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Macroeconomia

di Alessia Chiovaro
Riassunto del libro "Macroeconomia" di Gregory Mankiw, Zanichelli, 2007.
La macroeconomia è lo studio dei fenomeni che riguardano il sistema
economico nel suo complesso.
Dato che gli eventi macroeconomici sono il risultato della sommatoria di una
moltitudine di interazioni microeconomiche, la macroeconomia utilizza molti
strumenti della microeconomia.

Università: Università degli Studi di Palermo


Facoltà: Economia
Esame: Macroeconomia
Titolo del libro: Macroeconomia
Autore del libro: Gregory Mankiw
Editore: Zanichelli
Anno pubblicazione: 2007
Alessia Chiovaro Sezione Appunti

1. La microeconomia
Tre variabili macroeconomiche sono particolarmente importanti:
Il prodotto interno lordo (PIL) reale: somma dei redditi prodotti da tutti coloro che partecipano ad un sistema
economico, depurato dell’eventuale variazione dei prezzi.(Ci sono periodi in cui il PIL reale diminuisce: se
il calo è moderato abbiamo fasi di recessione; nel caso in cui sia marcato abbiamo fasi di depressione)
Il tasso di inflazione: misura la velocità con cui aumentano i prezzi
Tasso di disoccupazione: misura la quota di forza lavoro che non ha una occupazione stabile
Gli economisti studiano come si determina il valore di tali variabili, le ragioni del loro modificarsi nel tempo
e le reciproche interazioni.
Per capire l’economia gli economisti si affidano ai modelli: formulazioni teoriche che semplificano la realtà
in modo da dimostrare come le variabili esogene (quelle che il modello prende per date, sono esterne al
modello e rappresentano l’input) condizionino quelle endogene (sono determinate dal modello e ne
rappresentano l’output).
Una caratteristica fondamentale dei modelli macroeconomici è l’assunzione dell’ipotesi di prezzi flessibili
(più adatti a descrivere l’economia nel lungo periodo) o vischiosi (adatti a descrivere l’economia del breve).

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2. I DATI DELLA MACROECONOMIA


Una fonte di informazioni sull’economia, è l’osservazione casuale; oggi le statistiche economiche sono una
fonte sistematica e oggettiva di informazioni che riassumono lo stato dell’economia.
Le tre rilevazioni statistiche che gli economisti e i politici utilizzano più spesso sono:
- PIL
- Indice dei prezzi al consumo IPC
- Tasso di disoccupazione

1) Misura del valore dell’attività economica: PIL


Il PIL è spesso considerato la misura più affidabile dell’andamento di un sistema economico nazionale.
L’obiettivo del PIL è riassumere in un unico numero i valore monetario dell’attività economica in un dato
periodo di tempo. Il PIL può essere interpretato in due modi:
Come reddito totale di tutti coloro che partecipano all’economia
Come spesa totale per i beni e servizi prodotti dall’economia
La ragione di questa doppia interpretazione è che, per l’economia nel suo complesso, il reddito non può che
essere uguale alla spesa. Ciò discende a sa volta da una verità fondamentale: poiché in ogni transazione c’è
un compratore e un venditore, ogni centesimo di spesa non può che essere un centesimo di reddito del
venditore.
Per comprendere più affondo il significato del PIL, si deve prendere in considerazione la contabilità del
reddito nazionale, ovvero il sistema utilizzato per misurare il PIL e molte altre statistiche a esso collegate.
Per calcolare il PIL possiamo considerare sia i flussi monetari dalle imprese agli individui, sia quelli dagli
individui alle imprese. Alcune regole per il calcolo del PIL:
Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali, prodotti nell’ambito di un sistema economico in un
dato periodo di tempo. Per calcolare il valore totale i beni e servizi diversi la contabilità del reddito
nazionale ricorre ai prezzi di mercato, dato che i prezzi riflettono la disponibilità degli individui a pagare un
bene o un servizio.
(PIL = prezzo bene1 × quantità bene1 + prezzo bene2 × quantità bene2)
beni usati: La vendita di beni usati non rientrano nel calcolo del PIL.
trattamento delle scorte: la regola generale è che: se un’impresa aumenta le scorte, l’investimento in scorte
viene considerato spesa dei proprietari dell’impresa. Quindi la produzione per il magazzino fa aumentare il
PIL quanto la produzione per la vendita. Una vendita di beni a magazzino, invece, essendo una
combinazione di spesa positiva (acquisto da parte del consumatore) e negativa (il disinvestimento in scorte)
non influenza il PIL. Questo trattamento delle scorte fa si che il PIL comprenda sempre e solo beni e servizi
di produzione corrente
beni intermedi e valore aggiunto: il PIL comprende solo il valore del bene finale. Aggiungere il valore del
bene intermedio a quello del bene finale significherebbe effettuare una doppia contabilizzazione.
Un modo per contabilizzare tutti i beni e servizi finali prodotti dell’economia è sommare il valore aggiunto
in ciascuna fase della produzione. Il valore aggiunto di un’impresa è pari al valore del suo prodotto meno il
valore dei beni intermedi che hanno dovuto acquistare per realizzarlo.
Per l’economia nel suo complesso la somma di tutto il valore aggiunto è pari al valore di tutti i beni e servizi
finali. Dunque il PIL è anche il valore aggiunto totale di tutte le imprese che operano in un sistema
economico.

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Servizi abitativi e altre imputazioni: nel computare il PIL la maggior parte dei beni e servizi sono valutati
rispetto al prezzo di mercato, ma alcuni non sono scambiati in un mercato e perciò non hanno un prezzo di
mercato, dunque se ne deve stimare il valore (valore di imputazione).
Le imputazioni sono particolarmente importanti per determinare il valore dei servizi abitativi (es. il canone
d’affitto è parte del PIL). Per tenere conto anche dei servizi abitativi goduti da chi vive in una casa di sua
proprietà, il PIL include l’affitto che “il proprietario paga a se stesso”(canone figurativo).
Si deve ricorrere ai valori di imputazione anche per valutare alcuni dei servizi offerti dallo stato (es. vigile
del fuoco). La contabilità del reddito nazionale include questi servizi nel PIL valutandoli al costo.
In molti casi la regola richiederebbe ricorso a un valore di imputazione, ma esigenze di semplicità spingo
all’eccezione;ad es. un’ eccezione è data dall’economia sommersa, ovvero quella parte dell’attività
economica che viene sottratta al controllo dello stato con la finalità di evadere l’imposizione fiscale o perché
il suo oggetto è illecito.
Poiché i valori di imputazione necessari per il computo corretto del PIL sono stime approssimate, e dato che
alcune tipologie di beni e servizi non vengono incluse nel computo, il PIL è una misura imprecisa
dell’attività economica.

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3. PIL reale e Pil nominale


PIL nominale: valore dei beni e servizi misurati a prezzi correnti (può aumentare sia perchè aumentano le
quantità prodotte sia perché aumentano i prezzi)

PIL reale: valore dei beni e servizi calcolata a prezzi costanti; è una misura più efficace del benessere
economica, perché non è influenzato dai cambiamenti di prezzi (illustra cosa sarebbe accaduta alla spesa se
fossero cambiate le quantità e non i prezzi).

Per capire come viene calcolato il PIL reale, il primo passo da compiere è determinare l’anno base cioè
l’anno di riferimento per la determinazione dei prezzi; a questo punto beni e servizi vengono sommati
utilizzando i prezzi dell’anno base per valorizzarli.
Deflatore del PIL = PIL nominale/PIL reale
E’ un indice dell’andamento del livello generale dei prezzi in un sistema economico.
La definizione del deflatore del PIL c permette di dividere il PIL nominale in due componenti: una che
misura le quantità (PIL reale) e una che misura i prezzi (deflatore del PIL):
PIL nominale = PIL reale × deflatore del PIL
Il PIL nominale misura il valore monetario corrente della produzione aggregata dell’economia.
Il PIL reale misura la produzione aggregata a prezzi costanti.
Il deflatore del PIL misura il prezzo della produzione aggregata in rapporto ai prezzi dell’anno base
PIL reale = PIL nominale/ deflatore del PIL
Il deflatore del PIL viene utilizzato per deflazionare (depurare dall’inflazione) il PIL nominale, e ottenere il
PIL reale
Finora abbiamo considerato che il PIL reale venga calcolato sulla base dei prezzi di un anno base che non
viene mai modificato; se questo fosse il caso con il tempo i prezzi diventerebbero sempre più obsoleti. Per
risolvere questo problema il bureau of economic analysis statunitense ricorreva ad aggiornamenti periodici
(quinquennali). Oggi si ricorre a misurazioni dette a catena del PIL reale: con tale tecnica l’anno base viene
cambiato di anno in anno

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4. Le componenti della spesa


La contabilità del reddito nazionale suddivide il PIL in 4 maggiori categorie di spesa:
Consumo (C):consiste dei beni e dei servizi acquistati dagli individui e si divide in tre sottocategorie: beni
durevoli, beni non durevoli e sevizi
Investimenti (I): consistono nei beni acquistati per uso futuro, suddivisi in tre sottocategorie: investimenti
fissi delle imprese, investimenti residenziali(immobili a scopo abitativo o di locazione) e investimenti scorta.
Spesa pubblica (G): consiste dei beni e dei servizi acquistati dalle amministrazioni centrali e periferiche (es.
strade autostrade, apparati militari, servizi forniti dai dipendenti pubblici …); la categoria non include
invece i trasferimenti dall’amministrazione agli individui, come i pagamenti effettuati dal sistema
pensionistico e previdenziale (poiché i trasferimenti riallocano un reddito esistente e non son effettuati in
cambio di beni e servizi non sono parte del PIL
Esportazioni nette (NX): si riferiscono ai rapporti economici con gli altri paesi e consistono nel valore dei
beni e dei servizi esportati verso altri paesi, meno il valore dei prodotti e dei servizi importati dall’estero; le
esportazioni nette rappresentano la spesa netta dei cittadini di altri paesi per l’acquisto di beni e servizi che
producono reddito per i produttori interni.
Cosi indicando Y il PIL:
Y = C + I + G + NX
Questa equazione è un’identità (necessariamente soddisfatta data la definizione delle variabili) e viene detta
identità contabile del reddito nazionale.

Il sistema europeo dei conti economici integrati (SEC): l’unione europea ha predisposto il SEC al quale si
devono conformare i conti economici dei paesi membri. Esso prevede alcune misure alternative del reddito.
Deducendo dal PIL ai prezzi di mercato le imposte indirette nette (differenza tra imposte indirette e
contributi alla produzione) si ottiene il valore aggiunto al costo dei fattori (VA) che misura i redditi
complessivamente generati ai fattori produttivi all’interno del territorio nazionale.

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5. Altre misure del reddito


La contabilità del reddito nazionale prevedono anche altre misure del reddito, che differiscono leggermente
dal PIL:
Prodotto nazionale lordo: PNL = PIL + redditi esteri dei residenti – redditi interni dei non residenti. Il PIL
misura il reddito aggregato prodotto all’interno di un paese mentre il PNL misura il reddito aggregato sei
residenti nel paese.
Prodotto nazionale netto: PNN = PNL – ammortamenti; nel gergo della contabilità del reddito nazionale gli
ammortamenti sono detti anche consumo del capitale fisso.
Reddito nazionale = PNN – imposte indirette; il reddito nazionale è una misura di quanto hanno guadagnato
i componenti del settore privato dell’economia.
La contabilità del reddito nazionale statunitense suddivide il reddito nazionale in 5 componenti in funzione
della modalità di produzione del reddito: Redditi da lavoro dipendente; Redditi dei titolari d’impresa
individuale e società di persone; Rendite immobiliari; Profitti societari (società di capitali); Interessi netti
Reddito personale = reddito nazionale – profitti societari – contributi sociali e previdenziali – interessi netti
+ dividendi + trasferimenti delle P.A. a individui + redditi personali da interessi
Reddito personale disponibile = reddito personale – imposte su reddito e altri pagamenti alle P.A.
Il reddito personale disponibile è rilevante perché corrisponde a quanto gli individui e le società di persone
possono spendere dopo averlo ottemperato al loro dovere di contribuenti.
NB tutte queste misure del reddito mostrano un andamento stagionale regolare: queste oscillazioni sono
attribuibili a una diversa capacità di produrre oppure alla componente stagionale nelle preferenze dei
consumatori. Quando gli economisti studiano le fluttuazioni del PIL reale e elle altre variabili economiche,
spesso desiderano eliminare quella parte di fluttuazione dovuta a prevedibili movimenti stagionali. La
maggior parte delle statistiche economiche riportate dai mezzi di informazione sono destagionalizzate (i dati
sono stati depurati per eliminare le fluttuazioni stagionali irregolari.

Misurare il costo della vita: l’indice dei prezzi al consumo.


L’aumento generalizzato dei prezzi viene detto inflazione.
La misura più comunemente utilizzata del livello dei prezzi è l’IPC. Esso trasforma i prezzi di molti beni e
servizi in un unico indice che misura il livello generale dei prezzi. Viene attribuito un peso differente a
diversi beni e servizi calcolando il prezzo di un paniere di beni e servizi acquistato dal consumatore medio:
l’IPC è il prezzo relativo di questo paniere di beni e servizi rispetto al prezzo del medesimo paniere. L’IPC è
l’indice dei prezzi più frequentemente utilizzato, pur non essendo l’unico. Un altro è l’indice dei prezzi alla
produzione, che misura il prezzo del paniere medio di beni acquistati dalle imprese invece che dai
consumatori (inoltre si possono calcolare indici di prezzi per specifiche categorie di beni).
In Italia le rilevazioni del livello generale dei prezzi vengono effettuate dall’Istat che, oltre a calcolare l’IPC
(che si riferisce agli scambi in cui l’acquirente è il consumatore finale), computa anche altri indici quali:
L’indice del costo della vita o indice dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati
Indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali; si riferisce ai prezzi che si determinano nelle
transazioni che si svolgono nel mercato interno in cu il venditore è un produttore di beni industriali
Indice dei prezzi all’ingrosso in cui il venditore è un commerciante all’ingrosso
Indici speciali (es. dedicati ai prezzi agricoli)

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6. L’IPC e il deflatore del PIL


Il deflatore del Pil e l’IPC offrono un’informazione diversa di ciò che accade a livello generale dei prezzi
nell’economia. Le differenze fondamentali tra le 2 rilevazioni sono 3:
Il deflatore del PIL misura il livello dei prezzi di tutti i beni e i servizi prodotti nell’economia, mentre l’IPC
misura quelli di tutti i beni e i servizi acquistati dai consumatori. IN conseguenza un aumento del prezzo dei
beni e dei servizi acquistati dalle imprese o dalla P.A viene rilevato dal deflatore del PIL, ma non dall’IPC.
Il deflatore del PIL comprende solo i beni e i servizi prodotti all’interno dei confini nazionali. I beni
importati non fanno parte del PIL e, perciò, non vengono rilevati dal deflatore del PIL. L’aumento del
prezzo di un bene prodotto e venduto nello stesso Paese modifica l’IPC essendo acquistato da un
consumatore, ma lascia invariato il deflatore del PIL.
L’IPC assegna peso fissa ai prezzi di beni differenti, mentre il deflatore del PIL assegna pesi variabili. In
altre parole l’IPC è calcolato sulla base di un paniere fisso di beni, mentre il deflatore del PIL fa variare la
composizione del paniere in funzione della variazione della composizione del PIL.
Gli economisti chiamano l’indice di Laspeyres un indice dei prezzi calcolato su un paniere fisso di beni, e
indice Paasche un indice dei prezzi calcolato su un paniere variabili. Nessuno dei due indici rivela una
manifesta superiorità:
se i prezzi di beni diversi aumentano in misura diversa, un indice di Laspeyres (paniere fisso) tende a
sovrastimare l’aumento del costo della vita, non tenendo in debito conto che i consumatori possono
sostituire i beni il cui prezzo aumenta con beni meno costosi.
Al contrario, un indice di Paasche (paniere variabile) tende a sottostimare l’aumento del costo della vita,
perché, pur tenendo conto dell’effetto di sostituzione, non riflette la riduzione del benessere del consumatore
che ne deriva.

NB: secondo molti economisti l’IPC tende a sovrastimare l’inflazione:


Problema 1: L’IPC non tiene conto della possibilità del consumatore di sostituire con beni meno costosi quei
beni che hanno subito i maggiori aumenti di prezzo; grazie a questo meccanismo quando i prezzi aumentano
il costo della vita aumenta meno rapidamente dell’IPC.
Problema 2: introduzione di nuovi beni; quando vengono introdotti nel mercato nuovi beni, il benessere del
consumatore aumenta perché egli ha una gamma più ampia di beni tra cui scegliere. In effetti l’introduzione
di nuovi beni fa aumentare il valore reale della moneta, ma questo aumento del suo potere di acquisto non
viene rilevato dall’IPC.
Problema 3: variazioni non rilevate nella qualità dei beni. Quando un’impresa aumenta la qualità di un bene
che commercializza, il corrispondente aumento di prezzo non riflette un aumento del costo della vita.

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7. Misurare la disoccupazione: il tasso di disoccupazione


Il tasso di disoccupazione è la statistica che rileva la % degli individui che, desiderando lavorare, non hanno
un’occupazione.
Ogni adulto (maggiore di 16 anni) di ciascuna famiglia viene collocato in una delle 3 categorie:
Occupato
Disoccupato: se non ha un impiego, se è in attesa della data di inizio di un nuovo lavoro, se è
temporaneamente privo di lavoro o se sta cercando un’occupazione.
Non appartenente alla forza lavoro: lavoratore scoraggiato (chi desidera un lavoro ma ha smesso di
cercarlo).
La forza lavoro si definisce come la forma di occupati e disoccupati, e il tasso di disoccupazione è definito
come la quota % dei disoccupati sulla forza lavoro, cioè:
Forza lavoro = n° occupati + n° disoccupati.
Tasso di disoccupazione = Numero disoccupati / Forza lavoro × 100
Una statistica collegata è il tasso di partecipazione alla forza lavoro, pari alla % di appartenenti alla forza
lavoro sulla popolazione adulta.
Tasso di partecipazione alla forza lavoro = forza lavoro/popolazione adulta × 100

Disoccupazione, Pil e legge di Okun


Dato che i lavoratori occupati contribuiscono alla produzione di beni e servizi e i disoccupati no, aumenti
del tasso di disoccupazione dovrebbero essere associati a diminuzioni del Pil reale. Questa relazione inversa
tra disoccupazione e PIL è detta legge di OKUN.

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Conclusioni: Le tre statistiche analizzate esprimono l’andamento dell’economia in termini quantitativi. Gli
attori economici pubblici e privati utilizzano queste statistiche per tenere sotto controllo l’andamento
dell’economia e formulare decisioni appropriate.

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8. Cosa determina la produzione aggregata di beni e servizi


La produzione di beni e servizi di un’economia, cioè il suo PIL, dipende da:
Quantità di fattori di produzione di cui dispone. I due fattori di produzione più importante sono il capitale
(K) e il lavoro (L); ipotizziamo per semplicità che questi siano dati, cioè che l’economia disponga di una
quantità fissa di capitale e di lavoro (K = K; L = L) e che siano completamente utilizzati, cioè che nessuna
risorsa sia sprecata
Capacità di trasformare questi fattori, rappresentata dalla funzione di produzione. La tecnologia di
produzione disponibile determina il volume della produzione per ogni data quantità di capitale e lavoro. Gli
economisti descrivono la tecnologia disponibile determina il volume della produzione per ogni data quantità
di capitale e lavoro. Gli economisti descrivono la tecnologia disponibile con una funzione di produzione:
definendo Y il volume di produzione, la funzione di produzione è:
Y = F (K, L). [la produzione è funzione della quantità di capitale e lavoro]
La funzione di produzione descrive la tecnologia disponibile per trasformare capitale e lavoro in prodotto (se
vi sono modi più efficienti di produzione, il volume di produzione è maggiore). Molte funzioni di
produzione godono di una proprietà detta rendimenti di scala costanti: una funzione di produzione ha
rendimenti di scala costanti se a un aumento di eguale percentuale di tutti i fattori d produzione corrisponde
un aumento di pari percentuale del prodotto; matematicamente: zY = F (zK,zL), per ogni z>0

L’offerta di beni e servizi


I fattori di produzione e la funzione di produzione, insieme determinano la quantità di beni e servizi offerti
che, a sua volta, equivale al prodotto dell’economia. Matematicamente questo si esprime come:
Y = F(K, L) = Y
Dato che ipotizziamo fisse l’offerta di capitale e di lavoro e la tecnologia anche il prodotto è fisso.

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9. Come si distribuisce il reddito nazionale tra i fattori di


produzione
Il prodotto aggregato dell’economia è uguale al reddito aggregato. Poiché i fattori di produzione e la
funzione di produzione, insieme determinano il prodotto totale di beni e servizi, determinano anche il
reddito nazionale.

I prezzi dei fattori


La distribuzione del reddito nazionale è determinata dai prezzi dei fattori, che rappresentano l’ammontare
pagato per i fattori di produzione: il salario corrisposto al lavoratore e la rendita del proprietario del capitale.
Il prezzo che ciascun fattore riceve per i propri servizi è, a sua volta determinato dall’offerta e dalla
domanda per quel fattore.
Ipotizzano che i fattori di produzione dell’economia siano fissi, la curva di offerta di ciascun fattore è
verticale. L’intersezione tra la curva di domanda del fattore, con pendenza negativa, e la curva di offerta del
fattore verticale, determina il prezzo di equilibrio del fattore.

Le decisioni dell’impresa concorrenziale.


L’ipotesi più semplici da fare, riguardo all’impresa media, è che sia concorrenziale. Un’impresa
concorrenziale è piccola rispetto ai mercati in cui opera, al punto che le sue singole decisioni non sono in
grado di influenzare i prezzi di mercato (price takers).
L’obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto (ricavi meno costi)
Profitto = Ricavo (PY) – costo del lavoro (WL) – costo del capitale (RK)
Per vedere come il profitto dipende dai fattori di produzione, utilizziamo la funzione di produzione Y = F
(K, L) per sostituire Y ottenendo:
Profitto = PF (K, L) – WL – RK

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10. Il prodotto marginale del lavoro (PML)


E’ la quantità aggiuntiva di prodotto che l’impresa ricava da ogni unità aggiuntiva di lavoro tenendo fissa la
quantità di capitale.
PML = F (K, L+1) – F(K,L)

Dal PML alla domanda di lavoro. Per massimizzare il profitto un’impresa deve decidere se aumentare le
unità di lavoro. L’aumento del ricavo indotto dall’utilizzo di un’unità di lavoro dipende da 2 variabili: PML
e il prezzo del prodotto. Poiché un’unità aggiuntiva di lavoro produce PML unità di prodotto la quale viene
venduta al prezzo P, il ricavo aggiuntivo è pari a PML × P; il costo aggiuntivo di un’unità di lavoro è pari a
W; dunque la variazione del profitto è data da: Profitto = Ricavo (PML × P) – costo (W)
SE il prodotto (PML × P) > W, l’unità di lavoro aggiunta fa aumentare il profitto fino a quando PML
raggiunge il punto in cui il ricavo incrementale è uguale al salario reale.
La domanda di lavoro dell’impresa è determinata dall’uguaglianza PML × P = W. Da questa uguaglianza
otteniamo che W/P rappresenta il salario reale, ossia la remunerazione misurata in unità di prodotto invece
che in unità monetarie.

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11. IL prodotto marginale del capitale (PMK) e la domanda di


capitale
PMK è la quantità aggiuntiva di prodotto che l’impresa ricava ad ogni unità aggiuntiva di capitale tenendo
fissa la quantità di lavoro:

PMK = F (K + 1, L) – F(K, L)
L’aumento di profitto indotto dalla adozione di una macchina in più è dato dalla differenza tra il ricavo
aggiuntivo della vendita del prodotto incrementale e la remunerazione della macchina aggiuntiva:
Profitto = Ricavo (PMK × P) – costo (R)
Per massimizzare il profitto l’impresa utilizzerà capitale in quantità tale per cui PMK eguaglia la rendita
reale del capitale: PMK = R/P
La rendita reale del capitale è la rendita misurata in termini di prodotto invece che in termini monetari.
In sintesi, nell’ipotesi di massimizzazione del profitto, l’impresa domanda ciascun fattore di produzione in
misura tale per cui il prodotto marginale del fattore stesso eguaglia il suo prezzo in termini reali.

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12. La distribuzione del reddito nazionale


Se tutte le imprese del sistema economico sono concorrenziali e massimizzano il profitto, ogni fattore di
produzione è remunerato in modo corrispondente al suo contributo marginale al processo produttivo: il
salario reale del lavoratori eguaglia il PML e la rendita reale del capitale eguaglia il PMK; il monte salari
reale è perciò pari a PML × L e la rendita totale reale del capitale a PMK × K.
Il reddito che rimane alle imprese dopo aver remunerato i fattori di produzione è il profitto economico,
destinato ai proprietari delle imprese.
Profitto economico = Y – (PML × L) – (PMK × K)
Se vogliamo analizzare la distribuzione del reddito nazionale riscriviamo i termini dell’uguaglianza come: Y
= (PML × L) + (PMK × K) + profitto economico
Il reddito aggregato si ripartisce tra remunerazione del lavoro, del capitale e profitto economico.
Se la funzione di produzione ha rendimenti di scala costanti, il profitto economico dovrebbe tendere allo
zero. Una volta remunerati i fattori di produzione non rimane più nulla. Secondo il teorema di Eulero è
possibile affermare che se la funzione di produzione ha rendimenti di scala costanti, allora:
F(K, L) = (PML × L) + (PMK × K)
Se il profitto economico è teoricamente nullo, è possibile spiegare l’esistenza del profitto nell’economia
reale in quanto la maggior parte delle imprese è proprietaria dei beni capitali che utilizza e poiché i
proprietari del capitale e i proprietari delle imprese sono i medesimi individui spesso il profitto economico e
la rendita del capitale sono indistinti. Questa definizione alternativa di profitto è denominata profitto
contabile.
Profitto contabile = profitto economico + (PMK × K)
Ciascun fattore di produzione viene remunerato in base al prodotto marginale e la remunerazione dei fattori
esaurisce il prodotto aggregato. Il prodotto aggregato si distribuisce tra la remunerazione del capitale e la
remunerazione del lavoro, sulla base del rispettivo prodotto marginale.

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13. Cosa determina la domanda di beni e servizi


Abbiamo identificato le 4 componenti del PIL: Consumo (C), Investimenti I, Spesa pubblica G, Esportazioni
nette (X)
Ipotizzeremo per semplicità un’economia chiusa (che non intrattenga rapporti commerciali con altre
economie); di conseguenza le esportazioni nette sono nulle.
In un’economia chiusa esistono 3 possibili impieghi della produzione aggregata. Le 3 componenti del PIL
sono espresse nell’identità contabile del reddito nazionale: Y = C+ I + G

Consumi. Gli individui ricevono reddito dal proprio lavoro o dalla proprietà di beni capitali.
Il reddito degli individui a livello aggregato corrisponde al prodotto dell’economia Y; lo Stato tassa gli
individui di un ammontare T.
Reddito disponibile: parte di reddito residuo dopo la corresponsione delle imposte Y – T
Gli individui distribuiscono il proprio reddito disponibile tra consumo e risparmio.
Ipotizziamo che il livello di consumo dipenda direttamente dal livello del reddito disponibile: quanto più è
elevato è il reddito disponibile, tanto più elevato è il consumo.
C = C(Y – T)
La relazione tra consumo e reddito disponibile è detta funzione di consumo.

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14. Gli investimenti


Sia gli individui sia le imprese acquistano beni di investimento per aumentare il proprio stock di capitale e
per sostituire il capitale esistente logorato dall’uso.
La quantità domandata di beni di investimento dipende dal tasso di interesse, cioè dalla misura del costo
delle risorse necessarie per finanziarne l’acquisto: affinché un progetto di investimento sia profittevole, il
suo rendimento deve superare il suo costo.
Analizzando il ruolo dei tassi di interesse nell’economia, gli economisti sono soliti distinguere tra tassi di
interesse nominali e tassi di interesse reali.
Questa differenza è rilevante nel caso in cui vari il livello generale dei prezzi.
Il tasso di interesse nominale corrisponde a quello che l’investitore deve pagare.
Il tasso di interesse reale (misura il vero costo dell’investimento e ne determina la quantità) è il tasso di
interesse nominale depurato degli effetti dell’inflazione.
Possiamo riassumere questa analisi in un’equazione: I = I(r)

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15. La spesa pubblica


Comprende acquisto armi per la difesa, i servizi dei dipendenti della P.A, opere pubbliche, etc. I
trasferimenti agli individui (come le provvidenze per le famiglie povere e le pensioni per anziani e gli
invalidi) non vengono effettuati in cambio di componenti della produzione aggregata di beni e servizi e
perciò non sono inclusi nella variabile G.
I trasferimenti sono l’opposto delle imposte: fanno aumentare il reddito disponibile degli individui
esattamente come le imposte lo riducono.
Possiamo definire T come la differenza tra imposte e trasferimenti.
Se G = T (T = imposte meno trasferimenti); il bilancio dello Stato è in pareggio;
Se G<T, lo Stato ha un avanzo di bilancio che può essere utilizzato per rimborsare il debito pregresso
se G > T, disavanzo di bilancio che deve essere finanziato attraverso l’emissione di titoli di Stato;
Per evidenziare che queste variabili sono determinate al di fuori, del modello del reddito nazionale
scriviamo
G = G; T = T

Cosa crea l’equilibrio tra la domanda aggregata e l’offerta di beni e servizi


Nel modello classico, il tasso di interesse ha un ruolo cruciale nell’equilibrio di domanda e offerta. Ci sono 2
modi di considerare il tasso di interesse nell’economia:
Come il tasso influenza l’offerta e la domanda di beni e servizi;
Il suo effetto sull’offerta e sulla domanda di prestiti.

L’equilibrio nel mercato di beni e servizi: l’offerta e la domanda del prodotto di un’economia
La domanda del prodotto di un’economia è determinata da consumi, investimenti e spesa pubblica:
i consumi dipendono dal reddito disponibile
Gli investimenti dipendono dal tasso di interesse
La spesa pubblica e imposte sono variabili esogene, determinate dalle decisioni di politica fiscale.
I fattori di produzione della funzione di produzione determinano la quantità di prodotto offerta
nell’economia, per cui Y = F(K, L) = Y.
Sostituendo la funzione di consumo e la funzione di produzione nell’identità contabile del reddito nazionale,
otteniamo: Y = C(Y – T) + I(r) + G
Poiché le variabili G e T sono esogene in quanto determinate dalla politica fiscale e il livello di prodotto è
fissato dai fattori di produzione e dalla funzione di produzione, possiamo scrivere:
Y = C(Y - T) + I(r) + G
Il tasso di interesse, r, è l’unica variabile dell’equazione non determinata. Ecco perché il tasso di interesse ha
un ruolo cruciale da giocare: deve aggiustarsi in modo da garantire l’equilibrio tra domanda e offerta.
Quanto più elevato è il tasso di interesse tanto più basso è il livello degli investimenti e quindi tanto minore
è la domanda di beni e servizi, C + I + G. Se il tasso di interesse è troppo alto, gli investimenti sono troppo
bassi e l’offerta eccede la domanda, se è troppo basso investimenti sono troppo elevati e la domanda eccede
l’offerta.
Al tasso di interesse di equilibrio la domanda di beni e servizi eguaglia l’offerta.

L’equilibrio nei mercati finanziari: offerta e domanda di fondi mutuabili

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Dato che il tassi di interesse è il costo del debito e la remunerazione dei prestiti sui mercati finanziari,
possiamo chiarire la funzione del tasso di interesse riscrivendo l’identità contabile del reddito nazionale:
Y–C–G=I
Dove Y – C – G è uguale alla produzione residua una volta soddisfatta la domanda di consumo e la spesa
pubblica ed è detta anche risparmio nazionale o più semplicemente risparmio (S). Inquesta forma l’identità
contabile del reddito nazionale mostra che il risparmio eguaglia gli investimenti.
Possiamo suddividere il risparmio nazionale in 2 componenti: risparmio del settore privato e del settore
pubblico
(Y – T – C) + (T – G) = I
- Il termine (Y – T – C) è la differenza tra reddito disponibile e consumo e corrisponde al risparmio privato.
- (T – G) è la differenza tra imposizione fiscale e spesa pubblica e corrisponde al risparmio pubblico.
Se lo Stato spende più di quanto incassa attraverso l’imposizione fiscale generando un disavanzo di bilancio,
il risparmio pubblico è negativo.
Per vedere come il tasso di interesse porti i mercati finanziari in condizione di equilibrio, sostituiamo la
funzione di consumo e la funzione di investimento nell’identità contabile del reddito nazionale:
Y – C(Y – T) – G = I (r)
Ma dato che G e T sono esogenamente determinati dalla politica fiscale e che Y è fisso e determinato dai
fattori di produzione e dalla funzione di produzione, Y – C(Y – T) – G = I(r) S = I(r)

Risparmio e investimenti possono essere anche interpretati in termini di domanda e offerta: in questo caso il
“bene” è il fondo mutuabile e il suo prezzo è il tasso di interesse.
Il risparmio è l’offerta di fondi mutuabili
Gli investimenti rappresentano la domanda di fondi mutuabili
Quindi, al tasso di equilibrio: la quantità di fondi mutabili offerta è = alla domanda di fondi mutuabili

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16. Variazioni del risparmio: gli effetti della politica fiscale


Un aumento della spesa pubblica pari a G. Effetti: L’impatto immediato è un pari aumento della domanda di
beni e servizi; ma dato che il prodotto aggregato è fissato dai fattori di produzione, l’aumento della spesa
pubblica deve essere necessariamente compensato dalla diminuzione di altre componenti della domanda.
Dato che (Y-T) e il consumo C sono invariati, l’aumento della spesa pubblica, provoca un aumento del tasso
di interesse e una diminuzione degli investimenti: si dice che “la spesa pubblica spiazza gli investimenti”.

Una diminuzione dell’imposizione fiscale. pari a T.


