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OTTICA

Ottica: s.f. Parte della fisica che tratta i fenomeni luminosi e le leggi relative. Per estens.
Studio dei fenomeni elettromagnetici in generale (i fenomeni luminosi sono legati a
radiazioni elettromagnetiche di frequenze comprese in un campo limitato): Ottica delle
radiazioni infrarosse o ultraviolette, ottica dei raggi X, y, ecc. Per estens. Insieme di
strumenti ottici; la tecnica della loro fabbricazione: Negozio di ottica. Insieme delle parti
di uno strumento costituite da lenti, prismi, specchi: Un apparecchio fotografico dall'ottica
perfetta. Fig. Modo di vedere, di considerare: Esaminare un problema con un'ottica
moderata. Ottica geometrica, parte dell'ottica che assume come ipotesi fondamentale la
propagazione rettilinea della luce. (Spiega i fenomeni della riflessione e della rifrazione
dandone le leggi, ma non giustifica i fenomeni dell'interferenza e della diffrazione, che
vengono interpretati dall'ottica fisica.) Ottica fisica, studio dell'ottica come caso
particolare dell'elettromagnetismo. (Nell'ambito della fisica classica, non quantistica, si
fonda sull'ipotesi ondulatoria della luce e comprende l'ottica geometrica nel caso particolare
in cui la lunghezza d'onda della radiazione considerata è trascurabile rispetto alle dimensioni
degli oggetti su cui incide: poiché le radiazioni visibili hanno lunghezza d'onda molto piccola
[dell'ordine di 107 m], le leggi che regolano la visione del mondo esterno da parte dell'uomo
sono quelle dell'ottica geometrica.) Ottica elettronica, studio delle traiettorie degli
elettroni. (L'uso del termine ottica si giustifica nell'ambito della teoria quantistica della
materia e della radiazione che mette in luce l'analogia tra particella microscopica e onda
luminosa.) Ottica non lineare, insieme delle proprietà caratteristiche della propagazione
delle onde elettromagnetiche in un mezzo materiale che si manifestano quando l'intensità del
campo elettromagnetico è molto elevata.
— Fotogr. Ottica fotografica, parte dell'ottica fisica che studia i fenomeni luminosi derivanti
dall'uso di lenti e obiettivi, ossia dovuti alle radiazioni visibili o invisibili, che impressionano
le superfici sensibili fotografiche. — Ind. chim. Vetro d'ottica, vetro la cui composizione e
fabbricazione sono particolarmente curate.

 Fisica
1 Christiaan Huygens
1 Diffrazione
1 Kneller, Isaac Newton
La propagazione rettilinea della luce è fenomeno che già era noto ai Babilonesi. Pitagora,
Democrito, Platone, Empedocle ed Euclide spiegavano l'atto del vedere supponendo che
qualcosa dell'occhio raggiungesse l'oggetto visto. Aristotele ammetteva l'esistenza, tra
l'occhio e l'oggetto osservato, d'un mezzo intermedio in analogia con l'aria interposta tra la
sorgente di un suono e l'orecchio che lo avverte. I primi strumenti ottici, gli specchi piani, in
metallo o in ossidiana, furono trovati nelle tombe egizie, mentre gli specchi convessi e concavi
furono costruiti dai Romani.
L'arabo Al-Hazin fu il primo a rifiutare l'idea di una luce che esca dagli occhi e avvolga i
corpi, ammettendo invece l'ipotesi che la visione avvenga per mezzo di raggi emessi dalla
cosa vista dall'occhio; inoltre interpretò il processo della visione come risultato di una
infinità di processi elementari, postulando che a ogni punto dell'oggetto osservato
corrispondesse un punto impressionato nell'occhio.
In Occidente l'ottica non fu studiata che agli inizi del XIII sec., con Ruggero Bacone che
descrisse accuratamente il fenomeno dell'arcobaleno e osservò i fenomeni della riflessione e
della rifrazione.

I
Nel XVI sec., il messinese Francesco Maurolico (1494- 1575) diede inizio allo studio della
rifrazione della luce attraverso i prismi, affermando che i colori che se ne ottengono sono
uguali a quelli che si osservano nell'arcobaleno; il napoletano G. B. Della Porta (1535-1615)
studiò la proprietà degli specchi piani e concavi e della camera oscura. Intorno al 1600 venne
inventato il cannocchiale. Keplero (1571-1630) e Cartesio (1596-1650) diedero un notevole
contributo allo sviluppo delle conoscenze nel campo dell'ottica. Nella Diottrica di Cartesio è
formulata per la prima volta la legge della rifrazione, trovata anche da Snellius. Nel 1678
Huygens avanzò, in contrapposizione alla teoria corpuscolare di Newton, l'ipotesi della
natura ondulatoria della luce secondo la quale la luce consisterebbe in vibrazioni trasversali
di un mezzo elastico (poi chiamato etere), che riempirebbe tutto lo spazio; Roemer dedusse
(1675) un valore approssimato della velocità della luce dall'osservazione dei satelliti di Giove.
Newton realizzò il telescopio a specchio e dimostrò che la luce bianca si compone di un
numero infinito di raggi colorati che si rifrangono in modo differente l'uno dall'altro.
Nel corso del XIXsec. l'evidenza sperimentale giocò a favore della teoria ondulatoria. Thomas
Young scoprì l'interferenza (1801); Malus dimostrò sperimentalmente che la luce riflessa
sotto un certo angolo è polarizzata; Fresnel dimostrò l'inconsistenza della teoria
corpuscolare in una serie di lavori sulla teoria della diffrazione e della polarizzazione e scoprì
il fenomeno della polarizzazione circolare. Cauchy sottopose a rigore critico i principali
fenomeni ottici, mentre Biot osservò la polarizzazione rotatoria e realizzò i primi
saccarimetri. Fizeau (1849) e Foucault (1862) misurarono la velocità della luce. Nel 1865
Maxwell formulò la teoria elettromagnetica della luce, poi brillantemente confermata da
numerosissime verifiche; Kirchhoff e Bunsen crearono l'analisi spettrale; nel campo delle
applicazioni pratiche va ricordata l'invenzione e la realizzazione sempre più perfezionata
della fotografia. Infine l'effetto fotoelettrico, inspiegabile secondo la teoria ondulatoria,
indusse i fisici a ritenere che la luce fosse composta di granuli di energia, i fotoni, e fu il punto
di partenza per la formulazione della fisica quantistica.

