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Didattica e formazione

F AUSTO M ONTANA

La filologia ellenistica
Lineamenti di una storia culturale
Montana, Fausto

La filologia ellenistica : lineamenti di una storia culturale / Fausto


Montana . - Pavia University Press, 2012. - X, 116 p. ; 24 cm. -
(Didattica e formazione)

ISBN 9788896764374

1. Filologia classica
480.9 CDD 22 - LINGUE ELLENICHE. Storia,
geografia, persone

© Fausto Montana, 2012 – Pavia


ISBN: 978-88-96764-37-4

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento


anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i paesi.
La fotoriproduzione per uso personale è consentita nei limiti e con le modalità previste
dalla legislazione vigente.

Immagine in copertina: Atene. Interventi ricostruttivi del Partenone (agosto 2011) © Fausto Montana

Prima edizione: settembre 2012

Pubblicato da: Pavia University Press – Edizioni dell’Università degli Studi di Pavia
Via Luino, 12 – 27100 Pavia
<http://www.paviauniversitypress.it>

Stampato da: Digitalandcopy S.a.s., Segrate (MI).


Printed in Italy
A Giulia
Sommario

Premessa ....................................................................................................................IX
Introduzione. Poesia e filologia nelle società ellenistiche ..........................................1
Capitolo 1. La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)
1.1. La filologia prima e fuori di Alessandria ................................................................7
1.2. Cultura e patronato regio nell’Egitto tolemaico: il Museo .................................... 10
1.3. La Biblioteca ‘universale’ .................................................................................... 15
1.4. Libri e filologia .................................................................................................... 21
1.5. I filologi alessandrini............................................................................................ 27
Capitolo 2. Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)
2.1. Pergamo nel II secolo ........................................................................................... 57
2.2. Esperienze di pluralismo ...................................................................................... 64
2.3. La filologia alessandrina al tempo di Augusto...................................................... 76
Bibliografia ................................................................................................................ 87
Indice generale......................................................................................................... 109
English Abstract ....................................................................................................... 117
Premessa

[T]o make the important facts visible in their historical perspective is precisely
our purpose. For it was in the course of time and the succession of peoples and
generations that the full nature and the many forms of scholarship were revealed.
The history of classical scholarship, therefore, is classical scholar-
s h i p i n t h e m a k i n g . And a book reconstructing its history under this aspect can
claim to be regarded as an integral part of scholarship itself. We say ‘important
facts’, because it is obvious that w e d o n o t w a n t t o k n o w w h a t i s o b s o l e t e
and past for ever, but what is still enduring; we want to explore the
continuity of knowledge, the philologia perennis.1

Queste parole prefatorie di Rudolf Pfeiffer dettano con estrema onestà e chiarezza il
presupposto intellettuale della ricostruzione proposta nella History of Classical Scho-
larship from the Beginnings to the End of the Hellenistic Age (1968). Da un lato, impli-
citamente alludendo alla celebre opzione erodotea per «i fatti grandi e sorprendenti»
(Hdt. 1.prooem.: ἔργα μεγάλα τε καὶ θωμαστά), lo studioso formula l’idea di una conti-
nuità nel tempo del sapere filologico, intesa evolutivamente come incremento positivo
di metodi e conoscenze, patrimonio inalienabile della disciplina (philologia perennis) –
secondo una concezione neopositivista tipicamente novecentesca di linearità, unidire-
zionalità e irreversibilità del progresso umano. Dall’altro, ma in stretta connessione,
egli riconosce e afferma la reciprocità fra l’agire militante della filologia e la ricostru-
zione del suo divenire storico, dando evidenza a una caratteristica propria a ogni disci-
plina nel campo della conoscenza specialistica e peculiare anche della filologia: la ri-
flessione su se stessa, vale a dire sui propri obiettivi, metodi, orientamenti, sul percorso
fatto e in corso e, dunque, su quello possibile futuro; una riflessione che aspira alla pie-
na autoconsapevolezza e costituisce il presupposto stesso del rinnovamento della disci-
plina o, in ottica evolutiva, del suo perfezionamento perpetuo e incessante. Si ricono-
scono qui, e da tempo sono stati riconosciuti, i dettami di un ‘neo-umanesimo’, che –
nel contesto di una lanciatissima società industriale che si avviava alla più stratosferica
e inebriante accelerazione tecnologica della storia dell’umanità (l’anno dopo la pubbli-
cazione della History, emblematicamente, la middle class del mondo occidentale assi-
stette dagli schermi domestici all’allunaggio dell’Apollo 11) – intendeva tornare a porre
al centro dell’esperienza intellettuale i saperi ‘umani’, in prima fila la civiltà letteraria
e, sua ancella prediletta (o, meglio, auto-eletta), la filologia.
All’opera di Pfeiffer, impostata su queste fondamenta concettuali, vanno ricono-
sciuti meriti enormi. Per citarne un paio, direttamente connessi con il presupposto pro-
grammatico appena ricordato: avere messo ordine in una quantità smisurata di informa-
zioni circa la filologia antica, senza accontentarsi di disegnare semplici ‘medaglioni’
dei grandi filologi, ma spingendosi a interpretare il contributo dei singoli sullo sfondo

1
Pfeiffer (1968, p. VII). Spaziato mio.
Fausto Montana – La filologia ellenistica

della parabola storica complessiva del fenomeno;2 e, inoltre, avere riposizionato la sto-
ria della filologia antica fra gli interessi e gli oggetti della ricerca storico-culturale tout
court, in modo saldo, pregnante e duraturo – cioè non puramente descrittivo, ornamen-
tale o strumentale, ma autenticamente euristico, in un rapporto organico e fecondo con
la filologia attiva militante.3
Al tempo stesso, tuttavia, almeno nell’opinione di chi scrive, questa prospettiva
non è esente da limiti e reca con sé in nuce alcune potenziali deviazioni. Anzitutto, la
storiografia del secondo Novecento ha ormai largamente acquisito come la selezione
dei ‘fatti importanti’ sia sovente il frutto di una scelta (ideologicamente) orientata, dun-
que di parte, interessata e opinabile. Indubbiamente lo storico della filologia antica si
prefigge di studiare personalità ed eventi molto lontani nel tempo e testimoniati spesso
in modo desultorio, inaffidabile e comunque già ampiamente orientato; ma ciò non to-
glie che egli possa e debba riservare la propria attenzione non soltanto alle linee di pen-
siero egemoniche e risultate col tempo vincenti, ma anche – per quanto fondatamente
possibile – ai percorsi minoritari, ai tentativi marginali e contro tendenza, alle vene pre-
cocemente esaurite o fatte seccare anzi tempo: e non per questo da ritenersi naturalmen-
te (biologicamente) recessive e, in questo senso, ‘inferiori’. Si tratta, pertanto, di con-
centrare ogni sorgente di luce anche su anfratti ora oscuri per difetto di fonti, ora oscu-
rati da altri eventi storici o da letture e selezioni storiografiche. In secondo luogo, come
può capitare in ogni operazione di autorispecchiamento, la filologia corre seriamente il
rischio della circolarità autoreferenziale, nel momento in cui si assume il compito di
ricostruire la propria storia e di farsene giudice, e giudice indulgente più facilmente che
il contrario. Infine, nell’attitudine consapevole a retroilluminare il significato di quella
storia per riproporlo o riscattarlo agli occhi del presente è insita la tentazione perenne
che va sotto il nome di classicismo: cioè la retorica sopravvalutazione, o mistificazione,
dell’incidenza reale dell’esperienza filologica e del suo oggetto elettivo, i testi ‘classi-
ci’, nelle epoche e nei contesti in cui essi si sono volta a volta irraggiati. È la tentazione
– si sa – da cui il ‘classicista’ (qui nel senso di studioso delle ‘civiltà classiche’) deve
quotidianamente emanciparsi con le armi critiche che gli appartengono, se davvero gli
stanno a cuore la piena comprensione e il ruolo sociale degli studi classici stessi.
Oltre che di istanze e riflessioni di questo tipo – parte anch’esse, in ultima analisi,
del generoso lascito di Pfeiffer –, l’idea audace di raccontare ex novo, benché più mo-
destamente, la storia della filologia ellenistica si nutre di una duplice esigenza concreta:
aggiornare lo status quaestionis in rapporto a una miriade di problemi particolari; e as-
sumere la distanza conveniente per la messa a fuoco sintetica dell’intero quadro. La
quantità di tessere recuperate, ridisposte e restaurate nell’ultimo mezzo secolo è tale,
infatti, da intaccare in modo sostanziale l’effetto ottico complessivo del mosaico.

Cremona, 24 luglio 2012

2
Pfeiffer (1968, p. VIII) rimprovera la carenza di una visione d’insieme a Sandys (19203), il suo miglior
antecedente. Altre classiche sintesi storiche: Gräfenhan (1843-1850); Susemihl (1891-1892); per la sola
Alessandria, Fraser (1972). Messa a punto di vari problemi in Montanari (1994).
3
Cfr. Momigliano (1968); Wilson (1969); e Rossi (1976), sull’edizione italiana della History (1973).

X
Introduzione

Poesia e filologia nelle società ellenistiche

Nel dibattito storiografico attuale sulla civiltà ellenistica si contrappongono due visioni
diverse e in parte antitetiche della cultura poetica del tempo. La prima ricostruisce la
divisione dicotomica fra una letteratura ‘alta’ ed erudita, tipicamente urbana e legata
alle corti monarchiche delle capitali, principalmente libresca e destinata a essere recita-
ta, e una produzione ‘bassa’ e popolare, prevalentemente performativa, dunque com-
prensiva di musica e canto.1 La visione opposta dipinge la sostanziale unità e pervasivi-
tà sociale della produzione e della fruizione letteraria, riconoscendola garantita da un
gran numero di documentate esibizioni e competizioni sia pubbliche sia private, nel
contesto di cerimonie civili o religiose e di simposi.2 L’esistenza di questo dibattito non
modifica la sostanza di un dato di fatto: una parte considerevole della poesia superstite
del periodo può essere guardata, in ragione delle sue caratteristiche di letteratura di cor-
te, come l’espressione erudita di élites molto ristrette, composte di selezionate mino-
ranze sociali di etnia greca, residenti perlopiù in centri urbani della Grecia e di aree non
greche del Mediterraneo orientale (Egitto, Asia Minore, Vicino Oriente) soggette a di-
nastie monocratiche originariamente di stirpe macedone, cui, infine, si aggiunsero le
cerchie più colte dell’aristocrazia di Roma. In un’ottica di storia sociale, non fa meravi-
glia che, al pari e più ancora della poesia di corte, la filologia – un’attività intellettuale
‘derivata’, in quanto studio professionale della letteratura –, sia sorta e si sia sviluppata
come fenomeno di nicchia. Essa fu, nella sostanza, l’espressione autoreferenziale di
una cultura greca d’élite, estranea o in contrasto rispetto a contesti di gran lunga meno
acculturati e, in massima parte, di etnia e antropologia assolutamente non greche.3
Possiamo trarne una considerazione preliminare alla nostra ricostruzione storica.
La filologia ellenistica fu una straordinaria fucina di idee e di cultura per intellettuali
militanti e poeti del tempo (non di rado filologi essi stessi) e, nel lungo periodo, incise

Salvo diversa indicazione, tutte le date sono da intendersi avanti Cristo.


1
Hardie (1983, pp. 15-36); Zanker (1987, pp. 1-37); Bing (1988); Gentili (1988, pp. 174-176); Fantuzzi
(1993) e in Fantuzzi–Hunter (2004, pp. 1-41); Hunter (2003).
2
Cameron (1995, pp. 44-103); cfr. Falkner (2002, pp. 343-344); Krevans–Sens (2006, pp. 192-194).
Discussione della monografia di Cameron: Knox (1996); Griffiths (1997); Zanker (1997); Green (1998);
Lehnus (1999); Bing (2001). Fantuzzi (2010), pur aderendo alla visione dualistica, coglie una reciproca
influenza fra la poesia religiosa rituale, legata a cerimonie reali, e quella colta, plasmata su situazioni
fittizie (Callimaco e Teocrito).
3
In particolare sulla società variegata di Alessandria ellenistica: Fraser (1972, I, pp. 60-92); Lewis (1986);
Stephens (2003); McKechnie–Guillaume (2008); Stephens (2010).
Fausto Montana – La filologia ellenistica

in modo definitivo sulla concezione, la poetica e la trasmissione dei testi letterari greci.
Ma non va dimenticato che gli studi altamente specializzati e i più sottili traguardi della
filologia rimasero di fatto estranei e preclusi alla gran massa delle popolazioni e dovet-
tero esercitare un’influenza diretta davvero esigua sulla cultura media dei loro eteroge-
nei contesti sociali, se solo si esclude il significato simbolico esternamente annesso alla
cultura erudita dai suoi sponsors (le corti monarchiche), per i quali essa provvedeva in
definitiva soprattutto una risorsa propagandistica volta a rendere più digeribile
l’ellenizzazione forzata ai nativi non greci. È vero che i papiri mostrano qualche influ-
enza della filologia sull’istruzione greca ordinaria, per esempio nella standardizzazione
dei testi letterari (nel senso sia di scelta degli autori, o ‘canone’, sia di stabilizzazione
testuale delle opere) e nel ricorso, ove possibile e al bisogno, all’esegesi colta. Ma
l’influenza della cultura erudita sull’educazione di un segmento della popolazione non
può essere scambiata per una stretta interazione tra filologia e società tout court. In-
somma, «scholarship was surprisingly unaffected by social conditions»4 e, benché essa
rappresenti un eccezionale capitolo della storia culturale greca antica, in termini socio-
logici si trattò di un fenomeno collaterale o abbastanza marginale nel composito mondo
in cui, o a fianco del quale, nacque e si sviluppò.5
La netta separazione fra massa ed élite colta ellenizzata era il risultato di trasfor-
mazioni che interessarono ampiamente il livello politico e sociale del mondo greco, tra
le quali serve qui sottolineare da un lato la graduale perdita del potere di autodetermi-
nazione della pòlis, dall’altro la mescolanza di Greci immigrati e di nativi non greci
nelle popolazioni urbane delle aree sottomesse. Nella prima metà del III secolo si rea-
lizzò la transizione da un quadro generalizzato di città autonome, ordinate in regimi in
misura diversa isonomici e partecipativi, a un piccolo numero di regni monocratici dalle
dimensioni ignote al tradizionale standard greco, accomunati dall’esclusione delle col-
lettività dal potere civico e statale e da una struttura sociale rigidamente gerarchica e
fortemente verticalizzata. Al di fuori della Grecia, nelle aree ellenizzate da Alessandro
Magno nelle quali nacquero o si dislocarono i principali centri propulsori della nuova
cultura greca, le popolazioni erano e restavano di etnia, lingua e costumi in gran preva-
lenza non greci. L’Ellenismo, da questo punto di vista, ci appare come la storia del vo-
lontario trapianto artificiale di una civiltà in terre straniere.
Indubbiamente il processo di mutazione fu graduale e diversificato, ma inesorabile
e – quel che qui interessa – produsse effetti incisivi e irreversibili sul sistema della co-
municazione poetica.6 Nella polis autarchica di età classica – certo neppure essa esente
da elementi di squilibrio sociale e culturale interno – numerose occasioni di carattere
pubblico e semi-pubblico, oltre ad assolvere funzioni pratiche, avevano assicurato il
legame organico fra comunità e discorso politico, filosofico e letterario: fra oratore e
assemblea, drammaturgo e corpo civico, poeta e audience e così via. Il mittente di un
messaggio verbale e/o sonoro e il suo destinatario multiplo o collettivo, culturalmente
omologhi, convenzionalmente condividevano, o si supponeva che condividessero fino a
4
Wilson (1969, p. 370).
5
Questo aspetto non è in contrasto, ma è complementare, con l’idea dei possibili obiettivi di integrazione
interculturale perseguiti ad Alessandria dai Tolomei, investigata da Stephens (2003).
6
Sulla gradualità della transizione politica e sociale: Graham–Shipley–Hansen (2006).

2
Introduzione – Poesia e filologia nelle società ellenistiche

un certo grado, la medesima competenza nel loro comune codice di comunicazione.


Durante i primi decenni dell’età ellenistica, da un lato questo ordine poco per volta im-
plose, dall’altro la cultura greca si riversò al di fuori dei suoi confini storici tradizionali.
Modi e meccanismi della comunicazione poetica, da secoli connaturati a comunità libe-
re e sovrane quasi integralmente greche, si riconfigurarono profondamente. Se fino ad
allora la produzione poetico-letteraria in lingua greca era stata ideata, eseguita, recepita
all’interno di un sistema largamente omogeneo e condiviso, d’ora in poi essa diveniva
materia esclusiva coltivata da minoranze greche dominanti per acquisire prestigio e
perpetuare la distinzione in terre che, di fatto, restavano per loro straniere. È legittimo
riconoscere in questa ricerca di status un movente essenziale tanto della poesia elleni-
stica, quanto della sua controparte ancillare, la filologia.7
I germi di trasformazione del sistema letterario già percepibili durante l’età classica
in terra greca (deplorati, fra gli altri, da Platone) non devono essere sottovalutati e pos-
sono essere considerati l’avvio dei cambiamenti che vennero a maturazione e si compi-
rono in età ellenistica. Al termine del processo, i modi tradizionali della composizione,
esecuzione e ricezione poetica risultarono radicalmente diversi dal passato, in rapporto
a un ampio ventaglio di fattori come il contesto, l’occasione e la funzione della poesia,
il ruolo pubblico dei poeti, la composizione delle audiences, le competenze ritmiche,
metriche e musicali condivise da autori, esecutori e destinatari, l’impiego della scrittura
e la diffusione dell’alfabetizzazione; con conseguente adattamento della poesia tradi-
zionale, quando ancora eseguita, a gusti, bisogni, strumenti e occasioni nuovi o intesi in
modo nuovo.8
I cambiamenti che interessarono il campo della comunicazione poetica ebbero ri-
percussioni anche sulla trasmissione delle opere e sulla filologia, in quanto incisero si-
gnificativamente sulla disponibilità di registrazioni scritte (libri) delle opere antiche e
sull’interesse e sulle competenze dei filologi riguardo alle forme metriche e musicali di
tali opere. Sono oggetto di dibattito le dinamiche della ricezione musicale e testuale fra
il tardo IV secolo e l’inizio del III e le effettive competenze e i metodi dei filologi elle-
nistici in queste materie. Scienziati ed eruditi greci (spesso poeti) erano invitati a lascia-
re le loro città di origine, da ogni angolo del mondo greco, e a raggiungere piccole co-
munità protette poste sotto il patronato regio, come intelligentsia organica e entourage
di corte investiti del compito di assicurare e coltivare una buona coesione identitaria,
culturale e ideologica. Queste comunità si ponevano al vertice della piramide sociale, a
una distanza dalla sua base tanto grande quanto mai era accaduto nella storia greca pre-
cedente. L’obiettivo che i filologi si proponevano nell’applicarsi alla letteratura differi-
va dalla domanda di svago e intrattenimento che tradizionalmente proveniva dalle au-
diences ordinarie; l’élite erudita era chiamata, semmai, a corrispondere a una richiesta
strumentale di autoidentificazione etnica e politica. Nel farsi carico di questo compito, i
filologi dedicavano tutte le loro energie anzitutto a reperire libri e a raccoglierli nelle
istituzioni ideate dal potere e, in secondo luogo, a comprendere e spiegare a fondo i te-

7
Merkelbach (1981, pp. 29-30); Bing (1988, pp. 128-135); Nagy (1998).
8
Sulle trasformazioni nella comunicazione poetica fra V e III secolo: Fantuzzi in Fantuzzi–Hunter (2004,
pp. 17-26).

3
Fausto Montana – La filologia ellenistica

sti in quanto tali: vale a dire a leggerli, dissipando oscurità, emendando corruttele e di-
scutendo la superficie testuale e il valore delle opere scritte antiche in quanto tali. Que-
sto modo di operare ebbe tra i suoi effetti, o almeno così pare, di far trascurare o mette-
re in ombra aspetti legati alla ricezione aurale e alla performance, che nella concezione
originale di quelle opere avevano giocato un ruolo essenziale e ineludibile.9
Vitruvio, lo scrittore latino del I secolo, illustra con un efficace aneddoto l’enorme
cultura libresca assimilata circa un secolo prima da Aristofane di Bisanzio, capo della
biblioteca di Alessandria e uno dei più grandi filologi dell’antichità. L’episodio ci è
utile per comprendere il diverso atteggiamento dell’élite colta e dell’audience popolare
in rapporto alla ricezione della poesia contemporanea (ma il discorso può valere per la
poesia tout court). Vitruvio riferisce che uno dei re Tolomei designò Aristofane e altri
sei giudici come arbitri in una competizione di poeti chiamati a eseguire loro opere di-
nanzi a un pubblico di estrazione popolare. Mentre gli altri sei giudici formularono il
proprio giudizio tenendo conto delle reazioni del pubblico, Aristofane si pronunciò in
senso opposto (eum primum renuntiari iussit, qui minime populo placuisset) e smasche-
rò la fallacia del criterio adottato dai suoi colleghi. Egli dimostrò, infatti, che proprio
l’unico poeta che non aveva riscosso il favore né del pubblico né degli altri giudici era
in realtà il solo ad avere presentato una propria creazione originale: «basandosi sulla
sua memoria, il filologo trasse da certi armadi una grande quantità di rotoli (i.e. libri) e,
confrontandoli con le opere eseguite, costrinse i poeti a confessare di essere colpevoli
di plagio» (fretus memoriae certis armariis infinita volumina eduxit et ea cum recitatis
conferendo coegit ipsos furatos de se confiteri).10 Secondo questa testimonianza, le re-
gistrazioni scritte delle opere (libri custoditi in biblioteche) e la memoria culturale (ga-
rantita da un sapere filologico istituzionalizzato organico al potere) erano concepiti (dal
potere stesso) come depositari di un ruolo primario e autoritativo: libri e filologi dete-
nevano la facoltà e l’onere di esercitare un controllo dall’alto sia sulle scelte di poeti ed
esecutori contemporanei, sia sul gusto comune delle audiences ordinarie. Rovesciando
la visuale, l’aneddoto appare emblematico anche della distanza sostanziale – e, nel ca-
so, della competizione – tra filologi e audience, tra élite colta e corpo sociale, tra scopi
e metodi della filologia e gusti e tendenze della comunicazione poetica contemporanea,
a livello di composizione, performance e ricezione.11
Questo tipo di fruizione della poesia poteva apparire in età romana imperiale tanto
astruso quanto sterile pure a un intellettuale di perfetta cultura greca come Luciano di
Samosata (II secolo d.C.). Nella Vera historia, Luciano s’inventa di avere incontrato
Omero e di avergli sollecitato un’opinione in merito alle annose dispute dei filologi a-
lessandrini sulla genuinità di svariati passi dei poemi (2.20):

Gli domandai anche se i versi espunti fossero stati effettivamente composti da lui
e mi rispose che erano tutti opera sua. Compresi, allora, quanto grande fosse
l’arida pedanteria (ψυχρολογίαν) di grammatici come Zenodoto e Aristarco.

9
Cfr. Nagy (1996, p. 150).
10
Vitr., arch. 7 praef. 4-7 = Ar.Byz. test. 17 Slater.
11
Nagy (1996, pp. 227-228) prende il passo di Vitruvio a riprova della «negative attitude of Alexandrian
scholars concerning the performance of poetry»; cfr. Nagy (1998, pp. 209-211).

4
Introduzione – Poesia e filologia nelle società ellenistiche

Di quale tipo fosse l’effettiva ricezione della tradizione poetica da parte dei filologi
e con quali competenze metriche e musicali vi si accostassero sono appunto argomenti
del dibattito attuale. Una recente messa a punto risponde a questi quesiti tentando una
via intermedia fra i due estremi di uno scetticismo radicale12 e di una sostanziale fidu-
cia:13 e cioè avanzando la possibilità che i filologi alessandrini, allo scopo di ripristinare
la colometria dei testi poetici, abbiano instaurato contatti episodici e non generalizzati
fra la tradizione pragmatica e performativa dei canti lirici disponibile al tempo (in con-
creto, compulsando testi poetici muniti di dispositivi e notazioni di tipo metrico e musi-
cale, come partiture) e quella strettamente testuale: si pensi, per fare un esempio, a
quanto si riscontra nella tradizione dei testi teatrali, dove i papiri attestano l’esistenza
sia di copioni ad uso della messa in scena (Bühnenexemplare) sia di copie destinate alla
lettura (Lesetexte).14 Ammettendo questa prospettiva, gli aspetti connessi con la per-
formance poetica – comunque, con tutta probabilità, non quelli originali, ma loro ria-
dattamenti a gusti ed esigenze contemporanei – sembrano avere interessato i filologi
ellenistici non per altro che per il contributo che potevano assicurare alla costituzione
del testo e alla comprensione dell’assetto metrico delle opere in versi. Ne risulta, ancora
una volta, un’immagine della filologia come realtà distante e separata dalle attese e dal-
le pratiche concrete della società, in accordo con la rappresentazione che ne avevano
dato Vitruvio e Luciano.
Al di là degli aspetti di continuità fra tarda età classica ed età ellenistica nei modi
della performance e della ricezione poetica, insomma, disponiamo di molti motivi per
riconoscere nella filologia un fenomeno elitario e di corte, estraneo, al pari della mag-
gior parte della poesia coeva a noi nota, al corpo dei compositi contesti sociali in cui
essa nacque e si sviluppò. Se forse è eccessivo rappresentare questa esperienza con
l’immagine della ‘torre d’avorio’, certo però essa fu qualcosa di non troppo dissimile.15

12
E.g. Pfeiffer (1968, p. 181); Parker (2001); Pöhlmann (2007).
13
Fleming–Kopff (1992), seguiti da Gentili–Lomiento (2003, soprattutto pp. 7-11).
14
Prauscello (2006); cfr. Dihle (1981, pp. 37-38); Falkner (2002); Fantuzzi in Fantuzzi–Hunter (2004, pp.
27-28 n. 101). Discussione: Lomiento (2007); Prauscello (2007); E.Ch. Kopff in Gentili–Lomiento (2008,
pp. 13-17); Tessier (2009), (2010).
15
Sulla filologia alessandrina come ‘torre d’avorio’: Fraser (1972, soprattutto I, pp. 305-312), con largo
seguito fino a Strootman (2010, pp. 44-45). Pfeiffer (1968, pp. 97-98, 103) ha sostenuto l’idea contraria,
seguito da altri, per es. Nicolai (1992, pp. 294-296).

5
Capitolo 1

La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo


(323-144 a.C.)

1.1. La filologia prima e fuori di Alessandria


1.1.1. Il ruolo centrale e fondamentale di Alessandria nella storia della filologia greca
di età ellenistica è indiscusso, come avremo modo di vedere ampiamente. È tuttavia
opportuno domandarsi se la ricca e intensa stagione culturale alessandrina sia stata pre-
ceduta ed eventualmente ispirata da esperienze analoghe sviluppatesi prima e fuori di
Alessandria al principio dell’età ellenistica, nelle aree di tradizionale cultura greca o
nelle regioni di recente ellenizzazione. La risposta che otteniamo è sfumata.
Per cominciare, una fitta nebbia grava sui connotati della comunità erudita e lette-
raria fiorita all’inizio dell’età ellenistica nell’isola egea di Cos. Il suo massimo rappre-
sentante fu il poeta e grammatico Filita1 e a Cos soggiornarono sicuramente il poeta
Ermesianatte di Colofone e, forse, Teocrito di Siracusa; quest’ultimo, come pure Calli-
maco, rendono deferenti atti di omaggio a Filita in alcuni fra i loro componimenti più
importanti.2 Di Filita sappiamo che Tolomeo I Soter («il Salvatore»), fondatore della
casata reale dell’Egitto ellenizzato e re dal 305 al 283, lo scelse come istitutore di suo
figlio,3 nato nell’isola nel 309/8.4 Se sembra da escludere che Filita abbia avuto un ruo-
lo diretto nella progettazione della Biblioteca reale di Alessandria, perché fece ritorno a
Cos prima della sua fondazione, una sua influenza almeno indiretta si può cogliere nel
fatto che fu tra i maestri di Zenodoto di Efeso, designato più tardi da Tolomeo come
primo capo della Biblioteca.
Come grammatico, Filita è ricordato per avere realizzato una raccolta di parole co-
nosciuta come Ἄτακτοι γλῶσσαι o semplicemente Ἄτακτα, forse nel significato di «pa-
role inusuali non ordinate (alfabeticamente)»: ne restano soltanto frammenti, cosicché
titolo, contenuto e natura dell’opera sono oggetto di discussione.5 Dai frammenti emer-

1
Strabone (14.657 = Philit. test. 11 Spanoudakis) definisce Filita ποιητὴς ἅμα καὶ κριτικός. Su Cos proto-
ellenistica: Pfeiffer (1968, pp. 88-92); Dettori (2000a), (2000b); Sbardella (2000); Spanoudakis (2002).
2
Theocr. 7.40 (Thalysia); Callim., Aet. fr. 1.9-10 Pfeiffer = 1.9-10 Massimilla.
3
Suda φ 332.
4
Marm.Par., FGrHist 239 B 19.
5
Tosi (1994, pp. 146-149); Dettori (2000a); Spanoudakis (2002). Nicolai (2000) ipotizza che ἄτακτοι nel
titolo significhi «non canonico nell’uso retorico» o qualcosa di simile. P.Hibeh 172, rotolo di papiro datato
ca. 270-230, contiene un onomastikòn (collezione di nomi) poetico organizzato per gruppi o ‘famiglie’ di
parole accomunate da caratteristiche formali: una sistemazione che potrebbe rispecchiare anche il metodo
della raccolta di Filita a parere di Turner (1955); Pfeiffer (1968, pp. 91-92); Tosi (1994, pp. 148-149).
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ge un innegabile interesse per le glosse omeriche come pure per il lessico dialettale tout
court (non solo letterario). Non siamo in grado di stabilire se e come Filita mettesse in
relazione queste due sfere d’indagine: ma non possiamo sfuggire alla sensazione di un
influsso aristotelico. Nella Poetica (21.2, 1457b 1-7), riferendosi senz’altro a una prassi
più antica, Aristotele distingueva nell’insieme delle λέξεις («parole») la sottocategoria
delle γλῶσσαι, «parole rare» o «difficili» (in senso relativo, cioè in rapporto all’uso
corrente di una comunità di parlanti), talvolta impiegate come artificio stilistico nella
composizione poetica (esempi omerici sono citati dal filosofo in 25.6, 1461a 10-16),
uno dei cui tipi è rappresentato appunto dal lessico e dalla morfologia estranei al dialet-
to di partenza. Proprio questa connessione fra glosse e dialettalismi instaurata da Ari-
stotele, dunque, può essere stata uno dei fattori dell’interesse congiuntamente lessico-
grafico e dialettologico degli esperti di poesia della prima età ellenistica.6 Rispetto alla
glossografia elementare esercitata in precedenza da esegeti citati nelle fonti in modo
anonimo e collettivo come γλωσσογράφοι, «glossografi», più tardi spesso criticati dal
filologo alessandrino Aristarco, il metodo applicato da Filita alla spiegazione lessicale
sembra essersi caratterizzato per un approccio più critico, che liberava la lessicologia
dalla funzione ristretta e limitata di spiegare la singola parola impiegata in un determi-
nato passo o contesto letterario, per mettersi al servizio degli interessi e degli scopi lin-
guistici e stilistici del poeta e del grammatico.7
In definitiva, l’associazione di poesia ed erudizione nell’opera di Filita, da un lato,
e il suo rapporto personale con i primi due re Tolomei, dall’altro, inducono a vedere in
questa figura e nell’ambiente colto di Cos nel III secolo i precursori più prossimi della
cultura poetica ed erudita che di lì a poco sarebbe sbocciata ad Alessandria.

1.1.2. Possiamo farci qualche idea anche della cultura che in epoca ellenistica fiorì a
Rodi. Dopo la morte di Alessandro, l’isola riuscì a ripristinare la propria libertà e indi-
pendenza dal dominio macedone e, poco per volta, assunse un ruolo primario di partner
commerciale e bancario dei regni ellenistici, dell’Egitto tolemaico in particolare. Che
fra il IV e il II secolo l’isola fosse animata da un’intensa vita culturale emerge in modo
inequivocabile da una lunga lista di intellettuali del tempo,8 comprendente fra gli altri
due peripatetici: Eudemo di Rodi, discepolo diretto di Aristotele,9 e Prassifane di Miti-
lene, allievo di Teofrasto. Di Prassifane si tramanda che sia stato il primo a essere
chiamato γραμματικός;10 affrontò questioni di critica letteraria nello scritto Περὶ
ποιητῶν, si occupò del testo di Omero e di Esiodo11 e, forse, fu tra i maestri dei poeti
Arato e Callimaco.12 Questi ultimi furono coinvolti in una polemica personale con Pras-

6
Per Pfeiffer (1968, p. 202 n. 2), lo studio sistematico di dialetti ebbe inizio al principio del III secolo, con
Sosibio Lacone. Sul rapporto fra linguaggi letterari e parlati nell’antica dialettologia: Cassio (1993a),
(1993b), (2008, pp. 5-7 e 29-31).
7
Sui γλωσσογράφοι: Dyck (1987: con edizione dei frammenti); cfr. Tosi (1994, pp. 152-155).
8
Mygind (2000).
9
Edizione di testimonianze e frammenti: Wehrli (1969). Su Eudemo: Mygind (2000, p. 254: N. 2); Bodnár
– Fortenbaugh (2002).
10
Clem., Strom. 1.16.79.3 = Praxiph. fr. 10 Wehrli = fr. 9A-C Matelli.
11
Matelli (2009); Montanari (2009a, pp. 316-322).
12
Così Cameron (1995, pp. 209-213) ricava da una fonte discussa.

8
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

sifane su questioni di poetica e critica letteraria, come attesta lo scritto callimacheo per-
duto A (o Contro) Prassifane.13 Nella stessa epoca a Rodi visse Simia, poeta e glossogra-
fo come il suo contemporaneo Filita. L’autonomia politica e la floridezza anche culturale
godute dall’isola durante l’età ellenistica ricevono conferma dal fatto che in più di una
circostanza vi trovarono ospitalità e rifugio intellettuali greci fuoriusciti da Alessandria
perché entrati in conflitto con il potere tolemaico: secondo alcune fonti, verso il 245 qui
cercò riparo il grande poeta e bibliotecario alessandrino Apollonio, da allora in poi chia-
mato ‘Rodio’, e un secolo più tardi vi approdarono altri eruditi, costretti o persuasi a la-
sciare l’Egitto nel fosco frangente della controversa successione al trono di Tolomeo
VIII. A quel tempo, del resto, avendo formalmente concluso da poco un’alleanza definiti-
va con Roma (164), l’isola si era dotata di ulteriori ragioni di appeal e godeva di una
nuova stagione di fioritura culturale, che si esprimeva soprattutto nell’attività di presti-
giose scuole di retorica e di filosofia.14
All’inizio del III secolo, le capitali reali di Pella, in Macedonia, e di Antiochia
sull’Oronte, nel regno dei Seleucidi, accordarono ospitalità a numerosi letterati e intel-
lettuali. Fra questi il poeta didascalico Arato di Soli, che si occupò anche di problemi di
critica testuale dell’Odissea: un caso eccezionale e isolato, a quanto pare, che non sem-
bra essere stato in rapporto diretto con la filologia al tempo nascente ad Alessandria.15
Sebbene a un certo punto Antiochia abbia ospitato una ricca biblioteca, presieduta dal
poeta Euforione di Calcide durante il regno di Antioco III il Grande (223-188), il suo
patrimonio librario non arrivò mai a competere con quello della Biblioteca reale ales-
sandrina.16
Della splendida cultura classica di Atene restavano in vita e godevano buona salu-
te il teatro e soprattutto la filosofia, rappresentata dagli sviluppi dell’Accademia e del
Liceo, o Peripato, e rinnovata dalla fondazione della Stoà di Zenone e del Giardino di
Epicuro. Riguardo al Peripato, approfondiremo più avanti come esso abbia influenzato
il concepimento stesso delle istituzioni culturali di Alessandria. Nella riflessione di
pensatori stoici come Zenone e Crisippo si rinvengono spiegazioni di passi omerici nel
contesto di discussioni di fenomeni grammaticali o di teorie filosofiche (specialmente
teologiche e cosmologiche), che potrebbero avere risentito della filologia specializzata
che proprio allora si andava costituendo ad Alessandria.17 Sappiamo che fin dall’età
classica Atene aveva ospitato cospicue e rinomate biblioteche private, come quelle di
Euripide e di Aristotele; in quest’epoca i Tolomei si fecero carico di fondare nella città
una biblioteca pubblica, con un atto di omaggio evergetico non disinteressato, ma inte-

13
Edizione di testimonianze e frammenti di Prassifane: Wehrli (1969); Matelli (2012a) e (2012b); cfr.
Matelli (2007). Su Prassifane: Mygind (2000, p. 263: N. 33); Martano – Matelli – Mirhady (2012).
14
Su Rodi ellenistica: Berthold (1984); Rossetti – Liviabella Furiani (1993); Gabrielsen et al. (2000).
15
Pfeiffer (1968, p. 121 con la n. 4). Nelle antiche Vite di Arato (I, 8.19-21 Martin, cfr. III, 16.5-6 Martin)
il suo lavoro sull’Odissea è qualificato diòrthōsis, cioè, come vedremo, una revisione testuale prossima e
preliminare a un’edizione critica.
16
Fonti raccolte da Platthy (1968, pp. 170-173: NN. 166-173); su Euforione, N. 166 = Euph. test. 1
Groningen (Suda ε 3801). Su Antiochia ellenistica: Downey (1963); Pack (1993).
17
Long (1992, pp. 48-49).

9
Fausto Montana – La filologia ellenistica

so ad appropriarsi dello storico prestigio e dell’indiscusso primato culturale lungamente


rivendicato e rivestito dalla pòlis su tutto il mondo greco.18
Dobbiamo menzionare in questa sede altri due centri di primo piano della cultura
ellenistica. Pergamo in Asia Minore, l’unica capitale ellenistica capace di competere in
questo campo con Alessandria, raggiunse l’acmḕ non prima del II secolo grazie alla
intraprendenza della dinastia attàlide e in uno spirito di sostanziale emulazione delle più
antiche e già prestigiose istituzioni tolemaiche. Roma – dove i primi passi in direzione
del filellenismo in alcuni settori della società colta datano dalla seconda metà del III
secolo, quando di fatto nasce una letteratura in lingua latina innestata su modelli greci –
iniziò a esercitare un ruolo in questo quadro storico non prima del I secolo, verso la fine
dell’età ellenistica. Per tali motivi, di Pergamo e di Roma ci occuperemo nella seconda
parte di questo studio.

1.1.3. In definitiva, se escludiamo alcuni centri di cultura molto localizzati (Cos, Rodi)
e isolate individualità che al più possono avere agito come precursori o avere esercitato
un ruolo ispiratore (Filita, Arato?), durante la prima età ellenistica la filologia alessan-
drina mosse i primi passi e si consolidò come fenomeno autonomo di prima grandezza,
garantendo alla capitale tolemaica l’indiscussa leadership nel campo. Per la cultura
greca dell’Alto Ellenismo, dunque, non possiamo ancora parlare di un vero policentri-
smo di sedi dell’erudizione specialistica.
Lo sviluppo della filologia alessandrina è scandito da due eventi storici principali.
Il primo fu il ridimensionamento delle ambizioni imperiali della dinastia tolemaica im-
posto dalla perdita dei possedimenti d’oltremare, nel Mediterraneo orientale, nei decen-
ni finali del III secolo. Il secondo avvenimento furono le rappresaglie politiche scatena-
te da Tolomeo VIII Evergete all’indomani della sua salita al trono nel 145/144, al ter-
mine di un periodo di grave crisi interna della dinastia reale. Le conseguenze furono, da
un lato, la riduzione del segmento di popolazione rappresentato da intellettuali di etnia
greca, che per lunghi decenni era stato il serbatoio di talenti scientifici e letterari della
politica culturale tolemaica; e, dall’altro, la diaspora di eruditi da Alessandria, con
l’effetto di una vasta dispersione, e insieme disseminazione, degli interessi e dei metodi
filologici al di fuori della capitale tolemaica e dell’Egitto. Nell’esposizione adotteremo
questa seconda cesura storica come spartiacque fondamentale di due epoche.

1.2. Cultura e patronato regio nell’Egitto tolemaico: il Museo


1.2.1. L’eccezionalità dell’esperienza alessandrina nel campo della filologia all’inizio
dell’età ellenistica è il risultato di una fortunata politica culturale concepita su larga
scala e posta sotto il suo patronato diretto dalla casata reale dei Tolomei o Làgidi.19 La

18
Testimonianze epigrafiche sullo Ptolemàion di Atene: Platthy (1968, pp. 110-112: NN. 28-35). Su Atene
ellenistica: Ferguson (1911); Habicht (2000); Shipley (2000, pp. 108-152).
19
Sul patronato tolemaico: Fraser (1972, I, pp. 305-312); Murray (2008). Sul rapporto fra potere e
letteratura nell’Egitto tolemaico: Merkelbach (1981); Weber (1993). Lineamenti storici: Bevan (1968);
Shipley (2000, pp. 192-234); Thompson (2003); Adams (2006, pp. 38-43).

10
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

dinastia fu costituita formalmente nel 305 da Tolomeo figlio di Lago,20 un esponente


della potente aristocrazia militare macedone che formava l’entourage di Alessandro e
fu protagonista dei successi della sua inarrestabile espansione e che poi, dopo la morte
del re nel 323, se ne spartì le immense conquiste (da cui la denominazione di διάδοχοι,
«successori») e si dilaniò in una estenuante e inconcludente lotta per la successione al
potere imperiale.

1.2.2. I passi inizialmente mossi dai primi Tolomei nella loro impresa culturale appaio-
no strettamente collegati con il Peripato.21 Nonostante lo scetticismo di alcuni,22 ab-
biamo ormai davanti agli occhi molti indizi diretti e indiretti di questo legame, a partire
idealmente dalle personali origini macedoni di Aristotele e dai suoi rapporti con i re
Filippo II e Alessandro Magno.23 Secondo Strabone,24 che scrive in età augustea, Ari-
stotele «fu il primo a raccogliere una biblioteca e insegnò ai re dell’Egitto la pianifica-
zione di una collezione di libri (βιβλιοθήκης σύνταξιν)». Dal momento che il filosofo
morì nel 322, siamo obbligati a dedurre da questa affermazione che i Tolomei fecero
propri i principi della biblioteca privata di Aristotele, applicandoli alla costituzione di
una loro raccolta di libri. Fra gli intellettuali greci con cui Tolomeo I stabilì contatti
offrendo buoni motivi, anche economici, per trasferirsi ad Alessandria come precettori
di suo figlio, vi furono esponenti di primo piano del Peripato. Risulta che Teofrasto de-
clinasse l’invito, mentre fra quanti si lasciarono convincere, a suon di talenti, vi fu il
suo allievo Stratone di Lampsaco detto ὁ φυσικός («il fisico»), futuro scolarca del Li-
ceo.25 Il re ebbe successo anche con Demetrio Falereo (cioè originario del distretto por-
tuale ateniese del Falero), un altro discepolo e amico di Teofrasto, che si occupò fra
l’altro di critica letteraria.26 Dopo la conquista di Atene da parte di Demetrio Poliorcete
(307), Demetrio Falereo lasciò la città e si stabilì in un primo tempo a Tebe e poi, dopo
la morte di Cassandro (297), ad Alessandria,27 a quanto pare giovandosi della protezio-

20
Per un profilo di Tolomeo: Ellis (1994).
21
Sul rapporto fra Alessandria e il Peripato: Turner (1962, pp. 140-141), (1968, pp. 106-107); Bevan
(1968, p. 124); Momigliano (1968); Wilson (1969, pp. 368-369); Fraser (1972, I, pp. 314-315 e 320);
Rossi (1976, pp. 111-115); Blum (1977, pp. 27-134); Canfora (1983, pp. 11-16), (1999); Arrighetti (1987);
Nicolai (1992, pp. 265-270); Montanari (1993a, pp. 259-264); Richardson (1994); Erskine (1995, pp. 39-
40); Nagy (1996, soprattutto pp. 187-206), (1998, pp. 189-206); Montanari (2000a).
22
Pfeiffer (1968), pur non escludendo del tutto un nesso (e.g. pp. 103-104), nega la matrice peripatetica
della filologia alessandrina, a favore dell’influenza che avrebbe esercitato Filita.
23
Un’inclinazione di Alessandro per la fondazione di biblioteche e per traduzioni in greco di opere
straniere è rilevata da Canfora (1983, pp. 18-19).
24
Strab. 13.608.
25
Teofrasto: Diog.Laert. 5.37 = Fortenbaugh – Huby – Sharples – Gutas (1992, pp. 20-21: N. 1). Stratone:
Diog.Laert. 5.58 (= fr. 1 Wehrly), secondo cui il filosofo avrebbe ricevuto un onorario di 80 talenti. Su
Stratone: Fraser (1972, I, pp. 427-428).
26
Dem.Phal. frr. 118-148 Stork – Opuijsen – Dorandi, in Fortenbaugh – Schütrumpf (2000); Montanari
(2000a).
27
Soprattutto Strab. 9.398 = Dem.Phal. fr. 19 Stork – Ophuijsen – Dorandi; D.S. 20.45.4 = Dem.Phal. fr.
30 Stork – Ophuijsen – Dorandi; Ael., V.H. 3.17 = Dem.Phal. fr. 40 Stork – Ophuijsen – Dorandi;
Diog.Laert. 5.78 (Hermip. fr. 69 Wehrli = FGrHistCont fr. 75) = Dem.Phal. fr. 1 Stork – Ophuijsen –
Dorandi. Sulle avances di Tolomeo vd. Fraser (1972, I, pp. 314-315). Su Demetrio ad Alessandria:
Williams (1987, pp. 90-91).