L’effetto immediato di un taglio delle imposte è l’aumento del reddito disponibile e quindi un aumento del
consumo. Il reddito disponibile aumenta di T e il consumo aumenta di un ammontare pari a T volte la
propensione marginale al consumo PMC.
Quanto più elevata è la PMC, tanto più elevato è l’effetto della riduzione delle imposte sui consumi.
Dato che il prodotto dell’economia è fissato dai fattori di produzione e dalla funzione di produzione, e che il
livello della spesa pubblica è determinato esogenamente, l’aumento dei consumi deve essere compensato da
una corrispondente diminuzione degli investimenti. Affinchè gli investimenti diminuiscano, il tasso di
interesse deve salire. Perciò una riduzione delle imposte (come un aumento della spesa pubblica) fa
aumentare il tasso di interesse.
Possiamo anche analizzare l’effetto di un taglio alle imposte prendendo in considerazione risparmio e
investimenti. Poiché l’abbattimento delle imposte fa aumentare il reddito disponibile di T, il consumo
aumenta di PMC × T. Il risparmio nazionale, S, pari a Y – C – G, diminuisce di un ammontare
corrispondente all’aumento del consumo.

Variazioni della domanda di investimenti.


Ragioni:
l’innovazione tecnologica
provvedimenti fiscali che scoraggiano o incoraggiano gli investimenti.

Se modificassimo al funzione di consumo, facendo in modo che questo e il suo reciproco (il risparmio)
dipenda anche dal tasso di interesse, la curva di risparmio avrebbe pendenza positiva, anziché verticale (un
tasso di interesse elevato potrebbe ridurre il consumo e aumentare il risparmio). Con una curva di risparmio
a pendenza positiva un aumento della domanda di investimenti farebbe aumentare sia il tasso di interesse di
equilibrio sia la quantità degli investimenti.

Conclusioni: Abbiamo sviluppato un modello che spiega la produzione, la distribuzione e l’allocazione del
prodotto aggregato di beni e servizi di una economia. Tale modello viene detto modello dell’equilibrio
generale. Il modello enfatizza l’aggiustamento dei prezzi a equilibrare domanda e offerta

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17. MONETA E INFLAZIONE


Il fenomeno dell’aumento generalizzato dei prezzi è noto come inflazione.
Il tasso di inflazione (variazione % del livello generale dei prezzi nell’unità di tempo) varia sostanzialmente
nel tempo e tra diversi paesi. Episodi di inflazione straordinariamente elevata sono detti iperinflazione.

Cos’è la moneta:
La moneta è uno stock di beni che possono essere utilizzati immediatamente per fare transazioni.
Funzioni della moneta:
riserva di valore. La moneta rappresenta un mezzo per trasferire potere di acquisto dal presente al futuro.
Essa è una riserva di valore imperfetta: se i prezzi aumentano la quantità di beni che si possono acquistare
con una data quantità di moneta diminuisce; ciononostante gli individui detengono la moneta con l’obiettivo
di scambiarla con beni o servizi in un certo momento nel futuro.
unità di conto. La moneta rappresenta il termine in cui si esprimono i prezzi. La moneta è il metro con cui si
misurano le transazioni economiche.
mezzo di scambio. La moneta è ciò che utilizziamo per acquistare beni e servizi. La facilità con cui la
moneta può essere convertita in beni o servizi, a volte è definita liquidità. Un sistema fondato sul baratto
perché si realizzi uno scambio deve verificarsi una doppia coincidenza di volontà; in un’economia moderna
complessa il commercio di solito è indiretto e richiede il ricorso alla moneta.

I tipi di moneta:
Moneta a corso legale: non ha valore intrinseco (euro, dollaro, etc)
Moneta merce: è dotata di valore intrinseco. (es. oro). NB: un’economia che utilizza l’oro o banconote
convertibili in oro si dice che adotta un sistema aureo.

Come si determina la quantità di moneta.


La quantità di moneta disponibile è detta offerta di moneta. In un’economia che utilizza moneta a corso
legale, l’offerta di moneta è controllata dallo Stato: vicoli legali danno allo Stato il monopolio sulla stampa
delle banconote. L’offerta di moneta diventa così uno strumento di politica economica. Il controllo
esercitato sull’offerta di moneta è detto politica monetaria, la quale è delegata a un’istituzione parzialmente
indipendente detta banca centrale (negli Stati Uniti è la Federal Reserve e nell’Unione Europea è la BCE).
Gli strumenti principali attraverso cui una banca centrale controlla l’offerta di moneta sono le operazioni di
mercato aperto, cioè operazioni di acquisto e di vendita di titoli del debito pubblico (se la banca centrale
desidera aumentare l’offerta di moneta compra titoli, viceversa li vende).

Nb: I compiti della BCE: vigilanza sulla stabilità dei prezzi in Europa; definizione della politica monetaria,
con la potestà di dare disposizioni alle singole banche centrali per quanto concerne il controllo della quantità
di moneta, etc. IL SEBC è composto dalla BCE e dalle banche centrali degli Stati membri dell’UE.

Come si misura la quantità di moneta.


Poiché la moneta è lo stock delle attività utilizzabili per regolare le transazioni, la quantità di moneta è la
quantità di tali attività.
Gli aggregati monetari:

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C = Circolante: somma di tutte le banconote e monete metalliche in circolazione
M1 = C + saldo depositi di C/C (traveller’s cheque e depositi a vista)
M2 = M1 + fondi comuni di investimento di mercato monetario in possesso di privati e depositi vincolati a
breve termine
M3 = M2 + depositi vincolati a lungo termine, accordi di riacquisto, eurodollari e fondi comuni di
investimento di mercato monetario in possesso di istituzioni.

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18. La Teoria Quantitativa della moneta


Il collegamento tra le transazioni e la moneta si esprime attraverso la c.d. equazione quantitativa.
Moneta (M) × velocità (V) = Prezzo (P) × Transazioni (T)
T = n° totale delle transazioni che si verificano in un determinato periodo di tempo (es un anno).
P = prezzo della transazione media
PT = quantità di moneta scambiata in un anno
M = quantità di moneta
V = velocità di circolazione della moneta rispetto alle transazioni; misura la rapidità con cui la moneta
circola nell’economia.
L’equazione quantitativa è un’identità. Essa è utile perché dimostra che se una delle variabili varia, una o
più delle altre devono necessariamente variare per mantenere l’uguaglianza.

Dalle transazioni al reddito. Gli economisti per semplificare tale equazione, sostituiscono T con il prodotto
aggregato totale dell’economia Y. T e Y sono strettamente correlati: quanto più l’economia produce tanti più
beni e servizi vengono scambiati, però non si tratta della medesima variabile.
M ×V=P×Y
PY = valore monetario del prodotto aggregato (PIL nominale)
Y = Pil reale
P = deflatore del PIL
V = velocità di circolazione della moneta rispetto al reddito.

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19. La funzione della domanda di moneta e l’equazione quantitativa


Saldi monetari reali: quantità di moneta in termini di quantità di beni e servizi M/P. Essi misurano il potere
di acquisto dello stock di moneta.
Una funzione della domanda di moneta è un’equazione che illustra come si determina la quantità di saldi
monetari reali che gli individui desiderano detenere. Una funzione semplice è: M/P d = kY
k è una costante che indica la quantità di moneta che gli individui desiderano detenere per ogni unità di
reddito.
La funzione della domanda di moneta ci permette di considerare l’equazione quantitativa da un altro punto
di vista. Per farlo dobbiamo considerare che: M/P = kY -> M(1/k) = PY -> MV = PY dove V = 1/k.
Ciò dimostra il collegamento tra domanda di moneta e velocità di circolazione della moneta. Quando k è
elevata, la moneta cambia di mano raramente e viceversa quando è bassa.
Se V è costante (ipotesi limitativa della realtà), l’equazione quantitativa si trasforma nella c.d. teoria
quantitativa della moneta, cioè può essere considerata come una teoria per la determinazione del PIL
nominale:
MV = PY -> Una variazione della quantità di moneta M deve provocare una variazione proporzionale del
PIL (PY)

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20. Moneta, prezzi e inflazione


La Teoria sulla determinazione del livello generale dei prezzi nell’economia si fonda su 3 elementi:
I fattori di produzione e la funzione di produzione determinano il livello del prodotto aggregato Y
L’offerta di moneta determina il valore nominale del prodotto aggregato PY. Ciò discende dall’equazione
quantitativa e dall’ipotesi della velocità di circolazione della moneta sia costante
Il livello dei prezzi P è il apporto tra il valore nominale del prodotto PY e il prodotto Y.
Dunque, la capacità produttiva di un’economia determina il PIL reale, la quantità di moneta il PIL nominale,
e il deflatore del PIL è il rapporto tra PIL nominale e Pil reale.
Dato che i fattori di produzione e la funzione di produzione determinano il PIL reale, la variazione del PIL
nominale non può che rappresentare la variazione del livello dei prezzi. Quindi la teoria quantitativa implica
che il livello dei prezzi sia proporzionale all’offerta di moneta.
L’equazione quantitativa scritta in forma % è:
Variazione % di M + Variazione % di V = Variazione % di P + Variazione % di Y.
La variazione % della quantità di moneta (M) è controllata dalla banca centrale;
la variazione % della velocità di circolazione della moneta (V) riflette spostamenti della funzione della
domanda di moneta. Nell’ipotesi che la velocità sia costante, la variazione % della velocità di circolazione
della moneta è zero.
La variazione % del livello dei prezzi (P) è il tasso di inflazione
La variazione % del prodotto (Y) dipende dalla crescita dei fattori di produzione e dal progresso
tecnologico.
La crescita dell’offerta di moneta determina il tasso di inflazione.
La teoria quantitativa della moneta afferma che la Banca centrale, controllando l’offerta di moneta, ha il
controllo assoluto sul tasso di inflazione. Se la Banca centrale:
mantiene stabile l’offerta di moneta -> il livello dei prezzi è stabile;
aumenta rapidamente l’offerta di moneta -> il livello dei prezzi aumenta

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21. Il signoraggio: quel che si ricava dal battere moneta


Tutti i governi spendono denaro per l’acquisto di beni e servizi, per redistribuire il reddito, etc.
Un governo può finanziare la propria spesa in 3 modi:
- aumentare i ricavi aumentando le tasse
- indebitarsi con il pubblico emettendo titoli di Stato
- limitarsi a battere moneta (signoraggio).
Se un governo batte moneta per finanziare la spesa pubblica aumenta l’offerta di moneta che genera a sua
volta inflazione. Questa politica equivale a imporre una tassa da inflazione. In conseguenza all’aumento
dell’offerta di moneta il valore reale delle banconote detenute dal pubblico diminuisce. L’inflazione dunque
equivale a una tassa sulla moneta detenuta.

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22. Inflazione e tassi di interesse


Gli economisti chiamano i tassi di interesse corrisposti dalle banche tasso di interesse nominale, e l’aumento
del potere di acquisto tasso di interesse reale.
Se definiamo “i” il tasso di interesse nominale, “r” quello reale,” “il tasso di inflazione, il rapporto tra le 3
variabili, può essere descritto come: r=i-

L’effetto di Fisher. i = r + [equazione di Fisher]


L’equazione d Fisher mostra che il tasso di interesse nominale può variare per due cause:
variazione tasso di interesse reale
tasso di inflazione
La teoria quantitativa della moneta e l’equazione di Fisher, insieme ci dicono che la crescita della quantità di
moneta influenza il tasso di interesse nominale.
Secondo la teoria quantitativa un aumento del tasso di crescita della moneta dell’1% genera un aumento
dell’1% del tasso di inflazione. Secondo l’equazione di Fisher un aumento dell’1% del tasso di inflazione,
provoca un pari aumento del tasso di interesse nominale.
La relazione diretta tra tasso di inflazione e tasso di interesse nominale viene detta Effetto di Fisher.

Due tassi di interesse ex ante e ex post. Distinguiamo 2 concetti diversi di tasso di interesse reale:
tasso di interesse reale ex ante: quello che creditore e debitore si aspettano al momento della stipula
dell’accordo
tasso di interesse reale ex post: quello che effettivamente realizzano
= tasso di inflazione futuro; e = di inflazione atteso per il futuro
tasso reale ex ante = i – e; tasso reale ex post = i –
I 2 tassi sono diversi nel caso in cui l’inflazione effettiva sia diversa dall’inflazione attesa e.
Il tasso di interesse nominale non può aggiustarsi sull’inflazione effettiva, dato che non è conosciuta nel
momento in cui viene stabilito il tasso di interesse. Quindi l’effetto di Fisher può essere scritto: i = r + e

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23. Tasso d’interesse nominale e la domanda di moneta


La teoria quantitativa si fonda su una funzione di domanda di moneta semplice, che ipotizza che la domanda
di saldi monetari reali sia proporzionale al reddito.

Il costo di detenere moneta. Il tasso di interesse nominale è il costo opportunità di detenere moneta: è ciò a
cui rinunciamo nel preferire la moneta liquida ai titoli di debito.
e attività diverse dalla moneta (come i Titoli di Stato) hanno un rendimento reale r, la moneta invece è un
rendimento reale atteso di - ðe, poiché il valore reale della moneta diminuisce – nell’unità di tempo- di una
misura equivalente all’aumento del livello dei prezzi.
Il costo di detenere moneta è: r – (-e), che corrisponde a ciò che l’equazione di Fisher individua come tasso
nominale i.
La quantità domandata di moneta dipende dal prezzo della moneta, cioè dal costo che comporta detenerla.
Domanda di moneta (L): (M/P)d = L (i, Y)
Questa equazione dice che la domanda di liquidità dei saldi monetari reali è funzione del reddito del tasso di
interesse nominale:
quanto più elevato è il livello del reddito Y tanto più elevata è la domanda di saldi monetari reali;
quanto più elevato è il tasso di interesse nominale i, tanto più bassa è la domanda di saldi monetari reali.

Moneta futura e prezzi correnti. Le variazioni del livello dei prezzi sono, per definizione, l’inflazione.
L’inflazione influenza il tasso di interesse nominale attraverso l’effetto di Fisher, ma dato che è il costo di
detenere moneta, il tasso di interesse nominale ha un effetto di retroazione sulla domanda di moneta.
M/P = L(i, Y)
Sostituiamo i, usando la notazione di Fisher:
M/P = L(r + e, Y)
Questa equazione stabilisce che il livello dei saldi monetari reali dipende dal tasso di inflazione atteso. Essa
implica che il livello dei prezzi dipende non solo dall’offerta attuale di moneta, ma anche dall’offerta attesa
nel futuro. Nell’ipotesi di un aumento futuro dell’offerta di moneta si genera una conseguente aspettativa di
crescita della quantità di moneta e quindi di inflazione; per l’effetto di Fisher, tale aumento fa aumentare il
tasso di interesse nominale che a sua volta fa ridurre la domanda di saldi monetari reali. Dato che la quantità
di moneta non è ancora cambiata, la diminuzione di saldi monetari reali comporta un più elevato livello dei
prezzi, con effetto immediato.

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24. I Costi sociali dell’inflazione


Secondo la teoria classica una variazione del livello generale dei prezzi è come un cambiamento dell’unità
di misura.
Se il governo riduce l’inflazione riducendo il tasso di crescita monetaria, i lavoratori non vedono i propri
salari reali crescere più rapidamente, anzi, se l’inflazione rallenta ogni anno le imprese aumentano meno i
prezzi dei propri prodotti, quindi concedono minori aumenti ai loro dipendenti.
Il benessere economico dipende dai prezzi relativi e non dal livello generale dei prezzi.

I costi dell’inflazione attesa.


Distorsione che la tassa di inflazione provoca sulla quantità di moneta che gli individui detengono; il costo
della riduzione della quantità di moneta detenuta dagli individui è detto metaforicamente consumo delle
suole.
Quando un elevato tasso di inflazione induce le imprese a cambiare frequentemente il listino dei prezzi dei
loro prodotti (costi di stampa del menù)
Quanto più elevata è l’inflazione, tanto più variabili sono i prezzi relativi.
Dipende dalla normativa tributaria: molte disposizioni delle leggi tributarie non tengono conto degli effetti
dell’inflazione che può alterare il carico fiscale degli individui.
Scomodità di vivere in un mondo in cui il livello dei prezzi cambia continuamente. La moneta è il termine
di paragone con cui misuriamo le transazioni economiche. Questo termine di paragone cambia
continuamente in presenza di inflazione.

I costi dell’inflazione inattesa.


L’inflazione inattesa ha un effetto ben più pernicioso (=che reca grave danno) di quello provocato da
un’inflazione attesa e costante: redistribuisce arbitrariamente la ricchezza tra gli individui. Possiamo
analizzare questo fenomeno ricorrendo al caso dei prestiti a lungo termine (es. mutui a tasso fisso).
L’inflazione inattesa danneggia anche chi vive di rendita (es pensioni).
Quanto più è variabile il tasso di inflazione, tanto maggiore è l’incertezza che creditori e debitori devono
affrontare. Dato che la maggior parte degli individui è avversa al rischio, l’imprevedibilità generata da
un’inflazione fortemente variabile danneggia tutti.

Un beneficio dell’inflazione.
Alcuni economisti credono che un’inflazione moderata possa essere una buona cosa. Questa ipotesi parte
dall’osservazione che i tagli dei salari nominali sono rari.
Un taglio dei salari del 2% in un mondo in cui l’inflazione è nulla equivale a un aumento dei salari del 3%
con l’inflazione al 5%. Ovviamente dall’ottica del lavoratore c’è una bella differenza (in realtà apparente)
tra un taglio e un aumento. Questo fatto suggerisce che una certa quantità di inflazione possa aiutare il buon
funzionamento dei mercati del lavoro.
Se il salario nominale non può essere diminuito, l’unico modo per abbassare il salario reale è lasciare che lo
faccia l’inflazione.
Senza l’inflazione il salario reale resterebbe bloccato al di sopra del livello di equilibrio, provocando un
aumento della disoccupazione.

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25. L’iperinflazione
Si definisce iperinflazione un fenomeno inflativo che eccede il 50% al mese; un tasso di inflazione siffatto
produce sbalorditivi aumenti dei prezzi

I costi dell’iperinflazione. I costi sono quelli che abbiamo già analizzato;quando l’inflazione raggiunge
livelli estremi questi costi diventano più evidenti perché più elevati. Il consumo delle suole associato con la
necessità di ridurre la quantità di moneta detenuta, diventa elevatissimo in caso di iperinflazione.
L’iperinflazione riduce l’efficienza dell’economia nel suo complesso. Durante un’iperinflazione i prezzi
relativi non riescono più a riflettere l’effettiva scarsità dei beni. Prezzi altamente volatili e in rapida crescita
alterano anche i comportamenti individuali. Anche i sistemi tributari sono distorti dall’iperinflazione. In tutti
i sistemi tributari è previsto un lasso di tempo tra la determinazione dell’imposta e il pagamento della stessa.
In conclusione, tutti questi costi dell’iperinflazione diventano intollerabili. La moneta perde la propria
funzione di riserva di valore, e monete non ufficiali più stabili (come le sigarette o la valuta straniera)
sostituiscono progressivamente la moneta ufficiale.

Le cause dell’iperinflazione. I fenomeni di iperinflazione sono dovuti a una crescita eccessiva dell’offerta di
moneta. Per fermare l’iperinflazione la Banca centrale deve semplicemente ridurre il tasso di crescita della
moneta.
La maggior parte dei fenomeni di iperinflazione si innescano nel momento in cui il governo non dispone di
entrate sufficienti per finanziare la spesa pubblica. Laddove il governo non è in condizione di indebitarsi,
per coprire il disavanzo non rimane altra strada che battere moneta, con risultato di rapida crescita
dell’offerta di moneta e iperinflazione, che a sua volta causa peggioramento del disavanzo di bilancio
stimolando creazione ancora più rapida di nuova moneta.
La fine dell’iperinflazione coincide di solito con una riforma fiscale.

Conclusione:
La dicotomia classica è un elemento di estrema importanza perché permette di esaminare le variabili reali
ignorando completamente quelle nominali. Nasce perché le variazioni dell’offerta di moneta non
influenzano le variabili reali. L’irrilevanza della moneta per le variabili reali è detta neutralità della moneta,
che per molti studi rappresenta una ragionevole rappresentazione della realtà.

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26. L’ECONOMIA APERTA


La nostra economia è integrata a molte altre, in tutto il mondo; così i consumatori possono scegliere tra beni
e servizi alternativi, e i risparmiatori hanno più opportunità per investire la propria ricchezza.

I Flussi internazionali di capitali e di beni


La differenza fondamentale tra un’economia aperta e un’economia chiusa è che, nell’economia aperta la
spesa del paese, in ogni dato anno, non è necessariamente uguale alla sua produzione aggregata di beni e
servizi. Un paese può spendere più di quanto produce indebitandosi all’estero o può spendere meno offrendo
la differenza in prestito a stranieri.

Il ruolo delle esportazioni nette. In un’economia chiusa tutta la produzione viene venduta entro i confini
nazionali e la spesa si suddivide in 3 componenti:
Consumi
Investimenti
Spesa pubblica
In un’economia aperta invece una parte della produzione viene venduta entro i confini nazionali e una parte
esportata e venduta all’estero. In questo caso possiamo suddividere la spesa in 4 componenti:
Cd: consumo di beni e servizi nazionali
Id: investimenti in beni e servizi nazionali
Gd: spesa pubblica per beni e servizi nazionali
EX : esportazioni di beni e servizi nazionali
La suddivisione della spesa in queste 4 componenti si esprime nell’identità:
Y = Cd + Id + Gd + EX
C = Cd+ Cf [Cf = consumo interno di beni e servizi esteri; Cd = consumo interno di beni e servizi
nazionali]
I = Id + If [If = investimenti nazionali in beni e servizi esteri; Id = investimenti interni in beni e servizi
nazionali]
G = Gd + Gf [Gf = spesa pubblica per beni e servizi esteri; Gd = spesa pubblica per beni e servizi
nazionali]
Sostituendo le 3 equazioni nell’identità si ottiene:
Y = (C – Cf) + (I – If) + (G – Gf) + EX
Y = C + I+ G + EX – (Cf + If + Gf)
La somma della spesa interna per beni e servizi esteri (Cf + If + Gf) è la spesa totale per importazioni (IM)
Y = C + I + G + EX – IM
Poiché la spesa per le importazioni è compresa nella spesa interna C + I + G e poiché beni e servizi
importati dall’estero non sono parte della produzione di un paese, in questa equazione le importazioni
vengono sottratte.
Definendo esportazioni nette la differenza tra importazioni ed esportazioni (NX = EX – IM), l’identità
diventa:
Y = C + I + G + NX
Quest’equazione stabilisce che la spesa per la produzione aggregata nazionale è la somma di Consumo,
investimenti, spesa pubblica e esportazioni nette.

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Se il prodotto è superiore alla spesa interna, le esportazioni nette sono positive; se il prodotto è inferiore alla
spesa interna, le esportazioni nette sono negative.

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27. Flussi internazionali di capitali e saldo delle partite correnti


In un’economia aperta i mercati finanziari e quelli di beni e servizi sono strettamente correlati.
Dalla formula Y = C + I + G + NX, -> Y – C – G = I + NX
NB: S = Y – C – G, che a sua volta è uguale alla somma del risparmio privato (Y – T – C) e del risparmio
pubblico (T – G); perciò:
S = I + NX -> S – I = NX
NX : esportazioni nette di beni e servizi ossia saldo delle partite correnti
S – I : flusso netto di capitale ossia investimenti esteri netti.
In questa forma l’identità contabile del reddito nazionale mostra che le esportazioni nette di una economia
aperta sono uguali alla differenza tra risparmio e investimenti.
Se il flusso netto di capitale è positivo il risparmio interno eccede gli investimenti interni e il paese è
complessivamente creditore nei confronti dell’estero;
se è negativo gli investimenti superano il risparmio e il paese si indebita per finanziare la differenza.
Il flusso netto di capitali riflette il flusso internazionale di fondi che finanzia l’accumulo di capitale .
Se S – I ed NX sono positivi siamo in presenza di un avanzo o surplus delle partite correnti: il paese è
creditore nei mercati finanziari -> Export > Import.
Se S – I ed NX sono negativi siamo in presenza di un disavanzo o deficit delle partite correnti: il paese è
debitore nei mercati finanziari -> Import > Export
Se S – I ed NX sono = 0, siamo in presenza di un pareggio delle partite correnti -> Export = Import
L’identità contabile del reddito nazionale, dimostra che il flusso internazionale di fondi che finanzia
l’accumulo del capitale e il flusso internazionale di beni e servizi sono due facce della stessa medaglia.

Risparmio e investimenti in una piccola economia aperta


Mobilità dei capitali e tasso di interesse mondiale.
Se il tasso di interesse reale non si aggiusta in modo da equilibrare S e I da cosa viene determinato?
Nell’ipotesi di una “piccola” (non ha effetti sul tasso di interesse mondiale) economia aperta, in presenza di
perfetta mobilità dei capitali, dove tutti i cittadini hanno libero accesso ai mercati finanziari internazionali
senza vincoli di indebitamento o di concessione di credito, il tasso di interesse r = r* (dove r* = tasso di
interesse mondiale)
Dunque cittadini non hanno convenienza a indebitarsi a un tasso r > r* e quindi il tasso di interesse mondiale
determina il tasso di interesse reale della piccola economia aperta.
L’economia mondiale è un’economia chiusa e perciò è l’equilibrio tra risparmio mondiale e investimenti
mondiali che determina il tasso d’interesse mondiale.

Il modello. Per costruire il modello della piccola economia aperta dobbiamo adottare tre ipotesi (cap3):
Y= Y = F (K, L ); C= C (Y-T); I= I(r)
Sostituendo nell’identità contabile del reddito nazionale queste tre ipotesi otteniamo
NX = [ Y – C (Y – T) – G ] – I(r*); = S - I (r*);
Il risparmio dipende dalla politica fiscale: quanto più contenuta è la spesa pubblica G o, quanto più elevata è
l’imposizione fiscale T tanto più alto è il risparmio nazionale.
Gli investimenti dipendono dal tasso d’interesse mondiale r*: tanto più elevato è il tasso d’interesse tanto
più alto è il numero dei progetti di investimento non remunerativi.

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Di conseguenza anche il saldo delle partite correnti dipende da queste due variabili.

L’influenza della politica economica sul saldo delle partite correnti.


Supponiamo che un’economia si trovi in una situazione di pareggio delle partite correnti: questo significa
che al tasso di interesse mondiale prevalente, il risparmio, S, eguaglia gli investimenti I, e che le
esportazioni nette NX sono pari a 0.

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28. Gli effetti della politica fiscale all’interno e all'esterno


Nell’ipotesi di una piccola economia aperta, l’aumento di G riduce il risparmio nazionale. Se il tasso di
interesse mondiale non è cambiato, gli investimenti non cambiano; il risparmio si abbassa al di sotto degli
investimenti, una parte dei quali deve essere finanziata ricorrendo all’indebitamento estero.
Dato che NX = S – I la diminuzione di S con I invariato implica una diminuzione di NX.
La medesima logica si applica al caso di una diminuzione dell’imposizione fiscale. Un abbattimento della
tassazione facendo diminuire T fa aumentare il reddito disponibile Y – T, stimolando i consumi e riducendo
il risparmio nazionale

In un’economia che si trovi in condizioni di pareggio delle partite correnti, una variazione della politica
fiscale che faccia ridurre il risparmio nazionale provoca un disavanzo delle partite correnti.

Gli effetti della politica fiscale all’estero.


Nell’ipotesi di una piccola economia aperta, nel caso di paesi che rappresentano una porzione consistente
dell’economia mondiale, all’aumentare della loro spesa pubblica si ha una riduzione del risparmio mondiale
e un conseguente innalzamento del tasso di interesse mondiale. Tale aumento fa aumentare il costo
dell’indebitamento con conseguente riduzione degli investimenti nella piccola economia aperta.
Dal momento che non c’è stata alcuna variazione di esse, il risparmio S eccede gli investimenti I e viene in
parte impiegato all’estero. Dato che NX = S – I, la riduzione di I provoca necessariamente un aumento di
NX (porta a un avanzo delle partite correnti all’interno)
Un aumento del tasso di interesse mondiale causato da una politica fiscale espansiva all’estero provoca un
avanzo delle partite correnti della piccola economia aperta.

Gli spostamenti della domanda di investimenti.


Uno spostamento verso destra della curva della domanda di investimenti nella piccola economia aperta
provoca un disavanzo delle partite correnti. Un tale spostamento si potrebbe verificare nel caso in cui il
governo decidesse di stimolare gli investimenti concedendo incentivi fiscali

Valutare la politica economica


La maggior parte degli economisti tende a non considerare il disavanzo come un problema in sé. Un
disavanzo delle partite correnti, può essere il risultato di un basso tasso di risparmio
Basso tasso di risparmio con investimenti scarsi e stock di capitale futuro inadeguato (economia chiusa)
Disavanzo delle partite correnti con indebitamento estero crescente, anche se prima o poi rimborsato
(economia aperta)
I disavanzi delle partite correnti non sono necessariamente sintomi di un’economia malata.

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29. I TASSI DI CAMBIO


Il tasso di cambio è il prezzo a cui i residenti dei due paesi eseguono tra loro scambi commerciali.
Distinguiamo tra:
tasso di cambio nominale: è il prezzo relativo delle valute di 2 paesi
Tasso di cambio reale (ragione di scambio): è il prezzo relativo dei beni di 2 paesi e misura il rapporto a cui
possiamo scambiare i beni prodotti in un paese con quelli prodotti in un altro.
Tasso di cambio reale = (Tasso di cambio nominale × prezzo dei beni nazionale) / prezzi dei beni esteri
Il rapporto a cui scambiamo I beni esteri con beni nazionali dipende dal prezzo dei beni espresso in valuta
locale e dal rapporto con cui si scambiano le valute dei 2 paesi.
Esempio:
e = tasso di cambio nominale
P = livello dei prezzi in Europa; P* = livello dei prezzi in Giappone
(tasso di cambio reale) = e × (P/P*)
Il tasso di cambio reale tra 2 paesi si calcola a partire dal tasso di cambio nominale e dal livello dei prezzi
nei 2 paesi. SE il tasso di cambio reale è elevato, i beni esteri sono più convenienti, in termini relativi
rispetto a quelli nazionali; se il tasso di cambio reale è basso, i beni nazionali sono più convenienti in termini
relativi rispetto a quelli esteri.

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30. Tasso di cambio reale e saldo delle partite correnti


Supponiamo che il tasso di cambio reale sia basso. In questo caso, dato che i beni nazionali sono più
convenienti in termini relativi, i connazionali acquisteranno meno beni importati. Per la stessa ragione gli
stranieri vorranno acquistare molti beni nazionali. Come conseguenza la quantità delle esportazioni nette
tenderà a crescere.
L’opposto accade nel caso in cui il tasso di cambio reale sia elevato (beni nazionali meno convenienti e le
esportazioni nette peggiorano).
Questa correlazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale può essere descritta dalla funzione
NX = NX ()
Tale equazione stabilisce che le esportazioni nette sono una funzione del tasso di cambio reale.

Le determinanti del tasso di cambio reale.


Il tasso di cambio reale è correlato con le esportazioni nette. A un tasso di cambio reale più basso
corrispondono beni e servizi nazionali meno costosi rispetto a quelli esteri -> esportazioni nette più
consistenti
Il saldo delle partite correnti deve essere uguale al flusso netto di capitali che eguaglia la differenza tra
risparmio e investimenti.

Al tasso di cambio reale di equilibrio l’offerta di moneta nazionale disponibile per l’investimento all’estero
corrisponde esattamente alla domanda di valuta nazionale da parte di cittadini stranieri che desiderano
acquistare beni nazionali.

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31. Gli effetti delle politiche commerciali


Le politiche commerciali sono provvedimenti di politica economica tesi a influenzare direttamente la
quantità di beni e servizi esportata o importata; nella maggior parte dei casi le politiche commerciali
difendono le industrie nazionali dalla concorrenza straniera, attraverso dazi e contingentamenti (quote).

Le politiche protezionistiche non influenzano il saldo delle partite correnti, ma condizionano il volume degli
scambi. Il nostro modello dimostra che le politiche protezionistiche hanno come unico effetto quello di far
apprezzare il tasso di cambio reale, facendo aumentare il prezzo relativo dei beni nazionali e favorendo così
le importazioni rispetto alle esportazioni. L’apprezzamento del tasso di cambio reale compensa l’aumento
delle esportazioni nette direttamente attribuibile alla politica protezionistica.
La diminuzione degli scambi commerciali è la ragione opposta a una politica di tipo protezionistico poiché il
commercio internazionale è attività vantaggiosa per tutti. Le politiche protezionistiche ledono i benefici del
commercio internazionale.

Le determinanti del tasso di cambio nominale.


Ricordando che il tasso di cambio nominale è il rapporto a cui vengono scambiate le valute di due paesi, e
che il rapporto tra tasso di cambio reale e nominale è:
= e × (P/P*)
possiamo riscrivere il tasso di cambio nominale come:
e = × (P/P*)
L’equazione ci dice che il tasso di cambio nominale dipende dal tasso di cambio reale e dal livello dei prezzi
nei due paesi. Dato il valore del tasso di cambio reale, se il livello dei prezzi interni P aumenta, il tasso di
cambio nominale e. D’altra parte se il livello dei prezzi all’estero P* aumenta, il tasso di cambio nominale
aumenta (la moneta nazionale vale di più e si acquista più moneta estera).
Prendiamo in considerazione le variazioni del tasso di cambio nominale nel tempo:
Variazione % di e = Variazione % di + Variazione % di P* - Variazione % di P.
- La variazione % di è la variazione del tasso di cambio reale;
- la variazione % di P è il tasso di inflazione interno .;
- la variazione % di P* è il tasso di inflazione *
Quindi, la variazione % del tasso di cambio nominale è:
Variazioni % di e = Variazione % di + (* - )
Dove (* - ) è il differenziale di inflazione.
La variazione % del tasso di cambio nominale tra le valute di 2 paesi è uguale alla somma della variazione
% del tasso di cambio reale e del differenziale dei tassi di inflazione dei 2 paesi.
Se un paese ha un tasso di inflazione elevato rispetto a un altro, un’unità della sua moneta acquisterà nel
tempo una quantità progressivamente decrescente di unità monetaria dell’altro paese; viceversa un’unità
della sua moneta acquisterà nel tempo quantità progressivamente crescenti di unità monetarie dell’altro
paese.
Questa analisi ci mostra come la politica monetaria influenzi il tasso di cambio nominale.
Un caso particolare: la parità del potere di acquisto.
Legge del prezzo unico: lo stesso bene non può essere venduto a 2 prezzi diversi in 2 luoghi diversi nello
stesso momento. Tale legge applicata agli scambi internazionali, è detta parità del potere di acquisto: se è

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possibile l’arbitraggio, una unità di qualunque moneta deve avere lo stesso potere di acquisto in ogni paese.
Solitamente la smania di profitto degli arbitraggisti internazionali uniforma il prezzo dei beni.
La minima variazione del tasso di cambio reale produce variazioni notevoli delle esportazioni nette. Questa
estrema sensibilità delle esportazioni nette garantisce che il tasso di cambio reale di equilibrio sia sempre
prossimo al livello di parità del potere di acquisto.
La parità del potere di acquisto ha 2 importanti implicazioni
- essendo a curva delle esportazioni nette molto piatta, le variazioni del risparmio o degli investimenti hanno
un’influenza limitata sul tasso di cambio reale
- essendo il tasso di cambio reale sostanzialmente fisso, le variazioni del tasso di cambio nominale riflettono
solo variazioni del livello dei prezzi nei 2 paesi.
La teoria della parità del potere di acquisto individua una delle ragioni per cui le variazioni del tasso di
cambio reale nel tempo sono limitate (di modesta entità e di breve durata). Quanto più il tasso di cambio
reale si discosta dal livello che garantirebbe la parità del potere di acquisto, tanto maggiore è incentivo a
dedicarsi ad attività di arbitraggio internazionale di beni.

