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Curriculum Vitae Ing.

Romanello

L’Ing. Vincenzo Romanello si è laureato in ingegneria nucleare – orientamento impianti


nucleari innovativi – all’Università di Pisa nel 2003, con una tesi dal titolo “Analisi di alcune
peculiari potenzialità degli HTR: la produzione di idrogeno ed il bruciamento degli attinidi”
(disponibile liberamente all’indirizzo: http://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-10152003-
181233/). Da allora ha continuato col gruppo guidato dal Prof. N. Cerullo a svolgere l’attività
intrapresa nella tesi di laurea, con particolare riguardo al bruciamento delle scorie radioattive,
pubblicando diversi lavori, sia tecnici che divulgativi sull’argomento, sia a livello nazionale
che internazionale. Ha lavorato a contratto nell’ambito di progetti internazionali sullo studio
del bruciamento delle scorie, ed è autore di un innovativo codice di calcolo waste-oriented
(CARL) commissionato dalla NEA (Nuclear Energy Agency). E’ membro dell’Associazione
Italiana Nucleare (AIN), come anche del Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare
(CIRN). E’ fra i curatori del sito dell’Università di Pisa dedicata
all’argomento:http://www.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/gcir.htm, come anche fra gli autori nel
sito: http://www.ingegnerianucleare.net/. Attualmente svolge l’attività di dottorato di ricerca
in Ingegneria dei Materiali presso l’Università degli Studi di Lecce.

Ing. Romanello, a 20 anni dalla tragedia di Chernobyl, qual è il livello di sicurezza delle
attuali centrali nucleari?

Le attuali centrali nucleari presentano caratteristiche di sicurezza assoluta. Oggi le unità


nucleari in funzione nel mondo sono 440 (e si parla delle sole unità in campo civile, essendo
quelle militari spesso coperte da segreto), e considerando che i primi reattori nucleari
commerciali hanno cominciato ad erogare energia elettronucleare sulla rete negli anni ’50 (nel
1956 Calder Hall in UK e nel 1957 Shippingport negli USA), abbiamo accumulato una
esperienza operativa di circa 10000 anni/reattore: è come dire che un reattore nucleare ha
funzionato per 10 000 anni! I risultati sono evidenti: l’Italia è circondata da nazioni
‘nuclearizzate’ (57 unità in funzione in Francia, 20 in Germania, 9 in Spagna, 5 in Svizzera, 1
in Slovenia solo per fare degli esempi) e l’energia elettronucleare copre il 35% del fabbisogno
dei paesi dell’Unione Europea: mai nessun incidente in impianti europei ha causato vittime o
danni consistenti. Del resto dai tempi dell’incidente di Chernobyl la potenza nucleare
installata nel mondo è aumentata del 40% (raggiungendo e superando i 350 000 MW elettrici),
e sono in costruzione 44 nuovi impianti in 15 diversi paesi. E’ evidente quindi che tale fonte
nel mondo non è certo stata oggetto di ripensamenti.
L’unico incidente serio avvenuto nel mondo occidentale è quello di Harrisburg (Pennsylvania,
USA) il 28 marzo del 1979 nell’impianto di Three Mile Island: la combinazione sinergica
dell’errore umano e di un difetto tecnico ha portato alla fusione del nocciolo del reattore.
L’incidente fu classificato di gravità 5 nella scala INES (sviluppata dall’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica – va da 1 a 7, con un incremento di un fattore 10 nella
