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Metodologia della ricerca sociale riassunto amaturo

Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Studi Europei ( Università degli Studi di Bari
Aldo Moro)

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Metodologia della ricerca sociale


CAP 1 - Il percorso della ricerca
Intro
Lo scopo è interrogarsi su cosa sia la ricerca sociale e quali siano le regole per condurla in
modo corretto. Vi è una correlazione tra ricerca sociale e identificazione del colpevole di un
reato. Anche la ricerca sociale parte da un insieme di domande che riguardano un aspetto
della realtà sociale, a cui possiamo essere interessati per varie ragioni: personali e perciò
autonome o perché c'è qualcuno - il committente - che vuole conoscere di più un certo
fenomeno ma non saprebbe come fare senza l'aiuto di un ricercatore esperto. Per Cardano
la locuzione ricerca sociale disegna un particolare tipo di agire strategico con il quale
ricercatore ti apre ha un esperienza con l'intento di lavorare una risposta a una domanda
relativa un dato fenomeno sociale. anche nella ricerca sociale le risposte vanno
documentate, occorre cioè che ricercatore motivi le conclusioni della sua ricerca a partire da
“prove”. Per quanto riguarda quest’ultime, si tratta di evidenze empiriche cioè di dati raccolti
nel corso della ricerca che sono in grado di sostenere le argomentazioni conclusive
dell'indagine. I dati della ricerca possono avere la forma di numeri o la forma di testi cioè di
parole raccolte nel corso del lavoro di ricerca sul campo dalla viva voce dei protagonisti. Il
ricercatore sociale, in generale, ha poche evidenze empiriche che si impongono
naturalmente alla sua attenzione e deve in qualche modo pianificare la sua esperienza di
ricerca andando a cercare gli indizi che possono condurlo alle risposte cui ambisce, senza
altri ausili se non la sua conoscenza ed esperienza, le ricerche precedenti, una buona dose
di intuito passione per la ricerca. Infine vi è la questione delle regole: nella ricerca sociale
infatti vigono le “regole metodologiche”, magari meno prescrittive, ma sicuramente a
fondamento del riconoscimento del valore scientifico della ricerca condotta. Alcune di queste
regole riguardano scelte di tipo tecnico operativo, per esempio quali tecniche usare sul
campo; altre riguardano invece la correttezza del comportamento del ricercatore, ad
esempio garantire l'anonimato delle persone.

Come si può procedere nella nostra ricerca?


1. Replicando lo schema dell'indagine Istat: inizialmente bisogna selezionare un
campione e una volta ottenuto il campione cioè la lista delle famiglie scelte si tratterà
di far compilare ad ognuna di esse un questionario simile a quello usato dall’Istat.
Dal punto di vista metodologico si tratterà poi di decidere se far compilare il
questionario mandando un intervistatore a domicilio oppure raggiungere le persone
via telefono, via posta o via mail. più il questionario complesso più richiede un tempo
lungo per la sua compilazione un questionario ben fatta approfondito contiene
almeno 100/ 200 domande. Se le risorse economiche o il tempo a nostra
disposizione non sono sufficienti, si potrebbe anche restringere l'attenzione a un
campione più specifico. Una simile ricerca ci porterebbe a collezionare centinaia di
questionari che poi darebbero origine a quella che chiamiamo “matrice di dati”, cioè
una tabella organizzata per righe colonne in cui le risposte dei nostri intervistati
vengono trasformate in codici numerici - codificate - allo scopo di effettuare analisi
statistiche e produrre, al minimo, tabelle come quelle dell’Istat.
2. Fare interviste: rinunciare ai grandi numeri di intervistati e puntare su pochi casi,
con l'obiettivo di evitare domande standard da questionario, e fare una
conversazione più libera e approfondita con un numero relativamente basso di
persone. E’ importante segnalare la natura differente dei dati che vengono raccolti in
questo secondo caso rispetto a quelli del l'Istat e a quelli dell' indagine con

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questionario. Infatti vengono raccolte testimonianze orali che racconteranno non


solo i “fatti” ma anche le loro sensazioni, i loro stati d'animo, le reazioni che hanno
avuto davanti a eventi, le preoccupazionI; si tratta perciò di contenuti molto più caldi
rispetto alle risposte alle domande di un questionario.
Ipotesi di approfondimento: Quando l'obiettivo del ricercatore è ricostruire un
mondo vitale “dall'interno”, l'unica possibilità è quella di osservare il contesto e gli
attori cui siamo interessati in maniera continuativa; questo tipo di ricerca è
normalmente più complesso non solo per i tempi richiesti dall' accesso al campo e
dal lavoro osservativo, che sono molto lunghi, ma anche perché richiede abilità
molto particolari.
3. Un’ulteriore prospettiva: costruire due gruppi, uno da trattare con la formazione
intensiva e l'altro no. Seguendo i due gruppi nel tempo e osservandoli potremmo
capire se la misura sperimentale funziona.

Modi di fare ricerca


Uno stesso tema di ricerca può essere declinato a partire da domande di ricerca differenti
che rendono necessario il ricorso a tecniche specifiche per la raccolta dei dati che a loro
volta sono classificabili in diversi modi ed orientamenti alla ricerca empirica. Le differenze tra
i “modi”:
● Un approccio di ricerca privilegia modalità di indagine quantitative ( e viene spesso
indicato come ricerca quantitativa o standard) e preferisce raccogliere i dati
necessari alla ricerca su un numero elevato di casi. Q questa scelta si compensa con
il livello dei dati raccolti che deve essere necessariamente non eccessivamente
profondo: le prove empiriche raccolte devono essere uguali per tutti i nostri casi in
vista di una comparazione e della generalizzazione dei nostri risultati.
● Un altro approccio privilegia modalità qualitative (definito ricerca qualitativa o non
standard) e l'equilibrio che si determina tra numero dei casi coinvolti nella ricerca e
profondità dei dati è inverso: restringendo il numero dei casi è possibile far sì che i
dati raccolti siano individualizzati e profondi, rinunciando così ad ampie e
generalizzazioni e comparazioni.
Il dibattito teorico e metodologico tra ricerca qualitativa e ricerca quantitativa è aperto e in
costante evoluzione a partire dal modo di definire i due approcci, per arrivare alla messa in
discussione della esistenza stessa di una dicotomia e della sua fondatezza.

CLASSIFICAZIONE P. 13

Approfondimenti - definizioni
- Istat: è la principale fonte statistica italiana cioè il primo produttore di dati statistici
relativi all'Italia utilizzabili a scopo di ricerca cui si aggiungono fonti di carattere
sovranazionale come l'Eurostat e la Banca Mondiale.
- Indagine con questionario: ha numerose declinazioni, ossia inchiesta o indagine
campionaria, sondaggio, ricerca di mercato, sebbene i termini non siano esattamente
sostituibili. Corbetta definisce l'inchiesta campionaria “ un modo di rilevare
informazioni interrogando gli stessi individui oggetto della ricerca appartenenti a un
campione rappresentativo mediante una procedura standardizzata di interrogazione
allo scopo di studiare le relazioni esistenti tra le variabili”.
- Indagine sperimentale: quella condotta attraverso un esperimento sul campo. I dati
vengono prodotti inducendo i soggetti a reagire in una situazione artificiale:

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manipolando la variabile indipendente e osservando quella dipendente, a parità di


possibili variabili che possono avere effetto sulla relazione, è possibile individuare
nessi di natura causale tra le variabili meglio di quanto si possa fare con altre
tecniche.
- Intervista: forma di interrogazione dei soggetti individuati nella ricerca come
depositari di informazioni significative che ti differenzia dal questionario per il suo
carattere più aperto e non standardizzato. la conversazione che ti intrattiene con i
soggetti è infatti diversa da caso a caso, perché, pur avendo preindividuato il tema
al centro dell'interesse del ricercatore, Essa prende forma nella situazione e
nell'incontro particolare che si realizza tra il ricercatore e il soggetto da intervistare
- Etnografia: termine utilizzato per fare riferimento a ricerche condotte non
unicamente attraverso l'osservazione, come l'indagine con intervista e anche quella
condotta attraverso la raccolta e l'analisi dei documenti.

Fasi della ricerca empirica


La ricerca empirica si configura sempre come un itinerario che parte dal progetto ideato dal
ricercatore e si conclude con la restituzione dei risultati della ricerca al committente alla
comunità scientifica agli addetti ai lavori. Per molti versi l'inizio e la fine di questo percorso
prevedono un lavoro a “tavolino” del ricercatore (spesso di un gruppo di ricerca) impegnato
nel primo caso, a giustificare il valore e la rilevanza del lavoro che intende svolgere, e nel
secondo, a illustrare i principali risultati della ricerca in uno stile adeguato al pubblico che
assume a riferimento. Tra la stesura del progetto e la comunicazione dei risultati, c'è il lavoro
sul campo, una fase del lavoro di ricerca in cui necessariamente deve essere previsto un
contatto con l'oggetto della ricerca e quindi un abbandono del “tavolino”. Questa fase può
assumere caratteristiche molto diverse con effetti anche sul piano dell'organizzazione del
lavoro stesso e una ricaduta sui tempi di lavoro e sulle risorse economiche necessarie a
completare la ricerca secondo quanto previsto dal suo iniziale progetto. Indipendentemente
dal tipo di ricerca empirica che conduciamo l'itinerario della ricerca prevede generalmente il
passaggio per alcune fasi:
1. La progettazione ho il disegno di ricerca > il ricercatore è chiamato a disegnare la
ricerca, cioè a prendere tutte quelle decisioni che lo condurranno a trovare risposte
agli interrogativi di partenza per esempio identificare chi possiede le informazioni utili
alla ricerca e decidere quanti casi andranno contattati. In questa fase il “disegno” è
una prefigurazione di quello che accadrà realmente quando la fase di campo avrà
inizio e come tale è soggetta a variazioni e aggiustamenti che saranno richiesti man
mano che la ricerca si confronterà con l'oggetto reale di studio. Il suo carattere di
prefigurazione costringe però a immaginare questo itinerario come un percorso
lineare e coerente, senza ostacoli, nel quale alcune decisioni iniziali producono una
sorta di ‘cascata’ che in un certo modo determina altre conseguenti decisioni. Gli
aggiustamenti resi necessari da imprevedibile incidenti portano alla ridefinizione del
progetto che poi sarà descritto alla fine della ricerca come parte della comunicazione
dei risultati. le decisioni da prendere in questa fase differiscono notevolmente a
seconda del tipo di ricerca che intendiamo svolgere:
a) Per la ricerca quantitativa dovremmo stabilire la numerosità campionaria e il
piano di campionamento, costru gli strumenti per la raccolta della
documentazione empirica e prefigurare l'analisi dei dati.