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32. LA DISOCCUPAZIONE
Il modello del reddito nazionale si fonda sull’ipotesi che l’economia si trovi sempre in una condizione di
piena occupazione; nella realtà non tutti i partecipanti alla forza lavoro hanno un’occupazione in un dato
momento: esiste la disoccupazione.

Tasso naturale di disoccupazione: tasso medio di disoccupazione attorno a cui l’economia oscilla.
Esso può essere considerato come il tasso di disoccupazione di stato stazionario perché è quello a cui
l’economia tende nel lungo periodo.

1. Perdita del lavoro, ottenimento di un lavoro e tasso naturale di disoccupazione.


L = forza lavoro ; O = numero occupati; D = n° disoccupati
L=O+D
Il tasso di disoccupazione è: D/L
s = tasso di separazione dal lavoro (frazione di individui occupati che perdono il lavoro ogni mese)
o = tasso di ottenimento di un lavoro (frazione di individui disoccupati che trova un’occupazione ogni mese)
Il tasso di separazione s e tasso di ottenimento o, determinano il tasso di disoccupazione.
Se il tasso di disoccupazione non aumenta né diminuisce:
oD = sO
Dove:
oD = n° individui che trovano una nuova occupazione
sO = n° individui che perdono il lavoro.
Possiamo utilizzare questa equazione per individuare il tasso di disoccupazione di stato stazionario.
Sappiamo che O = L – D; se nella condizione dello stato stazionario sostituiamo (L – D) a O, otteniamo:
oD = s ( L – D)
Per risolvere rispetto al tasso di disoccupazione, dividiamo entrambi i membri per L, in modo da ottenere:
o(D/L) = s (1 – D/L)

E risolvendo per D/L si ha: D/L = s/(s + o)


Quest’equazione dimostra che il tasso di disoccupazione di stato stazionario D/L dipende dal tasso di
separazione s e dal tasso di ottenimento o. -> Quanto più elevato s, tanto più elevato il tasso di
disoccupazione; tanto più elevato o, tanto più basso è il tasso di disoccupazione.
Questo modello del tasso naturale di disoccupazione ha un’implicazione importante per la politica
economica: qualsiasi provvedimento teso ad abbassare il tasso naturale di disoccupazione, deve tendere a
ridurre il tasso di separazione o ad aumentare il tasso di ottenimento; ogni provvedimento che influenza il
tasso di separazione o il tasso di ottenimento, influenza anche il tasso di disoccupazione.
Questo modello ipotizza che non si possa trovare un’occupazione istantaneamente ma dimentica di
spiegarne le ragioni.
Due delle cause della disoccupazione sono:
- la ricerca del lavoro.
- la rigidità dei salari.

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33. La ricerca del lavoro e la disoccupazione frizionale


Una delle ragioni per cui esiste la disoccupazione è che ci vuole tempo per far coincidere lavoratori e
occupazione. I lavoratori hanno preferenze e competenze diverse e i posti di lavoro hanno caratteristiche non
omogenee; la disoccupazione causata dal tempo necessario affinchè un lavoratore trovi una nuova
occupazione è detta disoccupazione frizionale.
In un’economia in continua evoluzione, una certa quantità di disoccupazione frizionale è inevitabile.
Gli economisti chiamano spostamento intersettoriale la variazione nella composizione della domanda di
lavoro tra settori o aree diverse. Poiché si verificano spostamenti intersettoriali, e dato che i lavoratori
occorre tempo per passare da un settore all’altro, c’è sempre una certa quantità di disoccupazione frizionale.
Oltre agli spostamenti intersettoriali, altre cause di separazione dal lavoro e di disoccupazione frizionale
sono: il fallimento dell’impresa, quando la prestazione del lavoratore è considerata inaccettabile, quando le
loro specifiche competenze non sono più richieste dal mercato. I lavoratori poi possono lasciare
un’occupazione per cambiare carriera o per trasferisci in un’altra regione.

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34. Politica economica e occupazione frizionale


Molti provvedimenti di politica economica sono finalizzati a far diminuire il tasso naturale i disoccupazione
(uffici di collocamento, programmi pubblici di riqualificazione professionale…).
Altri provvedimenti pubblici, invece, contribuiscono ad aumentare la disoccupazione frizionale; uno di
questi è il sussidio di disoccupazione: grazie a provvedimenti di questa natura un disoccupato continua a
ricevere parte del salario per un determinato periodo di tempo dopo aver perso il lavoro. Riducendo il
disagio economico prodotto dalla disoccupazione, il sussidio aumenta la quantità di disoccupazione
frizionale e fa aumentare il tasso naturale di disoccupazione, facendo diminuire l’interesse a cercare posti
con prospettive di occupazione duratura; ciò fa aumentare il tasso di separazione.
Gli economisti hanno proposto riforme tese alla riduzione della quantità di disoccupazione:
sistema totalmente pesato sull’esperienza: l’impresa che licenzia sostiene per intero il costo del sussidio
sistema parzialmente pesato sull’esperienza: l’impresa corrisponde solo una parte del sussidio, mentre la
parte rimanente proviene dai ricavi generali del sistema.

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35. Rigidità dei salari e disoccupazione strutturale


La seconda ragione per cui esiste la disoccupa zio è la rigidità dei salari, ovvero l’incapacità dei salari di
aggiustarsi istantaneamente, facendo si che offerta e domanda di lavoro si eguaglino.
Nel modello di equilibrio del mercato del lavoro abbiamo ipotizzato che il salario reale si aggiusti in modo
da garantire sempre tale uguaglianza; nella realtà i salari non sono perfettamente flessibili: a volte rimango
bloccati a un livello superiore di quello di equilibrio del mercato.

La disoccupazione che risulta dalla rigidità dei salari e dal razionamento dei posti di lavori, è detta
disoccupazione strutturale. I lavoratori sono disoccupati perché l’offerta di lavoro è superiore alla domanda.
Se il salario reale eccede il livello di equilibrio e l’offerta di lavoro è superiore alla domanda, ci si potrebbe
aspettare che le imprese riducano i salari.
La disoccupazione strutturale si genera perché le imprese non riescono a ridurre i salari nonostante l’eccesso
di offerta di lavoro.
Tre cause della rigidità salariale:
1) le leggi sul salario minimo
2) il potere contrattuale esercitato dalle organizzazioni sindacali
3) il salario di efficienza

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36. Le leggi sul salario minimo


Tali leggi fissano un minimo legale ai salari che le imprese possono corrispondere ai dipendenti. Per la
maggior parte dei lavoratori questo minimo non è vincolante dal momento che guadagnano più del minimo
stesso; ma per alcuni, soprattutto quelli meno qualificati e privi di esperienza (es giovani) il salario minimo
innalza la retribuzione al di sopra di quella di equilibrio, riducendo cosi la quantità di lavoro domandata loro
dalle imprese.
I sostenitori del salario minimo lo considerano uno strumento per elevare il reddito delle fasce più deboli. I
detrattori del salario minimo sostengono che non si tratta di un mezzo efficace, dato che, oltre a ridurre
l’occupazione, si tratta di un provvedimento scarsamente mirato.
Per mitigare gli effetti sulla disoccupazione giovanile, alcuni economisti e politici sostengono da tempo la
necessità di escludere i giovani lavoratori dai benefici della legge sul salario. Chi si oppone a questa
esclusione afferma che in tal modo si offrirebbe alle imprese un incentivo a sostituire con giovani inesperti
e non qualificati, lavoratori adulti esperti e qualificati aumentando la disoccupazione in questo gruppo.
Molti economisti e politici sono convinti che il credito d’imposta (somma che alle famiglie lavoratrici
povere sarebbe consentito detrarre dalle imposte dovute; se il credito eccede le tasse, la famiglia riceve un
sussidio dallo stato) sia un modo più efficace per elevare il reddito dei lavoratori delle fasce più deboli.
Diversamente al salario minimo, il credito d’imposta sul reddito non fa aumentare il costo di lavoro per
l’impresa e, perciò, non riduce la quantità di lavoro domandata; ha però lo svantaggio di ridurre le entrate
tributarie.

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37. I sindacati e la contrattazione collettiva


I salari dei lavoratori sindacalizzati non sono determinati dall’equilibrio tra domanda e offerta, ma dalla
contrattazione tra i rappresentanti dei sindacati e quelli delle imprese, con efficacia collettiva il cui risultato
spesso fissa i salari a un livello superiore a quello di equilibrio e lascia alle imprese la possibilità di decidere
quanti lavoratori assumere (ne consegue un più basso di ottenimento di lavoro e aumento della
disoccupazione strutturale).
I sindacati possono influenzare anche i salari corrisposti da imprese i cui lavoratori non sono sindacalizzati,
perché la minaccia di sindacalizzazione spinge i salari al di sopra del livello di equilibrio, dato che alle
imprese non piace avere a che fare con i sindacati.
Le rappresentanze collettive dei lavoratori, inoltre non si limitano a far aumentare i salari, ma esercitano il
loro potere contrattuale anche su altre questioni, come l’orario e le condizioni di lavoro.
La disoccupazione provocata dai sindacati e dalla minaccia di sindacalizzazione è causa di conflitto tra 2
diversi gruppi: occupati e non occupati. I primi desiderano tenere alti i sala, mentre i non occupati
sopportano gran parte del costo dei salari più bassi, probabilmente troverebbero occupazione. I due gruppi
hanno inevitabilmente interessi conflittuali: gli effetti di qualunque processo di contrattazione sui salari e
sull’occupazione dipendono fondamentalmente dall’influenza relativa di ciascun gruppo.

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38. Il salario di efficienza


Le teorie del salario di efficienza affermano che salari elevati rendono i lavoratori più produttivi.
L’influenza dei salari sulla produttività potrebbe spigare il fatto che le imprese non riescono a tagliare le
retribuzioni anche a fronte di un evidente eccesso di domanda di lavoro.
Gli economisti hanno proposto diverse teorie sul rapporto tra salari e produttività del lavoro:
la prima si applica esclusivamente ai paesi più poveri mette in relazione la retribuzione con la buona
nutrizione
la seconda afferma che salari più elevati riducono il cambio di lavoratori (turnover).(si applica più ai paesi
industrializzati). Tanto più un’impresa remunera i propri dipendenti, tanto più elevato è l’incentivo a non
lasciare il proprio incarico.
la terza afferma che la qualità media della forza lavoro di un’impresa dipende dal livello dei salari che essa
corrisponde ai suoi dipendenti: se un’impresa riduce i salari, i suoi dipendenti migliori potrebbero trovare
lavoro altrove, mentre quelli che non hanno molte alternative sono costretti a restare. Gli economisti
chiamano selezione avversa questa circostanza sfavorevole, cioè la tendenza degli individui che dispongono
di maggiori informazioni ad auto selezionarsi.
la quarta afferma che gli alti salari migliorano l’impegno dei lavoratori. Quanto più è elevato il salario, tanto
più elevato per il lavoratore è il prezzo del licenziamento. Pagando salari elevati l’impresa induce una
porzione maggiore dei propri dipendenti a comportamenti virtuosi (maggiore produttività).
Le quattro teorie condividono un’argomentazione fondamentale: dato che a salari più elevati corrisponde
una maggiore efficienza dell’impresa, questa può trovare conveniente mantenere i salari al di sopra del
livello per cui domanda e offerta si equilibrano.

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39. La durata della disoccupazione


Se la maggior parte della disoccupazione è di breve durata, si può ipotizzare che si tratti di disoccupazione
frizionale e che sia inevitabile.
Se la disoccupazione è prevalentemente di lunga durata, non può essere attribuita al processo di ricerca di
occupazione. La disoccupazione di lungo periodi, quindi, è da classificare come disoccupazione strutturale.
Se l’obiettivo è abbassare il tasso naturale di disoccupazione, la politica economica deve tendere a
concentrarsi sulla disoccupazione di lungo termine, perché è quella a cui si riferisce la maggiore quantità di
disoccupazione. Gli interventi devono, però, essere mirati con precisione perché i disoccupati a lungo
termine rappresentano una esigua minoranza dei disoccupati.

Le variazioni della partecipazione alla forza lavoro


Nel modello del tasso naturale di disoccupazione abbiamo ipotizzato che la forza lavoro sia fissa. L’unica
ragione della disoccupazione è la separazione dal lavoro, e l’unica ragione di uscita dalla disoccupazione è
l’ottenimento di un posto di lavoro.
Nella realtà, invece, le variazioni della forza lavoro rivestono una grande importanza: circa un terzo dei
disoccupati sono nuovo entrati nella forza lavoro (giovani in cerca di prima occupazione, persone che
avevano temporaneamente abbandonato la propria occupazione). Inoltre non tutta la disoccupazione finisce
con l’ottenimento di un posto di lavoro: la metà delle esperienze di disoccupazione finiscono con l’uscita del
disoccupato dal mercato del lavoro.
Alcuni individui che si definiscono disoccupati, non cercano seriamente un lavoro e dovrebbero essere più
correttamente considerati come non partecipanti della forza lavoro; dall’altra parte alcuni individui(non
conteggiati nella forza lavoro) vorrebbero seriamente un lavoro ma dopo ricerche infruttuose, hanno smesso
di cercarlo (lavoratori scoraggiati).

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40. Disoccupazione negli Stati Uniti


Crescita demografica
Spostamenti intersettoriali: quanto maggiori sono le riallocazioni intersettoriali tanto più elevato è il tasso di
separazione dal lavoro, tanto più è la disoccupazione frizionale
La produttività (che farebbe aumentare i salari)

Disoccupazione in Europa: l’ipotesi prevalente è che il problema possa essere fatto risalire alla generosità
dei sussidi e dei benefici offerti ai disoccupati, associata alla caduta della domanda dei lavoratori
scarsamente qualificati, rispetto a quelli più qualificati, dovuti al progresso tecnologico. Ricerche empiriche
hanno dimostrato che i paesi con i programmi di assistenza alla disoccupazione più generosi, tendono ad
avere tassi di disoccupazione più elevati.

CONCLUSIONE
La disoccupazione rappresenta uno spreco di risorse: i lavoratori disoccupati hanno il potenziale per
contribuire al reddito nazionale ma non sono in condizione di farlo.

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41. La teoria della crescita: l’accumulazione di capitale


Il modello di crescita di Solow è configurato in modo da dimostrare che la crescita dello stock di capitale, la
crescita della forza lavoro e le innovazioni tecnologiche che interagiscono nell’economia e influenzano la
crescita del prodotto aggregato di beni e servizi.
Ricostruiamo il modello in fasi successive:
Analisi di come l’offerta e la domanda di beni determinano l’accumulazione di capitale (ipotizziamo che la
forza lavoro e la tecnologia siano un dato)
Eliminazione di entrambe le ipotesi: introducendo la forza lavoro, e successivamente il progresso
tecnologico, come variabili

L’offerta e la domanda di beni


Attraverso l’analisi dell’offerta e della domanda di beni possiamo determinare il livello del prodotto
aggregato in un dato istante di tempo e la sua allocazione tra usi alternativi.
L’offerta di beni e la funzione di produzione. Nel modello di crescita di Solow l’offerta di beni si basa sulla
funzione di produzione (Y=F(K,L); tale modello ipotizza che la funzione di produzione abbia rendimenti di
scala costanti (ipotesi realistica nella maggior parte dei casi): zY = F (zK, zL).
La funzione di produzione con rendimenti di scala costanti ci permette di analizzare tutte le quantità
dell’economia in rapporto alla dimensione della forza lavoro: basta definire z = 1/L e sostituire
nell’equazione per ottenere: Y/L = F (k/L, 1). L’ipotesi di rendimenti di scala costanti implica che la
dimensione dell’economia, intesa come numero di lavoratori, non influenza il rapporto tra prodotto per
lavoratore e capitale per lavoratore.
Ponendo k= K/L possiamo riscrivere la funzione come y = f (k) dove f (k)= f (k, 1).
La pendenza di tale funzione di produzione è il prodotto marginale del capitale PMK (prodotto aggiuntivo
che un lavoratore realizza a fronte di un aumento unitario di capitale); in termini matematici si scrive PMK
= f(k+1) – f(k)

La domanda di beni e la funzione di consumo. Nel modello di solow la domanda di beni deriva da consumo
e investimenti. In altre parole il prodotto per lavoratore y si divide tra consumo per lavoratore “c” e
investimenti per lavoratore “i”: y = c + i (versione per lavoratore dell’identità contabile del reddito
nazionale).
Il modello di solow ipotizza che ogni individuo risparmi una frazione “s” del proprio reddito e ne consumi
una frazione pari a (1 – s): c = (1 – s) y
Dove s, il tasso di risparmio, è un numero compreso tra 0 e 1.
Per stabilire cosa implica questa funzione di consumo in termini di investimenti, sostituiamo
(1 – s )y a “c” nell’identità contabile del reddito nazionale e otteniamo:
y = (1 – s)y + i ->i = sy
Questa equazione mostra che gli investimenti eguagliano il risparmio; dunque il tasso di risparmio “s”
corrisponde alla quota di reddito dedicata agli investimenti.
Abbiamo così introdotto due tra i principali ingredienti del modello di crescita di solow: la funzione di
produzione e la funzione di consumo, che descrivono l’economia in ogni dato istante nel tempo. Per ogni
dato stock di capitale k la funzione di produzione, y = f(k), determina la quantità di prodotto aggregato
dell’economia e il tasso di risparmio, “s”, determina l’allocazione del prodotto aggregato tra consumo e

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investimenti.

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42. La crescita dello stock di capitale e lo stato stazionario


Lo stock di capitale può variare nel tempo e le sue variazioni possono indurre la crescita economica. Sono 2
le forze che influenzano lo stock di capitale: investimenti e ammortamento.
Gli investimenti sono le spese per nuovi impianti e attrezzature e provocano l’aumento dello stock di
capitale; l’ammortamento si riferisce al logoramento dei beni capitali in uso e provoca la diminuzione dello
stock di capitale.
Se “i” eguaglia “sy” sostituendo a y la funzione di produzione, si può esprimere l’investimento per
lavoratore in funzione dello stock di capitale:
i = s f(k) (mette in relazione lo stock di capitale esistente k, con l’accumulo di nuovo capitale i)
Per includere nel modello l’ammortamento dobbiamo ipotizzare che una certa frazione dello stock di
capitale si logori ogni anno. Qui è il tasso di ammortamento.
Possiamo esprimere l’effetto degli investimenti e dell’ammortamento sullo stock di capitale attraverso
l’equazione:
k (variazione dello stock di capitale)= i (investimenti) – k (ammortamento)
Dato che k rappresenta la variazione dello stock di capitale tra un anno e l’altro. Poiché gli investimenti, “i”,
corrispondono a “s f(k)”, possiamo scrivere k = s f(k) – k.
Quanto più elevato è lo stock di capitale, tanto più elevato è il livello di prodotto e di investimenti; quanto
più elevato è il capitale, tanto più elevato è anche il livello del’ammortamento.
Se l’economia si trova ad un livello di stock di capitale k* (investimenti = ammortamento), questo non varia
nel tempo perché le forze che agiscono su di lui si equilibrano (k = 0).
Definiamo k* il livello di capitale di stato stazionario.
Nello stato stazionario un’economia tende a rimanervi; un’economia che non si trova nello stato stazionario,
vi tende. Lo stato stazionario corrisponde all’equilibrio di lungo periodo di ogni economia.
Perché un’economia tende allo stato stazionario:
Ipotesi di partenza: capitale di partenza < capitale di stato stazionario;
conseguenza: livello degli investimenti > livello ammortamenti (con il trascorrere del tempo, lo stock di
capitale cresce fino a raggiungere il livello di stato stazionario k*)
ipotesi di partenza: capitale di partenza > capitale di stato stazionario;
conseguenza: livello di investimenti < livello di ammortamento (il capitale si logora più rapidamente di
quanto venga sostituito; lo stock di capitale si contrae avvicinandosi a quello di stato stazionario).

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43. La tendenza allo stato stazionario


Ipotizziamo che la funzione di produzione sia: Y = (K1/2 )(L1/2)
Per derivare la funzione di produzione per lavoratore, dividiamo entrambi i membri della funzione per la
forza lavoro, L: =(K1/2/L )(L1/2/L)-> Y/L = (K/L)1/2
Dato che y = Y/L e k = K/L, questo diventa: y = k1/2 ->y = k (prodotto per lavoratore è uguale alla radice
quadrata della quantità di capitale per lavoratore).
Seguire i progressi dell’economia è uno dei possibili modi per trovare lo stock di capitale di stato
stazionario. Un modo alternativo richiede il ricorso al calcolo algebrico: k = s f(k) – k
Quest’equazione mostra l’evoluzione di k nel tempo. Ma dato che lo stato stazionario è per definizione il
valore di k per il quale k = 0, possiamo scrivere che:
s f(k*) – k* = 0 ->k*/f(k*) = s/; quest’equazione ci offre la possibilità di trovare il valore dello stock di
capitale di stato stazionario.

Gli effetti del risparmio sulla crescita


Ad un livello differente di risparmio ed un conseguente investimento di una quota del reddito aggregato,
corrispondono differenze nella crescita economica. Per capire meglio queste differenze dobbiamo
considerare gli effetti di saggi di risparmio diversi.

Secondo il modello di Solow il tasso di risparmio è una determinante fondamentale dello stock di capitale di
stato stazionario. Se il tasso di risparmio è elevato, l’economia ha uno stock di capitale e un livello di
prodotto aggregato più elevati; se il tasso di risparmio è contenuto, stock di capitale e prodotto aggregato
sono più bassi.
Nel modello di solow un aumento del tasso di risparmio porta ad una accelerazione della crescita, fino al
momento in cui l’economia raggiunge nuovamente lo stato stazionario. Quindi un’economia che ha un
elevato tasso di risparmio, avrà stock di capitale e livello di prodotto aggregato elevati, ma non
necessariamente una crescita elevata.

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44. Il livello di capitale della regola aurea


Determinando il tasso di risparmio, il governo determina automaticamente lo stato stazionario
dell’economia.
Nella scelta di uno stato stazionario l’obiettivo dei governanti è la massimizzazione del benessere per gli
individui che fanno parte della società: ciò che loro importa è la quantità di beni e servizi che possono
consumare. Un buon governatore sceglie lo stato stazionario in cui è massimo il consumo; il valore k di stato
stazionario che massimizza il consumo è detto livello di capitale della regola aurea (k*gold).
Per stabilire se un’economia si trova a livello di capitale della regola aurea, dobbiamo prima determinare il
consumo di stato stazionario per lavoratore, e successivamente potremo stabilire quale stato stazionario
massimizza il consumo.
Partiamo dall’identità contabile del reddito nazionale y = c + i ->c = y – i (il consumo non è altro che la
differenza tra prodotto e investimenti)
Nello stato stazionario il prodotto per lavoratore è dato da f (k*), dove k* è lo stock di capitale per
lavoratore di stato stazionario. Dato che i = k*, sostituendo f(k*) a y e k* ad i, possiamo riscrivere
l’equazione del consumo per lavoratore di stato stazionario:
c* = f(k*) – k*
(il consumo di stato stazionario è ciò che rimane della produzione di stato stazionario dove aver pagato gli
ammortamenti).
NB 1) più capitale significa più prodotto; 2) più capitale significa anche una quota maggiore di prodotto da
destinare alla sostituzione del capitale logorato dall’uso

Nel mettere a confronto diversi stati stazionari, dobbiamo tenere ben presente, che diversi livelli di stock di
capitale hanno effetto sia sul prodotto sia sugli ammortamenti:
se lo stock di capitale < del livello della regola aurea, un suo aumento fa aumentare il prodotto in misura
maggiore degli ammortamenti e quindi innalza il consumo; (la funzione di produzione ha pendenza più
ripida di quella della retta k* e perciò la distanza tra le 2 curve, pari al consumo, aumenta all’aumentare di
k*
stock di capitale > livello della regola aurea, la pendenza della curva di produzione è più piatta di quella di
k* e perciò la distanza tra le due curve diminuisce all’aumentare di k*.
Al livello di capitale della regola aurea, la funzione di produzione e k* hanno la medesima pendenza e il
consumo è a livello massimo.
Rammentando che la pendenza della funzione di produzione corrisponde al prodotto marginale del capitale
(PMK) e che la pendenza della curva dell’ammortamento è pari a , la regola aurea può essere descritta
dall’equazione PMK = (prodotto marginale del capitale eguaglia il tasso di ammortamento).
Supponiamo che l’economia disponga di uno stock di capitale di stato stazionario k* e che il governo stia
considerando l’ipotesi di aumentare lo stock a (k* + 1); la quantità di prodotto aggregato aggiuntivo che si
può ottenere da tale aumento dello stock di capitale è f(k*+1) – f(k*), pari a PMK. La quantità aggiuntiva di
ammortamento generata è pari al tasso di ammortamento . L’effetto netto dell’aumento unitario dello stock
di capitale di stato stazionario è pari a PMK – .
Se PMK – > 0 un aumento del capitale genera un aumento del consumo, quindi k* deve essere al di sotto
del livello della regola aurea;
Se PMK – < 0 un aumento del capitale genera una diminuzione del consumo, quindi k* deve essere al di

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sopra del livello della regola aurea.
La regola aurea può essere descritta dalla seguente condizione: PMK – = 0 (prodotto marginale del capitale
al netto dell’ammortamento pari a 0). Tale condizione può essere utilizzata dai governi per individuare il
livello di capitale della regola aurea in qualunque economia.

La transizione allo stato stazionario nella regola aurea


Supponiamo che l’economia si trovi in uno stato stazionario diverso da quello della regola aurea.
Consideriamo due casi:
l’economia potrebbe partire da uno stock di capitale superiore a quello della regola aurea.
In tal caso il governo dovrebbe perseguire una politica mirata alla riduzione del tasso di risparmio per far
contrarre lo stock di capitale, l’economia potrebbe partire da uno stock di capitale inferiore a quello della
regola aurea. Il governo deve fare aumentare il tasso di risparmio per accumulare capitale fino a raggiungere
la regola aurea.

Quando l’economia parte da una situazione iniziale al di sopra della regola aurea, raggiungere la regola
aurea provoca un aumento del consumo durante tutto il processo; viceversa per raggiungere la regola aurea
si richiede un’iniziale riduzione del consumo per aumentare il consumo nel futuro.

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45. La crescita della popolazione


Il modello di Solow semplificato mostra che l’accumulazione di capitale non può spiegare una crescita
economica sostenuta e duratura.
Per spiegare la crescita duratura dobbiamo espandere il modello di solow incorporandovi altri 2 elementi che
stimolano la crescita economica: l’aumento della popolazione e l’innovazione tecnologica.

Lo stato stazionario con popolazione in crescita


Come visto in precedenza, gli investimenti aumentano lo stock di capitale e gli ammortamenti lo
diminuiscono. L’aumento del numero di lavoratori provoca la diminuzione della quantità di capitale per
lavoratore; k = K/L (capitale per lavoratore), y = Y/L (produzione per lavoratore).
La variazione dello stock di capitale per lavoratore è data: k = i – ( + n)k. Questa equazione mostra che
investimenti, ammortamenti e crescita della popolazione (n) influenzano lo stock di capitale per lavoratore.
Il termine ( + n)k, cioè la quantità di investimenti necessaria per mantenere costante la quantità di capitale
per lavoratore denota gli investimenti di sviluppo uniforme. La quantità di investimenti necessaria per dotare
ogni nuovo lavoratore di capitale è nk, poiché n sono i nuovi lavoratori che entrano nella forza lavoro, e k è
lo stock di capitale per ciascun lavoratore.
La nostra analisi della crescita della popolazione procede come quelle sviluppate in precedenza:
k = s f(k) – ( + n)k.
Un’economia si trova in stato stazionario se il capitale per lavoratore è costante.
Se k < k* gli investimenti superano gli investimenti di sviluppo uniforme e k tende ad aumentare.
Se k > k* gli investimenti son inferiori a quelli di sviluppo uniforme e k tende a diminuire.
Nello stato stazionario l’effetto positivo degli investimenti sullo stock di capitale per lavoratore, bilancia
esattamente gli effetti negativi degli ammortamenti e della crescita della popolazione:
se k =k* -> k = 0, i* = k* + nk*.
Nel momento in cui l’economia si trova in uno stato stazionario, gli investimenti svolgono due funzioni:
Sostituire il capitale svalutato k*
Provvedere i nuovi lavoratori di una dotazione di capitale adeguate nk*

Gli effetti della crescita della popolazione


La crescita della popolazione agisce sul modello si Solow in 3 modi:
In primo luogo, ci avvicina a una spiegazione di una crescita sostenuta e persistente: nello stato stazionario,
con la popolazione in crescita, il capitale per lavoratore e la produzione per lavoratore sono costanti. Ma
dato che la forza lavoro aumenta a un tasso n, il capitale totale e la produzione totale debbono crescere al
medesimo tasso n.
In secondo luogo, la crescita della popolazione ci fornisce un’ulteriore spiegazione del fatto che alcuni paesi
sono ricchi e altri poveri. Consideriamo gli effetti di un aumento della crescita della popolazione; un
aumento del tasso di crescita della popolazione riduce il livello di capitale per lavoratore distato stazionario.
Il modello di Solow prevede dunque che i paesi con un tasso di crescita della popolazione più elevato hanno
livelli di PIL pro capite più bassi
Infine, la crescita della popolazione influenza il nostro criterio per determinare il livello di capitale della
regola aurea (che massimizza il consumo). Per valutare come cambia tale criterio, si rammenti che il
consumo per lavoratore è: c = y – i

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Poiché il prodotto di stato stazionario è f(k*) e gli investimenti di stato stazionario sono ( + n) k*
possiamo esprimere il consumo di stato stazionario come: c* = f (k*) - ( + n) k*
Utilizzando la medesima procedura utilizzata precedentemente, si giunge alla conclusione che il livello di k*
che massimizza il consumo, è quello per cui: PMK = + n
O analogamente: PMK - = n
Nello stato stazionario della regola aurea, il prodotto marginale del capitale al netto degli ammortamenti è
uguale al tasso di crescita della popolazione.

Conclusioni. il modello di Solow mostra che il risparmio e la crescita della popolazione deerminano lo stock
di capitale di stato stazionario dell’economia e, di conseguenza, il livello di reddito pro capite si stato
stazionario.

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46. Il progresso tecnologico nel modello di Solow


Nell’ipotesi in cui il rapporto tra i fattori di produzione capitale e lavoro e la produzione di beni e servizi sia
costante, esaminiamo ora in che modo, includendo il progresso tecnologico, si registri un aumento della
capacità di produzione.

L’efficienza del lavoro.


Per introdurre il progresso tecnologico dobbiamo partire dalla funzione di produzione Y = F(K, L)
Riscriviamo la funzione di produzione come: Y = F (K, L × E)
Dove E è una variabile detta efficienza del lavoro, che vuole essere un indice della conoscenza dei metodi di
produzione: se la tecnologia disponibile migliora aumenta l’efficienza del lavoro.
Il prodotto L × E tiene conto del n° di lavoratori L e dell’efficienza del lavoro (E) per misurare il n° di
lavoratori effettivi. L’ipotesi più semplice riguardo al progresso tecnologico è che esso faccia aumentare
l’efficienza del lavoro E a un tasso costante g. Questo genere di progresso tecnologico è detto labor-
augmenting, e g = tasso di produzione tecnologico labour – augmenting. Poiché la forza lavoro L cresce a un
tasso n, e l’efficienza di ogni unità di lavoro, E cresce a un tasso g, il n° di lavoratori effettivo L × E cresce a
un tasso n + g.

Lo stato stazionario in presenza di progresso tecnologico.


Abbiamo ora il capitale per lavoratore effettivo k = K/(L× E) e il prodotto aggregato per lavoratore effettivo
y = Y/(L× E).
Sulla base di tali definizioni possiamo ancora scrivere y = f(k)
Nel caso in cui l’efficienza del lavoro aumenti nel tempo, dobbiamo rammentare che k e y si riferiscono a
quantità per lavoratore effettivo (e non per individuo).
L’equazione che illustra la crescita di k nel tempo, diventa ora: k = sƒ (k) – ( + n + g) k
La variazione dello stock di capitale k eguaglia la differenza tra investimenti s ƒ (k) e investimenti di
sviluppo uniforme.
Esiste un livello di k denominato k* per il quale il capitale per lavoratore effettivo e la produzione per
lavoratore effettivo sono costanti. Lo stato stazionario rappresenta l’equilibrio di lungo periodo
dell’economia

Gli effetti del progresso tecnologico.

Secondo il modello di Solow, solo il progresso tecnologico può spiegare una crescita persistente del tenore
di vita. L’introduzione del progresso tecnologico modifica anche la condizione della regola aurea.
Il livello di capitale della regola aurea si definisce come quello corrispondente allo stato stazionario che
massimizza il consumo per lavoratore effettivo.
c* = ƒ (k*) – ( + n + g) k*
Il consumo di stato stazionario si massimizza per: PMK - = n + g
Al livello di capitale della regola aurea, il prodotto marginale netto PMK - è uguale al tasso di crescita del
prodotto totale, n + g.

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47. Le politiche per promuovere la crescita


Valutare il tasso del risparmio. Secondo il modello di Solow, l’entità del risparmio e degli investimenti di un
paese è una delle determinanti fondamentali del tenore di vita dei suoi cittadini.
Il tasso di risparmio determina il livello del capitale e della produzione di stato stazionario.
Uno specifico tasso di risparmio corrisponde allo stato stazionario della regola aurea, cioè quello in cui il
consumo per lavoratore è massimo e lo è anche il benessere economico.
Per stabilire se l’economia si trova al livello della regola aurea, al di sopra, o al di sotto di questo, dobbiamo
confrontare il prodotto marginale del capitale al netto degli ammortamenti PMK - con il tasso di crescita
della produzione totale n + g.
Come abbiamo stabilito in precedenza, nello stato stazionario della regola aurea, PMK - = n + g.
Se PMK - > n + g -> un aumento del tasso di risparmio condurrà a uno stato stazionario con consumi più
elevati
Se PMK - < n + g -> livello di capitale troppo alto e tasso di risparmio successivamente si riduce.