severità per ogni livello). Non ci furono vittime, e l’equivalente di dose assorbito dagli abitanti
in un raggio di 10 miglia fu di appena 8 millirem (se ne assorbono mediamente 300 ogni anno
da fonti naturali, a seconda dei posti e delle abitudini di vita – con picchi anche 5 volte
superiori!). L’incidente ha dimostrato che negli impianti di tipo occidentale nonostante tutto
anche in caso di incidente gravissimo i danni ambientali sono molto contenuti. Peraltro
l’esperienza operativa ha migliorato grandemente la sicurezza di tali installazioni, e oggi
l’impianto di Three Mile Island (che ho visitato personalmente) è stato classificato come il
quarto più sicuro al mondo!
Molto diverso invece il discorso per i reattori ex-sovietici: l’incidente avvenuto nell’impianto
di Chernobyl (Ucraina) il 26 aprile 1986 è stato causato da imperizia degli operatori (messi a
capo per meriti di partito e non per competenze tecniche) ed imperdonabili errori di
progettazione. Da quell’incidente bisogna dire che abbiamo imparato ben poco in occidente: i
nostri reattori sono molto diversi, ed una tale macchina qui da noi non avrebbe mai ottenuto
dall’ente di controllo il permesso di essere realizzata. L’incidente scaturì infatti
dall’effettuazione maldestra di un test, già precedentemente effettuato e fallito, che rese
instabile ed ingovernabile il reattore (a causa dell’accumulo dello xeno – fatto ben noto agli
addetti ai lavori). Le barre di controllo furono estratte più di quanto era ammesso, il reattore
presentava un coefficiente di reattività positivo (ossia la mancanza d’acqua favoriva la
reazione a catena), accoppiava l’uso di acqua e grafite (fatto impensabile dal punto di vista
della sicurezza – questi elementi ad alta temperatura formano metano!), mancava
completamente l’edificio del contenimento (essenziale e sempre presente negli impianti
occidentali!). Mancava poi un piano di emergenza e persino le pasticche di iodio da distribuire
alla popolazione. L’incidente fu classificato di gravità 7 nella scala INES (cioè 100 volte più
grave di quello di Three Mile Island).
Negli impianti di tipo occidentale un piano di emergenza/evacuazione è pronto da prima di
accendere l’impianto anche solo per la prova di test. Inoltre è sempre presente l’edificio di
contenimento. Trattasi di un edificio di calcestruzzo spesso un metro, con maglia di acciaio ed
intercapedine in depressione per aspirare e controllare eventuali fuoriuscite: serve per
proteggere l’impianto dall’esterno (è stato testato per l’impatto di un Boeing 747) e viceversa
(contenimento dei prodotti radioattivi in caso di fuoriuscita – fu determinante nell’incidente di
Three Mile Island!). Inoltre i reattori occidentali presentano coefficienti di reattività negativi,
e decine di mezzi ausiliari di controllo/sicurezza (basti pensare, ad esempio, che per muovere
le pompe e raffreddare il nocciolo anche in caso di incidente sono a disposizione 4 enormi
motori diesel: uno sempre acceso, uno in stand-by, uno spento, ed uno in manutenzione!).
Questo solo per citare alcune delle caratteristiche più importanti. Tali dispositivi peraltro sono
‘di serie’ sin dagli albori della tecnologia nucleare (donde l’assenza di incidenti gravi
paragonabili in impianti occidentali).