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b) per la ricerca qualitativa dovremmo identificare i nostri casi stabilire come


pensiamo di entrare in contatto con loro quali temi di discussione ci sembrano
più rilevanti e prefigurare l'analisi del materiale raccolto
Conclusa la stesura del progetto di ricerca e avuto il via libera del committente o
acquisiti i fondi necessari per la ricerca si passa a
2. La costruzione della documentazione empirica > prevede la discesa sul campo la
messa in opera degli strumenti confezionati e l'avvio della procedura di acquisizione
dei dati che serviranno a fornire le prove empiriche su cui si baseranno le conclusioni
della ricerca. il termine costruzione sottolinea il fatto che i dati empirici non hanno
alcuna autoevidenza una tura intrinseca che si impone al ricercatore: sono piuttosto
il risultato della combinazione che si realizza in ogni ricerca tra il soggetto l'oggetto di
studio e lo sguardo del ricercatore. a seconda del tipo di ricerca che abbiamo
progettato il prodotto di questa fase sarà:
a) Per la ricerca quantitativa: una raccolta di dati numerici organizzata in forma
di matrice
b) per la ricerca qualitativa: una raccolta di testi originati dalle trascrizioni dei
materiali di intervista ( registrate o videoriprese) o delle note osservative.
Sono assimilabili ai testi anche materiali diversi come audiovisivi filmati
conversazioni in rete, fotografie, diari e altro ancora.
3. L'analisi della documentazione empirica > questa fase risente della natura dei dati a
nostra disposizione. i dati in matrice sono generalmente sottoposti ad analisi
statistica di livello crescente di complessità a seconda Che che si studi Caratteristica
variabile per volta la relazione tra due variabili o la relazione tra più variabili. i dati in
forma di testo possono essere analizzati attraverso tecniche artigianali di lettura e
interpretazione ma anche attraverso tecniche che si avvalgono del l'ausilio di
software specifici di varia impostazione
4. La comunicazione dei risultati > prevede l'uscita dalla ricerca empirica per restituire
al committente o finanziatore ma anche più in generale al pubblico i principali risultati
della ricerca e le conclusioni cui essa è giunta cioè le risposte alle domande di
ricerca che l'hanno ispirata. In questa fase andrebbe ricostruito l'intero percorso che
la ricerca attraversato anche rendendo conto di eventuali modifiche al progetto
originario e delle motivazioni alla base di tale cambiamento. La presentazione dei
risultati impone al ricercatore l'interpretazione dei dati raccolti alla luce della
prospettiva teorica e metodologica utilizzata per ottenerli, cioè uno sforzo per
collocare i risultati della ricerca all'interno della teoria sociologica cui si intende
contribuire o più in generale della conoscenza relativa a un certo oggetto,
spazialmente temporalmente collocata. E’ importante sottolineare che lo stile
comunicativo adottato andrebbe adattato agli obiettivi comunicativi e al pubblico cui
si intende parlare: uno stile eccessivamente tecnico è adatto a un pubblico di addetti
ai lavori competente ma non a un pubblico più ampio di persone solo interessate al
tema della ricerca. Ma i diversi prodotti di ricerca non si escludono a vicenda, sono
entrambi utilizzabili per diversi scopi.

Le fasi della ricerca appena descritte sono riconoscibili tanto nelle ricerche quantitative
quanto in quelle qualitative. Ciononostante, le relazioni tra le fasi sono relativamente diverse
nei due approcci. Seguendo Cardano, potremmo dire che nella ricerca quantitativa le fasi
hanno una sequenza generalmente lineare; nella ricerca qualitativa invece prevale una
relazione di tipo circolare tra le fasi stesse. Ciò significa che in questo tipo di ricerca non è

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necessario completare una fase per passare a quella successiva, perché lo scambio e le
reciproche influenze tra le fasi sono maggiori rispetto al primo tipo di ricerca.

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CAP 3 - Gli obiettivi e la struttura della ricerca


Il disegno di ricerca
In vari momenti del processo di ricerca è necessario prendere delle decisioni e alcune di
esse vanno prese necessariamente prima della fase di lavoro sul campo. questa fase
preliminare di progettazione viene definita di disegno della ricerca. In essa vanno gettate le
basi di tutto il lavoro successivo di un ricercatore e della sua equipe; tale fase è perciò
indispensabile qualunque sia il tipo di approccio che si sceglie di seguire anche se può
variare il grado di strutturazione del processo che viene disegnato. In sintesi in fase di
disegno, vanno definiti:
- gli interrogativi e le ipotesi di ricerca
- il contesto (geografico, temporale) in cui si opererà
- i concetti chiave su cui si vuole indagare, il modo di rilevarli empiricamente e il tipo di
confronti e di comparazioni che si intendono effettuare tra di essi
- la selezione delle unità di analisi (soggetti, aree, istituzioni)
- la strutturazione delle situazioni in cui verranno raccolte le informazioni (laboratorio,
interviste di vario genere, osservazione in ambiente naturale) e il ruolo del
ricercatore
quando ci si muove sul piano teorico si si esprime utilizzando concetti tra cui si individuano
relazioni causali espresse in asserti di carattere generale quando si passa al piano delle
Imperial bisognerà esprimersi utilizzando indicatori tra cui si ipotizzano correlazioni che
vengono controllate su casi particolari. Quando ci muoviamo in un ambito di conoscenza
scientifica perciò è necessario che taglia asserti trovino un riscontro empirico.
per governare questo passaggio vanno affrontate tre questioni principali:
1. La operazionalizzazione o definizione operativa dei concetti >
2. controllo
3. rappresentatività

Nel caso della ricerca qualitativa il percorso di ricerca costituisce un processo continuo di
comprensione e di interpretazione dei fenomeni in cui gli interrogativi di ricerca si strutturano
progressivamente nel corso del lavoro e dunque ha meno rigida l'esigenza di definire
concetti e ipotesi prima del lavoro di campo. Si parla di una focalizzazione progressiva nella
formulazione dei problemi fino ad arrivare a ipotesi specifiche. Questo non cancella la
necessità di preparare il campo per esempio è necessario stabilire il VII della ricerca
garantirsi l'accesso alla comunità a decidere il grado di familiarità o estraneità che si intende
stabilire con gli attori sociali con cui si entrerà in contatto si presenta anche in questo caso
un problema di selezione dei soggetti al fine di assicurarsi di avere esplorato al meglio tutte
le possibili caratteristiche del proprio oggetto di studio.
La strutturazione del disegno di ricerca nell'approccio quantitativo è importante perché:
- questa modalità di ricerca è largamente diffusa e praticata
- essendo questo tipo di procedure maggiormente codificate, costituiscono un buon
esercizio di apprendimento e familiarizzazione con i problemi della ricerca empirica
- questo modo di procedere riallaccia a una concezione della scienza di stampo
neopositivista e ad esso possiamo dare il nome di linguaggio delle variabili (da

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Lazarsfeld). Per Lazarsfeld, “ogni soggetto sociale, a partire dal l'individuo, viene
analiticamente definito sulla base di una serie di attributi e proprietà e a queste
ridotto”. Ciò significa che nella ricerca sociologica tutti i fenomeni sociali possono
essere rilevati classificati, ordinati, misurati, correlati, elaborati e formalizzati, e le
teorie vengono convalidate o falsificate in maniera oggettiva e priva di ambiguità.

Partendo da un concetto rilevante per l'indagine la prima cosa da chiedersi è se riguarda


l'oggetto dell’analisi o le proprietà riferibili adesso.
Bisognerà poi selezionare un numero ristretto su cui concretamente andare a rilevare le
proprietà che ci interessano, definiti i casi dell’indagine e per ciascun concetto andranno
selezionati degli indicatori. Alla fine di questa procedura, l'intera base empirica della ricerca
sarà sintetizzata in una matrice dati più che aprirà la strada ai controlli statistici delle
relazioni tra le variabili.

