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CRISTINA BENUSSI

La guerra, Fiume e Rapallo nella memoria letteraria

La Grande Guerra aveva prodotto cambiamenti epocali non tanto nell'ordine delle acquisizioni
territoriali, quanto nella trasformazione del mondo mentale di un intero Paese. Nelle trincee del
Carso e nelle postazioni dolomitiche si erano incontrati infatti gruppi provenienti da realtà molto
diverse: intellettuali e operai, ceto medio cittadino ma anche quella variegata classe sociale fino ad
allora esclusa dalla modernità urbana, il popolo contadino. Questo era stato strappato dal suo
habitat, fatto di silenziosa fatica, e gettato in una realtà bellica inusitata, retta come è stata da una
forte organizzazione del lavoro e dalla movimentazione di grandi masse. Il ciclo circadiano
dell'attività agraria entrava in contraddizione con la modernità di ritmi imposti da esigenze
produttive; la forza delle braccia veniva sostituita dalla meccanica delle nuove armi; alla luce del
sole subentrava l'illuminazione elettrica; la chimica serviva non a preservare l'habitat della specie
ma ad annientarla. Era nato, come sostengono in molti, un mondo nuovo, le cui leggi venivano
dettate dalla stessa logica che governava l'industria 1.
Ne usciva così stravolta l'etica di un'economia agraria, la cui cultura aveva permeato l'immaginario
collettivo della nazione: alla cura per la continuità della vita subentrava, al fronte e nelle trincee, il
principio di efficienza-razionalità coniugato con quello di distruzione-annientamento. La nuova
realtà investiva anche la sfera percettiva, disegnando i contorni di un paesaggio mentale sconvolto
dal trionfo dell'artificiale sul naturale (elettricità, armi chimiche), nonché dalla moltiplicazione e
frammentazione delle immagini visive e sonore di un mondo illuminato da razzi e riflettori,
riprodotto attraverso copie della realtà. La Grande Guerra è stata infatti il primo evento moltiplicato
a livello iconografico dall'uso massiccio della fotografia: la realtà si incrociava con la sua
rappresentazione, per cui imparare a leggere e a scrivere, come guardare una foto, sottintendeva una
mutazione antropologica non da poco; così come progettare il tempo libero, in una situazione di
dipendenza gerarchica e sotto l'aggressiva presenza di simboli e slogan, significava proiettare nel
passato e abbandonare l'abitudine a trascorrere lunghe ore in famiglia, o all'osteria di paese.
Cambiava totalmente infine il mondo della comunicazione, lasciando spazio anche al nascere di
nuove esperienze artistiche d'avanguardia 2, come testimoniano tanti artisti combattenti.

1
E. J. LEED, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna
1985.
2
A. GIBELLI, L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri,
Torino 1991.

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Ed era cambiata, rispetto all'epopea risorgimentale o coloniale, anche l'immagine del nemico che,
come annota Erich J. Leed, da presenza diretta doveva essere mentalmente quantificata, dal
momento che stava nascosto in trincea, o si palesava in agguati improvvisi, o facendo sentire la sua
presenza con il fragore dell'artiglieria:

Io mi ero sempre immaginato che la guerra si risolvesse in una mischia furibonda, in un cozzo di esaltati che
si avventavano gli uni contro gli altri, sostenuti dall'odio, accecati dal furore, esaltati dal sangue. Invece qui
gli uomini non si vedevano, non si sentivano, la guerra si riduceva a un impegno di mezzi posti a
disposizione da una parte e dall'altra per annientarsi a vicenda. 3

Non c'era più un'umanità duellante in battaglie frontali, ma una nascosta, e la vittoria arrideva a chi
possedeva una tecnologia migliore. Che dunque non lo si potesse odiare questo nemico, ubbidiente
come tutti a logiche e poteri lontani dalla guerra, lo dicevano tanti. Lo scriveva Slataper nelle sue
lettere quando vedeva passare i prigionieri tedeschi, ragazzoni ora finalmente al sicuro e felici di
esserlo. Lo ripetevano Renato Serra, Emilio Lussu, Adolfo Omodeo, Mario Puccini, Umberto Saba,
Giovanni Capecchi, Giulio Camber Barni nei loro diari e nelle loro opere. Giani Stuparich annotava
il proprio disorientato annichilirsi di fronte alla trincea dove le bombe avevano trasformato il grigio
della polvere e del fango nel rosso del sangue: era uno scenario ben diverso da quello che si
presentava agli eroi duellanti nella spianata davanti a Troia, come aveva immaginato la guerra e
studiato a scuola. Quella degli scrittori era dunque una reazione che smentiva l'iconografia
bellicista, impegnata a descrivere invece i nemici con caratteri mostruosi e animaleschi per eccitare
gli spiriti attraverso biechi stereotipi che ne mettevano in evidenza la crudeltà, l'incultura, la
mancanza di pietà e del senso dell'onore. In questa prospettiva anche le loro femmine erano
considerate «scostumate e malthusiane», colpevoli di figliare «conigliescamente. Son duemil'anni
che li uccidiamo e sempre i maledetti ritornano in più. Acque Sestie, Vercelli, Legnano Marengo, la
Marna e ancora non basta. Italia, bisogna vincere un'altra volta. Bisogna ucciderne di più» 4. Per altri
il conflitto era invece un evento positivo: per Marinetti e i futuristi la guerra era la «sola igiene del
mondo», purificatrice e regolatrice di un'eccessiva crescita demografica. Per D'Annunzio essa
offriva l'opportunità di compiere un gesto sacrale che elevava lo spirito: per lui, chi moriva
combattendo faceva dono del proprio corpo a una divinità bramosa di carne e di sangue, compiendo
un rito sacrificale dal sapore quasi erotico, reso possibile proprio dalla presenza del nemico.
Quando la guerra finì, lasciando parecchio scontento negli alleati più deboli, D'Annunzio si insediò
a Fiume, città contesa tra il Regno d'Italia e quello dei Serbi, Croati, Sloveni. Cercava in tal modo di

3
G. PERSONEMI, La guerra vista da un idiota, Elle libri, Bergamo 1966, p. 49 (I ed Bergamo 1922).
4
F. AGNOLETTI, Dal giardino all'Isonzo, Vallecchi, Firenze 1917, p. 76.

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forzare la mano ai delegati delle potenze vincitrici impegnati nella conferenza di pace di Parigi.
L'occupazione, iniziata il 12 settembre 1919, durò 16 mesi con alterne vicende. Il trattato di
Rapallo, firmato il 12 novembre 1920, proclamava Fiume "Stato libero", dando così vita, al di là del
suo significato diplomatico e politico, a un vivace confronto tra diverse ipotesi e scelte culturali che
durarono nel tempo.
Nella città del Carnaro, infatti, si erano ritrovati anche molti artisti, tra cui i futuristi 5,
anticonvenzionali cantori della civiltà delle macchine. Fin dai tempi del loro Manifesto di
Fondazione, uscito nella versione definitiva in francese su «Le Figaro» nel febbraio 1909, si
contrapponevano a tutto quanto sapeva di "passatismo": i Musei e le Accademie erano colpevoli di
custodire e tramandare una cultura che invitava alla riflessione; il chiaro di luna, che cullava
languidi amori, doveva essere finalmente annientato dalla potenza della luce elettrica; la donna,
trepidante madre e sposa verso i suoi uomini in partenza per la guerra, andava piuttosto sottomessa
gli indomabili impulsi erotici del maschio. Per veicolare un messaggio che avrebbe cambiato valori
condivisi, era tuttavia necessario rammodernare i sistemi di creazione del consenso, nel senso
suggestivamente illustrato da Michel Foucault 6, per trasformare l'immaginario e il senso valoriale di
una cultura agrario-artigianale in un sistema etico funzionale all'industria. Iniziava dunque l'era
della masse 7, che andavano controllate e indirizzate, disancorate pertanto dall'abitudine elitaria alla
riflessione: consumatrici di beni materiali e culturali, dovevano lasciarsi guidare, piuttosto che da
scelte individuali dovute a disamina critica, da reazioni emotive che si potevano più facilmente
provocare e controllare. Per questo i futuristi di Filippo Tommaso Marinetti, come recitava il loro
Manifesto di fondazione, amavano le grandi folle agitate dal lavoro (senza alcuna accezione di
classe), i luna park, le luci elettriche, le parole in libertà, che comportavano la soppressione del
soggetto e dell'aggettivo, la semplificazione del messaggio con i verbi all'infinito, l'uso
dell'onomatopea, una grafica coinvolgente che colpiva i sensi, provocava emozioni, come del resto
tendevano a fare molti altri espedienti messi in atto nelle loro sperimentazioni teatrali, che
stimolavano la vista, il tatto, l'olfatto più che l'intelletto.
Con Marinetti, D'Annunzio entrò presto in conflitto, spingendolo a lasciare Fiume. Qui, oltretutto,
al futurismo, cantore della modernità, della velocità, della macchina, Guido Keller, pur spericolato

