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FACOLTA’ DI ARCHITETTURA

Magistrale in Pianificazione e progettazione della città e territorio


Corso di Politiche urbane e territoriali
A.A. 2009-2010
Docente: Camilla Perrone

La politica delle periferie


Mendola Giovanni Luca

Indice

1. Due linee parallele

2. Una politica basata sull’auto-organizzazione : le PPdB

3. Politica e mobilitazione

Mobilitazione e lavoro : il caso francese

4. Lo stato di fatto italiano

Fra questione urbana e politica della casa

Verso le nuove politiche

Il territorio ed i diversi modi di reagire alle crisi : cenni su politiche urbane estere e
italiane

5. Conclusioni
Una soluzione : Recuperare gli spazi per una migliore qualità della vita

6. FONTI

1
Due linee parallele
Le istituzioni poco presenti sul territorio

Il dibattito internazionale rileva, con sempre maggiore frequenza, un cambiamento nelle forme e
nelle modalità dell’azione collettiva in ambito urbano e territoriale. Tale cambiamento riguarda sia
obbiettivi delle politiche e degli interventi, sia delle forme d’azione. Nel complesso tali
cambiamenti sono riassunti come passaggio dai modelli di governo (government) della città e del
territorio ai modelli della governance urbana e territoriale1.
Basandosi, quindi, sul coinvolgimento e partecipazione di una molteplicità di attori, che riescano, a
partire dal basso, intervenendo in un contesto difficile da comprendere da molteplici punti di vista.
In una visione bipolare di osservare le situazioni emergenti, si fa forte il desiderio di analizzare la
questione delle politiche pubbliche italiane, da due facce della medaglia, diverse per scala
territoriale, visione temporale e struttura organizzativa. Si mira quindi a far incontrare le due linee
che, la maggior parte tendono ad essere parallele.
Da una parte troviamo le istituzioni europee dall’altra le istituzioni amministrative locali presenti
dal territorio regionale a quello provinciale e locale. L’Unione Europea per suo conto vuole
migliorare le politiche sul territorio2, tutte le normative e analizzare, tramite la commissione, i loro
risultati. Esiste una vera intenzione già da decenni di stimolare le economie presenti sul territorio,
con tutti i mezzi possibili a loro disposizione; saranno poi le singole amministrazioni locali, e per
questo l’altro lato della medaglia, che dovranno fare valere la loro capacità di intervenire in tempo
in modo da dare i risultati richiesti dall’Unione Europea. Dalle istituzioni europee derivano
importanti criteri guida quali la sussidiarietà e la sostenibilità, l’impulso al decentramento, e varie
versioni di programmazione strategica, […] in altri casi, invece, il radicamento sociale locale dei
programmi (motivato ambiguamente o come “responsabilizzazione” e recupero di consenso o come
trasferimento del carico fiscale a livello locale) viene perseguito in forme che almeno sollecitano
l’emergere e la valorizzazione di una componente deliberativa nei processi di policy making
(IPM.)3. […] Le fragilità dei regimi democratici – incapaci di mantenere le loro promesse e quindi
esposti a derive neoautoritarie o populiste –, alla perdita di credibilità dello stato amministrativo, al
crescente spostamento della domanda sociale da beni pubblici a beni privati, ed insieme e per contro
– nella società del rischio – all’evidente necessità di accrescere qualità e quantità dei beni pubblici
per far fronte a fabbisogni strutturali e di prospettiva (processi di capacitazione, società della
conoscenza, crisi ambientale, globalizzazione.)4. Per questo è importante intervenire, la dove non si
riesce percepire la sensibilità di alcune politiche, utili, ognuna a suo modo, in maniera da
concretizzare, nei giusti tempi, le realizzazioni delle più importanti priorità analizzate nei vari casi,
sia di politiche, (nella maggior parte dei casi italiani) avviate ma difficili da mettere in atto per
l’incapacità settoriale e di competenza, in un Paese in cui la meritocrazia non vuole emergere e
perciò poco propensa ad ascoltare la voce del popolo.

1
Cit. F. Moderna Modelli di Azione di Governance; Innovazioni e inerzie al cambiamento; Rivista Geografica Italiana,
n.1, 2004. Pagina 1
2
Uno dei documenti più importanti è il Libro Bianco, dove molte nazioni dell’Unione Europea fanno riferimento. Nel
luglio 2001 è stato promulgato il Libro Bianco sulla governace europea dove sono definiti i principi generali relativi
all’iso termine e alle possibilità di applicazioni di tale modello di azione in ambito comunitario. )cit. F. Moderna
Modelli di Azione di Governance; Rivista Geografica Italiana, n.1, 2004
3
Scopo dell’iniziativa Interactive Policy Making (IPM) è di sfruttare le moderne tecnologie, in particolare Internet, per
aiutare le amministrazioni degli Stati membri e le istituzioni comunitarie a meglio comprendere le esigenze dei cittadini
e delle imprese. Essa intende contribuire all’elaborazione delle politiche consentendo alle autorità pubbliche di
rispondere in modo più rapido e mirato ai problemi che sorgono, di migliorare la valutazione dell'impatto delle politiche
(o della loro assenza) e di rendere meglio conto ai cittadini della loro azione.
(http://ec.europa.eu/yourvoice/ipm/index_it.htm)
4
Carlo Donolo; STATO E MERCATO / N. 73, APRILE 2005.
2
Cenni sulle Politiche Pubbliche dal Basso
Una politica basata sull’auto-organizzazione : le PPdB

Affrontare le tematiche inerenti alle istituzioni poco presenti sul territorio, giustizia locale,
approccio necessariamente illegale per soddisfare i bisogni primari di sfollati, disagiati, volontariato
e cittadinanza attiva, viene spontaneo parlare anche di Politiche Pubbliche dal Basso che per
definizione possiamo definirle <<le politiche che si differenziano per l’efficacia e lo spirito con cui si
gestiscono i problemi quotidiani>>, trasversale ad ogni tipo di politica pubblica ed urbana, sono
senza alcun dubbio le politiche pubbliche auto-organizzate, o politiche pubbliche dal basso (d’ora in
poi PPdB5) che hanno caratteristiche differenti dalle politiche pubbliche tradizionali.
Si assumono la responsabilità di decidere di quei problemi che Elster definisce di giustizia locale, e
cioè dei dilemmi che nascono quando si tratta di attribuire beni scarsi e indivisibili […] disponibili
in quantità molto inferiore al numero delle persone che ne hanno bisogno (o che ne hanno diritto, o
che ne fanno richiesta)6.
Violano i processi standardizzati di valutazione dei requisiti e dei criteri di ammissione, potendo
affermare che sono illegali per definizione, o almeno indifferenti alla legge, disobbedienti.
Rimettono in discussione protocolli, routines, regole di comportamento delle politiche pubbliche
che, per vari motivi, non sono in grado di gestire7.
Cercano di dare i servizi necessari per la sopravvivenza, i bisogni necessari per vivere bene.
Le PPdB obbediscono quindi al bisogno, non alla legge, una sacrificata ma ottima maniera di
affrontare il degrado disperso nel territorio italiano. Mettono al lavoro un’altra forma di lavoro. Si
tratta di un universo, anche contraddittorio e differenziato, di attività e di soggetti, chiamati in modi
diversi e spesso dal significato incerto: associazionismo, volontariato e terzo settore. La discussione
sulle diverse forme di volontariato è aperta e va dalla rivendicazione dei diritti del volontario
all’idea di militanza e di cittadinanza attiva8.