Il fattore tempo
Il controllo delle relazioni tra le variabili avviene in genere utilizzando tecniche statistiche che
ci permettono di esplorare i nessi causa-effetto ipotizzati in sede teorica tra i concetti
rilevanti per l'indagine. il problema principale in questo caso riguarda il rapporto tra
correlazione empirica e principio di causalità non è detto infatti che l'associazione tra due
fenomeni significhi sempre comunque l'esistenza di un nesso causale tra loro. la sequenza
degli eventi posta salutare a determinare quale sia la causa e quale l'effetto tra fenomeni
regolarmente associati tra loro ( ad esempio risultati scolastici e propensione alla
partecipazione). a seconda del modo in cui si tiene conto della dimensione temporale è
possibile distinguere tra due tipi principali di indagini:
➔ studi trasversali (o cross section) > ti rilevano le proprie informazioni nello stesso
momento un singolo campione della popolazione studiata. Campell e Stanley
definirono questo metodo di ricerca “one shot” (1963). E quanto succede nei
sondaggi di opinione è come se si facesse una istantanea che fissa un immagine
della popolazione studiata in un determinato momento del tempo. per questo è
particolarmente rilevante il tema della rappresentatività del gruppo intervistato e le
differenze saranno leggibili solo se il campione garantisce sufficiente eterogeneità e
numerosità da permettere confronti statisticamente fondati.
➔ studi longitudinali > e tu di un determinato fenomeno in un periodo di tempo più
lungo. Ciò si può ottenere con:
◆ disegni a serie temporale (o trend): vengono contattati campioni equivalenti di
popolazione in differenti momenti di tempo, Permettendo così di mettere a
confronto istantanee fissate in momenti successivi. è il caso per esempio
delle survey condotte dall'Istat con l'obiettivo di fornire un quadro della
situazione sociale delle condizioni di vita del paese o Degli studi corti di
soggetti cioè gruppi di soggetti della stessa età
◆ disegni a contatti ripetuti (o panel): sono gli Pezzi soggetti ad essere
intervistati con cadenza regolare. questa modalità viene spesso usata negli
studi elettorali per analizzare i cambiamenti negli orientamenti degli elettori o
nelle ricerche qualitative che combinano osservazione intervista in profondità.
Entrambi questi tipi di disegni di ricerca Hanno vantaggi e svantaggi:
➔ studi trasversali: velocità nell’ottenere risultati, che permette di ricavare una gran
mole di informazioni su temi diversi

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➔ studi longitudinali: Hanno maggiore durata ma sono in grado di fornire risultati che
vanno maggiormente in profondità intenzione dizionario in genere di un numero
limitato.
La scelta del tipo di disegno di ricerca va attuata in base alla sua capacità di raggiungere gli
obiettivi del ricercatore e alla sua adeguatezza al contesto di ricerca.

la selezione dell’unità di analisi


Il primo passo da compiere è individuare l'oggetto sociale al quale le proprietà del concetto
considerato afferiscono, Chiedendoci chi le possiede. gli oggetti del discorso scientifico
sono i soggetti sociali della ricerca a cui si riferiscono le proprietà studiate. E’ evidente il
rapporto diretto tra oggetti e proprietà degli oggetti; infatti per individuare l'oggetto è
necessario partire dalla proprietà dell'oggetto, quindi non è possibile individuare l'oggetto
senza che siano specificate prima le proprietà. Questo perché la ricerca quantitativa studia
le relazioni tra le proprietà e l'oggetto diviene solo uno strumento che ci consente di stabilire
la relazione tra esse (ipotesi). L'oggetto di studio della ricerca sociale non è
necessariamente solo l'individuo esistono molti oggetti che si riferiscono a proprietà rilevanti
per la ricerca; chiameremo i tipi di oggetti ‘unità di analisi’ (o di osservazione). Essa è Il tipo
di oggetto di cui si occupa una ricerca quale ricercatore intende rilevare alcune informazioni
è singolare e per questo momento importante del disegno di ricerca. Essendo su un piano
astratto è necessario identificare casi concreti per cui rilevare i dati, i casi che sono gli
oggetti specifici di cui si occupa una ricerca scientifica.
La specificità comune a tutte le scienze infatti ogni disciplina scientifica ha i suoi oggetti: la
biologia studia le proprietà delle cellule, L'etologia studia le proprietà degli animali e la
sociologia studia le proprietà degli individui, delle collettività, dei prodotti dell’agire umano.
Per analizzare le proprietà è necessario specificare il tipo di unità alla quale ci si vuole
riferire e ciascuna disciplina dispone di vari tipi di oggetti su cui poter studiare le proprietà:
la biologia alle cellule animali e vegetali, l’etologia I mammiferi gli insetti la sociologia
all'individuo la famiglia le istituzioni. infine si devono selezionare i casi concreti su cui di
rilevare le informazioni.
per individuare i casi concreti su cui rilevare le proprietà è necessaria una delimitazione
spazio temporale perché se così non fosse tutti gli oggetti di un certo tipo e che
corrispondono a una determinata unità di verrebbero potenziali casi di una ricerca. la
delimitazione spazio temporale è necessaria anche perché i fenomeni sociali sono mutevoli
e può accadere quindi che ciò che è valido per un ambito territoriale potrebbe non esserlo in
un altro ambito territoriale oppure ciò che è stato rilevante ieri potrebbe non esserlo oggi.
Non sempre la delimitazione spazio temporale riduce il numero di potenziali casi perciò è
necessario ricorrere a una selezione di tutti i potenziali casi in modo che quelli che entrano
effettivamente nella ricerca siano rappresentativi dell'insieme di tutti i potenziali casi. Questa
selezione viene determinata da precise regole e principi e criteri che prendono il nome di
campionamento. I risultati di una ricerca non possono essere generalizzabili oltre l'ambito
spazio temporale entro il quale sono stati scelti I suoi casi.
I tipi di unità analisi, a cui è possibile riferirsi, sono:
- unità di analisi (o riferimento) > Unità da cui si ottiene l'informazione e che sarà
posta sulle righe della matrice dei dati. Le proprietà rilevate si riferiscono all'unità.
- unità di raccolta (o rilevamento) > Unità sulla quale vengono raccolte informazioni.
Le informazioni sono riferite a un livello inferiore dell'unità di analisi.
- Unità statistica > rappresenta l'unità elementare su cui si condurranno le analisi
statistiche

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Quattro tipologie di unità:


1. Individuo = unità a cui la maggior parte delle indagini sociali fa riferimento; non è
scomponibile e costituisce l'unità elementare delle unità aggregate un esempio non
le ricerche sull' orientamento politico dei giovani
2. aggregato = tipo di unità di analisi che rispetto all'individuo è scomponibile in unità
più piccole. Nella ricerca sociale si individuano tre tipi di aggregati (o gruppi):
a) Presenza elemento individuale: le unità di analisi di raccolta non coincidono
perché le informazioni vengono rilevate sui singoli individui E poi estese al
collettivo
b) Unità ecologiche o territoriali: le informazioni rilevate a livello territoriale. Un
esempio è l'indagine sulla qualità della vita nelle città italiane
c) Ente: ossia tutti i gruppi, organizzazioni e istituzioni che hanno un obiettivo in
comune, una propria regolamentazione e una struttura formalmente
organizzata. L'unità di rilevamento è rappresentata dal collettivo stesso.
3. Evento sociale = le unità di questo tipo fanno riferimento a quella serie di
informazioni relative ad accadimenti periodici unici. Alcuni esempi sono le ricerche
sulle elezioni politiche in Italia tra il 2000 e il 2012, manifestazioni politiche, scioperi.
4. Prodotto culturale = quando l'indagine si pone l'obiettivo di studiare un fenomeno
sociale attraverso l'analisi dei messaggi di comunicazione di massa di ogni genere,
libri virgola articoli di giornale, discorsi politici. Per analizzare le informazioni rilevate
con questo tipo di unità di analisi si ricorre all’analisi del contenuto (CAP 5).

Concetti e indicatori
Se il concerto per noi rilevante riguarda una proprietà riferibile all'unità di analisi individuata
è necessario tradurla in una variabile i cui valori siano empiricamente rilevabili affinché
possiamo registrare nella matrice dei dati lo stato che ciascuno dei casi selezionati assume
su quella del determinata proprietà. Questo processo di traduzione si chiama
operativizzazione e al concetto viene data una definizione operativa. Il problema
principale nella ricerca sociale è che i concetti di cui è necessario fornire una definizione
operativa sono molto generali e frequentemente astratti. Tutto ciò implica l'impossibilità di
rilevarli empiricamente un modo diretto e semplice. perciò quando è difficile dare una
definizione diretta del concerto è necessario ricorrere a una sua semplificazione ossia il
concetto viene rappresentato da un altro concetto i cui stati siano rilevabili. Prende il nome di
indicatore in esso è un concetto di proprietà (I) che fornisce informazioni su un altro concetto
di proprietà (C) più generale.
Selezionare gli indicatori che definiscono un concetto significa istituire un rapporto di
indicazione (di rappresentazione semantica) un concetto generale è un indicatore più
specifico. Il rapporto tra concerto CE indicatore di natura assicurativa ti appoggia cioè sul
giudizio consapevole del ricercatore perché il contenuto semantico di concetti non è univoco.
L’elasticità dei rapporti semantici tra concetti e fattori che dipende da tre fattori:
- unità di analisi: a seconda del suo livello, un indicatore può riferirsi a concetti con un
contenuto semantico differente.
- I contesti sociali: il legame dell'indicatore con concetti più generali cambia a
seconda del contesto sociale di riferimento (es. percentuali di votanti)
- Il ricercatore: l'esperienza del ricercatore può influenzare la scelta del set di
indicatori che si riferiscono alle terminato concetto
Nel caso di concetti complessi e realistico pensare che si possa ricorrere a un solo
indicatore. per ciascun concetto si possono individuare in molteplici indicatori perché la

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copertura semantica dell'indicatore non coincide con l'estensione semantica del concetto. In
questo passaggio il ricercatore utilizzati alle sue conoscenze precedenti sia quelle di senso
comune quelle derivate dalle elaborazioni concettuali ed alle ricerche empiriche della
comunità scientifica a cui appartiene, sia le analisi esplorative eventualmente effettuate
preliminarmente sul tema dell'indagine. Lazarsfeld Individua quattro fasi del processo di
traduzione:
1. rappresentazione figurata del concetto
2. specificazione dello stesso concetto, articolato secondo diversi aspetti e dimensioni
3. la scelta degli indicatori empirici per le dimensioni considerate
4. la sintesi delle informazioni raccolte in un indice che trova posto nella matrice dei
dati

Riassumendo il processo che porta da un concetto alla variabile corrispondente: Scelta di


una pluralità di indicatori, loro traduzione invariabili tramite una definizione operativa,
ricombinazione in un indice sintetico.