5
Sulla variegata posizione dei futuristi a Fiume, anche in rapporto al gruppo «Yoga», cfr. F. T. MARINETTI, Diario
fiumano, a cura di G. A. Pautasso, Associazione Culturale Italia Storica, Genova 2020.
6
M. FOUCAULT, Microfisica del potere: interventi politici, a cura di Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino, Einaudi,
Torino 1977.
7
Già nel 1895 G. LE BON scriveva la Psicologia delle folle. Sul tema intervennero J. Ortega y Gasset, C.W. Mills e
all’avvento di regimi totalitari (K. Mannheim), che G.L. Mosse.

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pilota 8, contrapponeva un altro progetto: se amava l'aeroplano, l'espressione più alta della
tecnologia dei suoi tempi, disprezzava invece la civiltà industriale. Infatti, al pari di D' Annunzio,
concepiva il velivolo come un prodotto artigianale che, ispirandosi a Leonardo, doveva imitare il
volo degli uccelli. Keller insieme allo scrittore Giovanni Comisso9 propugnava invece un ritorno ad
un'economia pre-bellica, di stampo agrario-artigianale, come si legge nei programmi del movimento
"Yoga" 10, da loro fondato nella primavera del 1920, anche per creare un gruppo di legionari più
colti, una classe sociale chiusa, come le caste in cui sono divisi gli Indù. Di qui il nome esotico.
Vi aderirono alcuni futuristi come Stanislao (Mino o Nino o Minos) Somenzi, confluiti poi nei
Fasci, il goriziano Sofronio Pocarini, gli arditi Alessandro Forti e Cesare Cerati che, insieme a
Mario Carli e a Sandro Forti, aveva dato vita al settimanale «La testa di ferro. Libera voce dei
legionari di Fiume». C'era poi Marco Allegri, sensibile alle aspirazioni del D'Annunzio della fase
"francescana", futuro Gran Maestro Martinista, ovvero il "Frate Focu" appartenente al gruppo della
"Frateria dei Frati Impossibili"; e c'era Filippo Tibertelli de Pisis, pittore attratto anche dalle
avanguardie, Futurismo e Dadaismo inclusi. Lo spirito rivoluzionario del movimento «Yoga»
politicamente non inquadrabile, era portavoce di una tendenza nazional-rivoluzionaria di stampo
socialista massimalista, indirizzata a farsi piattaforma teorica e stimolo educativo per una nuova
generazione politica. Gli «spiriti liberi tendenti alla perfezione», come recitava trafiletto che
incorniciava il titolo a sinistra facendo da pendant a una rosa, erano piuttosto simili, dal punto di
vista ideologico, ai socialisti rivoluzionari di stampo elitario di Auguste Blanqui. Molte delle
posizioni etiche e culturali del gruppo avevano poi delle affinità con la carta del Carnaro, quella
rivista da D'Annunzio, sebbene con diversità significative. Analogamente al Vate, che aveva usato
un lessico arcaicizzante e rilanciato il modello degli antichi Comuni italici, il movimento, Yoga
auspicava di poter unire l'arcaico al futuro, come di fatto indicava la radice sanscrita Yui, "unire".
Antiborghese, come tutte le avanguardie primonovecentesche, legato a un vitalismo panico

8
Guido Keller (Milano, 6 febbraio 1892 – Otricoli, 9 novembre 1929) apparteneva ad una famiglia aristocratica
milanese di origine elvetica. Nel corso della prima guerra mondiale fu ufficiale pilota del Corpo Aeronautico
Militare nella 91ª Squadriglia Aeroplani da Caccia comandata da Francesco Baracca. Seguì D'Annunzio a Fiume, dove
era noto per i suoi comportamenti trasgressivi. (da L'aeronautica italiana: una storia del Novecento di Paolo Ferrari).
9
Giovanni Comisso (Treviso 1895-1969) era già a Fiume dalla fine 1918 agli inizi del 1919 con la "Divisione di truppe
interalleate d'occupazione". Nel febbraio era poi andato a Roma per proseguire gli studi, per tornare poi a Fiume nel
giugno 1919, dove aveva trovato una situazione assai aggravata. Assistette poi alla trionfale entrata di D'Annunzio.
10
l gruppo della rivista «Yoga» era stato influenzato anche dall' ideologia sovranista di un gruppo nato nel 1867 che si
batteva per la autonomia delle regioni di lingua francese del Quebec (soggetto alla sovranità del Canada inglese),
rivendicando il suo diritto all'autodeterminazione rispetto al Canada. Keller contestava l'imperialismo delle nazioni forti
e invitava i popoli oppressi di Irlanda, Egitto, India a unirsi a Fiume, per combattere a favore della propria
indipendenza, che auspicava italiana.

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piuttosto libero nelle sue manifestazioni, era nemico dell'industrialismo che si stava affermando. I
suoi adepti proposero qualche collaborazione con altri gruppi, come «Testa di ferro» di Mino
Somenzi, con cui prepararono l'unico numero dei quaderni di «Yoga» 11. Pubblicavnoa "manifesti"
e volantini attraverso i quali si dava conto delle loro discussioni. Tra queste la proposta di abolire i
gradi superiori dell'esercito, per ricreare le antiche compagnie di ventura di tradizione italiana.
Il 13 novembre 1920, il giorno dopo la firma del Trattato di Rapallo, Guido Keller immaginò di
rapire Giolitti mentre si recava all'incontro con gli altri delegati. Dato per scontato il possibile
fallimento della fantasiosa impresa, compì invece un volo dimostrativo sopra il Parlamento a Roma,
lasciandovi cadere un pittale con dentro un mazzo di rape e un biglietto su cui spiegava: «Guido
Keller - Ala azione nello splendore- dona al parlamento ed al governo che si regge col tempo, la
menzogna e la paura, la tangibilità allegorica del loro valore». Un mazzo di rose rosse veniva invece
gettato sul Quirinale, in onore della regina madre, e uno su San Pietro «per frate Francesco». I
moderati fiumani si dissociarono dall'impresa e cominciarono ad emarginarlo, ma la rivista «Yoga»
in un articolo dal titolo Montecagorio 12 lo difese. Il primo numero di quello che avrebbe dovuto
essere un settimanale era infatti uscito, per protesta, proprio il giorno successivo alla firma del
Trattato di Rapallo, il 13 novembre. La testata di «Yoga» sulla sinistra portava una svastica, antico
simbolo di rinascita dalla morte e sulla destra la già nota sigla «Unione di spiriti liberi tendenti alla
perfezione». In realtà uscirono solo 4 numeri, il 13, il 20, il 27 novembre e il 4 dicembre 1920.
Tranne alcune prose d'arte firmate da Comisso e de Pisis, gli articoli erano senza firma, anche se il
responsabile era pur sempre Keller, riconoscibile da una sigla, un'ellisse, mentre Comisso aveva
adottato il simbolo dell'infinito. Gli articoli redazionali, Prolegomeni e Prospettive italiche, a firma
G.C., avevano però contrariato D'Annunzio 13, preoccupato della reazione negative da parte dei
moderati. Diversi servizi giornalistici sembrano essere stati scritti in stretta collaborazione tra i due
e comunque insistevano su alcuni punti, dei quali, in questa sede, sembrano importanti alcuni: la
battaglia contro un nazionalismo ingannevole e fraudolento; il ritorno alla tradizione; l'ammirazione

