
un'altra magnifica giornata, quell'estate sarebbe passata alla storia per il bel
tempo, e la bellezza dell'ambiente calmava il mio nervosismo per la notte
insonne. Sentivo sempre quel senso di disagio dentro me, un'inquietudine che
non riuscivo a spiegarmi. Sorseggiai la limonata e tentai di fissare lo sguardo sul
prete e non sul bosco dietro di lui.

«Allora, Margaret,» disse Sixsmythe dopo avere inghiottito metà della sua
limonata in un solo sorso, «sta lavorando a qualche nuovo libro in questo
momento?»

«Oh, no. Mike e io abbiamo deciso di non accettare nessun lavoro per almeno un
mese, finché non ci saremo messi a posto a Gramarye. E un periodo di
assestamento.»

«Molto saggio. E lei di che cosa si occupa, Mike? È anche lei un artista?» Era
sinceramente interessato, con i suoi occhi chiari da ragazzino attenti e brillanti.

«Io suono la chitarra e scrivo canzoni quando posso.»

Parve deluso. «Capisco, quindi lei non lavora regolarmente.»

Midge e io ridemmo.

«Come no!» rispose Midge, divertita ma anche sdegnata. «Mike suona


soprattutto in sala di registrazione, e ogni tanto all'estero.»

«All'estero?»

«Suono in un complesso e di tanto in tanto facciamo qualche tournée,» spiegai.


«Ah.»

«E quando non è in tournée, lavora sodo; scrive canzoni. Adesso sta scrivendo
delle canzoni per un musical.

«Midge...» l'avvertii bonariamente.

«Scusa.» Mi premette la gamba, poi, rivolgendosi a Sixsmythe spiegò:


«Preferiamo non parlare mai dei nostri progetti futuri. Mike e io pensiamo che
non porti fortuna.»

«Sì, vi capisco. Forse il parlarne può bloccare la creatività».

«Proprio così, » dissi. «A volte hai una buona idea, ne parli con qualcuno, e
subito dopo l'idea è morta prima ancora di vedere la luce.»

«Perbacco, che vita intensa dovete avere.»

Sorridemmo.

«Quando viene pubblicato un nuovo libro, o il lavoro va bene, tutto è molto


entusiasmante,» disse Midge. «Per il resto bisogna imporsi una ferrea
autodisciplina...»

«Comunque immagino che conoscerete persone molto interessanti,» insistè lui.


«Spero che non vi annoierete troppo con gente semplice come noi.»

«Mi creda, una delle ragioni che ci hanno indotto a venire qui è stata quella di
allontanarci da certe persone cosiddette "interessanti". Troviamo la vita di
campagna rigenerante.»

«Sì, forse sono stato un po' duro con me stesso e nei confronti dei miei
parrocchiani. Vi accorgerete che molti di noi non sono così sciocchi come
possono sembrare a prima vista». Annuì come per confermare ciò che aveva
appena detto. Poi guardò pensoso le mura del villino. «In realtà vi sono alcuni
personaggi interessanti, da queste parti. Per esempio credo che avreste trovato
affascinante Flora Chaldean. Una donna davvero straordinaria.»

Midge appoggiò i gomiti sul tavolino e intrecciò le mani davanti a sé. «La
conosceva bene?» chiese.
«Flora? No, credo che nessuno l'abbia conosciuta bene. Era troppo introversa.
Ma la gente del luogo si rivolgeva a lei quando si trovava in difficoltà. » Sorrise
con aria pensosa. «Molti di coloro che io non riuscivo ad aiutare andavano da lei.
Flora era per loro di grande conforto, molto più di quanto lo fossi io. Loro non
mi parlavano mai di queste visite le tenevano segrete. Ma io lo sapevo.
Conoscevo le loro abitudini.»

Mi sistemai meglio sulla panca e vidi che Midge era incuriosita.

«Che genere di aiuto dava la signora Chaldean?» chiesi. «Era una di quelle
persone a cui la gente ama confidare i suoi guai?»

«Era molto più di questo» aggrottò le sopracciglia. «Era una grande guaritrice:
una guaritrice dello spirito e della carne. Purtroppo io non posso guarire i malati
e solo raramente riesco a guarire lo spirito. Sembra che Flora avesse un dono
antico.»

Gli uccelli ci volavano attorno e ogni tanto qualcuno atterrava ai nostri piedi. Se
Sixsmythe non fosse stato lì, sarebbero volati addirittura sul tavolino a chiedere
cibo.

«L'avvocato di Flora ci aveva accennato al fatto che era una guaritrice,» disse
Midge. «Adesso lei ci sta dicendo che era una guaritrice dell'anima?»

«Non esattamente. Oh, sono sicuro che molti dei suoi successi erano dovuti alla
fiducia che tutti avevano nei suoi poteri. Ma questo non spiega tutto. Preparava
pozioni di quelle che si trovano nei libri di antichi rimedi, passate di generazione
in generazione, ma aveva anche la capacità di curare senza questi farmaci, solo
parlando o usando le mani. Non che accogliesse tutti ! Bontà divina, no! V'erano
alcuni a cui non avrebbe permesso di metter piede nel suo giardino!» Scosse la
testa e sorrise come il fantoccio di un ventriloquo. «E poi aveva uno
straordinario modo di trattare gli animali. Li poteva guarire quasi dalla sera al
mattino, a quanto mi hanno detto.»

Midge mi lanciò un rapido sguardo.

«Spesso qui si vedevano vacche o cavallini malati, impastoiati, per un giorno o


due, poi quando il padrone veniva a riprenderli erano guariti. Cani, gatti, a volte
veri serragli. Ora, non si può dire che anche gli animali avevano fede nei suoi
poteri, quindi è difficile capire in che modo guarissero. Sì, sì, Flora aveva un
meraviglioso dono. Peccato che io l'abbia conosciuta solo poco prima che se ne
andasse. Potrei avere un altro bicchiere di limonata, Margaret? È molto
rinfrescante in giornate come questa.»

Lei gliela versò, tutta assorta nella storia dell'ex-proprietaria di Gramarye. «È


strano che la sua fama, non fosse più diffusa.»

«Cielo, no! Sono tutti molto chiusi, da queste parti. Sì, svolgeva tutto in gran
segreto. Flora faceva promettere il massimo riserbo a coloro che andavano da lei.
Tuttavia, come sempre, correvano delle voci, una confidenza qui, un accenno là.
Credo che la gente pensasse che ammettere apertamente queste cose avrebbe
infranto in qualche modo i poteri magici della vecchia signora.»

«Una strana parola per un curato,» osservai.

Mi guardò vergognandosi un po'. «Sì, lo ammetto, la parola «poteri magici» ha


un sapore di idolatria; ma riferisco solo quello che passava per la mente della
gente. Credo che sia molto affascinante, no?»

«Be',... sì, suppongo di sì. Sono solo sorpreso di sentire un curato parlare così.»

Rise. «E vero! Posso capire la sua sorpresa. Ma in un certo senso la magia ha


molto a che fare con il mio lavoro, non le pare? Quando noi preti preghiamo
l'onnipotenza e la divina bontà del Signore, dopo tutto chiediamo che si avveri
una magia.»

«Io... non consideravo la cosa in questi termini,» ammisi.

«Naturalmente no. E io devo rimproverarla. Per quanto Flora Chaldean avesse


poteri notevoli, temo che questa magia sia passata di moda da qualche secolo. Lo
studio dei microchip è la nuova magia, non le sembra?» mandò giù un sorso di
limonata, doveva essere assetato. (Seppi poi da Midge che Sixsmythe era venuto
dal villaggio in bicicletta pensando che un po' di moto, in una giornata così bella,
gli avrebbe fatto bene. Il suo cappello floscio troppo largo aveva mantenuto in
ordine i suoi capelli, ma non aveva fatto molto per mantenere giovane il suo
corpo).

«Mike,» disse ponendo il bicchiere sul tavolino e dandomi un'occhiata da


levriero. «Questi sinergisti... ieri mi ha detto che sono venuti a trovarvi varie
volte.»
Assentii domandandomi che cosa stesse per dirmi. «Erano soliti anche far visita
a Flora Chaldean.» Non avevo particolari commenti da fare: mi sembrava una
cosa molto naturale.

«Il fatto è che non erano affatto benvenuti. Flora detestava cordialmente questo
gruppo pseudoreligioso. Tanto che se ne lamentò con il capo della polizia del
villaggio. Ma lui poteva fare ben poco per impedire loro di venire qui.» Accennò
al paesaggio dietro di sé. «Questi boschi sono di tutti e così pure i sentieri
attorno al villino; loro avevano il diritto di passare o soffermarsi quando
volevano.»

«Un momento. Vuol dire che molestavano la vecchia signora?»

«Da quanto sono stato indotto a credere, sì, decisamente.»

«Ma perché avrebbero dovuto farlo?» intervenne Midge. «I tre che abbiamo
incontrato non potevano essere più amichevoli né più innocui. Perché avrebbero
dovuto disturbare Flora?»

Alzò lentamente le mani lasciandole cadere sul tavolino. «Chi può dirlo? Flora
era una persona molto riservata, nonostante, o, per meglio dire, proprio a causa
dei discreti servigi che offriva a coloro che ne avevano bisogno. Era
un'eccentrica, per non dire un tantino bisbetica in certe occasioni, così che può
averli presi in antipatia per diverse ragioni personali.»

«Ieri ho avuto l'impressione che ben pochi, qui, li abbiano in simpatia, così che,
da questo punto di vista, non era la sola,» dissi. «Tuttavia non riesco a capire
perché siano così impopolari. Che cosa hanno fatto per provocare un tale
risentimento»

«È gente strana e vive in uno strano modo.»

Sospirai. «Questa non è una ragione...»

«E un'organizzazione sospetta, Mike, non diversa da tante altre molto diffuse al


giorno d'oggi. Sono arrivati qui cinque anni fa, con un certo Mycroft. Dapprima
erano pochi e si stabilirono a Croughton Hall vivendo per conto loro. Poi però se
ne sono aggregati altri da varie parti del mondo, riunendosi nella tenuta di
Croughton come se fosse il punto focale della loro religione. E non molto tempo
dopo cominciarono a reclutare altri seguaci, molti da questa regione, soprattutto
giovani, allontanandoli dalle loro famiglie, facendo loro un vero e proprio
lavaggio del cervello perché accettassero i loro sistemi di vita, gli insegnamenti
di Mycroft, così che essi non hanno più voluto lasciarli per quanto le loro
famiglie o i loro cari cercassero di persuaderli a tornare nel mondo reale.»

«Certo le autorità sarebbero intervenute se la situazione fosse così preoccupante


come lei dice.» Lo sguardo di Midge si era fatto acuto per l'interesse.

«Poiché non erano coinvolti dei minorenni e nessuna legge veniva offesa, le
autorità giudicarono di non avere ragioni per fare delle indagini. Culti e religioni
antichi non sono rari, in questi giorni, dopotutto. I sinergisti non sono registrati
come associazione di carità, così che nemmeno la loro posizione finanziaria può
essere messa in questione finché mantengono in ordine i loro registri.»

«Non vi sono leggi contro le sette segrete?» chiesi.

«Il Tempio Sinergista non si può considerare una setta segreta. Vivono molto
appartati, ma non si possono considerare una setta segreta.»

«Non ha mai conosciuto questo Mycroft?» Midge guardò il vicario sopra l'orlo
del suo bicchiere mentre beveva.

«No, mai. Ma sono andato alla loro sede più di una volta. Dovrei chiamare quel
luogo il tempio, ma è molto difficile per me considerarlo tale. No, ogni volta che
vi sono andato questo Mycroft era indisposto o in viaggio per affari. Credo che
nessuno l'abbia mai visto.»

«Non ci ha spiegato perché si interessassero a Flora Chaldean,» dissi.

«Era piuttosto anziana per diventare un'adottiva, non le sembra?»

Sixsmythe inarcò le sopracciglia. «Lei sa come chiamano i loro seguaci?»

«Uno dei ragazzi della congrega è passato di qui ieri sera per ringraziarmi
dell'aiuto che ho dato alle ragazze in paese. E ci ha parlato un po' dei sinergisti.»

«Capisco.»

Sorrisi. «Non si preoccupi, non cercava di convertirci. Eravamo interessati e


abbiamo fatto alcune domande, tutto qui.»
Sixsmythe rimase in silenzio per un momento. Poi disse: «Credo che voi due
dovreste essere molto cauti con questa gente. Sì, mi rendo perfettamente conto
che sembrano molto affabili e innocui, e tuttavia non posso fare a meno di
pensare che nascondano qualcosa.

«Tutto questo è molto misterioso.»

«Già.»

«Oh, andiamo, lei avrà certo da dirci qualche cosa di più,» esclamò Midge in
leggero tono canzonatorio.

«No, purtroppo. Lo chiami pure presentimento il mio, condiviso, del resto, da


molti miei parrocchiani. Se ne sapessimo qualche cosa di più se riuscissimo a
scoprire qualche loro brutta azione il nostro consiglio locale potrebbe esercitare
la sua autorità e opporsi in qualche modo alla loro presenza in questa zona. Ma
per il momento vivono per conto loro e non hanno commesso nulla di male
almeno pubblicamente.»

«E allora perché tutto questo chiasso?» Adesso Midge era realmente irritata. «Il
solo fatto che non si conformino al modello di vita locale non è una ragione per
metterli al bando.»

«Figlia mia, se fosse così semplice. Come ho detto, lo chiami pure


presentimento, come vuole, ma la gente del luogo è molto sospettosa, e, come
uomo di Dio, lo sono anch'io. Vi è intorno a loro un'atmosfera di segretezza che
troviamo molto sconcertante»

Midge soffocò una risatina e Sixsmythe si accigliò. «Non intendevo divertirla,»


disse con una certa irritazione. «Forse viviamo un po' tagliati fuori dal mondo in
questa zona, ma le assicuro che non siamo degli zotici campagnoli superstiziosi.
Io vi ho dato il mio parere, e non posso fare molto di più.» Prese il suo cappello
e si preparò a prender congedo. «Secondo la mia opinione, questa setta sinergista
non è meritevole di fiducia; comunque lascio a voi il giudizio.»

Io fui preso alla sprovvista dalla sua irritazione. «No, badi, non stiamo
canzonandola e apprezziamo che sia venuto per parlarci di loro. Li conosciamo
appena, ma sembrano buoni vicini, così che è difficile per noi accettare
ciecamente quello che ci ha riferito. Lei ci ha detto il suo parere, ma non ci ha
dato alcuna prova.»
Mitigò la sua espressione imbronciata, ma comunque si alzò. «Sì, capisco come
deve apparirle la situazione,» disse. «Immagino che le sembrerò molto strano,
ma le chiedo solo di tenere conto delle mie parole. E se doveste avere qualche
preoccupazione di qualsiasi genere, mi prometta di telefonarmi, mi dia retta
almeno in questo.»

«Senz'altro,» risposi alzandomi assieme a lui.

Midge fu meno cortese e sapevo il perché: il curato aveva scoccato una prima
freccia contro la sua montagna incantata. Midge non voleva sentir parlare male
di persone che le erano simpatiche. Tuttavia si alzò anche lei educatamente e
insieme accompagnammo il curato alla bicicletta. Sixsmythe si rese conto del
cattivo umore di Midge e probabilmente si sentì un po' mortificato perché fece
del suo meglio per portare la conversazione su argomenti più piacevoli: la bella
posizione di Gramarye, il magnifico giardino, la piacevolezza della foresta
(ancora più bella secondo lui nei mesi d'autunno quando le chiome degli alberi
assumono colori oro rossiccio).

Poi ci chiese se ci avrebbe visto in chiesa alla funzione della domenica (sapevo
che sarebbe arrivato a questo). Dei sinergisti non fece più parola.

Aprii il cancello e lui passò, si rimboccò i calzoni alle caviglie e poi tirò su la
bicicletta dal recinto dove l'aveva appoggiata.

«Signor Sixsmythe...» disse Midge mentre lui stava per montare in sella.

Lui si voltò guardandola con aria interrogativa.

«Può dirmi una cosa?»

«Naturalmente.»

«Ebbene, noi... io... io vorrei sapere come è morta Flora Chaldean.»

Rimase per un momento interdetto. «Oh, figlia mia, spero di non averla turbata
con i miei racconti. Mi perdoni se è così.»

«No, sinceramente non mi ha turbata. Era da un po' che volevo saperlo.»

«Flora era molto vecchia, cara Margaret. Nessuno sapeva con esattezza quanti
anni avesse, ma suppongo che avesse raggiunto l'ottantina e forse fosse vicina ai
novanta.» Le sorrise cordialmente. «Credo si possa dire che Flora sia morta di
vecchiaia. Il suo cuore era stanco e lei è passata a miglior vita nella sua amata
Gramarye. Purtroppo, vivendo sola, nessuno se n'è accorto prima che fossero
passate alcune settimane, sebbene alcuni assicurino di essere passati dal villino e
di averla vista in giardino solo pochi giorni prima che il suo corpo fosse
rinvenuto. Ma la gente fa spesso confusione sulle date; è difficile essere
assolutamente sicuri su certe cose.»

«Perché avrebbe dovuto esserci confusione?» chiese Midge.

«Ah,» rispose il curato come se la domanda di Midge fosse pertinente. «Si da il


caso che io sia proprio quello che scoprì il suo corpo. Andavo ogni tanto a
vedere come stava, come parte di quelli che considero i miei doveri, sebbene non
ricordi di avere mai visto Flora nella mia chiesa. Mi faccio un dovere di visitare
gli anziani della parrocchia non appena ho tempo, specialmente durante i mesi
invernali.»

Si aggiustò il cappello calandoselo bene in testa così che il vento non glielo
portasse via. «La vidi attraverso la finestra della cucina, seduta a tavola, con la
tazza e la teiera davanti a sé come se stesse prendendo un buon tè caldo. Era una
giornata nuvolosa e la cucina era in ombra, così che non potevo vedere
chiaramente. Ricordo di aver notato quanto fossero sudici i vetri, perché mi
impedivano di vedere bene. Ma quando battei sul vetro senza avere risposta,
cominciai a insospettirmi. Avevo già cercato di aprire la porta e l'avevo trovata
chiusa a chiave, cosa strana perché Flora non chiudeva mai né le porte né le
finestre. Impensierito corsi a chiamare Mr. Farnes il capo della polizia.»

Scosse tristemente la testa, come se il ricordo fosse ancora chiarissimo nella sua
mente. «Lo aspettai al villino, scoprendo nel frattempo che anche la porta del
retro era chiusa a chiave. Quando Farnes arrivò, ruppe un vetro della finesta
della cucina. Sollevò il saliscendi ed entrò in casa.

Midge mi si avvicinò. Passò un'automobile e un cagnolino di peluche, appeso al


finestrino posteriore, fece sì con la testa come se conoscesse già il resto della
storia.

«Era molto pallido quando aprì la porta e mi invitò a entrare. Considerando


l'espressione sul suo volto e il fetore che proveniva dalla cucina, entrai
trepidante.»

Sixsmythe stava guardando il villino, non noi. «Come vi ho detto, Flora


Chaldean era al tavolo, come se si fosse appena seduta a prendere il tè. Ma la
tazza era piena di una liquida muffa verde. E il corpo di Flora era ormai
putrefatto e brulicante di larve. Era morta da parecchie settimane.»

Il mio stomaco fece una capriola e il volto abbronzato di Midge perse il suo
colore. Mi si avvicinò e io la sostenni.

Sixsmythe era assorto: tutta la sua attenzione era concentrata sull'enigma che lui
stesso aveva posto. «1 passanti non avevano dunque potuto vederla in giardino
solo qualche giorno prima. Il coroner confermò poi quello che io già sapevo: le
condizioni del corpo di Flora indicavano che era morta da almeno due o tre
settimane, e nessuno se n'era accorto fino al momento del mio arrivo. Piuttosto
triste, non è vero? Sì, piuttosto triste.»

Così dicendo spinse la bicicletta sulla strada erbosa e si avviò pedalando lungo la
strada salutandoci con la mano senza voltarsi indietro.

E fu un bene perché 1'espressione del mio volto avrebbe potuto turbarlo


causando un incidente.

Come potete immaginare, tutto il resto della giornata fu rovinato. La cucina di


Gramarye perdette buona parte del suo rustico fascino all'idea del corpo
putrefatto della povera vecchia Flora seduto lì al tavolo davanti a una tazza di tè
ammuffito, e Midge cadde in un silenzio desolato fino a sera. Rimase per lungo
tempo da sola nella stanza rotonda e io non la disturbai.

Mi sentivo a disagio, per non dire nauseato, e avrei volentieri strangolato il


curato per la sua insensibilità. Più di una volta mi domandai se la sua minuziosa
descrizione non fosse stata intenzionale, forse come piccola vendetta alla nostra
bonaria derisione dei suoi consigli... ma gli uomini di chiesa non sono
vendicativi, no? O forse sbaglio?

Tuttavia la giornata non fu tutta cattiva. Nel tardo pomeriggio telefonò Bob con
notizie straordinarie. Phil Collins apprezzava molto una delle canzoni che avevo
scritto con Bob, e voleva registrarla per un album la settimana successiva: sarei
andato alla registrazione? Bob prese il mio sconnesso balbettìo per un «sì».
Midge, naturalmente, fu contenta per me quando glielo dissi: il periodo di ozio
professionale che ci eravamo imposti sarebbe finito la settimana prossima, e una
registrazione con una celebrità non era un cattivo modo per ricominciare. Fece
del suo meglio per superare il suo stato di depressione, sebbene fosse ancora un
po' abbattuta, e passò il resto del pomeriggio e della sera entusiasmandosi con
me. Quella sera andammo a letto presto e concludemmo la giornata in bellezza.

Ma poi quando mi addormentai ebbi un incubo: ero in cucina e prendevo il tè


con Flora Chaldean mentre larve bianche che si contorcevano cadevano nel tè
dalla mano che mi porgeva la tazza.

Grazie a Dio mi svegliai prima di bere, perché l'ultima immagine fu quella di un


dito putrefatto, quasi senza carne, immerso nella verde muffa del tè.
19.
MYCROFT
La domenica seguente andammo in macchina all'Osteria della Foresta per uno
spuntino e una meritata bevuta. Con l'avvicinarsi della registrazione, stabilita per
il mercoledì seguente, e la maggior parte dei lavori nel villino ormai fatti,
eravamo dell'umore adatto per dei festeggiamenti.

Bevvi due bitter prima di pranzare mentre Midge ordinò il solito succo d'arancia;
forse per la mancanza d'abitudine, mi sentii la testa un po' leggera dopo il
secondo bitter e pronto per un terzo. Midge, però, ne aveva abbastanza di
quell'osteria, e non potevo biasimarla: dopo la tranquillità di Gramarye, la folla e
il rumore - il luogo era un noto ritrovo domenicale per i turisti e la gente del
posto - erano un po' difficili da sopportare. Il trambusto e l'aria piena di fumo
erano in deciso contrasto con la pacifica esistenza a cui ci eravamo abituati. Ce
ne andammo senza troppe proteste da parte mia e ci avviammo a braccetto verso
la macchina.

Su proposta di Midge decidemmo di fare un giro per esplorare la zona. In


precedenza non avevamo avuto molte occasioni, eccettuata qualche passeggiata
nella foresta attorno a Gramarye e alcune gite per acquisti a Cantrip e a Bunbury;
così non era stata una cattiva idea purché ci tenessimo lontani dalla strada princi-
pale affollata di turisti. Uscii con la macchina dal parcheggio e mi allontanai
dall'osteria mettendomi a cantare forte appena imboccata la strada.

Presto voltammo in un sentiero tranquillo dentro la densa foresta, tra svolte


brusche che richiedevano tutta la mia concentrazione. Gli alberi formavano una
galleria di fogliame che ci riparava piacevolmente dal calore del sole. A dire il
vero, credo che tutti e due avessimo un'idea di dove potesse condurci quella
strada ma nessuno di noi aprì bocca: eravamo curiosi sui sinergisti; il nostro
interesse era stato alimentato piuttosto che placato dagli avvertimenti di
Sixsmythe. Non che volessimo avere a che fare con loro - in realtà ero stato
contento che né Kinsella né gli altri ci avessero fatto visita dopo la partenza del
visitatore biondo la settimana prima. Volevamo solo vedere più da vicino la casa
grigia: il Tempio. Nessun fervore, nessuna motivazione profonda - solo una meta
per una gita pomeridiana. Certo avevamo parlato dei sinergisti ed eravamo giunti
alla conclusione che non costituivano alcun pericolo per persone mature e
sensate come noi. Sixsmythe non si era certo attirato la nostra simpatia con
l'assurda descrizione della macabra scena del ritrovamento del cadavere di Flora
Chaldean, e così noi non eravamo disposti a prendere molto sul serio le sue
opinioni. Midge si era lasciata impressionare da Sixsmythe ma infine aveva
accantonato i brutti pensieri rilassandosi ancora nel caldo ambiente di Gramarye.
Sono sicuro che la continua presenza degli uccelli e di vari animali attorno a quel
luogo ci era stata d'aiuto sotto questo aspetto; ci aveva rinvigorito e aveva
bandito le ombre spettrali. Il villino non sarebbe stato più lo stesso, ma la nostra
pace mentale era stata solo leggermente scalfita e non danneggiata per sempre.

Come avrete già capito, avevamo avuto un'estate eccezionalmente bella ed era
giusto che pagassimo un piccolo scotto. E 1'«esattore» stava per abbattersi sul
parabrezza mentre percorrevamo quel sentiero solitario.

La Volkswagen era rimasta per settimane sotto il sole cocente, regolarmente


usata e, per mia colpa, raramente controllata. Quando vidi il fumo alzarsi dal
cofano, cercai di ricordare quando avevo controllato il radiatore per l'ultima
volta. L'indicatore della temperatura era salito pericolosamente e una lucetta
rossa lampeggiava in modo minaccioso.

«Accidenti,» brontolai rannuvolandomi.

Midge che non se ne intendeva di macchine chiese:

«Che cosa c'è che non va, Mike?»

Io devo averle lanciato un'occhiata minacciosa quanto quella maledetta luce


rossa, e Midge tornò a guardare davanti a sé.

«Scusami,» disse.

Fermai la macchina e rimasi lì, fumando non meno del motore.

«Puoi aggiustarlo?» si arrischiò a chiedermi Midge dopo un poco, guardando a


bocca aperta il fumo che saliva dal cofano.

Sforzandomi di restare calmo, risposi: «Sì, sputando nel radiatore.» Guardai il


fumo con sguardo torvo.

«Non credi che dovresti tentare di fare qualche cosa?»


Sospirai. «Sì, hai ragione. Forse si è rotta solo la cinghia del ventilatore. Hai i
collant indosso?»

Mi diede un'occhiata che fece svanire le mie speranze. Mugolando aprii lo


sportello. «Tira su quell'affare, Midge,» e indicai una leva dalla parte del
passeggero. Lei obbedì e il cofano si aprì di qualche centimetro.

Uscii dalla macchina e passai sul davanti brontolando fra me mentre infilavo le
dita nell'apertura e liberavo il fermo del cofano. Alzai il cofano completamente,
voltai la faccia per evitare il fumo, e lo fissai con la sbarra d'arresto; poi guardai
nella bocca del drago. La cinghia del ventilatore era in buono stato.

Forse il demone dell'alcool aveva intorpidito i miei sensi o ho avuto un momento


di cedimento mentale, perché allora feci qualcosa di veramente stupido, qualcosa
che gli istruttori dicono di non fare ai guidatori novelli: presi il fazzoletto, lo
avvolsi attorno al tappo del radiatore e girai.

La mia idea era di lasciar libero sfogo alla pressione, ma naturalmente, appena
svitato il tappo, l'acqua bollente esplose come un geyser. La mia mano sinistra
scattò istintivamente a proteggermi gli occhi mentre io indietreggiavo urlando
anzi sbraitando nel sentirmi bruciare la pelle dal getto infuocato.

Caddi tenendomi il braccio e contorcendomi di dolore sulla strada. Vidi Midge


inginocchiata accanto a me che cercava di tenermi fermo per stabilire la gravita
delle bruciature. Parte della faccia e del collo era rimasta scottata, ma provavo un
dolore lancinante sulla mano e sull'avambraccio sinistro. La camicia era bagnata,
ma aveva costituito per il petto una sia pur leggera barriera contro l'acqua
bollente.

Riuscii a mettermi a sedere, mentre Midge mi sosteneva. La mia vista era troppo
oscurata dalle lacrime di dolore perché potessi vedere la scottatura riportata sulla
mano, ma il dolore era superiore a qualunque altro che avessi provato in vita
mia.

Improvvisamente Midge scattò in piedi agitando freneticamente le braccia.


Intravidi una macchina rossa che si fermava e due figure che ne uscivano
correndo verso di me, una delle quali vagamente familiare. Si inginocchiarono
sulla strada e l'uomo - l'altra era una ragazza - mi prese delicatamente la mano
ferita.
«Oh, diamine,» lo sentii mormorare. Poi passò dietro di me e mi aiutò ad
alzarmi. «Sarà meglio che venga con noi, devi farti medicare al più presto.»

Guardai la mano ferita, asciugandomi le lacrime, e vidi che la pelle stava già
coprendosi di vesciche. Stringendo i denti lasciai che mi conducessero alla loro
auto.

Mi accorsi che Midge era ancora più sconvolta di me, e così superato il primo
momento di paura feci del mio meglio per rassicurarla con un sorriso. Deve
essermi venuta fuori una smorfia di dolore perché la sua bocca si piegò agli
angoli come quella di un bambino.

Mi fecero sedere sul sedile posteriore dell'auto, tenendomi il braccio come se


fosse un'aragosta appena bollita, e quando la ragazza si mise al posto del
guidatore, riconobbi la sua treccia di capelli e poi anche la sua faccia quando si
voltò ansiosa a guardarmi: era Sandy, la ragazza che avevo salvato dai teppisti al
paese la settimana prima.

Disse: «Mike, ti portiamo a farti medicare le bruciature. Il Tempio è a meno di


un minuto di strada».

«Ha bisogno di un ospedale,» obiettò Midge che mi sedeva accanto.

L'uomo aveva appena aperto la portiera anteriore e si chinò per salire a bordo.
Era di mezza età, quasi calvo e molto magro, con le guance così incavate che gli
zigomi vi gettavano l'ombra. «L'ospedale più vicino è a parecchi chilometri da
qui e lui deve essere medicato al più presto. Potrà portarlo a un ospedale più
tardi, se lo crederà necessario.» Si sedette e non parlò più per tutto il breve
tragitto.

Sandy girò la macchina sulla strada stretta e tornò nella direzione da cui erano
venuti. Mentre Midge mi asciugava la faccia con un fazzolettino, mi resi conto
di trovarmi nella stessa Escort rossa con cui Kinsella era arrivato al villino
alcune sere prima. Midge non toccò la mano e l'avambraccio la cui pelle era
chiazzata di un intenso rosso scarlatto e la carne già cominciava a gonfiarsi.

L'auto si fermò e Sandy saltò fuori. Ci trovavamo dinanzi a un alto cancello di


ferro battuto, affiancato da due solidi pilastri grigi. Di là dal cancello potevamo
vedere la grande casa, quella di cui avevamo visto solo l'altro lato nella.nostra
passeggiata attraverso la foresta, circondata da un alto muro di vecchi mattoni:
Casa tetra, come l'avevo soprannominata fra me. La ragazza aprì il cancello
mentre il suo compagno la guardava impassibile dal finestrino. Sandy tornò
subito, con un'espressione ansiosa come quella di Midge, e avviò di nuovo la
Escort.

Sebbene molto preoccupato per i miei guai, notai che la casa si profilava più
grande. Sembrava strano che l'edificio fosse rovesciato, con il retro al termine
del lungo viale; comunque, Croughton Hall, alias il Tempio Sinergista,
infondeva tristezza da qualsiasi parte lo si guardasse.

Girammo attorno al lato del fabbricato passando nell'area rettangolare. Di lì il


prato si stendeva verso la foresta. In quel momento cominciai a tremare, forse
per uno choc ritardato, pensai. L'uomo davanti a me scese e mi aprì la portiera;
proteggendomi cautamente il braccio, riuscii a uscire e guardai la casa. Non
domandatemi perché, ma anche in quel momento in cui potevo appena pensare
ad altro che non fosse il mio intenso bruciore, ero riluttante a entrare. Midge,
tuttavia, non sembrava avere questi scrupoli.

«Andiamo, Mike, quanto prima potrai mettere il braccio nell'acqua fredda, tanto
meglio sarà per te,» disse tirandomi per il gomito. Sandy si mise all'altro mio
fianco mentre l'uomo ossuto ci precedeva lungo l'ampia scalinata che portava
all'ingresso. Prima che avessimo raggiunto l'ultimo gradino il grande portale si
aprì e Kinsella ci comparve davanti guardandoci con la fronte aggrottata.

«Mike, che diavolo ti è successo?» chiese.

«Un litigio con il radiatore dell'automobile,» dissi sarcasticamente senza in realtà


voler fare dello spirito. Avevo voglia di vomitare.

Impallidì nel vedere la mia mano ustionata. «Oh, mio Dio, entra subito.»
Spalancò il portone a due battenti per farci entrare tutti insieme.

Adesso stavo tremando davvero, per quanto cercassi di controllarmi. Midge si


strinse a me come se temesse che stessi per svenire.

Eravamo in un vasto atrio; una scalinata portava a una galleria. Il dolore era più
intenso così che badavo poco all'ambiente, ma tuttavia mi resi conto
dell'improvviso freddo che c'era nella casa.

Sentii Midge implorare: «Non potremmo portarlo in cucina o in bagno per


mettergli il braccio nell'acqua fredda?»

«Possiamo fare molto di più,» rispose Kinsella. Si voltò verso la ragazza e disse
con voce appena udibile. «Di' a Mycroft chi c'è e raccontagli quello che è
successo. Presto.» Sandy corse via.

Poi si rivolse a Tutt'ossa e solo più tardi mi accorsi con meraviglia dell'autorità
di Kinsella. Disse solo: «Avverti gli altri,» e l'uomo si allontanò
immediatamente.

«Bene, Mike, adesso vedremo di medicarti.» L'americano aprì una porta


dell'atrio e ci fece entrare.

Ci trovammo in un vasto salotto con le pareti piene di libri. L'opprimente odore


di stantio era poco piacevole, mi fece pensare che la maggior parte dei volumi
fossero antiche edizioni; comunque non ero certo in condizione di curiosare
nelle librerie.

Kinsella mi fece sedere a un grande tavolo ovale dalla superficie lucidissima.


Strie sghembe di luce filtravano nella stanza in raggi chiari e netti come quelli
dei riflettori, e lui andò a ogni finestra per tirare le tende lasciandole aperte solo
per un breve tratto così che la luce si ridusse solo a un fascio di raggi sottili. La
porta dalla quale eravamo entrati era rimasta aperta, e io potei sentire dei
movimenti all'esterno come se della gente si radunasse. Ero fradicio di sudore,
quasi febbricitante, e sentivo il bisogno di gridare per lo spasimo sempre più
intenso. Era come se i nervi, intorpiditi dalla scottatura, si risvegliassero facendo
sentire con più acutezza il dolore.

«Dobbiamo fare qualcosa,» insistè Midge mentre io stringevo i denti per


soffocare i gemiti.

«Abbi pazienza ancora un momento,» rispose calmo Kinsella, cosa che per lui
era facile a dirsi. Si sedette al tavolo accanto a me, e mi allungò il braccio sulla
superficie lucente, attento a toccarmi solo sul gomito. Midge rimase in piedi
vicino a me con le mani sulle mie spalle.

«È scoppiato il radiatore, eh?» disse Kinsella.

«No, » risposi a denti stretti. «Sono stato così scemo da svitare il tappo.»
«Per fortuna il braccio ha ricevuto direttamente il getto. Se avessi avuto la
faccia...»

«Sì, lo so. Sono stato scemo e fortunato al tempo stesso.»

Stava esaminando le scottature tumefatte che avevo in faccia quando la porta si


spalancò. Un uomo entrò e Kinsella disse: «Mycroft.»

Non so bene che cosa mi aspettassi, ma il suo nome, unito ai sinistri avvertimenti
del curato sui sinergisti, aveva evocato immagini di un uomo alto e potente, con
la pelle giallognola e rugosa, e pallidi occhi penetranti, capaci di dominare le
anime. Una via di mezzo fra un Vincent Price e un George C. Scott, forse, o
anche un fratello maggiore di Basii Rathbone. Questo era di media statura e
panciuto, con i capelli bianchi e la pelle levigata e perfetta; quasi anonimo.
Indossava calzoni sportivi grigi e una giacca di lana marrone sulla candida
camicia; una cravatta beige dava una certa formalità a un insieme che altrimenti
avrebbe potuto apparire un po' trasandato. 1 suoi occhi erano penetranti, ma vi
era in essi anche una certa delicatezza. Mi dispiace di non poter descrivere
quell'uomo come un essere più insidioso, dico questo pensando agli eventi
successivi, ma così mi si presentò allora. Avrebbe potuto essere lo zio preferito
di chiunque.

Kinsella si alzò, mentre Mycroft si avvicinava, facendosi da parte e tirando


indietro la sedia così che il nuovo venuto potesse avvicinarsi a me. Mycroft si
chinò appoggiando una mano al piano del tavolo, e io sentii il suo alito un po'
aromatico. Mi guardò prima la faccia e poi il braccio e la mano.

«Deve soffrire molto,» osservò. La sua voce era pacata e stranamente asciutta, e
il suo accento americano sembrava del New England. Il suo atteggiamento era
solidale, quasi che condividesse il mio dolore.

«Se devo dire la verità, non va affatto meglio,» confessai cominciando a


stancarmi di quelle visite a cui non seguiva alcuna azione. La carne viva del mio
braccio cominciava a gonfiarsi in modo allarmante.

Mi guardò direttamente negli occhi ancora una volta e poi guardò Midge «Non
perderemo altro tempo,» disse più a lei che a me. Fece un gesto con la mano e la
porta si spalancò: entrarono Sandy e la nostra amica Gillie; insieme portavano un
recipiente rettangolare contenente un liquido verdastro, che posarono sul tavolo
davanti a Mycroft e a me.
«Falli entrare,» disse Mycroft a Kinsella che subito andò alla porta e diede
l'ordine, lo mi guardai attorno nervoso; Gillie mi sorrise in modo rassicurante,
ma non disse nulla. Mi accorsi che anche Midge era preoccupata.

Entrarono tutti in fila nella stanza, muti e con lo sguardo rivolto verso di me.
C'era anche Neil Joby fra loro, ma, sebbene mi guardasse, non diede segno di
riconoscermi.

Cercai di alzarmi. «Un momento...»

Mycroft mi pose una mano sulla spalla, con fermezza ma senza far forza.
«Prego, si sieda e non abbia paura. Fra pochi minuti non sentirà più dolore.»

«Non ci credo...» cominciai a dire, ma Midge intervenne. «Mike, aspetta.»

La guardai. Lei scosse appena la testa. «Voglio che abbia Fiducia in me, Mike.»
La voce di Mycroft era cambiata un po': era insieme pacata e imperiosa, ed era
molto difficile non lasciarsi influenzare dal suo tono. Tornai a sedermi e lui prese
una sedia per potermi stare vicino. «Abbiate fiducia,» disse rivolgendosi a tutti e
rimboccandosi le maniche fino al gomito. Mi asciugai il sudore dalla fronte,
ansioso per quello che stava succedendo e dubbioso su quanto fossi pronto a
subire.

Mycroft mi sorrise come se si rendesse conto che io lo credevo pazzo e fosse


pronto a divertirsi con me. Il suo sorriso era accorto e incoraggiante. Poi fece ciò
che non mi aspettavo: immerse le mani nel liquido.

Le persone intorno alla stanza - erano di varie età e nazionalità - unirono le mani
e chiusero gli occhi. Anche Mycroft aveva chiuso gli occhi e le sue labbra si
muovevano leggermente come se intonasse una preghiera silenziosa. Io pensai
che da un momento all'altro cominciassero a ripetere: «Ommmmm».

Evidentemente avevo un'espressione disperata perché Midge mi tratteneva come


per impedirmi di scappare. «Midge...»

C'era nei suoi occhi una specie di eccitazione trattenuta, una luce interiore che
mostrava come cominciasse a credere in quelle storie.

Io sentii ancora più forte il bruciore al braccio e mi allontanai da Mycroft, pronto


a fuggire. Ma il suo sorriso scoraggiò reazioni di questo genere e io mi lasciai
immergere il braccio nel liquido verdastro.

Ero pronto a gridare, ma non cercai di porre resistenza: avevo capito che
quest'uomo dallo sguardo così mite aveva una grande forza di persuasione. Mi
immerse prima la mano, poi il resto del braccio fino al gomito e, mi accorsi che
il liquido che era più denso dell'acqua, sembrava oleoso.

Immediatamente il terribile dolore al braccio cessò, lenito dal liquido freddo;


ebbi la sensazione che il braccio fosse stato congelato nel ghiaccio.

Mycroft mi accarezzò la bruciatura mentre chiudeva gli occhi e muoveva le


labbra impercettibilmente. Il sollievo fu tale che io quasi gridai di gioia; ma mi
limitai a trarre un profondo respiro. Sentivo Midge che mi premeva le dita sulle
spalle e, quando tirai su la testa per guardarla vidi che anche lei aveva gli occhi
chiusi e la fronte corrugata per la concentrazione.

«Midge, il dolore è scomparso,» dissi.

Lei aprì gli occhi, guardò prima me, poi il mio braccio immerso nel liquido e
sembrò sollevata quanto me quando mi accarezzò il collo.

Mycroft mi continuò a strofinare delicatamente la bruciatura; i suoi polpastrelli


delicati mi procuravano una sorta di piacevole formicolio. Mi guardai attorno e
vidi che anche gli altri avevano gli occhi chiusi: due o tre donne vacillavano
come se stessero per svenire: tutti si stringevano le mani, e io ebbi la sensazione
che da ogni individuo fluisse una forte energia che si propagava nella stanza.

Pazzo, gridai a me stesso, pur non potendo negare di non sentire più dolore. E
che cosa succederà quando toglierò il braccio dall'acqua ? Ovviamente il
liquido è un anestetico; come mi sentirò senza di esso? Volevo provare subito.

Mycroft aprì gli occhi e mi sollevò il braccio grondante di liquido, poi si voltò
verso di me, e mi sembrò di scorgere una traccia di canzonatura nel suo sorriso.

Il gonfiore si era bloccato, sebbene le dita fossero ancora tumefatte e violacee.


Però non sentivo più dolore, solo una torpida rigidità.

«Non posso crederci,» mormorai.

«Non ce n'è bisogno,» rispose lui. «Lo accetti, non deve fare altro.»
Mycroft si alzò e uno a uno gli altri aprirono gli occhi. Si lasciarono le mani per
scoppiare in un applauso e io mi aspettavo che Mycroft facesse un inchino,
invece alzò una mano e gli applausi cessarono.

«Siate riconoscenti che il nostro giovane amico non soffre più,» disse loro.
«Avete assistito a quello che può fare la nostra forza interiore; adesso riflettete
un po' su ciò che è accaduto.» Era disinvolto aveva un tono pacato e amichevole,
e non solenne e teatrale come ci si sarebbe potuti aspettare da una specie di guru
che aveva appena compiuto una magia.

I suoi seguaci lasciarono la stanza, molti di loro sorridevano felici, altri erano
pensosi. C'erano persone di tutte le età e di diverse nazionalità, come ho già
detto, ma anche di vario aspetto, dal bizzarro (capelli arruffati e occhi spiritati) al
mondano (abiti eleganti e faccia seria).

Gillie si fece avanti e mi avvolse il braccio in un asciugamano di lino bianco per


asciugarmelo, poi fu la volta di Sandy che portò bende e garze e cominciò a
fasciarmi il braccio facendo molta attenzione a non toccarmi le bruciature.

«Forse dovrei andare all'ospedale a farmi fasciare il braccio,» pensai incerto.

Kinsella esibì un sorriso che gli illuminò la faccia americana. «Non ce n'è
bisogno, Mike. Presto starai benissimo, vedrai.»

«Le bende sono sterilizzate,» mi rassicurò Mycroft, «e un'infermiera non


potrebbe far più di Sandy.»

«Potrebbero farmi un'iniezione, o darmi delle pillole o cose del genere.»

«Non è necessario, ma naturalmente può fare come crede. Le suggerisco di stare


a riposo per quest'oggi e di farsi vedere da un medico domani, se non starà
ancora bene. Ma non sentirà più dolore.»

Trovai il tutto un tantino ridicolo - accidenti! Mi ero scottato sul serio - ma non
volli apparire irritabile dopo quello che aveva fatto. «Sì, aspettiamo domani.»

Riuscii a sorridere.

Mycroft, apparentemente, aveva già perso ogni interesse per me, e stava
studiando Midge ancora con quel suo leggero sorriso sul volto; ero sicuro che
era leggermente canzonatorio.

«Lei, naturalmente è Midge,» disse.

Il suo sguardo fu un tantino troppo penetrante per i miei gusti, ricordandomi


stranamente l'appena dissimilato interesse del legale Ogborn per lei, tante
settimane prima. Non ho mai avuto simpatia per i vecchi sporcaccioni.

«Non so come possiamo mostrarle la nostra gratitudine,» rispose lei che adesso
era più calma. Nonostante l'oscurità della stanza riuscivo a vedere che era
stanchissima.

«Non pensi alla gratitudine. Ho sentito parlare molto di voi e sono felice che
abbiate finalmente avuto il modo, anche se in circostanze disgraziate, di visitare
il nostro Tempio.»

Gillie e Sandy erano andate alle finestre e avevano tirato le tende. La luce si
diffuse e riportò una certa allegria nella stanza.

«Hub ci ha invitato più volte,» disse Midge, «ma con tutto quel lavoro nel
villino...»

«Ah, sì, Gramarye.» Il nome gli piaceva e il suo sorriso diventò più caldo.

«Conosce la nostra casa?» chiesi.

Non mi guardò nemmeno. «Mi è stata descritta. Mi dica, signorina, si trova bene,
qui?»

Se Midge fu meravigliata dalla domanda, non lo dimostrò. «Sì, molto. Ci


troviamo bene tutti e due. È una casa meravigliosa. »

«In che senso meravigliosa?»

Adesso era stata colta di sorpresa. «E... è così tranquilla, così serena. E tuttavia
piena di vita. Molti animali ne sono attratti, e c'è tanta...» Non riusciva a trovare
le parole giuste.

Mycroft ne trovò una per lei: «Vitalità.» Non lo disse nemmeno in tono
interrogativo.
«Sì,» approvò Midge. «Vitalità è la parola giusta.»

Mycroft parve soddisfatto. Si asciugò le mani e si tirò giù le maniche. «Sarei


lieto di parlare ancora con voi,» disse infine.

Midge si limitò ad assentire e si voltò verso di me. «Come ti senti, Mike?»

«Io? Bene. Ma non potrò suonare il piano per un po'...» Mi interruppi con un
gemito: all'improvviso mi resi conto delle conseguenze dell'incidente. «La
registrazione di mercoledì: non potrò suonare.»

«Oh, Mike, l'avevo dimenticata!» Si morse il labbro inferiore e si inginocchiò


accanto me mettendomi un braccio attorno alla vita per consolarmi. Ma io ero
troppo incavolato con me stesso per accettare di essere consolato.

«Non sono sicuro di aver capito, » intervenne Mycroft. «Lei ha un impegno


professionale a cui teme di dover rinunciare?»

«Sono un musicista,» spiegai. «Avrei dovuto incidere un album questa settimana


ma a quanto sembra, non potrò parteciparvi.» Mi guardai la mano bendata ed
ebbi la tentazione di batterla sul tavolo. Naturalmente non lo feci.

Mycroft mi guardò ancora e mi mise una mano sulla spalla. «Torni a casa e non
esca fino a domani.» Si chinò con aria confidenziale verso di me e continuò: «La
sua mano sarà completamente guarita per mercoledì.»

Per quanto gli fossi grato, dovetti trattenermi per non urlargli in faccia. «Certo,»
dissi più calmo. «Andrò a casa e vi resterò. Grazie infìnite.» Mi alzai. «Faremmo
meglio ad andare, Midge.» Il mio sguardo diceva: basta con le chiacchiere e i
ringraziamenti; andiamocene di qui.

Lei capì perfettamente.

Ma fu Mycroft a lasciare la stanza per primo. «Adesso vi saluto,» disse e il suo


tono di voce non lasciava trapelare risentimento per i miei modi
improvvisamente bruschi. «Vi prego di non dimenticare il mio invito.»

«Non lo dimenticherò,» rispose Midge e gli tese la mano, ma lui parve non
accorgersene.
Si voltò rapido e uscì dalla stanza. Adesso, alla luce di quello che seguì, sono
sicuro che per un attimo guardò la mano di Midge, ma poi si tirò indietro come
se la sua mente stesse già pensando ad altro.

«Hai ancora un problema da risolvere, Mike.» Kinsella mi sorrideva, con le mani


infilate nelle tasche dei calzoni aderenti.

Lo guardai con aria interrogativa.

«Un radiatore senz'acqua,» mi ricordò.

Quasi mi battei la fronte con la mano ustionata.

Lui rise. «Bene, ti faccio preparare una tanica d'acqua e vi accompagno all'auto.
Speriamo che il motore non si sia rotto.»

«Sì, speriamo.»

Lasciammo la casa e io fui lieto di esserne fuori, felice di sentirmi ancora il sole
sulla faccia. È strano, ma l'unica preoccupazione che avevo adesso riguardava la
mia faccia e il collo colpiti dagli spruzzi d'acqua bollente. Comunque il dolore
era passato. Oddio, la pelle del petto mi bruciacchiava un po'; ma la stoffa
abbastanza sostenuta della camicia mi aveva salvato scottature gravi. Il braccio e
la mano bendati erano ancora informicolati ma non era una sensazione
spiacevole.

