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Francesco Privitera 1

Disputed Albania in the diplomatic negotiation of the Treaty of Rapallo

Alle origini della questione albanese

La prima eco di una “questione albanese” riecheggiò nelle stanze di Berlino dove si
svolgevano i lavori del Congresso del 1878, che intendeva risistemare i Balcani dopo che il Trattato
di S. Stefano del 3 marzo 1878 aveva dato troppo spazio agli interessi russi nella regione, umiliando
militarmente e politicamente l’Impero ottomano. In verità, i rappresentanti del cosiddetto “concerto
internazionale” non avevano particolare consapevolezza che all’interno della “Questione d’Oriente”,
come si definiva elegantemente nei circoli diplomatici la crisi dell’Impero ottomano e la partizione
dei suoi territori, rientrasse anche la “questione albanese” 2.
Fino a quel momento, infatti, gli albanesi, organizzati su basi claniche, dei fis o gentes,
costituivano delle famiglie allargate, dette delle “bandiere” o bajrak (ossia un gruppo di fis), che si
autogestivano all’interno dell’Impero ottomano, secondo i principi della besa, la parola data, che
stabiliva i principi del diritto consuetudinario 3. Il rapporto con la Sublime Porta era stato fino ad allora
di collaborazione e rispetto, avendo peraltro gli albanesi scalato le gerarchie sociali dell’Impero sia
nell’ambito militare, sia in quello amministrativo, dimostrando grande lealtà nei confronti delle
istituzioni ottomane 4.
Organizzati nei quattro vilajet di Kosovo (Kosova), Scutari, Monastir e Janina, gli albanesi si
trovarono subito al centro delle trattative per la definizione degli accordi di Berlino 5 . Eppure,
nonostante il memorandum proposto dalla Lega di Prizren (1878 - 1881) 6 avesse posto il problema
albanese all’attenzione dei rappresentanti della comunità internazionale durante i lavori del
Congresso, questi – presi un po’ alla sprovvista – respinsero ogni richiesta.
Al contrario, gli albanesi si erano costituiti nella Lega di Prizren, nel 1878, proprio per tutelare
i propri interessi di fronte alle risistemazioni territoriali, imposte dai russi agli ottomani dopo le loro
vittorie nella guerra russo-turca del 1877-78. In particolare, l’appoggio russo alla questione bulgara
e a quella greca, poneva gli albanesi di fronte alla necessità di definire, una volta e per sempre, il loro
status nazionale di fronte ai risorgimenti balcanici. Con l’appoggio della Sublime Porta, la Lega di
Prizren sostenne, pertanto, la necessità di mantenere integri i quattro vilajet all’interno dell’Impero
ottomano, permettendo così agli albanesi di rimanere riuniti in una compagine territoriale coerente,
visto il disinteresse delle grandi potenze 7. Ovviamente, Costantinopoli aveva interesse a sostenere la
Lega in quel frangente, sia per mantenere viva la lealtà albanese, sia per evitare che la Serbia e il
Montenegro potessero incunearsi all’interno dei vilajet di Kosovo e Scutari. Di contro, allo stesso
modo, la Lega si avvantaggiava della protezione ottomana per mantenere uniti gli albanesi all’interno
di un’unica compagine statale e resistere alla penetrazione slava. A Berlino, infatti, al Montenegro

1
Prof. Ass., Università di Bologna
2
M S Anderson, The Eastern Question 1774-1923. A Study on International Relations, MacMillan, 1966
3
Angelo Tamborra, L’Europa centro-orientale nei secoli XIXXX (1800-1920), Vallardi Commissionaria Editoriale,
Milano, 1971.
4
Barbara Jelavich, History of the Balkans, vol.I, Cambridge University Press, 2009
5
Il vilajet del Kosovo non corrisponde al Kosovo/a odierno, bensì a uno spazio più ampio comprendente il Sangiaccato
di Novi Pazar (con una maggioranza della popolazione slava musulmana); il Kosovo attuale (con la maggioranza della
popolazione albanese musulmana e in parte cattolica e una minoranza serba ortodossa), gli slavi musulmani gorani; il
territorio di Skopije (capoluogo del vilajet) dove vivevano slavi macedoni, albanesi, serbi, gorani, turchi, greci, rom e
torbasi (slavo -musulmani).
6
La Lega di Prizren fu fondata prevalentemente da rappresentanti di gentes musulmani, guidati da Abdul Frasheri
7
Barbara Jelavich, op cit,

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era stata concessa città di Dulcigno (Ulcinj) e ai Serbi di aprire consolati nel vilajet del Kosovo. In
entrambi casi, l’appoggio ottomano garantì a milizie albanesi di cacciare violentemente montenegrini
e serbi dai loro vilajet.
La disattenzione della comunità internazionale al Congresso di Berlino nei confronti della
“questione albanese”, occupandosi “solamente” della risistemazione della Bulgaria, della Grecia e
della Serbia, finì così per creare le premesse per decenni di incomprensioni e dispute, fra slavi e
albanesi ancora in corso nel XXI secolo 8.
A Berlino, infatti, le Grandi Potenze approvarono la creazione di uno stato bulgaro (per quanto
ancora formalmente vassallo della Sublime Porta), la nascita della Serbia quale stato indipendente,
l’allargamento della Grecia e, infine, l’indipendenza del Montenegro. Ciascuno di questi stati, oltre
all’Impero ottomano (di fatto, ciò che ne rimaneva), aveva al proprio interno il “problema albanese”.
Per gli albanesi si trattava, infatti, di ritrovarsi, divisi o contesi, all’interno di cinque entità territoriali
differenti, peraltro piuttosto instabili, ancora soggette alla definizione dei propri progetti
“risorgimentali”, relativamente alla costruzione delle rispettive entità nazionali (e territoriali), o in
opposizione ad essi (l’Impero ottomano). Tuttavia, la Lega di Prizren aveva posto le basi anche per
la nascita di un “risorgimento” albanese, che ora si inseriva appieno nelle dinamiche balcaniche, le
quali tutte, paradossalmente, traevano ispirazione dal modello risorgimentale italiano 9 . Nel caso
albanese, poi, grazie anche al ruolo delle comunità italo-albanesi dell’Italia meridionale, il legame
risorgimentale diveniva non solo simbolico, bensì politico 10. Queste, infatti, avevano partecipato con
esponenti di primo piano delle comunità italo-albanesi, come Francesco Crispi o Nino Bixio nelle fila
garibaldine e avevano dato vita a intensi legami con i rappresentanti, beg, più attivi delle gentes
albanesi, per mobilitare e costruire un senso patriottico albanese 11.
Durante i lavori del Congresso di Berlino, il principio guida per la definizione degli Stati
balcanici nella loro sede territoriale si basò su criteri etnografici, ossia sul principio della nazione
etnica, quale rappresentante di un “comune sentire” linguistico e religioso che ne definiva i caratteri
nazionali. Questo approccio, ben si confaceva alla cultura dell’epoca, basata sulle teorie di Herder e
von Schloetzer, che avevano trovato rapida diffusione nei Balcani e che sembravano ritagliate apposta
per Bulgari, Serbi e Greci. Le tre nazioni, infatti, secondo i rappresentanti internazionali, si
distinguevano chiaramente e rappresentavano una loro coerenza interna linguistico-religiosa e
culturale tale da giustificare le proprie aspirazioni nazionali. Al tempo stesso, ciascuna di esse aveva
raggiunto un livello di autocoscienza o autorappresentazione politica che non poteva più essere
ignorata e che, semmai, andava accompagnata per evitare un eccessivo disordine geopolitico in un
area - quella del mediterraneo orientale - cruciale per gli interessi delle grandi potenze.
Gli albanesi, però, non rispondevano ai medesimi criteri: apparivano una comunità divisa in
tre gruppi religiosi distinti, ossia cattolici, musulmani, e ortodossi, sebbene il meticciato religioso
fosse comunque piuttosto diffuso, come scrive Guy, e spesso mentre in pubblico si professava l’Islam,
in casa proseguivano abitudini cristiane 12. Inoltre, al di là delle divisioni claniche, gli albanesi erano
distinti in due grandi “tribù”, i gheg prevalentemente cattolici e musulmani, diffusi a nord e i tosk per
la maggior parte ortodossi, diffusi nelle aree meridionali al confine con la Grecia. Gheg e tosk
avevano anche abitudini e tradizioni differenti, tendenzialmente nomadi e dediti alla pastorizia, i gheg
abitavano le impervie regioni del nord, mentre i tosk sedentarizzati erano dediti all’agricoltura e al

8
Roberto Morozzo della Rocca, Kosovo. La guerra in Europa. Origini e realtà di un conflitto etnico, Guerini e Ass.
Milano, 1999 e Noel Malcom, Kosovo a Short History, Macmillan, 1998.
9
Francesco Guida, L’Italia e il Risorgimento balcanico, Ed. dell’Ateneo, Roma, 199.
10
ibid
11
Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna. LO sviluppo del capitalismo e del movimento operaio 1871-1896, vol.
VI, Feltrinelli, Milano, 1970.
12
Nicola Guy, The Birth of Albania. Ethnic Nationalism, the Great Powers of World war I and the Emergence of
Albanian Independence, Bloomsbury Academic, 2012.

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commercio nella pianura e sulla costa adriatica. Anche la lingua aveva parlate differenti e forme di
scrittura che riprendevano gli alfabeti delle popolazioni limitrofe il cirillico, l’arabo, il latino e persino
l’aramaico 13 . Fu grazie all’intervento di Vienna, che sovvenzionò la diffusione delle prime
grammatiche albanesi e favorì la diffusione del latino, che lentamente gli albanesi cominciarono a
costruire un idioma comune 14.
Nonostante la costituzione della Lega di Prizren, a parte pochi esponenti albanesi, di solito
educati all’estero, nell’Impero Asburgico o in Francia, o appartenenti alle comunità italo-albanesi, le
genti illiriche non possedevano una coscienza politica sufficientemente sviluppata, tale da poter
proporre un progetto nazionale coevo. L’unica cosa che li univa indistintamente era l’uso della lingua
albanese e la consapevolezza di essere differenti dagli slavi, dai greci e dai turchi 15.
Con queste premesse, diveniva quindi difficile ottenere l’attenzione necessaria da parte della
sofisticata diplomazia europea e la richiesta della Lega di Prizren di costituire uno Stato/entità
albanese cadde, inevitabilmente, nel vuoto. Peraltro, le grandi potenze ragionavano sulla base di una
visione più complessiva del processo di decadenza dell’Impero ottomano e relativamente a interessi
nel Mediterraneo, che si intrecciavano alle politiche coloniali del tempo e alle nuove rotte
commerciali con l’Asia, che l’apertura del canale di Suez nel 1969 aveva offerto loro.
Vienna vide, però, un’opportunità nella richiesta albanese e, pur senza sbilanciarsi, dimostrò
“simpatie” verso le istanze albanesi, specie quelle dei cattolici, se non altro perché di ostacolo ad
eventuali espansionismi dei serbi verso il Mare Adriatico. Inoltre, l’Austria-Ungheria intendeva
preservare l’idea di sé stessa quale protettrice dei cattolici, in contrapposizione a quella russa a tutela
degli ortodossi. Infine, sebbene l’Italia si fosse dimostrata disinteressata all’opportunità di un
eventuale intervento in Albania, come da più voci internazionali le era stato proposto, Vienna voleva
prevenire tale eventualità offrendosi come alternativa alla protezione offerta da Costantinopoli ai
vilajet albanesi.
Di fronte al disinteresse europeo verso la causa albanese, e sciolta la Lega di Prizren nel 1881,
i rappresentanti albanesi tornarono a guardare alla Sublime Porta come l’unico garante della propria
integrità. La lezione, però, era stata appresa: se si voleva acquisire la necessaria attenzione
internazionale bisognava disegnare un programma di risveglio nazionale e definire le caratteristiche
“politiche” della nazione albanese. In verità, non erano tanto i rappresentanti delle comunità locali
albanesi, quanto albanesi emigrati e partecipi dei processi risorgimentali di fine Ottocento, inseriti
all’interno di matrici europee (ma anche americane) assai più vaste e articolate, a proporsi come
portavoce delle tribù albanesi. Il primo passo da compiere era quello di “inventare una tradizione” e,
in tal senso, il mito di Skanderbeg eroe medievale appariva perfetto. Poco importava se Skanderbeg
non avesse avuto nessun programma nazionale e non fosse del tutto albanese, restava una figura epica,
facilmente raccontabile, nel solco dell’epica della Chançon de geste, in una società di tradizioni
prevalentemente orali.
La rivolta dei Giovani Turchi nel 1908 riportò la questione albanese al centro dell’attenzione.
Approfittando della situazione di disordine all’interno dell’Impero ottomano, Vienna annesse
formalmente la Bosnia-Erzegovina e la Bulgaria dichiarò la propria indipendenza. Ciò provocò come
contraccolpo, l’apprensione della Serbia di trovarsi tagliata fuori dai giochi internazionali e spinse
Belgrado verso iniziative più decise per giungere all’occupazione della Vecchia Serbia (il Kosovo) e
raggiungere uno sbocco al mare a nord di Durazzo. Per reazione, gli albanesi si armarono per
difendersi dall’ingerenza serba e scontri fra le due comunità si diffusero nel vilajet di Kosovo, in
particolare.