11
Fu preparato in una sola notte, e uscì il 15 giugno 1920 in occasione della festa del patrono di Fiume, San Vito. Il
titolo era Il ballo di San Vito. A beneficio dell'organizzazione studentesca. Primo quaderno della Yoga, ed era dedicato
a «Gabriele D'Annunzio. Vita e Vittoria». Sullo sfondo, un invito ai legionari a non arrendersi e a continuare a dar vita a
quel clima magico che si era prodotto in città, fatto di feste e baldorie. Conteneva anche il manifesto proto femminista
Donne!!! a firma di Fiammetta, ovvero Margot Besozzi Keller, la cugina di Guido collaboratrice della «Testa di Ferro».
Questa rivista sembrò apprezzare l'iniziativa ma quattro mesi dopo il futurista Somenzi venne invitato da D'Annunzio a
prendersi una «licenza illimitata» che chiuse la sua esperienza fiumana.
12
T. C., Montecagorio, n. 3, 27 novembre 1920, p. 2, ora in S. BARTOLINI, «Yoga». Sovversivi e rivoluzionari con
d'Annunzio a Fiume, Luni Editrice, Milano 2019, p. 273. Questo è il lavoro più organico sull'argomento
13
È l'opinione di U. CARPI, Futuristi, metafisici e «spiriti liberi» nella Fiume di D'Annunzio: la «Unione Yoga» di
Guido Keller in «Studi Novecenteschi», VIII, n. 22 (dicembre 1981), pp. 133-161.

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verso quella tipologia di tiranno rinascimentale così ben espressa nel Principe di Machiavelli, su cui
D'Annunzio e Keller disquisirono in più d'una occasione. Le proposte di «Yoga» andavano ora
comunque ben oltre la pur libertaria Carta del Carnaro, che enfatizzava i legami con la tradizione
latina anche nel lessico, che metteva la musica e le arti ai primi posti della gerarchia dei valori, ma
che nella definizione degli organi dello Stato non poneva preclusioni allo sviluppo delle singole
attività, né entrava nel dettaglio di orientamenti politici internazionali. Esaltando la vita irrequieta e
piena, anticonvenzionale e in sintonia con una natura edenica, «Yoga» attaccava invece tout court
nazionalismi e capitalismi, mondo occidentale e industrialismo. L'auspicio era di poter legare il
passato con un futuro saltando la modernità responsabile di quella guerra. L'obiettivo era la
creazione di una comunità dotata di una nuova morale e sorretta dalla bellezza.
Sul piano antropologico le differenze tra due linee che si contrapponevano, tradizione e
avanguardia, «Yoga» e futurismo, erano rette da valori contrapposti. Affondavano nel passato quelli
di tipo agrario, che nell'Ottocento avevano prodotto con il nuovo genere letterario di grande
diffusione, il romanzo, intrecci utili alla causa di una borghesia conservatrice. I suoi interpreti,
Manzoni, Nievo, Verga e poi, fino, a Novecento inoltrato, Bacchelli, Pavese, Pasolini, restituivano
una visione del mondo fondata su una ritualità arcaica, legata a una qualche forma di sacro,
facilmente calendarizzabile: le varie fasi della semina- raccolto sono legate infatti a feste stagionali,
espressione di una cultura organicamente legata alle leggi di natura. James George Frazer, nel suo
Ramo d'oro, offre una documentazione vastissima di questi riti, che evidenziano l'obiettivo di una
società rurale preoccupata di assicurarsi una sopravvivenza futura ed attenta ad elaborare un sistema
di valori adeguati: i frutti della terra compaiono e scompaiono stagionalmente, e hanno bisogno di
un lavoro continuo di fertilizzazione per prodursi con abbondanza. Pertanto, più forte del senso
della morte è quello della rinascita stagionale, cui dà il suo contributo l'uomo, con la costante
applicazione alle fatiche della terra e il culto alle sue divinità. Il sacrificio propiziatorio per favorire,
attraverso lo spargimento di sangue, il rigoglio vegetativo è uno dei tipici risvolti cultuali.
Complementare ad un'attesa di conferma del già noto è quello che Lanternari chiama il complesso
d’unificazione sociale, che nelle società agrarie gerarchizzate, in alcune feste legate al raccolto,
«adempie periodicamente un'esigenza culturale precisa, di fronteggiare sul piano religioso la
minaccia di disgregazione sociale o anarchia, cui la società, ad opera della sua struttura classistica,
si trova naturalmente esposta» 14. Questa tendenza all'ordine poggia anche su una nozione forte di
proprietà, di terra come patria, Heimat, se è vero che proprio gli agricoltori hanno dato origine alla

14
V. LANTERNARI, La grande festa. Vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali, Dedalo, Bari 1983,
p. 528.

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divisione del territorio 15. Organica a questa visione del mondo è allora la coscienza che della storia
e del tempo hanno gli scrittori di terra 16: tendenzialmente conciliatrici, alla luce dei precetti di
un'Autorità divina che, almeno per un certo periodo, tutti avvertono, sono le risposte che agli eventi
spesso drammaticamente attraversati vengono date. Da salvaguardare è infatti la stabilità di un
assetto sociale che può anche mutare, ma nei termini di una evoluzione "naturale": solidarietà tra le
classi, difesa della proprietà soprattutto quando questa è frutto del proprio lavoro, e quindi sforzo
per avvicinare nel nome degli stessi principi morali le aristocrazie intellettuali al popolo sono
ritenuti i valori in grado di favorire il processo di crescita dell'intera nazione, in tutte le sue
stratificazioni sociali.
Diverso è il background ideologico degli scrittori legati all'industria e alle sue logiche. Il passaggio
da un'economia primaria ad una secondaria o terziaria comporta infatti che la campagna perda il suo
carattere di terra-madre sui cui cicli si modella anche la vita degli uomini, per assumere un valore
monetario. Perché questa è la molla dell'esistere cittadino, il denaro, che deve a sua volta essere
"lavorato" attraverso investimenti utili anche ad affrontare le più diverse questioni sociali. Gioco
d'azzardo, banche e borse suggeriscono che la speculazione può arricchire facilmente e
all'improvviso operatori la cui virtù non sta nella laboriosità e tenacia, né in meriti acquisiti in
precedenza. Questo è il segno del successo, sogno di tutti: l’aspirazione ad una ricchezza facile,
secondo Francis Lacassin 17, può far nascere il desiderio di cambiare la propria condizione passando
anche attraverso la frode o la violenza. L'eros è a pagamento e la formazione di una famiglia non è
un'esigenza prioritaria. Se "time is money", proprietà di chi possiede i mezzi di produzione,
parcellizzato a seconda delle necessità dei ritmi lavorativi che producono merci, la cultura di città
esclude il conformarsi ai cicli della natura e punta sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro. Di
qui la nascita di conflitti sociali e politici tesi a modificare i rapporti di forza. Si stava infatti
imponendo un’altra logica, quella di un'industria (anche culturale) che incoraggia l'accelerazione
della dinamica capitalistica: Filippo Tommaso Marinetti e Massimo Bontempelli, con il loro elogio
della modernità, tecnologica e percettiva, non fanno altro che assecondare la legge economica che
chiede di accorciare al massimo i tempi di creazione di equilibri sempre nuovi, anche culturali,
inducendo il lettore a sganciarsi da complicanze cervellotiche e a gustare emozioni legate allo
stupore, alla meraviglia, agli effetti speciali che producono ammirazione per l'audacia della

15
M. GODELIER, Proprietà, in: Enciclopedia Einaudi, vol. XI, Einaudi, Torino 1980, pp. 367-384.
16
Mi permetto di rimandare, per ulteriori chiarimenti, a C. BENUSSI, Scrittori di terra, di mare, di città. Romanzi italiani
tra storia e mito, Pratiche Editrice, Milano 1998.
17
F. LACASSIN , Le fantastique des villes, in Mythologie du roman policier (a cura di F. LACASSIN), Union Générale
d’Éditions, Paris 1974.