«Che cosa incredibile,» dissi a Kinsella mentre tutti e tre ci avviavamo verso la
Escort rossa.

«Quale cosa?» chiese lui stringendo gli occhi per ripararsi dal sole.

«Quel liquido verde che avete usato per il mio braccio.»

«Oh, non era nulla di speciale. Un disinfettante mescolato con un antisettico,


tutto qui.»

«Ma ha calmato il dolore.»

«Mycroft ti ha guarito, amico mio.»


«Non è possibile.»

«Lo è. Lo sappiamo tutti e due.»

«E allora perché...»

Mi abbagliò con quei suoi denti perfetti da fare rabbia. «Mycroft è un uomo
meraviglioso.»

Credeva che fosse una spiegazione sufficiente?

Raggiungemmo 1'auto e Kinsella ci aprì la portiera posteriore. Midge entrò per


prima e io la seguii, attento a non battere la mano contro qualche cosa. Lui si
mise alla guida e aspettammo che qualcuno arrivasse con la tanica dell'acqua.

Midge si sporse in avanti. «Stai meglio, Hub?» chiese.

Lui si voltò sorpreso. «In che senso?»

«L'altra sera te ne sei andato piuttosto in fretta. Abbiamo pensato che ti sentissi
male.»

Si mosse a disagio sul sedile e indicò la casa. «Ecco Neil che arriva con l'acqua.»
Si schiarì la gola, poi spiegò: «Forse non mi sono sentito bene. Scusatemi, è
stato scortese da parte mia andarmene così. Qualcosa che avevo mangiato a
colazione mi era rimasta sullo stomaco.»

La portiera anteriore si aprì e Neil Joby salì in macchina ponendo il contenitore


di plastica ai suoi piedi.

«Bene, andiamo,» disse Kinsella avviando il motore. «Sarete a casa in un


attimo.»

Girammo attorno alla casa e Midge e io ci voltammo mentre percorrevamo il


viale. La casa grigia - il Tempio Sinergista - era molto più grande di quanto
avessimo immaginato quando l'avevamo visto la prima volta dal margine della
foresta.

A me sembrava persino più sinistra. Mentre Midge la guardava con la traccia di


un sorriso sulle labbra.
20.
LA GUARIGIONE
Il mio primo pensiero, quando mi svegliai il giorno dopo, fu per la mia mano: e
se avessi provato a togliere la fasciatura?

La sera precedente avevamo deciso di andare per prima cosa all'ospedale di


Bunbury per farmi medicare le ferite da un medico nonostante Mycroft mi
avesse assicurato un po' presuntuosamente che non sarebbe stato necessario. Mi
ero aspettato di passare una nottataccia, ma in realtà avevo dormito come un
bambino sognando Gramarye e un mucchio di cose piacevoli: fiori che
sbocciavano, animali socievoli, sole e cieli tersi. Non avevo sentito il minimo
dolore.

Avrei voluto telefonare a Bob appena tornati al villino per dargli la cattiva
notizia, ma Midge mi aveva persuaso a non farlo. Aspettiamo e vediamo, aveva
detto.

Midge mi aveva coccolato per tutto il resto della sera baciandomi perfino le
punte delle dita malconce, che spuntavano dalla bendatura, per farle star meglio;
io ne ero stato felice pur temendo il momento in cui il potente anestetico che
evidentemente era stato mischiato a quel liquido verde (non credevo
all'affermazione di Kinsella che si trattava solo di un antisettico) avrebbe smesso
di agire. Grazie a Dio questo non avvenne.

Midge era ancora addormentata accanto a me e sembrava invecchiata di dieci


anni, cosa che mi mandò fuori di me; ma subito tornai alla mia preoccupazione
principale, il mio braccio sinistro era coperto dalle lenzuola e avevo quasi paura
a guardarlo. Provavo una sensazione sgradevole perché la benda mi stringeva,
ma nessun vero dolore. Forse il mio cervello era ancora intorpidito dal sonno;
strinsi i denti aspettando che il male tornasse. Ma non tornò e io raccolsi tutto il
mio coraggio per guardare.

Sollevato il lenzuolo alzai lentamente il braccio ferito. Le bende si erano


piuttosto allentate durante la notte: la sensazione sgradevole era dovuta al nastro
adesivo che le teneva a posto, piuttosto che alla pressione della carne gonfia. Le
dita erano solo un po' arrossate. Le piegai: non erano più rigide. Piegai il polso e
la mano si mosse liberamente, trattenuta solo dalla fasciatura. Sollevai il braccio
potevo muoverlo senza dolore, una cosa incredibile!

«Midge!»

Lei si svegliò di scatto saltando su e accovacciandosi sul letto, con gli occhi
spalancati per l'apprensione.

«Midge! Il braccio! Non mi fa più male!»

Lei guardò prima me, poi il braccio e lanciò un grido. Unì le mani e si trattenne
appena dallo stringermi il braccio che tenevo sollevato.

«Mike, ne sei sicuro?»

«Se ne sono sicuro? Gesù, dovrei saperlo se mi fa male o no. Guarda, posso
anche muovere le dita.» E le feci vedere.

«Lo sapevo, Mike, lo sapevo. Ero sicura che saresti guarito.»

«Dunque credevi nell'acqua miracolosa di Mycroft?»

«No, mi sono sentita sicura quando siamo tornati qui. Non so spiegarmi...»

Mi abbracciò e ricademmo insieme sul materasso.

«Ehi, ehi, fa' piano!» gridai tenendo alta la mano bendata. «Non roviniamo tutto
lasciandoci prendere dall'esaltazione.»

Lei mi coprì il volto di baci. «Lo sapevo, lo sapevo,» ripetè.

«Perché non guardiamo bene prima di lasciarci trasportare dall'entusiasmo? Sai,


mi sembra un po' impossibile di essere guarito. Hai visto anche tu che sono stato
investito da un getto d'acqua bollente.»

«Hai ragione,» disse lei tra il serio e il faceto, «stiamo solo sognando, non è
avvenuta nessuna magia.»

Scherzava, non aveva voluto fare quest' ultima osservazione.

Alzai il braccio. «Ebbene, Folletto, toglimi la fasciatura e se comincia a farmi


male ti avvertirò con un grido. Forse allora capirò che stavo solo sognando.»
Con cura lei tolse il nastro adesivo e cominciò a disfare la fasciatura lasciando
libera via via la garza. In meno di quindici secondi l'avambraccio e la mano
furono messi a nudo.

«Guaaaarda!...» esalai.

La carne era tenera e macchiata di rosso, ma non vi erano vesciche, né


spellature, né segni di bruciature. Era il più bel braccio del mondo.
21.
COME IN UN FILM
Tornai a Gramarye il giovedì nel tardo pomeriggio. La registrazione era andata a
meraviglia: Collins era uno dei musicisti-cantanti migliori e uno di coloro con
cui era facile lavorare (se si faceva bene il proprio lavoro), e rese la mia canzone
e quella di Bob cento volte migliore. Rimasi lì tutto il giorno (mercoledì),
invitato a lavorare per altri due pezzi dell'album, e mi godetti ogni momento di
riposo e di chiacchiere. Fin allora non mi ero reso conto di quanto a lungo fossi
rimasto lontano dalla scena e fu bellissimo, più tardi, ascoltare le novità che Bob
aveva da raccontarmi

Cominciai ad andarci un po' forte con il bere, ma ero pieno di entusiasmo e ressi
bene. Ero sollevato dal fatto che avevo riguadagnato l'uso della mano (avevo
trascorso gli ultimi due giorni a suonare la chitarra e così quella leggera rigidità
della mano sinistra, che forse era dovuta alla mancanza di esercizio, era scom-
parsa.

Bob non credette affatto alla gravita del mio incidente, insistendo che ero guarito
più presto di quanto credessi, dopo essermi bruciato un po', ma non seriamente.
Diceva che esageravo i fatti come al solito. Certo il braccio e la mano erano più
rossi del normale e anche in faccia avevo qualche chiazza violacea; ma lui
sosteneva che non era niente di grave. Gli raccontai dei sinergisti e della magia
che Mycroft aveva praticato con la sua acqua verdastra. Fesserie, fu il commento
di Bob.

Mi suggerì di passare la notte da lui: l'idea di guidare fino allo Hampshire, pieno
d'alcool com'ero, non mi attirava affatto così trovai un telefono e chiamai Midge.

Lei convenne che sarebbe stato pericoloso mettersi in viaggio così tardi e mi
disse di restare da Bob e di divertirmi. Aggiunse di fare attenzione, e io sapevo
quello che intendeva: Bob, a volte, alzava un po' troppo il gomito.

Midge mi disse che, dopo essere stata preoccupata per me, aveva passato il
tempo dipingendo, godendosi la solitudine, ma naturalmente sentendo molto la
mia mancanza. Quanto? Quanto sono alte le montagne, quanto è profondo il
mare...?
Le dissi che le avrei fatto pagare le sue prese in giro al mio ritorno, e poi
diventammo sdolcinatamente seri e ci confessammo che detestavamo non stare
insieme anche per un solo giorno, che essere separati non era naturale, che
l'amore era una cosa penosa e via di questo passo. Frasi fatte, forse, ma eravamo
sinceri. Quando tornai da Bob e dagli altri, avevo le lacrime agli occhi...

Tuttavia feci in modo di divertirmi. Di lì andammo a cena poi tornammo a


Fulham, nell'appartamento di Bob, una casa vittoriana con terrazza, verso l'una
del mattino. Lì non avemmo noie. La sua ultima amica, Bob si era sposato due
volte ed era separato legalmente dalla sua seconda moglie, era a letto e rifiutò di
unirsi alla compagnia. Suonammo musica rock sullo stereo finché dei colpi sulle
pareti ci avvertirono che nemmeno i vicini erano in vena di far festa. I nostri
amici ci lasciarono poco dopo, e Bob e io continuammo a rievocare i bei vecchi
tempi - musica, guai, scherzi e donne - aprendo lattine di birra e abbandonandoci
a fragorose risate. Fu una bella nottata di chiacchiere, e grazie al cielo il mio
amico non aveva bisogno di altri «stimolanti» oltre alla birra. Non ho idea di che
ora fosse quando andammo a dormire.

Mi svegliai verso mezzogiorno, sdraiato sul divano senza scarpe e con una
vestaglia gettata su di me. Bob, cosa sorprendente, si era alzato prima delle dieci
ed era uscito per «sistemare delle cose», mi informò la sua amica, Kiwi (non so
ancora quale fosse il suo vero nome né perché si chiamasse Kiwi) mentre mi
porgeva una tazzona di caffè forte. Me ne rimasi lì come un morto resuscitato,
bevendo caffè e cercando di schiarirmi la mente, e dopo un po'(quando lei
cominciò a far funzionare 1'aspirapolvere a mezzo metro da me), pensai che era
tempo di andarmene.

Kiwi fu abbastanza contenta della mia partenza da spegnere per un momento


l'aspirapolvere e sorridermi graziosamente. «Aspetto con ansia sabato,» mi disse.
«Sabato?» chiesi. «Bob, prima di uscire, mi ha detto che ci hai invitato a cena,»
trillò lei. «Ah, sì,» dissi ricordando vagamente. «Arnvederci, dunque,» aggiunsi.
«Non vedo l'ora.» ripetè lei. Il frastuono dell'aspirapolvere affrettò la mia
partenza.

Mi fermai sulla via del ritorno per fare una colazione leggera, e colsi l'occasione
per telefonare a Midge e informarla del ritorno del suo eroe. Ma a Gramarye
nessuno rispose, così supposi che fosse andata a fare una passeggiata anche se il
tempo non era bello: non pioveva ma il cielo era coperto. Non poteva essere
andata a far spese perché la macchina l'avevo io.
Mi rimisi subito in viaggio, e il battito che sentivo alle tempie si calmò. Quando
raggiunsi i confini dello Hampshire mi sentivo benissimo sebbene non vedessi
l'ora di andare a letto per smaltire gli ultimi postumi della bevuta della sera
precedente.

Quando raggiunsi Cantrip incontrai sulla strada principale il reverendo


Sixsmythe in sella alla sua bicicletta. Ancora adirato con lui per avere sconvolto
Midge e me con il suo raccapricciante racconto sulla morte della signora
Chaldean, ebbi la tentazione di dare un colpo di clacson per spaventarlo, ma
resistetti.

Uscito dal paese mi ritrovai nel cuore della foresta.

Piccole gocce di pioggia punteggiarono il parabrezza.

Ancora un paio di curve e sarei arrivato a casa.

Avevo un sorriso che mi andava da un orecchio all'altro quando raggiunsi il


giardino di Gramarye; suonai il clacson per avvertire Midge del mio ritorno.
Aprii il bagagliaio e tirai fuori le due chitarre e le posai a terra per richiuderlo.
Scavalcai il recinto invece di costeggiarlo fino al cancello e calpestai le aiuole
per raggiungere il sentiero, aspettandomi a ogni momento di vedere il felice
volto da folletto di Midge affacciarsi all'entrata. Ma rimasi deluso. Midge non
aveva sentito il mio arrivo oppure non era ancora tornata dalla sua passeggiata.
Ma certo non poteva essere stata fuori per tutto questo tempo, specialmente col
cielo coperto. Forse dormiva, o era in bagno: in ogni caso le avrei fatto una
sorpresa.

Guardai le finestre del primo piano: nessun segno di vita.

Un piccolo scricchiolio, e la mia attenzione si volse ancora all'ingresso. Era


Rumbo, che rosicchiava la vernice. Si voltò e la sua espressione parve dire:
«Dove diavolo sei stato?»

Risi e lui mi seguì. Bob mi aveva canzonato quando, un po' brilli tutti e due, gli
avevo parlato del villino, degli animali e degli uccelli che venivano ogni giorno,
del rigoglio dei fiori selvatici e mi aveva chiesto che genere di erbe avevo
piantato e se poteva ordinarne una cassa. Non avevo reagito perché sapevo che le
sue erano soltanto le vane parole di un abitante di quei mondi di cinici disabituati
a sognare che non potevano capire il fascino di Gramarye.
«Andiamo, Rumbo, lasciami entrare in casa,» dissi allo scoiattolo scostandolo
delicatamente con un piede e lui cominciò a giocherellare con i lacci della mia
scarpa.

Presi la chiave, ma prima volli provare la porta. Come mi aspettavo, Midge non
l'aveva chiusa a chiave nonostante i miei avvertimenti. Non eravamo più nella
grande città tentacolare, mi rispondeva regolarmente.

Aprii la porta e Rumbo saltò dentro prima di me. L'interno era buio, e io ebbi la
disgustosa visione di un corpo putrefatto seduto alla tavola della cucina, che si
voltava per salutarmi con un sorriso sdentato. Oh, Stringer, dimentica il racconto
del vicario! mi dissi. «Midge, sei qui?» Posai a terra le chitarre e andai ai piedi
delle scale. «Midge! sono tornato!»

Doveva essere uscita. In casa regnava un silenzio sepolcrale. Deluso tornai in


cucina e riempii il bollitore. Rumbo mi aveva preceduto e stava saltellando
avanti e indietro sul vecchio fornello di ferro.

«Non salire su quel camino,» lo avvisai. «Tornerai giù così nero che i tuoi non ti
riconosceranno. E ho sentito dire che voi scoiattoli rossi avete avuto già
abbastanza guai con quelli grigi: Immagina quello che succederebbe se uno
scoiattolo nero facesse la sua comparsa da queste parti.»

Rumbo mi guardò e accettò il mio consiglio lasciando il fornello e saltando sul


frigorifero, mostrandomi i suoi dentini aguzzi.

«Bene, amico, capisco quello che vuoi.» Mi voltai e presi dalla credenza dietro a
me, una scatola di biscotti e sollevai il coperchio. «Uno per te e uno per me.»
Gliene gettai uno che prese agilmente fra le zampe e immediatamente cominciò
a sgranocchiarlo. Il mio se ne andò in due morsi, ma il suo durò molto di più; si
mise a roderlo tutt'attorno tenendolo fra le zampette e dandomi ogni tanto
un'occhiata come per chiedere se ce n'erano ancora. Era un affascinante
birbantello, un grazioso sfacciato - una volta l'avevamo trovato tranquillamente
addormentato nel nostro letto, rannicchiato sotto le coperte - e anche un po'
irascibile. Un mese prima non avrei mai creduto che un animale potesse diven-
tare così domestico, o essere così intelligente specialmente uno scoiattolo
selvatico. Sapeva sempre quando venivano serviti la colazione o la cena e
raramente mancava di fare la sua comparsa in quelle ore: i nostri avanzi gli
piacevano più che agli altri scoiattoli.
Il bollitore cominciò a fumare e io misi in una tazza un cucchiaino di caffè
solubile e uno di zucchero, aggiungendovi, questa volta, del latte. Il versare
l'acqua bollente mi rese nervoso. «Sei stato molto fortunato,» dissi fra me. «Hai
avuto la fortuna di immergere il braccio nel liquido magico dei sinergisti subito
dopo l'incidente. Avrebbero potuto vendere la formula per un milione, anzi per
parecchi milioni. Ma dovevano rinunciare a quel cerimoniale stile rito voodoo,
se volevano essere presi sul serio. Un semplice antisettico? Chi credeva di
prendere in giro, Kinsella?

Sorseggiai il caffè scottandomi le labbra. Forse avevano già messo sul mercato
quel liquido verde, ma solo in piccole quantità e sotto banco. Questo avrebbe
spiegato come potevano permettersi una grande sede come Croughton Hall. La
loro segretezza non aveva molto senso e, se erano una sorta di setta religiosa,
non era necessaria.

Lasciai la cucina portando la tazza con me, mentre Rumbo mi precedeva sulle
scale, divorando in fretta il resto del biscotto. L'ambiente era insolitamente triste
e scuro, la mancanza di sole dava un'impressione decisamente contrastante con
l'atmosfera del luogo. Lunghi giorni piovosi stavano ovviamente permetterci alla
prova. Tuttavia non ci sarebbero forse sempre stati, in qualsiasi parte ci
trovassimo? Passai direttamente dall'atrio alla stanza da letto - ho detto che,
frattanto ero entrato nella sala più grande, quella in cui vi era la crepa nel muro,
adesso riparata e ridipinta? - solo per assicurarmi che Midge non si fosse addor-
mentata lì. Ordinai a Rumbo di allontanarsi dal letto vuoto di Midge, dove se
l'era spassata tutto raggomitolato sotto le coperte, e andai nella stanza rotonda.
Anche qui, nonostante le tre grandi finestre, era tutto immerso nel buio. C'era
nell'aria un odore di pittura che era familiare e gradevole al tempo stesso. Il suo
tavolo da disegno era inclinato ad angolo acuto e mi ricordai che lei mi aveva
detto di aver passato la giornata di ieri dipingendo. Ogni nuova illustrazione di
Midge era un piacere per me (senza parlare di tutti i suoi ammiratori giovani e
vecchi), e io mi affrettai ad attraversare la stanza per andare a vedere il lavoro
che aveva in corso.

Tuttavia, prima di curiosare, posai il caffè sul tavolino presso il piano girevole su
cui teneva i colori, i pennelli, le matite e altri oggettini. Il nostro accordo era che
né io né nessun altro poteva avvicinarsi al suo lavoro con sostanze che potessero
danneggiarlo. Io avevo sbagliato una volta, quando cominciavamo appena a
conoscerei, aprendo una lattina di birra mentre stavo ammirando, da vicino, un
suo lavoro; immaginate un po' dove andò a finire lo spruzzo. Midge aveva preso
bene la cosa, ma io decisi che il fatto non si sarebbe più ripetuto.

Solo dopo aver posato la tazza mi avvicinai al tavolo da disegno e rimasi a bocca
aperta.

Il disegno rappresentava Gramarye.

Doveva aver lavorato sul prato appena fuori del cancello del giardino, usando il
piccolo cavalietto per sostenere il disegno perché il villino era visto di lì, col
giardino e i suoi intensi colori in primo piano. La foresta retrostante offriva uno
sfondo stranamente meditativo sebbene insignificante a confronto di Gramarye
con le sue mura di un bianco brillante ma anche macchiate e consunte. I colori
erano un po' esagerati - i tetti non avevano quelle sfumature rosso ruggine,
mentre l'erba e gli alberi erano d'un verde troppo brillante - tuttavia rendevano la
vera immagine della nostra casa e dei suoi dintorni, la cui forza rinvigorente
avevamo avvertito entrambi quando vi eravamo giunti la prima volta, ma che
solo Midge, con la sua ineguagliabile arte spontanea, poteva esprimere. Le
ginocchia mi si piegarono letteralmente mentre osservavo il disegno.

Ma questo fu nulla in confronto con quello che doveva accadere.

Fuori, il sole ruppe le nubi inondando la stanza di un improvviso calore brillante,


colpendo quei colori vivaci che avevo davanti così da farli divenire abbaglianti e
farli sollevare, sì, sollevare, con scintillante energia, mentre quella luce mi
colpiva nell'intimo, riproducendo - non solo duplicando -1'immagine nella mia
mente, come se si fosse solidificata, reale come l'originale.

Ricordate il primo giorno in cui Midge e io eravamo venuti a vedere il villino, e


io avevo avuto l'impressione di essere sotto l'effetto di qualche droga assunta
anni prima? Ebbene, la cosa si ripetè. Io cominciai a vacillare oppure fu il tavolo
da disegno che cominciò a muoversi, perché il disegno prese a danzare e ora lo
vedevo a fuoco ora sfocato.

Il sole dietro di me mi bruciava le spalle, e la testa diventò così ardente che mi


domandai se non avesse preso fuoco. Mi sentivo venire meno, le ginocchia mi
cedevano, il disegno catturato nell'intimo della mia testa che si espandeva,
divenendo troppo grande per esserne contenuto e minacciando di esplodere fuori
del cervello premendo contro le pareti del mio cranio. La pressione era quasi
insopportabile.
In qualche modo fantastico e pauroso, divenni parte del dipinto di Midge,
vivendo e respirando in esso come se mi trovassi fuori, davanti al cancello del
giardino; solo non riuscivo a capire se ero veramente dentro il dipinto o se il
dipinto era dentro di me. L'odore della pittura fresca era leggero, ma quello dei
fiori, dell'erba, del recinto, della strada - era inebriante. Ero allucinato e
perfettamente consapevole di esserlo. Ma nulla, nessuno sforzo di volontà poteva
portarmi via di lì. Sono sicuro di aver gridato perché ero spaventatissimo!

Ogni cosa era una copia cromatica, un'illustrazione, ma tutto era reale: il cielo
era reale, reale la foresta, e Gramarye, stilizzata, pur con i colori troppo vivaci,
troppo sinteticamente artefatta, troppo maledettamente fiabesca, era reale. E i
colori si muovevano, vi erano uccelli pigramente librati nel cielo. Tutto era vivo
ed esisteva. Ma era solo un dipinto! Un dipinto che si muoveva e respirava. E io
ne facevo parte.

Ed ecco lì il sentiero con i fiori che ondeggiavano al vento. E naturalmente il


sentiero conduceva alla porta del villino. Che era aperta. E la fredda oscurità
dell'interno mi invitava a entrare: un vuoto invitante che forse non era un vuoto
perché, sebbene non potessi vedere nell'oscurità, avvertivo la presenza di
qualcosa o di qualcuno. Qualcuno seduto al tavolo della cucina. Qualcuno che in
realtà era qualche cosa. E questo qualche cosa cominciava a muoversi,
cominciava ad alzarsi dalla tavola sulla quale c'era una tazza piena di tè marcio e
infestato da schifosi insetti formicolanti.

E quel qualcuno adesso era solo un'ombra più cupa che si muoveva in mezzo ad
altre ombre, strisciando. Veniva verso la porta aperta, mi salutava, mi invitava a
entrare alzando una mano; io vedevo quella mano alzata, vedevo le dita che
erano solo ossa dalle quali pendevano brandelli di carne putrescente.

E quel qualcuno era sulla porta, appena illuminato dalla luce. Ma indugiava
perché temeva la luce come qualcosa di innaturale. Quel che restava del dito si
curvava in dentro, mi chiamava con un cenno, mi diceva di avvicinarmi, mi
voleva.

E mi trovai ad aprire il cancello mettendo il piede sul sentiero, camminando


confuso e domandandomi perché non facevo resistenza; i fiori, adesso,
cominciavano ad avvizzire, i petali diventavano prima bruni, poi morivano, e la
porta era aperta davanti a me, l'oscurità mi aspettava e qualcosa aspettava
nell'oscurità.
La luce del giorno si affievoliva, le mura del villino erano grigie, le finestre nere,
e il tetto era diventato di un colore fangoso con neri buchi nei punti in cui le
tegole erano cadute, e, mentre la luce si oscurava, il sole veniva inghiottito da
banchi di nubi color ebano e piccoli esseri uscivano da quei buchi volteggiando
nell'atmosfera plumbea e mi salutavano con grida stridenti, scendendo in
picchiata, ma senza avvicinarsi a me, contenti di aspettare che entrassi.

lo ero davanti al portone e continuavo ad avanzare, attratto da ciò che sapevo


esserci lì dentro che mi osservava e aspettava pazientemente.

Misi un piede sul gradino e vidi l'ombra venirmi incontro. E anche nel buio
riuscii a scorgere che era quasi senza volto. E quando le sue due mani putrefatte
si tesero verso di me, aprii la bocca in un grido silenzioso...

E una voce mi rispose...


22.
ACCUSATO
Dapprima la sua voce, e poi lei, Midge, in piedi sul pianerottolo; la porta sul
retro era spalancata, il verde di fuori era mutato per la pioggia fitta e sottile.

Mi osservava come se fossi un estraneo, un ladro penetrato nel suo amato


villino; e anch'io mi sentivo tale.

La scena che era stata più nella mia mente che nel dipinto, mi fu strappata via
come da un vortice la cui radice era il dipinto stesso. Le visioni di ossa che si
tendevano verso di me mi lasciarono, in parte dissolvendosi, ma per lo più
inghiottite, succhiate via. Barcollai all'indietro, improvvisamente liberato dalla
spirale delle immagini vorticose e andai a finire contro la finestra alle mie spalle.
Il leggero dolore mi scosse i sensi e la vista mi tornò a fuoco.

Il disegno di Midge era lì davanti a me, una chiara, assolata campagna che
corrispondeva in sostanza all'originale, ma era anche idealizzata.

Un grazioso villino in un grazioso ambiente. Ma io avevo visto qualche cosa di


oscuro.

«Mike, Mike! Cosa ti è successo?»

Mi voltai verso di lei, ancora appoggiato alla finestra. Ero troppo confuso per
parlare.

Midge entrò nella stanza con i capelli e il volto umidi di pioggia, la giacca a
vento lucida di gocce d'acqua. Si avvicinò a me e io caddi fra le sue braccia.

«Sembri spaventato,» disse. «Sei pallido, E i tuoi occhi... oh Dio, i tuoi occhi!»

«Lascia... lascia che mi sieda.»

Capivo appena le sue parole tanto erano confuse, ma lei si accorse da sola che
riuscivo appena a stare in piedi. Mi aiutò a raggiungere il divano e a stendermi.
Riconoscente mi abbandonai sui cuscini.

Guardai ancora il disegno di Midge che però non vedevo più bene da
quell'angolazione, mentre lei mi accarezzava le guance con la mano umida e
fredda. Poi mi lasciò e tornò subito dopo con un bicchiere.

«Brandy,» disse avvicinandomelo alle labbra.

Bevvi mentre lei teneva il bicchiere poiché a me tremavano le mani. Il brandy


aveva un gusto sgradevole, ma il suo forte calore mi fece bene.

«Oh, Midge, non hai idea...»

«Hai gli occhi iniettati di sangue, Mike. Quanto hai bevuto ieri notte?»

«Il tuo disegno...»

«Può darsi che non ti piaccia, ma mi sembra una reazione eccessiva.»

«No, Midge, non scherzare...» Bevvi ancora del brandy.

Mi tenne la mano tremante. «Dimmi che cosa è successo,» disse a voce bassa.

«Gesù, è questo posto, Midge. C'è qualcosa di misterioso qui.»

«Oh, Mike, come puoi dire questo? Qui tutto è perfetto e lo sai.»

«Il tuo disegno si muoveva. Lo guardavo e si muoveva, dannazione!»

Mi fissò come se fossi pazzo.

«È vero, Midge! E animato! Ho visto avvenirci delle cose, ho potuto odorare i


fiori, ho potuto sentire la brezza. E nel villino c'era qualcuno, ne sono sicuro, so
che c'era...»

Mi aspettavo stupore, incomprensione. Mi aspettavo preoccupazione o


addirittura allarme per il mio stato mentale. Quello che non mi aspettavo era la
sua furia.

«Che diavolo avete fatto, tu e Bob, questa notte? Me lo avevi promesso, Mike, lo
avevi promesso a te stesso! Basta con quella roba, niente più droga!» Scoppiò in
lacrime di rabbia.

«No, nulla di questo, Midge! Te lo assicuro, abbiamo bevuto e basta. Tu sai che
non avrei...»

«Bugiardo!»

Per poco non lasciai cadere il bicchiere. Mi aveva gridato l'accusa con gli occhi
ardenti dietro un velo di lacrime.

«Abbiamo solo bevuto...»

«I medici ti avevano avvertito l'ultima volta! Ti avevano detto che eri stato
fortunato a essertela cavata! Dio mio, Mike, non ti è servita la lezione? La
ragione principale per cui siamo venuti qui era di allontanarti da quel gruppo. È
bastato lasciarti solo una notte...»

«Non è successo niente. Cosa ti succede, Midge?»

«Cosa mi succede? Sei tu che farnetichi, che vedi muoversi i disegni! Che cosa
hai preso, stanotte? Ancora cocaina? Che altro? Non ricordi quanto mi
disgustava vederti prendere anche le droghe più blande? Non significa nulla per
te?»

In quel momento, naturalmente, non mi resi conto che la sua veemenza era più
una difesa contro qualche cosa che lei stessa non voleva riconoscere, che una
rabbia diretta contro di me. Solo più tardi mi accorsi che Midge aveva
cominciato a capire molto prima di me, ma non aveva voluto che l'irrealtà fosse
messa in discussione, non aveva voluto che la logica distruggesse ciò che stava
maturando in lei e si risvegliava in Gramarye. In quel momento, tuttavia, nessu-
no di noi capiva nulla di quello che stava succedendo.

«Midge, puoi chiederlo a Bob. L'ho invitato a passare qui il fine settimana.»

«Oh, magnifico, proprio la persona che desideravo vedere qui.»

«Ti comporti in modo irragionevole. Perché, non mi ascolti?»

«Ascoltare la storia delle tue allucinazioni? Credi che mi divertano?»

«Gli animali che vengono qui, l'uccello con l'ala rotta, il modo con cui i fiori che
stavano morendo si sono ripresi... tutto questo non è naturale.»
«Come puoi saperlo? Che cosa ne sai di tutto ciò che oltre le mura della città, al
di là dei bassifondi?»

La guardai stupefatto e lei evitò il mio sguardo.

Midge era inginocchiata davanti a me e il suo petto si sollevava con un


movimento esagerato come se la sua rabbia non potesse essere trattenuta. Poi si
controllò e disse a voce bassa: «Non volevo dire questo. Scusami.»

Si interruppe e si allontanò da me dando libero sfogo alle lacrime. Fuggì via


sbattendo la porta della stanza da letto. E poi sentii i suoi singhiozzi soffocati in
lontananza.

Rimasi lì stordito e confuso. Che diavolo era successo? A me e a Midge. Che


accidenti era successo?

Mi scolai il resto del brandy quasi soffocando per il suo aspro calore, e posai il
bicchiere sul pavimento. Mi asciugai gli occhi e le guance. Mentre cominciavo a
riprendermi e mi rendevo conto che non potevo lasciare Midge in quello stato,
avvertii un fruscìo provenire da sotto il divano.

Restai fermo, timoroso, perché ero ancora disorientato e vulnerabile; quel


pomeriggio non avrei potuto sopportare altri momenti di tensione. Il rumore si
ripetè. Mi avvicinai al divano e guardai in quella fessura buia fra lo schienale e il
muro ricurvo. E mi sentii sollevato nello scoprire quello che vi era nascosto.

Scostai il divano dalla parete mettendo allo scoperto il piccolo e fremente


Rumbo con la coda arruffata e le zampette puntate sul tappeto.

Mi lanciò una rapida occhiata, saltò fuori dal suo nascondiglio, attraversò la
stanza, uscì dalla porta ancora aperta e svanì rapido nel fogliame.

Mi domandai perché avevo la sensazione che lo scoiattolo avesse abbandonato


una nave che stava affondando.
23.
PIÙ DA VICINO
Ripensandoci, decisi di non andare subito da Midge: sarebbe stato più facile
parlarle quando si fosse calmata. Inoltre ero troppo sconvolto; pensai che un
altro brandy avrebbe potuto aiutarmi. Ripresi il bicchiere e scesi in cucina. I
liquori erano tutti riposti nella credenza, ma la bottiglia del brandy era ancora
sulla tavola dove Midge l'aveva lasciata.

Feci strisciare la sedia sulle mattonelle e presi la bottiglia prima ancora di


sedermi. Il brandy non mi servì a molto ma per lo meno ebbi qualche cosa da
fare mentre i miei nervi si calmavano.

Penserete che fui un tantino lento nel rendermi conto che le cose, lì in campagna,
non erano normali, ma nulla di ciò che ho raccontato, eccetto quest'ultimo
incidente, sembrava particolarmente strano nel momento in cui avvenne.
Inconsueto, sì, ma non in modo fuori del normale. È bene ripeterlo: la mente
tende a rendere naturale l'innaturale. Anche il disegno in movimento poteva
essere spiegato come una allucinazione non affatto dovuta a droghe prese la
notte prima come aveva supposto Midge. Io ero convinto che era l'atmosfera del
luogo che esercitava la sua magia e che acuiva i nostri sensi così che la capacità
artistica di Midge si era elevata e la mia tecnica musicale era migliorata. Credo
che certi ambienti possano avere di questi influssi benefici sulle persone e
Gramarye aveva fatto proprio questo con me e con Midge. Forse il cambiamento
di tempo aveva influito sul nostro umore e un aspetto negativo del nostro animo
era affiorato in superficie; non avevo mai visto Midge comportarsi così, questo è
certo.

Sorseggiavo e meditavo lì in cucina, dove Flora Chaldean era morta, sperando di


non aver spaventato troppo il povero Rumbo. Dio solo sa come gli ero apparso,
brancolando davanti al disegno: nessuna meraviglia se si era nascosto dietro il
divano. Lo sguardo che mi aveva dato prima di sgattaiolarmi fra le gambe era
come se pensasse che volessi fare di lui polpette.

Il bicchiere fu presto vuoto e dovetti farmi forza per non riempirlo di nuovo. Ero
ancora disorientato dalla mia crisi e dalle parole di Midge, ma il restar lì a
rimuginare al buio non aiutava a sistemare le cose. Era tempo di parlarle e
tornare amici. Salii le scale chiudendo la porta del corridoio perché non entrasse
la pioggia. Lo zerbino era fradicio.

La giacca a vento di Midge era stata gettata in un mucchio sul pavimento della
stanza da letto, e lei era rannicchiata sul letto, le gambe ripiegate, le spalle curve,
con un'apparenza desolata. Rimasi sulla sogliai quasi esitando a entrare. Mi
sentivo colpevole senza sapere perché.

«Midge...» arrischiai.

Dapprima nessuna risposta. Poi si alzò su di un gomito per guardarmi. Allungò


la mano verso di me e io mi affrettai a sdraiarmi al suo fianco. Le abbracciai la
vita e il dorso e la strinsi a me; lei si abbandonò tremante e tirando su con il
naso.

Le accarezzavo la fronte con la guancia; l'odore della pioggia e dell'aria fresca


era ancora nei suoi capelli. «Midge, voglio che tu mi creda: ieri ho soltanto
bevuto. Ammetto di avere alzato un po' troppo il gomito, ma non ho preso altro,
né pillole né droghe.»

Lei si irrigidì contro di me, arrestando per un momento il suo tremito. Poi sentii
il suo corpo rilassarsi.

«E allora che cosa è successo, Mike?» mormorò. «Perché avevi quell'aspetto?


Perché mi hai detto che il mio disegno era vivo?»

«Vorrei saperlo anch'io,» sospirai. «Mi sembrava così reale, come se stessi
vivendo in esso, camminando sul sentiero, sentendo il profumo dei fiori e tutto
quello che mi era attorno.» Sorrisi. «Ricordi quel vecchio film in cui Gene Kelly
ballava assieme a un topolino dei cartoni animati? Bene, era quasi così, come se
la vita reale e il disegno animato si fossero fusi alla perfezione. Così erano
ancora più reali, nulla che avesse a che fare con la fantasia. Che paura. Gesù,
non ho mai avuto tanta paura.» Spinsi indietro la testa per guardarla in viso e i
suoi occhi erano tristemente vuoti. «Devi credermi, Midge,» insistetti.

«Credo di sì,» rispose, e una dolcezza familiare tornò nella sua espressione.
«Hanno detto che gli effetti di certe droghe possono farsi sentire anche a distanza
di anni e che nessuno sa con precisione per quanto tempo le tracce di droga
possono restare nell'organismo. Ma dopo tutti questi anni...»

«Sembra impossibile, no? Tuttavia deve esserci una risposta. A meno che non
stia diventando matto.»

«Vuoi dire che di solito sei sano?» Una battuta fiacca e pronunciata sotto tono,
ma per lo meno era un tentativo di umorismo. Le presi la testa fra le mani.

«Dovresti controllarti, Mike. Potrebbe essere pericoloso per te.»

«Non è accaduto niente di grave. Ci siamo spaventati per niente.»

«Non è vero che ci siamo spaventati per niente. E se succede di nuovo; ma


questa volta con cattive conseguenze?»

Non chiesi quali avrebbero potuto essere queste conseguenze. «Sono stanco,»
dissi, «sono rimasto alzato quasi tutta la notte a parlare dei vecchi tempi e a bere
con Bob. Ieri abbiamo lavorato molto. Forse sono più stanco di quel che
credevo. La combinazione di stanchezza e alcool può avere risvegliato qualche
cosa che era ancora sopita in me.» Avrei voluto dire: Ma potrebbe essere il
villino, Midge. Forse sta accadendo qualche cosa che esula dalla nostra
comprensione, qualche cosa che crea illusioni (non ho forse visto un centinaio di
pipistrelli mentre nella soffitta ce n 'erano a malapena una cinquantina ?Non ho
forse visto qualcuno che ci osservava dalla foresta? Non mi sono perso in un
disegno tanto da diventare una parte di esso, un elemento umano in un quadro
vivente? Non c'è forse una magia che guarisce gli animali malati e anche le
persone se le storie che si raccontano su Flora Chaldean sono vere? E che dire
del mio braccio? Le scottature sono guarite per merito dei sinergisti o Gramarye
ha esercitato i suoi poteri su di me durante la notte, mentre dormivo? Il loro
liquido verde può avere arrestato il dolore, ma ha davvero fatto scomparire le
bruciature?. Questo avrei voluto dire, ma mi sembrava ridicolo. Midge avrebbe
pensato che ero impazzito e così tacqui mentre avrei dovuto vuotare il sacco e
dirle quello che avevo dentro. In questo modo, almeno, Midge avrebbe potuto
prendere coscienza di certe sue sensazioni riguardo a Gramarye, sensazioni che
lei non riusciva ad accettare. Questo tuttavia non doveva avvenire in quel
momento.

«Promettimi che andrai all'ospedale, Mike; quello dove sei già stato. Là
conoscono la tua storia, potranno farti tutti gli esami e accertarsi se sei guarito
davvero.»

«Parli come se fossi un drogato. Lo sai che non è così.»


«Ma una volta ci sei cascato.»

«Una volta, e solo con una droga leggera, per l'amor di Dio. E non più da
allora.»

«Va bene, Mike. Ti prego non arrabbiarti, non voglio più litigare.»

«Nemmeno io. Ma non esagerare: la droga, per me, non è mai stata un'abitudine.
Sì, lo so, dicono tutti così; ma tu sai che, per quel che mi riguarda, è la verità. Ho
visto troppe vite rovinate per ricascarci.»

Mi abbracciò e mi baciò dolcemente. «Mi perdoni per essermi comportata così


stupidamente?»

«Non posso rimproverarti: Dio solo sa che effetto devo averti fatto.» Le restituii
il bacio, felice che il muro fra di noi si fosse infranto anche se avevo ancora
vaghi e sinistri presagi. Per cambiare argomento e non andare troppo a fondo su
quello, dissi: «Stamattina, durante il viaggio, ho tentato di telefonarti ma non
c'eri. Sei stata fuori tutto il giorno?»

«Ho fatto una lunga passeggiata.»

«Sotto la pioggia?»

«Un po' di pioggia non fa male. Sentivo il bisogno di stare all'aperto, fra gli
alberi, di sentire l'erba sotto i piedi. Ieri ho lavorato tutto il giorno al mio disegno
e stamattina volevo schiarirmi le idee.»

«Così sei andata nella foresta?»

«Sì. Forse non ci crederai, ma ho perso la bussola e mi sono trovata ancora


davanti a Croughton Hall.» La sua voce si era nuovamente abbassata, come se
non desiderasse continuare questo genere di conversazione.

Naturalmente insistetti. «Vuoi dire il Tempio Sinergista: non si chiama più


Croughton Hall. Che cosa hai fatto? Sei tornata da quella gente?»

«Ho pensato che dovevo passare a dare un saluto: sono stati così gentili con te, la
settimana scorsa. Ho anche pensato che volessero sapere come stavi.»
«Chi hai visto. Kinsella, Gillie?»

«Ho visto Mycroft.»

«Sai è considerato un uomo pressoché inaccessibile, eppure si lascia avvicinare


molto facilmente da te.»

«L'ho visto solo due volte, Mike.»

«Due volte più del curato.»

«Chi non vorrebbe evitarlo, quello lì?»

«Non credo che il nostro curato abbia voluto turbarti con la sua macabra
storiella. Probabilmente pensava di renderci Gramarye più interessante, più
caratteristica e misteriosa.»

«C'è riuscito, ma in modo sgradevole. Il suo racconto mi ha innervosita, quando


scendo in cucina al mattino ho sempre paura di trovarci qualcuno seduto al
tavolo.»

Non le rivelai che avevo anch'io la stessa paura. «Dimenticati quella storia. E poi
tu non credi ai fantasmi.»

«In genere no. Comunque non credo che la morte sia la fine di tutto: deve esserci
qualche cosa dopo che dà un senso a tutto questo. Non possiamo esistere qui su
questa terra e poi sparire, altrimenti tutto quello che facciamo o cerchiamo di
ottenere non avrebbe senso.»

«Bene, è una cosa che non sapremo mai finché non ci chiuderanno dentro una
bara, non è vero? E devo dire che in questo momento non sono eccessivamente
curioso di saperlo.»

«Mycroft mi ha detto che possiamo farci un'idea di quella che sarà la nostra
condizione dopo la morte.»

«Oh, Midge, non crederai a queste sciocchezze, eh? " Qui c'è qualcuno, sono lo
zio Giorgio, mi sentite? C'è qualcuno qui che aveva una nonna dai capelli grigi,
che è trapassata una ventina di anni fa?" Ti stai illudendo.»
«No, non questo genere di stupidaggini; lo spiritismo ciarlatanesco non mi
interessa. Non è meglio di certe religioni che sfruttano solo la creduloneria della
gente.» Fece una pausa come se non sapesse se continuare o no poi disse :
«Mycroft insegna che quando la volontà è in sintonia con lo Spirito Divino,
1'anima può vivere esperienze mai sperimentate prima. Crede che la nostra forza
spirituale può unirsi con la perpetua essenza di coloro che una volta erano in
vita.»

Un mio piccolo mugolìo annoiato l'arrestò per un momento.

«No, Mike, non con i metodi semplicisti e ciarlataneschi dei cosiddetti medium,
ma mediante la coscienza. Forse in un modo di minor effetto delle voci o dei
movimenti di oggetti, o anche delle visioni, ma, appunto per questo, pura e
genuina. Niente imbrogli, né illusioni; solo un reciproco contatto fra forze
psichiche, con Mycroft come guida o, se vuoi, come interprete. Le parole non
possono spiegare tutto questo, certo non le mie: devi solo credere.»

«Scommetto che ci credi. Scommetto che tutto il suo culto è fondato su questo
tipo di fede cieca. Come puoi prendere sul serio quello che ti dice?»

«Non ho mai detto di farlo,» rispose con voce tesa. «Ma le sue idee, i suoi
concetti, sono interessanti e, se hai una mente aperta, hanno un senso. Ma devi
ascoltare, Mike, ascoltare lui, non me. Capirai subito che è un uomo notevole.»

«No, grazie, preferisco rimanere quell'ignorante che sono.»

«Avrei dovuto sapere che è tutto quello che ci si può aspettare da te. Il solito
cinico sempre immerso nel tuo scetticismo. Dovresti uscire, qualche volta, dal
tuo piccolo mondo ristretto, Mike, dovresti tentare di guardare al di là del tuo
naso.»

«Gesù, ti ha proprio accalappiato.»

Midge si allontanò da me con un movimento brusco e disgustato, e


immediatamente mi pentii di aver scherzato; anche se credevo in quello che
avevo detto. Le misi una mano sulla spalla e sentii la scossa di un singhiozzo.

«Midge, scusami, non credevo di turbarti così. Forse oggi i nostri bioritmi non
sono in sintonia, eh?» Lascia perdere le battute, mi dissi e la abbracciai. Quanto
avrei voluto riuscire a trovare un accordo con Midge quel giorno. «Dovrei averlo
imparato ormai che sei pronta ad ascoltare nuove idee e filosofie pur non
accettandole. È sempre stata una tua dote quella di fare tuoi nuovi metodi di
pensiero.» Mi aspettavo di sentirmi dire «vile adulatore», la sua solita reazione
alle mie lusinghe per calmarla, ma in realtà era troppo turbata. «Forse non ho
preso per il verso giusto Mycroft e la sua gente. Sono sicuro che lui crede
fermamente in quello che fa, ma tu non puoi aspettarti che un cinico incallito gli
vada dietro, ti sembra?»

Midge tirò su col naso senza rispondere.

«Parliamone un po',» continuai. «Prova a convincermi, a farmi vedere la cosa da


un altro punto di vista. In passato questo metodo ha sempre funzionato, no?»

Mi rispose, ma senza voltarsi. «Mycroft dice che può aiutarmi a mettermi in


contatto con i miei genitori.»

Ero troppo sbalordito per dire qualche cosa, e probabilmente fu un bene. Infine
dissi: «Oh, bambina...» e immediatamente la sentii irrigidirsi.

Ma io rimasi fermo e la feci voltare verso di me. Dovevamo discutere.

Più tardi quando mi svegliai era buio. Mi voltai verso Midge; dormiva
profondamente.

Avevo fatto uno sforzo per controllarmi, trattenendo una quantità di cose che
avrei voluto dire su Mycroft e le sue pazze idee. So di aver scelto la strada della
codardia, ma ero ansioso che le cose tornassero come prima fra noi; il guaio fu
che Midge prese il mio silenzio per consenso e si intestardì ancor di più sull'idea
di mettersi in contatto con i suoi genitori attraverso quelI'illuso sinergista. Cercai
di tirare delicatamente le redini, ma lei si era lasciata subito trasportare, tutta
presa dall'idea di poter effettivamente «parlare» con i suoi, di potere in qualche
modo misterioso dar pace ai loro spiriti. La loro morte era stata violenta, e lei
pensava malauguratamente che le traumatiche circostanze in cui erano morti non
avrebbero concesso loro la pace nell'altra vita.

Rabbrividii e mi tirai le coperte fino al collo; la pioggia caduta durante il giorno


aveva rinfrescato l'aria. E adesso la camera da letto era più umida di prima.
L'orologio digitale sul comodino rotondo vicino al letto segnava le 22,26.
Avevamo dormito dal pomeriggio alla sera.
Mentre me ne stavo lì, un'ombra passò rapida davanti alla finestra: un pipistrello
o un gufo nel suo vagabondaggio notturno.

Il battito delle ali venne ingigantito dal silenzio sepolcrale.

Mi sentivo la gola secca e fui tentato di svegliare Midge e chiederle di scendere


in cucina con me, prendere un caffè o un latte caldo, magari anche una tartina, e
parlare ancora. Sentivo che dovevamo approfondire la nostra conversazione del
pomeriggio e cercare di capirci meglio. Avrei dovuto essere cauto perché non
l'avevo mai vista così convinta su cose di questo genere, ma ero sicuro che con
un paziente ragionamento sarei riuscito prima o poi a farle tornare il lume della
ragione.

Mi chinai su di lei e le baciai la spalla scoperta. Lei si mosse e mormorò qualche


cosa di incomprensibile, che probabilmente aveva un senso in relazione al sogno
che stava facendo, poi si voltò a pancia in giù e non disse più niente. Le
accarezzai la nuca, ma non si mosse: era nel mondo dei sogni. Appoggiato sui
gomiti, guardai la finestra, oltre la quale il cielo era di un blu lucente; ricordai
con amarezza l'amore che aveva preceduto il nostro sonno; l'amplesso che
avrebbbe dovuto esser addolcito dalla riconciliazione dopo il litigio, non era
stato bello. Non era stato affatto bello. Credo che il nostro sforzo di fare la pace
contribuì notevolmente alla nostra stanchezza; perché subito dopo mi
addormentai. Mi scusai mentalmente con Midge, più per essermi addormentato
così presto che per la mia misera «performance» (eravamo entrambi adulti e
abbastanza saggi da saper che a volte queste cose avvengono anche nelle
relazioni migliori).