11
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ne di Euridice, sorella di Cassandro e prima moglie di Tolomeo I.28 Le fonti attribui-


scono a Demetrio un ruolo influente nella politica culturale del re: lo avrebbe aiutato a
costituire la Biblioteca reale e potrebbe avergli ispirato la fondazione del Museo, o San-
tuario delle Muse, un’istituzione culturale plasmata sul modello ateniese delle scuole
platonica e aristotelica. Ateneo (II-III secolo d.C.) attesta che il re Tolomeo II Filadelfo
(283-246) acquistò da Neleo di Scepsi, allievo di Teofrasto, i libri che formavano la
biblioteca privata di Aristotele29 e non è escluso che queste opere abbiano costituito il
primo e originario fondo librario della Biblioteca reale.30 D’altra parte, ancora secondo
Strabone, gli scritti aristotelici di tipo esoterico, cioè destinati a un uso interno (alla
scuola) e dunque composti per la discussione specialistica nella cerchia ristretta del Pe-
ripato, divennero di pubblico dominio solo nella seconda metà del I secolo, quando fu-
rono pubblicati.31 Dalla somma delle testimonianze di Ateneo e di Strabone, apparen-
temente inconciliabili, ricaviamo che probabilmente Neleo cedette a Tolomeo i libri
posseduti da Aristotele, ma non la raccolta dei suoi scritti personali.32 Pertanto gli indizi
di un influsso peripatetico sulla politica culturale dei Tolomei si cumulano. Al di là
dell’attendibilità storica dei singoli aspetti di ogni testimonianza, non possiamo dubita-
re, quanto meno, che gli antichi nutrivano la sensazione o la convinzione di un rapporto
stretto, diciamo pure ombelicale, fra il Peripato e le istituzioni culturali alessandrine.

1.2.3. A ciò si può aggiungere che l’imprinting aristotelico è confermato dalla struttu-
ra funzionale e organizzativa del Museo e dall’insieme delle attività che vi si svolge-
vano. Prendiamo ancora una volta da Strabone la descrizione del complesso, situato
all’interno del palazzo reale nel quartiere alessandrino nordorientale del Brucheion:

Il Museo fa parte del quartiere reale e comprende un chiostro e un portico e un


ampio edificio in cui viene servito il pasto comune per gli eruditi che risiedono nel
Museo. Questa comunità ha una cassa comune e un sacerdote addetto al Museo,
che in passato era designato dai re (Tolomei) e ora da Cesare.33

Da questa e da altre testimonianze simili apprendiamo che l’organizzazione del Museo


ripeteva alcune caratteristiche sostanziali dell’Accademia platonica e del Peripato ari-
stotelico. Tanto queste quanto il Museo alessandrino erano istituzioni permanenti desti-
nate a ospitare comunità (θίασοι) riunite da una motivazione di carattere religioso, il
culto delle Muse. L’espressione concreta di questa devozione comunitaria era la condi-
visione, da un lato, di attività di ricerca intellettuale e d’insegnamento e, dall’altro, di
pasti comuni (συσσίτια).34 Naturalmente non dobbiamo nasconderci alcune differenze

28
La connessione è messa in luce da J.D. Morgan in Nagy (1996, pp. 196 con la n. 30, 198 con la n. 38).
29
Athen. 1.3b.
30
Canfora (1999), che riprende un parere di Lipsius (1602, p. 10).
31
Strab. 13.609.
32
Irigoin (1994, p. 53); cfr. Nagy (1998, p. 205). Torneremo sulla questione più avanti (2.2.7.).
33
Strab. 17.794.
34
Strab. 13.608-609; Diog.Laert. 5.51-57. Vd. Fraser (1972, I, pp. 312-316); Canfora (1993, pp. 11-16).
Su una posizione diversa Lynch (1974, pp. 121-123), che minimizza l’importanza delle somiglianze. È
perduto, purtroppo, il trattato Sul Museo alessandrino composto in età augustea da Aristonico (vd. 2.3.2.).

12
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

sostanziali: anzitutto il fatto che il Museo tolemaico fosse incorporato nel palazzo reale,
così risultando senza equivoci una proprietà privata del sovrano;35 inoltre, è difficile
pensare che i membri del Museo alessandrino fossero impegnati nella duplice dimen-
sione, sia interna sia pubblica, caratteristica delle due principali scuole filosofiche di
Atene: piuttosto, il Museo dovette essere accessibile soltanto a una cerchia ristretta di
studiosi e di allievi selezionati, che andavano formati perché potessero poi lavorare nel-
le istituzioni tolemaiche.36 Eppure, l’approccio scientifico che informava l’intera attivi-
tà del Museo, e che si configurava come un’investigazione incessante di tipo enciclope-
dico, sia negli àmbiti di sapere che oggi definiamo umanistici sia in ogni ramo dello
studio della natura, è e rimane un tratto inequivocabilmente peripatetico.37

1.2.4. Il solco che ad Alessandria separava i dotti beneficiari del patrocinio regio e la
base del corpo sociale era inesorabilmente ampio e profondo. La separatezza degli in-
tellettuali e dei poeti di corte dell’Egitto tolemaico dal ‘mondo reale’ a loro contempo-
raneo diviene motivo letterario in questi ispidi versi di Timone di Fliunte (III secolo):

πολλοὶ μὲν βόσκονται ἐν Αἰγύπτῳ πολυφύλῳ


βιβλιακοὶ χαρακῖται ἀπείριτα δηριόωντες
Μουσέων ἐν ταλάρῳ

nella popolosa terra d’Egitto sono molti a pascolare,


pedanti reclusi, litigiosi all’infinito,
nella gabbia delle Muse.38

Introducendo questi versi, Ateneo avverte che Timone vuol prendere di mira «i filoso-
fi» del Museo ridicolizzandoli come pregiati volatili rinchiusi in una voliera. La meta-
fora espressa da ἐν ταλάρῳ è stata intesa con sfumature opposte: «nella gabbia chiusa»,
cioè uno spazio recintato, impenetrabile e separato dal mondo esterno come le gabbie di
uno zoo;39 oppure «nella stia» (mangiatoia per uccelli), cioè in un’area protetta e privi-
legiata, hortus conclusus ricolmo di delizie, dove sono ammannite delicatezze per il
palato.40 Comunque sia, ci sono pochi dubbi che Timone voglia evocare l’idea di una
comunità reclusa e litigiosa, priva di autodeterminazione e dunque sostanzialmente ete-
rodipendente e inetta.41 È un’immagine che combacia con quella restituita in più di
un’occasione dai versi di Callimaco, il grande poeta attivo ad Alessandria nella prima
metà del III secolo, che ben conosceva il Museo perché vi operava in prima persona. 42

35
Canfora (1993, p. 15).
36
Fraser (1972, I, p. 318).
37
Fraser (1972, I, p. 305). La connessione è confermata da documentate influenze di concetti e metodi
peripatetici sulla filologia ellenistica militante: e.g. Meijering (1987); Richardson (1994); Cadoni (2010).
38
Tim.Phl., Silli, SH 786 = fr. 12 Di Marco, riportato da Athen. 1.22d.
39
Di Marco (1989, pp.142-143).
40
Così sospetta Fraser (1972, II, p. 471 n. 88), seguito con più convinzione da Cameron (1995, pp. 31-32);
cfr. Clayman (2009, p. 93).
41
Bing (2001, pp. 76-77): «these birds are unfledged, confined to the nest, unable to nourish themselves,
and thus dependent on their parent-bird».
42
Giambi 1 e 13 e inoltre i versi inziali degli Àitia.

13
Fausto Montana – La filologia ellenistica

1.2.5. È stato obiettato che l’influenza peripatetica non è sufficiente a spiegare l’origine
e le peculiarità del Museo alessandrino. L’unione così stretta e organica dell’istituzione
con il neonato potere monarchico lascia spazio al sospetto che l’interesse per la cultura
potesse essere strumentalizzato e coltivato come mezzo di propaganda politica. Il pa-
tronato dei re ellenistici si rifaceva, istituzionalizzandola, alla propensione delle aristo-
crazie greche di età arcaica e classica per la protezione di intellettuali e artisti, allo sco-
po di conseguire e riaffermare la reputazione e il prestigio personali e del proprio ghè-
nos.43 Inoltre, è possibile che la conformazione del Museo sul modello del Liceo atenie-
se fosse dettata da precise necessità politiche del primo Tolomeo, che, subito dopo
l’assunzione del potere monarchico, mostra di coltivare due preoccupazioni principali:
autolegittimarsi come sovrano di cultura autenticamente greca e vero erede di Alessan-
dro (che aveva avuto Aristotele come maestro)44 e del suo progetto imperiale; e istituire
un legame sostanziale e apertamente riconoscibile fra la minoranza greca ora dominante
in Egitto e la magnifica identità culturale greca del passato e del presente: un program-
ma cui il sovrano dette avvio convocando nella capitale scienziati e letterati da ogni
angolo del mondo greco, perché prestassero la propria opera nel Museo. È molto pro-
babile, insomma, che Tolomeo I e almeno i suoi due successori immediati aspirassero
alla leadership (e, in un certo senso, al monopolio) nell’àmbito della cultura greca in
un’ottica strumentale, per poter tanto più rivendicare – simbolicamente e di fatto – il
primato politico sul mondo ellenizzato.45 Questo potrebbe bastare a spiegare perché la
filologia rivestì ad Alessandria un ruolo così importante e organico per l’élite etnica e
politica dominante.46

1.2.6. Le motivazioni politiche dei Tolomei aiutano anche a comprendere il carattere


cosmopolita e panellenico del loro progetto culturale, come dimostra la provenienza di
molti intellettuali da regioni e città greche illustrate da lunghe e prestigiose storie cultu-
rali. Sappiamo che il Soter e il Filadelfo perseguirono un programma intenso e sistema-
tico di reperimento, reclutamento e trasferimento di talenti intellettuali.47 Le avances
mosse da Tolomeo I a Teofrasto e a Demetrio Falereo, così come la scelta di Filita e di
Stratone come tutori della famiglia reale, sono fatti rivelatori della speciale attenzione
riservata dal re alla selezione dell’intelligentsia greca (filosofi, scienziati e poeti). È
forse un caso, ed è pur tuttavia emblematico di una precisa disposizione culturale, che
alcune fra le più importanti personalità reclutate nel III secolo dai Lagidi provenissero
da aree che delimitavano i tradizionali confini geografici ed etnico-linguistici del mon-
do greco – tolta, a quanto pare, la Grecità occidentale:48 il poeta Alessandro dall’Etolia,

43
Nagy (1998).
44
Ellis (1976, pp. 161-162), ipotizza che, da ragazzo, il futuro Tolomeo I sia stato allievo di Aristotele a
Mieza verso il 342, quando faceva parte del corpo macedone dei Paggi reali di Alessandro; cfr. Ellis
(1994, pp. 4, 61). Sui Paggi: Heckel (1992, pp. 237-298).
45
Erskine (1995).
46
Murray (2008, p. 24).
47
Fraser (1972, soprattutto I, pp. 307-309).
48
Non ci sono elementi per poter parlare di un’attività filologica di Teocrito di Siracusa ad Alessandria.

14
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

Licofrone da Calcide nell’isola Eubea, Zenodoto da Efeso, Eratostene e Callimaco en-


trambi da Cirene. Il carattere cosmopolita del filellenismo culturale tolemaico può dun-
que essere ricondotto in parte alla situazione politica interna dell’Egitto, sottoposto
all’epoca a una forzata ellenizzazione e alle ambizioni di potere imperiale nutrite dalla
dinastia lagide per tutto il primo secolo della sua esistenza.49

1.2.7. I diversi fattori messi in luce dall’indagine storica e critica – l’interesse tolemaico
per i saperi; il patronato regio; l’autopromozione del potere e l’ideologia imperiale in
un mondo sottomesso all’élite militare macedone ed ellenizzato – indubbiamente
s’intrecciavano fra loro e contribuirono congiuntamente a ispirare la nascita del Museo
di Alessandria. Aspetti fattuali, mentali e simbolici cooperarono a costruire un soggetto
culturale eccezionale. E tuttavia, pur ammettendo che la comunità intellettuale greca
operante nel Museo fosse anzitutto funzionale a obiettivi d’immagine e di propaganda
del potere, non v’è dubbio che essa fosse anche concepita per essere, e fosse realmente,
un’entità non puramente statica e decorativa, ma vivace e dinamicamente impegnata a
produrre ricerca e nuova conoscenza in un ampio ventaglio di settori della scienza e
della letteratura. In altri termini, si può affermare che la metodologia epistemologica e
la griglia enciclopedica dei saperi così caratteristiche dell’impostazione aristotelica fu-
rono clonate ad Alessandria non soltanto perché utilmente sfruttabili nell’interesse del
potere, ma anche, o forse soprattutto, perché strumenti giudicati comparativamente ido-
nei ed efficaci nel cammino della conoscenza: e, per questo, furono scientemente prefe-
riti e prescelti.

1.3. La Biblioteca ‘universale’


1.3.1. Le attività del Museo alessandrino necessitavano di una grande biblioteca.50 A
parte l’influenza aristotelica, il modello di questa seconda impresa tolemaica può essere
riconosciuto nell’usanza, diffusa nel Vicino Oriente e nell’Egitto antichi, di custodire
collezioni di scritti in tombe, templi e palazzi reali.51 È un peccato che le fonti non ci
informino con precisione né dell’ubicazione della Biblioteca nel Brucheion, il quartiere
reale della città, né delle sue connessioni strutturali e operative con il Museo. Tolomeo
II, riprendendo e portando a compimento un’intuizione di suo padre, dotò il quartiere
reale di questo eccezionale strumento, forse assistito concretamente da Demetrio Fale-
reo.52 È impossibile determinare l’effettivo ruolo di Demetrio nell’impresa; si potrebbe

49
Erskine (1995, p. 45).
50
Studi generali sulla Biblioteca: Parsons (1952); Canfora (1990); El-Abbadi (19922); MacLeod (2000);
El-Abbadi – Fathallah (2008); Berti – Costa (2010).
51
Secondo Haikal (2008, p. 54), la Biblioteca tolemaica «must have been the equivalent of the pr md3t pr
‘3 or ‘House of Books of the [Pharaonic] Royal Palace’ with its scribes». Cfr. Pedersén (1998); Potts
(2004).
52
Dem.Phal. frr. 58A-66 Stork – Ophuijsen – Dorandi. Vd. soprattutto Fraser (1972, I, p. 314); Canfora
(1983, pp. 12-13). Demetrio avrebbe ricoperto la carica di primo bibliotecario già al tempo di Tolomeo I, a
parere di Collins (2000, pp. 82-114).

15
Fausto Montana – La filologia ellenistica

persino dubitare che la notizia del suo contributo sia un’invenzione tesa a nobilitare la
fondazione della Biblioteca.53 A favore dell’autenticità dell’informazione, è stato notato
che secondo una fonte il Falereo abbracciò il culto di Serapide, creato proprio dai To-
lomei forse nel quadro della loro politica di mutua integrazione fra Greci ed Egiziani.54
La connessione di Demetrio con la fondazione della Biblioteca e con il culto di Serapi-
de troverebbe una sintesi significativa nel fatto che nel Serapeo, il tempio di Serapide
fatto erigere nel quartiere alessandrino di Rhacotis da Tolomeo I e in seguito fatto re-
staurare da Tolomeo III Evergete (246-221), era ospitata una seconda biblioteca reale,
denominata «sorella» o «esterna», con evidente riferimento alla Biblioteca maggiore.55
Ad ogni modo il Filadelfo, a prescindere dal fatto se fu lui oppure no a fondare la gran-
de Biblioteca, e nonostante condividesse appieno l’ambizioso progetto concepito da suo
padre, appena salito al trono congedò Demetrio, giudicato colpevole di essersi schierato
per una diversa ipotesi di successione dinastica (il Falereo aveva parteggiato per un fi-
glio del Soter e di Euridice, sorella di Cassandro,56 ma il re aveva preferito invece il
figlio che gli aveva dato la seconda moglie Berenice, principessa di Cirene).57

1.3.2. Sappiamo che la Biblioteca era diretta da un capo bibliotecario. Una lista dei
direttori del III e del II secolo è restituita da un papiro rinvenuto a Ossirinco (P.Oxy.
10.1241: ci torneremo più avanti, vd. 1.5.1.). Alcuni di essi, come Zenodoto, Apollonio
Rodio e Aristarco, svolsero contestualmente anche il compito di istitutori della famiglia
reale, cosicché è naturale pensare che il direttore della Biblioteca non fosse designato
da altri che dal re in persona.
La funzione della Biblioteca, a quanto pare, fu fin dall’inizio di raccogliere le ope-
re di ogni tempo scritte (o tradotte) in greco. La nostra fonte più ricca sulla Biblioteca, i
Prolegomena de comoedia dell’erudito bizantino Giovanni Tzetzes (ca. 1110-1185),
attesta che i libri (rotoli di papiro) raccolti erano «tutti quelli dei Greci e di tutti gli altri
popoli e anche degli Ebrei»:58 un’affermazione senz’altro iperbolica, che probabilmente
va intesa nella sua seconda parte in riferimento a traduzioni in greco di opere non gre-
che giudicate particolarmente importanti, come ad esempio la Torah ebraica. Nel corso
dell’età ellenistica la collezione si incrementò costantemente, fino a raggiungere un pa-
trimonio di alcune centinaia di migliaia di libri. Tzetzes parla di 400.000 rotoli o volu-
mina «misti» (συμμιγεῖς) e di altri 90.000 «non misti» (ἀμιγεῖς)59 – non si deve dimen-

53
Honigman (2003, pp. 88-91).
54
Ellis (1994, pp. 55-56). Sul culto di Serapide: Tac., hist. 4.83-84; vd. Fraser (1972, I, pp. 246-249);
Stambaugh (1972, soprattutto pp. 6-13). Sulla politica tolemaica di integrazione culturale: Weber (2010).
55
Sulla Biblioteca «sorella»: Pfeiffer (1968, p. 102); Fraser (1972, I, pp. 323-324); El-Abbadi (2008).
56
Nagy (1996, p. 198).
57
Diog.Laert. 5.78 (Hermipp. fr. 69 Wehrli = FGrHistCont fr. 75) = Dem.Phal. fr. 1 Stork – Ophuijsen –
Dorandi. È possibile che Demetrio abbia collaborato ai progetti di Tolomeo I negli anni in cui il futuro
Tolomeo II era soltanto associato al potere imperiale (285-283): e.g. Canfora (1999, p. 15).
58
Io.Tz., Prolegomena, Prooemium II (XIa II, 32.16-17 Koster).
59
Io.Tz., Prolegomena, Prooemium II (XIa II, 32.9-11 Koster) = Dem.Phal. fr. 58B Stork – Ophuijsen –
Dorandi. Lo scholium Plautinum (ms. Vat. Lat. 11469, f. 181r), un’annotazione latina di epoca umanistica
derivata dalla testimonianza di Tzetzes, indica in Callimaco, a quanto pare erroneamente, la fonte di queste
cifre: Parsons (1952, pp. 108-112); Koster (1961); Pfeiffer (1968, pp. 48 n. 19, 175 n. 86, 184, 213-214).

16
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

ticare che non era infrequente che un’opera occupasse più di un rotolo 60 – e secondo lo
scrittore latino Aulo Gellio (II secolo d.C.) si raggiunse il numero eccezionale di
700.000 libri.61 Tzetzes informa che, nello stesso periodo, la Biblioteca «sorella» del
Serapeo arrivò a contenere 42.800 rotoli.62

1.3.3. Possiamo immaginare ragionevolmente che la formazione di una raccolta di libri


così imponente, sia pure distribuita nel tempo, fosse pianificata dai primi Tolomei come
missione comune di un team specializzato di eruditi. Il loro compito, intuitivamente,
doveva articolarsi di massima in tre fasi: inizialmente, reperimento e selezione di copie;
quindi, revisione e correzione dei testi, al fine di (ri)stabilirne l’autenticità, l’affidabilità
e la correttezza; infine, un continuo e rinnovato lavoro di edizione e riedizione, studio e
commento dei testi, con discussione e dialogo continui tanto fra colleghi del Museo
quanto, virtualmente, tra filologi ed eruditi di generazioni e appartenenze diverse, in
modo non dissimile da quanto accade nella comunità dei filologi dell’età attuale. Sul
secondo e sul terzo stadio di questo décalage operativo ci soffermeremo più avanti
(1.4). Occupiamoci adesso del primo.

1.3.4. Disponiamo di svariate notizie circa la strategia tolemaica di acquisizione libra-


ria per la Biblioteca, consistente in attività di importazione, copia e traduzione di vo-
lumi. Alcune fonti, che forse riflettono la propaganda stessa dei Tolomei, rappresentano
questo processo attraverso una galleria di aneddoti che rispecchiano l’autentica bulimia
libraria dei sovrani, in special modo del secondo e del terzo Tolomeo. Non deve sfuggi-
re che questa inclinazione ostentata – forse in parte millantata – per l’accaparramento di
tutti i libri disponibili si configura come un atteggiamento ‘imperialista’.63
Perlopiù i rotoli erano regolarmente acquistati nei rinomati mercati librari di Atene
e di Rodi.64 Una fonte attesta che il Filadelfo lanciò una plateale e sensazionale richie-
sta di rotoli «a tutti i re e potenti della terra», al fine di procurarsi testi di ogni genere.65
Altri libri erano procurati con metodi più discutibili (almeno in un’ottica moderna).
Per esempio, quando una nave attraccava a uno dei porti di Alessandria, tutti i libri che
vi si trovavano a bordo venivano sequestrati; una volta che erano stati ricopiati, gli ori-
ginali venivano incamerati nella Biblioteca e al loro posto ai legittimi proprietari veni-
vano consegnate le copie. La prassi era così frequente, che nella Biblioteca figurava un
intero fondo di libri classificato come «dalle navi» (ἐκ πλοίων). Un’astuzia dello stesso
genere è attribuita a Tolomeo III. Si racconta che il re ottenne in prestito da Atene, die-
tro pegno di quindici talenti d’argento, nientemeno che i famosi rotoli contenenti la rac-
colta completa dei drammi di Eschilo, Sofocle ed Euripide fatta redigere da Licurgo

60
Normalmente l’aggettivo συμμιγής è inteso qui nel senso di «contenente molte opere», e.g. Lloyd-Jones
(1990, p. 27), o «composto», e.g. Turner (1968, p. 102). A giudizio di Canfora (1993, p. 24), invece, esso
indica il rotolo «che, insieme con altri, concorre a formare un’unica opera».
61
Gell. 7.17.3.
62
Uno scetticismo radicale su queste cifre è espresso da Bagnall (2002).
63
Erskine (1995, p. 45).
64
Athen. 1.3b.
65
Epiph., De mensuris et ponderibus, PG 43.252.

17
Fausto Montana – La filologia ellenistica

durante la sua leadership nella città (338-326). A quel punto Tolomeo ne fece realizza-
re copie lussuose e, quindi, restituì agli Ateniesi le copie al posto degli originali, rinun-
ciando all’ingentissima caparra.66 L’aneddoto è eloquente non soltanto della bibliofilia
di Tolomeo, cioè della sua predilezione per i libri ‘originali’, ma verosimilmente anche
della sua sensibilità per la qualità testuale delle opere, nella consapevolezza che im-
mancabilmente il processo di copia introduce corruttele. Ne traiamo altresì una testi-
monianza della cosiddetta ‘ideologia alessandrina’, cioè dell’ossessione di impossessar-
si di esemplari librari canonici dei testi della letteratura antica.67

1.3.5. Un altro importante capitolo nella storia aneddotica della voracità tolemaica di
libri è rappresentato da traduzioni in greco di opere fondamentali scritte in altre lin-
gue, come quelle delle culture caldea, egiziana e romana;68 Plinio il Vecchio (I secolo
d.C.) dà notizia di una traduzione del corpus di Zoroastro.69 A questo scopo, i Tolomei
ingaggiarono molti esperti stranieri, «competenti sia della propria lingua sia di quella
greca».70 È chiaro che la traduzione in greco può essere considerata parte integrante del
progetto di ellenizzazione di culture straniere, che cela e insieme suggerisce la loro ap-
propriazione e sottomissione in chiave simbolica.71 Si deve sottolineare, al tempo stes-
so, la rilevanza filologica della traduzione interlinguistica: il processo di trasposizione
da una lingua a un’altra implica l’analisi, la comprensione e l’interpretazione del testo,
cioè funzioni intimamente affini alla costituzione e al commento dei testi letterari – le
due attività critiche principali della comunità di dotti del Museo alessandrino.

1.3.6. Una delle massime acquisizioni tolemaiche in questo campo è da ritenere la tra-
duzione in greco della Legge ebraica, o Torah, cioè i cinque libri iniziali della Bibbia o
Pentateuco, ad opera di una commissione di 72 Ebrei: si tratta del nucleo originario del-
la traduzione greca dell’intero Antico Testamento nota come Bibbia dei Settanta. La
fonte principale in proposito è un testo anonimo noto come Lettera di Aristea a Filo-
crate – che pare sia meglio denominare Libro di Aristea. Fu composto ad Alessandria
verso la metà del II secolo per un pubblico di Ebrei colti, allo scopo di illustrare e nobi-
litare l’origine della traduzione dei Settanta, che al tempo doveva essere caduta in di-
scredito a causa del pessimo stato testuale dei manoscritti. L’atteggiamento intellettuale
66
Sui libri «dalle navi» e sui rotoli ateniesi dei poeti tragici: Gal., In Hippocratis librum III epidemiarum
2.4, 17/1.606-607 Kühn = Aeschyl. test. 146 Radt = Soph. test. 157 Radt = Eur. test. 219 Kannicht. Vd.
Wenkebach (1936, pp. 79-80); Platthy (1968, pp. 118-119); Fraser (1972, I, pp. 480-481).
67
Nagy (1996, pp. 201-205), a giudizio del quale l’atto originario di questo imperialismo librario
tolemaico può essere stato l’acquisizione della presunta edizione aristotelica dell’Iliade, posseduta da
Alessandro Magno (Plut., Alex. 8.2); cfr. Honigman (2003, pp. 43-44). Scettico in proposito Sanz Morales
(1994, pp. 22-39).
68
Georg.Sync., Sel.chron. 516 Dindorf.
69
Plin., n.h. 30.2-4. Ermippo, allievo di Callimaco, compose un commentario, fornito di indici, alla
traduzione greca del corpus di Zoroastro: FGrHistCont fr. 57, con il commento di Bollansée (1999b,
soprattutto pp. 440-441).
70
Io.Tz., Prolegomena, Prooemium II (XIa II, 33.1 Koster).
71
Erskine (1995, p. 43); cfr. Canfora (1993, p. 21); Gruen (2006). Più in generale sull’atteggiamento dei
Greci verso le culture straniere, Momigliano (1975). Sull’ellenizzazione alessandrina perseguita con la
traduzione culturale di elementi della civiltà egiziana: Koenen (1993); cfr. Weber (2010).

18
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

sotteso al Libro è evidentemente affine a quello della critica testuale allora intensiva-
mente applicata alle opere della letteratura greca (soprattutto i poemi omerici) entro le
mura del Museo da talenti del calibro di Aristarco di Samotracia.72 Proprio a quegli an-
ni, del resto, sembra risalire il commento in greco di passi dell’Antico Testamento com-
posto forse ad Alessandria da Aristobulo, che si avvaleva del metodo allegorico antici-
pando così il tipo di esegesi biblica più tardi estensivamente praticata da Filone di A-
lessandria.73

1.3.7. Aristea, ufficiale di corte del Filadelfo e voce narrante del Libro, fa il resoconto
della missione diplomatica da lui condotta presso Eleazar, Sommo Sacerdote degli
Ebrei in Giudea, allo scopo di acquisire l’esemplare più autorevole della Legge ebraica
e ricavarne una versione greca affidabile da custodire nella Biblioteca reale di Alessan-
dria. Questa linea narrativa principale si intreccia con varie digressioni plasmate sul
racconto biblico dell’Esodo e concernenti la storia degli Ebrei, e in particolare della
loro comunità nell’Egitto ellenistico, fino alla liberazione dalla schiavitù per opera del
Filadelfo.74 L’antefatto dell’ambasceria, verso l’inizio del Libro, è una conversazione –
la cui storicità è altamente improbabile – fra Tolomeo II e Demetrio Falereo. Lasciamo
la parola all’autore del Libro di Aristea.75

[9] Quando Demetrio Falereo fu messo a capo della Biblioteca del re, fu dotato di
grandi mezzi perché raccogliesse, se possibile, tutti i libri del mondo. Facendoli
acquistare e ricopiare, per quanto ne era capace portò a compimento la consegna
del re. [10] Quando dunque in mia presenza gli fu domandato di quante decine di
migliaia di libri si trattasse, rispose: «Più di venti, sire. Farò in modo di acquisire
entro breve quanto manca, così da portare il totale a 500.000. Mi dicono che anche
i libri della legge degli Ebrei meritano di essere trascritti e inclusi nella tua Biblio-
teca». [11] «Bene», disse (il re), «che cosa ti impedisce di farlo? Tutto ciò di cui
hai bisogno ti è stato messo a disposizione». Demetrio disse: «Serve una traduzio-
ne. Nel paese degli Ebrei usano caratteri propri, allo stesso modo in cui gli Egizia-
ni hanno il loro sistema di scrittura, così come parlano anche una loro lingua. Si
pensa che usino la lingua siriana, ma non è vero, è di tipo diverso».

Alla richiesta del re di dare suggerimenti sulla trascrizione dei libri della Legge ebraica,
Demetrio preparò un memorandum in cui tra l’altro osservava:
76
[30] (…) essi sono in caratteri e in lingua ebraici e sono stati trascritti in modo
trascurato e non come si conviene, a quanto riferiscono gli esperti. Il fatto è che

72
Honigman (2003, soprattutto pp. 119-143); cfr. Niehoff (2011). Sulla fortuna e l’influenza dell’opera:
Canfora (1996). Sulla comunità ebraica di Alessandria in età ellenistica: Fraser (1972, I, pp. 54-58); Gruen
(1998), (2003), (2006), (2010); Kovelman (2005).
73
Sul rapporto fra esegesi biblica ebraica e filologia ellenistica: Siegert (1996).
74
Su questo secondo tema: Kovelman (2005, p. 131).
75
Libro di Aristea 9-11, 30-31, 38-39, 301-303 (= Dem.Phal. fr. 59 Stork – Ophuijsen – Dorandi, tranne
per i §§ 38-39).
76
«sono stati trascritti»: σεσήμανται nel testo greco, nel senso che si trattava di copie in lingua ebraica
tratte dalla Torah originale o ufficiale: Zuntz (1959, pp. 133-135); Honigman (2003, p. 48).

19
Fausto Montana – La filologia ellenistica

non hanno beneficiato delle premure di un re. [31] Bisogna che anche questi libri
entrino nella tua disponibilità con un testo stabilito accuratamente, perché questo
codice di leggi ha caratteristiche piuttosto filosofiche e incontaminate, come
un’opera di origine divina.

Tolomeo accolse il suggerimento di Demetrio. Scrivendo a Eleazar, il re espose le cir-


costanze della liberazione degli Ebrei sottomessi e poi avanzò la propria richiesta:

[38] Ora, poiché sono ansioso di mostrare la mia riconoscenza a questi Ebrei, a
quelli di tutto il mondo e a quelli che verranno in futuro, ho preso la decisione che
la vostra legge venga tradotta in greco dall’ebraico che è in uso presso di voi, af-
finché anche questi libri trovino posto nella Biblioteca accanto agli altri libri reali.
[39] Sarà una gentilezza da parte tua e un gesto di riguardo nei confronti del mio
desiderio, se sceglierai sei anziani per ciascuna delle vostre tribù, persone dalla vi-
ta nobile, esperti della vostra legge e capaci di tradurla, perché dal parere della
maggioranza si arrivi a scelte concordi, considerato che si tratta di una ricerca del-
la massima importanza. Sono convinto che dalla realizzazione di questa impresa
conseguirò grande fama.

Eleazar accettò e inviò tanto i volumi quanto i 72 esperti che, come leggiamo nella par-
te finale del Libro, furono condotti nell’isoletta di Faro prospiciente la costa di Ales-
sandria perché attendessero al loro compito con il massimo impegno, favoriti dal totale
isolamento. Assistiti da Demetrio, completarono il lavoro in 72 giorni.

[301] Tre giorni dopo, Demetrio li prese con sé, percorse l’argine di nove stadi sul
mare in direzione dell’isola, attraversò il ponte e avanzò verso settentrione, dove
fissò la sede dei lavori in una dimora allestita a questo scopo presso la spiaggia,
perfettamente rifornita e inserita in una cornice di tutta tranquillità. Qui invitò gli
anziani a occuparsi delle traduzioni, avendo a disposizione tutto ciò di cui potesse-
ro avere bisogno per il loro lavoro. Essi realizzarono ogni traduzione raggiungen-
do il consenso fra loro mediante discussioni. [302] Il risultato ottenuto consen-
sualmente fu così registrato in modo confacente sotto la direzione di Demetrio.
[303] Le sessioni di lavoro duravano fino all’ora nona. Poi interrompevano per
dedicarsi alla cura del corpo, disponendo in abbondanza di quel che più desidera-
77
vano.

1.3.8. Sulle implicazioni ideali e religiose di questo racconto, e su rilevanti aspetti con-
nessi come genere, scopo, destinatari e attendibilità storica del Libro di Aristea, si è
sviluppato un cospicuo dibattito critico.78 Qui interessa solo fino a un certo punto dare
risposta agli interrogativi che sono stati sollevati. Importa invece sottolineare che il Li-
bro documenta l’interesse tipicamente ellenocentrico dei primi Tolomei (o la ricezione
e posteriore rappresentazione di questo interesse) nei confronti di opere capitali di cul-

77
Il racconto è riassunto in forma molto succinta da Io.Tz., Proleg., Prooem. II (XIa II, 33.2-3 Koster).
78
A giudizio di Honigman (2003, pp. 105-118), l’interesse per una traduzione greca della Legge ebraica
nel III secolo si spiega in seno alla contesa fra Tolomei e Seleucidi per il controllo della Giudea, mentre
l’autore del Libro nel II secolo era interessato a (ri)accreditare l’affidabilità della traduzione dei Settanta.

20
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

ture non greche e di loro traduzioni realizzate con lo stesso scrupolo filologico che ca-
ratterizzava le edizioni di testi originali.79

1.3.9. L’esistenza della Biblioteca e del Museo, che attraversò e superò l’intera età elle-
nistica, si dipana per noi nell’opera di un’autentica schiera di personalità della filologia
alessandrina, di cui ci occuperemo nelle pagine che seguono (1.5). È il caso di toccare
qui, al termine di questa sezione, una questione ancora aperta e dibattuta, perché scar-
samente documentata: la vicenda post-ellenistica della Biblioteca e le circostanze della
sua fine. Secondo alcune fonti antiche, l’edificio fu distrutto accidentalmente, ma più
probabilmente solo ridimensionato, dalle conseguenze dell’incendio della flotta egizia-
na ancorata nel porto orientale di Alessandria al tempo della guerra alessandrina, quan-
do cioè Giulio Cesare incalzava Pompeo sulla costa dell’Egitto (48/47).80 Non possia-
mo dubitare che eruditi del calibro di Didimo, Teone e Trifone, attivi ad Alessandria in
età augustea, potessero ancora avvalersi nella città di un patrimonio librario considere-
vole.81 Inoltre Strabone, che visitò Alessandria verso l’anno 25, nel descrivere breve-
mente il sito del Museo, pur non menzionando la Biblioteca non fa alcun cenno a danni
arrecati al Brucheion da incendi devastanti. Gli studiosi, pertanto, tendono oggi a con-
venire sul fatto che la Biblioteca dovette sopravvivere almeno fino al 273 d.C., quando
l’imperatore Aureliano guidò i legionari all’assalto di Alessandria, dove si era rifugiato
Firmo, alleato di Zenobia regina di Palmira.82 Sembra invece destituita di ogni fonda-
mento la tradizione che attribuisce la distruzione della Biblioteca a un ordine impartito
a ‘Amr ibn al-‘Ās dal califfo ‘Umar al tempo della conquista araba di Alessandria (641
d.C.).83 Del resto, la scomparsa di entrambe le biblioteche di Alessandria, che dunque
con ogni probabilità va collocata nel III o nel IV secolo d.C., non causò affatto
l’estinzione della vita culturale della città, soprattutto in campo filosofico e scientifico,
che si protrasse almeno fino alla conquista araba, e anche oltre.84

1.4. Libri e filologia


1.4.1. È facile immaginare che l’enorme afflusso di libri nella Biblioteca abbia recato
con sé una grande quantità di seri problemi e la necessità inedita e non banale di ap-
prontare strumenti idonei per affrontarli e risolverli. Il sistema totalmente anarchico di
copia e circolazione delle opere manoscritte durante l’antichità offre la spiegazione più
naturale e intuitiva del fatto che gli eruditi attivi nella Biblioteca non potessero limitarsi
al solo reperimento di libri, ma dovessero farsi carico di un’attività complementare e
integrativa: prendersi cura dell’autenticità, dell’univocità e dell’affidabilità dei testi,

79
Cfr. §§ 30-31 del Libro, riportati sopra. Vd. Zuntz (1959); Honigman (2003, pp. 44-48).
80
Cherf (2008).
81
Fraser (1972, I, pp. 334-335). Vd. oltre, 2.3.
82
Canfora (1990); cfr. Lloyd-Jones (1990, p. 29); Ellis (1994, pp. 56-57); Empereur (2008).
83
Lewis (2008); Quassem (2008). Mojsov (2010) crede al contributo negativo della conquista araba.
84
Majcherek (2008). La Biblioteca «sorella» fu distrutta nel 391 d.C., nel contesto della rivolta cristiana
contro il Serapeo istigata dal vescovo Teofilo: El-Abbadi (2008).

21
Fausto Montana – La filologia ellenistica

eventualmente emendando le copie disponibili al fine di ripristinare la paternità, la cor-


rettezza e la forma genuina delle opere. D’altra parte, come attesta Galeno, medico e
filologo pergameno del II secolo d.C., πρὶν γὰρ τοὺς ἐν Ἀλεξανδρείᾳ τε καὶ Περγάμῳ
γενέσθαι βασιλεῖς ἐπὶ κτήσει παλαιῶν βιβλίων φιλοτιμηθέντας, οὐδέπω ψευδῶς
ἐπεγέγραπτο σύγγραμμα, «prima che i sovrani di Alessandria e di Pergamo si lanciasse-
ro nella gara di acquisizione di libri antichi, non esistevano opere falsamente attribui-
te».85 Se dobbiamo prestare fede a questa testimonianza, la spasmodica domanda di ro-
toli alimentata dalla bibliofilia e bibliomania dei Tolomei – e più tardi dalla dinastia
attalide a Pergamo – può essere annoverata tra le cause principali della prassi diffusa e
redditizia di falsificazione di opere letterarie.86

1.4.2. Nelle fonti antiche troviamo il termine διόρθωσις (diòrthōsis) a indicare


l’«emendazione» di testi al fine di ristabilire al meglio possibile la loro qualità origina-
ria rimuovendo errori, interpolazioni e falsificazioni. Il risultato di questa operazione
era la ἔκδοσις (èkdosis), l’«edizione», cioè il mettere a disposizione di altri il testo rite-
nuto buono di un’opera. Il concetto di «emendazione» filologica richiede di essere me-
glio precisato. Nell’atelier di scrittura o scriptorium, il compito usuale del διορθωτής
(diorthōtḕs, «correttore») consisteva nel sanare eventuali errori rispetto al modello in-
trodotti nel testo da lui stesso o da un altro scriba durante il lavoro di copia. Diversa-
mente, la diòrthōsis filologica aveva lo scopo di ripristinare la forma più genuina possi-
bile del testo: la correttezza, cioè, non della singola copia, ma dell’opera letteraria in sé,
risalendo il più possibile a monte della trasmissione testuale. 87

1.4.3. È argomento di discussione se per la diòrthōsis filologica gli Alessandrini prati-


cassero unicamente l’esercizio della congettura, dunque intervenendo sui testi soltanto
in base alla cultura e all’acume personali, o se invece si avvalessero (anche) del con-
fronto o collazione di copie diverse della medesima opera. È forse impossibile dare una
risposta univoca e valida per tutti i casi, ma un’idea possiamo farcela almeno per
l’antica filologia omerica. In quest’àmbito, la collazione di copie non solo è attestata,
ma doveva essere una prassi obbligata e inevitabile, a causa dello stato enormemente
vario e fluttuante della secolare tradizione testuale dei poemi, di cui circolavano edizio-
ni sia locali (πολιτικαί o κατὰ πόλεις) sia legate a singole personalità (κατ᾽ ἄνδρα: per
esempio l’edizione allestita dal poeta epico Antimaco di Colofone, nel V-IV secolo).88
Non c’è motivo, poi, per pensare che la diòrthōsis filologica si astenesse da una pratica
che rientrava anche fra gli umili compiti del diorthōtḕs di errori di scrittura.89

85
Gal., In Hippocratis de natura hominis 15.105 Kühn.
86
Sulla critica dell’autenticità nella filologia antica: Bühler (1977, pp. 49-53).
87
Nickau (1977, pp. 10-11); cfr. Montanari (2009b, p. 151), (2009d), (2011).
88
West (2001, pp. 50-72). Il tentativo di Valk (1963-1964) di ridimensionare come congetture di filologi
le varianti citate negli scoli omerici come lezioni delle edizioni delle pòleis è stato respinto dalle
argomentazioni di Citti (1966); cfr. Rengakos (1993, p. 74 n. 5); Nagy (1996, p. 147); Haslam (1997, pp.
69-74).
89
Montanari (2009b, soprattutto pp. 159-161). A parere di West (1998-2000, I, pp. VI-VIII), (2001, pp.
36, 67-72), invece, questa metodologia non fece la sua apparizione prima del II secolo con Callistrato
Alessandrino e Cratete di Mallo a Pergamo e, soprattutto, con Didimo nel I secolo.

22
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

È più semplice e frequente rinvenire casi di interventi testuali concepiti per conget-
tura, basati cioè sulla valutazione, da parte del filologo, di aspetti interni all’opera og-
getto di studio o di edizione. L’esperienza dei filologi alessandrini in questo campo li
portò a definire poco per volta un set di importanti criteri indiziari per l’individuazione
di corruttele sul piano del contenuto, come l’incoerenza, l’inappropriatezza (riconduci-
bile al principio di ἀπρέπεια, «inopportunità», le cui radici affondano nella riflessione
aristotelica),90 ripetizioni, passi eccentrici e non consoni con l’uso consueto di un dato
scrittore. Di qui si originò il precetto Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν, «spiegare Omero
con Omero», fondato sull’idea che oscurità e problemi sollevati da un testo letterario
possono essere spiegati anzitutto tenendo conto delle peculiarità stilistiche e poetiche
del suo stesso autore:91 una visione che, da un lato, ben si accorda con l’idea aristotelica
di autonomia, autosufficienza e autogiustificazione della poesia e dell’arte in genere;92
e, dall’altro, è emblematica del modo di procedere consueto dei filologi alessandrini,
portati a intrecciare e a far interagire la critica testuale e l’interpretazione letteraria.93

1.4.4. Un ramo della discussione critica odierna verte sugli aspetti concreti della prassi
emendatoria alessandrina e, dunque, sulle caratteristiche materiali dell’èkdosis. È
verosimile che l’edizione consistesse non tanto nell’allestimento di una nuova copia del
testo letterario costituito correttamente secondo le scelte del filologo, ma piuttosto
nell’annotazione di correzioni, e di brevi spiegazioni connesse, direttamente su una co-
pia già esistente del testo, adottata come strumento di lavoro. L’editore esprimeva poi
in modo più accurato le ragioni delle proprie scelte presentandole oralmente alla cer-
chia dei suoi colleghi e allievi (così probabilmente fece Zenodoto, il primo bibliotecario
alessandrino) oppure argomentandole per scritto in un ὑπόμνημα, cioè un pro memoria
o «commentario», composto su un rotolo a parte, separato dal testo letterario commen-
tato. L’ampio ed erudito hypòmnēma acquistò la massima importanza come strumento
critico-esegetico nella prima metà del II secolo, nell’àmbito dell’imponente lavoro filo-
logico di Aristarco. Questi riprese e perfezionò un efficace sistema di collegamento fra
testo letterario e commento, che si avvaleva di «segni» critici di richiamo (σημεῖα): lo
stesso segno era posto sia a sinistra della linea di testo interessata, nel rotolo contenente
l’opera letteraria, sia all’inizio della relativa spiegazione, nel rotolo che ospitava
l’hypòmnēma.94 Mentre l’hypòmnēma era un commento di tipo diatagmatico, tale cioè
che le parole o le frasi oggetto di spiegazione seguivano l’ordine in cui si presentavano
nell’opera commentata, il sỳngramma (σύγγραμμα) era uno studio sintagmatico, vale a
dire una monografia incentrata su un argomento specifico: in base alla forma consueta

90
Sulla categoria estetica e critica del πρέπον («l’appropriatezza»): Pohlenz (1933); Valk (1963-1964, II,
pp. 11-35); Schenkeveld (1970), con le successive messe a punto di Lundon (1998), (1999a), (1999b);
Nickau (1977, pp. 183-229).
91
Il detto è citato da Porfirio (III secolo d.C.), Quaestiones Homericae 1.11 (56.3-4 Sodano). Per il
dibattito sulla paternità della massima, tradizionalmente ritenuta aristarchea: Pfeiffer (1968, pp. 225-227);
Porter (1992, pp. 70-85); Montanari (1997d, pp. 285-286).
92
Porter (1992, soprattutto pp. 70-71 e 74-75).
93
Montanari (2004).
94
Sui sēmèia alessandrini: Ludwich (1884-1885, I, pp. 19-22); Gudeman (1922b). Sugli usi e
sull’evoluzione dei sēmèia nei papiri letterari dell’Egitto romano: McNamee (1992, pp. 8-25).