 Ottica geometrica
L'ottica geometrica è un modello astratto che riproduce le principali proprietà della
propagazione rettilinea della luce. Le sorgenti luminose sono rappresentate da punti isolati o
da insiemi di punti da cui escono i raggi luminosi rappresentati come segmenti di retta. I
corpi materiali che i raggi incontrano nel loro percorso sono schematizzati come figure
geometriche limitate da superfici continue; le proprietà ottiche delle sostanze che
costituiscono questi corpi sono sintetizzate in un unico numero caratteristico n detto indice di
rifrazione. I fenomeni di riflessione e rifrazione che avvengono alla superficie di separazione
di due mezzi con indici di rifrazione differenti n1 e n2 sono accuratamente descritti da
semplici relazioni geometriche tra le direzioni dei raggi incidenti riflessi e rifratti e la
normale alla superficie di separazione dei due mezzi; precisamente, detto i l'angolo
d'incidenza, i' l'angolo di riflessione e r l'angolo di rifrazione, si ha: a) il raggio incidente,
quello riflesso, quello rifratto e la normale alla superficie di separazione nel punto
d'incidenza appartengono a uno stesso piano; b) l'angolo d'incidenza i è uguale all'angolo di
riflessione i' (legge della riflessione); c) gli angoli di incidenza e di rifrazione sono legati agli
indici di rifrazione dei due mezzi dalla relazione n1 sen i = n2 sen r (legge della rifrazione). In
base a queste leggi fondamentali (che valgono anche nell'ottica fisica) si può costruire tutta
l'ottica geometrica e in particolare la teoria dei diottri e dei sistemi ottici. Il modello
dell'ottica geometrica si può ampliare aggiungendovi alcune proprietà caratteristiche
dell'ottica fisica in modo da poter rappresentare anche altri fenomeni non riconducibili a
proprietà geometriche. Si può per esempio associare ai raggi una velocità di propagazione
c/n (c, velocità della luce nel vuoto) e una lunghezza d'onda ; supponendo che l'indice di

II
rifrazione dipenda anche da si ottiene un'interpretazione del fenomeno della dispersione
della luce. Tutte le leggi dell'ottica geometrica si possono compendiare in un unico principio
variazionale, noto come principio di Fermat che asserisce che la traiettoria di un raggio
luminoso che da un punto A raggiunge un punto B è quella che rende minimo il tempo di
percorrenza, cioè rende stazionario l'integrale n/c ds dove ds è l'elemento d'arco della
curva .

 Ottica fisica
L'ottica fisica, che tratta della natura delle radiazioni luminose, e dei fenomeni d'interazione
tra radiazione e materia (emissione, assorbimento, riflessione, rifrazione, interferenza,
polarizzazione, ecc.) è fondata sulle equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico;
tuttavia una tradizione che ancora oggi non è stata superata nella didattica, tende a tener
distinta una teoria delle onde elettromagnetiche da un'ottica fisica intendendo con questa
espressione una teoria delle onde che rende conto dei fenomeni visibili all'occhio umano. Il
sistema delle quattro equazioni differenziali di Maxwell, sotto opportune condizioni
(mancanza di cariche e correnti nello spazio), si riduce a un'equazione del tipo:

(dove f indica il laplaciano di f), che ammette una soluzione del tipo
f = a(x—ct) + b(x + ct)

che esprime la sovrapposizione di moti ondosi. Il principio di Huygens-Fresnel (anteriore alla


formulazione maxwelliana delle onde elettromagnetiche), su cui si basa tutta la teoria delle
onde visibili quale è formulata nell'ottica fisica, suppone appunto l'esistenza di una
sovrapposizione di tal genere; in base a questo principio le sorgenti di radiazione sono
considerate come sovrapposizione di vibratori elementari; la superficie del corpo emittente
emette in tutto lo spazio onde che si propagano con velocità c nel vuoto, e v (< c) nei mezzi
materiali trasparenti: se il mezzo è omogeneo e isotropo le onde sono sferiche perché si
propagano con uguale velocità in ogni direzione. Questo modello di propagazione (che si è
dimostrato essere una soluzione approssimata delle equazioni di Maxwell) dà ragione di
molti fenomeni: i “raggi” luminosi dell'ottica geometrica non sono altro che le normali alle
superfici d'onda, e restano così spiegati in modo logico i fenomeni della riflessione e della
rifrazione; inoltre anche i fenomeni propri della teoria ondulatoria della luce (interferenza,
diffrazione, ecc.) possono venire correttamente interpretati secondo questo modello. Viene
infine naturale pensare all'ottica geometrica come una forma limite della teoria delle onde,
quando le lunghezze d'onda che entrano in gioco hanno dimensioni trascurabili rispetto agli
oggetti con cui interagiscono.

 Ottica non lineare


In un dielettrico immerso in un campo elettrico E si manifesta una polarizzazione P che
normalmente è proporzionale a E: P = x E, dove la costante di proporzionalità è la
suscettività dielettrica del mezzo. La costante dielettrica relativa r è legata a dalla
relazione r = 1 +  (o r = 1 + 4se si usa un sistema di unità razionalizzato) e
fornisce una valutazione teorica approssimata dell'indice di rifrazione del mezzo . Con il laser
si possono oggi produrre radiazioni luminose il cui campo elettrico è talmente intenso che la
polarizzazione P non è più una funzione lineare di E. Ne segue che la nozione stessa di indice
di rifrazione diventa priva di significato e la propagazione delle onde segue delle leggi
particolari non riconducibili a quelle dell'ottica tradizionale. Si osserva, per es., il fenomeno
dell'autopolarizzazione, in cui un fascio di raggi paralleli usciti da un laser tende, nell'interno
di un mezzo materiale, a focalizzarsi e concentrarsi in filamenti sottilissimi, e il fenomeno

III
della produzione di armoniche, consistente nell'apparizione, in un intenso fascio di frequenza
che attraversa un dielettrico, di onde di frequenza doppia 2.

 Ottica elettronica
Gli elettroni in movimento sono deviati dall'azione di campi elettrici o magnetici. Quindi
opportuni campi a simmetria assiale possono esercitare sui fasci di elettroni un'azione
analoga a quella esercitata dalle lenti sui raggi luminosi. Le lenti elettroniche possono essere
di tipo elettrostatico (condensatori cilindrici) o elettromagnetico (bobine o elettromagneti).
Sui princìpi dell'ottica elettronica è basato, tra l'altro, il funzionamento dei microscopi e dei
telescopi elettronici e dei sistemi di deflessione del fascio negli oscillografi e negli oscilloscopi
a raggi catodici.

 Industria chimica
Esistono centinaia di composizioni per vetro d'ottica in grado di fornire il voluto indice di
rifrazione ovvero caratteristiche di assorbimento o trasmissione secondo le varie lunghezze
d'onda. Data la delicatezza dell'impiego, le materie prime per la fabbricazione del vetro
debbono essere accuratamente selezionate. La fusione avviene generalmente in crogiolo di
refrattario altamente resistente; in certi casi è necessario ricorrere a crogioli di platino o
rivestiti in platino per evitare ogni contaminazione. Poiché una delle caratteristiche di tale
vetro è la più scrupolosa omogeneità, nel corso della fusione si procede ad una agitazione
meccanica prolungata. Onde evitare la formazione di tensioni nel corso del raffreddamento,
questo deve essere lentissimo e accuratamente controllato: il raffreddamento dei grossi
blocchi può durare anche alcune settimane.
Alla fine di tale processo i blocchi, completamente esenti da difetti, vengono spezzati in
frammenti più o meno grossi, formati a caldo per l'ottenimento dello sbozzo che, dopo essere
stato ricotto, viene molato alle dimensioni desiderate e lucidato. Nel caso particolare della
lavorazione delle lenti la curvatura voluta viene ottenuta a incipiente rammollimento in
piccoli stampi, lo sbozzo dei quali riproduce esattamente la forma.