Gettai indietro le lenzuola, quasi sperando che quel movimento l'avrebbe


svegliata, ma non fu così. Mi infilai la vestaglia e scivolai verso la porta senza
fare rumore poiché non volevo svegliarla. Nell'avvicinarmi alla porta toccavo la
parete con la mano per avere una guida e fui sorpreso quando mi accorsi di avere
il palmo bagnato. Passai la mano sulla parete e le mie dita scivolarono sulla
superfice umida. Una perdita? Impossibile. Una condensa di umidità? In estate?
E tuttavia doveva essere così: aveva piovuto gran parte del giorno. Mi domandai
che cosa sarebbe successo d'inverno. Ovviamente c'erano altri lavori da fare, ma
avremmo saputo quali solo quando il tempo fosse peggiorato.

Percorsi il corridoio fino alle scale. Accesi la luce, ma non fu sufficiente a


illuminare tutte le scale. Se devo essere sincero non mi attirava granché l'idea di
scendere in cucina e credo che sappiate perché: mi convinsi di essere un adulto e
di non credere a queste cose. Cominciai a scendere ma mi fermai a mezza strada:
la cavità nera della cucina nel fondo, non era affatto invitante. L'allucinazione
del dipinto mi aveva evidentemente snervato più di quanto pensassi.

Strinsi i denti eroicamente, ripresi a scendere con la mano tesa per trovare
1'interruttore che era vicino alla porta. L'immagine - la sensazione - di invisibili
dita fredde e ossute che mi stringevano il polso era insopportabilmente intensa
nella mia mente, quasi tanto da costringermi a risalire di corsa, ma resistetti a
quell'impulso.

La luce si accese e fu un sollievo trovare che la stanza era vuota. Passai oltre in
cucina andando dritto al frigorifero (lo stesso interruttore accendeva la luce delle
due parti della cucina) e presi un cartone di latte. C'era un grande bicchiere ad
asciugare sullo scolapiatti; lo riempii di latte fino all'orlo e ne bevvi subito metà,
poi lo riempii di nuovo. Cercando ancora nel frigorifero trovai del prosciutto, e
proprio mentre imburravo una fetta di pane ebbi la sensazione di non essere solo.
Mi guardai attorno: la finestra sopra l'acquaio mi restituì solo un pallido riflesso
di me stesso. Da dove ero non potevo vedere sulla superficie lucida la tavola e le
sedie oltre l'arco della porta che divideva le due parti. Ma la mia mente vide
qualcuno seduto là.

Mi voltai lentamente per guardare la parte anteriore, ma in realtà non volevo


vedere. Volevo solo battere il soffitto con il mio manico della scopa perché
Midge venisse giù al più presto a farmi compagnia. Naturalmente non potevo
farlo, e naturalmente dovevo spingere la testa oltre l'arco della porta se non
volevo restare lì fino al mattino. Avanzai cautamente verso la porta come la
macchina da ripresa in un film di Hitchcock; l'angolo visivo cambiava via via
che mi avvicinavo rivelando sempre più spazio; un angolo della tavola, la
saliera, l'estremità di una sedia...

Il mio stesso movimento lento e deciso mi faceva venire la pelle d'oca, e la


sensazione che qualcuno fosse seduto lì aspettando che io guardassi oltre
l'angolo della porta, e sogghignasse, dinanzi a una tazza di tè ammuffito, quasi
mi sopraffaceva.

Così feci d'un balzo gli ultimi due passi.

Lei non era lì. La vecchia Flora giaceva nel cimitero del villaggio, non era seduta
al tavolo della cucina di Gramarye. Grazie a Dio.

Mi appoggiai allo stipite della porta per riprendere fiato. Lei non era lì, ma oh,
c'era un'atmosfera in quella stanza. Forse la mia immaginazione stava ancora
correndo, ma ero sicuro di sentire una presenza, qualche cosa che era quasi
tangibile nell'aria. Vi era nella stanza l'odore di una persona vecchia, capite
quello che intendo! Un odore dolciastro, di muffa e di vecchio nello stesso
tempo. Una volta ho letto da qualche parte che certi parapsicologi considerano i
fantasmi semplici residui dell'aura di una persona defunta, e adesso pensavo che
questa teoria poteva facilmente applicarsi all'interno del villino: i residui psichici
di Flora Chaldean permeavano 1'ambiente, la sua vitalità impregnava il mobilio
e le pareti stesse. Sentivo che lei se n'era andata ma che parte della sua
personalità era rimasta chiusa in Gramarye, forse per svanire nel nulla col tempo.

Rabbrividii a quell'idea, ma per lo meno eliminava ogni ipotesi romantica di


fantasmi e di infestazioni.

Tornai al lavoro cominciato e rapidamente finii di prepararmi un sandwich; poi,


con quello e il bicchiere di latte mi avviai alle scale senza potermi impedire di
lanciare un'occhiata alla tavola nel passare. Avevo 1'impressione di potere
raggiungere e toccare l'apparizione, tanto forte era l'immagine eidetica. Dovetti
fare un certo sforzo per spegnere la luce.

Salii le scale più rapidamente di quando le avevo scese lasciando accesa la luce
quando entrai nella stanza rotonda. Nonostante il mio nervosismo non accesi la
luce lì, e non lo feci per una semplice ragione: per non disturbare la mia
compagna addormentata andavo a mangiare il mio spuntino fuori della stanza da
letto, ma non volevo vedere ancora il disegno in piena luce, caso mai quei colori
vibranti mi facessero di nuovo qualche scherzo. La luce del corridoio e il riflesso
lunare che proveniva dalle finestre mi permetteva di intravedere appena il
disegno. Mi abbandonai sul divano, mi riempii la bocca di pane e prosciutto e mi
posai il bicchiere di latte su una coscia.

Seduto lì, pensai a Mycroft il quale diceva di poter mettere Midge in contatto
con i suoi defunti genitori, e al fatto che lei ne fosse convinta credendo davvero
che quel buffone fosse una specie di mistico, capace di conversare con le anime
degli scomparsi. Mentre potevo accettare la possibilità di una vita dopo la morte,
non potevo credere all'idea folle di avere un contatto diretto con l'altra sfera.
Tuttavia soffrivo per Midge, perché una parte di lei era ancora straziata per la
morte dei suoi genitori. Credo che in qualche modo cercasse la pace mentale;
non riusciva ad accettare l'idea della privazione. Un dato momento Midge aveva
una famiglia, poco dopo era completamente sola. Certo era trascorso un breve
periodo tra la morte dell'uno e quella dell'altro, ma non sufficiente a impedire il
trauma.

Sua madre era morta a cinquantacinque anni dopo aver sofferto per diverso
tempo del morbo di Parkinson, e Midge e suo padre l'avevano curata
amorosamente durante tutta la malattia. Purtroppo molti farmaci avevano su di
lei gravi effetti collaterali così da non potere essere tollerati; Midge diceva che
sua madre aveva sofferto enormemente. Tuttavia la donna malata si preoccupava
ugualmente del benessere del marito e della figlia. Pensava di essere un grave
fardello impedendo loro di vivere una vita normale, specialmente alla giovane
figlia che non poteva dedicare maggior tempo allo sviluppo del suo notevole
talento artistico. Ma Midge e suo padre erano pronti a fare qualsiasi sacrificio
per assicurarle il maggior conforto possibile e vi riuscivano bene.

Finché il padre di Midge non rimase vittima di un pauroso incidente stradale.

Riportò una gravissima frattura al cranio e soffrì le pene dell'inferno per cinque
giorni prima di morire. E, nei brevi momenti di lucidità, prima della morte, le
sue preoccupazioni furono tutte per Midge e per sua madre.

La sua morte distrusse le ultime forze della moglie, e con esse il coraggio che
l'aveva aiutata a resistere alla malattia. Il suo deperimento fu così rapido nei due
giorni che seguirono alla scomparsa del marito che lei non poté assistere al
funerale. Quando Midge tornò a casa dopo il funerale trovò la madre fuori dal
letto, completamente vestita, immobile su di una poltrona, con la fotografia del
defunto marito sulle ginocchia. Ai suoi piedi vi erano un tubetto di pastiglie
vuoto e un bicchier d'acqua rovesciato. Un sacchetto di plastica trasparente,
chiuso stretto da un nastro attorno al collo, le copriva la testa.

Aveva lasciato un biglietto in cui chiedeva perdono alla figlia pregandola di


capire. La vita era divenuta troppo dura per lei, la morte del marito, si era
aggiunta alle sue pene fìsiche e mentali e, restando in vita, non avrebbe fatto
altro che rovinare l'esistenza della giovane figlia tenendola legata a sé e
privandola della sua libertà. Midge soffriva del fatto che i suoi genitori non
potevano partecipare ai successi artistici dell'amata figlia.
È facile capire perché Midge era stata così sensibile alle false promesse di
Mycroft.

Il suo tavolo da disegno si intravedeva nella semioscurità, con la superficie


inclinata e il disegno fissato su di essa. Senza vederlo, sapevo che il chiaro di
luna lo illuminava misteriosamente creando una diversa struttura, forse un'altra
dimensione spettrale. Ma non ero abbastanza curioso da darvi un'occhiata.

Ombre nere passarono sul pavimento facendomi sussultare, ma presto mi resi


conto che si trattava soltanto di alcuni dei nostri amici notturni della soffitta i
quali stavano lasciando il loro rifugio e i loro corpi alati svolazzavano nel
chiarore lunare gettando le loro ombre nella stanza. Finito il sandwich, mi alzai
dal divano portando il latte con me e mi avvicinai a una delle grandi finestre
rasentando il tavolo da disegno ed evitando con cura di guardare il dipinto.

Fuori, la campagna era inondata da quella particolare luminosità che non si


associa con il calore ma evoca solo gelo e desolazione. L'erba era così priva di
colore che la distesa appariva gelata, e così profonde erano le ombre fra i
cespugli e gli alberi da apparire come dei vuoti neri.

Sorseggiai il latte e quel liquido freddo mi penetrò nell'intimo. I miei occhi


fissavano lo scuro margine della foresta cercando qualche cosa che non volevo
trovare. Discernere una figura nascosta sarebbe stato comunque impossibile
tanto fitta era 1'oscurità, ma questo non mi impediva di cercare, e il saperlo non
impediva nemmeno un sospiro di sollievo quando non trovavo niente.

Tuttavia quel sollievo fu prematuro. Perché la mia attenzione venne attratta da


qualche cosa che stava a metà strada tra la foresta e il villino. Qualche cosa che
non ricordavo di avere visto in precedenza.

Era così immobile che forse si trattava solo di un cespuglio. Ma una macchia
pallida che faceva capolino fra gli arbusti mi incuriosì. Quella che vedevo era
una faccia.

Poi vidi qualche cosa di bianco che si alzava lentamente e che poteva essere solo
una mano.

E quella mano mi fece un cenno.


24.
NESSUNO
Ebbi paura. O meglio, fui maledettamente atterrito. Ma avevo avuto abbastanza
guai per un giorno solo. Ero stato umiliato, accusato di essermi drogato, confuso
dall'allucinazione del pomeriggio e infastidito perché mi lasciavo intimidire da
questo misterioso osservatore che non aveva il coraggio di battere alla porta e
presentarsi, uomo o donna che fosse. Tutto questo si combinava con una rabbia
intima che rapidamente cominciò a traboccare.

Mi rovesciai il bicchiere di latte sui piedi e questa fu la goccia che fece


traboccare il vaso.

Con un grido di rabbia, corsi alla porta saltando i primi gradini per
l'esasperazione. Tirati i catenacci facendo il maggior rumore possibile (Midge
continuò a dormire), spalancai la porta e uscii nella notte girando attorno al
villino verso il punto in cui la figura mi attendeva, scivolando sull'erba ancora
umida di pioggia, con la vestaglia aperta e svolazzante così che l'aria sferzava il
mio corpo nudo.

Ma non ci badai: il troppo era troppo. Stavo per affrontare quella dannata spia
dei boschi una volta per tutte. Mi dimenticai degli esseri disincarnati, delle
donne in nero, delle apparizioni avvolte in sudari e dei fenomeni paranormali,
dei presagi sinistri, degli esorcismi e dei morti - mi sarei battuto con la bestia che
non era una bestia bensì qualcuno che si divertiva stupidamente e
maledettamente alle mie spalle. Il mio sdegno feroce mi fece superare tutte le
paure.

Mi lanciai nel buio senza badare ai sassi aguzzi e ai rami che mi sferzavano
dolorosamente i piedi, così infuriato da trascurare ogni precauzione.

Ma correvo verso il niente.

Cercai il punto preciso in cui la figura era apparsa, orientandomi considerando la


linea della finestra da cui avevo guardato e un mucchio di cespugli bassi sulla
sinistra. Mi guardai attorno senza fermarmi, rallentando solo quando raggiunsi il
punto in cui ero certo che la figura mi aveva fatto cenno.
Lui, lei, o chiunque fosse, non aveva potuto avere il tempo di fuggire nella
foresta o di correre dall'altro lato del villino. Ma dove diavolo era? Non poteva
essere scomparso nel nulla.

Mi rimisi a correre, forse più per dimostrare a me stesso quanto ero coraggioso
che per altro. Schizzai fra gli alberi, battendo i cespugli per scovare qualunque
cosa vi fosse nascosta. A dire il vero qualcosa uscì da una massa di fogliame
spaventandomi quasi a morte, ma era piccola e velocissima, un animale più
atterrito di me.

Questo piccolo choc mi raffreddò un tantino, e io rimasi lì guardando a destra e a


sinistra, davanti e dietro me, ansante, con le spalle curve e il sudore che già
cominciava a raffreddarsi sul mio corpo quasi nudo.

Mi strinsi la vestaglia in vita e mi lasciai cadere a terra. E accovacciato lì


scoppiai a piangere alla luna.
25.
IN COMPAGNIA
Bob e io eravamo seduti fianco a fianco sulla panca dietro il villino, con alcune
lattine di birra fra noi, mentre il sole cominciava a tingere tutto di rosso. La sera
era calda e i calabroni ronzavano ancora prima di concedersi il riposo. Le nostre
ragazze erano in cucina, affaccendate a preparare l'insalata, ad affettare il pro-
sciutto e probabilmente dandosi un gran da fare per preparare una buona cenetta.

Bob si versò un'altra birra guardando la foresta che si oscurava. Scosse la testa:
«Detesto la campagna!»

Sorrisi per quel che aveva detto. «Domattina ti porterò a fare una passeggiata nei
boschi.»

«Nemmeno se mi ci porti al guinzaglio!» Bevette e si lasciò andare contro lo


schienale della panca stringendo gli occhi contro il sole e distogliendo poi
rapidamente lo sguardo. «Non trovi opprimente tutta questa pace e questo
silenzio? Voglio dire, sarà anche bello, ma non ti stanca dopo un po'?»

«Ci si abitua,» risposi.

«Sì, ma non senti la mancanza di...» cercò la parola giusta «... di vita?»

«Ce n'è un mucchio da queste parti, se guardi bene.»

«No, non questo genere di vita, non la natura. Voglio dire la vita, qualche cosa da
fare.»

«È strano ma non è un problema per me. Certo, ogni tanto divento inquieto - per
questo mi è piaciuta tanto la nostra seduta in sala di registrazione della settimana
scorsa. Ma siamo abbastanza vicini a Londra per saltare in automobile e andare a
passar la sera lì.»

«E quante volte lo hai fatto, da quando sei qui?»

«Mi sono appena sistemato, Bob. Non abbiamo ancora avuto il tempo di sentire
il desiderio di mondanità.»
Si asciugò il mento bagnato di birra. «Sì, forse hai ragione. Può darsi che sia il
modo ideale di passare la giornata ascoltare il rumore dell'erba che cresce e
guardare gli uccelli che fanno il nido. E metterti a intrecciare cestini per
arrotondare le entrate.»

Risi di questa conclusione. «Se credi che voglia passare un intero fine settimana
così...»

Mi battè una mano sulla coscia, divertito. «Scherzavo, Mike, sul serio. Per dirti il
vero, credo che tu abbia fatto un ottimo cambiamento. Forse un giorno lo farò
anch'io. Aspetto però di avere qualche capello grigio. Oh, guarda, eccolo ancora
qui quel maledetto scoiattolo! Non ha paura, eh?»

Rumbo aveva fatto la sua comparsa all'improvviso, incuriosito dei nostri ospiti.
Era sulla soglia di casa quando Bob e la sua ragazza erano arrivati un'oretta
prima, ed era scappato via mantenendo le distanze, ma senza scomparire del
tutto. Ero contento che avesse superato presto lo choc. Tuttavia io non mi ero
ancora rimesso dal mio.

Avevo avuto 1'idea di confidare a Bob quello che era successo il giovedì
precedente, ma non riuscivo ad immaginare il mio vecchio amico beone che mi
prendeva sul serio. Sapevo fin troppo bene che mi avrebbe riso in faccia. Perché
non avevo detto a Midge della mia escursione notturna per affrontare quell'essere
sinistro che mi aveva fatto cenno? Perché lei era troppo occupata a pensare alle
promesse di Mycroft.

L'episodio del suo disegno che si muoveva le era già passato di mente, e i nostri
rapporti erano ancora un tantino tesi. Se proprio me lo chiedete, vi dirò che
adesso avevo qualche dubbio sulla mia salute. Non ero più sicuro di non soffrire
qualche forma di allucinazione: chiamatela pure nevrosi da cambiamento d'am-
biente; tutto questo sembrava così irreale e fantasioso nella fredda luce del
giorno. A dir la verità avevo deciso di prender tempo e vedere quello che sarebbe
avvenuto. Comunque c'era poco da scegliere.

Rumbo si avvicinò a noi con lo sguardo fisso su Bob il quale fece schioccare la
lingua come per richiamare l'attenzione di un cane o di un bambino piccolo, e lo
scoiattolo tirò su la testa; guardò per un poco Bob con una certa curiosità e poi
saltò audacemente sul tavolino dove erano rimaste due lattine vuote. Guardò
nella fessura triangolare di una di queste facendola quasi cadere e, tenendola con
le zampette, succhiò il residuo di birra con grande divertimento di Bob.
«Bellissimo, bellissimo,» gridò. «Uno scoiattolo che si dà all'alcool! Vedo che
hai fatto del tuo meglio per far fronte a questa infestazione: farli diventare
alcolizzati e lasciarli bere fino a crepare.»

«Rumbo non è un'infestazione: fa parte della famiglia.»

Bob mi diede uno dei suoi soliti sguardi e rise senza fare altri commenti.

Io avevo aspettato con ansia la sua visita, pregustandola ogni giorno: una
sensazione buona, potrei dire. Bob e Kiwi, e la Grossa Val, erano i nostri primi
invitati a Gramayre, e Midge e io (nonostante le sue prime riserve circa Bob) ne
eravamo molto lieti. Adesso cominciavo a rilassarmi: la seconda birra e la piace-
vole compagnia del mio amico mi aiutavano a ritrovare l'equilibrio. I conigli
selvatici erano riapparsi a giocherellare un po' prima di andare a letto, sebbene
questa sera si tenessero lontani dal villino come se sentissero che vi erano degli
estranei, e pochi uccelli svolazzarono attorno come clienti serali. La brezza era
lieve e calda.

Io bevevo birra e mi godevo l'atmosfera.

Bevemmo ancora nella stanza rotonda prima di cenare, questa volta tutti
insieme: Midge si attenne alla limonata con soda mentre il resto della compagnia
preferì qualche cosa di forte. L'agente di Midge era arrivata venti minuti prima
chiedendomi un gin-tonic che l'aiutasse a rimettersi dal viaggio. La Grossa Val e
Bob si erano incontrati un paio di volte e le loro reciproche canzonature erano
sempre rimaste sulla base di una gioviale ostilità. Bob voleva che le donne
fossero più femminili e non aggressive, infatti Kiwi era un modello di
femminilità, e quindi lui non riusciva a capire Val. Cominciò a complimentarsi
con lei, per i suoi scarponi da campagna, «adattissimi per camminare in un
porcile», come disse. Lei ricambiò il complimento ammirando la sua cravatta di
cuoio rosso, «l'ideale per strangolarsi.»

Scambiati questi «complimenti» Midge e io brindammo alla salute dei nostri


primi ospiti ed essi ricambiarono brindando alla nostra futura felicità a
Gramayre. Chiacchierammo per un po' ma ovviamente Val era impaziente di
vedere l'ultimo lavoro di Midge; gli occhi le si erano illuminati quando entrando
aveva visto il cavalietto in fondo alla stanza, e non tardò a fare un giretto da
quella parte. Il disegno del villino era ancora fissato al tavolo, protetto dalla
polvere con un foglio di carta velina. Io non l'avevo guardato dal giovedì, ma
osservai l'agente mentre alzava la velina, curioso della sua reazione. Non so che
cosa mi aspettassi, ma non certo che aggrottasse le sopracciglia.

Notai quell'espressione perché la osservavo da vicino; ma il cipiglio passò subito


e Val sorrise.

«Splendido,» disse, «assolutamente splendido.»

Per lei, abituata a opere di prim'ordine, quel giudizio era il massimo, e Midge era
raggiante.

«Non è in vendita,» si affrettò a dire. «E una cosa per Mike e per me, un ricordo
delle nostre prime settimane passate qui. Il primo incontro di Gramarye con noi,
prima che ci fossimo abituati a tutto. Sapete bene come è facile finire col
diventare insensibili anche alle cose più belle che ci circondano.»

Val continuò a studiare il dipinto mentre Bob e Kiwi se ne stavano l'uno vicino
all'altra dietro di lei.

«Oh, questo sì che è qualche cosa di diverso!» Esclamò Bob con entusiasmo.
«Guarda, cara. Questa è quella che si chiama arte. Non quella robaccia astratta
che va di moda adesso.»

«Evidentemente hai le idee chiare in fatto d'arte, Bob,» disse Val secca. Lui
assentì. «Mi piace capire l'opera che guardo», rispose fissando Val in modo
significativo.

«Come andavano i manifesti che ha fatto Midge per quell'agenzia?» chiesi per
cambiare argomento.

Val si allontanò dal tavolo da disegno. «Ho lasciato in macchina i primi bozzetti
con i colori corretti. Ho pensato che potremo vederli domattina, Midge, e tu
potrai apportare i cambiamenti.»

«Bene,» convenne Midge. «Sono ansiosa di vederli.»

«Ricordati che sono solo dei bozzetti. Abbiamo tutto il tempo di perfezionarli.»

«Sembra di cattivo augurio.»


«So quanto sei scrupolosa. Il direttore artistico è contento. Ha in programma
altro lavoro per te, ma anche di questo parleremo domattina. A proposito,
Hamlyn vuole discutere con te un nuovo libro.»

«Sembra che dovrai lavorare sodo,» osservai.

«È il periodo di maggior lavoro. 1 clienti vogliono avviare il lavoro prima di


andare in vacanza.»

«Non sono ancora pronta ad assumerne troppo,» avvertì Midge.

«Non intendiamo lasciarti godere troppo a lungo la vita di campagna,» disse Val
abbandonandosi sul divano. «Un mucchio di gente ne sarebbe molto scontenta,
specialmente i tuoi piccoli fan.»

«Per non parlare del suo direttore di banca, Dio lo benedica,» commentò Bob
sedendosi accanto a Val cosi che lei dovette scostare il suo voluminoso sedere.
«Suppongo che stiamo per andare a cena, no! O dobbiamo avviare un'altra
registrazione del Band Aid? E vedo che l'alcool fila via come acqua.» Mi mostrò
il suo bicchiere quasi vuoto.

Con amici invadenti come Bob, i contrasti dovevano essere sempre attenuati. Ma
io ci avevo fatto l'abitudine; faceva sempre così e certe abitudini sono dure a
morire. Inoltre sapevo che il suo comportamento era rivolto a Val: lui cercava
sempre di irritare coloro che non sapeva come prendere.

Kiwi lo rimproverò disgustata, mettendosi una ciocca bionda dietro a un


orecchio. «A volte i tuoi modi sono proprio imbarazzanti,» disse rannichiandosi
vicino a lui sul pavimento.

«E proprio la mia maleducazione che mi rende così simpatico, non è vero,


Mike?»

Gli presi il bicchiere dicendo: «Sì, sei davvero adorabile. Sempre lo stesso?»

«Con un po' più di vodka, questa volta. Stanotte non devo guidare.»

«Fa differenza?»

Mise un braccio attorno alla sua ragazza e sorrise soddisfatto come un gatto che
ha avuto del pesce e sa che gliene spetta dell'altro.

Gli inviai un messaggio mentale: Controllati, amico, e non mettermi nei guai.

In realtà non lo fece. Quello che avvenne poi fu solo in parte colpa sua.

La cena fu un successo.

Più vino si consumava, più la conversazione si faceva accesa. Bob e Val


cominciarono a capirsi: le loro frecciate diventarono più spiritose e meno
polemiche a mano a mano che le ore passavano. Le insalate non erano mai state
il mio piatto preferito, ma, poiché l'agente di Midge era vegetariana, tutti
dovettero accontentarsi del menù; inoltre vi era molta carne fredda per noi
«carnivori.»

Kiwi risultò essere molto più brillante di quanto sembrasse. Rifiutò di dirci come
le era stato appioppato quel soprannome, ma Bob fece capire pesantemente e un
po' lascivamente che aveva a che fare in qualche modo con quel lucido da scarpe
e poi Kiwi non ebbe alcuna inibizione nel rivelarci che in passato aveva fatto
parte di un complesso rock.

Più di una volta, durante la cena, mi trovai ad osservare Midge, con il suo volto
sottile trasformato da folletto in principessa, gli occhi a mandorla scintillanti e
dolci, e una bellezza che veniva dall'intimo. Il vino abbondante può avere
influito in un certo modo sul mio giudizio, ma la sensazione non era nuova;
avevo visto in lei le stesse qualità già molte altre volte e in momenti in cui ero
perfettamente sobrio. Così la misi forse su una sorta di piedistallo (e non fui il
solo a farlo), ma la conoscevo da troppo tempo perché ora apparissero crepe in
quel piedistallo. Non prendetemi per un idiota: conoscevo i suoi errori e le sue
debolezze, ma per me la rendevano solo più vulnerabile e più umana. Diciamo
che portavano la realtà nel sogno e la rendevano più accessibile a me. E una
delle cose che mi legavano così forte a lei era il fatto che lei vedesse in me
qualche cosa di buono: questo mi rendeva in certo modo più libero, mi
permetteva di esporre i miei sentimenti più facilmente. Chiamatemi pure un folle
romantico.

Fui folle anche sotto un altro aspetto, quella sera, perché Bob, con la sua vescica
d'acciaio, era corso su per le scale al bagno un paio di volte, durante la cena, e
solo la seconda volta notai che stava masticando qualche cosa quando era
tornato. Mi venne in mente solo più tardi, nel sentirlo farsi grandi risate alle
battute più sciocche, che era scomparso solo per prendere piccole dosi di
cannabis non volendo farlo davanti alla sua ospite, la cui avversione alle droghe
era nota. Evidentemente sentiva il bisogno di uno stimolante oltre all'alcool,
quindi non c'era da meravigliarsi del suo buon umore.

Lasciai correre, ansioso che Midge non scoprisse quello che lui stava facendo:
avevo avuto abbastanza noie con le droghe, in quella settimana e non per colpa
mia. Fortunatamente lei non ci fece caso, presumibilmente attribuendo la
giovialità di Bob al buon cibo, al vino e alla compagnia.

Era tardi quando finalmente chiudemmo la porta della cucina per non far passare
l'aria della notte, divenuta più fredda, e salimmo al piano di sopra, mentre Midge
restava giù a preparare il caffè. Quel giorno avevo comprato del buon brandy in
paese e lo versai a Bob, a Val e a me. Non riuscii a procurare un Malibu a Kiwi,
che dovette accontentarsi di vodka con molta limonata.

Resistetti alla tentazione di portar giù le chitarre, sapendo che una volta Bob e io
avessimo cominciato, avremmo suonato per tutta la notte finché tutti gli altri non
fossero caduti nel più completo stordimento. Misi, invece, una cassetta tenendo
basso il volume per poter udire le nostre voci sopra la musica.

Perfino Val sembrava addolcita e più graziosa di quanto l'avessi mai vista, e
iniziammo un'allegra discussione sul tema: «Agente: fornitore di lavoro o
parassita?» Credo che lei ne sia uscita a testa alta, e non ne fui scontento.

I primi sbadigli cominciarono verso l'una, e la colpa venne attribuita all'aria tersa
della campagna. Bob era pronto a chiacchierare per tutta la notte, ma Midge,
sempre lucida, informò i nostri ospiti delle disposizioni prese per la notte
suggerendo un turno per l'uso del bagno. Bob e Kiwi avrebbero dormito nella
stanza rotonda, sul divano, che era di quelli che si possono trasformare a letto,
mentre Val sarebbe andata nella stanza accanto alla nostra, su di un letto
pieghevole.

Midge ed io scendemmo in cucina per lavare i piatti mentre gli altri si


preparavano per andare a letto. Risi fra me quando sentii Bob rintanato nella sua
camera imitare Michael Jackson.

Midge e io indugiammo sulla soglia dell'ingresso per guardare le stelle che


sembravano più irreali e più numerose viste attraverso l'aria tersa. Indugiammo
anche in baci e carezze come adolescenti al loro primo appuntamento. Io ero
felice però di non dover prendere l'ultimo treno.

Quando tornammo a guardare il cielo, le stelle erano scomparse dietro nere nubi.

Non ho idea di che ora fosse quando le grida ci svegliarono.

Balzammo entrambi a sedere sul letto come spinti dalla stessa molla. C'era solo
una luce sufficiente per farmi vedere il profilo scuro di Midge, e sentii le sue
mani che si stringevano a me impaurite.

«Dio mio, Mike, che cos'è?»

«Non lo so...»

Le grida si ripeterono alte e terribili: impossibile stabilire se erano di un uomo o


di una donna. Tesi il braccio verso la lampada a fianco del letto facendola quasi
cadere nel cercare l'interruttore. Eravamo entrambi nudi; Midge si infilò in fretta
la camicia da notte e io la vestaglia, tutti e due ci dirigemmo verso la porta.

Devo ammettere tuttavia che esitai un attimo prima di aprire quella porta. Le
grida mi avevano messo addosso un gelo che sembrava attraversarmi tutto. Girai
la maniglia tremando.

Senza più ostacoli, le grida furono ancora più intense e paurose.

Nella stanza rotonda vi era una lampada e Kiwi era inginocchiata a terra presso
di essa: guardava inorridita una figura raggomitolata in fondo alla stanza. Quella
figura era Bob, con la faccia ancora inorridita, brutta e sfigurata come uno di
quei mostri di pietra che si vedono sporgere dalle cattedrali gotiche. Quello che
rendeva il suo aspetto ancora più pauroso era il fatto che era mostruosamente
pallido.

Guardava verso la porta spalancata che dava sulle scale con gli occhi sbarrati. La
mascella gli pendeva fin quasi sulla gola, la sua bocca era un grande buco, e le
sue grida, adesso, erano solo un suono rauco.

Corsi da Bob gridando il suo nome come se questo potesse trarlo dalla follia che
era evidente nel suo sguardo, cadendo in ginocchio davanti a lui. Le sue mani,
come rigidi artigli, gli coprivano la faccia quasi per impedirgli di vedere una
visione di incubo; ma i suoi occhi continuavano a sbirciare fra le dita. Tremava,
con un movimento rigido e spasmodico che gli scuoteva il corpo divenuto
improvvisamente fragile.

«Bob, che è successo? Calmati e dimmi cosa è accaduto.»

Non sentiva: si rannicchiò contro il muro puntandosi sul tappeto coi piedi nudi.
Lo presi per i polsi che erano come sbarre d'acciaio vibrante. Da qualche parte,
in fondo alla stanza, sentii un forte singhiozzo e sperai che Midge si prendesse
cura della ragazza di Bob: io ero troppo sconvolto per poter confortare altri oltre
a Bob.

«Bob, per l'amor di Dio, calmati!»

Gli scossi le spalle, sebbene avessi quasi paura a toccarlo: ma lui si ritrasse.
Cercai di calmarlo opponendomi a lui con la forza. Questa volta gli afferrai le
mani e gliele strinsi avvicinandomi a lui così da costringerlo a guardarmi.

Forse avrei dovuto capire subito qual era il problema perché, nonostante la luce
smorzata della stanza, le sue pupille erano piccole, contratte come se colpite dal
sole. E il suo sguardo era vitreo e terrorizzato; avevo visto quello stesso sguardo
in parecchie mie conoscenze sotto l'azione della cannabis.

Ma l'atmosfera era troppo carica perché io potessi rendermi conto di questo.


Mantenni la voce calma e controllata come se ragionassi con lui.

«Non ti è successo niente, Bob, va tutto bene. Hai fatto un brutto sogno, tutto
qui. O forse hai sentito qualche cosa che ti ha spaventato. Erano i pipistrelli?
Non ti abbiamo detto che abbiamo dei pipistrelli nella soffitta. A volte
spaventano maledettamente anche me, che ci sono abituato. Su, Bob, siamo tutti
qui non aver paura.»

Mi sentivo un po' sciocco nel «coccolarlo» così, ma era come se avessi davanti a
me un bambino atterrito.

Per un momento i suoi occhi sembrarono mettersi a fuoco su di me, e questo


parve aiutarlo un poco. Smise di dibattersi e tentò di parlare ma dalla sua bocca
uscì soltanto un suono rauco. Non riusciva a chiudere la bocca per formulare le
parole.

Voltai gli occhi per un secondo per vedere che cosa facevano gli altri, e avrei
voluto non averlo fatto. La stanza rotonda non era più la stessa. Era tutto al suo
posto, i mobili erano gli stessi, il tappeto era dello stesso colore e così pure le
tende : ma mi trovavo in un altro luogo; e dappertutto c'erano delle ombre
minacciose. Ed ecco ancora nell'aria quell'umido odore di muffa. Mi parve di
veder crescere i funghi sulle pareti, ma le ombre erano troppo scure perché
potessi essere certo di quel che vedevo. E la stanza stava diventando più piccola,
le mura si restringevano, ma così lentamente che non potevo averne la certezza,
anche quando ebbi sbattuto più volte le palpebre non capii se era frutto della mia
immaginazione o realtà. No, doveva essere la mia immaginazione! L'odore di
muffa mi chiudeva la gola impedendomi di respirare.

Kiwi gemeva e Midge, inginocchiata accanto a lei, con un braccio attorno alle
spalle della biondina, faceva del suo meglio per calmarla; ma ottenne quasi lo
stesso successo che ottenni io con Bob. Kiwi stava tentando di dirci qualche
cosa, ma riuscii a udire solo qualche frase soffocata.

«... Aveva sete... è sceso... Oh, mio Dio, ho sentito il suo grido... ha visto
qualcuno... laggiù...»

Per me furono più che sufficienti per capire il significato, e mi sembrò di


sentirmi camminare dei millepiedi lungo la spina dorsale. Capii che cosa aveva
visto Bob in cucina.

Delle unghie che mi grattavano il petto richiamarono la mia attenzione sul mio
amico che stava lì contro il muro, e afferrai il suo polso per porre termine a quel
doloroso raspare. La sua testa penzolava come quella di un paralitico e l'altra sua
mano era puntata per lo più verso la finestra aperta.

Ma seguii il suo sguardo piuttosto che il suo dito puntato, ipnotizzato dal suo
sguardo folle.

Il corridoio era immerso nel buio; ma un pallido bagliore proveniva da in fondo


alle scale, dalla cucina forse. Bob doveva aver lasciato la luce accesa.

La stanza si stava rimpicciolendo e le ombre si facevano più scure, come se


cospirassero a schiacciarci. Il mio subconscio mi diceva che si trattava solo della
mia immaginazione, della mia paura; ma questa spiegazione non era molto
confortante. Stringevo ancora il polso di Bob e adesso tremavo come lui. La mia
bocca rimase aperta, quasi inchiodata mentre osservavo la porta spalancata.
Un'ombra saliva dalle scale. Una grande ombra confusa, nera come inchiostro:
veniva dalla cucina.

Saliva, appena illuminata dalla luce della cucina. Era quasi in completa oscurità
mentre saliva ancora e girava la curva delle scale.

Lentamente emerse nella fioca luce della stanza rotonda.


26.
UNA BRUTTA ESPERIENZA
Quasi venni meno dal sollievo quando Val varcò la porta. «Cristo, Val, mi ha
fatto quasi morire di paura!» Battei esasperato il pugno sul pavimento.

Lei era stupefatta. «Buon Dio, perché? Sono scesa per scoprire la causa di tutto
quel trambusto che ha fatto il nostro amico.»

Raggiunse l'interruttore presso la porta e accese la luce centrale. Le pareti


tornarono immediatamente al loro posto e le ombre scomparvero. Val entrò nella
stanza con indosso la sua ampia camicia da notte di flanella, nonostante la
stagione. Non era mai apparsa così eccezionale né così rassicurante.

«Giù non c'è niente, Bob, assolutamente niente,» disse avvicinandosi a noi. «Che
cosa sono tutte queste assurdità?»

Mi strinsi addosso la vestaglia, sentendomi poco vestito, e mi alzai. Guardammo


insieme Bob e fui felice di notare che un po' di colore gli stava tornando sulle
guance. Tuttavia non aveva affatto un bell'aspetto.

«Aiutami a tirarlo su, » dissi a Val e insieme, lo prendemmo per le braccia e lo


rimettemmo in piedi. Bob non oppose resistenza era un corpo morto; non
potemmo fare altro che portarlo sul divano letto.

«Quando sono uscita, lui strisciava attraverso la stanza,» spiegò Val mentre lo
adagiavamo delicatamente. «Urlava come un pazzo indicando le scale. Ho
pensato che ci fossero dei ladri e mi sono precipitata.»

Avevo sempre saputo che era una donna in gamba, ma non credevo fino a questo
punto.

«In cucina non ho trovato nessuno. La porta e le finestre non sono state forzate.
Penso che Bob abbia avuto un incubo.»

Kiwi singhiozzava ancora, ma riuscì a dire: «No, no, era sveglio. Voleva un
bicchiere d'acqua ed è sceso.»

Io ero ancora troppo scosso per fare eccessiva attenzione alle sue cosce tornite
che la leggera camicia da notte le lasciava scoperte.

«Hai acceso la luce in cucina?» chiesi a Val.

«No, era già accesa. Bene, allora è andato fin laggiù, ma non riesco a
immaginare che cosa abbia provocato tutto questo casino.»

Midge e io aiutammo Kiwi a sedersi sul divano letto: Bob era sdraiato con gli
occhi fissi sul soffitto e mormorava qualcosa frase.

Sollevai il mento a Kiwi per poterla vedere in faccia. «Che cosa ha preso, Bob,
stanotte? Durante la serata si è fatto della cannabis, ma quando ci siamo lasciati
ha preso qualche cosa di più forte?»

Sentii gli occhi di Midge su di me e mi arrischiai a rivolgerle uno sguardo.


Scossi appena la testa come per scusarmi con lei.

«Su, Kiwi, dobbiamo saperlo,» insistei.

«Ha... preso un po' di "cinese".»

Chiusi gli occhi imprecando silenziosamente. Cocaina, eroina e brown sugar da


quattro soldi mischiate con altre schifezze il più delle volte stricnina. Maledetto
idiota!

«Non... non molto,» si affrettò ad aggiungere. «Ne ha sniffata solo un po'. Voleva
che lo facessi anch'io ma quella roba non fa bene alla mia sinusite.»

Bob cominciò a gemere forte e a contorcersi sul letto. Poi si mise a sedere con
uno scatto e si guardò attorno. Era ancora pallido, ma non aveva più quel colore
spettrale, si agitava meno spasmodicamente di prima, quasi con un tremito
regolare.

«Quel... p-posto...» balbettò.

Midge si fece avanti e gli mise delicatamente una mano sul collo.

«Bob, qui sei al sicuro» gli disse con una voce bassa e gentile come il suo tocco.

Ci volle un po' di tempo prima che i suoi occhi la mettessero a fuoco, e quando
vi riuscirono Bob si lasciò crollare esausto sul divano. Poi parlò con voce
lacrimosa: «Quel fottuto posto... Sono riuscito a scappare!»

«Zitto, adesso,» disse lei, e vidi la sua mano farsi più ferma su di lui per
rassicurarlo. «Qui non c'è nulla di cui si debba aver paura.»

Quanto a me, ero arrabbiato con lui e avrei quasi voluto prenderlo a pugni. Non
aveva il diritto di portare quella roba in casa nostra, nessun diritto, tanto più
sapendo come la pensava Midge sulle droghe, leggere o forti che fossero.
Dovetti trattenermi per non strangolarlo.

«Torna in te, Bob,» gli dissi severamente. «Hai annusato qualche merda di droga
e queste sono le conseguenze.» Ma ricordai la minaccia che io stesso avevo
sperimentato.

Lui sembrava più controllato, e credo che Midge avesse fatto molto per questo
con la sua delicatezza. Lei continuò a parlargli con il suo tono pacato
massaggiandogli il collo teso e le spalle.

Quando riprese a parlare, non era più così isterico. «C'era qualche cosa giù in
cucina...»

«Non c'è nessun altro, nel villino,» lo informai.

«Non qualcuno, qualche cosa. Mi aspettava nell'oscurità, seduta là... Cristo che
odore! Lo sento ancora. Non lo sentite? Sta succedendo qualcosa di terribile!»
disse alzando di nuovo la voce.

«No, Bob,» rispose Midge con calma. «Gramarye è un posto delizioso, non c'è
nulla di cattivo, qua.»

«Ti sbagli. Qualche cosa... qualche cosa...» aprì la bocca senza trovare le parole.

Kiwi singhiozzò ancora e Bob si voltò verso di lei, poi verso di me e disse:
«Mike, io non resto qui, non posso restare qui...»

«Calmati,» dissi. «È una brutta esperienza. Passerà. Cerca solo di calmarti.»

«No, è impossibile... Questa stanza... le pareti...»


Sapevo quello che voleva dire. Non avevo avuto anch'io la certezza che le pareti
si restringessero? Che si formasse della muffa su di esse? O la sua allucinazione,
il suo isterismo, si erano insinuati nella mia mente?

«Non puoi andartene nel cuore della notte,» gli dissi con una gentilezza forzata.
«Prima di tutto non puoi guidare nelle tue condizioni, e poi devi calmarti e
dormirci sopra.»

«Dormire? Sei pazzo se credi che possa dormire in questo posto.» Tornò a
guardarsi intorno con fare agitato.

«Sono quasi le tre del mattino,» intervenne Val, che, in piedi, ci dominava tutti,
«Troppo tardi per mettersi in viaggio. Staremo qui con te fino al mattino, e
allora, se vorrai andartene, potrai farlo.»

Sobbalzammo tutti quando Bob urlò:

«Ora! Devo andarmene subito!»

Si dibattè nel letto come un bambino viziato che non ottiene quello che vuole, lo
lo afferrai e lo tirai indietro mentre tentava di alzarsi e lo trattenni con tutte le
mie forze. Mi spaventai quando gli vidi luccicare la bava agli angoli della bocca.

«Lasciatelo stare!» gridò Kiwi tirandomi per un braccio. «Guiderò io, lo porterò
a casa!»

«Non è in condizioni...»

«Credo che sarà meglio così, Mike.»

Mi volsi stupito verso Midge che era dietro alle mie spalle. «Può essere
pericoloso per entrambi, con Bob in questo stato.»

«Starà meglio quando sarà via di qui,» rispose lei.

«Forse no.»

«È più pericoloso per lui restare.»

Sconcertato, mi voltai verso Bob; adesso le lacrime scorrevano sul suo volto e
cadevano sul cuscino.

«Forse Kiwi ha ragione,» disse Val. «lo lo lascerei andare, Mike.»

Incerto, allentai la stretta, ma non lo lasciai. «Bob, ascoltami.» Gli tenni il mento
perché mi guardasse. «Adesso puoi vestirti e poi ti condurremo giù alla tua auto.
Guiderà Kiwi, va bene? Mi senti?»

«Certo che ti sento, dannazione! Solo lascia che mi alzi. Oh, diavolo, ho...»
Ancora una volta non riuscì a finire la frase.

Lo lasciai e mi alzai dal divano letto. Lui si mise a sedere e Kiwi, spinta da me,
gli mise le braccia attorno alle spalle.

«Aiutalo a vestirsi,» le dissi. «Noi aspetteremo giù.»

Tutti e tre indugiammo ancora un poco per vedere se Bob si riprendeva ancora
un po' e, sebbene i suoi movimenti fossero ancora incerti e lui tremasse come se
avesse freddo, parve essere un tantino più padrone di sé. Ma evidentemente era
ancora impaurito.

«Vado a fare del caffè,» disse piano Midge, e si avviò con Val verso le scale, lo
colsi l'occasione per tornare nella nostra stanza e infilarmi i jeans e le scarpe, ma
non mi tolsi la vestaglia. Prima di scendere feci un'altra capatina da Bob e trovai
Kiwi già vestita che preparava la valigia mentre Bob si abbottonava lentamente
la camicia lasciando vagare per la stanza lo sguardo impaurito per assicurarsi che
le pareti non si muovessero più.

Ero dispiaciuto e preoccupato per lui, ma ero anche arrabbiato. E cominciavo


anche ad avere molta paura per Midge e per me.

Kiwi aiutò Bob a infilarsi la giacca mentre io me ne stavo lì pronto ad afferrarlo


in caso gli fosse esplosa di nuovo la paura: avevo la sensazione che potesse dare
in escandescenze da un momento all'altro.

«Bob, avrei preferito che restassi...» dissi.

Lui mi guardò come se fossi io quello che doveva essere curato, con
un'espressione agitata; diversa da quella di un uomo sotto l'effetto dell'eroina:
un'espressione da incubo.
Improvvisamente mi afferrò le braccia, parlando con parole forzate e indistinte.
«Che cosa è... questo posto?»

E fu tutto quello che disse.

Mi lasciò e in modo non meno brusco afferrò Kiwi spingendola verso la porta. Si
fermò prima del corridoio e la sua amica dovette sostenerlo perché barcollò.
Continuava a scuotere la testa e per un momento credetti che stesse per svenire.

«Non vuole tornare giù,» disse Kiwi voltandosi verso di me. «Facci uscire da
questa parte, Mike, presto, ti prego.»

Li oltrepassai e andai ad aprire la porta del corridoio, sopra le scale. Uscirono


prima che potessi fermarli.

«Ehi! È buio, lì. Lasciate che vi faccia strada: questi gradini sono pericolosi.»
L'unica risposta che ebbi fu quella di un gufo in qualche parte della foresta.

Loro erano già sul primo gradino: Kiwi si sforzava per tenersi il braccio di Bob
attorno alle spalle, mentre col braccio libero si appoggiava al muro per
sorreggersi. Barcollavano pericolosamente e io mi affrettai e raggiungerli prima
che cadessero.

Allontanato Bob da lei, mi feci passare il suo braccio attorno al collo


stringendogli forte il polso con una mano e mettendogli l'altro braccio attorno
alla vita. Cominciammo una goffa discesa e io pensai che era un bene che avessi
tolto il muschio dai gradini. Ma anche così la pietra era scivolosa.

Quando passai le dita sulla parete di mattoni, sentii che anche quella era umida e
liscia.

Due volte scivolai sui gradini, ma riuscii sempre a tenermi in piedi spingendo
Bob contro il muro per sostenerci entrambi. Tirai un sospiro di sollievo quando
mettemmo piede in giardino.

La porta d'ingresso si aprì mentre passavamo, proiettando un po' di luce, e Val


apparve all'altro lato di Bob. Mi aiutò a guidarlo lungo il sentiero, mentre Kiwi
ci precedeva per aprire lo sportello dell'automobile. Sul cancello mi voltai
brevemente e diedi uno sguardo al villino.
Vidi il nero profilo di Midge sulla soglia di casa, così perfettamente immobile
che avrebbe potuto far parte della struttura di Gramarye. Fu uno strano,
fuggevole momento.

Sistemammo Bob in macchina; Kiwi si mise rapidamente alla guida e Bob aveva
gli occhi chiusi, lo gli piegai le gambe e prima che mi raddrizzassi, mentre avevo
la testa vicina alla sua, lui riaprì gli occhi e li fissò ancora nei miei.
Rabbrividisco ancora quando ricordo quello sguardo (anche se dovevano seguire
eventi peggiori e più memorabili), perché scorsi non solo la sua paura ma
un'intensa e misera disperazione in lui. Guardare in quegli occhi era come spiare
in un pozzo profondo e buio in fondo al quale qualche cosa di indefinibile si
muoveva, si contorceva, si tendeva verso l'alto in un gesto supplichevole. Le
droghe che aveva preso quella notte avevano chiuso certe porte della sua mente,
- avevano aperto un passaggio diretto verso altri più oscuri meandri. Qualunque
cosa avesse visto, qualunque cosa avesse immaginato di vedere nella cucina di
Gramarye, era nata dai suoi più oscuri pensieri.

Mi scostai, chiusi la portiera e mi voltai per non incontrare il suo sguardo.

Udii Val che consigliava a Kiwi di guidare con grande cautela, e poi la macchina
si allontanò dal prato aumentando rapidamente la velocità. Non mi dispiacque
vedere le luci rosse dei fanali di coda scomparire dietro la curva della strada.
27.
LA FESSURA
Credo che nessuno di noi quella notte abbia dormito. Indugiammo per un po' a
bere caffè, ma credo che fossimo troppo scossi per parlare dell'isterismo di Bob e
forse ne provavamo un certo imbarazzo. Midge era rimasta tranquilla quando Val
aveva portato il discorso sui guai e gli imprevedibili effetti della droga. Io non
aggiunsi molto alla conversazione: la mia testa era frastornata da altri pensieri.