23
Fausto Montana – La filologia ellenistica

dei titoli, forse riconducibile a un uso peripatetico, i syngràmmata sono anche definiti
περὶ-literature, cioè scritti «strettamente inerenti» un punto specifico o un problema
circoscritto posti dal testo letterario.95 Un altro strumento tipico della filologia ellenisti-
ca era la compilazione di raccolte di parole (γλῶσσαι, «parole rare» o «poetiche», e,
con accezione più inclusiva, λέξεις, semplicemente «parole») che si riteneva necessario
o opportuno spiegare, in un’epoca di progressiva standardizzazione della lingua greca
diffusa nel mondo ellenizzato (koinḕ). È il caso di sottolineare come i primi passi della
glossografia, della dialettologia letteraria e della grammatica, mossi nel III secolo da
Filita di Cos e da filologi alessandrini, sembrano motivati in primo luogo dalla necessi-
tà di comprendere, emendare, attribuire e commentare opere letterarie di età arcaica e
classica, caratterizzate dalla varietà dialettale in funzione del genere di appartenenza –
mentre un interesse autonomo per i dialetti parlati sembra affacciarsi più tardi.96

1.4.5. Un’attività di spiegazione delle opere letterarie nel mondo greco data almeno
dall’epoca dei rapsodi e prosegue, in età classica, con sofisti, filosofi e altri intellettuali
(ce ne dà ottimi esempi Platone).97 L’‘edizione’ dell’Iliade che sappiamo essere stata
realizzata da Antimaco di Colofone deve essere considerata il punto di arrivo di rifles-
sioni e discussioni condotte sul testo omerico nei secoli precedenti.98 Osservando la
linea di sviluppo della filologia alessandrina si ricava l’impressione che nella fase ini-
ziale, nel III secolo e soprattutto con figure come Zenodoto e Aristofane di Bisanzio, a
prevalere sia stato il lavoro strettamente ecdotico; e che le edizioni abbiano iniziato a
essere accompagnate da estesi commentari eruditi, e lo siano state sempre più spesso, a
partire da un secondo momento, nel II secolo, soprattutto per impulso di Aristarco di
Samotracia. Se l’impressione coglie nel giusto, è verosimile che questo sviluppo sia
dipeso dall’accumulo progressivo nel tempo di conoscenze erudite e di prese di posi-
zione dei filologi del Museo, che imponeva messe a punto e discussioni sempre più ela-
borate e complesse ogni volta che si tornava a occuparsi della costituzione critica o del
commento di un passo testuale. Ma è altrettanto plausibile immaginare che la prevalen-
za delle edizioni nella fase più antica della filologia alessandrina corrisponda alle esi-
genze pratiche che si presentarono con più urgenza ai filologi via via che nella Biblio-
teca si andava ammassando un patrimonio librario tanto enorme per quantità quanto
eterogeneo e disordinato per tipo e qualità dei libri. La priorità dovette essere, allora e
per un certo tempo, mettere ordine in questa massa crescente e magmatica di testimoni
manoscritti e perseguire l’univocità testuale delle opere, spesso trasmesse in modo va-
rio e incongruo. La costituzione testuale delle opere letterarie, pertanto, per ragioni pra-
tiche e logiche inizialmente prevalse, almeno in termini quantitativi, sull’attività di
spiegazione e commento. Se è vero che la costituzione critica del testo implica conte-
stualmente un’azione interpretativa, cosicché edizione e spiegazione si illuminano a
vicenda e sono intimamente intrecciate e interagenti in uno scambio continuo e fecon-

95
Pfeiffer (1968, p. 146 con la n. 2).
96
Cioè nella tarda età ellenistica e in età imperiale: Pfeiffer (1968, p. 202); Cassio (1993b, soprattutto p.
81 con la n. 24).
97
Pfeiffer (1968, pp. 1-84).
98
Richardson (1975), (1992); West (2001, pp. 3-32); Cassio (2002).

24
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

do, sembra altrettanto vero però che l’attività esegetica formalizzò più lentamente
dell’ecdotica strumenti e metodi propri. Se la sintesi più matura fra le due componenti,
ecdotica e interpretazione, si realizzò ad Alessandria con Aristarco, nella prima metà
del II secolo, ciò poté avvenire perché allora la qualità testuale del patrimonio librario
della Biblioteca era, o appariva, sufficientemente stabile e consolidata.

1.4.6. Lo stato attuale della documentazione indica un interesse preferenziale dei primi
studiosi del Museo, e dunque dei loro patroni, per la poesia arcaica e classica. Le aree
apparentemente escluse nella prima fase, e cioè sia le opere in prosa sia la letteratura di
età ellenistica, o contemporanea, sembrano essere divenute oggetto di uno specifico
interesse filologico non prima del II secolo e in misura estensiva soltanto nel secolo
seguente, grazie all’opera di filologi alessandrini come Asclepiade di Mirlea, Didimo,
Artemidoro e suo figlio Teone.
Il più antico documento dell’interesse alessandrino per un’opera della prosa classi-
ca è un frammento di rotolo di papiro del III secolo d.C., contenente la conclusione di
un hypòmnēma al primo libro delle Storie di Erodoto accompagnata da una subscriptio
che attribuisce l’opera ad Aristarco (di Samotracia).99 Prima di Aristarco, del resto, nel-
la seconda metà del III secolo Aristofane di Bisanzio incluse parole tratte dalle opere di
storici e oratori nella sua raccolta lessicografica (Λέξεις).100 Alcune fonti, poi, attestano
che un contemporaneo di Aristarco, il grammatico Ellanico, operò un intervento di
anàgnōsis («lettura», nel senso di «divisione di parole») in un passo di Erodoto.101 Si
può aggiungere che un allievo di Aristarco, Dionisio Trace, verso la fine del II secolo
definì la grammatikḕ come «conoscenza empirica di ciò che viene detto correntemente
da poeti e prosatori», dunque accordando pari dignità ai due àmbiti per lo studio dei
fenomeni della lingua.102 Infine, sembra difficile che i commentari sugli oratori attici
composti da Didimo in età augustea rappresentassero un punto di partenza e non inve-
ce, come è spesso il caso per la produzione di questo infaticabile grammatico, il punto
di arrivo di una tradizione esegetica anteriore dai caratteri già definiti.103 Queste tracce
indicano, pertanto, che un interesse per la letteratura in prosa attraversa la filologia a-
lessandrina fin quasi dai tempi più antichi.104 Detto questo, non si può non rilevare co-
me un’attenzione indipendente e autenticamente filologica per la prosa dovette svilup-
parsi solo dopo quella per la poesia; e si può azzardare l’ipotesi che un incentivo in tal

99
P.Amh. 2.12. Vd. più avanti, 1.5.14.
100
Vd. oltre, 1.5.10.
101
Schol. Soph., Phil. 201 (357 Papageorgios); Suda ε 3753 = Hellanic. fr. 5 Montanari, su Hdt. 2.171.2;
cfr. Montanari (1988, p. 52).
102
Dion.Thr., Tèchnē grammatikḕ 1; cfr. Sext.Emp., S. 1.57. Vd. 2.2.4.
103
Del lavoro di Didimo sugli oratori abbiamo frammenti di tradizione indiretta (Schmidt 1854); inoltre,
P.Berol. 9780, resti di un rotolo del II secolo d.C., restituisce parti di un’opera Su Demostene concernente
passi delle or. 9-11 e 13 (vd. 2.3.3.). Per tradizione medievale si conserva un commentario di Apollonio di
Cizio (I secolo) al trattato ippocratico Sulle giunture: Schöne (1896); Kollesch – Kudlien (1965). Altri
papiri del II-III secolo d.C. documentano esegesi a prosatori rapportabile a una prospettiva post-ellenistica,
interessata a rintracciare nella prosa attica modelli di composizione: McNamee (2007, pp. 117-125).
104
Nicolai (1992, pp. 186-197, 271-275); Irigoin (1994, pp. 50, 54 e 88 [discussione con D.M.
Schenkeveld]).

25
Fausto Montana – La filologia ellenistica

direzione sia venuto dalla constatazione dell’utilità di osservare somiglianze linguisti-


che ed espressive e vere e proprie relazioni intertestuali correnti fra scritti in prosa e in
versi. Difatti, a fronte di una ricca documentazione dell’uso da parte dei commentatori
antichi di citare opere in prosa per spiegare passi poetici, è a partire dal II secolo che
cominciamo a disporre di un certo numero di esempi anche del fenomeno simile e con-
trario: per esempio, nel menzionato commentario a Erodoto, Aristarco allude al com-
battimento degli eroi iliadici e cita un trimetro giambico di un dramma perduto di Sofo-
cle; e il suo allievo Ammonio setacciò l’opera di Platone alla ricerca di omerismi, che
raccolse nello scritto Περὶ τῶν ὑπὸ Πλάτωνος μετενηνεγμένων ἐξ Ὁμήρου (I prestiti
omerici di Platone).105

1.4.7. Studi recenti hanno iniziato a mettere in luce anche un certo interesse per la let-
teratura contemporanea da parte dei filologi alessandrini del III-II secolo, cioè assai
prima che, nel I secolo, Artemidoro di Tarso formasse un corpus della poesia bucolica e
Asclepiade di Mirlea, Didimo e Teone componessero estesi commentari ai principali
poeti ellenistici. È vero che, secondo Quintiliano, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di
Samotracia esclusero i poeti loro contemporanei dal novero degli autori cui riservare
cure filologiche (Quint. 10.1.54): Apollonius (scil. Rhodius) in ordinem a grammaticis
datum non venit, quia Aristarchus atque Aristophanes, poetarum iudices, neminem sui
temporis in numerum redegerunt. Tuttavia non mancano testimonianze di un interesse
apposito e di una competenza critica specifica per la poesia ellenistica. In tal senso è
possibile interpretare la citazione di paralleli da Callimaco nell’esegesi aristarchea di
Omero.106 Di un’attività di spiegazione della poesia contemporanea, benché non stret-
tamente rapportabile ai filologi alessandrini, sono testimoni diretti un paio di papiri
molto antichi, databili entrambi tra la fine del III e l’inizio del II secolo e contenenti
rispettivamente l’anonima ‘elegia dell’ostrica’ e testi del terzo libro degli Àitia di Cal-
limaco, accompagnati da commento. 107 E in questo quadro si deve tenere conto, in
qualche modo, anche della speciale predilezione manifestata da Aristofane di Bisanzio
per il teatro di Menandro, da considerarsi a tutti gli effetti un ‘contemporaneo’. 108

1.4.8. Siamo così giunti a parlare del terzo e ultimo stadio dell’attività ordinaria dei fi-
lologi del Museo: l’interpretazione delle opere. Tra la fondazione delle istituzioni to-
lemaiche e la metà del II secolo, ad Alessandria la filologia raggiunse un grado di com-
plessità e sofisticazione professionale tale da risultare infine una vera e propria disci-
plina autonomamente strutturata e dotata di una propria tradizione di studi. Conceden-

105
Montana (2009a, pp. 166-170). L’interrogativo μόνος Ἡρόδοτος Ὁμηρικώτατος ἐγένετοA («soltanto
Erodoto fu omericissimo?»), posto retoricamente in Subl. 13 per dare rilievo allo stile omerico di Platone,
dimostra che alla fine dell’età ellenistica la constatazione della facies epica della prosa erodotea era un
luogo comune (cfr. Dion.Hal., Pomp. 3: Erodoto ποικίλην ἐβουλήθη ποιῆσαι τὴν γραφὴν Ὁμήρου ζηλωτὴς
γενόμενος) e che il confronto tra poesia e prosa si era consolidato (vd. Pfeiffer 1968, p. 224).
106
Montanari (1995), (2002b); scettico Rengakos (2000).
107
P.Louvre inv. 7733 verso, edito da Lasserre (1975); cfr. SH 983-984); e P.Lille 76d + 78abc + 82 + 84
+ 111c, edito da Meillier (1976); cfr. SH 254-265 = Callim. frr. 148, 151, 150, 152, 143, 153 Massimilla.
Su entrambi: Montanari (2002b, pp. 74-77).
108
Montana (2007).

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Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

doci una semplificazione, possiamo descriverne l’evoluzione in questi termini: dopo


una lunga fase iniziale destinata principalmente a reperire libri e a catalogare ed emen-
dare (diòrthōsis) scritti letterari, i filologi si trovarono finalmente nella condizione idea-
le di disporre di un patrimonio di opere criticamente edite (ekdòseis) e dunque sostan-
zialmente affidabili dal punto di vista testuale; allora completarono l’opera, dedicandosi
principalmente a perfezionare i risultati già raggiunti dai loro predecessori, cioè a pre-
disporre nuove edizioni ed estesi commentari allo scopo di rinnovare la spiegazione e
l’interpretazione critica ed estetica delle opere. In definitiva, se la filologia era nata co-
me lavoro di sistemazione e risanamento di una massa disordinata di libri e delle opere
letterarie in essi contenute, a un certo punto i ‘libri’ (intesi come edizioni) restituirono
il favore ricevuto, offrendosi come terreno attendibile per studi specializzati sulla forma
e sul contenuto delle opere.
Come più volte abbiamo anticipato, l’apice di questa parabola coincide grosso mo-
do con la figura e l’opera di Aristarco, attivo nella prima metà del II secolo. Appare non
poco paradossale, pertanto, che poco dopo la metà di quel secolo la filologia alessan-
drina incappasse in una inopinata battuta d’arresto per gli effetti della crisi dinastica del
145/4. Quell’anno coincise con la fine della direzione della Biblioteca da parte di Ari-
starco e con la fuoriuscita obbligata da Alessandria di un gran numero di intellettuali
del Museo, e dunque con il drastico ridimensionamento dell’istituzione tolemaica.
L’impatto di circostanze contestuali di questo tipo sulla cultura intellettuale deve essere
tenuto presente in modo adeguato, se si vuole comprendere il significato e il valore di
un’esperienza multiforme e complessa come quella della filologia alessandrina. 109

1.5. I filologi alessandrini110


1.5.1. Per la diadochḕ («successione») dei bibliotecari di Alessandria disponiamo di
più testimonianze antiche, purtroppo non univoche. Una lista è tramandata in un papiro
di Ossirinco del II secolo d.C., contenente una crestomazia storica e mitologica (P.Oxy.
10.1241, [fine col. I]-col. II 1-21):

[Ἀπολλώ]||ν[ι]ος Σιλλέως Ἀλεξανδρεὺς | ὁ [κ]αλούμενος Ῥόδιος Καλ|λ[ι]μάχου


γνώριμος· οὗτος | ἐγέGνGεGτGοG καὶ διGδGάGσGκGαGλGος τοGῦG | 5πρώτου βασιλέως· τοῦτον |
δ[ι]εδέξατο Ἐρατοσθένης, | μεθ᾽ ὃν Ἀριστοφάνης Ἀπελ|λοῦ Βυζάντιος καὶ
Ἀρίσταρ|χος· εἶτ᾽ Ἀπολλώνιος Ἀλεξαν|10δρεὺς ὁ <ε>ἰδογράφος καλούμε|νος· μεθ᾽
ὃν Ἀρίσταρχος Ἀρι|στάρχου Ἀλεξανδρεὺς ἄνω|θεν δὲ Σαμόθρᾳξ· οὗτος καὶ |
διδ[ά]σκαλος [ἐ]γGέGνGεG[το] τῶν | 15τοῦ Φιλοπάτορος τέκνων· | μεθ᾽ ὃν Κύδας ἐκ τῶν
λογχο|φ[ό]ρων· ἐπὶ δὲ τῷ ἐνάτῳ | [βα]σιλεῖ ἤκμασαν ἈμGμGώ|[νι]οGςG καὶ Ζηνό[δοτος]
καὶ Διο|20[κλ]ῆς καὶ Ἀπολλό[δ]ωρος γραμ|[μα]τικοί.

109
Sulle divergenti valutazioni moderne: Montanari (2004), (2009b, p. 160 n. 32).
110
Molti dei temi e delle personalità tratteggiati in questo paragrafo trovano spazio nelle voci del Lessico
dei Grammatici Greci Antichi on line (<http://www.lgga.unige.it>), diretto da Franco Montanari, Walter
Lapini, Lara Pagani e chi scrive.

27
Fausto Montana – La filologia ellenistica

[Apollo]||nio figlio di Silleo, di Alessandria, chiamato ‘Rodio’, allievo di Callima-


co; costui fu anche maestro del primo re. Gli succedette Eratostene, dopo il quale
ci furono Aristofane di Bisanzio, figlio di Apelle, e Aristarco. Poi Apollonio di
Alessandria, chiamato ‘il classificatore’. Dopo di lui Aristarco figlio di Aristarco,
alessandrino ma originario di Samotracia; questi fu anche maestro dei figli di (To-
lomeo IV) Filopatore. Dopo di lui Kydas del corpo dei lancieri. Al tempo del nono
re fiorirono i grammatici Ammonio, Zeno[doto], Dio[cl]e e Apollodoro.

Il frammento, per quanto prezioso, presenta inequivocabili errori e pone alcuni proble-
mi nel confronto con altre fonti, in particolare con le voci biografiche dei filologi con-
tenute nella Suda, il lessico enciclopedico bizantino del X secolo, risalenti al perduto
Onomatològos di Esichio di Mileto (VI secolo d.C.).111 Dato per scontato che nella par-
te iniziale perduta della lista del papiro Zenodoto figurasse come primo bibliotecario, il
problema più vistoso è la ripetizione del nome di Aristarco sia prima sia dopo quello di
Apollonio ‘il classificatore’. Se l’occorrenza sbagliata del nome di Aristarco è la prima,
allora la sequenza giusta dei bibliotecari è Eratostene-Aristofane-Apollonio ‘il classifi-
catore’-Aristarco.112 Secondo alcuni, tuttavia, la ripetizione sarebbe indizio di una cor-
ruttela più grave che coinvolgerebbe l’intero passo e la giusta sequenza andrebbe ripri-
stinata inserendo Apollonio ‘il classificatore’ fra Eratostene e Aristofane113. In assenza
di argomenti decisivi a favore di una soluzione o dell’altra, come linea-guida per la no-
stra esposizione ci atterremo alla prima ipotesi, che ha perlomeno il pregio di scaturire
da un intervento di correzione più moderato ed economico sul testo del papiro.

1.5.2. Il fatto di iniziare la trattazione delle singole personalità del Museo alessandrino
adottando a linea-guida la lista dei bibliotecari non deve essere motivo di fraintendi-
mento. Non c’è dubbio che la figura del bibliotecario in capo dovette esercitare un ruo-
lo fondamentale e decisivo nell’orientare e nel caratterizzare qualitativamente il lavoro
della Biblioteca: tanto più se – come sembra innegabile – gerarchicamente la sua posi-
zione e le sue scelte dipendevano a loro volta in toto dalla politica culturale dei sovrani
d’Egitto. In questo senso, è vero che la storia dei bibliotecari è una storia della Biblio-
teca. Non bisogna tuttavia sopravvalutare questo aspetto, adottandolo a schema sempli-
ficatorio di un quadro che doveva essere ben più articolato e complesso. Le istituzioni
culturali tolemaiche ospitavano un gran numero di studiosi che, al di là di qualsiasi di-
rettiva programmatica calata e governata dall’alto, formavano una comunità intellettua-
le selezionata e variegata, inevitabilmente ricca al suo interno di scambi e relazioni. La
cultura erudita alessandrina era il risultato di una somma di contributi individuali, tutti
– putativamente e con le debite differenze – di buon spessore medio. Basterà ricordare
che Callimaco, indiscutibilmente una delle personalità più importanti di tutta la cultura
alessandrina, pur operando all’interno della Biblioteca, a quanto consta non ricoprì mai
l’incarico di bibliotecario. La diadochḕ dei bibliotecari fornisce dunque un valido espe-
diente di descrizione storiografica della filologia alessandrina, a patto però che la trac-

111
Pfeiffer (1968, passim); Fraser (1972, I, pp. 330-333); Blum (1977, pp. 182-187).
112
Pfeiffer (1968, e.g. p. 172 con la n. 2); Fraser (1972, I, p. 332).
113
Blum (1977, pp. 185-186).

28
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

cia lineare non venga equivocata e scambiata per l’intero ‘edificio’, l’insieme architet-
tonico complesso.
Non possiamo sottovalutare il fatto che le fonti primarie di cui disponiamo per la
ricostruzione dell’‘edificio’ sono costituite da prodotti subletterari appartenenti a tradi-
zioni ripetutamente manipolate e rimaneggiate, come raccolte di scoli, lessici, trattati
grammaticali, sillogi di proverbi, che in linea di massima rispecchiano i ‘generi’ princi-
pali della cultura erudita ellenistica.114 Inoltre, continui ritrovamenti papiracei ci metto-
no a disposizione una quantità crescente di testimonianze dirette dell’erudizione diffusa
nell’Egitto ellenizzato di età romana e tardoantica, che consentono di apprezzare inte-
ressi e metodi nella lettura delle opere tanto da parte dei filologi quanto dei loro più
umili colleghi, i maestri delle scuole di cultura greca.115 Si tratta di prodotti subletterari,
strumenti di lavoro che, in quanto tali, erano soggetti a manipolazioni da parte dei pro-
pri ‘consumatori’ in funzione di esigenze e propositi sia pratici sia ideali. Pertanto, te-
stimonianze e frammenti pervenuti tramite opere esegetiche ed erudite di varia indole
ed epoca sono, in definitiva, il risultato di una selezione scaturita dalla somma di idio-
sincrasie diverse e stratificate. In presenza di una documentazione così lacunosa, com-
posita e fluida, l’odierna indagine sulla letteratura erudita deve orientarsi principalmen-
te a ridurre la naïveté di alcune tradizioni dall’apparenza semplicistica e pervenire a
ricostruzioni più dettagliate e sfumate di un’esperienza culturale così ricca e complessa,
a partire anzitutto dall’allestimento di edizioni critiche aggiornate e affidabili dei
frammenti testuali.
In quest’ottica, è necessario iniziare introducendo un correttivo alla prospettiva
che tradizionalmente ha governato la storiografia antica e moderna della filologia elle-
nistica. Si deve mettere in discussione cioè, come dicevamo, proprio l’idea che la storia
della filologia possa essere tracciata in modo lineare e statico come una catena di dia-
dochài («successioni»), definite positivamente dal rapporto di discendenza o filiazione
culturale secondo la linea maestro-allievo e negativamente sulla base di relazioni pole-
miche alimentate di dispute radicali e irriducibili. La linea delle successioni è uno stan-
dard strutturale degli antichi resoconti storiografici (basti pensare allo schema che rap-
presenta in termini di diadochài le successioni politico-militari ad Alessandro Magno,
oppure le serie dei filosofi che guidarono le principali scuole di pensiero, o scolarchi),
formalmente disegnato sul modello genealogico arcaico, di cui più aspetti sono ridi-
mensionati, da ricerche recenti, come rappresentazioni semplificate di realtà storiche
ben più articolate e complesse. In altre parole, le relazioni culturali e professionali fra
individui delle società intellettuali hanno finito per essere rappresentate come catene
lineari sulla base di criteri polari stereotipati del tipo ‘lealtà vs rivalità’, ‘continuità vs
opposizione’. Se si vuole conseguire una ricostruzione più credibile – cioè, verosimil-
mente, più mobile e dinamica – dei profili intellettuali e della loro sfera relazionale, due
àmbiti richiedono di essere approfonditi nelle fonti superstiti: da un lato, i reali rapporti

114
Montanari (1993a, pp. 235-259); Dickey (2007); Porro (2009). Sul rapporto fra l’esegesi antica e gli
scoli bizantini: Maehler (1994); Montana (2011a).
115
Su questa documentazione vd. MacNamee (2007) e i volumi dei Commentaria et lexica Graeca in
papyris reperta, Berlin-New York, in corso di stampa. Sulla formazione nell’Egitto ellenistico e romano:
Morgan (1998); Cribiore (2001).

29
Fausto Montana – La filologia ellenistica

fra allievi e maestri e fra grammatici ‘maggiori’ e ‘minori’, al di là della rappresenta-


zione tradizionale che vuole i primi in una posizione quasi invariabilmente ancillare
rispetto ai secondi, cioè pienamente schierati con le posizioni dominanti dei referenti
‘superiori’; dall’altro, la realtà storica e la vera consistenza del presunto rapporto di ri-
valità e di conflittualità fra le personalità più eminenti e i rispettivi seguiti, o ‘scuole’.

1.5.3. Nei primi tempi di esistenza della Biblioteca, il massiccio flusso di copie librarie
di varia qualità dovette porre immediatamente il problema della diòrthōsis dei testi. La
quantità di branche del sapere e di generi letterari implicati ispirò un’organizzazione del
lavoro basata sulla rigorosa ripartizione e assegnazione dei compiti a squadre di esper-
ti.116 Tolomeo II seppe escogitare argomenti convincenti, anche di tipo economico, per-
ché rinomati poeti greci come Alessandro Etolo e Licofrone di Calcide, poi inclusi fra
gli autori di tragedie noti come ‘Pleiade’,117 si trasferissero ad Alessandria e si dedicas-
sero alla revisione e correzione (διορθοῦν)118 di copie delle antiche opere drammatiche
ateniesi custodite nella Biblioteca, assistiti, pare, dal giovane Eratostene di Cirene
(che in seguito fu bibliotecario). Alessandro si occupò della tragedia e del dramma sati-
resco, Licofrone della commedia. Fra le opere erudite di Licofrone si ricorda uno scritto
Sulla commedia in almeno 9 libri,119 in cui erano prese in esame parole impiegate da
autori della commedia attica archàiā (V secolo)120 e, sembrerebbe, della mèsē (IV seco-
lo):121 l’opera inaugurava una linea d’indagine sul lessico che avrebbe goduto di una
fortuna notevole e duratura. La diòrthōsis di altri generi poetici, fra cui l’èpos omerico,
fu presa in carico da Zenodoto di Efeso, il primo bibliotecario. A Callimaco di Cirene
fu affidato il compito di redigere un repertorio di autori e opere raccolti nella Bibliote-
ca, che fruttò una gigantesca bio-bibliografia letteraria denominata Pìnakes («Tavole»).
L’esordio della filologia alessandrina ci viene dunque rappresentato dalle fonti
come un pianificato lavoro di squadra all’interno del Museo. Al di là della possibile
stilizzazione di questa immagine, si ha l’impressione che il progetto culturale concepito
dai Tolomei fungesse da fattore di amalgama del gruppo e si traducesse operativamente
nell’indicazione di obiettivi comuni e nella definizione pionieristica di una metodologia
critica condivisa dalle singole individualità (anche se questo, stando alle fonti, non im-
pedì che nascessero occasioni di aspra polemica e rivalità interpersonali).

116
Io.Tz., Prolegomena, Prooemium I (XIa I, 22.1-23.7 Koster) e II (XIa II, 31.1-32.4 e 33.22-25 Koster);
cfr. Anonymus Crameri II (XIc, 43.1-4 e 17-19 Koster). Sulla consapevolezza antica del sistema dei
generi: Rossi (1976, pp. 110-111).
117
Testimonianze e frammenti in TrGF I, rispettivamente 100 e 101 Snell. Su Alessandro alla corte del
Filadelfo: Magnelli (1999, pp. 10-11); cfr. Montanari (2009c, p. 412).
118
Questo è il significato più probabile del verbo διορθοῦν nel passo di Tzetzes. Altri intendono «mettere
nel giusto ordine» in senso bibliografico-classificatorio, sulla base dello scholium Plautinum (su cui vd.
sopra, n. 59), che recita: poeticos libros in unum collegerunt et in ordinem redegerunt. Vd. Pfeiffer (1968,
pp. 106-107).
119
Edizioni dei frammenti: Strecker (1884, pp. 2-6 e 23-78); Rutherford (1905, p. 417); Bagordo (1998,
pp. 35-36, 150: N. 63).
120
Lycophr. fr. 85 Strecker = 63 fr. 3 Bagordo (cfr. Pherecrates, fr. 101 Kassel – Austin).
121
Lycophr. fr. 13 Strecker = 63 fr. 1 Bagordo: Antiphanes, test. 8 Kassel – Austin.

30
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

1.5.4. Il primo a ricoprire il posto di bibliotecario fu dunque un allievo di Filita di Cos,


Zenodoto di Efeso (ca. 330-260). Definito dalle fonti come poeta e grammatico,122 ol-
tre che tutore della famiglia reale, non diversamente dal suo maestro, compose una rac-
colta di Glṑssai ordinate alfabeticamente123 e, forse, un’altra di Ἐθνικαὶ λέξεις (Parole
dialettali).124 Glossografia e dialettologia, come abbiamo visto, erano due àmbiti prati-
cati da Filita.125
Delle sue diorthṑseis delle opere di Esiodo, Pindaro e, forse, Anacreonte restano
pochi frammenti,126 mentre gli scoli omerici conservano ampia documentazione della
sua attività sul testo dell’Iliade e dell’Odissea.127 Si tratta in genere di interventi di cor-
rezione testuale, che non può sorprendere si rendessero necessari a causa della gran mo-
le di copie dei poemi affluite nella Biblioteca e della varietà di antiche ‘edizioni’ di
Omero in circolazione nel mondo greco. I papiri confermano che questa varietà e insta-
bilità dell’assetto testuale dei poemi, specialmente per quanto riguarda il numero dei
versi, perdurò fin verso la metà del II secolo, fin quando cioè il vaglio dei filologi ales-
sandrini non portò alla stabilizzazione di un testo criticamente costituito.128 Per cercare
di venire a capo del problema, Zenodoto mise a punto un metodo filologico che, sem-
bra, prevedeva da un lato il confronto delle varianti tramandate da copie diverse dei
poemi,129 dall’altro la valutazione di incongruenze di contenuto (ripetizioni o presunte
contraddizioni e sconvenienze) allo scopo di rintracciare i versi non autentici e di epu-
rarli, o eliminandoli con la cancellazione (οὐ γράφειν) oppure lasciandoli nel testo e
contrassegnandoli come meritevoli di espunzione (ἀθέτησις) mediante l’ὀβελός (lette-
ralmente «spiedo»), un σημεῖον consistente in un trattino orizzontale scritto nel margine
a sinistra del verso interessato. Non deve sfuggire il significato autenticamente filologi-
co della scelta di rivendicare uno spazio alla registrazione del dubbio, cioè alla condi-
zione intermedia fra l’accettare un testo tramandato e il rifiutarlo: l’editore non rinuncia
a lasciare traccia del proprio giudizio negativo, senza tuttavia precludere ad altri critici
la possibilità di farsi la propria idea e di assumere eventualmente una diversa posizione.
È un sistema che anticipa in embrione l’apparato delle moderne edizioni critiche.130
Si è molto dibattuto sulla forma materiale dell’èkdosis di Zenodoto. È probabile
che egli non apprestasse una nuova versione corretta del testo, ma prendesse come testo
base una copia già esistente che riteneva abbastanza affidabile e su di essa apportasse le
sue correzioni e annotasse i sēmèia.131 Non si ha notizia che Zenodoto affidasse la spie-

122
In Suda ζ 74 (cfr. SH 853) è detto ἐποποιός, «autore di versi», ma la notizia è dubbia.
123
Cfr. Pfeiffer (1968, pp. 115 con la n. 2, 195); Tosi (1994, p. 151).
124
Push (1890, p. 175). Latte (1925, pp. 154, 162-171) ritiene che la raccolta di Parole dialettali sia da
attribuire a un altro Zenodoto, più recente; cfr. Blum (1977, pp. 166-167).
125
Nickau (1972a, p. 40-43); Tosi (1994, p. 152).
126
Pfeiffer (1968, pp. 198-200); Nickau (1972a, pp. 38-39). Per Esiodo: Montanari (2009a, pp. 332-335).
127
Düntzer (1848).
128
Haslam (1997, pp. 69-74).
129
Una possibilità esclusa però da West (2001, pp. 33-45), (2002), secondo cui Zenodoto utilizzò come
copia di lavoro il testo omerico di tradizione rapsodica disponibile a Efeso al suo tempo.
130
Cfr. Pfeiffer (1968, p. 115).
131
Pfeiffer (1968, p. 110); Nickau (1972a, pp. 30-31); Nagy (1996, pp. 119-152); West (2001, pp. 33-45),
(2002); Montanari (2009b, pp. 143-154).

31
Fausto Montana – La filologia ellenistica

gazione dei suoi interventi testuali a commentari scritti132: anzi, contro questa possibili-
tà contrasta il fatto, documentato negli scoli omerici, che i grammatici posteriori doves-
sero ricostruire e interpretare le sue prese di posizione.133 È una ragionevole ipotesi che
molte sue puntuali argomentazioni contro o a difesa di lezioni presenti nella sua edizio-
ne omerica fossero esposte nelle Glṑssai;134 e altre potevano trovare posto in appositi
scritti monografici, come quello dedicato al problema dell’effettivo numero di giorni
della guerra di Troia coperti dalla narrazione iliadica.135 Rimane il fatto che ricostruire
le scelte e le ragioni di Zenodoto costituiva un serio problema già nell’antichità: il
grammatico alessandrino Tolomeo Epitete, nel II secolo, dedicò un’intera opera a indi-
viduare e, pare, a difendere dalle critiche di Aristarco le lezioni scelte da Zenodoto nel-
la sua edizione di Omero.136 Insomma, dal fatto che il primo bibliotecario di Alessan-
dria non abbia composto un vero e proprio commentario a corredo della sua edizione di
Omero dobbiamo desumere il carattere ancora largamente orale del lavoro ecdotico e
della trasmissione dei suoi risultati all’interno del Museo.137
Possiamo farci un’idea della notorietà e dell’impatto delle edizioni di Zenodoto
considerando che nella seconda metà del III secolo il poeta epico Riano di Creta le ten-
ne presenti quando realizzò le sue diorthṑseis dei poemi omerici138 e che esse esercita-
rono una certa influenza sull’opera poetica di Callimaco e di Apollonio Rodio. Se A-
pollonio in una monografia metteva in discussione alcune scelte ecdotiche di Zenodoto,
abbiamo motivo per credere che la sua èkdosis riscuotesse una buona considerazione
presso poeti e filologi di Alessandria.139 Completa il quadro l’aneddoto secondo cui il
poeta Timone di Fliunte, interpellato dal poeta Arato su quale fosse il miglior testo di-
sponibile di Omero, gli avrebbe consigliato di preferire «le copie antiche» (τοῖς
ἀρχαίοις ἀντιγράφοις), a quelle «già corrette» (τοῖς ἤδη διωρθωμένοις) – con evidente
allusione alle diorthṑseis zenodotee.140 L’aneddoto, al di là dell’avversione e dello scet-
ticismo di Timone per il metodo filologico,141 è una conferma della notorietà raggiunta
dalle edizioni omeriche di Zenodoto presso i contemporanei e del carattere di novità
che era ad esse riconosciuto nel panorama dell’usuale trasmissione dei poemi e delle
opere letterarie in genere.

132
Thiel (1992) e (1997) pensa che Zenodoto annotasse le proprie argomentazioni nei margini
dell’edizione.
133
Nickau (1977); cfr. Montanari (1998a), (1998b), (2002a), (2009b).
134
Nickau (1972a, pp. 39-40); Montanari (1993a, p. 266); Tosi (1994, p. 151).
135
IG XIV 1290 (Tabula Iliaca); cfr. Lachmann (1846); Pfeiffer (1968, pp. 116-117).
136
Ptol.Epith. test. 2 = fr. 1 Montanari, con Montanari (1988, pp. 83-85). L’omeristica di Tolomeo
comprendeva un Περὶ Ἰλιάδος (test. 3 e frr. 2-5 Montanari) e un hypòmnēma sull’Odissea (test. 1
Montanari); cfr. Pontani (2005, pp. 54-55).
137
Montanari (2009b, p. 154).
138
Edizione dei frammenti filologici di Riano: Leurini (2007); vd. La Roche (1866); Mayhoff (1870); Aly
(1920); Valk (1949, pp. 107-108); West (2001, pp. 56-58); Esposto (2008). Su Riano poeta filologo:
Castelli (1994).
139
Pfeiffer (1968, pp. 139-140, 146-148); Rengakos (1993, pp. 49-87, 169-170), (1994), (2001), (2002);
Montanari (1995), (2002b, pp. 59-64).
140
Diog.Laert. 9.113 (= Tim.Phl. test. 1 Di Marco). Vd. Pfeiffer (1968, p. 98); Fraser (1972, I, p. 450; II,
p. 650 n. 22).
141
Su Timone e la filologia zenodotea: Clayman (2009, pp. 107-108, 213-214).

32
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

1.5.5. Un allievo di Zenodoto ad Alessandria, Agatocle di Cizico, merita uno spazio in


questa trattazione a motivo della peculiarità del suo profilo intellettuale.142 Prevale
l’idea di identificare in un’unica persona questo grammatico e l’omonimo autore di uno
scritto di storiografia locale Su Cizico (Περὶ Κυζίκου).143 Dei frammenti di omeristica
ricondotti ad Agatocle, uno proviene da uno scritto miscellaneo intitolato Ὑπομνήματα
ed è riportato in uno scolio alle Argonautiche di Apollonio Rodio in relazione al pro-
blema della localizzazione della fucina di Efesto: un argomento compatibile con gli
interessi di storia locale dell’autore e che mostra l’impostazione erudito-antiquaria degli
Ὑπομνήματα.144 Degli altri tre frammenti grammaticali, due attestano l’inclinazione di
Agatocle per l’interpretazione allegorica dei problemi cosmologici posti dal testo ome-
rico, anticipando l’orientamento poi fatto proprio nel II secolo dal filologo pergameno
Cratete di Mallo;145 l’ultimo dimostra un’attenzione per la glossografia dialettale, che
può essere facilmente ricondotta all’insegnamento di Zenodoto.146 Storiografia e filolo-
gia da un lato, cura testuale e interpretazione allegorica dall’altro, ci appaiono come
binomi fruttuosamente operanti nello stesso grammatico e sollecitano una visione meno
schematica del modello intellettuale della cultura ellenistica.147

1.5.6. Da nessuna fonte, eccezion fatta per il poco affidabile scholium Plautinum,148
risulta che Callimaco di Cirene (ca. 310-240) abbia ricoperto la carica di bibliotecario
ad Alessandria, né che abbia realizzato edizioni o commenti di opere letterarie. Se gli
riserviamo un posto di primo piano in questa trattazione, è anzitutto per i suoi Πίνακες
in 120 libri, catalogo bio-bibliografico di autori di poesia e prosa greca e delle relative
opere custodite nella Biblioteca tolemaica. Il titolo completo è Πίνακες τῶν ἐν πάσῃ
παιδείᾳ διαλαμψάντων, καὶ ὧν συνέγραψαν (Tavole delle personalità eminenti in ogni
ramo del sapere e dei loro scritti).149 È possibile che il catalogo avesse una struttura per
generi letterari e che gli autori si succedessero in ordine alfabetico. Di ogni autore Cal-
limaco forniva informazioni sull’identità, la biografia e la produzione letteraria, pas-
sando in rassegna eventuali problemi di identificazione o genuinità delle opere; di que-
ste riferiva il titolo, l’incipit e dati sulle dimensioni. Nonostante una certa selettività
intenzionale dell’opera, che traspare nel titolo dal participio διαλαμψάντων («splenden-
ti», dunque «i più importanti»),150 l’insieme doveva risultare un eccezionale inventario

142
Suda π 3035 attesta la catena maestro-allievo Zenodoto-Agatocle-Ellanico-Tolomeo Epitete.
143
Carl Müller in FHG IV, p. 288 (n.); Felix Jacoby in FGrHist IIIb Kommentar, p. 372; cfr. Montanari
(1988, pp. 15-19). Edizioni: FGrHist 472; Montanari (1988, pp. 26-30, con commento alle pp. 31-42).
144
Schol. Ap.Rh. 4.761-765b: Agathocl. fr. 8 Jacoby = test. 4 e fr. 8 Montanari.
145
Agathocl. frr. 9 e 11 Jacoby = 9 e 11 Montanari.
146
Agathocl. fr. 10 Jacoby = 10 Montanari.
147
Montana (2006, p. 208), (2009a, pp. 177-178).
148
Su cui vd. sopra, n. 59. Tra i rari sostenitori della correttezza della notizia riferita dallo scholium
Plautinum vi è Blum (1977, pp. 177-191).
149
Suda κ 227.
150
Canfora (1993, p. 24).

33
Fausto Montana – La filologia ellenistica

critico della storia letteraria greca.151 Sappiamo di altri due Pìnakes callimachei di con-
tenuto più settoriale: la Tavola e inventario dei poeti drammatici in ordine cronologico
fin dall’inizio, verosimilmente basato sulle Didaskalìai aristoteliche,152 e la Tavola di
glosse e scritti (?) di Democrito, forse su neologismi del filosofo di Abdera.153 Interesse
lessicologico e propensione per il metodo classificatorio dovevano congiungersi nella
raccolta di Ἐθνικαὶ ὀνομασίαι (Nomi dialettali), forse un onomastikòn, cioè uno scritto
che raggruppava famiglie di parole ordinate non alfabeticamente (come era invece nelle
Glṑssai di Zenodoto), ma secondo la parentela semantica.154 All’àmbito della critica
letteraria dobbiamo ascrivere lo scritto A o Contro Prassifane, in cui Callimaco pren-
deva le difese della qualità estetica e scientifica del poema astronomico del suo con-
temporaneo Arato, contro le critiche espresse da Prassifane, allievo di Teofrasto. 155
Non possiamo concludere questo sintetico profilo della filologia callimachea senza
ricordare che essa si espresse in modo intenso e incisivo anche o soprattutto in termini
di erudizione linguistica e antiquaria filtrata nelle composizioni poetiche, in modo este-
so e programmatico nella raccolta degli Àitia.156 Dobbiamo poi sottolineare l’impulso
decisivo impresso da Callimaco al rinverdimento, nell’àmbito delle istituzioni tolemai-
che, della ricerca antiquaria e paradossografica di stampo peripatetico,157 in particolare
indirizzando il genere della biografia erudita al servizio dello studio e della compren-
sione delle opere letterarie.158 La testimonianza più concreta di questo ruolo fecondante
di Callimaco sono alcune figure di suoi allievi come il biografo Ermippo di Smirne, il
geografo Filostefano di Cirene e Istro detto ‘il callimacheo’, forse anche lui di Cirene,
esperto di antichità attiche.159

1.5.7. Tra gli allievi di Callimaco, alcune fonti annoverano pure un altro grande poeta
filologo, Apollonio Rodio (ca. 300-220).160 Originario di Alessandria,161 ancora al tem-
po di Tolomeo II Filadelfo succedette a Zenodoto nella guida della Biblioteca e nel
compito di educare il giovane principe, il futuro Tolomeo III Evergete.162 È un episodio
oscuro e dibattuto della carriera di Apollonio la sua rinuncia a questo ruolo prestigioso
e la partenza volontaria per l’isola di Rodi. Secondo due racconti biografici, per la veri-

151
Edizione dei frammenti: Pfeiffer (1949, pp. 344-349: frr. 429-453). Studi: Blum (1977); Pfeiffer (1949,
p. 349) e (1968, pp. 127-131); Fraser (1972, I, pp. 452-453).
152
Callim. frr. 454-456 Pfeiffer; 23 frr. 1-5 Bagordo.
153
Pfeiffer (1949, p. 350).
154
Callim. fr. 406 Pfeiffer. Pfeiffer (1968, p. 135); Tosi (1994, pp. 149-150).
155
Fr. 460 Pfeiffer.
156
Rengakos (1993), (2002); Tosi (1997a); Montanari (2002b, pp. 59-64).
157
Pfeiffer (1968, pp. 134-136); Fraser (1972, I, pp. 453-456).
158
Su origine e tipologia della biografia greca: Arrighetti (1964), (1987), (1994); Momigliano (1993).
159
Sui tre allievi di Callimaco: Jacoby (1954, pp. 618-627); cfr. Pfeiffer (1968, pp. 150-151). Su Istro:
Fraser (1972, I, pp. 511-512); Berti (2009). Su Ermippo: Bollansée (1999a); edizione dei frammenti:
Bollansée (1999b).
160
Soprattutto P.Oxy. 10.1241; Suda α 3419; vd. Callim. testt. 11a-19a Pfeiffer.
161
Strab. 14.655; P.Oxy. 10.1241; Suda α 3419.
162
Nella voce della Suda su Apollonio Rodio, là dove si afferma διάδοχος Ἐρατοσθένους γενόμενος ἐν τῇ
προστασίᾳ τῆς ἐν Ἀλεξανδρείᾳ βιβλιοθήκης, si fa confusione con Apollonio ‘il classificatore’: Pfeiffer
(1968, pp. 141-142); Fraser (1972, I, 330-332); Blum (1977, pp. 184-187).

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Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

tà non molto affidabili,163 il gesto fu la reazione alla delusione per la cattiva accoglienza
riservata a un’anticipazione pubblica (proèkdosis) del suo poema epico, le Argonauti-
che, e la ferita si rimarginò solo anni dopo, quando Apollonio fece ritorno ad Alessan-
dria e la sua opera poetica ormai conclusa riscosse il meritato successo. Tuttavia questo
racconto non convince, e sembra più verosimile che la partenza di Apollonio sia da
mettere in relazione con l’ascesa al trono dell’Evergete nel 246. La sposa del nuovo re,
Berenice, veniva da Cirene: e non sarà un caso che alla guida della Biblioteca fosse al-
lora designato il cirenaico Eratostene, allievo a quanto pare di un altro cirenaico illu-
stre, Callimaco.164
La compentenza filologica di Apollonio si esprime anzitutto proprio nelle Argo-
nautiche. La narrazione è intessuta di erudizione storica e letteraria e s’intreccia con
l’emulazione e l’interpretazione del modello di riferimento, la poesia omerica.165
L’esempio classico è offerto dal riecheggiamento nel verso finale delle Argonautiche
(4.1781 ἀσπασίως ἀκτὰς Παγασηΐδας εἰσαπέβητε, «con letizia siete approdati alle coste
di Pagase») di un verso del penultimo libro dell’Odissea (23.296 ἀσπάσιοι λέκτροιο
παλαιοῦ θεσμὸν ἵκοντο, «[Odisseo e Penelope] lieti recuperarono il diritto del loro anti-
co letto»), che probabilmente Apollonio riteneva e voleva indicare essere l’autentico
verso conclusivo del poema omerico: una tesi in seguito recepita da autorevoli filologi
alessandrini del calibro di Aristofane di Bisanzio e Aristarco.166
Nel campo dell’omeristica, Apollonio compose uno scritto specialistico Πρὸς
Ζηνόδοτον (Contro Zenodoto), in cui doveva confrontarsi con spirito critico con scelte
testuali e interpretative affidate dal suo predecessore alla recente e autoritativa edizione
dei poemi omerici depositata nella Biblioteca. Si ricordano poi un sỳngramma su Archi-
loco (Περὶ Ἀρχιλόχου)167 e alcuni lavori su Esiodo, nei quali Apollonio difendeva
l’autenticità dello Scudo di Eracle e respingeva quella della Ornithomantèia, cioè dei
versi che nella tradizione seguivano il v. 828 delle Opere e i giorni.168 L’interesse per la
poesia specialmente esametrica è l’evidente comun denominatore e il collante dei due
versanti complementari della personalità culturale di Apollonio, poeta e filologo: un
fruttuoso binomio, tipicamente alessandrino, ma che conosce un significativo preceden-
te in età classica nell’opera (per noi frammentaria, purtroppo) di Antimaco di Colofone,
poeta epico editore di Omero.169

163
Edizione: Wendel (1935, pp. 1-2). Vd. Mygind (2000, p. 272: N. 69).
164
Su questa connessione e sul suo significato politico-culturale: Pfeiffer (1968, pp. 141-142); Cameron
(1995, pp. 214-219).
165
Erbse (1953); Rengakos (1993), (1994), (2001), (2002); Fantuzzi (2000).
166
Lo scolio MaVX a Od. 23.296 parla di τέλος τῆς Ὀδυσσείας, un’espressione che alcuni hanno inteso
come «fine effettiva dell’Odissea» (e.g. Rossi (1968), (1976, p. 114 n. 3), altri nel senso (aristotelico) di
«compimento (dell’intreccio) dell’Odissea» (Gallavotti (1969); Erbse (1972, pp. 166-177); cfr. Eust.,
Comm.Od. 1948.49. In generale sulla questione: Pfeiffer (1968, pp. 175-177); Richardson (1994, pp. 21-
22); Pontani (2005, pp. 36, 49).
167
Athen. 10.451d.
168
Montanari (2009a, pp. 323-324, 335).
169
Pfeiffer (1968, p. 146).

