Sei sulla pagina 1di 6

Resurrezione: Dalla carne o della carne?

La Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo a confronto con la gnosi egizia e il concetto
di resurrezione.

di Antonio Bonifacio

Vi è sempre stata una difficoltà nell’accettare il dogma relativo alla resurrezione della
carne. Questa trae fonte dall’insegnamento di San Paolo che allude alla risurrezione
del corpo (anche se il catechismo, differentemente dal credo niceno, usa l’espressione
risurrezione della carne). Nella 1ª epistola ai Corinzi Paolo scrive: «Ora si predica
che il Cristo è resuscitato dai morti, come possono dire alcuni di voi che non esiste la
resurrezione dei morti? Se non esiste la resurrezione dei morti neanche il Cristo è
resuscitato. Ma se il Cristo non è resuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed
è vana anche la nostra fede». È evidente che se si scoprisse il sepolcro contenente le
spoglie di Cristo, il cristianesimo stesso si dissolverebbe non avendo più fondamenta
su cui poggiarsi. Non va però dimenticato che, nella successiva lettera, la seconda ai
Corinzi, lo stesso Paolo sembra mutare (e non di poco) il suo pensiero producendosi
in un’apparente contraddizione in ordine al tema delle relazioni fra corpo e anima
che, stavolta, rifletterebbe l’osmosi di idee maturate in ambienti culturali diversi da
quello ebraico e cioè il mondo greco. Infatti, l’antropologia ebraica era totalmente
difforme da quella greca e non possedeva una dottrina dell’anima come entità
separata dal corpo, contraddizione che il domenicano Eckhart (il più grande maestro
cristiano dell’anima) coglierà più di un millennio dopo ispirandosi senza riserve nei
suoi scritti ai “maestri pagani” piuttosto che all’eredità biblica. Per i semiti all’epoca,
infatti, l’uomo era un’unità psicosomatica e per questo si riteneva che i sentimenti
quali, il volere e il sentire dipendessero dagli organi materiali (cuore e/o reni). Al
dissolversi del corpo e degli organi menzionati scomparivano gli elementi psichici
senza alcuna immortalità dell’elemento animico. Tuttavia Paolo non utilizza il solo
linguaggio semita, ma vi aggiunge un’immagine estranea paragonando il corpo a un
seme fecondo, immagine sintesi del suo scritto e “metafora” che sembra scaturire
dalla religione egizia, il cui contributo alla formazione delle idee dell’apostolo
sembra essere un po’ sottovalutato e che induce a richiamare quei concetti della
necessità di una resurrezione in vita, propri del “Quinto Vangelo” di Tommaso.
L’analisi delle due lettere ai Corinzi ci permette quindi di inquadrare il pensiero
paolino in un ordine di idee più vasto, non dimenticando che egli stesso è considerato
verosimile detentore di un sapere gnostico, derivatogli da una linea di trasmissione
diretta che, scaturendo da lui, giunge a Panteno e a Clemente Alessandrino. Ciò
consente di proporre anche alcune ardite osservazioni di ordine “operativo” in
relazione al tema della resurrezione.

I destini di Corpo e Anima


Nonostante l’ispirazione ebraica dei contenuti della prima epistola, la concezione
della resurrezione del corpo è assolutamente estranea a tutto l’antico ambiente
1
mediterraneo. Nell’ebraismo stesso essa compare sporadicamente e si rinviene nel
capitolo 12 del Libro di Daniele e nel capitolo 7 del Secondo Libro dei Maccabei:
troppo poco per considerarla intrinseca alla dottrina biblica. Inoltre, tra la prima
lettera ai Corinzi e la catechesi attuale sembra esservi comunque una separazione, in
quanto in quest’ultima si afferma che l’anima è una entità distinta dal corpo che alla
morte segue un destino proprio. Così è scritto: «Con la morte, separazione dell'anima
e del corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va
incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio
nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi
riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù». L’apostolo invece
scrive: «Ma qualcuno dirà: "Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?".
Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini
non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro
genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo”.
Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di
animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi
terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri.
Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle
stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore. Così anche la
risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina
ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un
corpo animale, risorge un corpo spirituale». Il corpo glorificato trova corrispondenza
con il corpo “corpo spirituale” o pneumatico (1). Tuttavia, si consideri che Paolo, in
questa sua esposizione, utilizza il verbo greco allaghesometha, per illustrare il
passaggio da una condizione all’altra, egli adotta quindi un termine che significa
“traslazione“ per significare esattamente la modificazione che si produce tra l’uomo
dotato di anima, così com’era intesa alla maniera ebraica, e quello pneumatico. Ciò
implicherebbe, seguendo l’indicazione dello studioso J. Hillman, la “rinuncia a una
cosa per guadagnarne un’altra” e per conseguenza il trapasso dallo psichico al
“pneumatico”. A sostegno di questa nostra affermazione può giungerci in aiuto il
Vannini, noto studioso delle problematiche dell’anima, che, sulla concezione paolina,
fa un’affermazione poderosa e inequivocabile: «In Paolo non è presente in alcun
modo il concetto d’immortalità dell’anima. In lui la salvezza è somatica e cosmica,
nel senso che il “soma spirituale” al suono dell’ultima tromba risorgerà glorioso,
mentre il soma psichico andrà incontro alla definitiva corruzione.» La traslazione da
anima a pneuma produsse delle modificazioni incalcolabili nel tessuto, sia pure
variegato, delle concezioni dell’epoca, le quali, in nessuna circostanza, abrogavano
l’anima per sostituirla con qualcos’altro. Con l’affermarsi di questa nuova visione
furono scosse le fondamenta del mondo classico e i suoi parametri di riferimento.
Sintetizzando al massimo il discorso, si può osservare che Paolo, per spiritualizzare il
corpo, è costretto a rinnegare la concezione stessa dell’anima e del suo “naturale
desiderio” di giungere all’Ade. L’anima, infatti, bramerebbe essenzialmente
guadagnare l’accesso al mondo infero.