Politica e mobilitazione : verso nuove politiche


La politica nata per aiutare il popolo sembra diventata una disciplina complessa, su cui molti
fanatici fanno costatazioni interessanti ma allo stesso tempo, a parere mio, azzardate, come la
proiezione futuristica dell’ipotetica costruzione di partiti come la Lega Sud9, ormai pronta ad
avanzare le proprie prospettive futuriste. Nulla di più sbagliato per chi vuole unita e diversa, questa
Italia10. Semplificare la politica non vuol dire semplificare e ridurre il numero di partiti ma
diminuire la complessità con cui la politica si approccia al popolo e al concetto stesso di
democrazia.

Riferendomi alle osservazioni fatte dal prof. Giovanni Sartori11 nel libro “La democrazia in trenta
lezioni”, le elezioni esprimono, nel loro complesso l’opinione pubblica, un popolo sovrano che non

5
Trattano spesso problemi decisivi: poter stare in Italia o essere espulso; avere o non avere un lavoro; morire o non
morire di droga; abitare una casa o un marciapiede; uscire dal carcere o restarci.
6
G. Paba, C. Perrone, A.L. Pecoriello, F. Rispoli, Partecipazione in Toscana. Interpretazione e racconti, Firenze
University Press, Firenze, 2009. Pag. 45
7
Quando si tratta prestare a chi non ha soldi, di alloggiare chi non ha un tetto, di fornire un lavoro a un disoccupato.
8
La maggior parte dei riferimenti sono stati presi dal libro : G. Paba, C. Perrone, A.L. Pecoriello, F. Rispoli,
Partecipazione in Toscana. Interpretazione e racconti, Firenze University Press, Firenze, 2009.
9
Che potrebbe essere interessante dal punto di vista identitario legato al fatto che l’identità si pone essenzialmente come
problema politico e sempre meno come problema scientifico. Cit. L. Carle; Sette lezioni su identità socioculturale
collettiva e territorio, Edizioni Centro AZ, Firenze, 1997; pag 65
10
Nazione che dovrebbe aspirare ad una settorializzazione locale, e non tendente al globale.
11
Giovanni Sartori; “La democrazia in trenta lezioni”; Oscar Mondadori; Milano 2009
3
ha nulla di suo da dire, senza opinioni proprie, non conta nulla, e finche restiamo nel contesto della
democrazia elettorale, del demos che si limita ad eleggere i suoi rappresentanti, questo stato di cose
non pone problemi seri, in genere il pubblico non sa quasi nulla di politica e non interessa più di
tanto. Possiamo quindi dire che la democrazia elettorale non decide le questioni, ma decide chi
deciderà le questioni.
Per questo è utile parlare di politiche pubbliche che partono dal basso; la “partecipazione” ad
esempio, è prendere parte attivamente e volontariamente di persona. “Volontariamente” è una
specificazione importante perché, se la gente viene costretta a partecipare a forza, questa è
mobilitazione dall’alto e non partecipazione dal basso.
Partendo dal fatto che le istituzioni sono poco efficaci nell’azione di territorio, dalla crisi sui servizi
per l’impiego, sull’impatto economico della crisi sui redditi dei lavoratori, la mancanza di rapidità
d’azione per la costruzione e attuazione dei servizi pubblici e privati, la quale dovrebbe
caratterizzare il numero la qualità dei servizi offerti12, fatti per il popolo ed a servizio del popolo, ed
è per questo che si richiede piena efficacia delle politiche attive sul territorio.
Riferendomi adesso ai dibattiti del Forum PA13 (dove per “PA” si intende Pubblica
Amministrazione) del maggio 2010 appena passato, riguardo alle tematiche inerenti al merito,
all’innovazione, alla semplificazione politica, all’efficacia delle organizzazioni (pubbliche, private,
sociali) è immediata la percezione del desiderio di un cambiamento culturale che parte da una
compartecipazione di stakeholder e utenti. Sinergie capaci di cambiare il volto della città.
Produrre valore e ridurre lo spreco di risorse, la sfida che oggi, ogni politica attiva sul territorio
dovrebbe tendere ad ottimizzare, per produrre valore e così poter ridurre lo spreco14.
Evidenziare quegli aspetti inerenti all’efficienza dei processi, ma se questa non producesse efficacia
nell’azione della politica, non rimarrebbe altro che ad un cambiamento della cultura politica che, a
sua volta, modificherebbe gli atteggiamenti, tenendo così conto delle aspettative dei diversi attori
pubblici e privati. Così il cambiamento produce valore e accresce la licenza di operare.
Tutto questo è strettamente legato al modo di agire delle politiche negli ultimi anni che partendo
dall’operato su molti casi in Italia, è evidente la carenza di servizi, che nell’ultimo quarto di secolo
ha caratterizzato il nostro panorama e specialmente quello delle nostre periferie decontestualizzate e
isolate da resto del territorio, isolate insieme a chi cerca di fare ordine nel disordine come molte
associazioni15, uniche nel loro lavoro di “restauro” e di riconversione dal punto di vista sociale,
economico e identitario.