35
Fausto Montana – La filologia ellenistica

1.5.8. Eratostene di Cirene nacque verso il 275170 o anche alcuni anni prima, se è vera
la notizia che ad Atene avrebbe ascoltato le lezioni del fondatore della scuola filosofica
stoica, Zenone di Cizio (morto nel 262/1),171 e visse fino all’età di ottant’anni.172 Iniziò
la sua formazione a Cirene con il grammatico Lisania e con Callimaco 173 e la perfezio-
nò ad Atene sotto la guida dello stoico Aristone di Chio e del platonico Arcesilao. Ad
Alessandria portò a maturazione il proprio vivace e versatile profilo intellettuale, for-
mando a sua volta brillanti allievi, fra i quali Aristofane di Bisanzio. 174 Gli studiosi
convengono sul 246 come l’anno della sua successione ad Apollonio Rodio nella carica
di bibliotecario, individuando nella salita al trono di Tolomeo III e della sua sposa, Be-
renice di Cirene, la congiuntura propizia per l’ascesa di un esponente dell’intelligentsia
cirenaica a uno dei ruoli-chiave della politica culturale dinastica. Si può immaginare,
sulla base del confronto con Zenodoto e Apollonio Rodio, che contestualmente Erato-
stene assumesse anche il compito di tutore del principe, il futuro Tolomeo IV.175
Filologo, scienziato e poeta,176 Eratostene realizza nella sua sola persona una sinte-
si enciclopedica che richiama per analogia il modello peripatetico del sapere (pur in
assenza di un impianto teoretico comparabile a quello aristotelico). Non stupisce, per-
tanto, che amasse definirsi φιλόλογος («uomo di sapere»), trovando limitante
l’appellativo γραμματικός («esperto nelle lettere»).177 Del resto, anche la sua definizio-
ne della γραμματική come «completa padronanza (ἕξις) delle lettere, cioè delle opere
scritte», chiarisce che neppure in questo campo Eratostene ammetteva mezze misure.178
Questa versatilità generosamente assecondata gli valse, o gli costò, alcuni ironici so-
prannomi (‘pentatleta’, ‘nuovo Platone’, ‘Beta’), che stigmatizzavano come egli non
primeggiasse in nessuno dei numerosi campi che coltivò.179
Resta traccia di due onomastikà di Eratostene che dai titoli, Ἀρχιτεκτονικός e
Σκευογραφικός, sembrano connessi con studi sulla commedia.180 I Γραμματικά erano
verosimilmente uno scritto miscellaneo.181 Sulle orme di Licofrone, Eratostene compo-
se un trattato Περὶ τῆς ἀρχαίας κωμῳδίας (Sulla commedia antica) in almeno 12 libri,182

170
Suda ε 2898 = Eratosth. FGrHist 241 test. 1.
171
Strab. 1.15 = Eratosth. FGrHist 241 test. 10. Scettico Pfeiffer (1968, p. 154 con la n. 3).
172
Suda ε 2898; Ps.-Luc., Macrobii 27.
173
Su Cirene come centro di cultura: Fraser (1972, I, pp. 786-789); Montanari (1993b, pp. 636-638).
174
Suda ε 2898.
175
Pfeiffer (1968, pp. 154-155).
176
Frammenti delle opere poetiche: SH 397-399. L’autore del Sublime giudica positivamente la sua elegia
intitolata Ērigònē (Sublim. 33.5 = Eratosth., Erig. test. 1 Rosokaki): cfr. Rosokaki (1995, p. 76).
177
Suet., gramm. 10 (Eratosth. FGrHist 241 test. 9): (L. Ateius) philologi appellationem assumpsisse
videtur, quia sic ut Eratosthenes, qui primus hoc cognomen sibi vindicavit, multiplici variaque doctrina
censebatur. Cfr. Pfeiffer (1968, pp. 156-159).
178
Schol.Vat. Dion.Thr., in GG I/3 160.10-11 Ἐρατοσθένης ἔφη ὅτι γραμματική ἐστιν ἕξις παντελὴς ἐν
γράμμασι, γράμματα καλῶν τὰ συγγράμματα. Matthaios (2011a); Pagani (2011, pp. 17-18 con la n. 3).
179
Suda ε 2898.
180
Eratosth. frr. 17 e 60 Strecker e inoltre Strecker (1884, p. 13) = 43 frr. 21-23 Bagordo.
181
Clem., Strom. 1.16.79.3.
182
I frammenti sono raccolti da Strecker (1884); Bagordo (1998, pp. 127-136: N. 43). Nel fr. 25 Strecker =
43 fr. 2 Bagordo, Eratostene critica aspramente Licofrone per l’interpretazione, a suo giudizio erronea, di
un neologismo di Cratino: Montana (in stampa).

36
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

che, a giudicare dai frammenti pervenuti, era incentrato sul linguaggio e sul dialetto
delle commedie della fase attica più antica (sono citati Ferecrate, Cratino, Aristofane,
Eupoli e, forse, Platone comico), 183 anche in riferimento a problemi di attribuzione e di
cronologia dei drammi. Per esempio, Eratostene porta ragioni linguistiche per negare
l’autenticità dei Minatori attribuiti a Ferecrate,184 nega validità storica all’aneddoto
dell’uccisione di Eupoli per mano di Alcibiade durante la traversata per mare da Atene
alla Sicilia nel 415185 e ricostruisce la cronologia relativa delle prime e seconde Nuvole
di Aristofane in rapporto al Maricante di Eupoli, spiegando così un’apparente contrad-
dizione cronologica delle Didascalie aristoteliche, segnalata come tale per errore da
Callimaco nei Pìnakes.186 Alcuni frammenti eratostenici concernenti testi lirici potreb-
bero avere trovato posto ancora nel trattato sulla commedia, nel contesto della discus-
sione di modelli poetici dei drammaturghi.187 Complice la verve polemica tipica della
personalità energica e vivace di Eratostene, questo sỳngramma esercitò un’influenza
decisiva sulla lessicografia posteriore, indirizzando gli studi sulla lingua della comme-
dia, inaugurati da Licofrone, più specificamente ad approfondire le caratteristiche pro-
prie del dialetto attico rispecchiato in questo genere letterario.188
La formazione filosofica di Eratostene trovò continuazione e culmine nei suoi studi
sulla storia del pensiero greco, uno dei cui frutti fu lo scritto Περὶ τῶν κατὰ φιλοσοφίαν
αἱρέσεων (Le scuole filosofiche). Ma l’àmbito nel quale si distinse fra i suoi contempo-
ranei fu quello scientifico, che era stato particolarmente incentivato dai Tolomei fin
dagli esordi della loro impresa culturale, fin da quando cioè il Soter invitò ad Alessan-
dria il peripatetico Stratone di Lampsaco, ὁ φυσικός. L’eccellenza di Eratostene si e-
spresse nei settori della cronologia, della geografia, della matematica e dell’astronomia
e meritò, emblematicamente, che Archimede di Siracusa le dedicasse il suo trattato Sui
teoremi meccanici.189 In questa sede non potremo menzionare se non per sommi capi le
principali acquisizioni di Eratostene in questi àmbiti del sapere.
Nelle Χρονογραφίαι stabilì la cronologia relativa di alcuni eventi storici e fissò da-
te-chiave per il periodo compreso fra il passato mitico e la morte di Alessandro Magno
nel 323: la caduta di Troia nel 1184/3, il ‘ritorno degli Eraclidi’ ottanta anni più tardi, le
prime Feste Olimpiche nel 776/5. Uniformò il sistema di datazione, adottando la lista
dei re spartani fino al 776/5 e, a partire da questa data, la successione quadriennale del-
le Olimpiadi, la cui efficacia universale era garantita dal carattere panellenico dei Gio-
chi; superando il localismo delle liste annalistiche precedentemente in uso, dispose e
concatenò in questa griglia eventi che interessavano l’intera storia greca.190 Nel secolo

183
Per Platone: Eratosth. 43 fr. 18 Bagordo. Vd. Montana (2012a, pp. 174-177); cfr. Perrone (2010, p. 91).
184
Eratosth. fr. 93 Strecker (= 43 fr. 5 Bagordo), cfr. fr. 46 Strecker. Sulla tendenza di Eratostene al
purismo attico nella critica della commedia: Tosi (1994, pp. 168-171).
185
Eratosth. fr. 48 Strecker (= FGrHist 241 fr. 19; 43 fr. 12 Bagordo). Vd. Storey (2003, p. 56).
186
Eratosth. fr. 97 Strecker (= 43 fr. 14 Bagordo), cfr. Callim. fr. 454 Pfeiffer. Vd. Storey (2003, p. 61).
187
Eratosth. fr. 136 Strecker (= FGrHist 241 fr. 44; 43 fr. 16 Bagordo), su Archil. fr. 324 West; fr. 101
Strecker, su PMG 735 Page (assegnato da Eratostene a Lamprocle).
188
Tosi (1994, pp. 187-189).
189
Sintesi di storia della scienza nell’Egitto dei Tolomei: Fraser (1972, I, pp. 336-446; pp. 409-415 su
Eratostene); Russo (2004).
190
Edizione dei frammenti: FGrHist 241 frr. 1-3 e 9-15.

37
Fausto Montana – La filologia ellenistica

successivo, di queste acquisizioni si avvalse Apollodoro di Atene per la composizione


dei suoi Chronikà, a loro volta una delle fonti della cronografia cristiana da cui dipende
gran parte della nostra conoscenza della cronologia storica antica. In un altro scritto, le
Ὀλυμπιονῖκαι (Le vittorie olimpiche), ricostruì una lista di vincitori di queste competi-
zioni, migliorando le liste esistenti.191
Il capolavoro delle ricerche scientifiche di Eratostene sono concordemente conside-
rati i Γεωγραφικά (Geografia), in tre libri, di cui molti frammenti sono conservati da
Strabone (età augustea).192 Uno degli elementi di novità di quest’opera rispetto a scritti
analoghi del passato consisteva senz’altro nel considerevole ampliamento degli oriz-
zonti e delle conoscenze geografiche, che metteva a frutto le immense conquiste realiz-
zate da Alessandro Magno. Un altro aspetto innovativo era l’approccio scientifico alla
materia. Può risultare familiare alla nostra sensibilità critica che, iniziando da Omero la
sua esposizione della storia della disciplina, Eratostene affermasse il carattere immagi-
nario e irreale dell’ambientazione dei racconti epici, nella convinzione che il fine della
poesia sia dilettare e non istruire.193 Era celebre, e dà un’ottima idea del suo atteggia-
mento razionalista, la sarcastica affermazione secondo cui «si potrebbero trovare i luo-
ghi delle peregrinazioni di Odisseo il giorno in cui si trovasse il cuoiaio che cucì l’otre
dei venti».194 Si tratta di una posizione che può suonare intonata con la svalutazione
platonica del valore educativo della poesia, e specialmente di quella epica; tuttavia per
Eratostene il centro dell’interesse era non la verità etica, ma la fenomenologia scientifi-
ca; inoltre, la sua prospettiva alleggeriva la poesia da una responsabilità epistemologica
e morale che non le spetta, sgombrando il campo dalla necessità di un’interpretazione
letteraria costantemente trincerata in assetto apologetico, tra l’altro facilmente confuta-
bile su base storica (come era o sarebbe stata, per esempio, l’allegoresi).195 Grazie al
vastissimo patrimonio di testi messo a disposizione nella Biblioteca, anche nei
Γεωγραφικά Eratostene poté approfondire problemi storici e cronologici: per esempio
fissando l’acmḕ di Omero un secolo dopo la presa di Troia e sostenendo la posteriorità
di Esiodo rispetto a Omero. Per primo applicò sistematicamente un metodo matematico
alla cartografia, arrivando a concepire e disegnare la rete di meridiani e paralleli terre-
stri e, nel Περὶ ἀναμετρήσεως τῆς γῆς (La misurazione della terra), calcolò la misura
della circonferenza del pianeta con mezzi matematici, fallendo il risultato esatto sor-
prendentemente solo di poche centinaia di chilometri.196 Questo genere di ricerche è
ritenuto decisivo perché la geografia, tradizionalmente legata nel mondo greco alle sfe-
re della storiografia e dell’etnografia, si volgesse in direzione della fisica e della mate-
matica e assumesse così le caratteristiche di una disciplina scientifica. Al tempo stesso,

191
FGrHist 241 frr. 4-8 e 9-15. Una lista del genere aveva compilato Ippia di Elide nel V secolo.
192
Edizione dei frammenti: Berger (1880); aggiornamento e commento: Roller (2010).
193
Strab. 1.15 (fr. I A 20 Berger) ποιητὴν γὰρ ἔφη (Ἐρατοσθένης) πάντα στοχάζεσθαι ψυχαγωγίας, οὐ
διδασκαλίας. Cusset (2008, pp. 126-127) assegna a ψυχαγωγία in questo contesto un’accezione positiva,
sulla base dell’uso platonico (socratico) del termine per una definizione della retorica (Phaedr. 261ac,
271c-272b).
194
Strab. 1.24 (fr. I A 16 Berger) τότ᾽ ἂν εὑρεῖν τινα, ποῦ Ὀδυσσεὺς πεπλάνηται, ὅταν εὕρῃ τὸν σκυτέα
τὸν συρράψαντα τὸν τῶν ἀνέμων ἀσκόν. Cfr. Eust., Comm.Od. 1645.64 (su Od. 10.19).
195
Pfeiffer (1968, pp. 166-167).
196
Russo (2004, pp. 273-277).

38
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

è sintomatico della prossimità di questo approccio scientifico agli sviluppi contempora-


nei della filologia che Strabone, tre secoli dopo, sia pure con intenzione critica e con
una punta di sarcasmo, definisca come una diòrthōsis la revisione eratostenica in termi-
ni matematici di convinzioni radicate nel pensiero geografico precedente.197 Un’opera
eloquente per comprendere questa unità e compenetrazione di cultura scientifica e filo-
logica in Eratostene sono i Καταστερισμοί (Costellazioni), a noi pervenuti in epitome
per tradizione medievale, in cui sono descritte le costellazioni celesti ed è esposta
l’origine mitologica dei loro nomi. Non può sfuggire l’affinità con l’operazione lettera-
ria e culturale compiuta da Arato, che nei Fenomeni aveva messo in versi il contenuto
del catalogo stellare realizzato dall’astronomo Eudosso di Cnido.198
In conclusione, la più antica scienza ellenistica trovò nel pensiero e nell’opera di
Eratostene un caposaldo fondante; e una storia della filologia antica deve riconoscere in
lui l’emblema perfetto della contiguità e della reciproca influenza di (poesia,) filologia
e scienza.199

1.5.9. La figura poliedrica di Eratostene, in effetti, stimola una riflessione sul rapporto
tra filologia e scienza nella cultura alessandrina ed ellenistica in genere. Nella sua Sto-
ria della filologia, improntata a una visione che potremmo definire ‘neo-umanistica’
secondo cui la filologia avrebbe avuto origine nella cultura poetica stessa, nascendo e
restando, in fin dei conti, affare di letterati, Rudolf Pfeiffer enfatizzò la novità ma anche
la singolarità del profilo culturale del φιλόλογος di Cirene. Questi rappresenterebbe, in
sostanza, un caso isolato di convergenza di interessi e metodi scientifici e filologici:
una idiosincrasia che niente avrebbe a che vedere con il precedente paradigmatico
dell’impostazione peripatetica della conoscenza.
È vero, del resto, che dal punto di vista moderno l’espressione più caratteristica
dell’abito mentale filologico si identifica nell’attività di editare criticamente, studiare e
commentare un’opera letteraria, specialmente di poesia. L’alleanza tra filologia elleni-
stica e poesia può essere descritta come un atteggiamento metapoetico e autoreferen-
ziale, attivo in due direzioni. Nel mondo greco antico, l’attività intellettuale di applica-
zione di metodi filologici alla poesia (poeti che fanno i filologi) non raramente convis-
se con l’incorporazione della filologia all’interno della poesia (filologi che fanno i poe-
ti): vi fu una tendenza dell’interpretazione critica e della poesia a incontrarsi e a fonder-
si insieme. I poeti stessi, divenendo esperti ed editori delle proprie opere come di quelle
altrui, plausibilmente sono stati riconosciuti come poeti-filologi, nella misura in cui, da
un lato, possedevano competenze storiche e filologiche, orientate retrospettivamente
verso la comprensione della poesia del passato e l’eredità culturale della civiltà greca e,
dall’altro, si prefiggevano un obiettivo pragmatico, rivolto prospettivamente a
(ri)costruire e fondare una nuova poesia sostanzialmente valida per il loro presente.200

197
Strab. 1.62 ἐν δὲ τῇ δευτέρᾳ πειρᾶται διόρθωσίν τινα ποιεῖσθαι τῆς γεωγραφίας, «nel secondo (libro)
cerca di fare una revisione critica della geografia».
198
Edizione commentata dei Καταστερισμοί: Pàmias – Geus (2007).
199
Pfeiffer (1968, pp. 152-153, 155-156, 167-168); cfr. Jacob (1992); Tosi (1998); Geus (2002); Cusset
(2008).
200
Fantuzzi in Fantuzzi – Hunter (2004, pp. 25-26).

39
Fausto Montana – La filologia ellenistica

Non c’è affatto da stupirsi, dunque, che Pfeiffer vedesse nella poesia il brodo di coltura
della filologia antica.201
Non si deve trascurare, tuttavia, che filologia e letteratura non appartengono a ca-
tegorie intellettuali precisamente sovrapponibili, né tantomeno assimilabili. A ben
guardare, la filologia non può neppure essere considerata un genere a tutti gli effetti,
con propri contorni ben definiti all’interno del sistema letterario.202 Essa è piuttosto un
tipo di approccio metodologico che scaturisce da un’attitudine razionale alla realtà. Si
richiede una distinzione più sottile e appropriata, per isolare la tradizione che durante
l’età ellenistica prese forma come una disciplina intellettuale autonoma comprendente
gli studi sulla letteratura203 entro il più generale impulso critico e analitico che ricono-
sciamo sotteso a molte branche del sapere. La connessione tra poesia e filologia fu sol-
tanto un aspetto della produttività intellettuale ufficialmente alimentata e sponsorizzata
dai sovrani ellenistici. Se prendiamo atto di questo, ci troviamo a dover ribaltare la vi-
sione della letteratura come habitat privilegiato della filologia, e a sostituirla con
un’idea di quest’ultima come espressione di un habitus intellettuale di natura raziona-
lista o scientifica.204 Quando si applicò a materie naturali e fattuali, questa attitudine
caratterizzò campi culturali diversi che andavano ben al di là della filologia testuale,
come l’indagine storiografica, geografica e antiquaria o la ricerca scientifica in senso
proprio.205 Riconoscere che la filologia ellenistica incarna l’applicazione alla letteratura
di un approccio che ebbe ampia validità per la conoscenza tout court, potenzialmente in
vista di un sapere di tipo enciclopedico, significa, in definitiva, recuperare sul piano
concettuale l’impronta peripatetica (filosofico-scientifica) del suo codice genetico.206
E difatti – per tornare a Eratostene – se allarghiamo lo sguardo dalla singola perso-
nalità del filologo-scienziato di Cirene al complesso della politica culurale e delle isti-
tuzioni erudite dei Tolomei, constatiamo come un fatto totalmente ordinario e quotidia-
no che scienziati e filologi risiedessero sotto lo stesso tetto del Museo e attendessero ai
rispettivi compiti all’interno della Biblioteca, assecondando un organico piano pro-
grammatico che per molti aspetti ricorda l’enciclopedismo specialistico della scuola di
Aristotele. Possiamo rovesciare, cioè, la prospettiva proposta da Pfeiffer e affermare
che, semmai, fu Eratostene a incarnare in modo spettacolare nella propria persona indi-
viduale la sintesi dei saperi connaturata e perseguita strutturalmente e organicamente
nelle istituzioni tolemaiche. Si tratta, del resto, di una sintesi di cui si reperiscono tracce
anche al di fuori dell’opera di Eratostene, ad Alessandria come altrove,207 e che trova

201
Pfeiffer (1968, passim, e.g. 3 e 88); critici Wilson (1969) e Rossi (1976).
202
Sluiter (2000a, soprattutto p. 199).
203
Pfeiffer (1968, p. 3).
204
Rossi (1976, p. 115) identifica il nucleo della filologia come ‘ansia di ricerca’. Russo (2004, p. 223)
osserva che «the Hellenistic linguistic notions […] constitute an important aspect of the scientific
revolution» e «Stoic semantics [che aprì la strada all’osservazione scientifica e alla definizione sistematica
dei fenomeni linguistici in età ellenistica] is none other than an aspect of the same revolution in thought
that led also to science».
205
Montanari (1993b, pp. 632-635); Bonanno (2000, pp. 211-212). Sugli storici-filologi: Montana (2009a);
cfr. Dettori (2000a, pp. 49 con la n. 159, 50-52).
206
Fraser (1972, I, pp. 313-316).
207
Mette (1952, pp. 62-64); Montanari (1993b, p. 635).

40
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

un corrispettivo molto importante nella nota inclinazione di certa poesia alessandrina a


perseguire il realismo esattamente coniugando scienza ed erudizione.208 Per limitarci a
qualche esempio, Bacchìo di Tanagra, contemporaneo di Eratostene, fu medico e lessi-
cografo, editore e commentatore di Ippocrate. Nel secolo seguente, anche Zeussi
l’Empirico commentò Ippocrate e fu particolarmente attivo nel reperire scritti di medi-
cina da far acquisire alla Biblioteca.209 Il filologo Tolomeo Epitete, l’avversario di Ari-
starco che si occupò dell’èkdosis omerica di Zenodoto, fu autore di un’opera sulle ferite
corporali nei poemi omerici che sembra essersi posta a metà strada fra medicina e filo-
logia.210 E basterà citare ancora almeno un altro aristarcheo, Apollodoro di Atene, vero
erede nel II secolo dell’enciclopedismo di Eratostene fra Alessandria e Pergamo, e il
poliedrico filosofo Posidonio di Apamea, attivo a Rodi nel secolo seguente. Ve n’è ab-
bastanza per credere che occasioni di scambio e osmosi tra le due sfere non mancarono
né restarono isolate nella cultura ellenistica e alessandrina, ma, al contrario, contano
molti esempi che attendono di essere esplorati in modo più accurato e approfondito.

1.5.10. Il successore di Eratostene alla guida della Biblioteca, Aristofane di Bisanzio


(ca. 265/257-190/180), apre la stagione più matura della filologia alessandrina. Figlio di
un ufficiale dell’esercito trasferitosi da Bisanzio ad Alessandria, Aristofane sarebbe
stato allievo di Zenodoto (secondo una notizia antica che si scontra però con la crono-
logia), di Callimaco, di Eratostene e inoltre del poeta comico Macone, di Dionisio
Giambo e di un certo Eufronida. Nominato bibliotecario all’età di 62 anni, tenne
l’incarico fino alla morte. Dovrebbe risalire a questo periodo l’episodio, se la notizia
risponde al vero, della sua detenzione nel carcere di Alessandria per avere progettato di
‘disertare’ preferendo al patronato di Tolomeo V Epifane la protezione di Eumene II, re
di Pergamo dal 197, allora impegnato nella fondazione di proprie istituzioni culturali.211
Non stupirebbe che questa storia fosse un’invenzione, funzionale del tutto o in parte
alla convenzionale rappresentazione del rapporto fra Alessandria e Pergamo a partire
dall’inizio del II secolo in termini di aspra e ostile rivalità politica e culturale.
Tra i frutti dell’operato di Aristofane nella Biblioteca si deve citare anzitutto un
contributo nel campo pinacografico, cioè della catalogazione critica del patrimonio li-
brario tolemaico, intitolato ȆȡާȢ IJȠީȢ ȀĮȜȜȚȝȐȤȠȣ ʌȓȞĮțĮȢ, cioè (Aggiunte) ai (piutto-
sto che Contro i) Pìnakes di Callimaco. Si trattava di un aggiornamento del grande in-
ventario biografico e bibliografico nel quale cinquant’anni prima Callimaco aveva cen-
sito e discusso un’enorme quantità di questioni di genuinità, attribuzione, classificazio-
ne di opere letterarie.212

208
Zanker (1987, pp. 113-131).
209 Su Bacchìo: Staden (1989, pp. 484-500), (1992). Altri lessici ippocratici composero Senocrito di Cos
(contemporaneo e conterraneo di Filita), Filino di Cos e il poeta Euforione di Calcide. Su Zeussi:
Deichgräber (1930, p. 221: fr. 343); Staden (1989, p. 481 con la n. 4).
210
Ptol.Epith. test. 1 Montanari; cfr. Montanari (1988, pp. 81-83), (1993b, p. 634).
211
Suda Į 3936, s.v. ਝȡȚıIJȫȞȣȝȠȢ (Ar.Byz. test. 1 Slater).
212 Ar.Byz. frr. 368-369 Slater; cfr. Callim. fr. 439 Pfeiffer e Pfeiffer (1949, p. 349: dopo Callim. fr. 453);

Bagordo (1998, pp. 44-45, 88: N. 15 frr. 1-3). Per fare un esempio, Aristofane vi avanzava dubbi sulla
genuinità dello Scudo attribuito a Esiodo (Argumentum Scuti): cfr. Montanari (2009a, p. 336).

41
Fausto Montana – La filologia ellenistica

L’àmbito nel quale Aristofane rappresenta un punto di svolta nella storia della filo-
logia ellenistica è l’edizione dei testi. Egli seppe mettere a frutto e valorizzare con ap-
porti originali la ricca e articolata attività di diòrthōsis della poesia epica, lirica e
drammatica svolta nei decenni precedenti, assicurando agli eruditi alessandrini edizioni
testuali nuove e più affidabili, che presto si affermarono per la loro indiscussa autorevo-
lezza.213 Nella sua edizione dell’Iliade adottò una posizione ancora più prudente e più
conservativa di Zenodoto rispetto ai passi di autenticità discussa, abbandonando la
prassi di non scrivere i versi maggiormente sospetti e scegliendo di contrassegnare an-
che questi con l’obelòs. Fra le innovazioni in direzione di una maggiore acribia critico-
testuale va ricordata anche l’introduzione di due nuovi sēmèia di significato testuale ed
esegetico: l’asterìskos (ἀστερίσκος, «stellina»: ※), per segnalare i versi ripetuti, e la
coppia sìgma-antìsigma (σίγμα: c; ἀντίσιγμα: ), per indicare due versi consecutivi di
uguale contenuto, dunque fra loro intercambiabili. Significativi progressi furono conse-
guiti da Aristofane anche nella notazione di segni lezionali, utili cioè a una corretta let-
tura, come spiriti, accenti e punteggiatura. 214
Nel campo della lirica si occupò di Alceo, Anacreonte e Pindaro, in quello della
poesia drammatica abbiamo notizie per Sofocle, Euripide, Aristofane e probabilmente
Eschilo.215 La sua dichiarata ammirazione per la mìmēsis poetica di Menandro216 , unita
ad altri indizi, lascia supporre che egli abbia nutrito un interesse filologico per questo
autore, che possiamo considerare grosso modo un suo ‘contemporaneo’.217 Edizioni e
studi di Aristofane dovettero contribuire in modo incisivo alla definizione di «canoni»
(τάξεις) di autori e opere (poi denominati ἐγκριθέντες, «scelti», e πραττόμενοι, «tratta-
ti» cioè «in uso») e alla loro classificazione per generi. Nel campo della melica, per e-
sempio, si affermò una selezione di nove poeti: Pindaro, Bacchilide, Saffo, Anacreonte,
Stesicoro, Simonide, Ibico, Alceo e Alcmane.218 Questo genere di sistemazioni esercitò
importanti effetti nel bene e nel male tanto sulla prassi scolastica, a livello di adozione
delle opere nei programmi di studio, quanto sulla trasmissione dei testi antichi nei seco-
li a venire.219
È oggetto di dibattito se dobbiamo ad Aristofane il ripristino del layout metrico o-
riginale della lirica antica.220 I testi della poesia melica monodica e corale e le parti can-
tate dei drammi attici, cioè, venivano ricopiati nei nuovi rotoli non più ignorando la

213
Nonostante la notizia che attribuisce ad Aristofane la preferenza per un ordinamento dei dialoghi di
Platone per trilogie anziché per tetralogie (Diog.Laert. 3.61-62), si deve escludere che egli abbia curato
un’edizione degli scritti del filosofo: Pfeiffer (1968, pp. 196-197). La testimonianza potrebbe provenire,
piuttosto, dal Πρὸς τοὺς Καλλιμάχου πίνακας: Carlini (1972, pp. 18 ss.), (1977, p. 353).
214
Pfeiffer (1968, pp. 178-181). I frammenti della filologia omerica di Aristofane sono repertoriati da
Slater (1986, pp. 175-203).
215
Pfeiffer (1968, pp. 192-194); Wartelle (1971, pp. 143-161); Montanari (2009c).
216
Ar.Byz. test. 7 (= Men. test. 83 Kassel – Austin) e 9 Slater = 15 frr. 11-12 Bagordo: Pfeiffer (1968, pp.
190-191); Cantarella (1969, pp. 189-194).
217
Montana (2007).
218
E.g. A.P. 9.184.
219
Pfeiffer (1968, pp. 203-208); cfr. Nicolai (1992, pp. 251-265, 275-296).
220
La notizia si ricava da un’interpretazione di Dion.Hal., comp. 156 e 221, contestata però da Tessier
(1995, pp. 1-34).

42
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

struttura metrica, come spesso era stato in passato, ma regolarmente scanditi in kṑla,
cioè negli elementi ritmici associati dai poeti in sequenze, a formare unità metriche più
ampie.221 Le fonti attribuiscono ad Aristofane un trattamento di questo tipo per la poe-
sia di Pindaro, che egli avrebbe corredato di appositi sēmèia di scansione metrico-
testuale: la korōnìs (κορωνίς, la silhouette stilizzata di una «piccola cornacchia»), trac-
ciata nel margine a sinistra del testo, divideva i componimenti l’uno dall’altro; la parà-
graphos (παράγραφος), un tratto orizzontale segnato a sinistra del testo nell’interlinea
fra un verso e un altro, distingueva le strofe di uno stesso componimento; per l’edizione
dei canti di Alceo, inoltre, è attestato l’uso dell’asterìskos al posto della korōnìs per
separare due componimenti consecutivi di metro diverso.222 Benché una parte della cri-
tica ritenga che per il recupero della colometria dei testi lirici i filologi alessandrini si
avvalessero direttamente di partiture musicali utilizzate dagli esecutori contempora-
nei,223 in tutta franchezza siamo lontani dal poter documentare che tale possibilità si sia
verificata in modo generalizzato e sistematico: ciò che possiamo constatare, e allo stato
attuale dobbiamo presumere anche per Aristofane, è l’interazione solo episodica fra la
tradizione musicale-performativa degli esecutori e quella testuale-libraria dei filologi.224
In particolare per la colometria delle parti liriche della tragedia, Aristofane potrebbe
avere trovato un ausilio significativo nella copia ufficiale dei drammi di Eschilo, Sofo-
cle ed Euripide fatta allestire da Licurgo ad Atene nei decenni finali del IV secolo e poi
acquisita e custodita nella Biblioteca alessandrina;225 ma anche questo non è più che
un’ipotesi.226
Nell’ottica del filologo alessandrino, l’analisi metrica dei testi era funzionale alla
classificazione per generi dei componimenti lirici. Caratteristiche metriche, genere di
appartenenza, estensione dei testi erano condizioni diverse e concomitanti di cui tenere
conto nell’organizzazione strutturale delle ekdòseis, in considerazione dei limiti di ca-
pienza ordinaria dei rotoli di papiro. È per questo che, nell’edizione alessandrina com-
pleta delle liriche di Saffo in 9 libri, i primi tre libri erano ordinati secondo un criterio
metrico (il primo, per esempio, conteneva le poesie in strofi saffiche, per un totale di
1320 kṑla). L’opera di Alceo era suddivisa in 10 libri sulla base del contenuto (canti
politici, simposiali, erotici e così via)227 o di affinità tematiche più blande, nonché in
rapporto a presunte vicende della biografia dell’autore trasposte nei componimenti.228
Per fare un altro esempio, le liriche di Pindaro erano distribuite in 17 libri a seconda del

221
Disposizioni colometriche di testi melici sono attestate per l’epoca anteriore ad Aristofane di Bisanzio
in papiri di Saffo, Stesicoro, Sofocle ed Euripide: Pöhlmann (2007, p. 105 n. 9); e sono state ipotizzate per
papiri di Pindaro da Tessier (1995) e D’Alessio (1997); cfr. Rutherford (2001, pp. 301-302, 336-338);
Prauscello (2006, p. 84 n. 260); Battezzato (2008, p. 145); Tessier (2010, pp. 13-16).
222
Hephaest., Ench. 2 (73.16-74.14 Consbruch); cfr. Porro (1994, pp. 222-226).
223
Fleming – Kopff (1992).
224
È la conclusione di Prauscello (2006). Cfr. Pöhlman (2007, p. 106).
225
Fleming – Kopff (1992, p. 763).
226
Prauscello (2006, p. 10).
227
Porro (1994, pp. 5-6).
228
Liberman (1999, pp. XLVIII-LXI).

43
Fausto Montana – La filologia ellenistica

genere di appartenenza: inni, peani, ditirambi, prosodi e così via, fino agli epinici, sud-
divisi a loro volta per sede dei giochi (Olimpiche, Pitiche, Istmiche, Nemee).229
A quanto pare, Aristofane affidò i risultati delle sue ricerche e l’argomentazione
delle sue scelte ecdotiche non a hypomnḕmata, di cui non abbiamo notizia,230 ma a nu-
merose monografie o syngràmmata e ad altri strumenti di tipo diverso. Nel Περὶ τῆς
ἀχνυμένης σχυτάλης esaminava un unico passo di un componimento di Archiloco, su
cui in precedenza si era soffermato Apollonio Rodio nel Περὶ Ἀρχιλόχου.231 A questio-
ni inerenti al teatro comico erano dedicati scritti come Περὶ προσώπων (Sui personag-
gi),232 Περὶ τῶν ᾽Αθήνησιν ἑταιρῶν (Sulle etere ateniesi)233 e Παράλληλοι Μενάνδρου
τε καὶ ἀφ᾽ ὧν ἔκλεψεν ἐκλογαί, probabilmente una raccolta di coppie di passi poetici,
affini per senso o per forma, tratti da opere di Menandro e di altri autori più antichi di
lui.234 Un prodotto erudito tipicamente aristofaneo sono le sue sintetiche introduzioni ai
drammi attici o ὑποθέσεις («soggetti»): brevi testi premessi all’edizione dell’opera, che
riportano notizie sulla prima rappresentazione, sull’ambientazione, sui personaggi e
sulla trama: parte di questi materiali rimangono, sia nei papiri sia nei manoscritti me-
dievali, variamente rimaneggiati e riutilizzati.235 Questo genere di erudizione letteraria,
apparentemente secondario, non deve essere sottovalutato, in quanto trae ispirazione da
due solidi approcci critici diversi ma convergenti: l’indagine antiquaria peripatetica sul-
le rappresentazioni teatrali (si pensi alle Didascalie aristoteliche) e sulle trame dei
drammi (μῦθοι, cui Aristotele nella Poetica assegna un ruolo fondamentale per la valu-
tazione estetica delle opere);236 e lo spirito di ricostruzione, sistemazione e classifica-
zione erudita che contrassegnava la più antica ricerca pinacografica alessandrina.237 Le
due istanze operano congiuntamente in altri àmbiti della filologia aristofanea, come gli
studi sull’impiego letterario di proverbi ed espressioni di sapore proverbiale (Proverbi
non metrici, in quattro libri; Proverbi metrici, in due libri), le cui radici affondavano
nell’interesse aristotelico per la sapienza paremiografica,238 e lo scritto paradossografi-
co Περὶ ζῴων (Sugli animali), epitome di fonti peripatetiche sull’argomento. 239
Che l’attribuzione, la costituzione critica e l’interpretazione dei testi letterari trag-
gano grande beneficio dagli studi sul vocabolario degli autori era ampiamente dimostra-

229
Ar.Byz. frr. 380A e 381 Slater. Irigoin (1994, pp. 45-49).
230
Un hypòmnēma aristofaneo a Omero, tuttavia, è ipotizzato da Slater (1986, pp. 205-210).
231
Ar.Byz. fr. 367 Slater.
232
Ar.Byz. fr. 363 Slater = 15 fr. 4 Bagordo.
233
Ar.Byz. frr. 364-366 Slater = FGrHist 347 fr. 1 = 15 frr. 5-9 Bagordo; Montana (2006, p. 214).
234
Ar.Byz. fr. 376 Slater = 15 fr. 10 Bagordo = Men. test. 76 Kassel – Austin; Montana (2007, pp. 257-
258).
235
Pfeiffer (1968, pp. 192-196); Meijering (1985); Rossum-Steenbeck (1998); Montanari (2009c).
236
Non è un caso che il precedente più significativo delle hypothèseis aristofanee siano state, secondo una
dibattuta testimonianza di Sesto Empirico (Math. 3.3), le ὑποθέσεις τῶν Εὐριπίδου καὶ Σοφοκλέους μύθων
composte alla fine del IV secolo dal peripatetico Dicearco di Messina. Vd. in proposito Montanari (2009c,
pp. 384-390).
237
La convergenza dei due aspetti è sottolineata da Pfeiffer (1968, pp. 192-193); cfr. Montanari (2009c,
pp. 399-401).
238
Ar.Byz. frr. 354-362 Slater. Sulla paremiografica peripatetica: Tosi (1994, pp. 179-182). Sugli studi
aristofanei in questo campo, in rapporto alla tradizione peripatetica: Tosi (1993), (1994, pp. 182-187).
239
Ar.Byz. fr. 377 Slater.

44
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

to dagli studi sul lessico compiuti da Licofrone, Callimaco ed Eratostene. Aristofane


non trascurò questo versante della ricerca, strettamente legato al lavoro editoriale, e
raccolse i risultati delle sue investigazioni nelle Λέξεις.240 Questa cospicua compilazio-
ne lessicografica, di cui la tradizione indiretta conserva centinaia di frammenti, si apri-
va con la sezione Sulle parole che sono sospettate di non essere state usate dagli anti-
chi, una raccolta di glosse la cui antichità (cioè la cui appartenenza al lessico degli au-
tori classici) era oggetto di discussione.241 Alcune sezioni erano ordinate per aree se-
mantiche (Nomi di età, Nomi di parentela etc.), forse come nelle Ἐθνικαὶ ὀνομασίαι di
Callimaco,242 e fornivano spiegazioni su forma, dialetto, evoluzione, significati, attesta-
zioni letterarie dei termini. Correttezza lessicale e specificità dei dialetti, dunque, ci
appaiono come terreni privilegiati dell’indagine lessicologica aristofanea. L’interesse
per i dialetti rimonta all’indietro alla linea erudita che da Filita attraverso Zenodoto ar-
riva ai maestri di Aristofane, Callimaco e Dionisio Giambo.243 L’attenzione specifica e
forse preferenziale per il dialetto attico accomuna Aristofane a Eratostene, benché il
primo dimostri un atteggiamento più moderato e possibilista del secondo.244 In questa
evoluzione riconosciamo l’antefatto, purtroppo ancora molto oscuro e lacunoso per noi,
del fenomeno di elezione e prescrizione del dialetto attico per la composizione lettera-
ria, o atticismo, che prenderà piede nel mondo di lingua greca a partire dal I secolo. 245
Fu probabilmente la consuetudine con fenomeni e anomalie della lingua, sia lette-
rari sia d’uso,246 a guidare l’attenzione di Aristofane sul ripetersi di alcuni meccanismi
flessionali. Questo tipo di osservazione linguistico-grammaticale non costituiva una
novità. Dopo le prime riflessioni sulla lingua in àmbito filosofico e retorico nel corso
dell’età classica, al principio dell’età ellenistica i primi Stoici Zenone e Crisippo si era-
no interessati alle forme e ai processi linguistici e avevano definito categorie e una ter-
minologia specializzata di cui si hanno riflessi nella filologia alessandrina del III-II se-
colo.247 Gli Stoici sottolineavano l’esistenza, e affermavano la piena cittadinanza nella
lingua, di fenomeni di anomalia e di uso corrente (συνήθεια, lat. consuetudo): un orien-
tamento che nel corso del II secolo avrebbe fortemente influenzato i filologi attivi a
Pergamo.248 L’interazione fra studio lessicale e critica dei testi, che abbiamo visto ope-

240
Ar.Byz. frr. 37-336 Slater.
241
Ar.Byz. frr. 1-36 Slater. A parere di Slater (1976, pp. 236-237), in questa sezione Aristofane aveva un
atteggiamento ‘antipuristico’, cioè contestava la posizione di quanti consideravano ‘moderne’ (e dunque
meno pure) alcune parole greche più rare e inusuali. Più sfumata la posizione di Tosi (1994, pp. 155-162 e
202-205 [discussione con D.M. Schenkeveld]).
242
Wendel (1939a, p. 508); cfr. Tosi (1994, pp. 166-167).
243
Dionisio compose un Περὶ διαλέκτων, in cui discuteva esempi presi dai dialetti parlati (Athen. 7.284b).
244
E.g. Ar.Byz. fr. 36 Slater attesta una posizione sull’uso attico di εὐθύ meno rigida di quella espressa da
Eratostene nei frr. 46 e 93 Strecker: Slater (1976, p. 240); cfr. Tosi (1994, p. 169 con la n. 47).
245
Ar.Byz. frr. 337-347 Slater sono rubricati come Ἀττικαὶ λέξεις. Aggiornata bibliografia sulla questione
della possibile influenza alessandrina sull’atticismo: Ascheri (2010, pp. 127-128 con la n. 10). Sul
rapporto tra la lessicografia aristofanea e l’Antiatticista, lessico di età imperiale che propugna un atticismo
moderato in opposizione agli estremismi professati dal grammatico Frinico (II secolo d.C.): Alpers (1981,
p. 108); Tosi (1994, pp. 162-166), (1997b).
246
Pfeiffer (1968, p. 202).
247
E.g. Schenkeveld (1994); cfr. Matthaios (2001), (2002).
248
Sluiter (2000b).

45
Fausto Montana – La filologia ellenistica

rante nel lavoro dei più antichi filologi, muove per Aristofane verso l’osservazione e la
descrizione empirica di aspetti formali del linguaggio, come alcune caratteristiche ri-
correnti dell’inflessione nominale e verbale e la tendenza alla regolarità linguistica o
analogia (ἀναλογία: una constatazione in seguito tradotta dal suo allievo Aristarco in
principio pragmatico).249 Aristofane sembra essersi interessato a questi aspetti con in-
tento non speculativo né tantomeno prescrittivo, ma solo descrittivo, essenzialmente in
un’ottica strumentale per gli scopi della costituzione e dell’interpretazione dei testi let-
terari. Tuttavia, le sue osservazioni in questo campo contribuirono ad aprire la strada al
costituirsi della grammatica come disciplina autonoma nelle generazioni di filologi
immediatamente successive alla sua.250
Quanto dicevamo della posizione di Aristofane nella storia della filologia alessan-
drina in rapporto all’attività di diòrthōsis ed èkdosis delle opere letterarie può essere
ripetuto, in definitiva, per i suoi studi lessicografici e servire da conclusione. Essendosi
trovato a valle di una ricca messe di imprese e acquisizioni erudite, Aristofane ha il suo
principale merito intellettuale nell’aver saputo ideare, assumere e portare a felice com-
pimento un’imponente opera di sistemazione, messa a frutto e avanzamento di cono-
scenza, di cui i successivi grammatici avrebbero enormemente beneficiato. Egli rappre-
senta perciò il punto di arrivo di un’epoca e il punto di partenza di un’altra. La sua ca-
pacità di sviluppare competenze specializzate e innovative pressoché nell’intero venta-
glio di soggetti, strumenti e metodi filologici concepiti e frequentati dalle precedenti
generazioni di eruditi richiama la versatilità e la vivacità intellettuale di figure di prima
grandezza come Callimaco ed Eratostene – non a caso indicati dalla tradizione antica
fra i suoi maestri diretti. Allo stesso tempo, almeno a quanto sappiamo, tra i grandi filo-
logi alessandrini Aristofane fu il primo ad essere stato integralmente e unicamente un
grammatico, cioè un conoscitore professionista della letteratura, e non anche un poeta o
uno scienziato: un aspetto che da allora in poi, al di là di alcune eccezioni, sarà
generalizzato e che è da interpretare come il passo definitivo verso la
professionalizzazione della filologia testuale. Non solo: formatosi del tutto nella
capitale dell’Egitto ellenizzato e nominato alla direzione della Biblioteca nel periodo in
cui i Tolomei dovettero rinunciare definitivamente alle antiche ambizioni imperiali,
Aristofane interrompe la serie di intellettuali greci fatti venire dalle loro madripatrie per
assecondare gli interessi della propaganda panellenica dei sovrani e apre la catena di
filologi più strettamente e autenticamente legati ad Alessandria per nascita o per
formazione.251
1.5.11. Dobbiamo occuparci a questo punto di due studiosi legati per diverse ragioni ad
Aristofane di Bisanzio: Eufronio e Callistrato. Eufronio è al tempo stesso una figura di
una certa importanza e di collocazione problematica nella cornice della filologia ales-
sandrina. Dalle fonti antiche ricaviamo che compose commentari a singoli drammi del

249
Callanan (1987); Ax (1990); Schenkeveld (1990, pp. 290-297). Sull’analogia: Ar.Byz. frr. 370-375
Slater. Non è provata l’esistenza di un supposto Περὶ ἀναλογίας di Aristofane: Pfeiffer (1968, pp. 202-
203); Callanan (1987, p. 107); Ax (1990, p. 12), (1991, p. 282).
250
Matthaios (2001), (2002).
251
La filologia di Aristofane ha riscosso apprezzamenti di segno opposto: negativo da parte di Slater
(1976), (1982), (1986, pp. 205-210); positivo da parte di Blank – Dyck (1984).