2
Dagli Inferi all’Inferno
In Egitto, ancor prima dell’affermarsi delle concezioni post-omeriche del mondo
greco, l’anima stessa appare essere in stretta relazione con Osiride, fino al punto che,
secondo alcuni, la vicenda di Osiride non rappresenta altro che il paradigma
dell’anima stessa che visita l’Ade per procedere alla sua purificazione. Nella nuova
concezione paolina, nettamente anticlassica, l’Inferno si sostituisce agli Inferi e la
missione della venuta di Cristo, consisterebbe nel devastare il luogo dell’anima. Il pur
furente Eracle, nella sua visita infernale, si limita a spodestare Ade, ma non ne
annienta il regno come fa Cristo. Tale distruzione comportò nell’ordine concettuale
dell’antichità un cambiamento epocale in quando il “regno della morte” traslò
concettualmente nel “regno di Satana”. Scrive Hillman: «Paghiamo lo spirito con la
nostra anima. La vittoria del cristianesimo sul mondo infero è contemporaneamente
perdita dell’anima». Si aprì quindi un problema del tutto nuovo: il mondo infero
venne inteso, da allora in poi, come regno del diavolo. Per questo aggiunge Hillman:
«sicché l’immagine del diavolo ci perseguita ancora oggi nelle nostre paure
dell’inconscio e della psicosi latente che si suppone vi stia in agguato; e ancora oggi,
come riti propiziatori contro la nostra paura, ricorriamo ai metodi del cristianesimo
(moralizzazione, comunione, buoni sentimenti e ingenuità da fanciulli) anziché alla
discesa classica dentro tale paura, la nekyia dentro l’immaginazione». In questa
cornice è difficile accostare acriticamente i tratti della vicenda osiriaca a quella
cristica. Osiride, infatti, come “dio dei morti”, occupa nella visione cristiana un posto
antitetico a quello del Cristo. Egli è all’inferno in compagnia dei “demoni” suoi
sottomessi, e quindi egli non sarebbe altro che una delle maschere con cui il demonio
si sarebbe manifestato nel mondo.

Osiride e Cristo: confronto possibile?