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rappresentazione e l'emozione che suscitano. In letteratura nasce un personaggio nuovo, che assume
le caratteristiche del supereroe, un superman che sa risolvere miracolisticamente le situazioni, per
vie tecnologiche o empatiche, al fine di rendere attrattiva e godibile la fabula. E nasce il "giallo".
A differenza di una civiltà contadina, basata su un modello economico ma anche morale che non
ammette mutamente radicali e che quindi prevede un futuro simile al passato, quella metropolitana
poggia su una necessaria instabilità. Claude Lévi-Strauss ha ipotizzato due tipi di società, una
«fredda», tradizionalista e tendenzialmente immobile, che potremmo identificare con quella agraria,
e una «calda» 18, quella moderna, che sullo scarto differenziale e sull'obsolescenza continua delle
proprie tecnologie deve contare per trovare mercati sempre nuovi. A questo modello è congeniale,
epistemologicamente, l'idea, moderna, di crisi, per cui rendendo altro da sé il passato e non potendo
proiettare il sé di oggi sul futuro, viene a formarsi una Weltanschauung caratterizzata
dall'impossibilità di costruire una cosmologia organica, in quanto fuori da ogni ipotesi di "totalità":
è il regno dell’avanguardia. La guerra, anche quella industriale, è allora uno status congeniale
perché presuppone non la conciliazione, ma l'aggressività e la concorrenza. E dunque il tempo
della modernità è quello lineare, che punta verso il rinnovamento continuo, l'entropia e la morte.
Proprio l'opposto di quello agrario che è ciclico, resiste alla dissipazione e placa l'angoscia che
provoca un'idea distorta di progresso.
«Yoga» metteva al centro di una rinascita proprio la classe sociale più colpita dalla guerra, quella
contadina. Auspicava che l'avventura fiumana potesse essere la prima d'un processo di rinascita,
generato dalla guerra, che aveva come fine il risveglio della cultura mediterranea, legata alla terra e
al mare, finalmente sciolta dalle imposizioni affaristico-industriali della modernità. Il Trattato di
Rapallo e la delusione per l'accordo scatenarono dunque una sorta di reazione che portò a rinforzare
un già auspicato ritorno al passato, e a provocare un'intesa politica, per quanto aleatoria, con la parte
più debole dell'alleanza che aveva portato nel dicembre 1918 alla nascita del Regno SHS di (Serbi,
croati sloveni) 19. Fu quasi naturale per «Yoga» fare fronte comune con il partito contadino croato
di Stjepan Radić. Non lascia dubbi il pur breve articolo di Giovanni Comisso comparso sulla
rivista:

18
C. LÉVI – STRAUSS, Razza e storia e altri studi di antropologia, a cura di P. CARUSO, Torino, Einaudi, 1967, p. 140.
19
Il regno dei Karadjordjević non portò dunque ai croati l'unità territoriale né il riconoscimento dell'autonomia.
Quando morì Radić ci fu una manifestazione enorme, dimostrazione della frattura tra Zagabria e Belgrado. Meno
appariscente, ma forse ancor più significativa, fu la decisione degli scrittori croati di ritornare alla versione tradizionale
della lingua letteraria, marcando la propria differenza con i serbi. Rinasce il nazionalismo. Ante Pavelić nel 1929 fugge
all'estero per organizzare un proprio nucleo di ribelli gli ustascia sul modello dell'organizzazione terroristica macedone.
Cfr. J. PIRJEVEC, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, Il Mulino, Bologna 1995, p.119.

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Esiste in Croazia Stefano Radic. Le sue idee sono queste: la Croazia è una terra contadina. Il Governo della
Croazia deve essere scelto tra i contadini. I croati devono restare come sono: vivere della terra. Stefano Radic
à (sic)l'anima da poeta ed il cervello che antivede perché sa.
La Croazia sta attraversando la crisi dell'uomo di campagna presso al quale la città ingrandendosi è venuta a
confinare. Egli sente i suoi vestiti e le sue scarpe e le sue mani callose come aspetti inadatti al nuovo stato,
ma lei non si può mutare il cuore e se un superficiale entusiasmo e meraviglia lo turba e male lo fa
considerare: dura è la sua radice.
«Si guardi la Croazia dall'invasione industriale sia quest'americana, francese, tedesca o italiana» pensa
Stefano Radic.«L'Italia sta scontando la sua leggerezza nell'aver lasciato radicare nel suo suolo i templi ed i
sistemi delle razze formali, Croazia, sappi che oggi essi sono le nostre pietre più indigeste» si potrebbe
soggiungere ed ammonire. 20

La patria dunque tornava ad essere la terra, seppur la cultura che sosteneva il progetto sembrava
diversa da quella ottocentesca: il comportamento sessualmente trasgressivo di Keller, che a volte
girava nudo per le vie di Fiume con un'aquila sulla spalla, e che non disdegnava di vivere all'aperto,
cibandosi di miele e di frutta raccolta dagli alberi, pareva significare che totem e tabù di quella
cultura arcaica erano stati accantonati. L'attenzione di «Yoga», oltre che da tematiche politico-
sociali, era attratta dalle conseguenze sul piano psicologico che il lavoro nelle fabbriche produceva
sulla massa operaia. Visto che il decollo industriale italiano si era verificato con un cinquantennio di
ritardo rispetto alle nazioni economicamente più avanzate, la colpa della situazione nazionale
veniva attribuita all'Europa e all'America. Il gruppo «Yoga», che non disdegnava un sovranismo
populista, si scagliava così contro il lavoro di fabbrica:
L'operaio moderno è più libero? è più felice? No … anzi, è più schiavo, è più misero, perché crede di aver
migliorato le sue condizioni; perché con ogni aumento di paga e con ogni diminuzione di lavoro crede di
migliorare il suo stato. mentre diventa invece sempre più schiavo, sempre più abbietto.
Che cosa fai tu, che cosa sei tu, operaio nell'officina?
Sei uno schiavo di una macchina.
Dotato dalla natura dell'intelligenza di un dio e della bellezza degli angeli, ti sei abbassato a servire una
macchina
Il fuochista che consuma la sua vita (VITA! VITA!!), per dar cibo alla vertiginosa locomotiva e alle
insaziabili fornaci dell'insensato Transatlantico... è scontento della sua paga.
Con quanta ragione, oh Dio creatore!
L'unico suo torto è questo, credere che esista una paga sufficiente... per tale lavoro … 21

«Yoga» insisteva dunque ad auspicare per il popolo un ritorno alle attività tradizionali e, contro il
materialismo europeo e americano, sosteneva la necessità di dar spazio allo spirito italico,
individualista e libero, tarpato da un uso distorto del progresso scientifico:
L'individualità fu subordinata alla ragione perdendo le sue virtù primitive e divine. La ragione fu esplorata
fino ai suoi più pericolosi meandri e furono scoperte le contraddizioni a tutti gli imperativi dominanti. D'altra
parte la scienza rivelò il cosmo senza fine, senza tempo, senza spazio e annullò la terra dalla sua reggia […].
Tutto ciò fu fatto con un immenso vanto ed orgoglio di scoperta" Tutto ciò fu raggiunto come un trionfo,

20
G.C., Stefano Radic, in «Yoga » n. 3, 27 novembre 1920, p.1, ora in BARTOLINI, cit., p. 251.
21
Vogliamo vivere, in «Yoga» n. 2, 20 novembre 1920, p. 2, ivi, p. 186. L'articolo è siglato da un triangolo con il
vertice verso il basso, simbolo che non si è riusciti ad attribuire.