13
Maria Todorova, Imagining the Balkans, Oxford Univ. Press, 1997.
14
Dusan T. Batakovic, Serbia, the Serbian.Albanian Conflct and the First Balkan War, in Balcanica XLV (2014).
15
Charles and Barbara Jelavich, The Establishment of Balkan National States, 1804-1920, Vol. VIII, Univ. of Washington
Press., 1977.

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Cominciarono, così, febbrili trattative fra serbi e bulgari per la partizione dei territori ottomani:
Belgrado proponeva l’annessione delle città di Skopje, Veles, Prilep, Debar, (Dibra), Ohrid, del
Sangiaccato di Novi Pazar, della Vecchia Serbia e del litorale albanese fino al fiume Drin. Sofia
avrebbe avuto la Tracia (il vilajet di Adrianopoli) e gli accessi all’Egeo di Kavala e Alessandropoli.
Nel 1910, le trattative fra Belgrado e Sofia giunsero a un binario morto a causa della Macedonia sulla
quale i bulgari non volevano cedere, ipotizzando per la regione uno status di autonomia all’interno
dell’Impero ottomano, in attesa di tempi appropriati per la sua completa annessione. Anche la
mediazione russa non portò a risultati di rilievo e i due giovani stati balcanici rimasero sulle loro
posizioni, aspettando l’evolversi della crisi ottomana.
Questa nuova crisi fu provocata dall’Italia, quando nel 1911, che entrò in guerra con la Turchia
per la conquista di Tripoli e della Cirenaica. L’attacco italiano avveniva con il beneplacito della
Francia, della Gran Bretagna e dell’Austria-Ungheria (che sperava così di placare l’irredentismo
italiano). La resistenza ottomana in Libia impose agli italiani una escalation (non concordata con le
grandi potenze) nei confronti della Sublime Porta, con l’attacco alle isole del Dodecaneso e ai
Dardanelli, che portò alla rapida conclusione del conflitto nel 1912 con l’acquisizione dell’arcipelago
ottomano. La vittoria italiana smosse tutti i fragili assetti balcanici, preparando le alleanze per la
prima guerra balcanica, ma portò un amento di violenza notevole fra le comunità slave e albanesi e
convinse definitivamente questi ultimi che dovessero andare verso la costruzione di uno stato
indipendente. Anzi, la prospettiva di uno stato albanese costituito sui vilajet di Kosovo, Scutari,
Janina e Monastir (Bitola), accelerò serbi e bulgari verso una convergenza di intenti anti-ottomani.
Nel 1912, gli albanesi ottennero finalmente un riconoscimento formale di autonomia dalla Sublime
Porta sui quattro vilajet (Kosovo, Scutari, Monastir e Janina). Vienna fece sapere ai rappresentanti
albanesi di essere vicina alla loro causa e sostenere anche l’eventuale costruzione di uno stato
indipendente albanese dall’unione territoriale dei quattro vilajet. Anche Roma, preoccupata dalla
crescente instabilità dei Balcani e dall’interventismo serbo si propose come patron di una eventuale
indipendenza albanese, in accordo con Vienna 16.

La “Questione albanese” nella prospettiva italiana

La politica estera italiana degli anni Settanta dell’Ottocento si era caratterizzata, per usare
l’espressione di Visconti-Venosta, come “una politica che doveva far parlare poco di sé” 17. L’idea di
fondo era quella di preservare gli equilibri fra le grandi potenze in Europa del tempo, ponendo il
Paese in una posizione defilata, dopo i decenni risorgimentali in cui l’Italia era stata al centro della
scena politica internazionale e offrire tempo al consolidamento interno di cui la penisola oramai unita
aveva urgentemente bisogno.
Tuttavia, il desiderio di Visconti-Venosta, che guidava gli esteri dal 1861, non si realizzò. La
cosiddetta “questione romana” monopolizzò l’azione politica sia all’interno sia all’esterno, con
conseguenze importati sulle relazioni esterne dell’Italia.
L’instabilità politica interna francese, seguita alla sconfitta nella guerra franco-prussiana,
aveva indebolito i legami franco-italiani, creando - anzi - tensioni fra Parigi e Roma, specie dopo che
questa era diventata capitale del Regno d’Italia, mentre i francesi continuavano a rivendicare il loro
sostegno al Vaticano, fino a mantenere ancorata nel porto di Civitavecchia la nave da guerra
Orénoque a disposizione del Papa, qualora questi si fosse sentito minacciato dal governo italiano 18.

16
Egidio Ivetic, Le guerre balcaniche, Il Mulino, Bologna, 2006.
17
Dal discorso di Visconti-Venosta a Tirano il 25 ottobre 1874, cit. in Federico Chabod, Storia della Politica estera
italiana dal 1870 al 1896, vol. I, Le Premesse, Laterza, Bari, 1951, pag. 531.
18
La nave fu poi ritirata nell’ottobre 1874, cit. Giorgio Candeloro, op. cit., p.121.

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La miope politica clericale francese aveva portato Visconti-Venosta e la Destra Storica, da
una posizione filoinglese e francese, che aveva perseguito dal 1863, ad un atteggiamento di
avvicinamento all’Austria-Ungheria e alla Germania, benvoluto dallo stesso Bismark. D’altronde,
l’avvicinamento all’Austria-Ungheria era ben visto dagli ambienti conservatori italiani e dalla stessa
casa reale, essendo comunque questa imparentata con quella asburgica. Anche la Sinistra storica, pur
all’opposizione, manifestava essa stessa il proprio favore verso un’alleanza con la Germania,
ammirando la politica bismarkiana del Kulturkampf, che esprimeva il principio della laicità dello stato
a cui si rifacevano molti dei suoi esponenti. Nel settembre 1873, Re Emanuele II visitò Vienna e
Berlino, accompagnato dal Visconti-Venosta e tali visite furono restituite dai due Imperatori
Francesco Giuseppe e Guglielmo II a Venezia e a Milano rispettivamente, nell’aprile e nell’ottobre
1875 19.
Tuttavia, un’alleanza con l’Austria-Ungheria poneva l’Italia in un dilemma esistenziale,
perché Andrassy, Ministro degli esteri dell’Impero asburgico aveva subito chiarito al corrispettivo
italiano Visconti-Venosta che l’amicizia fra i due Paesi si basava sul presupposto della rinuncia
italiana a Trento e Trieste: “cedere all’Italia popolazioni che sono linguisticamente vicine senza
provocare artificialmente un movimento centrifugo delle nazionalità poste ai confini dell’Impero
verso le nazionalità sorelle confinanti coi nostri Stati. Questo movimento ci porrebbe di fronte
all’alternativa di rassegnarci alla perdita di queste provincie, oppure, seguendo il principio della
nazionalità, di incorporare nella Monarchia i Paesi limitrofi.” 20 L’avvicinamento a Vienna cozzava,
infatti, con i sentimenti diffusi in buona parte della classe politica italiana, specie quella di
orientamento repubblicano, mazziniano e garibaldino e, di conseguenza, in larghi settori
dell’opinione pubblica che sperava nel compimento finale del lungo risorgimento 21.
Finché la Destra storica rimase al timone del Paese, il problema di Trento e Trieste non si
pose, ma nel 1876 la Sinistra giunse, per la prima volta al governo con Depretis, e molti si aspettavano
cambiamenti importanti. Non fu così, Depretis cercò di mantenere in politica estera un atteggiamento
prudente, sulla scia di quello di Visconti-Venosta, mentre i Balcani entravano in fase di instabilità
profonda che presto avrebbe coinvolto direttamente anche l’Italia.
Il contesto internazionale, a partire dall’estate 1875, con l’insurrezione anti-ottomana della
Bosnia-Erzegovina entrò in fase di progressiva e rapida instabilità, riportando con prepotenza la
“Questione d’oriente” nell’agenda delle cancellerie europee. Se le provincie slave insorte avessero
ottenuto l’autonomia, come auspicava la Russia, ciò avrebbe posto l’Austria-Ungheria in una
posizione difficile, poiché un intervento serbo in favore dell’unità degli slavi sarebbe stato inevitabile
e avrebbe finito per coinvolgere anche le popolazioni slave dell’Impero stesso. Per Vienna, l’unica
alternativa possibile era l’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina e, attraverso il Sangiaccato,
raggiungere eventualmente le popolazioni cattoliche albanesi gheg dei territori settentrionali dei
vilajet del Kosova e di quello di Scutari. Tuttavia, quest’ipotesi avrebbe potuto portare ad un conflitto
aperto con la Russia. Vienna e San Pietroburgo, sulla scorta del trattato del 1873 22, che impegnava
Russia, Germania e Austria a reciproche consultazioni in caso di divergenze decisero di attenersi al
precedente trattato di Parigi del 1856, per la tutela dell’integrità dell’Impero ottomano, anche per non
incorrere nell’ostilità inglese, contraria ad alcuna alterazione dello status quo ottomano. Il conte
Andrassy inviò una nota al governo italiano in cui proponeva la richiesta di riforme da parte della
Sublime Porta, per le regioni interessate, mantenendole all’interno delle istituzioni ottomane.
Sebbene, le grandi potenze si trovassero tutte d’accordo e Costantinopoli avesse accettato le proposte

19
La visita non venne ricambiata a Roma, per una forma di rispetto nei confronti del Vaticano.
20
Cit. da A. Sandona, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, vol. I,
Zanichelli, Bologna, 1932, p.113.
21
Vojislav G. Pavlovic, ed., Italy’s Balkan Strategies 19th & 20th Century, Institute for Balkan Studies of the Serbian
Academy of Sciences and Arts, Belgrado, 2014
22
Ossia la Lega dei Tre Imperatori