Christiaan Huygens, fisico, matematico e astronomo olandese (L'Aia 1629-1695), figlio di


Constantijn. Studiò alle università di Leida e di Breda; si dedicò dapprima a studi su
questioni matematiche e volse poi i suoi interessi verso problemi di fisica. Nel 1663 fu accolto
come membro della Royal Society di Londra; nel 1665 fu chiamato in Francia da Colbert e
divenne membro dell'Accademia delle scienze (1666): durante il soggiorno a Parigi, ove
rimase fino al 1680, subì profondamente l'influenza dell'ambiente filosofico francese.
Trascorse poi gli ultimi anni di vita in Olanda in solitudine e malato.
L'importanza di Huygens nella storia della scienza è legata soprattutto alle sue opere di
fisica, nel campo della meccanica e dell'ottica. Egli può essere infatti considerato come uno
dei fondatori della meccanica, perché per primo studiò i sistemi rigidi, estendendo così i
risultati stabiliti da Galileo per la meccanica di un punto in movimento. Formulò la teoria dei
momenti di inerzia, grandezze che egli stesso introdusse nello studio dei sistemi rigidi, e
attraverso questa teoria trattò compiutamente, nell'opera Horologium oscillatorium,
dedicata a Luigi XIV (1673), il problema del pendolo composto e stabilì il risultato (teorema
di Huygens del pendolo reversibile) della reciprocità tra asse di oscillazione e asse di
sospensione. Applicò la teoria del pendolo composto alla costruzione del bilanciere degli
orologi, e propose l'uso di una molla a spirale per gli orologi portatili mentre già dal 1657
aveva inventato lo scappamento ad ancora per mantenere il movimento. Sempre attraverso
la teoria del pendolo composto, calcolò il valore dell'accelerazione di gravità e ne studiò le
variazioni dipendenti dalla latitudine. Formulò inoltre l'ipotesi della conservazione della
“forza viva” (termine con cui si designava la quantità denominata ora energia cinetica) e

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applicò questo principio di conservazione alla risoluzione del problema dell'urto (1669). In
ottica, fu il primo a formulare con precisione una teoria ondulatoria della luce: introdusse
l'ipotesi che la luce consista in una perturbazione di carattere ondulatorio e che nella
propagazione di questa ogni punto raggiunto dalla vibrazione generata da una sorgente si
comporti a sua volta come sorgente secondaria di vibrazioni, facendo nascere una nuova
onda elementare; l'inviluppo di tutte le onde elementari costituisce la superficie d'onda, luogo
dei punti che vengono raggiunti dalla perturbazione allo stesso istante. Attraverso il metodo
delle onde elementari e della superficie d'onda (che venne poi precisato meglio da Fresnel ed è
noto come principio di Huygens-Fresnel), Huygens dimostrò, nell'opera Trattato sulla luce,
composta durante il suo soggiorno in Francia, ma pubblicata solo nel 1690 a Leida, che
dall'ipotesi ondulatoria si ottenevano le leggi della riflessione e della rifrazione altrettanto
correttamente che dall'ipotesi corpuscolare sostenuta da Cartesio e Newton; la polemica tra
gli assertori dell'impostazione ondulatoria di Huygens e di quella corpuscolare newtoniana
continuò ancora per i due secoli successivi e venne superata solo con il nuovo concetto di
radiazione elettromagnetica e di fotone della fisica moderna, che compendia entrambe le
teorie attribuendo alla luce natura ondulatoria e corpuscolare a un tempo. Come
matematico, Huygens sviluppò la teoria delle evolute e completò lo studio della cicloide, di cui
già Pascal aveva stabilito importanti proprietà: diede anche un'applicazione fisica ai risultati
teorici ottenuti sulla cicloide, realizzando il moto di un punto materiale pesante su una
traiettoria cicloidale (pendolo cicloidale). Calcolò anche alcune importanti aree, ottenne la
rettificazione della cissoide e stabilì le proprietà della curva logaritmica e della catenaria.
Ebbe inoltre il merito di avviare Leibniz allo studio dell'analisi infinitesimale. Si dedicò anche
a problemi di calcolo delle probabilità e compose nel 1656 il trattato De ratiociniis in ludo
aleae.
Nella sua opera di astronomo ebbero grande importanza sia le ricerche teoriche sia l'attività
pratica; si dedicò infatti a perfezionare la teoria cartesiana dei vortici secondo cui
l'attrazione di gravità sarebbe dovuta a un “etere rotante” attorno alla Terra e agli altri corpi
celesti, e in questo studio stabilì le leggi della forza centrifuga (1673). Inoltre dimostrò,
contemporaneamente ad altri scienziati (Hooke, Halley, Wren), e indipendentemente da essi,
che se le orbite dei pianeti fossero circolari il moto sarebbe dovuto a una forza inversamente
proporzionale ai quadrati delle distanze dal Sole: benché fosse già noto dall'opera di Keplero
che le orbite dei pianeti sono ellittiche, il risultato è notevole, poiché portava allo stesso tipo di
forza che sarebbe poi stato introdotto dalla legge fondamentale di Newton sull'attrazione tra
due masse. Ebbero grande importanza le invenzioni che Huygens compì per perfezionare gli
strumenti di osservazione astronomica, e che fecero di Leida uno dei maggiori centri di
ricerca astronomica alla fine del XVII sec.; egli inventò l'oculare negativo dei cannocchiali,
che ne aumentò grandemente la potenza, e propose nuovi procedimenti nella lavorazione
delle lenti (descritti nei suoi Commentarii de formandis poliendisque vitris ad telescopia,
pubblicati dopo la sua morte nel 1703). Grazie ai mezzi di osservazione più perfezionati che
aveva inventato, scoprì l'anello di Saturno e il suo primo satellite, Titano (1655), la rotazione
di Marte, le macchie scure di Giove, la nebulosa di Orione (1656).
Tutte le opere di Huygens furono raccolte da W. J. 's-Gravesande e pubblicate sotto il titolo
Christiani Hugenii Zulchemii, dum viveret Zeleni toparchae, Opera varia (1724), e completate
da Opera reliqua (1728).