Quali sono i possibili sviluppi della tecnologia nucleare per il futuro?

Intanto vorrei citare quali sono i reattori già disponibili sul mercato: cito l’AP-600 della
Westinghouse, l’ABWR della General Electric, l’EPR - reattore europeo frutto del consorzio
franco-tedesco, il PBMR della sudafricana ESKOM, solo per fare degli esempi; presentano
tutti caratteristiche di sistemi di sicurezza potenziati, basati soprattutto su sistemi di protezione
intrinseca e passiva (ossia la protezione dell’impianto si basa su fenomeni fisici che si
innescano spontaneamente per motivi fisici, al contrario rispetto al passato, quando la
sicurezza era per lo più affidata a mezzi attivi da operare in sala di controllo), grazie anche
all’esperienza operativa acquisita negli anni dagli operatori e dai progettisti, modularità nella
costruzione (ossia al contrario rispetto al passato vengono costruiti quasi interamente in
officina, riducendo al massimo le operazioni in cantiere, e quindi sensibilmente anche i tempi
ed i costi di realizzazione).
Ci sono due canali di sviluppo: il primo, a breve termine che porterà ai reattori cosiddetti
‘generation III+’ (quelli oggi disponibili sono della generation III), a partire dal 2010, ed uno,
a più lungo termine (dal 2030 in poi) che porterà ai reattori ‘generation IV’.
I maggiori sviluppi futuri si avranno appunto in questa filiera di reattori. Fra gli obiettivi
principali ci sono ulteriori avanzamenti nella sicurezza, resistenza alla proliferazione nucleare,
costi competitivi, minimizzazione della produzione di scorie ed ottimizzazione delle riserve
dei combustibili. I reattori di questo tipo oggi allo studio sono: i reattori veloci raffreddati a
gas (GCFR), i reattori veloci raffreddati al piombo (LMFBR), i reattori a sali fusi (MSR), i
reattori veloci raffreddati a sodio (LMFBR), i reattori nucleari ad acqua supercritici (SWCR), i
reattori nucleari ad alta temperatura (VHTR).
Fra gli impianti di IV generazione assumono un certo rilievo questi ultimi (nel cui studio
siamo coinvolti), che oltre ad essere economici, sicuri e rispettosi dell’ambiente, hanno la
potenzialità di bruciare le scorie nucleari producendo idrogeno per l’autotrazione.
A fronte di tale situazione vorrei ricordare che le fantasiose ‘energie alternative (le ‘fonti
energetiche ancora da scoprire’, come le ha definite il segretario all’energia USA Spencer
Abraham), se si esclude il contributo dell’energia idroelettrica (che non può essere sfruttata
ulteriormente) e geotermica, sono costate al nostro paese, nel periodo 1981-2002, ben 98 902
miliardi delle vecchie lire (escludendo i progetti di ricerca e sviluppo dell’ENEA), producendo
una quota del fabbisogno nazionale pari allo 0,09%! I motivi di questo fallimento sono ovvi
agli occhi di qualunque tecnico: una fonte di energia per essere sfruttabile con successo deve
essere concentrabile, indirizzabile, frazionabile, continua, e regolabile, requisiti difficilmente
ottenibili con l’energia eolica o solare.
Per converso vorrei qui ricordare che per produrre l’energia elettrica che un italiano consuma
in un anno occorrono 900 chilogrammi di carbone, o 500 di petrolio, oppure 10 grammi di
combustibile nucleare!
Un capitolo a parte poi è rappresentato dalla ricerca sulla fusione nucleare: abbiamo calcolato
che dal deuterio (l’isotopo dell’idrogeno) presente in un litro di acqua si può ricavare l’energia
di oltre 300 litri di benzina (o mezza tonnellata di carbone)! Le ricerche in tale settore sono
attive in tutto il mondo, ed anche nel nostro paese il centro ENEA di Frascati (che anche a suo
tempo ho visitato) è attivo sul settore. Peraltro a Cadarache (nel sud della Francia) verrà
costruito il reattore sperimentale a confinamento magnetico ITER (International
Thermonuclear Experimental Reactor – reattore tipo Tokamak), frutto del consorzio di Unione
Europea, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti, India e Corea del Sud, dal costo di 10 miliardi di
euro. Il fine è quello di produrre un’energia da 5 a 10 volte superiore a quella necessaria per
mantenere il plasma alle temperature di fusione nucleare, ma la potenza generata non potrà
essere utilizzata per la produzione elettrica (compito affidato a reattori futuri di concezione più
avanzata). I problemi tecnici ancora da affrontare sono comunque ancora molti, ed una stima
ragionevole indica che tale fonte di energia non sarà disponibile prima di 30-40 almeno.
Anche questa tipologia di reattori inoltre presentano un impatto ambientale non nullo: basti
pensare ai materiali di attivazione neutronica ed alla produzione del tritio (isotopo radioattivo
dell’idrogeno).

Dopo il referendum come è proseguita (se è proseguita) la ricerca in questo settore, in Italia?

