Sei sulla pagina 1di 4

Gerolamo (347 ca.

- 420),

Girolamo o Gerolamo (Stridone, odierna Zrenj in Istria, all’epoca sul confine tra Dalmazia e
Pannonia, 347 ca. - Betlemme 30.9. 420) Padre della chiesa (Si indicano con questa
denominazione gli scrittori cristiani, fortemente influenzati anche dalla riflessione filosofica
classica, e specialmente dal platonismo, che difesero l'ortodossia contro l'eresia e la cui
dottrina è ritenuta autorevole dalla chiesa. Tradizionalmente sono annoverati tra i padri della
chiesa in occidente Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno.), considerato il santo
protettore dei traduttori. Dopo aver studiato a Roma con Elio Donato, partì per l'oriente
(373), stabilendosi prima ad Antiochia, (città della Turchia allora appartenente alla Siria) e
poi vivendo da eremita, nel deserto siriaco. Durante questo soggiorno studiò il greco e
l'ebraico. Tornato a Roma (382) fu stretto collaboratore di papa Damaso e intraprese
un'intensa attività di studio del latino classico e delle antiche versioni latine del Nuovo
Testamento. Nel 384, amareggiato dalle critiche che gli venivano dall'ambiente del clero
romano, ripartì alla volta di Betlemme, dove praticò vita ascetica, dedicandosi alla stesura
delle sue opere e sovrintendendo a monasteri, ospizi e scuole.

PP (SLIKE JERONIMA)
La vasta produzione di Gerolamo comprende: traduzioni di omelie ( nella liturgia
cattolica, spiegazione, commento delle sacre scritture, specialmente durante la messa, ma
anche ogni predica sacra) di Origene, la traduzione, con ampie aggiunte, della

storia universale (Chronicon) dell’autore greco-cristiano Eusebio di Cesarea, il


cui originale è andato perduto; De viris illustribus, rassegna di 135 autori
cristiani a partire da S. Pietro; le vite dei monaci Paolo, Malco e Ilarione, con
le quali introdusse in occidente il genere agiografico (genere letterario che tratta la
vita dei santi, dei beati e dei venerabili, importante nel Medioevo ); scritti esegetici

(esegesi – studio critico di un testo, in particolare della Bibbia. L'esegesi biblica, dopo aver
stabilito con rigorosi criteri filologici e storici il testo dell'Antico e del Nuovo Testamento, si
occupa del rapporto fra gli elementi storici e quelli divini in esso contenuti e del senso
proprio e di quello allegorico delle vicende narrate) - commenti ai Salmi, Ecclesiaste,

profeti maggiori e minori, Epistole di S. Paolo, Vangelo di Matteo); opere


dogmatiche di accesa polemica contro gli eretici. Grande importanza letteraria
ha infine l'Epistolario, comprendente 150 epistole, non tutte di sicura
attribuzione, di carattere teologico, personale, dottrinale, esortativo e
consolatorio; destinate alla pubblicazione, risentono dell'influsso di modelli
classici.

Gerolamo opera una revisione delle antiche versioni latine del Nuovo e
Vecchio Testamento, la „Vetus latina“, sulla traduzione greca dei “Settanta”
(391). In seguito, insoddisfatto delle versioni greche e latine, intraprende la
traduzione del Vecchio testamento direttamente dal testo ebraico, portata a
termine nel 406. Tale versione prende il nome di Vulgata, si diffonde negli
anni successivi in tutta la chiesa cristiana latina, diventa il testo biblico
canonico per tutto il medioevo, e viene infine riconosciuta dal Concilio di
Trento (1546) come testo ufficiale della Chiesa.
Nella prefazione al Chronicon e nell'Epistola ad Pammachium denominata De
optimo genere interpretandi (“Le leggi di una buona traduzione” ossia „Libro
sul modo ottimale di tradurre“) Gerolamo prende ad esempio le traduzioni
latine di Omero dichiarando che bisogna tradurre “non verba, sed sententias”,
cioè non parole, ma concetti, il senso complessivo. Questo significa che una
buona traduzione non deve necessariamente ripetere l'ordine delle parole, ma
deve avere come scopo la correttezza del contenuto (“senso dell'originale”) e la
grazia dello stile. Per Gerolamo, tuttavia, altra cosa è la metodologia del
tradurre i testi sacri, in cui tutto deve rimanere fedele all'originale, compreso
l'ordine della parole (“ubi et verborum ordo mysterium est”).