(sir Isaac) Newton, fisico, matematico e astronomo inglese (Woolsthorpe, Lincolnshire,


1642 - Kensington, Middlesex, 1727). Figlio postumo di un proprietario terriero, studiò al
Trinity College di Cambridge dove fu notato da I. Barrow. Nel 1665, durante la peste di
Londra, l'università di Cambridge fu chiusa ed egli rientrò a Woolsthorpe, rimanendovi fino
al 1667. A questo periodo risalgono le sue scoperte fondamentali sul calcolo infinitesimale,

V
sulla natura della luce e sulla teoria della gravitazione universale. Nel 1669 succedette a
Barrow nell'insegnamento della matematica ed espose nelle sue lezioni la teoria della
composizione della luce bianca, completando la spiegazione del fenomeno dell'arcobaleno
fornita da Cartesio. Nel 1671 costruì un telescopio a riflessione. Nominato membro della
Royal Society nel 1672, tre anni dopo comunicò a tale accademia una teoria sul colore dei
corpi, pervenendo anche a una spiegazione delle iridescenze prodotte mediante lamine sottili.
I suoi studi sulla diffrazione (scoperta dal Grimaldi) non vennero pubblicati che nel 1704,
nella prima edizione del Trattato di ottica. Cedendo alle pressioni di Halley, si accinse,
probabilmente intorno al 1683, a scrivere i Princìpi matematici della filosofia naturale, che
vennero pubblicati nel 1687, nonostante le ristrettezze finanziarie della Royal Society, avendo
lo stesso Halley garantito al tipografo la copertura delle spese di stampa. In tale opera
Newton sviluppò la sua teoria della gravitazione universale che andava elaborando da
parecchi anni. Infatti il celebre aneddoto della mela che, secondo la tradizione, avrebbe
suggerito a Newton la legge dell'attrazione universale, si fa risalire al 1666. Oltre a questa
legge fondamentale, secondo cui la forza di attrazione tra due corpi è inversamente
proporzionale al quadrato della loro distanza , si trovano esposti nel trattato lo studio del
moto dei fluidi, le leggi dell'urto, il calcolo della precessione degli equinozi, la teoria delle
maree, ecc. Si può affermare senz'altro che questo scritto ha posto i fondamenti e ha fissato i
procedimenti della scienza moderna. Nel 1687 Newton fu scelto dall'università di Cambridge
quale difensore dei suoi diritti contro le intromissioni della monarchia; le capacità di cui
diede prova in tale occasione lo fecero eleggere dal medesimo ateneo come proprio
rappresentante al parlamento. Nel 1695 lord Halifax, suo ex alunno e cancelliere dello
scacchiere, allo scopo di attuare un progetto di riforma radicale del sistema monetario lo
nominò ispettore della zecca di Londra, di cui successivamente divenne direttore (1699).
Sempre nel 1699, l'Accademia delle scienze di Parigi lo chiamò a occupare uno degli otto posti
di membro straniero; nel 1703 fu eletto presidente della Royal Society, carica che mantenne
fino alla morte.
A Newton si devono anche numerose scoperte matematiche fondamentali. Nel campo
dell'analisi infinitesimale i suoi risultati sono esposti in numerosi opuscoli, tra i quali si
ricordano: Analysis per aequationes numero terminorum infinitas, composto intorno al
1666; Methodus fluxionum et serierum infinitarum, scritto con intenti didattici verso il 1671 e
nel quale vengono definite le flussioni e le fluenti. Nello stesso opuscolo si occupò inoltre della
determinazione dei valori massimi e minimi e dei flessi delle funzioni di una variabile, della
costruzione di tangenti alle curve piane, di quadrature e di rettificazioni. Notevoli sono pure
il Tractatus de quadratura curvarum (1665-1666), gli appunti riuniti sotto il titolo Methodus
differentialis (1712) e soprattutto il suo carteggio del quale fanno parte alcune lettere che, per
la loro importanza e l'ampia notorietà che raggiunsero, possono essere considerate vere e
proprie memorie scientifiche. Nel trattato relativo alla quadratura delle curve si notano, in
particolare, le regole del metodo delle flussioni esposte contemporaneamente alla scoperta da
parte di Leibniz del calcolo differenziale; anzi, tra i sostenitori dei due scienziati sorse
un'accesa disputa circa la priorità dell'invenzione di tale nuovo metodo di calcolo. Newton
detestava questo genere di controversie e ciò spiega l'esitazione che egli spesso mostrò prima
di pubblicare i risultati originali delle sue ricerche.
Dell'attività di Newton come insegnante rimangono due documenti: le lezioni di Ottica e
un'Arithmetica universalis pubblicata nel 1707, che è probabilmente un lavoro compilato da
qualche suo alunno; quest'ultimo scritto è diviso in due parti distinte, dedicate
rispettivamente all'esposizione dei metodi per la risoluzione algebrica dei problemi
geometrici e alle equazioni algebriche.
Scrisse anche due opere di ricerche storiche e teologiche. Un attacco di male della pietra lo
spense, lasciando costernata tutta l'Inghilterra, dove egli era venerato come una gloria

VI
nazionale. Ebbe funerali solenni e gli fu eretta nell'abbazia di Westminster una tomba
sontuosa con la famosa iscrizione: Sibi gratulentur mortales, tale tantumque extitisse
humani generis decus (“Si rallegrino i mortali che sia sorto un tale e tanto grande vanto del
genere umano”). L'iscrizione non è frutto di retorica: Newton infatti è uno dei più grandi
scienziati di tutti i tempi e pochi altri come lui hanno lasciato un'impronta così profonda e
rivoluzionaria in tanti campi della ricerca.

in gr. Pythágoras, Pitagora, filosofo greco (Samo 571-570 a.C. - Metaponto 497-496 a.C.).
La sua esistenza, attraverso l'esaltazione trasfiguratrice dei seguaci, acquistò ben presto
l'indeterminatezza ambigua del simbolo; tuttavia i riferimenti di contemporanei ci fanno
certi della realtà storica del personaggio. Il nucleo biografico più attendibile presente nella
tradizione attesta che Pitagora si trasferì dalla nativa Samo a Crotone, nella Magna Grecia,
fondandovi una setta filosofico-religiosa. Altre comunità si costituirono ben presto in molte
città dell'Italia meridionale, esercitandovi un'influenza politica di orientamento aristocratico
e conservatore. Travolte da una crescente opposizione popolare, tali comunità si dissolsero
nel giro di circa un secolo. Secondo una tradizione Liside, esule da Crotone a Tebe, fondò qui
una comunità pitagorica, alla quale appartennero Filolao, il pensatore più illustre del
pitagorismo del V sec., e Simmia e Cebete, gli interlocutori del Fedone platonico. Con
Archippo il pitagorismo tebano ritornò nella Magna Grecia, a Taranto: un maestro della
comunità tarantina fu Archita, amico di Platone. L'eredità del pitagorismo classico, estintosi
poco dopo la morte di Archita, fu più tardi raccolta e rinverdita dal neopitagorismo. Nel
corpo delle dottrine filosofico-matematiche e delle concezioni religiose che nel loro insieme
vanno sotto il nome di “pitagorismo” è impossibile distinguere l'apporto di Pitagora dai
contributi accumulati nel corso dei secoli dai seguaci della scuola. È certo comunque che le
fondamentali credenze religiose, come quella nella metempsicosi, e le prescrizioni e
interdizioni connesse a tali credenze (come il divieto di cibarsi di carne e l'altro, di significato
più oscuro, di mangiare le fave) appartengono al nucleo più antico della dottrina. Non meno
del patrimonio etico-religioso, garantito dall'autorità del fondatore (l'ipse dixit proviene
dalla tradizione pitagorica) e trasmesso per via orale agli iniziati (detti perciò “acusmatici”,
cioè “abituati ad ascoltare”), ha contato nella storia della civiltà il complesso delle scoperte
dei “matematici”, cioè dei membri della setta impegnati ad approfondire e a sviluppare
l'insegnamento scientifico del maestro. Anche se la relazione enunciata nel celebre “teorema
di Pitagora” era già nota a culture anteriori a quella greca, di molte altre importanti
acquisizioni nel campo della geometria, dell'aritmetica, della medicina, della musica,
dell'astronomia e della filosofia va attribuito il merito a Pitagora e alla sua scuola: Proclo
ricorda il teorema sulla somma degli angoli interni di un triangolo, la costruzione di alcuni
poliedri regolari e la dimostrazione della incommensurabilità della diagonale con il lato del
quadrato, accompagnata dalla sconvolgente scoperta dei limiti di applicazione dei numeri
razionali. In aritmetica i pitagorici studiarono la struttura dei numeri e delle progressioni
aritmetiche, individuando i numeri “perfetti” (cioè uguali alla somma dei loro divisori, come
6, 28, 496), e dimostrando che la somma dei primi n numeri dispari è uguale a n². La
fissazione in dieci del numero dei corpi celesti e l'affermazione che essi ruotano tutti intorno a
un fuoco centrale costituiscono le posizioni tipiche dell'astronomia pitagorica, di evidente
ispirazione eliocentrica. Per ciò che riguarda la teoria musicale, i pitagorici studiarono i
rapporti numerici delle lunghezze delle corde della lira in relazione alle varie consonanze. La
gamma detta ancora “di Pitagora” è una scala che, nel sistema che porta lo stesso nome, si
costruisce riportando nell'intervallo di una ottava i suoni costituenti una successione di
quinte giuste naturali: fa, do, sol, re, la, mi, si. Dal punto di vista propriamente filosofico, è
dubbio che il detto che “tutte le cose sono numeri” possa essere fatto risalire fino a Pitagora,
così come è controverso il suo significato. Sembra verosimile che, almeno per i pitagorici più