Innanzitutto vorrei spendere due parole di chiarimento sul referendum, poiché sento spesso
molte inesattezze e teorie fantasiose in merito. Il referendum del 8-9 novembre 1987 non era
abrogativo, ovvero non poneva il quesito “nucleare si, nucleare no”, perché non poteva esserlo:
la nostra costituzione vieta infatti i referendum abrogativi in materia di fisco e norme
comunitarie, e trent’anni prima i capi di stato dei sei paesi della nascente Comunità Europea –
fra cui l’Italia – avevano istituto l’Euratom con gli atti di Roma e si erano impegnati
solennemente a sviluppare una ‘potente industria nucleare’. Riporto di seguito il testo dei
referendum:
1- Volete che venga abrogata la norma che consente al CIPE (Comitato Interministeriale per
la Programmazione Economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in
cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?
2- Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a
carbone?
3- Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia
Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di
centrali nucleari all'estero?
I quesiti sono talmente intricati che anche un ingegnere nucleare non riuscirebbe a rispondere
con tanta facilità: risulta evidente però che con essi il nucleare nel nostro paese in realtà non è
mai stato abolito (come si sente falsamente dire tanto spesso!). All' atto pratico, con le tre
domande si chiedeva di cancellare alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e
rapidi gli insediamenti energetici (non necessariamente nucleari, ma anche a carbone!): la prima
era stata creata per evitare che il sindaco di un piccolo paese di duemila abitanti dove era
previsto l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda
era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di
produzione di energia (fatto molto ingiusto a mio avviso, poiché è giusto invece che se un
comune accetta di ospitare sul proprio territorio un impianto di un certo tipo di cui beneficia
tutto il paese, è giusto che ne abbia un adeguato compenso!).
Si arrivò ad una moratoria di cinque anni, che per una interpretazione del tutto politica permane
fino ad oggi. In seguito lo stesso onorevole Andreotti ebbe a dire:”…se oggi andiamo a
rileggere gli atti delle polemiche parlamentari attorno a questo problema, c’è da arrossire
collettivamente non solo per la mancanza di senso scientifico di alcune posizioni di allora, ma
anche per la miopia delle decisioni prese”. Come ha ripetutamente ricordato l’Ing. Fornaciari
vale la pena di ricordare quanto scriveva 65 anni fa Paul Valery nel suo Saggio Sguardi sul
mondo attuale: ”La politica fu in primo luogo l’arte di impedire alla gente di immischiarsi in ciò
che la riguarda. In un’epoca successiva si aggiunse l’arte di costringerla a decidere su ciò che
non capisce”.
E’ naturale che in seguito questo settore è entrato in crisi: molte delle aziende e degli enti che si
occupavano del nucleare hanno dovuto ridurre drasticamente il personale. E questo è stato il
danno più grave: molte delle persone competenti in materia ormai sono in pensione, ed il
permanere di questa situazione assolutamente paradossale per il nostro paese non ha consentito
un adeguato turnover generazionale. Certo potremo sempre ripartire acquistando gli impianti
‘chiavi in mano’, ma l’ente di controllo dovrà sempre essere ‘indigeno’ ed indipendente, quindi
saranno necessarie competenze specifiche in materia. Più tempo passa più questo diventa
complicato, e si corre il rischio di perdere un treno che potrebbe invece rivelarsi
importantissimo per il nostro futuro a medio e lungo termine. Tuttavia la ricerca, almeno in
ambito accademico è continuata e continua tuttora, anche se è affidata sempre più ad un
manipolo di persone sempre più esigue ed isolate, seppur molto preparate e motivate. Questo è
l’unico dato che mi incoraggia ancora: la classe nucleare italiana in questi anni, nonostante tutto,
ha continuato a lavorare con serietà ed in silenzio. Io stesso partecipo tuttora ad attività di
ricerca in questo settore (seppur part-time), ed i nostri articoli sono presentati in convegni
internazionali (l’ultimo l’anno scorso ad Oak Ridge, negli USA, a cui ho preso parte in qualità
di rappresentante delle Università di Pisa e Genova) sul bruciamento delle scorie nucleari
attraverso l’uso di cicli simbiotici con reattori nucleari ad alta temperatura. Per i dettagli delle
nostre attività consiglio di visitare il sito:
http://www.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/gcir.htm.
Del resto quello che spesso non viene detto è che l’Italia ha rinunciato alla produzione di
energia elettronucleare, ma la consuma importandone il 18% del fabbisogno nazionale dalla
Francia, dalla Svizzera, e persino dalla centrale slovena di Krsko a 120 Km da Trieste! La nostra
fortuna è stata che i francesi hanno sovrastimato il loro fabbisogno energetico, costruendo 7
centrali nucleari in più che, di fatto, lavorano per noi. Il prezzo di produzione dell’energia nel
nostro paese infatti è talmente elevato che conviene di gran lunga importarla, anche comprando
l’energia francese dalla Svizzera, poiché gli elettrodotti sul confine con la Francia sono saturi. Il
motivo è ovvio: non si può avere un’energia a buon prezzo se per produrla si brucia il
combustibile più caro e prezioso in assoluto!
Il recente caso di Scanzano Ionico (indicato come sito nazionale di stoccaggio delle scorie),
dimostra quanto siano radicate in Italia le resistenze verso questa tecnologia, crede siano
superabili in futuro?