Ci ritirammo per il resto della notte, e quando Midge e io fummo a letto, la tenni
stretta a me; ma lei non ricambiò il mio abbraccio come se il comportamento di
Bob fosse in parte colpa mia e dentro di me mi sentivo uno sciocco per non aver
trovato un modo discreto per impedirgli di drogarsi. Midge, per lo meno,
diversamente da me, non si era spaventata.

Dovevo riordinarmi le idee prima di dire a Midge quello che credevo che Bob
avesse visto in cucina, e volevo che lei fosse nel giusto stato d'animo. Adesso mi
rendevo conto che Midge non voleva assolutamente che si parlasse male di
Gramarye. Era penoso stare sdraiato nel buio senza riuscire a dormire; devo
essermi addormentato poco prima dell'alba, pur svegliandomi un paio di volte
nelle ore che seguirono, ma non del tutto finché non sentii un movimento
accanto a me. Midge si stava alzando e io fui lieto di vedere la luce del mattino.
Scendemmo insieme in cucina.

Val arrivò subito dopo, vestita e pronta a parlare di affari trascurando per il
momento gli eventi della notte. Fu lei a preparare la colazione, io avevo molta
fame mentre Midge toccò appena qualche cosa. La colazione fu triste anche se
Val, Dio la benedica, fece del suo meglio per tener viva la conversazione con una
quantità di argomenti, nessuno dei quali aveva a che fare con l'episodio che era
nelle nostre menti.

Midge si rischiarò solo quando Rumbo apparve sulla soglia mentre gli uccelli
avevano già cominciato a radunarsi dietro di lui trillando la loro impaziente
richiesta di cibo. Il loro arrivo fu in qualche modo rassicurante per lei.

Val li guardò con un sorriso stupito mentre Midge spezzava il pane e ne spargeva
le briciole fuori della porta, ma l'innocente sfacciataggine di Rumbo la fece
scoppiare in una fragorosa risata. Lo scoiattolo saltò sulla tavola e mi portò via
dal piatto le cotenne di pancetta. Si mise a rosicchiarle fermandosi solo ogni
tanto per "chiacchierare" con noi, forse spiegandoci i suoi progetti per la
giornata.

Gli diedi un colpetto col dito. «Non ti sei presentato alla nostra ospite, ieri sera,»
dissi. «Rumbo, questa è Val; Val, questo è Rumbo. Gli piace mangiare.»

«Non riesco a credere che questo coso sia così domestico,» esclamò Val.

«Ssst,» l'avvertii. «Non parlare di Rumbo come di questo coso: si offende


facilmente.» La sua presenza rianimò il mio spirito depresso.

«Come diavolo hai fatto a diventare suo amico?» Val era in piedi con le mani sui
fianchi, scuotendo la testa.

«Non abbiamo avuto bisogno di far nulla,» spiegò Midge dalla porta.

«Ha avuto fiducia in noi fin dal principio. Tutti gli animali, qui, ci sono amici.
Flora Chaldean, la proprietaria di Gramarye prima di noi, si era conquistata la
loro fiducia.»

«Deve essere stata una vera signora.»

«Lo era.»

Midge lo disse con una tale convinzione che mi voltai verso di lei.

«Parlatemi di questa Flora Chaldean,» disse Val raccogliendo le tazze e i piatti


sporchi. Rumbo saltellò sulla tavola stringendosi al petto le cotenne mezzo
rosicchiate come per proteggerle.

«Non ne sappiamo molto» dissi finendo il caffè. «Solo che era molto vecchia
quando morì, che aveva vissuto quasi sempre a Gramarye e che tutti qui la
consideravano una guaritrice. Ci hanno detto che sapeva curare gli animali e le
persone.»

«Curare?»

«Be', credo solo le piccole malattie. Sembra che si servisse di pozioni e della
fede. Non penso che si trattasse di altra medicina.»
«E viveva qui da sola?»

Assentii. «Suo marito morì poco dopo che si erano sposati, ucciso nell'ultima
guerra mondiale.»

Val portò le stoviglie nella stanza vicina e le mise nel lavandino. Io la seguii con
la tazza vuota.

«Le lavo io,» disse Midge correndoci dietro e aprendo il rubinetto dell'acqua
calda.

«Bene, io le asciugherò.» Val le si avvicinò. Poi si voltò verso di me: «Non


dovresti telefonare a Bob per sentire come sta?»

Guardai l'orologio. «Sono le nove appena passate: starà ancora dormendo.»


Sorrisi malvagio. «Ma mi piacerebbe molto svegliarlo.»

Solo nel salire le scale per andare al telefono, nel corridoio, mi venne in mente
che forse Val voleva restare un po' sola con Midge. Midge non aveva contribuito
molto alla nostra conversazione sulla vecchia Flora e forse Val pensava che
sarebbe stata più loquace in privato.

Composi il numero di Bob con una certa ansia: volevo sapere se stava bene.

Il telefono squillò diverse volte prima che mi rispondesse Kiwi. «Chi parla?»
chiese con palese irritazione.

«Sono Mike. Tutto bene? Com'è andato il viaggio?»

«Più o meno. Il mio ufficiale di rotta ha dormito per quasi tutto il tempo, e così
ho sbagliato strada un paio di volte.»

«Come sta?»

«Te lo passo.»

Bob fu quasi subito all'altro capo del telefono. «Scusami, amico,» disse
umilmente.

«Combina guai.»
«Sì, lo so. Però non riesco a capire, Mike, non ne avevo presa molta.»

«Ma avevi anche bevuto. Comunque adesso mi sembri già a posto!»

«Sono stato così male, stanotte?»

«Sì. Non te lo ha detto, Kiwi?» Diedi quasi un pugno sul muro.

«Mi ha detto che ho fatto un po' l'isterico.»

«Chiamalo un poco! Eri fuori di te.»

«Devo aver avuto un incubo.»

«Non hai avuto nessun fottutissimo incubo. Non ricordi nulla?»

«Non molto. Ho avuto paura, eh?»

«Hai visto qualcosa in cucina, ricordi?»

Ci fu una pausa. Poi: «Mike, ho dimenticato tutto... non so che cosa ho


immaginato di vedere, e nemmeno se sono veramente andato in cucina.»

«Kiwi ha detto che ci sei andato.»

«D'accordo, d'accordo, forse ci sono andato. Ho ancora la mente un po'


annebbiata capisci? Mi dispiace proprio di avervi procurato dei grattacapi.
Come... come l'ha presa, Midge?»

«Ha trovato il tutto maledettamente ridicolo.»

«Falle le mie scuse, ti prego.»

«Non preoccuparti» Scossi la testa deluso. «Prova a ricordare, Bob. Quando eri
rannicchiato sul pavimento, contro il muro, e io mi sono avvicinato a te... non
ricordi cos'è accaduto? Qualcosa di strano... misterioso?»

«Sei matto? No, non è successo niente. Ho fatto un terribile viaggio, tutto qui,
non ingigantire le cose. Sto già abbastanza male.»

«È stato qualche cosa di più di una brutta esperienza. Hai visto qualche cosa che
ti ha spaventato a morte in cucina e, quando sei risalito, hai visto le mura che si
restringevano.»

«Non c'è nulla di insolito, in tutto questo, non ti sembra? Cose che escono dai
muri, mostri che si nascondono nell'oscurità, sono visioni provocate dalla
droga.»

«Hai detto tu stesso di non averne presa molta.»

«Abbastanza per avere delle allucinazioni.»

«Che cosa?»

Dall'altro capo del telefono ci fu una pausa, questo volta più lunga.

«Devo tornare a letto,» disse poi. «Non mi sento tanto bene come potrebbe
sembrare. Ti telefonerò in settimana, Mike, così potrò scusarmi personalmente
con Midge. Stammi bene.»

«Aspetta un attimo...»

Bob aveva riagganciato. Pensai di richiamarlo, ma poi decisi di no: preferivo non
tormentarlo. Tornai in cucina.

Val e Midge erano sedute sul primo gradino dell'ingresso, Midge con il mento
appoggiato sulle ginocchia, Val addossata allo stipite, con le grosse gambe
distese davanti a lei. Gli uccelli beccavano le briciole indisturbati. Le due donne
smisero di parlare quando udirono i miei passi e si voltarono verso di me.

«Coma sta?» chiese Midge ansiosa.

«Non ricorda nulla.»

«Ci credo,» commentò Val. «Era proprio partito, stanotte.»

«Forse non vuole ricordare,» dissi.

Mi guardò con aria interrogativa, ma non aggiunse altro.

Midge si alzò. «Vado a vestirmi.»


«Ti aiuto a portare su le tue cose,» dissi.

«No, resta qui a chiacchierare con Val. Farò in fretta.»

Le presi il braccio prima che si allontanasse. «Bob ti fa le sue scuse.»

Midge si sforzò di sorridere. «Sono contenta che stia bene, Mike, ma preferirei
che non venisse più qui. Tu sai perché.»

La abbracciai per nulla imbarazzato dalla presenza del suo agente.

«Ti chiedo scusa anch'io,» mormorai.

Mi abbracciò anche lei, ma poi si allontanò subito da me. «Tu non potevi
saperlo,» disse. «Non ho nulla da rimproverarti, Mike.» Ma i suoi occhi non
avevano la luce di sempre. Si voltò e scomparve su per le scale lasciandomi lì
come un ebete.

«Qualche problema, Mike?»

Val era sulla soglia coprendo la luce del sole e scuotendosi la polvere dal dietro
della camicia.

Alzai le ciglia domandandomi che cosa Midge le avesse detto.

Lei entrò battendo gli scarponi sulle mattonelle. «La porta accanto,» disse
indicando con la testa.

«Che cosa?»

«Non te ne sei accorto? L'ho notato quando il vostro amico scoiattolo è saltato
sul fornello. Adesso è soltanto una fessura sottile; ma può diventare pericolosa in
seguito.»

«Ma di che cosa parli?...»

«Della fessura sull'architrave sopra il fornello. Non è facile vederla a prima vista,
lo so.»

Io entrai senza badare a Rumbo, che era fra le pentole e le padelle della credenza
lasciata aperta per distrazione da qualcuno, e mi diressi al fornello.
La fessura era lì, bene in evidenza e attraversava tutta la pietra. Toccai
cautamente l'architrave e mi parve abbastanza solido. Stavo scrollando il capo
incredulo, quando una voce alle mie spalle disse:

«Dovresti farla riparare il più presto possibile.» Era Val. «In realtà mi sorprende
che non l'abbiate fatto prima, quando siete venuti qui; se crollasse potrebbe
ammazzare qualcuno. Mi fa paura pensare a cosa potrebbe succedere quando la
pietra sarà scaldata dal fuoco, d'inverno. Santo cielo, ti senti male? Sei diventato
pallido. L'architrave non cadrà da un momento all'altro, lo sai; d'altra parte ha
tenuto duro a lungo, a quanto pare.»

Mi ripresi e guardai quel donnone che sapevo mi aveva sempre considerato con
un po' di disprezzo, anche se non le ero del tutto antipatico - non c'era mai stato
del vero astio fra noi - ma Val non era entusiasta di me.

Tuttavia il mio comportamento doveva averla allarmata, perché vi era una


genuina preoccupazione nella sua voce quando mi disse: «Credo che tu ti tenga
qualcosa dentro, Mike.»

Era vero. Ci sedemmo e le raccontai tutto, dalla prima visita a Gramarye ai


bizzarri eventi della notte precedente.

Poi proseguii aggiungendo particolari, esponendo le mie supposizioni, mi


sentivo sciocco, ma continuai a raccontare tutto.

Solo la ricomparsa di Midge, ai piedi delle scale, mise fine alle mie divagazioni.
Il suo volto era alterato da un'intima pena e bagnato di lacrime; una mano
nascosta fra i capelli.

Pensai che avesse sentito tutto quello che avevo detto. Ma l'altra mano indicava
la scala dietro di sé.
28.
UN'OPERA D'ARTE ROVINATA
Non riuscii a farle dire nulla che avesse senso. Tenevo le braccia di Midge e
tentavo di calmarla, ma lei non faceva che scuotere la testa dicendo poche parole
incoerenti fra i singhiozzi.

Così la tirai da parte, il più delicatamente possibile, e feci gli scalini a due a due
finché non fui nella stanza rotonda, guardando a destra e a sinistra, guardandomi
in giro più volte, cercando che cosa avesse potuto sconvolgerla così. La stanza
era in ordine adesso, il letto era tornato un divano e restavano poche tracce della
notte precedente; i raggi del sole sfavillavano attraverso le finestre illuminando
le pareti e i mobili.

Potevo vedere la foresta al di fuori, come un complesso mosaico, attraverso i


vetri, verde e lussureggiante, senza alcun segno di minaccia.

Non trovai nulla fuori posto, nulla che avesse potuto causare la disperazione di
Midge.

Corsi nella nostra stanza da letto.

Vuota.

Nel bagno.

Vuoto.

Nella stanza degli ospiti.

Vuota.

E ancora nella stanza rotonda.

Midge era lì; Val la sorreggeva.

Midge indicava una finestra, o meglio il tavolo da disegno davanti alla finestra.
Sembrava riluttante ad avvicinarsi.
Val lasciò Midge, attraversò la stanza, e io la seguii rapidamente, così che
giungemmo insieme al tavolo da disegno.

E insieme guardammo il dipinto di Gramarye, da cui era stato già tolto il foglio
che lo copriva. Sentii Val tirare un sospiro.

Il disegno era ridotto a una confusione di macchie di colore, tutte le forme erano
distorte e confuse, la bellezza del disegno originale era svanita e quello che
avevamo davanti era un'accozzaglia di colori che creavano per di più
un'atmosfera tetra.

Nemmeno la luce del sole, riflessa sulla sua superficie, riusciva a infondere al
disegno un po' di calore.
29.
ADESCAMENTO
Pochi giorni dopo, giusto per aumentare i nostri problemi, Kinsella battè alla
nostra porta.

Non ricordo con precisione l'ora, ma so che si stava avvicinando la notte e


Midge e io avevamo finito un'altra malinconica cena solo alcuni minuti prima.
Ho detto un'altra perché vi era stata ben poca allegria a Gramarye dopo quel fine
di settimana, e potete capire perché.

Dio solo sa 1'idea che Val Harradine doveva essersi fatta di noi durante quel
week-end: prima le stramberie da camicia di forza di Bob, poi il mio racconto
crepuscolare della vita di campagna e infine il crollo drammatico di Midge,
rannicchiata a piangere sul pavimento della stanza rotonda. Deve aver pensato
che a Gramarye doveva esserci qualche cosa che provocava attacchi di pazzia e
di paranoia; e chi poteva darle torto?

Sorvolerò le recriminazioni e le lacrime che Midge e io dovemmo affrontare nei


giorni seguenti perché vi annoierebbero come depressero me; basti dire che
riuscimmo appena a superare tutto questo mantenendo la nostra relazione ancora
intatta. Io tentai disperatamente di farle accettare il fatto che a Gramarye c'erano
inesplicabili misteri, e credo che, intimamente, anche lei ne fosse convinta; ma,
stranamente, non volle ammetterlo in modo esplicito, come se il farlo
significasse accettare che il villino non era quel sogno che lei aveva creduto di
aver trovato.

Naturalmente accusava Bob di avere distrutto il suo disegno; ma quando io gli


telefonai, lui negò, lo gli credetti, Midge no.

Esaminai tutto ciò che era accaduto fin dal nostro arrivo al villino, specialmente
la rapida guarigione del mio braccio che lei insisteva ad attribuire ai magici
poteri di Mycroft lo feci infinite volte, ma lei... be', come ho detto vi annoierei. Il
risultato fu che, per il momento, giungemmo a una non facile tregua, dato che
nessuno di noi era disposto a discutere (o ragionare) più a lungo.

Così eravamo lì, l'uno di fronte all'altro al tavolo di cucina, in un momento di


calma prima che calasse la notte, quando sentimmo bussare alla porta; avevamo
cominciato a tenere la porta chiusa non appena cominciava a farsi buio.

Ci guardammo sorpresi e io mi alzai per andare ad aprire.

Mi trovai davanti Kinsella; aveva le mani ficcate nelle tasche posteriori dei jeans
sbiaditi e un sorriso sereno su una faccia maledettamente bella.

«Felice di rivedervi. » Diede uno sguardo a Midge dietro di me. «Spero di non
disturbarvi.»

Midge parve lieta di vederlo. «Niente affatto, abbiamo finito da pochi minuti.»
Ci raggiunse sulla porta.

«Come va il braccio, Mike?»

Io glielo porsi con riluttanza perché lo esaminasse.

«Eh, sembra bene. Non è rimasto nemmeno il segno.» Esibì un sorriso da un


orecchio all'altro. «Nessun dolore?».

Scossi la testa.

«Davvero straordinario, amico.» Diede un'occhiata al cancello, poi si voltò verso


di noi. «Non vorremmo imporci, ma c'è qualcuno qui che vorrebbe vedervi.
Sapete di chi parlo?»

Maledizione pensai fra me mentre Midge esclamava: «Mycroft!»

Si alzò in punta di piedi per vedere oltre la spalla di Kinsella. «È venuto qui?»
chiese.

«Sì. Voi due gli piacete. Passavamo di qui e ha pensato che sarebbe stato bello
venire a salutarvi e a vedere come stavate. Credo che voglia visitarti il braccio,
Mike.»

«Uhm... «cominciai.

«Oh, saremo felicissimi di vederlo» disse Midge. «Vallo a chiamare, ti prego.»

Kinsella rimase imbarazzato per un momento. «Mycroft è un po' all'antica,


sapete? Rispetta molto l'intimità altrui e non vuole imporsi. Sarebbe gentile se lo
invitaste personalmente, se non vi dispiace.»

«Certo che non ci dispiace,» rispose Midge al settimo cielo. «È in macchina?»

«Sì, è seduto sul sedile posteriore. Sarà felice di vederti.»

Kinsella si fece da parte perché Midge potesse correre lungo il sentiero, quando
arrivò in fondo aprì il cancello.

«Tua moglie è una vera signora,» disse l'americano, e non so se l'ammirazione


che era nei suoi occhi fosse per me o per lei. Poi si appoggiò allo stipite, sempre
con le mani in tasca. «Allora, come vanno le cose a Gramarye?» chiese, e io mi
domandai se la domanda era casuale.

«Magnificamente,» risposi. «Non potrebbero andar meglio.»

«Perfetto.»

Si prendeva gioco di me? Oppure ero io che cominciavo a diventare paranoico?

Puntò un dito. «Dovresti strappare quelle erbacce in giardino. Se attecchiscono


invaderanno tutto.»

Seguii la direzione del suo dito e imprecai dentro di me. Non li avevo notati
prima, ma adesso mi accorsi che una quantità di sottili virgulti verdi si era
diffusa nelle aiuole, una confusa rete di invasori, e più guardavo più ne trovavo.

«Se non la controlliamo la natura può soffocarci,» mi confidò Kinsella mentre io


approvavo la sua filosofia casalinga. «Potrei venir qui quando vuoi con un paio
di aiutanti e darti una mano, Mike. Puliremo tutto in un momento.»

«Grazie. Comincerò domattina. Almeno avrò qualcosa da fare.»

«Non stai componendo?»

«Uhm, ho avuto altre cose per la testa, ultimamente.»

Midge stava tornando per il sentiero seguita da Mycroft e da altri due. lo ebbi la
sensazione che non si trattasse tanto di una visita amichevole quanto di quella di
una delegazione. Mycroft agitò una mano nella mia direzione mentre si
avvicinava e io vidi che gli altri due erano Gillie e Neil Joby.

Mentre avanzava verso di me il capo dei sinergisti esaminava il villino:


attentamente, pensai, come un capomastro che cerchi dei difetti. E quando fu a
pochi passi ebbi la sensazione che dentro si sé non fosse così placido come
voleva apparire. V'era qualche cosa di strano nei suoi occhi: erano troppo vivi,
non si fermavano mai a lungo su un oggetto. Anche quando ci stringemmo la
mano, non poté impedirsi di guardare il villino dietro di me. Poi senza proferire
parola mi sollevò la mano sinistra e mi esaminò bene le dita e l'avambraccio. Il
resto di questo piacevole gruppo mi si radunò attorno emettendo
un'esclamazione di sorpresa.

Mi stavano rendendo così consapevole del debito che avevo verso Mycroft, che
mi stavo domandando se non dovessi pagarlo.

Mycroft fissò il suo sguardo su di me. «La volontà umana unita allo Spirito
Divino, Mike» disse come spiegazione del mio braccio guarito.

«Forse è servito anche quel liquido in cui lo ha immerso?» suggerii io.

«Un semplice sterilizzante. Spero che la nostra intrusione non vi abbia


disturbati.»

Scossi la testa per educazione.

«Non volete entrare?» chiese Midge. «È da diversi giorni che non vediamo
nessuno e un po' di conversazione ci farebbe bene.»

Fui sbalordito da quell'osservazione pungente nei miei confronti appena


dissimulata: non era da lei.

«Sarebbe molto piacevole,» rispose Mycroft che non aveva nessun bisogno di
essere incoraggiato. «È stata una cosa improvvisata, altrimenti avremmo portato
del vino.»

«Abbiamo ancora quella bottiglia che ci ha portato Hub l'ultima volta che è
venuto qui,» disse Midge. «Possiamo bere quella, a meno che il vostro vino non
vi piaccia.»

Il gruppo apprezzò la sua battuta e risero tutti insieme. Io sorrisi fiacco.


Midge passò fra Kinsella e me invitando Mycroft a seguirla, e lui si preparò a
farlo. Ma esitò e poi si fermò bruscamente sul primo gradino. Sebbene la luce
fosse scarsa, sono sicuro che impallidì per un attimo.

«Mi piacerebbe fare un giro attorno al villino prima di entrare,» disse in fretta,
troppo in fretta. «Questi gradini sono affascinanti.»

Affascinanti? Dei gradini di pietra?

«Non si può entrare dal dietro?» chiese e guardò le mura bianche con aria
d'apprezzamento. Suonò per scherzo il campanello, e il gruppo scoppiò di nuovo
a ridere.

Midge uscì di casa e, a giudicare dal suo sorriso, tutte le contrarietà della
settimana erano scomparse, lo cominciai a desiderare di avere un po' del carisma
di Mycroft.

«Sono felice che Gramarye le piaccia tanto,» disse arrossendo.

Lui le toccò la spalla per un momento. «È una casa che infonde grande gioia».

Midge mi rivolse uno sguardo incerto e io tenni la bocca chiusa.

«I gradini sono un po' scivolosi, faccia attenzione,» lo avvertì.

Subito Mycroft prese Midge sotto braccio. «Ci sosterremo a vicenda,» disse
allegramente, ma i suoi occhi erano seri.

«Io prenderò la strada meno suggestiva,» dissi mentre salivano. «Porterò su il


vino e i bicchieri, va bene?» Non mi badarono; Midge era tutta occupata nel
mostrare a Mycroft le bellezze di Gramarye. Togliti dai piedi, brontolai fra me.

«Salve, Mike.» Gillie non aveva seguito gli altri. Era rimasta sul sentiero con la
sua lunga gonna e il suo scialle zingaresco. Portava sandali che lasciavano
scoperte le dita, allacciati alla caviglia da cinghie sottili. Quando mi fu più vicina
notai che era appena truccata, tanto da ravvivare il suo grazioso visino. «Posso
aiutarti a portare il vino?» mi chiese.

«Certo, se ti va di fare quattro passi.»


«Credo di conoscere già abbastanza bene Gramarye. È il luogo più tranquillo che
abbia mai visitato...»

«Non ultimamente.» Le parole mi sfuggirono prima che potessi controllarle.

Lei si accigliò e io le sorrisi.

«Problemi domestici,» le spiegai debolmente.

«Oh, allora attraversi un brutto periodo.»

Sospirai, sempre sorridendo. «No, forse abbiamo bisogno di un po' di


compagnia, in questo momento.» Non aggiunsi che avrei preferito altri amici al
posto di Mycroft e del suo gruppo. Comunque Gillie era un po' diversa dagli
altri: mi piaceva la sua semplice gentilezza. Era un tipo che avrei visto bene
all'epoca dei figli dei fiori.

«Vogliamo occuparci del vino?» dissi voltandomi ed entrando in casa.

Gillie mi seguì ma rimase sulla soglia esitante per via del buio della cucina, ora
che la notte era così vicina.

«Accenderò la luce,» dissi attraversando la stanza per raggiungere l'interruttore.


Rabbividii; una sensazione di freddo accompagnava l'oscurità.

Indicando la credenza, le dissi che i bicchieri erano nello scomparto inferiore.


Poi andai alla credenza vicino la porta e presi una bottiglia di vino. Quando
tornai, Gillie stava mettendo i bicchieri sulla tavola.

«La stapperò qui,» dissi aprendo un cassetto e prendendo il cavatappi. «Il vino
non è molto freddo, ma credo che non ci baderanno. Ne producete molto, al
Tempio?»

«Abbastanza per noi, ma non per venderlo. Non abbiamo nemmeno la licenza.»

Mi diedi da fare col turacciolo. «Scusa se te lo chiedo, ma come guadagnate il


denaro per la vostra organizzazione? I cestini e le altre cose che fate non possono
rendervi molto.»

Rispose con disinvoltura, mentre estraevo il tappo. «Mycroft è molto ricco. Una
volta possedeva una grande fabbrica negli Stati Uniti, che aveva filiali in altri
paesi.»

«Sì? Che cosa fabbricava?»

«Giocattoli.»

«Mi prendi in giro?»

Scosse la testa godendosi la mia sorpresa. «La sua compagnia produceva


bambole, puzzle, costruzioni, tutte cose per bambini.»

«Ah, per questo si è interessato a Midge.»

Mi guardò senza capire.

«È illustratrice di libri per bambini,» spiegai. «In un certo senso operano nello
stesso campo.»

Abbozzò un sorriso. «Oh, capisco. Ma Mycroft ha rinunciato a ogni interesse


commerciale quando ha fondato il Tempio Sinergista. Gli piace molto
raccontarci come i bambini di tutto il mondo lo abbiano aiutato a mettersi in
contatto con i suoi Figli Prediletti, con i Figli Adottivi, fornendogli una base
finanziaria.»

«Ma il Tempio deve guadagnare denaro per sopravvivere, no? Continuate a fare
gingilli per poi venderli?»

Questo la divertì. «Non sarebbero sufficienti per vivere, Mike. Ci danno un


piccolo reddito, ma in realtà ci serviamo di queste vendite per avvicinare le
persone e far conoscere il movimento.»

«E allora come...?»

«Te l'ho detto: Mycroft è ricco e la vendita della fabbrica e delle filiali ha
assicurato tutto. E naturalmente, come Mycroft ha donato al Tempio tutto quello
che aveva, così hanno fatto i suoi seguaci. Tutto quello che riceviamo è ben
accetto e utilizzato, anche se si tratta di poche sterline. I Figli Adottivi offrono
tutti i loro beni per purificarsi dinanzi al nostro Tempio.»
Questo ha l'aria di essere un buon affare per Mycroft, pensai, annusando il vino
per nascondere ogni espressione di cinismo. Tuttavia sembrava che avesse dato
le sue stesse ricchezze alla setta. Era molto strano. «E tu che cosa hai ceduto,
Gillie?»

«Oh, poche sterline, quasi niente. E sono stata accolta come tutti gli altri.»

«No, volevo chiedere a che cosa hai rinunciato? La tua casa? La tua famiglia?»

«Le influenze estranee devono essere respinte, se un Adottivo vuole abbracciare


la dottrina.»

Una bella frase fatta, pensai. «Un Adottivo?»

«Veniamo chiamati così al momento dell'iniziazione.»

Il suo dito girò attorno all'orlo di un bicchiere sul tavolo. Sentii dei passi e delle
voci soffocate sopra di noi: gli altri, ovviamente erano entrati in Gramarye dalla
porta del primo piano.

«Non vedi più la tua famiglia?» insistetti.

«Non ce n'è bisogno. Ho lasciato l'università per unirmi ai sinergisti e credo di


non essere mai stata perdonata. Hanno fatto di tutto per impedirmelo, Mike, e
quello che sono riusciti a ottenere è stato di tagliare completamente i miei legami
familiari.»

«Come puoi parlare così dei tuoi genitori? Gesù, devono avere sofferto molto e
probabilmente soffrono ancora.»

Lei parve a disagio, come se la conversazione non avesse preso la piega che
voleva. Questo non mi scoraggiò.

«E Kinsella?» chiesi. «Come è diventato sinergista lui e a cosa ha rinunciato?»

«Non la metterei in questi termini. Noi non rinunciamo a nulla: offriamo per
ricevere in cambio.»

Una frase fatta ancora migliore.


«E allora che cosa ha offerto Kinsella?»

«Non sappiamo quello che gli altri portano al Tempio. Solo Mycroft e i suoi
consiglieri lo sanno.»

«I suoi consiglieri finanziari? Ha dei contabili.»

«Sì, come le altre Chiese. Come qualsiasi altra organizzazione grande o


piccola.»

Se la risposta era stata data come un rimprovero, era molto blando.

Mi si avvicinò e le sue dita mi toccarono il polso. «Ti interessa il nostro Tempio,


Mike? Per questo mi rivolgi tutte queste domande?» Sembrava sperarlo, le sue
dita erano calde.

«Non abbastanza interessato per unirmi a voi,» risposi.

La sua mano scivolò via, ma i suoi occhi fissavano intensamente i miei. «Noi
siamo molto felici,» disse. «Quando si diventa sinergisti si imparano a capire
delle cose che gli altri non hanno il privilegio di capire.»

«Che genere di cose?»

Distolse lo sguardo. «Io sono soltanto un Adottivo. Solo gli Eletti hanno
l'autorità e il diritto di istruire.»

«Kinsella?»

«Lui e altri. Tuttavia posso aiutarti, Mike. Ogni Adottivo può avere un
compagno spirituale.» Le sue dita mi toccarono ancora il polso, ma questa volta
con una pressione più decisa. «Potremmo vederci per parlare di argomenti che
non riguardano la dottrina essenziale. Perché non ci vediamo...»

Non crediate che non fossi tentato. Era una ragazza attraente, e ultimamente mi
ero sentito una sorta di esiliato con Midge. E la solida ma dolce fermezza della
sua stretta implicava che vi fosse inclusa qualche cosa di più di una semplice
conversazione, e che essere un "compagno spirituale" significasse che altri
aspetti erano compresi in questa particolare relazione. O era solo una mia
immaginazione?
«Tu sei graziosa, Gillie,» dissi dopo una pausa «ma io posso avere solo una
compagna spirituale per volta, e la mia in questo momento è di sopra. Vuoi
prendere un paio di bicchieri?» Presi la bottiglia e tenni tre bicchieri per lo stelo.

Se si sentì respinta non lo diede a vedere, e ancora una volta mi domandai se non
fosse tutta immaginazione.

«Capisco quello che dici,» rispose prendendo un bicchiere in ogni mano, «ma se
mai sentissi il bisogno...»

Lasciò deliberatamente sospesa la frase, e naturalmente la mia immaginazione


seguì il suo corso. Lei si voltò, ma non prima di avermi sorriso con gli occhi,
non in modo canzonatorio e nemmeno seducente, ma come se capisse molte più
cose di me. E probabilmente aveva ragione.

«Dimmi un'altra cosa,» dissi fermandola. «Perché siete qui?»

Mi guardò senza capire.

«Perché Mycroft ha fondato qui il suo Tempio? Lui è americano, e, a quanto ho


capito quando sono venuto al Tempio, lo sono anche alcuni dei suoi seguaci; e
allora perché portare la sua organizzazione in Inghilterra?»

«Perché questo è il...»

«Gillie.»

La voce era calma, tuttavia la ragazza si voltò come se fosse stata frustata.

Kinsella apparve sulle scale, con le mani immancabilmente ficcate in tasca.

Il suo sorriso era gentile, ma io notai un'ombra di irritazione nella sua


espressione.

«Ci stavamo domandando che cosa vi fosse successo,» disse amabilmente.

«Stavamo venendo,» risposi mostrando il vino e i bicchieri. «Gillie stava


appunto finendo di darmi alcune notizie sui sinergisti, ma purtroppo non sono
divenuto molto più saggio.»
«Bene, l'uomo che può farlo è sotto il suo tetto, Mike. Mycroft potrà spiegarti
meglio di noi. Ma, come sai, non abbiamo mai cercato di imporvi queste cose,
non è nel nostro stile.»

«Non sono eccessivamente curioso. Solo per fare conversazione.»

«Certo. Lascia che ti aiuti con questi bicchieri.»

«Posso arrangiarmi. Vai pure avanti.»

Kinsella diede un'occhiata alla stanza come cercando qualche cosa prima di
risalire le scale.

Ancora una volta mi domandai che cosa ci fosse in Gramarye che lo rendeva
così nervoso.

«I limiti della mente umana li poniamo noi.»

Mycroft guardò tutti in faccia osservando gli effetti della sua affermazione sugli
iniziati e su Midge e me. Era seduto sull'unica poltrona della stanza rotonda,
mente Midge e Gillie sedevano sul divano, io sul bracciolo e Kinsella e Joby
allungati sul pavimento sorseggiavano vino e guardavano il loro capo spirituale.
Una lampada illuminava la stanza mentre fuori regnava il buio.

«La civiltà non ha fatto che intorpidire le nostre facoltà mentali,» continuò, «le
conoscenze materiali e scientìfiche hanno diminuito sempre più la conoscenza di
noi stessi. Non a caso i bambini hanno una capacità psichica superiore a quella
degli adulti.»

«Capisco quello che intende,» dissi, «e non è del tutto una teoria originale.»
(Non volevo essere scortese: eravamo lì da circa venti minuti ad ascoltare il
proselitismo di Mycroft e io cominciavo a essere stanco). «Ma la mia
conoscenza mi dice che non posso volare: il non crederlo o l'ignorarlo non altera
i fatti.»

«No, Mike,» rispose lui pazientemente. «La conoscenza di sé le dice che non
può volare. Ma anche in questo lei ha imparato a pensare solo in termini del suo
corpo fisico e non della sua coscienza. In definitiva non c'è nulla che possa
limitare la sua psiche. La forza che è in tutti noi -1'energia psichica, se vuole -
non può essere costretta dall'aspetto fisico della nostra vita. A meno che noi non
si voglia altrimenti.»

In qualche modo non appariva più così posato. Forse le ombre proiettate dalla
lampada davano ai suoi lineamenti una profondità che non appariva prima; o
forse era l'intensità dei suoi occhi.

Midge prese a parlare e notai che si stringeva le braccia come se avesse freddo.
«Se questa energia è in ognuno di noi, perché non possiamo raggiungerla?
Perché non possiamo farne uso?»

«Anzitutto dobbiamo scoprire la capacità in noi stessi. Dobbiamo diventare


pienamente consapevoli della sua fonte, dobbiamo renderci conto della sua
presenza e accettarla. E dobbiamo imparare a controllare e tenere a freno ogni
conoscenza che non sia rilevante per il nostro io. Per questo abbiamo bisogno di
una guida.» Sorrise con indulgenza a Midge, mentre a me rivolse solo il sorriso
che un ragno può rivolgere a una mosca. Perché più guardavo quella gente meno
mi piaceva? Forse, pensai, avevo un'innata ripugnanza per tutto ciò che sapeva di
fanatismo. E nonostante i loro modi tranquilli e amichevoli, i sinergisti erano dei
fanatici.

«Il Tempio Sinergista,» continuò Mycroft con un linguaggio che diveniva meno
pratico e più elevato, «non è altro che una fondazione in cui cerchiamo la nostra
verità, in cui conscio e subconscio imparano a combinarsi con lo spirito supremo
che ci dirige tutti, lo spirito che esiste in noi e tuttavia ne è separato, che è
individuale e tuttavia è più grande dell'individuo.»

I miei occhi cominciavano a diventare vitrei. Questo era peggio di un sermone


domenicale.

Diedi uno sguardo a Midge; il suo volto era serio e i suoi occhi erano fissi su
Mycroft.

«Come si raggiunge questo?» chiese, e io scivolai goffamente sul bracciolo del


divano. «Come si fa per imparare a combinarci con questo spirito?»

Mycroft lasciò vagare il suo sorriso fra i suoi seguaci e loro gli sorrisero come se
condividessero con lui il segreto. «È necessario del tempo,» disse rivolgendo
ancora lo sguardo a Midge, «e richiede molta umiltà. Gli adottivi devono
abbandonare i loro pensieri, la loro volontà. Devono lasciare che il Fondatore
abbia la responsabilità di tutto quello che fanno.»
Perfino Midge, nel suo stato attuale di cieca adulazione, impallidì a quelle
parole.

«Mi sembra chiedere molto, no?» notai.

«Le ricompense sono enormi,» rispose lui con calma.

«Quali sarebbero?»

«L'unità dello spirito.»

«Che parolona!»

Il suo guizzo di irritazione fu appena percepibile.

«Una rigenerazione dei poteri della mente.»

Assentii come se controllassi un elenco.

«Un dominio del potere taumaturgico terreno.»

Questo sembrava importante, ma che diavolo significava? Mi sentii in diritto di


chiederlo.

«Se non si assoggetta a ogni stadio dello sviluppo sinergista,» disse come
risposta, «non può sperare di capire. Può riconoscere adesso, per esempio, che
vaste fonti di potere stanno sotto i nostri piedi?»

Colsi qualche espressione di ansia rivoltagli dagli altri che erano nella stanza, ma
Mycroft rimase impassibile.

«Naturalmente,» risposi. «Tutti accettano che vi siano grandi risorse di energia


nella terra. Non vi è nulla di straordinario in questo.» "

«Mi riferisco a un potere molto meno tangibile, Mike, ma egualmente reale.


Qualche cosa di incorporeo, ma di vaste riserve. E noi, genere umano, abbiamo
quasi dimenticato come valerci di questa forza.»

Conoscenza di se stessi, unità, rigenerazione, potere taumaturgico intangibile,


incorporeo e adesso, naturalmente, genere umano: tutte queste parole profonde
(e convenzionali) si trovano nei libri di religione e di occultismo: sembrano
grandi ma ci lasciano a romperci la testa domandandoci che cosa significhino.

«Non la seguo più» dissi.

Sorrise ancora e credo che la mia ottusa incomprensione sia stata per lui quasi un
sollievo, come se la mia provocazione lo avesse costretto a dar troppo e adesso
potesse ritirarsi. Ovviamente la sua filosofia doveva essere somministrata a più
piccole dosi.

Ma Midge fu più insistente. «Ed e così che ha curato il braccio di Mike,


combinando la sua volontà con questa forza particolare? E questo potere lo
spirito, lo Spirito Divino, a cui ha accennato poco fa?»

Mandò giù un lungo sorso di vino.

«Così giovane e così acuta, » disse con condiscendenza. «Ma non del tutto
esatto. La volontà umana può essere estremamente potente da sola.»

Lei parve confusa e io sentii di dovermi avvicinare a lei. Mi domandai come


avrebbe reagito se avessi invitato il nostro ospite ad andare a fare un giro in
campagna.

Qualche cosa colpì una finestra dal di fuori - probabilmente un uccello o forse un
pipistrello disorientato - e Kinsella si versò del vino. Lui e i suoi amici si
voltarono verso la finestra, mal'attenzione di Midge rimase fissa al capo
sinergista.

«Quando noi... quando noi abbiamo parlato al Tempio, la settimana scorsa, lei mi
disse che il nostro spirito individuale non perde mai il suo potenziale anche se il
corpo muore e anche se lo spirito è stato trascurato durante la vita corporea.»

Lui assentì lentamente.

«E mi disse che noi stessi potremmo raggiungere gli spiriti dei defunti.»

«Con una guida,» disse Mycroft. «Ma perché così cauta? Perché ha tanta paura
di esprimere le sue speranze? Parlammo dei suoi genitori e io la assicurai che le
anime che esistettero in essi possono essere toccate e udite ancora una volta.
Questa parte di noi non muore mai.»
«E allora non vorrebbe aiutarmi...?»

«Midge!» Non volevo che proseguisse.

«No, Mike. Se questo può avvenire, è quello che voglio. Più di ogni altra cosa.»
Si voltò ancora verso Mycroft.

«A che cosa servirà!» chiesi. «Ti prepari solo ad altre sofferenze, non te ne
accorgi?»

«Mi rendo conto che lei si preoccupi per Midge,» mi interruppe Mycroft.

«E proprio per l'amore che le porta dovrebbe sostenerla in questo. So che lei si
rende conto che ha un profondo bisogno di riconciliarsi con i suoi genitori.»

«Riconciliarsi?» La fissai stupito e lei abbassò il volto.

Anche Mycroft la osservava. Aprì la bocca in un silenzioso «ah» di


comprensione e poi tornò ad accomodarsi sulla poltrona.

«Di che cosa sta parlando?» Mi chinai e le presi il mento nella mano
obbligandola a guardarmi.

«Mike, io...»

Scostò la testa.

«Sarebbe più facile se rispondessi io per lei?» chiese Mycroft. «Non so quanto si
sia confidata con Mike, ma adesso capisco. A volte è più facile confidarsi con un
estraneo comprensivo che con una persona amata.»

«Midge, se c'è qualche cosa che dovrei sapere preferirei saperla da te,» insistetti.
«E preferirei che fossimo soli quando me lo dirai.»

Gillie mise la mano su Midge, e fu Kinsella che parlò. «Sembra più drammatico
di quanto non sia, Mike. A nostro parere la colpa di Midge non ha fondamento,
ma deve essere capita e rimossa prima che provochi qualche danno. Noi
possiamo aiutarla.»

«Colpa? Di che diavolo state parlando?» Li guardai sbigottito ed esasperato.


Midge si voltò bruscamente verso di me afferrandomi la gamba. «Il giorno del
funerale di mio padre, quando lasciai mia madre sola in casa... sapevo, Mike,
sapevo che si sarebbe tolta la vita! Ne aveva parlato tante volte, anche prima
della morte di lui; diceva che era un peso per noi. Quando lui morì, l'idea del
suicidio entrò sempre più nella sua mente, ne parlava ogni giorno. Ma con
calma, mai istericamente. Era così triste, Mike, ma non indulgeva mai a
commiserarsi. Tutto quello che sperava era che la sua malattia non rovinasse la
mia vita. E quando la lasciai, quella mattina, sentivo che sarebbe successo
qualcosa, ma non tornai indietro. Non ho tentato di fermarla.!»

Scossi la testa disperato.

«Midge, non potevi sapere che si sarebbe uccisa. Ammetto, potevi temerlo
perché era così infelice e soffriva tanto, ma non le hai dato tu quelle pillole, non
le hai infilato quel sacchetto in testa! Non sapevo che tu avessi provato rimorso
per tutti questi anni.»

«M'ero resa conto che, se le fosse offerta l'opportunità, mia madre avrebbe
potuto...»

«Avrebbe potuto! Questo non significa averne la certezza. È stata una sua scelta,
non ti rendi conto? E che cosa c'era di così brutto, in questo, per amor di Dio?
Non credi che tua madre abbia sofferto abbastanza? Tutto quello che ha fatto è
stato di mostrare un po' di pietà per se stessa.»

«Non è così semplice.»

«Nulla è semplice. Ma anche se ti sentivi così colpevole, perché andare da


queste persone? Perché confidarti con loro? Gesù, Midge, che c'era di male nel
dirlo a me?»

«L'avevo tenuto... l'avevo tenuto nascosto per tanto tempo.» Mi strinse ancor più
la gamba. «Quest'idea non mi è mai pesata tanto come negli ultimi tempi, Mike.
Solo quando ho parlato con Mycroft ho capito il senso di colpa che avevo
portato con me così a lungo.»

L'amico Mycroft. Lo guardai freddamente.

Ed ebbi qualche soddisfazione nell'osservare che anche lui, adesso, sembrava a


disagio. Supposi, a torto, che cominciasse a diffidare della mia rabbia. Tuttavia
non rimase a corto di parole. «Io ho cercato solo di capire la natura del dolore
radicato in Midge, e possibilmente di chiarire i suoi dubbi. Non si accorge che ha
bisogno di una guida?»

«Mi accorgo che lei le ha fatto credere questo. Ogni aiuto di cui ha bisogno può
averlo da me.»

«Non nel modo in cui possiamo aiutarla noi.»

Era turbato, non faceva che guardarsi in giro.

«Che cosa potete fare?» ribattei. «Tenere una seduta? È così che volete
aiutarla?»

«Midge ha un dono unico...»

La sua voce si incrinò quando qualcuno emise un gemito. A terra, Neil Joby si
tirava il colletto della camicia come se l'atmosfera lo soffocasse. L'atmosfera
nella stanza era soffocante, ma non fino a questo punto.

«Mike, tu non li hai capiti.» Midge mi fissava con occhi intenti. «Il Sinergismo è
una risposta, se viene usato nel modo esatto. Se...»

«Cristo, credi realmente in queste stupidaggini?»

Sussultò come se l'avessi colpita.

Mi affrettai a modificare il mio tono. «Ascoltami: se hai una colpa per la morte
di tua madre, è minima. Gesù, io ti conosco meglio di chiunque altro, e tu non
avresti mai potuto nascondermi un tale rimorso. E tutta opera di questo
signore...» puntai un dito contro Mycroft «...ti ha fatto esagerare la colpa nella
tua mente. Non vedi come fa? Non c'è niente di nuovo: la maggior parte dei
fanatici religiosi agisce facendo nascere rimorsi nella gente.»

Lei continuò a scuotere la testa rifiutandosi di ascoltare le mie parole.

«Hai torto,» disse, «hai torto...»

Qualche cosa mi spinse allora a guardare Mycroft e scorsi un'espressione di


trionfo sul suo viso. Immediatamente quell'espressione si mutò in un sorriso di
schietta amicizia che perdonava la mia follia.

«Ciarlatano,» dissi con calma.

Un bicchiere si rovesciò e il vino si sparse sul tappeto. Kinsella guardò il liquido


che vi penetrava, prima di voltarsi verso il suo capo e consigliere.

Adesso Mycroft non era più così brillante.

Le finestre tremarono rumorosamente. Notai che Joby era cadaverico e faceva


ancora fatica a respirare.

Le travi del soffitto scricchiolarono.

Quel rumore fece sussultare Gillie che sollevò lo sguardo allarmata.

«È il vento» dissi per rassicurarla. «Non preoccuparti, il tetto resisterà.»

Lei parve incerta.

Io indicai Joby e dissi a Mycroft: «Spero che non vomiterà sul tappeto.»

La porta dell'ingresso nel corridoio vibrò.

Mycroft si alzò, andò verso il giovane e gli mise un mano sulla fronte. Mormorò
alcune parole che cercai di sentire, ma erano state pronunciate a voce troppo
bassa.

Joby si schiarì rumorosamente la gola e si riprese abbastanza da mettersi in


ginocchio. Kinsella che sembrava anche lui vacillante, afferrò l'amico per le
spalle e lo aiutò ad alzarsi.

Anche Gillie barcollava.

Mycroft si mise davanti a Midge e la studiò stringendo gli occhi. Avevo davvero
pensato, una volta, che il suo volto fosse comune? Non solo delle ombre
rendevano adesso pauroso quel volto, ma tutta la sua espressione. Mister Hyde si
stava rivelando.

Le sue parole furono lente e penetranti pronunciate a bassa voce. «Si ricordi che
posso aiutarla. Creda nella rigenerazione dello spirito, si renda conto che non vi
sono barriere per la volontà umana.»

Non mi sarei meravigliato se le avesse dato il biglietto pubblicitario della sua


organizzazione.

Distolse gli occhi da lei e guardò ancora una volta la stanza indugiando sulle
finestre, riprendendo l'esame, annotando tutto.

Ci giunse un rumore diverso, sopra le nostre teste, un battito smorzato, quasi una
morbida vibrazione.

Un battito frenetico di piccole ali.

Sapevo da dove veniva quel rumore e chi lo provocava e cominciai a


innervosirmi come i nostri ospiti.

«Mycroft,» disse Kinsella con un tono supplichevole nella voce. «E ora di


andare.»

Joby, visibilmente esausto, sembrava d'accordo. In realtà i tre giovani sinergisti


sembravano allo stremo delle forze. Erano tutti e tre pallidissimi.

Le persiane battevano così forte che io pensai che si spezzassero. Questa volta
fui io a balzare in piedi. Solo Midge rimase seduta.

«Vi accompagno,» dissi ai sinergisti.

Mycroft si voltò verso di me, senza ostilità nello sguardo, solo con
un'espressione fredda.

«Non dovrebbe ostacolarla,» mi disse.

«Quello che non capisco,» risposi cominciando a sentirmi anch'io un po'


tremante, «è perché lei sia così interessato a Midge. Si da sempre tanta pena per
convertire una nuova persona?»

Esteriormente i suoi modi erano disinvolti; ma l'agitazione era nei suoi occhi
sempre in movimento che scattavano qua e là come quelli di un esploratore della
giungla, sempre in attesa di una freccia avvelenata.
Midge era seduta sul divano, le mani strette sulle ginocchia, e disse:

«Potreste smettere di parlare di me come se non fossi nella stanza? Mike, ci sono
delle cose per le quali tu non hai interesse né comprensione, ti prego dunque di
non interferire. Queste persone sono miei amici, nostri amici, e tutti si
preoccupano della mia pace mentale.»

«Non credi che anch'io me ne preoccupi?»

«Loro mi spiegano! Mi aiutano!»

«Ne parleremo quando se ne saranno andati,» dissi con più calma di quanta ne
sentissi.