VI
I
antichi, la riduzione della realtà a numero significasse semplicemente che ogni cosa può
essere rappresentata da una certa successione di punti. In tale concetto sarebbe così
adombrata la possibilità della riduzione della qualità a quantità, cioè il principio
fondamentale della comprensione scientifica della natura. Con questa scoperta della
meravigliosa potenza del numero era abbastanza naturale che convivesse, in un ambiente
intriso di religiosità e di esoterismo, una mistica dei numeri, manifestantesi nell'attribuzione
di particolari poteri a certi numeri, o nell'identificazione di valori, come la virtù e la giustizia,
o di istituzioni, come il matrimonio, con numeri determinati. Elemento essenziale della
concezione pitagorica è anche la dottrina dei contrari, sul ritmo dei quali si scandisce la vita
del cosmo. L'equilibrio dei contrari è “armonia”, nella quale consistono essenzialmente la
salute del corpo e la saggezza dell'anima. La medicina e la filosofia restaurano gli equilibri
turbati, purgando e vivificando il corpo e l'anima. Anche a Pitagora, come a quasi tutti gli
antichi pensatori greci, la tradizione attribuisce un viaggio di studio a Creta e in Egitto. Il
particolare biografico convenzionale serve comunque in questo caso a sottolineare le due
facce dell'eredità pitagorica, fatta di chiarezza razionale e di misticismo, di osservazioni
rigorose e di esperienze inverificabili (come il celebre ascolto notturno della musica prodotta
dai movimenti celesti). Di tutto questo si è profondamente nutrita la cultura occidentale fino
ai nostri giorni.
-Icon. Un presunto ritratto di Pitagora è indicato in un'erma dei Musei capitolini di Roma,
ove appare con barba appuntita e turbante di tipo orientale. Il filosofo sarebbe inoltre
raffigurato in una testa bronzea da Ercolano (Napoli, Museo nazionale), in un bustino
marmoreo di Ostia (Museo), e in un piccolo busto di Aquileia; la diffusione dei ritratti di
Pitagora è probabilmente riferibile al movimento neopitagorico del I sec. a.C.

in gr. Demókritos, Democrito, filosofo greco (Abdera, Tracia, 460 circa a.C. - † 370 circa
a.C.). Discepolo di Leucippo, del quale sviluppò la dottrina, secondo le fonti antiche compì
lunghi viaggi in Asia e in Egitto, dove avrebbe frequentato studiosi di geometria. Le notizie
riguardanti la sua vita sono però scarsamente attendibili, e la stessa sua amicizia con
Ippocrate di Coo non è certa. Pare che l'idea di costruire un sistema basato su una concezione
atomistica gli sia stata offerta dal filosofo Anassagora, che aveva concepito la realtà
materiale come divisibile all'infinito in particelle diverse tra loro per qualità, chiamate poi da
Aristotele omeomerie. Secondo una tradizione sarebbe anche vissuto ad Atene, ma da
Platone, suo contemporaneo, non è mai nominato. Tornato in patria, si consacrò interamente
alla filosofia e fondò la scuola di Abdera verso il 420 a.C.
Dei numerosi scritti di Democrito ci sono rimasti solo frammenti che trattano del problema
morale, ma conosciamo il suo pensiero, almeno nelle linee generali, attraverso l'esposizione
di Aristotele e dei dossografi dell'antichità.
Democrito, d'accordo con il pitagorismo, concepisce la realtà come un discontinuo; mentre
infatti ammette che in sede puramente logico-matematica si possa pensare la realtà come
divisibile all'infinito, in sede fisica pensa che la realtà sia costituita da atomi indivisibili
dotati di moto spontaneo i quali, nel vuoto, danno luogo a formazioni diverse. Gli atomi,
qualitativamente uguali tra loro, differiscono solo per la forma e per le dimensioni; le
differenze che noi cogliamo tra le cose nella nostra esperienza sensibile derivano
esclusivamente dal modo in cui gli atomi si raggruppano tra loro e dalla loro differente
forma. Gli atomi non sono stati creati da nessun artefice, ma sono eterni come è eterno il
movimento che li agita. Anche l'anima umana è costituita di atomi di natura ignea; essa è
diffusa in tutto il corpo, con il quale si dissolve al momento della morte.
Dalla teoria dell'uniforme qualità degli atomi, Democrito è indotto a giustificare le differenze
delle qualità quali appaiono a noi; pertanto egli afferma che i colori, i sapori e i suoni altro
non sono che il nostro modo di interpretare determinati raggruppamenti di atomi. Sono

VI
II
queste le qualità secondarie, contrapposte alle qualità primarie che riguardano realmente la
forma e la durezza degli atomi.
Democrito in tal modo ha concepito per primo, e per via puramente logica, la struttura
atomistica della realtà; ma il suo merito maggiore sta proprio nell'aver cercato di costruire
un sistema materialistico-meccanicistico capace di giustificare tutta quanta la realtà senza
far ricorso a forze extranaturali.