Credo che siano superabilissime: basterebbe informare correttamente la popolazione, dicendo la


pura e semplice verità, la scelta nucleare scaturirebbe come logica conseguenza. Può sembrare
paradossale, ma faccio degli esempi pratici. Da vent’anni si è parlato Chernobyl, di radioattività,
di migliaia di morti, ma alcune semplici cose non sono mai state dette. Ad esempio: sapete che a
causa dei raggi cosmici ad una altitudine di 10 000 m (dove manca la barriera dell’aria)
l’equivalente di dose è di 0,7 mrem/ora (il millirem è la vecchia unità di misura, oggi sostituita
dal Sievert del sistema SI), ovvero che in un viaggio dall’Europa all’America si riceve un
equivalente di dose pari a quello che ricevono le persone che vivono adiacenti ad un impianto
nucleare per un anno intero (stimato in 5 mrem/anno)? O che è maggiore la differenza
nell’equivalente di dose assorbito fra persone che vivono in una casa di cemento o mattoni
(naturalmente radioattivi a causa del potassio-40) rispetto a quelle che vivono in una casa di
legno in confronto alla dose che assorbono coloro che vivono nelle adiacenze di un impianto
nucleare in funzione? Sapete che anche il corpo umano è (seppur debolmente) radioattivo,
emettendo circa 10 000 ‘colpi’ al secondo (a causa del potassio-40 e del carbonio-14 e degli altri
radionuclidi)? Sapete che nell’area proibita di Chernobyl ‘la radioattività’ è dell’ordine di 500
mrem/anno, mentre a Piazza San Pietro, a Roma, è di 700 mrem/anno (a causa del selciato fatto
di cubetti di porfido, roccia vulcanica fortemente radioattiva a causa del suo alto contenuto di
potassio, uranio e torio)?
Sapete che se un uomo consumasse la sola energia nucleare per tutti i fabbisogni energetici della
sua vita produrrebbe un volume di scorie pari ad una sfera di 8,3 cm di diametro (ossia un
volume inferiore ad una lattina di coca-cola)? E ancora, per concludere, sapete che circa due
miliardi di anni fa si sono creati ben 17 reattori nucleari naturali ad Oklo (Gabon) che hanno
erogato energia per oltre 1 milione di anni: ebbene il plutonio si è spostato di soli 3 metri,
provando l’estrema affidabilità dei depositi geologici?
Naturalmente potrei continuare con esempi analoghi molto a lungo. I dati che ho riportato sono
assolutamente veritieri e, ciò che più importa, verificabili. Nessuno dovrebbe fare atti di fede
(ne in me nè in altri), ma dovrebbe essere spronato a capire la realtà delle cose.
Le scorie rappresentano un problema molto minore di quello che si crede (sul sito sopra indicato
si trova un articolo, edito sulla rivista ’21mo Secolo’ nel luglio 2005, dove spiego
compiutamente la tematica). Peraltro bisogna capire che un sito nazionale è assolutamente
necessario, a prescindere dalla scelta nucleare: infatti pur avendo rinunciato a questa forma di
energia continuiamo a produrre annualmente ingenti quantitativi di rifiuti radioattivi (soprattutto
da applicazioni di medicina nucleare). Attualmente sono comunque stoccati (in vari siti sparsi
per l’Italia), ma non come potrebbero e dovrebbero!
Vorrei spendere poi due parole sulla situazione dell’opinione pubblica italiana in merito a
questa questione e sulle sue cause reali. I movimenti ‘ambientalisti’ che si oppongono allo
sfruttamento dell’energia dell’atomo rappresentano solo la ‘parte emersa’ di un insieme di
interessi: quelli del sistema petrolifero e metanifero, che operano in regime di monopolio; quelli
elettorali dei partiti politici che hanno cercato ed ottenuto facili consensi sfruttando il terrore e la