12
  Il Ministero del lavoro, a fronte della crisi economica e finanziaria, sta predisponendo un Rapporto sullo stato dei
servizi per l’impiego in Italia al fine di individuare e condividere con le Regioni e le Parti sociali, alcune linee guida per
il rilancio del ruolo dei servizi per l’impiego pubblici e privati, quali soggetti promotori di politiche attive nei territori di
riferimento. Il Ministro Sacconi a FORUM PA 2010 su "I servizi pubblici e privati per il lavoro nella crisi" | 18 maggio 
13
FORUM PA si è affermato negli anni come occasione unica di incontro e confronto sull’innovazione tra attori
pubblici e privati. Il processo di crescita del paese ha, infatti, trovato nella pubblica amministrazione locale e centrale un
soggetto trainante dell’innovazione, soprattutto quando questa ha assunto il ruolo di regia e messa in rete dei diversi
soggetti protagonisti nei sistemi sociali ed economici, in un più maturo sistema di governance. Missione del Forum : un
momento di approfondimento, ascolto, diffusione e valorizzazione delle più importanti iniziative di innovazione che
provengono di sistemi settoriali e territoriali italiani.
14
In Italia e in più in generale nella cultura del sud l’importanza nel individuare caratteri specifici, è altrettanto
importante per sostituire strategie economiche di alcune amministrazioni locali fondate esclusivamente sul bilancio, con
fasi in cui si potrebbe anche individuare o per lo più riflettere sullo spreco; spreco di territorio, di intelligenza di
umanità e di risorse in genere, che renderebbe facile capire una particolare situazione, qualsiasi essa sia, potere
elaborare una strategia collettiva lavorativa che metta in luce le potenzialità locali per cosi cominciare a porre rimedio
allo spreco. (rimando al libro, Spreco: documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia, 1960, di Danilo
Dolci e le sue esperienze siciliane su questo dibattito).
15
Caritas e tutte le Associazioni Volontarie legate alla Chiesa Cattolica, molto presenti nel territorio. Nel 2007 è uscito
un libro Caritas Italiana – La città abbandonata: dove sono e come cambiano le periferie italiane – Il Mulino, Bologna
2007 dove si descrivono molti casi di sofferenza che affligge le nostre periferie urbane.
4
Sono però molte le politiche che intervengono sul territorio italiano, mosse da iniziative di tipo
pubblico e di tipo privato, spinte per la maggior parte da bandi di concorso europeo e quindi da
moltissimi fondi, per la maggiore non tutti sfruttati16, da destinare al territorio; in parte errato
pensare che “bisogna aspettare i fondi europei per fare qualcosa”; senza ombra di dubbio che sia
l’economato a guidare i bilanci e le mosse di un’amministrazione17, ma lo spirito guida dovrebbe
essere un altro; quello di sensibilizzare l’operato pubblico e i tecnici interessati ai singoli progetti.
Sensibilità che viene in parte dallo spirito di partecipazione, che dovrebbe stare alla base di ogni
amministrazione; logica che porti ad una più trasparente iniziativa di Piano o Programma da
adottare. Fondi che dovrebbero servire al popolo, perché per il popolo sono stati chiesti.
Un quadro complessivo abbastanza complesso, difficile da semplificare. Il problema che
sicuramente rimane è che lo stato degradato dei nostri quartieri periferici e la qualità della vita
vanno sempre più a diminuire, venendosi cosi a creare problemi collettivi ed individuali che
avvolgono la nostra quotidianità.

Mobilitazione e lavoro : il caso francese

«Con un po' di distacco, si comincia a cogliere la posta in gioco connessa alla mutazione del
capitalismo che ha iniziato a produrre i suoi effetti all'inizio degli anni Settanta: fondamentalmente
si è generalizzata la mobilità dei rapporti di lavoro, delle carriere professionali e delle protezioni
collegate allo status dell'impiego18». Questi processi sono il riflesso istituzionale di un'evoluzione
delle società moderne che Zigmunt Bauman chiama «liquidità».

Per quanto concerne la mobilitazione di massa, per respingere le idee politiche che hanno portato
disastri in Francia19, innumerevoli le lotte portate avanti. La Francia si distingue per l'intensità della
mobilitazione dei giovani scolarizzati. In Italia, da questo punto di vista, per circa vent'anni gli
studenti sono stati assenti e hanno ricominciato a farsi sentire a partire dal 2001, più per questioni
generali che di organizzazione della società. In Gran Bretagna, gli studenti si mobilitano solamente
per le grandi cause di carattere umanitario. In Germania e in Spagna, i movimenti acquisiscono
raramente un respiro nazionale, a causa della grande decentralizzazione delle responsabilità
universitarie e del carattere corporativo delle mobilitazioni20.
Come è possibile comprendere ciò che è accaduto in Francia nel marzo del 2006 attorno alla
questione del Cpe21?
Quanto la mobilitazione è legata alle difficoltà di accesso dei giovani all'impiego? Cosa capire dagli
eventi francesi per quanto riguarda le sommosse nelle banlieue e le proteste studentesche.
Sicuramente vale la pena valutare da più vicino il modo in cui si articolano l'esclusione socio-spa-
ziale delle famiglie povere e la precarizzazione dei giovani dove il libro di Hugues Lagrange e
Marco Oberti, La rivolta delle periferie, Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso francese,

16
Molti i casi di mancata capacità nel prendere i fondi, per la pigrizia di chi gestisce le cose e l’assenza di meritocrazia,
che in Italia purtroppo è molto diffusa;
17
Casi in cui non si prendono neanche i fondi.
18
Robert Castell
19
Tra la fine di ottobre e la metà di novembre 2005 un'ondata di sommosse ha scosso oltre cento città della Francia.
Scoppiate nel dipartimento della Sei-ne-Saint-Denis a causa della morte di due adolescenti che si credevano inseguiti
dalla polizia, si sono rapidamente diffuse in tutto il paese. A meno di sei mesi da quegli eventi, una parte della gioventù
francese si è mobilitata, nell'ambito di un movimento di grande ampiezza, contro una nuova misura adottata dal go-
verno de Villepin proprio per rispondere alle rivolte di novembre.
20
H. Lagrange, M. Oberti, La rivolta delle periferie, Bruno Mondadori, Milano 2006
21
Il CPE (Contrat Première Embauche, contratto di primo impiego) legge che doveva entrare in vigore nell'aprile 2006.
Offriva la possibilità ai datori di lavoro di licenziare senza giustificazione i lavoratori con meno di 26 anni nei primi due
anni di impiego.
5
descrive e testimonia la difficoltà d'inserimento di una nuova generazione e rinvia alla problematica
degli ultimi che si inseriscono in una società multiculturale.
Per comprendere questi eventi, bisogna tenere conto della segregazione, delle dimensioni etno-
razziali del fenomeno e dei luoghi in cui avvengono i fatti.
Non tutti i quartieri popolari sono stati investiti dalle rivolte, così come una gran parte dei giovani
non residenti negli alloggi di edilizia popolare, e meno soggetti a discriminazioni razziste, non è
stata coinvolta in episodi di violenza.
Questi ultimi mettono contemporaneamente in discussione dimensioni sociali (origini popolari),
spaziali (città degradate e stigmatizzate, alto livello di segregazione) ed etno-razziali (giovani figli
di immigrati dall'Africa, direttamente toccati dalle discriminazioni e dal razzismo).
Insistere su tali dimensioni permette di mostrare, che le sommosse non si sono sviluppate soltanto
sulla base di differenze sociali e di età, ma che esse hanno messo direttamente in gioco le realtà
urbane così come sono state ridefinite dalla precarizzazione di una frangia delle classi popolari e
in particolar modo di quelle provenienti dall’immigrazione22.
Il dato più preoccupante della situazione è senza ombra di dubbio la percentuale di disoccupati e la
percentuale di abbandoni dopo le scuole primarie, molti di loro sono i veri protagonisti delle
sommosse per la maggior parte giovani tra i 15 e i 20 anni, raramente più grandi, abitanti delle citè
povere classificate come Zus (Zone urbaine sensible, zona urbana sensibile) o a rischio. In crisi
scolastica, stanno finendo le scuole medie o stanno cominciando il liceo; pochissimi lavorano. Una
statistica parziale, interessante perché relativa ai minori rinviati all'autorità giudiziaria in Seine-
Saint-Denis, mostra che il 26% ha abbandonato gli studi, il 21 % ha seguito corsi Segpa (Sezioni di
istruzione generale e professionale adeguata) o di centri di formazione professionale, 1’8,5% ha
un'attività e solo il 44,5% prosegue gli studi generali o tecnici. Si tratta per lo più di adolescenti e
di giovani adulti che hanno più difficoltà scolastiche della media dei loro coetanei, un po' più
coinvolti nella delinquenza e senza dubbio molto rappresentativi dei giovani dei quartieri a rischio.
Le sommosse urbane del novembre 2005 hanno puntato i riflettori sui giovani dei quartieri popolari
e sulle loro famiglie. Per alcuni osservatori, le violenze derivano dalle discriminazioni subite dai
francesi provenienti dall'immigrazione ma con maggior forza dalla stigmatizzazione esercitata dal
sistema scolastico.
Il movimento anti-Cpe rivela come questa tensione sia data da una reazione generale mossa da una
logica di rafforzamento delle singole fragilità giovanili dovute essenzialmente alla mancanza di
impiego ed alle posizioni diseguali di fronte alle risorse scolastiche. Tanto più che, nel contesto
francese, il sistema scolastico si differenzia altrettanto fortemente sul piano del reclutamento e della
performance dei diplomi nel mercato del lavoro, opponendo grandes écoles e università selettive da
un lato, e università di massa dall’altro.
Allo spirito di solidarietà che ispirava le riforme della metà del XX secolo, in particolare quelle
della protezione sociale, si sostituiscono valori più competitivi, tendenti a far pesare la
responsabilità del fallimento professionale sulle spalle dell'individuo.
Un numero crescente di diplomati delle scuole superiori non trova un lavoro correlato alla propria
qualifica, si registra un disincanto nei confronti delle promesse della scuola che risulta
particolarmente acuto in un paese in cui gli studi universitari e post diploma sono i più lontani dalla
formazione professionale. La considerevole disparità di situazioni tra giovani e adulti sul mercato
del lavoro alimenta effetti generazionali. Questo divario raddoppia per ciò che riguarda diplomati e
non diplomati, che induce effetti di concorrenza, declassamento ed esclusione, che pesano sugli
status acquisiti. In questo modo, il perseguimento degli obiettivi di riuscita scolastica ha assunto
una piega amara, lo Stato francese ha mobilitato attorno a essi strategie di vario tipo comprese
quelle residenziali, e quindi processi di segregazione e discriminazione.

