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Questione di prospettiva

Diverse angolazioni, diverse prospettive, punti di vista che si oppongono e si intersecano fino a invertirsi.
Due platee che commentano con gran fervore una stessa scena, la vicenda del capitano Cook. Una storia il
cui significato è tuttora di incerta interpretazione.
Ambientata ai tempi dei viaggi di esplorazione settecenteschi, è la biografia di un abile navigatore inglese
che si sarebbe spinto fino alle isole Hawaii dove entra in contatto coi nativi. Ad una prima visita, in cui
ricevette un'accoglienza regale con tanto di offerte e celebrazioni, seguì una seconda ispezione in cui
ricevette tutt'altro trattamento, che culminò con la sua tragica uccisione.

Un dissidio concernente il grado di "civiltà" di un popolo, quello Hawaiano, che viene sottoposto allo
sguardo attento di due grandi antropologi: Sahlins, lo strutturalista occidentale dai toni decisi, si difende a
spada tratta dalle accuse del suo avversario Obeyesekere, interpretativista cingalese, derivante quindi dal
mondo "altro" ma che, formandosi in Europa, adotta gli strumenti di analisi antropologica di stampo
occidentale.

I due sviluppano diverse spiegazioni circa la vicenda.


Sahlins sostiene la teoria secondo cui Cook, arrivato casualmente in concomitanza con la celebrazione del
Makahiki, fu scambiato dagli indigeni per il loro Dio Lono. Questi, secondo la visione temporale ciclica degli
indigeni, avrebbe dovuto ripresentarsi a distanza di un anno, perciò quando il capitano tornò poco dopo,
venne ritenuto un impostore.
Uno schema che appare agli occhi di Obeyesekere come offensivo, ricamato ad hoc dagli occidentali per
provare l'arretratezza della mentalità del popolo Hawaiano, incapace di distinguere una manifestazione
divina da un evento naturale; in questo senso condanna Sahlins come rappresentante dello spirito
imperialista, che eleva i bianchi al gradino più alto di una presunta gerarchia culturale, degradando gli
indigeni ad uno stadio primitivo.
Secondo la versione di Obeyesekere invece, Cook era considerato un semplice capo, una persona d'alto
rango e per questo rispettabile, e il mutato atteggiamento dei nativi era da attribuirsi alla brutalità e
irriverenza dei marinai.

Un'accusa che appare lecita, ma a cui Sahlins rispose a tono. Compiendo un impeccabile lavoro di
"archeologia etnografica", egli recupera un gran numero di fonti storiche, tra cui diari di bordo e
testimonianze a sostegno della sua tesi e a ciò accompagna un magistrale lavoro di collage, unendo le prove
in maniera logica e lineare. Per la precisione appunta 316 referenze bibliografiche contro le 152
dell’avversario. Una schiacciante sconfitta per l'antropologo indigeno che presenta testimonianze scarse,
spesso incerte e contraddittorie, in cui ammette anche di aver compiuto innocui errori. Lui stesso riconosce
che gli indigeni attribuivano ai loro capi poteri divini, ma secondo lui questo non era avvenuto nel caso del
capitano Cook; sillogismo errato.

Viene da porsi una domanda: chi dei due antropologi realmente si avvicina di più alla comprensione del
pensiero indigeno?
Istintivamente saremmo più propensi ad accettare la tesi di Obeyesekere, che rispecchia perfettamente gli
schemi attuali di dominio e subordinazione del contesto mondiale.
Io invece credo che sia una questione di prospettiva.
Non basta vivere nello stesso contesto culturale per comprendere un popolo, ma anzi, come teorizza il
filosofo russo Bakhtin, probabilmente è proprio distanziandosene che si possono cogliere le caratteristiche;
una messa a fuoco perfetta, in quel senso, quella di Sahlins, in cui strutturalismo e relativismo si fondono
nel dar voce a questa società remota in maniera egualitaria e scevra di ogni considerazione soggettiva.
Obbiettivo mancato invece da Obeyesekere che, in forza delle sue origini, si arroga il diritto di parlare per gli
Hawaiani, ponendosi come loro interprete. La sua vacuità empirica trasforma il materialismo storico in
ideologia: è lui stesso a creare l’ideologia. Nella sua analisi antropologica sovrappone una doppia lente, la
sua e quella degli schemi occidentali appresi, giungendo a una distorsione della realtà: applica il paradigma
di un'Europa egemonica agli studi di Sahlins, etichettandolo erroneamente come portatore di questa
ideologia.

Una competizione, questa, in cui Obeyesekere sembra partire avvantaggiato ma che, a mio avviso, verrà
vinta da Sahlins. Mentre quest’ultimo riconosce l'autonomia e specificità dei culti indigeni, con un
approccio di totale rispetto e dignità, Obeyesekere, negando l'esistenza delle pratiche magiche, intrappola
la loro cultura in un razionalismo che non la rappresenta.

Si giunge dunque ad un capovolgimento di ruoli: Sahlins, inizialmente accusato di incarnare la cospirazione


imperialista, approda alla rivendicazione della legittimità di parola dei nativi; Obeyesekere, che si pone
come difensore dei nativi, li deruba di una parte essenziale della loro cultura, il simbolico, che non è da
considerarsi "primitivo", ma semplicemente un’alternativa al razionale.

Per concludere vorrei riconoscere a entrambi il merito di aver alimentato un interessante dibattito,
regalando stimoli e spunti di riflessione su dinamiche antiche e moderne del contesto globale.
Mi sono sentita trasportata allo sviluppo di un mio pensiero critico circa l'interpretazione della vicenda,
come se anch’io, nel mio piccolo, avessi indossato i panni dell’antropologo.

BIBLIOGRAFIA

- Robert Borofsky, Cook, Lono, Obeyesekere, and Sahlins CA* Forum on Theory in Anthropology,
Current Anthropology, Vol. 38, No. 2 (April 1997), pp. 255-282

- Shalins, Marshall, Captain Cook at Hawaii, The journal of the Polynesian society. Vol. 98, No. 4,
1989, p. 371-424.

- Appunti presi a lezione della professoressa Bougleux

Chiara Nezosi (matricola 1051363)

Secondo compito parziale di antropologia culturale 2 a 2

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