46
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

commediografo Aristofane:252 in alcuni frammenti resta traccia dell’attenzione per l’uso


di proverbi in contesto letterario, che abbiamo incontrato anche fra gli interessi di Ari-
stofane di Bisanzio e non era ignorata neppure nello scritto Sulla commedia antica di
Eratostene.253 L’identificazione di questo Eufronio con il poeta tragico della Pleiade
contemporaneo di Tolomeo II, e forse uno dei maestri di Aristofane di Bisanzio, se ac-
cogliamo una correzione moderna operata nella relativa voce della Suda,254 ha dominato
a lungo.255 Suscita perplessità, tuttavia, il fatto che Eufronio non sia mai citato nei
frammenti della monografia di Eratostene sulla commedia antica;256 e difficilmente un
esegeta alessandrino si sarebbe accinto alla composizione di commentari analitici
(hypomnḕmata) delle commedie prima che ne fosse stata allestita un’edizione attendibi-
le (cosa che avvenne con Aristofane di Bisanzio): e infatti dagli scoli alle commedie di
Aristofane risulta che il commentatore Eufronio disponeva di una copia provvista di
sēmèia.257 Ha dunque buone chances l’ipotesi secondo cui questo Eufronio andrebbe
tenuto distinto dal poeta della Pleiade e dal maestro di Aristofane (il cui nome in effetti
è tramandato nella Suda nella forma Εὐφρονίδας) e sarebbe un filologo contemporaneo
o di poco posteriore allo stesso Aristofane.258

1.5.12. Negli scoli alle commedie di Aristofane il nome di Eufronio è spesso associato
a quello di un allievo di Aristofane di Bisanzio, Callistrato Alessandrino.259 Il floruit
di Callistrato è dunque da porre nella prima metà del II secolo, quando nella capitale
tolemaica era attivo un altro e più illustre discepolo di Aristofane, Aristarco di Samo-
tracia. Gli studi moderni indicano tradizionalmente in Callistrato e Aristarco due strenui
e acerrimi rivali, divisi dal diverso grado di fedeltà al comune maestro. Callistrato si
applicò allo studio e alla spiegazione delle opere di Omero (non è chiaro se egli abbia
realizzato una propria edizione dei poemi)260 e inoltre di Esiodo, Pindaro e vari autori

252
Aristoph. test. 113 Kassel – Austin. Negli scoli ad Aristofane Eufronio è citato 27 volte, 14 delle quali
nelle Rane e 9 nelle Vespe. Vd. Pfeiffer (1968, pp. 160-161). I frammenti dell’esegesi aristofanea di
Eufronio sono raccolti da Strecker (1884).
253
Eratosth. frr. 72, 105 e 114 Strecker. Vd. Tosi (1994, p. 189).
254
Secondo Suda α 3933 (Ar.Byz. test. 1 Slater), Aristofane fu allievo di Εὐφρονίδα τοῦ Κορινθίου ἢ
Σικυωνίου, un passo che è stato emendato in Εὐφρόνιου <καὶ Μάχωνος> τοῦ Κορινθίου ἢ Σικυωνίου sulla
base di un’ulteriore correzione di Bergk in Choerob. apud Hephaest. 241.15 Consbruch (Ar.Byz. test. 14
Slater) ἰστέον δὲ ὅτι τούτου τοῦ Εὐφρονίου γέγονεν ἀκροατὴς Ἀρίσταρχος ὁ γραμματικός, οὐ μόνον
Ἀριστοφάνους τοῦ Βυζαντίου (Ἀριστοφάνης ὁ Βυζάντιος con. Bergk): Slater (1986, p. 1); cfr. Schmidt
(1848, p. 327 n. 53); Nauck (1848, p. 2 n. 3).
255
Strecker (1884, pp. 7-9); Susemihl (1891-1892, I, pp. 281-282); Cohn (1907); Pfeiffer (1968, pp. 160-
161); Fraser (1972, II, p. 663 n. 100).
256
Un’osservazione di Pfeiffer (1968, p. 161).
257
Schol. Aristoph., Ve. 696b (Euphr. fr. 57 Strecker) τὸν θῖνα ταράττεις: ἐκ βυθοῦ με κινεῖς, ἀντὶ τοῦ τὴν
καρδίαν. Εὐφρόνιος δὲ καὶ σεσημειῶσθαί φησιν, ὅτι τὸν θῖνα ἀρσενικῶς, ὡς καὶ Ὅμηρος, εἴρηκεν
παρόσον καὶ ὁ θὶς ἐν βάθει τοῦ πελάγους κεῖται καὶ τὸ θυμικὸν ἐν τῇ καρδίᾳ. Vd. Henderson (1987, p.
LXII n. 18).
258
Questa ipotesi di cronologia relativa è perfettamente coerente con la notizia, fornita dal passo di
Giorgio Cherobosco nella forma tràdita dai manoscritti (vd. sopra, n. 255), secondo cui Eufronio e
Aristofane furono entrambi maestri di Aristarco.
259
Repertorio dei frammenti: Schmidt (1848).
260
A favore West (2001, pp. 60-61), contrario Ludwich (1884-1885, I, p. 45).

47
Fausto Montana – La filologia ellenistica

del teatro attico classico, per i quali egli poteva disporre delle recenti edizioni appronta-
te dal suo maestro. I frammenti superstiti di omeristica,261 derivanti dagli scritti Πρὸς
τὰς ἀθετήσεις, Περὶ Ἰλιάδος e Διορθωτικά, dimostrano la personalità critica indipen-
dente di Callistrato: se in alcuni casi egli si fa portavoce dell’opinione di Aristofane di
Bisanzio, altre volte le contrappone un proprio parere originale, altre ancora prende po-
sizione contro oppure a favore di scelte operate da Aristarco, il suo presunto rivale.
Questo comportamento intellettuale diversificato smentisce il vulgato ma semplicistico
quadretto della subordinazione ancillare di Callistrato al proprio maestro e della sua
irriducibile ostilità verso Aristarco.262 Callistrato è il filologo alessandrino più spesso
citato negli scoli alle commedie di Aristofane,263 un dato che non sorprende se si consi-
dera l’ampio ventaglio d’interessi rispecchiati nei suoi commentari, che includevano
almeno la grammatica, la lessicologia, la paremiografia (in continuità con Eratostene,
Aristofane di Bisanzio ed Eufronio),264 la storia e la geografia. Tra le sue opere sono
anche ricordati una miscellanea filologica intitolata genericamente Σύμμικτα 265 e un
Περὶ ἑταιρῶν,266 forse un complemento dell’analogo scritto composto dal suo maestro.
Callistrato offre dunque un egregio esempio di come certe rigide categorie abusate dalla
prassi storiografica antica e moderna nella ricostruzione dei rapporti fra soggetti cultu-
rali (ancillarità, rivalità) possano rivelarsi luoghi comuni e causa di fraintendimento di
realtà storicamente più sfumate e complesse.

1.5.13. Secondo un’interpretazione della lista dei bibliotecari alessandrini tramandata


nel Papiro di Ossirinco 10.1241, dopo Aristofane la Biblioteca reale fu retta da Apollo-
nio ‘il classificatore’ (ὁ εἰδογράφος). Questi deve avere assunto la carica intorno al
190 e averla tenuta fin verso il 160, quando gli succedette Aristarco. Il soprannome al-
luderebbe alle competenze di Apollonio in àmbito musicale e significherebbe «classifi-
catore (di opere poetiche) in εἴδη», cioè per generi (musicali).267 È una questione aperta
se le sue classificazioni si basassero sulla competenza personale in materia di harmo-
nìai o (anche) sulla disponibilità di testi poetici muniti di notazione musicale, dunque
presi dall’ambiente performativo.268 Un’altra possibilità è che di Apollonio fosse rino-
mata la naturale propensione e perspicacia nel riconoscere i generi musicali, o dedu-
cendoli da fattori interni ai testi, come l’assetto metrico o riferimenti metapoetici alle
modalità della performance,269 oppure su base empirica, cioè grazie all’esperienza di
spettatore e ascoltatore di performances reali del suo tempo (riarrangiamenti delle ese-
cuzioni originali, adeguate ormai a modi e regole musicali, contesti e occasioni della

261
Edizione e studio: Barth (1984).
262
Per queste convinzioni: Gudemann (1919, c. 1747: «Famulusnatur»); Pfeiffer (1968, p. 210). Per la loro
revisione: Schmidt (1986); Montana (2008).
263
Circa 30 citazioni, soprattutto dagli scoli a Rane (10), Uccelli (7) e Vespe (6).
264
Tosi (1994, p. 189).
265
FGrHist 348 frr. 2-6.
266
FGrHist 348 fr. 1 = 24 fr. 1 Bagordo.
267
Etym.gen. AB s.v. εἰδογράφος = Etym.M. 295.52 ss. Questo era forse uno dei criteri di classificazione
delle odi pindariche secondo lo scolio a Pind., Pyth. 2 inscr. = 2.31 Drachmann.
268
Cfr. Fleming – Kopff (1992, p. 762); Fleming (1999, p. 25).
269
Most (1985, p. 100 n. 26).

48
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

società ellenistica). L’ultima ipotesi si sposa bene con il fatto che la fonte che spiega il
soprannome di Apollonio in riferimento alle sue competenze musicali lo definisce ta-
lentuoso per natura (εὐφυὴς ὤν).270 Va anche detto, infine, che se il criterio classificato-
rio basato sulle harmonìai si fosse avvalso di partiture facilmente reperibili e di compe-
tenze tecniche diffuse, sia pure solo nella cerchia ristretta del Museo, non ci spieghe-
remmo per quale motivo tale criterio non abbia prevalso e non si sia imposto in tutta la
successiva prassi ecdotica alessandrina della poesia lirica e drammatica.271

1.5.14. La direzione della Biblioteca reale passò quindi ad Aristarco di Samotracia


(ca. 215-144), l’allievo più brillante di Aristofane di Bisanzio e la personalità più illu-
stre della filologia alessandrina ed ellenistica nel suo complesso. Originario di quella
isola dell’Egeo nordorientale, allora soggetta ai Tolomei, si trasferì ad Alessandria e qui
trascorse quasi tutto il resto della sua vita. Fu bibliotecario e precettore della casa reale
durante tutto il lungo regno di Tolomeo VI Filometore (180-145). Una svolta dramma-
tica si verificò proprio al culmine della sua eccezionale carriera, poco tempo prima del-
la morte, quando incappò nelle conseguenze della torbida lotta dinastica che si era con-
clusa con l’uccisione di Tolomeo VII e l’usurpazione del trono da parte di Tolomeo
VIII Evergete II. Le rappresaglie scatenate dal nuovo sovrano contro i fautori del suo
avversario costrinsero anche molti intellettuali del Museo a fuggire da Alessandria. Ari-
starco cercò riparo nell’isola di Cipro, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita.
L’attività ecdotica ed ermeneutica di Aristarco ha qualcosa di straordinario, sia
perché riguarda un numero impressionante di autori di tutti i generi poetici e toccò an-
che la prosa, sia per l’enorme influenza e memoria di sé che lasciò nella tradizione. Sul-
le orme di Aristofane, che aveva mantenuto compiti e competenze delle sue investiga-
zioni entro il perimetro specializzato e ben definito della filologia testuale, Aristarco si
dedicò a un’intensa attività di diòrthōsis ed èkdosis, consegnando però i propri punti di
vista non soltanto a syngràmmata su argomenti puntuali,272 come aveva fatto il suo ma-
estro, ma soprattutto a una grande quantità di hypomnḕmata, vasti commentari eruditi
con i quali portò in primo piano l’interpretazione dei testi. 273
La sua èkdosis di Omero oscurò quelle di Zenodoto e di Aristofane, come risulta
dall’enorme quantità di suoi interventi tramandati negli scoli ai poemi.274 La sottoscri-
zione che si ripete al termine di quasi tutti i libri dell’Iliade nel celebre manoscritto
Marciano Venetus A,275 testimone sia di sēmèia sia di esegesi alessandrina metabolizza-

270
Prauscello (2006, pp. 29-33), che riprende considerazioni di Irigoin (1952, p. 50) e Fraser (1972, II, p.
666 n. 126).
271
Prauscello (2006, p. 33). In merito alla classificazione alessandrina delle odi di Pindaro, Rutherford
(2001, pp. 90-108, 152-158) è persuaso dell’indifferenza dei filologi antichi per gli aspetti performativo-
musicali a vantaggio delle caratteristiche formali (testuali) delle opere poetiche (p. 107).
272
Per esempio, nel campo dell’omeristica: Contro Filita, Contro Comano, Contro l’opinione isolata di
Senone, Sull’Iliade e l’Odissea, Sulle navi alla fonda.
273
La Suda (α 3892) attribuisce ad Aristarco «più di 800 libri (cioè rotoli), solo per quanto riguarda i suoi
commentari».
274
Raccolte e edizioni parziali dei frammenti aristarchei: Lehrs (1882); Ludwich (1884-1885); Matthaios
(1999); Schironi (2004).
275
Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. 822 (olim 454), del X secolo.

49
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ta nella forma di scoli marginali, elenca come fonti della compilazione scoliastica gli
studi di quattro grammatici di età augustea e romana imperiale, variamente inerenti alla
diòrthōsis e all’interpretatio omerica di Aristarco: Didimo, Περὶ τῆς Ἀρισταρχείου
διορθώσεως; Aristonico, Περὶ σημείων Ἰλιάδος καὶ Ὀδυσσείας; Erodiano, Περὶ ἰλιακῆς
προσῳδίας (su questioni metriche) e Nicanore, Περὶ στιγμῆς (sulla punteggiatura).276
Possiamo misurare l’influenza dell’edizione aristarchea sulla base del fatto che, a giu-
dicare dalla testimonianza dei papiri, a partire dalla metà del II secolo si impose il nu-
mero dei versi dei poemi in essa stabilito. Non deve destare meraviglia il fatto che, al
contrario, molte delle scelte testuali operate da Aristarco e dai suoi predecessori siano
assenti nelle copie librarie in uso nell’Egitto tardo-ellenistico: ciò è una conseguenza
della consuetudine dei filologi alessandrini di non modificare concretamente il testo che
avevano scelto come loro base, ma di affidare i loro interventi a separati strumenti di
lavoro specialistici, ai quali comprensibilmente il pubblico ordinario di lettori e, di con-
seguenza, il mercato librario non erano interessati.277
A causa delle lacune e di alcune ambiguità delle testimonianze antiche, non si è
certi se il suo lavoro su Omero abbia prodotto materialmente soltanto un hypòmnēma
contenente anche le sue opinioni sull’assetto del testo, oppure una èkdosis e un
hypòmnēma, in una o più redazioni.278 Una ricostruzione largamente plausibile e coe-
rente con le fonti è quella che stabilisce questa successione di prodotti eruditi: un
hypòmnēma basato sull’edizione omerica di Aristofane di Bisanzio (cfr. schol. Il.
2.133a ἐν τοῖς κατ᾽ Ἀριστοφάνην ὑπομνήμασιν Ἀριστάρχου); poi una èkdosis realizzata
da Aristarco stesso, accompagnata da un nuovo hypòmnēma basato su di essa; infine
ulteriori interventi critico-testuali concepiti e annotati dal filologo direttamente sulla
propria copia/edizione del testo omerico (a questo si riferirebbe l’espressione attestata
ἐπεκδοθεῖσα διόρθωσις, «diòrthōsis riedita»), senza però che Aristarco li traducesse né
in una nuova èkdosis né in un nuovo hypòmnēma, forse per il sopraggiungere dell’esilio
e della morte.279
Per gli scopi della critica testuale Aristarco introdusse nuovi sēmèia critici in ag-
giunta a quelli adottati dai suoi predecessori: la diplḕ (διπλῆ: >) metteva in evidenza un
passo particolarmente interessante, cui nell’hypòmnēma erano riservate osservazioni
esegetiche e notizie erudite; la diplḕ periestigmènē (διπλῆ περιεστιγμένη, cioè una diplḕ
contornata da punti: ⸖) segnalava il dissenso nei confronti di Zenodotο.280 Pare che nel-
le edizioni della poesia melica Aristarco abbia fatto propri sia la colometria sia i segni
critici stabiliti da Aristofane di Bisanzio, con la sola eccezione dell’asterìskos, che egli

276
Edizioni: per Didimo, Schmidt (1854, pp. 112-179); per Aristonico, Friedländer (1853) e Carnuth
(1869); per Erodiano, Lentz (1867-1870, III.2.2.1, pp. 22-165); per Nicanore, Friedländer (18572), (1875).
277
Haslam (1997, pp. 84-87).
278
Pfeiffer (1968, pp. 215-217); West (2001, pp. 61-67).
279
Ammonio, allievo di Aristarco, diede conto della successione degli interventi del maestro in uno scritto
intitolato Περὶ τῆς ἐπεκδοθείσης διορθώσεως. In un’altra opera, Περὶ τοῦ μὴ γεγονέναι πλείονας ἐκδόσεις
τῆς Ἀρισταρχείου διορθώσεως, probabilmente egli chiariva che la ἐπεκδοθεῖσα διόρθωσις non si era
concretizzata in una seconda edizione, ma era rimasta allo stadio di addenda et corrigenda annotati nella
prima edizione. Per questa ricostruzione: Montanari (1998a), (1998b), (2000b), (2009b, pp. 156-159).
280
Sui sēmèia aristarchei vd. la bibliografia citata sopra, n. 94; e inoltre Pfeiffer (1968, p. 218); Montanari
(1997d, pp. 274-281).

50
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

sembra avere usato in modo più generico per separare componimenti, senza considera-
zione per le differenze di metro.281
L’interazione e lo scambio continui fra costituzione critica del testo e interpreta-
zione letteraria trova la più caratteristica espressione nel principio, riconducibile nella
sostanza se non anche nella formulazione ad Aristarco, secondo cui un autore è il mi-
glior interprete di se stesso: Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν, «spiegare Omero con
Omero». L’usus (συνήθεια) letterario proprio di un autore, delineato e desumibile dalla
sua stessa opera, veniva eletto a criterio interno di tipo analogico utile all’analisi e
all’emendazione testuale a livello di lingua, stile e contenuto dell’opera stessa – un pro-
cedimento evidentemente esposto al rischio della circolarità, cui portava solo parziale
rimedio il rispetto consapevole per fenomeni e comportamenti isolati ma non per questo
inautentici, o hàpax legòmena.282 La rigida applicazione del criterio, per esempio, im-
pediva a un critico, verosimilmente da identificare proprio in Aristarco, di accogliere la
lezione zenodotea δαῖτα al posto di πᾶσι in fine di verso in Il. 1.5 (dove si dice che A-
chille rese molti cadaveri di eroi troiani preda di cani e di uccelli), perché Omero usa
δαίς «soltanto per esseri umani, mai per animali».283 È fin troppo facile oggi, alla luce
di fondamentali concetti criticamente esplorati e acquisiti come quelli di Kunstsprache
e di poesia orale, guardare con senso di sufficienza all’immane sforzo di normalizza-
zione della dizione omerica prodigato da Aristarco. È meno istintivo, ma indubbiamen-
te più fruttuoso, cogliere il senso e il contributo del suo approccio collocandolo nel giu-
sto contesto storico-culturale, riconoscendolo cioè come una tappa essenziale nel lungo
e faticoso cammino della filologia verso una migliore comprensione dell’eccezionale
complessità storica e formale della poesia epica arcaica.
Nell’esercizio della costituzione del testo, Aristarco faceva ricorso non soltanto
all’osservazione di caratteri interni dell’opera letteraria, e dunque alla propria acribia
interpretativa e congetturale, ma anche, all’occorrenza, al prudente confronto di testi-
moni manoscritti selezionati per autorevolezza e affidabilità. Per esempio, dallo scolio
a Il. 1.423-424, risalente al sỳngramma di Didimo sull’edizione di Aristarco, ricaviamo
che il filologo aveva consultato ben cinque ‘edizioni’ antiche riscontrandovi al v. 424 la
lezione κατὰ δαῖτα contro la variante μετὰ δαῖτα: οὕτως δὲ εὕρομεν καὶ ἐν τῇ
Μασσαλιωτικῇ καὶ Σινωπικῇ καὶ Κυπρίᾳ καὶ Ἀντιμαχείῳ καὶ Ἀριστοφανείῳ, «così ho
trovato nelle edizioni di Massalia (Marsiglia), di Sinope, di Cipro, di Antimaco e di A-
ristofane (di Bisanzio)».284 E, per fare un altro esempio, in Il. 9.222 Aristarco si tratten-
ne dall’emendare l’espressione ἐξ ἔρον ἕντο, «si furono saziati di cibo», riferita agli
eroi achei giunti nella tenda di Achille come ambasciatori di Agamennone, presso il
quale poco prima già avevano mangiato e bevuto a sazietà (Il. 9.177-178), perché que-
sta lezione trovava conferma in molti testimoni manoscritti (schol. Il. 9.222b1,

281
Così Hephaest., Ench. 2 (74.11-14 Consbruch), per l’edizione di Alceo. Vd. Porro (1994, pp. 3-4).
282
Sulla massima e sul relativo concetto vd. sopra, 1.4.3. e n. 91; Montanari (1997d, pp. 285-286).
283
Athen. 1.12e καὶ ἐπὶ μόνων ἀνθρώπων δαῖτα λέγει ὁ ποιητής, ἐπὶ δὲ θηρίων οὐκέτι. ἀγνοῶν δὲ ταύτης
τῆς φωνῆς τὴν δύναμιν Ζηνόδοτος ἐν τῇ κατ᾽ αὐτὸν ἐκδόσει γράφει· κτλ. Va detto per la precisione che, in
realtà, δαίς è usato in Il. 24.43 in riferimento al cibo di un leone.
284
Mentre Erbse, nella sua edizione degli scoli, attribuisce il passo al commentario aristarcheo, West
(2001, pp. 70-72) le assegna invece all’intermediario fra Aristarco e lo scolio, cioè a Didimo.

51
Fausto Montana – La filologia ellenistica

anch’esso risalente a Didimo: ἀλλ᾽ ὅμως ὑπὸ περιττῆς εὐλαβείας οὐδὲν μετέθηκεν, ἐν
πολλαῖς οὕτως εὑρὼν φερομένην τὴν γραφήν).285
Quest’ultimo esempio ci aiuta a comprendere anche l’approccio filologico di Ari-
starco al contenuto della narrazione epica. Benché più prudente e rispettoso della tradi-
zione manoscritta rispetto a Zenodoto, certo egli non rinunciò alla consuetudine di cor-
reggere o atetizzare il testo, ogniqualvolta gli apparisse viziato sul piano del contenuto
da incoerenza interna o sconvenienza (ἀπρέπεια) in rapporto all’èthos di un personag-
gio o di una situazione narrativa. Ai suoi occhi, per esempio, era ἀπρεπές l’apostrofe
irrispettosa di Agamennone al sacerdote Crise in Il. 1.29-31, e dunque questi versi non
potevano essere considerati autenticamente omerici e andavano eliminati.286 Correggere
e atetizzare ciò che si rivelava (si riteneva) non in linea con il carattere della poesia
omerica era la via analogista prescelta da Aristarco per affrontare e risolvere i problemi
di contenuto che, con strategia opposta, i suoi colleghi contemporanei di Pergamo pre-
ferivano superare lasciando intatto il testo tràdito e giustificandone i presunti difetti
appellandosi a criteri di anomalia e all’interpretazione allegorica.287
Coniugando l’analisi della lingua e degli aspetti storici e culturali delle opere, Ari-
starco pervenne dunque a definire lo specifico della poesia di Omero (τὸ Ὁμηρικόν),
distinto da quello dei poeti del Ciclo epico e di Esiodo. Questa organica visione storico-
letteraria della poesia omerica fu il basamento della sua opposizione ad altri filologi, fra
i quali Senone ed Ellanico, detti χωρίζοντες («separatori») perché ritenevano l’Iliade e
l’Odissea opere di due poeti diversi e assegnavano a Omero soltanto la prima, sottraen-
dogli la paternità della seconda che giudicavano l’opera di un poeta più recente. 288
Sappiamo che Aristarco compose un commentario a Esiodo. Nel campo della poe-
sia lirica, fece edizioni di Alceo e, forse, di Anacreonte, che soppiantarono quelle di
Aristofane di Bisanzio,289 e commentò Alcmane, Pindaro290 e Bacchilide; inoltre si oc-
cupò di Archiloco, Semonide, Ipponatte e forse Mimnermo.291 Nell’àmbito del teatro, è
sicuro che lavorò su Eschilo, Sofocle e Ione, mentre non abbiamo una documentazione
sufficientemente chiara riguardo a Euripide; e commentò almeno otto commedie di Ari-

285
Cfr. scholl. Il. 9.222b2, b3.
286
Schol. Il. 1.29-31 (Ariston.). Sulle athethḕseis di Aristarco: Lührs (1992). L’attribuzione delle atetesi a
Zenodoto o ad Aristarco e le relative discussioni erano materia d’indagine dei grammatici: si pensi per
esempio al Πρὸς τὰς ἀθετήσεις di Callistrato, su cui Montana (2008).
287
Vd. 2.1.3., su Cratete di Mallo. È possibile scorgere il rifiuto aristarcheo dell’allegoresi nello scolio a
Il. 5.385 (D), dove è riportata la sua idea che gli esegeti non devono perdere tempo su «niente al di fuori di
ciò che è effettivamente detto dal poeta» (μηδὲν ἔξω τῶν φραζομένων ὑπὸ τοῦ ποιητοῦ). Vd. Porter (1992,
pp. 70-71). Tuttavia Aristarco è moderatamente disposto ad ammettere l’‘allegoria retorica’ (μεταφορά):
Cucchiarelli (1997).
288
Procl., Vita Homeri fr. 73-76 Severyns = Hellanic. test. 2 Montanari: γέγραφε δὲ (Ὅμηρος) ποιήσεις
δύο, Ἰλιάδα καὶ Ὀδύσσειαν, ἣν Ξένων καὶ Ἑλλάνικος ἀφαιροῦνται αὐτοῦ. Sui chōrìzontes: Kohl (1917).
Su Ellanico e Senone: Montanari (1988, rispettivamente pp. 43-73 e 119-121). Tra le opere di Aristarco si
ricorda uno scritto contro una tesi di Senone (vd. sopra, n. 273).
289
Le due edizioni sono attestate da Efestione (rispettivamente 74.12 e 68.18 ss.): Porro (1994, pp. 3-4);
Pfeiffer (1968, p. 185).
290
Gli scoli nei manoscritti medievali degli Epinici pindarici tramandano una settantina di interventi
aristarchei.
291
Raffaelli (1992).

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Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

stofane.292 Resta da mettere nella giusta evidenza che nell’esegesi a Omero il suo modo
di utilizzare passi di Callimaco e di altri poeti postclassici dà adito a supporre una ap-
posita attenzione critica per la poesia del suo tempo.293
Abbiamo già avuto modo di accennare alla questione della scarsità di notizie circa
l’interesse alessandrino per i prosatori e di ricordare che, a parte alcuni indizi in questa
direzione nei frammenti di lessicografia di Aristofane di Bisanzio, è a proposito di Ari-
starco che disponiamo del primo documento significativo. Un papiro del III secolo d.C.,
P.Ahm. 2.12, conserva un ampio frammento delle due colonne finali di un testo chiuso
dalla sottoscrizione Ἀριστάρχου Ἡροδότου ᾱ ὑπόμνημα, Commentario di Aristarco al
libro I di Erodoto.294 È comprensibile che un’attribuzione così autorevole generi forti
aspettative, ma le speranze restano in parte deluse a causa del carattere marcatamente
selettivo del testo superstite. Infatti, nella prima colonna si prendevano in esame lemmi
tratti da una porzione di testo delle Storie equivalente a non meno di tre capitoli, da
1.191.6 (se non da 1.183.2) fino a 1.194.2; nella seconda colonna si riconoscono quat-
tro lemmi, il primo tratto da 1.194 e gli altri presi da 1.215, con un salto nell’esegesi
addirittura di venti capitoli (comprendenti gran parte dell’excursus etnografico sui Ba-
bilonesi e del racconto della sottomissione persiana dei Massageti). D’altra parte, il
commento mostra un’impostazione linguistico-letteraria di squisita marca erudita, che
per illustrare espressioni erodotee ricorre a paralleli poetici: a proposito di Storie
1.215.1, dapprima viene evocata la prassi di combattimento degli eroi dell’èpos (οἱ
ἥρωες) per la spiegazione dell’aggettivo ἅμιπποι («che hanno cavalli aggiogati in cop-
pia»), variante del vulgato ἄνιπποι («privi di cavalli»);295 poi viene citato come paralle-
lo un trimetro dei Pastori di Sofocle.296 La compresenza in così poco spazio di caratte-
ristiche esteriori fra loro divergenti, come la sporadicità del commento e la critica mi-
nuziosa di tipo erudito-letterario, persuade a interpretare il frammento come testimone
di una redazione abbreviata dell’hypòmnēma originario.297 In questa direzione va anche
il fatto che il testo sia vergato sul verso di un rotolo documentario, una circostanza ri-
corrente nei papiri erodotei dell’Egitto romano e segnatamente per il primo libro delle
Storie,298 che è stata messa in relazione con la diffusione dell’opera nella lettura privata
di buon livello formativo e culturale.299 Questa testimonianza, pertanto, nonostante resti
isolata e sia probabilmente frutto di rimaneggiamenti, è di grande valore intrinseco e
basta a tenere aperta la questione dell’esistenza, già nell’Alto Ellenismo, di una qualifi-
cata filologia alessandrina specificamente rivolta ai prosatori.300

292
Muzzolon (2005].
293
Montanari (1995), (2002b); scettico Rengakos (2000).
294
Edizioni: Grenfell – Hunt (1901, pp. 3-4); Viljoen (1915, pp. 17-22); Paap (1948, pp. 37-40). Vd.
Montanari (1997d, pp. 282-288); Montana (2012b).
295
Vannini (2009) ha riconosciuto che ἅμιπποι nel papiro fa parte non della spiegazione ma del lemma.
296
Soph. fr. 500 Radt.
297
E.g. Pfeiffer (1968, p. 224); McNamee (1977, p. 141). Secondo Paap (1948, pp. 39-40), invece, il salto
di venti capitoli nella seconda colonna potrebbe essere dovuto a una causa meccanica (una lacuna nel
modello).
298
Altri sei rotoli oltre a P.Amh. 2.12: Bandiera (1997, p. 52).
299
Per l’area ossirinchita: Lama (1991, pp. 112-113).
300
Nicolai (1992, pp. 265-275); Montana (2009a).

53
Fausto Montana – La filologia ellenistica

Al lavoro di edizione e interpretazione dei testi letterari era funzionale, e in un cer-


to senso intimamente connessa, l’indagine sulla lingua. Nelle pagine precedenti abbia-
mo visto come questo connubio abbia caratterizzato ininterrottamente la filologia dagli
inizi fino all’età più matura, da Filita ad Aristofane di Bisanzio, prendendo forma nella
raccolta e nello studio di parole difficili (glṑssai) e del lessico in genere (lèxeis). Le
constatazioni empiriche di Aristofane sulla lingua, in particolare l’osservazione di
comportamenti tendenziali nella flessione, da cui conseguivano il concetto e il principio
descrittivo della regolarità o analogia, costituivano una riflessione grammaticale em-
brionale. Con Aristarco assistiamo a un avanzamento ulteriore. Nell’interpretazione di
Omero, anch’egli si dimostra sensibile a questioni dialettali (affrontate nella convinzio-
ne che il poeta fosse originario di Atene che la sua lingua fosse fondamentalmente
un’antica forma di attico o παλαιὰ Ἀτθίς)301 e a problemi di correttezza, regolarità e
coerenza della lingua (Ἑλληνισμός, soprattutto in relazione a ortografia, flessione e
prosodia).302 Diversamente da Aristofane, però, a quanto pare Aristarco non si accon-
tentò della constatazione empirica di categorie e fenomeni tendenziali, ma allungò il
passo in direzione della descrizione e della classificazione morfologica sistematica e,
quindi, dell’enucleazione di regole normative astratte: e così realizzò la transizione dal-
la grammatica empirica alla grammatica tecnica.303 La Tèchnē grammatikḕ pervenuta
sotto il nome di Dionisio Trace, allievo di Aristarco, potrebbe rappresentare un testi-
mone di assoluto rilievo della dottrina grammaticale aristarchea, se non fosse gravata
da dubbi sostanziali di autenticità e di età (torneremo sull’argomento più avanti: 2.2.4.).
Nondimeno, il censimento e lo studio scrupoloso di centinaia di frammenti aristarchei
di argomento grammaticale consente di iniziare a ritenere che Aristarco, indubbiamente
a partire da puntuali osservazioni d’indole pragmatica connesse con il lavoro di costitu-
zione e interpretazione testuale, e avvalendosi di concetti e termini grammaticali già
esistenti, di conio filosofico e retorico, e delle discussioni in proposito da parte di filo-
logi precedenti,304 abbia proceduto a una propria originale codificazione di categorie
linguistiche, in particolare in rapporto all’àmbito dottrinario delle parti del discorso. 305
Questa promettente linea di ricerca attuale fa intravedere concrete ragioni docu-
mentarie per ritenere che importanti passi costitutivi della disciplina grammaticale sia-
no stati mossi già nella prima metà del II secolo, dunque una generazione prima di
quella di Dionisio Trace. Rimane aperta la questione se questa conoscenza grammatica-
le avesse carattere empirico (cioè pragmatico e strumentale, sostanzialmente subordina-
to alla critica testuale e orientato a soluzioni di tipo anomalista) oppure tecnico (dunque
teoretico e sistematico, intrinseco a una disciplina autonoma e incline al criterio

301
Cfr. Procl., Vita Homeri fr. a 59-62 Severyns; Vita Homeri 244.13 e 247.8 Allen; schol. Il. 13.197
(Ariston.). Aristarco si occupò della questione nel Περὶ τῆς πατρίδος, scil. Ὁμήρου: Davison (1955, p. 21);
Pfeiffer (1968, p. 228); Janko (1992, p. 32 nn. 53 e 71); Nagy (1996, p. 151); Cassio (2002, p. 110);
Ascheri (2010, pp. 133-134 n. 31).
302
Lo Ἑλληνισμός è un concetto risalente ad Aristotele (Rh. 1407a 19ss.).
303
Erbse (1980); Ax (1982), (1991); Matthaios (1999), (2001), (2002), (2009), (2011b).
304
Oltre ad Aristofane di Bisanzio va citato il suo contemporaneo Comano di Naucrati, contro le cui
opinioni Aristarco scrisse un Πρὸς Κομανόν. Edizione dei frammenti di Comano: Dyck (1988).
305
Matthaios (1999) raccoglie e studia in questa direzione 225 frammenti aristarchei.

54
Capitolo 1 – La filologia alessandrina nell’Alto Ellenismo (323-144 a.C.)

dell’analogia).306 Certo è che oggi, rispetto al recente passato, il dibattito può contare su
una massa di dati e documenti criticamente selezionati e vagliati. 307

1.5.15. Possiamo completare questo profilo di Aristarco, e questo capitolo, con alcune
considerazioni conclusive. Mossi dall’intento di una generale svalutazione della filo-
logia alessandrina, alcuni critici hanno espresso un giudizio complessivamente negativo
su questo filologo, ponendo l’accento sui difetti del suo approccio congetturale e analo-
gista al testo omerico e su singole scelte testuali e interpretative visibilmente errate o
discutibili. Si tratta di un giudizio che in parte coglie nel vero, ma che non tiene in debi-
ta considerazione altri aspetti, come la consapevolezza di Aristarco riguardo alla priori-
tà della tradizione manoscritta o, in termini più generali, il suo background storico e
culturale. Ignorare i fattori contestuali porta facilmente a disconoscere e sottovalutare i
progressi intellettuali e metodologici che Aristarco e i suoi allievi assicurarono alla di-
sciplina.308
D’altra parte, ci si deve guardare anche dal pericolo opposto, cioè quello di una
sopravvalutazione dei meriti del filologo. Ci si può domandare, per esempio, se egli
avrebbe conseguito tutti i suoi risultati se non avesse potuto contare come base di par-
tenza sull’enorme lavoro dispiegato in precedenza da Aristofane di Bisanzio nei campi
della filologia testuale (edizione, colometria, investigazione antiquaria), del lessico e
della lingua. Se per Aristofane disponiamo di una documentazione meno ricca che per
Aristarco, ciò può dipendere dalla frequente coincidenza di opinione dei due: cosicché
l’impressione che l’allievo abbia oscurato il maestro potrebbe essere almeno in parte
falsata, il risultato cioè di un effetto distorcente generato dallo stato della tradizione.309
Occorre usare cautela, pertanto, nella valutazione del ruolo storico dei due eruditi e del
loro reciproco rapporto.
Infine, si deve mettere nella giusta evidenza un aspetto che si distingue come una
delle ragioni più vere e innegabili della grandezza di Aristarco: la fecondità del suo
magistero, che produsse una rosa di allievi diretti e indiretti di grande talento, al punto
che è invalsa la consuetudine di parlare di una ‘scuola’ aristarchea in riferimento ad
almeno due generazioni di filologi venute dopo di lui.310 Poiché la loro vicenda biogra-
fica e intellettuale s’intreccia con la crisi politica del 144, che rischiò di compromettere
per sempre gli studi letterari e scientifici innestati nelle strutture del Museo e della Bi-
blioteca, e che per questo abbiamo adottato a spartiacque cronologico della nostra espo-
sizione, di queste personalità di studiosi ci occuperemo nel prossimo capitolo.

306
La contrapposizione moderna ripete l’antica controversia sullo statuto epistemologico della grammatica
(ἐμπειρία vs τέχνη): Matthaios (2011b).
307
Sintesi del dibattito: Swiggers – Wouters (2002), (2005); Pagani (2010a, pp. 105-107), (2011).
308
Su questa discussione, inaugurata da Valk (1949) e (1963-1964), vd. Montanari (2009a, pp. 318-319),
(2009b, p. 160 con la n. 32).
309
Richardson (1994, p. 21).
310
Il numero degli allievi di Aristarco ammontò a circa 40 (Suda α 3892). Vd. Blau (1883).

55
Capitolo 2

Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto


(144 a.C.-14 d.C.)

2.1. Pergamo nel II secolo1


2.1.1. Città dell’antica Misia, nell’entroterra dell’Asia Minore eolica, Pergamo iniziò ad
acquisire un ruolo politico di un certo rilievo nel magmatico panorama della prima età
ellenistica quando Lisimaco vi depositò una parte ingente del proprio bottino di guerra
e scelse come tesoriere uno dei suoi ufficiali macedoni, un eunuco di origini semigre-
che di nome Filetero. All’approssimarsi della resa dei conti fra Lisimaco e Seleuco, cui
si arrivò nel 281 con la battaglia di Curupedio, Filetero si schierò con il secondo, presa-
gendone la vittoria, e ottenne così di uscire indenne da questa situazione a dir poco cri-
tica, preservare una posizione di primo piano a Pergamo e in seguito poter perfino col-
tivare propositi di autonomia dal regno seleucide. Nel 263 Filetero lasciò il controllo
della città a suo nipote Eumene (I), il quale, a sua volta, nel 241 lo lasciò a suo nipote
Attalo. Questi coronò l’aspirazione familiare a un regno indipendente quando, dopo la
sconfitta dei Galati verso il 237, assunse il titolo di re con il nome di Attalo I Soter e
iniziò a sottrarre vasti territori dell’Asia Minore ai Seleucidi. Il sovrano perseguì
un’attiva e scaltra politica estera, da un lato inaugurando buone relazioni non disinte-
ressate con Roma, cui da allora Pergamo offrì una leale sponda nella turbolenta e fluida
situazione politica e militare dell’area, dall’altro instaurando rapporti privilegiati con
centri dell’antico mondo greco ancora ammantati di universale prestigio sacrale e sim-
bolico, come i santuari apollinei di Delfi e Delo e la città di Atene, entrando in compe-
tizione emulativa, anche mediante elargizioni e il dono di splendidi monumenti, con il
proverbiale evergetismo dei Tolomei.2 Con tali mezzi la giovane casata reale attalide, le
cui origini erano state così poco luminose, si proponeva di edificare un’ideologia e di
ridisegnare la propria immagine, in modo da poter sostenere il difficile confronto con le
altre consolidate dinastie reali ellenistiche.3 Questo spiega tanto l’attivismo di Attalo in
direzione delle pòleis-simbolo della classicità greca, quanto l’impulso impresso da quel

1
Anche per temi e personalità tratteggiati in tutto questo secondo capitolo rimando alle voci del Lessico
dei Grammatici Greci Antichi on line (<http://www.lgga.unige.it>), diretto da Franco Montanari, Walter
Lapini, Lara Pagani e chi scrive.
2
Sui rapporti degli Attalidi con l’Accademia e il Peripato: Hansen (1971, pp. 396-397). Nagy (1998, p.
214) accorda maggiore rilievo all’intenzione emulativa di Pergamo nei confronti di Atene piuttosto che
rispetto ad Alessandria.
3
E.g. Kosmetatou (2003, pp. 166-173).
Fausto Montana – La filologia ellenistica

sovrano alla costituzione di una cultura pergamena avanzata, comprendente studi pro-
grediti di erudizione antiquaria.
Questa duplice intraprendente inclinazione a espandere il potere politico-militare e,
parallelamente, a costruire una grandiosa immagine pubblica di sé costituirà il filo con-
duttore dell’intera storia della dinastia attalide e toccherà il vertice già con il successore
immediato di Attalo, suo figlio Eumene II (197-158). Questi mantenne i rapporti privi-
legiati con Delfi e Atene instaurati dal padre e ne proseguì la redditizia politica di ever-
getismo, arricchendo le città di spettacolari monumenti, il più maestoso dei quali fu il
grandioso altare di Zeus sulla rocca di Pergamo, ricostruito e adornato di uno splendido
fregio scolpito. Sul modello dei Tolomei, offrì ospitalità e sostentamento a eruditi e
fondò una grande Biblioteca, che era seconda soltanto a quella di Alessandria.4 Secon-
do Plutarco (I-II secolo), quando Marco Antonio fu calunniosamente accusato di avere
fatto dono a Cleopatra della Biblioteca di Pergamo, questa conteneva 200.000 rotoli.5
L’impresa dette un fortissimo impulso alla domanda di materiale scrittorio durevole a
costi ragionevoli, che indusse a preferire la pergamena, ottenuta da pelli ovine opportu-
namente conciate e trattate, al papiro di cui l’Egitto deteneva il monopolio. Questa con-
giuntura è all’origine dell’antica tradizione che situa all’epoca e nel regno di Eumene
l’invenzione della pergamena, in realtà nota già da molto tempo, come risposta a un
embargo di papiro che Tolomeo V avrebbe decretato ai danni di Pergamo.6 Per quanto
concerne l’organizzazione della Biblioteca attalide, disponiamo di informazioni di gran
lunga più scarse che per la Biblioteca alessandrina, a cominciare dalla mancanza di una
lista ufficiale o tradizionale dei bibliotecari. Pertanto dobbiamo affidarci a congetture e
al vaglio di notizie malcerte, come quella riguardante lo stoico Atenodoro di Tarso, in
seguito fra i maestri di Augusto a Roma, di cui si dice che emendò alcuni scritti filoso-
fici di Zenone al tempo in cui era alla guida della Biblioteca di Pergamo. 7
Le iniziative di Eumene II, che proseguivano e portavano a maturazione la linea di
sviluppo culturale avviata da Attalo I, miravano chiaramente alla costruzione di una
certa immagine della casata: entravano così in un gioco di emulazione concorrenziale
con i Tolomei nel perseguire l’obiettivo ideologico e propagandistico di autoaccreditar-
si come prestigiosa dinastia di cultura greca (un’operazione di maquillage pubblico resa
tanto più necessaria dalle origini umili e meticce degli Attalidi) e di candidarsi e auto-
promuoversi a potenza leader nello scenario aperto e rutilante dei regni ellenistici.
Dall’inizio del II secolo, mentre i Tolomei si andavano rassegnando a un ridimensio-
namento dei loro ambiziosi progetti imperiali, gli Attalidi ebbero l’accortezza e la giu-
sta aggressività per guadagnare posizioni e tentare una loro via alla leadership nello
scacchiere interstatale al cui centro si trovavano. La loro strategia fu quella di dipinger-
si, anche sul piano culturale, come degni concorrenti ed eredi dei Tolomei nel primato

4
Le testimonianze della Biblioteca di Pergamo sono raccolte da Platthy (1968, pp. 159-165: NN. 138-
153). Sull’ideologia sottesa all’impresa della Biblioteca pergamena: Nagy (1998).
5
Plut., Ant. 58.9 parla di 200.000 βιβλία ἁπλᾶ, «rotoli singoli», cioè senza considerare i loro rapporto
come ἀμιγεῖς o συμμιγεῖς (vd. sopra, 1.3.2.). La cifra è plausibile, mentre la storia del dono a Cleopatra ha
incontrato lo scetticismo almeno già di Plutarco stesso (Ant. 59.1); cfr. Pfeiffer (1968, pp. 236-237).
6
Plin., n.h. 13.70. Vd. Pfeiffer (1968, p. 236).
7
Notizia riferita da Isidoro di Pergamo, citato in Diog.Laert. 7.34.