22
H. Lagrange, M. Oberti, La rivolta delle periferie, Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso francese; Bruno
Mondadori, Milano 2006
6
Lo stato di fatto italiano

Fra questione urbana e politica della casa


Partendo adesso dalla complessa e ripresa a più volte legislazione urbanistica nazionale, possiamo
cercare di comprendere la tela di fondo che spero renderà più chiaro il ragionamento attorno a uno
dei problemi delle periferie urbane in Italia, che oggi segna profondamente il nostro territorio.
Partendo dai brutti progetti fatti negli anni settanta conseguenti alla legge 167 del 196223, si nota
l’enorme catastrofe che riempie i nostri panorami, molte amministrazioni del periodo, sentitesi
avvantaggiate da tale legge, decidono di mettere a disposizione i propri mezzi per realizzare più
case popolari possibili in meno tempo possibile.
La legge in questione introduce il Piano di Edilizia economica e Popolare (PEEP), relativo alle
“zone da destinare alla costruzione di alloggi a carattere economico e popolare, nonché alle opere e
servizi complementari”. L’uso dei PEEP, al fine di inquadrare i piani di edilizia economica e
popolare inseriti e coordinati nell’ambito dei piani urbanistici comunali, avrà esiti assai diversi nelle
città italiane. Saranno realizzati quartieri periferici caratterizzati dalla presenza di edifici
residenziali, infrastrutture e servizi, sulla base dell’idea del quartiere auto sufficiente, mentre
troveremo quartieri dormitorio di edilizia residenziale pubblica che costituiscono un delle diverse
declinazioni del tema “periferie”. Senza entrare nello specifico del periodo storico, ci si più rendere
conto delle conseguenze che ne sono divenute. La legge in questione si appoggia su una complessa
rete di leggi precedenti, oltre la legge urbanistica n.1150 del 1942, (Piani di ricostruzione del
dopoguerra, la politica per la casa e la Legge Fanfani, le politiche che avviano un linguaggio
ufficiale legato allo zoning ed i vari tentativi di una riforma urbanistica fondata sulla revisione del
diritto di proprietà e la legge 167/62) che si basano sulla logica dello zoning e sul diritto della casa.
Le ricerche sull’abitazione minima e su tutte le categorie razionaliste legate agli standards vengono
recepite, seppur con molti compromessi dal legislatore del ’42. Il principio dello zoning diviene
comunque il fondamento su cui poggiare la strumentazione di piano24. Attraverso tale principio il
Prg (Piano Regolatore Generale) stabilisce il territorio come ZTO (Zone Territoriali Omogenee)
rispondenti a parte urbane ed extra-urbane con identiche vocazioni e destinazioni d’uso e quindi
regole edificatorie. Frutto delle elaborazioni razionaliste della Carta di Atene (Ciam del 1933)
individuando quelle categorie del risiedere, in riferimento alle abitazioni ed i servizi connessi, del
lavorare (la produzione), del comunicare (le strade) e del ricrearsi servizi e parchi urbani.
Idee funzionaliste riferite certamente al problema della sovrappopolazione ed all’incessante
domanda di abitazioni che fa emergere il problema in quel periodo, quindi l’idea più semplice era
quella di creare delle regole comuni a tutti gli stati interessati al problema.

“Una grande epoca è cominciata. Esiste uno spirito nuovo. L’industria irrompente come un fiume
che scorre verso il proprio destino, ci porta gli strumenti nuovi adatti a quest’epoca animata da un
nuovo spirito. La legge dell’economia amministrativa in modo imperativo i nostri atti e le nostre
concezioni non sono realizzabili che per suo tramite. Il problema della casa è un problema del
nostro tempo. L’equilibrio della società oggi dipende da questo. […]. La grande industria deve
occuparsi della costruzione e produrre in serie gli elementi della casa. Occorre produrre lo spirito
della produzione in serie, lo spirito di costruire case in serie, lo spirito di abitare casa in serie25.”.
Le Corbusier 1923