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internazionali, l’opposizione dei bosniaco-erzegovesi proseguì, coinvolgendo anche i bulgari in una
insurrezione nel maggio del 1876, che provocò una violenta repressione ottomana. Il 31 maggio, i
rappresentanti russi, austroungarici e tedeschi si riunirono a Berlino e stilarono un memorandum,
approvato poi anche da Roma e Parigi, che ampliava le richieste di riforme precedentemente
sottoposte alla Sublime Porta. Il memorandum non arrivò mai a Costantinopoli, perché nel giugno
1876, Serbia e Montenegro dichiararono guerra alla Turchia e presto si unirono volontari russi, ma
anche italiani.
All’insurrezione bosniaca avevano già partecipato, infatti, anche garibaldini italiani e lo stesso
anziano Garibaldi aveva plaudito alla loro partecipazione, ma aveva anche incitato sulle pagine de La
Capitale del 12 ottobre 1876 ad un’azione antiasburgica per la ripresa dell’irredentismo italiano.
Inoltre, come si è detto, nella Sinistra storica, militavano molti ex garibaldini e patrioti italiani anche
di origine albanese, che vedevano di buon occhio anche un intervento in favore dell’indipendenza
degli albanesi dal gioco ottomano.
Le diplomazie europee erano in fibrillazione. L’8 luglio 1876, Andrassy e Gorchakov si
incontrarono in Boemia per negoziare i rispettivi interessi sulla regione e accordarsi segretamente per
un’eventuale partizione dell’Impero ottomano, che avrebbe ceduto la Bosnia-Erzegovina all’Austria-
Ungheria e la Bessarabia alla Russia, qualora la Serbia avesse vinto contro i Turchi. Belgrado sarebbe
stata ricompensata con i territori del vilajet di Kosova e il Montenegro con quello di Scutari. Poiché
i serbi vennero sopraffatti, fu rapidamente organizzata una conferenza internazionale a Costantinopoli
per ripristinare lo status quo nella regione balcanica. Tuttavia, il fallimento dei negoziati portò alla
definitiva escalation della crisi con l’avvio della guerra russo-turco il 24 aprile 1877, non senza aver
garantito da parte russa a Vienna la possibilità di occupare contestualmente la Bosnia-Erzegovina 23.
Di fronte a questa rapida sequenza di eventi, in Italia si interpretò la crisi dei Balcani come
l’opportunità per riproporre la questione italiana all’attenzione internazionale e avanzare richieste
territoriali all’Austria, quale forma di compensazione per l’occupazione della Bosnia-Erzegovina.
L’idea non era nuova in sé e già trent’anni prima Cesare Balbo l’aveva esposta nel suo Speranze
d’Italia, ossia concludere il Risorgimento italiano a Trento e Trieste, incentivando l’Austria-Ungheria
ad espandersi verso i Balcani. Lo stesso conte di Robilant, ambasciatore a Vienna, scrisse a Visconti-
Venosta il 7 agosto 1875 che l’Italia dovesse essere pronta a cogliere l’occasione per aggiustare i
propri confini nella val d’Adige e sull’Isonzo, qualora “l’Austria potrebbe finir con l’essere costretta
ad annettersi la Bosnia-Erzegovina …” 24.
In questo frangente, le posizioni della Destra e della Sinistra non erano così marcate e distanti
come potrebbe apparire a prima vista, entrambi gli schieramenti possedevano una flessibilità interna
che oscillava da posizioni più moderate a posizioni più movimentiste e interventiste, fra le quali si
insinuava la casa reale e l’apparato diplomatico del Ministero degli Esteri, che tendeva a sostenere le
posizioni del Re, essendo il ministero rappresentato prevalentemente da funzionari piemontesi e solo
marginalmente e in posizione subalterna da diplomatici di tradizione borbonica. Tuttavia, la spinta
dell’opinione pubblica interna, che poneva la questione italiana come prioritaria nella politica estera
del Paese, non poteva essere ignorata. Non solo la partenza dei garibaldini per il fronte balcanico, ma
il risveglio di sentimenti mazziniani in molti settori della società spingeva all’azione nel nome di
Trento e Trieste, tanto da provocare la convocazione di Robilant da parte di Andrassy il 16 ottobre
del 1876 (anche in risposta a quanto scritto pochi giorni prima da Garibaldi), per ribadire la posizione
austriaca contraria a qualunque ridefinizione territoriale con l’Italia.
Alla fine, sia il Robilant, sia il Visconti-Venosta si convinsero che fosse più conveniente per
Roma mantenere un buon rapporto con Vienna e tale posizione rimase fino al marzo 1877, quando si
instaurò il governo Depretis. Sulla spinta delle manifestazioni dell’Associazione per l’Italia Irredenta,

23
M S Anderson, op. cit.
24
Cit. Chabod, op cit. p.690.

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fondata nel maggio 1877 dal repubblicano Matteo Renato Imbriani, da cui poi il termine popolare di
irredentismo, anche il Re ritenne necessaria una missione esplorativa nelle capitali europee per capire
se ci fosse o meno una finestra di opportunità per l’Italia nel mentre della guerra russo-turca.
Nel 1877, Francesco Crispi, allora Presidente della Camera, compì un giro ufficioso a Londra,
Parigi, Berlino e Vienna per avanzare le richieste italiane. A Berlino, Bismark chiarì all’esponente
politico italiano che la Germania non avrebbe appoggiato rivendicazioni territoriali italiane verso
l’Austria-Ungheria a compensazione di una eventuale annessione della Bosnia-Erzegovina, invece,
offrì in cambio la possibilità dell’Italia di acquisire l’Albania come spazio compensatorio 25 . Al
contrario, a Vienna, Andrassy propose a Crispi di guardare a Tripoli o alla Tunisia, piuttosto che
all’Albania, chiarendo che l’Austria-Ungheria non gradiva un ingresso italiano nei Balcani e un
eventuale “sbarco” italiano in Albania. Un No su tutta la linea.
Crispi, nonostante le sue origini albanesi e i legami con alcuni degli esponenti delle gentes
che di lì a poco avrebbero fondato la Lega di Prizren, non manifestò alcun reale interesse nei confronti
di un possibile intervento italiano in Albania e lasciò cadere la proposta di Bismark. Ciò era in linea
con i sentimenti italiani diffusi sia nell’opinione pubblica, sia nella classe politica nel suo insieme,
sin dai tempi di Balbo, ossia che i Balcani fossero una questione austriaca, utile – semmai - a
compensare Vienna dell’eventuale perdita del Trentino e dell’Isonzo 26 . Inoltre, Crispi era
consapevole che un intervento italiano a scapito dell’Impero ottomano non sarebbe stato gradito dagli
inglesi, mentre l’appoggio di Londra sarebbe stato più utile a contenere la Francia nel Mediterraneo.
Sebbene, un interesse italiano verso l’Africa fosse solo agli albori e ci fosse consapevolezza
in Visconti-Venosta che l’Italia non disponesse delle risorse per imbarcarsi in avventure coloniali,
certamente andava fatto uno sforzo importante per dare maggior autorevolezza alla presenza italiana
sulla scena internazionale, sempre però mantenendo un profilo dedicato alla preservazione dello
status quo. Roma cominciava, dunque, a manifestare già i primi interessi di potenza nell’ambito del
bacino del Mediterraneo, in particolare verso la Tunisia, perlomeno nella prospettiva di un
contenimento dell’espansione francese. Almeno in quel momento.
La crisi dell’Impero ottomano, non generava solo la cosiddetta “Questione d’oriente”, ma
anche una progressiva instabilità nel Mediterraneo orientale nei territori egiziani e libici e nella
regione del Vicino oriente. Con gli inglesi che vigilavano per impedire un qualunque ingresso della
Russia nei mari caldi e quest’ultima impegnata con l’Austria nell’indebolimento della Sublime Porta,
il gioco degli equilibri internazionali portava l’Italia ad intrecciare, volente o nolente, i destini dei
Balcani con quelli del Mediterraneo. Paradossalmente per il rifiuto di Crispi, proprio perché il motore
della “questione d’oriente” era stato il modello risorgimentale italiano, di cui lui era stato un
protagonista, era inevitabile che la questione nazionale italiana si saldasse con quella delle
popolazioni irredente della Sublime Porta. L’Albania sarebbe, perciò, divenuta presto parte
importante della politica estera italiana in questo fine secolo così instabile 27.

La strada per l’Albania passa per Tripoli

Il governo Cairoli si era appena insediato che si trovò subito impegnato nel difficile contesto
del Congresso di Berlino, senza avere un obiettivo specifico, se non quello di preservare lo status quo
ottomano. Cosa oramai impossibile a farsi dati gli sviluppi internazionali. Il nuovo ministro degli
esteri Luigi Corti, proveniente dai ranghi dello stesso ministero, aveva assunto l’incarico solo a patto
che non fosse stata posta alcuna questione territoriale nei confronti dell’Austria, in nome del
mantenimento di un rapporto di fiducia fra i due paesi, secondo lo spirito ispiratore delle reciproche

25
Giorgio Candeloro, op. cit., p.130
26
Niccolò Rodolico, Storia degli Italiani. Dall’Italia dei Mille all’Italia del Piave, Sansoni Editore, Firenze, 1964 e Marek
Waldenberg, Le questioni nazionali in Europa centro-orientale, Il Saggiatore, 1994.
27
Giorgio Candeloro, op. cit. vol. I

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visite dei rispettivi monarchi. Corti, nella tradizione del Visconti-Venosta riteneva che l’Italia dovese
innanzitutto preoccuparsi del proprio consolidamento interno e dovesse mantenere un basso profilo
internazionale. Perciò, il Ministro partì per Berlino nella convinzione che anche di fronte
all’acquisizione austriaca della Bosnia-Erzegovina (posto che formalmente non si sarebbe ancora
trattato di una annessione ed era stato detto, sarebbe stata solo temporanea), l’Italia non avrebbe
rivendicato nulla, secondo il principio della “politica delle mani nette”, come enunciato dallo stesso
Corti. Tuttavia, le cose furono più complicate del previsto, soprattutto per il fatto che gli inglesi si
fossero accordati con Bismark per ottenere il controllo di Cipro, in cambio del loro assenso al riassetto
balcanico, assestando così un ulteriore duro colpo alla stabilità dell’Impero ottomano.
L’Italia appariva di fatto isolata e a nulla valsero le proposte di ciascuna potenza di
compensarla o con Tunisi o Tripoli o l’Albania, Corti rispose sempre negativamente, ben sapendo
che qualunque ipotesi avrebbe creato problemi con l’una o l’altra delle grandi potenze. Bismark
osservò sornione, l’isolamento italiano, ma apprezzò il fatto che Corti non avesse posto il problema
di compensazioni territoriali, quali il Trentino ad esempio, come larga parte dell’opinione pubblica
italiana si aspettava. Giunta la notizia dell’occupazione austriaca della Bosnia, l’opinione pubblica
italiana e l’opposizione parlamentare erano furiose per l’occasione mancata e l’immagine
internazionale di un’Italietta povera e marginale. Conti in ottobre dovette dimettersi di fronte ad
un’ondata irredentista violentemente antiaustriaca.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. In cambio dell’appoggio francese alla causa austriaca,
inglesi e tedeschi avevano offerto la loro benevola neutralità in caso di occupazione della Tunisia da
parte di Parigi. Nel 1881, i francesi “ritirarono la loro cambiale”, rendendo ancora più umiliante la
situazione per l’Italia, dopo il “disastro” negoziale del Corti a Berlino. Sebbene in Tunisia vivesse
già una cospicua comunità italiana, Cairoli non si era posto l’obiettivo di una colonizzazione della
regione e aveva rifiutato proposte austriache di appoggio in cambio del silenzio italiano sui Balcani
e il Trentino, proprio per non urtare la sensibilità francese. Non che si volesse favorire Parigi,
semplicemente Roma perdurava nella sua idea del mantenimento dello status quo: Tunisi non doveva
essere né francese, né italiana. Invece, il trattato del Bardo fece della Tunisia un protettorato francese,
lasciando, ancora una volta, l’Italia isolata sul piano internazionale e travolgendo il governo Cairoli.
Italia e Francia sembravano più distanti che mai 28.
In questa situazione, Bismark tornò ad offrire la sua opera di mediazione interessata,
proponendo nuovamente ipotesi africane (Tripoli) e un’alleanza, la cosiddetta “Triplice”, che avrebbe
risolto il rapporto fra Roma e Vienna, sotto la tutela di Berlino e tolto l’Italia dal suo sostanziale
isolamento. Nel 1881, veniva siglata la “Triplice Alleanza” e la prospettiva delle terre irredente
italiane parve allontanarsi definitivamente, quando lo stesso Crispi ammise che l’Italia aveva bisogno
dell’Austria-Ungheria per proteggersi dall’invadenza russa nei Balcani e dalla tracotanza francese nel
Mediterraneo 29.
Era giunto il momento per l’Italia di “imbarcarsi” per i lidi africani e proprio Crispi avrebbe
dato avvio alla baldanzosa politica coloniale italiana, durante il suo primo governo.
La politica coloniale italiana fu molto contrastata e impervia: giunta per ultima sulla scena
internazionale doveva contendere con le altre potenze quanto rimasto dei territori africani ancora
disponibili. Se Eritrea, Somalia ed Etiopia rappresentarono i primi spazi di conquista, erano la
Cirenaica e Tripoli il vero fuoco dell’interesse coloniale italiano. Conquistare i vilajet ottomani della
costa settentrionale africana significava, però, un attacco alla Sublime Porta dalle conseguenze
incalcolabili. Conseguenze che, tuttavia, non furono tenute in adeguata considerazione da nessuna
delle Grandi Potenze.