58
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

sul mondo ellenizzato.8 Per questo, la tradizionale rappresentazione dei rapporti fra le
istituzioni culturali alessandrine e quelle pergamene in termini di inconciliabile rivalità9
può essere vista in definitiva come una proiezione nel campo della cultura erudita di
una competizione ad ampio raggio – di natura squisitamente politica – fra le due dina-
stie. Ciò stabilito, la difficoltà consiste semmai nel determinare, caso per caso, se a
quella proiezione corrispose comunque una situazione reale, e non invece una montatu-
ra surrettizia, di contrasti e rivalità autenticamente intellettuali; e, ancora, se i contrasti
comportassero un’effettiva contrapposizione frontale tra scuole, di natura ‘ideologica’,
o fossero più semplicemente episodi occasionali e circoscritti di dissidio su puntuali e
concrete questioni erudite fra soggetti o piccole cerchie di dotti. Insomma, non possia-
mo escludere che la rappresentazione tradizionale del dissidio fra ‘scuole’ risenta for-
temente, e non per caso, della competizione tutta politica fra parti interessate a dare
visibilità alla contrapposizione e a sfruttare l’alta cultura come strumento essenziale di
propaganda. Come vedremo, notizie relative a tentativi di contatto e a contatti effettivi
di filologi alessandrini con la cultura pergamena obbligano a tenere aperta la questione
e lasciano intravedere la possibilità di una mappa intellettuale più articolata, sfumata e
dinamica.10
La politica culturale di Eumene fu mantenuta da suo fratello, re Attalo II (160-
138). Invece il figlio di Eumene, salito al trono con il nome di Attalo III (138-133),
pose fine volontariamente alla dinastia, designando per testamento Roma come erede
del regno. Si capisce che Mitridate VI Eupatore, re del vicino piccolo regno del Ponto
dal 121 al 63, cercasse ostinatamente di contrastare la minacciosa espansione di Roma
in Asia Minore e aspirasse per questo a far subentrare la propria casata a quella attalide
nel ruolo di potenza leader dell’area. Per lungo tempo il tentativo di Mitridate di inde-
bolire il controllo di Roma su Pergamo fu coronato da successo; ma le speranze del re
naufragarono definitivamente nel 64. Non deve sfuggire che l’acquisizione del regno di
Pergamo da parte di Roma rappresentò sia il prevedibile atto finale di una lunga storia
di alleanza strategica (naturalmente non fra pari), sia una tappa fondamentale nel cam-
mino già avviato dell’ellenizzazione di Roma e della diffusione degli interessi e dei me-
todi della filologia nella cultura romana. La tradizione di studi eruditi, nata e sbocciata
a Pergamo sotto il patronato degli Attalidi, fu preservata e protetta dai loro eredi e co-
nobbe una nuova importante fioritura più tardi, nel corso dell’età imperiale.11

2.1.2. Il regno di Attalo I, alla fine del III secolo, coincide con una interessante stagione
di studi antiquari a Pergamo.12 Il versatile Antigono di Caristo (una località nell’isola

8
Erskine (1995, pp. 46-47).
9
E.g. Suda α 3892 (Ἀρίσταρχος) Κράτητι τῷ γραμματικῷ Περγαμενῷ πλεῖστα διημιλλήσατο ἐν Περγάμῳ.
10
Fra gli Alessandrini che ebbero o si ritiene abbiano avuto rapporti significativi con il milieu culturale di
Pergamo figurano Agatocle di Cizico, Aristofane di Bisanzio, Demetrio Issìone, Apollodoro di Atene. Fra
Alessandria e Pergamo si muove la carriera dell’esperto di geometria Apollonio di Perge.
11
Su dinastia, ideologia, politica culturale degli Attalidi: Hansen (1971); Virgilio (1993); Gruen (2000);
Shipley (2000, pp. 312-319); Kosmetatou (2003). Sulla Biblioteca attalide come ‘modello classico’
strumentalmente inteso per acquisire prestigio: Nagy (1998).
12
Hansen (1971, pp. 397-407).

59
Fausto Montana – La filologia ellenistica

Eubea), fra l’altro scultore e filosofo (platonico),13 chiamato a corte da Attalo, compose
un’opera su artisti e scultori, una raccolta di excerpta paradossografici ricavata dai
Παράδοξα di Callimaco e biografie di filosofi del suo tempo. In queste ultime, diver-
samente dai suoi contemporanei Satiro di Callatis ed Ermippo di Smirne, anzi forse
proprio in reazione al loro metodo biografico basato autoschediasticamente sulle fonti
letterarie, Antigono ricostruiva profili utilizzando conoscenze di prima mano, a partire
dalla sua esperienza personale diretta.14
Non molto tempo dopo visse Polemone di Ilio, suddito degli Attalidi per nascita,
autore di molti scritti eruditi su svariati argomenti. Fra questi figura una periegesi anti-
quaria, cioè una descrizione di antichità e monumenti disseminati in siti del mondo el-
lenizzato, che fu poi utilizzata come fonte dal periegeta Pausania nel II secolo d.C. Alla
maniera delle biografie di Antigono, anche le ricerche antiquarie di Polemone si fonda-
vano sull’autopsia, come è attestato anzitutto dal suo peculiare interesse per la trascri-
zione di epigrafi che gli guadagnò il soprannome di στηλοκόπας (probabilmente «ghiot-
to di steli»).15 Nell’opera Περὶ τῆς Ἀθήνησιν Ἐρατοσθένους ἐπιδημίας (Sul soggiorno
di Eratostene ad Atene), Polemone criticava dal punto di vista dell’antiquario alcune
notizie su Atene fornite dal grande filologo alessandrino nel trattato Sulla commedia
antica;16 nel Πρὸς Τίμαιον (Contro Timeo) si occupava anche di commedia siciliana e
indicava in Ipponatte «l’inventore della parodia» (εὑρετὴς τῆς παρῳδίας), citando a ri-
prova i quattro esametri nei quali il poeta arcaico scimmiottava il proemio dell’Iliade.17
Una generazione dopo, sulle orme dell’investigazione antiquaria di Polemone si
mise il suo conterraneo Demetrio di Scepsi (in Troade) – che però non risulta avere
avuto rapporti particolarmente stretti con la corte di Pergamo. In un vasto commentario
al Catalogo dei Troiani dell’Iliade (Il. 2.816-877), in trenta libri, Demetrio traeva spun-
to dal testo omerico per entrare nel merito di molte questioni di storia e topografia della
Troade omerica (cioè della regione in cui si trovava Scepsi, la sua città). L’opera, che
conteneva spunti polemici nei confronti del contemporaneo Cratete di Mallo, il più im-
portante filologo pergameno,18 più tardi fu compulsata a fondo da Apollodoro di Atene,
allievo di Aristarco, per la composizione del suo scritto Περὶ τοῦ τῶν νεῶν καταλόγου
(Sul catalogo delle navi).19
Concludiamo questa rapida rassegna della cultura antiquaria fiorita sotto il regno
di Attalo I con un cenno al «grande geometra» Apollonio di Perge. Dopo essersi for-

13
Non va confuso, invece, con il poeta (o i poeti) dello stesso nome del I secolo: Dorandi (1999, pp. XVII-
XXIII).
14
Wilamowitz (1881); Pfeiffer (1968, pp. 246-247, cfr. 134); Hansen (1971, pp. 397-400); Dorandi (1999,
pp. XXXIII-LXXXI). Quest’ultimo rubrica l’opera di Antigono come «littérature de mémoires», piuttosto
che come biografia in senso stretto (p. LXXX).
15
Testimonianza di Erodico di Babilonia in Athen. 6.234d.
16
Polem. frr. 47-48 Preller, cfr. 76 frr. 3-5 Bagordo.
17
Polem. fr. 45 Preller = 76 fr. 1 Bagordo, ove è citato il fr. 126 Degani = 128 West di Ipponatte. Su
Polemone: Preller (1838), studio con edizione dei frammenti; Pfeiffer (1968, pp. 247-249); Hansen (1971,
pp. 400-403).
18
Strab. 13.609.
19
Edizione dei frammenti di Demetrio di Scepsi: Gaede (1880). Cfr. Pfeiffer (1968, pp. 249-251); Hansen
(1971, pp. 404-405).

60
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

mato ad Alessandria alla scuola degli epigoni di Euclide, Apollonio entrò in contatto
con l’ambiente pergameno grazie alla mediazione di Eudemo. Si ritiene molto impro-
babile, tuttavia, che il personaggio di nome Attalo a cui il suo fondamentale trattato
Sezioni coniche è dedicato sia da identificare con il re pergameno del tempo.20

2.1.3. La filologia raggiunse il suo culmine a Pergamo nella prima metà del II secolo,
come coronamento di uno degli obiettivi pianificati dal re Eumene II.21 Diversamente
dalla cultura coltivata nel Museo alessandrino, che pure conseguiva a quel tempo i mas-
simi traguardi, l’approccio pergameno sembra rivolto quasi esclusivamente a studi let-
terari e peculiarmente ricettivo nei confronti di stimoli filosofici. Cratete di Mallo (in
Cilicia, nell’Asia Minore meridionale), che sarebbe diventato la personalità più illustre
del circolo erudito di Pergamo, giunse nella capitale su invito di Eumene. Nella voce
biografica a lui riservata nella Suda si precisa che era «un filosofo stoico», sopranno-
minato «l’Omerico e il Critico» per i suoi studi letterari e grammaticali, e che era «con-
temporaneo del grammatico Aristarco al tempo di Tolomeo [VI] Filometore» (re dal
180 al 145).22 Il biografo romano Svetonio racconta che Cratete, inviato dagli Attalidi
in missione diplomatica al Senato di Roma intorno al 168, a causa di una brutta caduta,
che gli procurò una frattura a una gamba, fu costretto a prolungare la sua permanenza
nell’Urbe e investì al meglio il suo tempo tenendo una serie di lezioni. L’episodio sa-
rebbe all’origine della diffusione del germe della filologia tra le élites colte romane23 –
più esattamente, stimolò il rilancio di una branca di studi che a Roma conosceva già
una storia e uno sviluppo.24 Pur in assenza di prove positive, possiamo immaginare che
Cratete abbia cooperato attivamente alla costituzione e all’incremento della Biblioteca
attalide, che in quel tempo si era dotata anche di un catalogo (πίνακες), sull’esempio
della Biblioteca di Alessandria.25
Nel definire la propria attività filologica, Cratete prese le distanze dalla qualifica di
γραμματικός, «grammatico», che gli appariva limitante in quanto adatta a un esperto
soltanto di glṑssai e prosodia dei testi letterari (una definizione che sembra attagliarsi ai
filologi alessandrini contemporanei), preferendo per sé la denominazione di κ ρ ιτ ικ ό ς ,
«critico»,26 a esprimere un approccio più esteso e organico alla lingua e alla letteratura,
il cui obiettivo ultimo non deve essere indugiare sulla superficie del dato testuale, ma
attraverso di esso conseguire l’apprezzamento critico delle opere. «Diceva che il kriti-
kòs è diverso dal grammatikòs e che il primo deve essere esperto di tutta la conoscenza
filosofica concernente il linguaggio (πάσης […] λογικῆς ἐπιστήμης), mentre al secondo
spetta solo di spiegare glosse e dar conto della prosodia e intendersi di questioni di tal

20
Apoll.Perg. 4 praef. Vd. Toomer (1970, p. 179); Fraser (1972, I, pp. 417-418); Fried – Unguru (2001, p.
416 n. 1).
21
Hansen (1971, p. 409-433).
22
Suda κ 2342 = Crat. test. 1 Broggiato.
23
Suet., gramm. 2.1-2 = Crat. test. 3 Broggiato.
24
Kaster (1995, pp. 61-63).
25
I pìnakes pergameni sono attestati da Dion.Hal., Din. 1 e 11 (rispettivamente 297.15-16 e 317.3-4
Usener – Radermacher), e da Athen. 8.336e.
26
L’uso tecnico della parola precede quello di grammatikòs: Gudeman (1922a, c. 1912); Schenkeveld
(1968). Si ricordi che Filita di Cos è definito ποιητὴς ἅμα καὶ κριτικός in Strab. 14.657.

61
Fausto Montana – La filologia ellenistica

genere: cosicché l’uno è simile a un capomastro, il grammatico invece a un operaio»27.


Ne conseguiva una tripartizione degli àmbiti della critica letteraria, attribuita dalle fonti
a Taurisco, allievo di Cratete, ma sensatamente riconducibile al maestro: la parte «logi-
ca» (λογικόν), rivolta alla dizione e alle figure grammaticali; la parte «pratica»
(τριβικόν), concernente dialetti e stili; e infine la parte «storica» (ἱστορικόν), che si oc-
cupa di «ciò che non può essere metodicamente organizzato», cioè miti e fatti storici.28
Una coriacea linea d’interpretazione assegna tradizionalmente grande importanza
all’influenza stoica sulla filologia di Cratete, sostenendo che nel campo della teoria lin-
guistica egli abbia fatto propria l’idea della superiorità della consuetudine (συνήθεια), e
quindi la tendenza al rispetto e alla conservazione degli usi eccentrici della lingua con-
tro la presunta ‘norma’, o ἀ ν ω μ α λ ία , in opposizione alla preferenza alessandrina per
la regolarità, cioè per l’osservanza di regole normative astratte, o analogia, che dunque
indulge nell’emendazione delle forme e dei testi giudicati ‘irregolari’ dal punto di vista
linguistico. Tuttavia, nel dibattito attuale prevale l’orientamento a destituire di reale
attendibilità storica questa rappresentazione delle due vedute nei termini di una netta
spaccatura teoretica fra Alessandrini analogisti e Pergameni anomalisti, o fra pensiero
dogmatico e pensiero empirico:29 è un’immagine derivata, in fin dei conti, dallo schema
dicotomico delle diverse posizioni costruito da Varrone (116-27) nel De lingua Latina.
Questa ricostruzione sembra mettere in ombra la realtà di una discussione dai tratti più
fluidi, che scaturiva da problemi meno teorici e più pratici – per esempio come ricono-
scere e isolare le regolarità linguistiche per applicarle nella costituzione testuale delle
opere letterarie, o come determinare la correttezza della lingua o Ἑλληνισμός – e costi-
tuiva il passo iniziale verso la fondazione della grammatica come disciplina o scienza
(τέχνη) autonoma, cioè libera e non condizionata da motivazioni e finalità filosofiche.30
Sotto questa luce, possiamo apprezzare adeguatamente l’interesse e l’impegno intellet-
tuale comuni, alessandrino e pergameno, per la definizione dell’ Ἑλληνισμός; e guada-
gna terreno l’attribuzione ipotetica a Cratete dello scritto Περὶ τῆς Ἀττικῆς διαλέκτου,
che nei frammenti superstiti mostra prese di posizione moderatamente atticiste.31
Nel campo della critica letteraria, pare che Cratete prediligesse l’interpretazione
allegorica, un metodo che apriva la strada al pensiero filosofico come strumento per la
spiegazione e la comprensione della poesia. Diversamente da un tempo,32 oggi si è me-

27
Sext.Emp., Math. 1.79 = Crat. fr. 94 Broggiato. Come scrive Nagy (1998, p. 187), agli occhi di Cratete
«the kritikoi of Pergamon stand for a more holistic approach to scholarship than the grammatikoi of the
Library of Alexandria».
28
Crat. test. 20 Broggiato, con il commento (2001, pp. 136-137).
29
Così riteneva Mette (1952).
30
Fehling (1956, pp. 264-270); Pinborg (1975, pp. 110-112); Taylor (1987, pp. 6-8); Blank (1994), (2005);
Schenkeveld (1994, pp. 283-287); Broggiato (2001, pp. XXXIII-XL, con i suoi frr. 102-105). Sintesi della
questione: Dickey (2007, p. 6 n. 15); Pagani (2011). A parere di Ax (1991, pp. 289-295), è semplicistico
intendere l’opposizione fra analogia e anomalia come una controversia puramente accademica, perché
invece la questione incide ampiamente su più terreni culturali concreti della società antica, come la
filologia (intesa come costituzione dei testi letterari), l’istruzione e la retorica.
31
Broggiato (2001, pp. XLII-XLVI, con i suoi frr. 106-121*). Per la paternità dell’opera, Cratete compete
con lo studioso ateniese di antichità suo omonimo (FGrHist 362).
32
Pfeiffer (1968, p. 237).

62
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

no propensi a ritenere che l’allegoresi fosse stata messa a punto dagli Stoici, i quali
piuttosto si interessavano allo studio e all’interpretazione, pure in chiave etimologica,
dei nomi divini e dei miti tramandati nella poesia arcaica.33 Degli studi di Cratete sui
poemi omerici conosciamo due titoli, sotto i quali devono stare moltissimi dei fram-
menti pervenuti: problemi di critica testuale formavano l’oggetto dei Διορθωτικά (o
Περὶ διορθώσεως), in otto o nove libri; invece gli Ὁμηρικά dovevano trattare questioni
esegetiche di carattere più generale, compresi aspetti di tipo cosmologico e geografi-
co.34 La prima delle due opere è definita nella Suda διόρθωσις (acc. διόρθωσιν, corre-
zione moderna del tràdito δὲ ὄρθωσιν), ma la grande maggioranza dei moderni esclude
che Cratete abbia realizzato un’edizione dei poemi in senso alessandrino.35 Ci si inter-
roga anche se questi scritti fossero strutturati nella forma dell’hypòmnēma o del
sỳngramma.36 Dai frammenti ricaviamo la frequente contrapposizione alle opinioni di
Aristarco, che si spiega soprattutto con la peculiarità delle premesse esegetiche di Cra-
tete, e cioè la convinzione che la poesia omerica possa essere tenuta a fondamento di
indagini cosmologiche, astronomiche e geografiche. Vediamo un esempio. Spiegando il
racconto in Il. 1.590-593 della caduta di Efesto, precipitato da Zeus dal cielo sulla terra,
Aristarco intendeva le parole πᾶν ἦμαρ (v. 592), con cui il poeta indica la durata della
caduta del dio, letteralmente «per tutto il tempo rimanente del giorno, fino a sera». Di-
versamente, Cratete vide in queste parole una precisa indicazione della durata tempora-
le complessiva della caduta, nel senso di «per un giorno intero», cioè per tutto il tempo
impiegato dal sole ad attraversare il cielo fino al tramonto; e le considerò un dato utile
per dedurre la forma sferica dell’universo secondo la cosmologia omerica e per calco-
larne le dimensioni.37 Lo stesso punto di vista opera nella spiegazione cratetea dello
scudo di Agamennone, descritto in Il. 11.32-35, come «un’imitazione del cosmo»
(μίμημα τοῦ κόσμου). Su questa base, si sarebbe tentati di attribuire a Cratete almeno
una di due dettagliate interpretazioni allegoriche tràdite a proposito della descrizione
iliadica del nuovo scudo scolpito di Achille (Il. 18): ma la tradizione antica su questo
punto è talmente intricata, che la prudenza sconsiglia di sbilanciarsi.38
Pochi altri resti dell’esegesi di Cratete, concernente poeti come i lirici Alcmane,
Stesicoro e Pindaro e il tragediografo Euripide,39 derivano probabilmente non da scritti
specialistici singolarmente riservati a ciascuno di questi autori, ma da discussioni inse-
rite in contesti di tipo più generale. Alcune osservazioni sui Fenomeni di Arato, per e-
sempio, dovevano trovare posto nelle opere di omeristica40 e lo stesso può valere per i

33
Long (1992); cfr. Porter (1992, pp. 85-111); Broggiato (2001, pp. LX-LXV); Ramelli (2003, pp. 478-
488).
34
Crat. frr. 1-77 Broggiato.
35
Broggiato (2001, p. XXI); di parere contrario, e.g., Nagy (1998, pp. 215-223).
36
Pfeiffer (1968, p. 239); Broggiato (2001, p. XXI).
37
Crat. fr. 3 Broggiato, con il commento (2001, pp. 142-144). Sulla cosmologia di Cratete: Mette (1936).
38
Crat. fr. 12 Broggiato. Diversamente da Mette (1936, pp. 30-41), Pfeiffer (1968, pp. 240-241) e Porter
(1992, pp. 91-94), Broggiato (2001, pp. 157-164) si mantiene cauta rispetto all’ipotesi della paternità
cratetea delle due spiegazioni allegoriche.
39
Crat. frr. 82-84 (poeti lirici) e 86-89 Broggiato (Euripide). Vd. Broggiato (2001, pp. XXIV-XXV).
40
Maass (1892, pp. 167-203); cfr. Broggiato (2001, p. XXII).

63
Fausto Montana – La filologia ellenistica

pochi frammenti pervenuti su Esiodo.41 Uno di questi frammenti merita di essere men-
zionato, perché attesta che Cratete espungeva entrambi i proemi tràditi dei due poemi
esiodei, mentre il peripatetico Prassifane e Aristarco si limitavano a espungere quello
delle Opere: contenuto e argomentazione del frammento spingono a supporre la sua
provenienza da un contesto critico di teoria poetica, più che da un commentario a Esio-
do.42 In effetti Cratete affrontò questioni di poetica, connesse specialmente con aspetti
di eufonia (qualità del suono verbale), ritmo e versificazione, in un apposito scritto
spesso citato dall’epicureo Filodemo di Gadara (I secolo) nella sua Poetica a noi giunta
in frammenti.43 Appare del tutto naturale che Cratete, coerentemente con la sua conce-
zione del kritikòs, indirizzasse i risultati della filologia testuale all’obiettivo della κρίσις
ποιημάτων, la «critica delle opere letterarie», che per lui rappresentava l’autentico fine
dello studio della letteratura e che una generazione più tardi anche l’alessandrino Dio-
nisio Trace, allievo di Aristarco, avrebbe riconosciuto come l’ultimo e il più nobile
compito della grammatikḕ tèchnē.44

2.2. Esperienze di pluralismo


2.2.1. Le generazioni di filologi immediatamente successive a quella di Aristarco e Cra-
tete non poterono prescindere dai risultati raggiunti da questi grandi maestri, di cui pro-
seguirono e svilupparono alcune linee di ricerca producendo nuovi sforzi e conseguen-
do traguardi nuovi e originali. Al tempo stesso, essi posero le basi per la raccolta e la
conservazione dell’enorme eredità della filologia ellenistica e ne garantirono il passag-
gio e il travaso nella cultura greco-romana. Tuttavia, prima di occuparci della storia di
questi sviluppi, è opportuno fare alcune premesse.
Abbiamo sottolineato come la tradizione antica drammatizzi la contrapposizione
fra Alessandria e Pergamo, fra Aristarco e Cratete e i rispettivi allievi, probabilmente
applicando un buon grado di approssimazione e almeno in parte proiettando nel passato
concetti, categorie e contrapposizioni propri di epoche posteriori. È una raffigurazione
nella quale, come qui osservato varie volte, abbiamo la possibilità e l’onere di ripristi-
nare asimmetrie e sfumature, cominciando dal precisare che la filologia pergamena non
sembra avere assunto le caratteristiche e la consistenza di una vera e propria ‘scuola’.45
Non mancano, poi, testimonianze riguardo a punti di contatto e d’intersezione fra espo-
nenti ed esperienze dei due centri. Possiamo tornare a ricordare la notizia del progetto

41
Crat. fr. 78 Broggiato, con il commento: Broggiato (2001, p. XXIII).
42
Montanari (2009a, pp. 316-322).
43
Broggiato (2001, pp. XXVII-XXXIII, con i suoi frr. 94-101). Cfr. Porter (1992, pp. 112-113).
44
Non abbiamo prove che con il critico pergameno sia da identificare il Cratete ripetutamente citato da
Giovanni Tzetzes per questioni relative alla commedia attica (come le «parti» o μέρη della commedia e la
parabasi): Broggiato (2001, pp. XXV-XXVII, con i suoi frr. 90*-93*). A parere di Bagordo (1998, pp. 61,
116-118: N. 28), il Cratete di Tzetzes potrebbe essere il filosofo accademico ateniese del I secolo, autore
di un Περὶ κωμῳδίας.
45
E.g. Montanari (1993c, pp. 648-649). Sugli eruditi menzionati nelle fonti antiche come allievi di Cratete
o Kratḕteioi: Crat. testt. 20-27 Broggiato; Hansen (1971, pp. 418-422); Broggiato (2001, pp. XVIII-XIX e
137-138).

64
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

di Aristofane di Bisanzio di trasferirsi sotto il patronato di Eumene II;46 o sottolineare


che Cratete apprezzava alcune interpretazioni allegoriche della poesia omerica avanzate
da Agatocle di Cizico, allievo di Zenodoto ad Alessandria, sotto l’influsso della cosmo-
logia stoica.47 E infine, come vedremo tra breve, più di un allievo di Aristarco – i sog-
getti, cioè, che secondo la ricostruzione tradizionale avrebbero dovuto nutrire una natu-
rale ostilità e insofferenza verso l’ambiente dominato dalla figura e dall’opera di Crate-
te – offre concreti e significativi esempi di feconda frequentazione con Pergamo.
Un’altra considerazione preliminare riguarda lo scenario della seconda fase della
filologia ellenistica. Per vari motivi storici, in quest’epoca gli orizzonti geografici del-
la cultura filologica si allargarono e altri centri urbani emersero dall’ombra nella quale
erano rimasti in questa sfera, andando ad affiancarsi ad Alessandria e a Pergamo. La
competizione fra Tolomei e Attalidi per assicurarsi la continuità simbolica con la cultu-
ra di Atene, esercitata anche ricorrendo a un vistoso evergetismo, di fatto garantì
all’antica capitale della civiltà classica di poter continuare a competere sullo scenario
del tempo come uno dei centri di alta formazione più equipaggiati, prestigiosi e attraen-
ti del Mediterraneo. Occupandoci delle sorti di alcuni allievi di Aristarco, poseremo lo
sguardo sulla raffinata cultura fiorita nell’isola di Rodi. E il progressivo espandersi del-
la potenza politica e militare di Roma nell’Oriente ellenizzato spiega il moltiplicarsi di
presenze stabili di grammatici greci nella Città Eterna a partire dal I secolo. In effetti,
alcune delle principali trasformazioni politiche e sociali che intervennero durante il
Basso Ellenismo dipesero proprio dall’ingerenza strategica che Roma esercitò nei con-
fronti dei regni ellenistici, per poi assorbirli poco per volta nella propria sfera
d’influenza e, infine, nel proprio dominio. Tra gli effetti di segno positivo di questa e-
pocale transizione storica vi furono una maggiore circolazione di intellettuali e filologi
di orientamento diverso e, di conseguenza, la formazione di un melting pot culturale e
di inedite opportunità di confronto e di scambio, che ebbero il merito di spezzare il so-
stanziale duopolio fino ad allora imperante, a quanto pare, nella filologia ellenistica.
Questa duplice constatazione, sia circa l’ampliarsi degli orizzonti della filologia nel
Basso Ellenismo alla vigilia e nel corso della romanizzazione, sia riguardo a occasioni
di scambio e d’intreccio culturale fra centri di erudizione nuovi e antichi, esige un atto
di franchezza e di coraggio epistemologico: cioè superare una volta per tutte nella rico-
struzione storiografica il pregiudizio manicheo implicito nel paradigma ‘Alessandria vs
Pergamo’; un pregiudizio che limita o compromette la possibilità di porre nella giusta
evidenza, accanto a differenze di visione e a occasioni polemiche, anche connessioni e
convergenze culturali, stimoli e influenze reciproci, frequentazioni più libere e diffuse
e una concezione in fin dei conti pluralistica di dottrine e appartenenze.

2.2.2. Tra i grammatici che si posero nella scia di Cratete si ricorda il suo conterraneo
Zenodoto di Mallo (II-I secolo), se questi è davvero da identificare con l’erudito quali-
ficato in uno scolio a Omero come Kratḕteios, «allievo di Cratete».48 Gli viene attribui-

46
Suda α 3936, s.v. Ἀριστώνυμος (Ar.Byz. test. 1 Slater).
47
Broggiato (2001, p. XIX con la n. 18).
48
Schol. Il. 22.79b (ex.) = Crat. test. 24 Broggiato.

65
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ta un’opera ȆȡާȢ IJ‫ބ ޟ‬ʌߩ ݃ȡȚıIJȐȡȤȠȣ ܻșİIJȠȪȝİȞĮ IJȠࠎ ʌȠȚȘIJȠࠎ,49 che si inserisce nel con-
testo di un vivace dibattito antico e di un vero e proprio filone di studi sulle athet‫ں‬seis
di Aristarco nei poemi omerici.50 Prima di Zenodoto, sull’argomento erano intervenuti
almeno due alessandrini, Callistrato, l’allievo di Aristofane di cui già abbiamo parlato
(1.5.12.), e Demetrio ‘Issìone’ di Adramittio (in Misia). Scolaro di Aristarco, Demetrio
compose due opere di omeristica intitolate ȆȡާȢ IJ‫ޟ‬Ȣ ‫݋‬ȟȘȖȒıİȚȢ (Contro le o Sulle spie-
gazioni) e ȆȡާȢ IJȠީȢ ‫ݗ‬șİIJȘȝȑȞȠȣȢ (scil. ıIJȓȤȠȣȢ, Contro i o Sui versi atetizzati).51 La
tradizione antica stigmatizza Demetrio come un ‘traditore’ del proprio maestro (questo
è il significato del soprannome Issìone, che lo associa al mitico re tessalo, prototipo di
tradimento e ingratitudine), perché si sarebbe macchiato di diserzione nei confronti del-
la sua scuola d’origine, quella alessandrina, per passare nel campo avversario di Per-
gamo.52 Possibili tracce di un’influenza pergamena possono essere scorte nel suo inte-
resse per l’etimologia, un settore tipicamente ricollegabile alla riflessione dello stoico
Crisippo,53 e per la dialettologia, àmbito nel quale Demetrio realizzò una raccolta di
݃IJIJȚțĮ‫ ޥ‬ȜȑȟİȚȢ e compose un trattato in cui descriveva come un dialetto definito e auto-
nomo il greco parlato ad Alessandria (Ȇİȡ‫ ޥ‬IJ߱Ȣ ݃ȜİȟĮȞįȡȑȦȞ įȚĮȜȑțIJȠȣ).54 D’altra parte,
gli scoli ai poemi omerici testimoniano, accanto a svariati esempi di critiche di Deme-
trio nei confronti di athet‫ں‬seis operate da Aristarco, anche un buon numero di casi in
cui l’allievo manifesta di condividere l’opinione del maestro. Abbiamo buoni motivi,
dunque, per mitigare la visione convenzionale di Demetrio come un ‘apostata’, a van-
taggio di un profilo caratterizzato da un ottimo grado di indipendenza di opinione e di
pensiero critico.55
Un altro terreno d’incontro fra Alessandrini e Pergameni in quest’epoca è rappre-
sentato dallo sviluppo degli studi sulla commedia antica. Ammonio Alessandrino, forse
allievo diretto di Aristarco e suo successore a capo della Biblioteca tolemaica ‘riformata’
dopo i fatti del 144, oltre a essere noto per i suoi studi sui poemi omerici e per uno scritto
sullo stile omerico della prosa di Platone (Ȇİȡ‫ ޥ‬IJࠛȞ ‫ބ‬ʌާ ȆȜȐIJȦȞȠȢ ȝİIJİȞȘȞİȖȝȑȞȦȞ ‫݋‬ȟ
‫ݾ‬ȝȒȡȠȣ, I prestiti omerici di Platone: vd. 1.4.6.), viene ricordato per avere composto
due opere che si pongono in continuità con ricerche di Aristofane di Bisanzio e di Cal-
listrato: una monografia sulle etere (menzionate nella commedia attica) e un’altra sui
țȦȝ૳įȠȪȝİȞȠȚ, cioè individui reali «messi in ridicolo nelle commedie». Questi scritti si
collocano nell’alveo dell’esegesi letteraria e avevano lo scopo di rintracciare elementi
utili a distinguere omonimi, fornire una prosopografia elementare e repertoriare men-

49
Suda ȗ 275.
50
Su Zenodoto di Mallo: Nickau (1972b).
51 Edizione dei frammenti di Demetrio: Staesche (1883) e, per i soli frammenti di omeristica, Ascheri

(2003). Si occupò anche del commediografo Aristofane e, forse, di Esiodo, per il quale vd. Montanari
(2009a, p. 341).
52
Suda į 430 (= Dem.Ix. test. 1 Ascheri) ǻȘȝȒIJȡȚȠȢ ੒ ਥʌȓțȜȘȞ ੉ȟȓȦȞ. […] ਥʌİțȜȒșȘ į੻ IJȠ૨IJȠ, […] ੖IJȚ IJ૶
įȚįĮıțȐȜ૳ ਝȡȚıIJȐȡȤ૳ ਕȞIJȒȡȚıİȞ. Vd. Blau (1883, pp. 19-20).
53
Degani (1990, pp. 1173-1174).
54
Ascheri (2010, soprattutto pp. 149-150) ipotizza che Demetrio fosse aperto a soluzioni di tipo
anomalista e che praticasse un moderato atticismo funzionale all’ambizione tolemaica di assimilare la
lingua e la cultura di Atene e di Alessandria.
55
Ascheri (2003, pp. X-XVI); Ascheri (2004, pp. 337-338); Ascheri (2010).

66
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

zioni di persone oggetto di satira comica nella tradizione dei testi teatrali.56 Le medesi-
me categorie di persone – bersagli della satira comica, come parassiti ed etere – erano
fra i soggetti di cui si occupavano nello stesso periodo sia il pergameno Caristio, in
un’opera sugli allestimenti teatrali (Περὶ διδασκαλιῶν),57 sia il Kratḕteios Erodico di
Babilonia in un uno scritto pure intitolato Κωμῳδούμενοι, dove per esempio erano
menzionate le etere Sinope e Frine;58 potrebbe provenire dalla stessa opera un riferi-
mento a una seconda rappresentazione dei Persiani di Eschilo ricavabile da uno scolio
alle Rane di Aristofane.59 Dietro un epigramma umoristico di Erodico, che denuncia la
filologia degli Aristàrcheioi come fredda pedanteria e ristrettezza di vedute, si può fa-
cilmente riconoscere la concezione cratetea che metteva il kritikòs in contrapposizione
con il grammatikòs.60

2.2.3. Non v’è dubbio che la secessio doctorum, che nel 144 decimò il Museo di Ales-
sandria, agì come un fattore involontario di ulteriore, fecondo scambio intellettuale
nell’età ellenistica avanzata. Può suonare come ironia del destino il fatto che, nel mo-
mento storico stesso dell’apogeo rappresentato da Aristarco, molti studiosi alessandrini
fossero costretti a cercare un rifugio e una nuova patria culturale a Pergamo o in altri
centri di erudizione fuori della portata dei Tolomei.61 Questa fu la sorte, fra gli altri, di
Apollodoro di Atene (ca. 180-110). Dopo essersi formato in patria alla scuola dello
stoico Diogene di Babilonia (o di Seleucia), che figura tra i possibili maestri anche di
Cratete di Mallo, Apollodoro si trasferì ad Alessandria e qui fu allievo e collaboratore
di Aristarco. Sembra che all’epoca della crisi dinastica tolemaica egli abbia cercato ri-
paro a Pergamo e poi, alla fine, sia ritornato ad Atene. La sua esperienza biografica e
intellettuale è un buon argomento a favore dell’effettiva possibilità che gli stimoli e gli
indirizzi culturali diversi che caratterizzavano i maggiori centri di cultura del tempo
(Atene, Alessandria, Pergamo) potessero convergere, incontrarsi e convivere fruttuo-
samente nella medesima persona.62
Una fonte antica definisce Apollodoro φιλόλογος, lo stesso termine usato per sé da
Eratostene63, del quale fu davvero un ideale successore sia per la comparabile curiosità
intellettuale, sia per avere coltivato campi di ricerca in gran parte simili.64 Uno di questi
terreni comuni è la cronologia. Per la realizzazione dei Χρονικά, dedicati al re di Per-
gamo Attalo II e composti in trimetri giambici per favorire la memorizzazione, Apollo-
doro si era ispirato chiaramente al lavoro di Eratostene, che aveva l’ambizione di mi-
gliorare. In una griglia cronologica che andava dalla conquista di Troia (1184/3) fino ai

56
FGrHist 350; Bagordo (1998, pp. 50, 74-76: N. 3). Vd. Steinhausen (1910).
57
Bagordo (1998, pp. 57, 111: N. 25).
58
Athen. 13.586a, 591c = 55 frr. 1-2 Bagordo. Su Erodico come Kratḕteios: Crat. test. 25 Broggiato con il
commento; Düring (1941).
59
Schol. Aristoph., Ra. 1028e.
60
Athen. 5.222a = SH fr. 494.
61
Pfeiffer (1968, pp. 385-387).
62
Cfr. Fraser (1972, p. 470), che però parla di contatti «on a purely personal level» ed esclude «a general
dilution of the hostility between the two schools».
63
Ps.-Scymnus, Perieg. 16-49 (con il commento di Marcotte [2000, pp. 151-152]) = FGrHist 244 test. 2.
64
Edizione dei frammenti: FGrHist 244; Theodoridis (1972), (1979); Mette (1978, pp. 20-23).

67
Fausto Montana – La filologia ellenistica

tempi dell’autore, erano registrati non soltanto eventi politici e militari, ma anche noti-
zie relative a molti àmbiti dell’attività e del sapere umano come la filosofia, l’arte e la
letteratura, scanditi sulla base degli arcontati ateniesi. A quanto riusciamo a ricostruire,
lo scritto Περὶ θεῶν rappresentava una sintesi perfetta della poliedrica personalità intel-
lettuale di Apollodoro e uno specchio del suo composito retroterra biografico e cultura-
le. Si trattava nella sostanza di uno studio di storia della religione, condotto sullo sfon-
do della filologia omerica come analisi approfondita degli epiteti divini, anche facendo
ricorso all’etimologia. Qui la predilezione alessandrina per l’indagine lessicale e per
l’interpretazione letteraria s’intrecciava con l’interesse storico-antiquario e con una me-
todologia che combinava insieme ermeneutica ed etimologia, probabilmente sotto
l’influenza stoica e/o pergamena.65 Nel Περὶ τοῦ τῶν νεῶν καταλόγου, dedicato a pro-
blemi posti dal catalogo dell’armata achea a Troia nel secondo libro dell’Iliade e, più in
generale, dalle fantasiose stravaganze della geografia omerica, dava il suo contributo a
un tema di ricerca altamente specializzato e complesso della filologia antica, al quale si
erano applicate in passato menti come quelle di Eratostene, Demetrio di Scepsi e Ari-
starco.66 Il raggio degli studi letterari di Apollodoro arrivava a coprire anche il teatro
antico: scrisse saggi su autori della commedia e del mimo dorici (Su Epicarmo, Su So-
frone) e dette il suo contributo al filone esegetico-prosopografico sulle etere di Atene
menzionate nella commedia attica (Περὶ τῶν Ἀθήνησι ἑταιρίδων), che si confermava
così un soggetto topico dell’erudizione ellenistica specializzata.67 Terminiamo questo
profilo di Apollodoro ricordando i suoi studi sul lessico (Glṑssai) e in particolare
sull’etimologia, che riceveva spazio non soltanto nel Περὶ θεῶν, ma anche in una rac-
colta apposita di Etimologie, in cui probabilmente operava un’originale fusione di sti-
moli e concezioni di tipo stoico e alessandrino.68

2.2.4. Di poco più giovane di Apollodoro, l’alessandrino Dionisio Trace (ca. 170-90)
fece in tempo a completare la sua formazione alla scuola di Aristarco prima della dia-
spora del 144, che lo portò a vivere e a insegnare a Rodi.69 L’atteggiamento polemico di
Dionisio nei confronti del critico pergameno più rappresentativo è espressamente testi-
moniato dal suo sỳngramma Contro Cratete,70 che aveva un precedente in un’opera del-

65
FGrHist 244 frr. 88-153. È il contesto adatto per ricordare la Βιβλιοθήκη, un manuale mitografico del I
o II secolo d.C., erroneamente attribuito ad Apollodoro di Atene nella tradizione manoscritta medievale.
Vd. Wagner (1926); Carrière – Massonie (1991); Scarpi (1996); Fowler (2000); Dräger (2005); e inoltre la
bibliografia repertoriata nel database elettronico ABEL (Apollodori Bibliotheca Electronica),
<http://abel.arts.kuleuven.be/>.
66
Strab. 8.339 documenta l’uso esteso delle opere di Eratostene e di Demetrio da parte di Apollodoro.
Edizione dei frammenti: FGrHist 244 frr. 154-207.
67
FGrHist 244 frr. 208-218; Bagordo (1998, pp. 45-46, 80-84: N. 10). Opere su questo soggetto
composero, come abbiamo visto, Aristofane di Bisanzio e il suo allievo Callistrato nel II secolo e
Ammonio Alessandrino e il Kratḕteios Erodico al tempo di Apollodoro.
68
Frede (1977, p. 52); Schenkeveld (1984, p. 348).
69
Mygind (2000, pp. 263-264: N. 34). Tra le opere di Dionisio figura uno scritto storiografico su Rodi
(FGrHist 512).
70
Dion.Thr. fr. 15 nell’edizione di Linke (1977); cfr. Crat. test. 29 Broggiato.

68
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

lo stesso titolo del suo quasi contemporaneo Parmenisco di Alessandria. 71 È attestata


con dovizia l’attività filologica e ipomnematica di Dionisio sui poemi omerici72 e, sia
pure in misura minore, su Esiodo e Alcmane. 73
Altri frammenti di opere di Dionisio afferiscono a problemi retorici e grammatica-
li74 e ricadono pertanto in un àmbito generale di studi, quello linguistico, già largamente
consolidato nella tradizione filologica alessandrina del tempo. È qui, tuttavia, che in-
crociamo il problema più spinoso e controverso nel quadro della produzione intellettua-
le di Dionisio. Fra le sue opere è ricordato uno scritto di contenuto grammaticale, de-
nominato da Sesto Empirico (II secolo) παραγγέλματα, «precetti»,75 che però probabil-
mente ha davvero poco a che fare con la Τέχνη γραμματική (Arte grammatica) perve-
nuta per tradizione medievale sotto il nome dell’allievo di Aristarco.76 Attorno al pro-
blema dell’autenticità della Tèchnē si è acceso un dibattito vivace e intricato, special-
mente dopo che la paternità di Dionisio è stata messa seriamente in dubbio sulla base di
oggettive incongruenze strutturali e di contenuto.77 Oggi vi è consenso unanime sulla
genuinità soltanto del primo paragrafo, contenente una definizione della grammatica
(«conoscenza empirica di ciò che è correntemente detto da poeti e prosatori»)78 e una
tassonomia della disciplina in sei parti; 79 il resto sarebbe invece spurio e riferibile a un
autore o compilatore della tarda antichità, a quando risalgono anche i ricchi ‘scoli’ (in
realtà un vero e proprio commentario continuo) e alcuni ‘supplementi’ associati alla
Tèchnē nella tradizione manoscritta, che conservano un’enorme massa di informazioni
sul pensiero e sulla prassi grammaticale antica.80 Come abbiamo avuto modo di osser-
vare nel capitolo precedente, i fondati dubbi sull’autenticità di gran parte della Tèchnē
sono stati utilizzati anche per negare l’esistenza di una riflessione grammaticale dei fi-

71
Parmen. fr. 2 Breithaupt; Crat. test. 28 Broggiato. Ignoriamo invece il contenuto dello scritto Sulla
dottrina di Cratete di Tolomeo di Ascalona, vissuto a Roma verso la fine del II secolo (West [2001, p.
82]), piuttosto che nell’età augustea, e appartenente, sembra, alla linea alessandrino-aristarchea (il suo
scritto è citato da Nicanore nello scolio a Il. 3.155b = Crat. test. 19 Broggiato).
72
Dion.Thr. frr. 1-47 Linke. Fra l’altro, Dionisio condivideva il criterio analogista e l’idea dell’origine
ateniese di Omero, professati da Aristarco.
73
Per Esiodo: Montanari (2009a, p. 341).
74
Dion.Thr. frr. 53-55 Linke.
75
Sext.Emp., S. 1.57.
76
Edizioni: Uhlig (1883, pp. 1-101); Pecorella (1962), con commento; testo greco riprodotto in Lallot
(19982), con traduzione francese e commento; in Kürschner (1996), con traduzione tedesca; in Swiggers –
Wouters (1998) con traduzione tedesca (= Kürschner [1996]) e olandese; in Callipo (2011), con traduzione
italiana e commento.
77
La controversia ha avuto inizio con Di Benedetto (1958-1959).
78
Γραμματική ἐστιν ἐμπειρία τῶν παρὰ ποιηταῖς τε καὶ συγγραφεῦσιν ὡς ἐπὶ τὸ πολὺ λεγομένων.
Sext.Emp., S. 1.57 dà la variante non innocua ἐμπειρία ὡς ἐπὶ τὸ πλεῖστον τῶν παρὰ ποιηταῖς τε καὶ
συγγραφεῦσιν λεγομένων, «conoscenza empirica per quanto possibile di ciò che è detto da poeti e
prosatori». Sulla controversia: Lallot (19982); Ventrella (2004).
79
Sintesi della questione: Pagani (2010b), (2011), con esaustiva messa a punto della straripante
bibliografia sull’argomento.
80
I supplementi sono consultabili nell’edizione di Uhlig (1883, pp. 103-132), gli scoli in quella di Hilgard
(1901).