in gr. Empedoklês, Empèdocle, filosofo greco (Agrigento, intorno al 483-482 a.C. - † 423
circa). Di famiglia ricca e potente, che tra gli ascendenti contava anche alcuni vincitori nei
giochi olimpici, riportò forse egli stesso una vittoria in tali gare. Sebbene aristocratico,
continuò, pare, l'opera del padre Metone, il quale era stato a capo del partito democratico, e
fu, oltre che uomo politico, legislatore, poeta, medico, mago e taumaturgo. A imitazione di
Parmenide, espose in versi le sue concezioni filosofiche: ci sono pervenuti, in frammenti, 400
versi di un poema sull'Universo e 120 dell'opera Le purificazioni, in cui egli si compiace di
essere ritenuto dai concittadini una sorta di divinità. Secondo quanto attesta Aristotele,
sarebbe morto nel Peloponneso a circa sessant'anni d'età; secondo Diogene Laerzio, si
sarebbe ucciso gettandosi nel cratere dell'Etna. Empedocle fu un pensatore di grande
genialità e tra i suoi discepoli ebbe forse il filosofo Gorgia. Della sua opera alcuni secoli più
tardi Lucrezio fece il più alto elogio.
Filosofo eclettico, si ispirò al pensiero di Eraclito, di Parmenide e di Pitagora; contro gli eleati
tentò una felice rivalutazione della conoscenza sensibile e con la sua teoria dei “quattro
elementi” mirò a giustificare il divenire del mondo, che già Eraclito aveva considerato come
la verità fondamentale. L'acqua, l'aria, il fuoco e la terra sono secondo lui i quattro elementi
la cui combinazione e la cui divisione generano le cose della nostra esperienza, con un
processo continuo che mai si arresta. In questo senso i due grandi avversari dell'essere e del
divenire, Parmenide ed Eraclito, vengono entrambi accettati da Empedocle, in quanto egli
ammette la teoria parmenidea che qualcosa permane sempre identico a se stesso, affermando
che i quattro elementi non subiscono cangiamenti, ma nello stesso tempo accoglie la tesi del
divenire di Eraclito, poiché ritiene che tutta la realtà della nostra esperienza sia sottoposta a
continue trasformazioni e che nulla rimanga mai identico a se stesso. Le forze che operano
sui quattro elementi, di volta in volta unendoli o separandoli, sono l'Odio e l'Amore, concepiti
non come mitiche rappresentazioni, ma come due forze attive insite nella realtà.
Nel campo della fisica e della biologia, Empedocle ha lasciato qualche traccia sia con le sue
osservazioni sulla forza centrifuga, sia con l'intuizione dell'evoluzione dei viventi e della
selezione naturale.

Euclide, matematico greco (III sec. a.C.). Della sua vita si sa solo che insegnò matematica
ad Alessandria, ove aveva fondato la famosa scuola. È noto soprattutto per i suoi Elementi,
opera di estrema chiarezza e rigore, che ancora oggi viene considerata un testo
fondamentale. Essa è impostata sull'assunzione di alcune nozioni comuni, accettate come
postulati, dai quali vengono dedotti diversi teoremi. Comprende tredici libri ai quali se ne
aggiunsero altri due attribuiti a Ipsicle, matematico d'Alessandria, probabilmente del II sec.
a.C. I primi quattro libri sono dedicati alla geometria del piano con lo studio delle sole linee
poligonali e circolari. La similitudine è trattata nei libri V e VI, che studiano i rapporti e le
proporzioni. La teoria dei numeri interi è trattata nei libri VII, VIII e IX. Il libro X, più lungo,
è considerato il più completo: contiene la teoria degli irrazionali provenienti dalla risoluzione
di alcune equazioni biquadratiche. Gli ultimi tre libri trattano della geometria dello spazio. A
Euclide si deve pure una “raccolta di scritti di natura analitica” di cui solo una, I dati, è
giunta a noi. Altre opere andate perdute sono I luoghi superficiali dei quali poco si conosce e i
Porismi, ampiamente citati da Pappo e Proclo, che, secondo Chasles, contengono in germe le

IX
nozioni fondamentali della geometria proiettiva. Pure a Euclide è attribuita l'Ottica, che
contiene le proposizioni fondamentali dell'ottica geometrica fra cui la propagazione dei raggi
luminosi in linea retta.

Platone, in gr. Pláton, filosofo greco (Atene 427-347 a.C.). Nato da una famiglia
aristocratica, durante gli anni della giovinezza desiderò dedicarsi attivamente alla politica;
ma le tristi vicende della sua città in quel periodo lo colmarono di sdegno ed egli si trasse ben
presto in disparte. Verso i vent'anni divenne discepolo di Socrate, di cui ammirava la
concezione di una politica secondo giustizia. Deluso del governo oligarchico dei Trenta
tiranni, affermatosi nel 404, benché tra i maggiori esponenti di esso ci fossero suoi familiari
(Crizia e Carmide), nutrì dapprima qualche fiducia nella restaurazione democratica; il
governo democratico si rivelò invece il peggiore di tutti, rendendosi responsabile della
condanna e della morte di Socrate (399). Scomparso Socrate, Platone si recò per qualche
tempo a Megara e quindi, rientrato in Atene, diede forse inizio alla sua attività letteraria.
Compì poi parecchi viaggi: in Egitto, a Cirene, a Taranto (dove visitò la comunità pitagorica
guidata dall'amico Archita) e nel 388 a Siracusa, governata da Dionigi il Vecchio: qui strinse
amicizia con Dione, cognato del tiranno. Ritornato ad Atene, fondò (nel 387 circa)
l'Accademia, comunità religiosa modellata su quelle pitagoriche conosciute nell'Italia
meridionale e scuola filosofica erede della tradizione socratica. Ebbe così inizio il periodo più
fecondo della carriera speculativa di Platone, interrotto nel 367, quando, dopo la morte di
Dionigi il Vecchio, il figlio e successore Dionigi il Giovane fu persuaso da Dione a richiamare
Platone a Siracusa. Mosso dalla speranza di sperimentare la costituzione politica elaborata
nell'ambito dell'Accademia, il filosofo ripartì per la Sicilia. Ben presto, tuttavia, i rapporti fra
Dionigi e Dione si guastarono e Platone, che era nel frattempo ritornato ad Atene (365), fu
costretto a intraprendere un terzo viaggio (361) per tentare di far togliere il bando all'amico,
esiliato dal sospettoso nipote. Il fallimento dei suoi piani politici e la morte di Dione (354)
rattristarono la vecchiaia di Platone, il quale tuttavia continuò la sua intensa attività,
affidando all'ultima opera, Le leggi, e all'insegnamento orale (a noi noto indirettamente,
soprattutto attraverso la testimonianza di Aristotele) gli ultimi sviluppi del suo pensiero.
Morì a ottant'anni, lasciando la guida dell'Accademia al nipote Speusippo.
Di Platone ci sono pervenuti 35 Dialoghi e 13 Epistole, ma della loro autenticità si è molto
discusso fin dai tempi antichi; attualmente si riconoscono in genere come autentici 28
dialoghi e 4 epistole (tra cui la settima, l'unica filosoficamente interessante). Di capitale
importanza è stabilire la successione cronologica dei dialoghi, ma a questo riguardo la critica
non è ancora arrivata a conclusioni definitive. Tuttavia, integrando i diversi criteri tra loro,
si è giunti a un certo accordo nel dividere i dialoghi in tre gruppi, che corrisponderebbero
approssimativamente alle diverse tappe dell'evoluzione del pensiero di Platone. (V. anche
DIALOGHI.)
Un primo gruppo di dialoghi (detti “della giovinezza” o, più propr., “socratici”) è quello che
Platone scrisse non molto tempo dopo la morte di Socrate e che perciò sembra rispecchiare
maggiormente il pensiero del maestro. La prima opera è quasi sicuramente l'Apologia di
Socrate, scritta intorno al 396 e consistente in un discorso di autodifesa tenuto dal maestro
davanti ai giudici; nel Critone Socrate, lungi dal disprezzare le leggi della sua città,
preferisce la morte a un'agevole evasione dal carcere, proprio per ossequio alla legge. I temi
affrontati in questo primo gruppo di dialoghi sono quelli della virtù e della vera sapienza:
per Socrate, che in essi inizia e conduce la discussione, la virtù si risolve nella scienza del bene
e del male, e quindi nella ricerca razionale; i suoi interlocutori, che sono in genere personaggi
della cultura e della vita politica di quei tempi, soprattutto “sofisti” (da essi prendono nome i
dialoghi: Carmide, Lachete, Liside, Protagora, Gorgia, Eutifrone, Menone, Eutidemo), sono
inizialmente sicuri di sé, delle proprie convinzioni: di fronte a essi Socrate finge invece di non