«Sì, dovrebbe farlo,» disse Mycroft con condiscendenza «Mike ha diritto alla
sua opinione. Non è difficile capire il suo scetticismo data la scarsa notorietà di
cui gode la nostra setta. Sebbene sviati, questi pregiudizi sono accettati e tollerati
dai nostri membri. Siamo abituati ad avere pazienza.»

La mia se n'era già andata. Mi avviai alla porta emi fermai con l'aria di chi
aspetta che ospiti poco graditi se ne vadano.

Mycroft sorrise, ma scorsi in quel sorriso un non so che di sinistro. Tese una
mano e toccò Midge sulla fronte come aveva toccato Joby.

Il battito frenetico, anche se smorzato, al piano di sopra stava facendosi troppo


forte per essere trascurato, e l'aria nella stanza sembrava troppo calda nonostante
il vento che sferzava le finestre.

Mi voltai di scatto quando la porta del corridoio sussultò contro la serratura e i


cardini.

Allarmato indietreggiai, ma, se non altro, si mossero anche i sinergisti. I tre


membri più giovani si raggrupparono e Mycroft indicò che dovevano seguirlo.
Vennero verso di me come un gruppetto disorientato che cerchi la via di casa:
Kinsella e Gillie sostenevano il loro compagno. Notai, non senza piacere, che
anche il capo dei sinergisti cedeva leggermente sotto l'atmosfera pesante.

I pipistrelli dell'attico erano adesso decisamente frenetici, e io mi domandai se la


causa del loro trambusto non fosse il vento violento che passava fra le travi del
soffitto creando lassù una specie di uragano.

Mi parve di udire le loro deboli strida, ma lo attribuii alla mia immaginazione.

Mycroft sostò sulla porta del corridoio, e per un momento pensai che volesse
scendere le scale; invece si voltò verso Midge e disse: «Sono pronto a essere il
suo alleato ogni volta che avrà bisogno di me.»

Lei lo guardò, piccola e sperduta figuretta, con le mani ancora strette sulle
ginocchia, ma non rispose.

Io mi aspettavo che il vento entrasse ululando e mi preparai a sostenere il colpo.


Ma non vi fu nulla, nemmeno la più leggera brezza.

Lui avanzò nella notte, con gli altri raccolti dietro di sé, e io mi affrettai a
chiudere nuovamente la porta. Prima di farlo, li guardai scendere con passi
incerti giù per i gradini di pietra mentre l'oscurità avanzava lentamente. Se non
fosse stato pericoloso anche per me, avrei sperato vivamente che almeno uno di
loro si rompesse una gamba.

Scomparvero dietro la curva e io mi rilassai un poco, sollevato dal fatto che se ne


fossero andati. Ma sbattei gli occhi nella notte, stupito da come improvvisamente
tutto fosse tornato tranquillo. Per quanto potevo dire, non un filo d'erba si
agitava né una foglia era scossa. L'aria era calma, fresca e piacevole.

Quando rientrai, chiudendo a chiave la porta dietro di me, anche i pipistrelli si


erano calmati e nessun suono veniva dall'alto.

C'era soltanto un forte, insostenibile odore di muffa.


30.
FANTASMI
Ma non è tutto. La notte non era ancora finita.

Mi svegliai tardi e la stanza da letto era immersa nel buio. Ombre si fondevano
con ombre più scure, strani particolari dei mobili apparivano più grandi di
quanto non fossero, trasformati in forme sinistre che sembravano nascondersi.

Midge era seduta accanto a me, e il suo movimento o la sua tensione mi avevano
svegliato, perché lei non mi aveva toccato né mi aveva chiamato.

Con una improvvisa irrequietudine mi alzai puntellandomi sui gomiti. Il braccio


di Midge era rigido quando lo toccai e coperto di pelle d'oca.

«Che c'è?» sussurrai preoccupato.

Non rispose subito.

Stavo cercando l'interruttore quando la sua voce mi fermò.

«Sono stati qui,» disse con un filo di voce. «Oh, Mike, sono stati qui.»

Mi voltai verso di lei e la sostenni nell'oscurità.

«Chi è stato qui? Di chi parli?»

Rabbrividì fra le mie braccia.

«Li ho sentiti tutti e due.» C'era nel suo mormorio una sorta di incerto timore
religioso. «Ho sentito che potevo quasi'toccarli. Erano in questa stanza.»

«Midge, di chi diavolo parli?»

La sentii piangere, ma c'era tristezza nella sua voce quando parlò ancora.

«Mia madre... mio padre. Cercavano di parlarmi, avevano bisogno di parlarmi,


capisci?»
La tenni stretta a me e mi sentii percorrere da un brivido.
31.
NASCITA
Al mattino il risveglio fu meno brusco.

Ancora assonnato mi girai nel letto per abbracciare Midge, ma lei non c'era.

Aprendo a fatica le palpebre che sentivo pesantissime, diedi un'occhiata alla sua
parte del letto per avere la conferma di quello che il tatto mi aveva già detto.
Altri pensieri seguirono a passo più lento impiegando un certo tempo per
prendere forma ma infine i ricordi della notte precedente, compreso il dopo-
Mycroft, spezzarono gli ultimi fili di sonno.

Mi voltai sulla schiena contemplando il soffitto. Alla luce fredda del giorno gli
episodi traumatici della notte scorsa sembravano irreali. La minaccia dei
sinergisti, a rifletterci, finiva col diventare ridicola: nessuno di noi era
abbastanza ingenuo da cadere sotto la loro influenza, non eravamo ragazzi
impressionabili per essere attratti da quella ridicola "religione". Eravamo degli
adulti capaci di ragionare. Tuttavia Midge era stata affascinata da Mycroft, su
questo non c'era dubbio, e io mi rendevo conto che in quell'uomo c'era qualche
cosa di più di quanto avessi supposto nel nostro primo incontro, quando il suo
carisma era stato per lo meno sottovalutato. Forse questo faceva parte della sua
attrattiva, dato che il suo aspetto comune sembrava escludere ogni suggestione
ciarlatanesca.

Dopo che lui se n'era andato la notte prima, Midge e io eravamo troppo tesi per
discutere seriamente su quello che era avvenuto e le sue conseguenze. Quando le
feci notare ancora che qualche cosa stava succedendo a Gramarye, lei si limitò a
dire di essere troppo stanca e di volere andare a letto.

Io la seguii cercando di portarla al buon senso (buon senso? Quello che cercavo
di farle capire era folle anche per me), ma lei non voleva saperne. Mi disse che
avevo una mentalità limitata. Questo mi fece veramente arrabbiare considerando
che proprio lei era cieca a tutte le cose misteriose che ci avvenivano intorno.
Sarebbe bastata quella sola notte col vento che ululava, i pipistrelli che
infuriavano nella soffitta, e l'immediata quiete appena Mycroft ebbe aperto la
porta per andarsene. Il problema era: c'erano veramente state delle raffiche di
vento? Era possibile che la notte fosse divenuta improvvisamente calma? E
guardate l'effetto che il luogo aveva avuto sui sinergisti! Accidenti. Joby era
stato lì lì per andarsene davanti ai nostri occhi, e per la seconda volta Kinsella
aveva dovuto fuggirsene in fretta e furia. Andai avanti così ancora per un po',
fino a esaurirmi. Le feci ricordare tutto: il suo disegno rovinato, le allucinazioni
di Bob, le mie allucinazioni, la guarigione del tordo, la fiducia degli animali e
degli uccelli, l'apparente rifioritura del giardino. Anche i nostri gloriosi amplessi
(fino a pochi giorni prima) e il suo bel lavoro (prima che fosse rovinato), perfino
la mia ispirata bravura con la chitarra. Rievocai tutto quello che mi veniva in
mente.

Ma era come parlare a un muro. Lei non voleva saperne.

Tuttavia mostrò dell'interesse quando io arrischiai la teoria che forse era stata lei
quella che aveva guarito il mio braccio e non Mycroft con la sua mistura magica
e le sue finte capacità paranormali: lei e qualsiasi magia che alloggiasse a
Gramarye, entro le sue mura, nel suo terreno, nella sua atmosfera - nella
maledetta eredità - e operasse attraverso di lei, LEI, Midge Gudgeon, innocente
catalizzatore, o intermediario, o istigatore. Così come lo era stata Flora
Chaldean! E chiunque avesse abitato nel villino prima di lei!

Stavo divagando, inventando, traendo idee dall'aria. O così immaginavo. Può


essere stata la mia stanchezza e lo stato emotivo in cui mi trovavo, a trascinarmi
in una di quelle rare condizioni in cui la mente inconscia prende il sopravvento e
mette allo scoperto pensieri che sono normalmente vani o addirittura inconce-
pibili.

E, forse, il mio inconscio era sostenuto da qualche cosa di più profondo e perfino
più misterioso, qualche cosa completamente fuori di me.

E quando ebbi finito e detto tutto, fui io a perdere ogni interesse: fui io quello
che non riusciva più a tenere gli occhi aperti, che doveva spogliarsi e andare a
letto, completamente esausto e svuotato.

Come ho detto, lei era interessata, ma non cercò di scuotermi. L'ultima


immagine che ebbi di Midge prima di infilarmi tra le lenzuola fu quella di lei
seduta sulla sponda del letto, che mi studiava con un particolare bagliore negli
occhi. Dopo di che caddi contento nel sonno. Ma più tardi mi svegliai trovando
Midge sveglia, che fissava i piedi del letto.

Ne fui stupito. Evidentemente gli eventi della sera le avevano provocato un


incubo, e io la spinsi ancora sotto le lenzuola cercando di convincerla. Sebbene
non avesse dato risposta alle mie obiezioni, ero sicuro che non le aveva
accettate. Rimase sdraiata, ferma e tranquilla, e quando le sfiorai una guancia mi
accorsi che era bagnata.

Tentai di fare del mio meglio per consolarla, ma purtroppo, poco dopo, mi
accasciai su di lei - la mente vuole, ma la carne è debole - e mi addormentai
nuovamente. Sperai solo che la stanchezza avesse sopraffatto anche lei e che
anche lei si fosse addormentata; l'idea che fosse rimasta sveglia al buio, con la
convinzione di avere visto gli spettri dei suoi genitori, forse pensando che
sarebbero tornati durante la notte, mi faceva rabbrividire. E mi sentivo
colpevole.

Tirai indietro le coperte e misi le gambe giù dal letto cercando l'orologio. Quasi
le dieci. Midge avrebbe dovuto svegliarmi prima.

Per prima cosa, seduto sul bordo del letto, notai che l'odore di muffa della sera
prima persisteva, un odore di umidità e di intonaco vecchio; poi mi accorsi che
stavo guardando a bocca aperta qualche cosa sull'altro lato della stanza senza che
il mio cervello intorpidito riuscisse a capire che cosa stessi guardando. La lunga
fessura nel muro, che andava dal pavimento al soffitto, in qualche modo non si
imprimeva nella mia mente.

«Accidenti,» dissi quando finalmente capii.

Mi alzai in fretta e attraversai la stanza fermandomi solo quando qualche cosa di


piccolo e di morbido fu schiacciata dal mio piede nudo. Feci un salto
imprecando più forte quando il pungiglione mi colpì mezzo secondo dopo; caddi
indietro sul letto e mi afferrai il piede. Trovai la piccola sporgenza, come una
spina, e, servendomi delle unghie come pinzette, la estrassi. La zona attorno alla
minuta puntura era già rossa, e io cercai a terra il colpevole La vespa schiacciata
era a una sessantina di centimetri, e io immaginai che il suo rantolo di morte
fosse una risata di vendetta.

Chinatomi, raccolsi il peloso corpicino schiacciato e, zoppicando, lo portai,


insieme alla sua arma, nel bagno, soffermandomi un poco a guardarlo
galleggiare a mia volta con un ghigno di vendetta. Tornato nella stanza da letto,
esaminai la fessura nel muro: il nuovo intonaco si era diviso in due margini
dentellati e molto vicini fra loro. Ma una fessura è sempre una fessura.
Questo per quel che riguardava la perizia di O'Malley.

Mi infilai la vestaglia e lasciai la stanza per andare in cerca di Midge. Era di


sotto, seduta sul gradino della cucina, col mento sulle ginocchia, guardando i
fiori del giardino. Anche questa volta, dapprima, non notai quello che era fuori
posto o, in questo caso, quello che non era in nessun posto.

Mi chinai e la baciai sul collo. Non rispose. Si mosse appena e io mi rannicchiai


accanto a lei.

Sebbene fossimo sul lato in ombra del villino, pensai che il sole doveva essere
allo zenit dal modo con cui operava sui brillanti colori del giardino. E, in alto, il
cielo era di un azzurro pallido con vaghi gruppi di nubi dispersi nella distanza.
Ma, nella parte in ombra dove eravamo seduti, l'aria era fredda.

«Come stai, oggi, Folletto?» tentai con voce disinvolta. E le misi una mano sul
braccio.

La sua risposta fu laconica. «Molto confusa.» E non disse altro.

«Sì, anch'io. Ma non così confuso da non poter vedere Mycroft e la sua piccola e
misteriosa setta per quello che sono.»

«Lascia stare, Mike,» disse con voce atona.

Cercai di essere comprensivo. «Non credo che possa farlo anche tu. Sei troppo
"innamorata" di loro, e questo mi spaventa.»

Si strinse nelle spalle, un movimento breve, quasi ritraendosi in sé.

«Midge, hai pensato a quello che ti ho detto stanotte?»

Sempre senza guardarmi rispose: «Mi hai detto tante cose. Tu le ricordi?»
Adesso si voltò verso di me.

Giusto, non potevo. Avevo parlato tanto da avere in testa un gran disordine, non
ero tanto affaticato quanto confuso. Solo più tardi queste nozioni avrebbero
potuto chiarirsi. Mi duoleva la testa e mi sentivo bruciare lo stomaco anche se la
sera prima avevo bevuto un unico bicchiere di vino.
«Che cosa è successo ai nostri amici, quest'oggi? Ce n'erano sempre due o tre
che svolazzavano in cerca di cibo, a quest'ora.»

«Non lo so,» rispose Midge senza espressione sulla faccia.

Aggrottai la fronte. «Forse hanno trovato un menù migliore da qualche altra


parte,» dissi debolmente, rifiutandomi di credere che ci fosse un qualche
significato in questo cambiamento di abitudini, ma sentendomi molto
contrariato. «Spero comunque che Rumbo sia da queste parti, eh?»

Scosse la testa. «Non si è ancora visto.»

Ciò mi impensierì. Doveva essere successo qualche cosa di brutto se quel


golosone non era ancora comparso. Ricordai le parole di Bob al telefono: c'è una
brutta atmosfera a Gramarye.

Midge si alzò e la mia mano cadde come un peso morto. «Devo vestirmi e
andare in paese a fare delle compere,» disse fredda e si volse prima ancora che
avessi avuto il tempo di alzarmi.

«Aspetta un minuto.» Le presi il braccio tirandola a me. «Siamo amici, no? Non
solo innamorati, ma anche amici. Non tenerti tutto dentro, Midge, per quanto
male tu possa pensare di me. Va bene, stanotte ti ho turbato con alcune mie
supposizioni, ma questo non deve impedirci di parlare. Tutto quello che faccio
per te, lo faccio per il tuo bene. Dannazione, ti amo più di quanto riesco a
esprimere...»

In altri momenti lei avrebbe aggiunto: «Io ti amo di più ogni giorno che passa...»
e io avrei continuato: «Domani ti amerò il doppio...» e così via come in un
duetto. Ma quella mattina niente, nemmeno un sorriso. Tutto quello che ottenni
fu un silenzio turbato.

In quel momento la tensione parve abbandonarla per un istante. Guardò a terra


evitando il mio sguardo. «Io non ti amo di meno, Mike, nulla può cambiare
questo. Ma io devo scoprire...»

La strinsi forte. «Tu non hai fatto nulla di cui debba vergognarti.»

«Non vuoi ascoltarmi.»


Mi controllai. «Io sto solo tentando di farti ragionare, mi capisci? Sai che cosa
penso? Penso che ti senti colpevole della tua felicità. Ne ha avuta tanta - ne
abbiamo avuta tanta - da figurarti per qualche assurda ragione che tua madre
doveva morire perché tu potessi ottenerla. È questo ciò che ti angoscia, Midge.»

Scosse la testa con violenza. «Questo è sciocco.»

«Dici? Tu hai avuto la tua libertà quando lei è morta...»

«Si è uccisa,» insistè.

«D'accordo, si è uccisa. Tu eri giovane, avevi un grande talento, e così forse ti


sei domandata come sarebbero andate le cose senza legami, senza responsabilità.
Chi non lo avrebbe fatto, nella tua situazione? E adesso che è passato tanto
tempo, ti senti in colpa per esserti chiesta come sarebbe stata la tua vita senza
legami familiari. E io non mi meraviglierei se fosse stato questo odioso Mycroft
a instillarti questi sensi di colpa.

«Lui non...»

«Che cosa vuoi fare? Chiedere il loro perdono? Quando siamo arrivati qui mi
dicesti di desiderare che ci fosse qualche modo per far sapere ai tuoi genitori
quanto eri felice. Lo ricordi? In qualche modo questo desiderio è cambiato e
adesso vuoi il loro perdono per essere così maledettamente felice. Come mai i
tuoi sentimenti hanno preso improvvisamente questa direzione? E successo il
giorno in cui sei andata da sola al Tempio? Quando io ero a Londra?»

Tentò di liberarsi da me, ma la tenni ferma.

«Mi ha fatto capire!» mi gridò. «Tu non lo conosci...»

«Non voglio conoscerlo! Quello che voglio sapere è perché ti fa questo.»

Adesso cercò più decisamente di liberarsi. Mi guardò con occhi infuocati, il


corpo piegato, come un bambino recalcitrante.

«Questa notte hai detto che c'era qualche cosa di straordinario in Gramarye.» Era
quasi un'accusa. «Non hai detto proprio così, ma il senso era questo. Tu stesso
hai supposto che io ne fossi coinvolta, che ne facessi parte.»
Sapevo di avere detto qualche cosa di simile, ma in quel momento non riuscivo a
ricordare perfettamente.

«Credi che sia pazza, Mike? Credi che io non abbia notato ciò che è avvenuto
intorno a noi?»

«E allora perché non...»

«Perché è troppo delicato per essere messo in questione! Va bene, ammetto che
in certa misura vi ho opposto una barriera, ma questo perché temevo di perdere...
di perdere...»

Scosse la testa, incapace di trovare le parole. Incapace, sospettai, di chiarire le


sue idee. Feci un passo verso di lei, ma lei indietreggiò.

Strinse i pugni. «Mycroft è l'unico che possa aiutarmi.»

«No!» Adesso spettava a me gridare.

«Lui capisce.» Aprì i pugni e lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Non voleva
più discutere.

Mi scivolò accanto e io udii i suoi piedi nudi che salivano le scale nell'interno
del villino; l'asse di uno scalino scricchiolò rumorosamente sotto il suo peso.
Pensai di seguirla, ma nemmeno io volevo discutere. Ero troppo esausto.

«Il signor O'Malley?»

«Sì, chi parla?»

«Qui Mike Stringer.»

«Come? Stringer?»

«Lei ha lavorato per il nostro villino. Gramarye.»

«Ah, il signor Stringer.» Poi più lentamente. «Sì... Gramarye. Che cosa posso
fare per lei, adesso»

«Temo che si siano ripresentati alcuni problemi.»


La sua cadenza irlandese divenne un poco più forte. «Non capisco quali possano
essere, signor Stringer. Abbiamo fatto un lavoro completo.»

«Sì, ma il muro nella stanza da letto principale si è spaccato di nuovo e alcune


porte non si chiudono bene...»

«Aspetti un secondo, signor Stringer. Mi lasci trovare la nota dei lavori fatti nella
sua proprietà.»

Un tac mentre il ricevitore veniva messo giù all'altro capo. Rimasi nel piccolo
corridoio in cima alle scale, la mano libera infilata nella tasca dei jeans, sperando
che le tre aspirine che avevo preso venti minuti prima operassero sul mio mal di
testa. L'odor di muffa nell'aria non mi aiutava a chiarirmi le idee.

«Eccomi, vediamo...» riprese la voce dell'Irlandese. Dei disturbi sulla linea mi


costrinsero ad allontanare il ricevitore dall'orecchio. «Ah, bene. Abbiamo fatto
uno splendido lavoro sulla parete di quella stanza da letto. Non capisco come si
sia riaperta. Immagino che non avrà fatto fare altri lavori in quel punto, signor
Stringer.»

«Assolutamente no.»

«Capisco. Be', è strano. Qual era l'altro inconveniente?»

«Le porte. Devono essersi deformate di nuovo».

«Nella mia nota non si parla di porte.»

«Le avete dovute piallare prima di dipingerle.»

«No, no, qui non se ne parla. Le abbiamo lisciate, naturalmente, una semplice
raschiatura prima di dipingerle. Adesso ricordo, sì, ricordo che le ha menzionate
quando abbiamo parlato del lavoro. Non c'erano anche delle ante di armadi a
muro?»

«Giusto.»

«Bene, il capo mastro mi ha detto che le porte erano a posto. Non c'era da fare
altro che lisciare le superfici. Alcune intelaiature delle finestre erano marce e le
abbiamo sostituite. Nella fattura che le abbiamo mandato non c'era altro.»
Udii un rumore sopra la testa.

«Le porte si possono deformare con il caldo, signor O'Malley?»

«Dipende. In pieno sole, forse, o a volte con un tempo molto umido. Certo abita
in una casa molto vecchia, e le strutture in legno risentono dell'età.»

«Ho notato che alcune cementature all'esterno non sembrano buone. Si stanno
sgretolando.»

Lo udii trarre un lungo respiro, più di stanchezza che di meraviglia. «Questa è un


altra cosa. Posso mandare qualcuno a dare un occhiata, ma credo di non poterlo
fare prima di un settimana. E un periodo di lavoro, con il tempo così buono.»

«C'è qualche altra cosa che temo richieda un intervento urgente.»

«Di che si tratta?»

«L'architrave sopra il fornello della cucina. C'è una crepa anche lì, e ho notato
che la pietra comincia a cedere nel mezzo. Solo di poco, ma la faccenda mi
sembra pericolosa.»

«È un nuovo lavoro. Come le dicevo siamo molto occupati, in questo


momento...»

«L'architrave era nel mio elenco dei restauri. Abbiamo notato la spaccatura
prima di traslocare.»

«Non ricordo... ah, aspetti un momento. È vero, adesso mi torna in mente. Ci


aveva dato tutta una lista di riparazioni che erano inutili. Per questo la spesa è
stata al di sotto del preventivo ; i miei uomini non sono riusciti a individuare
metà delle riparazioni da lei indicate.»

«È assurdo.»

«Sembra anche a me. Il mio capo operaio suppose allora che lei avesse confuso
l'elenco con un'altra proprietà che aveva in mente di acquistare. Un'altra ditta che
fosse stata un po'... Tom Mix...»

«Come?»
«.. .un po' cowboy, le avrebbe messo in conto tutto senza dire una parola. Bene,
posso mandare qualcuno a vedere, ma non subito, temo. Diciamo martedì
prossimo? Le va bene?»

«Quell'architrave è pericoloso...»

«Lei usa quel fornello? Immagino di no. Puntelli la pietra e ci giri al largo, non
deve fare altro. Le manderò uno dei miei uomini martedì prossimo e vedremo
quello che si può fare. Ecco qua, l'ho scritto sul mio taccuino. Darà un'occhiata a
tutto quello che deve essere fatto e noi saremo lì appena riprende a piovere.
Buon giorno, signor Stringer, spero che si trovi bene in questa bella parte della
foresta.»

Sentii un clic e tutto finì lì. Per quel che riguardava O'Malley, i problemi erano
risolti.

Ed ecco ancora quello strano rumore che proveniva dal piano superiore.

Feci due passi e allungai il collo sulle scale. Sapevo che cos'era quel rumore.

Ma adesso vi erano altri rumori, al piano di sotto.

Ascoltai attentamente, indeciso su quali investigare per primi anche se ero


piuttosto incline a non investigare affatto.

Altri rumori dal basso. Stridii e fruscii di carta.

«Midge?» Forse era già tornata dal paese. Nessuna risposta, ma forse era ancora
arrabbiata con me.

«Midge, sei tu?»

Sentivo che c'era qualcuno; ma non rispondeva. Rimasi in cima alle scale
chinandomi pericolosamente verso la curva per guardare dalla parte della cucina,
il mio luogo preferito.

Una tazza da tè tintinnò nella credenza (non ne avevo lasciate sulla tavola).

Non mi concessi tempo per riflettere, spinto dalla mia stessa paura, e scesi
zoppicando perché la puntura della vespa mi faceva ancora male.
Mi fermai sulla porta della cucina e tirai un respiro di sollievo.

«Rumbo, mascalzone!»

Da uno scaffale della credenza, lui mi rimproverò per averlo a mia volta
spaventato. Un pacchetto di biscotti era aperto sulla tavola, con il contenuto
sparso e rosicchiato.

«Tu, almeno, non ci hai lasciati,» dissi. Presi un biscotto spezzato e glielo porsi;
lui me lo prese di mano, sempre protestando.

«Così, dove sono gli altri, quest'oggi?» lo interruppi. «Hanno anche loro paura di
Gramarye? Per questo non sono venuti a far colazione?»

Probabilmente lui se lo domandava come me.

«Ci vuole ben altro per spaventare te, non è vero? Ma io devo avvertirti: le cose
qui non sono più le stesse, e anch'io ho un po' di paura. E nell'atmosfera, lo
senti? E come qualche cosa che si arrampica e scompare ogni volta che ti volti
per guardare. Mi capisci?»

Non credo che mi capisse. Continuò a rosicchiare il suo biscotto drizzando ogni
tanto la testa verso di me in quel suo modo che ricordava un cagnolino ma senza
badare molto a quello che gli dicevo. Che cosa potevo aspettarmi da uno
scoiattolo?

La porta della stanza dell'attico rimaneva come inchiodata al suo telaio (mi passò
per la mente l'idea che qualcuno vi si appoggiasse contro dall'altra parte).

Io ero sul gradino sottostante, girando la maniglia e allo stesso tempo spingendo
con l'altra mano. Rumbo mi aveva tenuto compagnia nel mio cauto viaggio su
per la scala a chiocciola, come incuriosito al pari di me da quello strano suono.
Ogni volta che il rumore si ripeteva - vi erano lunghe pause fra 1'uno e 1'altro -
la sua testa saltava su, e lui guardava di qua e di là con rapidi movimenti
scattanti. I suoni avevano un certo andamento musicale e per questo mi erano
familiari.

Erano i suoni di un pollice che passasse sulle corde di una chitarra.

Tuttavia, ancora più blande, quasi una semplice risonanza, le vibrazioni


andavano lentamente smorendo lasciando quello che sembrava un silenzio
profondo e meditativo prima che le corde fossero nuovamente disturbate.

Fortunatamente - dopo avere sfoggiato tutto il mio coraggio scendendo con


baldanza in cucina - mi si era già presentata una spiegazione. Un uccello, o forse
un pipistrello insonne, aveva trovato in qualche modo la strada per entrare nella
mia sala-musica e le sue ali battevano contro la chitarra ogni volta che vi volava
vicino. Altra ipotesi, una famiglia di topi poteva aver fatto il nido in uno degli
strumenti, e i suoi membri strusciavano contro le corde nell'entrare o nell'uscire
dalla cassa armonica. Entrambe le spiegazioni mi sembravano ragionevoli, e io
ero ancora pronto a credere nella ragione (anche dopo tutto quello che era avve-
nuto).

Spinsi più forte e la porta cedette di qualche millimetro. Nell'interno vi era stato
silenzio per più di un minuto.

Tentai di nuovo urtando la porta con la spalla. I legni scricchiolarono e la porta si


aprì; poiché stringevo ancora la maniglia, il battente non si spalancò e io gli feci
compiere piano il resto del percorso.

A prima vista la stanza apparve vuota. Ma poi venne quasi da piangere quando
vidi lo stato in cui erano le mie due chitarre. Entrai di corsa nella stanza e caddi
in ginocchio di fronte a esse ed emisi un grido d'angoscia.

Il manico della Martin, che era stata messa per dritto appoggiata a una parete in
ombra, si inarcava verso di me come per inchinarsi al mio ingresso. La spagnola
da concerto era lì sul pavimento, evidentemente era caduta in un momento in cui
il colpo non era stato udito; e il suo manico era inclinato in su, come un ometto
che cercasse di alzarsi. La prima e la seconda corda erano saltate in entrambe, le
altre erano fortemente tese dall'alto al basso tirando il manico con una tensione
incredibile. Non riuscivo a capire come potesse essere avvenuto: nessuna era
rimasta direttamente al sole, che avrebbe potuto alterare il legno (in tal caso
comunque, le corde si sarebbero allentate, non tese), e nessuna era stata
accordata sull'acuto: io tengo le corde a tensione normale, salvo eccezioni
temporanee, nel qual caso allento sempre le corde dopo l'uso. Le corde di nylon
possono restringersi se soggette a temperature estreme, purché non si spezzino
prima; ma le corde d'acciaio della Martin?

Scossi la testa sbigottito e sconvolto, addolorato come se mi avessero ucciso un


cagnolino.

Una leggera brezza alitò dalla finestra che avevo lasciato aperta di pochi
centimetri giorni prima per rinfrescare la stanza e fece vibrare le corde troppo
tese. L'eco fu più simile a un singhiozzo che a un suono musicale.

Mi battei un pugno sulla coscia inveendo, poi inveii ancora. Sebbene le chitarre
fossero irrimediabilmente rovinate (i manici avrebbero potuto essere sostituiti,
ma sarebbe stato dispendioso e di esito incerto) girai le chiavette allentando le
corde. Con un certo nervosismo aprii l'astuccio della Fender ed esaminai la
chitarra elettrica; ebbi la sensazione di aprire una bara per dare un'occhiata al
cadavere. Per fortuna lo strumento era in buon stato.

Dopo di che, potei solo rannicchiarmi a terra e contemplare i miei strumenti resi
invalidi, anzi, colpiti a morte, mentre Rumbo si dava alla pazza gioia saltando
per la stanza senza badare alle mie sventure. Io lo lasciai giocare, contento che
almeno uno di noi non fosse preoccupato di nulla.

Rimasi lì pensoso per un po' di tempo e non so bene che cosa mi avesse infine
risvegliato: forse le stridule "chiacchiere" dello scoiattolo, o il rumore di un
movimento sulla mia testa. Era stato un mattino pieno di rumori lontani, così che
non fui né sorpreso né turbato dall'udire altri suoni. E naturalmente, questa volta,
l'origine di quei rumori era evidente; i pipistrelli erano inquieti.

Ma non furono i rumori a spingermi a portare una sedia nel centro della stanza
per raggiungere la botola. Avevo gettato lassù il disegno di Midge lo stesso
giorno in cui avevamo scoperto la sua grottesca trasformazione: solo alzando un
poco la botola e scagliandolo dentro, fuori della vista e fuori del pensiero. Bru-
ciarlo sarebbe stato troppo simile a un rituale. Adesso, ancora perplesso per quel
mutamento, volevo dargli un altro sguardo. Forse pensavo, pazzo ottimista che
sono, che potesse essere tornato normale. Comunque volevo studiare il disegno
più attentamente.

Mi misi in equilibrio sulla sedia, con una mano contro lo sportello della botola e
tenendo con l'altra la torcia che adesso avevo sempre pronta nell'attico per
visitare la soffitta. Sollevai lo sportello, nervoso per i nostri amici notturni, ma
convinto, come mi era stato detto così spesso, che non fossero pericolosi.

La botolona si aprì con un misterioso cigolio di "vecchia casa buia" che fece
scomparire Rumbo giù per le scale con uno strido di paura. Mi ripromisi di
oleare i cardini alla prima occasione. Alzando la torcia, mi servii dello schienale
della sedia come vacillante sostegno e mi tirai su con la mia solita mancanza di
dignità. Seduto sul bordo, mi maledissi per avere lanciato il dipinto con tanta
forza: potei distinguere la sagoma rettangolare prima ancora di volgere la luce su
di esso, e mi resi conto di dover strisciare sui travicelli per poterlo raggiungere.

Prima di farlo, rivolsi il raggio per tutta la soffitta e rabbrividii nel vedere le nere
forme appese, con la certezza che erano divenute più numerose dell'ultima volta
che le avevo viste. Riempivano ogni centimetro di spazio fra i travicelli, come
quella prima volta.

Ma perlomeno erano fermi e tranquilli come se la mia intrusione avesse arrestato


la loro attività. Mi domandai come considerassero la mia presenza. Con paura?
Con ostilità? O sentivano adesso che Midge e io non avevamo intenzione di far
loro alcun male?

Un piccolo squittìo isolato attrasse la mia attenzione verso una trave alla mia
sinistra. Illuminai un gruppo di pipistrelli particolarmente folto; uno, presso il
centro, stava facendo piccoli movimenti scattanti, con la testa piegata in su,
verso lo stomaco. I suoi denti aguzzi furono colpiti dalla luce mentre apriva la
piccola brutta bocca per emettere un altro squittìo appena udibile.

Altri squittii risposero dagli angoli più bui della soffitta, tutti isolati e in qualche
modo patetici.

Tirando su le gambe, cominciai a farmi strada verso il dipinto non volendo


restare in quel buio un attimo più del necessario. I travicelli mi facevano male
alle ginocchia mentre stisciavo, e l'odore degli escrementi di pipistrello era più
forte e sgradevole dell'ultima volta che ero stato là. Tentai di tenerne lontana la
mano libera mentre passavo guidandomi con la torcia, ma quella porcheria era
dappertutto e presto dovetti pulirmi la mano sui jeans. Decisi che camminare
direttamente sui travicelli chinandomi e tenendomi in equilibrio, sarebbe stato
più facile, così mi alzai barcollando goffamente per un paio di secondi con i
piedi su due travicelli paralleli.

Immediatamente urtai uno di quegli animali.

Il pipistrello stridette e battè le ali contro di me, mentre io indietreggiavo


vacillando sulle gambe malsicure e battendo l'aria con le mani.
Piegato a metà e ancora un poco vacillante, ritrovai l'equilibrio e volsi la torcia
sul pipistrello colpito per assicurarmi che non si preparasse ad attaccarmi.

Quello che vidi mi fece venire la nausea. Inghiottii a fatica.

A pochi centimetri dalla mia testa, il pipistrello che avevo colpito si contorceva
in piccoli movimenti spasmodici, con le ali piegate all'indietro e la viscida coda
all'ingiù. Qualche cosa di rosso, lucente e ripugnante gli stava uscendo fra le sue
zampe.

Io guardavo ipnotizzato, pieno di ripugnanza e tuttavia orribilmente affascinato.

Quella cosa rosea e gibbuta aumentava in dimensioni, fragile forma lucente nella
luce della torcia. Il piccolo corpo scivolava fuori, lento e umido, prendendo
forma - una forma sgradevole - scaricato dal grembo materno come una
pallottola ovale rosea spremuta da un sacchetto, finendo col cadere sullo
stomaco del pipistrello madre, sostenuto dal cordone ombelicale. La madre
chiuse le ali attorno al nuovo nato alzando la testa e tirando fuori la lingua per
pulirlo.

La nascita potrebbe essere stata meravigliosa per un amante della natura, ma per
me, in quella soffitta buia, tra una massa di piccoli mostri appesi a capo in giù, fu
una cosa orribile.

Tentai disperatamente di strisciar via, attento a non scivolare fra i travicelli, e


riuscii solo a disturbare quelli che erano dietro di me. E nel voltarmi, facendo
scorrere la luce attorno alla soffitta, vidi altre nascite, altre pallottole rosa che
uscivano ciondolando sul petto delle loro madri. Non solo due o tre, ma dozzine.
Giuro di averne viste dozzine. Dovunque gettassi il raggio della torcia vedevo lo
stesso movimento nauseante, la stessa viscida lucentezza sui corpi minuti che
riflettevano il raggio. Sembravano getti di pus fuoriuscenti da ferite aperte.

Andai barcollando verso la chiara apertura quadrata scivolando sui travicelli e


ammaccandomi le ginocchia contro di essi, ma senza fermarmi, ficcandomi
strisciando schegge di legno nelle mani, con il raggio della torcia che scattava
qua e là, turbando i pipistrelli che squittivano per protesta o per paura, o forse
per entrambe le cose.

Uno mi volò vicino al volto e mi sentii alitare l'aria umida sulla faccia. Qualche
cosa mi battè leggermente sulla schiena fermandosi lì per un momento prima di
cadere.

Per poco non diedi un urlo.

Poi raggiunsi l'apertura e vi scivolai attraverso con le gambe, aggrappandomi


con le mani per non scivolare sul pavimento. I miei piedi trovarono la sedia sotto
di me, e io mi aggrappai allo sportello chinando la testa mentre un piccolo corpo
usciva dall'ombra sfiorandomi il braccio.

Tirai lo sportello riuscendo appena a ritirare le dita prima che si chiudesse di


colpo.

Rimasi sulla sedia con le mani sulle ginocchia, mentre la torcia rotolava sul
pavimento dove l'avevo lasciata cadere, e tirai un lungo respiro sperando di non
vomitare.
32.
PAGINA VENTISETTE
Mi allontanai da Bunbury irritato, confuso e non so che altro. Disorientato,
credo. Sì, e snervato.

L'avvocato di Flora Chaldean aveva accettato di ricevermi con notevole


riluttanza, e in realtà non aveva altra scelta. Aveva delle responsabilità circa la
vendita di Gramarye, e io insistetti per un incontro. Forse si sentiva in colpa.

Volevo vederlo perché vi erano certi argomenti relativi alla vecchia signora e al
villino che richiedevano una spiegazione, e Ogborn era probabilmente il legame
più importante, se non l'unico. Volevo essere informato. Volevo sapere di più su
Flora Chaldean. Volevo sapere di più su Gramarye. Volevo sapere che
collegamento vi fosse con i sinergisti.

Ebbene, avevo avuto delle risposte, ma non potevo dire che fossero spiegazioni.
Adesso ero confuso in un altro modo.

Bickleshift, l'agente immobiliare che ci aveva venduto la proprietà, fu il primo


con cui cercai di prendere contatto dopo la mia sconvolgente esperienza con i
pipistrelli in soffitta, ma era via per una vacanza di due settimane. Potrete
pensare, per inciso, che io abbia reagito eccessivamente a questo incidente -
dopo tutto si trattava solo di mammiferi alati con le orecchie a punta, che
partorivano - ma avreste dovuto essere lì per capire che vi era qualche cosa di
più, che non vi era nessun Bambi in questi piccoli cuccioli, nulla di grazioso in
essi: L'emergere di una nuova vita era più simile a un'escrezione che a una
generazione. Era come assistere a una propagazione di disannonia,
all'affermazione di influenze maligne piuttosto che al naturale piacere della
natura, perché adesso avevo capito che c'erano due aspetti, in Gramarye, due
climi o latitudini, comunque vogliate chiamare queste atmosfere opposte. Forse
due zone diverse: positiva e negativa. Avevamo sperimentato il bene, il positivo,
quando eravamo arrivati lì. Adesso qualche cosa stava spingendolo da parte.
Secondo le parole di Bob Dylan, "i tempi stavano cambiando." E, tornando
indietro col pensiero, i cambiamenti erano cominciati con la comparsa dei
sinergisti.

Questi pipistrelli appena nati significavano in qualche modo che la malsana


metamorfosi di Gramarye era in cammino: un cambiamento che non poteva
essere improvviso ma veniva strisciando, lento come un mostro che dall'oceano
si fa strada verso la spiaggia, imparando a respirare e raccogliendo forze per po-
tervi salire. Sospinto da coloro che possono valersi del suo potere.

Assurdo? Questa è solo metà della storia.

Ma precorro i tempi, e parlo di queste cose solo perché così venivano in me le


intuizioni, come gocce di consapevolezza che cadevano a caso dall'alto,
colpendomi la testa come piccoli sassi prima di filtrare nel mio cervello. Quel
giorno, nel tornare al villino, ricordavo esattamente quello che avevo detto a
Midge un paio di sere prima, suggerendo che lei fosse una sorta di catalizzatore
o di intermediario. Mi domandavo se i sinergisti, e in particolare Mycroft, non
fossero un'altra sorta di catalizzatori.

Comunque, Bickleshift era via, e così mi rivolsi all'avvocato che aveva


tergiversato e infine mi aveva dato appuntamento per il giorno dopo nel
pomeriggio.

Non avevo detto nulla a Midge quando era tornata dal paese, non le avevo
nemmeno parlato di come le mie chitarre si fossero deformate per l'inesplicabile
tendersi delle corde. Avevo bisogno di alcuni dati di fatto per presentare il caso.
In ogni modo lei sembrava troppo preoccupata dai suoi pensieri, e credeva che
fossi andato a Bunbury per comprare della carta da musica.

Avevo passato una brutta notte e anche Midge era stata agitata, ma nel sonno.
Mormorava e si agitava, si aggrappava alle coperte come se avesse paura di
precipitare in qualche abisso d'incubo.

1 miei deboli tentativi per superare il suo continuo riserbo, il mattino dopo,
caddero nel vuoto tanto per colpa mia quanto per colpa sua: eravamo come due
protagonisti storditi, un po' troppo confusi per vedersi con chiarezza, figuriamoci
per fare un passo decisivo. Solo quando mi allontanai dal villino, nel
pomeriggio, i miei pensieri e le mie energie ripresero forma. Sì, era un sollievo
essere lontani da quel luogo.

Quando tornai, Cantrip era quasi deserta, e io guardai l'orologio. Quasi le sei:
non mi ero accorto che fosse così tardi. 1 negozi erano chiusi e gli abitanti,
probabilmente, si preparavano per la cena.
Attraversai il villaggio dirigendomi ai sentieri nella foresta. Presto sarei stato a
casa. E qui sorgeva il problema: di quale casa si trattava? Mycroft avrebbe
potuto saperlo meglio di ogni altro.

Tenni una velocità sostenuta, desideroso di essere ancora con Midge e sperando
che, questa volta, avrebbe ascoltato quello che dovevo dirle, quello che Ogborn
mi aveva detto. Ma l'avrei fatta ascoltare. Quale che fosse il suo atteggiamento,
sarebbe stata costretta ad ascoltare. Poi avremmo studiato insieme i sinistri
progetti di Mycroft.

Ero stranamente nervoso per la minacciosa profondità della foresta ai due lati
della strada.

Gramarye apparve con le sue mura bianco crema inondate dai raggi del sole che
impallidiva. Il giardino era pieno di colori. Solo quando mi avvicinai, i fiori
apparvero appassiti e le mura del fabbricato rivelarono i loro difetti nascosti.
Parcheggiai l'automobile vicino al prato e saltai il recinto.

Sentii il telefono squillare all'interno.

La porta era chiusa e ne fui meravigliato: Midge amava l'aria fresca nelle stanze
e le piaceva vedere il giardino dalla cucina. Il telefono continuava a squillare.

Aprii la serratura e premetti sulla porta incontrando dapprima qualche resistenza.


Una pressione più forte spinse la porta nell'interno e io mi fermai un momento
sulla soglia per abituare gli occhi all'oscurità. Quell'ombra parve stranamente
lenta a cedere il posto alla luce che veniva dalle mie spalle.

Chiamai Midge, ma ero già sicuro che non era lì: la porta chiusa, il telefono
lasciato senza risposta e un'altra cosa: la quasi tangibile freddezza della sua
assenza. Solo il persistere di quello squillo riempiva l'aria umida.

Andai alle scale pensando che Midge poteva essere all'altro capo del telefono, o
forse mi chiamava per dirmi dov'era. Ma dove poteva essere andata senza
automobile?

Salii di corsa, certo che lo squillo sarebbe cessato prima del mio arrivo, ma
afferrai il ricevitore che suonava ancora.

Dei disturbi mi colpirono l'orecchio costringendomi a scostare la testa.


«Pronto... pronto...»

Potei udire solo una debole voce sopra le interferenze: la telefonata sembrava
provenire da un lontano campo di battaglia tra un fragore di artiglierie. Battei la
cornetta contro il palmo della mano per liberare i granuli di carbone, e per un
momento il lontano fragore si quietò.

«Mi senti?» chiese una voce familiare.

«Sì. Sei tu, Val?»

La voce dell'agente rimase a lungo in silenzio.

«Mike, Mike, Midge è con te?»

«No. Sono tornato adesso e lei non c'è.»

«Forse è meglio: volevo parlare con te.»

Sentii un brivido d'apprensione.

«Di che si tratta?» chiesi con forzata disinvoltura.

«Non sono sicura. È tutto piuttosto strano, in realtà.»

L'artiglieria riprese e la voce di lei quasi scomparve nel frastuono.

«Mi senti, Mike?»

La sentivo molto debolmente.

«La linea è molto disturbata.»

«Riappendi, Val,» gridai. Scossi ancora il ricevitore, questa volta con maggior
forza. 1 rumori continuarono, ma meno intensi.

«Bene,» dissi. «Che cosa dovevi dirmi?»

«Forse lo troverai molto strano.»

«Oh, davvero?» Sorrisi.


«Ha a che fare con il disegno di Midge,» spiegò lei. «Il dipinto di Gramarye.»

«Continua.»

«Quando ho visto per la prima volta quel disegno, prima... prima che fosse
rovinato... qualche cosa mi ha colpito. Ho avuto l'impressione di averlo già
visto...» I disturbi cancellarono le sue parole per un paio di secondi «...ricordare
dove. Mi persuasi che il cervello mi giocava uno scherzo, dopo la stanchezza del
viaggio. Avevo osservato quel quadro in carne e ossa, per così dire, quando ero
arrivata al villino quella sera. Supposi che quello che credevo di avere già visto
fosse una combinazione della realtà con la fantasia del disegno.»

«Val, questa linea sta per saltare del tutto.»

«Va bene, vengo al punto. Mike, ho trovato una copia di un libro illustrato da
Midge alcuni anni fa...»

La persi ancora e i rumori aumentarono. Il fracasso si calmò dopo un altro colpo


dato al ricevitore. Il palmo della mano stava diventandomi rosso a forza di colpi.

«Scusami, non ho sentito. Di quale libro parlavi?»

«È intitolato Il libro del mago, lo conosci?»

«Sì, ricordo.»

«Bene, cerca a pagina ventisette.»

«Che cosa?»

«Guarda bene e vedrai quello che intendo...»

Diedi uno strattone al telefono perché i disturbi mi esplodevano nell'orecchio,


come se all'altro capo battessero sul ricevitore.

«Mike... mi senti?»

«Appena appena.»

«Mi senti?»
«Ascolta, Val.» gridai, «ti chiamerò io più tardi!»

«... l'illustrazione...»

«Va bene, va bene!» Non so se udì il mio saluto affrettato, ma riappendere il


ricevitore fu un sollievo.

Non restai un momento di più nel corridoio a meditare quello che Val mi aveva
chiesto di fare. Andai dritto alla stanza rotonda e mi avvicinai alla libreria. Lessi
i vari titoli e non trovai quello che cercavo. Ma avevamo molto libri e Midge non
metteva particolarmente in vista quelli illustrati da lei. Subito dopo ispezionai la
stanza degli ospiti, dove c'era la maggior parte della nostra biblioteca. Esaminai
gli scaffali e presto mi venne sottocchio Il regno del mago.

Era un'edizione di formato modesto, un racconto di fate, di streghe, di maghi e di


draghi, dedicato ai fanciulli dai cinque agli otto anni ma, come ci disse l'editore,
comprato anche da molti adulti per il piacere delle illustrazioni. Di questa storia
infantile si era parlato molto nelle riunioni familiari.

Estrassi il libro dallo scaffale e, sebbene la stanza non fosse in ombra, lo portai
presso la finestra.

Fuori la foresta era silenziosa e appariva molto densa.

Sfogliai in fretta le pagine cercando la ventisette e facendomi passare davanti le


illustrazioni in una confusione di colori vivaci.

Ventisette.

Lisciai la pagina con la mano.

Il punto focale del disegno era un bianco castello con molte torri. Ricordavano
vagamente il racconto: era un castello incantato abitato da un mago, il
personaggio più importante di tutta la regione ma ormai vecchio e debole, il
quale cercava un degno successore prima che le forze del male, che vagavano
nei boschi e nel mondo sotterraneo, sottomettessero i suoi territori.

Aggrottai le sopracciglia non riuscendo a trovare un legame con il recente


dipinto di Midge. Ma poi guardai più attentamente.
Nell'illustrazione, in primo piano, vi era un villaggio di folletti con funghi rossi
per case e sassolini multicolori raccolti a formare una strada. I folletti erano un
allegro gruppo. Più oltre cominciava la foresta, di un verde intenso, come la
foresta reale fuori della finestra, silenziosa e folta. Nello sfondo vi erano i
leggeri profili dei colli, la strada che usciva dalla foresta e, alto sui colli, vi era il
castello incantato con il vecchio mago, piccolo, ma chiaramente visibile, sulla
torretta più alta.

Nella foresta vi era una radura, e in quella radura si vedeva una casetta, piccola
ma con particolari finemente disegnati. Parte di essa aveva una forma
tondeggiante.

Non c'era dubbio. Quella casetta era Gramarye.


33.
VOCI
In una foresta non vi sono pause: l'attività continua di giorno e di notte. Ma la
maggior parte dell'azione rimane invisibile a qualsiasi ora. La sera, tuttavia, o di
notte, sembrano esservi più rumori, più movimenti, foglie che stormiscono e,
ogni tanto, ramoscelli che si spezzano. Quanto più tarda è l'ora tanto più ostile e
segreta sembra la foresta. Per un estraneo, naturalmente.

Feci del mio meglio per seguire il sentiero che Midge e io eravamo soliti
percorrere in altre occasioni, sapendo dove mi avrebbe approssimativamente
condotto e sperando che il sole non si sarebbe abbassato troppo prima che
giungessi laggiù. Nel lasciare il villino avevo preso una giacca sapendo quanto
poteva far freddo, sotto gli alberi, in quell'ora serale.