Variare il tasso di risparmio. Per far migrare l’economia verso lo stato stazionario della regola aurea i
politici dovrebbero far aumentare il risparmio aggregato.
In termini strettamente contabili un risparmio nazionale più elevato può discendere da un risparmio pubblico
più elevato, da un risparmio privato più elevato o da una combinazione dei due.
Il modo più diretto con cui i governi possono influenzare il risparmio nazionale è attraverso il risparmio
pubblico, cioè la differenza tra quanto il governo raccoglie attraverso le imposte e quanto spende.
Se la spesa pubblica eccede i ricavi si dice che lo Stato genera un disavanzo (o deficit di bilancio); viceversa
genera un avanzo o surplus di bilancio.
Le decisioni di risparmio degli individui dipendono da un sistema di incentivi che può essere alterato da
provvedimenti di politica economica. Ad es. aliquote fiscali elevate sui redditi da capitale, riducendo il
rendimento che si può trarre dal risparmio, scoraggiano il risparmio privato, mentre agevolazioni ed
esenzioni fiscali sui piani di risparmio previdenziale incoraggiano il risparmio privato attraverso un
trattamento preferenziale della quota di reddito destinata a tali piani.

Allocare gli investimenti di un economia


Il modello di Solow si fonda sull’ipotesi semplificatrice che esista un solo tipo di capitale. Ovviamente ne
esistono molti tipi e una di queste forme è il capitale umano. Sebbene la forma più semplice del modello di
Solow comprende esclusivamente il capitale fisico e non cerchi di dare una spiegazione all’efficienza del
lavoro, sotto molti aspetti il capitale umano può essere considerato alla stessa stregua del capitale fisico.
Nel caso in cui un processo di produzione nuovo e più efficace viene individuato durante il processo di
accumulazione di capitale (learning by doing), tale innovazione viene detta esternalità tecnologica.
Un tipo di capitale che necessariamente comporta l’intervento del governo è il capitale pubblico; le
amministrazioni centrali e locali devono decidere quasi quotidianamente se indebitarsi per finanziare la
costruzione di nuove strade, ponti, etc.

Incentivare il progresso tecnologico.


Il modello di Solow considera il progresso tecnologico come una variabile esogena e non ne offre una
spiegazione. Nonostante questa limitata conoscenza, molti interventi di politica economica sono pensati con

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il fine di stimolare il progresso tecnologico. La maggior parte di questi provvedimenti incentivano il settore
privato a destinare risorse all’innovazione tecnologica.

Rallentamento globale della crescita economica. Ipotesi formulate per spiegare la caduta della crescita
produttiva.
problemi di misurazione: possibilità che non vi sia effettivamente un rallentamento della produttività ma che
i dati siano in qualche modo viziati. La mancata rilevazione dei miglioramenti qualitativi implica che il
nostro tenore di vita aumenta più rapidamente di quanto indicano i dati ufficiali.
prezzi del petrolio: Un forte aumento dei prezzi del petrolio provocato dall’azione dei paesi aderenti al
cartello petrolifero dell’OPEC.
La qualità del lavoro: i cambiamenti della forza lavoro hanno causato un abbassamento del livello medio di
esperienza e di competenza dei lavoratori, inducendo un abbassamento del livello medio di produttività.
La mancanza di idee.

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48. La crescita: dalla teoria alla prassi


Secondo il modello di Solow il progresso tecnologico induce un aumento simultaneo del valore di molte
variabili nello stato stazionario. Questa proprietà –detta crescita bilanciata- è molto utile per spiegare i dati
di lungo periodo di un’economia.
Consideriamo dapprima il prodotto per lavoratore Y/L e il capitale per lavoratore K/L. Secondo il modello
di Solow, nello stato stazionario entrambe queste variabili crescono allo stesso tasso del progresso
tecnologico. Il progresso tecnologico influenza anche il prezzo dei fattori.

La convergenza.
Molti studi sono stati dedicati alla questione della possibile convergenza di tutte le economie, e in
particolare alla verifica dell’ipotesi che le economie che partono più svantaggiate tendono a crescere più
rapidamente di quelle privilegiate, perciò a raggiungerle naturalmente. Questa proprietà è detta convergenza.
L’eventuale convergenza dipende dalla ragione della diversità originaria:
se due economie con il medesimo stato stazionario sono partite con uno stock di capitale diverso, possiamo
presumere che tendano nel tempo a convergere sul livello più elevato.
Se due economie hanno un diverso stato stazionario ciascuna tenderà ad avvicinarsi progressivamente al
proprio stato stazionario (no convergenza).
Le economie mondiali mostrano una tendenza alla convergenza condizionale: sembrano convergere verso il
proprio stato stazionario che, a sua volta, è determinato dal risparmio, dalla crescita della popolazione, dal
livello di istruzione.

L’accumulazione dei fattori e l’efficienza produttiva.


In termini contabili, le differenze internazionali del reddito procapite possono essere attribuite:
differenze nei fattori di produzione, come la quantità di capitale fisico o umano
differenze nell’efficienza con cui le economie utilizzano i fattori di produzione di cui dispongono
In termini del modello di Solow, la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri può essere spiegata da
differenze nell’accumulazione dei fattori o nella funzione di produzione.
Ci sono molte possibili interpretazioni di questa relazione diretta.
Che una economia efficiente incoraggi l’accumulazione di capitale
Che l’accumulazione di capitale possa generare una maggiore efficienza. Dunque una maggiore efficienza
produttiva può provocare una maggiore accumulazione di capitale o viceversa.
Che sia l’accumulazione di fattori sia l’efficienza produttiva siano governati da una terza variabile. Questa
terza variabile potrebbe essere la qualità delle istituzioni di un paese, compreso il processo di formulazione
dei provvedimenti legislativi.

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49. Oltre il modello di Solow: la teoria della crescita endogena


Per comprendere a fondo il processo di crescita economica dobbiamo andare oltre il modello Solow e
sviluppare modelli teorici che riescano a spiegare il progresso tecnologico. Modelli di questo tipo vanno
sotto la denominazione di teoria della crescita endogena, perché rifiutano di adottare l’ipotesi semplificatrice
di esogenità del cambiamento tecnologico, introdotta nel modello di Solow.

Il modello di base.
Cominciamo da una funzione di produzione Y = AK
Dove
Y = produzione
K = stock di capitale
A = costante che misura la quantità di prodotto per unità di capitale
Questa funzione non gode della proprietà del prodotto marginale decrescente: ogni unità do capitale
aggiuntiva produce A unità aggiuntive di prodotto indipendentemente dallo stock di capitale. L’assenza di
rendimenti di capitale decrescenti è la differenza tra questo modello e quello di Solow.
Ipotizziamo che una porzione s del reddito sia risparmiata e investita: possiamo così descrivere
l’accumulazione di capitale con un’equazione analoga a quelle usate in precedenza.
K = sY - K
Quest’equazione dice che: la variazione dello stock di capitale (K) è pari alla differenza tra investimenti sY
e ammortamenti K. Combinando con la funzione di produzione Y = AK, otteniamo:
Y/Y = K/K = sA -
Quest’equazione mostra ciò che determina il tasso di crescita della produzione Y/Y: si noti che fino a
quando è soddisfatta la condizione sA > , l’economia cresce progressivamente.
Nel modello di Solow il risparmio riesce a stimolare la crescita solo temporaneamente perché i rendimenti
decrescenti del capitale costringono l’economia a tendere verso uno stato stazionario in cui la crescita
dipende solo nel progresso tecnologico esogeno. Al contrario, risparmio e investimenti possono generare
una crescita permanente in questo modello di crescita endogena.
Dunque se adottiamo l’interpretazione tradizionale, che include in K solo lo stock esistente di impianti e
attrezzature, è naturale adottare l’ipotesi dei rendimenti decrescenti del capitale.
Nel caso in cui si dia alla variabile K un’interpretazione più ampia, ha più senso utilizzare l’ipotesi dei
rendimenti costanti del capitale.
Se accettiamo di considerare la conoscenza come una forma di capitale, questo modello di crescita
endogena, con la sua ipotesi di rendimenti costanti del capitale diventa una descrizione plausibile della
crescita economica nel lungo periodo.

Un modello a due settori.


Il modello Y = AK è l’esempio più semplice di teoria della crescita endogena.
Immaginiamo un’economia in cui ci sono due settori produttivi: quello delle imprese industriali e quello
delle università di ricerca. Le imprese producono beni e servizi destinati al consumo o agli investimenti in
capitale fisico; le università producono un fattore di produzione detto conoscenza, disponibile per l’utilizzo
in entrambi i settori.
L’economia viene così descritta dalla funzione di produzione delle imprese (1), dalla funzione di produzione

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delle università (2) e dall’equazione di accumulazione del capitale (3).
Y = F[K, (1 – u) EL]
E = g (u) E
K=sY-K
u = frazione della forza lavoro impiegata nell’università (1-u nel caso dell’industria)
g = funzione che mostra che la crescita dello stock di conoscenza dipende dalla frazione della forza lavoro
impiegata nelle università
E = stock di conoscenza.
Si ipotizza che la funzione di produzione delle imprese industriali abbia rendimenti di scala costanti: se
raddoppiamo sia la quantità di capitale fisico (K) sia il n° di lavoratori effettivi (1-u)EL si raddoppia la
produzione di beni e servizi Y.
Questo modello può generare una crescita persistente anche senza ipotizzare variazioni esogene della
funzione di produzione. Esso è strettamente imparentato con il modello di crescita di Solow. Di
conseguenza per ogni dato valore di u, il modello di crescita endogena funziona esattamente come il
modello di Solow. La quota di produzione utilizzata per risparmio e investimenti, s, determina lo stock di
capitale fisico di stato stazionario. Inoltre la frazione di forza lavoro occupata nell’università u, determina la
crescita dello stock di conoscenze. Sia s che u influenzano il livello di reddito, sebbene solo u condizioni il
tasso di crescita del reddito di stato stazionario.

Conclusioni. La crescita economica di lungo periodo è la più importante tra le determinanti del benessere
economico dei cittadini di un paese. Il modello di crescita di Solow e i più recenti modelli di crescita
endogena, mostrano che il risparmio, la crescita demografica e il progresso tecnologico interagiscono per la
determinazione del livello e della crescita del tenore di vita di un paese.

La contabilità delle fonti di crescita economica. […]


Sviluppiamo una tecnica detta contabilità della crescita che suddivide la crescita della produzione in 3
diverse fonti:
aumento del capitale; aumento del lavoro; progresso della tecnologia
La produttività totale dei fattori comprende qualunque elemento che provochi una variazione della relazione
tra i fattori misurabili e il prodotto misurabile.

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50. Orizzonte temporale nella macroeconomia


Come abbiamo rammentato, le teorie della macroeconomia classica si applicano a lungo e non al breve
periodo.
La maggior parte degli economisti ritiene che la differenza fondamentale tra il breve e il lungo periodo stia
nel comportamento dei prezzi:
nel lungo periodo i prezzi sono flessibili e possono reagire ai cambiamenti dell’offerta e della domanda;
nel breve periodo molti prezzi sono “vischiosi” a livelli predeterminati.
Poiché i prezzi si comportano diversamente nel breve e nel lungo periodo, i provvedimenti di politica
economica hanno effetti diversi in orizzonti temporali diversi.Per stabilire quanto siano diversi il breve e il
lungo periodo, consideriamo gli effetti di una variazione della politica monetaria.
La vischiosità di breve periodo implica che gli effetti a breve termine di una variazione dell’offerta di
moneta non sono gli stessi che si manifestano nel lungo periodo.
Un modello delle fluttuazioni economiche deve tenere conto della vischiosità dei prezzi.

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51. Il modello di offerta aggregata e domanda aggregata


Per la teoria macroeconomica classica, quella della flessibilità dei prezzi è un ipotesi fondamentale: infatti la
teoria si fonda, spesso implicitamente, su fatto che i prezzi si aggiustano per garantire che a quantità di
prodotto domandato sia uguale alla quantità di prodotto offerta.
Con i prezzi vischiosi l ‘economia ha un funzionamento affatto diverso; in questa fattispecie vedremo che il
prodotto dipende anche dalla domanda di beni e servizi, la quale a sua volta è influenzata dalla politica
monetaria fiscale e da altri svariati fattori.
Introduciamo una versione “a livello di sistema” di questo modello: il modello di offerta aggregata OA e
domanda aggregata DA. Questo modello macroeconomico ci permetterà di stabilire come si determinano il
livello dei prezzi e la quantità di prodotto aggregato; inoltre ci permetterà di stabilire un confronto tra il
comportamento dell’economia nel breve e nel lungo periodo.
Tale modello è molto simile al modello di domanda e offerta di un singolo bene ma l’analogia non è
perfetta, con la differenza che quest’ultimo prende in considerazione un unico bene nell’ambito di un grande
sistema economico,mentre quello di domanda e offerta aggregata è un modello sofisticato che comprende le
interazioni tra una molteplicità di mercati.

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52. La domanda aggregata


La domanda aggregata (DA) è a relazione tra la quantità di prodotto domandata e il livello aggregato dei
prezzi; in altre parole la domanda aggregata è la quantità di beni e servizi che gli individui desiderano
acquistare per ogni dato livello dei prezzi.

L’equazione quantitativa come domanda aggregata


Ricordiamo che, secondo la teoria quantitativa della moneta MV = PY e che l’equazione quantitativa può
essere riscritta in termini di domanda e offerta di saldi monetari reali.
M/P = ( M/P )d = kY
dove k = 1/V (parametro che misura quanta moneta gli individui vogliono detenere per ciascun euro di
reddito).

Per ogni data offerta di moneta (M) ed ogni data velocità di circolazione (V), l’equazione quantitativa
identifica una relazione inversa tra il livello dei prezzi P e la produzione Y.

Tale grafico traccia il diagramma delle combinazioni dei valori di P e di Y che soddisfano l’equazione
quantitativa, tenendo M e V costanti; questa curva con pendenza negativa è detta curva di domanda
aggregata.
Perché la curva di domanda aggregata ha pendenza negativa?
Poiché abbiamo ipotizzato che la velocità di circolazione della moneta sia costante, l’offerta di moneta
determina il valore monetario di tutte le transazioni in una economia.
Se il livello dei prezzi per qualche ragione aumenta, ciascuna transazione richiede una maggiore quantità di
moneta, quindi a parità di offerta di moneta, deve diminuire la quantità di beni e servizi acquistati.
La pendenza negativa della curva di domanda aggregata è spiegabile anche prendendo in considerazione
domanda e offerta di saldi monetari reali:
se il livello di produzione è più alto, gli individui eseguono più transazioni ed hanno necessità di più saldi
monetari reali M/T. Per ogni dato livello di offerta di moneta M, un livello più elevato di saldi monetari
reali, implica un livello inferiore dei prezzi.
Se il livello dei prezzi è più basso, i saldi monetari reali sono più elevati; ciò permette un maggior numero di
transazioni e quindi implica una maggiore domanda di produzione.

Gli spostamenti della curva di domanda aggregata.


La curva di domanda aggregata è tracciata per un dato livello di offerta di moneta. Essa mostra cioè tutte le
combinazioni possibili di P e di Y dato un livello fisso di M.
Se la banca centrale modifica l’offerta di moneta, le possibili combinazioni di P e Y cambiano e la curva di
domanda aggregata si sposta.
A) Riduzione dell’offerta di moneta M: l’equazione quantitativa MV = PY ci dice che ad una riduzione
dell’offerta di moneta corrisponde una riduzione proporzionale del valore nominale della produzione PY (
per ogni dato livello di prezzi P, la quantità di prodotto Y è inferiore, e per ogni data quantità di prodotto il
livello dei prezzi è inferiore) -> la curva si sposta verso sinistra (da DA1 a DA2).
B) Aumento dell’offerta di moneta M: l’equazione ci dice che un aumento di M genera un aumento
proporzionale di PY ( dato livello di prezzi, quantità di prodotto maggiore e per ogni data quantità di

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prodotto livello dei prezzi maggiore) -> la curva si sposta verso destra. (da DA1 a DA2).

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53. L’offerta aggregata


La curva di domanda aggregata non è in grado di farci capire quale sia il livello dei prezzi o il volume della
produzione. Per definire il valore delle due variabili abbiamo bisogno di associare alla curva di domanda
aggregata un’ulteriore relazione tra P e Y con cui quest’ultima si intersechi: una curva di offerta aggregata.
Insieme la curva di domanda aggregata e la curva di offerta aggregata definiranno il livello dei prezzi e la
quantità della produzione.
L’offerta aggregata (OA) è la relazione tra la quantità di beni e servizi offerti e il livello dei prezzi.
La relazione descritta dalla curva di offerta aggregata dipende dall’orizzonte temporale
Il lungo periodo: la curva di offerta aggregata verticale.
Il modello classico descrive il comportamento dell’economia nel lungo periodo. La quantità di prodotto
dipende dalla quantità di capitale e lavoro, che è fissa, e dalla tecnologia produttiva disponibile. In termini
algebrici Y = F (K, L) = Y
Secondo il modello classico la produzione non dipende dal livello dei prezzi.
L’intersezione della curva di domanda aggregata con questa curva di offerta aggregata verticale determina il
livello dei prezzi.
Se la curva di offerta aggregata è verticale, variazioni della domanda aggregata influenzano il livello dei
prezzi, ma non la produzione.
Lo spostamento della domanda aggregata ha effetto solo sui prezzi. La curva di offerta aggregata verticale
soddisfa la dicotomia classica, implicando che il livello di produzione è indipendente dall’offerta di moneta.
Il livello di produzione di lungo periodo Y, è detto livello di pieno impiego, o livello naturale della
produzione, e corrisponde al livello di produzione per il quale le risorse dell’economia sono impiegate
completamente.

Il breve periodo: la curva di offerta aggregata orizzontale


Il modello classico e la curva di offerta aggregata verticale descrivono rapporti economici di lungo periodo.
L’equilibrio di breve periodo di un’economia si determina nel punto di intersezione della curva di domanda
aggregata con la curva di offerta aggregata di breve periodo orizzontale; in questo caso, variazioni della
domanda aggregata influenzano solo il livello della produzione.
Una diminuzione della domanda aggregata riduce la produzione nel breve periodo, poiché i prezzi non si
aggiustano istantaneamente.

Dal breve al lungo periodo.


Nel lungo periodo i prezzi sono flessibili, la curva di offerta aggregata è verticale e le variazioni della
domanda aggregata influenzano il livello dei prezzi, ma non il prodotto. Nel breve periodo i prezzi vischiosi,
la curva di offerta aggregata è orizzontale e le variazioni della domanda aggregata influenzano la produzione
di beni e servizi di un’economia.

L’equilibrio di lungo periodo corrisponde al punto in cui la curva di domanda aggregata interseca la curva di
offerta aggregata di lungo periodo. Per raggiungere questo equilibrio, il livello dei prezzi si è aggiustato e, di
conseguenza, se l’economia è nel suo punto di equilibrio di lungo periodo, l’offerta aggregata di breve deve
intersecare la domanda aggregata nel medesimo punto.

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Uno spostamento della domanda aggregata influenza la produzione nel breve periodo, ma questo effetto
scompare gradualmente man mano che le imprese aggiustano i prezzi.

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54. Le politiche di stabilizzazione


Le fluttuazioni dell’economia derivano da spostamenti dell’offerta aggregata o della domanda aggregata. Gli
economisti definiscono le variazioni esogene di queste due curve shock sull’economia:
shock di domanda, se interviene sulla curva di domanda aggregata
shock di offerta, se interviene sulla curva di offerta aggregata.
Uno degli obiettivi del modello di offerta aggregata e domanda aggregata è mostrare come gli shock
provocano le fluttuazioni di un sistema economico. Un ulteriore obiettivo è valutare come le politiche
macroeconomiche possano reagire a questi shock.. Gli economisti ricorrono alla definizione di politiche di
stabilizzazione, per descrivere i provvedimenti tesi a ridurre l’ampiezza delle fluttuazioni di breve periodo.
Le politiche di stabilizzazione tendono a contenere le fluttuazioni cicliche e a mantenere produzione e
occupazione il più vicino possibile al loro livello naturale.
Gli shock sulla domanda aggregata.
Prendiamo in considerazione un esempio di shock di domanda: l’introduzione della diffusione delle carte di
credito. La loro diffusione riduce la quantità di moneta che gli individui desiderano detenere.
Questa riduzione della domanda di moneta è equivalente ad un aumento della sua velocità di circolazione.
Se l’offerta di moneta rimane costante, l’aumento della sua velocità di circolazione genera un aumento della
spesa nominale e uno spostamento verso destra della curva di domanda aggregata.

Nel breve periodo l’aumento della domanda fa aumentare il prodotto dell’economia, generando
un’espansione economica o boom.
Il più alto livello di domanda aggregata spinge verso l’alto salari e prezzi, e con l’aumento del livello dei
prezzi la quantità di produzione diminuisce , e l’economia rallenta, tendendo al tasso naturale di crescita
della produzione.
La banca centrale per ammortizzare l’espansione e mantenere il prodotto aggregato più vicino al suo livello
naturale può ridurre l’offerta di moneta per bilanciare l’aumento della velocità di circolazione; così facendo
stabilizzerebbe la domanda aggregata. La banca centrale può ridurre e perfino eliminare gli effetti di uno
shock di domanda su produzione e occupazione, controllando l’offerta di moneta.

Gli shock sull’offerta aggregata.


Possono essere:
- alluvioni: la riduzione di offerta spinge verso l’alto i prezzi
- nuove leggi sulla tutela dell’ambiente: generano maggiori costi per le imprese a discapito dei consumatori
- aumento della conflittualità sindacale: ad un aumento dei salari si ha un aumento del prezzo dei beni
- creazione di un cartello: stabilisce livelli concordati di prezzo.
Tutti questi eventi sono shock di offerta negativi, ovvero eventi che spingono i costi e i prezzi verso l’alto.
Uno shock di offerta positivo, invece, ha l’effetto di ridurre costi e prezzi

Un’esperienza che combina gli effetti della stagnazione (diminuzione della produzione) e quelli
dell’inflazione (aumento dei prezzi) è detta stagflazione.
Di fronte a uno shock di offerta negativo i responsabili della politica economica possono:
mantenere costante la domanda aggregata (in questo caso produzione e occupazione sono al di sotto del loro
livello naturale e alla fine i prezzi scenderanno fino a riportare il pieno impiego al vecchio livello dei prezzi)

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espandere la domanda aggregata per riportare più velocemente l’economia al tasso naturale. Se l’aumento
della domanda aggregata coincide in ampiezza, con lo shock di offerta, l’economia passa immediatamente
dal punto A al punto C. In questo caso si dice che la banca centrale accompagna lo shock di offerta
(controindicazioni: livello dei prezzi permanentemente più alto).

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55. Keynes rivoluziona la teoria economica


Nel 1936, dopo la Grande depressione degli anni ’30, l’economista inglese J.M. Keynes rivoluzionò la teoria
economica con il suo libro “teoria generale”.
Secondo Keynes il basso livello della domanda aggregata è responsabile del basso reddito e dell’elevata
disoccupazione che caratterizzano le recessioni economiche.
Della teoria classica Keynes criticava l’ipotesi che fosse la sola offerta aggregata (capitale, lavoro e
tecnologia) a determinare il reddito nazionale.
Il modello ISLM è la principale interpretazione della teoria elaborata da Keynes.
L’obiettivo del modello è mostrare come si determina il reddito nazionale per ogni dato livello dei prezzi. Ci
sono due interpretazioni del modello equivalenti:
- come strumento per studiare cosa provoca variazioni del reddito nel breve periodo quando i prezzi sono
fissi;
- come strumento per stabilire cosa fa spostare la curva di domanda aggregata.

Le due componenti del modello ISLM sono:


- la curva IS, dove IS sta per “Investimenti e Risparmio” che rappresenta graficamente quel che accade nel
mercato di beni e servizi.
- La curva LM ( dove LM sta per liquidità e moneta) che descrive il comportamento dell’offerta e della
domanda di moneta.
Il tasso d’interesse che influenza sia gli investimenti sia la domanda di moneta è la variabile che mette in
relazione le due componenti del modello ISLM.
Il modello mostra come le interazioni tra questi mercati determinano la posizione e la pendenza della curva
di domanda aggregata e, perciò, il livello del reddito nazionale nel breve periodo.

Il mercato dei beni e la curva IS


La curva IS descrive graficamente la relazione tra il tasso d’interesse e il livello del reddito che si crea nel
mercato dei beni e servizi.
Per elaborare questa relazione, si parte da un modello semplice, detto croce keynesiana , che rappresenta la
più elementare interpretazione della teoria di keynes sul reddito nazionale e costituisce le basi del più
complesso modello ISLM.

La croce keynesiana
Nella teoria generale, Keynes, ha ipotizzato che il reddito totale prodotto da un economia nel breve periodo
sia determinato in larga misura dal desiderio che imprese, stato e individui hanno di spendere: quanto più gli
individui desiderano spendere, tanto più prodotti le imprese riescono a vendere; tanto più le imprese devono
aumentare la produzione e assumere lavoratori.
Secondo Keynes, in fasi depressive e recessive il problema è rappresentato da una spesa inadeguata.
La croce keynesiana tenta di esprimere formalmente questa intuizione.

La spesa programmata
La spesa effettiva è la somma di denaro che individui imprese e pubblica amministrazione spendono per
acquistare beni e servizi, ed essa è identica al PIL;

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la spesa programmata è la somma che individui, imprese e PA desidererebbero spendere per acquistare beni
e servizi.
La spesa effettiva può essere diversa da quella programmata;ciò dipende dalle involontarie variazioni delle
scorte. Quando le vendite sono inferiori a quelle previste le scorte aumentano; analogamente se le vendite
eccedono le previsioni le scorte diminuiscono.
E = C + I + G dove E corrisponde alla spesa programmata.
Ricordando che C = C ( Y – T ) e la spesa pubblica G, l’imposizione fiscale T e gli investimenti I sono fissi
otteniamo:
E = C (Y - T ) + I + G .
Questa equazione ci dice che la spesa programmata è funzione del reddito Y, del livello degli investimenti
programmati e delle variabili della politica fiscale G e T.

La curva ha pendenza positiva perché a un più elevato livello di reddito corrisponde un livello più elevato di
spesa programmata.La pendenza della curva è la propensione marginale al consumo (PMC), una variabile
che indica l’aumento della spesa programmata a fronte di un aumento del reddito di un euro.
La funzione della spesa programmata è il primo tassello del modello comunemente detto croce keynesiana.

L’economia in equilibrio. Il secondo elemento della croce keynesiana è l’ipotesi che l’economia si trovi in
equilibrio nel momento in cui la spesa effettiva eguaglia la spesa programmata.
Questa ipotesi si basa sull’ idea che quando le aspettative sono soddisfatte, gli individui non abbiano alcun
interesse a modificare lo stato di cosa.
Rammentando che Y in quanto PIL è uguale non solo al reddito totale ma anche alla spesa effettiva totale
per beni e servizi, possiamo scrivere la condizione di equilibrio come:
Spesa effettiva = spesa programmata
Y = E

La retta che nel grafico interseca le coordinate del piano cartesiano all’origine con una angolo di 45°
rappresenta tutti i punti in cui questa condizione è rispettata aggiungendo al diagramma la curva di spesa
programmata si ottiene la croce keynesiana: in questo caso l’equilibrio corrisponde al punto A, dove la curva
di spesa programmata interseca la retta a 45°.
In questo modello le scorte giocano un ruolo di grande importanza nel processo di aggiustamento per il
raggiungimento dell’equilibrio: se l’economia si trova in una condizione diversa da quella di equilibrio, le
scorte delle imprese subiscono variazioni impreviste inducendo modifiche nel volume della produzione:
variazioni del volume di produzione influenzano il livello del reddito e la spesa, facendo muovere
l’economia verso il punto di equilibrio.

In sintesi, la croce keynesiana dimostra come si determina il reddito Y per ogni dato livello degli
investimenti programmati I, e delle variabili di politica fiscale G e T.
La politica fiscale e il moltiplicatore: la spesa pubblica. Consideriamo come l’economia viene influenzata da
una variazione della spesa pubblica. Dato che la spesa pubblica è una delle componenti della spesa, una
spesa pubblica più elevata, comporta un più elevato livello di spesa programmata, per ogni dato livello di
reddito.

Un aumento della spesa pubblica provoca un aumento più che proporzionale del reddito, cioè che Y > G.

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Il rapporto Y/ G è detto moltiplicatore della spesa pubblica, una misura che ci dice quanto aumenta il reddito
quando la spesa pubblica aumenta di un euro.
NB: una delle implicazioni della croce keynesiana è che il moltiplicatore della spesa pubblica ha valore > di
1.
Data la funzione di consumo C = C (Y – T), un reddito più elevato genera un livello di consumi superiore;
così quando un aumento della spesa pubblica fa aumentare il reddito, fa aumentare anche il consumo, che a
sua volta fa aumentare ulteriormente il reddito, e così via. Dunque in questo modello, un aumento della
spesa pubblica genera un aumento più che proporzionale del reddito.
Il moltiplicatore è dato da: Y / G = 1/(1 – PMC)
NB:questa formula deriva da una serie geometrica infinita Y = (1 + PMC + PMC2 + PMC3 + ….)G

La politica fiscale e il moltiplicatore: le imposte. Consideriamo gli effetti di una variazione delle imposte sul
reddito di equilibrio. Una diminuzione delle imposte pari a T fa aumentare immediatamente il reddito
disponibile (Y – T) di un ammontare T, aumentando contemporaneamente il consumo di PMC ×T. Per ogni
dato livello di reddito, ora la spesa programmata è più elevata

L’effetto complessivo sul reddito di una variazione delle imposte è Y/ T = - PMC / 1 – PMC.
Questa espressione rappresenta il moltiplicatore delle imposte, ovvero la misura della variazione del reddito
a fronte di una variazione delle imposte di un euro.

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56. Il tasso di interesse, investimenti e la curva IS


La croce keynesiana dimostra come i programmi di spesa degli individui, delle imprese, e dello Stato
determinano il reddito dell’economia. Ma questo modello si fonda su una semplificazione che il livello degli
investimenti I sia fisso.
Per integrare nel nostro modello la relazione tra investimenti e tasso di interesse, definiamo il livello
programmato di investimenti come:
I = I (r)
Poiché il tasso di interesse è il costo del finanziamento di un progetto di investimento, un aumento del tasso
di interesse riduce gli investimenti programmati; di conseguenza la curva degli investimenti ha pendenza
negativa.
Possiamo combinare, per stabilire come varia il reddito al variare del tasso di interesse, la funzione di
investimento con la croce keynesiana. Dato che gli sono inversamente correlati con il tasso di interesse, un
aumento del tasso di interesse da r1 a r2, riduce la quantità di investimenti da I(r1) a I(r2). La riduzione degli
investimenti programmati fa spostare verso il basso la funzione di spesa programmata. Lo spostamento della
funzione di spesa programmata causa una caduta del livello di reddito da Y1 a Y2. Dunque un aumento del
tasso di interesse comprime il livello di reddito.
La curva IS nella parte C della figura sintetizza la relazione tra tasso di interesse e livello del reddito: la
curva IS integra l’interazione tra r e I espressa dalla funzione di investimento con l’interazione tra I e Y
dimostrata dalla croce keynesiana. Poiché un aumento del tasso di interesse provoca una diminuzione degli
investimenti programmati, che a sua volta provoca una diminuzione del reddito, la curva IS ha pendenza
negativa.
La politica fiscale e la curva IS.
La curva IS illustra la combinazione di tasso di interesse e di livello di reddito che garantisce l’equilibrio nel
mercato dei beni e dei servizi. Essa è tracciata per una politica fiscale determinata esogenamente (G e T
dati).
Variazioni della politica fiscale che inducono un aumento della domanda in beni e servizi generano
spostamenti verso destra della curva IS;
Variazioni della politica fiscale che inducono contrazioni della domanda di beni e servizi provocano
spostamenti verso sinistra della curva IS;

Un aumento della spesa pubblica fa spostare verso destra la curva IS. La parte (a) mostra che un aumento
della spesa pubblica fa aumentare la spesa programmata. Per ogni dato tasso di interesse, lo spostamento
verso l’alto della spesa programmata, pari a G, provoca un aumento del reddito, Y, pari a: G/(1 – PMC).
Così, nella parte (b), la curva IS si sposta verso destra del medesimo ammontare

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57. Il Mercato della moneta e la curva LM


La curva LM traccia la relazione che intercorre tra tasso di interesse e livello di reddito nel mercato dei saldi
monetari reali. Partiamo dall’analisi di una teoria del costo di interesse, denominata teoria della preferenza
per la liquidità.
La teoria della preferenza per la liquidità
È la teoria presentata da Keynes su come si forma il tasso di interesse nel breve periodo. Tale teoria afferma
che il tasso di interesse si aggiusta per equilibrare domanda e offerta dell’attività liquida dell’economia: la
moneta. Cosi come la croce keynesiana è il fondamento della curva IS, la teoria della preferenza per la
liquidità lo è della curva LM.
Offerta di saldi monetari reali: La teoria della preferenza per la liquidità ipotizza che l’offerta di saldi
monetari reali (M/P) sia fissa, ovvero che (M/P) = M / P.
L’offerta di moneta è una variabile perché la politica monetaria è stabilita automaticamente dalla banca
centrale; anche il livello dei prezzi è una variabile esogena perché il modello IS-LM si riferisce al breve
periodo quando i prezzi sono fissi.
Queste ipotesi implicano che l’offerta di saldi monetari reali sia fissa e che non dipenda dal tasso di
interesse.
Domanda di saldi monetari reali: la teoria della preferenza per la liquidità afferma che il tasso di interesse r è
una delle determinanti della quantità di moneta che gli individui decidono di detenere. La ragione è che il
tasso di interesse rappresenta il costo opportunità di detenere moneta (ciò a cui si rinuncia per detenere una
parte della propria ricchezza in un’attività liquida, come la moneta, che non corrisponde interessi, piuttosto
che in titoli obbligazionari o depositi bancari remunerati). Quando aumenta il tasso di interesse gli individui
vogliono detenere una quantità inferire di moneta, per cui possiamo scrivere (M/P)d = L(r) dove la funzione
r dimostra che la quantità di moneta domandata dipende dal tasso di interesse (questa relazione è dimostrata
graficamente dal grafico 10.10). Questa curva ha pendenza negativa perché ad un tasso di interesse più
elevato corrisponde una minore quantità di moneta domandata
Secondo la teoria della preferenza per la liquidità, offerta e domanda di saldi monetari reali determinano il
tasso di interesse prevalente nell’economia. Cioè il tasso di interesse varia in modo da ottenere ‘equilibrio
nel mercato monetario. L’aggiustamento avviene perché, nel momento in cui il mercato non si trova in
equilibrio, gli individui cercano di aggiustare il proprio portafoglio di attività, e nel farlo fanno variare il
tasso di interesse: una diminuzione dell’offerta di moneta provoca un aumento del tasso di interesse e
viceversa.