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come una liberazione! mentre non era che un continuo immiserirsi e spogliarsi di preziose bende prescelte
dalle quali non era già difficile ed utile sbarazzarsi o contraddirle ma tenerle e di esse convincersene.22

Viene in qualche modo ripristinato il senso del sacro, ridimensionato il valore della tecnica, ripreso
il senso del mistero dell'universo, messa sotto accusa la fabula falsante, mentre viene ribadita
l'avversione al consumismo e al materialismo imposto dall'industria e dalla cultura che la sostiene:
Il nuovo sapere era negazione del godimento del trascendentale alla materia della felicità nel «difficile» e
nell'inconsistente; le razze negative e increatrici vi trovarono nell'abbandono ad esso il loro nume che fu
ardentemente creduto ed abbracciato quanto altri mai. Cercata la possessione, la triplicazione dei beni, il
benessere, selezionata la materia, meditato solo sul rapporto tra quantità, goduto dell'inventato non dello
scoperto, fu speculato sulle stelle creato un ordine secondo un'etica ingorda e preservatrice della forma. La
sfera precisa del loro relativo girò ed esse divenute grandi macchine d'assurdo affermarono d'aver scalato lo
spirito. Così si sostanziò il concetto di vita europeo. Ed il loro più sentito dei piaceri fu di riescire ad imporlo
sopra di noi. 23

Della svolta che Rapallo diede alla rappresentazione dei valori "positivi" della nazione, è testimone
proprio la ricostruzione mnestica di Giovanni Comisso a proposito del suo racconto autobiografico
Giorni di guerra, scritto nel 1930 24 quando aveva ormai aderito al fascismo. Si chiedeva però come
mai la guerra era stata voluta da tanti, quasi volessero espiare, con essa, un senso di colpa. Non era
un'osservazione peregrina, visto che l'interventismo, da parte dell'intellighenzia italiana, era nato
proprio dalla consapevolezza amara dell'inutilità di una cultura umanista, messa da parte da una
cultura tecnico-scientifica, tesa a sostenere il capitalismo industriale che con la guerra avrebbe
prosperato. Gli scrittori primonovecenteschi, in romanzi spesso autobiografici, raccontavano infatti
della propria impossibilità a riconoscersi in una delle forze sociali in campo: non più organici a una
borghesia che ora li emarginava, non solidali a un proletariato che sentivano troppo diverso da sé,
avevano sperato che la guerra avrebbe cambiato qualcosa. Ovviamente ne rimasero delusi. Comisso
pone immediatamente il tema che ben altro era stato invece il ruolo degli artisti nelle campagne
risorgimentali. Non se la prende poi con il nemico, che di fatto vede solo da lontano. Lo teme, certo,
ma solo dopo Caporetto lo descrive come una massa che si spande sul territorio, rovinando paesi
interi, per fermarsi al Piave. La vicenda storica è comunque relegata sullo sfondo, mentre balza in
primo piano la scoperta di una natura rinvigorente che riporta la memoria dello scrittore alla propria
infanzia, trascorsa proprio in quei luoghi, tra le colline e i ghiaioni dello stesso fiume, dove da
piccolo giocava alla guerra. Dunque l'intera vicenda storica viene letta in una prospettiva che lega
tra loro infanzia, natura e ricordi di pace, in una sequenza rigenerante. Frequenti sono infatti le
22
G.C, Lo spirito italico e la reazione europea, in «Yoga», n. 2, 20 novembre 1920, p. 1, ivi, p. 166-7.
23
ivi, p. 167.
24
Due sono le edizioni Mondadori, 1930 e 1952; rispetto a queste l'edizione Longanesi del 1961 riporta 4 episodi in più
e presenta una diversa suddivisione di capitoli. I numeri tra parentesi si riferiscono alle pagine di quest'ultima edizione.

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pause liriche in cui il narratore racconta di aver gioito allorché poteva uscire dall'accampamento e
andare «in aperta campagna tra alberi di ciliegie, così bassi che si poteva coglierne alzando appena
le braccia» (33). Celebre è la scena in cui dopo il tramonto i soldati si buttano sull'erba dei prati, con
le giacche sbottonate e, con l'entusiasmo di ragazzi, prendere «le lucciole con le mani» (38),
cantando. La natura pare sottrarsi alla storia, contribuendo a sanare gli animi in una campagna
florida e ospitale anche d'estate, grazie a qualche piovasco che riempie momentaneamente gli alvei
di qualche torrentello. Non ci sono prese di posizione pro o contro la guerra, ma si capisce che dal
punto di vista umano il soldato Comisso vede cose che non può non condannare, come ad esempio
la facilità con cui i soldati erano mandati al massacro per la conquista di pochi metri di terra. In
questa prospettiva, la simbologia letteraria risponde con coerenza alla rappresentazione dei fiumi.
Questi in genere simboleggiano l'universale fluire dell'esistenza, mentre qui sono rivi strozzati, per
usare un'immagine montaliana. Comisso, come non descrive mai azioni belliche, così non descrive
l'Isonzo, che solo immagina o percepisce di riflesso, nonostante 12 siano state le battaglie
combattute lungo le sue sponde, dal giugno 1915 al novembre 1917. A ribadire il ristagno
dell'azione, ripropone spesso situazioni ed episodi che si ripetono negli anni, frantumi di un vissuto
che entra in una circolarità priva di sviluppo, opposta a quella lineare di solito simbolizzata proprio
dal fiume, che scorre placido e inesorabile dal monte verso il mare. L'autore diffida anche della
strada, «polverosa» (35), «pesante» (49), amica «solo di notte» (45) quando l'artiglieria tace. Insiste
piuttosto sulla forza rigenerante della natura in molti episodi, come quello in cui, dopo essere stato
chiamato per stendere con i suoi compagni il filo telefonico sui rami degli alberi, operazione da fare
in notturna, scopre al risveglio di trovarsi tra ciliegi «con frutta gonfia dolcissima non vendemmiata
dalla popolazione che era fuggita […]. E mentre dal Podgora giungono notizie di massacri
inarrestabili, lo scrittore sposta l'attenzione su un episodio giocoso, come la cannonata che centra
una botte di vino, che comincia a gocciolare per terra: «Fu una festa» (52)- sottolinea- come se
volesse controbilanciare il ricordo penoso della guerra con quello della sua intrepida giovinezza.
Un'altra volta, spedito a ripristinare una linea telefonica tra il Podgora e il monte Fantin, al
cosiddetto Passo della morte, osserva un’epifania straordinaria, legata proprio al linguaggio
simbolico di «Yoga»: in una buca scavata da un proiettile vede specchiarsi una stella grandissima.
Scrutando il cielo Comisso si accorge che erano due, vicine quasi a toccarsi. Dai giornali scopre che
la notte di quel 16 gennaio era avvenuta la congiunzione di Venere e Giove. Lo stupore della luce
che sprigiona fa scattare la sinapsi tra due momenti diversi, la Grande Guerra e l'impresa di Fiume:
la testata di «Yoga» con la sua svastica, antico simbolo ariano del sole, portatrice di una cultura
legata all'osservazione dei corpi celesti, può aver indotto Comisso a mettere in evidenza aspetti che

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nelle imprese belliche normalmente vengono taciuti. Parecchi degli episodi della guerra 1915-18
sembrano venir ricostruiti infatti sulla base dei ricordi della successiva stagione fiumana 1919-20.
Del resto le descrizioni dei pranzi e delle bevute durante ogni sosta riportano all'atmosfera festosa
dell'esperienza vissuta con D'Annunzio, quando vino e droghe circolavano con facilità e si
intrecciavano amori di tutti i tipi. Al ricordo della congiunzione astrale fa seguito, non a caso,
l'episodio dell'arrivo a Cormons di un cannone da 305 e dell'apertura di un postribolo. Lunga è la
sequenza descrittiva della visita di gruppo nella casa di tolleranza. Da Cormons l'azione si sposta a
Manzano, dove Comisso è stato inviato per sostituire il caporale responsabile dell'ufficio telefonico.
Ritornano immagini di una natura rigenerante: «La primavera si era fatta meravigliosa» (78),
godibile, grazie anche a un vitto abbondante e all'abilità narrativa di un suo aiutante siciliano, che
recita il repertorio del paladino Orlando. Anche a Fiume artisti d'ogni area si esibivano in
un'atmosfera di allargata convivialità. Va ricordato che gli episodi relativi a Cormons e Manzano
sono stati aggiunti nell’edizione del 1961, quando la Grande Guerra era ormai lontana e la memoria
poteva lavorare su un intreccio di esperienze più vasto.
Comisso sembra proprio aver ricostruito uno spazio narrativo ove si fondono la realtà vissuta e la
percezione che ne ha nel momento in cui scrive, dando luogo a una terza dimensione che Bertrand
Westphal definisce «fluttuante», 25 in quanto mobile e instabile. Questo luogo di sperimentazione
viene segnalato anche da Michel Foucault, che lo etichetta come «eterotopia», 26 in quanto permette
di giustapporre in un unico luogo ambiti diversi, anche se a priori incompatibili. Comisso elabora
dunque uno spazio in cui disegna un percorso che abbina la guerra all'esperienza fiumana, dando
vita a una sua personale memoria letteraria 27. Quando, nelle pause del suo lavoro, va verso il
«Natisone arso e ghiaioso», una spiaggia più che un fiume, ricorda quell'«acqua piacevolissima, a
cui venivano tanti soldati. Alcuni correvano ignudi per il prato inseguiti dall'allegro abbaiare dei
cani […]. Altri si sentivano ridere mentre si spogliavano dietro una siepe e poi ne uscivano
imbizzarriti da estri d'amore» (83). Il pensiero va, ovviamente, di nuovo a Fiume, dove il nudismo
era praticato.
Il 1917 è il capitolo più lungo e inizia con il racconto della frequentazione del corso, interrotto per
un esaurimento nervoso, e ripreso successivamente a Udine. Mentre tristi e faticose sono le ore