69
Fausto Montana – La filologia ellenistica

lologi alessandrini delle generazioni precedenti (Aristofane e Aristarco).81 Riguardo a


questo, tuttavia, è stato opportunamente argomentato che la questione della genuinità
della Tèchnē a noi pervenuta non intacca minimamente il dato di fatto indiscusso che
Dionisio fu autore in effetti di un trattato grammaticale: la definizione della disciplina
attestata nella Tèchnē e da Sesto Empirico e alcune documentate posizioni assunte da
Dionisio in materia di descrizione e denominazione di parti del discorso (che mostrano
indizi di una derivazione stoica, in particolare da Diogene di Babilonia),82 come pure
certe acquisizioni riconducibili, come si è visto, ad Aristofane e ad Aristarco, bastano a
garantire che la scienza grammaticale avesse iniziato a prendere consistenza ad Ales-
sandria almeno a partire dal II secolo, nella forma dell’osservazione linguistica stretta-
mente connessa con la costituzione e l’interpretazione dei testi letterari.83 Le nuove pro-
spettive aperte dalla ricerca sulla riflessione grammaticale dei filologi del II secolo, uni-
ta allo stato attuale del dibattito su Dionisio Trace, in definitiva autorizzano a vedere in
queste generazioni di eruditi i pionieri della grammatica tecnica, in quanto primi arte-
fici del processo di traduzione e adattamento di concetti filosofici, retorici e filologici
inerenti alla lingua nella terminologia tecnica e nella sintassi concettuale della nascente
disciplina grammaticale.84

2.2.5. Se cerchiamo di fissare la cronologia e l’appartenenza culturale di Asclepiade di


Mirlea (poi Apamea, in Bitinia), grammatico e storico,85 restiamo aporetici, anche per
la limitata utilizzabilità della relativa voce biografica della Suda, che è palesemente
corrotta o contaminata.86 I dati in nostro possesso autorizzano una datazione di massima
fra la seconda metà del II e il I secolo: il fatto che conoscesse opinioni di Dionisio Tra-
ce dimostra che Asclepiade era contemporaneo o più giovane dell’allievo di Aristarco.
Non è escluso che abbia vissuto per dei periodi a Roma e in Spagna (Baetica). Nono-
stante l’ipotesi non sia inverosimile, non ci sono prove che sia stato allievo di Cratete o
che abbia soggiornato a Pergamo. È tuttavia difficile negare un’influenza pergame-
na/stoica sulla sua attività, considerato che egli ricorreva al metodo esegetico allegori-
co-cosmologico nel sỳngramma Περὶ τῆς Νεστορίδος (Sulla coppa di Nestore), concer-
nente la forma, la funzione e il significato di questo recipiente descritto nell’Iliade
(11.632-637), interpretato come un’immagine allusiva del cielo e della costellazione
della Pleiade in esso contenuta.87 Un commentario all’Odissea è esplicitamente attesta-
to,88 mentre uno all’Iliade è deducibile con argomenti indiretti.89 Va messo in rilievo

81
Di Benedetto (1958-1959), (1973), (1990), (1998), (2000); Pinborg (1975); Siebenborn (1976); Frede
(1977); Taylor (1987); Law (2003). La tesi opposta è stata sostenuta da Erbse (1980); Ax (1982), (1991);
Matthaios (1999), (2001), (2002).
82
Sull’influenza dell’indagine grammaticale stoica su Apollodoro e Dionisio: e.g. Schenkeveld (1994, pp.
280-281); Matthaios (2009, p. 399).
83
Pagani (2010b).
84
Matthaios (2001), (2002).
85
Compose una Storia della Bitinia (Βιθυνιακά): FGrHist 697.
86
Suda α 4173 = Ascl.Myrl. test. 1 Pagani.
87
Ascl.Myrl. frr. 4-10 Pagani; vd. Pagani (2007a, pp. 18-23, 149-225).
88
Ascl.Myrl. test. 12 and fr. 3 Pagani; vd. Pagani (2007a, pp. 16-18).
89
Ascl.Myrl. frr. 1-2 Pagani; vd. Pagani (2007a, p. 16).

70
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

che egli si occupò, oltre a Omero, anche di Pindaro e, soprattutto, di Teocrito e forse di
Arato e Apollonio Rodio, guadagnandosi così un posto fra gli iniziatori della filologia
ellenistica sui poeti ‘contemporanei’.90 Parimenti, rivestono un’importanza di primo
piano, nell’attuale dibattito sulle origini della riflessione grammaticale greca, i resti del
suo Περὶ γραμματικῆς. Qui, implicitamente polemizzando con Dionisio Trace, alla de-
finizione della grammatica come una «conoscenza empirica» Asclepiade contrapponeva
quella di una «tèchnē di ciò che è detto da poeti e prosatori» (fr. 2): così egli affermava
il carattere in un certo senso scientifico, esaustivo e autosufficiente della grammatica,
contro una visione che la considerava invece un’attività intellettuale imperfetta e con-
getturale. Da un altro frammento apprendiamo che Asclepiade suddivideva la gramma-
tica in tre parti: una tecnica, una concernente le historìai91 e una filologica. La triparti-
zione ricorda quella proposta dal pergameno Taurisco e riconducibile a Cratete di Mal-
lo (vd. 2.1.3.). Abbiamo notizia, infine, di uno scritto in undici libri Περὶ γραμματικῶν
(Sui grammatici), che si suppone consistesse in una raccolta di biografie e in un reper-
torio di opere e teorie grammaticali.92

2.2.6. L’ingresso di Rodi sulla scena del nostro racconto storico, a proposito di Dioni-
sio Trace, ci presta l’aggancio per soffermarci sulla notevole fioritura che, nel II secolo,
rese l’isola un vivace crocevia fra le massime capitali culturali mediterranee del tempo,
Atene, Pergamo, Alessandria e Roma. A quell’epoca, Rodi aveva alle spalle un intero
secolo di prospera autonomia, conquistata alla morte di Alessandro Magno e difesa sia
con le armi, quando necessario (nel 305/4 Demetrio Poliorcete la assediò, ma senza
successo), sia con un’accorta politica che sfruttava la posizione di ago della bilancia fra
le monarchie ellenistiche: a garantirlo era il ruolo, sapientemente costruito e coltivato
nel tempo, di nevralgico nodo commerciale e finanziario interstatale, vitale soprattutto
per l’economia dell’Egitto. Alla fine del III secolo, complici la perdita di slancio e
l’entrata in crisi della politica estera del regno tolemaico, Rodi (alleata con Pergamo) si
vide costretta a rivolgere a Roma una richiesta di soccorso militare contro l’aggressione
del re macedone Filippo V (201). Questa decisione drammatica aprì definitivamente le
porte alla legittima ingerenza della più grande potenza occidentale nella penisola greca
e nel Mare Egeo. Pochi decenni più tardi, dopo la vittoria romana a Pidna nel 168 alla
fine della terza Guerra Macedonica, Rodi non fu più in grado di opporre resistenza alla
formalizzazione di un’asimmetrica alleanza permanente con Roma (164). L’affievolirsi
della piena indipendenza, tuttavia, non intaccò l’attuale benessere economico e cultura-
le dell’isola: anzi, la rassicurante ala protettrice di Roma gli portò beneficio, almeno
fino allo scoppio delle guerre civili, e differì nel lungo periodo il processo ormai inne-
scato di graduale declino.93

90
Vd. Belcher (2005); Pagani (2007a, pp. 24-31), (2007b). È generalmente escluso che Asclepiade sia
autore di uno scritto Su Cratino, per cui vd. Bagordo (1998, pp. 60, 102-103: N. 20); cfr. Pagani (2007a,
pp. 40, 218-219).
91
Su questo: Slater (1972).
92
Sugli scritti grammaticali di Asclepiade: Pagani (2007a, pp. 31-36).
93
Schmitt (1957); Berthold (1984, pp. 213-232).

71
Fausto Montana – La filologia ellenistica

In quest’epoca florida, dunque, l’isola si acquistò grande notorietà per le sue scuo-
le di retorica, dirette da personalità come Apollonio di Alabanda, conosciuto come
‘Rodio’ (fine del II secolo), e Apollonio Molone, maestro di Cicerone nella prima metà
del I secolo.94 La filosofia, che nell’Alto Ellenismo si era illustrata a Rodi di figure co-
me i peripatetici Eudemo e Prassifane, nel II e nel I secolo vide svilupparsi la scuola
stoica, di cui furono massimi esponenti il rodio Panezio, che era stato allievo tanto di
Cratete95 quanto di Dionisio Trace quando questi aveva soggiornato nell’isola,96 e Posi-
donio.97 Entrambi questi filosofi ben rappresentano un’idea eclettica di cultura, che nel-
la Rodi del tempo sembra costituire il trend intellettuale anche per figure ‘minori’ – o a
noi meno note – come, per esempio, Timachida di Lindo, l’autore di un’opera in esa-
metri, Δεῖπνον (Banchetto) e di una silloge di Γλῶσσαι, oltre che di commentari a opere
del teatro attico, fra le quali sicuramente la Medea di Euripide, le Rane di Aristofane e
il Kòlax (L’adulatore) di Menandro. Questo Timachida, inoltre, è forse da identificare
con uno dei cittadini di Lindo che furono incaricati di redigere l’eruditissima Cronaca
del tempio di Lindo restituita da una lunga epigrafe.98
Date le relazioni politiche ufficialmente instaurate fra Rodi e Roma verso la metà
del II secolo, non c’è da stupirsi che soprattutto a partire da quell’epoca numerosi espo-
nenti dell’élite romana affluissero nell’isola per perfezionare la propria formazione filo-
sofica e retorica. E così, dopo avere esercitato fino ad allora un ruolo di nodo economi-
co fondamentale nel Mediterraneo Orientale, una volta entrata nella sfera d’influenza di
Roma, Rodi ebbe modo di accreditarsi come ambìto crocevia di fertilizzazione cultura-
le. Si deve riconoscere pieno significato sintomatico al fatto che Dioniso Trace abbia
scelto di porre la sede della propria attività filologica in questo milieu, dopo avere la-
sciato Alessandria. Antiche e mature tradizioni filosofiche, retoriche e filologiche ave-
vano qui la ventura, e l’opportunità storica, di incontrarsi e fecondarsi reciprocamen-
te.99 Ha una valenza emblematica il fatto che l’élite romana, già familiarizzata con la
critica pergamena dal tempo della missione di Cratete a Roma nel 168, a Rodi avesse
modo di incontrare Dionisio Trace, uno dei più autorevoli testimoni ed eredi diretti di
Aristarco, il campione indiscusso della recente e più prestigiosa e produttiva stagione
della filologia alessandrina. Fra i Romani a cui toccò questa opportunità vi fu Lucio
Elio Stilone, che intorno all’anno 100 si recò nell’isola e vi ascoltò le lezioni di Dioni-
sio, è annoverato fra i maestri di Varrone e inoltre è ricordato come il primo, dei gram-

94
Mygind (2000, p. 260: NN. 22 e 24).
95
Strab. 14.676c = Crat. test. 21 Broggiato = Panaet. fr. 5 Alesse.
96
Pfeiffer (1968, pp. 232, 245, 270); cfr. Nagy (1998, pp. 222-223); Mygind (2000, pp. 256-257: N. 10).
Athen. 14.634c testimonia l’ammirazione di Panezio per Aristarco, che definiva un «profeta» (μάντις)
capace di penetrare il vero significato (διάνοια) della poesia omerica.
97
Mygind (2000, p. 257: N. 12).
98
Per il Δεῖπνον: SH 769-773. Per il commento del Kòlax menandreo: Men. test. 77 Kassel – Austin. Per
la Cronaca: SIG3 725; Blinckenberg (1915); FGrHist 532. Su Timachida: Mygind (2000, p. 264: N. 35);
Montana (2009a, pp. 179-180).
99
Di Benedetto (1958, p. 202) annette grande importanza ai contatti fra retorica e grammatica nella Rodi
del II secolo, in rapporto alla definizione dei rispettivi compiti e confini.

72
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

matici romani, ad avere adottato l’uso dei sēmèia critici aristarchei nel suo lavoro filo-
logico sugli autori latini arcaici.100
Alla diffusione del pensiero grammaticale a Roma contribuì un altro allievo di
Dionisio a Rodi, Tirannione di Amiso (ca. 100-25).101 Si trasferì a Roma nel 71, fu tra
i maestri del figlio di Cicerone e gli capitò di avere tra le mani gli scritti inediti di Ari-
stotele che Silla aveva portato con sé da Atene. La sua appartenenza alla linea filologi-
ca che risaliva ad Aristarco è comprovata dall’opera Περὶ τῆς Ὁμηρικῆς προσῳδίας,
dedicata a problemi di accentazione nei poemi e spesso citata da Erodiano negli scoli a
Omero. Per altri scritti che gli sono attribuiti esiste il dubbio se siano effettivamente
opera sua o del suo allievo Diocle, noto anche con il nome di Tirannione il Giovane;
mentre il dubbio opposto grava su una diòrthōsis omerica attribuita a Diocle.102 Al di là
dei problemi di paternità, è emblematico della temperie culturale sottesa agli sviluppi
della disciplina grammaticale, fra mondo ellenistico e Roma, che nel saggio Περὶ τῆς
Ῥωμαϊκῆς διαλέκτου uno dei due asserisse «che il latino deriva dal greco» (ὅτι ἐστὶν ἐκ
τῆς Ἑλληνικῆς).103
Lo spostamento del baricentro di interessi dei grammatici greci verso la penisola
italiana è testimoniato anche da una raccolta di Ἰταλικαὶ γλῶσσαι compilata da Diodo-
ro di Tarso, vissuto nella prima metà del I secolo a.C. Diodoro e il suo conterraneo e
contemporaneo Artemidoro sono ricordati nelle fonti come Aristophàneioi per avere
condiviso competenze e metodi del grande Aristofane di Bisanzio. Anche il secondo,
infatti, si occupò di questioni linguistiche in un trattato sul dialetto dorico ( Περὶ
Δωρίδος) e in un lessico gastronomico che pare concedesse largo spazio agli autori del-
la commedia. Il nome di Artemidoro è poi associato a un’iniziativa di assoluta impor-
tanza nella storia della filologia ellenistica: la più antica pubblicazione a noi nota di un
corpus – non è chiaro se avesse titolo per poter essere definito diòrthōsis o èkdosis –
della poesia bucolica, incentrato sulle opere di Teocrito.104
Un contemporaneo di Tirannione, Filosseno di Alessandria, visse come lui a Ro-
ma. Compose molte opere critiche su testo, prosodia e contenuto dei poemi omerici, fra
le quali si devono citare uno scritto di sapore aristarcheo, Περὶ σημείων τῶν ἐν τῇ
Ἰλιάδι, e un commentario all’Odissea. Nel campo degli studi sulla lingua si ricorda un
suo saggio sui monosillabi (Περὶ μονοσυλλάβων ῥημάτων), nel quale sosteneva la deri-
vazione della maggior parte delle parole greche da verbi monosillabici ricostruibili per
via analogica: una teoria che godette di vasto consenso ed era in contrasto con la dottri-
na etimologica stoica, incentrata invece sul presunto ruolo fondante del nome per la

100
Anecdoton Parisinum (Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 7530), edito da Bergk (1845) =
(1884, pp. 580-612); vd. inoltre Suet., gramm. 10, riportato sopra (Capitolo 1, n. 177). Breve rassegna
dell’influenza della filologia ellenistica, specialmente omerica, sugli intellettuali romani della tarda età
repubblicana in Pontani (2005, pp. 57-59).
101
Suda τ 1184.
102
Suda τ 1185.
103
Ancora Suda τ 1185. I frammenti di Tirannione e/o Diocle sono editi da Haas (1977); vd. inoltre Dyck
(1982); Montanari (1997c).
104
Su Diodoro: Bagordo (1998, pp. 60, 122-123: N. 33). Su Artemidoro: Bagordo (1998, pp. 63, 98-100:
N. 18); Pagani (2007b, pp. 286-287).

73
Fausto Montana – La filologia ellenistica

formazione del lessico.105 Sono poi tramandati i titoli di molte opere di Filosseno di ar-
gomento dialettologico (sul siracusano, il lacone, lo ionico) e lessicografico (sulle glos-
se e sui problemi di Ἑλληνισμός). Il suo nome è però legato particolarmente a una ri-
cerca sulla natura linguistica del latino, il Περὶ τῶν Ῥωμαίων διαλέκτου, nel quale, fa-
cendo leva su presunte affinità della lingua di Roma con l’eolico, perveniva alle stesse
conclusioni di Tirannione/Diocle: il latino è una variante dialettale del greco.106
Questo specifico orientamento della ricerca dialettologica è soltanto un aspetto
della più generale tendenza delle élites romane ed ellenistiche alla reciproca
integrazione culturale, che si manifestò anche in altri modi nei decenni finali della
Repubblica. La discussione sulla derivazione della civiltà romana da quella greca era
dunque ispirata da istanze fortemente ideologizzate ed entrava in competizione frontale
con la tesi alternativa delle origini troiane dei Romani, ovviamente sponsorizzata da
personalità di pedigree intellettuale pergameno. Il colmo degli svarioni filologici
ideologicamente ispirati fu raggiunto e superato quando qualcuno – pietosamente
rimasto anonimo nella tradizione antica – escogitò la bizzarra teoria delle origini
romane di Omero.107

2.2.7. Alla centralità di Roma in quanto capitale politica e militare del Mediterraneo
alle soglie del Principato si andava sommando rapidamente quella di nuova capitale
culturale: ultima e non meno prestigiosa protagonista della filologia accanto alle anti-
che, punto di confluenza tanto di libri ed eruditi, quanto di studio, edizione, copia e in-
contro, o contaminazione, di tradizioni testuali diverse. L’episodio più emblematico di
questo nuovo profilo che la città andava assumendo, e dell’intreccio di fattori politico-
militari e culturali che contribuì a determinarlo, è la vicenda della biblioteca privata di
Aristotele, cui abbiamo fatto cenno in precedenza e che ora è il momento di ripercorre-
re nelle sue linee essenziali.
Ateneo di Naucrati, al termine di un elenco di personalità della storia greca pro-
prietarie di ricche biblioteche private (fra le quali Policrate di Samo, il tiranno ateniese
Pisistrato, Euclide di Atene, Nicocrate di Cipro, gli Attalidi di Pergamo e il tragedio-
grafo Euripide), menziona «il filosofo Aristotele, <Teofrasto> e Neleo, che custodì i
libri di entrambi» e poi aggiunge: «il nostro re Tolomeo (II), chiamato Filadelfo, acqui-
stò tutti (questi libri) da lui (scil. Neleo) e li fece trasportare nella bella città di Ales-
sandria insieme con i libri acquistati ad Atene e a Rodi».108 Secondo questo racconto,
dunque, l’intera biblioteca del filosofo – e siamo portati a comprendervi implicitamente
anche tutte le opere da lui composte che ne facevano parte – era confluita nella Biblio-
teca alessandrina già prima della metà del III secolo, andando a costituire di fatto una
parte cospicua, qualificata e qualificante anche dal punto di vista simbolico, del fondo
librario originario dell’istituzione tolemaica nascente.109

105
Lallot (1991).
106
Suda φ 394 = Philox. test. 1 Theodoridis. Per il testo del trattato: frr. 311-329 Theodoridis (1976).
107
Vd. Ascheri (2011).
108
Athen. 1.3a-b.
109
Cfr. Blum (1977, pp. 109-134); Tanner (2000).

74
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

Strabone riporta i fatti in modo sensibilmente diverso.110 Secondo il geografo, dopo


avere ricevuto in custodia da Teofrasto i libri un tempo posseduti da Aristotele, Neleo li
portò nella propria città natale, Scepsi nella Troade, e li lasciò in eredità ai propri fami-
liari, gente di scarsa cultura che, pur senza disfarsi dei libri, non se ne curò per niente;
anzi costoro, quando vennero a sapere che i re di Pergamo, a cui la loro città era sotto-
messa, facevano incetta di libri per la costituzione di una Biblioteca reale, ebbero la
bella idea di occultarli in una fossa. Alcune generazioni dopo, i discendenti degli eredi
di Neleo vendettero i libri, ricavandone un buon guadagno nonostante che i volumi fos-
sero alquanto sciupati dall’umidità e dalle tarme, ad Apellicone di Teo (II-I secolo),
«più bibliofilo che filosofo». Consapevole dell’entità del suo rinvenimento, Apellicone
intervenne su quelle opere così malridotte e sfigurate, produsse nuove copie operando
restauri testuali al meglio delle sue possibilità (cioè male) e pubblicò gli scritti aristote-
lici in libri colmi di errori e di maldestre integrazioni (ζητῶν ἐπανόρθωσιν τῶν
διαβρωμάτων εἰς ἀντίγραφα καινὰ μετήνεγκε τὴν γραφὴν ἀναπληρῶν οὐκ εὖ, καὶ
ἐξέδωκεν ἁμαρτάδων πλήρη τὰ βιβλία). Essendo andate così le cose, sottolinea Strabo-
ne, i Peripatetici immediatamente posteriori a Teofrasto furono svantaggiati dal fatto di
avere avuto accesso soltanto a pochi libri di Aristotele, e per di più soltanto a quelli di
carattere essoterico (cioè divulgativo): per questo la loro speculazione filosofica fu di
modesto livello e su questioni di poco conto. Diversamente, continua il geografo, i loro
posteri ebbero la fortuna di poter leggere gli scritti esoterici (cioè specialistici) di Ari-
stotele e dedicarsi così a questioni autenticamente filosofiche, senza però – a pareggiare
i conti con i loro colleghi più antichi – la piena e puntuale cognizione delle dottrine del
maestro a causa della cattiva qualità testuale (ecdotica) delle opere pubblicate. «Roma
fu in gran parte la causa di questo», perché, dopo la conquista di Atene (86), Silla con-
fiscò la biblioteca di Apellicone, morto da poco, e la fece trasferire a Roma; qui alle
opere del maestro ebbero accesso sia il grammatikòs Tirannione, l’allievo di Dionisio
Trace a Rodi (dunque un ‘aristarcheo’), sia alcuni librai, che, fiutato l’affare, ne ricava-
rono copie per il mercato librario senza darsi pensiero della loro accuratezza testuale.
La versione straboniana, dunque, corona la vicenda rocambolesca della biblioteca
di Aristotele con un happy ending a suo modo ‘aristarcheo’ – che tuttavia ha poco di
confortante,111 dal momento che le opere del filosofo, in definitiva, ebbero diffusione
prive della debita diòrthōsis editoriale. Un’appendice alla storia, e una conclusione più
positiva, si leggono nella Vita di Silla di Plutarco.112 Il biografo riferisce che a Roma i
libri di Aristotele, dopo avere ricevuto una curatela preliminare da parte di Tirannione,
furono pubblicati da Andronico di Rodi, un seguace del Peripato, che realizzò pure dei
cataloghi (πίνακες) ancora reperibili al suo tempo. Questa conclusione offre l’indubbio
vantaggio di rassicurare sulla genuinità della documentazione dottrinale del Peripato e,
di conseguenza, della sua speculazione filosofica tra la fine dell’età ellenistica e i primi
secoli dell’impero.113

110
Strab. 13.609.
111
Nagy (1998, p. 202).
112
Plut., Sulla 26.1-2.
113
Nagy (1998, pp. 202-203).

75
Fausto Montana – La filologia ellenistica

La contraddizione fra la testimonianza di Ateneo, da una parte, e quella di Strabone


e Plutarco, dall’altra, può essere ridotta se la interpretiamo come l’effetto ottico genera-
to dall’assunzione di punti di vista diversi nella ricostruzione della vicenda. La tradi-
zione ufficiale alessandrina poteva vantare a buon diritto il possesso della biblioteca
originale di Aristotele – benché, a quanto pare, non nella sua interezza – perché i To-
lomei l’avevano regolarmente acquistata da Neleo. Dal canto loro, i Peripatetici della
tarda età ellenistica, tornati in possesso di importanti opere aristoteliche miracolosa-
mente scampate alla famelica domanda di libri dei Tolomei e degli Attalidi e rimaste
occulte per secoli, riscrissero in modo conveniente ai loro interessi la storia del destino
dell’intera biblioteca privata del loro maestro.114 Le due versioni fanno riferimento in
realtà alle sorti di due diversi gruppi di libri: la prima, ai volumi appartenuti ad Aristo-
tele, la seconda, ai libri di proprietà del filosofo contenenti le sue stesse opere esoteri-
che. Gli uni furono effettivamente venduti da Neleo a Tolomeo II, mentre gli altri rima-
sero nascosti e inaccessibili fino al tempo in cui Silla li portò dalla Grecia a Roma. Ol-
tre a conciliare le diverse versioni dei fatti, questa spiegazione ha anche il pregio di
colmare un’altra apparente lacuna della nostra documentazione, in quanto offre una
giustificazione plausibile della mancanza (a quanto pare) di un interesse alessandrino
per il pensiero e per le opere del putativo padre ispiratore della politica e delle istituzio-
ni culturali dei Tolomei.115

2.3. La filologia alessandrina al tempo di Augusto


2.3.1. Il racconto storico della filologia ellenistica non può artificialmente interrompersi
alla data convenzionale della battaglia di Azio (31), ma deve necessariamente inoltrarsi
un poco nell’età successiva e comprendere almeno i decenni del Principato di Augusto
(27 a.C.-14 d.C.), quando vissero e operarono figure che incisero in modo fondamentale
sui destini di quella storia. Si tratta soprattutto di personalità legate alla filologia ales-
sandrina, che si distinsero per la raccolta, la selezione e la compilazione degli ingenti
frutti portati a maturazione nei secoli precedenti e così ne assicurarono la trasmissione
alle epoche successive. L’imponenza e l’ampiezza dell’attività di questi eruditi sono la
migliore riprova, fra l’altro, del fatto che il pericolo d’incendio corso dalla Biblioteca
tolemaica al tempo della Guerra Alessandrina (48/7) non compromise affatto l’enorme
eredità di libri e di dottrina accumulata in tre secoli; semmai servì da premonizione e da
incentivo, perché ci si affrettasse a metterla in salvo.
Per illustrare quest’ultima propaggine della filologia ellenistica ci soffermeremo su
quattro figure più importanti, che hanno rivestito un ruolo-cardine in àmbiti diversi:
Aristonico, Didimo, Teone e Trifone.

114
Nagy (1998, p. 205).
115
Irigoin (1994, pp. 50-53).

76
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

2.3.2. Aristonico visse e insegnò a Roma al tempo di Augusto. 116 Vi sono indizi che
fosse di poco più anziano del suo contemporaneo Didimo, o almeno che parte della sua
attività abbia preceduto quella del collega.117 La pertinenza di Aristonico alla tradizione
filologica alessandrina, intuibile anche grazie a una perduta monografia di contenuto
antiquario Περὶ τοῦ ἐν Ἀλεξανδρείᾳ Μουσείῳ (da cui più tardi Sopatro di Apamea tras-
se un’epitome),118 è dimostrata inequivocabilmente dallo scritto Περὶ σημείων Ἰλιάδος
καὶ Ὀδυσσείας. Si trattava di un’interpretazione analitica del significato dei sēmèia cri-
tici annotati da Aristarco di fianco al testo omerico nella propria edizione dei poemi. Di
quest’opera fecero amplissimo uso i compilatori tanto degli scoli omerici (più estensi-
vamente quelli della famiglia di scoli tramandata nel celebre manoscritto Venetus A
dell’Iliade, ma se ne rinvengono tracce significative anche nella famiglia dei cosiddetti
scholia exegetica)119 quanto dei lessici e degli etimologici bizantini. I frammenti di Ari-
stonico sono uno dei canali fondamentali per la ricostruzione di una grandissima quan-
tità di spiegazioni aristarchee concernenti realia omerici e questioni mitografiche, lette-
rarie e grammaticali, nonché per la nostra conoscenza di numerosissime scelte critiche
di Aristarco nella costituzione del testo dei poemi, con particolare riferimento alle sue
athētèseis.120 Abbiamo notizia di un’opera di Aristonico dello stesso tipo relativa al la-
voro di Aristarco sulla Teogonia di Esiodo.121 Pare che, da buon aristarcheo, Aristonico
abbia composto suoi commentari originali ai poemi omerici122 e una monografia sulle
peregrinazioni di Menelao nel viaggio di ritorno in patria dopo la presa di Troia (Περὶ
Μενελάου πλάνης), che però potrebbe anche costituire in realtà una sezione del suo
commento all’Odissea.123 Si occupò inoltre di poesia arcaica e classica: commentò gli
Epinici124 e i Peani125 di Pindaro, i Partenii di Alcmane126 e forse l’Ilioupèrsis di Stesi-
coro.127 Un interesse esegetico per Sofocle è testimoniato da note presenti nel papiro di
Ossirinco testimone di frammenti degli Ichneutài.128 Di un trattato sulla danza (Περὶ
ὀρχήσεως) rimane un frammento in cui si parla degli adattamenti pantomimici
contemporanei di antiche danze tipiche della scena comica (κόρδαξ), tragica (ἐμμέλεια)
e satiresca (σίκιννις).129

116
Strab. 1.38; Suda π 3036.
117
Lehrs (1882, p. 28); Ludwich (1884-1885, I, p. 51); Schmidt (1854, p. 277); West (2001, pp. 49-50);
cfr. Pontani (2005, p. 62); Razzetti (2010, pp. 60-61).
118
Phot., Bibl. 161, 104b 40 Henry.
119
Schmidt (1976).
120
Edizioni dei frammenti: Friedlaender (1853) per l’Iliade; Carnuth (1869) per l’Odissea; e inoltre nelle
edizioni degli scoli omerici, Erbse (1969-1988), e Pontani (2007-2010) (in corso).
121
Suda α 3924: Περὶ τῶν σημείων τῶν ἐν τῇ Θεογονίᾳ Ἡσιόδου . Cfr. Montanari (2009a, p. 339).
122
Et.Gud. 348.20 Sturz; Ammon., Adf.voc.diff. 352 Nickau, che riporta Callim. fr. 470b Pfeiffer (= fr. 120
Massimilla) come citato da Aristonico in un hypòmnēma (a Omero?): Pfeiffer (1949, p. 356); Benedetto
(1993, pp. 72-76); Massimilla (1996, pp. 160, 451-452); Montanari (2002b, pp. 68-70).
123
Strab. 1.38.
124
Schol. Pind., O. 1.35c, 3.31a, 7.154a; N. 1 inscr. b, 1.37. Vd. Razzetti (2000).
125
P.Oxy. 5.841. Vd. Rutherford (2001, p. 149); McNamee (2007, pp. 315-343).
126
P.Oxy. 24.2387 = Alcm. fr. 3 Page; McNamee (2007, pp. 165-166).
127
POxy. 37.2803; McNamee (2007, pp. 373-375).
128
P.Oxy. 9.1174; McNamee (2007, pp. 366-370).
129
FGrHist 633 fr. 1; Bagordo (1998, pp. 64-65, 87-88: N. 14).

77
Fausto Montana – La filologia ellenistica

L’interesse di Aristonico per la lingua traspare da alcuni frammenti esegetici, nei


quali si discutono problemi di flessione nominale e verbale, ed è all’origine di una mo-
nografia in sei libri sulle irregolarità nominali (Ἀσυντάκτων ὀνομάτων βιβλία ἕξ), che
si inserisce nel filone di studi sulla regolarità linguistica i cui pionieri erano stati Aristo-
fane di Bisanzio e Aristarco.130 Il rapporto di Aristonico con Aristarco, in effetti, è un
nodo fondamentale per l’interpretazione del ruolo del primo nella storia della filologia
alessandrina; e, se si considera quanto della sua opera ruota attorno all’eredità culturale
dell’ultimo dei grandi bibliotecari tolemaici, è comprensibile che nella ricostruzione
storiografica moderna il nodo sia stato sciolto facilmente e volentieri nei termini di una
dipendenza ancillare. Eppure, la lettura attenta dei frammenti consente di stabilire che
ad Aristonico non mancava una personalità filologica a suo modo indipendente, in gra-
do di produrre osservazioni critiche nuove e originali: molto più – oggi siamo in grado
di affermarlo – di quanto i moderni siano stati disposti a concedergli, senza dubbio in-
gannati dall’ombra proiettata su di lui dalla statura imponente di Aristarco.131

2.3.3. A Didimo Alessandrino si deve una produzione erudita colossale, in cui è da


riconoscere il culmine e la ricapitolazione della lunga tradizione alessandrina di studi
critico-testuali, esegetici ed eruditi: punto di arrivo della filologia ellenistica e volano
per la trasmissione di quel patrimonio ai secoli successivi. Visse e operò nella capitale
tolemaica negli ultimi anni della sua indipendenza e al tempo di Augusto. Forse nella
consapevolezza della fine di un’epoca e di una cultura, dispiegò un’infaticabile attività
in ogni direzione della cultura filologica, meritandosi gli ironici soprannomi di
χαλκέντερος, «viscere di bronzo», per la sua capacità di ‘ingerire’ qualsiasi tipo di let-
tura, e di βιβλιολάθας, «dimenticalibri», come se neppure lui stesso potesse avere me-
moria di tutti i suoi scritti, che occupavano un numero di rotoli oscillante nelle fonti tra
3.500 e 4.000.132 La sua dedizione a raccogliere, selezionare e compilare le opere della
filologia alessandrina del passato si tradusse in un ampio ventaglio tipologico di prodot-
ti, nei quali dominava l’impostazione esegetica: prevalentemente commentari e mono-
grafie di chiara impronta aristarchea.133 Si capisce, pertanto, che Didimo – nonostante
per ragioni cronologiche non possa avere conosciuto Aristarco di persona – sia qualifi-
cato nella Suda come Aristàrcheios.134
Per la conoscenza della filologia omerica degli Alessandrini siamo fortemente in-
debitati con Didimo per il suo sỳngramma Περὶ τῆς Ἀρισταρχείου διορθώσεως, nel
quale erano raccolti e commentati estratti dell’edizione aristarchea dei poemi e delle
relative argomentazioni.135 Questo scritto costituì uno dei pilastri della posteriore inter-
pretazione di Omero e fu incorporato nella tradizione esegetica della tarda antichità, e
quindi negli scoli, insieme con l’opera di Aristonico sui sēmèia aristarchei e con altre

130
Suda α 3924.
131
Razzetti (2010).
132
Demetrio di Trezene (in Athen. 4.139c) e Suda δ 872, per la prima cifra; Sen., epist. 88.37, per la
seconda.
133
Edizione dei frammenti di Didimo: Schmidt (1854).
134
Suda δ 872.
135
Oltre che in Schmidt (1854), i frammenti sono raccolti da Ludwich (1884-1885, I, pp. 175-631).

78
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

due opere composte durante l’età romana imperiale da Nicanore (sull’interpunzione) e


da Erodiano (sulla prosodia).136 Con Aristonico e con Didimo, dunque, il revival e la
sopravvivenza futura della filologia omerica di Aristarco erano garantiti; benché
l’operazione non riscuotesse un’accoglienza incondizionatamente favorevole, se, non
molto tempo dopo, Seleuco detto ‘l’Omerico’, un Alessandrino trapiantato a Roma al
tempo di Tiberio, si prese la briga di comporre un saggio in tre libri contro i sēmèia di
Aristarco (Κατὰ τῶν Ἀριστάρχου σημείων).137
Dagli scoli omerici e dalla tradizione lessicografica (Stefano di Bisanzio e gli Eti-
mologici della media età bizantina) recuperiamo frammenti di commentari composti da
Didimo stesso su singoli libri dell’Iliade e dell’Odissea, contenenti spiegazioni di paro-
le, etimologie, discussioni di problemi mitografici e geografici e altro ancora. Corpora
scoliastici e papiri documentano con dovizia che, oltre a Omero, commentò la Teogonia
di Esiodo138 e, nell’àmbito della poesia lirica, gli Epinici,139 i Peani140 e forse gli Inni di
Pindaro, nonché gli Epinici di Bacchilide;141 fra gli autori drammatici si interessò dei
tragediografi Sofocle,142 Euripide,143 Ione e forse Acheo e dei commediografi Aristofa-
ne,144 Cratino,145 Menandro146 e forse anche Eupoli.147
Per quanto riguarda gli scrittori di prosa, è probabile che Didimo si sia occupato di
Tucidide, visto che il nome del grammatico ricorre nella Vita di Tucidide di Marcellino
(IV secolo d.C.?), e non stupirebbe che avesse commentato Erodoto, sulle orme di Ari-
starco.148 Dove non sussistono dubbi è l’àmbito dell’oratoria attica, nel quale è attestato
il suo lavoro su Demostene, Eschine, Iperide e Iseo: lo documentano sia le numerose
citazioni di tradizione indiretta, soprattutto dal lessico retorico di Arpocrazione (II se-
colo d.C.), sia un eccezionale frammento di papiro (P.Berol. 9780, del II secolo d.C.)
contenente parti di uno scritto qualificato con il titolo Διδύμου περὶ Δημοσθένους e
consistente di una serie di lemmi tratti dalle Filippiche (Or. 9-11 e 13) accompagnati da
un erudito commento particolarmente ricco di citazioni da fonti antiche.149 L’assetto del
materiale e il modo selettivo ma approfondito di discutere il testo è all’origine di un

136
Ne abbiamo parlato a proposito di Aristarco: 1.5.14.
137
Citato in P.Oxy. 2.221, col. 15, ll. 16-17 (su Il. 21.290): Σέλευκος ἐν τῷ γ´ Κατὰ τῶν Ἀριστάρχου
σημείων. Su Seleuco, autore anche di un Περὶ Ἑλληνισμοῦ e di un Περὶ γλωσσῶν: Müller (1891);
Reitzenstein (1897, pp. 157-166); FGrHist 341. Edizione dei frammenti: Duke (1969); cfr. West (2001,
pp. 47-48).
138
Cfr. schol. Hes., Theog. 126.
139
Schol. Pind., Ol. 5 inscr. a; Lact., div.inst. 1.22.19.
140
Ammon., Adf.voc.diff. 231 Nickau.
141
Ammon., Adf.voc.diff. 333 Nickau; cfr. Eust., Comm.Od. 1954.5.
142
Athen. 2.70c.
143
Un commento alla Medea è espressamente menzionato nella sottoscrizione del ms. Paris, Bibliotèque
Nationale de France, gr. 2713.
144
Alle testimonianze fornite dagli scoli alle commedie si possono aggiungere quelle ricavabili da P.Oxy.
35.2737 (commento all’Anàgyros?) e da P.Flor. 2.112: Montana (2009b, pp. 44-54), (2011a).
145
Schol. Aristoph., Ve. 151.
146
Et.Gud. 338.25 Sturz.
147
Schmidt (1854, pp. 308-310); Storey (2003, p. 35).
148
Montana (2009c, pp. 253-254).
149
Edizione più recente: Pearson – Stephens (1983); cfr. Gibson (2002); Harding (2006), con commento.

79
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ricco dibattito sul genere di appartenenza dell’opera (hypòmnēma o sỳngramma?).150


Inoltre, la circostanza rara di disporre per tradizione diretta di un testo esegetico
‘d’autore’ ha calamitato l’attenzione degli studiosi nell’ottica di una valutazione quali-
tativa della filologia di Didimo.151
Una peculiarità connaturata della filologia alessandrina, lo abbiamo visto, era
l’interazione fra esegesi dei testi e studi sul lessico. Didimo non fa eccezione, essendo
l’autore di un lessico tragico e di uno comico (λέξις τραγική e λέξις κῳμική), citati da
Esichio di Alessandria (V secolo d.C. ?) tra le fonti utilizzate nella lettera prefatoria
della sua imponente silloge lessicografica; e vi sono indizi che lasciano intendere che
egli si sia occupato anche di lessico ippocratico.152 Conosciamo i titoli di altre raccolte,
apparentemente a metà strada fra lessicografia, grammatica e retorica, che dimostrano
uno speciale interesse per le irregolarità e per gli usi tropici della lingua: Ἀπορουμένη
λέξις (Linguaggio dubbio), Διεφθορυῖα o Παρεφθορυῖα λέξις (Linguaggio corrotto),
Τροπικὴ λέξις (Linguaggio figurato).153 Nel campo della grammatica gli viene attribuita
la composizione di un Περὶ παθῶν (Mutamenti grammaticali), riferibile all’àmbito del-
la ‘patologia verbale’, cioè l’osservazione di mutamenti e fenomeni lessicali non inter-
pretabili per via analogica154 (una branca i cui inizi risalgono almeno a Filosseno 155 e
che potrebbe avere incoraggiato la raccolta e lo studio di particolarità dialettali).156 Sus-
sistono dubbi sulla paternità di altri scritti come un Περὶ ὀρθογραφίας e un Περὶ τῆς
παρὰ Ῥωμαίοις ἀναλογίας.157
Riuniamo in una lista finale i titoli di altre monografie perdute di Didimo di vario
argomento. È possibile che il Περὶ λυρικῶν ποιητῶν proponesse una classificazione
della poesia lirica per generi.158 I Σύμμικτα (o Συμποσιακά) erano una miscellanea di
questioni erudite presentate nella cornice di una conversazione simposiale. Argomento
paradossografico doveva avere la Ξένη ἱστορία, mentre il Περὶ παροιμιῶν riassumeva e
integrava l’opera sui proverbi di Aristofane di Bisanzio ed era destinata a diventare la
fonte primaria di tutta la successiva tradizione paremiografica greca. Il titolo Περὶ τῶν
ἀξόνων τῶν τοῦ Σόλωνος ἀντιγραφὴ πρὸς Ἀσκληπιάδην ci offre l’esempio di un tipico
pamphlet polemico, in cui Didimo interveniva su una questione topica del dibattito eru-

150
Si tratterebbe di (una scelta di excerpta da) un hypòmnēma, a parere degli editores principes Diels –
Schubart (1904); West (1970); Arrighetti (1987, pp. 203-204); Gibson (2002, pp. 13-25, 51-69). Si deve
parlare invece di un sỳngramma a giudizio di Leo (1904) e, di recente, Harding (2006, pp. 13-20).
151
West (1970) ritiene molto probabile che il testo del papiro rispecchi l’hypòmnēma originale di Didimo,
come premessa di un giudizio estremamente negativo sull’autore. Al contrario, Luzzatto (2011), benché
ugualmente convinta della completezza e della paternità didimea del testo, spiega i salti nell’esegesi come
effetto della scelta di non ripetere la spiegazione di passi o problemi già affrontati in punti precedenti
dell’hypòmnēma.
152
Schmidt (1854, pp. 24-27).
153
Titoli attestati da Harpocr. δ 23 Keaney; VI lessico di Bekker (334.1); Athen. 9.368b; scholl. Aristoph.,
Av. 768 e Pl. 388.
154
Edizione dei frammenti: Schmidt (1854, pp. 343-345).
155
Reitzenstein (1897, p. 187); Blank (1982, pp. 41-50).
156
Cassio (1993b, pp. 85-86).
157
La Suda assegna il primo a un Didimo più giovane, attivo a Roma (δ 873), e il secondo a Didimo
Claudio (δ 874). L’attribuzione all’Alessandrino è difesa da Schmidt (1854, pp. 335-349).
158
Grandolini (1999).

80
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

dito e antiquario – le tavole su cui le leggi di Solone erano fissate ed esposte in pubbli-
co ad Atene – iniziato a quanto pare con il Περὶ τῶν Σόλωνος ἀξόνων ε´ di Aristotele e
proseguito attraverso tutta l’età ellenistica con contributi di Eratostene, Polemone di
Ilio, Aristofane di Bisanzio, Apollodoro di Atene, quindi Asclepiade (forse l’erudito di
Mirlea), l’autore del Τῶν ἀξόνων ἐξηγητικά contro cui Didimo polemizzava, e infine,
nella generazione seguente, Seleuco ‘Omerico’ (che abbiamo menzionato per lo scritto
contro i sēmèia di Aristarco).159 È poco plausibile l’attribuzione all’Alessandrino di uno
scritto polemico contro il De re publica di Cicerone, che suscitò la difesa dell’opera
latina da parte di Svetonio e sarà piuttosto da ascrivere a Didimo Claudio.160
Uno dei motivi per cui è impossibile determinare con precisione volume e qualità
del contributo di Didimo alla filologia è il fatto che molti frutti del suo straripante lavo-
ro sopravvivono rifusi e amalgamanti nelle commistioni erudite anonime di lessici, eti-
mologici e corpora scoliastici compilati in epoche successive. Possiamo tuttavia essere
piuttosto sicuri che i suoi meriti principali risiedano, da un lato, nell’avere perseguito, e
in parte garantito fino a noi, la sopravvivenza del patrimonio critico della filologia ales-
sandrina e, dall’altro, nell’averne mantenuto vitali gli obiettivi, i metodi e le forme, tra-
ghettandoli nel futuro. Per questo riconosciamo a Didimo un ruolo decisivo di trait
d’union nella transizione dalla filologia ellenistica all’erudizione greco-romana dell’età
imperiale, che è alla base delle tradizioni erudite della tarda antichità e dell’età bizanti-
na pervenute sino a noi. Porre l’accento – come alcuni studiosi hanno fatto – sulla man-
canza di originalità dell’operato di Didimo o sulla sua ‘negligenza’ filologica, a fronte
dell’impresa colossale di ricapitolazione e salvataggio di una gran parte della tradizione
alessandrina, vuol dire fraintendere e misconoscere il significato di questo capitolo es-
senziale della storia della cultura antica.161

2.3.4. Con Teone, figlio di Artemidoro di Tarso, la filologia greca antica taglia un altro
importante traguardo, assicurando alle proprie cure in modo stabile e sistematico anche
le opere dei poeti ellenistici. Nel suo curriculum figurano, ovviamente, i titoli ecdotici
ed esegetici istituzionali della filologia alessandrina: il papiro di Ossirinco che traman-
da frammenti degli Ichneutài di Sofocle reca annotate nei margini numerose varianti
testuali accompagnate dalla precisazione che οὕτως ἦν ἐν τῷ Θέωνος, «così era nella
(copia/edizione) di Teone»;162 inoltre si occupò dell’Odissea163 e di poeti di età arcaica
come Alcmane, Stesicoro e Pindaro;164 è anche possibile che si sia interessato di Epi-

159
Sintesi in Montana (1996, pp. 207-211).
160
Amm.Marc. 22.16.16; Suda τ 895.
161
Per un bilancio equilibrato della filologia di Didimo: Montanari (1997b). Sulle opposte valutazioni:
Gibson (2002, pp. 51-69); Harding (2006, pp. 31-39); cfr. Montana (2009a, pp. 163-166).
162
P.Oxy. 9.1174: Theon frr. 19-35 Guhl. Vd. McNamee (2007, pp. 366-370).
163
Etym.M. 696.7-12 (Theon fr. 14 Guhl); Etym.Gud. 376.19-20 De Stefani (Theon fr. 15 Guhl). Vd. Guhl
(1969, pp. 11-13); Pontani (2005, p. 63).
164
Alcmane: P.Oxy. 24.2390, hypòmnēma in cui è citato anche un Tirannione (di Amiso? fr. 61 Haas).
Stesicoro: P.Oxy. 37.2803; McNamee (2007, pp. 373-375). Pindaro: l’esegesi a Peani, Olimpiche e Pitiche
si ricava, rispettivamente, da P.Oxy. 5.841 (McNamee [2007, pp. 315-343]), schol. Pind., Ol. 5.42a e
P.Oxy. 31.2536 (hypòmnēma con sottoscrizione: Theon fr. 38 Guhl). Per McNamee (1977, pp. 64-65) il
commentario di Teone a Pindaro è anteriore a quello di Didimo; contra Deas (1931, p. 34).