Sicuramente la situazione a partire dal dopoguerra non muta solo per l’Italia ma anche in altri paesi
europei, ad esempio in Francia la produzione di abitazioni su base industriale è una strada che trova
23
La legge 167 del 1962 tenterà di inserire le azioni di politica per la casa popolare all’interno dei Piani Regolatori
tramite i PEEP (Piani di Edilizia Economica e Popolare).
24
N.G. Leone; Elementi della città e dell’urbanistica; Editore Palumbo, 2004.
25
Cit. da P. Briata, M. Bricoli, C. Tedesco, Città in periferia. Politiche urbane e progetti locali in Francia, Gran
Bretagna e Italia; Carocci Editore, Roma 2009.
7
ampio consenso, rilanciando così l’industria nazionale. Tra il 1945 e il 1975, si assiste ad uno
sviluppo economico, che risponde a tutte le esigenze abitative per il solido problema degli alloggi
sovraffollati, consolidato dalle politiche di welfare – vengono realizzati in Francia 8 milioni di
nuovi alloggi.
Le conseguenze, poi rivalutate da molti architetti ed urbanisti26, non più d’accordo a perseguire
questa logica hanno fatto modo, anche se non in modo effettivo, di cessare al pensare funzionale,
per dare spazio alla creatività. Ci ritroviamo quindi oggi dei residui di città del futuro che danno
architetture d’effetto e progetti megalomani, elaborati per soddisfare il narcisismo di amministratori
in cerca di fama e indubbiamente la vanità di alcuni architetti.
La funzionalizzazione degli spazi finisce per privilegiare il tratto delle ripetitività degli schemi
architettonici assunti a modello, la riproposizione dello zoning, la mancanza di caratteri specifici
che possano segnalare la differenza tra un luogo e l’altro, tra una periferia e un’altra27.
Senza entrare in merito nelle conseguenze disastrose nel paesaggio italiano che hanno portato vari
governi a continui rattoppi legislativi in ambito urbanistico che hanno nel tempo colmato (almeno in
modo coscienzioso) le molteplici trasgressioni e speculazioni urbanistiche italiane28, possiamo
tracciare una linea di percorso fino ad arrivare alla costruzione di questi orrendi casermoni tutti
uguali tra loro irriconoscibili per i loro stessi abitanti, sperimentazioni degli anni Settanta legati
all’insufficienza dei servizi pubblici, alla monotonia delle scelte urbanistiche e abitative, al traffico
e alla congestione delle strade, alla mancanza di punti d’incontro per le attività ricreative e culturali,
alla debolezza della rete commerciale, all’eccessivo affollamento di giorno e alla mancanza di
vitalità notturna, diventano i principali elementi negativi di queste nuove aree di espansione urbana
di quasi tutta Italia. Secondo questa logica esplicitamente non corretta o per lo più poco razionale e
pianificata, l’individuo oggi si ritrova a vivere in questi non luoghi29 e con l’impossibilità di
costruire dei legami e nessi significativi con il contesto e l’ambiente in cui vive. Sicuramente
bisognerà ripensare seriamente al concetto di abitazione esaminando la dimensione collettiva
dell’abitare, al diritto alla qualità dell’abitare ed all’intensità degli interventi. Quest’ultima dipende
molto dalla capacità delle politiche urbane che agiscono sul territorio, molte del quale richiamano
spesso, principi francesi e logiche inglesi, che non hanno nulla a che vedere con la complessa e
articolata legislazione italiana.
Le trasformazioni che colpiscono le società occidentali da circa un quarto di secolo inducono a
rimettere in gioco le regolazioni collettive allora sviluppate per superare la prima crisi della
modernità. In seguito a un rovesciamento di posizioni nel contesto della mondializzazione, dalla
fine del XX secolo la resistenza al cambiamento e l'esigenza di garanzie sono passate dalla sfera
rivendicativa dei ceti popolari a quella di una porzione delle classi medie. Sono queste ultime a
sentirsi maggiormente minacciate dalle flessibilità e a mostrarsi come le più ritrose ai
cambiamenti30.

26
Ad esempio Giancarlo De Carlo dal 1952 al 1960 che è stato membro del gruppo italiano dei CIAM (Congressi
Internazionali di Architettura Moderna), di cui era rappresentante per l’Italia, ed è stato uno dei fondatori del Team Ten,
formatosi dopo lo scioglimento dei CIAM, operò la prima vera rottura con il Movimento moderno e le tesi funzionaliste
di Le Corbusier.
27
Marcella Grana; Lontani dal centro. Gli interventi pubblici nelle periferie; Carocci Editore, Roma 2009.
28
Dalla speculazione edilizia alla mancata pianificazione in tutti i campi.
29
Nella definizione di M.Augè : non-luoghi che, negli anni Settanta hanno prodotto ovunque ecomostri, Large Housing
Estates, agglomerati di case popolari e quartieri dormitorio e ora si dividono in centri commerciali e ipermercati
svincoli autostradali, addensamenti di costruzioni residenziali ripetitive e omogenee, luoghi di privazione dei servizi, di
dimenticanza pubblica, di scarsa cura e attenzione sociale.
30
H. Lagrange, M. Oberti, La rivolta delle periferie, Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso francese; Bruno
Mondadori, Milano 2006
8
Verso le nuove politiche
L’obiettivo di queste nuove politiche dovrebbe essere quello di rispondere a domande non
soddisfatte, innescare processi di trasformazione, offrire servizi e accentuare la sensibilità da parte
delle istituzioni, facendo capire che non potendo in fase economica intervenire nella maggior parte
dei casi, quanto meno aiutare l’informazione verso una logica auto-organizzativa, specialmente nei
casi di esperienze localizzate nella produzione di beni pubblici che portino alla realizzazione di un
servizio, di un’attività o un “evento locale”. Obbiettivi che nella fase ancora prematura di
integrazione etnica, in Italia, prefigurino un futuro aperto integrazione e tolleranza evitando le
segregazioni.
Alcuni fattori emergenti delle politiche urbane europee esprimono, secondo le analisi della
Commissione europea, un rapporto con il territorio che ha aiutato il paese mantenendo nel tempo un
rapporto equilibrato con il contesto ambientale e un livello efficiente si servizi pubblici, pure
partecipando alla composizione economica su scala globale. Emerge da molte analisi che tra i primi
posti per elevata qualità di vita sono le città che non fanno parte del’Unione Europea come la
Svizzera, capaci di mantenere nel tempo la manutenzione gli stili architettonici locali e gli impianti
urbanistici periferici, lontani dalle logiche di copia e incolla dei quartieri dormitorio e dai centri
commerciali sparsi in modo anonimo in tutte le grandi città d’Europa. Quello che si chiede oggi a
molte città europee, per ovviare alle insostenibili realtà urbane, è il coraggio, la creatività e la
sensibilità degli amministratori locali per facilitare e accogliere le richieste della comunità, che porti
la vivacità ai luoghi, processi di carattere artistico ed auto-organizzativo che rendano diversi i segni
delle periferie, ognuna per suo conto e spirito d’appartenenza, attenta alla riorganizzazione degli
spazi lasciati a se stessi, luoghi in cui manca la luce e per questo insicuri, manca il verde e per
questo degradati, manca l’accoglienza e per questo sporchi e isolati, mancano i mercati rionali e per
questo senza identità. Il microambiente curato fa in modo di riappropriarsi del proprio io, spazi in
cui viverci non debba essere sopravvivere, ma vivere in armonia con il contesto, collegati non solo
tra di loro ma con la il resto della città, tendenti verso un nuovissimo senso di appartenenza in modo
da non sentire di appartenere ad un quartiere ma a qualcosa di più grande. Scopo per il quale vale la
pena perseguire alcuni principi che toccano profondamente la logica delle Politiche Pubbliche dal
Basso, in grado di trovare strategie trasversali ricche di innovazioni ma lontani dal potere politico31
contrario. Casi per molti aspetti già risolti in Francia nelle banlieue e in Gran Bretagna per le inner
city. Il compito delle politiche pubbliche deve essere quello di sanare le fratture più acute tra le
potenzialità presenti nel nuovo contesto32, valorizzando gli aspetti che sono graditi e riconosciuti
positivi e significativi dagli abitanti33, facilitando la loro capacità di creare qualcosa di diverso dal
centro, diversità che caratterizzi la specificità di quel luogo vedendolo così trasformarsi da non
luogo a luogo dove far fluire ed espandere le proprie vite.