Validità, attendibilità, fedeltà


E’ necessario valutare la correttezza dell'intero processo e dei suoi effetti in termini di validità
è di attendibilità di un indicatore e della o delle variabili corrispondenti.
Per validità si intende il grado con il quale una certa procedura di traduzione di un concetto
invariabile effettivamente rileva il concerto che si intende rilevare.
Per attendibilità si intende il grado col quale una certa procedura di traduzione di un
concetto invariabile produce risultati costanti in prove ripetute con lo stesso strumento di
rilevazione oppure con strumenti equivalenti.
Le due nozioni si collocano in momenti distinti del percorso che porta dal concetto alla
variabile: la validità attiene al rapporto di indicazione di rappresentanza semantica tra
concetto indicatore e l'attendibilità alla traduzione dell'indicatore in variabile attraverso la
definizione operativa. Entrambi i concetti pure un elaborato in ambito psicometrico per
valutare la bontà dei test psicologici e sistematizzati negli anni 50 del secolo scorso in un
contesto culturale positivista.

Validità
La validità è una proprietà del concetto di in quanto possibile indicatore di concerto ci in un
determinato ambito spazio-temporale con una determinata unità di analisi. la validità non è
misurabile; ti può solo esprimere una valutazione in base a criteri semantici, un compito
che spetta al singolo di ricercatore al gruppo di lavoro alla comunità di ricercatori. Si
distinguono diverse procedure di convalida:
● Validità di contenuto > gli indicatori scelti rappresentano in modo preciso l'universo di
contenuto indagato, secondo la valutazione di esperti o il giudizio informato del
ricercatore.
Un indicatore è valido se la parte estranea del rapporto tra concetto e indicatore è il
meno ampia possibile, ma non esiste nessun criterio oggettivo per misurare a priori
la parte indicante quelle estranea.
● Validità mediante criterio > si tratta di confrontare gli indicatori di cui si deve testare la
validità con un altro indicatore o variabile (criterio) già accettato come valido o con un
riscontro empirico. Questo tipo di validità si distingue in:
- validità predittiva: quando la rilevazione avviene in tempi distinti e quindi la
variabile criterio è da determinare in futuro

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- validità concomitante: la rilevazione viene effettuata nella stessa unità di


tempo quindi la variabile criterio già esiste al momento della valutazione. un
tipo di validità concomitante è quella per i gruppi noti: se abbiamo per
esempio costruito un teste di conservatorismo politico dobbiamo aspettarci
che registri punteggi elevati se applicato agli iscritti a un partito di destra
● Validità di costrutto > si cerca di stabilire se un indicatore abbia validità in relazione
ad altri concetti.

Attendibilità
L'attendibilità rappresenta la precisione di una misura ( ciò che nella misura non è errore).
Secondo Cronbach, “questa concezione riposa su due assunti: a) lo stato dell'oggetto non
cambia spontaneamente durante l'intervallo fra la prima e l’ultima osservazione; b) lo stato
dell'oggetto non è alterato dal processo di osservazione”.
Il 1° modo di accertamento della validità è la tecnica del test-retest consiste nel correlare tra
loro i punteggi ottenuti in due somministrazioni successive di un testa su gli stessi in individui
senza tener conto della reattività del soggetto cioè nè gli eventuali processi di
apprendimento nè i possibili mutamenti di opinione. non viene effettuato un numero molto
alto di misurazioni di un singolo evento ma solo due test su un numero molto elevato di
soggetti assumendosi le differenze nel comportamento dei singoli si annullino per effetto del
caso.
Un 2° modo è definito equivalenza basato sulla correlazione dei risultati ottenuti attraverso
test tra loro simili che si suppone misurino la stessa caratteristica (parallel forms); una
tecnica alternativa è quella della suddivisione a metà (split-half), in cui vengono correlati tra
loro i punteggi ottenuti nelle due metà di uno stesso test.
Un 3° modo riguarda la famiglia di procedure che si basa sulla misurazione della coerenza
interna dei test come per esempio l'Alfa di Cronbach che calcola la correlazione tra le
risposte a ciascuna domanda di una batteria con le risposte a tutte le altre.
tutti questi modi di accertare l'attendibilità condividono altre due caratteristiche:
- essendo state elaborate in ambito psicometrico sono pensate per valutare una
batteria di domande
- Producono coefficienti di attendibilità e dunque possono indurre i ricercatori a
costruire i test in modo da massimizzare il valore numerico a scapito a volte della
ragionevolezza ed efficacia reale delle domande poste.
Marradi ha proposto di sostituire il concetto di attendibilità con quelli di fedeltà di un dato e
affidabilità di una definizione operativa. Nel primo caso si tratta di accertare quanto un
singolo dato nella cella di una matrice rispecchi fedelmente lo stato d'uso di un determinato
soggetto sulla proprietà rilevata; nel secondo di valutare a priori quanto ragionevolmente ci
si può aspettare che una definizione operativa produca dati fedeli e di controllare ex-post se
le aspettative sono state confermate oppure no. Questa impostazione al vantaggio di indurre
ricercatori a avere una maggiore consapevolezza delle opzioni di ricerca senza rifugiarsi
nella routine.

Indicatori sociali
Questa locuzione si riferisce a un movimento nato negli Stati Uniti verso la fine degli anni
Cinquanta del secolo scorso con l'obiettivo di creare un sistema di monitoraggio degli
standard di vita della popolazione. La differenza tra indicatori in senso generale e indicatori
sociali è che questi ultimi si riferiscono a un modello teorico di interpretazione di un
fenomeno sociale che guida la scelta degli indicatori stessi. Essi derivano dall'elaborazione

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dei dati statistici, purché si faccia riferimento a un modello sociale esplicitato. Si possono
considerare perciò delle serie storiche statistiche che si propongono di monitorare un
sistema sociale fornendo degli strumenti ausiliari per identificare il cambiamento sociale e
guidare le azioni di intervento per indirizzarne il corso. Rientrano nell'ambito tutte le
statistiche che costituiscono gli elementi del sistema sociale: le statistiche demografiche,
economiche sanitarie, culturali ecc.
Gli indicatori sociali sono classificabili in base all'uso e al tipo di risorse che si intendono
valutare. Rispetto all’uso si distinguono:
- indicatori descrittivi > raccolgono dati che non rientrano nel modello di causa-effetto o
in una prospettiva di distribuzione delle risorse
- indicatori normativi > usati nell'ambito di modelli di relazione o previsione che spesso
implicano il riferimento a un giudizio di valore sull'effetto sociale che lo standard degli
indicatori implica
Si distinguono anche:
- indicatori oggettivi (o strutturali) > utilizzati per valutare la disponibilità delle risorse
collettive e il livello di benessere/malessere socio-economico nelle diverse aree
territoriali. Utilizzano anche dati secondari, ossia statistiche elaborate al di fuori del
progetto di ricerca (es. tasso di disoccupazione)
- indicatori soggettivi (o di soddisfazione) > rilevano la percezione di benessere degli
individui: atteggiamenti razionali di valutazione su cui si basa la
soddisfazione/insoddisfazione e gli atteggiamenti percettivi, emotivi e
comportamentali. Essi sono in rapporto con gli aspetti normativi, valoriali e con gli stili
di vita.

CAP 4
14.LA TRASFORMAZIONE DI UN INDICATORE IN VARIABILE: LA DEFINIZIONE
OPERATIVA
Nelle lezioni precedenti abbiamo sottolineato che, qualora le proprietà degli oggetti siano
troppo generali per essere rilevate empiricamente, esse devono essere sottoposte ad un
procedimento che le trasformi in indicatori.
Questa “trasformazione”, però, non è sufficiente perché la proprietà sia resa empiricamente
rilevabile. Occorre che l’indicatore sia convertito in variabile.
Si mostrerà proprio la procedura che trasforma l’indicatore (una delle caratteristiche della
proprietà più generale) in variabile.
Prima è però necessario focalizzare maggiormente l’attenzione sulla proprietà e, nello
specifico, sugli stati della proprietà.
Gli stati sulla proprietà
Le proprietà possono essere definite come le caratteristiche delle unità, i diversi “modi” in cui
tali caratteristiche si presentano nei casi vengono chiamati stati sulla proprietà.
L’unità presenta, cioè, degli stati differenti sulla proprietà del concetto considerato. In questo
senso, è possibile definire gli stati sulla proprietà come gli attributi di un oggetto, essi devono
essere rilevati e registrati.
Un sistema di stati costituisce un insieme di differenti caratteristiche della stessa proprietà
che il referente (unità) può avere. Queste caratteristiche si escludono a vicenda. In altre
parole, l’insieme degli stati sulla proprietà costituisce la proprietà stessa.
Se, ad esempio, l’unità è l’individuo e la proprietà è il grado di istruzione, gli stati sulla
proprietà saranno i diversi e possibili gradi di istruzione che l’unità può assumere (alta,
media, bassa).