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58. Il reddito, la domanda di moneta e la curva LM


Il livello del reddito condiziona la domanda di moneta: quando il reddito è elevato, gli individui sono
coinvolti in un maggior numero di transazioni che richiedono il ricorso alla moneta e ,dunque, un più elevato
livello del reddito implica una maggiore domanda di moneta:
(M/P)d = L(r, Y).
La quantità domandata di saldi monetari reali è inversamente correlata al tasso di interesse e positivamente
correlata al livello del reddito.

L’aumento del reddito fa spostare verso destra la curva di domanda di moneta. Con l’offerta di saldi
monetari reali costante, il tasso di interesse di equilibrio deve aumentare da r1 a r2 per equilibrare il mercato
monetario. Perciò secondo la teoria della preferenza per la liquidità, ad un reddito più elevato corrisponde un
tasso di interesse più elevato.
La curva LM traccia graficamente la relazione tra livello del reddito e tasso di interesse.

La politica monetaria e gli spostamenti della curva LM


La curva LM descrive la combinazione di tasso di interesse e di reddito che garantiscono l’equilibrio nel
mercato dei saldi monetari reali. Una diminuzione dell’offerta di saldi monetari reali induce uno
spostamento verso l’alto della curva LM; un aumento ne provoca uno spostamento verso il basso.

Un’interpretazione quantitativa della curva LM


Abbandonando l’ipotesi di costanza di circolazione della moneta (fondata a sua volta dall’ipotesi che la
domanda di saldi monetari reali dipende anche dal tasso di interesse) possiamo derivare una più realistica
curva LM con pendenza. MV(r) = PY
La funzione della velocità, V(r), indica che la velocità di circolazione della moneta è direttamente correlata
al tasso di interesse.
Questa forma dell’equazione quantitativa genera una curva LM con pendenza positiva: dato che un aumento
del tasso di interesse fa aumentare la velocità di circolazione della moneta fa aumentare anche il livello del
reddito per ogni dato livello dei prezzi e ogni data offerta di moneta.
La curva LM esprime questa relazione diretta tra il tasso di interesse e il livello del reddito.
Ma questa equazione spiega anche perché variazioni dell’offerta di moneta provochino spostamenti della
curva LM. Per ogni dato tasso di interesse e livello dei prezzi, l’offerta di moneta e il livello del reddito
devono muoversi in sincronia: dunque un aumento del’offerta di moneta fa spostare verso destra la curva
LM e una sua diminuzione la fa spostare verso sinistra.

Le due equazioni del modello ISLM sono:


Y = C ( Y – T ) + I ( r ) + G -> IS;
M/P = L ( r, Y ) ->LM;
il modello considera la politica fiscale (T,G), la politica monetaria (M), e il livello dei prezzi (P) come
variabili esogene.
La curva IS definisce le combinazioni di r e Y che soddisfano l’equazione che descrive il mercato dei beni e
dei servizi;
La curva LM fornisce le combinazioni di r e di Y che soddisfano l’equazione che descrive il mercato della

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moneta.

L’equilibrio dell’economia è il punto di intersezione delle due curve. Questo punto individua il tasso di
interesse r e il livello del reddito Y che soddisfa le condizioni dell’equilibrio, sia nel mercato dei beni sia in
quello della moneta.
In corrispondenza dell’intersezione la spesa effettiva eguaglia la spesa programmata e la domanda di saldi
monetari reali eguaglia l’offerta.

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59. Spiegare le fluttuazioni con il modello IS-LM


L’intersezione della curva IS con la curva LM determina il livello del reddito nazionale. Quando una delle
due si sposta, l’equilibrio di periodo dell’economia cambia e il reddito nazionale fluttua.

Come la politica fiscale fa spostare la curva IS e variare l’equilibrio di breve periodo.


Le variazioni della spesa pubblica. Consideriamo un aumento della spesa pubblica di ammontare G. Il
moltiplicatore della spesa pubblica nel modello della croce keynesiana ci dice che per ogni dato tasso
d’interesse l’aumento della spesa pubblica fa aumentare il livello del reddito in misura pari a G/(1 – PMC).

Consideriamo il mercato monetario descritto dalla teoria della preferenza per la liquidità: poiché
nell’economia la domanda di moneta dipende dal reddito, l’aumento del reddito totale fa aumentare la
quantità domandata di moneta per ogni dato tasso d’interesse; tuttavia l’offerta di moneta non è cambiata per
cui all’aumento della domanda corrisponde un aumento del tasso d’interesse di equilibrio r.
Quando il tasso d’interesse aumenta, le imprese ridimensionano i loro programmi di investimento; la
diminuzione degli investimenti compensa, parzialmente, l’aumento della spesa pubblica.
L’aumento del reddito segnalato dal modello ISLM in risposta ad una politica fiscale espansiva è inferiore a
quello indicato dal modello della croce keynesiana. La differenza è spiegata dallo spiazzamento dei progetti
di investimento generato dall’aumento del tasso d’interesse.

Le variazioni delle imposte. Nel modello ISLM una variazione dell’imposizione fiscale ha effetti analoghi
quelli di una variazione di segno opposto della spesa pubblica, salvo il fatto che le imposte influenzano la
spesa attraverso il consumo.

La diminuzione delle imposte fa aumentare sia il reddito sia il tasso d’interesse: poiché il tasso d’interesse
più elevato fa diminuire gli investimenti,l’aumento del reddito misurato dal modello ISLM è inferiore a
quello misurato dalla croce keynesiana.

Come la politica monetaria fa spostare la curva LM e variare l’equilibrio di breve periodo


Consideriamo un aumento dell’offerta di moneta. Un aumento di M provoca un aumento dei saldi monetari
reali M/P, dal momento che nel breve periodo il livello dei prezzi P è fisso. La teoria della preferenza per la
liquidità dimostra che un aumento dei saldi monetari reali provoca una diminuzione del tasso d’interesse e
perciò la curva LM si sposta verso destra.

Quando la BC aumenta l’offerta di moneta gli individui hanno a disposizione più moneta di quanto ne
desiderino detenere in forma liquida al tasso di interesse prevalente. Di conseguenza depositano questa
moneta in eccesso presso le banche o acquistano titolo di debito.
Il tasso d’interesse r diminuisce fino al punto in cui gli individui desiderano detenere la moneta in eccesso
creata dalla BC. Si ripristina cosi l’equilibrio sul mercato dei saldi monetari reali. A sua volta il tasso
d’interesse più basso produce conseguenze sull’equilibrio del mercato dei beni e dei servizi: un tasso di
interesse inferiore infatti corrisponde uno stimolo agli investimenti che induce le imprese ad aumentare gli
investimenti programmati, facendo crescere la spesa programmata, la produzione e il reddito Y.
Così il modello IS-LM dimostra che la politica monetaria influenza il livello del reddito variando il tasso

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d’interesse. Il processo attraverso cui un aumento dell’offerta di moneta genera una maggiore spesa per beni
e servizi è detto meccanismo di trasmissione monetaria.
Il modello IS-LM dimostra che un aumento dell’offerta di moneta, abbassando il tasso di interesse, stimola
gli investimenti e espande la domanda di beni e servizi.

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60. Gli shock nel modello IS-LM


Gli shock sulla curva IS sono variazioni esogene della domanda di beni e servizi. Tali variazioni della
domanda possono derivare da cosiddetti istinti animali degli investitori: ondate esogene di ottimismo o di
pessimismo.
Uno shock sulla curva IS può derivare anche da variazioni della domanda di beni di consumo attribuibili a
eventi che stimolano l’istinto ottimistico dei consumatori:
Elezione di un presidente ben voluto -> stimola la fiducia dei consumatori.
Sono molti i tipi di evento che possono causare fluttuazioni economiche tramite lo spostamento della curva
IS o LM; tali fluttuazioni non sono inevitabili: i responsabili della politica economica possono utilizzare
strumenti di politica fiscale e monetaria per compensare gli shock.
La tempestività di intervento da parte dei responsabili di tali politiche può limitare le oscillazioni su reddito
e occupazione.
Nota: le banche centrali scelgono di utilizzare il tasso d’interesse come parametro della politica monetaria di
breve termine, perché gli shock sulla curva LM sono più frequenti rispetto a quelli sulla curva IS; essendo
questo il tipo prevalente, una strategia che predetermini il livello del tasso d’interesse comporta una
maggiore stabilità.

Dal modello IS-LM alla curva di domanda aggregata


La curva di domanda aggregata descrive la relazione tra il livello dei prezzi e il livello del reddito nazionale.
Per avere una comprensione più accurata delle determinanti della domanda aggregata, ricorriamo al modello
IS-LM:
Per stabilire perché il reddito nazionale cala all’aumentare del livello dei prezzi, in altre parole la curva di
domanda aggregata ha pendenza negativa.
A fronte di una variazione del livello dei prezzi per ogni data offerta di moneta M, u più elevato livello di
prezzi P riduce i saldi monetari reali M/P. Una minore offerta di saldi monetari reali fa spostare verso
sinistra la curva LM, facendo cosi aumentare il livello di equilibrio del reddito;
Per determinare le cause degli spostamenti della domanda aggregata.

In sintesi: una variazione del reddito di equilibrio in un modello IS-LM, derivante da variazioni del livello
dei prezzi, rappresenta movimenti lungo la curva di domanda aggregata; una variazione del reddito nel
modello IS-LM a livello dei prezzi costante rappresenta uno spostamento della curva di domanda aggregata.

Il modello IS-LM nel breve e nel lungo periodo.


Il modello IS-LM è stato sviluppato con l’obiettivo di descrivere l’economia nel breve periodo; possiamo
anche utilizzarlo per descrivere l’equilibrio dell’economia nel lungo periodo, quando il livello dei prezzi si
aggiusta per garantire che l’economia produca al proprio tasso naturale.

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61. La Grande Depressione


La Grande Depressione rappresenta lo straordinario caso si studio per dimostrare come gli economisti
utilizzano il modello IS-LM per analizzare le fluttuazioni economiche

L’ipotesi della spesa: gli shock della curva ISLa diminuzione del reddito registrata nei primi anni 1930 ha
coinciso con una caduta del tasso di interesse. Questo fatto ha spinto alcuni economisti a ipotizzare che la
causa della recessione sia attribuibile a uno shock di contrazione della curva IS (ipotesi della spesa).
Alcuni affermano che sia stato uno spostamento verso sinistra della funzione di consumo a causare la
contrazione della curva IS. Avendo ridotto la ricchezza e aumentata l’incertezza delle prospettive future, il
crollo potrebbe avere indotto i consumatori a risparmiare. Altri attribuiscono la diminuzione della spesa alla
caduta degli investimenti immobiliari.
Una volta iniziata la GD, si sono succeduti alcuni eventi che potrebbero avere ulteriormente ridotto la spesa:
Molte banche sono fallite
La politica fiscale degli anni ’30 ha provocato una contrazione della curva iS (i politici erano più
preoccupati del pareggio di bilancio che di mantenere la produzione e l’occupazione al loro livello
naturale).

L’ipotesi monetaria: Uno shock della curva LM.


Usando il modello IS-LM possiamo interpretare l’ipotesi monetaria della causa della Grande Depressione
come una contrazione della curva LM. L’ipotesi monetaria incappa però in due problemi:
Il primo legato al comportamento dei saldi monetari reali: la politica monetaria può indurre una contrazione
della curva LM solo se i saldi monetari reali diminuiscono; ma tra il ’29 e il ’31, i saldi monetari reali sono
leggermente aumentati, dal momento che alla contrazione dell’offerta di moneta si è accompagnata una
diminuzione ancora più pronunciata del livello dei prezzi. La contrazione monetaria potrebbe essere la causa
dell’aumento della disoccupazione, ma non può spiegare la recessione iniziale.
Il secondo legato al comportamento del tasso di interesse: se una contrazione della curva LM avesse
innescato la Depressione si dovrebbero rilevare tassi di interesse in crescita. Viceversa, dal ’29 al ’33, il
tasso di interesse nominale è diminuito continuamente.
Tali ragioni appaiono sufficienti a rifiutare l’ipotesi che la Grande Depressione sia stata innescata da uno
spostamento della curva LM.

Gli effetti della caduta dei prezzi. La deflazione potrebbe avere trasformato una tipica recessione ciclica in
un periodo prolungato di alta disoccupazione e basso reddito. Poiché la diminuzione dell’offerta di moneta è
la causa della caduta del livello dei prezzi, potrebbe, indirettamente, essere la causa della Grande
Depressione. Per valutare quest’argomentazione, dobbiamo stabilire come un cambiamento del livello dei
prezzi influenza il reddito nel modello IS-LM.

Gli effetti stabilizzanti della deflazione. Nel modello IS-LM una caduta del livello dei prezzi fa aumentare il
reddito. Per ogni data offerta di moneta M, un livello dei prezzi inferiore implica saldi monetai reali M/P più
elevati che, a loro volta, producono un’espansione della curva LM e di conseguenza un aumento del reddito
di equilibrio.
Un altro canale attraverso cui la diminuzione dei prezzi fa aumentare il reddito è il cosiddetto effetto Pigout.

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Se i prezzi diminuiscono e i saldi reali aumentano, il consumatore dovrebbe sentirsi più ricco e spendere di
più. Questo aumento della spesa per consumi causa uno spostamento espansivo della curva IS, generando un
più elevato livello del reddito.
Queste ragioni spinsero alcuni economisti a ritenere che la discesa dei prezzi avrebbe contribuito a
stabilizzare l’economia.

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62. Gli effetti destabilizzanti della deflazione


Due teorie per spiegare come la caduta dei prezzi possa deprimere il reddito:
Teoria debito-delazione e descrive gli effetti di una imprevista diminuzione del livello dei prezzi. Una
variazione inattesa del livello dei prezzi ridistribuisce la ricchezza tra debitori e creditori. Una diminuzione
del livello dei prezzi fa aumentare l’importo reale del debito, cioè il potere di acquisto che il debitore deve
restituire al creditore. Un’inflazione inattesa arricchisce i creditori e impoverisce i debitori. Questi ultimi
tendono a spendere di più; se i due gruppi hanno uguale propensione marginale al consumo, l’effetto sulla
spesa, a livello aggregato, è nullo. Per capire come una variazione attesa del livello dei prezzi possa
influenzare il reddito, dobbiamo introdurre una nuova variabile nel modello IS-LM. Sappiamo che gli
investimenti dipendono dal tasso di interesse reale, mentre la domanda di moneta dipende dal tasso
d’interesse nominale. Detto i il tasso d’interesse nominale e e il tasso d’inflazione atteso, il tasso d’interesse
reale ex-ante è (i - e). possiamo, cosi, riscrivere il modello IS-LM come
Y = C(Y – T) + I(i - e) + G IS
M/P = L(i, Y) ML
L’inflazione attesa entra come variabile nella curva IS e, di conseguenza, variazioni dell’inflazione attesa
provocano spostamenti della curva IS.
Utilizziamo questo modello IS-LM esteso per esaminare come una variazione dell’inflazione attesa influenzi
il livello di reddito.
Supponiamo che in futuro il livello dei prezzi sia destinato a diminuire, di modo che e sia negativo. Ora il
tasso di interesse reale è più elevato di quello nominale e il suo aumento deprime a spesa programmata per
investimenti,facendo spostare la curva IS da IS1 a IS2. Cosi una deflazione attesa genera una riduzione del
reddito nazionale da Y1 a Y2. Il tasso d’interesse nominale diminuisce da i1 a i, mentre quello reale sale da
r1 a r2. La caduta degli investimenti deprime la spesa programmata che, a sua volta, deprime il reddito. La
diminuzione del reddito diminuisce la domanda di moneta, quindi il tasso d’interesse nominale deve
diminuire per equilibrare il mercato monetario. Il tasso d’interesse nominale diminuisce di un ammontare
inferiore a quello dell’inflazione attesa, cosi il tasso d’interesse reale aumenta.
Se la caduta dei prezzi è destabilizzante, una contrazione dell’offerta di moneta può provocare una
diminuzione del reddito, anche senza una diminuzione dei saldi monetari reali o un aumento del tasso
d’interesse nominale.

Trappola della liquidità: secondo il modello IS-LM una politica monetaria espansiva ha effetto attraverso la
riduzione del tasso di interesse e il conseguente stimolo all’investimento. Ma se i tassi di interesse sono già
diminuiti fin quasi allo zero, forse la politica monetaria non può più sortire alcun effetto.

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63. Il Modello di Mundell-Fleming


Il modello di Mundell-Fleming è una versione di economia aperta del modello IS-LM. Entrambi i modelli
ipotizzano che il livello dei prezzi sia fisso e hanno l ‘obiettivo di spiegare le cause delle fluttuazioni di
breve periodo del reddito aggregato (ovvero gli spostamenti della curva della domanda aggregata).
La differenza fondamentale è che il modello IS-LM ipotizza che l’economia sia chiusa, mentre quello di
Mundell-Fleming ipotizza che sia aperta.

Ipotesi base: piccola economia aperta con perfetta mobilità dei capitali
Questa ipotesi significa che il tasso d’interesse di questa economia, r, è determinato dal tasso d’interesse
mondiale r*, (r = r*).
Il tasso d’interesse mondiale è considerato esogenamente determinato perché l’economia è abbastanza
piccola rispetto all’economia mondiale, da poter prendere e offrire a prestito qualunque cifra sui mercati
finanziari mondiali senza con questo condizionare il livello del tasso d’interesse mondiale.
Una delle virtù di queste ipotesi è che semplifica l’analisi: nel momento in cui il tasso d’interesse è
esogenamente determinato possiamo concentrare la nostra attenzione sul ruolo del tasso di cambio.
Una delle lezioni fondamentali che si traggono dal modello Mundell-Flaming è che il comportamento di una
economia dipende dal regime di cambio che adotta.
Una piccola economia aperta: in regime di cambi fissi e flessibili.
Prima di analizzare gli effetti di differenti provvedimenti di politica economica su un economia aperta,
dobbiamo specificare il regime monetario internazionale per il quale il paese ha optato:
regime di tassi a cambio flessibili: al tasso di cambio è permesso di fluttuare liberamente in corrispondenza
di variazioni delle condizioni economiche;
regime di tassi a cambio fissi: le banche centrali sono disposte ad acquistare o a vendere in qualunque
misura la propria valuta nazionale in cambio di valuta estera a un tasso predefinito; il tasso di cambio fisso
vincola l’intera politica monetaria del paese al mantenimento del tasso di cambio preannunciato.
Il sistema di tassi di cambio fissi determina il tasso di cambio nominale: se esso fissi il tasso di cambio reale
dipende dall’orizzonte temporale che si prende in considerazione. Se i prezzi sono flessibili (come nel lungo
periodo) il tasso di cambio reale può variare, anche se quello nominale rimane fisso.
NB: negli anni 1950-1960 la maggior parte delle economie mondiali, operavano nel cosiddetto sistema di
Bretton Woods: un sistema monetario internazionale nell’ambito del quale i governi avevano concordato di
mantenere fissi i reciproci tassi di cambio. (sistema abbandonato nei primi anni del ‘70° favore della libera
fluttuazione dei cambi).

Gli arbitraggisti acquistano valuta straniera sul mercato dei cambi e la vendono alla BC, ricavandone un
profitto. Questo processo fa aumentare automaticamente l’offerta di moneta, spostando verso dx la curva
LM* e facendo deprezzare il cambio fino al livello fissato. Gli arbitraggisti acquistano moneta nazionale nel
mercato die cambi e li utilizzano per acquistare valuta straniera della BC. Questo processo riduce
automaticamente l’offerta di moneta, facendo spostare verso sx la curva LM* e facendo apprezzare il tasso
di cambio.

Politica fiscale (1)


A differenza dell’economia chiusa (modello IS-LM), dove una espansione fiscale fa aumentare il reddito,

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nella piccola economia aperta il reddito rimane invariato al livello r* (aumento di valore dei beni interni).
Se il governo aumenta la spesa pubblica o taglia le imposte, l’apprezzamento del tasso di cambio e la
conseguente caduta delle esportazioni nette devono avere una ampiezza tale da compensare completamente
l’effetto espansivo di tali provvedimenti sul reddito in condizioni di normalità.
L’aumento dell’offerta di moneta fa spostare verso destra la curva LM* e il reddito aggregato aumenta.

Politica monetaria (2)


Avendo ipotizzato che il livello dei prezzi sia fisso, l’aumento di offerta di moneta comporta un aumento dei
saldi monetari reali, che provoca uno spostamento verso destra della curva LM.
In una piccola economia aperta la politica monetaria influenza il livello del reddito, alterando il tasso di
cambio anziché il tasso d’interesse. I tradizionali interventi di politica monetaria non sortiscono alcun
effetto sul reddito in un regime di tassi di cambio fissi: accentando di mantenere il cambio a un livello
predeterminato, la banca centrale rinuncia al controllo sull’offerta di moneta. Tuttavia si può condurre un
tipo diverso di politica monetaria: si può decidere di variare il livello a cui è fissato il tasso di cambio
(riduzione del valore della moneta nazionale rispetto a quella estera ->svalutazione;un aumento -
>rivalutazione)

Politiche commerciali (3)


L’esportazioni nette sono uguali alla differenza tra le esportazioni e le importazioni, per cui una riduzione
delle importazioni corrisponde a un aumento delle esportazioni nette. Questo significa che un
provvedimento di questo genere fa spostare verso destra la curva delle esportazioni nette; tale spostamento
fa aumentare la spesa programmata e quindi fa spostare verso destra la curva IS*. Poiché la curva LM* è
verticale, le restrizioni agli scambi internazionali non hanno alcun effetto sul reddito,ma fanno apprezzare il
tasso di cambio. Un provvedimento per ridurre le importazione (contingentamento o dazio doganale)
induce uno spostamento verso sinistra della curva delle esportazioni nette, e quindi un analogo spostamento
della curva IS*. Lo spostamento della curva IS* crea una pressione a rialzo sul tasso di cambio; per
mantenerlo fisso l’offerta di moneta deve aumentare facendo spostare verso sinistra la curva LM*.
Le restrizione al commercio con tassi di cambio fissi inducono un’espansione monetaria, invece di un
apprezzamento del cambio. L’espansione monetaria a sua volta fa aumentare il reddito aggregato.
Ricordando che NX = S – I, se il reddito aumenta, aumenta anche il risparmio e questo implica che
aumentino anche le esportazioni nette

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64. La politica economica nel modello di Mundell-Fleming: sintesi


Questo modello dimostra che, in una piccola economia aperta con perfetta mobilità di capitali, gli effetti di
qualunque intervento di politica economica dipendono dal regime di tassi di cambio adottati. Più
precisamente il modello dimostra che la capacità della politica monetaria e della politica fiscale di
influenzare il reddito aggregato dipende dal regime di tassi di cambio:
con tassi di cambio flessibili, solo la politica monetaria riesce a modificare il livello di reddito; l’abituale
effetto espansivo della politica fiscale viene completamente compensato da un aumento del valore della
moneta.
Con tassi di cambio fissi, solo la politica fiscale riesce ad agire sul livello di reddito; la normale efficacia
della politica monetaria viene meno perché l’offerta di moneta è completamente dedicata al mantenimento
del tasso di cambio al livello prefissato.

I differenziali di tasso di interesse


Rischio paese e aspettative sul cambio
Abbiamo ipotizzato che il tasso di interesse della piccola economia aperta sia determinato dal tasso di
interesse mondiale (abbiamo applicato la legge del prezzo unico).
Ci sono 2 ragioni per cui questa ipotesi potrebbe non descrivere adeguatamente la realtà:
Il rischio paese (in alcuni paese economicamente meno sviluppati, è plausibile l’ipotesi che una rivoluzione
o disordini politici possano portare al consolidamento o alla cancellazione dl debito; in questi paese per
indebitarsi si è spesso costretti a corrispondere un tasso d’interesse superiore, che compensi l’investitore di
questo rischio aggiuntivo)
Variazione attesa del tasso di cambio (le aspettative sul tasso di cambio tendono almeno parzialmente ad
auto realizzarsi: l’aspettativa che una valuta perda di valore nel futuro, le fa perdere immediatamente valore)

I differenziali nel modello di Mundell-Fleming


Per includere i differenziali di tasso d’interesse nel modello, dobbiamo ipotizzare che il tasso di interesse
della nostra piccola economia aperta sia determinato dal tasso d’interesse mondiale e da un premio per il
rischio :
r = r* +
Il premio per il rischio è determinato dalla percentuale di rischio politico legato agli impieghi nel paese e
dalle variazioni attese del tasso di cambio reale. Possiamo considerare il premio per il rischio come
esogenamente determinato in modo da dedicarci all’analisi di come variazione del premio per il rischio
influenzino l’economia. Il modello è:
Y = C ( Y – T ) + I ( r*+ ) + G + NX ( e ) IS*
M/P = L ( r*+ , Y ). LM*
Per ogni data politica fiscale, politica monetaria, livello dei prezzi e premio per il rischio, queste due
equazioni determinano il livello del reddito e il tasso di cambio che soddisfano le condizioni di equilibrio in
un mercato dei bene e nel mercato della moneta (se il premio per il rischio è costante gli effetti della politica
fiscale, monetaria e commerciale sono gli stesi che abbiamo già analizzato)

Una sorprendente, ma forse inesatta previsione, che deriva da questa analisi è che l’aumento del rischio
paese generi un aumento del reddito di quel paese (ciò accade a causa dello spostamento verso destra della

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curva LM).
Ci sono tre ragioni per cui nella realtà tale espansioni non si verifica:
La BC reagisce contraendo l’offerta di moneta per evitare un deprezzamento del mercato della valuta
nazionale
Il deprezzamento della valuta nazionale può fare aumentare inaspettatamente il prezzo dei beni importati,
provocando un aumento del livello dei prezzi p;
Nel momento in cui aumenta il rischi o paese, i residenti possono reagire aumentando la domanda di moneta
(per ogni dato livello di reddito e di tasso d’interesse) perché la moneta è spesso l’attività disponibile più
sicura
Questi tre cambiamenti tenderebbero a far spostare verso sinistra la curva LM* mitigando la caduta del tasso
di cambio e tendendo a deprimere il reddito. Dunque un aumento del rischio paese non è un evento
desiderabile.

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65. Tassi di cambio fissi e flessibili


Tassi di cambio fisso
L’impegno a mantenere un tasso di cambio fisso è un modo per sottoporre a una ferrea disciplina le autorità
monetarie di un paese, e per prevenire eccessi nell’offerta di moneta. Maggiore volatilità del reddito e
dell’occupazione

Tassi di cambio flessibile


La politica monetaria è utilizzata anche per scopi diversi dalla determinazione e dal mantenimento di un
tasso di cambio (come nel regime a tasso fisso). Altri scopi: stabilizzazione dell’occupazione o dei prezzi.
L’incertezza del valore del cambio ostacola il commercio internazionale (volatilità)

Infine l’alternativa tra tassi di cambio fissi e flessibili non è così netta:
- in regime di tassi di cambio fissi un paese può modificare il valore della propria moneta nel caso in cui il
mantenimento del rapporto di cambio prefissato fosse gravemente pregiudizievole per il raggiungimento di
altri obiettivi
- In regime di tassi di cambio flessibile i paesi spesso individuano obiettivi formali o informali per il tasso di
cambio come vincolo all’espansione o alla concentrazione dell’offerta di moneta.
Nella realtà difficilmente osserviamo regimi di tassi di cambio completamente fissi o completamente
flessibili e, in ogni caso, la stabilità del cambio è sempre uno degli obiettivi prioritari della BC.

Attacchi speculativi, “currency board” e dollarizzazione


Attacco speculativo: cambiamento delle prospettive degli investitori che rende insostenibile il tasso di
cambio prefissato
Currency board: meccanismo attraverso il quale la BC è costretta a detenere valuta straniera a sufficienza
per coprire le emissioni della propria moneta (come quello adottato in Argentina nel ’90)
Dollarizzazione: fenomeno che accade naturalmente nei paesi a elevata inflazione, in cui la valuta straniera
sostituisce di fatto la moneta locale, essendo un deposito di valore più affidabile; ma anche una scelta
politica (es Panama). Se un paese desidera che il cambio della propria moneta sia irrevocabilmente fissato al
dollaro, il metodo migliore è adottare il dollaro come moneta nazionale. L’unica perdita derivante dalla
dollarizzazione, se bene modesta, è il signoraggio, che sarebbe goduto dal governo degli U.S.A.

La politica monetaria e la politica fiscale influenzano il reddito e il tasso di cambio e che il comportamento
dell’economia dipende dal fatto che il tasso di cambio sia fisso o flessibile.
Una grande economia aperta combina il comportamento di una economia chiusa a quello di un’economia
aperta.. per vedere come si possono combinare, consideriamo in che modo una contrazione monetaria
influenza un’economia nel breve periodo: in un’economia chiusa fa aumentare il tasso di interesse,
abbassandola spesa per investimenti e di conseguenza il reddito aggregato; in una piccola economia aperta,
con tassi di cambio fluttuanti, fa aumentare i tassi di cambio abbassando le esportazioni nette e di
conseguenza il reddito aggregato, con il tasso di interesse che resta inalterato essendo determinato dai
mercati finanziari mondiali.

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66. I tre modelli di offerta aggregata


Presenteremo ora i tre modelli più noti della curva di offerta aggregata di breve periodo.
In tutti questi modelli alcune imperfezioni del mercato (cioè qualche genere di attrito) provocano una
deviazione della produzione di un economia da riferimento individuato dalla teoria classica.
Di conseguenza la curva di offerta aggregata di breve periodo ha pendenza positiva, invece di essere
verticale, e spostamenti della curva di domanda aggregata provocano temporanei scostamenti del reddito dal
suo livello naturale. Questi scostamenti temporanei rappresentano le fasi di espansione o di recessione del
ciclo economico.
Ciascuno dei tre modelli segue un percorso teorico differente ma in tutti i casi il risultato è il medesimo: una
curva offerta aggregata di breve periodo descritta dalla seguente equazione:
Y = Y + ( P - Pe ) > 0;
Y = produzione;
Y = livello naturale della produzione;
P = livello dei prezzi;
Pe = livello atteso dei prezzi.

Secondo questa equazione la produzione si discosta dal suo livello naturale quando il livello dei prezzi si
discosta dal livello atteso dei prezzi.
Il parametro indica la sensibilità del prodotto aggregato alle variazioni inattese del livello dei prezzi; 1/ è
la pendenza della curva di offerta aggregata.

Il modello dei salari vischiosi


Per spiegare la ragione per cui la curva di offerta aggregata di breve periodo ha pendenza positiva, molti
economisti enfatizzano il ruolo della lentezza nell’aggiustamento dei salari reali.
In molti settori i salari nominali sono determinati da contratti a lungo termine; per questa ragione i salari non
si possono adeguare rapidamente al mutare della congiuntura economica.
Il modello dei salari vischiosi illustra le implicazioni della rigidità dei salari nominali sull’offerta aggregata;
in estrema sintesi il modello prende in considerazione il rapporto tra aumenti del livello dei prezzi e quantità
della produzione:
Se i salari nominali sono rigidi, un aumento del livello dei prezzi abbatte il salario reale rendendo il lavoro
meno costoso;
Salari reali più bassi inducono le imprese a utilizzare più lavoro;
Il lavoro addizionale impiegato fa aumentare la produzione.
Questa relazione diretta tra il livello dei prezzi e la quantità di produzione implica che la curva di offerta
aggregata ha pendenza positiva per tutto il tempo in cui i salari non possono adeguarsi.
I lavoratori e le imprese definiscono un salario nominale W sulla base di un salario reale obiettivo ( che
potrebbe essere quello per cui la domanda e offerta di lavoro sono in equilibrio) e delle rispettive aspettative
sul livello dei prezzi Pe. Il salario nominale che definiscono:
W = × Pe
salario nominale salario reale obiettivo livello atteso dei prezzi

Una volta determinato il salario nominale, diventando noto il livello dei prezzi P, si determina

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automaticamente il salario reale per i lavoratori occupati che risulta pari a:
W/P = × ( Pe/P )
salario reale salario reale obiettivo livello atteso dei prezzi/ livello
effettivo dei prezzi

Questa equazioni dimostra che il salario reale differisce dal salario reale obiettivo se il livello atteso dei
prezzi differisce dal livello effettivo dei prezzi.
L’ipotesi finale del modello dei salari vischiosi è che l’occupazione sia determinata dalla quantità di lavoro
domandata dalle imprese: in altre parole, la contrattazione tra lavoratori e imprese non determina in anticipo
il livello di occupazione; i lavoratori invece si dichiarano disposti a fornire tutto il lavoro domandato per il
livello di salario predeterminato.
Descriviamo le decisioni di assunzione delle imprese con la funzione di domanda di lavoro.
L = Ld ( W/P ) secondo la quale quanto minore è il salario reale tanto maggiore è la quantità di lavoro
utilizzata dalla imprese.

La produzione è determinata dalla funzione di produzione: Y = F (L) secondo la quale:


all’aumentare della quantità di lavoro utilizzata aumenta la quantità di produzione.
Dato che i salari nominali sono vischiosi, una variazione inattesa del livello dei prezzi allontana il salario
reale dal salario reale obiettivo, questa influenza la quantità di lavoro domandata e il livello della
produzione.
La curva di offerta aggregata può essere scritta come: Y = Y + ( P - Pe )
La produzione si discosta dal suo livello naturale, se il livello dei prezzi si discosta dal livello atteso dei
prezzi.