Il territorio ed i diversi modi di reagire alle crisi : cenni su politiche urbane

Nei luoghi in cui oggi serve una Politica efficace, in cui ogni uomo si dovrebbe sentire libero e
sicuro ogni giorno, luoghi in cui come le inner city inglesi, le banlieues francesi e le periferie
italiane, hanno solo trovato “un posto nel suolo” in cui poter vivere e lavorare, ma nessuno aveva

31
Potere politico che dovrebbe avere la cura dei cittadini ma che ormai si è trasformato in qualcosa su cui non poter
appoggiarsi, o meglio fidarsi.
32
Marcella Grana; Lontani dal centro. Gli interventi pubblici nelle periferie; Carocci Editore, Roma 2009.
33
Il metodo della partecipazione dei cittadini rimane, molto spesso rispettato soltanto formalmente, poco stimolato in
concreto, in molto casi le amministrazioni locali preferiscono una consultazione di tipo referendario in funzione del
fatto che a priori sono già state decise sullo specifico i singoli interventi in altra sede. Da qui si percepisce la crisi che
pervade il concetto di democrazia deliberativa. Concetto analizzato analiticamente in vari studi, ma che in rari casi si è
potuta intravedere la vera realizzazione, portando a pensare che sia una pratica insostenibile ma forse utile dal punto di
vista prettamente analitico.
9
chiarito in che modo. Ogni nazione ha avuto nella storia diversi modi di reagire alle crisi legata alla
sovrappopolazione, alla mescolanza di etnie e dal degrado architettonico e urbano, quest’ultime
dovute principalmente dallo stallo del dopoguerra e successivamente alla crisi della modernità34;
trovando soluzioni urbane per la maggior parte degli sfollati che a partire dagli anni 50, l’aumento
delle popolazioni delle città europee, all’esterno della città storica mettono a disposizione parti di
suolo utilizzati e sfruttati in vari modi pur di respingere le crisi legate all’alloggio, crisi risolte da
logiche politiche che molte volte non hanno preso in considerazione la qualità della vita, ma hanno
supposto di potersi imporre tramite semplici stratagemmi legati alla rendita fondiaria, aumentando
così, e non di poco, il valore delle aree in questione (il caso italiano è emblematico).

Ad esempio in Italia secondo la riflessione di Carla Tedesco - non esiste una politica urbana
“esplicata”35, troviamo da un lato strumenti che hanno assunto principi di base e approcci riferiti a
modelli di politiche urbane di altre nazioni come Francia e Gran Bretagna, dall’altro hanno
intersecato problemi che nel corso degli anni non sono ancora risolti, quindi distanti da altre logiche
politiche che concernono altri contesti europei che sono strettamente legati ad una solida politica
urbana. La Francia, segnata indubbiamente da separazioni spaziali tra ricchi e poveri, negli anni ha
cercato di risollevarsi tramite la volontà di difendere la propria società, che a partire dagli anni
Cinquanta ha dovuto affrontare l’allocazione di alloggi a nuclei di immigrati, con l’obbiettivo di
integrare e non rischiare la segregazione. Come il caso della Gran Bretagna dove problemi legati
alla povertà vengono identificati con la marginalizzazione: il povero è uno “straniero interno” che
deve fare fronte a diversi tipi di problemi. Il trattamento dei problemi legate alle inner city entra
nell’agenda politica anche è soprattutto a causa dell’aumento della popolazione immigrata. Le
prime mosse in Gran Bretagna sono legate alla composizione etnica tramite iniziative
interdipendenti e coordinate, grazie a una progressiva presa di coscienza dell’inadeguatezza delle
politiche ordinarie per far fronte ai problemi crescenti e inediti emersi nelle inner city36. In Francia
invece negli anni Sessanta si andrà definendo l’alternativa possibile tra concertazione e dispersione
della popolazione immigrata, fino alla definizione di quote massime da rispettare nell’allocazione di
alloggi a nuclei di immigrati nei singoli immobili, raggiungendo così integrazione e tolleranza.
Sempre in Francia a partire dal 1973 verranno bloccate le produzioni di nuovi quartieri, che
faciliteranno la commissione HVS37 (Habitat Vie Sociale), ad afferire una pluralità di ministeri
come le infrastrutture, le politiche sociali e le politiche giovanili. Il caso della Gran Bretagna
invece si rivolge a partire dagli anni Sessanta, l’enfasi si sposta sulla rigenerazione urbana nel
tentativo di promuovere la trasformazione della città, tutelando al contempo le comunità insediate
nelle aree urbane edificate nel secolo precedente. E’ in questa nuova fase che le diverse iniziative
cominciano a essere interpretate come politiche urbane. Le politiche intraprese sono dettate
all’inizio dall’ Home Office38 con un approccio chiamato social pathology legato ai problemi
“complessi” in cui L’Urban Programme nel 1968 avvia le prime concrete politiche urbane, ed in