25
B. WESTPHAL , La Géocritique. Réel, fiction, espace, Éditions de Minuit, Paris 2002, trad. it. di L. Flabbi,
Geocritica. Reale Finzione Spazio, Armando, Roma 2009.
26
M. FOUCAULT, Utopie eterotopie (sono due conferenze tenute nel 1966 e tradotte da A. Moscati), Cronopio, Napoli
2006.
27
L. PASSERINI, Memoria e utopia. Il primato dell'intersoggettività, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

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passate nelle aule dove si svolgono le lezioni sul come costruire ponti, trincee, latrine e cucine,
«folli e inebrianti» (97) sono quelle in cui si esercita a cavalcare per le ampie pianure. Divertito è il
commento sull'effetto che provoca l'essere «agili e belli», costretti a difendere «la nostra apparenza
di suprema giovinezza», (98) dalle «lusinghiere promesse rivolteci dalle donne di via Villalta che
battevano i marciapiedi davanti al nostro accantonamento» (ivi). Anche questo è uno degli episodi
aggiunti all'ultima edizione, e ricorda da vicino le scorribande fiumane, nonché quell’elogio alla
bellezza e alla giovinezza che ebbe nel ventennio successivo un inno consacrante, soprattutto se
coniugato con una superbia del grado raggiunto (102). Poi il neo ufficiale viene spedito verso l’alto
Isonzo. Qui si svolge uno degli episodi più significativi del romanzo: l'ascensione al monte Polunik
lungo una strada panoramica a strapiombo sul fiume, attraverso un bosco che porta alla prima linea,
meta del suo andare. Sulla via del ritorno, procedendo su una strada bianca, deserta, visibile da tutti
gli osservatori nemici annidati sulle vette, decide di non tornare alla base, ma di salire a quota 1200,
sul Rombon; là stavano infatti i suoi soldati che probabilmente non lo ritenevano capace di
un’impresa così temeraria. Dopo la salita, simbolo di purificazione, si infila dunque nel carrello di
una traballante teleferica usata nelle ore notturne per portare i rifornimenti ai soldati. La sensazione
è quella di essere tornato bambino, così da provare l’«estro felice di credermi ritornato in giuoco su
di una giostra della mia infanzia» (109). E pensa alla famiglia, di cui non ha notizie, alla
preoccupazione della madre, al padre. Il rito della salita sulla montagna e il recupero di uno sguardo
fanciullo sono importanti perché da questo punto di vista considera il disastro imminente del
novembre 1917, Caporetto, battaglia che, come tutte le altre, non viene descritta in diretta, ma
attraverso le conversazioni telefoniche dei comandanti. Dunque la sconfitta è palese e la fine
sembra scontata. La strada e i fiumi procedono ora diritti e lo spazio diventa lineare. Quando va sul
Grappa per attivare una linea di comunicazione, non parla né di azioni militari né di dettagli tecnici,
ma osserva, con sguardo straniante, la prima fioritura della campagna, annuncio di primavera.
Comisso confessa di non occuparsi dei suoi soldati, preferendo dormire a lungo e andare per i
campi: «Camminando mi spogliavo e arrivavo ignudo a un terreno arso e selvaggio dove tra pochi
alberi stagnava una breve pozza di acqua piena di fermenti e di erbe» (196). Là spia il volo delle
libellule che vanno a posarsi sulle erbe galleggianti. L'anamnesi incalza se, attraversando il
Montello, terra che gli «era cara fin da bambino» (198), individua in questi luoghi familiari la sua
patria vera che, come per tanti, era il solo luogo reale da difendere con tutte le forze. E va, tra gli
scoppi, i tiri, i miasmi dei gas asfissianti, a stabilire le comunicazioni telefoniche: «Ero felice. Una
felicità tutta generata da sensazioni suscitate in coincidenze incredibili: estate, domenica, sul
Montello» (201). Ricorda quando vi andava con l'intera classe ad ascoltare le lezioni di storia

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naturale: «Mi sentivo come allora e i miei soldati mi parevano i miei compagni di scuola». (202). È
evidente che parla del Montello nel ricordo d'infanzia, non di quello che la Grande Guerra ha
devastato, almeno da come ci racconta Andrea Zanzotto nel suo Galateo in bosco. Mentre infuria la
battaglia, sceso dal Montello, si imbatte in un altro albero di ciliegie, su cui si arrampica un soldato
per buttare giù la frutta agli altri, non senza le proteste del contadino accorso. Un altro ricordo di
legionario? È possibile, visto che ogni 15 giugno, giorno di San Vito, patrono di Fiume, i bambini
regalavano le ciliege ai passanti. Luoghi e tempi continuano a sovrapporsi.
Ed è qui che le suggestioni fiumane trovano modo di aprirsi a un discorso anche politico, in cui
confronta i modi attuali della guerra e quelli di un Risorgimento che sente in qualche modo
ingannato. Su «Yoga» veniva infatti condannato il parlamentarismo che aveva tradito la causa
risorgimentale, non a caso in queste pagine così frequentemente evocata. Negli ultimi episodi di
Giorni di guerra, Comisso sembra volersi congedare dunque attraverso immagini che ricordano
l’utopia fiumana. Dal Grappa, in un inizio autunno che rende meravigliosa quella zona di
castagneti, compie passeggiate panoramiche verso il Piave, con vista su Onigo, oltre che su
Valdobbiadene. Ebbene, proprio in quei luoghi familiari ogni mattina sente levarsi un canto
straordinario, quello degli Arditi, che «entusiasmavano veramente a vederli» (221), col fez nero da
cui pendeva il fiocco che sfiorava la spalla. «Parevano nati dalla guerra. Tremendi e selvaggi
nell'assalto, avevano momenti di semplicità da ragazzetti» (ivi). Molti tra gli arditi avevano aderito
all'impresa dannunziana, altri si erano schierati con i nascenti fasci di combattimento, appoggiando
poi la conquista del potere di Mussolini. E dunque di Fiume, nei Giorni di guerra, salva soprattutto
la militanza "mistica": è solo al contatto con la natura che viene infatti recuperato il ricordo pieno
della propria infanzia, del periodo precedente la sua scelta giovanile:
Nell'avvicinarmi a quei luoghi, subito riconoscibili fino nei piccoli particolari d'un albero o d'un ponticello,
mi si ridestava il ricordo del tempo della mia infanzia, passata assieme a mia madre ospiti del vecchio amico.
Vicino a un colle dove solevo andare coi contadini a raccogliere il fieno, vidi una batteria di cannoni a lunga
portata piazzata tra grandi mucchi di proiettili e ancora sparava al di là del Piave. (225)