28
Candeloro, op. cit., e Christopher Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925, vol. I, Laterza, Bari,
1980.
29
Seton-Watson, op. cit., p.131

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L’umiliazione dell’Impero ottomano subita per causa della vittoria italiana comportò la
dismissione del governo dei Giovani Turchi che stava faticosamente ammodernando le istituzioni
ottomane. La cacciata dei Giovani Turchi ruppe i delicati equilibri interni fra gli stessi musulmani e
gli albanesi si mossero, perciò, verso forme di autotutela, che prevedevano la costituzione di uno stato
albanese indipendente. Di fronte a tale prospettiva, la Serbia e Montenegro avrebbero perso
l’opportunità di espandersi verso i vilajet del Kosovo e di Scutari. La prima guerra balcanica era
inevitabile 30.

L’Italia e la nascita dell’Albania

La vittoria della Lega balcanica contro la Sublime Porta nella Prima guerra balcanica fu
schiacciante. Nel mentre si svolgeva il conflitto Vienna chiese una riunione urgente delle grandi
potenze oramai riunite un due distinte alleanze contrapposte: la Triplice Intesa (Francia, Gran
Bretagna e Russia) e la Triplice Alleanza (Austria-Ungheria, Germania e Italia). Si trattava di evitare
che l’esito del conflitto potesse portare ad un conflitto fra le stesse potenze, che a vario titolo
sostenevano i contendenti balcanici o desideravano preservare lo status quo.
L’Austria, innanzitutto, non gradiva l’espansione serba e bulgara, dietro la quale si celava
l’ingombrante presenza russa nella regione balcanica perché questa avrebbe finito per destabilizzare
anche l’Impero asburgico, coinvolgendo le popolazioni slave al suo interno. Inoltre, Vienna era il
primo partner commerciale di Belgrado (e della regione intera) e un eventuale sbocco al Mare
Adriatico della Serbia attraverso l’Albania settentrionale, avrebbe aperto delle rotte commerciali
autonome per la Serbia, che si sarebbe così affrancata dalla dipendenza austriaca. Infine, l’accesso a
un porto albanese avrebbe certamente offerto la possibilità alla Russia di guadagnare una base navale
per la propria flotta in Adriatico, mettendo a rischio il transito da e verso il Mediterraneo per la marina
austriaca, sia quella militare sia quella commerciale. Ciò era vero anche per l’Italia, preoccupata che
la Russia potesse accedere al controllo dell’Adriatico. Questo problema era già stato affrontato fra le
due potenze alleate che avevano siglato una serie di accordi successivi nel 1901, 1909, poi incorporati
nel rinnovo della Triplice nel 1912 ed entrambe avevano convenuto che la soluzione migliore sarebbe
stata la nascita di un piccolo stato albanese che avesse bloccato ogni espansione slava verso il mare,
ma anche un’eventuale espansione greca da sud, perché appoggiata dalla Francia. Il canale d’Otranto
e il mar Adriatico dovevano restare sotto il controllo italo-austriaco. D’altronde l’Italia aveva già
anch’essa posizioni importanti in Albania, specie nelle relazioni commerciali, ed era il secondo
partner regionale dopo l’Austria. Il sistema bancario albanese era gestito dalla Società Commerciale
d’Oriente, così come i trasporti marittimi erano gestiti dalla Servizi Marittimi, che faceva la spola con
la Puglia. La presenza di comunità italo-albanesi favoriva la vicinanza senza farla sembrare
un’ingerenza e la relazione fra le due sponde adriatiche erano molto intense 31.
La conferenza degli ambasciatori a Londra ebbe perciò il compito di stabilire i confini del
nuovo stato albanese e accomodare le tensioni locali affinché non coinvolgessero le grandi potenze,
come sarebbe accaduto due anni dopo. Londra fu scelta per la sua “neutralità” (apparentemente la
Gran Bretagna non aveva interessi specifici in loco e poteva garantire un ruolo imparziale nelle
eventuali dispute). Poiché esisteva uno stato di tensione latente molto forte fra le due alleanze, a
differenza del Congresso di Berlino, si scelse un profilo più basso, coinvolgendo nelle trattative gli
ambasciatori delle potenze a Londra e non i relativi ministri, per paura che il tutto potesse sfociare in
un conflitto diretto fra le potenze.

Richard C. Hall, The Balkans Wars 1912-1913. Prelude to the First World War, Routledge, London&New York, 2000.
30

Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna. La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, 1896-1914. Vol. VII, Feltrinelli,
31

Milano 1974.

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Austria e Italia concordarono la loro posizione, appoggiata dalla Germania e, di fatto, dalla
“imparziale” Gran Bretagna. Tuttavia, questa volta, la Russia non volle spingersi fino ad appoggiare
i Serbi a tal punto da inimicarsi le altre potenze ed eventualmente scatenare una guerra con l’Austria.
Pertanto, fu reso subito chiaro a Belgrado che non ci sarebbe stato nessun allargamento verso il mare.
Fu semmai la Francia ad appoggiare con maggior vigore le aspirazioni serbe, ma la passività inglese
rese vane le richieste francesi. Per la Gran Bretagna, la soluzione di un’Albania indipendente restava
la migliore sotto tutti i punti di vista: evitava di aumentare le tensioni con la Triplice alleanza,
preservava il Mediterraneo orientale da una eccesiva presenza russa e, infine, data la grande presenza
di popolazioni musulmane nei propri possedimenti, dava prestigio a Londra, quale amica dei
musulmani 32.
La Conferenza di Londra aprì i suoi lavori il 17 dicembre 1912, presieduta dal Grey, alla
presenza degli ambasciatori delle potenze a Londra: l’Italia era rappresentata dal Conte Guglielmo
Imperiali. Nel complesso si svolsero 66 incontri, l’ultimo il 13 agosto del 1913, senza che però si
chiudessero formalmente i lavori. Fin dalla prima seduta fu riconosciuto per l’Albania il diritto
all’autonomia all’interno dell’Impero ottomano, tutelata dalle grandi potenze. Successivamente, le
sei potenze si accordarono per l’indipendenza, secondo il principio “i Balcani ai balcanici”, sebbene
sotto la guida di un principe, scelto dalla Conferenza, fra le case regnanti europee. Molte erano le
questioni aperte e tracciare i confini del nuovo stato non era cosa facile, viste le richieste di Serbia,
Montenegro e Grecia, sostenute a vario titolo dalle diverse potenze; tuttavia, fu subito deciso che la
Serbia non avrebbe avuto uno sbocco al mare, sebbene la mediazione inglese garantisse a Belgrado
l’accesso ad un porto adriatico (da definirsi) con una ferrovia (ancora da costruire). Così facendo, si
toglieva dalle trattative la questione più spinosa (per le grandi potenze), ossia la possibilità per i russi
di sfruttare i loro legami con i serbi per posizionare una loro flotta tra l’Adriatico e lo Ionio. Infine,
sebbene non gradita da Vienna, la proposta inglese di una ferrovia che unisse Belgrado ad un porto
adriatico era ancora sufficientemente vaga e in divenire 33.
Di fatto, i lavori furono guidati dalle proposte austriache e russe. Già nel 1897, i due Imperi
avevano convenuto in linea di principio la possibile nascita di uno stato albanese. Anche Visconti-
Venosta, interpellato dalla controparte austriaca aveva dato il suo benestare, impegnandosi con
Vienna a cooperare sul piano regionale per impedire una eventuale espansione serba verso il mare.
Subito dopo l’inizio dei lavori, perciò, l’ambasciatore austriaco e quello russo presentarono due
proposte differenti per la definizione dei confini dello stato albanese. Entrambi dichiaravano di
basarsi sul principio etnografico, ma le due ipotesi erano molto distanti l’una dall’altra.
I nodi della questione erano l’appartenenza della città di Scutari a nord, rivendicata dai
montenegrini, e della città di Janina a sud, rivendicata dai greci. Per Vienna, la controversia principale
era quella settentrionale, perché, ovviamente toccava la questione slava. L’ambasciatore austriaco
sosteneva l’appartenenza di Scutari agli albanesi, sia perché in parte cattolici, sia perché la città
rappresentava il baricentro di un’area abitata prevalentemente da albanesi e il principale centro
commerciale per l’economia locale. Viceversa, l’ambasciatore russo appoggiava le rivendicazioni
montenegrine, ossia che Scutari fosse slava e date le conquiste realizzate nella prima guerra balcanica,
che già avevano incorporato vaste parti del vilajet di Kosovo (la Vecchia Serbia) nella Serbia, si
trattava di riportare l’area nell’alveo delle comunità slave. L’argomento a sostegno era che gli
albanesi locali altri non fossero che slavi islamizzati. Le due posizioni risultarono inconciliabili e le
trattative durarono fino al 21 marzo 1913, in una sequenza di proposte e controproposte fra i due
ambasciatori che finirono per mischiare ancora di più le carte in tavola, compromettendo di fatto il
principio etnografico di partenza. Di fronte allo stallo raggiunto, il Montenegro ruppe gli indugi e il
23 aprile occupò militarmente la città di Scutari. A questo punto, la Conferenza decise di nominare

32
Nicola Guy, op. cit.
33
Christopher Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo 1970-1925, vol.II, Laterza, Bari, 1980.

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una commissione di esperti per definire il confine settentrionale albanese. Tuttavia, gli austriaci non
erano soddisfatti e inviarono un ultimatum a Belgrado, il 18 ottobre, intimando alla Serbia, il ritiro
delle proprie truppe dai territori occupati del vilajet del Kosovo, entro otto settimane, in attesa della
definizione dei confini. Mancando di ogni sostegno internazionale, la Serbia agì di conseguenza
ritirandosi dai territori contesi.
La questione del confine meridionale vide, invece, protagonista l’Italia, da un lato, con
Imperiali teso a difendere gli interessi albanesi (e italo-austriaci) e la Francia (d’accordo con la Russia)
a proteggere gli interessi greci. In questo caso, oltra Janina, i greci avanzavano pretese anche su
Argirocastro e Koritza, che offrivano il vantaggio strategico di controllare lo stretto di Corfù e, di
conseguenza, il canale d’Otranto. Nel marzo 1913, cominciarono le trattative per la definizione del
confine meridionale. La proposta di Imperiali fu di mantenere Argirocastro Janina e Koritza in
territorio albanese, così come il lago di Ohrid. In tal modo, l’intera costa di fronte a Corfù sarebbe
stata tutta albanese, mantenendo la neutralità dello stretto; mentre a oriente si sarebbe limitato il
contatto diretto fra Serbia e Grecia. Di contro, i francesi proponevano la cessione di Argirocastro,
Janina e Koritza, compreso il lago di Ohrid alla Grecia e alla Serbia. Di fatto, il confine albanese
meridionale veniva posto poco più a sud di Valona. Grey offrì la mediazione (interessata) inglese,
sostenendo la posizione italiana, fino a Argirocastro e Koritza e cedendo Janina ai greci, se Roma
avesse compensato Atene, cedendole le isole del Dodecaneso appena conquistate ai turchi. L’intento
del Grey era palese, allontanare l’Italia dall’Egeo e dagli interessi strategici inglesi, che già vedevano
la presenza d Londra a Creta. Imperiali rifiutò parzialmente la proposta inglese, opponendosi alla
cessione del Dodecaneso alla Grecia, ma accolse la proposta di un confine greco-albanese circa una
ventina di chilometri a sud di Santa Quaranta, a punta Stilo nella baia di Phtelia, preservando così
agli albanesi il porto che serviva Argirocastro. Anche in questo caso, gli ambasciatori decisero di
nominare una commissione internazionale.
Le due commissioni furono istituite senza particolari criteri, quella settentrionale da militari
(uno per paese), quella meridionale da un civile e un militare per paese (con un unico voto). Nessuno
aveva competenze specifiche, se non nel caso di molti dei militari di aver servito nei Balcani in varie
missioni e nel caso della commissione meridionale, il rappresentante civile italiano era Labia,
precedentemente console a Janina (Labia era stato accusato di sentimenti antiellenici). Le scarne
indicazioni di lavoro ricevute dalla Conferenza prevedevano l’utilizzo del solo criterio etnografico
(linguistico) e che non sarebbero stati ammessi plebisciti. L’improvvisazione fu tale che i commissari
non furono nemmeno dotati di carte geografiche e solo dopo diverse sollecitazioni ottennero l’invio
di topografi per ridisegnare o disegnare carte adeguate ai lavori. Di fatto, i governi diedero proprie
indicazioni ai commissari e questi, eventualmente, come nel caso della commissione meridionale, si
accordarono su metodologie autonome (quindi con criteri differenti da quella settentrionale). I
commissari non avrebbero ricevuto rappresentanze né albanesi, né greche, ma avrebbero visitato
autonomamente i villaggi e le zone contese per trarne valutazioni indipendenti da condividere
successivamente assieme 34.
La commissione settentrionale cominciò i suoi lavori lungo la sponda a nord del lago di Ohrid,
presso Lin, alla fine di ottobre del 1913. Il disaccordo fra i rappresentanti franco-russi e quelli della
Triplice emerse immediatamente e lo stesso rappresentante inglese, Granet, scrisse al Grey, che le
argomentazioni franco-russe erano bizzarre e fantasiose, specie per quanto riguardava il distretto di
Prizren (dove era stata fondata la Lega del 1878) dove gli albanesi venivano definiti arnauti, ossia
slavi islamizzati 35. Secondo il principio etnografico (linguistico) la zona era chiaramente parlante
albanese, tuttavia la presenza serba, dopo la prima guerra balcanica, era oramai evidente e diversi
presidii militari erano già stati installati per proteggere la città sotto controllo serbo. Grosso modo,