Il morbido terriccio era scivoloso sotto i miei piedi e i miei passi risuonavano
come brevi ansiti mentre io avanzavo a fatica sui densi strati del terreno. Un
ramo si spezzò sotto i miei piedi e il suo scricchiolio mi sembrò un cachinno di
derisione.

Avevo telefonato al Tempio sinergista per sapere se Midge era là, ma le


interferenze erano diventate tali da farmi appena udire la voce che rispondeva
impedendo qualsiasi conversazione. Tuttavia l'istinto mi diceva che lei era là, e
io ero irritato che avesse atteso una mia assenza per andarvi. Avevo riappeso
senza parlare.

A meno che non l'avessero accompagnata in macchina, Midge doveva aver preso
la strada della foresta per andare al Tempio, e per questo seguivo anch'io quella
direzione; non volevo perderla se era già sulla via del ritorno. Questa, comunque
era molto più breve della strada carrozzabile, che faceva un lungo giro con molte
svolte.

Se solo avesse atteso, se solo avessi avuto la possibilità di dirle quello che avevo
saputo! Avrebbe ancora avuto tanta fiducia nei sinergisti? Affrettai il passo.

L'illustrazione del libro era un altro ingrediente nella miscela che sentivo
prossima all'ebollizione. Capivo adesso, perlomeno, perché Gramarye mi era
parsa vagamente familiare quando l'avevo vista uscendo dalla macchina in quella
prima visita. E perché vi era stato un vago riconoscimento quando avevo
osservato il disegno di Midge alcune settimane dopo. Val Harradine aveva fatto
il collegamento, sebbene non subito: aveva dovuto controllare l'opera passata di
Midge per esserne sicura. I particolari dell'illustrazione erano minuti, ma lo stile
dell'artista era meticoloso e sottile, amorosamente attento a ogni parte della
composizione. Nel disegno, la casetta aveva anche un bel giardino.

E li vi era una figura proprio dentro la porta aperta, una figura scura, non più di
un'ombra.

Tutto questo è folle, continuavo a dirmi. Interamente, maledettamente folle. Il


libro era solo un racconto di fate. Una storia per far addormentare i bambini. E
tuttavia ero lì, vagante per la foresta per liberare la mia damigella in pericolo, per
salvarla disperatamente dagli artigli del vecchio, maligno stregone, o mago, o
mistico, o comunque si chiamassero questi personaggi da fratelli Grimm la cui
magia era tenebrosa per non dire nera. Tutto quello che mi mancava era un
cavallo bianco.

Sì, ero ridicolo.

Non rallentai il passo nemmeno per un momento.

Perché stavo imparando a dubitare delle mie credenze naturali. Come tutti
dobbiamo fare prima o poi.

Un paio di volte pensai di essermi perduto nel bosco, ma poi avevo visto qualche
cosa che riconoscevo: un tronco abbattuto e marcio, una quercia di forma
particolare, un laghetto formato dalla pioggia, e avevo capito di essere più o
meno nella direzione giusta. Infine uscii dalla foresta e vidi la casa grigia in
fondo alla vasta pendenza.

La casa, il Tempio, sembrava invecchiare via via che mi avvicinavo, mostrando


screpolature sempre più evidenti. Il sole rossastro, più dietro, ormai basso nel
cielo, non riusciva a dare un po' di calore all'edificio. Il mio passo era fermo e
deciso, credo, e tuttavia mi muovevo con cautela mentre mi domandavo se ero
osservato da qualcuna delle buie finestre.

Presto lasciai la pianura erbosa e mi trovai su di un terreno più solido; c'erano


quattro macchine parcheggiate presso la svolta, una delle quali era la solita
Citroen. Attraversai quello spazio guardando la casa, così come sentivo che lei
guardava me, e salii la scalinata che portava al portone. Volevo entrare
direttamente, ma la porta era chiusa.

Premetti la base del palmo contro il grande pulsante di ottone murato a fianco
della porta e lo tenni premuto. Inoltre mi misi a tirar pugni contro il battente
stesso sfogando così la mia collera.

Presto sentii dei passi nell'interno. La serratura scattò, un battente si aprì appena
e l'Uomo Ossuto guardò dallo spiraglio.

Fece finta di non riconoscermi, ma sapevamo entrambi chi eravamo.

«Midge è qui.» Non era una domanda e quindi non richiedeva risposta.

«Midge?» chiese. La sua voce era scheletrica come la sua faccia.

«Non facciamo scherzi scemo,» dissi, e spinsi forte la porta facendolo


indietreggiare.

Entrai rapido.

«Un momento, lei non può venire qui,» mi avvertì mettendomi le dita ossute sul
petto.

Scostai la sua mano. «Dov'è?»

«Non so di chi parli.»

«Midge Gudgeon. E qui da qualche parte.»

«Credo che lei...»

«Mi faccia vedere Mycroft.»

«Temo che non possa essere disturbato.»

Trassi un sospiro. «Ascolti, non si libererà di me finché non avrò visto la


signorina o Mycroft stesso.»

«Le ho già detto...»


Una porta si aprì nel corridoio e apparve Gillie Slade guardandoci curiosamente
e senza dubbio domandandosi che cosa fosse quel chiasso.

Andai deciso verso di lei con l'Uomo Ossuto alle calcagna, le cui deboli proteste
sembravano il sibilo di una zanzara.

«Gillie, dimmi dove posso trovare Midge,» dissi prima ancora di raggiungerla.

«Mike, non puoi...»

«Sì, lo so. Lei è qui, no?»

La fissai e lei abbassò lo sguardo.

«Non è qui forse?» ripetei.

«Sì, Mike. Ma è con Mycroft, e non possono essere disturbati.» Mi fissava con i
suoi occhi azzurri e ardenti.

«Disturbati? Che diavolo sta succedendo?»

Altre porte si stavano aprendo, altri volti si affacciarono.

«Per l'amor del cielo, dimmi!»

1 suoi occhi evitarono i miei, e io avrei voluto scuoterla. Invece le passai oltre e
guardai nella stanza da cui era uscita. Volti senza espressione si voltarono a
guardarmi con occhi spalancati. L'unico mobilio della stanza consisteva in sedie
con lo schienale alto e dritto sparse a caso. I sinergisti vi erano seduti senza libri
sulle ginocchia e niente in mano. Pensai che fosse la loro versione dell'Ora
Felice, l'ora della meditazione.

Midge non era fra loro.

Uscii e attraversai il corridoio: due persone sulla porta si allontanarono senza far
parola permettendomi di guardare nell'interno. Altri sinergisti e quasi nessun
mobile eccetto altre di quelle scomodissime sedie. Alcuni membri erano
accovacciati a terra, apparentemente senza pensare a nulla.

Lei non era lì.


E nemmeno nella stanza accanto.

Né nella successiva.

Né nella biblioteca.

La stanza in cui ero stato condotto al tempo della mia prima (e per me unica)
visita, dove il mio braccio scottato era stato immerso nel liquido verdastro - che,
per quanto ne sapevo, poteva essere usato per lavare i piatti o pulire le posate - e
dove Mycroft aveva tentato di impressionarci con i suoi particolari poteri, era
vuota. Non una maledetta anima viva.

La mia frustrazione aumentava. Girai attorno alla larga scalinata e mi spinsi oltre
la porta di una stanza opposta. Era vuota ma più interessante delle altre. Poltrone
di cuoio, piccoli tavoli dalle forme eleganti, un magnifico zoccolo di quercia che
si stendeva per quasi tutta una parete. Sopra l'orlo sporgente era incollata una
tappezzeria che presentava una croce stilizzata con una rosa emblematica al
centro, le braccia e l'asse verticale decorati con simboli di vario genere. Sulle
altre pareti, fra le alte finestre, vi erano forme in cui riconobbi i segni dello
zodiaco, e, all'estremo, un grande mandala a mosaico, con un quadrato in un
cerchio e in esso un mandala più piccolo. Una maschera di legno era su di un
tavolo: lunghe orecchie a punta e occhi inclinati, come fessure, sopra un lungo
muso sporgente: il muso di uno sciacallo. Sebbene le tende fossero tirate a metà
così che la stanza era in una conveniente penombra, i particolari mi rimasero
bene impressi in mente come se avessi studiato a lungo 1'interno. In realtà ero
rimasto sulla soglia solo per pochi secondi. Penso che l'impressione sia talvolta
dovuta all'aspettativa, non alla sorpresa.

Me ne andai per nulla rallegrato da quella vista. I sinergisti avevano lasciato le


altre stanze per riunirsi nel corridoio, alcuni parlottando fra loro mentre altri
continuavano a guardarmi in silenzio con risentimento. Mi sentivo come il
visitatore di un manicomio i cui ricoverati pensavano che il matto fossi io.

Gillie era nell'ingresso e la sua espressione, almeno, mostrava qualche cosa che
non era solo fredda ostilità. Mi avvicinai a lei e le posai una mano sulla spalla
delicatamente, non volendo che lei reagisse in modo ostile.

«Ti prego, Gillie, aiutami. Voglio solo parlare con Midge.»

I suoi occhi parlavano anche se lei non aprì bocca. Mi domandai se il suo
sguardo rivolto verso l'alto fosse casuale o voluto.

Guardai nella stessa direzione, verso la sommità delle scale, e subito lasciai la
ragazza salendo gli scalini a due a due. Lassù c'era Kinsella seguito dall'Uomo
Ossuto. Questi mi indicò e il sorriso di Kinsella mi lanciò un'occhiata di
riluttanza.

«Oh, Mike, che cosa succede?»

Non risposi finché non fui sull'ultimo scalino. «Cerco Midge,» dissi, «e so che è
qui.»

«Certo. Andiamo a prendere un caffè prima.»

Mi mise amichevolmente una mano sulla spalla e io mi ritrassi.

«Vorrei vederla subito,» insistei.

«Oh, in questo momento non è possibile, Mike.» Detestavo quel suo tono
viscido. «Vedi, è con Mycroft, e non possiamo disturbarli.»

«Perché no?»

«Lo sai quello che lei voleva.»

Credo di essermi mostrato molto allarmato.

Lui confermò col capo sempre sorridendo. Solo che negli occhi azzurri
dell'americano vi era un accenno di malizioso piacere.

«Hai indovinato, Mike. Con l'aiuto di Mycroft, Midge è venuta in contatto con i
suoi.»

«Oh, mal...» Mi lanciai, deciso a cercare in ogni stanza del corridoio fino a
trovarla. Ma il suo braccio mi colpì il petto come una sbarra di acciaio. Lo
scostai e cercai di proseguire.

Lui mi afferrò il braccio facendomi fare un mezzo giro, e, per un attimo, parve
che lo zucchero fosse scomparso dalla sua faccia di torta di mele. Il sorriso tornò
subito, ma l'espressione di un pirana avrebbe potuto avere lo stesso calore.
«Scusa,» cominciò, «ma tu...»

Questa volta spinsi più forte e lui indietreggiò di un paio di passi. Prima ancora
che mi voltassi, lui mi afferrò ancora con una mano attorno al collo e l'altra sotto
l'ascella mandandomi a sbattere contro il muro. Scivolai e caddi sul pavimento.
L'eroe non vince sempre, si sa.

Gillie, che mi aveva seguito sulle scale, si inginocchiò vicino a me mentre


cercavo di riprendere fiato. Kinsella non sorrideva più e ne ero contento.
Cominciai a rialzarmi.

«No, Mike,» mi avvertì Gillie.

Kinsella sembrava impaziente di ricominciare.

Non lo guardai per qualche secondo, ma certo non sarei tornato a casa da solo.

Mi ero rimesso in piedi e mi preparavo alla lotta quando tutti ci accorgemmo di


un'altra presenza nel corridoio. Kinsella e l'Uomo Ossuto si voltarono come se
fossero stati chiamati. Mycroft era lì, con un bastoncino in mano. Sulla soglia
dietro di lui c'era Midge.

Mi vide e la sentii ansare. Mentre la loro attenzione era sviata, passai dietro i due
uomini che mi bloccavano la strada e corsi verso di lei.

«Che cosa fai, qui?» fu il suo saluto.

Mi fermai perché la sua voce era piena di irritazione.

«Potrei chiederti la stessa cosa,» ribattei. Poi, sempre trattenendo il fiato,


aggiunsi: «Voglio che tu venga via subito con me.»

Sdegnata gridò: «No...»

«Penso che non sia il momento opportuno...»

Guardai Mycroft che aveva parlato. Sembrava più vecchio di centocinquant'anni,


tutta la sua mitezza era scomparsa. Tuttavia non c'era durezza nella sua voce; era
dolce come sempre.
«Vi sono molte cose che Midge e io vorremmo discutere, Mike, e io l'ho invitata
a restare con noi questa sera. Non deve preoccuparsi: qualcuno la riporterà in
macchina a Gramarye più tardi.»

Scossi la testa. «Lei torna a casa con me.»

Midge mi si mise davanti con gli occhi accesi; ma non di affetto. «Chi sei per
poter dire quello che devo fare o non devo fare? Chi ti dà questo diritto?»

Mantenni la voce bassa. «Lui vuole il villino.»

Sbarrò gli occhi verso di me, poi li rivolse a lui.

«Sei pazzo?»

Questo era per me.

«Hanno cercato di avere il villino da Flora Chaldean,» proseguii deciso. «Hanno


cercato di acquistarlo da lei, ma lei non ha voluto saperne. Lo sai che ha messo
nel suo testamento una clausola in cui proibiva esplicitamente la vendita di
Gramarye ai sinergisti o a chiunque avesse a che fare con loro? Per questo sono
state fatte indagini su di noi. Per questo il procuratore ha voluto avere
informazioni sulla nostra vita privata. Sono andato da Ogborn questo pomeriggio
e mi ha detto tutto... dopo qualche pressione, naturalmente. Lei voleva che loro
non avessero mai Gramarye, Midge, e doveva avere delle buone ragioni.»

«Non può essere vero.»

«Domandalo tu stessa a Ogborn. O perché non te lo fai dire da Mycroft? Non


credo che darà una risposta onesta, però. Lei non voleva vendere e così credo
che loro siano ricorsi ad altri metodi. Devono avere cercato di spaventarla.»

Mycroft rispose scuotendo tristemente la testa.

«Ci avete fatto credere di non avere mai visto il villino,» dissi rivolgendomi a
lui, «Ma due sere fa lei sapeva che c'era un'altra entrata sul retro.»

«Una supposizione ragionevole: l'ho pensato considerando che vi erano dei


gradini che giravano attorno alla casa. E la maggior parte delle case non ha forse
una porta sul retro?»
«È vero. Ma il modo con cui lo ha fatto mi ha indotto a pensare. Si sentiva così a
disagio e non è voluto entrare in cucina. Anche Kinsella, una volta, si è sentito
sconvolto stando là. Non ho potuto fare a meno di domandarmi se lei si era
innervosito perché la vecchia Flora era morta là.»

Midge diede un breve ansito. «Mike, non sai quello che dici.»

«Hai visto da te quello che è successo quando sono venuti a trovarci. Perdio,
Midge, verso la fine non vedevano l'ora di andarsene.» Sentii Kinsella e l'altro
uomo avvicinarsi furtivamente alle mie spalle. Afferrai Midge per le braccia.
«Va bene, Midge, tutto questo sembra pazzesco, lo ammetto; ma sono successe
troppe cose che mi hanno preoccupato. Cribbio, da quando ci siamo trasferiti qui
è avvenuto abbastanza da farci vendere l'anima al diavolo. E tuttavia tu sei
rimasta cieca a tutto, e io non posso fare a meno di chiedermi il perché anche di
questo. Così ho finito con l'andare da Ogborn per avere alcune informazioni.»

«Se Flora si sentiva minacciata in qualche modo, perché non si è rivolta alla
polizia?» chiese Midge.

«Per dirle che cosa? Hai visto come operano, come si sono insinuati nella nostra
vita. Nulla di esplicito e di palese: sono troppo furbi per questo. E certo non vi fu
alcuna violenza fisica nei riguardi della vecchia signora. Un'organizzazione
fondata su di un culto misterioso non può seguire questa linea: darebbe alla
legge un'occasione troppo buona per intervenire. Certo la gente di qui ne sarebbe
stata contenta, se Sixsmythe ha qualche influenza. Ma Mycroft e la sua congrega
non sono stupidi e non corrono rischi. Quello che non capisco è perché
Gramarye sia così importante per loro.»

Kinsella e Uomo Ossuto mi respiravano sul collo.

«Lei ha un'immaginazione molto fervida Mike,» disse Mycroft senza la minima


traccia di irritazione. «Naturalmente posso apprezzare la sua curiosità per la
nostra setta, ma non so perché sia giunto a una conclusione così negativa su di
noi.»

«Lei non può negare di avere molestato Flora Chaldean.»

«Molestare è la parola giusta. Sì, abbiamo insistito, ma la nostra intenzione è


stata fraintesa. Flora era una vecchia signora sola e, in certo modo, senza risorse,
che conduceva un'esistenza molto misera. Noi le abbiamo semplicemente offerto
il nostro aiuto e la nostra attenzione.»

«Voi volevate il villino.»

Sorrise benignamente. «Una via legale per far sì che una donna orgogliosa
accettasse la nostra carità. Avrebbe continuato a vivere là, sotto la nostra
amministrazione, ottenendo un considerevole utile finanziario che le avrebbe
permesso di sentirsi indipendente.»

Mi battei la mano sulla fronte. «Oh Dio, questa è buona! Lei è così
maledettamente tortuoso!»

«Voglio soltanto aiutare Midge a superare un dolore personale che è durato


anche troppo.»

«E forse, poi, diventerà uno dei vostri cosiddetti Adottivi.»

«Può fare questa scelta. Ma io desidero aiutare anche lei, Mike, e forse
convincerla della nostra sincerità. Lei è un giovane turbato, con un sacco di idee
sbagliate in testa e molto cinico. Io potrei aiutarla a trovare la sua strada.»

«Non mi ero accorto di averla perduta.»

«Lei non ha mai conosciuto la strada giusta. Crede nella magia?»

Il cambiamento di discorso improvviso mi fece sussultare. «Magia?» chiesi con


stupore.

«La scoperta e l'applicazione delle forze sconosciute della natura attraverso la


volontà umana. Un'alleanza fra i due poteri. Può essere definita sinergismo.»

«Che cosa significa...?»

«L'obiettivo più importante della magia è la scoperta del nostro vero io. Con la
mia guida e la mia volontà posso aiutarvi a raggiungerlo.»

«Midge, andiamocene.» Le presi il braccio.

«Solo un attimo per spiegarvi,» disse Mycroft. «Non chiedo altro.»

«Ti prego, Mike.» Midge faceva resistenza.


«È un maniaco, non te ne accorgi?»

«Mike, ho appena parlato con i miei genitori.»

Prima avevo sussultato, adesso ero sbalordito.

«Mi ha aiutato a raggiungerli.» Era giunta quasi al pianto, ma insieme sorrideva.


«Ho parlato con loro solo pochi momenti fa, ma i rumori di fuori ci hanno
disturbato, hanno sconvolto i moduli di pensiero creati da Mycroft.»

«Hai visto tuo padre e tua madre?»

«No, ma li ho uditi, ho udito le loro voci.» La prima lacrima cominciò a scorrere


scivolando nella piega del suo sorriso. «Mi hanno perdonato, Mike.»

«Per l'amor di Dio, non c'è nulla da perdonare!»

«Ascoltami, sono felici per me, ma mi hanno detto che devo seguire la mia
strada...»

«Lasciami pensare...»

«Ascolta, dannazione!» gridò lei.

Mycroft le toccò una spalla. «Si calmi. L'ira non ha ragione di essere, in questo
Tempio.»

Roteai gli occhi.

«Forse solo se vedrà si convincerà. Può prepararsi ad aprirci la mente e il cuore,


Mike? A mettere da parte questo scudo di diffidenza?»

«Migliorerà il dialogo?»

Midge mi colpì il petto. «Una volta tanto vuoi ascoltare qualcun altro? Puoi...
puoi ammettere che intorno a noi ci sia qualche cosa di più di quello che
vediamo e udiamo?»

«Se la mia risposta è no, verrai via con me?» Qualche cosa mi stava scavando
l'intimo: sapevo che stavo per perderla.
Anche lei lo sapeva. «Non posso venire con te, » ripetè Midge, ed era così
piccola, così indifesa. «Ne ho bisogno, Mike, non capisci?»

Idiota che fui, mi voltai verso Mycroft e dissi: «E allora parliamo.»

La soddisfazione rimase nei suoi occhi. Potei quasi sentire il respiro di sollievo
di Kinsella e del suo compagno, che mi scaldava il collo. Adesso erano sicuri di
avermi.

Mycroft si fece da parte e con un breve gesto del suo bastoncino indicò la stanza
che lui e Midge avevano lasciato pochi minuti prima. (Questa nuova affettazione
con il suo bastoncino mi meravigliò, e solo più tardi scoprii il suo significato).
«Credo sia meglio che parliamo qui.»

Midge non esitò. Sembrava desiderosa di rientrarvi.

Io la seguii con meno zelo.

Entrai nella stanza più strana che avessi mai visto.


34.
LA STANZA A PIRAMIDE
Era a forma di piramide, con le pareti rastremate, ripide e alte, a punta, così che
non vi era soffitto.

E nera.

Anche il pavimento era nero.

Sopra di noi - all'altezza di almeno tre metri - brillavano piccole luci incassate,
una in ogni parete triangolare, i loro raggi sottili, rifratti da granelli di polvere,
rivolti verso il basso come dritte sbarrette translucide, creavano quattro lune dai
margini sfumati sul pavimento lucido. II loro bagliore divenne sensibile solo
quando la porta fu chiusa dietro di noi.

Allora nella stanza discese l'oscurità.

Mi resi conto che la stanza superiore doveva far parte della piramide e che le
pareti inclinate dovevano attraversare il soffitto forse penetrando anche nel
soffitto di quest'altra stanza.

Una sola sedia era al centro del pavimento, circondata da quattro raggi sottili.

«Che cosa fate qui? Affilate lame da rasoio?»

Nonostante la scarsa luce capii che il mio sarcasmo non aveva divertito Mycroft.
«Come le guglie di una chiesa sono costruite per attrarre grazia spirituale, così la
piramide cerca di catturare energia psichica, » disse. «La forma si ripete sotto di
noi, rovesciata, naturalmente, così che la punta sfiora la terra.»

Si sedette, posando le mani sul manico smussato del bastoncino. «Midge, vuole
sedersi come prima? E forse anche lei vorrà fare lo stesso.» Non si era curato di
pronunciare il mio nome.

Io non ero molto desideroso di rannicchiarmi ai piedi del sinergista, ma dopo


tutto, avevo camminato molto nella foresta. Seguii l'esempio di Midge, evitando
tuttavia la posizione del loto e preferendo appoggiarmi su di un gomito
incrociando le caviglie e dando l'impressione di essere perfettamente rilassato.
Midge e io eravamo fra due raggi, e io mi voltai per guardare il suo profilo.
Stava osservando Mycroft intensamente. Vi era nell'aria odore di incenso.

Il sinergista si chinò verso di me. «Lei non ha risposto alla mia domanda,» disse:

«Quale domanda?»

«Crede nella magia?»

«Conosco qualche trucco con le carte...»

Mi interruppe ma senza irritazione. «Può considerare l'Uomo come l'identica


controparte dell'universo e di tutte le sue forze, e l'universo stesso come non più,
e certo non meno, di un infinitesimo organismo umano? Può ammettere che
l'energia che guida e governa l'universo sia la stessa che c'è in noi? Può capire
che l'Uomo, con questa intima conoscenza, possa imparare a trascendere tutti i
limiti materiali e infine il tempo e lo spazio stessi?»

Non sapevo se si aspettasse una risposta, ma tuttavia gliene diedi una


mantenendo la rudezza per mio piacere e forse nella speranza di scalfire la sua
sicurezza.

«Non riesco a capire nemmeno la domanda,» risposi.

«Naturalmente no. Forse ho sopravvalutato la sua intelligenza.»

Si era aperta la prima fessura. Sorrisi fra me apprezzando l'insulto.

«Nondimeno,» proseguì con lo sguardo perduto nell'ombra, «sono sicuro che


non sarà difficile per lei capire che la conoscenza umana si vuole chiudere in una
realtà limitata, di cui non ha paura e che gli scienziati e i filosofi materialisti ci
presentano come la realtà. Purtroppo noi vogliamo vedere solo l'attualità meno
importante. Le altre realtà che ci circondano - e che sono dentro di noi - sono
state per lo più ignorate negli ultimi secoli.»

«Non dica stronzate.»

Le sue mani afferrarono appena un poco più strettamente il pomo di metallo del
bastoncino. «Eccetto che, recentemente, la realtà delle precognizioni, della
percezione extrasensoriale, della psicocinesi è stata accettata anche dagli scettici
più ostinati. Questi poteri nascosti che sono stati respinti così a lungo dagli
scienziati, sono oggi oggetto di studio scientifico.»

Cominciavo a spazientirmi. «Non vedo come questo abbia a che fare con la
magia.»

«Davvero non capisce dove miro? Questi poteri che vengono riconosciuti dai
settori più pragmatici della nostra società, furono una volta considerati la sfera
del magico o del soprannaturale. Si pensava che tali poteri fossero avulsi
dall'ordine normale della natura, ma era un grosso errore: i maghi cercano solo di
scoprire queste forze nascoste e di operare attraverso di esse e con esse, sia che
facciano parte di noi o parte dell'insieme.»

Per quanto tentassi di tenermi lontano da tutto questo, dovevo ammettere che
Mycroft stava avendo la meglio. No, non voglio dire che seguissi quello che
stava dicendo, ma la sua voce era sottilmente persuasiva, quasi ipnotica (siete
stati mai ipnotizzati? Si sa quello che avviene, ma non si capisce come avviene);
la stranezza della stanza con il suo odore di incenso e le morbide luci proiettate
verso il basso, provocavano effetti speciali. A tutto questo bisognava resistere
consapevolmente. Finsi di sbadigliare.

Lui finse di non accorgersene.

«Dobbiamo imparare per gradi, dapprima eliminando le costrizioni imposte fin


dalla nascita e rinnovandoci. Le convenzioni, il razionalismo, il materialismo, i
nostri principi e la nostra etica non sono altro che schermi psicologici.
Dobbiamo tornare fanciulli, purificati da tali influenze. I bambini credono nella
magia finché non sono influenzati altrimenti. Le credenze della maturità non
illuminata devono essere rovesciate e le ostacolanti dottrine della religione
devono essere contrastate, perché la religione riserva il potere divino solo a Dio,
mentre la magia offre il divino potere a tutti.»

Io mi facevo piccolo intimamente aspettando che cadesse la folgore. Purtroppo


non cadde.

«Ogni passo che l'iniziato compie deve essere sperimentato e dominato, ogni
nuovo mistero rivelato deve essere contemplato, ogni fase di sviluppo deve
essere considerata. E forse il primo e più importante segreto è quello che si trova
in noi stessi.»
Si curvò in avanti così che il suo mento quasi si appoggiò sulle sue mani raccolte
sul bastone, e la sua voce si fece più bassa.

«Ossia,» disse gravemente e confidenzialmente, «il mistero della nostra stessa


energia, delle nostre forze astrali nella terra stessa, e così pure delle infinite forze
dell'universo. Un mago, amico mio, è sempre in cerca di questi legami nascosti.»

Si irrigidì ancora, e il suo volto divenne di pietra. Io avevo la bocca arida.

«E quando questi legami sono scoperti,» aggiunse con la stessa voce bassa,
«possono essere usati per gli scopi del mago.»

Mi lasciò il tempo di meditare.

«Tutto questo per far uscire un coniglio da un cappello?» chiesi.

Mi concesse un freddo sorriso.

«Tutto questo per scoprire il nostro vero io e il potere velato che abbiamo. Non
vi è nulla di più fondamentale né di più trascendente. Con questa conoscenza un
uomo ha accesso alle illimitate forze della sua volontà. Può evocare
un'immaginazione così concentrata e così viva da poter creare una realtà nella
luce astrale.»

Diresse la punta del bastoncino verso il pavimento, presso le mie gambe.

«Questa realtà può essere riflessa nel mondo fisico, se lo vogliamo.»

Il mio coniglio apparve nel punto che lui stava indicando.

Io mi tirai indietro e Midge tirò un respiro affannoso.

Il coniglio contrasse il naso.

Allungai un braccio verso la sua bianca pelliccia che sembrava finta.

E ritrassi la mano vedendolo trasformarsi in un nero ratto dai denti aguzzi. I ratti
mi fanno ribrezzo.

Poi scomparve, e Mycroft esibì un sorriso da che cosa ne pensate?


Battei le ciglia davanti a quell'illusione, ma mi trattenni dal chiedergli come
avesse fatto. Nessuno ama gli esibizionismi. Inoltre dovevo rimettere in ordine i
miei pensieri.

«Magia da poco,» disse Mycroft con aria sprezzante, «un esempio volgare del
potere della volontà.»

Puntò il bastone verso uno spazio tra due raggi di luce alla mia sinistra e apparve
un tavolino con sopra una bottiglia e un bicchiere vuoto. Mentre guardavamo, la
bottiglia si alzò, si inclinò e versò un liquido rosso nel bicchiere.

Sbigottito mi voltai verso Midge: il suo volto era pieno di rispetto reverenziale
come quello del bambino in Incontri ravvicinati. La pura, ingenua innocenza
della sua espressione mi diede il desiderio di afferrarla e portarla via da
quell'oscura stanza a punta dove la fragranza dell'incenso cominciava a divenire
insopportabile. La mia mente era concentrata sulla fuga, e quando riportai lo
sguardo sul tavolino con il vino, la sua immagine ondeggiava e i suoi contorni
erano incerti. Poi tornarono netti e ripresero solidità.

«Potete bere,» disse Mycroft con noncuranza. «Il gusto vi piacerà, ve lo


assicuro.»

«No, grazie,» dissi. Lui abbassò il bastone e l'immagine di dissolse rapidamente.

Sapevo quello che stava facendo, ma non come: avevo sempre pensato che gli
ipnotizzatori dovessero dire verbalmente quello che doveva essere visto o fatto,
o il modo con cui si doveva reagire. Tuttavia ero sicuro che ciò che avevamo
osservato non esisteva fuori dalla nostra immaginazione.

Stavo cercando una battuta quando Mycroft fece curvare i raggi di luce.

Cerchi di luce opaca cominciarono a muoversi lentamente: i due di fronte


toccarono i piedi del sinergista, mentre i due di dietro risalirono le gambe della
sedia. Lui rovesciò il bastone così che la punta si rivolgesse al suo volto, e i
polverosi raggi si mossero in quella direzione curvandosi a poco più di un metro
dal pavimento fino a formare un angolo retto. La fronte di Mycroft fu illuminata
e la sua pelle parve abbagliare per la tensione.

In quel momento sentii in Mycroft qualche cosa di più di quanto avessi mai
sentito.
L'energia, la vibrazione, comunque questo invisibile vigore potesse essere
chiamato, sembrava danzare sulle sue guance come in minute scintille elettriche,
e i suoi occhi, fissi nei miei, erano cristallini e lucenti, pupille sfaccettate che
riflettevano la luce. Le profonde rughe che avevo osservato sul suo volto nel
corridoio erano scomparse, portate via da quel bagliore solare; ogni piano del
suo cranio rifletteva una luce diversa, alcune brillanti, altre più fioche, ma non vi
erano ombre. I tratti del suo viso si fusero senza lasciare prominenze, il naso fu
al livello delle labbra, la fronte a quello delle occhiaie: tutto fu una semplice
maschera la cui forma dipendeva dai gradi in cui veniva riflessa la luce. Anche i
suoi capelli erano d'argento luminoso.

Una vista che mozzava il fiato.

Per un attimo, tutta la sua testa si infiammò - o parve infiammarsi - e se ne


irradiò un intero spettro di colori, espandendosi finché la stanza triangolare fu
tutta piena di quelle screziature, eliminando ogni ombra e costringendo me e
Midge a ripararci gli occhi.

Ma non prima che entrambi vedessimo altri mondi entro quei sottili colori di
arcobaleno che si elevarono, fluttuanti pianeti che sembravano cellule, stelle e
soli lucenti, verdi, blu, viola intenso, forme che erano a volte umane e a volte
vaste masse protoplasmiche, una coagulazione di forze vitali. Sperimentammo la
solitària oscurità dello spazio infinito, che era l'ombra nera del tempo stesso,
entrambi proiezioni della stessa non entità; sentimmo immense maree di volubili
emozioni che invadevano quelle sottili galassie formando destini e creando forze
che sarebbero divenute roccia e carne, e ancora emozione: energia creativa che
genera se stessa, fonte di ogni cosa, progenitrice di tutto ciò che conosciamo e di
tutto ciò che non conosciamo.

E al centro di questa rivelazione vedemmo un biancore che ci avrebbe bruciato


gli occhi se fosse stato reale; e fu questo non la luminosità della stanza, quello
che ci spinse a coprirci il volto con le mani.

Ma tutto questo fu solo un'occhiata, non di più, un'occhiata permessaci da


Mycroft.

Tornò l'oscurità e l'odore d'incenso persisteva.

Scossi la testa stordito, più stanco che allarmato. Il calore pervadeva le mie
membra, dalla testa ai piedi, poi svanì dissipandosi.
Mi volsi a Midge, incerto se restare ancora. Mycroft, tornato allo stato normale
mentre i raggi luminosi tornavano rigidi, guardava impassibile come un
entomologo che osservi uno scarabeo lottare con uno spillo conficcatogli nella
schiena.

«Midge, Midge, tutto bene?»

Si copriva sempre la faccia con le mani, e io delicatamente gliele allontanai.


Battè le palpebre come se non mi riconoscesse, e io notai la luce bianca che
scintillava ancora nelle sue pupille, ma lontana, sempre più debole, fino a
scomparire. Lei guardò dietro di me, verso Mycroft, e abbozzò un sorriso.

Mi voltai e la faccia di lui rimase impassibile.

«Che cosa è stato?» chiese Midge senza fiato.

Mi aspettavo dal sinergista una risposta profonda, ma lui si limitò a sorridere


enigmatico.

«Sì, vorrei saperlo,» dissi.

«Siete stati spettatori dei misteri.»

Molto profondo.

«Non ci dice molto.»

«Che cosa credete di aver veduto?»

Fu Midge a rispondere. «Credo di aver visto l'origine di tutte le cose, ma era


incompleta, solo un frammento.»

Annuì lentamente (un po' troppo ostentatamente, tuttavia, come se facesse parte
dello spettacolo). «Una visione, solo un barlume. Niente altro. La vostra
immaginazione ha tradotto la verità in una visione che la vostra mente poteva
percepire, ma solo questo. In questi momenti la vista può essere inutile come le
parole, l'immaginazione è inadeguata come la ragione. Perfino il sogno può
appena intuire l'unità.»

Comunque mi aveva dato il mal di testa. «Un bello spettacolo, Mycroft, ma a


quale scopo? Per impressionarci?»

«Forse.»

«Siamo impressionati. Adesso possiamo andarcene?»

«Ci ha fatto vedere il suo potere,» disse Midge chinandosi in avanti, con ardore.

«Ho rivelato un canale del potere, un canale che percorre il mio corpo e la mia
mente,» rispose Mycroft. «Vi sono in noi altri... canali più forti che devono
essere cercati e trovati. Punti di accesso, condutture, chiamateli come volete.
Possono essere usati...»

Tacque improvvisamente evitando il nostro sguardo. Credo che fosse stato rapito
dal suo stesso genio.

«Non capisco che cosa voglia da noi,» insistetti. «Noi non desideriamo diventare
sinergisti né niente di simile...»

«Credo che la sua compagna lo desideri, » rispose, misterioso come sempre.

«Li cerchi ancora,» disse Midge. «Faccia che mi parlino, che Mike li senta con
le sue orecchie.»

Entrambi sapevamo quello che lei intendeva.

Le toccai una mano. «È una follia. Non vedi quello che sta facendo? Proiezione
di pensiero, manipolazione della mente, ipnotismo: sono tutti la stessa cosa. In
realtà non è avvenuto niente. Mycroft ci fa vedere tutte queste cose, ma non sono
reali...»

«La loro presenza è nella stanza,» mi interruppe Mycroft. «Posso sentirli, e


anche lei.» Si rivolgeva a Midge.

«Sì,» rispose lei semplicemente.

«Hanno altre cose da dirle.»

Lei annuì.

«Vogliono che ascolti.»


Lei assentì ancora, con gli occhi chiusi.

E adesso potei sentire qualche altra cosa nella stanza. Ma non so se Mycroft lo
voleva.

«Stanno parlando,» disse Midge con voce soffocata.

«Io non sento niente.» Anche la mia voce era un sussurro.

Una brezza ci sfiorò.

«Sono deboli, ma sono qui.» Midge aprì nuovamente gli occhi.

Notai che Mycroft la fissava intensamente. Poi volse la sua attenzione a me e le


sue pupille furono come piccoli buchi neri, senza fondo, ma non vuoti.

Apparve un'ombra dietro di lui, grigia e nebulosa, che si faceva avanti. E dietro
di essa un'altra, proprio vicino alla sua spalla sinistra. Entrambe prendevano
forma rilucendo.

Voci. Lontane un'eternità. Da un'altra dimensione. E tuttavia non erano voci.


Erano pensieri che si imponevano al nostro pensiero.

«Papà,» disse Midge.

Una delle leggere nubi alle spalle di Mycroft si agitò come se sospinta da una
corrente d'aria.

Poi la brezza diventò sempre più forte.

«Mostra a Mike che sei realmente qui.» Era una preghiera di Midge.

La nebulosa prese una forma più definita: una testa vaporosa, la linea di una
spalla. Divenne quasi liquida, increspandosi mentre i lineamenti si profilavano.
Quei lineamenti lentamente mi divennero familiari, pur restando ondeggianti e
indistinti.

Una parola mi si insinuò nella mente:

«... Fiducia...»
Ma non volevo avere fiducia, perché lui intendeva che avessi fiducia in Mycroft:
questo nebbioso spirito del defunto padre di Midge mi stava dicendo di credere
nel sinergista, e io non volevo perché sapevo che era un ciarlatano, che aveva
qualche mira su Midge, ma non sapevo che mira fosse, e volevo resistere,
resistere, volevo...

Rivolsi il mio sguardo alla seconda forma fluida dietro l'altra spalla di Mycroft, e
anch'essa mi era familiare, un volto che Midge mi aveva mostrato in fotografia
molte volte nel passato, e anch'essa, il fantasma di una donna, mi disse:

«... fiducia... in... lui...»

Midge, in ginocchio si voltava verso di loro alzando il volto ravvivato da una sua
propria lucentezza nonostante l'oscurità che ci circondava, e io la trattenni con
un braccio attorno alla sua spalla mentre le tenevo il polso con l'altra mano; ma
lei si spingeva in avanti avvicinandosi a Mycroft sulle ginocchia come uno
zoppo verso il guaritore, un neofita verso il suo sacerdote.

Per un attimo la maschera dietro cui lui si nascondeva cadde rivelando il piacere
del trionfo.

Io colsi questo lampo di giubilo e qualche cosa scattò in me come il colpo di un


dito sulla finestra del mio cervello, avvertendomi di non accettare nulla di tutto
questo. Questi fantasmi erano vapori senza né forma né pensiero.

«È un trucco ! » gridai a Midge tirandola giù, così che entrambi cademmo ai


piedi di Mycroft. «Questi non sono i tuoi genitori: è lui che ce li fa vedere!»

Lei diede un grido rifiutando le mie parole, lottando con me.

La raffica era divenuta una tempesta che ci scompigliava le vesti e disperdeva i


vapori così da ridurli a nulla.

Mycroft si guardò attorno come spaventato, e questo mi stupì. Mi chiesi quale


nuovo gioco stesse giocando. All'improvviso parve confuso non meno di me. Il
sinergista si alzò a metà, ma il vento lo respinse all'indietro. Alzò il bastone per
dominare quella tempesta, ma i suoi occhi incontrarono i miei.

In un'altra occasione avrei riso vedendo la sua bocca aprirsi inerte, ma in quel
momento la situazione non suggeriva allegria. Mi guardava come se non
credesse a quello che avveniva, e io non capivo perché.

Finché non mi resi conto della nube che usciva dalla mia bocca come il fumo di
una sigaretta.

Usciva anche dalle mie dita serpeggiando in spire, salendo nell'aria per essere
dispersa in tutta la stanza dal vento ululante. Era come se il mio interno stesse
bruciando e la mia bocca e le punte delle mie dita fossero i punti da cui il fumo
poteva fuggire: e tuttavia non vi era dolore, solo una grande leggerezza dentro di
me.

La nebbia fluttuava nella stanza uscendo sempre di più da me così da prender


forza, turbinando come una tromba d'aria in miniatura con noi al centro.

In essa vi erano altre voci.

Potevano essere quelle di prima, suoni nella nostra mente, ma sembravano


provenire dallo spazio intorno a noi. E queste non avevano niente a che fare con
Mycroft perché lui si riparava dietro il bastoncino come se fosse uno scudo.

Quando le voci divennero percepibili, il loro messaggio fu diverso: «Lasciate


questo luogo... lasciate questa casa...»

Due voci, due suoni mentali che gridavano insieme col vento.

Midge guardò la nebbia turbinante e il suo volto fu inondato dalle lacrime.

La sua voce fu come quella di un bambino, un bambino di cinque anni:


«Mammina... Papà...»

Ebbi paura.

«Mamminaaa... Papààà!»

Adesso aveva l'aspetto di una bambina.

Saltai in piedi, sollevato se non altro dal fatto che il flusso fumoso aveva smesso
di scaturire da me. Gli occhi di Midge erano spalancati e imploranti. Mycroft era
ancora rannicchiato a terra, anche lui con gli occhi spalancati, ma atterriti.
Questo per me era eccellente.
«Vieni, Midge.» La presi per mano.

Mi guardò per un istante. «Sì,» gridò. «Sì!»

Mentre si alzava, il vento rapidamente scomparve, e i vapori si levarono nell'aria


rimanendovi sospesi. Poi cominciarono a dissolverei.

Non attesi più. Condussi Midge alla porta strofinandomi il dorso contro lo
spessore della parete inclinata. Spalancai la porta e trovammo Kinsella e Uomo
Ossuto che aspettavano con un paio di sinergisti. Sembravano alquanto allarmati.

Strinsi il pugno. «Levatevi di torno! Via di qui!»

Kinsella parve incerto, ma era un duro. Si preparò a caricarmi.

«No!» gridò Mycroft dall'interno della stanza a piramide. «Non qui. Lasciateli
andare.» Poi, più piano: «Lasciateli andare...»

Ce ne andammo. Ce ne andammo come pipistrelli dall'inferno.


35.
FUGA
La pianura in pendenza che veniva dai boschi non era sembrata forse così ripida
nel discendere, ma il risalirla fu diverso: avevamo l'impressione di fare una
scalata. 1 muscoli delle cosce mi dolevano, e il peso di Midge che si aggrappava
a me rendeva l'ascesa ancora più dura. La prima fila di alberi sembrava
lontanissima.

Ma eravamo spaventati e non vi è niente come la paura per pompare l'adrenalina.


La nostra fuga può essere mancata di stile, ma non d'impeto.

Midge incespicò una volta, a mezza strada, e, mentre la rimettevo in piedi,


guardai la casa. Si ergeva come un immenso monolito, grigia fredda come una
tomba, pronta a sradicarsi e a muovere pesantemente dietro di noi. Sebbene non
potessi vedere in quelle buie finestre, sapevo che i sinergisti stavano osser-
vandoci di là.

Midge aveva già il fiato grosso, e vi era in lei una fragilità preoccupante.

«Che cosa... che cosa è successo, laggiù Mike?» ansimò.

«Mycroft,» mi limitai a rispondere.

La spingevo avanti stringendole il gomito, tenendola dritta e in moto, desideroso


solo di essere al coperto, lontano da quegli occhi. L'avanzata sembrava lenta
come in un incubo, come se affondassimo i piedi nel fango; e tuttavia il suolo,
sotto l'erba, era asciutto e solido. Alla fine dovetti passare un braccio attorno alla
vita di Midge e sostenerla col fianco per non farla fermare.

La luce era scarsa, il sole non era più che una rossa cupola all'orizzonte. La notte
si avvicinava. E presto la foresta sarebbe stata buia.

Senza fermarmi volsi ancora la testa, e forse mi aspettavo che i sinergisti (gli
iniziati, quali realmente erano) uscissero dal Tempio per darci la caccia. Ma
nessuno risaliva la collina dietro di noi, e la casa era grave e ferma come prima.
E allora perché diavolo sentivo qualcuno che mi respirava dietro il collo?
Raggiungemmo gli alberi con un movimento triste e lento e uno sforzo
esagerato, ma sul ritmo di una colonna sonora di Vangelis. Ma finalmente ci
arrivammo e il sollievo fu immediato: ci togliemmo un peso di dosso, ci
liberammo da un legame che ci tratteneva. Mi dicevo che era il fresco della
foresta, ma sentivo che vi era qualche cosa di più. Eravamo fuori vista dalla
casa.

Midge si appoggiava a me con un braccio abbandonato sul mio collo, sollevando


il petto come se le mancasse il respiro. Le baciai il sommo della testa affondando
una mano nei suoi capelli e tenendola stretta. Le diedi il tempo di riprendersi e di
calmarsi rassicurandola con sussurri. Ma non volevo restare lì troppo a lungo.

Il crepuscolo ci minacciava, le ombre fra gli alberi infittivano. 1 rami sopra di


noi erano come braccia contorte, agitate dalla nostra intrusione, alcuni bassi
come se pronti ad afferrarci se passavamo a portata, il fogliame vicino
ondeggiava come se qualche cosa strisciasse nel folto. Vi erano altri occhi nella
foresta, diffidenti e ostili alla nostra presenza.

«È meglio che continuiamo a muoverci,» dissi a Midge accarezzandole la


guancia con un dito, «prima che diventi troppo buio per trovare la via di casa.»

«Devo capire, Mike. Devo sapere che cosa ci è successo, che cosa è avvenuto
laggiù nel Tempio.»

«Parleremo camminando.»

Si aggrappò a me.

«Perdonami per come mi sono comportata in questi ultimi giorni,» mi disse


piano. «Non posso spiegare perché o a che cosa stessi pensando... perché ti
biasimavo tanto.»

«Non è colpa tua. Credo... credo che altre influenze fossero implicate. Non so, è
tutto così misterioso: tutto quello che è avvenuto da quando ci siamo stabiliti a
Gramarye è stato folle, e in qualche modo lo abbiamo accettato... o per lo meno
non abbiamo discusso troppo la sua follia. Non è colpa tua, Midge, ma è qualche
cosa che ha a che fare con te. Con te e con il villino.»

La portavo via tenendola per mano, come una bambina, e camminando parlavo:
le dissi dell'illustrazione da lei dipinta per il libro di fiabe anni prima - quella che
la sua stessa mente non le aveva permesso di ricordare - e di come Gramarye
aveva fatto parte di quel disegno molto prima che lei l'avesse vista; evidente-
mente era già esistita in qualche modo dentro di lei, chiusa nel suo inconscio,
precognizione di qualche cosa o di qualche luogo che sarebbe stato. Le ricordai
che era stata lei a trovare sul giornale l'avviso di Gramarye e aveva cerchiato di
rosso solo quello, ignorando gli altri. E l'associazione, l'unione, era stata da lei
stretta non appena era arrivata là. Doveva essere così. Il procuratore di Flora
Chaldean mi aveva detto delle istruzioni che la vecchia signora gli aveva lasciato
prima di morire: i particolari delle persone che avrebbero potuto acquistare
Gramarye e viverci. Persone giovani, sensibili, di evidente onestà, tipi speciali.
Erano questi i requisiti: nessuna meraviglia se il vecchio procuratore aveva
mostrato tanto interesse per lei.

«Il villino era destinato a qualcuno come te, Midge.» Scostai un ramo che ci
ostacolava il passaggio. «Non chiedermi perché, non so darti alcuna risposta
ragionevole. Tutto quello che posso supporre è che vi sia in te qualche cosa che è
intonato con ciò che di magico può esservi in Gramarye.»

Mi costrinse a fermarmi.

«Magico?»

Mi strinsi nelle spalle. «Sì, sono imbarazzato. Ma come altrimenti posso


chiamarlo? Ricordi l'uccello con l'ala spezzata? Quando lo trovammo che volava
per la cucina, il giorno dopo, pensammo che non poteva essere ferito così
gravemente come avevamo creduto. E tutte quelle altre piccole cose. I fiori che
erano rifioriti, gli animali e gli uccelli che si affollavano davanti alla porta.
Questo non è normale: ci eravamo solo adattati a crederlo tale. Forse qualche
tipo di relazione con la vita della foresta potrebbe essere stabilito fra qualche
anno... ma frattanto?»

Ripresi a camminare e lei mi tenne dietro.

«Il villino stesso. Guarda tutte le cose che non funzionavano: le porte deformate,
il legno marcio, l'architrave spezzato. O'Malley non le ha aggiustate. Si sono
aggiustate da sole, perbacco! E per merito tuo.»

La mia voce risuonava nella foresta. Mi fermai ancora a guardarla.

«E sì, il mio braccio. Pensavamo che Mycroft avesse guarito le bruciature, ma


adesso non penso affatto che sia stato lui. Certo ha una qualche sorta di potere,
ne abbiamo appena avuta la dimostrazione. Ma è un potere che viene dalla sua
testa, è quello che lui fa credere alle persone. Mi aveva convinto che il braccio
non mi facesse più male - forse il liquido usato ha aiutato in qualche modo - e
qualche cosa ha prevalso sul mio scetticismo. Ma penso che quella che mi ha
realmente guarito sei stata tu. Anzi, tu e Gramarye. Siete una maledetta coppia!
Gesù, non mi meraviglio che Mycroft avesse tanto interesse per te. Una bella
conquista per il movimento sinergista. Volontà umana e Potere Divino: tu ne sei
un esempio vivente.»