La casa dell'infanzia era diroccata, ma nel «giardino i fiori erano tutti come un tempo; la salvia, le
violaciocche, i gigli, gli oleandri e certi fiorellini bianchi che crescevano tra gli interstizi del selciato
lungo il muro» (ibidem). La natura da cui ha preso forza è intatta e dunque da lì si può ricominciare:
la sua patria vera non è quella cantata dai nazionalisti, ma l'Heimat, il luogo della vita.
Ed è la stessa prospettiva "contadina" di Miroslav Krleža, che nella Battaglia di Bistrica Lesna,
ora compresa nel suo dittico Il dio Marte croato (pubblicato nel 1922 ma in alcune parti edito
prima su rivista) faceva del defunto signor caporale Pesek Mato e dei sei domobrani del secondo
battaglione della seconda compagnia, gli eroi caduti nel corso del valoroso assalto alla quota

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numero trecentotredici. Qui, a differenza che per «Yoga» il popolo contadino è al centro di una
denuncia per il loro sfruttamento secolare. Abituati a lavorare duramente, e ad essere trattati come
bestie, sono stati messi al servizio di impiegati e gendarmi, caserme e autorità, insomma da una
macchina burocratica «inventata dai signori dottori»:
hanno dovuto sopportare nel loro passato un'infinità di catastrofi e quest'ultima guerra asburgica che è giunta
nel villaggio a cavallo sul far della sera, quando si batteva il grano e lo si trebbiava e tutte le aie del villaggio
risuonavano di quei battiti sordo, questa guerra disgraziata non era apparsa a questi uomini né la prima né
l'ultima sciagura 28.

Su «Yoga» comparivano anche articoli di carattere letterario e artistico, ispirati sempre da Comisso,
che si rifacevano alla metafisica di Giorgio De Chirico e di suo fratello Alberto Savinio e che
indicavano nella restaurazione dei «valori dello spirito» la possibilità di battere il materialismo
positivista: erano in particolare, il saggio Anadioménon di Savinio, ripreso dalla rivista romana
«Valori Plastici» e una prosa di Filippo De Pisis, amico di Comisso, Asilo infantile israelitico.
Evidentemente un antiborghesismo diffuso era stato catturato da «Yoga» che, una volta chiusa
l'esperienza fiumana, e grazie anche alla mediazione di Giovanni Comisso, veniva in qualche modo
riattivato, con tutte le modifiche del caso, dal movimento della pittura metafisica di Carrà, De
Chirico e Savinio, tutti sodali dello scrittore di Treviso. Il ritorno all'ordine proclamato da prosatoti
e poeti dalle pagine della «Ronda» (1919-1923) e dagli artisti da quelle di «Valori Plastici» (1918-
1921) suona come una sorta di autocritica rispetto all'interventismo che prima della guerra era stato
sostenuto da tanti intellettuali. Questi sembrano ora decisi ad occuparsi piuttosto di questioni
specifiche inerenti la loro disciplina, e di raffigurare, invece che di indirizzare, una nuova visione
del mondo. Le due riviste romane, nei rispettivi settori, auspicavano il ritorno al classicismo d'ante
guerra, seppur declinato in una prospettiva inquietante ed elitaria, modello per una «prosa d'arte» i
cui esiti erano stati auspicati, più che realizzati, da «Yoga». Per la rivista lo spirito italico «sola
nostra inestimabile materia prima» ha «origine dalla terra incorruttibile» e mal si adatta alla «casta
borghese (assunta, per proprio contagio d'idee a casta dominante e veggente della nostra razza ed
educata alle accademie grossolane e precluse alla spiritualità)» 29. Dunque venivano privilegiate le

28
M. KRLEŽA, La battaglia di Bistrica Lesna, in Il dio Marte croato. Due racconti, trad. it. di Silvio Ferrari, Studio
Tesi, Pordenone 1982, p.32. Dure sono le pagine che descrivono le condizioni in cui combattevano e i modi con cui
venivano trattati i feriti (La baracca 5 B, in Il dio Marte croato), semplici numeri per una guerra che tra l'altro
combattevano quasi come traditori della loro stessa nazione, senza che nessuna convenzione li potesse proteggere, anzi.
Rivendicazioni sociali, non disgiunte da notazioni, seppur velatamente, nazionaliste, fecero sì che alcune pagine di
Miroslav Krleža comparissero su "La Fiumanella", un'altra rivista di breve durata nata durante la Reggenza del
Carnaro, redatta da Francesco Drenig che dopo la caduta asburgica voleva diffondere la cultura italiana nelle nazioni
dell'ex impero.
29
Le tre citazioni si riferiscono a G.C., Prolegomeni, in «Yoga», n.1, 13 novembre 1920, p. 1, ora in BARTOLINI, cit., p.
92.

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narrazioni in cui la "classicità" del paesaggio italico si imponeva su ogni altra evidenza artistica:
«Nitide nel dolce mattino si profilano le forme delle colline beate ove dalla parte del sole coltivatori
delle viti si sentono cantare […]. Le case dei contadini ànno logge ed altre sui pendii le loro
terrazze: la ricchezza e lo sfarzo sta tutto nella semplice linea appieno goduta» 30. La citazione
potrebbe continuare a proposito di altre eccellenze paesaggistiche italiane, come le vede uno
"spirito libero" che ammira il popolo semplice, testimone dell'antica armonia con la natura messa in
crisi dalla logica industriale.
Con l'andata al potere di Benito Mussolini, tuttavia, le ragioni che avevano portato alla fondazione
di «Yoga» non scomparvero. Anzi, il compromesso da lui stretto con la borghesia agraria ed
industriale fu avversato per lunghi anni da una delle ali di "sinistra" del fascismo, quella che
avrebbe voluto la piena realizzazione del programma dei Fasci italiani di combattimento
sansepolcristi, alla cui stesura aveva collaborato il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, lo
stesso che contribuì alla formulazione della Carta del Carnaro. Infatti, al II Congresso nazionale dei
fasci di combattimento, tenuto a Milano il 24 e 25 maggio 1920 31, De Ambris uscì dal movimento,
insieme a non pochi futuristi: il movimento dei Fasci aveva votato di abbandonare il programma
libertario repubblicano anticlericale del 1919 per orientarsi a destra in difesa della borghesia
produttiva, confermando la disponibilità alla violenza contro il partito socialista. Il progetto del
fascismo delle origini di una patria rinnovata nello spirito, antiborghese e fondata sui valori
espressi dall'antica razza contadina italiana, toscana in particolare, venne portata avanti dalla
corrente di "Strapaese" e dalla sua rivista « Il Selvaggio» (1924- 1943), dal 1926 diretta da Mino
Maccari (Orco Bisorco), e da «L'Italiano» di Leo Longanesi (1926-1942). La lezione di «Yoga»
confluì o comunque si affiancò al movimento che rappresentava una delle facce del fascismo,
contraria alla politica del duce. L'Italia sarebbe dovuta diventare una patria antitetica alle nazioni
europee, perché fatta di paesi e di piccole comunità che hanno il proprio punto di riferimento nella
campagna. Forse, in memoria di quanto era stata promesso e non mantenuto dalla propaganda
bellica, la patria tornava ad essere in primo luogo la terra da distribuire a chi per essa aveva
combattuto, l'Heimat dalle antiche radici. Rispetto alla modernizzazione che il mussolinismo
borghese finì per imprimere al Paese, e che tutti gli stati europei perseguirono, quest'idea di patria-
paese poteva sembrare un'aspirazione attardata. Gli strapaesani promuovevano infatti una civiltà
cattolica rurale e tradizionalista, anti-urbana e non bigotta, pretendendo, altresì, una cultura
«italianissima» e «fascistissima», secondo i canoni di un fascismo strapaesano. Ecco a proposito

30
G.C., La terra dello spirito, in «Yoga», n.1, 13 novembre 1920, p.1, ivi, p. 95.
31
A. CARIOTI, Alba nera. Il fascismo alla conquista del potere, Solferino, Milano 2020.

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quanto dichiarato nella presentazione del primo numero della rivista «L’Italiano» Leo Longanesi:
«I popoli nordici hanno la nebbia, che va di pari passo con la democrazia, con gli occhiali, col
protestantesimo, col futurismo, con l'utopia, col suffragio universale, con la birra, con Boekling, con
la caserma prussiana, col cattivo gusto, coi cinque pasti e la tisi marxista». Si trattava quindi di
difendere «il sole, e col sole, non si può concepire che la Chiesa, il classicismo, Dante, l'entusiasmo,
l'armonia, la salute filosofica, l'antidemocrazia, Mussolini»32.