Anche se Cristo e Osiride paiono, per certi tratti, distanti, hanno molti punti in
comune e rendono pensabile un accostamento trasversale. Entrambi indicano agli
uomini un’inedita possibilità di salvezza assoluta che passa attraverso la dolorosa via
della morte. Per illustrare questo percorso è necessario riportarci ai contenuti della
prima lettera ai Corinzi, dove Paolo fa di Cristo il prototipo di tutti i salvati, anche se
non può esistere una vera identità di eventi che rendano simile la vicenda di Cristo
con quella del suo adepto. Il Salvatore, infatti, deposto nel sepolcro, risuscita al terzo
giorno ma, in sintesi, dopo le poche ore che trascorrono dal tramonto del venerdì
all’alba della domenica. All’aurora, infatti, il corpo del Cristo doveva essere unto e
quindi la sua resurrezione è evidentemente antecedente a qualsiasi corruzione delle
membra. La lettura dei passi di Paolo, sembra affermare che il cristiano, prima di
risorgere, abbia invece necessità di subire tutto il processo tanatologico, a
similitudine di quanto accade a Osiride. Infatti, Paolo afferma che il corpo è come un
chicco di grano che deve “morire” (cioè corrompersi, quanta alchimìa c’è in questo!),
perché solo così può nascere la pianta e cioè il nuovo corpo pneumatico che ha natura
differente da quella del chicco. La necessità di questa corruzione è confermata
dall’accurato commento all’epistola del teologo domenicano Marie Emile Boismard,
che scrive: «Nel versetto 36 dice chiaramente che quello che si semina non è quel
3
corpo che poi diventerà pianta, bensì qualcosa che deve morire, marcire e poi sarà
Dio a far rinascere la pianta. Paolo sottolinea che sarà Dio a dare un corpo a ciò
che sarà completamente scomparso nella terra in maniera differente secondo i vari
generi di piante”. Ciò comporta una radicale differenza tra ciò che si semina e ciò che
risorgerà. La resurrezione dell’uomo può compiersi solo dopo che il suo corpo si sia
integralmente consumato. Il corpo del Cristo, avvolto nel sudario protettivo, imbibito
di essenze (aloe mirra e altri oli essenziali), come si afferma nei Vangeli, e come è
confermato dallo stesso telo sindonico, è poi posto nel sepolcro nuovo,”vergine”
(come il “vaso” di Maria al suo concepimento) e non reca perciò alcuna traccia di
corruzione. D’altronde Cristo, viene avvolto strettamente dai panni funebri come
venne avvolto Osiride. Questi tuttavia subisce due passioni: la prima volta è chiuso
dal sarcofago di legno che gli si conforma perfettamente come fosse un vestito. Da
questo insieme, corpo-sarcofago, successivamente all’annegamento del dio, si
sviluppa prodigiosamente un albero di enormi proporzioni, dimostrando che il
sarcofago-tomba assuma essenzialmente i caratteri di uno straordinario serbatoio di
energia fecondante (l’albero nella circostanza è un simbolo cosmico che investe i tre
regni, cioè l’intera manifestazione). Aggiungiamo, a proposito di questa “energia”,
l’enigmatico episodio evangelico, ricordato da Marco, che narra dell’emorroissa che
guarisce al solo toccar la veste del Cristo, come se il panno fosse imbibito di
un’energia misteriosa, già intrinseca al corpo del Cristo e che egli trasmette
addirittura ai suoi abiti («Chi mi ha toccato? Ho sentito una forza uscire da me»,
Marco 5 30-31). La seconda resurrezione di Osiride, è anch’essa ugualmente
”vegetale”, si compie mentre il corpo di Osiride è avvolto nel telo funerario e deposto
sul letto leontocefalo. Qui egli è rappresentato immoto, mentre dal suo corpo si
ergono vigorose ventotto spighe di grano. La lingua egizia è precisa nell’indicare lo
stato del corpo disteso sul letto di trasformazione, che è denominato Khat, termine
che sta a significare uno specifico “stato” dell’essere, in quanto si tratta di una parola
formata da due geroglifici. Col primo s’indica il corpo, mentre, con il secondo, il letto
di mummificazione stesso, corpo e letto insieme formano una nuova realtà
inscindibile, atta a innescare le alchimie proprie della trasformazione iniziatica nel
dopo-morte. A seguito della cerimonia dell’apertura della bocca, infatti, l’entità
pneumatica che si sarà formata, assumerà le facoltà sensorie “sottili” in grado di
compiere le successive operazioni di stabilizzazione post-mortale che riguardano il
corpo glorioso che si è formato a causa della trasformazione rituale operata
nell’utero del sepolcro. Giungiamo quindi a un punto assai complesso perché sia
Cristo, che Osiride necessitano, per risorgere dalla propria condizione, di un
passaggio tombale, quello di Cristo è brevissimo, più lungo quello di Osiride. Egli,
d’ora in poi, sarà sempre rappresentato come un mummificato e contraddistinto dal
sintomatico color verde, simbolo eloquente della sua resurrezione vegetale (rinascita
vegetale in qualche modo adombrata anche dalla resurrezione sepolcrale di Cristo
avvenuta nel sepolcro, ospitato in un “giardino”). Questa resurrezione vegetale (come
la pianta che nasce dal seme gettato in terra di Paolo) costituisce l’indicazione
dell’apertura di un passaggio che gli uomini possono seguire per ottenere la stessa
nuova natura di Osiride identificandosi e ripercorrendo la sua stessa vicenda. Questa
4
via può essere conosciuta in vita attraverso specifiche modalità operative e rituali,
presupponendosi con ciò l’iniziatico passaggio attraverso le porte degli Inferi. La
letteratura funeraria egizia non prescinde mai, neanche per il dio solare Ra, dalla
necessità di questa frequentazione vittoriosa dell’Ade, in cui, le forze disgregatrici
non vengono distrutte, ma assunte iniziaticamente, attraverso la formula “Io ti
conosco”, quali “parti di sé”. Un elemento accomuna, comunque, le due vie egizie,
elemento costantemente presente nella citata letteratura funeraria: le situazioni
drammatiche vissute dalla sfera “animica” degli dei protagonisti, devono essere
anticipate in vita da parte di chi aspira alla completa trasmutazione della sua anima
fino alla divinizzazione della medesima, per godere, infine, della paritetica
“compagnia degli dei” ed eventualmente procedere oltre gli dei stessi. Date le
similitudini tra la vicenda di Osiride e quella di Cristo, ci chiediamo se può ritenersi
che l’originale messaggio di Cristo partecipasse dei contenuti di questa “escatologia
al presente” perché in questa circostanza, in luogo di resurrezione della carne,
dovrebbe ritenersi che vi fosse un’originaria resurrezione dalla carne e quindi dai
morti (i non iniziati).