34
Nel caso francese ad esempio la modernizzazione della società attraverso l’urbano ha riguardato l’integrazione e
l’assimilazione di famiglie operaie, di estrazione urbana e spesso sindacalizzate che lasciavano i vecchi alloggi del
centro e si risocializzavano, i nuclei rurali che hanno trovato nei grand enseble il terreno di una integrazione possibile
lungo un percorso di urbanizzazione in prossimità dei luoghi della produzione industriale, manifestando così la futura
crisi della modernità e delle idee di zonizzazione e funzionaliste.
35
P.Briata, M. Bricoli, C. Tedesco, Città in periferia. Politiche urbane e progetti locali in Francia, Gran Bretagna e
Italia; Carocci Editore, Roma 2009.
36
Ibdem
37
Una struttura che comprende una serie di funzionari che afferiscono a una pluralità di ministeri (infrastrutture,
politiche sociali, politiche giovanili) e che funzionerà come una sorta di “pensatoio” per il miglioramento delle
condizioni di vita sociale nei quartieri.
38
Ministero dell’Interno Britannico; tende ad associare nelle politiche le situazioni problematiche al comportamento
“patologico” dei singoli individui, non dando attenzione alle cause strutturali della deprivazione urbana.
10
seguito il passaggio di responsabilità alla Department of the Environment che enfatizzerà
maggiormente il bisogno di una visione strutturale o economica della deprivazione urbana39.
Francia e Gran Bretagna se pur molto diverse nei modi di agire trovano equilibri nelle logiche
politiche che le rende comuni per almeno due aspetti : il mixtè etnico e in alcuni casi anche
edilizio40, e i riferimenti prettamente americani. Ad esempio per quanto concerne i Comunity
Development Projects britannici, successivi ai programmi dell’Home Office, sono di radice
statunitense, dove si distinguono per la focalizzazione sui metodi partecipativi e della ricerca-
azione, rappresentando un tentativo di coordinare iniziative pubbliche locali e nazionali con
l’azione di gruppo, di volontariato e delle università, per dare un supporto alle persone che vivono
in condizione di deprivazione; ricerche per fornire informazioni utili all’azione e per monitorare e
valutare le politiche41. Come anche gli espliciti riferimenti alle politiche statunitensi della Francia in
base ai programmi dell’HVS avviati nel 1977 promosse per contrastare la segregazione sociale e
razziale nei ghetti delle grandi città americane. Infatti, dagli Stati Uniti sono stati importati in
Europa modi di agire, che per loro conto sono state in parte superate, la motivazione che mi azzardo
a dare è quella legata all’integrazione culturale avvenuta in tempi meno recenti dei nostri, a maggior
ragione per l’Italia dove, da questo punto di vista, sembra abbastanza precoce, è ancora prematuro
intervenire.
L’evoluzione delle politiche urbane in Italia è segnata dalla continua diversità di applicazione dei
singoli casi locali, che hanno reso difficili comprendere le cause di molti fallimenti. Fallimenti, ma
anche ottime iniziative di programmi di riqualificazione/rigenerazione urbana, attenta per diverse
fasi ad aspetti materiali (edilizia e infrastrutture) per il primo termine e immateriali (sociali ed
economici) per il secondo. Alla fine degli anni ‘90 in Italia sono emersi alcuni percorsi evolutivi di
strumenti di riqualificazione/rigenerazione urbana che, in larga parte sono stati lanciati attraverso
bandi; ci si riferisce a due famiglie di azioni area-based e integrate di diversa matrice, nazionale la
prima, comunitaria la seconda, caratterizzate entrambe da diverse categorie di azioni, attori, risorse,
criticità, noti in Italia come Programmi Complessi. La prima famiglia riguarda programmi promossi
attraverso leggi o attraverso bandi lasciati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti,
principalmente come sperimentazione nell’ambito delle politiche per la casa, in particolare :
Programmi integrati di Intervento (PIN), Programmi di riqualificazione Urbana (PRIU), Programmi
di recupero Urbano (PRU), Contratti di Quartiere (CDQ), a questi si possono anche accostare
programmi regionali.
La seconda famiglia area-based e integrate, che hanno trovato diffusione nel tema della
riqualificazione/rigenerazione urbana in Italia, molti finanziati dall’Unione Europea, Urban Pilot
Projects, Urban e Urban II; più di recente esistono i Programmi operativo FERS 2007-2013. I
programmi area-based e integrati sono stati definiti “complessi” per le difficoltà riscontrate da parte
sia di operatori pubblici che di privati. Si è comunque tentato attraverso queste direzioni di rompere
il tradizionale quadro urbanistico.
Dalle questioni sollevate si pone evidenziare i due aspetti affrontati dalle politiche e cioè quelli
“materiali” affrontati principalmente da alcune famiglie di politiche, e quelli “immateriali” che
riguardano essenzialmente l’intreccio tra questione urbana, economica e sociale. Sarà sempre negli
anni ‘90 che tramite i CDQ si analizzeranno le aree-problema, specificamente declinate come
quartieri e saranno nuovamente affrontate le problematiche riguardo ai nessi urbano-sociale alla
scala locale. Il bando dei CDQ ha alla base due idee strettamente connesse : la multidimensionalità
dei problemi urbani e la loro concentrazione in specifiche aree, spesso coincidenti con i quartieri di
edilizia residenziale pubblica. I programmi aree-based hanno assunto, per la maggior parte dei casi

39
Deprivazione urbana : Sottrazione, assenza di ciò che è necessario, nell'essere umano, di diritti considerati naturali e
inalienabili.
40
Il mix edilizio in riferimento alle epoche storiche che si sono sovrapposte in ambito edificatorio è molto presente
nelle zone marginali di Londra e in altre zone della Gran Bretagna.
41
P.Briata, M. Bricoli, C. Tedesco, Città in periferia. Politiche urbane e progetti locali in Francia, Gran Bretagna e
Italia; Carocci Editore, Roma 2009. Cit. pagina 67
11
italiani, interessanti punti in comune, fronte a sollevare e risolvere il precedente problema :
assumono un approccio integrato, che include azioni sociali, economiche, infrastrutturali,
ambientali; assumono un approccio dal “basso”, che implica l’istituzione di partnership tra soggetti
pubblici e privati e prevedono forme di inclusione degli abitanti.
Apparentemente perfetti si nascondono delle crepe nelle pratiche del quotidiano dove difficilmente
emergono nell’ambito dell’inclusione e partecipazione dei cittadini le difficoltà della vita
quotidiana.