34
Nicola Guy, op. cit.,
35
Nicola Guy, ibid.

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tale spazio corrispondeva a quello amministrativo (kaza) ottomano e ciò bastava ai rappresentanti
franco-russi per dichiararne l’omogeneità slava. Poiché le posizioni erano inconciliabili e l’inverno
era oramai giunto, la Commissione sospese i lavori, in quanto le strade erano impraticabili per il
maltempo. Nell’aprile del 1914, la Commissione tornò a riunirsi a Scutari, ma le divisioni erano
rimaste tale e quali. Le controparti cercarono, allora, di trovare delle formule territoriali
compensatorie, che di fatto non tenevano più in considerazione l’aspetto linguistico, ma i rapporti di
forza locali. Anche le rivendicazioni montenegrine sul Dibra e il lago di Scutari e sulla regione
montana del Gusinje divennero oggetto di discussione, sebbene in questo caso il Trattato di Londra
fra la Lega balcanica e la Turchia assegnasse chiaramente questi territori agli albanesi. La
Commissione giunse perciò ad uno stallo, tanto da immaginare un cambio dei commissari, ma oramai
era già agosto del 1914 e le questioni confinarie oggetto di discussione non erano più prioritarie fra
le grandi potenze.
La Commissione meridionale si insediò a Monastir il 3 ottobre 1913 e cominciò i suoi lavori
fra mille ostacoli frapposti dai greci, tanto che in 58 giorni era riuscita a visitare solo sei villaggi e
intervistare 14 persone. I greci avevano fatto ridipingere le case con i classici colori bianco e blu,
facendo costituire comitati locali di accoglienza parlanti in greco. Ben presto, però, i commissari si
accorsero che i locali parlavano albanese (o meglio anche albanese). Non possedendo scuole proprie,
i bambini albanesi frequentavano scuole greche, mandati dai loro genitori per poter poi inserirsi nel
circuito economico greco, in quanto la lingua greca restava la lingua dei commerci in tutta la regione.
Queste popolazioni parlavano anche turco e spesso erano bilingui o trilingui e, quindi, il principio
etnografico si rivelò inapplicabile in tutto il vilajet di Monastir e, sostanzialmente, in tutto l’Epiro
settentrionale 36. Sebbene le posizioni delle controparti fossero ben distinte, l’ingerenza greca rendeva
la componente italo-austriaca più forte nelle proprie argomentazioni e la posizione mediatrice inglese
era sospetta, insistendo sulla necessità di una compensazione dei territori albanesi (o albanofoni) con
le isole conquistate dall’Italia. Di fronte all’ingerenza greca, Vienna e Roma mandarono un vero e
proprio ultimatum ad Atene, dichiarando che se questa non fosse cessata avrebbero attribuito tutti i
territori contestati agli albanesi. Il primo ministro greco, Venizelos, lamentò con il governo inglese,
che una perdita contemporanea dell’Epiro settentrionale e delle isole avrebbe rappresentato la caduta
del suo governo. Intanto, però, visto il sopraggiungere dell’inverno e le difficoltà sul terreno, il
rappresentante italiano, il Cap. Fortunato Castoldi, aveva proposto di spostare i lavori della
Commissione a Firenze per approfittare della presenza dell’Istituto Geografico fiorentino e della sua
ricca cartografia. Lontani dalle pressioni locali, i commissari giunsero ad una mediazione che,
grossomodo, situava la frontiera a metà fra quella disegnata dai franco-russi e quella proposta dagli
italo-austriaci, per cui Argirocastro e Koritza sarebbero rimaste albanesi, mentre Konitza e i territori
a sud di Capo Stilo sarebbero passati alla Grecia. Per i Commissari era un compromesso accettabile
e il 17 dicembre 1913 conclusero formalmente i lavori predisponendo una relazione condivisa e
inviata alla Conferenza, nota come Protocollo di Firenze 37, togliendo così ogni possibilità di collegare
la questione delle isole con quella dell’Epiro settentrionale. Per l’Italia era un grosso successo, che
consolidava il suo prestigio agli occhi degli albanesi, in un’area in cui la presenza italiana era già
rilevante 38. Anche la cessione dell’isola di Saseno (davanti a Valona), agli albanesi, da parte dei greci,
rappresentò un ulteriore successo italo-austriaco, poiché rendeva definitivamente sicuro il canale
d’Otranto da possibili ingerenze esterne.
Secondo la relazione della Carnegie Foundation, il nuovo stato albanese era grande circa
19.000 Kmq, di cui circa 6.500 del vilajet di Janina, 5.700 del vilajet di Monastir, 4.800 del vilajet di

36
Barbara Jelavich, op. cit.
37
Guy, op. cit., v. Testo Protocollo di Firenze, p. 267
38
Seton-Watson, vol. II, op. cit.

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Scutari e 1.450 del vilajet del Kosovo 39. Secondo il principio etnografico, il nuovo stato albanese era
assai più piccolo dell’area albanofona, soprattutto per quanto riguarda il vilajet del Kosovo; tuttavia,
per le grandi potenze si trattava di un compromesso accettabile, che aveva evitato il conflitto fra loro
(almeno per qualche mese ancora). In verità, nulla di definitivo era stato deciso, poiché ad eccezione
del Protocollo di Firenze, la Conferenza degli ambasciatori non aveva concluso formalmente i suoi
lavori e i confini non erano stati comunque definiti da un accordo, anche se lo stato albanese era stato
ufficialmente proclamato il 7 marzo 1914. In queste condizioni, si giunse all’assassinio di Francesco
Ferdinando a Sarajevo, il 28 giugno del 1914 e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il 28 luglio
1914.

Italia e Albania verso la Prima Guerra Mondiale

L’unità degli albanesi durò poco, proclamata l’indipendenza il 28 novembre del 1912
sull’onda emotiva della prima guerra balcanica, già a partire dal 1913 riaffiorarono prepotentemente
le divisioni interne fra le varie gentes e i gruppi religiosi, a loro volta fomentate dagli interessati vicini.
Sebbene, la Conferenza degli Ambasciatori non avesse definito i confini dello stato albanese,
tuttavia aveva predisposto che il paese sarebbe stato “amministrato” da una commissione di controllo
internazionale costituita dai rappresentati delle sei potenze, in attesa del passaggio di consegne ad un
governo albanese riconosciuto. Tale commissione avrebbe affiancato anche il principe ereditario
nominato dalle potenze stesse, che assumeva la reggenza dell’Albania, fino a quando le istituzioni
locali non fossero state sufficientemente salde per autogovernarsi. In ogni caso, sarebbe stato
costituito un formale governo albanese, sotto la guida del reggente. In altre esperienze simili, il
concerto europeo aveva predisposto anche un corpo di polizia internazionale e un presidio di truppe
fino a che non si fossero costituititi gli organi di sicurezza locali. Infine, il nuovo stato veniva dotato
di un fondo internazionale, sotto forma di prestito che serviva agli organi provvisori di cominciare a
costruire le istituzioni pubbliche (scuole, tribunali, apparati amministrativi, ecc.). Nel caso albanese,
però, non ci fu né il tempo, né la volontà di predisporre tutto questo, muovendosi rapidamente il
continente verso il conflitto nel corso dell’estate del 1914.
Il reggente nominato dal Concerto europeo fu il principe Wilhelm von Wied, figlio della
Regina di Romania e appartenente alla nobiltà tedesca, come il re di Bulgaria e Grecia “nominati”
dalla comunità internazionale. Il principe assumeva il titolo di Re d’Albania. La scelta cadde sul
principe von Wied, perché luterano, si pensava così di aver superato l’ostacolo dell’elemento
religioso, in quanto ritenuto super partes, rispetto alla divisione degli albanesi in musulmani,
ortodossi e cattolici. Certamente le grandi potenze non volevano un principe musulmano (che era
assai gradito dai musulmani albanesi), perché comunque legato alla nobiltà ottomana e ciò avrebbe
potuto rappresentare un ostacolo all’indipendenza albanese (almeno per come era percepita dagli
europei), riproponendo uno stato di vassallaggio verso la Sublime Porta. Il gioco dei veti reciproci
però impediva anche altre scelte, i russi non volevano un principe cattolico, considerato troppo
permeabile agli interessi austro-italiani, viceversa non poteva essere un ortodosso, altrimenti troppo
influenzabile da San Pietroburgo. Tuttavia, la scelta di un luterano non fu accolta con particolare
entusiasmo dagli albanesi, ma fu comunque predisposto un comitato di rappresentanza che si recasse
in Germania ad offrire la corona al futuro re 40.
Nel frattempo, nel 1912, a seguito della dichiarazione di indipendenza, era stato costituito un
governo provvisorio albanese a Valona, guidato da Ismail Kemal. Il nuovo governo approvò la
bandiera … quale simbolo dell’unità del paese e avviò un processo di riforme, per certi aspetti
coraggioso. Svincolò l’islam albanese da quello turco, istituendo una chiesa propria con un muftì

39
The Other Balkan Wars. A 1913 Carnegie Endowment Inquiry in Retrospect with a New Introduction and Reflections
on the Present Conflict by George F. Kennan, A Carnegie Endowment Book, 1993.
40
Nicola Guy, op.cit. e Charles e Barbara Jelavich, op. cit.,