Il manifesto di Strapaese a sua volta recitava:

Strapese è stato fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana
[…]. Strapaese si è eretto baluardo contro l'invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà
moderniste, in quanto tali mode, pensiero civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le
qualità caratteristiche degli italiani 33.

Era stato chiarissimo anche prima Mino Maccari, che sembra riprendere le parole di Comisso-
Keller:

noi possiamo vantarci di essere i più strenui difensori del fascismo rurale e delle qualità probe, oneste, forti
della nostra gente; noi solo le difendiamo- e non per estetismo- dal bastardume novecentista, dalle teorie
futuriste-bolsceviche, dalle importazioni sfacciate della cosiddetta civiltà di marca americana […] Noi soli
abbiamo osato dire che l'impero non si farà se non italianizzando gl'italiani, se non scoprendo e potenziando i
valori prettamente nostrani, radicati nella terra e nei secoli 34.

Al di là di questa radicalizzazione politica, bisogna riconoscere che non solo la narrazione letteraria
ma anche quella pittorica raccolse il messaggio. Scrittori e pittori inserivano, nella proiezione che
della realtà andavano facendo, il senso della perdita. Ben esprimono questa condizione 35 i pittori
Dino Lazzaro, Gianfranco Ferroni, Ottone Rosai, Ardengo Soffici, i quali, proprio perché sapevano
che un ritorno al passato sarebbe stato impossibile, cercavano di legare con i nuovi anche gli antichi
miti, puntualmente riproposti: i mai dimenticati campi, il cielo, l'Italia collinare dell'arte
quattrocentesca che ora "magicamente" 36 s'incrociavano con le geometrie e i volumi cubisti,
comunque con l'avanguardia artistica del Novecento. De Pisis dipingeva le sue nature morte e i
paesaggi campestri ancora en plein air, ma con colpi di luce quasi fredda come l'acciaio che

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L'Italiano, Prefazione a "L'Italiano", in «L'Italiano», 1, n.1, 14 gennaio 1926, p.1.
33
Orco Bisorco , Mino Maccari, Gazzettino ufficiale di Strapaese, in «Il Selvaggio», IV, n. XVI, 1927.
34
Orco Bisorco, Gazzettino ufficiale di Strapaese, in «Il Selvaggio», IV, n. IX, 1927. Una breve antologia della rivista
si può trovare in L Troisio (a cura di), Strapaese e Stracittà. Il Selvaggio - L’Italiano-“900”, Canova, Treviso 1975. I
due articoli sono alle pp.75-76.
35
Cfr. la testimonianza della direzione "paesana " presa dagli artisti degli anni Venti di M. SARFATTI, Storia della
pittura moderna, Cremonese, Roma 1930-VIII.
36
Il riferimento è, ovviamente, alla corrente del realismo magico propugnata da Bontempelli sulla rivista "900",
portavoce della corrente di "Stracittà".

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ricordava i futuristi. Il Novecento infatti non ha tardato a imprimere la sua impronta su un ruralismo
di stampo impressionistico. La forma dei colli toscani, di Rosai ad esempio, risente della lezione
cubista, come le case, ridotte a mero volume. Mancano fabbriche o treni anche in De Chirico, ma
ordine e chiarezza compositiva nella disposizione di oggetti e forme riconoscibili, collocati in spazi
ben definiti dal punto di vista architettonico, comunicano tuttavia un senso di straniamento per la
composizione: uomini senza volto, manichini, giocattoli, sculture, bottiglie, strumenti d'artista messi
insieme quasi a testimoniare il dissesto culturale cui una logica perversa aveva condotto.
Di fatto il ritorno alla terra, o meglio il rimpianto per ciò che la modernizzazione stava spazzando
via, era espresso anche da altri scrittori, da Riccardo Bacchelli, che si iscrisse al PNF pur tra tanti
dubbi, e che con il Mulino al Po chiuse magnificamente la tradizione narrativa di un'epica
contadina; da Carlo Emilio Gadda, che non ci mise molto a capire l'equivoco in cui era caduto
accettando il fascismo tanto da distruggere, con Eros e Priapo, il mito di Mussolini; con lui la crisi
di valori agrari distrutti dalla modernità si mostrava irreversibile, nella Brianza/Maradágal della
Cognizione del dolore; da Cesare Pavese che, pur non volendo compromettersi con dichiarazioni
esplicite, finì comunque al confino e che fino alla sua ultima prova narrativa La luna e i falò non
smise di misurarsi con la religiosità laica dei riti contadini travolti dalla nuova realtà economica.
Mentre, inesorabilmente, la nazione evolveva verso l'industrializzazione, scoppiava un'altra guerra,
questa volta perduta. Il neorealismo, poi, cercò di rinverdire il mito della patria-paese, quasi a
riparazione dei nuovi lutti e rovine 37. La nostalgia per il cambio di passo continuò a lungo e prese
anche Paolo Volponi che con Memoriale intercettò i primi germi di un disagio per la perdita di un
modus vivendi antico; per non parlare di Pier Paolo Pasolini, che vedeva nella scomparsa delle
lucciole, ed evidentemente non solo, la fine di una civiltà e anche di un sogno politico. Il richiamo a
valori della tradizione sembra dunque radicato nell'inconscio collettivo, tanto da sopravvivere nelle
forme non letterarie della rinnovata ricerca di un' economia green, ma anche in un altro filone, che
con spirito guascone si pone in una posizione di perenne fronda critica contro il potere vigente, e
che ancor oggi non è scomparso in quanto vero e proprio luogo dell'anima.
Dopo molto anni, dopo il crollo del muto di Berlino, la dissoluzione dell'ex Jugoslavia e la
dichiarazione d'indipendenza della Slovenia, abbiamo avuto una narrazione da parte slovena di cosa
avesse comportato il Trattato di Rapallo. Ma ormai i tempi erano cambiati e la contrapposizione
nazionalista si era di molto indebolita. Aloiz Rebula lo ricorda bene: «Dovrebbero interessarmi, che
ne so, il trattato di Rapallo e la Convenzione di Nettuno, le elezioni e le circoscrizioni, i paragrafi e

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F. FINOTTI, Italia. L'invenzione della patria, Bompiani, Milano 2016, pp. 465-512.

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le circolari. Invece, ad attirarmi non è tanto la corteccia dell'albero della vita, quanto piuttosto la sua
chioma, in tutto il suo lussureggiante rigoglio: persone e cose, vetrine e facciate, frutta e pesce,
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alberi e nuvole, il Carso» . Il libro parlava della resistenza slovena all'obbligo di parlare italiano e
di italianizzare il proprio nome, ma anche di una possibile, seppur non raggiunta, intesa su valori
condivisibili. Il protagonista, un ebreo italiano incaricato dal governo fascista di far rispettare quegli
ordini, non sapeva neppure dell'esistenza sul carso degli sloveni, ma finisce per condividere i loro
valori, quelli di un mondo contadino che riprende, pur inconsapevole, quel senso del sacro della vita
e della natura progressivamente dissoltosi nel tempo che, dopo Rapallo e seppur in toni strumentali,
voleva essere recuperato.

Bibliografia essenziale
Simonetta Bartolini, «Yoga». Sovversivi e rivoluzionari con d'Annunzio a Fiume, Luni Editrice, Milano 2019.
Umberto Carpi, Futuristi, metafisici e «spiriti liberi» nella Fiume di D'Annunzio: la «Unione Yoga» di Guido Keller in
«Studi Novecenteschi» Vol. 8, N. 22 (dicembre 1981), pp. 133-161.
Antonio Gibelli, L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri,
Torino 1991.
Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna 2002.
Luciano Troisio (a cura di), Strapaese e Stracittà. Il Selvaggio-L’Italiano-“900”, Canova, Treviso 1975.

A. REBULA, Kačja roža, 1994, trad. it., La peonia del Carso, Edizioni del Consorzio Culturale del Monfalconese,
38

Ronchi dei Legionari 2005, p. 54.

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