X
sapere e, attraverso una serie di domande serrate, mette in crisi tale sicurezza, mostrando
l'unilateralità e l'interiore contraddittorietà delle loro tesi, e perciò suscita il dubbio e il
desiderio di approfondire la ricerca. In tale procedimento consiste l'“ironia” socratica; ma,
oltre a questa parte negativa, Socrate ne svolge anche una positiva, mostrando come
ciascuno sia in grado di “partorire” da se stesso la verità (ossia definizioni e conoscenze
universalmente valide), con l'aiuto della sua arte “maieutica”, che egli dice di aver ereditato
dalla madre levatrice. Però l'esigenza della ricerca e l'affermazione del valore di una
conoscenza universale e necessaria non bastano a Platone, il quale tende a dare un
fondamento oggettivo a tale conoscenza, radicato in una più profonda realtà. E già
nell'Eutifrone e nel Menone egli abbozza quella teoria delle idee, che segna il suo distacco dal
pensiero socratico e intorno alla quale si verrà in seguito svolgendo tutta la sua riflessione.
I dialoghi della piena maturità del pensiero platonico, probabilmente posteriori al primo
viaggio in Sicilia (388) e alla fondazione dell'Accademia (387 circa), sono quelli in cui egli
costruisce il suo sistema, ricavandone tutte le possibili conseguenze anche di carattere etico-
politico: il Cratilo (sul linguaggio), Il convito(sull'amore), il Fedone(sull'immortalità
dell'anima) e soprattutto La repubblica (in dieci libri), che è il più ampio degli scritti di
Platone e la cui composizione deve aver occupato un periodo di parecchi anni. Il fondamento
dell'universalità e della necessità dei nostri concetti è costituito dalle “idee”, ossia da modelli
eterni e immutabili, concepiti come essenze incorporee, aventi una propria realtà oggettiva,
puramente intelligibile, in un mondo (iperuranio) diverso da quello sensibile, il quale è anzi
soltanto la copia e la pallida immagine della vera realtà, che appunto si identifica con il
mondo delle idee. Quando noi cerchiamo di stabilire in modo rigorosamente scientifico che
cosa sia il bello o che cosa sia il giusto, non possiamo riferirci alle singole cose del nostro
mondo sensibile, che è sempre mutevole, né ci bastano opinioni approssimative, ma occorre
guardare al bello in sé e al giusto in sé, cioè a qualcosa che è sempre identico a se stesso, ed è
tale in quanto è l'essenza ideale del bello o del giusto: solo per partecipazione a tale essenza le
singole cose belle sono belle, e le azioni giuste sono giuste. Oggetto della filosofia, intesa come
scienza suprema, è proprio la contemplazione di tali essenze ideali, che sono stabili, non
mutano con il divenire dell'esperienza.
Ma se non possiamo conoscere le idee attraverso l'esperienza, in che modo possiamo ottenere
tale scienza? Rifacendosi alla tradizione orfico-pitagorica, la quale affermava che l'anima è
immortale e rinasce più volte, Platone sostiene che l'anima ha contemplato le idee in una vita
anteriore, ma, entrando nel corpo, le dimentica: tuttavia in seguito, nel venire a contatto con
le cose materiali, riesce a ricordarle, a ritrovare entro di sé il vero sapere, che non deriva
quindi, se non indirettamente, dall'esperienza, ma è solo una reminiscenza (anamnesi). Il
corpo è quindi impedimento alla scienza e all'anima: la vita del sapiente acquista il carattere
di una preparazione alla morte, che è liberazione dell'anima e della scienza dai vincoli
corporei (Fedone).
Per spiegare quale sia l'effettiva condizione originaria dell'uomo e attraverso quali tappe
questi riesca a liberarsene, Platone nella Repubblica si serve di un'immagine, nota come il
“mito della caverna” (v. CAVERNA [La]) : gli uomini sono come prigionieri incatenati entro
una caverna, con le spalle rivolte alla luce che viene di fuori, e riescono a vedere soltanto le
ombre proiettate sulla parete da coloro che passano e dai loro fardelli: gli oggetti della
sensazione sono appunto come queste ombre che i prigionieri scambiano per oggetti reali,
mentre, se essi riescono a liberarsi dai ceppi e a uscire dalla caverna, possono vedere le cose
stesse, che corrispondono agli oggetti intelligibili. Il processo conoscitivo attraverso il quale si
risale dalle immagini delle cose alle cose singole, nel mondo sensibile, e dalle nozioni
matematiche alle idee, nel mondo intelligibile, costituisce la dialettica della scienza, che dalla
molteplicità tende all'unità; perciò il grado più alto della conoscenza è l'intelligenza intuitiva
(nûs), che coglie l'unità assoluta dell'idea, superando l'intelligenza discorsiva (diánoia), che