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Criteri per la selezione delle proprietà


Per ciascuna unità è possibile immaginare infinite proprietà, la scelta delle proprietà
dell’oggetto da considerare in una determinata ricerca dipendono in massima parte dagli
interessi del ricercatore e dallo stato di avanzamento di una disciplina.
Cionostante, esistono però due criteri che ogni proprietà deve soddisfare per poter essere
oggetto di una ricerca ovvero per essere trasformata in variabile.
1. I casi oggetto della ricerca devono poter assumere almeno due stati differenti sulla
proprietà considerata
Se la proprietà assume stati diversi da caso a caso si dice che essa varia. Una proprietà
varia quando assume stati diversi nello stesso caso in tempi differenti (ricerca diacronica)
oppure se assume stai diversi da caso a caso nello stesso momento (ricerca sincronica).
2. E’ necessario che il ricercatore stabilisca in che modo questi stati differenti devono
essere rilevati e registrati

Definizione operativa
Infatti, anche avendo definito la “proprietà”, l’assegnazione del referente allo stato sulla
proprietà non è automatico. Dato il concetto di una proprietà (stato civile, età, reddito),
esistono molti modi di applicarlo in modo effettivo ad un insieme di referenti. Il modo
attraverso il quale ricercatore stabilisce in che modo questi stati differenti devono essere
rilevati e registrati è detto definizione operativa della proprietà.
La definizione operativa della proprietà X è quel complesso di regole che guidano le
operazioni con cui lo stato di ciascun caso sulla proprietà X viene:
- rilevato
- assegnato a una delle categorie stabilite in precedenza
- registrato nel modo necessario a permettere la successiva analisi con le tecniche
che si intendono usare
Sinonimi: definizione operativa o operazionale.

Le necessità di definire operativamente le proprietà


“… è un aspetto caratteristico dell’attività scientifica, al punto da costituire probabilmente la
discriminante più sicura fra essa e altri generi di attività … solamente dopo che si è stabilita
una catena di operazioni attraverso le quali lo stato di una serie di oggetti sulle proprietà X,
Y e Z viene rilevato, classificato e registrato, abbiamo compiuto un passo decisivo per
ridurre l’opinabilità delle nostre affermazioni su: a) la distribuzione dei vari stati delle
proprietà X, Y e Z fra gli oggetti che studiamo; b) le relazioni fra gli stati della proprietà X e
quelli della proprietà Y, eventualmente tenendo conto degli stati della proprietà Z”

Generalità e specificità delle regole


Alcune di queste regole sono delle consuetudini che attengono gli aspetti teorici della
ricerca, il ricercatore le applica quasi implicitamente.
Altre regole sono più specifiche ed attengono al fatto che il contenuto delle proprietà varia a
seconda del contesto sociale, dell’unità di analisi o del ricercatore. E’ necessario, allora che,
ogni qualvolta si intende trasformare la proprietà in variabile, queste regole siano esplicitate.
In particolare quando:
a. si deve “adattare” il testo di una variabile ai rispondenti
b. si deve esplicitare il modo in cui devono essere registrate le singole risposte
c. si deve indicare la posizione della variabile nella matrice dei dati

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“Difetti” della definizione operativa


La definizione operativa non conferisce certezza alle nostre affermazioni, ne riduce solo
l’opinabilità per tre ragioni:
1. niente garantisce che le operazioni prescritte nella definizione operativa colgano
effettivamente la proprietà studiata perché non è la proprietà in sé che detta le regole
ma il ricercatore, di fatto, una definizione operativa non è né vera né falsa
2. la definizione operativa coglie gran parte la proprietà studiata, un’altra parte può
introdurre delle distorsioni nella registrazione degli stati sulla proprietà
3. le operazioni prescritte nella definizione operativa vengono eseguite dal ricercatore
che può compiere degli errori

Considerazioni conclusive
La funzione della definizione operativa è di trasformare un indicatore in variabile.
Attraverso regole implicite e regole fissate di volta in volta dal ricercatore (definizione
operativa) si stabiliscono le procedure di “trasformazione”; nello specifico si individua:
1. la lista degli stati su una certa proprietà rilevanti per la ricerca X (modalità)
2. i codici/valori di che consentono di associare a ogni modalità una stringa di caratteri
alfanumerici che identificano univocamente quella modalità
3. un complesso di procedure per assegnare a ogni referente una e una sola fra le
modalità, e quindi uno e uno solo fra i codici o valori (di stato)

15. LE VARIABILI
Come si è visto, l’applicazione di una definizione operativa consente di costruire una
variabile a partire da una proprietà.
Come per ciascuna proprietà generale è possibile individuare molte proprietà più specifiche,
così per ciascuna proprietà più specifica è possibile individuare, attraverso la definizione
operativa, più variabili.

Definizione: La variabile è un concetto operativizzato, è la proprietà di un oggetto che è stata


sottoposta a definizione operativa. Il concetto per essere operativizzato deve essere
applicato ad un oggetto diventandone proprietà.
Tra concetto e variabile no c’è una corrispondenza biunivoca in quanto, come si è visto, un
concetto può essere operativizzato in modi differenti a seconda dell’unità di analisi, del
contesto sociale di riferimento o del ricercatore.

Dalla proprietà alla variabile


Perché una proprietà possa essere trasformata in variabile è necessario che gli stati sulla
proprietà “varino” da caso a caso. Più precisamente, è necessario che gli stati dei referenti
sulla proprietà siano due simboli. Se ciò non accade non si otterrà una variabile ma una
costante.
In generale:
- la proprietà diviene variabile
- gli stati sulla proprietà divengono modalità di risposta
- a ciascuna modalità viene assegnato un valore alfanumerico ossia un codice
associato alla modalità assunta dal referente

Studi longitudinali, studi trasversali


La variabile può variare in due modi:

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1. in tempi differenti sullo stesso caso (soggetto) – studio longitudinale o diacronico


2. nello stesso tempo tra i casi differenti (soggetti) – studio trasversale o cross-sectional
o sincronico

Distinzione tra variabili


Le variabili possono essere distinte sulla base di quattro criteri:
a. Manipolabilità > distinzione tra:
→ variabili manipolabili = variabili che possono essere
modificate dal ricercatore
→ variabili non manipolabili = variabili che non possono
essere controllate
La maggior parte delle variabili sociali non sono manipolabili, anche se esistono dei casi in
cui il ricercatore può controllarle.
b. Posizione nella relazione causa/effetto > distinzione tra:
→ variabili dipendenti
→ variabili indipendenti
In una relazione tra due variabili, si ipotizza che una variabile X detta indipendente influenzi
la variabile Y detta dipendente. In altre parole, la variabile X causa la variabile Y ; la variabile
Y è effetto dell’influenza della variabile X. L’attribuzione del carattere dipendente o
indipendente è convenzionale, nel senso che deriva dal contesto della ricerca, dall’oggetto,
dalle ipotesi, dalla loro articolazione operazionale. Nel caso in cui le variabili indipendenti
siano più di una si una relazione multivariata. L’analisi della relazione tra due variabili prende
il nome di analisi bivariata; quella di più variabili, analisi multivariata.

Il metodo delle variazioni concomitanti


Il rapporto causa-effetto tra le variabili è fondamentale per la spiegazione sociologica. Infatti,
una volta costruite le variabili, occorre analizzare le relazioni che intercorrono tra di loro
attraverso la statistica (es. il suicidio è più frequente tra i divorziati).
“La spiegazione sociologica consiste esclusivamente nello stabilire rapporti di causalità”
(Durkheim).
Il criterio per analizzare, in fase esplorativa, la relazione tra proprietà rilevanti all’interno della
ricerca o per controllare a posteriori le spiegazioni elaborate per i problemi della ricerca è il
metodo delle “variazioni concomitanti” o “delle covariazioni”.
J. S. Mill (1843) osserva che qualsiasi fenomeno che varia in un modo, quando anche un
altro fenomeno varia in un modo particolare, è la causa o l’effetto di quel secondo fenomeno,
o è ad esso connesso attraverso qualche fattore casuale.
La causa della variazione è interna alla relazione tra i due fenomeni.