81
Fausto Montana – La filologia ellenistica

carmo165 e Aristofane.166 Né manca nel suo repertorio una raccolta di Lèxeis,167 che
sembra includesse una speciale sezione dedicata al lessico della commedia.168 Ma, di-
cevamo, sono i poeti dell’Alto Ellenismo a costituire l’àmbito più significativo e origi-
nale dell’attività erudita di Teone. I pochi antesignani di questa specializzazione, a
quanto sappiamo, furono Asclepiade di Mirlea, che si interessò a Teocrito e, forse, ad
Arato e Apollonio Rodio; e il padre di Teone stesso, Artemidoro, di cui abbiamo ricor-
dato la curatela di un corpus della poesia bucolica. Il contributo di Teone fu di ampio
raggio ed esercitò una forte influenza sulla tradizione testuale e interpretativa posterio-
re. Si ha notizia del commento, e si ipotizza l’edizione, delle opere di Teocrito;169 di
Callimaco commentò gli Àitia170 e forse anche l’Ecale171 e gli Inni;172 nel manoscritto
Laurenziano delle Argonautiche di Apollonio Rodio una sottoscrizione cita il suo nome
tra le fonti della compilazione scoliastica che accompagna il testo del poema;173 e ab-
biamo notizia di commenti ai Thēriakà di Nicandro 174 e all’Alessandra di Licofrone.175
L’importanza di Teone per la storia della filologia antica è comparabile a quella di
Didimo. Al tramonto dell’età ellenistica, egli assicurò contributi in buona parte origina-
li (soprattutto per la poesia postclassica) che furono poi alla base dell’intensa produzio-
ne compilatoria degli eruditi di età imperiale e della tarda antichità, le cui ramificazioni
estreme sono i frutti a noi ancora oggi accessibili della tradizione lessicografica e sco-
liastica bizantina.

2.3.5. Dedichiamo le ultime pagine del nostro itinerario storico a un grammatico, Tri-
fone Alessandrino, che possiamo definire un’altra figura-chiave della stagione di pas-
saggio dall’età ellenistica all’età imperiale, questa volta nel campo specialistico della
tèchnē grammatikḕ: un àmbito destinato ad avere grande sviluppo nei secoli successivi.

165
Note marginali in P.Oxy. 25.2427 (Epich., Προμαθεὺς ἢ Πύρρα); vd. McNamee (2007, pp. 245-247).
166
Bongelli (2000, p. 281).
167
Elencata nella lettera prefatoria di Esichio di Alessandria al suo Lessico.
168
Phryn., Att. 355, su σάπραν; Hesych. σ 1031, s.v. σκίταλοι. A Teone potrebbero risalire alcuni lemmi
comici del lessico su papiro P.Oxy. 15.1801 (II-III secolo d.C.): Naoumides (1969: N. 4); Esposito (2009,
p. 291); riedizione dei lemmi comici aristofanei del papiro: Esposito (2011).
169
Orione in Etym.Gud. 323.18-21 De Stefani (Theon fr. 1 Guhl). È possibile che tracce anonime del
commentario restino nelle note marginali che accompagnano il testo poetico teocriteo in papiri di età
romana, come P.Oxy. 2064 (edito da Hunt – Johnson [1930]) + 50.3548 (MacNamee [2007, pp. 427-442):
vd. anche Meliadò (2004); e P.Antinoe s.n., il cosiddetto ‘Teocrito di Antinoe’ (MacNamee [2007, pp.
109-112, 376-427): vd. Montana (2011b). Vd. Belcher (2005); Pagani (2007b).
170
Etym.gen. AB α 1198 Lasserre – Livadaras (cfr. Callim. fr. 383 Pf. = fr. 143 Massimilla; Hec. fr. 45
Hollis; Theon fr. 2 Guhl); β 207 Lasserre – Livadaras (cfr. Callim. fr. 42 Pfeiffer = fr. 49 Massimilla;
Theon fr. 5 Guhl); α 1316 Lasserre – Livadaras (cfr. Callim. fr. 261 Pfeiffer; Theon fr. 6 Guhl).
171
Callim. fr. 261 Pfeiffer = Hec. fr. 71 Hollis; cfr. Hec. fr. 45 Hollis. Vd. Bongelli (2000, p. 284).
172
Bongelli (2000, pp. 284-290).
173
Ms. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 32.9 (X secolo), f. 263v: παράκειται τὰ σχόλια ἐκ
τῶν Λουκίλλου Ταρραίου καὶ Σοφοκλείου καὶ Θέωνος, «gli scoli sono tratti dai (commentari) di Lucillo
Tarreo, Sofoclio e Teone» (Theon fr. 11 Guhl).
174
Steph.Byz. 375.8-376.4 Meineke; schol. Nic., Ther. 237a (frr. 3 e 4 Guhl). Ignoriamo l’epoca di
Demetrio Cloro, autore di un commentario al poema di Nicandro: Montanari (1997a).
175
Steph.Byz. α 132 e α 404 Billerbeck, e 399.7-9 Meineke (Theon frr. 10, 8 e 9 Guhl). L’edizione di Guhl
(1969) comprende un gran numero di fragmenta dubia di tipo esegetico (frr. 41-182).

82
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

Visse e operò durante il Principato di Augusto ad Alessandria, 176 dove è possibile che
sia stato in contatto con Didimo.177 Non possiamo escludere che abbia soggiornato an-
che al di fuori dell’Egitto romano: risulta che il grammatico Abrone, noto per essere
stato suo allievo, abbia ricevuto parte della sua formazione a Rodi e poi si sia trasferito
a Roma;178 e alcuni degli argomenti delle ricerche di Trifone erano oggetto di dibattito
al di fuori di Alessandria (per esempio coinvolgevano il grammatico Filosseno, che era
attivo a Roma).
Rimane un rompicapo districare il rapporto di Trifone con una serie di trattatelli
grammaticali conservati sotto il suo nome nella tradizione manoscritta. Anche ammesso
che essi abbiano la loro origine in scritti di Trifone, è molto verosimile che nel loro sta-
to attuale siano da considerare piuttosto il frutto di un lungo processo di elaborazione e
stratificazione prodottosi attraverso i secoli negli ambienti della cultura grammaticale in
lingua greca. Tolta dunque una certa quantità di scritti più problematici, 179 vale la pena
di menzionare la Τέχνη γραμματική conservata frammentaria da un papiro del III seco-
lo d.C., nella cui sottoscrizione è menzionato un Trifone che però potrebbe anche essere
un omonimo del nostro,180 e lo scritto Περὶ τρόπων, sulle figure retoriche (tropi) usate
in poesia, che godette di notorietà e circolazione vastissime e andò incontro a ristesure
e rielaborazioni in età bizantina,181 una delle quali a lungo è stata erroneamente consi-
derata opera dell’erudito Gregorio di Corinto (XII secolo).182
Vi è poi un certo numero di opere di cui conosciamo il titolo soltanto, soprattutto
grazie alla Suda, o di cui restano informazioni indirette e pochi frammenti.183 Alcune di
esse si distinguono per l’applicazione della teoria analogista a problemi particolari (per
esempio: Sull’analogia nelle parole monosillabiche; Sull’analogia nelle flessioni), altre
concernono l’ortografia (L’ortografia e i suoi problemi) e la prosodia (Prosodia attica;
La lettura antica) e furono tra le fonti della posteriore riflessione del grammatico Ero-
diano (II secolo d.C.). Una caratteristica comune a questi opuscoli era l’impiego esten-
sivo di esempi presi soprattutto da autori greci dell’età classica, con un particolare inte-
resse per le peculiarità dei dialetti letterari.
Alla dialettologia, del resto, Trifone dedicò appositi scritti, a quanto pare con
l’intento di mettere ordine in questo settore tanto antico ma così frammentato e disper-
sivo della lessicografia antica. Sappiamo di un primo gruppo di opere incentrate sui
dialetti parlati (Περὶ τῆς Ἑλλήνων διαλέκτου), a cominciare dal greco standard dell’età
ellenistica o koinḕ, che Trifone sembra avere interpretato anacronisticamente come una

176
Suda τ 1115.
177
Didimo sarebbe stato maestro di Trifone, secondo un’ipotesi non confermata di Schmidt (1854, p. 6);
cfr. Lehrs (1882, p. 326 n.).
178
Edizione dei frammenti di Abrone: Berndt (1915). Su di lui: Pagani (2010).
179
Περὶ πνευμάτων (Sugli spiriti): Valckenaer (1822, pp. 188-215); Περὶ παθῶν τῆς λέξεως (Sui
mutamenti linguistici): Schneider (1895); Περὶ μέτρων (Sui metri): vd. Wendel (1939b, p. 731); Περὶ τοῦ
ὡς (Sulla particella ‘hos’): Hermann (1801, pp. 463-466). In generale: Gräfenhan (1852); Wendel
(1939b).
180
P.Lond. 126, edito da Kenyon (1891, pp. 109-116), poi da Wouters (1979, pp. 61-92).
181
Walz (1832-1836, VIII, pp. 726-760); Spengel (1856, pp. 189-206).
182
Edizioni: Walz (1832-1836, VIII, pp. 761-778); Spengel (1856, pp. 215-226); West (1965).
183
Edizione: Velsen (1853), da integrare con Pasquali (1910).

83
Fausto Montana – La filologia ellenistica

sorta di ‘greco originario’ da cui gli altri dialetti sarebbero derivati,184 per proseguire
con la trattazione dei principali dialetti etnici e delle loro suddivisioni locali. La com-
presenza di forme di dialetti diversi nell’opera di Omero e di poeti lirici arcaici doveva
essere il tema di una monografia, o di un insieme di opuscoli, di cui è tràdito il titolo I
dialetti in Omero, Simonide, Pindaro, Alcmane e altri poeti lirici.185
La grammatica tecnica sistematica è il terreno nel quale Trifone produsse altri trat-
tati specialistici, in seguito molto utilizzati da Apollonio Discolo (II secolo d.C.), con-
cernenti nel dettaglio le singole parti del discorso, e aspetti flessionali connessi, distinte
in sette tipi: nome, verbo, participio (considerato una parte autonoma, intermedia fra
nome e verbo), articolo (in un’accezione ampia, comprendente pure pronomi relativi e
indefiniti), preposizione (anche nella fattispecie di preverbio nominale e verbale), av-
verbio (una categoria in cui Trifone includeva anche interiezioni e particelle) e con-
giunzione. Nel Περὶ σχημάτων si occupava di formazione del lessico nominale e nel
Περὶ ὀνομάτων συγκριτικῶν di comparativi. Nel settore della lessicografia, Trifone
compose un onomastikòn (Περὶ ὀνομασιῶν), di cui Ateneo cita alcune voci relative alla
terminologia degli strumenti musicali; altri titoli di cui abbiamo notizia (Φυτικά, Περὶ
ζῴων) potrebbero corrispondere a sezioni speciali della stessa opera.
In definitiva, ciò che possiamo ricostruire del sapere di Trifone da questa massa
cospicua di informazioni perlopiù indirette e frammentarie è che, sullo sfondo di una
convinta adesione al principio di analogia, egli da un lato ebbe un ruolo nel ridefinire
complessivamente le conoscenze inerenti ai campi della prosodia e dell’ortografia,186
dall’altro fu il primo a condurre uno studio organico e sistematico sulle parti del discor-
so, così guadagnandosi da un lato una posizione tra gli iniziatori della grammatica nor-
mativa della lingua greca e influendo dall’altro sullo sviluppo della sintassi come bran-
ca autonoma della disciplina nella prima età imperiale.187 Della sua autorevolezza e del
suo influsso sulle generazioni future in questo àmbito è indice eloquente il fatto che
Apollonio Discolo, uno dei più grandi grammatici dell’età imperiale, sia definito dalle
fonti antiche suo ‘discepolo’ – una qualifica che, naturalmente, può valere soltanto in
un senso culturale.188

2.3.6. In conclusione: Aristonico, Didimo e Teone dettero coronamento alla direttrice


esegetica della ‘scuola’ alessandrina, a suo tempo condotta alla piena maturità da Ari-
starco, e (con Teone) si spinsero ad accordare finalmente piena cittadinanza ai poeti
ellenistici tra gli autori meritevoli di cure filologiche; Didimo non si astenne pratica-

184
Schwyzer (1939-1971, I, p. 118 n. 1); cfr. Cassio (1993b, pp. 86-88).
185
Di queste opere dà notizia Suda τ 1115. Sappiamo inoltre di un Περὶ τῆς Λακώνων διαλέκτου (P.Oxy.
24.2396) e di un Περὶ Αἰολίδος (P.Bouriant 8) assegnato ipoteticamente a Trifone da Wouters (1979, pp.
274-297). Cfr. Cassio (1993b, pp. 77-81). A margine del discorso sull’antica dialettologia letteraria greca,
vale la pena di menzionare P.Oxy. 15.1802+71.4812, frammento di rotolo di papiro del II secolo d.C.,
copia di un lessico anonimo, composto alla fine dell’età ellenistica o all’inizio dell’età romana, di parole
non greche (persiane, babilonesi, caldee) usate da autori greci. Nuova edizione con commento: Schironi
(2009).
186
Di Benedetto (1958-1959, p. 199).
187
Matthaios (2003), (2004); Swiggers – Wouters (2003).
188
Anecd.Gr.Ox. 3.269.28 Cramer; schol. Dion.Thr. in GG 1/3.356.22.

84
Capitolo 2 – Il Basso Ellenismo e l’età di Augusto (144 a.C.-14 d.C.)

mente da alcun settore della ricerca né da alcun genere erudito già frequentato nei pre-
cedenti tre secoli dai filologi alessandrini: l’esegesi letteraria, strettamente correlata
all’ecdotica e indistintamente condotta sulle opere della poesia come della prosa, la les-
sicografia, la dialettologia, la grammatica, la paremiografia, l’antiquaria; e tutti e tre
questi eruditi, e con loro e più ancora di loro Trifone, impressero nuova vitalità e nuovo
slancio alla ricerca linguistica e dialettologica, accentuando significativamente la di-
mensione sistematica della grammatica tecnica e in definitiva determinandone la forma-
le istituzionalizzazione.
Senza voler scadere in una visione fatalistica o deterministica, ma concedendoci
comunque il lusso e il piacere di un epilogo a suo modo retorico, possiamo affermare –
aristotelicamente – che il τέλος inscritto nel codice genetico della filologia alessandrina
era stato raggiunto. Nel punto di svolta, per molti versi drammatico, rappresentato dalla
completa e definitiva affermazione del dominio politico e militare di Roma sulla civiltà
greca, queste personalità e la loro generazione seppero svolgere il ruolo storico di tra-
ghettatori dei saperi tecnici concernenti la letteratura, elaborati da quella civiltà, verso
le sponde di una civiltà nuova; e un eccezionale bagaglio giunse alla portata di tendenze
e movimenti intellettuali allora nascenti e nutriti di vigorose motivazioni retrospettive,
come il classicismo e l’atticismo. E così, nell’ultimo passo di questo nostro cammino
tra le vicissitudini della filologia ellenistica, ecco ripresentarsi il binomio familiare e
consueto – continuità e cambiamento – a fecondare, una volta di più, il flusso delle e-
sperienze e dei fenomeni cui tributiamo il titolo impegnativo di ‘cultura’ – e a spalanca-
re le porte su nuovi orizzonti e su una nuova storia.

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107
Indice generale

I numeri rimandano ai paragrafi.

Abrone: 2.3.5. Antico Testamento: 1.3.6.


Accademia (platonica): 1.1.2.; 1.2.3.; 2.1.1. Antigono di Caristo: 2.1.2.
n.
Antimaco di Colofone: 1.4.3.; 1.4.5.; 1.5.7.;
Acheo tragediografo: 2.3.3. 1.5.14.
Achille: 1.5.14.; 2.1.3. Antiochia sull’Oronte: 1.1.2.
Agamennone: 1.5.14.; 2.1.3. Antioco III il Grande: 1.1.2.
Agatocle di Cizico: 1.5.5.; 2.1.1. n.; 2.2.1. antìsigma (ἀντίσιγμα): 1.5.10.
Alceo: 1.5.10.; 1.5.14. Antonio, Marco: 2.1.1.
Alcibiade: 1.5.8. Apamea: 2.2.5.
Alcmane: 1.5.10.; 1.5.14.; 2.2.4.; 2.3.2.; Apelle: 1.5.1.
2.3.4.; 2.3.5.
Apellicone di Teo: 2.2.7.
Alessandria: passim
Apollodoro, bibliotecario di Alessandria:
Alessandro Etolo: 1.2.6.; 1.5.3. 1.5.1
Alessandro Magno: Introduzione; 1.1.2.; Apollodoro (Pseudo–): 2.2.3. n.
1.2.1.; 1.2.2.; 1.2.5. n.; 1.3.4.; 1.5.2.;
Apollodoro di Atene: 1.5.8.; 1.5.9.; 2.1.1. n.;
1.5.8.; 2.2.6.
2.1.2.; 2.2.3.; 2.2.4.; 2.3.3.
allegoresi: 1.3.6.; 1.5.5.; 1.5.8.; 1.5.14.;
Apollonio di Alabanda: 2.2.6.
2.1.3.; 2.2.1.; 2.2.5.
Apollonio di Cizio: 1.4.6. n.
Ammonio di Alessandria: 1.5.1.; 1.5.14.
n.; 2.2.2.; 2.2.3. n. Apollonio di Perge: 2.1.1. n.; 2.1.2.
‘Amr ibn al-‘Ās: 1.3.9. Apollonio Discolo: 2.3.5.
Anacreonte: 1.5.4.; 1.5.10.; 1.5.14. Apollonio ‘il classificatore’: 1.5.1.; 1.5.7. n.;
1.5.13.
analogìa (ἀναλογία): 1.5.10.; 1.5.14.;
1.5.15.; 2.1.3.; 2.2.6.; 2.3.3.; 2.3.5. Apollonio Molone: 2.2.6.
Andronico di Rodi: 2.2.7. Apollonio Rodio: 1.1.2.; 1.3.2.; 1.5.1.;
1.5.4.; 1.5.5.; 1.5.7.; 1.5.8.; 1.5.10.;
Anecdoton Parisinum: 2.2.6. n.
2.2.5.; 2.3.4.
anōmalìa (ἀνωμαλία): 1.5.10.; 1.5.14.;
aprèpeia (ἀπρέπεια): 1.5.14.
2.1.3.; 2.2.2. n.
Arato di Soli: 1.1.2.; 1.1.3.; 1.5.4.; 1.5.6.;
Antiatticista: 1.5.10. n.
1.5.8.; 2.1.3.; 2.2.5.; 2.3.4.
Fausto Montana – La filologia ellenistica

Arcesilao: 1.5.8. Attalo III: 2.1.1.


Archiloco: 1.5.7.; 1.5.10.; 1.5.14. atticismo: 1.5.10.; 2.1.3.; 2.3.6.
Archimede di Siracusa: 1.5.8. Augusto: 2.1.1.; 2.3.1.; 2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.5.
Aristarco di Samotracia: Introduzione; Aulo Gellio: 1.3.2.
1.1.1.; 1.3.2.; 1.3.6.; 1.4.4.; 1.4.5.;
Aureliano: 1.3.9.
1.4.6.; 1.4.7.; 1.4.8.; 1.5.1.; 1.5.4.;
1.5.7.; 1.5.9.; 1.5.11. n.; 1.5.12.; Azio: 2.2.7.; 2.3.1.
1.5.13.; 1.5.14.; 1.5.15.; 2.1.2.; 2.1.3.;
2.2.1.; 2.2.2.; 2.2.3.; 2.2.4.; 2.2.5.;
2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.6. Babilonesi: 1.5.14.
Aristea, vd. Libro di Aristea Bacchilide: 1.5.10.; 1.5.14.; 2.3.3.
Aristobulo: 1.3.6. Bacchìo di Tanagra: 1.5.9.
Aristofane commediografo: 1.5.8.; 1.5.10.; Baetica: 2.2.5.
1.5.11.; 1.5.13.; 1.5.14.; 2.2.2.; 2.2.6.;
2.3.3.; 2.3.4. Berenice di Cirene (sposa di Tolomeo I):
1.3.1.
Aristofane di Bisanzio: Introduzione; 1.4.5.;
1.4.6.; 1.4.7.; 1.5.1.; 1.5.7.; 1.5.8.; Berenice di Cirene (sposa di Tolomeo III):
1.5.10.; 1.5.11.; 1.5.12.; 1.5.14.; 1.5.7.; 1.5.8.
1.5.15.; 2.1.1. n.; 2.2.1.; 2.2.2.; 2.2.3. Bibbia dei Settanta: 1.3.6.
n.; 2.2.4.; 2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.
Biblioteca di Alessandria: passim
Aristone di Chio: 1.5.8.
Biblioteca di Pergamo: 2.1.1.; 2.1.3.
Aristonico: 1.5.14.; 2.3.1.; 2.3.2.; 2.3.3.;
2.3.6. Biblioteca ‘sorella’ di Alessandria: 1.3.1.;
1.3.2.; 1.3.9. n.
Aristotele: 1.1.1.; 1.1.2.; 1.2.2.; 1.2.5.;
1.5.6.; 1.5.8.; 1.5.9.; 1.5.10.; 1.5.14. bibliotecari di Alessandria: 1.3.2.; 1.5.1.
n.; 2.2.7. biografia erudita: 1.5.6.; 2.1.2.; 2.2.5.
Arpocrazione: 2.3.3. Bisanzio: 1.5.10.
Artemidoro di Tarso: 1.4.6.; 1.4.7.; 2.2.6.; Bitinia: 2.2.5.
2.3.3.
Brucheion: 1.2.3.; 1.3.1.; 1.3.9.
Asclepiade di Mirlea: 1.4.6.; 1.4.7.; 2.2.5.;
(?) 2.3.3.; 2.3.4.
asterìskos (ἀστερίσκος): 1.5.10.; 1.5.14. Callimaco di Cirene: Introduzione n.; 1.1.1.;
1.1.2.; 1.2.4.; 1.2.6.; 1.3.2. n.; 1.3.5.
Atene: 1.1.2.; 1.2.2.; 1.2.3.; 1.3.4.; 1.5.8.; n.; 1.4.7.; 1.5.1.; 1.5.2.; 1.5.3.; 1.5.4.;
2.1.1.; 2.1.2.; 2.2.1.; 2.2.2. n.; 2.2.3.; 1.5.6.; 1.5.7.; 1.5.8.; 1.5.10.; 1.5.14;
2.2.6.; 2.2.7.; 2.3.3. 2.1.2.; 2.3.4.
Ateneo di Naucrati: 1.2.2.; 1.2.4.; 2.2.7.; Callistrato di Alessandria: 1.4.3. n.; 1.5.11.;
2.3.5. 1.5.12.; 2.2.2.; 2.2.3. n.
Atenodoro di Tarso: 2.1.1. Caristio: 2.2.2.
athètēsis (ἀθέτησις): 1.5.4.; 1.5.14.; 2.2.2.; Cassandro: 1.2.2.; 1.3.1.
2.3.2.
chōrìzontes (χωρίζοντες): 1.5.14.
Attalo I Soter: 2.1.1.; 2.1.2.
Cicerone: 2.2.6.; 2.3.3.
Attalo II: 2.1.1.
Cilicia: 2.1.3.

110
Indice generale

Cipro: 1.5.14. diàdochoi (διάδοχοι) di Alessandro Magno:


1.2.1.; 1.5.2.
Cirene: 1.2.6.; 1.3.1.; 1.5.7.; 1.5.8.
dialettologia greca: 1.1.1.; 1.4.4.; 1.5.4.;
Cleopatra: 2.1.1.
1.5.5.; 1.5.6.; 1.5.8.; 1.5.10.; 1.5.14.;
collazione: 1.4.3.; 1.5.4.; 1.5.14. 2.1.3.; 2.2.2.; 2.2.6.; 2.3.3.; 2.3.5.;
2.3.6.
colometria: Introduzione; 1.5.10.; 1.5.14.
Dicearco di Messina: 1.5.10. n.
Comano di Naucrati: 1.5.14. n.
Didimo Claudio: 2.3.3.
commentario: vd. hypòmnēma.
Didimo di Alessandria: 1.3.9.; 1.4.3. n.;
congettura: 1.4.3.; 1.5.14.; 1.5.15.
1.4.6.; 1.4.7.; 1.5.14.; 2.3.1.; 2.3.2.;
contemporanei, filologia sui: 1.4.7.; 1.5.6.; 2.3.3.; 2.3.6.
1.5.10.; 2.2.5.; 2.3.4.; 2.3.6.
Didimo ‘il giovane’: 2.3.3. n.
Cos: 1.1.1. Diocle (Tirannione il Giovane): 2.2.6.
cosmopolitismo, filologia e: 1.2.6. Diocle, bibliotecario di Alessandria: 1.5.1.
Cratete (in Giovanni Tzetzes): 2.1.3. n.
Diodoro di Tarso: 2.2.6.
Cratete di Atene: 2.1.3. n.
Diogene di Babilonia: 2.2.3.; 2.2.4.
Cratete di Mallo: 1.4.3. n.; 1.5.5.; 1.5.14.
Dionisio Giambo: 1.5.10.
n.; 2.1.2.; 2.1.3.; 2.2.1.; 2.2.2.;
2.2.3.; 2.2.4.; 2.2.5.; 2.2.6. Dionisio Trace: 1.4.6.; 1.5.14.; 2.1.3.;
2.2.4.; 2.2.6.; 2.2.7.
Cratino: 1.5.8.; 2.3.3.
diòrthōsis (διόρθωσις): 1.1.2. n.; 1.4.2.;
Crisippo: 1.1.2.; 1.5.10.; 2.2.2.
1.4.3.; 1.4.8.; 1.5.3.; 1.5.4.; 1.5.8.;
Crise: 1.5.14. 1.5.10.; 1.5.14.; 2.1.3.; 2.2.6.; 2.2.7.
Curupedio: 2.1.1. diorthōtès (διορθωτής): 1.4.2.; 1.4.3.
diplḕ (διπλῆ): 1.5.14.
danza: 2.3.2. diplḕ periestigmènē (διπλῆ περιεστιγμένη):
1.5.14.
Delfi: 2.1.1.
Delo: 2.1.1.
Ebrei: 1.3.2.; 1.3.6.; 1.3.7.
Demetrio Cloro: 2.3.5. n.
Efeso: 1.5.4. n.
Demetrio di Scepsi: 2.1.2.; 2.2.3.
Efestione: 1.5.14. n.
Demetrio di Trezene: 2.3.3. n.
Efesto: 1.5.5.; 2.1.3.
Demetrio Falereo: 1.2.2.; 1.2.6.; 1.3.1.;
1.3.7. Egitto: passim
Demetrio ‘Issione’: 2.1.1. n.; 2.2.2. èkdosis (ἔκδοσις): 1.3.3.; 1.4.2.; 1.4.3.;
1.4.4.; 1.4.5.; 1.4.8.; 1.5.4.; 1.5.10.;
Demetrio Poliorcete: 2.2.6. 1.5.14.; 1.5.15.; 2.2.6.; 2.3.4.
Democrito: 1.5.6. Eleazar: 1.3.7.
Demostene: 2.3.3. Elio Stilone, Lucio: 2.2.6.
diadochḕ (διαδοχή) dei bibliotecari di Ellanico grammatico: 1.4.6.; 1.5.5. n.;
Alessandria: 1.5.1.; 1.5.2. 1.5.14.

111
Fausto Montana – La filologia ellenistica

ellenocentrismo: 1.3.8.
Epicarmo: 2.2.3.; 2.3.4. Faro: 1.3.7.
Epicuro: 1.1.2. Ferecrate: 1.5.8.
Eraclidi: 1.5.8. Filetero: 2.1.1.
Eratostene di Cirene: 1.2.6.; 1.5.1.; 1.5.3.; Filino di Cos: 1.5.9. n.
1.5.7.; 1.5.8.; 1.5.9.; 1.5.10.; 1.5.11.;
Filippo II di Macedonia: 1.2.2.
1.5.12.; 2.1.2.; 2.2.3.; 2.3.3.
Filippo V di Macedonia: 2.2.6.
Ermesianatte di Colofone: 1.1.1.
Filita di Cos: 1.1.1.; 1.1.3.; 1.2.6.; 1.4.4.;
Ermippo di Smirne: 1.3.5. n.; 1.5.6.; 2.1.2.
1.5.4.; 1.5.10.; 1.5.14.; 2.1.3. n.
Erodiano grammatico: 1.5.14.; 2.3.3.; 2.3.5.
Filodemo di Gadara: 2.1.3.
Erodico di Babilonia: 2.2.2.; 2.2.3. n.
Filone di Alessandria: 1.3.6.
Erodoto: 1.4.6.; 1.5.14.; 2.3.3.
Filosseno di Alessandria: 2.2.6.; 2.3.3.;
Eschilo: 1.3.4.; 1.5.10.; 1.5.14. 2.3.5.
Eschine: 2.3.3. Filostefano di Cirene: 1.5.6.
Esichio di Alessandria: 2.3.3.; 2.3.4. n. Firmo: 1.3.9.
Esichio di Mileto: 1.5.1. Frine: 2.2.2.
Esiodo: 1.1.2.; 1.5.4.; 1.5.7.; 1.5.8.; 1.5.10.; Frinico grammatico: 1.5.10.n.
1.5.12.; 1.5.14.; 2.1.3.; 2.2.2.; 2.2.4.;
2.3.2.; 2.3.3.
Galati: 2.1.1.
etimologia: 2.1.3.; 2.2.2.; 2.2.3.; 2.2.6.;
2.3.3. Galeno di Pergamo: 1.4.1.
Eubea: 2.1.2. Giardino (di Epicuro): 1.1.2.
Euclide di Atene: 2.2.7. Giorgio Cherobosco: 1.5.11. n.
Euclide matematico: 2.1.2. Giudea: 1.3.7.; 1.3.8. n.
Eudemo di Rodi: 1.1.2.; 2.1.2.; 2.2.6. Giulio Cesare, Gaio: 1.3.9.
Eudosso di Cnido: 1.5.8. glṑssai (γλῶσσαι): 1.1.1.; 1.4.4.
Euforione di Calcide: 1.1.2.; 1.5.9. n. Glossografi: 1.1.1.
Eufronida: 1.5.10.; 1.5.11. grammatica: 1.1.2.; 1.4.4.; 1.4.6.; 1.5.8.;
1.5.10.; 1.5.12.; 1.5.13.; 1.5.14.;
Eufronio grammatico: 1.5.11.; 1.5.12.
2.1.3.; 2.2.4.; 2.2.5.; 2.2.6.; 2.3.2.;
Eufronio tragediografo: 1.5.11. 2.3.3.; 2.3.5.; 2.3.6.
Eumene I: 2.1.1. Gregorio di Corinto: 2.3.5.
Eumene II: 1.5.10.; 2.1.1.; 2.1.3.; 2.2.1. Guerra Alessandrina: 2.3.1.
Eupoli: 1.5.8.; 2.3.3.
Euridice (sposa di Tolomeo I): 1.2.2.; 1.3.1. hàpax legòmena (ἅπαξ λεγόμενα): 1.5.14.
Euripide: 1.1.2.; 1.3.4.; 1.5.10.; 1.5.14.; hellēnismòs (Ἑλληνισμός): 1.5.14.; 2.1.3.;
2.1.3.; 2.2.6.; 2.2.7.; 2.3.3. 2.2.6.
evergetismo: 1.1.2.; 2.1.1.; 2.2.1.

112
Indice generale

hypòmnēma (ὑπόμνημα) / commentario:


1.3.6.; 1.4.4.; 1.4.5.; 1.4.6.; 1.4.7.;
Macone: 1.5.10.
1.4.8.; 1.5.4.; 1.5.11.; 1.5.12;
1.5.14.; 2.1.2.; 2.1.3.; 2.2.4.; 2.2.5.; Marcellino: 2.3.3.
2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.4.
Massageti: 1.5.14.
hypòthesis (ὑπόθεσις): 1.5.10.
Massalia: 1.5.14.
medicina: 1.4.6. n.; 1.5.9.
Ibico: 1.5.10.
Menandro: 1.4.7.; 1.5.10.; 2.2.6.; 2.3.3.
Ione tragediografo: 1.5.14.; 2.3.3.
Menelao: 2.3.2.
Iperide: 2.3.3.
Mieza: 1.2.5. n.
Ippia di Elide: 1.5.8. n.
Mimnermo: 1.5.14.
Ippocrate di Cos: 1.4.6. n.; 1.5.9.; 2.3.3.
Misia: 2.1.1.
Ipponatte: 1.5.14.; 2.1.2.
Mitridate VI Eupatore: 2.1.1.
Iseo: 2.3.3.
Muse: 1.2.2.; 1.2.3.; 1.2.4.
Isidoro di Pergamo: 2.1.1. n.
Museo di Alessandria: passim
Istro ‘il callimacheo’: 1.5.6.
musica, filologia e: Introduzione; 1.5.10;
1.5.13.; 2.3.5.
koinḕ (κοινή, scil. διάλεκτος): 1.4.4.; 2.3.5.
korōnìs (κορωνίς): 1.5.10. Neleo di Scepsi: 1.2.2.; 2.2.7.
Kydas, bibliotecario di Alessandria: 1.5.1. Nicandro: 2.3.4.
Nicanore grammatico: 1.5.14.; 2.2.4. n.;
2.3.3.
Lago: 1.2.1.
Nicocrate di Cipro: 2.2.7.
lessicografia: 1.1.1.; 1.4.4.; 1.4.6.; 1.5.3.;
1.5.4.; 1.5.6.; 1.5.8.; 1.5.9.; 1.5.10.;
1.5.12.; 2.2.2.; 2.2.3.; 2.2.6.; 2.3.3.;
obelòs (ὀβελός): 1.5.4.; 1.5.10.
2.3.4.; 2.3.5.; 2.3.6.
Odisseo: 1.5.7.; 1.5.8.
libri: acquisizione ad Alessandria: 1.3.4.;
bibliomania dei Tolomei: 1.3.5.; Olimpiadi: 1.5.8.
1.4.1.; 2.2.7.; bibliomania degli
Attalidi: 2.2.7.; libri e filologia: 1.4. Omero (Iliade e Odissea): Introduzione;
1.1.2.; 1.4.3.; 1.4.5.; 1.4.7.; 1.5.3.;
Libro di Aristea: 1.3.6.; 1.3.7.; 1.3.8. 1.5.4.; 1.5.5.; 1.5.7.; 1.5.8.; 1.5.10.;
1.5.12.; 1.5.14.; 2.1.3.; 2.2.2.; 2.2.3.;
Liceo vd. Peripato
2.2.4.; 2.2.5.; 2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.;
Licofrone di Calcide: 1.2.6.; 1.5.3.; 1.5.8.; 2.3.4.; 2.3.5.
2.3.4.
Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν: 1.4.3.;
Licurgo di Atene: 1.3.4.; 1.5.10. 1.5.14.
Lindo: 2.2.6. onomastikà: 1.1.1. n.; 1.5.6.; 1.5.8.; 2.3.5.
Lisania: 1.5.8. oratori: 1.4.6.
Lisimaco: 2.1.1. ou gràphein (οὐ γράφειν): 1.5.4.
Luciano di Samosata: Introduzione

113
Fausto Montana – La filologia ellenistica

P.Amh. 2.12: 1.4.6.; 1.5.14. Pella: 1.1.2.


P.Antinoe s.n. (Teocrito): 2.3.4. n. Penelope: 1.5.7.
P.Berol. 9780: 1.4.6. n.; 2.3.3. performance poetica, filologia e:
Introduzione; 1.5.10.; 1.5.13.
P.Bouriant 8: 2.3.5. n.
pergamena: 2.1.1.
P.Flor. 2.112: 2.3.3.
Pergamo: 1.1.2.; 1.4.1.; 1.4.3. n.; 1.5.9.;
P.Hibeh 172: 1.1.1. n.
1.5.10.; 1.5.14.; 2.1.1.; 2.1.2.; 2.1.3.;
P.Lille 76d+78abc+82+84+111c: 1.4.7. n. 2.2.1.; 2.2.3.; 2.2.5.; 2.2.6.; 2.2.7.
P.Lond. 126: 2.3.5. n. περὶ-literature: 1.4.4.
P.Louvre inv. 7733: 1.4.7. n. Peripato: 1.1.2.; 1.2.2.; 1.2.3.; 1.2.5; 1.4.4.;
1.5.6.; 1.5.8.; 1.5.9.; 1.5.10.; 2.1.1. n.;
P.Oxy. 2064+50.3548: 2.3.4. n.
2.1.3.; 2.2.6.; 2.2.7.
P.Oxy. 2.221: 2.3.3. n. Pidna: 2.2.6.
P.Oxy. 5.841: 2.3.2. n.; 2.3.4. n. Pindaro: 1.5.4.; 1.5.10.; 1.5.12.; 1.5.13. n.;
P.Oxy. 9.1174: 2.3.2. n.; 2.3.4. n. 1.5.14.; 2.1.3.; 2.2.5.; 2.3.2.; 2.3.3.;
2.3.4.; 2.3.5.
P.Oxy. 10.1241: 1.3.2.; 1.5.1.; 1.5.13.
Pisistrato di Atene: 2.2.7.
P.Oxy. 15.1801: 2.3.4. n.
Platone commediografo: 1.5.8.
P.Oxy. 15.1802+71.4812: 2.3.5. n.
Platone filosofo: Introduzione; 1.2.2.; 1.2.3.;
P.Oxy. 24.2390: 2.3.4. n. 1.4.5.; 1.5.8.; 1.5.10. n.
P.Oxy. 24.2396: 2.3.5. n. Pleiade (costellazione): 2.2.5.
P.Oxy. 24.2387: 2.3.2. n. Pleiade tragica: 1.5.3.; 1.5.11.
P.Oxy. 25.2427: 2.3.4. n. Plinio il Vecchio: 1.3.5.
P.Oxy. 31.2536: 2.3.4. n. Plutarco: 2.1.1.; 2.2.7.
P.Oxy. 35.2737: 2.3.3. poesia, filologia e: Premessa; Introduzione;
P.Oxy. 37.2803: 2.3.4. n. 1.4.6.; 1.5.9.
Pagase: 1.5.7. Polemone di Ilio: 2.1.2.; 2.3.3.
Palmira: 1.3.9. Policrate di Samo: 2.2.7.
panellenismo, filologia e: 1.2.6.; 1.5.10. Pompeo, Gneo: 1.3.9.
Panezio di Rodi: 2.2.6. Porfirio: 1.4.3. n.
papiri: Introduzione; 1.1.1. n.; 1.3.2.; 1.4.4. Posidonio di Apamea: 1.5.9.; 2.2.6.
n.; 1.4.6.; 1.4.7.; 1.5.1.; 1.5.2.; 1.5.4.; Prassifane di Mitilene: 1.1.2.; 1.5.6.; 2.1.3.;
1.5.10.; 1.5.13.; 1.5.14.; 2.1.1.; 2.3.2.; 2.2.6.
2.3.3.; 2.3.4.; 2.3.5.
prèpon (πρέπον): 1.4.3. n.
paràgraphos (παράγραφος): 1.5.10.
propaganda politica, filologia e: Introdu-
paremiografia: 1.5.2.; 1.5.10.; 1.5.11.; zione; 1.2.5.; 1.2.7.; 1.3.4.; 1.5.10.;
1.5.12.; 2.3.3.; 2.3.6. 2.1.1.
Parmenisco di Alessandria: 2.2.4. prosa, filologia e: 1.4.6.; 1.5.6.; 1.5.14.;
Pausania: 2.1.2. 2.2.4.; 2.2.5.; 2.3.3.; 2.3.6.

114
Indice generale

Simonide: 1.5.10.; 2.3.5.


Quintiliano: 1.4.7. Sinope: 1.5.14.; 2.2.2.
sofisti: 1.4.5.
rapsodi: 1.4.5. Sofocle: 1.3.4.; 1.4.6.; 1.5.10.; 1.5.14.;
2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.4.
Rhacotis: 1.3.1.
Sofrone: 2.2.3.
Riano di Creta: 1.5.4.
Solone: 2.3.3.
Rodi: 1.1.2.; 1.1.3.; 1.3.4.; 1.4.7.; 1.5.9.;
2.2.1.; 2.2.4.; 2.2.6.; 2.2.7.; 2.3.5. Sopatro di Apamea: 2.3.2.
Roma: Introduzione; 1.1.2.; 2.1.1.; 2.1.3.; Sosibio Lacone: 1.1.1. n.
2.2.1.; 2.2.4. n.; 2.2.5.; 2.2.6.; 2.2.7.;
Stefano di Bisanzio: 2.3.3.
2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.5.; 2.3.6.
Stesicoro: 1.5.10.; 2.1.3.; 2.3.2.; 2.3.4.
Stoà: 1.1.2.
Saffo: 1.5.10.
Strabone: 1.1.1. n.; 1.2.2.; 1.2.3.; 1.3.9.;
Satiro di Callatis: 2.1.2.
1.5.8.; 2.2.7.
Scepsi: 2.2.7.
Stratone di Lampsaco: 1.2.2.; 1.2.6.
scholium Plautinum: 1.3.2. n.; 1.5.3. n.;
Svetonio: 2.1.3.; 2.3.3.
1.5.6.
sỳngramma (σύγγραμμα): 1.4.4.; 1.5.14.;
scienza: 1.5.8.; 1.5.9.
2.1.3.; 2.3.3.
scoli, scoliografia: 1.4.3. n.; 1.5.2.; 1.5.4.;
synḕtheia (συνήθεια): 1.5.10.
1.5.5.; 1.5.7. n.; 1.5.11.; 1.5.12.;
1.5.13. n.; 1.5.14.; 2.2.2.; 2.2.4.;
2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.; 2.3.4.
Taurisco: 2.1.3.; 2.2.5.
Seleucidi: 1.1.2.; 1.3.8. n.; 2.1.1.
Tebe: 1.2.2.
Seleuco: 2.1.1.
Teocrito di Siracusa: Introduzione n.; 1.1.1.;
Seleuco ‘Omerico’: 2.3.3. 1.2.6. n.; 2.2.5.; 2.2.6.; 2.3.4.
sēmèia (σημεῖα): 1.4.4.; 1.5.4.; 1.5.10.; Teofilo: 1.3.9. n.
1.5.14.; 2.2.6.; 2.3.2.; 2.3.3.
Teofrasto: 1.1.2.; 1.2.2.; 1.2.6.; 1.5.6.; 2.2.7.
Semonide: 1.5.14.
Teone: 1.3.9.; 1.4.6.; 1.4.7.; 2.3.1.; 2.3.4.;
Senocrito di Cos: 1.5.9. n. 2.3.6.
Senone: 1.5.14. Tiberio: 2.3.3.
Serapeo di Alessandria: 1.3.1.; 1.3.9. n. Timachida di Lindo: 2.2.6.
Serapide: 1.3.1. Timone di Fliunte: 1.2.4.; 1.5.4.
Sesto Empirico: 1.5.10. n.; 2.2.4. Tirannione di Amiso: 2.2.6.; 2.2.7.; (?)
2.3.4. n.
Sicilia: 1.5.8.
Tolomeo I Soter: 1.1.1.; 1.2.1.; 1.2.2.;
sigma (σίγμα, sēmeion): 1.5.10.
1.2.5.; 1.2.6.; 1.3.1.; 1.5.8.
Silla: 2.2.7.
Tolomeo II Filadelfo: 1.2.2.; 1.2.6.; 1.3.1.;
Silleo: 1.5.1. 1.3.4.; 1.3.7.; 1.5.3.; 1.5.7.; 1.5.11.;
2.2.7.
Simia di Rodi: 1.1.2.

115
Fausto Montana – La filologia ellenistica

Tolomeo III Evergete: 1.3.1.; 1.3.4.; 1.5.7.;


1.5.8.
‘Umar: 1.3.9.
Tolomeo IV Filopatore: 1.5.1.; 1.5.8.
Tolomeo V Epifane: 1.5.10.; 2.1.1.
Varrone: 2.1.3.; 2.2.6.
Tolomeo VI Filometore: 1.5.14.; 2.1.3.
Vitruvio: Introduzione
Tolomeo VII: 1.5.14.
Tolomeo VIII Evergete II: 1.1.2.; 1.1.3.;
Zenobia: 1.3.9.
1.5.14.
Zeno[doto], Bibliotecario di Alessandria:
Tolomeo IX: 1.5.1.
1.5.1.
Tolomeo di Ascalona: 2.2.4. n.
Zenodoto di Efeso: Introduzione; 1.1.1.;
Tolomeo Epitete: 1.5.4.; 1.5.6. n.; 1.5.9. 1.2.6.; 1.3.2.; 1.4.4.; 1.4.5.; 1.5.1.;
1.5.3.; 1.5.4.; 1.5.5.; 1.5.6.; 1.5.7.;
Torah: 1.3.2.; 1.3.6.; 1.3.7. n.
1.5.8.; 1.5.9.; 1.5.10.; 1.5.14.; 2.2.1.;
traduzioni, filologia e: 1.3.5.; 1.3.6.; 1.3.7.; 2.2.2.
1.3.8.
Zenodoto di Mallo: 2.2.2.
Trifone di Alessandria: 1.3.9.; 2.3.1.; 2.3.5.;
Zenone di Cizio: 1.1.2.; 1.5.8.; 1.5.10.;
2.3.6.
2.1.1.
Troade: 2.1.2.; 2.2.7.
Zeus: 2.1.1.; 2.1.3.
Troia: 1.5.4.; 1.5.8.; 2.2.3.; 2.3.2.
Zeussi l’Empirico: 1.5.9.
Tucidide: 2.3.3.
Zoroastro: 1.3.5.
Tzetzes, Giovanni: 1.3.2.; 2.1.3. n.

116
Hellenistic Scholarship. Sketch of a Cultural History

Fausto Montana

English Abstract
Almost fifty years after Rudolf Pfeiffer’s epoch-making History of Classical Scholarship
from the Beginnings to the End of the Hellenistic Age (Oxford 1968), and following a
lasting and lively season of critical study on ancient Greek philology, up-to-date surveys
are needed, in order to account for new answers to old problems as well as to appraise
further issues more recently raised by specialist debate.
This book is a contribution to satisfy that need. An outline of trends and personalities of
ancient Greek scholarship intertwines with the presentation of several historiographic
and methodological problems currently under discussion, in the light of a very
extensive and updated bibliography. With general index.

Fausto Montana is full Professor of Ancient Greek Language and Literature at the
University of Pavia, Italy. He is author of several specialistic works in the field of ancient
Greek scholarship, especially concerning the exegesis to dramatic and historiographic
literature. He is in charge, with others, of the tool Lessico dei Grammatici Greci Antichi on
line <http://www.lgga.unige.it> and is formally included in the editorial board of the
Centro Italiano dell’Année Philologique <http://www.aristarchus.unige.it/ciaph>.

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