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albanese. Istituì corti civili e introdusse il diritto penale. Ismail Kemal non riuscì però a mantenere
unito il suo governo, in cui ben presto gelosie e rivalità personali intersecarono i progetti di
costruzione dello stato albanese proposte dai nazionalisti all’estero (fra questi certamente la
componente “americana” e quella “italiana”), che partendo dalle esperienze liberali dei due paesi
avrebbero voluto un processo di riforme più deciso). Kemal, peraltro, fu accusato di essere troppo
filoitaliano e di essere “al soldo di Roma”, cosa non verificata. Essad Pashà fu il suo più acerrimo
avversario e contribuì notevolmente a diffondere voci malevoli sul conto di Kemal, compresa quella
che egli aspirasse a diventare Re d’Albania. Nel settembre 1913 la crisi raggiunse il suo culmine e i
ministri più importanti del governo si dimisero e poiché ciascuno di loro rappresentava una
componente delle gentes albanesi che garantivano l’unità in senso trasversale, il peso si spostò tutto
a favore dei musulmani. Ismail Kemal tentò tardivamente di coinvolgere i capi delle famiglie
cattoliche del Nord (Malissori e Mirdite) per rafforzare la compagine governativa e anche se Bib
Doda accolse l’invito, ciò non sortì effetto alcuno (non si trasferì nemmeno a Valona per assumere
l’incarico). Essad Pasha, che controllava la regione centrale dell’Albania fra Tirana e Durazzo, rifiutò
di sottomettersi all’autorità di Ismail Kemal, nonostante questi gli avesse offerto l’incarico di Ministro
degli Interni nel governo provvisorio e nominò un proprio Senato dell’Albania centrale, costituito da
parenti e accoliti 41.
Ad aggiungere confusione al caos albanese, ci pensarono anche le sei potenze europee con il
loro atteggiamenti contradditori e/o interessati. Sebbene impegnato nella Conferenza degli
ambasciatori, il concerto europeo non riconobbe il neonato stato albanese (forse perché voleva prima
definirne i confini?) e, nemmeno Austria e Italia, i due paesi più interessati all’indipendenza
dell’Albania lo fecero, lasciando così Kemal ancora più isolato al suo interno. L’inerzia del Concerto
europeo favorì gli “appetiti” dei vicini che occuparono a nord, serbi e montenegrini, vaste parti dei
vilajet di Scutari e Kosovo e a sud dei greci che fecero lo stesso nell’Epiro settentrionale. Per evitare,
però, che Scutari cadesse in mani montenegrine, un corpo internazionale prese possesso della città e
delle zone limitrofe, in attesa di definirne l’appartenenza. La situazione si faceva quanto mai
complessa e se la posizione italiana a sud era piuttosto in favore degli albanesi, rispetto ai greci, a
nord permaneva un’ambiguità di fondo, fra il desiderio di sostenere gli albanesi in funzione antiserba
e quello di accogliere le istanze montenegrine (formalmente uno stato indipendente) dati i legami di
parentela con la casa Savoia, dopo il matrimonio di Emanuele III con la Elena del Montenegro 42.
L’istituzione della Commissione internazionale, che si insediò a Valona nell’ottobre 1913,
prevedeva una presidenza a rotazione di un mese fra i rappresentanti delle potenze e la presenza di
un delegato albanese (senza diritto di presidenza) scelto dalla Commissione stessa, dato che
esistevano già due governi albanesi separati quello di Ismail Kemal e quello di Essad Pasha. La scelta
finale del delegato, forse per le pressioni italiane, cadde sul ministro degli esteri albanese, Mufid bey
Libohova, presso il governo di Valona, che pur dichiarando a quel punto la propria neutralità negli
schieramenti albanesi, di fatto non esercitò alcuna reale influenza sulla Commissione. La
Commissione divenne, perciò, il terzo governo del paese, sebbene nel presupposto di essere super
partes e di raccordo fra i due rivali albanesi, in realtà divisa al suo interno dalla competizione fra gli
schieramenti delle due alleanze e la posizione inglese, spesso autonoma a difesa dei propri interessi.
Questa situazione, già complessa, fu resa ancor più frastagliata dall’arrivo del principe
Wilhelm a Durazzo nel marzo 1914. Dopo aver accettato la “nomina” delle grandi potenze il 6
febbraio 1914, il 21 ricevette a Neuwied la delegazione albanese che veniva ad offrirgli il regno,
guidata da Essad Pasha. Essad Pasha aveva ottenuto dalla Commissione (a malincuore), in cambio
della sua rinuncia al proprio Senato, contestualmente a quella fatta da Ismail Kemal al governo
provvisorio a Valona, di poter guidare la delegazione albanese. Kemal partì per l’esilio, ma Essad

41
Nicola Guy, op. cit.
42
Giorgio Candeloro, op. cit. vol.VII

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approfittò della situazione per proporsi a von Wied, quale suo “consigliere”, visto che il principe non
sapeva nulla dell’Albania e dei suoi usi e costumi. Il primo consiglio fu quello di stabilire la nuova
capitale a Durazzo (nella zona controllata da Assad) e non a Valona (dove era stato insediato il primo
governo provvisorio) e nemmeno a Scutari dove avrebbe voluto la Commissione, poiché la città era
sotto il controllo di una missione internazionale a guida inglese. Von Wied convinto di aver fatto una
scelta imparziale scelse, invece, Durazzo, facendo così credere a una parte degli albanesi di essere
sotto l’influenza di Essad Pasha e fomentando inconsapevolmente nuove rivalità. Interne. Certamente,
Essad Pasha esercitò una forte influenza su von Wied, ora Mpret (Re) d’Albania. Nominato quale
ministro degli Interni e della guerra, assunse il controllo delle poche forze di sicurezza albanesi e
predispose un “cordone protettivo” attorno a von Wied, di fatto rinchiudendolo a Durazzo. Von Wied,
infatti, non ebbe modo di conoscere il paese di cui era diventato Re, perché non uscì mai da Durazzo!
Il nuovo regno si trovava in una situazione di grande precarietà, guidato da un monarca
sostanzialmente inconsapevole del paese che avrebbe dovuto guidare e in una congiuntura
internazionale sempre più instabile, prossima ad un conflitto di dimensioni mai viste fino a quel
momento. In questo frangente, il tentativo greco di assumere il controllo dell’Epiro settentrionale
fomentando rivolte locali, fece intervenire la Commissione che mediò fra greci e albanesi e giunse al
Protocollo di Corfù dell’8 maggio 1914. Il protocollo garantiva autonomia alla regione e la
costituzione di scuole greche, ma l’Epiro settentrionale rimaneva parte integrante dell’Albania. In ciò,
la posizione congiunta di Austria e Italia era stata molto ferma, facendo persino temere ad Atene per
un loro intervento militare. Allo stesso tempo, le altre potenze non volevano rischiare un conflitto per
un’area che rimaneva del tutto marginale per i loro interessi. Di fatto, però, data la debolezza dello
stato albanese e l’avvio della crisi internazionale dopo l’attentato di Sarajevo, l’Epiro rimase sotto
controllo greco 43.
Questa situazione fu favorita anche dalla crescente distanza fra Vienna e Roma negli affari
balcanici. Se fino al Protocollo di Corfù i due attori avevano condiviso le loro posizioni, facendo
fronte comune nella questione albanese, la crisi con la Serbia, a causa dell’ultimatum austrico a
Belgrado aveva riaperto i vecchi dissidi fra le due potenze e l’annosa questione dei compensi
territoriali che tanto aveva travagliato le relazioni diplomatiche fra i due paesi, già ai tempi del
Visconti-Venosta.
L’Albania finiva così all’interno di un complesso do ut des fra le grandi potenze, l’Italia in
particolare. Se, infatti, come si è visto dagli accordi del 1897, l’Albania veniva esclusa da Vienna e
Roma come zona di contese territoriali, ciò non era per le altre regioni balcaniche e l’ultimatum alla
Serbia e il conseguente scoppio della Prima Guerra Mondiale offrivano all’Italia l’opportunità di
invocare tanto la propria neutralità nella Triplice (un’alleanza a carattere difensivo), quanto l’art.7
che prevedeva compensazioni territoriali per l’Italia, se l’Austria avesse acquisito nuovo
possedimenti nei Balcani. Tuttavia, sebbene fosse stato chiarito a più riprese da Vienna, come si è
visto, che queste compensazioni non avrebbero compreso le cosiddette terre irredente, ma
eventualmente altri territori dove l’Austria non aveva interessi, la situazione ora era molto cambiata.
In realtà, le relazioni fra Vienna e Roma avevano già dato i primi segnali di deterioramento in
maggio, quando approfittando dell’assenza di Leoni e Aliotti (rappresentante italiano in Albania)
rientrati temporaneamente in Italia, gli austriaci avevano arrestato Essad con l’accusa di tradimento
(e con il sospetto, mai provato, che agisse per conto degli italiani). 44
Al loro rientro Leoni e Aliotti ottennero la custodia di Essad (che fu poi esiliato), mettendo di
fatto von Wied sotto la protezione italiana, mentre si volgevano disordini fuori Durazzo, che secondo
gli inglesi erano stati organizzati dagli italiani stessi. Con la scusa di proteggere l’incolumità di
Wilhelm, questi fu imbarcato su di una nave militare italiana e trasportato al largo, dando

43
Christopher Seton-Watson, op. cit. vol. II
44
Nicola Guy, op. cit.

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l’impressione che il Re stesse fuggendo. Non era questo il caso, ma l’immagine pubblica di von Wied
ne fu così compromessa che, di fatto, non ebbe più alcuna credibilità fra gli albanesi. A partire da
giugno, tutte le delegazioni dell’Intesa cominciarono a ritirarsi dall’Albania, mentre austriaci e italiani
rimasero soli. Roma, in effetti, chiese fino all’ultimo a Grey di lasciare Lamb (il rappresentante
inglese a guida della Commissione) in Albania, altrimenti la Commissione avrebbe cessato di esistere,
ma anche Lamb parti l’8 agosto, quando la Gran Bretagna dichiarò guerra all’Austria-Ungheria.
Il 3 settembre anche Wilhelm di Wied assieme alla famiglia, imbarcato su una nave austriaca,
abbandonò definitivamente l’Albania. Formalmente non aveva abdicato e la promessa di rientrare a
Durazzo era forse sincera, ma ora l’Albania era senza un re, in balia di sé stessa, dei vicini e delle
grandi potenze.

Albania e Italia nella Prima guerra mondiale

Dichiarata la neutralità, l’Italia si trovava ora a dover gestire il complicato rapporto con
l’Austria-Ungheria su un fronte vastissimo “dal Trentino a Valona”, tutti gli accordi che avevano
garantito la precaria convivenza fra i due paesi erano, di fatto, in discussione. L’Italia aveva invocato
la natura difensiva del Trattato della Triplice per giustificare la propria neutralità, in quanto era
l’Austria-Ungheria l’aggressore della Serbia. Se agli occhi di Vienna, la posizione italiana era già di
per sé irritante, l’atteggiamento di nuovo rivendicativo verso il Trentino da parte del governo italiano,
lo era ancor di più. Secondo l’art. 7 del Trattato, Roma avrebbe dovuto ricevere eventuali
compensazioni territoriali in caso di nuove acquisizioni nei Balcani. Posto che il conflitto presentava
già un andamento altalenante per l’Austria, che aveva subito anche dei rovesci militari da parte dei
Serbi, Vienna aveva sempre chiarito che se compensazioni fossero mai avvenute, queste non
avrebbero riguardato il Trentino, bensì l’Albania o altrove.
L’Albania divenne nel corso dei mesi a cavallo fra il novembre 1914 e il maggio 1915 (quando
l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa) l’oggetto di trattative fra le grandi potenze che cercavano
di guadagnarsi l’intervento militare al loro fianco (l’Intesa) o la sua neutralità (la Triplice). Tuttavia,
a Roma non si guardava all’Albania nel suo insieme, come “colonia” o territorio d’oltremare.
L’attenzione rimaneva sempre su Valona e il suo hinterland come spazio strategico per gli interessi
italiani e la necessità che altri – Serbi e Greci – potessero approfittare della situazione per espandersi
a spese degli albanesi. Spinto anche dalla pressione dell’opinione pubblica irredentista e
dall’opportunità “storica” il governo avviò una trattativa con Germania e Austria per l’ottenimento
del Trentino, che non portò a nulla se non al rifiuto sprezzante da parte di Vienna. Ciò che l’Italia non
capiva era che l’accettazione della cessione del Trentino all’Italia, avrebbe esposto l’Impero
asburgico alle rivendicazioni nazionali dei suoi popoli, nel momento in cui il conflitto si stava
rivelando più impegnativo della rapida e punitiva campagna militare pensata dagli strateghi austro-
tedeschi, ciò che rendeva impossibile in principio l’accoglimento della richiesta italiana anche a
malincuore. La Germania, infatti si prodigò nella sua funzione di mediatore fra i due alleati,
fondamentalmente in favore della richiesta italiana 45.
Nel frattempo, erano state avviate anche le trattative con l’Intesa. I Russi premevano per un
rapido ingresso in guerra dell’Italia al loro fianco e offrirono l’Albania, come premio principale.
Tuttavia, in questo frangente, gli appetiti italiani erano cresciuti e al Trentino si erano aggiunte anche
Trieste, l’Istria, la Dalmazia fino a Cattaro. Ciò significava che la Serbia non avrebbe avuto accesso
al mare (avendo già offerto l’Albania) e i russi non potevano acconsentire (e nemmeno gli anglo-
francesi). Furono offerti, a compensazione territori in Asia Minore (a scapito dei Turchi) ed eventuali
aggiustamenti territoriali in Africa.