Tipi di relazioni tra variabili


Nella realtà sono possibili tre tipi di relazione fra due proprietà (variabili).
Ogni volta in cui il metodo sperimentale non è applicabile si ricorre al metodo delle
“variazioni concomitanti” che costituisce il fondamento logico delle tecniche di accertamento
delle relazioni fra variabili. Tuttavia con il metodo delle covariazioni non è accertabile la
direzione della relazione tra le proprietà, è possibile solo sapere se fra le variabili esista una
relazione, se sia forte o debole, positiva o negativa.

c. Osservabilità > distinzione tra:

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→variabili latenti - variabili non direttamente osservabili in


quanto rappresentano concetti molto generali o
complessi
→ variabili osservate - sono facilmente rilevabili
La distinzione si basa sulla osservabilità, ossia sulla possibilità di rilevazione empirica.
Entrambe possono essere operativizzate, per cui anche nel caso delle variabili latenti c’è
una sostanziale differenza con i concetti.
d. Carattere individuale o collettivo > distinzione tra:
→ variabili individuali - sono specifiche di ogni individuo
→ variabili collettive - sono proprie di un gruppo sociale.
Esse si suddividono in:
→ variabili aggregate - dove la proprietà del collettivo deriva

dalle proprietà dei singoli componenti del gruppo


→ variabili globali - quando le caratteristiche esclusive del
gruppo non derivano da proprietà dei membri che lo
compongono.
Altre dicotomie
> Variabili quantitative e qualitative
o Sono qualitative le variabili i cui valori o modalità sono delle “qualità”
ovvero delle categorie (attributi) non quantificabili (es. “genere” è variabile
qualitativa perché “uomo e “donna” sono categorie non quantificabili, non
misurabili;
o sono quantitative le variabili che sono espresse in grandezze misurabili
(es. stipendio mensile oppure n° di iscritti alla facoltà di Sociologia sono
esprimibili secondo una grandezza misurabile).
> Variabili naturali e variabili artificiali
o le variabili naturali sono immediatamente percepibili e non dipendono da
particolari operazioni di trattamento dei dati (es. residenza, genere o
reddito)
o le variabili artificiali sono invece il risultato di un operazioni sui dati (es: % di
famiglie monogentire, rapporto tra anziani e popolazione totale).

La matrice dei dati


Una volta individuate le variabili dobbiamo trovare un sistema per organizzarle e passare al
passaggio successivo del percorso di ricerca che è l’analisi dei dati.
Il punto di partenza dell’analisi dei dati è un modello che in generale fa riferimento ad una
matrice (matrice dei dati) che contiene le informazioni su N casi specificate dai valori
assegnati a V variabili. I valori dei casi costituiscono le righe le variabili le colonne.
La matrice dei dati contiene tutta l’informazione sullo stato dei casi rispetto alle proprietà
ritenute rilevanti nell’ambito di una ricerca.
La funzione della matrice dati è quello di registrare il valore alfa-numerico dello stato (le
modalità) di ciascun caso sulla proprietà e di concentrare (riassumere i dati) tutte le
informazioni.
Esempio
Leggendo per riga si ottengono le informazioni di ciascun caso su tutte le variabili

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Esempio: Filippo è uomo (codice 1=uomo sulla variabile genere), ha 24 anni (24 sulla
variabile età), risiede a Napoli (codice 1=Napoli sulla variabile residenza) e ha la licenza
media superiore (codice 4=modalità Media superiore sulla variabile titolo di studio).
Leggendo per colonna si otterranno le informazioni della singola variabile per tutti i casi.
Esempio: Nella variabile genere ricadono tre casi nella modalità 1=uomo e due casi che
ricadono nella modalità 2=donna.

Considerazioni conclusive
La rilevanza delle variabili
La variabile è fondamentale nella ricerca empirica di tipo standard (quantitativa). Del resto,
come Lazarsfeld sottolinea, ogni soggetto sociale, a partire dall’individuo, viene
analiticamente definito sulla base di una serie di attributi e proprietà, e a queste ridotto; e i
fenomeni sociali analizzati in termini di relazioni tra variabili. La variabile, coi suoi criteri di
neutralità, oggettività e operativizzabilità matematica, è così la protagonista dell’analisi
sociale, senza più bisogno di passare per la ricomposizione unitaria dell’individuo originario
(spersonalizzaione). Per andare oltre il «linguaggio quotidiano notoriamente vago [in un
processo di] chiarificazione e purificazione del discorso [che è] fondamentale per lo
scienziato sociale; [...] la nostra conoscenza poteva essere organizzata in una qualche
forma manipolabile [...] ed il senso comune riformulato in proposizioni tali da poter essere
sottoposte a test empirico» (Lazarsfeld e Rosenberg 1955). In questo modo tutti i fenomeni
sociali possono essere rilevati, misurati, correlati, elaborati e formalizzati, e le teorie
convalidate o falsificate in maniera oggettiva e priva di ambiguità.

CAP 5
30. L'APPROCCIO QUALITATIVO. USO DEI DOCUMENTI
Definizione = Per documento intendiamo materiale informativo su un determinato fenomeno
sociale che esiste indipendentemente dall’azione del ricercatore. Esso viene prodotto dai
singoli individui o dalle istituzioni per finalità diverse da quelle della ricerca sociale (Corbetta
1999, 437).
Il fatto che il documento esista indipendentemente dalla ricerca presenta due vantaggi:
le informazioni ottenute non sono reattive, cioè non risentono dell’interazione tra ricercatore
e soggetto, evitando così possibili distorsioni
le informazioni ottenute possono riguardare anche il passato
In genere, i documenti sono prodotti in forma scritta, rientrano, però, in questa categoria
anche le cosiddette “tracce materiali” – come avviene anche in altre discipline come
l’antropologia o la storia – e le testimonianze e i ricordi sul proprio passato.

Tipi di documenti
I tipi di documenti si distinguono sulla base di chi li produce:
a. documenti personali o espressivi: sono di natura “personale” e vengono prodotti dagli
individui ad uso privato; rientrano in questa categoria autobiografie, diari, lettere,
testimonianze orali (storie di vita e storie orali)
b. documenti istituzionali: sono di natura “pubblica” e vengono prodotti da istituzioni o
da individui appartenenti alle istituzioni; rientrano in questa categoria documenti
aziendali, verbali di processi o di consigli di amministrazione, discorsi pubblici, articoli
di giornale, organigrammi di società, atti parlamentari, certificati di matrimonio o di
nascite ecc.

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a. Documenti personali
L’analisi dei documenti personali ha avuto un ruolo centrale nella ricerca storica nella
ricostruzione della personalità dei suoi protagonisti. Nella ricerca sociale l’uso dei documenti
si colloca in un’altra prospettiva: l’attenzione si sposta verso “la gente comune” per cercare
di ricostruire le dinamiche e le relazioni sociali a partire dalla visione dei protagonisti stessi.
Infatti, i documenti personali, pur essendo differenti da soggetto a soggetto, hanno in
comune la caratteristica di “visioni dal di dentro”.
I documenti, introdotti nella ricerca sociale agli inizi degli anni ‘20 da William Thomas e
Florian Znaniecki ne “Il contadino polacco in Europa e in America” (1918), furono largamente
utilizzati dalla Scuola di Chicago. In breve tempo questo strumento di ricerca decadde per
poi avere un nuovo periodo di sviluppo a partire dagli anni ‘80.
E’ possibile rintracciare 5 tipi di documenti personali raggruppabili in due insiemi:
1. il primo insieme è composto da Autobiografie, Diari e Lettere ovvero da documenti
scritti molto difficili da reperire, perché vengono prodotti dagli individui raramente e in
situazioni specifiche; in aggiunta, può accadere che i loro proprietari possono opporsi
a che siano analizzati e pubblicati. Non essendo stati prodotti per la ricerca, questo
sotto tipo di documenti può non contenere tutte le informazioni di cui il ricercatore
necessita; inoltre, sono poco rappresentativi dei soggetti studiati perché il ricercatore
non sceglie i casi da studiare, come accadeva nell’intervista o nell’osservazione, ma
analizza ciò che ha a disposizione. Il limite più rilevante è costituito dal fatto che
essendo documenti scritti, in genere, è circoscritto agli strati sociali superiori
2. il secondo insieme, costituito da Testimonianze orali (Storie di vita e Storie orali), è
caratterizzato dalla raccolta sistematica di testimonianze della propria vita raccontate
oralmente dai soggetti al ricercatore. Queste tecniche, per le caratteristiche che
presentano, sono assimilabili sia alle autobiografie sia all’intervista non – strutturata.
Sono, infatti, biografie orali stimolate dal ricercatore che però si limita esclusivamente
a “registrare” quanto l’individuo narra intervenendo solo per aiutare il narratore a
ricordare. Le storie di vita ed orali sembrano perdere le specificità del documento
così come è stato definito all’inizio di questa lezione (pre-esistenza alla ricerca e
assenza di interazione tra ricercatore e soggetto); in realtà, intervistare le persone
sulla loro vita passata è, di fatto, ancora un altro modo di “leggere i documenti”, un
tipo particolare di documento, una sorta di documento vivente (Evans, 1975). I
vantaggi dei documenti orali risiedono innanzitutto nel fatto che il ricercatore sceglie
chi intervistare e che la base informativa non si limita esclusivamente agli strati
sociali superiori. Gli svantaggi sono il rischio della reattività del narratore al
ricercatore e l’effetto memoria.

Documenti personali “scritti”


- Autobiografie: è l’intera ricostruzione di una parte della vita di un soggetto scritta
spontaneamente dal soggetto stesso, la caratteristica principale è la dimensione
retrospettiva del racconto scritto. In genere, i soggetti non sono selezionati dal
ricercatore
- Diari: sono simili alle biografie, la differenza tra i due tipi è temporale. In questo caso,
appunto, la scrittura dei fatti avviene simultaneamente all’accadimento dei fatti,
manca cioè la componente retrospettiva
- Lettere: sono un importante strumento per rilevare “l’espressione dell’interiorità”
dell’individuo, per questo sono considerate una forma di informazione “pura”.
Secondo Plummer (1983), le lettere non esprimono esclusivamente il mondo dello

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scrivente ma anche l’interpretazione che ne dà il ricevente; per questo motivo la


lettera non è sempre una forma incontaminata della personalità dello scrittore ma va
interpretata come il prodotto dell’interazione fra due persone.