Lei mi guardava scuotendo la testa, ma dai suoi occhi potevo capire che credeva
a quello che dicevo. Un uccello scattò via da un albero sopra di noi e ci
voltammo a guardare nervosamente. Un gruppo di foglie ondeggiava e noi
restammo lì finché non rimase immobile. La foresta tornò tranquilla, e notammo
che l'oscurità stava aumentando.

«Siamo sulla strada giusta?» chiesi a Midge guardando da ogni parte.

Per un momento fu incerta; poi assentì. «Fra un momento dovrebbe esserci un


bivio, e bisogna prendere a destra.»

«Se lo dici tu.»

Riprendemmo il cammino a passo svelto, con le orecchie e gli occhi aperti. A


volte vi è un silenzio, in una foresta, quando la luce si oscura: è come in chiesa,
dove un colpo di tosse o un sussurro sembrano irriverentemente rumorosi.
Tenevo la voce bassa, non volendo disturbare nessuno.

«Non posso fare a meno di domandarmi quello che è avvenuto tra la vecchia
Flora e Mycroft, perché lei ha messo nel suo testamento quella clausola
impedendogli di prendere mai possesso di Gramarye? Che cosa gliene poteva
importare, una volta morta? E perché diavolo ci ha mentito dicendo di non essere
mai stato là, se non aveva nulla a che fare con la sua morte?»

«Credi realmente che abbiano cercato di impaurirla perché vendesse?»

«Credo che siano riusciti ad impaurirla tanto da ucciderla. Abbiamo visto noi
stessi di che cosa siano capaci i poteri mentali di Mycroft. Per lui fare apparire
conigli e ratti è nulla. E il vino? Credo che avrei potuto bere quella roba senza
rendermi conto che era un'illusione. E il farci credere di poter curvare i raggi di
luce! E un asso, Midge, un illusionista di prim'ordine. Non voglio pensare a
quello che può aver fatto immaginare a quella povera vecchia. Una tigre sulla
soglia? La cucina in fiamme attorno a lei? Il cuore che le si spezzava in petto?
Non aveva bisogno di toccarla con un dito.»

«Non credo che fosse così in sua balìa, Mike.»

«Sostanzialmente nemmeno io. Deve esservi stata una vera lotta, ma la sua età
era contro di lei. Forse il suo vecchio cuore ha ceduto naturalmente.»

Raggiugemmo il bivio e io mi feci da parte per lasciare che Midge prendesse la


direzione. «Tocca a te. Tu hai il senso dell'orientamento. Sei sicura che sia quella
giusta?»

«Se non incontriamo un cedro caduto entro un paio di minuti, puoi dire che ho
sbagliato.»

«Ricordo. E a testa in giù in una gola.»

«E quello.»

Andò avanti e io seguii la sua figura sottile nella foresta; camminammo svelti,
desiderosi di uscire al più presto all'aperto. Non mi piaceva l'atmosfera della
foresta e il modo con cui Midge si guardava attorno; e non piaceva nemmeno a
lei. E sebbene avessimo lasciato i sinergisti da un pezzo, la sensazione di essere
seguiti era ancora in me.

Midge indicò qualche cosa e vidi l'albero sradicato un centinaio di metri più
avanti. Ci mettemmo a trottare come se fosse una meta che doveva essere
raggiunta, e i nostri passi avevano un rumore sordo nel silenzio. Vidi un gufo
bruno appollaiato su di un albero, che ci guardava con interesse, abbassando
ogni tanto le palpebre come la chiusura di un obiettivo sui grandi occhi rotondi.

Midge si abbandonò sul ruvido tronco e io caddi accanto a lei.

«E meglio continuare,» consigliai sedendomi sul tronco.

Lei si passò le mani sul volto e sul collo. «Erano loro, Mike? O era anche quello
un trucco di Mycroft? Le loro voci... erano così vere...»
Esitai prima di rispondere. «Sono sicuro che è cominciato come un imbroglio.
Ma poi... accidenti, non so cosa sia accaduto poi.»

«Erano davvero i miei genitori. So che erano loro. Il loro calore mi ha fatto
tornare in me. Tutto quello che credevo su Mycroft è scomparso...»

Scivolai lungo il tronco dell'albero e tesi un braccio verso di lei. «Abbiamo


troppe cose a cui pensare, Midge. Per ora torniamo al villino finché possiamo
vedere la strada.»

Lei saltò in piedi indugiando un attimo a baciarmi la nuca prima di riprendere.


Non credo che avrei ritrovato la strada senza di lei perché l'ombra diveniva
sempre più fitta; ma lei proseguì sicura, soffermandosi solo a tratti per
controllare la direzione o un segno particolare; un mucchio di funghi rossi sotto
un albero caduto, praticamente cavo, fu l'unico ch'io seppi riconoscere. Avevo il
dorso bagnato di sudore e le gambe rigide; davanti a me Midge cominciò a
barcollare e il suo passo perse il ritmo.

Nemmeno il nostro nervosismo era stato superato, e quando una grande forma
striata di bianco apparve sul sentiero, per poco non uscimmo di senno. Anche il
tasso si spaventò e rapido si nascose fra i cespugli: lo. vedemmo e udimmo
avanzare mentre si faceva strada nel sottobosco scuotendo il fogliame.

Più avanti misi il piede su di un rettile o su una radice che non avevo visto
evitare da Midge, e caddi disteso a terra. Ansimai mentre lei mi si inginocchiava
a fianco e mi metteva la mano sotto il braccio sforzandosi di rialzarmi. Mi rimisi
in piedi a fatica e rimasi lì, curvo come un vecchio, con una mano su un
ginocchio e l'altra sulla spalla di Midge.

«Quanta strada c'è ancora?» chiesi cercando di riprendere fiato.

I suoi lineamenti, nell'ombra non si distinguevano, e lei ansimava quasi quanto


me. «Non possiamo essere lontani... abbiamo camminato tanto.»

«Sì, abbiamo camminato tantissimo. Tutto be...»

L'ombra che vidi mentre mi rialzavo non era che un cespuglio a forma di una
figura incappucciata che si nascondesse dietro un albero. I sospiri che sentivamo
erano solo una brezza che passava tra le foglie. E i colpi che sentivo nel petto
erano i battiti del mio cuore.
«Cribbio, ho una fifa,» ammisi.

La sua voce suonò dolcemente. «Stai sognando tutto questo?»

«Le mie ginocchia ammaccate mi dicono di no. La mia testa non è sicura.»

Stretti insieme sotto braccio nell'angusto sentiero, proseguimmo il viaggio, senza


badare alla goffaggine dei nostri movimenti, cercando un reciproco
incoraggiamento e la forza di tener lontani i fantasmi del bosco. L'oscurità era
penetrata nella foresta come fumo in un polmone.

Zoppicavamo tenendoci l'un l'altro, muovendoci più in fretta che potevamo e


infine, grazie a Dio, vedemmo dei vani fra gli alberi davanti a noi e le luci grigie
dello spazio aperto. Il sollievo ci rinforzò le membra esauste e ancora una volta
riprendemmo lena affrettandoci, correndo, stretti per mano, mentre io gridavo
per la felicità e Midge rideva delle mie grida.

Uscimmo dal bosco come se inseguiti da un leone.

Il crepuscolo era divenuto notte, ma per lo meno l'aria era molto più chiara che
sotto gli alberi. Ci affrettammo verso Gramarye ansiosi di sentirci dietro finestre
chiuse e porte sprangate, e solo quando fummo più vicini cominciammo a
renderci conto che qualcosa non andava, che quello che vedevamo nell'ombra
non aveva senso. Rallentammo. Ci mettemmo al passo. Guardammo Gramarye
costernati.

Inciampai in qualche cosa di morbido sull'erba e mi fermai nel vedere un


coniglio morto, un povero coniglietto con una smorfia di terrore sul piccolo
muso. Un grumo di sangue gli macchiava il collo. Le dita di Midge si
irrigidirono fra le mie, e io vidi l'altra forma abbattuta che lei aveva scoperto.
Questo coniglio era più grande di quello ai nostri piedi, forse la madre, e il suo
corpo era piegato dalla testa alla coda, la pelliccia indurita dal sangue secco.

Non parlammo. Pensavamo che una volpe li avesse uccisi, ma non esprimemmo
questo pensiero. Intorno a noi c'erano altri corpi. Avanzammo con cautela.

E non riuscivamo a capire la trasformazione di Gramarye.

Le mura, ridotte al grigio dalla luce fioca, apparivano solo in strane macchie.
Il colore dominante era il nero.

E tuttavia non riuscivamo a capire.

Finché ci accorgemmo che le mura erano gonfie di vita.

Una vita nera, impellicciata.

Ali che si aprivano e chiudevano.

Corpi, molto più grossi di prima, che pulsavano come quelle creature
respiravano.

Potemmo solo fissare storditamente i pipistrelli aggrappati che ricoprivano


Gramarye.
36.
ANCORA A CASA
Per un momento restammo storditi, rabbrividendo. Come potevano essere così
tanti? Non potevano essere venuti tutti dalla soffitta, molti dovevano essere
giunti da altre partì. Forse era una riunione di pipistrelli. E come avevano potuto
assumere dimensioni mostruose? Ma, domanda ancora più seria: quali erano i
loro intenti? Erano problemi che ci ponevamo entrambi, non reciprocamente:
non volevamo turbare la loro tranquillità con le nostre voci.

La tentazione, come capirete, era di raggiungere la strada, saltare in macchina e


abbandonare quel luogo popolato da pipistrelli il più in fretta possibile. L'unica
difficoltà era che le chiavi della macchina erano nel villino, dove le avevo
lasciate prima, e, quando lo dissi a Midge (a voce molto bassa), quasi venne
meno.

«Va a sederti in macchina» le bisbigliai.

Mentre parlavo, tuttavia, due pipistrelli si staccarono dal muro e volarono


all'altro lato dell'edificio. La luna si era alzata, senza nubi, ma mostrandosi solo a
metà, e in quella chiara, misteriosa luce, la grandezza delle ali dei pipistrelli mi
agghiacciò. Noi eravamo rannicchiati pronti a tornare nella foresta.

«Va, Midge,» insistetti.

«No, Mike,» bisbigliò lei. «Resto con te; andremo a prendere le chiavi insieme.»

«È sciocco.»

«Non ti lascerò andare solo!»

La sua voce, sebbene bassa, era così imperiosa che rannicchiai la testa fra le
spalle.

Sospirai stringendole la mano. «Va bene, va bene. Ma se si muovessero, voglio


che tu corra subito nella macchina senza aspettarmi.»

«Che farai, adesso?»


«Ti precederò.»

Mi strinse ancora, ma non riuscì a sorridere.

«Facciamo il giro e cerchiamo di raggiungere la porta della cucina,» suggerii.


Forse là non sono così numerosi.»

Il suo respiro era rapido e poco profondo mentre lei raccoglieva le forze per
seguirmi, e non era certo il chiaro di luna quello che dava al suo volto un pallore
così innaturale.

Probabilmente il colore della mia pelle, in quel momento, era molto simile al
suo.

Sgattaiolammo lentamente, tenendoci curvi per non richiamare la loro


attenzione. Mi parve che tutta una sezione di muro si increspasse in un nero
movimento, come un'onda in un mare d'olio. Continuammo ad avanzare,
rannicchiandoci e poi attraversando il terrapieno. Tutto intorno a noi era fermo e
in qualche modo irreale, con la buia massa della foresta alle nostre spalle e,
davanti, il bizzarro spettacolo del villino ricoperto di pipistrelli come un sudario
a brandelli. Il chiarore lunare rivelava sempre più corpi inerti sull'erba,
sconvolgente conseguenza dei giochi serali dei conigli selvatici.

Raggiungemmo la breve ma ripida pendenza e, quando fui di nuovo in piano, mi


volsi per aiutare Midge a salire. Lei cadde nelle mie braccia e vi rimase per
qualche momento, riluttante a lasciarmi. La striscia grigia formata dal sentiero
che portava al cancello ci invitava: la strada, al di là, rappresentava la normalità
creata dall'uomo, una realtà concreta, e la tentazione di raggiungerla era forte;
ma il villaggio era lontano e la strada percorreva la foresta per miglia e miglia.
Meglio prendere l'automobile.

Avevo avuto ragione circa i pipistrelli: pendevano per lo più dalle altezze
superiori, nero rivestimento irto e palpitante di vita. Cautamente, con gli occhi
verso l'alto, condussi Midge attraverso la porta della cucina.

Un pipistrello volò via dal muro sopra di noi. Poi un altro e un altro ancora.

L'impulso a fuggire quasi ci sopraffaceva, ma l'idea di spaventarli e di farceli


volare tutti addosso ci obbligava a controllarci.
Continuavo a dirmi: calma. Sono solo mammiferi volanti, fra loro non ci sono
vampiri.

Vallo a dire ai conigli, era la mia maledetta risposta.

La porta era chiusa, e la mia mano tremava quando afferrai la maniglia. Cercai di
girarla il più silenziosamente possibile, ma lo scatto mi fece stringere i denti; mi
aspettavo di sentirmi mordere il collo a ogni momento.

Spinsi il battente e uscì un odore di muffa e di marcio ad annunciare che le cose


non andavano bene nemmeno nell'interno di Gramarye; mentre allargavo
l'apertura il buio non fu più accogliente del puzzo. Se l'ombra può sogghignare,
in quel momento faceva del suo meglio.

L'interno era minaccioso, e tuttavia... e tuttavia in qualche modo allettante. Mi


sembrava di essere un bambino davanti all'ingresso di quel parco di divertimenti
che era la casa stregata; avevo paura, ma avevo pagato il biglietto e volevo
entrare.

Sulla soglia inciampai in qualche cosa, ma non mi fermai a investigare. Entrai


spingendo Midge insieme a me, e immediatamente cercai l'interruttore. Accesi e,
momentaneamente abbagliato, mi volsi per chiudere la porta. Midge mi afferrò il
braccio prima che lo facessi..

Battei le ciglia con aria interrogativa, impaziente di mettere una barriera fra loro
e noi; lei guardava la soglia.

Rumbo era lì, col piccolo corpo peloso coperto di sangue, la bocca spalancata
dal terrore. Gli occhi erano due fessure morte.
37.
INVASIONE
Lo portammo sulla tavola della cucina. Midge piangeva e io trattenevo le
lacrime. Non ci eravamo accorti di quanto ci fossimo affezionati a Rumbo.

Le ferite sul dorso erano gravi; profonde incisioni sanguinose lo percorrevano


per tutta la lunghezza la dove i pipistrelli - certo più d'uno - lo avevano graffiato.
Le ferite alla gola erano ancora più profonde, ma mi chiedevo se la vera causa
della sua morte non fosse stata la sola paura. In alcune parti non aveva più pelo e
una della sue orecchie era a brandelli; doveva aver lottato come un disperato.

Senza speranza ascoltai i battiti del suo cuore, ma non ve n'erano. Il suo corpo
non si era ancora raffreddato, e io lo scuotevo parlandogli dolcemente come per
incoraggiare i suoi spiriti animali a tornare e a ravvivare quelle arterie morte.

Rumbo se n'era andato, e, cosa strana (o forse no: quando la morte avviene, le
donne sono sempre più realistiche degli uomini), Midge accettò il fatto per
prima. Mi prese le mani nelle sue.

«Povero piccolo,» dissi, incapace di distogliere lo sguardo dal corpo inerte.

«Che cosa sono quegli esseri là fuori, Mike? Non possono essere gli stessi
pipistrelli della soffitta. Le loro dimensioni... Perché attaccano gli animali?»

Mi strinsi nelle spalle, sola risposta all'assurdo. Avevo gli occhi annebbiati e non
volevo parlare per non far sentire la mia voce tremante. Invece guardai la cucina
distogliendo lo sguardo da Midge. Non volevo nasconderle il dolore - ne
avevamo condiviso abbastanza durante la nostra convinvenza e le lacrime non
erano mai state un imbarazzo per noi - quella che non volevo che vedesse era la
mia paura.

La personalità di Gramarye si era alterata. La malattia che la corrodeva


nell'intimo fin dalla morte di Flora era stata arrestata dal nostro arrivo, come un
cancro guarito da un nuovo farmaco. La decadenza era cessata ed era cominciata
la sua rigenerazione. La sua magia si era rinnovata.

Adesso mi rendevo conto di questo anche se una parte di me diceva: Ascolta, sei
pazzo, qui si tratta di pietre e travi, non di una persona viva, e nemmeno di un
organismo senza mente. Un mucchio di mattoni inanimato e insensibile, perdici
Ma sapevo che non era così. Qualche cosa al di fuori di tutto questo mi
sussurrava come aveva fatto prima, instillandomi questa certezza, forse per
beffa. O forse questo qualche cosa faceva estremamente sul serio temendo che
non volessi ascoltare. O capire.

E in verità i pensieri erano così inconsistenti, così tenui che non sapevo io stesso
se li ascoltavo o li immaginavo. Chi ero io per giudicare le mie condizioni
mentali?

Ma l'idea persisteva. Non la struttura di Gramarye era viva, ma l'anima di coloro


che avevano abitato in essa, assorbita dalle pareti, dai soffitti, dai pavimenti,
chiusa in essa come energia in una batteria, così che, col tempo, l'edificio era
venuto a somigliare a una cosa vivente. Finché questa vita era stata corrotta, era
stata fatta divenire cancerosa da altre influenze meno pure. Pensavo che la
degenerazione era cominciata quando i sinergisti avevano preso a frequentare la
casa.

Con la morte di Flora, il potere di Gramarye era avvizzito, aveva cominciato a


corrompersi. Solo la nostra presenza, o più esattamente quella di Midge, aveva
trattenuto la corruzione e perfino iniziato un rinnovamento. Questo mi diceva la
voce silenziosa e questo credevo. E in parte avevo ragione.

Mi schiarii la gola e dissi in fretta: «Dove diavolo ho lasciato le chiavi?» La


parola "chiavi" venne fuori un po' strozzata, e Midge mi strinse più forte la
mano.

«Forse di sopra. Dio mio, fa così freddo qui.»

Ebbe un piccolo brivido. Tuttavia io ero sudato. Mi venne l'idea che stavamo
sperimentando la febbre di Gramarye.

Uno scroscio lacerante dalla porta vicina fece precipitare Midge fra le mie
braccia, e io udii appena il suo grido nel frastuono della muratura che cadeva.
Una nube di polvere attraversò la parte della cucina in cui eravamo. Intuimmo
quello che era avvenuto, ma, come si accorre all'odore del latte traboccato sul
fuoco, passammo dall'altra parte per vedere direttamente. Indugiammo per
scuoterei la polvere di dosso.
L'architrave aveva ceduto ed era caduto sul fornello portandosi dietro una buona
parte di muratura. Le ripercussioni erano ancora nell'aria con il polverume, e la
fuligginosa ferita nel seno del camino, aperta e frastagliata, dava un'idea
dell'intimo oscuro di Gramarye, uno squarcio nella sua carne di pietra che
rivelava la sua nera sostanza.

«No, non è vero, non può essere così!» gemette Midge, e io capii che aveva
avuto la stessa immagine. La pena e la ripugnanza che apparivano sul volto
erano le stesse che avrebbe avuto se avesse scoperto che il suo zio preferito era
un molestatore di bambini.

La portai via, impaziente di essere fuori di lì, il più possibile lontani dal villino
nel tempo più breve. Eravamo fuggiti dal Tempio dei sinergisti solo per trovare
che qui non c'era rifugio per noi; il villino si era alleato con la casa grigia, un
alleato in qualsiasi malefica causa generata da quel luogo infausto. A questo
punto non sapevo più se ero confuso o pazzo. Tutto quello di cui ero sicuro era
che mi si offriva la strada aperta.

Mentre ci affrettavamo verso il piano di sopra sentivamo scricchiolare l'assito


sotto il tappeto: uno scricchiolio fu così netto e forte da farmi pensare che il
piede sarebbe sprofondato, ma il tappeto stesso lo impedì e proseguii mentre
Midge faceva attenzione a evitare quello scalino. Nel passare feci scattare gli
interruttori e le luci sembrarono indecise prima di accendersi completamente.
Nella stanza rotonda l'odore era nauseabondo e le mura umide fino a gocciolare.

Le chiavi dell'automobile erano sul tavolino e io le afferrai. «Midge, prendi nella


stanza da letto quello di cui possiamo aver bisogno, e fai in fretta. Non voglio
restar qui un minuto più del necessario.»

Lei non rispose, si volse e scomparve nella stanza da letto lasciandomi un


momento per guardarmi attorno.

Una nera muffa si era formata fra il sommo delle pareti e il soffitto, sporgendosi
verso il basso in grandi macchie come se Midge avesse dipinto sulle pareti con i
suoi pennelli più grossi. Ancora più singolare era l'irregolarità del tappeto:
l'assito era curvato, le sue estremità sporgevano qua e là, dando l'impressione di
animali che tentassero di uscire, ostacolati dalla spessa copertura.

«Mike!»
In un attimo passai nella stanza da letto.

«Oh, no...»

Dove un tempo c'era una sottile fessura nella parete adesso c'era una spaccatura
di tre centimetri che andava dal pavimento al soffitto. Mi parve di vedere la notte
che si affacciava dall'altro lato.

«Smetti di far pacchi,» dissi a Midge. «Bisogna andarcene subito, prima che
crolli la casa.»

Lei esitava. Vi era in lei un'agitazione che era quasi visibile. Potevo capire la sua
angoscia e il suo smarrimento; l'unica mia meraviglia era che non fosse
totalmente traumatizzata. Il sogno di Midge era divenuto un incubo, tutto quello
che era accaduto era stato illogico e sconcertante, per dire il meno. Un idillio era
stato guastato da forze che nessuno di noi capiva... e francamente, per quello che
mi riguardava, che io non desideravo capire. Per lei era peggio, perché Midge
era consapevole di avere una parte in questo disordine, ma non aveva idea di
quale fosse questa parte, lo avevo avuto un'idea e avevo tentato di
comunicargliela, ma in fondo che cosa sapevo? L'unica cosa ovvia era che
Gramarye non era più un luogo sicuro per abitarvi.

Stavo per avvicinarmi a Midge e portarla via dalla stanza da letto - portarla via
dalla sua stessa introspezione - quando i suoi occhi si spalancarono e lei indicò la
finestra. Fanali di automobile brillavano sull'altro lato del recinto. Altri fanali
illuminavano dal di dietro la Citroen gialla.

«Bastardi,» mormorai.

Afferrai il polso a Midge e balzai nel corridoio.

«Cosa vuoi fare?» Si aggrappò a me mentre io prendevo il ricevitore del


telefono, e il suo tremito passò a me come se avessi toccato un diapason.

«È tempo che se ne occupi la polizia. Non so che diavolo le racconterò, ma


penserò a qualcosa. L'averti trattenuto contro la tua volontà potrà servire come
inizio.»

«Ma non è vero.»


«Mentirò un tantino. Abbiamo bisogno della polizia.»

Imprecai e tenni il ricevitore lontano mentre componevo il numero. Disturbi più


forti e poi un grido lamentoso, il rumore che potremo tutti sentire un giorno,
quando sarà caduta la bomba atomica e la linea si fonderà mentre telefoneremo
per informarci dei nostri cari.

«Merda ! » gridai. (Nei momenti di emergenza il mio linguaggio diventa un po'


volgare). Scossi i contatti finché l'interferenza fu meno stridula e poi ricomposi il
numero. Lo stesso suono acuto che rompeva gli orecchi.

Sussultammo entrambi e io riposi il ricevitore. «Usciamo di qui,» gridai


correndo verso la porta. «Ci nasconderemo nella foresta... là non ci troveranno
mai.»

«No, Mike, siamo più sicuri in Gramarye.»

«La guardai incredulo. «Scherzi? Non vedi quello che succede qui? Questo è un
luogo condannato alla rovina.»

«Non credo che qui ci possano fare del male.»

«Flora Chaldean probabilmente la pensava così. Guarda, non so che cosa


Mycroft e quei pazzi abbiano in mente, ma non credo che adesso vogliano
attirarci nel loro circolo. Mycroft ci ha lasciati venire qui perché qui voleva
prenderci. Dio sa perché, ma sono sicuro che aveva le sue buone ragioni. Andia-
mo via, vieni.»

Aprii la porta, e i pipistrelli disturbati si abbatterono sulla mia testa e le mie


braccia tese prima di fuggire nel buio. Nell'agitazione del momento mi ero
dimenticato di loro. Attesi un'aggressione in massa. Non accadde niente ma il
mio sollievo durò poco.

Delle luci uscivano dai boschi.

Rientrai e chiusi la porta in un attimo. «Ci hanno inseguito anche attraverso la


foresta.»

Midge aveva un'espressione stupefatta.


«Ha diviso le sue forze, ne ha mandate alcune lungo la strada e altre nella
foresta, dietro di noi. Sembra che avessi ragione: vuole prenderci in trappola qui
nel villino.»

Parve capire lentamente; poi assentì con la testa e subito si calmò; non tremava
più.

«Cristo, la porta! Non l'abbiamo chiusa. Scivolai alla curva della scala nella furia
di scendere in cucina e riuscii a controllare la caduta solo allungando le braccia e
premendo le mani contro le pareti. Scivolai ma riuscii a tenermi in piedi fino in
fondo. Tirai i due saliscendi della porta, in alto e in basso, e restai con la fronte
appoggiata al battente riprendendo fiato.

Ci volle un po' di tempo prima che ritrovassi il coraggio di guardare dalla


finestra. Le luci delle automobili erano state spente, e io potevo vedere il
chiarore lunare riflettersi sui cofani oltre il recinto. Laggiù non c'era alcuno,
nessun sinergista. Per quanto potessi dire.

«Midge!» chiamai dal basso delle scale. «Cerca il numero di Sixsmythe e


chiamalo: questa volta potremmo avere fortuna.»

Tirai le tende della cucina non volendo che loro mi vedessero, se erano lì.
Passando accanto alla tavola nell'avviarmi alle scale non potei fare a meno di
accarezzare il corpo peloso che giaceva lì. Non fu un gesto consapevole e certo
non vi indugiai troppo. Forse fu un gesto di affetto, un rimpianto per Rumbo che
se n'era andato.

Poi salii le scale aspettandomi di trovare Midge al telefono o almeno a sfogliare


l'elenco locale. Il corridoio era vuoto.

Lei era nella stanza rotonda, profilata nel chiaro di luna, intenta a guardare la
riunione fuori.

«Midge, perché non hai telefonato?»

«Non può aiutarci, Mike.»

«Sixsmythe? È l'unica conoscenza che abbiamo da queste parti.»

«Non saprebbe come aiutarci. E in ogni caso è troppo tardi.»


Seguii il suo sguardo e quello che vidi non mi piacque. Non mi piacque affatto.

Mycroft e la sua banda eterogenea erano all'aperto, gettando ombre nette e nere
sull'erba inondata dalla luna. Erano in disparte, entità separate, disseminate come
menhir e non meno immobili. Quelli che erano arrivati dalla foresta avevano
acceso le torce e, sebbene ognuno fosse isolato, occupando un suo proprio
spazio, costituivano una gruppo, unito al suo capo sinergista per qualche
misterioso scopo che mi atterriva.

Osservavano il villino e noi li osservavamo.

Io ero vicino a Midge e lei disse con calma: «Vogliono che moriamo ma non
vogliono insanguinarsi le mani.»

«È un po' drastico. » Se il mio sarcasmo fu rassicurante per lei, non servì per
quanto mi riguardava. «Non possono andare in giro ad ammazzar persone solo
perché gli piace una casa. Vi sono delle leggi contro questo tipo di predilezioni.»

«Volevano che Flora morisse e Flora è morta.»

Tanto per stare allegri.

«Ha avuto un attacco di cuore. Va bene, forse l'ha spaventata tanto da ottenere
questo risultato, ma lei era molto vecchia. Come potranno spaventare noi fino a
questo punto?»

«Non avevi paura nel loro Tempio, in quella terribile stanza? Non avevi paura
nella foresta?»

«Certo. Ma adesso siamo in casa nostra... guardiamo quello che Mycroft può
fare qui.»

Spesso una bravata è il peggior modo per tentare il destino. Che cosa poteva
fare? Molto, e noi stavamo per accorgercene.

Non successe immediatamente. I secondi passavano e nulla e nessuno sembrava


muoversi: non v'era nemmeno una nube nel cielo. Tutto era tranquillo come in
un cimitero. Anche gli assiti dei pavimenti avevano smesso di scricchiolare. La
cosa più evidente era il cattivo odore nell'aria.
Volevo allontanarmi dalla finestra - sebbene non fossimo troppo vicini perché i
sinergisti potessero vederci - ma in qualche modo mi sentivo radicato al punto in
cui ero. Ero affascinato, morbosamente curioso di ciò che stava avvenendo (o
non avvenendo) all'esterno. Anche respirare era faticoso: mi sentivo la pelle
troppo tesa attorno al petto. Noi guardavamo fuori e loro guardavano dentro.

Poi la figura più vicina alzò un braccio, e aveva in mano una lunga bacchetta.

E allora si scatenò l'inferno.

Il primo rumore fu una sorta di ruggito soffocato, come un'esplosione subacquea,


un boato profondo che si sminuzzò in un agitato e irregolare tambureggiamento.
Per un momento la luna scomparve e io pensai che fosse coperta da una nube;
ma le luci tornarono presto con lo spezzarsi dell'oscurità sopra di noi.

I pipistrelli si erano levati in massa e volavano sopra il villino, una massa nera
convulsa in movimento.

Volarono sempre più in alto, oltre la luna, verso le stelle, in un frenetico battito
d'ali. Ci avvicinammo ancor più alla finestra, alzando la testa, perché lo
spettacolo era incredibile e trascendeva lo spavento.

Li perdemmo di vista, non li udimmo più, ma solo per pochi secondi.

Il tambureggiamento tornò, un fracasso diabolico, sempre maggiore, così forte


che l'edificio sembrava vibrare col loro avvicinarsi. Ci scostammo dalla finestra
guardando il soffitto, senza fiato e incapaci di parlare.

Il rumore si fece più distinto, si concentrò, divenne un basso brontolìo e


guardammo all'interno del camino.

Piombarono giù dal caminetto come gli uccelli di Hitchcock invadendo la stanza,
rimpiendo l'aria delle loro strida e del terribile turbine delle loro ali. Il grido di
Midge (Dio sa se non fu il mio) fu troncato dall'infrangersi dei vetri della finestra
colpiti dall'esterno.

Ci chinammo istintivamente: i pipistrelli irruppero insieme ai vetri rotti,


unendosi agli altri e turbinando tra le pareti curve.

Sentii qualche cosa posarmisi sulla schiena affondandovi le piccole unghie per
aggrapparsi. Mentre cercavo di allontanarlo un altro mi si avventò sul collo
mordendolo.

Mi rotolai afferrando quello che era sul collo e schiacciando l'altro. La


sensazione delle fragili ossa che si spezzavano sotto di me fu ripugnante, ma lo
stringere il piccolo essere che mi aveva morso alla gola e si dibatteva fu anche
peggio. Sopra di me vi era un uragano di ali battenti che mi scompigliavano i
capelli; il trambusto nella stanza buia era pazzamente vertiginoso. E in quel
turbinìo sentivo le grida di Midge.

Altri due pipistrelli mi si abbatterono sul petto e io li colpii furiosamente con una
mano mentre con l'altra stringevo quello che mi mordeva ancora il collo. Poiché
mi era vicino all'orecchio, potevo sentire il suo squittire sotto la stretta. Mi
strappai via quel succhiatore di sangue senza sentire alcun dolore pur
lacerandomi la carne, e lo scagliai nella massa degli altri. Con entrambe le mani
mi tolsi dal petto gli altri due, che mi laceravano la camicia con le unghie e coi
denti. Mentre li gettavo nell'aria, altri mi si aggrapparono alle braccia e alle
gambe.

Nella luce del corridoio vidi il corpo di Midge che si contorceva, così coperto da
quegli esseri da sembrare un mostro mutilato da libro di fiabe. Gridava e si
batteva le membra atterrita. Io corsi da lei senza badare ai pipistrelli che mi si
aggrappavano al corpo.

Lei cadde in ginocchio e io colpii quei mostriciattoli con furia cieca, strappando
ali e rompendo ossa con una violenza selvaggia a cui nemmeno quegli ostinati
bastardi potevano far fronte.

Si dispersero. Gliene tolsi due che le si erano impigliati nei capelli gliene
strappai dalle spalle e dalla schiena. Dovevamo andar via di lì, ma dove? Tutte le
stanze avevano finestre. E intanto lottavo: nuovi pipistrelli si avventavano su di
me mentre altri tornavano da Midge. Li colpivo nell'aria, ma per ognuno che
abbattevo, altri tre prendevano il suo posto. Incominciavo a essere stanco, e il
peso combinato dei pipistrelli, per quanto fossero leggeri, mi faceva cedere a
poco a poco. Midge e io cademmo insieme, avvolti da quella nera peste alata.

Restammo sul pavimento, e il dolore non era tanto acuto: solo alcuni morsi e
alcuni graffi. Quello che ci teneva lì era il terrore.

Mi gettai su Midge in uno sforzo per proteggerla, pur sapendo che era inutile:
quei maledetti stavano per avere il sopravvento, come lo avevano avuto sui
conigli e come lo avevano avuto su Rumbo.

Chiusi gli occhi e attesi.

Finché i pipistrelli improvvisamente fuggirono.


38.
IL POTERE
L'aria adesso era libera. Il loro peso non ci opprimeva più.

Ascoltavamo il rumore delle loro ali che si allontanava, e restavamo lì con la


faccia contro il tappeto, aspettando che il battito si allontanasse e scomparisse
del tutto.

Solo allora alzai la testa per assicurarmi che fossimo realmente soli.

Un debole svolazzare vicino mi fece cercare allarmato la sua provenienza; un


pipistrello con un'ala spezzata roteava sul pavimento, spinto a girare
continuamente su se stesso dai colpi dell'ala sana. Un' altra forma scura si
ritraeva debolmente attraverso la stanza. Altri, che ero riuscito a uccidere, erano
ammucchiati qua e là. Il loro cattivo odore, morti o fuggiti che fossero, perma-
neva nella stanza combinandosi con quello della muffa e dell'umidità; nemmeno
la brezza che passava dai vetri frantumati riusciva a disperderlo.

«Midge.» La liberai dal mio peso, ma lei rimase immobile, con la faccia in giù.
«È finito, Midge, se ne sono andati.»

Le sue spalle sussultarono e mi accorsi che stava piangendo. Mi sedetti sui


talloni e, con le mani insanguinate, me la strinsi al petto. Ma adesso eravamo
esausti e potei solo tenermela così, cullandola come un bambino. Avevamo le
vesti lacere, ma, sebbene macchiati di sangue, nessuno di noi era ferito
seriamente. Anche la ferita sul mio collo sanguinava appena. Mentre le carez-
zavo i capelli le sue lacrime caddero sulla mia camicia strappata.

Un leggero scatto mi immobilizzò ancora una volta. Il colpo era venuto dal
corridoio, dove la luce brillava ancora, e precisamente dalla porta che dava
sull'esterno. Assurdamente la chiave, che era all'interno, girò nella serratura.

Midge, alzò la testa. Anche lei guardò la chiave.

Il saliscendi ai piedi della porta cominciò a scivolare lentamente, tirato da una


mano invisibile. La sbarra si fermò solo quando ebbe raggiunto il termine della
sua corsa.
Nulla avvenne lì per lì.

Poi, quasi con suo comodo, la porta si aprì.

Mycroft apparve sulla soglia.

Io diedi un gemito e Midge mi si abbandonò addosso.

Lui entrò nella luce e il suo sorriso non avrebbe potuto essere migliorato
nemmeno da Boris Karloff. Il solo vederlo mi fece sbigottire.

Mycroft entrò nel villino con la bacchetta tesa davanti a sé come il bastone di un
cieco, e, sebbene indossasse il solito abito grigio, non aveva più un aspetto
qualunque. In realtà, dato quello che gli avevo fatto, la sua urbanità era divenuta
sinistra: era divenuta minacciosa e terribile.

Si fermò sulla soglia della stanza rotonda, col volto nell'ombra, mentre la luce lo
illuminava dal di dietro. Lo udii trarre un lungo e profondo respiro come se
aspirasse tutta l'aria viziata della stanza riempiendosi il petto del cattivo odore.

Si era servito dei pipistrelli per abbatterci, e adesso era lì in persona.

Una bella prova per Mycroft il Mago, illusionista «extraordinaire». Solo che i
pipistrelli non erano stati un'illusione: la brezza che veniva dalla finestra rotta e i
miei abiti insanguinati me lo assicuravano. E la porta si era aperta veramente da
sola: la sua presenza nella stanza lo confermava. Mi domandai se parte di questa
attività avesse fatto bollire l'acqua nel radiatore dell'automobile e, se possedeva
tali poteri, l'averci attirato nella sua tana quella domenica non doveva essere
stato un problema.

Mycroft tese una mano e accese la luce prima di entrare nella stanza. Il suo
sorriso non era divenuto più piacevole.

Altri entrarono in fila dietro di lui mettendosi alternativamente alla sua destra e
alla sua sinistra lungo le mura curve formando una specie di artiglio vivente che
si chiuse attorno a noi. Dovevano essere circa una dozzina. Gli altri
probabilmente erano rimasti a guardia fuori, sentinelle al chiaro di luna.

Li guardai in faccia, e loro sostennero impassibili il mio sguardo. Perfino Gillie,


che era fra loro, non mostrava alcuna emozione, mi aspettavo almeno un cenno
dal mio vecchio amico Kinsella, ma anche lui era freddo come una pietra.

«Pos...» La voce mi venne meno e dovetti ricominciare. «Posso fare qualche


cosa per lei, Mycroft?»

Non credevo che, date le circostanze, fosse un cattivo inizio, ma non parve
divertire nessuno, e meno di tutti me.

«Non più» rispose, e l'idea che non gli eravamo più di alcuna utilità mi
agghiacciò ancora di più. Puntò il bastoncino verso Midge. «Lei avrebbe potuto
aiutarmi, ma ha scelto di non farlo. E la colpa è sua.» Il bastoncino indicò me.

Scossi la testa protestando. «Non sappiamo ancora quello che sta succedendo.
Non vogliamo combattere con lei, Mycroft, non vogliamo ostacolare il suo
Grande Piano, qualunque sia. Quindi che ne direbbe di andarsene?»

«È troppo tardi. Voi siete divenuti parte integrale di Gramarye.»

«Follie. Volete questo luogo? Prendetevelo. Fatemi un'offerta ragionevole. Io


non regalo nulla.» Ed ero deciso su questo.

«No!»

Lo aveva gridato Midge scostandosi rapida da me.

«Non sai perché vuole Gramarye? Perché Flora ha lottato tanto per non
cedergliela? Ce l'ha detto lui nel Tempio, non ricordi?»

Scossi ancora la testa, questa volta senza espressione.

«Gramarye, o per lo meno il luogo su cui sorge, è un canale per il potere di cui si
vale, un'ulteriore fonte di qualche sorta. Non lo vedi? Chiunque occupi questo
villino è il guardiano di questo potere. Come Flora, come la persona che viveva
qui prima di lei, e prima ancora. La linea è probabilmente infinita.»

Un mese prima - no, una settimana prima - avrei riso di questa ipotesi, ma
adesso non ero così sicuro. Era difficile da ammettere, ma lo era egualmente
tutto quello che era avvenuto là. E non avevo forse avuto recentemente le mie
"intuizioni" su quel luogo?
Mycroft parve divertito. «Finalmente incomincia a capire. Può sentire la magia
che dà vita a questa terra, che crea l'aria così che possiamo respirare, che crea le
sorgenti e le fa divenire fiumi perché possiamo bere, che provvede al cibo per
sostenerci. Può realmente immaginare che tutto ciò fra cui viviamo sia solo un
caso, che la Natura non abbia i suoi scopi, nessuna forza che la diriga? Non vede
che vi sono sorgenti contenute entro questo pianeta, che non potranno mai essere
capite? Sorgenti investigate solo dagli illuminati attraverso i secoli? È tanto folle
da credere che tutte queste antiche leggende, queste storie di maghi, di streghe,
di regni magici, siano solo fiabe per bambini?»

Rise forte, nel miglior stile di Karloff, e vi fu un mormorto di approvazione tra i


suoi accoliti intorno alla stanza.

«Quella stupida strega,» continuò Mycroft mostrando i denti, «mi ha impedito di


colmare la lacuna, di assorbire la potenza del luogo nel mio essere, di usare la
vitalità eterea che trapela da questo punto della crosta terrestre. Ma era vecchia e
debole, e presto è stata messa da parte.»

In quel momento cominciai a ridacchiare. Non potei trattenermi. Forse era un


attacco di isterismo, una combinazione di esaurimento e di paura, ma non potevo
fare a meno di pensare che la situazione ci era sfuggita di mano. Dio solo sa
perché, continuavo a domandarmi quale sarebbe stata la reazione del buon
vecchio Bob terra terra alla diatriba di Mycroft. Gesù, avrebbe riso per una
settimana! Più pensavo a questo e più ridevo. Caddi indietro sostenendomi al
divano con un braccio.

Ma a Mycroft non piaceva il mio riso. Non gli piaceva affatto. Puntò il
bastoncino nella mia direzione e improvvisamente mi resi conto che voleva
usarlo come una bacchetta magica. Mycroft il Mago con la sua fottuta bacchetta
magica! Mi lacrimavano gli occhi dalle risa.

Midge mi fissava come se mi fosse dato di volta il cervello (probabilmente ero


arrivato a questo). Volevo che lei vedesse il gioco, ma ridevo tanto da non poter
parlare. La faccia di Bob nell'ascoltare le fesserie che Mycroft ci aveva appena
propinato. Troppo, troppo.

I sinergisti raccolti nella stanza mi guardavano con gli occhi sbarrati.

Perdio, loro non avevano mai visto il gioco!


Nascosi la faccia nel morbido divano, con le spalle che sussultavano per le risa,
desideroso di chiedere a Mycroft dove teneva il suo lungo cappello a punta e la
palandrana nera, ma ridevo troppo per poter formulare le parole. Sentii il divano
ondeggiare sotto di me. Sempre ridendo alzai una mano meravigliato.

Una piccola sfilacciatura nella superficie logora divenne un buco e qualche cosa
di nero ne sgusciò fuori. La seguì un altro animale a più gambe, scattando via. E
poi un altro e un altro: una schiera di nere cimici.

Apparvero altri buchi. Altre cimici ne uscirono. Sempre più buchi, sempre più
cimici.

Saltai via e guardai con orrore altre centinaia e migliaia che si facevano strada
rodendo la stoffa del divano divenendo subito una lucida massa in fermento.
Venivano fuori in file bene ordinate, scivolavano rapide lungo il fianco del
divano, cadevano sul pavimento e avanzavano verso le mie gambe tese.

Allora ricordai che recentemente Bob non era stato così allegro in quella stanza
(era quasi impazzito) e la mia folle ilarità cessò di colpo. Ritirai il piede mentre
la prima cimice vi si arrampicava.

«Basta! Basta!»

Midge era balzata in piedi gridando a Mycroft che si limitò a sorriderle.

«Lei non può servirsi di Gramarye in questo modo! È stata fatta per il bene, non
per le sue perversioni!» Aveva gli occhi ardenti e il volto contratto per l'ira.

«Il potere contenuto in questo luogo può essere controllato in tutti i modi scelti
da chi lo riceve,» rispose Mycroft. «La vecchia era troppo debole, resa inferma
dagli anni.»

«Lei la ha uccisa!»

Adesso sogghignò, apparentemente compiaciuto dell'idea. «Sì, sì, credo di averlo


fatto: l'ho tentata con l'altro lato, quello che lei e il suo compagno potreste
chiamare il lato oscuro della magia. La sua fine è stata immediata.» Parve
sorpreso, poi fece schioccare le dita: «Così: ora si è vivi e un attimo dopo si è
morti. Non è riuscita a sostenere la rivelazione, capisce? Non ha potuto accettare
le tenebre nella sua anima. Come avreipotuto rivelarle queste tenebre se non si
fossero annidate in lei? E strano come il suo corpo si sia corrotto così
rapidamente, come se l'intima malvagità, insinuatasi nel suo essere fisico lo
avesse raggrinzito come una prugna secca.» Ridacchiò senza preoccuparsi del
disgusto sul volto di Midge.

La luce si abbassò e si rialzò come se qualcuno venisse folgorato nella stanza


accanto, e Mycroft perse per un momento il suo equilibrio. Guardò le pareti, il
soffitto, il pavimento. Poi il suo sorriso tornò.

«Sentite la sorgente della forza cinetica?» chiese ai suoi seguaci.

«Siate ricettivi, fondete i vostri pensieri e assorbite la sua energia. Riempitevi


della sua vitalità!»

La maggior parte di loro chiuse gli occhi, col volto teso nella concentrazione.
Vidi Gillie, presso la parete, barcollare e quasi cadere all'indietro. Un'altra
donna, sull'altro lato della stanza, emise un altro gemito. Kinsella continuava a
guardare Midge e me.

Stranamente, il potere della suggestione, mentre Mycroft incoraggiava ancora i


sinergisti, era tale che anch'io sentii un formicolìo nelle mie dita tese. La
sensazione emanava dal pavimento passandomi nelle braccia attraverso le spalle
e il petto. Improvvisamente ricordai le cimici che erano sembrate arrampicarsi
sulla mia gamba, e tuttavia, al controllo, erano scomparse completamente. Le
cimici erano state un altro dei trucchi di Mycroft.

«Posso fermarlo,» gridò Midge. «Sono qui per questo, sono stata scelta per
questo!»

«Ah, sì, lei,» disse il Mago con un lampo di astuzia. Puntò il bastone e Midge
barcollò. Tuttavia non cadde. Ritrovò l'equilibrio e rivolse a Mycroft uno
sguardo d'odio inarcando il dorso e stringendo i pugni.

«Posso!» gridò, e io l'amai per quella sfida. Mi alzai in piedi.

Lei era puntata sulle gambe, come radicata al tappeto, e lentamente si portò le
mani al volto stendendo le dita e riunendole come in un gesto di preghiera. Poi
piegò i polsi così che le dita erano rivolte a Mycroft, e 1'espressione di lui tornò
ansiosa. Questo, per lo meno, ci diede coraggio.
Midge stava rabbrividendo, ed era come se ogni muscolo del suo corpo fosse
teso e ogni sua forza fosse diretta a Mycroft. Io volevo gridare per incitarla.
Poteva farlo, sapevo che poteva farlo! Ma il mio grido fu solo un sussurro.

«Faglielo vedere a quel porco, Midge.»

Stringeva i denti così che il suo volto era divenuto una maschera minacciosa, la
sua espressione era tesa, il suo corpo vibrava come la bacchetta di un
rabdomante.

«Puoi farlo, Midge!» dissi, sempre in un sussurro soffocato.

Ed ero certo che poteva, era il successore di Flora, l'erede naturale di questi
misteriosi poteri la cui fonte erano Gramarye e il terreno su cui sorgeva il villino.
Tutto ciò che era avvenuto negli ultimi mesi l'aveva diretta verso questo punto
critico. Tutto ciò che dirige queste leggi mistiche di magia e tutto ciò che esso
comportava aveva deciso che spettava a lei continuare il buon lavoro della
vecchia Flora: era lei la guardiana, quella che avrebbe impedito che questo
potere fosse pervertito. In qualche buffo modo mi sentivo orgoglioso.

«Fa fuori quel furfante, Midge!»

Lei stendeva le braccia, con le palme e le dita tese. Era come se rivolgesse
contro Mycroft un fucile invisibile, e io ero entusiasta del crescente disagio di
lui. La tensione mi stringeva la gola così che non potevo più incoraggiare Midge.
I miei pugni tremavano nell'aria davanti a me. Lo aveva in pugno, avrebbe
messo fine ai suoi infami, maledetti trucchi! Le sue braccia erano rigide come
bastoni e io potevo quasi vedere l'energia che la percorreva.

Gli occhi di Mycroft si erano dilatati così che le pupille toccavano quasi il
bianco.

Kinsella tentava di farsi avanti e io ero pronto ad affrontarlo, ma si fermò di


colpo, incapace di muoversi.

La pressione mi martellava le tempie.

Le dita di Midge si aprirono.

Esalò un respiro con un gemito.


E nulla avvenne.

«Merda!» Gridai battendo un piede a terra.

Mycroft era perplesso. Poi felice. Alzò il bastone e subito i piedi di Midge si
sollevarono dal tappeto e lei fluttuò nell'aria.

Il suo corpo si inclinò mentre lei gridava il mio nome. Si innalzò, un metro, un
metro e mezzo, rigido come un'asse, mettendosi orizzontale.

Lei si portò le mani alla faccia avvicinandosi al soffitto, e io potevo solo


guardare atterrito, incapace di fare qualcosa.

Ormai il suo corpo era solo a pochi centimetri dal soffitto, quando lui, con una
risata, la lasciò andare. Midge cadde e io corsi sotto di lei prendendola fra la
braccia: cademmo a terra entrambi.

Rimanemmo lì ansanti, e tutto quello che potei udire fu il riso di Mycroft, la sua
sghignazzata. Anche Kinsella e gli altri erano divertiti. Eccetto Gillie: era
svenuta.