45
Giorgio Candeloro, op. cit. vol. VII

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Per sgomberare il campo dalla discussione sull’Albania, l’Italia procedette autonomamente
all’occupazione dell’isola di Saseno e di Valona con i territori circostanti, secondo il principio
enunciato da Di San Giuliano nel luglio del 1913 “nessuno deve entrare in Albania: ma se qualcuno
ci entra, noi andiamo direttamente a Valona” 46. Ciò serviva di monito ai greci che stavano procedendo
all’occupazione, invece, dell’Epiro settentrionale, mentre la Serbia, intanto, aveva inviato truppe in
Albania settentrionale, raggiungendo la piena contiguità territoriale con il Montenegro, che a sua
volta aveva occupato Scutari.
Sistemata la questione di Valona, ritenuta prioritaria sul fronte albanese, Di san Giuliano poté
trattare con l’Intesa l’accordo che portò alla firma del Trattato di Londra dell’aprile 1915.
Dopo la partenza di von Wied e il ritiro dei rappresentanti internazionali della Commissione,
nei primi mesi della Prima guerra mondiale, gli albanesi si riorganizzarono secondo la loro
dimensione clanica nelle classiche divisioni nord, centro e sud. Al nord, i musulmani e cristiani
assieme, guidati dalle due principali gentes i Malissori e i Mirdita costituirono un “governo” comune,
il Comitato albanese, con “capitale” a Scutari. Al centro Essad Pasha riprese il controllo di Durazzo
e della regione già a partire da ottobre, grazie al sostegno italiano (e francese) 47, istituendo un nuovo
Senato dell’Albania centrale. Al sud gli albanesi rimasero divisi fra le zone occupate dai greci e
Valona e dintorni ancora “liberi”, organizzandosi nell’Unione di Kruja, un’iniziativa di ex affiliati di
Essad Pasha, ora in rivalità con lui, dopo che questi era stato proclamato Presidente dell’Albania dal
Senato dell’Albania centrale (pare che Essad avesse ottenuto un voto convinto, dopo aver minacciato
gli indecisi uno a d uno con la propria pistola). In questo disordine e la ripresa delle rivalità interne, i
fautori del tentativo di dare corpo ad una Albania indipendente e a una nazione albanese tornarono
negli Stati Uniti, in Svizzera o Francia o comunque mantenendo in vita le rispettive associazioni pro-
albanesi all’estero, disillusi dall’atteggiamento della comunità internazionale, ora che l’indipendenza
albanese e gli accordi di Londra del 1912 avevano perso di valore 48.
Con l’ingresso della Bulgaria a fianco della “Triplice”, in ottobre, la Serbia venne attaccata
su due fronti e l’esercito serbo sconfitto duramente a dicembre fu costretto ad una drammatica ritirata
verso Corfù, dove venne soccorso dalla marina italiana. Nel giro di pochi mesi, le truppe austriache
e bulgare occuparono buona parte dell’Albania fino ad Elbasan. Solo la parte meridionale
dell’Albania, già controllata dagli italiani presenti a Valona e le zone albanesi dell’Epiro rapidamente
occupate dai francesi per proteggere la Grecia da un attacco austro-tedesco-bulgaro, restarono sotto
l’Intesa. In questo frangente, gli austriaci cercarono di costruire un rapporto di fiducia con il Comitato
albanese di Scutari, offrendo la prospettiva di un ripristino dell’indipendenza albanese alla fine della
guerra e la protezione dalle mire italiane, ottenendo il sostegno di Bib Doda, acerrimo nemico di
Essad Pasha, già costretto alla fuga dopo la conquista di Durazzo e Tirana da parte degli austriaci.
Tuttavia, in contesto comunque fluido una nuova figura emerse a Elbasan: il giovane Ahmet bey
Zogu (futuro re Zog e, nipote di Essad ) fondò il Congresso nazionale (di cui si nominò presidente) e
avviò una trattativa con gli austriaci per ripristinare l’indipendenza albanese, sotto la corona di
Wilhelm von Wied. Il progetto di Zogu era quello di riportare nello stato albanese, alla fine della
guerra, il Kosovo e la Chameria (l’area meridionale rivendicata dai greci). Gli austriaci non erano
intenzionati ad offrire così tanto a Zogu, specie per quanto riguardava il Kosovo che avrebbe potuto
diventare un premio da spartire con i Bulgari, e rimanevano molto sospettosi dell’autonomia politica
dimostrata dal giovane leader albanese. Sicché, dopo aver occupato Elbasan, con uno stratagemma
Zogu venne internato fino alla fine della guerra. Alla fine, l’occupazione austriaca si rivelò molto
pesante per gli albanesi, costretti a rifornire le truppe austriache stanziate sul loro territorio senza
nessuna reale contropartita, nemmeno un risarcimento economico che non fosse puramente simbolico.

46
Christopher Seton-Watson, op. cit., vol. II, p.464
47
Il governo italiano stanzio 5 milioni di franchi per finanziare l’operazione e armare 5000 miliziani di Essad, secondo
L’independence Albaneise, stampato a Sofia, Batakovic e Jacques, op. cit., p. 398
48
Nicola Guy, op. cit.

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Nelle aree occupate da italiani e francesi, la situazione era molto migliore. I francesi avevano
favorito la nascita di una Repubblica albanese a Koritza, dove musulmani e cristiani si
autogovernavano, amministrando il territorio e fornendo truppe alleate per il fronte greco. Per francesi,
ciò rappresentava la possibilità di organizzare un modello di stato efficiente da proporre al resto
dell’Albania dopo la guerra, ma anche il modo per scalzare la presenza italiana dalla regione. Per
questa ragione, Sonnino era molto irritato con gli alleati francesi e, sebbene molte iniziative fossero
prese a livello locale dagli ufficiali francesi e non da Briand (il ministro degli esteri francese), il
ministro italiano rimase sempre molto sospettoso nei confronti degli alleati. L’atteggiamento francese
finì per ingenerare una competizione al rialzo con gli italiani che si dimostrarono estremamente
generosi con gli albanesi, costruendo più di 200 km di buone strade e 50 km di ferrovia, oltre a scuole,
ospedali, uffici pubblici, nelle loro zone di occupazione. Anche il mantenimento delle truppe italiane
fu pagato agli albanesi generosamente, contribuendo a costruire una fiorente economia locale.
Il 3 giugno 1917, il tenente generale Giacinto Ferraro, comandante delle forse italiane, su
indicazione di Sonnino, proclamò ad Argirocastro l’indipendenza dell’intera Albania unita nei
territori della Conferenza di Londra. L’Albania avrebbe avuto libere elezioni e proprie istituzioni
politiche e amministrative, corti di giustizia, scuole e forze armate. Solo la politica estera sarebbe
stata concordata (condizionata) con l’Italia. In parlamento, Sonnino riferì, che non era intenzione
dell’Italia acquisire una colonia o un mandato in Albania, ma proteggere il paese di suoi vicini ostili49.
All’interno dell’Intesa, gli inglesi avrebbero voluto concordare prima la proclamazione di
Argirocastro, ma accettarono il fatto compiuto della posizione italiana, comunque in linea con il Patto
di Londra. I francesi, invece, non ne furono felici, perché ciò poneva la Grecia, loro protetta, in una
difficile posizione. Così facendo, però, Sonnino aveva voluto togliere definitivamente l’Albania dal
tavolo delle trattative con gli alleati, in quanto il vero obiettivo per l’Italia restava l’acquisizione dei
territori asburgici rivendicati a Londra e consolidare i confini a oriente per fronteggiare quella che
veniva considerata ora la nuova minaccia, ossia la Jugoslavia 50.
L’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti si rivelò ben presto molto problematico per l’Italia.
Gli USA non avevano firmato il Patto di Londra e non se ne sentivano vincolati, anzi, il presidente
Wilson assunse subito posizioni molto critiche nei confronti degli accordi segreti fra le potenze
dell’Intesa, ritenendoli essi stessi frutto della cultura politica europea responsabile della catastrofe
della Prima guerra mondiale. Il presidente Wilson affermò con vigore che gli Stati Uniti si sarebbero
attenuti ai principi dell’autodeterminazione democratica, quali unici principi nella definizione degli
Stati successori agli Imperi scomparsi e nella conseguente definizione dei confini. Per l’Italia ciò
significava affrontare le trattative di pace da una posizione di svantaggio rispetto agli alleati vincitori.
Gran Bretagna e Francia avevano interessi coloniali in Africa e in Asia Minore che uscivano dalla
sfera di intervento di Wilson (che semmai delegava all’azione della erigenda Società delle Nazioni),
mentre nella risistemazione dell’Europa, la posizione delle tre potenze era sostanzialmente univoca.
Senza entrare nel merito delle incongruenze dei 14 Punti di Wilson, che sarebbero diventati il
punto di riferimento della Conferenza di Parigi, nella ridefinizione degli affari europei, gli italiani si
trovavano politicamente e culturalmente impreparati ad affrontare le posizioni americane.
Sonnino e Orlando intendevano perseguire gli obiettivi strategici (geopolitici) che erano stati
prefissati per l’Italia con il Patto di Londra. Tuttavia, all’epoca nessuno aveva previsto la scomparsa
dell’Impero asburgico, dell’Impero zarista e di quello ottomano e ciò aveva profondamente
modificato quelli stessi scenari per cui era stato negoziato il Patto di Londra. Senza più la minaccia
di Vienna, ora Roma era libera di agire sul versante Adriatico a proprio piacimento (o perlomeno, ciò
sembrava), tenendo conto che il giovane stato jugoslavo era ancora troppo debole (non era nemmeno

49
Chiristopher Seton-Watson, op. cit.
50
AA.VV. La politica estera italiana dal 1914 al 1943, ERI, Ed. RAI Radiotelevisione italiana, Torino, 1963, in particolare
il saggio di Rodolfo Mosca, “Dopoguerra e sistemazione europea. La Conferenza della Pace e la Questione Adriatica”,
pp.29-76.

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stato riconosciuto internazionalmente) e mancava della protezione della Russia, di cui la Serbia aveva
goduto fino al ’17. Allo stesso modo, la Grecia appariva più interessata ad approfittare delle spoglie
dell’Impero ottomano nell’Egeo e disponibile a negoziare sulla questione dell’Albania meridionale.
Per Sonnino, quindi, l’obiettivo primario era evitare che la Jugoslavia si trovasse ad affacciarsi
sull’Adriatico da Fiume a Scutari, mentre, all’opposto per Belgrado l’idea di confinare a nord (Fiume)
e a sud (Scutari) con l’Italia mandataria dell’Albania, appariva una sorta di strangolamento del
giovane regno.
La partita diplomatica di Sonnino si giocava su due fronti collegati fra loro: il negoziato per
l’acquisizione di Fiume e la Dalmazia (non compresi nel patto di Londra) e il riconoscimento dello
Stato albanese, entro confini utili agli interessi italiani.
Lo scoppio della Prima guerra mondiale aveva impedito che le potenze riconoscessero la
nascita dello Stato albanese; pertanto, anche se ci si richiamava generalmente alla definizione dei
confini del 1913, proposta dalla Commissione internazionale, nulla era stato formalmente deciso.
Apparentemente, senza più l’Austria, la Russia e la Sublime Porta, per le potenze dell’Intesa avrebbe
dovuto essere facile giungere ad una soluzione condivisa. D’altronde, la Gran Bretagna non aveva
interessi sull’Albania e desiderava solo risolvere la questione secondo principi di equilibrio che non
avvantaggiassero troppo i suoi alleati. Anche gli Stati Uniti, sulla questione albanese non avevano
una posizione definita, diversamente che sui territori dell’Impero asburgico. Anzi, in questo caso,
Wilson era anche disponibile a fornire un mandato all’Italia, attraverso la Società delle Nazioni, per
l’amministrazione dell’Albania, non ritenendo gli albanesi sufficientemente maturi per
autogovernarsi. Semmai, il vero problema per l’Italia era la Francia, che appoggiava sia le posizioni
di Belgrado, sia quelle di Atene, nei confronti dell’Albania. In entrambi casi, la Francia aveva
sostenuto la nascita dei due Stati e appoggiato le loro istanze nazionali, nell’ambito delle politiche di
potenza ottocentesche, ed entrambi rientravano nella strategia francese di contenimento della
presenza italiana nel mediterraneo. Al di là delle vecchie ruggini coi francesi, risalenti ancora alla
questione tunisina, ciò che più infastidiva Roma dell’atteggiamento francese era il costante richiamo
a principi internazionali a danno degli interessi italiani nell’Adriatico, che però Parigi stessa
disattendeva nel caso dell’Alsazia e della Lorena (con l’acquiescenza americana) 51.
Tuttavia, il problema principale per l’Italia risiedeva nella sua intransigenza a rinunciare ai
presupposti del Trattato di Londra e a chiedere, anzi, aggiunte significative quali Fiume, in nome
della vittoria (e dell’interesse strategico italiano), a scapito di un paese alleato quale la Serbia, che
aveva combattuto lealmente a fianco dell’Intesa 52 . Questa situazione metteva in seria difficoltà
Francia e Gran Bretagna, ma offriva loro la possibilità di agire anche contro interessi italiani altrove
(vedi l’Africa o l’Asia Minore) e, quindi, anche nei confronti della questione albanese, che
coinvolgeva la Serbia (o meglio la neonata Jugoslavia) nella definizione di confini settentrionali. Al
tempo stesso, l’intransigenza della posizione italiana era vista con molta irritazione dal presidente
Wilson e, sebbene, inizialmente, l’Albania non fosse stata presa nella dovuta considerazione dagli
Stati Uniti, l’atteggiamento di scontro da parte di Sonnino sulla questione fiumana, finì per irrigidire
gli americani in una postura antitaliana anche nei confronti della questione albanese 53.
Alla Conferenza di Parigi parteciparono anche la delegazione jugoslava, guidata da Trumbic,
e svariate delegazioni albanesi, sebbene in una posizione di sostanziale debolezza, non essendo stati
riconosciuti i rispettivi stati 54. Fra le delegazioni albanesi, la più importante di queste era quella del
Congresso di Durazzo (fondato nel 1918), all’interno della quale tutte le componenti religiose
albanesi erano rappresentate. Vi era poi quella di Essad Pasha, autoproclamatosi Presidente