La gnosi di Paolo
Il Vangelo di Tommaso, che non ha trovato posto tra i canonici, nonostante alcuni lo
considerino il testo prototipico dei canonici successivi, assimilandolo alla celebre
“fonte Q”, affronta, tra i tanti temi, soprattutto quello della risurrezione, ponendosi in
drammatico contrasto con la visione escatologica di Paolo, proclamando la necessità
di operare una revulsione in vita. Tutte le scritture pneumatiche, infatti, mettono in
guardia dal cercare il regno e la resurrezione nel tempo, come se l’evento catartico si
possa realizzare in un futuro e quindi alla fine del tempo di questo mondo. Gli
apocrifi indicano piuttosto la necessità dell’abrogazione del tempo nell’attualità,
rimuovendo la percezione dell’illusione temporale e mondana. La visione di tali
“enti” è, infatti, sempre “non reale” in quanto essi “non sono”, ma appaiono
sovrapposti al Reale, all’Essere. Come scrive L.M.A. Viola: «Gesù insiste sulla
presenza eterna della luce pneumatica dell’essenza del soggetto, affinché egli non
abbia a cercare altrove, L’intimo di ogni uomo di luce è Cristo, la sua autentica
identità». Per questo la conoscenza del Cristo risorto si configura come una
conoscenza per identità: chi conosce Cristo si identifica a Cristo, svelando la luce
essenziale senza più alcuna relazione di alterità. Nel breve confronto comparativo che
si è proposto in precedenza è evidente la costante identificazione che nei testi funerari
egizi si compie tra l’iniziato (anche iniziato defunto perché l’operazione è possibile
nella dimensione del post-mortem) con Osiride. Allo stesso modo questo specchiarsi
nell’identità lo si coglie costantemente nelle indicazioni pneumatiche degli apocrifi,
che invitano ad “abbracciare” Gesù e quindi a identificarsi con lui. Tuttavia, molti
indizi inducono a ritenere che Paolo, non fosse all’oscuro dalla più diretta via
gnostica. Certamente il complesso delle lettere denuncia una volontà di divulgazione
dei misteri in chiave psichica, ma non è da dimenticare che Paolo ricevette la
consegna direttamente dal Risorto e affermò, a più riprese, di possedere una
conoscenza segreta, una sapienza nascosta, la quale, annunciata, non fu mai
5
pienamente svelata. Questa non poté essere comunicata immediatamente a tutti
coloro i quali Paolo si rivolse, ma solo a coloro i quali egli ritenne “perfetti”. La
sapienza di Paolo è connessa ad una tradizione che non è stata accolta dall’ortodossia
e che deriverebbe dalla linea apocrifa dell’insegnamento gnostico, come risulta dalle
scritture e dalle scuole che a Paolo si riferiscono fino al III e IV sec. Si può quindi
ipotizzare che i problematici contenuti della lettera di Paolo riguardassero delle
raccomandazioni rivolte a una comunità di psichici, conservando egli, per i cenacoli
più ristretti, il contenuto pneumatico della dottrina del Cristo sul tema. La “sua”
resurrezione fu poi assolutizzata dalla Grande Chiesa e incorporata nel Credo e nel
Catechismo. L’esame della seconda lettera ai Corinzi (nel prossimo numero, n.d.r.)
potrà suffragare la verosimiglianza di questa indicazione.

Note
1 – Secondo il mito gnostico gli uomini creati si dividevano in tre generi, con
differenti caratteristiche e differenti destini:
• Ilici (da Hyle) o terreni, nati dalla materia degenerata del Demiurgo e dunque
destinati a dissolversi nel nulla;
• Psichici, dotati di anima ma destinati ad una redenzione incompleta. In base alle
loro scelte, possono o salvarsi o dissolversi come gli ilici.
• Pneumatici o spirituali, uomini nei quali è celato il seme spirituale. Dotati della
scintilla divina (pneuma), sono destinati a ricongiungersi con il mondo divino
indipendentemente dalle loro azioni.

Potrebbero piacerti anche