Noi eravamo finiti. Ci avrebbe ucciso e probabilmente avrebbe fatto apparire la


nostra morte come conseguenza di un litigio fra amanti finito male. O forse si
sarebbe concluso che qualcuno era entrato in casa, degli scassinatori, e ci aveva
aggredito disperatamente quando era stato scoperto (bastava guardare lo stato
della casa). Aveva certo trovato una spiegazione ragionevole, ne ero sicuro, ma
perché preoccuparmi di quale sarebbe stata? Questo era affar suo.

Mi alzai su di un gomito, preparato al peggio ma deciso a difendermi.

Quando il campanello squillò.


39.
FLORA
Era una situazione ridicola: Midge e io stesi a terra, i sinergisti disseminati per la
camera, pronti a uccidere... e adesso arrivava il solito piazzista.

Solo che non era qualcuno che vendeva profumi. E noi non avevamo sentito il
campanello elettrico; il suono era provenuto dalla vecchia campanella appesa
fuori della porta della cucina. L'imperiosità del suo squillo ci diceva che il nuovo
arrivato non era disposto ad andarsene (tutte le automobili ferme sulla strada
indicavano che in casa doveva esserci qualcuno).

Mycroft fece a Kinsella un cenno appena percettibile e, prima che potessi


muovermi, 1'americano scattò in avanti e fece scivolare un braccio sotto la gola
di Midge. I piedi di lei scalciarono nell'aria.

Mycroft mi si avvicinò. «Si liberi subito di chiunque sia. Non mi importa di


come, ma deve farlo. Altrimenti la sua piccola beneamata ci andrà di mezzo.
Uno strattone del suo braccio la strangolerà in un attimo. Può farlo, creda a me,
può farlo facilmente...»

Guardai Kinsella e non dubitai che poteva farlo ed era pronto a farlo. Guardando
quel bel volto mi domandai dove era andata a finire la sua faccia da torta di
mele.

Mi alzai a fatica e pensai di aggredirlo prendendogli il braccio o stendendolo a


terra prima che potesse farle del male, ma respinsi subito l'idea: quel furfante era
troppo forte e troppo agile, e io troppo lento e non abbastanza forte.

«Se le fai del male... » dissi senza convinzione, e quella minaccia lo divertì. Le
strinse il seno con la mano libera per farmi capire quanto fosse spaventato, e la
sfrontatezza del suo sorriso mi fece rabbrividire.

Midge si contorse, con quel braccio che le opprimeva la gola.

Feci un passo verso di loro e lui aumentò la pressione sul collo di lei così che
Midge sgranò gli occhi per il dolore.
«La ucciderò e poi toccherà a te» mi avvertì amabilmente.

Mi ritirai alzando le mani: non c'era nulla da fare. La campanella da basso suonò
ancora.

«Non faccia sciocchezze in nessun caso,» mi avvertì Mycroft.

Lo sfiorai andando nel corridoio. E tutta una pazzia, continuavo a ripetermi


scendendo le scale. Tutta questa maledetta faccenda è un'incredibile pazzia. E se
questi esaltati vogliono farci fuori in ogni modo, perché non fare un tentativo
dopo aver aperto la porta? Almeno potrei avvertire la polizia. Ma le chiavi
dell'auto sono ancora di sopra, sono cadute nel trambusto. Tuttavia quello che ha
suonato deve avere un'automobile. Portalo con te chiunque sia, va al villaggio e
torna con aiuti; era questa la cosa da fare. Ma lasciare Midge sola nelle mani di
quei pazzi? Questa domanda non richiedeva nemmeno una risposta consapevole.

Un gradino cedette sotto il mio peso e mi trovai improvvisamente seduto, con un


piede sprofondato nel tappeto. Un movimento alle mie spalle mi avvertì che un
sinergista, o forse due spiavano alla svolta delle scale pronti ad avvertire di
quello che avrei fatto aprendo la porta.

La campanella non suonava più.

Sentii una terribile disperazione.

Poi la porta fu spinta.

Mi rialzai e scesi rapidamente gli ultimi scalini, oltrepassai la cucina e raggiunsi


la porta senza pensare ad altro. Il battente veniva spinto come se la persona
dall'altra parte fosse adirata e impaziente e disperasse di essere fatta entrare. Le
mie dita toccarono il catenaccio e rabbrividirono al contatto del freddo metallo.
Improvvisamente mi resi conto di chi c'era là dietro. Non so come lo sapessi, ma
lo sapevo. La mia mano si abbassò lentamente come di sua volontà e io fissai la
porta.

Lei aveva cercato di incontrarci già da molto tempo.

La mia paura aveva raggiunto il massimo sorgendo dalla fangosa palude del
terrore come un essere gocciolante da un acquitrino. Stavo realmente per
affrontare quella figura che ci aveva osservato da lontano? Volevo veramente
trovarmi faccia faccia con quel volto devastato, trovarmi a pochi centimetri di
distanza da lui? Volevo sentir l'odore della sua putredine così da vicino, il puzzo
della morte corruttrice che aveva già viziato l'aria nel villino? Volevo incontrare
finalmente il mio incubo?

Ma avevo altra scelta?

Il suono era cessato come se lei sapesse che io ero dall'altra parte e che fra poco
la porta si sarebbe aperta. Afferrai ancora il catenaccio e lo trassi indietro,
costretto da una volontà diversa dalla mia.

Le mie dita scivolarono sul legno verniciato abbassandosi fino al saliscendi ai


piedi della porta. Tolsi il fermo e cominciai a far scivolare il saliscendi.

«No!»

Ancora chinato, mi voltai e vidi Mycroft in fondo alle scale; qualche cosa lo
aveva spinto a seguirmi.

Un'ombra di panico nel suo comando mi disse che anche lui sapeva chi era lì.

«Non apra quella porta!»

Gli sorrisi nervoso. Alzai del tutto il saliscendi e girai la chiave nella serratura.
Poi aprii la porta.

Osservai la figura sulla soglia, stupito e senza parole.

Perché naturalmente avevo sbagliato ancora.

Venne verso di me brontolando come sempre. «Credevo che non mi avresti mai
aperto,» sbuffò Val entrando nella cucina prima di voltarsi. «Ho visto le
automobili parcheggiate fuori e ho pensato che avessi visite, ma ho suonato e
tempestato per secoli. Stavo per girare dall'altra parte.»

Grossa, irsuta Val; in tweed a due pezzi, scarponi e calze pesanti; grossa e
baffuta Val.

«Val,» gracchiai. Non ero arrabbiato come l'ultima volta.


La brezza che veniva dalla porta aperta mi raffreddava la nuca umida.

«Buon Dio, devi aver pensato che fossi un fantasma dal modo con cui mi guardi.
Stai bene, Mike? Sono venuta perché ero ansiosa per quello di cui abbiamo
parlato al telefono. Sai c'è qualche cosa di molto strano...»

«Si sbarazzi di lei!» stridette Mycroft.

Val, ovviamente, lo aveva visto appena entrata nel villino, ma adesso rivolse al
sinergista la sua piena attenzione. «Prego?» disse. Io stesso ero stato fulminato
da quel tono e da quello sguardo un paio di volte nel passato.

«La faccia andar via.»

Mycroft parlava con voce bassa e calma, ma io sapevo che la sua pazienza era
agli sgoccioli. Quanto a me, ero lieto di vederla, sebbene mi rendessi conto che
la sua presenza non portava alcun aiuto alla situazione; per quanto Val fosse
formidabile, dovevamo competere con qualche cosa di più del solo numero.

«Mike, mi dispiace di aver interrotto qualche faccenda, ma vuoi avere la bontà di


informare questo screanzato cretino...»

Si era voltata verso di me, ma il suo sdegno si interruppe insieme alla sua frase
quando guardò la porta dietro di me.

La brezza che alitava era divenuta ancora più fredda portando con sé una
particolare fragranza agrodolce.

Una mano mi toccò la spalla dal di dietro.

Senza avere il coraggio di guardare direttamente, volsi appena la testa e vidi


l'ombra. Il suo respiro mi sfiorò la guancia. Mi voltai completamente.

Era piccola, molto più piccola di quanto mi aspettassi. Sottile. E fragile. E aveva
il volto più vecchio e più dolce che avessi mai visto.

I suoi occhi erano pallidi, ancora più pallidi di quelli di Midge, e sembrava che
vi passassero delle nubi. Le labbra erano sottili, piegate in giù alle estremità; ma
tuttavia era una bocca dolce: la piega agli angoli non induriva la sua espressione.
E sebbene il naso fosse affilato, non presentava arroganza ma solo decisione. Le
rughe segnavano in tutti i suoi lineamenti, tuttavia era un volto chiaro, pulito,
pieno di compassione. Portava una sciarpa a mo' di foulard, molti colori
intrecciati nel suo ruvido tessuto senza un particolare disegno; capelli bianchi,
che le cadevano a ciocche sulle spalle, spuntavano da sotto la sciarpa. La veste
era lunga, accollata, di un grigio scuro, di moda al tempo del «Ritratto della
madre» di Whistler.

Flora Chaldean alzò l'altra mano.

Improvvisamente capii, con quel tocco, la straordinaria quantità di energia


spirituale che era stata necessaria perché lei giungesse a questo punto. I suoi
precedenti fenomeni genericamente periferici, il suo graduale avvicinarsi al
villino non erano stati altro che una manifestazione visiva (o visionaria) del suo
sforzo di materializzazione, l'accumularsi di forze psichiche, il modellarsi della
sua esistenza spirituale in forma tangibile. Tuttavia in qualche modo sentivo che
solo quello che stava avvenendo a Gramarye in quella notte aveva permesso che
l'ultima barriera tra il mondo spirituale e il mondo fisico fosse spezzata.

Vidi tutto questo nei suoi occhi evanescenti, come se quei vapori fossero i suoi
veri pensieri. E mi resi conto che la sua presenza era un avvertimento, come lo
era stata per tutto questo tempo a Gramarye, quando la sua forma era stata
osservata solo come un'ombra spettrale a distanza.

Lei si avvicinò e aprì la bocca per parlare, ma ancora una volta, non so se ho
udito le sue parole o percepito il suo pensiero.

Tuttavia quello che lei disse con le labbra o col pensiero fu solo:

«Tu...»

E poi cominciò a lasciarsi andare davanti ai miei occhi. Fu come se avesse


bruciato tutta l'energia psichica che era stata necessaria per portarla a quel
momento, 1'impulso finale di entrare in Gramarye usando le sue poche forze;
adesso il processo si rovesciava nel declino, avanzato verso i sensi fisici tornava
indietro come un film girato alla rovescia. Fui lieto di non essermi avvicinato a
lei durante gli stadi precedenti, quando l'avevo vista all'aperto, presso la foresta,
intenta a osservare Gramarye.

Le rughe del suo volto e delle sue mani si approfondirono e poi scomparvero
lasciando solo delle deboli linee, e la sua carne si... dissolse. Dai suoi occhi
venne una passione come se le nubi si fossero raccolte in una nebbia opaca. Le
sue mani colpirono le mie spalle battendo un debole tamburellìo irregolare, e la
sua pelle divenne cerea, quasi lucente come carne congelata. Cominciò a
stendersi, divenne sottile come carta; cominciò a lacerarsi.

La sua dissoluzione fu rapida, ma ogni secondo fu senza tempo.

Poi cominciò la decomposizione del suo corpo.

Là dove si erano posate le mosche su di lei quando era rimasta accasciata davanti
al tavolo della cucina di Gramarye, tanti mesi prima, riapparvero le loro uova,
bianche larve brulicanti che banchettavano e crescevano formando un
reggimento perfettamente addestrato di minuti carnivori, disparvero nelle cavità
da loro stesse formate.

L'intenso fetore si rovesciò su di me e io trattenni il respiro per non inalare quei


fumi.

La sua carne cominciò a disfarsi, a colar via, mettendo in evidenza muscoli e


ossa, e lasciando allo scoperto quei piccoli esseri che strisciavano nel suo intimo.
Le palpebre non ebbero più la consistenza per trattenere i suoi occhi, che
sporsero dal volto devastato. Una mano che era rimasta sulla mia spalla mi
scivolò lentamente lungo il petto e le ossa delle dita - su cui era rimasta poca
carne - si impigliarono nella mia camicia a brandelli.

Si contrasse davanti a me: la sua figura, che era stata piccola in vita, divenne
ancora più piccola via via che le ossa e i muscoli rientravano gli uni negli altri.
L'altra mano si sgretolò.

Altre cose si contorsero in quelle buie occhiaie cave, cose nere che scivolavano
l'una sull'altra come spaghi fradici. La mascella si aprì, non più sostenuta, e
anche la lingua nera e floscia parve unirsi alle schiere degli animali striscianti
divenendo una di loro.

La sciarpa le scivolò dalla testa e i bianchi capelli caddero in ciocche sparse e


flaccide mentre rimanevano solo isole di pelle sul cranio grigio.

Il suo corpo si sfasciò lentamente e cominciò a dissolversi prima ancora di


raggiungere il pavimento. Le vesti, le ossa, la carne liquefatta rimasero in
mucchio sulle piastrelle ma, in pochi attimi, anche quelle scomparvero. Non
rimase nulla di Flora Chaldean eccetto l'odore.

Indietreggiai barcollando, appoggiandomi allo stipite della porta. Val osservava


dalla cucina senza credere ai suoi occhi. Mycroft si era lasciando andare contro
le scale. Aveva gli occhi socchiusi, come se fosse esausto, svuotato di ogni
energia.

E tuttavia, stranamente, io mi sentivo carico: una specie di energia chimica


scintillava in me spingendomi il sangue in tutto il corpo, facendomi formicolare
e fremere le estremità dei nervi. Lei mi aveva toccato la spalla e i suoi occhi e i
suoi pensieri mi aveva riempito. Ma ancora non capivo.

Finché mi accorsi che Mycroft mi guardava intimidito e sentii la sua paura e il


suo rispetto. Allora cominciai a capire...
40.
LE COSE SI SCATENANO
Mycroft scomparve su per le scale - e sentii anche altri passi, evidentemente
quelli dei suoi seguaci che erano rimasti nascosti - mentre alzavo le mani
esaminandole e domandandomi perché palpitassero così e perché la cute e tutte
le parti pelose del mio corpo mi formicolassero con una sensazione di aridità. Mi
toccai la testa: i capelli erano ruvidi (quasi mi aspettavo che fossero irti). Era
dunque questa la sensazione fisica che proveniva dal possesso della magia?

Il possesso della magia. Non poteva essere! Non per me non per Mike Stringer,
scettico e quasi miscredente. Ma venivo trasportato da qualche cosa che non
badava alla mia incredulità e alla mia confusione.

Val si sorreggeva stringendo il tavolo con le mani. Sembrava sconvolta e non


c'era da meravigliarsene con tutto quello che era successo da quando era entrata
nel villino. Adesso, tuttavia, sembrava incuriosita, rendendosi conto del mio
cambiamento avvenuto.

Non credo che questo cambiamento fosse tangibilmente visibile, ma lei sapeva
che era realmente avvenuto. Naturalmente, per quanto ne sapessi, potevo
emanare delle luci azzurre dalle orecchie, ma non lo credo. Il cambiamento della
mia mente, comunque, era lieve, altrimenti penso che sarei stato totalmente
travolto da questa metamorfosi.

Il buffo era che avevo paura, ma che lo spavento non mi atterriva. Ha senso tutto
questo? La paura mi eccitava perché era qualche cosa di nuovo, e con il suo
acquisto - o dovrei dire con la sua liberazione - veniva un senso di benessere, un
elemento essenziale che contribuiva a bilanciare il nuovo potere. Immaginiamo
di essere nati ciechi e che un giorno un colpo in testa ci permetta di vedere. Si
pensi all'eccitazione, al reverente timore per ogni cosa che ci è intorno, alla
paura di tutto.

Tuttavia non ero ancora sicuro al cento per cento. Il tocco e i pensieri di Flora mi
avevano instillato la conoscenza, avevano acceso l'interruttore della
consapevolezza, ma che diavolo! Poteva essere stata un'allucinazione. Vi era
solo un mezzo per saperlo, e un brivido nervoso mi attraversò mentre mi avviavo
alle scale.
Val tentò di prendermi per un braccio mentre passavo, ma qualche cosa le fece
ritrarre la mano prima che mi toccasse.

Salii le scale in fretta, pronto al combattimento, e forse desiderandolo.

I sinergisti mi aspettavano, ma erano confusi; e né l'evidente panico di Mycroft


né il mio arrivo avevano provocato il loro disordine.

Una luminosità blu-viola emanava da ogni oggetto nella stanza rotonda: il


divano, le sedie, i mobili, i libri, i quadri, la mensola del camino, le intelaiature
delle finestre, le tende, tutto, inondando la stanza con la sua luce misteriosa ;
anche il soffitto era soffuso di colori elettrici. Spielberg non avrebbe potuto
ottenere un effetto più impressionante. Il bagliore delineava i corpi umani ma in
modo non meno sconcertante. Se qualcuno faceva schioccare le dita, dei disturbi
elettrici tuonavano nell'aria; se qualcuno starnutiva, le correnti d'aria creavano un
uragano.

La stanza rotonda era viva.

Palpitava e vibrava; ma non vi erano suoni e non vi erano movimenti: la sua


esistenza poteva solo essere intuita con meraviglia.

Rimasi sulla soglia e sentii la stanza respirare su di me. Da una parte Gillie era
sostenuta dalla ragazza chiamata Sandy. Gli altri guardavano ansiosi le pareti e i
mobili. Neil Joby sembrava stesse per vomitare. Vidi un uomo toccare il
cavalietto del tavolo da disegno sotto la finestra infranta e subito ritrarsi mentre
il fulgore si espandeva dal suo braccio rafforzando per un momento la sua luce.
L'Uomo Ossuto era lì e direi che avrebbe voluto fuggire se io non avessi
bloccato con la mia presenza la porta; rimase lì, in un atteggiamento indeciso.
Kinsella teneva ancora Midge e sembrava il più calmo di tutti.

Anche più calmo di Mycroft, che era nel centro con gli occhi fissi su di me.

Era il momento della verità. Io inghiottii.

Anzitutto Kinsella.

Esitai: chi non lo avrebbe fatto nella mia situazione? Per questo, forse, non agii
immediatamente. Avevo bisogno di tempo e di esperienza per acquistare
confidenza, e non avevo né l'uno né l'altra.
Kinsella si vide improvvisamente il braccio trasformato in una zampa di capra.
Non avevo idea del perché avessi scelto una capra : mi era passata per la mente e
io avevo trasferito 1'idea nelle sue braccia. Purtroppo l'immagine fu solo
momentanea: Midge si trovò ancora nella sua stretta prima che lui avesse il
tempo di stupirsi e di lasciarla andare. Il suo stupore si manifestò un secondo più
tardi, ma lui continuò a tenerla: lasciò pendere la mascella e inarcò le
sopracciglia. Sbattè le palpebre pensando che fosse stata un'illusione, e Midge
tentò invano di liberarsi.

Nondimeno qualche cosa era avvenuto, e questo dava almeno un granello di


credibilità a quello che mi sforzavo di credere. Potevo farlo! Dovevo solo
concentrarmi intensamente, e sarebbe avvenuto! Mi ero sempre sbagliato nei
riguardi di Midge: lei era un elemento importante in tutto questo, una sorta di
catalizzatore, ma non era il successore di Gramarye. No: ero io, mio Dio! Io! Ma
non era questo il momento di speculare.

La forza della mia mente colpì ancora e io cercai di sostenerla imparando già i
trucchi, l'arte, o la tecnica della magia. Kinsella si accorse di avere un braccio
stretto da un sogghignante pitone. L'immagine fu più duratura e, con uno strido
da femminuccia, lasciò la presa.

Midge cadde a terra.

«Vieni qui, Midge,» gridai, e lei cominciò a strisciare senza capire perché
l'americano l'avesse lasciata e probabilmente senza domandarselo: voleva
semplicemente raggiungermi.

Ma la bacchetta di Mycroft la spinse indietro e la tenne lì ferma.

«Crede di poter competere con me?» gridò Mycroft nella mia direzione.

E, quant'è vero Dio, io risi. Penso che l'attacco isterico fosse tornato e mi
spingesse a questo.

Lui si infuriò: dovette credere che lo deridessi, e forse aveva ragione. Tese la sua
bacchetta e l'intelaiatura della porta intorno a me prese fuoco. Io balzai indietro
nel corridoio, atterrito davanti alla porta in fiamme.

Ebbi il tempo di vedere Val che mi fissava dalle scale, col volto inorridito,
illuminato dal fuoco. Non l'avevo mai vista restare senza parole e, a onor del
vero, fece del suo meglio per parlare. Ma riuscì solo a smuovere le labbra.

«Non chieder nulla,» le dissi.

Poi mi tuffai ancora nella porta infiammata senza concedermi il tempo di


riflettere perché a questo punto o credevo o non credevo: non vi era una via di
mezzo.

Udii il grido rauco di Val, ma altri rumori nella stanza lo soffocarono. Il fuoco
dietro di me si spense improvvisamente e io mi accorsi di non avere nemmeno
una bruciatura.

Mycroft e io ci guardammo da un capo all'altro della stanza, mentre i sinergisti,


intorno a noi gemevano senza preoccuparsi molto di me, ma interessatissimi a
quello che succedeva intorno a loro. Tutto nella stanza - voglio dire i cosiddetti
oggetti inanimati - non solo sfolgorava, ma stava pulsando: le sedie, i mobili,
perfino le pareti palpitavano come strani cuori. Il tappeto si muoveva come se
forti mani sotto di esso lo spingessero in su. E i frammenti di vetro che erano
schizzati via dalla finestra oscillavano ad alcuni centimetri da terra come
saltellanti grani di cristallo. L'Uomo Ossuto cercava di raggiungere il saliscendi
di una finestra mentre altri seguaci lo spingevano alle spalle, pensando solo ad
andarsene dal villino; ma, appena afferrò l'asta di metallo, il suo corpo vibrò e i
pochi capelli che gli restavano crepitarono come se avesse ricevuto una scossa
elettrica. Saltò via trascinando con sé gli altri in una confusione di braccia e di
mani che si dibattevano. Vi furono strilli di donne nella stanza (e anche di
parecchi uomini) e vidi che Joby aveva finalmente vomitato il contenuto del suo
stomaco senza tuttavia liberarsene completamente, versandoselo sul collo, sul
petto e sulle spalle. Mattoni e fuliggine precipitarono nel caminetto, una nube di
polvere ne scaturì avvolgendosi in spire nell'aria; la muffa sulle pareti parve una
ribollente putredine.

La sala rotonda aveva perso gran parte del suo fascino.

Mycroft borbottò qualche cosa che non riuscii a capire nel trambusto; pensai che
fosse un incantesimo piuttosto che un brontolio di rammarico e mi domandai che
cosa avesse in mente. Ma capii subito.

Una ragnatela cominciò ad avvolgersi attorno a me, prendendomi prima le


braccia e poi le gambe e continuando ad avvolgermi sempre più come una sottile
rete di acciaio, coprendomi il petto e il ventre e subito intrecciandosi a quella che
mi avvolgeva le cosce. La rete argentea mi raggiunse le spalle e vidi che vi era
una quantità di piccoli ragni tra i fili, tutti al lavoro che sollevavano e
allungavano le zampette sottili. Il bozzolo crebbe rapidamente e in meno di un
minuto giunse alla gola dove si restrinse. Tutto l'insieme si strinse così che
riuscivo appena a respirare. Midge era in ginocchio e gridò il mio nome. Avevo
paura? Sì, più di quanta sia possibile descrivere. Ma mi imposi la calma perché
sapevo che era tutto un trucco e che poteva essere realtà solo in quanto la mia
mente gli permetteva di esserlo. Evocai un'invisibile lama su quei fili.

L'intreccio si spezzò e, prima che la lama mi giungesse allo stomaco, tutta la


ragnatela scomparve.

«Questo è quanto di meglio sa fare?» sfidai Mycroft ostentando una baldanza


che non sentivo affatto.

Il colpo d'un invisibile maglio che mi spinse ancora nel corridoio mi disse che
aveva appena cominciato. Rimasi contro la porta del retro, teso, e
ripromettendomi di non aprir più bocca in futuro. Tuttavia il dolore veniva dalle
spalle, dove avevo colpito la porta, e non dal petto, dove immaginavo di essere
stato colpito. Quando mi ripresi, corsi ancora nella stanza rotonda scontrandomi
con i sinergisti che cercavano di uscirne, dato che la paura aveva preso
finalmente il sopravvento sulla fedeltà al loro capo. Si scostarono da me come se
fossi un appestato, tornando in fretta nella stanza. Devo ammettere che non
potevo biasimarli per il loro tentativo di fuga, perché quello era divenuto decisa-
mente un luogo poco sicuro. Se Midge non fosse stata lì, me la sarei data a
gambe anch'io.

Le assi del pavimento uscivano dal tappeto piegandosi in su come succhiate da


un turbine; anche il soffitto si incurvava a forma di cupola. Lunghe, fratture
frastagliate spaccavano le pareti.

Una luce scattò dal bastone di Mycroft verso il mio cuore, e per un riflesso
spontaneo io la bloccai con un pensiero. E poi la respinsi.

Il suo bastone esplose: frammenti ardenti volarono nell'aria. Lui barcollò


all'indietro e per poco non cadde. Ma si riprese e mi fissò con un insieme di
stupore e di terribile odio. L'allievo aveva superato il maestro, pensai
trucemente.

Poi mi mostrò cose che non voglio rivedere - o immaginare -mai più.
Aprì l'accesso a un incubo e mi condusse in esso. Non ero più a Gramarye ma in
qualche altro luogo, in un'altra dimensione buia e sconosciuta, dove la
decomposizione era fraganza, dove la pena e la sofferenza erano aiuto. Una buia
pianura dove il disgusto sostituiva l'amore, l'oscenità la purezza. Non so se mi
aveva fatto passare per la porta laterale dell'inferno o se mi aveva condotto in un
corridoio perduto della mia stessa mente. Forse erano entrambi la stessa cosa.

Sapevo solo che, se non mi ritraevo da quel mondo sotterraneo dove l'orrore si
insinuava nell'oscurità intorno a me, se non trovavo subito la strada del ritorno,
sarei rimasto lì per sempre. Era come la rinuncia al mio stesso pensiero.

Vidi una massa che si affollava verso di me provenendo dall'ombra, una massa
che mi parve una folla in cammino, vidi gambe farsi avanti a fatica, profili di
braccia ondeggianti, teste agitate qua e là; ma quando mi furono più vicine mi
resi conto che era un'ardente massa di gente fusa insieme da un fuoco che aveva
liquefatto e confuso le loro carni.

Vidi un fiume che fluiva nell'aria sopra la mia testa e, nelle sue putride acque,
delle creature che non erano né pesci né uomini, ma in parte entrambi; si
nutrivano di se stessi scegliendone uno in un gruppo e mettendolo al bando per
divorarlo. Vidi strani rettili che strisciavano sulla nera terra e che, quando si
avvicinavano, erano solo sacchi membranacei pieni di una moltitudine di forme
che si contorcevano, differenti specie di vermi, larve e insetti tutti chiusi nello
stesso guscio trasparente, provocando con la loro irrequietezza il movimento
dell'insieme. Vidi mostri che sfidavano ogni descrizione, assorbii pensieri troppo
ignobili per essere riferiti. Esistevo in una tetra e tenebrosa regione inferiore il
cui orrore aveva un proprio fascino.

Qualche cosa di freddo e di viscido mi avvolse la caviglia e io gridai.

Ma prima che il grido smorisse sulle mie labbra, la voce di Midge mi riportò nel
mio mondo, per quanto bizzarro e caotico fosse divenuto.

Non sapevo come fosse sfuggita a Kinsella, ma lei era lì e mi scuoteva,


battendomi il petto, strappandomi da quell'altra dimensione, riportandomi
indietro da qualche profondità che era in me stesso, un luogo scuro e segreto che
è in tutti noi.

Cessò di colpirmi solo quando nei miei occhi apparve un segno di


riconoscimento; e allora nascose la testa nella mia spalla.
«Oh, Mike, Mike, ho avuto tanta paura! Non eri più tu... per un momento sei
stato solo un guscio vuoto e senza vita!»

L'abbracciai, il sollievo divenne esultanza: la sensazione che si può avere


sopravvivendo a un orribile incidente; la paura ossessiva di quello che avrebbe
potuto succedere viene in seguito.

Sebbene mi fossi ingannato sul compito di Midge negli eventi che avevano
portato a questo momento, mi resi nuovamente conto che lei aveva una parte
importante: era certo un catalizzatore, ma non del genere che pensavo; per me
era sempre stata la motivazione, il legame fra me e Flora Chaldean...
l'intermediario che mi aveva condotto a Gramarye. Aveva la sua particolare
positività.

Mycroft era indietreggiato verso la mensola del camino, e la polvere si levava


ancora dal focolare più sotto formando una nebbia fuligginosa intorno a lui.
Come ho mai potuto descrivere il suo aspetto come mite? Con i suoi occhi
minacciosi e le spalle curve, le mani alzate come artigli, la bocca piegata in giù e
il volto solcato da rughe che prima non apparivano, imbrattato di polvere. ..
Gesù, appariva come un abitante di quell'incubo che avevo appena lasciato.

Tuttavia cedeva, la sua riserva di trucchi si era esaurita e lui, ovviamente, lo


trovava difficile da sopportare. Devo dire che appariva non solo indebolito, ma
anche sconcertato. E ne fui lieto: ero nauseato della sua espressione soddisfatta.
Ma vi era ancora della vitalità in quel furfante.

Agitò la mano e creò fra noi un muro di animali repellenti i cui corpi irti di peli
formavano letteralmente dei mattoni (credo di avere già detto che non sopporto i
ratti) sovrapposti fino all'altezza di un metro e mezzo così che potevo vedere
solo la testa di Mycroft al di là, quasi posata su quell'ammasso di pelame come
un grottesco uovo pasquale.

I sinergisti furono ancora più spauriti: essi non badavano affatto a


quell'immagine.

Il muro franò quando io mi raffigurai un enorme maglio che lo colpiva e i ratti


fuggirono in tutte le direzioni scomparendo prima ancora di trovare un rifugio.

Sorrisi senza badare al trambusto tutt'intorno.


Lui squarciò l'aria davanti a me così da far apparire un vuoto di assoluto nulla;
un turbine tentò di succhiarmi in quel vuoto.

Chiusi l'apertura con punti immaginari.

«Io sono più giovane di lei, Mycroft!» gli gridai, e lui capì che alludevo a Flora.
«Posso sostenere tutti gli sforzi che mi oppone. Giovane e fresco, capisce? Non
può farmi alcun male!»

Non avrei dunque mai imparato? Indietreggiai quando qualcuna di quelle cose
che credevo di essermi lasciato alle spalle nella regione inferiore cominciò a
strisciare dai buchi creati nel pavimento. Il tappeto cominciò a lacerarsi
tutt'attorno a me, e mostri simili a lumache strisciarono lentamente su dagli orli
lasciando bave lucenti. Mani scabbiose, gocciolanti di pus si aggrapparono al
tappeto lacero. Quelle membrane, piene di una vita contorta, si agitavano
nell'aria prima di ripiegarsi sull'orlo. Sbuffi di fumo nero salivano in lente spire,
piene di microrganismi pestiferi, male corruttore che vaga nel profondo,
sovvertitori che cercavano di farsi strada verso la superfìcie cercando manifesta-
zioni, definizione, attuazione. Erano queste le sostanze infiltranti del male.

Io mi chinai fino a inginocchiarmi perché la loro esistenza dipendeva anche da


me; io ero la loro fonte ed esse minavano la mia forza.

Anche Kinsella era in ginocchio, presso una delle cavità che si allargavano, con
le mani strette fra le sue cosce (adesso capii come Midge si fosse allontanata da
lui) e la cosa che si era avvolta attorno alla mia caviglia quando mi ero perso in
quel breve ma eterno incubo della mia mente inferiore, stava raggiungendolo
dall'apertura e avvolgendo la sua.

Kinsella gridò e colpì forte col pugno quella corda scintillante, che si contrasse
ritirandosi nella sua cavita, e lui attraversò faticosamente la stanza a carponi,
singhiozzando.

Altre forme emergevano, di cui anche Mycroft sembrava avere un misterioso


spavento; erano infangate e fosche come spremute fuori dalla terra sotto la
stanza rotonda.

Una ventata passò impetuosa presso di me scompigliandomi i capelli e i vestiti;


altri nella stanza cadevano, gemevano, si aggrappavano ai vicini per sostenersi a
vicenda. I bagliori elettrici erano più intensi, come per un'ardente radiazione. I
mobili si sollevavano, i libri attraversavano volando la stanza. Il cavalietto del
tavolo da disegno si schiantò contro un muro trascinando con sé un sinergista:
credo che fosse Uomo Ossuto, anzi, sono sicuro che era lui.

E adesso le pareti si stavano spaccando.

Un corpo cadde rumorosamente presso di me, e improvvisamente Midge mi fece


voltare a forza il volto perché la guardassi.

«Puoi fermarli, Mike» gridò nel frastuono. «Non puoi lasciare che se ne vadano!
Tu puoi fermare Mycroft!»

«No, non so come fare! E stato tutto un errore, Midge. Non sono l'uomo giusto!
Non so usare la magia!»

«Basta che ci creda, è tutto quello che devi fare! Gramarye ti aiuterà! Le forze
sono qui... tu devi solo dirigerle!»

Poteva essere così semplice, così facile? Delle voci - dei pensieri - mi dissero
che era così, e questa affermazione, detta o suggerita, veniva da coloro che erano
vissuti lì prima di me, da altri che erano stati guardiani, che avevano custodito il
potere di quel luogo, di quel terreno, per il Bene.

Non solo Flora, ma quelli che l'avevano preceduta e altri ancora prima di loro,
risalendo a un tempo in cui quel luogo non era che una radura circolare in una
folta foresta, forse all'epoca dei draghi, delle streghe, dei bianchi castelli,
all'epoca delle leggende che crediamo inventate. Forse un'epoca ancora prece-
dente.

Immaginai questi tempi e le immagini si diffusero dalla mia mente.

Urlai a quelle oscenità insorgenti ed esse esitarono, cominciarono a scivolar via


ricadendo nelle melmose profondità da cui erano sorte. Nei profondi regni del
mio pensiero.

Gradualmente un altro suono si formò sotto quel tumulto, un tambureggiamento,


un ritmo che sottolineava l'ululare del vento.

L'interno del camino palpitò con il loro volo, e ancora una volta i pipistrelli
scesero dall'apertura del camino stridendo e sciamando su Mycroft, colpendolo
con le loro ali. In pochi secondi lui ne fu sommerso e spinto contro la mensola
del caminetto.

Lo avvolsero quasi completamente, così che il suo aspetto fu simile a quello


degli esseri che erano tornati nelle loro sedi sotterranee.

Nella mia mente vi era una luce che dissipava l'oscurità da cui per poco non ero
stato travolto, un'alba che vinceva la notte.

Con l'aiuto di Midge riuscii a tenermi in piedi, e Mycrofte io ci guardammo in


faccia per l'ultima volta prima che il suo volto fosse coperto dai piccoli mostri
divoratori. Non ho idea di quello che lui avesse sentito per me: notai solo un
grande vuoto nei suoi occhi. Il sangue scorse tra i corpi frenetici dei pipistrelli
che lo soffocavano, bagnandoli e sgocciolando sul pavimento. Lo dissanguarono
lì, senza che potesse fuggire.

Nel corridoio, la porta sul retro si spalancò e si chiuse di colpo, allettante


trappola per coloro che cercavano di fuggire. Alcuni furono sbattuti fuori, altri
vennero schiacciati contro lo stipite e i loro corpi furono sputati nel corridoio
come semi da una bocca.

Le spaccature delle mura ricurve si aprivano sempre più e altri pipistrelli vi si


infilarono mentre altri ancora passavano dalle finestre frantumate. Volarono
attorno alla stanza, portati dal vento, piombando sulle facce e sulle mani che
trovavano. I mattoni cominciarono a staccarsi dalle pareti scattando come missili
attraverso la stanza.

Midge mi afferrò il braccio indicando in alto.

Il soffitto si alzava nel mezzo diventando più curvo, più incavato di prima. Le
assi del pavimento si liberarono dal tappeto e si sollevarono fino al soffitto per
raccogliersi lì insieme ai libri, ai cuscini e ai soprammobili. Il divano cominciò a
sollevarsi e roteò nell'aria girando su un angolo rimasto a contatto col suolo.
Molti sinergisti erano appiattiti contro le mura che si sgretolavano. Io sentii su di
me la pressione gravitazionale, lateralmente e verso l'alto e dovetti resisterle.
Gramarye stava frantumandosi fino nelle radici (e Dio solo sa dove esse
fossero).

«Dobbiamo uscire!» gridò Midge, con la faccia avvolta dai capelli. «Sta per
avvenire qualche cosa di ancora più terribile, lo sento!»
Lo sentivo anch'io. Sapevo che aveva ragione. Le forze erano state ravvivate,
scatenate, esplodevano come da un pozzo di petrolio, e io non sapevo come
arrestare il flusso. Stretti l'uno all'altra andammo barcollando verso le scale
lasciandoci dietro quella carneficina, la paurosa immagine di Mycroft
dissanguato, le facce deturpate di coloro che erano stati colpiti dalle pietre o
straziati dai pipistrelli, la tempesta che devastava le mura in rovina. Il tutto
inondato da quel bagliore elettrico.

Avevamo già quasi oltrepassato la porta quando due dure mani mi afferrarono
alla gola dalle spalle.

Fui spinto indietro e gettato sul pavimento che erompeva ruggendo. Poi un
potente peso sul mio petto mi inchiodò lì, e le mani che mi stringevano il collo
mi attaccarono di fronte. Stupito dapprima, aprii gli occhi e vidi il nostro eroe
americano che mi gridava qualche cosa e non aveva più quel suo aspetto
ordinato. Il naso e le guance erano macchiati di rosso e sulla fronte aveva una
profonda ferita da cui il sangue usciva a fiotti. I suoi biondi capelli erano
arruffati e polverosi; Dio sa come erano state strappate delle ciocche così che
appariva la cute violacea in quella luce innaturale. La follia che aveva nello
sguardo rivelava in lui il vero discepolo di Mycroft.

Gli afferrai i polsi e cercai di allontanare le sue mani, ma lui si divertì del mio
sforzo guardandomi truce e aumentando la pressione.

Allora Midge si scagliò su di lui graffiandogli la faccia con le unghie e


afferrandogli il margine della ferita sulla fronte e sollevandogli la pelle. L'osso
era sporco di sangue, con qualche piccola macchia bianca,

Kinsella la spinse facilmente da parte con il dorso della mano senza badare al
dolore e al sangue che lo accecava. Ma l'altra potente mole che si fece avanti non
si poteva allontanare con eguale disinvoltura. Una grande mano lo afferrò sotto il
mento e gli trasse la testa all'indietro continuando a tirare mentre un'altra mano
lo colpiva duramente alla gola. Un getto di saliva mi bagnò il volto, ma non ci
badai affatto.

Lo spinse a terra e uno dei suoi pesanti scarponi lo colpì sugli incisivi. Val
faceva sul serio.

Si avvicinò a Midge e la tirò su, chinandosi per evitare gli oggetti e i pipistrelli
che volavano sulla sua testa, poi si voltò per aiutare me; ma io ero già in piedi.
La stanza stava esplodendo intorno a noi, la sezione centrale del pavimento era
completamente andata, le assi che rimanevano erano piegate in su e
ondeggiavano come rigide banderuole; dalle aperture sgorgavano terra e fango
schizzando fino al soffitto. Dalle pareti cadevano mattoni in blocchi troppo
pesanti per essere trascinati dal vento. I sinergisti che non erano fuggiti, né
giacevano sul pavimento in cui si erano aperte voragini, ma erano premuti contro
le pareti, incapaci di liberarsi.

Val spinse Midge e me verso la porta, decisa e indomabile come sempre, anche
se era atterrita e fuori di sé.

La porta sul retro battè ancora rumorosamente, invitandoci a tentare la sorte, a


sconfiggere il diavolo: filate via alla svelta!

«Dalla cucina!» comandò Val senza nemmeno considerare quell'invito.

Ci precipitammo insieme giù per le scale inciampando nelle assi sconnesse e nel
tappeto e tutti e tre ruzzolammo in un ammasso di braccia e di gambe. Ci
fermammo in fondo, mentre le mura palpitavano ai lati.

Ci districammo farfugliando e gemendo e riprendemmo la fuga mentre dietro di


noi i rumori divenivano ancora più forti. Attraversammo la cucina, con Midge in
testa; la luce del soffitto si accendeva e si spegneva in rapida successione. Le
piastrelle del pavimento erano tutte saltate via e battevano l'una contro l'altra
come un mucchio di cocci così che non era facile tenerci in piedi. Qualche cosa
attrasse il mio sguardo, ma proseguii spinto da Val. Midge aprì la porta sul
davanti e tutti e tre saltammo il gradino precipitandoci fuori del villino.
Continuammo ad avanzare correndo lungo il sentiero, con i fiori e le erbe che si
agitavano sapendo che qualche cosa di catastrofico stava per succedere laggiù,
che la casa stava per esplodere, o per franare, o per essere inghiottita dalla terra.

Ma io mi fermai bruscamente a mezza strada.

Midge e Val raggiunsero il cancello prima di accorgersi della mia mancanza.

«Mike!» urlò Midge volgendosi.

«Scappa!» le gridai, poi mi volsi e corsi ancora verso Gramarye.

Nell'entrarvi, la udii che gridava ancora il mio nome.


41.
FINE?
Così conoscete tutta la storia.

Vi avevo avvertito che non sarebbe stato facile per voi credervi e, se è difficile
per voi, immaginate quanto lo fu per me allora. Ancor oggi a volte mi chiedo...

Vorrei potervi spiegare meglio e collegare i vari fili come lo psichiatra al termine
del film Psycho, quando ci spiega, seduti nel buio della sala, le ragioni dello
strano comportamento di Norman Bates; ma lui aveva a che fare solo con le
complessità umane: questo è qualche cosa di diverso. E magia. Le spiegazioni
non possono essere così precise.

Quello che ho imparato, per inciso, è che non esistono una magia buona e una
magia cattiva, una magia bianca e una magia nera. Vi è solo la magia. Quello che
conta è il modo con cui viene usata e da chi. Se abbiamo il potere, spetta noi
dirigerlo.

Avevo sempre supposto che il potere lo avesse Midge, invece risultò che lo
avevo io. Fu un vero e proprio colpo, sebbene rapidamente e con facilità, una
volta riconosciuta la cosa, fu accettata, come avrete notato. E come andare in
bicicletta: quando si è imparato si può fare e si fa. Ma questo dimostra quanto
poco si sappia realmente di noi stessi, e quanto rimanga nascosto e
probabilmente mai usato. Dimostra anche quanto poco si sappia delle leggi che
governano le cose, se pur vi sono delle leggi.

Midge ha avuto una grande importanza in tutto questo: era servita a portarmi a
Gramarye; qualche bagliore nel suo inconscio l'aveva spinta a guidarmi là. Fu
peculiare - ma questo lo avevo sempre saputo - una vera eletta del Grande
Disegno delle cose. Grande Disegno di chi? Del Grande Disegnatore, ovvia-
mente, chiunque Egli, Ella o Esso sia.

Mycroft, nella tradizione, fu uno di quei malvagi vecchio stile che vogliono
governare il mondo: desiderava il potere di Gramarye per i suoi scopi: e non ho
idea quali fossero in definitiva. Scomparve nel villino insieme ai suoi seguaci
che non erano riusciti a fuggire prima che le mura franassero, e tra loro Hub
Kinsella (difficile versare una lacrima per lui). Gramarye non esplose, né solo
franò, incidentalmente. Oh no. Implose, rientrò in se stessa. Divenne solo un
mucchio di macerie destinate a consumarsi, prive di sbocco spero per sempre.

Fu piuttosto difficile spiegare questo alla polizia e ai vigili del fuoco quando
incominciarono a investigare. Noi raccontammo loro di non avere alcuna idea di
quello che era successo. Loro finirono col supporre che una sacca di gas naturale
si fosse formata sotto il villino espandendosi per qualche tempo e scoppiando
infine come una pentola a pressione con il coperchio difettoso. Questo non aveva
molto senso per me - probabilmente neppure per loro - ma sappiamo come le
autorità amino incasellare le cose, renderle bene ordinate, precise e razionali.
Fortunatamente per noi, Gillie Slade si fece avanti mentre le inchieste erano in
corso, e dissipò ogni idea che qualche cosa di anomalo fosse avvenuta fra noi e i
sinergisti.

Così, perché avremmo dovuto dire la verità su quello che era avvenuto?

Lo avreste fatto, voi? Pensate che qualcuno con la mente a posto ci avrebbe
creduto? No di certo.

Tutti e tre ci attenemmo a una storia di totale ignoranza. I sinergisti ci erano


venuti a trovare e, mentre erano là, era avvenuto il disastro. Che cosa potevamo
dire di più?

Midge e io siamo nuovamente in città, con Val che ci sorveglia con occhio
materno. Devo ammettere che mi sono affezionato molto alla Grossa Val. Dopo
alcune discussioni con la compagnia di assicurazioni - in che cosa consiste
esattamente un Atto Divino di cui parlava il contratto? - ricevemmo un
bell'assegno come risarcimento per la perdita del villino, che ci ha permesso di
metter su nuovamente casa (nel nostro caso un appartamento). Le cose, adesso,
ci vanno benino: io ho finito il mio rock musical - la versione definitiva include
una quantità di maghi, di folletti e di magia - e Midge ha disegnato alcuni scenari
belli da togliere il respiro (credo che abbiano molto contribuito al successo dello
spettacolo). In questo momento viene rappresentato a Manchester, e Bob sta
pensando di portarlo a Londra. Io ho scritto un paio di canzoni di successo
(grazie soprattutto ai grossi nomi che le hanno cantate), e sto per iniziare il mio
secondo libro di storie per bambini, che Midge illustrerà. E lei? Passa da una
fatica all'altra, con più lavoro di quanto possa eseguire (sebbene sia arrivata al
punto di poter scegliere), e Val ha organizzato per lei un paio di mostre persona-
li. Le sono stati dedicati articoli ed è anche apparsa alla TV. È graziosa come
sempre e modesta, lo l'amo più che mai e, quel che importa, la cosa è reciproca.

I miei rapporti con la magia? Be', quali che siano i poteri che ho tratto da
Gramarye, non li possiedo sempre. Qualche volta faccio qualche cosa di geniale
con meraviglia di entrambi, ma solo di tanto in tanto.

Suppongo che devo essere in qualche parte presso la fonte del potere, dovunque
sfoci nell'atmosfera, ma non me ne preoccupo troppo. Per pura curiosità,
recentemente, Midge ed io abbiamo fatto una gita alla Nuova Foresta: tutto
quello che resta di Gramarye è una macchia perfettamente rotonda di terra nera
sul terrapieno dove una volta esisteva la stanza rotonda. Ha un'aria di mistero e
ci ha fatto sorridere. Siamo andati all'osteria del luogo dove il proprietario ci ha
detto che il consiglio comunale deve sorvegliare attentamente la zona: a quanto
sembra, i cosiddetti funghi magici, quelli da cui si trae la mescalina, vi crescono
in abbondanza rendendo la zona un punto di ritrovo per gli hippy di passaggio. Il
consiglio ha fatto cospargere il luogo con veleni di ogni sorta, fino a
impregnarlo, ma ci vuole molto tempo perché i funghi smettano di crescere.

Ah, sì. Vi domanderete perché quella sera sono tornato nel villino. Ricordate che
ho detto di aver visto qualche cosa mentre attraversavo la cucina correndo
all'impazzata? Ebbene, quel piccolo mucchio peloso che avevamo lasciato morto
sulla tavola si era mosso: Rumbo aveva alzato la testa e si guardava attorno
domandandosi che cosa fosse tutto quel trambusto.

Non mi ero reso veramente conto di quello che avevo visto finché non fui
arrivato a metà sentiero, e per questo mi voltai e corsi indietro.

Riuscii a ritrovarlo e a prenderlo qualche momento prima che Gramarye si


disintegrasse.

Credo che apprezzò il mio gesto, o forse era felice di essere ancora vivo, perché
mi leccò la faccia e le mani come un cagnolino. Non sarebbe mai tornato il bello
scoiattolo di una volta: le ferite sul collo e sulla gola si sarebbero rimarginate,
ma il pelo non sarebbe mai cresciuto. Non credo però che se ne desse pensiero.

Lo lasciai andare quando fummo dall'altra parte del cancello e dopo che Midge
gli ebbe fatto grandi feste saltò via nell'oscurità, vivace come sempre,
dirigendosi verso la foresta e verso qualsiasi amore segreto tenesse nascosto là.
Fu l'ultima volta che vedemmo Rumbo.
Adesso tutto questo fa parte del passato e la vita è piuttosto felice per Midge e
per me.

E tuttavia... e tuttavia entrambi sentiamo qualche volta un'irrequietudine. Oggi


Midge ha segnato con un cerchio un annuncio sul giornale e lo ha lasciato sul
tavolino della colazione perché lo vedessi. E nella colonna Acquisti e Vendite.
Una casa piccola ma graziosa in un posticino appartato in qualche parte dei
Cotswolds.

Forse domani farò un colpo di telefono all'agente.

Forse.

«La magia ha il potere di sperimentare e scandagliare cose che sono


inaccessibili alla ragione umana. Perché la magia è una grande saggezza
segreta come la ragione è una grande follia palese.»

PARACELSO

«Il problema della magia è quello discoprire e impiegare forze della natura
finora sconosciute.»

CROWLEY

«La magia è credere in ciò che non si dovrebbe, e gioire di credervi.»

STRINGER

FINE

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