Documenti personali “orali”


Sono rintracciabili molti tipi di testimonianze orali (storie personali, metodo biografico,
approccio biografico) riassumibili in due forme principali, le storie di vita e le storie orali.
Storie di vita: è il racconto della propria vita fatto dalla stessa persona ad un intervistatore
attraverso conversazioni o interviste. L’oggetto è l’individuo, la sua storia, le sue emozioni e
il suo modo di vedere. Le storie di vita sono distinguibili a seconda delle modalità di analisi e
di presentazione del materiale raccolto.
- Il 1° tipo si configura come una raccolta autobiografica: i racconti vengono pubblicati
integralmente nella loro versione originale, mentre l’intervento del ricercatore è
limitato ad una breve presentazione che precede i racconti
- Il 2° tipo consiste nel presentare i racconti integralmente nella loro versione originale
ma in questo caso sono preceduti da una presentazione interpretativa molto
consistente
- Nel 3° tipo i racconti e l’interpretazione del ricercatore si intrecciano continuamente:
in pratica, i commenti del ricercatore guidano la lettura dei racconti secondo uno
schema interpretativo che spesso non segue l’ordine cronologico degli eventi, il ruolo
del ricercatore è, quindi, centrale, perché organizza il materiale individuando i nessi
logici tra i fatti dando ordine “a quel magma caotico, casualmente mutevole e vario …
per ricondurre almeno i suoi fenomeni essenziali ad uno schema esplicativo”
(Corbetta)
Storie orali: è il racconto di una persona su avvenimenti ai quali essa stessa ha preso parte.
L’oggetto, in questo caso, è la società, la sua cultura, i suoi costumi e gli avvenimenti. La
presentazione dei racconti è di tipo descrittivo ed interpretativo con brevi brani dell’intervista
che aiutano il lettore a comprendere il fenomeno.

Documenti istituzionali
Ogni fenomeno della vita associata produce un documento, non c’è un atto istituzionale che
non generi un documento. Ogni documento è il prodotto della vita istituzionalizzata, studiarli
significa, quindi, studiare la cultura di una società.
In genere sono testi scritti e non si riferiscono solo a momenti particolarmente importanti di
una società (es. il testo di una legge) ma anche a momenti di vita quotidiana di una società.
L’uso di questi documenti presenta una serie di vantaggi: la non reattività, la possibilità di
analisi diacroniche e i costi ridotti.
Gli svantaggi consistono essenzialmente nella possibile incompletezza delle informazioni e
nell’ufficialità della rappresentazione: spesso i documenti sono la rappresentazione oggettiva
della realtà istituzionale ma ne danno solo una rappresentazione ufficiale.

Tipi di documenti istituzionali


1. Mezzi di comunicazione di massa: ovvero tutti i prodotti dei mass media, pubblicità,
articoli di giornale, trasmissioni televisive ecc.
2. Narrativa, testi pedagogici, racconti della cultura popolare
3. Materiale giudiziario: sentenze dei tribunali, verbali di processi, trascrizioni di
interrogatori, denunce

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4. Documenti della politica: atti parlamentari, programmi dei partiti, discorsi dei leader
politici
5. Documenti aziendali e amministrativi (scuole, ospedali, ordini professionali): bilanci
delle società, giudizi scolastici ecc.
6. Tracce fisiche: sono documenti materiali dai quali è possibile risalire alle attività che li
hanno prodotti. Ne esistono due tipi: le tracce di erosione ovvero si hanno ogni
qualvolta le attività umane provocano l’usura di un supporto fisico; ad esempio,
l’usura di un pavimento indica un’alta frequentazione di quel luogo o l’usura dei libri
di una biblioteca indica un interesse per quei libri. Le tracce di accrescimento sono
rilevabili quando l’attività umana provoca un deposito materiale; ad esempio, l’analisi
dei rifiuti domestici di un quartiere fornisce indicazioni sugli stili di vita degli abitanti di
quel quartiere

CAP 6
20. LA RILEVAZIONE TRAMITE INTERROGAZIONE. IL QUESTIONARIO

Indagine campionaria = “Per indagine campionaria si intende un modo di rilevare


informazioni ottenuto interrogando gli stessi individui oggetto della ricerca, e appartenenti ad
un campione rappresentativo, mediante una procedura standardizzata di interrogazione allo
scopo di studiare le relazioni fra le variabili osservate”. (Corbetta, 1999)

Problemi di fondo della rilevazione tramite interrogazione


I problemi che si pongono nella rilevazione tramite interrogazione si possono ricondurre ai
due gruppi di posizioni contrapposte riconducibili a loro volta ai paradigmi fondativi della
ricerca sociale.
La prima contrapposizione è tra gli oggettivisti e i costruttivisti, mentre la seconda
contrapposizione è tra gli uniformasti e gli individualisti.
Oggettivisti vs. Costruttivisti
- Oggettivisti: la realtà sociale è esterna all’individuo e pienamente conoscibile
- Costruttivisti: il dato sociale è generato dall’interazione tra i soggetti studiante e
studiato
Uniformasti vs.Individualisti
- uniformasti: esistono delle uniformità empiriche nei fenomeni sociali che, quindi,
possono essere classificati e standardizzati
- individualisti: la fondamentale irriducibilità del soggetto umano a qualsiasi forma di
generalizzazione e standardizzazione

Problemi di fondo della rilevazione tramite interrogazione


Queste due diversità di vedute implicano due specifiche questioni:
- il rapporto tra intervistato e intervistatore > Secondo l’approccio oggettivista, questo
rapporto deve essere il più possibile spersonalizzato per non alterare lo stato
dell’oggetto studiato. Si riconosce comunque che non è possibile instaurare un rapporto
neutro tra intervistato e intervistatore, esiste sempre un certo grado di interazione.
- la standardizzazione ovvero l’invarianza dello stimolo > l’approccio uniformista
prevede l’uniformità dello strumento della rilevazione-interrogazione ovvero il
questionario con domande e risposte prefissate. Il questionario ha però il limite di non
tener conto della disuguaglianza sociale e uniforma l’individuo al livello dell’uomo medio.

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La standardizzazione: l’invarianza dello stimolo


L’obiettivo della posizione oggettivista-uniformista è di ottenere la neutralità dello strumento
di rilevazione, in altre parole di ottenere l’invarianza dello stimolo.
Il problema è che nulla garantisce che all’invarianza dello stimolo corrisponda l’uniformità dei
significati: una stessa domanda o parola possono avere diversi significati per lo stesso
individuo, sia per motivi culturali che per le circostanze stesse in cui si svolge l’intervista.
Per questi motivi quando si fa ricerca sociale è necessario scegliere se adottare una tecnica
che garantisce l’uniformità (questionario) oppure una che predilige l’individualità del soggetto
studiato (intervista strutturata).
Sembra chiaro che se la scelta ricade sul questionario allora è necessario essere
consapevoli che studiando solo le uniformità del comportamento delle persone (ciò che esse
hanno in comune) si limita inevitabilmente la piena comprensione dei fatti sociali.

L’affidabilità del comportamento verbale


Le risposte alle domande standardizzate possono non essere attendibili per due motivi: la
desiderabilità sociale delle risposte e la mancanza di opinioni.
La desiderabilità sociale è la valutazione, socialmente condivisa, che in una certa cultura
viene data ad un certo atteggiamento o comportamento. Così può accadere che,
indipendentemente dalla sua reale posizione, un individuo possa valutare un atteggiamento
o un comportamento secondo quanto la cultura a cui esso appartiene valuta. In tal modo,
l’intervistato fornisce risposte distorte, perché può essere riluttante a rivelare opinioni o
comportamenti che ritiene indesiderabili e può essere tentato di dare di sé la migliore
immagine possibile, anche se non veritiera.
La mancanza di opinioni concerne domande su tematiche complesse, sulle quali è
possibile che l’intervistato non abbia mai riflettuto. La conseguenza è che l’intervistato possa
o rispondere a caso o che formuli al momento un’opinione che può essere solo passeggera.
Un altro problema delle domande standardizzate è che esse misurano l’opinione, ma non la
sua intensità né il suo radicamento.

Sostanza e forma delle domande: Dati socioanagrafici, atteggiamenti e


comportamenti
Le domande di un questionario sono di tre tipi.
1. Domande relative alle proprietà socioanagrafiche di base riguardano le
caratteristiche sociali dell’individuo (genere, età, luogo di nascita), le caratteristiche
ereditate dalla famiglia (classe sociale di origine, titolo di studio), le caratteristiche
temporanee (professione, stato civile, comune di residenza). Queste domande
seguono delle formulazioni standard.
2. Domande relative agli atteggiamenti riguardano le opinioni, le motivazioni, i
sentimenti, i giudizi e i valori. Come le altre, queste informazioni possono essere
ottenute unicamente interrogando l’individuo ma in questo caso le informazioni
richieste sono anche quelle più difficili da ottenere perché le risposte sono
influenzate dal modo in cui sono poste le domande.
3. Domande relative ai comportamenti rilevano le azioni ovvero quello che il soggetto
dice di fare o di aver fatto; questo è un aspetto più facile da indagare rispetto agli
altri.