disinformazione seguita al tragico incidente di Chernobyl; quelli dell’erario statale, che ricava
guadagni ingentissimi dalle accise sul petrolio e sul gas, quelli delle correnti politiche e di
potere che hanno prosperato per anni grazie ai finanziamenti occulti delle lobby petrolifere
(almeno tre processi negli ultimi anni hanno tentato di far luce in merito). Appare naturale che
in questo ginepraio di interessi tutti convergenti sulla necessità di consumare la massima
quantità di petrolio e gas non può esserci spazio per il nucleare. E così oggi l’Italia per produrre
l’energia elettrica di cui necessita brucia più gasolio di quello degli altri paesi dell’Unione
Europea messi assieme, con grande danno per l’ambiente e per le tasche dei cittadini! I media
nazionali sono poi, direttamente o indirettamente, sponsorizzati da persone o gruppi che hanno
interessi prominenti nel mondo del petrolio e del gas; ben pochi vivono delle informazioni
vendute al pubblico (anzi, talvolta tale componente dei bilanci è secondaria). Come potrebbe un
sistema così squilibrato fare informazione in modo obiettivo?
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ed anche il grande pubblico, nonostante tutto inizia ad
accorgersene: l’uscita del nucleare è costata al nostro paese 100 miliardi di euro, lo
smantellamento di un settore che dava lavoro a 20 000 persone, l’aumento dell’impatto
ambientale e della dipendenza dall’estero, ed infine il costo di produzione del KWh più alto
d’Europa. A questo proposito ricordo qui che oggi gli impianti nucleari producono energia
elettrica ad un costo compreso fra 20 e 30 centesimi di euro/KWh (come dimostro estesamente
in un mio articolo in corso di stesura), fra i più bassi possibili (al contrario di coloro che dicono
che l’energia nucleare è costosa!), includendo in tale calcolo anche lo smaltimento in sicurezza
delle scorie e l’accantonamento delle cifre necessarie per il successivo smantellamento della
centrale fino alla situzione di ‘green field’ (praticello verde), come si suol dire. I soli a trarre
vantaggio da questa situazione sono stati coloro che avevano interessi nel mondo del petrolio e
del gas; nel frattempo i movimenti ambientalisti nostrani intrattenevano con l’ENI e la SNAM
rapporti a dir poco idilliaci.
Qualcuno ricorda cosa successe a Trecate, in provincia di Novara, il 28 febbraio 1994? Il tappo
di un pozzo di trivellazione sito nel bel mezzo del parco naturale del Ticino saltò, scaturendone
una eruzione di petrolio, gas ed acido solforico; la situazione rimase fuori controllo per ben tre
giorni. Ci fu la paralisi dei trasporti in quella zona, e fu chiamato addirittura un tecnico da
Houston (esperto nello spegnimento dei pozzi kuwaitiani). Decine di persone dovettero lasciare
le proprie case ed il sindaco di Trecate proibì la vendita ed il consumo di prodotti agricoli.
Quando alla fine il flusso incontrollato si interruppe solo grazie al crollo delle pareti del pozzo
un’area di 5 chilometri quadrati era ricoperta da una patina vischiosa e l’inquinamento da
idrocarburi si estendeva per 40 chilometri quadrati. Per rimediare furono fermate tutte le attività
agricole e furono asportati 10 centimetri di terreno per un’area di 5 000 metri quadrati, proprio
come a Chernobyl. Ebbene, la vicenda ha interessato i media nazionali per non più di tre giorni.
E oggi, grazie anche all’impegno ambientalista dell’Agip, non se ne ricorda più nessuno.