Conclusioni
Una soluzione : Recuperare gli spazi per una migliore qualità della vita
Non tutte le nazioni però si sono preoccupate di dare agli abitanti i giusti spazi nelle giuste
proporzioni, creandosi così il caos che tutt’oggi continua a portare problemi alla società
contemporanea, legati principalmente alla sicurezza e la salubrità dei luoghi; perché non si può
parlare di luoghi in cui poter sperare di rivitalizzarli e renderli tutti appartenenti a diversi caratteri,
non implichi problemi di fondo che si leghino allo stato attuale e alla mancanza evidente di
integrazione sociale, che in molti casi si traducono in insicurezza generale.
Mancano per lo più, dalle decisioni prese dall’alto, i giusti finanziamenti che regolino gli approcci
ai diversi programmi di riqualificazione urbana, venendo così a mancare nel resto delle nostre
periferie i parametri del saper vivere e le circostanze giuste per potersi aggregare, luoghi d’incontro
dove poter esorcizzare le proprie paure e poter magari giocare con il cagnolino, luoghi di ritrovo per
poter accomunare insieme le idee; fondamentalmente luoghi dove poter comunicare. Si pone quindi
il problema della sicurezza di questi luoghi; nessun luogo opportunamente reso gradevole può
attrarre una così notevole quantità di volontari pronti a lavorare per la comunità. Politiche avviate
che si basano sul sociale, che trattino quegli argomenti “immateriali”, sono ancora allo stato non del
tutto maturo nel nostro Paese.
A partire dalla fine degli anni Novanta il tema della sicurezza si afferma però nelle agende
politiche. Un altro cambiamento significativo per le politiche italiane, nell’ambito delle quali
vengono assunte in iniziative analoghe alla Francia e alla Gran Bretagna, ma con due differenze
significative; in primo luogo in Francia42 (soprattutto) e nel Regno unito (meno) le politiche della
sicurezza integrano strumenti sociali e repressione dei fenomeni criminali, per affrontare tanto le
cause quanto gli effetti dell’illegalità, laddove in Italia sono pochi i casi di politiche che all’attivo si
pongono e/o fanno emergere dai cittadini dibattiti che portino obiettivi di carattere sociale. In
secondo luogo in altri paesi europei le politiche per la sicurezza sono state attivate in risposta a
situazioni emergenziali (ad esempio i disordini nelle banlieues in Francia). L’affermazione delle
politiche per la sicurezza sembra avere origine da espliciti riferimenti esterni utili per l’Italia e da
dinamiche competitive di politica che portano all’attivazione di politiche “guidate dalle
opportunità” piuttosto che “guidate dai problemi”.43.
Solo atti di auto-organizzazione portano, in alcuni casi, ad occuparsi della gestione dei propri
luoghi, legati alla manutenzione, ai problemi di luce, di sporcizia di arredo urbano e del verde
pubblico. Luoghi dove, la sicurezza sembra essere uno dei primi passi da raggiungere. Per non
parlare del fatto che dove esistono spazi totalmente inutilizzati e degradati, esistono anche delle

42
Gli episodi di protesta, soprattutto nel momento in cui assumono forme violente, hanno spesso la tendenza a dare
un'immagine unificata degli attori mobilitati. Ciò è accaduto con le rivolte del novembre 2005, interpretate non
solamente come una risposta agli insulti del ministro degli Interni Nicolas Sarkozy e alla morte di due giovani, ma
anche come espressione più generale di un sentimento profondo di marginalizzazione e di de-valorizzazione della
gioventù dei quartieri popolari.
43
Paper di Massimo Alulli; Le Politiche Urbane in Italia Tra adattamento e frammentazione. Marzo 2010.
(http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Politiche%20urbane.pdf)
12
abitazioni piccole e fatiscenti, la dimensione interna appare deprivata e ristretta in ambiti minimi di
vita, si avverte la necessità di compensare la mancanza di tali spazi con beni collettivi e con servizi
pubblici che non siano lasciati a se stessi o nelle mani del “branco”.44.
Dobbiamo aiutare i ghetti lasciati a se stessi, lontani dal centro, luoghi dove sono venute a mancare
quelle regole di normalità comportamentali, una società priva, a volte, di maturità, tutta lì,
imbottigliata in un posto chiuso e insicuro; da dove partire? E’ sicuramente una domanda posta
troppe volte ma solo in poche occasioni si è rilevata utile e/o scontata. Le opportunità esistono,
basta saperle sfruttare nel giusto modo, cercando di non tornare mai indietro, per poi dover
ricominciare tutto da capo, in un Paese dove la retorica e la tendenza di ricominciare dal verso
sbagliato preoccupa e stanca.

Scema di un tipo di Politica Partecipativa45


Partecipazione auto-organizzata:
Risposte autonome a problemi pubblici non trattati dalle istituzioni.

Obiettivo:
Rispondere a domande non soddisfatte, innescare processi di trasformazione, offrire servizi (in
assenza delle, malgrado le, spesso contro le) istituzioni.

Campo di applicazione:
Esperienze localizzate di produzione di beni pubblici.

Risultati:
Prodotti: la realizzazione di un servizio, di un’attività, di un “evento locale”;
Esiti: apprendimento, capacity building (sviluppo di capacità);
Impatti: si costituiscono nuovi attori, capaci di fare da sé.

44
Nelle periferie piene di gente senza speranza ne prospettive, da un’ottica sociale, sembra essersi costituito un
problema “identitario” che trasforma gli individui, li porta a commettere degli atti per niente civili. L’identità
individuale finisce per perdere i propri confini e confluire in un’identità di gruppo basata sulla “legge del branco”. Un
branco che apparentemente dimostra di essere forte ma che fondamentalmente ha un’anima debole sovrastata dalle
problematiche di ordine sociale, economico, culturale che caratterizzano le vite di ogni singolo individuo, membro di un
sistema, un contesto che funziona male perché vengono a mancare i parametri del saper vivere nel sociale e il rispetto
delle regole che governano una comunità.
45
Camilla Perrone; Paper didattico; Esperienze di partecipazione costituente
13
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

- P.Briata, M. Bricoli, C. Tedesco, Città in periferia. Politiche urbane e progetti locali in Francia,
Gran Bretagna e Italia; Carocci Editore, Roma 2009.
- Grana M. (2009), Lontani dal centro. Gli interventi pubblici nelle periferie, Carocci, Roma.
- G. Paba, C. Perrone, A.L. Pecoriello, F. Rispoli, Partecipazione in Toscana. Interpretazione e
racconti, Firenze University Press, Firenze, 2009.
- G. Paba, C. Perrone, a cura di, Cittadinanza attiva. Il coinvolgimento degli abitanti nella
costruzione della città, Alinea, Firenze, 2004
- Giovanni Sartori; “La democrazia in trenta lezioni”; Oscar Mondadori; Milano 2009
- N.G.Leone; Elementi della città e dell’urbanistica; Editore Palumbo, 2004
- Caritas Italiana – La città abbandonata: dove sono e come cambiano le periferie italiane – Il
Mulino, Bologna 2007
- H. Lagrange, M. Oberti, La rivolta delle periferie, Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso
francese; Bruno Mondadori, Milano 2006
- L. Carle; Sette lezioni su identità socioculturale collettiva e territorio, Edizioni Centro AZ,
Firenze, 1997

DUCUMENTI SCIENTIFICI E PAPER DIDATTICI

Carlo Donolo; STATO E MERCATO / N. 73, APRILE 2005.

F.Moderna Modelli di Azione di Governance; Innovazioni e inerzie al cambiamento; Rivista


Geografica Italiana, n.1, 2004

Antonio Florida; Democrazia deliberativa, strategie negoziali, strategie argomentative : un’analisi


del Dibattito Pubblico sul “caso Castelfalfi”; Coordinatori: L.Morlino e L. Bobbio; Pavia 4-6
settembre 2008

Paper di Massimo Alulli; Le Politiche Urbane in Italia Tra adattamento e frammentazione. Marzo
2010. (http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Politiche%20urbane.pdf

Camilla Perrone; Paper didattico; Esperienze di partecipazione costituente

SITOGRAFIA

http://ec.europa.eu/yourvoice/ipm/index_it.htm

http://portal.forumpa.it/

http://www.anci.it/

http://www.caritasitaliana.it/

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