Da „Liber de optimo genere interpretandi“ (Epistola 57, a Pammachio)

„Circa due anni or sono il vescovo Epifanio inviò a Giovanni di Gerusalemme


una lettera, nella quale, dopo averlo ripreso per alcuni suoi errori sui dogmi
della fede, lo esortava con molta dolcezza a farne penitenza. In tutta la
Palestina gli esemplari di questa lettera andarono a ruba; e ciò sia per la
reputazione dell'autore, sia per l'eleganza con cui essa era scritta.
Nel nostro monastero viveva allora Eusebio di Cremona, uomo di non piccola
fama nella sua patria, il quale, vedendo che di questa lettera si faceva
dappertutto un gran parlare, e che era ammirata in pari tempo dalle persone
colte e dalle ignoranti, per la dottrina e la purezza della forma, mi cominciò
insistentemente a chiedere che gliela traducessi in latino, e gliela rendessi più
facilmente intelligibile con una chiara esposizione. Egli infatti era del tutto
ignaro della lingua greca. Io acconsentii al suo desiderio: chiamato uno
scrivano, dettai in gran fretta la versione della lettera, aggiungendo in margine
brevi note, per dare un'idea del contenuto dei singoli capitoli – anche questo
lavoro Eusebio mi aveva chiesto ch'io facessi unicamente per lui -, ed a mia
volta lo scongiurai di custodire per sé, in casa sua, la mia versione, e di non
comunicarla facilmente agli altri. „
(...)
„Ma ammettiamo pure che nel tradurre io abbia commesso qualche errore, o
fatta qualche omissione – in questo infatti sta tutto il cardine della questione...“
(...)
„Finora ho parlato, come se io fossi effettivamente colpevole di aver apportato
alcune modificazioni nella lettera del beato Epifanio, e ho provato che una
semplice traduzione può contenere qualche errore, ma nulla certo di delittuoso.
Ora pero, poiché e facile vedere dalla lettura della stessa lettera che io non ne
ho affatto cambiato il senso, e nulla vi ho aggiunto, e nessun dogma vi ho
alterato, affermo che i miei accusatori „volendo far mostra di acutezza
d'ingegno, danno invece a dividere di non capir nulla“, ( Terenzio, Andria, prologo,
17), e, mentre cercano di mettere in luce l'ignoranza altrui, non fanno che

scoprire la propria. Io per me non solo confesso, ma dichiaro a gran voce che
nelle mie traduzioni dal greco in latino, eccezion fatta per i libri sacri, dove
anche l'ordine delle parole racchiude un mistero, non miro a rendere parola per
parola, ma a riprodurre integralmente il senso dell'originale. E di questo mio
metodo ho a maestro Cicerone (...) Non è qui il luogo di far notare tutte le
omissioni, le aggiunte e le modificazioni ch'egli v'introdusse, per adattare le
proprietà della lingua greca al genio di quella latina...“
(Trad. di U. Morrica)

Notiamo che Gerolamo nel suo approccio alla traduzione si appoggia già a una
tradizione (citando Cicerone, Terenzio, e anche Orazio), aggiungendo anche un
primo tentativo di classificazione dei „cambiamenti traduttivi“ che considera
necessari. Quanto alla Bibbia nella versione dei Settanta, trattandosi di un testo
sacro, i cambiamenti ivi presenti sono, nella sua opinione, ovviamente eccessivi.

Potrebbero piacerti anche