Il modello dell’informazione imperfetta


La seconda spiegazione della pendenza positiva della curva di offerta aggregata di breve periodo è detta
modello dell’informazione imperfetta. Diversamente dal modello dei salari vischiosi questo modello
ipotizza che i prezzi siano liberi di aggiustarsi per bilanciare domanda e offerta.
In questo modello le curve di offerta aggregata di lungo e di breve periodo differiscono a causa di
temporanee percezioni errate dei prezzi.
Il modello dell’informazione imperfetta ipotizza che ogni produttore produca un solo bene o servizio e che
ogni consumatore consumi molti beni.
Dato che il numero dei beni è molto grande i produttori non possono osservare tutti i prezzi
simultaneamente; essi controllano molto attentamente i prezzi di ciò che producono e molto meno
attentamente i prezzi di tutti i beni che consumano.
A causa di questa imperfetta informazione a volte confondono le variazioni del livello generale dei prezzi
con variazioni dei prezzi relativi e questa confusione influenza le decisioni sulla quantità di beni e servizi da
offrire, generando una relazione di breve periodo tra livello dei prezzi e produzione.
Il modello dell’informazione imperfetta afferma che, quando i prezzi effettivi eccedono i prezzi attesi, i
produttori aumentano la loro produzione. il modello implica che la curva di offerta aggregata abbia la forma
seguente: Y = Y + ( P - Pe )
Il prodotto si discosta dal suo livello naturale quando i prezzi si discostano dal loro livello atteso.

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67. Modello dei prezzi vischiosi


Questo modello enfatizza il fatto che le imprese non adeguano istantaneamente i prezzi dei prodotti a fronte
di variazioni della domanda: a volte i prezzi sono definiti da contratti di lungo periodo tra fornitore e cliente.
Anche in assenza di accordi formali le imprese possono decidere di mantenere inalterati i prezzi per non
infastidire i clienti abituali con cambiamenti frequenti.
Se vogliamo analizzare il processo di determinazione del prezzo da parte di un impresa dobbiamo
implicitamente accettare l’ipotesi che ciascuna impresa abbia almeno un minimo di controllo monopolistico
sul proprio prodotto e possa definirne il prezzo.
Il prezzo desiderato dall’impresa p dipende da due variabili macroeconomiche:
Livello generale dei prezzi P. Un livello generale dei prezzi più elevato implica che i costi dell’impresa sono
più elevati e dunque che un impresa desidera praticare un prezzo più elevato ai beni che produce;
Livello del reddito aggregato Y. Un più elevato livello del reddito fa aumentare la domanda dei prodotti
dell’impresa. Poiché il costo marginale aumenta per elevati volumi di produzione, quanto maggiore è la
domanda tanto più elevato è il prezzo desiderato dall’impresa.
Possiamo scrivere il prezzo desiderato dall’impresa come:
p=P+a(Y-Y)
secondo tale equazione il prezzo desiderato p dipende dal livello generale dei prezzi P e dal livello del
prodotto aggregato in relazione a quello naturale Y – Y. Il parametro a (>0) misura quanto il prezzo
desiderato dall’impresa è sensibile al livello del prodotto aggregato.
Ipotizziamo che ci siano due tipi di impresa: alcune hanno prezzi flessibili e sono sempre in grado di
aggiustarli in modo che rispettino questa equazione; altre hanno prezzi vischiosi e li annunciano in anticipo
sulla base di condizioni economiche attese. Le imprese con prezzi vischiosi determinano i prezzi sulla base
della seguente equazione: p = Pe + a ( Ye – Ye )
L’esponente “e”indica che si tratta del valore atteso di una variabile. Per semplicità ipotizziamo che queste
imprese si aspettino che il reddito si collochi a livello naturale, in modo che il secondo termine del membro
destro dell’equazione a ( Ye – Ye ) sia uguale a zero.
Queste imprese definiscono il prezzo come p = Pe .
Ciò significa che le imprese con prezzi vischiosi definiscono il prezzo del bene che producono sulla base del
prezzo che si aspettano verrà praticato dalle altre imprese.
Per ottenere l’equazione di offerta aggregata dobbiamo determinare il livello generale dei prezzi
nell’economia, ovvero la media ponderata dei prezzi praticati dai due gruppi di imprese. Se s è la quota di
imprese che hanno prezzi vischiosi e 1 – s quella delle imprese con prezzi flessibili, il livello generale dei
prezzi è: P = s Pe + ( 1 – s ) [P + a (Y – Y) ]
Sottraendo 1 – s da entrambi i membri dell’equazione si ottiene: sP = s Pe + ( 1 – s ) [ a (Y – Y) ]
Dividendo entrambi i membri per s e risolvendo per P, si ottiene: P = Pe + [ ( 1 – s ) a/s ] ( Y – Y )
I due termini dell’equazione si spiegano come segue:
Se le imprese si aspettano un livello dei prezzi elevato si aspettano anche costi elevati. Le imprese che
fissano i propri prezzi in anticipo, tendono ad aumentarli. Questi prezzi elevati spingono anche le altre
imprese ad aggiustare i propri prezzi verso l’alto. Dunque, un elevato livello atteso dei prezzi Pe porta a un
elevato livello dei prezzi P.
Se la produzione è elevata, la domanda di beni è elevata. Le imprese che hanno prezzi flessibili li adeguano
verso l’alto, innalzando il livello generale dei prezzi. L’effetto della produzione sul livello dei prezzi

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dipende dalla proporzione di imprese con prezzi flessibili e imprese con prezzi vischiosi
Dunque il livello generale dei prezzi dipende dal livello atteso dei prezzi e dal livello della produzione.
Possiamo scrivere l’equazione aggregata dei prezzi a una forma che ci è nota:
Y = Y + ( P - Pe ) dove: = s / [ ( 1 – s ) a ]
Come gli altri modelli analizzati, quello dei prezzi vischiosi giunge alla conclusione che lo scostamento del
prodotto aggregato dal suo livello naturale è in relazione diretta con lo scostamento dei prezzi dal livello
atteso.
Il modello dei prezzi vischiosi concentra la propria attenzione sul mercato dei beni ma offre anche un inedita
visione di ciò che accade nel mercato del lavoro.
Nel modello dei salari vischiosi le imprese non si muovono lungo una curva di domanda di lavoro fissa e ad
una variazione della produzione si registra uno spostamento della curva di domanda di lavoro.

Sintesi e implicazioni
Questi tre modelli non sono necessariamente incompatibili tra loro. Nella realtà sussistono tutte
imperfezioni evidenziate da questi tre modelli, e tutte contribuiscono alla formazione della curva di offerta
aggregata di breve periodo.
I tre modelli partono da presupposti differenti ma hanno implicazioni analoghe per quanto riguarda il
comportamento della curva di offerta aggregata di breve periodo: una conclusione può essere sintetizzata
dall’equazione
Y = Y + ( P – Pe )
Secondo tale equazione il prodotto si discosta dal suo livello naturale a fronte di scostamenti dei prezzi dal
loro livello atteso.
Se il livello effettivo dei prezzi è più elevato di quello atteso, la produzione è superiore al suo livello
naturale;
Se il livello effettivo dei prezzi è inferiore a quello atteso, la produzione è inferiore al suo livello naturale.

Questa analisi evidenzia un principio importante, valido per ciascuno dei tre modelli di offerta aggregata: la
neutralità monetaria di lungo periodo e la non neutralità monetaria d breve periodo sono perfettamente
compatibili. La non neutralità di breve periodo è qui rappresentata dallo spostamento dell’equilibrio dal
punto A al punto B; la neutralità monetaria di lungo periodo è rappresentata dal movimento da A a C. Gli
effetti di lungo e di breve periodo si possono conciliare tramite l’aggiustamento delle aspettative sul livello
dei prezzi.

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68. Inflazione, disoccupazione e la curva di Phillip


Due obiettivi dei responsabili della politica economica sono: contenimento dell’inflazione e basso livello di
occupazione, i quali sono in conflitto tra di loro.
Quando i responsabili della politica economica fanno muovere l’economia lungo la curva di offerta
aggregata di breve periodo, riducono la disoccupazione a costo di un aumento dell’inflazione:
(incremento del prodotto -> aumento del costo del lavoro -> aumento del livello dei prezzi = inflazione).
Analogamente, una contrazione della domanda aggregata fa spostare l’economia verso un nuovo equilibrio
in cui il livello dei prezzi diminuisce ma la disoccupazione aumenta.
Questa relazione inversa tra inflazione e disoccupazione, detta curva di Phillips, è un riflesso della curva di
offerta aggregata di breve periodo: se un provvedimento di politica economica fa muovere l’economia lungo
la curva di offerta aggregata di breve periodo, inflazione e disoccupazione si muovono in direzioni opposte

Derivare la curva di Phillip dalla curva di offerta aggregata


La curva di Phillips, afferma che l’inflazione dipende da 3 elementi:
Inflazione attesa
Spostamento della disoccupazione dal suo livello naturale (disoccupazione ciclica)
Shock di offerta.
Questi 3 elementi sono espressi dalla seguente equazione:
= e – (u – un) +
Inflazione = Inflazione attesa – Disoccupazione ciclica + shock di offerta

Dove è un parametro che misura la sensibilità dell’inflazione alla disoccupazione ciclica. Tale equazione
sintetizza la relazione che intercorre tra inflazione e disoccupazione.
Per ricavare la curva di Phillips partiamo dall’equazione che rappresenta la curva di offerta aggregata di
breve periodo:
P= Pe + ( Y – Y).
Aggiungiamo al membro destro dell’equazione uno shock di offerta
P= Pe + ( Y – Y) +
Per passare dal livello dei prezzi al tasso di inflazione, sottrarre il livello dei prezzi del periodo precedente P-
1 in entrambi i membri, ottenendo:
(P – P-1)= (Pe - P-1)+ (1/)( Y – Y) +
La differenza (P – P-1) rappresenta lo spostamento tra il livello dei prezzi attuale e quello precedente, cioè
l’inflazione ().
La differenza (Pe - P-1) rappresenta il divario tra il livello dei prezzi atteso e livello dei prezzi del periodo
precedente, pari all’inflazione attesa (e).
Sostituendo otteniamo:
= e+ (1/)( Y – Y) +
Per passare dalla produzione alla disoccupazione, rammentiamo che la legge di Okun offre una relazione tra
le 2 variabili. Una versione della legge di Okun afferma che lo scostamento del prodotto aggregato dal suo
livello naturale è in relazione inversa allo scostamento della disoccupazione dal suo livello naturale:
produzione > suo livello naturale -> disoccupazione < di suo livello naturale
Possiamo scrivere questa relazione come:

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(1/)( Y – Y) = – (u – un)
Utilizzando la relazione della legge di Okun otteniamo:
= e – (u – un) +
La curva di Phillips e la curva di offerta aggregata di breve periodo, rappresentano essenzialmente il
medesimo concetto macroeconomico.
Secondo l’equazione dell’offerta aggregata di breve periodo la produzione è correlata alle variazioni inattese
del livello dei prezzi; secondo l’equazione della curva di Phillips la disoccupazione è correlata a variabili
inattese del tasso di inflazione.
Utilizziamo:
Curva di offerta aggregata si usa per indagare su produzione e livello dei prezzi
Curva Phillips per analizzare disoccupazione e inflazione.

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69. Aspettative, adattative e inerzia dell’inflazione


Per stabilire cosa determini le aspettative di inflazione formuliamo un’ipotesi detta delle aspettative
adattative, in base alla quale gli individui formano le proprie aspettative di inflazione sulla base dei dati
osservati nei periodi più recenti.
L’inflazione attesa e è uguale all’inflazione dell’anno scorso -1: -> e = -1
In questo caso possiamo scrivere la curva di Phillips come:
= -1 – (u – un) +
in modo da stabilire che l’inflazione dipende dall’inflazione del periodo precedente, dalla disoccupazione
ciclica e da uno shock di offerta. Quando la curva di Phillips è scritta in questa forma il tasso naturale di
disoccupazione viene a volte detto NAIRU (tasso di disoccupazione con inflazione stabile).
Se la disoccupazione è al suo livello naturale e non ci sono shock d offerta, il livello dei prezzi continua ad
aumentare a tasso costante.
Nel modello di domanda e offerta aggregata l’inerzia dell’inflazione è interpretata come uno spostamento
permanente verso l’alto della curva di domanda aggregata e di offerta aggregata.
Dato che la posizione della curva di offerta aggregata di breve periodo dipende dal livello atteso dei prezzi,
questa si sposterà continuamente verso l’alto finchè qualche evento cambi l’inflazione e di conseguenza le
aspettative di inflazione.
Anche la curva di domanda aggregata si sposta verso l’alto per confermare le aspettative di inflazione: nella
maggior parte dei casi il continuo spostamento verso l’alto della curva di domanda aggregata è dovuto alla
persistente crescita dell’offerta di moneta.

Due cause del crescere e del diminuire dell’inflazione


Il secondo e il terzo termine dell’equazione della curva di Phillips illustrano le due forze che possono
modificare il tasso d’inflazione:
– (u – un) stabilisce che la disoccupazione ciclica esercita una pressione sul tasso d’inflazione: verso l’alto
nel caso in cui la disoccupazione effettiva sia inferiore al tasso naturale di disoccupazione; verso il basso nel
caso contrario. Questo fenomeno è detto inflazione spinta dalla domanda;
mostra che l’inflazione può crescere o diminuire anche a causa di shock di offerta. Uno shock di offerta
negativo implica un valore positivo di e quindi un aumento dell’inflazione. Questo fenomeno è detto
inflazione trainata dai costi, perché tipicamente gli shock di offerta sono eventi che contribuiscono a rendere
più elevati i costi di produzione.
Uno shock di offerta positivo rende negativo e spinge l’inflazione verso il basso.

La relazione inversa tra inflazione e disoccupazione nel breve periodo.


In qualunque istante l’inflazione attesa e gli shock di offerta non sono controllabili dall’autorità di politica
economica, che può agire solo sulla domanda aggregata per influenzare prodotto, occupazione e inflazione.
La politica economica può espandere la domanda aggregata per abbassare la disoccupazione, a costo di un
tasso di inflazione più elevato oppure può ridurre il tasso d’inflazione generando maggiore disoccupazione.

Poiché gli individui aggiustano nel tempo le proprie aspettative, la relazione inversa tra inflazione e
disoccupazione sussiste solo nel breve periodo. Nel lungo periodo la disoccupazione tende a stabilizzarsi al
suo tasso naturale e non c’è alcuna relazione tra inflazione e disoccupazione.

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70. Inflazione e tasso di sacrificio


La curva di Phillips mostra che, in assenza di uno shock di offerta positivo, per abbassare l’inflazione è
necessario un periodo di elevata disoccupazione e produzione ridotta.
Sono molte le ricerche che hanno utilizzato dati empirici per esaminare la curva di Phillips. Spesso il
risultato di queste analisi è stato sintetizzato con il tasso di sacrificio: la percentuale di PIL reale annuale che
si deve sacrificare per ridurre l’inflazione di un solo punto percentuale.
Le stime del tasso di sacrificio variano considerevolmente, ma il valore normalmente stimato è 5 (per ogni
punto percentuale di inflazione in meno è necessario sacrificare 5 punti percentuali di PIL reale per un
anno).
Possiamo esprimere il tasso di sacrificio in termini di disoccupazione. La legge di Okun afferma che una
variazione di un punto percentuale della disoccupazione provoca una variazione di segno inverso di due
punti percentuali del PIL reale ( per ridurre l’inflazione di un punto percentuale bisogna accettare 2,5 punti
percentuali di disoccupazione in più ).
Possiamo ricorrere al tasso di sacrificio per stimare di quanto e per quanto tempo deve aumentare la
disoccupazione per ridurre l’inflazione.

Le aspettative razionali e la possibilità di una disinflazione indolore


E’ fondamentale capire come gli individui formano le proprie aspettative di inflazione. Un approccio
consiste nell’ipotizzare che gli individui abbiano aspettative razionali; significa ipotizzare che gli individui
facciano un uso ottimale di tutte le informazioni disponibili al fine di prevedere il futuro. Poiché la politica
monetaria e la politica fiscale influenzano l’inflazione, l’inflazione attesa deve dipendere anche dalle
politiche fiscali e monetarie in atto. Secondo la teoria delle aspettative razionali, una modifica della politica
monetaria o della politica fiscale fa cambiare le aspettative; per questo ogni valutazione di efficacia di un
provvedimento di politica economica deve tenere conto dell’effetto sulle aspettative.
I sostenitori delle ipotesi delle aspettative razionali affermano che la curva di Phillips di breve periodo non
rappresenta accuratamente le alternativa a disposizione dei responsabili della politica economica. Secondo la
teoria delle aspettative razionali, le tradizionali stime del tasso di sacrificio non sono utili al fine di valutare
l’effetto di politiche alternative.
Nei casi più estremi è possibile immaginare di ridurre il tasso di inflazione senza provocare una recessione.
Una disinflazione indolore potrebbe fondarsi su 2 elementi imprescindibili:
il programma di riduzione dell’inflazione deve essere annunciato prima che i lavoratori e le imprese (che
determinano i prezzi e i salari) abbiano formato le proprie aspettative
lavoratori e imprese devono credere alle dichiarazioni del governo.

L’isteresi e la messa in discussione dell’ipotesi del tasso naturale.


L’analisi del costo dell’inflazione si fonda sull’ipotesi del tasso naturale: “Le fluttuazioni della domanda
aggregata influenzano la produzione e l’occupazione solo nel breve periodo. Nel lungo periodo l’economia
tende ai livelli di produzione e di occupazione descritti dal modello classico”.
Alcuni economisti hanno messo in discussione l’ipotesi del tasso naturale ipotizzando che la domanda
aggregata possa influenzare la produzione e l’occupazione anche nel lungo periodo.
Il termine utilizzato per descrivere la permanenza degli effetti di fenomeni storici sul tasso naturale è
isteresi.

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Alessia Chiovaro Sezione Appunti
Una recessione può avere un effetto permanente se:
cambia la tipologia dei disoccupati (es. passaggio da lavoratori disoccupati a lavoratori scoraggiati o perdita
di alcune capacità lavorative -> disoccupazione frizionale)
modifica del processo di determinazione dei salari (predisposizione a preferire un livello dei salari più
elevato piuttosto che un livello elevato di occupazione -> disoccupazione strutturale ).

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71. Il dibattito sulla politica macroeconomica


Molti economisti propendono per un ruolo attivo della politica economica nella stabilizzazione del ciclo
economico: le recessioni sono periodi di ristrettezza economica, alta disoccupazione e bassi redditi.
Il modello di domanda e offerta aggregata dimostra che gli shock economici possono provocare recessioni;
dimostra anche che la politica monetaria e fiscale possono prevenire questi shock.

Ritardi nell’attuazione ed effetti della politica economica


I responsabili della politica economica devono confrontarsi con il problema dei lunghi tempi di risposta e la
lunghezza del tempo di risposta è difficilmente prevedibile.
Gli economisti distinguono tra due tipi ritardo nella reazione a interventi di stabilizzazione:
Ritardo interno: è il tempo che intercorre tra lo shock economico e l’intervento di reazione. Questo ritardo
insorge perché i responsabili della politica economica devono riconoscere lo shock e individuare i giusti
provvedimenti da mettere in atto.
Ritardo esterno: tempo che intercorre tra l’attuazione del provvedimento e il momento in cui questo ha
effetto sull’economia. Tale ritardo insorge perché i provvedimenti di politica economica non influenzano
immediatamente la spesa, il reddito e l’occupazione.
La politica monetaria ha un ritardo interno meno sensibile della politica fiscale, nel momento che una banca
centrale può decidere e mettere in atto un provvedimento espansivo o restrittivo quasi istantaneamente
(politica fiscale strettamente vincolata dalla lentezza dell’iter legislativo interno).
Tuttavia la politica monetaria ha un consistente ritardo esterno: infatti essa agisce variando l’offerta di
moneta e, attraverso questa, il tasso d’interesse e gli investimenti. Ma molte imprese pianificano gli
investimenti con largo anticipo, quindi l’intervento di politica monetaria non riesce a influenzare l’attività
economica prima di almeno sei mesi dalla sua attuazione.
I prolungati e imprevedibili ritardi associati agli interventi di politica monetaria e fiscale rendono più
difficile l’azione di stabilizzazione dell’economia.
I sostenitori di un ruolo passivo della politica economica affermano che, a causa di questi ritardi, è
impossibile un efficace stabilizzazione dell’economia: anzi, i tentativi di stabilizzazione possono avere
l’effetto contrario (stimolare un’economia già surriscaldata o deprimerla proprio nel momento in cui
accenna a rallentare).
I sostenitori di un ruolo attivo della politica economica ammettono che l’esistenza dei ritardi impone ai
responsabili della politica economica una particolare cautela, ma aspettano che questi ritardi non implicano
necessariamente la necessità di una politica economica completamente passiva, soprattutto di fronte a
rovesci economici di particolare intensità e durata.
Alcuni provvedimenti detti stabilizzatori automatici, sono messi in atto per ridurre i ritardi associati alle
politiche di stabilizzazione. Gli stabilizzatori automatici sono provvedimenti volti a stimolare o contenere
l’economia, quando necessario senza richiedere una variazione deliberata.
Gli stabilizzatori automatici possono essere considerati interventi di politica fiscale privi di ritardo interno.

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72. Le difficoltà delle previsioni economiche


Dato che la politica economica influenza l’economia solo in ritardo, una politica di stabilizzazione efficace
richiede la capacità di prevedere accuratamente la congiuntura economica futura. Sfortunatamente spesso
l’evoluzione delle condizioni economiche è imprevedibile, almeno data la nostra attuale comprensione dei
meccanismi che le governano.
Strumenti di previsioni economica:
indicatori economici: variabili che abitualmente hanno un movimento anticipato rispetto a quello
dell’economia (una caduta marcata di un indicatore segnala la probabilità che si verifichi una recessione).
Modelli econometrici (elaborati da agenzie governative, da banche centrali o da società specializzate
nell’analisi e nella previsione economica): questi modelli su vasta scala sono composti da svariate equazioni,
ciascuna delle quali rappresenta un segmento particolare dell’economia. Essi permettono di realizzare
previsioni sui tassi di inflazione e disoccupazione e su altre variabili endogene, dopo aver formulato ipotesi
sull’andamento delle variabili esogene (come la politica monetaria, la politica fiscale e il prezzo del
petrolio).
Ignoranza, aspettative e la critica di LUCAS. Le aspettative hanno un ruolo fondamentale nell’economia,
poiché influenzano ogni genere di comportamento economico. Esse dipendono da molti elementi, inclusa la
linea di condotta del governo. Cosi quando i responsabili della politica economica stimano gli effetti di un
nuovo provvedimento, devono valutare anche l’influenza che avrà sulle sue aspettative.
Lucas ha affermato che i metodi tradizionali di valutazione della politica economica (come quelli che si
fondano su normali modelli econometrici) non tengono in adeguata considerazione gli effetti della politica
economica sulle aspettative (critica di lucas).
Dato che le stime del tasso di sacrificio (che misura il costo associato alla riduzione dell’inflazione)sono
spesso elevate, alcuni economisti affermano che i responsabili della politica economica dovrebbero imparare
a convivere con l’inflazione, anziché incorrere nell’elevato costo di ridurla.
Secondo i sostenitori dell’approccio delle aspettative razionali, invece, queste stime del tasso di sacrificio
non sono affidabili, in quanto soggette alla critica di Lucas. Le stime tradizionali del tasso di sacrificio si
basano su aspettative adattive, cioè sull’ipotesi che l’inflazione attesa dipenda esclusivamente
dall’inflazione passata (ipotesi verosimile solo in alcune circostanze).

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73. La politica economica dovrebbe essere discrezionale o


regolamentata?
La politica economica è vincolata da regole, se si stabilisce anticipatamente in che modo reagirà a diverse
situazioni, e i suoi responsabili sono vincolati a questa linea di condotta.
La politica economica è discrezionale se governo e BC sono liberi di reagire agli eventi come ritengono più
opportuno, scegliendo di volta in volta la linea di condotta più appropriata
La discussione su discrezionalità o regole è distinta da quella tra ruolo attivo e passivo: una politica
regolamentata può essere sia attiva che passiva.

La sfiducia nei politici e nel processo politico. L’opportunismo, in politica economica, si rivela quando gli
obiettivi dei governanti sono in contraddizione con il benessere della collettività. La manipolazione
dell’economia ai fini elettorali è detta ciclo economico politico. La sfiducia nel processo politico ha spinto
alcuni economisti a reclamare la sottrazione dell’economia dalla sfera di influenza della politica.

L’incoerenza temporale degli interventi discrezionali. In alcune situazioni i responsabili della politica
economica potrebbero annunciare in anticipo interventi che intendono adottare, in modo da influenzare le
aspettative degli individui, ma dopo che questi hanno preso decisioni, i responsabili della politica economica
potrebbero essere tentati di disattendere i propri impegni. Nel momento in cui gli individui si rendono conto
di ciò, perdono fiducia nelle dichiarazioni dei politici. In tale situazione per rendere credibile il proprio
impegno i responsabili della politica economica potrebbero preferire affidarsi a regole vincolanti

Le regole per la politica monetaria. Tre regole sostenute da altrettanti gruppi di economisti:
I monetaristi (il più celebre è Milton Friedman), sostengono che la BC dovrebbero mantenere costante il
tasso di crescita dell’offerta di moneta. Essi credono che le fluttuazioni dell’offerta di moneta siano
responsabili delle più marcate fluttuazioni dell’economia e affermano che una crescita lenta e costante
dell’offerta di moneta porterebbe alla stabilità della produzione, dell’occupazione e dei prezzi. Molti
economisti ritengono che questa non sia la migliore regola possibile: una crescita costante dell’offerta di
moneta stabilizza l’economia solo a condizione che la velocità di circolazione della moneta sia costante; ma
a volte l’economia subisce shock (come spostamenti della domanda i moneta) che provocano instabilità
della velocità di circolazione. La maggior parte degli economisti ritiene che una regola debba permettere
all’offerta di moneta di adeguarsi ai diversi shock che l’economia può subire.

La 2° regola (sostenuta da altri economisti) consiste nel porsi come obiettivo un certo livello del PIL
nominale:
Se il PIL nominale supera quello prefissato come obiettivo, la BC riduce la crescita monetaria per rallentare
la domanda aggregata; Se rimane al di sotto del livello prefissato, la BC aumenta la crescita monetaria per
stimolare la domanda aggregata.
Dal momento che il livello prefissato di PIL nominale permette alla politica monetaria di adeguarsi alle
variazioni della velocità di circolazione della moneta, la maggior pare degli economisti ritiene che questo,
rispetto alla regola monetarista, possa produrre una maggiore stabilità del prodotto aggregato e dei prezzi.

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La 3°, che trova molti sostenitori, è la definizione di un obiettivo per il tasso di inflazione. La BC dichiara il
proprio obiettivo di inflazione (solitamente un tasso estremamente contenuto) e adegua l’offerta di moneta
nel caso in cui l’inflazione effettiva si discosti dal tasso obiettivo. Come l’obiettivo del PIL nominale,
l’obiettivo di inflazione isola l’economia dalle variazioni della velocità di circolazione della moneta; inoltre
ha il vantaggio politico di essere facilmente comprensibile per il grande pubblico.
Si noti che queste regole di politica monetaria sono espresse in termini di variabili nominali: l’offerta di
moneta, il PIL nominale e il livello dei prezzi.

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74. Il debito pubblico


Se un governo spende più di quanto raccoglie con le imposte si indebita con il settore pubblico per
finanziare il proprio deficit di bilancio. L’accumulazione dei deficit passati è il debito pubblico.
Storicamente la causa prevalente degli aumenti del debito pubblico sono le guerre. Il rapporto debito/PIL
aumenta rapidamente durante i conflitti più importanti, e diminuisce lentamente in tempo di pace.

I problemi di misurazione
Il disavanzo del bilancio dello Stato è pari alla differenza tra spesa pubblica ed entrate tributarie, ed equivale
all’aumento di debito che lo Stato deve mettere per finanziare la propria attività. Gran parte del dibattito
sulla politica fiscale sorge proprio da problemi relativi alla misurazione del deficit di bilancio. Alcuni
economisti sono convinti che il deficit non misuri accuratamente né l’effetto della politica fiscale sullo stato
attuale dell’economia né l’onere che essa colloca sulle spalle delle future generazioni di contribuenti.
I problemi legati alla misurazione corrente del disavanzo di bilancio sono 4:
L’inflazione. la quasi totalità degli economisti concorda sul fatto che l’indebitamento pubblico debba essere
misurato in termini reali, non nominali. Il disavanzo di bilancio, cosi come viene normalmente misurato non
è corretto per l’inflazione. Supponiamo che il debito pubblico in termini reali sia stabile (ovvero che il
bilancio sia in pareggio), in questo caso il debito nominale aumenta allo stesso tasso d’inflazione. Quindi:
D/D = (dove = tasso d’inflazione; D = stock di debito pubblico) -> D = D. (il governo rileva una variazione
del debito nominale D e segnala un disavanzo di bilancio di D)
Una altro modo per giungere alla medesima conclusione: il deficit è pari alla differenza tra spesa pubblica ed
entrate tributarie. Parte della spesa pubblica è costituita dagli interessi del debito pregresso. La spesa
dovrebbe includere solo gli interessi reali corrisposti dallo Stato, rD, e non gli interessi nominali iD. Poiché i
– r = , il disavanzo di bilancio è sovrastimato di D.
I beni capitali. Molti economisti ritengono che una valutazione accurata del disavanzo del bilancio dello
Stato debba pendere in considerazione non solo le passività patrimoniali ma anche le attività; in particolare,
il debito pubblico è la differenza tra la variazione del debito dello Stato e quella del patrimonio.
la procedura che contabilizza sia le attività che le passività è detta contabilità patrimoniale, poiché prende in
considerazione le variazioni del patrimonio.
La maggiore difficoltà posta dalla contabilità patrimoniale è quella di determinare quali tra le spese
sostenute dallo Stato siano in conto capitale.
Le passività non contabilizzate. Secondo alcuni economisti le attuali valutazioni del deficit di bilancio sono
fuorvianti, poiché non contabilizzano alcune importanti passività (es. pensioni dei dipendenti pubblici).
Passività particolarmente difficili da calcolare sono le c.d. passività contingenti, ovvero quelle che insorgono
a fronte di eventi specifici
Il ciclo economico. Molte variazioni del deficit del bilancio pubblico insorgono automaticamente, in
risposta alle fluttuazioni dell’economia. Queste variazioni automatiche del deficit non sono errori di
misurazione in senso stretto, perché il governo si indebita effettivamente a fronte di minori ricavi e maggiori
spese. Il deficit può aumentare o diminuire indipendentemente da ogni decisione del governo,
semplicemente a causa della mutata congiuntura economica. Per risolvere questo problema si può
provvedere al computo di quello che viene comunemente detto deficit di bilancio aggiustato per il ciclo
(noto anche come deficit di bilancio di piena occupazione); esso si basa sulla stima di quali sarebbero state
la spesa pubblica e le entrate tributarie se l’economia si fosse trovata al tasso naturale di disoccupazione e al

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livello naturale di produzione. Questo valore è di grande utilità, perché depura il risultato degli interventi di
politica economica da quelli dovuti all’evoluzione del ciclo economico.

L’interpretazione ricardiana del debito pubblico.


L’interpretazione tradizionale del debito pubblico si fonda sul presupposto che, quando il governo abbatte le
imposte, finanziando la spesa con un deficit di bilancio, i consumatori reagiscono al maggior reddito
disponibile aumentando la spesa.
Un’interpretazione alternativa, detta equivalenza ricardiana, secondo la quale i consumatori son previdenti e,
perciò, basano la loro spesa non solo sul reddito disponibile attuale ma anche sul reddito futuro atteso.
L’interpretazione ricardiana del debito pubblico applica la logica del consumatore previdente all’analisi
degli effetti della politica fiscale.
La logica alla base dell’equivalenza ricardiana. Il principio generale è che il debito pubblico equivale a tasse
future, e se i consumatori sono sufficientemente previdenti, le tasse future sono diverse dalle tasse attuali.
Dunque finanziare la spesa pubblica con il debito non ha effetti diversi dal finanziarla con l’imposizione
fiscale (equivalenza ricardiana).
L’implicazione dell’equivalenza ricardiana è che un taglio di imposte finanziato con il debito lascia
inalterato il consumo: gli individui risparmiano il reddito disponibile aggiuntivo per coprire i futuri obblighi
contributivi impliciti nell’abbattimento attuale delle imposte. L’aumento del risparmio privato compensa la
diminuzione del risparmio pubblico: il risparmio nazionale (risparmio publico più risparmio privato) rimane
inalterato e la riduzione delle imposte non ha alcuno degli effetti previsti dall’interpretazione nazionale.

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75. I consumatori e il carico fiscale futuro


I sostenitori dell’interpretazione tradizionale del debito pubblico ritengono che la prospettiva di una
tassazione futura non abbia forte influenza sui consumi attuali, come invece ipotizza l’interpretazione
ricardiana. Alcune delle loro interpretazioni sono:
Miopia: l’interpretazione ricardiana presume che gli individui siano informati e previdenti, e razionali nel
prendere decisioni. Invece secondo l’interpretazione tradizionale, gli individui hanno la vista corta, anche
perché non comprendono pienamente le implicazioni del disavanzo del bilancio pubblico; è possibile che
alcuni individui seguano regole pratiche non completamente razionali nello stabilire quanto risparmiare.
I vincoli dell’indebitamento: l’interpretazione ricardiana si fonda sull’ipotesi che il consumatore definisca la
propria spesa non solo in base reddito attuale ma anche al reddito futuro atteso. Un vincolo
all’indebitamento è un limite posto alla’ammontare di prestiti a cui può accedere il singolo attore
economico. ogni individuo vorrebbe consumare di più, ma può farlo solo se ha la possibilità di indebitarsi.
Se non può indebitarsi non può finanziare il consumo attuale; perciò il reddito corrente è la determinante
della sua spesa indipendentemente dal suo reddito.
Le generazioni future: una terza argomentazione a favore dell’interpretazione tradizionale del debito
pubblico è che il consumatore si aspetti che l’onere delle tasse implicite nell’indebitamento dello Stato non
ricada su di lui, ma sulle generazioni future.
L’economista R. Barro ha invertito l’argomentazione, volgendola a favore dell’interpretazione ricardiana.
Barro afferma che le generazioni future sono costituite dai figli e dai nipoti della generazione attuale e che,
non possono essere considerate come attori economici separati.
La solidarietà intergenerazionale è dimostrata dalle donazioni che molti individui fanno a favore dei propri
figli, anche in forma di eredità. L’esistenza stessa dell’eredità lascia pensare che la maggioranza degli
individui non sia disposta a sfruttare completamente un’opportunità di consumo a spese dei propri figli.
Secondo l’analisi di Barro l’entità decisionale rilevante non è l’individuo, che vive un numero finito di anni,
ma la famiglia, che continua all’infinito.
Secondo quest’ottica un taglio delle imposte finanziato con l’indebitamento fa aumentare il reddito
dell’individuo ma non le risorse complessive della famiglia (risparmio preferito a consumo).
I ricardiani ipotizzano che il consumatore abbia un orizzonte temporale molto lungo, mentre i seguaci di
Barro ipotizzano un orizzonte temporale infinito.