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procede, attraverso molti intermediari, dalle ipotesi alle conseguenze. Infine, lo stesso mondo
intelligibile riceve la sua unità dall'idea del bene, che è il principio e la causa della scienza e
della verità in quanto viene conosciuta: pur essendo un'idea, il bene sta al di là di ogni altra
essenza e della conoscenza stessa.
Alla teoria delle idee si ispirano la concezione politica di Platone e la sua psicologia: infatti
per lui la struttura di uno Stato e l'anima dell'individuo sono organizzate alla stessa maniera.
Come la vita dell'uomo giusto si realizza nell'armonica contemperanza delle parti dell'anima,
così lo Stato è ben ordinato quando in esso domina la giustizia, cioè quando ogni classe e ogni
individuo attendono al compito che è loro proprio. Distinguendo tre funzioni nello Stato
(governo, difesa, economia), Platone fa a esse corrispondere tre classi sociali (reggitori,
soldati, produttori), che sono la proiezione delle tre attività o tre parti dell'anima: la ragione,
la volontà, gli appetiti. La classe dei reggitori deve essere costituita dai filosofi, i quali,
educati dalla dialettica, sono in grado di governare lo Stato in quanto capaci di governare se
stessi. Per potersi dedicare interamente al servizio della comunità, i reggitori non devono
avere proprietà individuali, né formarsi una famiglia: i loro figli verranno allevati a cura
dello Stato; ma queste norme non valgono per la massa della popolazione, dedita al lavoro e
agli affari.
Circa la successione cronologica degli ultimi dialoghi, posteriori alla Repubblica, c'è un
accordo quasi unanime tra gli studiosi. Essi sono nell'ordine della loro composizione: il Fedro
*, il Parmenide, il Teeteto, Il sofista, Il politico, il Timeo, il Crizia, il Fileboe Le leggi. Da
notare che in questi dialoghi, tranne che nel Fedro, nel Teeteto e nel Filebo, Socrate non è più
l'interlocutore principale; perciò anche da un punto di vista esteriore Platone mostra
chiaramente di essersi del tutto distaccato dalla problematica socratica, e la sua attenzione è
rivolta principalmente a sottoporre a revisione critica la sua teoria delle idee e a risolverne le
interne difficoltà. Da un lato il mondo ideale, che per influenza del pensiero di Parmenide era
stato concepito in netto contrasto con il mondo sensibile — come verità opposta ad
apparenza, come essere opposto a non essere —, rischia di essere considerato come del tutto
estraneo all'esperienza, senza possibilità di determinare lo sviluppo conoscitivo ed etico
dell'uomo: se infatti le idee vengono definite nella loro unità e purezza assolute, non si vede in
che modo possano stare in relazione tra loro, con il mondo sensibile e con la mente umana
(Parmenide). D'altro lato, le critiche mosse alla dottrina eracliteo-protagorea della
conoscenza come sensazione rimangono valide e convincono Platone a non abbandonare la
teoria delle idee, ma solo a riesaminarla e ad approfondirla (Teeteto). Occorre quindi una
mediazione fra il mondo ideale dell'essere e la conoscenza umana: per questa esigenza la
dialettica si trasforma, in quanto più che al procedimento dell'unificazione si dà rilievo al
procedimento della differenziazione, che permette di indicare le relazioni di inclusione e di
esclusione in cui si trova ciascuna idea con le altre (Il sofista). Discendendo quindi dall'unità
alla molteplicità, si attribuisce una qualche realtà anche alle forme “miste”, cioè al finito
inteso come proporzione e misura e governato dal numero (Il politico, Filebo). Anche in
campo etico questo mutamento di prospettiva appare evidente: mentre infatti nel Fedone il
fine dell'uomo era in un completo distacco dal corpo e dai sensi, nel Filebo invece esso è in
una “vita mista secondo misura”, in una mescolanza di piacere e di uso dell'intelligenza.
Il mutato atteggiamento di Platone non gli fa più considerare con distacco il mondo della
natura: nel Timeo, pur senza condividere il naturalismo dei presocratici, Platone accoglie da
essi molte dottrine, rielaborandole e fondendole in una generale concezione finalistica, che si
contrappone nettamente al meccanicismo di Democrito. Ancora una volta egli sceglie la
forma espositiva del mito: un demiurgo, ossia un divino artefice, ha plasmato e ordinato il
mondo e, prendendo a modello le idee, ha ridotto l'informe originario alla regola e alla
misura. Così anche il mondo della natura è una realtà mista, in cui al mutevole e al
transeunte si mescola la razionalità delle forme pure, ed essendo organicamente concepito e

XI
I
disposto possiede una sua anima, che è insieme molteplice e una. Infine, anche in campo
politico Platone non ha più di mira il modello ideale dello Stato, che nella Repubblica si
poneva al di là dell'esperienza umana, ma propone (nelle Leggi) una costituzione politica in
cui, tenendo conto delle leggi che precedentemente hanno governato gli Stati, si possano
contemperare secondo una giusta misura l'esigenza dell'autorità e quella della libertà, ossia
una mescolanza di monarchia e di democrazia. L'Epistola settima conferma che l'esigenza di
portare razionalità e ordine nella comunità politica restò sempre l'obiettivo fondamentale
della speculazione platonica per tutto il lungo arco del suo svolgimento. Tale ricerca si
arricchì via via di altri motivi, derivati sia da tutta la tradizione filosofica precedente (dalle
intuizioni degli ionici al matematismo pitagorico, da Parmenide a Socrate) sia da credenze
religiose (orfico-pitagoriche). Ma il pensiero platonico non è soltanto la sintesi delle diverse
correnti della cultura greca di quel periodo; è soprattutto una tappa fondamentale nello
sviluppo della riflessione filosofica, onde è stato detto che la successiva storia della filosofia è
in gran parte una storia delle interpretazioni di Platone e delle reazioni davanti al
platonismo.
La varietà e la ricchezza della sua opera di pensatore sono rese più evidenti dall'arte
incomparabile dello scrittore. Platone è il primo a usare la forma letteraria del dialogo,
perché non ammette che si possa fermare e rinchiudere la vita del pensiero, che è continua
ricerca, in una forma cristallizzata (come può essere un trattato), ma vuole rappresentarla
nel suo sviluppo e nella sua dinamicità. Però il dialogo platonico non è un mero artificio
didascalico, come sarà in quasi tutti gli autori che vorranno imitarlo, perché in esso non
vengono semplicemente messe a confronto opinioni e dottrine, ma appaiono vivamente
rappresentate, in forma veramente drammatica, le personalità e i caratteri di coloro che
discutono. La prosa di Platone, di straordinaria vivacità e perfezione linguistica, si piega con
estrema duttilità sia al rigore dell'astrazione sia agli slanci poetici, all'eloquenza dei discorsi
solenni come all'ironia e al sarcasmo. Né in essa appare sforzo o artificio: il cambiamento di
tono, la preferenza data a un certo genere di rappresentazione o di esposizione piuttosto che
a un altro in un dato momento del dialogo, non è mai un puro gioco letterario, ma è sempre
giustificato dall'argomento trattato e dall'intenzionalità filosofica dell'autore.
-Icon. Una statua del filosofo, opera di Silanione, venne eretta poco dopo la sua morte
nell'Accademia di Atene; questa scultura fu assai celebre nella ritrattistica antica per il
tentativo di rendere insieme con i tratti fisionomici il fascino spirituale del maestro. Da
questo ritratto sembrano derivare una ventina di repliche, riconducibili nonostante le
varianti a un unico tipo originario; una di esse, un'erma degli Staatliche Museen di Berlino, è
fornita di iscrizione.

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