51
Christopher Seton-Watson, op. cit., vol. II
52
Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, il Mulino, Bologna, 2007
53
Nicola Guy, op. cit.
54
Significativo il fatto, che Cecoslovacchia e Polonia fossero state riconosciute, ma non la Jugoslavia, nonostante il
riferimento ai 14 Punti di Wilson e alla Dichiarazione di Corfù del 1917 che proclamava la nascita del Regno di Jugoslavia.

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dell’Albania nel 1919 e rappresentante di Wilhlem di Wied (il quale non partecipò ai lavori della
conferenza) e, a suo dire, sostenuta da Francia e Italia. Vi erano poi delegazioni specifiche, come
quella degli albanesi del sud in rappresentanza dell’Nord Epiro autonomo (in realtà un’emanazione
greca), oppure, quella dei nazionalisti albanesi rappresentanti le varie diaspore intellettuali (la più
importante negli Stati Uniti) che predicava un’Albania unità sul principio linguistico, inclusiva del
Kosovo. In ogni caso, un’eventuale riunione del Kosovo (sottraendolo alla Serbia) al resto
dell’Albania era fuori discussione a Parigi e non venne nemmeno discussa. Non essendo alcuna delle
delegazioni riconosciuta al tavolo delle trattative, furono semplicemente educatamente ricevute e
ascoltate, sebbene in un clima di sostanziale distacco e disinteresse da parte dei rappresentanti delle
potenze vincitrici 55.
Questa presenza plurale albanese a Parigi non fu di aiuto agli stessi albanesi e contribuì a
consolidare l’idea che gli albanesi non sapessero autogovernarsi, riportando in auge tutti i dubbi circa
la “natura degli albanesi”. Venizelos, il premier greco, fu molto abile, infatti, a Parigi nello screditare
l’idea dell’unità degli albanesi (considerata prevalente sempre sul piano linguistico) per rilanciare le
divisioni religiose e argomentare che questo fosse il vero principio che definiva il sentire delle
popolazioni, sicché gli albanesi del sud, ortodossi, erano di “sentire greco”, indipendentemente dalla
parlata.
Nel frattempo, in Italia il governo Orlando era caduto, logorato dalla questione fiumana. Il
nuovo governo Nitti e l’uscita di scena di Sonnino, sostituito da Tittoni, portavano un atteggiamento
più pragmatico e negoziale nell’approccio italiano alla questione albanese, nel tentativo di risolvere
anche quella fiumana. Nel corso dell’estate del 1919 l’Italia avanzò proposte più concilianti, che
portarono alla firma dell’Accordo Tittoni-Venizelos il 29 luglio 1919. Sulla base di tale Accordo, l’a
Grecia acquisiva i territori dell’Epiro settentrionale, demilitarizzando una fascia di 25 km lungo il
confine, mentre Atene avrebbe riconosciuto all’Italia Valona e il suo circondario e la neutralità dello
stretto di Corfù. Infine, la Grecia non si sarebbe opposta ad un mandato italiano sull’Albania centrale.
In cambio di tutto ciò, Italia e Grecia si accordavano sulla definizione degli spazi dell’Asia minore,
nei quali Atene (anche sostenuta da Gran Bretagna e Francia) intendeva espandersi sulla base del
principio della megalidea, occupando i vuoti lasciati dalla scomparsa dell’Impero ottomano.
L’Accordo Tittoni-Venizelos fu negoziato senza alcun coinvolgimento delle rappresentanze
albanesi. Ciò acuì il senso di frustrazione degli albanesi, rispetto alla loro marginalità, di fronte alle
decisioni della comunità internazionale e finì per danneggiare i cosiddetti “filoitaliani”, come Zogu,
che si trovarono isolati all’interno del Comitato.
Tuttavia, grazie all’Accordo, la questione albanese venne ridimensionata al tavolo delle
trattative e la posizione di Wilson nei confronti degli italiani si ammorbidì. Ora si trattava di definire
“solo” il confine settentrionale e la posizione di Scutari, contesa fra albanesi e serbo-montengrini
(jugoslavi). Wilson, nonostante i buoni principi di cui si era fatto promotore, intendeva negoziare con
gli italiani (e con i Serbi), Scutari contro Fiume: ossia la cessione di Fiume, quale città libera, in
cambio di Scutari ceduta all’Albania (sotto mandato italiano). Per Nitti, sottoposto a fortissime
pressioni interne da parte dell’opinione pubblica nazionale, in favore dell’italianità di Fiume, nel
pieno dell’avventura dannunziana, era una scelta difficile. Scutari, infatti, rappresentava un punto
importante per la costruzione di una Albania indipendente e per i nazionalisti albanesi era fuori
discussione la cessione al Montenegro. Se l’Italia avesse preferito Fiume, la sua credibilità di fronte
agli albanesi, quale mandataria della potenziale indipendenza, sarebbe crollata. Per la fortuna di Nitti,
gli jugoslavi erano divisi e se Trumbic rimaneva disponibile a cedere Fiume agli italiani in cambio di
Scutari (posizione ritenuta ragionevole da americani, inglesi e francesi), non era questa la posizione
dei croati, guidati da Radic, che, invece, volevano preservare Fiume all’interno della Croazia. Alla
fine, la decisione la prese Wilson alla vigilia della sua partenza per il rientro negli Stati Uniti il 20

55
Nicola Guy, op. cit.

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gennaio del 1920. Gradualmente, Wilson si era convinto della necessità di preservare l’integrità
dell’Albania (nei confini del 1913), sulla base del diritto all’autodeterminazione degli albanesi e,
sebbene, il Presidente americano non li considerasse ancora capaci di autogovernarsi riteneva che la
Società delle Nazioni avrebbe potuto garantire per l’Albania. A malincuore aveva, infine, accettato
l’idea di un mandato italiano sul Paese, dato il rifiuto inglese e degli stessi USA, a cui era stata
avanzata tale proposta dalle stesse rappresentanze albanesi dopo l’Accordo Tittoni-Venizelos.
Rafforzati, in ogni caso, dalla posizione americana, che aveva finalmente riconosciuto il
diritto all’autodeterminazione albanese, in gennaio fu eletto il Congresso nazionale a Tirana, e sotto
la guida di Ahmed Zogu, un governo sufficientemente autorevole da prendere il controllo dell’intero
paese. Ancora una volta, fu affermato da Zogu il diritto all’indipendenza nei confini del 1913.
Nel frattempo, Giolitti era succeduto a Nitti e per lo statista di Dronero, l’Albania non era più
una priorità come lo era stata per il governo precedente 56. Le ultime truppe italiane si trovavano di
stanza a Valona, circondate dagli albanesi e tormentate dalla malaria, la guerra era finita da tempo e
i soldati volevano rientrare in Italia: ciò finì per portare ad un grave ammutinamento dei soldati
italiani, che convinse definitivamente Giolitti della necessità di lasciare l’Albania. Per la sicurezza
italiana in Adriatico, sarebbe bastata la smilitarizzazione dello stretto di Corfù, il controllo dell’Isola
di Saseno e nessun’altra potenza potesse insidiare l’Albania.
Il 22 luglio, il Min. degli Esteri Sforza denunciò l’Accordo Tittoni-Venizelos e il 2 agosto
firmo un trattato di riconoscimento dell’indipendenza albanese con il governo provvisorio a Tirana.
Conseguentemente furono ritirate le truppe italiana da Valona. La Grecia, troppo impegnata in asia
minore non reagì e in dicembre l’Albania fu ammessa nella Società delle Nazioni. Il rapido sblocco
della situazione albanese, voluto da Giolitti, aprì la strada alla riapertura di colloqui con la Jugoslavia.
In luglio, Sforza aveva incontrato Trumbic alla Conferenza di Spa, mentre Giolitti aveva negoziato il
sostegno anglo-francese alla posizione italiana. Senza più la questione albanese di mezzo e Wilson
oramai lontano negli Stati Uniti anche gli anglo-francesi erano tornati ad appoggiare le rivendicazioni
italiane di frontiere strategiche sicure fra Italia e Jugoslavia, secondo il punto di vista italiano.
Nel frattempo, approfittando della ritirata italiana dall’Albania, l’esercito jugoslavo aveva
svolto profonde incursioni nel nord del paese, infastidendo notevolmente le potenze alleate con tale
atteggiamento, tanto da mobilitarle contro la Jugoslavia in una mozione di condanna della Società
delle Nazioni, che arrivò ad affidare all’Italia l’eventuale difesa dell’indipendenza albanese. La
Jugoslavia si trovava isolata più che mai e in queste condizioni si decise di partecipare ai colloqui di
Rapallo il 7 novembre. Sotto le pressioni anglo-francesi, Belgrado firmo il Trattato di Rapallo il 12
novembre 57 . L’Italia ottenne la cosiddetta frontiera strategica, Zara e le quattro isole, mentre
rinunciava per la Jugoslavia al resto della Dalmazia. Fiume diveniva stato libero, contiguo all’Italia.
Per Sforza e Giolitti si trattava di un enorme successo, che appariva coronare tutti gli sforzi e i sacrifici
italiani, ma al tempo stesso dava un’immagine ora solida del governo italiano. Sforza (e Giolitti)
immaginava il Trattato di Rapallo come il primo passo per fare dell’Italia una “potenza adriatica”,
amica dei piccoli popoli ad essa vicini e fonte d’ispirazione benevola per loro. Gli echi del
Risorgimento non si erano ancora spenti, Roma si immaginava alla guida dei giovani stati nati dalle
ceneri dei grandi imperi dell’Est Europa, faro della loro crescita: nel 1921 Sforza dichiarò alla Camera:

Perché da qui non s’esce. O l’Italia, divenendo amica dei popoli minori, facendo propri i loro
legittimi interessi di vita, aprendosi così un sicuro respiro verso l’Oriente, assumerà il superbo
compito di grande potenza, oppure di grande potenza non avrà che il vano nome 58.

56
Emilio Gentile, a c., L’Italia Giolittiana. La Storia e la Critica, Laterza, Bari, 1977, in particolare il cap. VII,
Imperialismo e Nazionalismo
57
Ivo J. Lederer, La Jugoslavia dalla Conferenza della Pace al Trattato di Rapallo, Il Saggiatore, Milano, 1966
58
Christopher Seton-Watson, op. cit., vol II, p. 668.

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Con queste parole, l’ultimo afflato dello spirito del Risorgimento si congedava, di lì a poco la
marcia su Roma avrebbe posto nuove logiche alle politiche di potenza italiana.

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