Altre interpretazioni del debiti pubblico


La maggior parte degli economisti si oppone a una regola stringente che obblighi il governo al pareggio del
bilancio pubblico, adducendo tre ragioni per cui una politica fiscale ottimizzata possa richiedere un deficit o
un surplus:
La stabilizzazione: un deficit o un surplus di bilancio possono contribuire a stabilizzare l’economia. Un
vincolo al pareggio di bilancio annullerebbe le doti di stabilizzazione automatica implicite nel sistema delle
imposte e dei trasferimenti (recessione-> causa minori imposte e aumento dei trasferimenti). Questi
automatismi contribuiscono a stabilizzare l’economia.
L’equalizzazione delle imposte: deficit e surplus possono essere utilizzati per correggere le distorsioni degli
incentivi provocate dal sistema fiscale. Per mantenere inalterate le aliquote (equalizzare le imposte) è
necessario che in anni di bassi redditi o di spesa elevata si possa avere un bilancio pubblico in deficit.
Le imposte potrebbero essere equalizzate in maniera naturale. A es. aliquote elevate sui redditi da lavoro, ,

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porterebbero ad uno squilibrio dell’efficienza dei lavoratori; mantenere stabile il livello delle aliquote fiscali
(minor costo sociale delle imposte) ridurrebbe lo squilibrio di efficienza e annullerebbe eventuali
aggiustamenti di politica fiscale.
La ridistribuzione intergenerazionale: il deficit può essere utilizzato per trasferire il carico fiscale dalle
generazioni attuali a quelle future (finanziare spese attuali con un deficit di bilancio da colmare tramite
tassazione sulle generazioni future).

Gli effetti fiscali sulla politica monetaria


Uno dei modi a disposizione del governo per finanziare il debito pubblico è stampare moneta: una politica
che comporta un aumento dell’inflazione. La ragione dei più tipici fenomeni di iperinflazione è una politica
fiscale che si affida alla tassa da inflazione per finanziare pare della sua spesa; il termine del fenomeno
iperinflativo coincide quasi sempre con una riforma fiscale che prevede tagli consistenti alla spesa pubblica
e, perciò, riduce il riscorso al signoraggio.
Alcuni economisti hanno ipotizzato che un elevato indebitamento dello Stato possa anche incoraggiare il
governo a creare inflazione. Poiché la maggior parte del debito pubblico è specificato in termini nominale, il
valore reale del debito diminuisce se aumenta il livello dei prezzi. Un alto livello di indebitamento potrebbe
incoraggiare il governo a stampare moneta, provocando l’aumento del livello dei prezzi e riducendo di
conseguenza il valore reale del debito.
Nonostante tali preoccupazioni sui possibili legami tra debito pubblico e politica monetaria, la realtà
conferma che non rappresenta la norma nella maggior parte dei paesi.
La maggior parte dei governi possono finanziare il proprio indebitamento senza contare sul signoraggio; le
BC hanno un’indipendenza tale da respingere pressioni orientate all’aumento dell’offerta di moneta; infine i
responsabili della politica fiscale sanno che l’inflazione è una pessima soluzione hai problemi fiscali.

Debito e processo politico. La politica fiscale è gestita da un processo politico imperfetto. Alcuni economisti
temono che la possibilità di finanziare quasi illimitatamente la spesa pubblica con l’emissione di titoli di
debito pubblico possa ulteriormente peggiorare tale processo.

La dimensione internazionale
Il debito pubblico può condizionare il ruolo di un paese nell’economia mondiale.
Un deficit di bilancio causa una riduzione del risparmio nazionale di un paese che a sua volta provoca un
disavanzo delle partite correnti finanziato per mezzo dell’indebitamento estero. Il collegamento tra il deficit
di bilancio e il disavanzo delle partite correnti evidenzia due ulteriori conseguenze del debito pubblico.
In primo luogo un elevato livello di indebitamento pubblico può aumentare il rischio che si verifichi una
fuga di capitali dal paese, ovvero un improvviso e deciso crollo della domanda delle attività di un paese nei
mercati mondiali. Quanto più elevato è il livello dell’indebitamento pubblico, tanto maggiore è l’incentivo a
consolidarlo. All’aumentare dell’indebitamento pubblico gli investitori internazionali riducono
progressivamente la propria disponibilità a prestare, temendo il consolidamento. Se questa perdita di fiducia
è improvvisa, la conseguenza può essere la classica fuga di capitali, con il crollo del valore della valuta
nazionale e l’aumento dei tassi d’interesse;
In secondo luogo, elevati livelli di indebitamento pubblico finanziato all’estero possono ridurre il peso
politico della nazione negli affari internazionali.

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76. Microeconomia per la macroeconomia


Abbiamo visto che le decisioni individuali di consumo influenzano il modo in cui l’economia nel suo
complesso si comporta nel breve e nel lungo periodo. Il tasso di risparmio misura quanta parte del proprio
reddito la generazione attuale sta accantonando per il proprio futuro e per le generazioni future. Le decisioni
di consumo sono fondamentali anche nell’analisi di breve periodo; i consumi rappresentano i 2/3 del PIL
quindi le fluttuazioni del consumo sono un elemento chiave nel succedersi di boom e recessioni.

John Maynard Keynes e la funzione di consumo


Keynes mise la funzione di consumo al centro della propria elaborazione teorica (teoria generale, 1936)
delle fluttuazioni economiche e questa ha giocato un ruolo estremamente importante nell’analisi
macroeconomica

Le congetture di Keynes
Keynes formulò ipotesi sulla funzione di consumo basate sull’esperienza personale e l’osservazione casuale
(non avendo a disposizione le tecnologie moderne di raccolta):
La propensione marginale al consumo è compresa tra 0 e 1 (ipotesi più importante): gli uomini sono inclini,
di regola, ad aumentare i proprio consumi all’aumentare del reddito, ma non nella tessa misura in cui il
reddito aumenta, destinandone parte al risparmio.
Il rapporto tra consumo e reddito , detto propensione media al consumo diminuisce all’aumentare del reddito
(è descrescente): Keynes era convinto che il risparmio fosse un lusso e si aspettava che i ricchi
risparmiassero una quota di reddito superiore a quella dei poveri;
Il reddito è la determinante principale del consumo, mentre il tasso di interesse ha un ruolo sostanzialmente
irrilevante in tal senso. Quest’ipotesi è in contrasto con le convinzioni degli economisti classici, che
ritenevano che il tasso di interesse avesse un’importanza capitale nel’incentivare il risparmio e scoraggiare il
consumo.
Sulla base di queste 3 ipotesi, la funzione di consumo keynesiana è:
C = C + cY C>0 0<c<1
dove:
C = consumo
Y = reddito disponibile
C = costante
c = propensione marginale al consumo

PMeC = C/Y = C/Y + c

NB: il tasso di interesse non è incluso nell’equazione come determinante del consumo
La stagnazione secolare, Simon Kuznets e l’enigma del consumo.
Nonostante il successo iniziale della funzione di Keynes, si sono evidenziate presto 2 anomalie, le quali
riguardavano l’ipotesi che la propensione media al consumo diminuisca al crescere del reddito.
La prima anomalia: Sulla base della funzione di consumo keynesiana alcuni economisti prevedevano che
l’economia sarebbe precipitata in quella che venne battezzata la stagnazione secolare (alta propensione al

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risparmio -> assenza di investimenti sufficientemente redditizi -> domanda aggregata inadeguata)
La seconda anomalia: i dati raccolti da Kuznets (a partire dal 1869) rivelarono che l’incidenza del consumo
sul reddito era sostanzialmente stabile nel tempo, nonostante il reddito fosse aumentato considerevolmente
nel periodo da lui preso in considerazione.
Il fallimento dell’ipotesi di stagnazione secolare e le scoperte di Kuznets segnalavano che la propensione
media al consumo è sostanzialmente costante nel lungo periodo.

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77. Irving Fisher e la scelta intertemporale


La funzione di consumo introdotta da Keynes mette in relazione il consumo attuale con il reddito attuale.
Nella migliore delle ipotesi questa relazione è incompleta: quando un individuo decide quanto consumare
quanto risparmiare prende in considerazione, oltre al presente, anche il futuro; quanto più consuma oggi,
tanto meno potrà consumare domani.

Il vincolo di bilancio intertemporale


La maggior parte degli individui desidera aumentare la quantità e la qualità dei beni che consuma; la ragione
per cui gli individui consumano meno di quanto desiderano è che i loro consumi sono limitati dalla loro
possibilità di spesa: sono soggetti a un vincolo di bilancio.
Gli individui si confrontano con un vincolo di bilancio intertemporale, che misura il totale delle risorse a
disposizione dell’individuo oggi e nel futuro.
Dato che l’individuo ha la possibilità di risparmiare e di indebitarsi, il consumo in ciascun periodo può
essere superiore o inferiore al reddito.
Nel primo periodo il risparmio è uguale alla differenza tra reddito e consumo: S = Y1 – C1 (dove
S=risparmio); --> consumo < reddito realtivo -> S > 0;
se il consumo è maggiore del reddito relativo -> S < 0.
Nel secondo periodo il consumo è uguale al risparmio accumulato, inclusi gli interessi guadagnati sul
risparmio, sommato al reddito del secondo periodo: C2 = ( 1 + r ) S + Y2 (dove r=tasso d‘interesse reale).
Si noti che la variabile S può rappresentare sia il risparmio sia l’indebitamento e che, in entrambi i casi,
l’equazione mantiene la propria validità.
Per ricavare il vincolo di bilancio, combiniamo le due equazioni, sostituendo l’espressione di S della prima
equazione nella seconda equazione ottenendo così:
C2 = ( 1 + r ) ( Y1 – C1 ) + Y2;
portando tutti i termini che descrivono i consumi nel membri sinistro e quelli che si riferiscono al reddito nel
membro destro otteniamo:
( 1 + r ) C1 + C2 = ( 1 + r ) Y1 + Y2.
Dividiamo entrambi i membri per (1 + r) si ottiene:
C1 + C2 / ( 1 + r ) = Y1 + Y2 / ( 1 + r ).
Questa equazione mette in relazione il consumo nei due periodi con il reddito nei due periodi ed è la
modalità standard con cui si esprime il vincolo di bilancio intertemporale del consumatore.
Se r = 0 il vincolo di bilancio ci dice che il consumo totale nei due periodi è ugual al reddito totale nei due
periodi; nel normale caso di un r > 0, il consumo futuro e il reddito futuro sono scontati del fattore 1 + r. (
reddito futuro minore di quello attuale).
Il fattore 1 / ( 1 + r ) è la quantità di consumo a cui il consumatore deve rinunciare nel primo periodo per
poter godere di una unità aggiuntiva di consumo nel secondo periodo.

Le preferenze del consumatore riguardo al consumo nel primo e nel secondo periodo possono essere
rappresentate attraverso curve di indifferenza che rendono il consumatore egualmente soddisfatto.

se il consumo nel primo periodo è elevato, e quello nel secondo periodo è basso, come nel punto W, il tasso
marginale di sostituzione è basso.

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Se nel primo periodo il consumo è basso e quello nel secondo è alto, i tasso marginale di sostituzione è
elevato: il consumatore esige un fortissimo aumento del consumo nel secondo periodo per rinunciare ad una
delle poche unità di consumo del primo.
L’ottimizzazione. Il consumatore desidera individuare la combinazione di consumo nei due periodi che gli
garantisce la massima soddisfazione. Il vincolo di bilancio impone che il consumatore si collochi, sulla linea
che misura il totale delle risorse a sua disposizione, o al di sotto di essa.

Gli effetti delle variazioni del reddito sul consumo

Il più elevato vincolo di bilancio permette al consumatore di collocarsi su una curva di indifferenza più alta
(migliore combinazione di consumo). Il consumatore reagisce allo spostamento del proprio vincolo di
bilancio scegliendo di consumare di più in entrambi i periodi.
La conclusione fondamentale, indipendentemente dal fatto che l’aumento del reddito avvenga nel primo o
nel secondo periodo, il consumatore lo distribuisce su entrambi: questo comportamento a volte è detto
uniformazione dei consumi.
Il consumo dipende dal valore attuale del reddito attuale e futuro cioè da:
valore attuale del reddito = Y1 + Y2 / (1 + r);
keynes ha affermato che il consumo attuale di un individuo dipende il larga parte dal suo reddito attuale. Il
modello di Fisher afferma che il consumo dipende dalle risorse che l’individuo prevede di avere a
disposizione nell’intero corso della sua vita.

Gli effetti di variazioni del tasso di interesse


Un aumento del tasso di interesse reale fa ruotare la retta che rappresenta il vincolo di bilancio intorno al
punto (Y1 , Y2), alterando la quantità di consumo preferita in entrambi i periodi. Gli economisti
scompongono l’aumento del tasso d’interesse reale sui consumi in due elementi:
l’effetto di reddito: l’effetto di reddito è la variazione che risulta dal passaggio a una curva di indifferenza
più alta. Dato che il consumatore risparmia, l’aumento del tasso di interesse migliora la soddisfazione;
l’effetto di sostituzione: è la variazione nelle modalità di consumo che deriva dal cambiamento del prezzo
relativo del consumo nei due periodi. Nel periodo 2 il consumo diventa meno costoso, in termini relativi,
grazie all’aumento del tasso di interesse.
La scelta del consumatore dipende sia dall’effetto di reddito che dall’effetto di sostituzione: entrambi
agiscono nel senso di un aumento del consumo nel secondo periodo. I due effetti hanno direzioni opposte
per quanto riguarda il consumo nel primo periodo, per cui possiamo affermare che un aumento del tasso di
interesse può sia far aumentare sia far diminuire il consumo nel primo periodo.

I vincoli all’indebitamento
La possibilità di indebitarsi permette di avere un consumo attuale al reddito corrente. Il consumatore che si
indebita, quindi, consuma parte del proprio reddito futuro.
L’impossibilità di contrarre debiti impedisce al consumo del primo periodo di supeare il reddito del primo
periodo: C1 < Y1 ->il consumo del primo periodo deve essere inferiore, o al più uguale, al reddito del primo
periodo -> vincolo di indebitamento (o vincolo di liquidità).

L’analisi del vincolo di indebitamento ci porta a concludere che esistono due funzioni di consumo:
Per alcuni consumatori il vincolo di indebitamento non è limitante e il consumo in entrambi i periodi

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dipende dal valore attuale del reddito complessivo: Y1 + Y2/(1 + r);
Per altri consumatori è limitante e la funzione di consumo è: C1 = Y1 e C2 = Y2 (rispettivamente nel primo
e nel secondo periodo).Per i consumatori che desidererebbero indebitarsi, ma non lo possono fare, il
consumo dipende esclusivamente dal reddito attuale.

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78. Franco Modigliani e l’ipotesi del ciclo di vita


Modigliani sottolineò che il reddito varia sistematicamente nel corso della vita di un individuo e il risparmio
permette al consumatore di trasferire il reddito da periodi di relativa prosperità a periodi di disagio: ipotesi
del ciclo di vita.

L’ipotesi. Una tra le cause di variazione del reddito nel corso della vita di un individuo è il pensionamento.
Questo porta ad una netta diminuzione del reddito. Ma non volendo ridurre eccessivamente il proprio tenore
di vita, gli individui risparmiano durante la vita lavorativa.
Consideriamo un consumatore con un’attesa di vita di ulteriori T anni, che dispone di una ricchezza W e si
aspetta di guadagnare un reddito Y fino al pensionamento, tra R anni. Le risorse complessive a disposizione
del consumatore nel corso della vita sono date dalla somma di W e dei redditi cumulati R × Y. Il
consumatore deve suddividere le risorse complessive che avrà a disposizione per i T anni rimanenti. Se
ipotizziamo che desideri mantenere i consumi sempre al medesimo livello: C = (W + RY)/ T -> C = (1/ T)W
+ (R/T)Y (questa equazione afferma che il consuma dipende sia dal reddito sia dalla ricchezza).
Se in un sistema economico tutti gli individuo pianificassero in questo modo il rispettivo consumo, la
funzione di consumo aggregato sarebbe molto simile a quella individuale. In particolare, il consumo
aggregato dipenderebbe sia dalla ricchezza che dal reddito e la funzione di consumo aggregato
dell’economia sarebbe: C = W + Y.

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79. Milton Friedman e l’ipotesi del reddito permanente


Friedman ha suggerito che il reddito corrente Y,venga percepito come la somma di due componenti:
Reddito permanente: parte di reddito che gli individui si aspettano che permanga nel futuro. (reddito medio)
Reddito transitorio: parte di reddito che viene considerata legata alla contingenza. (deviazione casuale dalla
media)
Secondo Friedman il consumo dipende prevalentemente dal reddito permanente, e i consumatori ricorrono al
risparmio o all’indebitamento per uniformare il consumo a fronte di variazioni del reddito transitorio.
Friedman è cosi giunto alla conclusione che la funzione di consumo sia approssimativamente: C = YP ( è
una costante che misura la quota di reddito permanente che viene consumata).

Le implicazioni. L’ipotesi del reddito permanente risolve l’enigma del consumo suggerendo che la funzione
di consumo keynesiana ricorra ala variabile sbagliata. Secondo questa ipotesi il consumo dipende dal reddito
permanente, mentre le analisi empiriche effettuate si fondano prevalentemente sull’osservazione del
consumo e del reddito attuale.
Dividendo entrambi i membri dell’equazione della propensione media al consumo per Y si ottiene:
PMeC = C/Y = YP / Y
Secondo l’ipotesi del reddito permanente, dunque, la propensione media al consumo dipende dal rapporto
tra reddito permanente e reddito corrente.
Gli individui con reddito permanente più elevato hanno consumi proporzionalmente elevati. Se tutte le
variazioni del reddito corrente fossero dovute a variazioni della sua componente permanente, la propensione
media al consumo sarebbe la medesima in tutti gli individui. Ma alcune variazioni del reddito sono dovute a
variazioni della componente transitoria, e gli individui con elevato reddito transitorio non hanno consumi
proporzionalmente elevati. Per cui gli individui ad alto reddito hanno una propensione media al consumo
inferiore.
Secondo Friedman le fluttuazioni annuali del reddito sono determinante prevalentemente dal reddito
transitorio, quindi negli in cui il reddito aumenta la propensione media al consumo dovrebbe essere scarsa.
Tuttavia nel lungo periodo le variazioni del reddito sono prevalentemente nella componente permanente,
quindi nel lungo periodo la propensione media al consumo è costante(come ha rilevato Kuznets).

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80. Robert Hall e l’ipotesi del sentiero casuale


Nell’ipotesi del reddito permanente, il consumo dipende dalle aspettative degli individui. Le ricerche sul
consumo hanno combinato quest’interpretazione del comportamento degli individui con l’ipotesi delle
aspettative razionali (gli individui utilizzano le informazioni per formulare previsioni future ottimali).
L’ipotesi. Se le variazioni di una variabile sono imprevedibili, si dice che la variabile stessa segue un
sentiero casuale. secondo R. Hall dalla combinazione dell’ipotesi del reddito permanente con le aspettative
razionali si ricava che il consumatore segue un percorso casuale.
Le variazioni del consumo riflettono le sorprese relative al reddito futuro. Se il consumatore utilizza
razionalmente le informazioni a sua disposizione, dovrebbe essere sorpreso esclusivamente da eventi
assolutamente imprevisti e imprevedibili: di conseguenza , anche le variazioni del consumo dovrebbero
essere altrettanto imprevedibili.

Le implicazioni. Se il consumatore ubbidisce all’ipotesi del reddito permanente e ha aspettative razionali,


solo gli interventi di politica economica influenzano il consumo; e questi interventi manifestano i propri
effetti nel momento in cui agiscono sulle aspettative.

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81. David Laibson e la spinta della gratificazione immediata


Keynes ha definito la funzione di consumo una legge psicologica fondamentale. Si è tornati, quindi, a
prendere in considerazione la psicologia, suggerendo che le decisioni di consumo siano prese da uomini il
cui comportamento può essere tutt’altro che razionale. Molti consumatori dichiarano di essere dei decisori
imperfetti e di non risparmiare a sufficienza.
Secondo Laibson, l’insufficienza del risparmio è legata ad un fenomeno detto: spinta della gratificazione
immediata secondo cui il consumatore tiene un comportamento di consumo incoerente nel tempo (in un
certo senso gli individui sono più pazienti nel lungo periodo che nel breve).

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82. Gli investimenti


Gli investimenti sono la componente più volatile del PIL. Quando, durante una recessione, la spesa per beni
e servizi diminuisce, gran parte della diminuzione è da ascrivere alla caduta degli investimenti. Gli
economisti studiano gli investimenti per aver una maggiore comprensione delle fluttuazioni cicliche del
prodotto aggregato di beni e servizi di un’economia.
Ci sono 3 tipi di spesa per investimenti:
Investimenti fissi produttivi: includono attrezzature e strutture che le imprese acquistano per utilizzo
produttivo;
Investimenti residenziali: includono abitazioni di nuova costruzione che gli individui acquistano (sia per uso
personale che a scopo di locazione)
Investimenti scorte: comprendono i beni che le imprese immagazzinano come prodotti finiti, semilavorati e
materie prime.

Gli investimenti fissi produttivi.


Rappresenta la porzione più ampia di spesa per investimenti. Il termine “fissi” significa che si tratta di una
spesa per beni capitali che verranno utilizzati per un periodo di tempo prolungato. Diversamente dagli
investimenti scorta, che riguardano beni destinati ad essere utilizzati e rivenduti in tempi brevi.
Il modello standard degli investimenti fissi è il cosiddetto modello neoclassico degli investimenti: un
modello che esamina i benefici e i costi che derivano dal possesso di beni capitali. Tale modello dimostra
come il livello degli investimenti (cioè l’aumento dello stock di capitale) sia correlato al prodotto marginale
del capitale, al tasso d’interesse e al trattamento fiscale delle imprese.
Per sviluppare il modello dobbiamo supporre che esistano 2 tipi di impresa:
Imprese di produzione che producono beni e servizi utilizzano capitale in locazione;
Imprese di locazione che fanno tutti gli investimenti dell’economia, acquistando beni capitali e cedendoli in
locazione alle imprese di produzione.
Questa dicotomia è puramente esemplificatrice dato che le imprese svolgono entrambe le funzioni.

Il prezzo di locazione del capitale


L’impresa prende il capitale in locazione al tasso di locazione r, e vende il proprio prodotto al prezzo p: il
costo reale dell’unità di capitale per l’impresa di produzione è R/P. il beneficio reale di una unità di capitale
è il prodotto marginale del capitale, PMK, che diminuisce all’aumentare dello stock di capitale dell’impresa.
L’impresa, per massimizzare il profitto, quindi, prende in locazione il capitale finchè il suo prodotto
marginale è uguale al prezzo di locazione reale.

Molti economisti considerano la funzione di produzione Cobb-Douglas una buona approssimazione delle
modalità con cui il sistema economico trasforma capitale e lavoro in beni e servizi.
La funzione Cobb-Douglas è: Y = AK L1-
Y = prodotto; K = capitale; L = lavoro; A = parametro che misura il livello della tecnologia disponibile; =
parametro compreso tra 0 e 1 che misura la quota di prodotto attribuibile al capitale.
Nella funzione di produzione Cobb-Douglas il prodotto marginale del capitale è: PMK = A(L/K) 1-.
Poiché nella condizione di equilibrio il prezzo di locazione reale è uguale a PMK possiamo scrivere:
R/P = AK L1-

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Questa espressione identifica le variabili che possono influenzare il prezzo reale del capitale ed evidenzia
che:
Quanto più basso è lo stock di capitale, tanto più elevato è il prezzo reale di locazione del capitale;
Quanto più elevata è la quantità di lavoro utilizzata, tanto più elevato è il prezzo reale di locazione del
capitale
Quanto più avanzata è la tecnologia, tanto più elevato è il prezzo elevato di locazione del capitale.
Eventi che riducono lo stock di capitale (es. terremoto, incendio...), aumentano l’occupazione (es.
espansione della domanda aggregata), o migliorano la tecnologia (es. scoperte scientifiche) fanno aumentare
il prezzo reale di locazione del capitale.

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83. Il costo del capitale


Il beneficio del possesso di beni capitali è il ricavo che si trae dalla loro locazione a imprese di produzione.
L’impresa di locazione incassa il prezzo reale di locazione R/P per ciascuna unità di capitale che possiede e
noleggia.
Il costo del possesso di beni capitali è di più complessa valutazione. Per ciascun periodo in cui cede in
locazione un’unità di capitale, l’impresa di locazione sostiene 3 diversi costi:
Indebitandosi per acquistare il bene capitale che intende locare, l’impresa di locazione deve pagare gli
interessi relativi. Se PK è il prezzo di acquisto di una unità di capitale e i il tasso di interesse nominale, i PK
è il costo degli interessi; (il costo sussisterebbe anche se l’impresa di locazione utilizzasse risorse proprie ->
costo opportunità)
Il prezzo del capitale può variare durante il periodo di locazione.
Se il prezzo del capitale diminuisce, l’impresa di locazione ci rimette perché le sue attività diminuiscono di
valore;
Se aumenta, l’impresa di locazione ci guadagna perché le sue attività hanno più valore.
Perdita o guadagno ammontano a (- PK) (il segno meno indica che stiamo misurando un costo non un
beneficio)
Durante il periodo di locazione, il capitale è usato e usurato. Il costo dell’uso e dell’usura è detto
ammortamento se è il tasso di ammortamento, il valore monetario dell’ammortamento è PK.
Il costo che l’impresa deve sostenere per cedere in locazione una unità di capitale per un periodo è perciò:
costo del capitale = iPK - PK + PK
= PK (i- PK/ PK + ).
Il costo del capitale dipende dal prezzo del capitale, dal tasso d’interesse, dal tasso di variazione del prezzo
del capitale e dal tasso di ammortamento. Ipotizziamo per semplicità che il prezzo dei beni capitali aumenti
quanto il prezzo di tutti gli altri beni. In questo caso PK/ PK = (tasso d’inflazione); poiché i – = r possiamo
scrivere: costo del capitale = PK (r + ); secondo questa equazione dipende dal prezzo del capitale, dal tasso
d’interesse e dal tasso di ammortamento. Infine volendo esprimere il costo del capitale in termini relativi
rispetto agli altri beni, calcoliamo il costo reale del capitale, cioè il costo di acquistare una unità di capitale
in termini di unità di prodotto aggregato:
costo reale del capitale =( PK/P) (r + ).
Secondo questa equazione il costo reale del capitale dipende dal prezzo relativo dei beni capitali PK /P, dal
tasso d’interesse reale r e dal tasso di ammortamento .

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84. Le determinanti degli investimenti


Prendiamo ora in considerazione la decisione dell’impresa di locazione di aumentare o diminuire il proprio
stock di capitale. Per ciascuna unità di capitale, l’impresa ha un ricavo reale R/P e sopporta il costo reale (
PK/P) (r + ); il profitto reale per unità di capitale è dunque:
tasso di profitto = ricavo – costo.
= R/P - ( PK/P) (r + ).
Poiché il prezzo reale di locazione, in condizioni di equilibrio, è uguale al prodotto marginale del capitale,
possiamo scrivere il profitto come:
tasso di profitto = PMK - ( PK/P) (r + )
La variazione dello stock di capitale, detta investimenti netti, dalla differenza tra il prodotto marginale del
capitale e il relativo costo:
Se PMK > costo del capitale ->l’impresa ricava un profitto, aumentando il proprio stock di capitale;
Se PMK < costo del capitale ->l’impresa trae vantaggio dal lasciarlo ammortizzare.
Per un’impresa che utilizzi e possieda capitale, il beneficio di un’unità aggiuntiva di capitale è il prodotto
marginale del capitale, e il costo è il costo del capitale.
L’impresa mista (impresa che possiede offre in locazione il capitale) aumenta il proprio stock di capitale se
e solo se il prodotto marginale di questo è superiore al suo costo. Possiamo cosi scrivere:
K = In [PMK - ( PK/P) (r + )]; dove In( ) è una funzione che descrive la risposta degli investimenti netti.
Il totale della spesa per investimenti fissi produttivi è la somma degli investimenti netti e degli investimenti
in sostituzione del capitale deprezzato.
La funzione di investimento è dunque: I = In [PMK - ( PK/P) (r + )] + K.
Gli investimenti fissi produttivi dipendono dal prodotto marginale del capitale, dal costo del capitale e
dall’ammontare degli ammortamenti.
Una diminuzione del tasso d’interesse reale abbatte il costo del capitale e, aumenta il profitto che se ne può
trarre, aumentando l’incentivo all’accumulazione di capitale. Analogamente, un aumento del tasso di
interesse reale abbatte il costo del capitale e induce le imprese a ridurre gli investimenti. Per questa ragione
la curva degli investimenti che mette in relazione gli investimenti e tasso di interesse reale, ha pendenza
negativa.

Il modello evidenzia anche le cause degli spostamenti della curva degli investimenti. Qualunque evento che
faccio aumentare il prodotto marginale del capitale, aumenta la redditività degli investimenti e provoca uno
spostamento verso destra della curva degli investimenti come illustrato nella parte (b) del grafico.
Infine consideriamo cosa accade in conseguenza del continuo aggiustamento nel tempo dello stock di
capitale. Se il prodotto marginale del capitale è inizialmente superiore al costo del capitale, lo stock di
capitale aumenta e il prodotto marginale diminuisce progressivamente. Viceversa lo stock di capitale
diminuisce facendo aumentare il prodotto marginale. Alla fine l’aggiustamento continuo dello stock di
capitale farà in modo che il prodotto marginale del capitale tenda al costo del capitale. Quando lo stock di
capitale raggiunge lo stato stazionario, possiamo scrivere: PMK = ( PK/P) (r + ). Dunque, nel lungo periodo,
il prodotto marginale del capitale è uguale al costo reale del capitale.
La velocità di aggiustamento verso lo stato stazionario dipende dalla rapidità con cui le imprese adeguano il
proprio stock di capitale, che a sua volta dipende dal costo di produrre, consegnare e installare nuovo
capitale.

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Imposte e investimenti. Il regime tributario influenza in modi diversi l’incentivo ad accumulare capitale. A
volte i responsabili della politica economica modificano la normativa tributaria in modo da spostare la
funzione di investimento e influenzare la domanda aggregata.
L’imposta sul reddito d’impresa è una tassa che grava sui profitti aziendali. L’effetto dell’imposta sui redditi
d’impresa sugli investimenti dipende dalla definizione che la legge dà di profitto a fini impositivi. La nostra
definizione di profitto deduce il valore attuale degli ammortamenti, considerandolo un costo; al contrario, la
normativa fiscale deduce l’ammortamento considerandolo un costo storico. Questo significa che la
deduzione dell’ammortamento si basa sul prezzo del capitale nel momento in cui è stato acquistato.
In periodi di inflazione il costo di sostituzione è più elevato del costo storico e l’imposta sui redditi di
impresa tende a sottostimare il costo dell’ammortamento e a sovrastimare il profitto (anche in caso di
profitto nullo si applica un’imposta sul possesso -> dissuasione ad investire).
Gli sgravi fiscali per gli investimenti sono un provvedimento di natura tributaria volto ad incoraggiare
l’accumulazione di capitali attraverso la riduzione di un determinato ammontare delle imposte che l’impresa
deve corrispondere a fronte di ogni unità di spesa per l‘acquisto di beni di investimento. Dal momento che
l’impresa può recuperare parte della spesa per nuovo capitale attraverso le minori imposte, lo sgravio fiscale
riduce il prezzo effettivo di acquisto dell’unità di capitale, Pk. In tal modo lo sgravio riduce il costo del
capitale ed incentiva gli investimenti.

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85. Il mercato azionario e il q di Tobin


Molti economisti vedono un collegamento tra le fluttuazioni degli investimenti e le oscillazioni del mercato
azionario. Il termine “azione” si riferisce alla quota di proprietà di un’impresa, e il mercato azionario è il
mercato in cui si trattano questi titoli di proprietà.
L’economista J. Tobin ha ipotizzato che le imprese fondino le precisioni di investimento sul seguente
fattore, detto “q di Tobin”:
q = valore di mercato del capitale installato / costo di sostituzione del capitale installato;
il numeratore è il valore del capitale dell’economia, determinato dal mercato azionario;
il denominatore è il prezzo ce quello stesso capitale avrebbe, se venisse acquistato oggi.
Tobin congetturava che gli investimenti netti dipendessero dal fatto che il valore di q fosse > o < di 1:
se q > 1 il valore attribuito dal mercato azionario al capitale installato è superiore al suo costo di sostituzione
e in questo caso le imprese possono aumentare il proprio valore di mercato aumentando la propria dotazione
di capitale;
se q < 1 il mercato azionario valuta il capitale installato al di sotto del suo costo di sostituzione e l’impresa
può aumentare il proprio valore di mercato, lasciando deperire il proprio capitale.
A prima vista la teoria q degli investimenti potrebbe sembrare molto diversa dal modello neoclassico; in
realtà le due teorie sono strettamente legate (se PMK > costo del capitale -> valore elevato di q; PMK <
costo del capitale ->valere basso di q).
Il vantaggio del q di Tobin, in quanto misura dell’incentivo ad investire, è che riflette non solo la redditività
attuale del capitale, ma anche la redditività attesa per il futuro. Dunque la teoria q degli investimenti,
elaborata da Tobin, mette in luce come le decisioni di investimento dipendano non solo dall’attuale politica
economica, ma anche dalla politica che ci si aspetta prevalga in futuro.

I vincoli di finanziamento
Un’impresa che vuole investire in nuovo capitale spesso raccoglie le risorse necessarie nei mercati
finanziari. Ma a volte, le imprese devono subire un vincolo di finanziamento, ovvero una limitazione alla
quantità di risorse che possono raccogliere nel mercato finanziario. Il vincolo di finanziamento può impedire
ad una impresa di attuare un progetto di investimento redditizio.
Il vincolo di finanziamento influenza il comportamento delle imprese, per quel che riguarda gli investimenti,
nello stesso modo in cui il vincolo di indebitamento condiziona il comportamento del consumatore:
- il vincolo di indebitamento impone agli individui di determinare il proprio livello di consumo sulla base
del reddito corrente, invece che sul reddito permanente;
- il vincolo di finanziamento obbliga le imprese a determinare il proprio livello di investimenti sulla base del
proprio flusso di cassa corrente, invece che sulla redditività attesa.