Un altro tema di attualità è legato all’utilizzo dell’idrogeno come combustibile; lei collabora
allo sviluppo di un interessante progetto di ricerca, di cosa si tratta?

L’idrogeno è di per se un ottimo combustibile, perché in condizioni opportune bruciando


produce sostanzialmente solo vapore acqueo, ed inoltre lo si può estrarre dall’acqua. Tuttavia
non si trova libero in natura (salvo eccezioni rarissime), e per produrlo bisogna spendere
energia. Non è quindi una fonte, bensì un vettore energetico. Il problema quindi è quello di tirar
fuori l’energia da qualche parte, e qui le proposte sono svariate. Sarebbe molto interessante
produrlo dalle fonti alternative, come suggerito da più parti, ma quando le cose si devono fare
davvero bisogna fare i conti con le cifre. Le fonti alternative possono fornirci solo una piccola
frazione dell’energia di cui abbiamo bisogno, peraltro a costo molto elevato. Attualmente
l’idrogeno si produce dal metano, ma solo come reagente e non come combustibile
(naturalmente in questo modo non si eliminerebbe il problema del rifornimento di idrocarburi ed
inoltre per questa via per ogni Kg di idrogeno si producono 7 Kg di anidride carbonica!). Una
proposta futuribile ed interessante è stata quella che ho suggerito nella mia tesi di laurea:
bruciare le scorie nucleari (in particolare il plutonio e gli attinidi minori, anche quello di
provenienza militare) in reattori ad alta temperatura e sfruttarne le caratteristiche per produrre
idrogeno dall’acqua per termolisi (processo I-S). Unico sottoprodotto del processo è l’ossigeno.
Non si tratta di una teoria: mentre nel nostro paese si chiacchiera altri paesi come il Giappone, la
Cina e gli Stati Uniti stanno realizzando e testando questo tipo di macchine. I giapponesi sono
riusciti a produrre idrogeno in maniera continua per questa via per 48 ore: il passo successivo è
quello di costruire un piccolo impianto pilota che dovrebbe provare la fattibilità industriale.

Nel futuro prossimo l’idrogeno potrà sostituire i combustibili fossili?

Naturalmente è difficile dire cosa ci riserva il futuro, ma una cosa è certa: il nuovo millennio ci
propone delle sfide economiche, ambientali, e geopolitiche impegnative, da affrontare con
determinazione, con coraggio e soprattutto con lungimiranza. Il rapido aumento della
popolazione terrestre con il parallelo aumento degli standard di vita e quindi dei consumi ci
suggerisce di trovare quanto prima delle valide alternative ai combustibili fossili tradizionali, in
particolar modo al petrolio.
L’idrogeno, come ho già detto sarebbe un buon mezzo, ma non può sostituire i combustibili
fossili in quanto non è una fonte ma un vettore, come già spiegato. Questi enormi quantitativi di
energia bisognerà ricavarli da qualche parte, in maniera economica e rispettosa dell’ambiente.
Non è un problema facile.
Bisogna poi ricordare che un’economia all’idrogeno richiederà la costruzione di enormi
infrastrutture dedicate, non realizzabili in tempi brevi. Inoltre alcuni problemi tecnici sono
ancora in corso di studio: l’idrogeno è infatti difficilmente immagazzinabile. Presenta un
altissimo contenuto energetico in rapporto al peso, ma molto basso in rapporto al volume,
essendo un gas molto leggero (14 volte più dell’aria). Oggi le soluzioni più adottate riguardano
l’immagazzinamento in bombole ad altissima pressione, che però sono ingombranti e pesanti.
Sono allo studio quindi dei serbatoi realizzati con materiali compositi innovativi, assai più
leggeri. Altra via studiata sono i contenitori criogenici (dove si immagazzina l’idrogeno
liquido), dove però l’idrogeno non si può conservare indefinitamente, e sono allo studio anche
gli idruri metallici (ancora costosi, poco efficienti e pesanti, ma la ricerca sta facendo notevoli
passi avanti in questo senso – basti pensare alla tecnologia degli idruri di litio).
Un’altra interessante proposta è quella di produrre grandi quantità di alcol etilico dalle biomasse
(una tale soluzione è già stata applicata con successo in nazioni come il Brasile), da ‘bruciare’
poi in efficientissime batterie a combustibile, su cui sono in corso le ricerche.
In definitiva, la nostra salvezza energetica futura riguarderà sicuramente un mix oculato di
diverse fonti, che dovranno essere scelte in base a considerazioni di convenienza tecnico-
economica-ambientale: sarebbe un grave errore escludere il fattibile per arbitrarie motivazioni
ideologiche.
Del resto come ho già avuto modo di riprendere in un mio seminario sulle applicazioni non
elettriche degli HTR (High Temperature Reactors): “L’energia del futuro, quella a cui bisogna
giungere per garantire la sopravvivenza della civiltà umana nell’attuale prospettiva tecnologica,
deve essere non nociva, inesauribile o completamente rinnovabile, ma soprattutto disponibile
sempre e ovunque nel mondo, immune ai monopoli nazionali ed alle dispute politiche”.
Molto del futuro nostro e dei nostri figli dipenderà dalla saggezza e dalla lungimiranza delle
nostre decisioni attuali.