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86. Gli investimenti Residenziali


Gli investimenti residenziali includono l’acquisto di abitazioni di nuova costruzione, sia per uso proprio sia
per locazione a terzi.

Lo stock di equilibrio e il flusso di offerta


Il modello è costituito da due parti:
nella prima, il mercato dello stock esistente di costruzioni determina il prezzo di equilibrio degli immobili;
nella seconda,il prezzo degli immobili determina il flusso di investimenti residenziali.

La parte a) del grafico, mostra che il prezzo relativo degli immobili PH / P è determinato dall’ooferta e dalla
domanda per lo stock esistente di immobili residenziali. La curva di domanda di immobili ha pendenza
negativa, perché l’aumento dei prezzi costringe gli individui ad abitare in case più piccole o a restare senza
casa. Il prezzo degli immobili si aggiusta in modo da equilibrare domanda e offerta.
La parte b) mostra come il prezzo relativo degli immobili determina l’offerta di nuove abitazioni. Le
imprese di costruzione acquistano materiali e impiegano lavoro; i loro costi dipendono dal livello generale
dei prezzi P, mentre i loro ricavi dipendono dal prezzo degli immobili PH. Quanto maggiore è il prezzo
relativo degli immobili, tanto maggiore è l’incentivo a costruire nuove case.
Il flusso di nuove case (cioè gli investimenti residenziali) dipende dal prezzo di equilibrio del mercato degli
immobili esistenti.
Secondo la teoria q di Tobin, gli investimenti fissi produttivi dipendono dal prezzo di mercato del capitale
istallato rispetto al suo costo di sostituzione: questo prezzo relativo dipende dalla domanda di immobili che,
a sua volta, dipende dal canone di locazione figurativo.
Dunque il prezzo relativo degli immobili ha, per gli investimenti residenziali, un ruolo simile a quello del q
di Tobin per gli investimenti fissi produttivi.

Le variazioni della domanda di immobili.


Quando si sposta la domanda di immobili, il prezzo di equilibrio cambia, influenzando gli investimenti
residenziali.
Un’importante determinante della domanda di immobili residenziali è il tasso di interesse reale.
Molti individui sottoscrivono un mutuo per acquistare una casa: il tasso di interesse reale è il costo del
mutuo. Una riduzione del tasso di interesse fa aumentare la domanda di immobili e di conseguenza gli
investimenti residenziali.

Il trattamento fiscale degli immobili.


Il sistema tributario agisce sull’accumulazione di investimenti residenziali. L’imposta sul reddito personale
incoraggia gli individui a investire in immobili.
Nel calcolare il proprio reddito imponibile, il proprietario di un immobile a uso personale può sottrarre il
costo della proprietà senza aggiungere i relativi benefici.
L’entità di questo sussidio alla proprietà immobiliare dipende dal tasso di inflazione; le tasse permettono al
proprietario di dedurre dal reddito imponibile gli interessi nominali e il valore del sussidio è tanto maggiore
quanto maggiore è il tasso di inflazione.

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87. Gli investimenti in Scorte


Gli investimenti in scorte sono nello stesso tempo risibili e di grande importanza.
La sua notevole volatilità lo rende fondamentale per lo studio delle fluttuazioni cicliche: nelle fasi di
recessione le imprese smettono di rifornire i magazzini a fronte del consumo o della vendita dei beni
accumulati, e l’investimento in scorte diventa negativo.
In una tipica recessione più della metà della riduzione della spesa deriva dal ridimensionamento degli
investimenti in scorte.

I motivi per cui si costituiscono scorte. Le scorte hanno funzioni molteplici:


uniformare il livello di produzione nel tempo: un’impresa invece di adeguare la produzione alle oscillazioni
delle vendite, può trarre vantaggio dal produrre beni in volumi costanti (uniformazione della produzione);
permettono all’impresa di operare con maggiore efficienza. Possiamo considerarle come fattori di
produzione: quanto maggiore è lo stock di scorte, tanto maggiore è il volume di produzione che essa può
raggiungere.
Evitare di esaurire un bene nel momento in cui le previsioni di vendita sono buone. In questo caso le scorte
assolvono il compito di evitare le rotture di stock.
Molti beni richiedono numerose fasi di produzione e perciò tempi di fabbricazione prolungati. Quando un
prodotto è completato solo parzialmente, le sue componenti vengono rilevati come parte di scorte delle
imprese (semilavorati).

Il modello dell’acceleratore delle scorte.


Esistono molteplici modelli per gli investimenti in scorte.
Un modello semplice è il modello dell’acceleratore. Questo modello ipotizza che l’impresa detenga uno
stock di scorte proporzionale al suo livello di produzione. Dunque, detto N lo stock di scorte dell’economia
e Y il prodotto avremo N = Y, dove è un parametro che misura la quantità di produzione che le imprese
desiderano detenere sottoforma di scorte.
Gli investimenti in scorte I sono espressi dalla variazione dello stock di scorte N, per cui:
I = N = Y.
Il modello dell’acceleratore prevede che gli investimenti in scorte siano proporzionali alla variazione della
produzione. quando la produzione aumenta, le imprese desiderano detenere più scorte, cosi gli investimenti
scorte sono elevati; invece quando diminuisce, le imprese desiderano ridurre le scorte a disposizione
(investimenti scorte negativi).
Dato che la variabile Y è il tasso a cui l’economia produce beni e servizi, Y è l’acceleratore della
produzione.

Scorte e tasso d’interesse reale


Anche gli investimenti scorta dipendono dal tasso di interesse reale aumenta, detenere scorta diventa più
costoso e l’impresa razionale tenta di ridurle; di conseguenza un tasso di interesse reale fa diminuire gli
investimenti scorta. (negli anni ’80 molte imprese hanno aderito al modello di produzione ”just in time”).

Riconsiderando i diversi modelli proposti, possiamo individuare 3 temi fondamentali:


Molti tipi di spesa per investimenti dipendono dal tasso di interesse reale. Un più elevato tasso di interesse

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reale fa aumentare il costo del capitale per le imprese che investono in capitali e macchinari, aumenta il
costo del mutuo per gli individui che acquistano immobili residenziali e aumenta il costo associato alla
costituzione di scorte;
Diverse cause concorrono allo spostamento della funzione di investimento. Un miglioramento della
tecnologia disponibile fa aumentare il prodotto marginale del capitale e gli investimenti fissi produttivi; un
aumento della popolazione fa aumentare la domanda di abitazioni e gli investimenti residenziali. Infine,
diversi interventi di politica economica, come variazioni degli sgravi fiscali per gli investimenti o delle
aliquote dell’imposta sui redditi d’impresa, alterano gli incentivi agli investimenti e provocano cosi
spostamenti della funzione di investimento;
È naturale aspettarsi che gli investimenti siano fortemente volatili nelle diverse fasi de ciclo economico, dato
che la spesa dipende dalla produzione dell’economia, oltre che dal tasso di interesse.

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88. L’offerta di moneta


L’offerta di moneta è determinata, non solo dalla politica della BC, ma anche dal comportamento degli
individui che detengono moneta e da quello delle banche, presso cui la moneta viene depositata.
Rammentiamo che l’offerta di moneta include sia le banconote nelle mani del pubblico sia i depositi bancari
a vista.
Definiamo con M l’offerta di moneta, con C il circolante e con D i depositi a vista. Possiamo scrivere:
M = C + D (offerta di moneta = circolante + depositi a vista)
Per capire l’offerta di moneta dobbiamo capire l’interazione tra circolante e depositi a vista, e come la BC
può influenzare queste due quantità.

Un sistema bancario con riserva del 100%


Immaginiamo un mondo in cui tutta la moneta assume la forma di circolante e la quantità di moneta è
semplicemente la quantità di circolante detenuta dal pubblico: unico scopo della banca è offrire un luogo
sicuro in cui tenere la moneta. I depositi che la banca riceve, e non utilizza, sono detti riserve. Poiché i
depositi sono interamente detenuti a riserva questo sistema è detto sistema bancario con riserva del 100%.
Un euro depositato in banca riduce il circolante di un euro e aumenta i depositi a vista del medesimo
ammontare; cosi facendo l’offert di moneta rimane invariata.
Se le banche trattengono a riserva il 100% dei depositi, il sistema bancario non influenza l’offerta di moneta.

Un sistema bancario con riserva frazionaria


Immaginiamo ora che la banca cominci ad utilizzare il denaro ricevuto in deposito per concedere prestiti.
Per la banca il vantaggio è rappresentato dagli interessi che può richiedere sui prestiti concessi. I banchieri
hanno dunque un incentivo a concedere prestiti. Se lo possono fare, ci troviamo in un sistema bancario con
riserva frazionaria (le banche tengono a riserva solo una frazione di depositi).
In un sistema con riserva frazionaria, il sistema bancario crea moneta.
Sebbene questo processo di creazione di moneta possa continuare all’infinito non può creare una quantità
infinita di moneta. Se definiamo “rr” il tasso di riserva, ogni euro di deposito genera (1/rr) euro di moneta.
Il processo di trasferimento di fondi tra risparmiatori e debitori è detto intermediazione finanziaria.
La creazione di moneta attraverso il sistema bancario aumenta la liquidità dell’economia, ma non la sua
ricchezza.

Un modello dell’offerta di moneta


Esaminiamo in maggiore dettaglio cosa determina l’offerta di moneta. Presentiamo un modello dell’offerta
di moneta in un sistema bancario con riserva frazionaria. Il modello ha tre variabili esogene:
la base monetaria, B è la quantità totale di denaro detenuta dal pubblico, composta dal circolante C e dalle
riserve bancarie R ed è controllata direttamente dalla BC;
il tasso di riserva, rr, è la quota dei depositi bancari che le banche trattengono in forma di riserva, ed è dato
dalla somma del tasso di riserva legale e dalle eventuali riserve discrezionali che le banche accantonano.
Il rapporto circolante – depositi, cr, è la quantità di circolante, C, che gli individui detengono in misura
percentuale sul totale dei loro depositi a vista,D, riflettendo le preferenze degli individui sulla forma di
moneta che desiderano detenere.
Il nostro modello dimostra che l’offerta di moneta dipende dalla base monetaria, dal tasso di riserva e dal

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rapporto circolante-depositi, permettendoci di esaminare come le strategie della BC e le scelte discrezionali
delle banche influenzino le offerte di moneta.

Cominciamo dalla definizione dell’offerta di moneta e della base monetaria:


M = C + D (offerta di moneta = circolante + depositi a vista)
B = C + R ( base monetaria = circolante + riserve bancarie)
Per risolvere rispetto all’offerta di moneta come funzione delle tre variabili esogene (B, rr, cr) dividiamo la
prima equazione per la seconda e otteniamo:
M/B = (C+D)/(C+R)
Dividendo numeratore e denominatore del membro destro dell’espressione per D otteniamo:
M/B = [(C/D)+1] / [(C/D)+(R/D)]
dove C/D è il rapporto circolante-depositi, cr, e R/D è il tasso di riserva, rr. Sostituendo e portando B a
secondo membro otteniamo:
M = [(cr + 1) /( cr + rr )]B
Questa equazione mostra che l’offerta di moneta dipende dalle tre variabili esogene individuate. L’offerta di
moneta è proporzionale alla base monetaria: il fattore di proporzionalità [(cr + 1) /( cr + rr )], viene
abitualmente identificato dalla lettera m ed è chiamato moltiplicatore monetario. Possiamo quindi scrivere
M = mB ogni euro di base monetaria genera m euro di offerta di moneta.
Possiamo vedere come un cambiamento del valore di ciascuna delle tre variabili esogene influenza l’offerta
di moneta:
L’offerta di moneta è proporzionale alla base monetaria, per cui un aumento di quest’ultima produrrà un
aumento proporzionale dell’offerta di moneta;
Quanto minore è il tasso di riserva, tanto più le banche possono concedere prestiti e tanta più moneta crea il
sistema bancari; una diminuzione del tasso di riserva aumenta il moltiplicatore monetario e l’offerta di
moneta;
Quanto minore è il rapporto circolante-depositi, tanto minore è la quota di base monetaria che il pubblico
detiene in forma liquida, tanta più base monetaria finisce depositata nel sistema bancario, tanta più moneta
le banche possono creare. Una diminuzione del rapporto circolante-depositi aumenta il moltiplicatore
monetario e l’offerta di moneta.

I tre strumenti di politica monetaria


Abbiamo utilizzato l’ipotesi che la BC controlli direttamente l’offerta di moneta. In realtà il controllo è
indiretto, attraverso la variazione della base monetaria o del tasso di riserva, e viene praticato con tre
strumenti di politica monetaria:
Le operazioni di mercato aperto: sono acquisti e vendite di titoli di stato effettuati sul mercato dalla BC.
Quando la BC acquista titoli dal pubblico, la moneta che utilizza per pagarli aumenta la base monetaria e
quindi l’offerta di moneta; quando li vende al pubblico il denaro che riceve viene sottratto alla base
monetaria e quindi all’offerta di moneta.
Riserva obbligatoria: è il tasso di riserva che le banche sono obbligate a detenere a fronte dei depositi che
ricevono. Un aumento della riserva obbligatoria riduce il moltiplicatore monetario e l’offerta di moneta.
Tasso di sconto: è il tasso di interesse che le banche devono corrispondere alla BC a fronte dei prestiti
richiesti. Le banche richiedono tali prestiti nel momento in cui si trovano nella necessità di soddisfare gli
obblighi di riserva. Una diminuzione del tasso di sconto fa aumentare la base monetaria e l’offerta di
moneta.

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La discrezionalità operativa delle banche può far variare l’offerta di moneta in modo del tutto imprevedibile
per la BC: quanto maggiori sono le riserve discrezionali, tanto maggiore è il tasso di riserva, tanto minore è
l’offerta di moneta.

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89. La domanda di moneta


La teoria quantitativa della moneta ipotizza che: (M/P)d = kY [dove k è una costante che misura la
quantità di moneta che gli individui desiderano detenere per ogni unità di reddito].
Abbiamo poi considerato una funzione di domanda di moneta più generale e realistica, fondata sull’ipotesi
che la domanda di saldi monetari reali dipenda sia dal tasso di interesse sia dal reddito:
(M/P)d = L (i , Y).
Rammentiamo che la moneta ha tre funzioni: 1) Unità di conto; 2) Riserva di valore; 3) Mezzo di scambio.
Le teorie della domanda di moneta enfatizzano il suo ruolo di riserva di valore o di mezzo di scambio.

Le teorie delle scelte di portafoglio e la domanda di moneta. Le teorie della domanda di moneta che ne
enfatizzano la funzione di riserva di valore sono dette teorie delle scelte di portafoglio.
La moneta offre un rendimento (nominale) sicuro, mentre i prezzi delle azioni e delle obbligazioni possono
aumentare o diminuire. Secondo ciò, alcuni economisti hanno ipotizzato che gli individui scelgano di
detenere moneta come componente del proprio portafoglio ottimale. Le teorie delle scelte di portafoglio
predicono che la domanda di moneta debba dipendere dal rischio e dal rendimento offerto dalla moneta e
dalle altre attività finanziarie sostitutive della moneta a disposizione del pubblico. Deve dipendere anche
dalla ricchezza totale, in quanto misura del portafoglio da ottimizzare. Scriviamo la funzione di domanda di
moneta come: (M/P)d = L (rs, rb, e, W)
rs rendimento atteso delle azioni, rb rendimento atteso dell’inflazione, e tasso atteso d’inflazione,W
ricchezza reale.
Un aumento di rs e rb riduce la domanda di moneta perché le altre attività diventano più remunerative. Un
aumento di e riduce la domanda di moneta rendendola meno attraente rispetto ad altre attività. Un aumento
di W fa aumentare la domanda di moneta, perché una ricchezza superiore corrisponde ad un portafoglio più
consistente.
Possiamo considerare la nostra funzione di domanda di moneta L(i, Y) come un’utile semplificazione:
Il reddito reale Y è una approssimazione della ricchezza reale, W;
Il tasso di interesse nominale, i, non è che la somma dell’inflazione attesa e del rendimento delle
obbligazioni (ovvero i = rb + e). secondo le teorie delle scelte di portafoglio, la funzione di domanda di
moneta deve includere anche il rendimento atteso di altre attività.

Le teorie transattive della domanda di moneta


Le teorie della domanda che enfatizzano il ruolo della moneta come mezzo di scambio sono dette teorie
transattive. Le teorie transattive della domanda di moneta hanno svariate forme, in funzione del modo in cui
descrivono i processi di acquisizione della moneta e di svolgimento delle transazioni; tutte partono
dall’ipotesi che l costo della moneta sia la scarsa remunerazione, e il beneficio la maggiore comodità delle
transazioni. Per avere un esempio di come questo genere di teorie spiega la funzione di domanda di moneta,
prendiamo in considerazione un tipo di modello molto seguito: il modello di Baumol-Tobin che analizza
costi e benefici del detenere moneta.

Innovazione finanziaria, quasi-moneta e abbandono degli aggregati monetari


L’analisi macroeconomica tradizionale classifica le attività finanziarie in 2 gruppi:
Quelle utilizzabili come mezzo di scambio, oltre che come deposito a vista (moneta);

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Quelle utilizzabili solo come deposito di valore (azioni, obbligazioni …)
Le attività monetarie, come i conti interessi, sui cui in passato non venivano corrisposti interessi, oggi
vengono remunerate a tassi di mercato e sono diventate paragonabili alle attività non monetarie come
deposito di valore. Attività non monetarie come azioni e obbligazioni, oggi possono essere convertite grazie
all’innovazione finanziaria, in attività monetarie in tempo reale, con semplici operazioni telematiche. Queste
attività non monetarie hanno acquisito almeno in parte la liquidità della moneta e sono dette quasi-moneta.
L’esistenza della quasi moneta complica la politica monetaria, rendendo la domanda di moneta più instabile.
Dal momento che moneta e quasi-moneta sono sostituibili, gli individui possono facilmente trasformare le
proprie attività da una tipologia all’altra. Cosi la velocità della moneta diventa instabile e la quantità di
moneta emette segnali fuorvianti sulla domanda aggregata. Per ovviare a questo problema la FED ha
condotto una politica monetaria fissando un obiettivo per il livello del tasso di interesse a breve termine
prevalente nel mercato interbancario. Tale obiettivo viene modificato periodicamente in funzione
dell’andamento dell’economia, lasciando che l’offerta di moneta si muova in modo da mantenere il tasso
d’interesse obiettivo. Se l’andamento dell’economia è un indicatore efficace, la scelta di ignorare
l’andamento degli aggregati monetari si è dimostrata eccellente.

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90. Progressi della teoria delle fluttuazioni cicliche


I recenti indirizzi della ricerca economica moderna sono:
Teoria del ciclo economico reale, secondo la quale le fluttuazioni economiche di breve periodo possono
essere spiegate mantenendo l’ipotesi del modello classico; tale teoria ipotizza la perfetta flessibilità dei
prezzi, anche nel breve termine. In questa formulazione teorica le variabili nominali (come l’offerta di
moneta e il livello dei prezzi) non influenzano le variabili reali come l’occupazione e il reddito. Nella
definizione di ciclo economico reale il termine “reale”, si riferisce all’esclusione delle variabili nominali
dalla spiegazione delle fluttuazioni economiche di breve periodo.
Nuova economia keynesiana che si basa sulla premessa che i modelli di mercati in equilibrio (come la teoria
del ciclo economico reale) non possono spiegare le fluttuazioni economiche di breve periodo. Secondo
Keynes la domanda aggregata è la principale determinante del reddito nazionale nel breve periodo. I nuovi
keynesiani accettano questa conclusione fondamentale e ricorrono a modelli con prezzi e salari vischiosi
(accettano l’interpretazione del modello IS-LM come teoria della domanda aggregata).

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91. La teoria del ciclo economico reale


Le fluttuazioni della produzione, dell’occupazione, dei consumi, degli investimenti e della produttività sono
la risposta naturale e volontaria di un individuo a inevitabili cambiamenti del suo ambiente.
Secondo la teoria del ciclo economico reale, le fluttuazioni che si verificano nei nostri sistemi economici
sono in tutto somiglianti, Salvo che nella complessità, a quelle descritte per la semplice economia
Crusoeniana (vedi metafora di Robinson): variazioni della nostra capacità di produrre beni e servizi (come le
variazioni metereologiche nel semplice mondo di Crusoe) alterano il livello naturale del reddito e
dell’occupazione.
Si tratta di variazioni non necessariamente desiderabili, ma inevitabili, e, una volta che avvengono è
preferibile che il PIL, l’occupazione e le altre variabili macroeconomiche reali fluttuino di conseguenza.
Gli economisti sono in netto disaccordo sulla validità della teoria del ciclo economico reale. Al centro nel
disaccordo ci sono 4 questioni fondamentali:
L’interpretazione del mercato del lavoro; la teoria del ciclo economico reale enfatizza l’idea che la quantità
di lavoro offerta in ogni dato momento dipenda dagli incentivi con cui si confrontano i lavoratori che
variano volontariamente il proprio impegno lavorativo, adeguandolo alle circostanze: se sono ben
remunerati, sono disponibili a lavorare per molte ore; se la remunerazione del lavoro è troppo bassa
diminuisce il loro impegno e i lavoratori possono anche scegliere di rinunciare al lavoro (almeno
temporaneamente). Questa determinazione a ridistribuire le ore di lavoro nel tempo è detta sostituzione
intertemporale del lavoro.
Aumenti del tasso d’interesse o dei salari reali inducono gli individui a desiderare di lavorare di più: questo
fa aumentare l’occupazione e di conseguenza il reddito.
I critici della teoria del ciclo economico reale affermano che le oscillazioni del livello di occupazione non
riflettono variazioni delle preferenze individuali dei lavoratori: secondo la loro opinione l’occupazione
desiderata non è molto sensibile al salario reale e al tasso d’interesse; sottolineano anche come il tasso di
disoccupazione vari sostanzialmente nelle diverse fasi del ciclo economico (periodi di recessione -> tasso di
disoccupazione alto -> squilibrio del ciclo economico insensibile a variazioni dei salari).
In risposta a questa critica i sostenitori della teoria del ciclo economico reale affermano che le statistiche di
disoccupazione sono di difficile interpretazione: il semplice fatto che il tasso di disoccupazione sia elevato
non significa di per se che la sostituzione intertemporale del lavoro sia irrilevante (es di lavoratore che si
definisce disoccupato per ottenere il sussidio di disoccupazione).
L’importanza degli shock tecnologici; la teoria del ciclo economico ipotizza che nella nostra economia si
verifichino fluttuazioni della tecnologia, determina la nostra capacità di trasformare i fattori di produzione
(capitale, lavoro) in prodotto (beni e servizi), e che queste fluttuazioni tecnologiche provochino oscillazioni
dei livelli di occupazione e reddito. Se la tecnologia disponibile migliora, l’economia realizza un prodotto
aggregato maggiore e i salari reali aumentano; a causa della sostituzione intertemporale del lavoro il
miglioramento tecnologico provoca un aumento dell’occupazione.
I teorici del ciclo economico reale spesso spiegano i periodi di recessione come “regressi tecnologici”:
secondo i loro modelli, durante le recessioni la produzione e l’occupazione diminuiscono perché la
tecnologia di produzione disponibile si deteriora, facendo contrarre il prodotto e riducendo gli incentivi al
lavoro.
I critici della teoria del ciclo economico reale sono scettici circa la possibilità che l’economia subisca forti
shock tecnologici: è opinione diffusa che il progresso tecnologico segua un percorso produttivo. Questi

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economisti affermano che il regresso tecnologico è fortemente non plausibile: l’accumulazione di
conoscenza tecnologica può rallentare,ma è difficile immaginare che inverta la propria direzione. I
sostenitori di questa teoria, da parte loro rispondono definendo lo shock tecnologico in maniera meno
ristretta, affermando che molti eventi, alcuni dei quali di natura non tecnologica, influenzano l’economia in
modo analogo a uno shock tecnologico (es un clima avverso, un approvazione di una normativa ambientale
restrittiva o l’aumento del prezzo del petrolio).
La neutralità della moneta. La moneta non ha alcun ruolo nella metafora economica di Crusoe. La teoria del
ciclo economico reale, analogamente, ipotizza che la moneta, nei nostri sistemi economici, sia neutrale,
anche nel breve periodo. Questo implica che la politica monetaria viene considerata inefficace nel
determinare variabili reali come la produzione e l’occupazione.
Secondo i critici la politica monetaria ha una forte influenza sull’economia. I sostenitori della teoria del ciclo
economico reale affermano che tale critica si fonda su un’inversione del nesso causale tra moneta e
produzione.
Costoro affermano che l’offerta di moneta è endogena: fluttuazioni della produzione possono generare
oscillazioni dell’offerta di moneta. Questa reazione endogena della moneta dell’attività economica può dare
l’illusione di una non neutralità monetaria.
La flessibilità di salari e prezzi. La teoria del ciclo economico reale ricorre all’ipotesi che salari e prezzi si
adeguino rapidamente in modo da garantire l’equilibrio dei mercati. I sostenitori di tale teoria ritengono che
le imperfezioni dei mercati, come la vischiosità dei salari e dei prezzi, non siano rilevanti ai fini della
comprensione delle fluttuazioni cicliche. Sono anche convinti che l’ipotesi di perfette flessibilità dei prezzi
sia metodologicamente superiore a quella di vischiosità, riuscendo a legare più strettamente macro e
microeconomia. I critici della teoria sottolineano che molti prezzi e salari non sono flessibili e affermano che
la mancanza di flessibilità spiega sia l’esistenza della disoccupazione sia la non neutralità della moneta.

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92. La nuova economia keynesiana


La maggior parte degli economisti è scettica riguardo alla teoria del ciclo economico reale e ritiene che le
fluttuazioni di breve periodo della produzione e dell’occupazione rappresentano deviazioni dell’economia
dalla sua condizione naturale, nella convinzione che tali deviazioni si verifichino perché salari e prezzi non
sono sufficientemente rapidi nell’aggiustarsi al mutare delle condizioni economiche.
La vischiosità fa sì che la curva di offerta aggregata di breve periodo abbia pendenza positiva, anziché
verticale. Di conseguenza le fluttuazioni della domanda aggregata determinano fluttuazioni della produzione
e dell’occupazione nel breve periodo.

Bassi costi di stampa del menù ed esternalità della domanda aggregata


Una delle ragioni per cui i prezzi non si adeguano immediatamente nel breve periodo e che l’aggiustamento
presenta dei costi. Il c.d. costo dell’aggiustamento dei prezzi (stampa del menù) induce le imprese a
modificare i prezzi a intermittenza, anziché continuamente.
Secondo i sostenitori dell’ipotesi della stampa del menù per capire la ragione del lento adeguamento dei
prezzi, è necessario riconoscere che tale aggiustamento presenta esternalità: la riduzione dei prezzi da parte
di un’impresa beneficia le altre imprese dell’economia. Quando un’impresa abbassa i prezzi, abbassa il
livello generale dei prezzi e perciò fa aumentare i saldi monetari reali. Tale aumento espande il reddito
aggregato spostando verso destra la curva LM. L’espansione dell’economia fa aumentare la domanda dei
beni e servizi prodotti da tutte le imprese attive nell’economia. Questo effetto macroeconomico
dell’aggiustamento dei prezzi della singola impresa sulla domanda dei prodotti delle altre imprese è detto
“esternalità della domanda aggregata”. In presenza di esternalità della domanda aggregata anche costi
contenuti di stampa del menù possono rendere vischiosi i prezzi; e questa vischiosità può avere un costo
enorme per l’economia nel suo complesso (i prezzi vischiosi possono rappresentare una scelta ottimale per
chi decide i prezzi anche se fossero dannosi per l’economia nel suo complesso).

Le recessioni come mancanza di coordinamento


Alcuni nuovo keynesiani suggeriscono che le recessioni sono la conseguenza di una mancanza di
coordinamento. Nelle recessioni la produzione è bassa, i lavoratori sono disoccupati e gli impianti produttivi
sono sottoutilizzati: è possibile immaginare un’allocazione delle risorse n cui tutti si trovino in condizioni
migliori.
I problemi di coordinamento possono sorgere nella determinazione di prezzi e salari perché chi partecipa al
processo decisionale ha aspettative sul comportamento della controparte nella negoziazione.
La decisione di ciascuna impresa influenza la gamma delle possibilità delle altre imprese: se un’impresa
diminuisce i prezzi, migliora la posizione di altre imprese che possono così evitare la recessione.
Quest’effetto positivo dell’azione di un’azienda sulle opportunità di profitto di altre può derivare da
un’esternalità della domanda aggregata.
Se ciascuna impresa si aspetta che l’altra riduca i prezzi, entrambe lo faranno; se invece ciascuna impresa si
aspetta che l’altra mantenga inalterati i prezzi, entrambe li lasceranno invariati.
Gli economisti sono soliti definire queste situazioni equilibri multipli.
Se le imprese coordinassero la loro attività, ciascuna raggiungerebbe il risultato ottimale (tale
coordinamento è reso difficile dal n° di imprese che determinano il prezzo).
In conclusione possiamo dire che i prezzi possono essere vischiosi semplicemente perché gli individui si

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aspettano che lo siano, e nonostante non rappresentino un vantaggio per nessuno.

Lo scaglionamento dei salari dei prezzi


In un’economia non tutte le decisioni di salario e di prezzo avvengono simultaneamente; al contrario
l’aggiustamento dei prezzi e dei salari è scaglionato.
Lo scaglionamento fa aggiustare il livello dei salari e dei prezzi solo gradualmente, anche nel caso in cui i
singoli prezzi e i singoli salari variassero frequentemente.
Lo scaglionamento rende il livello generale dei prezzi più lento nell’aggiustamento, poiché nessuna impresa
ha il coraggio di aumentare drasticamente il proprio prezzo. Lo scaglionamento delle decisioni ha effetto
anche sulla determinazione dei salari. Lo scaglionamento dei processi di determinazione dei salari
individuali rende vischioso il livello dei salari.

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Indice
1. La microeconomia 1
2. I DATI DELLA MACROECONOMIA 2
3. PIL reale e Pil nominale 4
4. Le componenti della spesa 5
5. Altre misure del reddito 6
6. L’IPC e il deflatore del PIL 7
7. Misurare la disoccupazione: il tasso di disoccupazione 8
8. Cosa determina la produzione aggregata di beni e servizi 10
9. Come si distribuisce il reddito nazionale tra i fattori di produzione 11
10. Il prodotto marginale del lavoro (PML) 12
11. IL prodotto marginale del capitale (PMK) e la domanda di capitale 13
12. La distribuzione del reddito nazionale 14
13. Cosa determina la domanda di beni e servizi 15
14. Gli investimenti 16
15. La spesa pubblica 17
16. Variazioni del risparmio: gli effetti della politica fiscale 19
17. MONETA E INFLAZIONE 20
18. La Teoria Quantitativa della moneta 22
19. La funzione della domanda di moneta e l’equazione quantitativa 23
20. Moneta, prezzi e inflazione 24
21. Il signoraggio: quel che si ricava dal battere moneta 25
22. Inflazione e tassi di interesse 26
23. Tasso d’interesse nominale e la domanda di moneta 27
24. I Costi sociali dell’inflazione 28
25. L’iperinflazione 29
26. L’ECONOMIA APERTA 30
27. Flussi internazionali di capitali e saldo delle partite correnti 32
28. Gli effetti della politica fiscale all’interno e all'esterno 34
29. I TASSI DI CAMBIO 35
30. Tasso di cambio reale e saldo delle partite correnti 36
31. Gli effetti delle politiche commerciali 37
32. LA DISOCCUPAZIONE 39
33. La ricerca del lavoro e la disoccupazione frizionale 40
34. Politica economica e occupazione frizionale 41
35. Rigidità dei salari e disoccupazione strutturale 42
36. Le leggi sul salario minimo 43
37. I sindacati e la contrattazione collettiva 44
38. Il salario di efficienza 45
39. La durata della disoccupazione 46
40. Disoccupazione negli Stati Uniti 47
41. La teoria della crescita: l’accumulazione di capitale 48
42. La crescita dello stock di capitale e lo stato stazionario 50
43. La tendenza allo stato stazionario 51
44. Il livello di capitale della regola aurea 52
45. La crescita della popolazione 54
46. Il progresso tecnologico nel modello di Solow 56
47. Le politiche per promuovere la crescita 57
48. La crescita: dalla teoria alla prassi 59
49. Oltre il modello di Solow: la teoria della crescita endogena 60
50. Orizzonte temporale nella macroeconomia 62
51. Il modello di offerta aggregata e domanda aggregata 63
52. La domanda aggregata 64
53. L’offerta aggregata 66
54. Le politiche di stabilizzazione 68
55. Keynes rivoluziona la teoria economica 70
56. Il tasso di interesse, investimenti e la curva IS 73
57. Il Mercato della moneta e la curva LM 74
58. Il reddito, la domanda di moneta e la curva LM 75
59. Spiegare le fluttuazioni con il modello IS-LM 77
60. Gli shock nel modello IS-LM 79
61. La Grande Depressione 80
62. Gli effetti destabilizzanti della deflazione 82
63. Il Modello di Mundell-Fleming 83
64. La politica economica nel modello di Mundell-Fleming: sintesi 85
65. Tassi di cambio fissi e flessibili 87
66. I tre modelli di offerta aggregata 88
67. Modello dei prezzi vischiosi 90
68. Inflazione, disoccupazione e la curva di Phillip 92
69. Aspettative, adattative e inerzia dell’inflazione 94
70. Inflazione e tasso di sacrificio 95
71. Il dibattito sulla politica macroeconomica 97
72. Le difficoltà delle previsioni economiche 98
73. La politica economica dovrebbe essere discrezionale o regolamentata? 99
74. Il debito pubblico 101
75. I consumatori e il carico fiscale futuro 103
76. Microeconomia per la macroeconomia 105
77. Irving Fisher e la scelta intertemporale 107
78. Franco Modigliani e l’ipotesi del ciclo di vita 110
79. Milton Friedman e l’ipotesi del reddito permanente 111
80. Robert Hall e l’ipotesi del sentiero casuale 112
81. David Laibson e la spinta della gratificazione immediata 113
82. Gli investimenti 114
83. Il costo del capitale 116
84. Le determinanti degli investimenti 117
85. Il mercato azionario e il q di Tobin 119
86. Gli investimenti Residenziali 120
87. Gli investimenti in Scorte 121
88. L’offerta di moneta 123
89. La domanda di moneta 126
90. Progressi della teoria delle fluttuazioni cicliche 128
91. La teoria del ciclo economico reale 129
92. La nuova economia keynesiana 131

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