Sostanza e forma delle domande: Domande aperte e domande chiuse

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- Domande aperte sono quelle in cui si lascia piena libertà all’intervistato nella
formulazione della risposta ovvero non prevedono risposte precedentemente
individuate dal ricercatore e si utilizzando, in genere quando il campione è ridotto. Il
vantaggio della domanda aperta è quello di concedere una maggiore libertà di
espressione e spontaneità, ma la risposta deve essere trascritta per intero. Lo
svantaggio consiste nel fatto che la risposta è difficile da classificare
successivamente in categorie predeterminate. Questo crea dei problemi di codifica,
perché le risposte possono essere generiche o imprecise.
- Domande chiuse, a differenza delle precedenti, prevedono risposte
precedentemente individuate dal ricercatore e si utilizzando, in genere quando il
campione è di grandi dimensioni. I vantaggi delle domande chiuse consistono nella
maggiore facilità di codifica, nello stimolo dell’analisi e della riflessione e nella
maggiore economicità (in un campione ampio). La domande sono poste a tutti con lo
stesso schema di risposte e chiariscono all’intervistato qual è il piano di riferimento
della ricerca, evitando così risposte vaghe.
Gli svantaggi sono il rischio di non considerare tutte le altre possibili alternative di risposta
non previste e di influenzare la risposta con le alternative proposte. Le risposte, inoltre, non
hanno significato uguale per tutti, e tutte le alternative possono essere troppe per essere
ricordate.

Sostanza e forma delle domande: Formulazione delle domande


Uno dei problemi dei questionari è proprio la formulazione delle domande perché a seconda
di come essa è posta può influenzare, in modo determinate la risposta. In generale, gli
elementi a cui bisogna porre attenzione sono il linguaggio, la sintassi e il contenuto delle
domande. Per una buona costruzione di un questionario è necessario seguire alcune regole
di base. Uno dei problemi dei questionari è proprio la formulazione delle domande perché a
seconda di come essa è posta può influenzare, in modo determinate la risposta.

Regole di base per la costruzione di un questionario


- Semplicità di linguaggio: il linguaggio del questionario deve essere adatto alle
caratteristiche del campione studiato, il questionario autocompilato deve essere più
semplice rispetto a quello con intervistatore e in ogni caso non bisogna far conto
sulle sue spiegazioni, perché di solito gli intervistati si vergognano di ammettere di
non capire le domande.
- Lunghezza delle domande: le domande devono essere brevi; solo se le tematiche
sono complesse è preferibile ricorrere a domande lunghe perché facilitano il ricordo,
danno più tempo per pensare e agevolano una risposta più articolata.
- Numero delle alternative di risposta: non devono essere troppo numerose; se
presentate a voce non devono superare il numero di cinque.
- Espressioni in gergo: è preferibile non utilizzare espressioni gergali perché
potrebbero irritare l’intervistato.
- Definizioni ambigue: occorre fare molta attenzione a non utilizzare termini dal
significato non ben definito.
- Parole dal forte connotato negativo: è bene evitare anche i termini carichi di
significato emotivo, soprattutto se questo è negativo.

Regole di base per la costruzione di un questionario

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- Domande sintatticamente complesse: la domanda deve avere una sintassi chiara e


semplice, evitando ad esempio la doppia negazione.
- Domande con risposta non univoca: bisogna evitare le domande esplicitamente
multiple (domande in cui ne sia inclusa un’altra) e quelle dalla problematica non
sufficientemente articolata.
- Domande non discriminanti: le domande devono esser costruite in modo tale da
operare delle discriminazioni significative nel campione degli intervistati.
- Domande tendenziose (viziate o a risposta pilotata): è necessario presentare le
domande in modo equilibrato, senza orientare l’intervistato verso una possibile
risposta.
- Comportamenti presunti: è indispensabile evitare di dare per scontati comportamenti
che non lo sono.
- Focalizzazione nel tempo: occorre sempre definire con precisione l’arco temporale al
quale si riferisce la domanda.
● Concretezza – astrazione: la domanda astratta può dare facilmente luogo a risposte
generiche o normative, mentre la domanda concreta facilita la riflessione e rende più
difficile il fraintendimento.
● Comportamenti e atteggiamenti: data la difficoltà di determinare gli atteggiamenti, è
buona regola, quando possibile, limitarsi ai comportamenti piuttosto che restare
nell’ambito dell’opinione.
● Desiderabilità sociale delle risposte: per evitare risposte normative bisogna formulare
domande il più possibile concrete.
● Domande imbarazzanti: andrebbero studiate attraverso domande aperte e con
interviste non-strutturate, con le quali si può conquistare la fiducia degli intervistati.
● Mancanza di opinione e non so: bisogna far presente all’intervistato che “non so” è
una risposta legittima come le altre; bisogna inoltre evitare di indirizzarlo, anche in
maniera indiretta o inconsapevole.
● Intensità degli atteggiamenti: è importante cogliere anche l’intensità degli
atteggiamenti, perché è quest’ultima che determina i comportamenti. La rilevazione
dell’intensità degli atteggiamenti necessita di solito di domande ulteriori.
Ø Acquiescenza: si riferisce alla tendenza di scegliere risposte che esprimono accordo
piuttosto che negative.
Ø Uniformità delle risposte: quando si tende a scegliere la stessa risposta per una serie
di domande che contemplano lo stesso tipo di alternativa.
Ø Effetto memoria: per ovviare alla distorsione causata dalla memoria si possono
stabilire limiti temporali al ricordo.
Ø Sequenza delle domande: è meglio mettere all’inizio domande facili che abbiano lo
scopo di rassicurare l’intervistato e di metterlo a proprio agio. Le domande imbarazzanti
o impegnative si posizioneranno quindi a metà questionario, in modo che l’intervistatore
abbia avuto un po’ di tempo per conquistare la fiducia dell’intervistato. Alla fine si
potranno porre le domande più noiose ma che non richiedono riflessione come quelle
sociometriche.
Ø Effetto contaminazione: in certi casi la risposta ad una domanda può essere
influenzata dalle domande che l’hanno preceduta.

Batterie di domande
Quando una serie di domande sono presentate con la stessa domanda introduttiva e con le
stesse alternative di risposta (stessa formulazione) variando solo nell’oggetto al quale si

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riferiscono, è utile e conveniente presentarle all’intervistato sotto forma di batterie di


domande ovvero in un unico blocco.
In questo modo, infatti, è possibile risparmiare spazio sul questionario e tempo dell’intervista
ma anche facilitare la comprensione del meccanismo di risposta, migliorare la validità della
risposta e permettere al ricercatore di costruire indici sintetici che riassumono in un unico
punteggio le diverse domande della batteria. Gli svantaggi delle batterie di domande
consistono nel pericolo che le risposte siano date a caso e che le risposte siano
meccanicamente tutte uguali tra di loro.

Modalità di rilevazione
Esistono quattro modi differenti di rilevare le informazioni (dati) mediante questionario.
a. Interviste faccia a faccia
b. Interviste telefoniche
c. Questionari autocompilati
d. Interviste computerizzate (elettroniche)
NB: Sia nel caso dei questionari telefonici che di quelli autocompilati sono da escludere le
domande aperte.

a. Interviste faccia a faccia


Quando si utilizza un questionario è necessario che l’effetto dell’intervistatore sia limitato.
Vale a dire che è necessario che egli “standardizzi” il suo comportamento cioè che deve
limitare qualsiasi comportamento che può influenzare l’intervistato.
Per questo motivo gli intervistatori devono presentare alcune specificità riconducibili alle loro
caratteristiche, alle loro aspettative, alla loro preparazione e alla loro motivazione.
- Caratteristiche: è stato appurato che l’intervistatore ideale è donna, sposata, di mezza età,
diplomata, casalinga, di ceto medio, con un abbigliamento neutrale.
- Aspettative: possono essere trasmesse inconsciamente agli intervistati, influenzandone le
risposte soprattutto per quanto riguarda intervistati insicuri.
- Preparazione: l’intervistatore deve essere consapevole dell’influenza che ha nella
formulazione delle risposte, e per questo deve essere istruito per limitare al massimo questi
effetti.
- Motivazione: l’intervistatore deve essere convinto dell’importanza del proprio lavoro, perché
un atteggiamento contrario potrebbe riverberarsi in modo negativo sull’intervistato.

b. Interviste telefoniche
Vantaggi: velocità di rilevazione, costi ridotti; presenta minori resistenze alla concessione
dell’intervista e maggiore garanzia di anonimato; permettere di raggiungere a parità di costo
anche gli intervistati della periferia del paese; facilita enormemente il lavoro di preparazione
degli intervistatori e la loro supervisione; consente di utilizzare direttamente il computer in
fase di rilevazione.
Svantaggi: minore coinvolgimento dell’intervistato che porta a una maggiore incidenza di
risposte superficiali; il rapido logoramento del rapporto con l’intervistato; l’impossibilità sia di
utilizzare materiale visivo e di raccogliere dati non verbale sia di raggiungere tutti gli strati
sociali. Inoltre, l’assenza di contatto e la mancanza di tempo non rendono adatta l’intervista
telefonica quando si vogliono analizzare tematiche complesse.

c. Questionari autocompilati

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Sono autocompilati i questionari compilati dall’intervistato senza l’intervento


dell’intervistatore.
Vantaggi: risparmio dei tempi di rilevazione.
Svantaggi: per venire incontro al maggior numero possibile di persone, il questionario deve
essere breve, conciso e semplice.
Esistono due casi principali di autocompilazione:
1. Rilevazione di gruppo avviene in presenza di un operatore che distribuisce i
questionari, assiste alla compilazione e ritira i questionari; in questo caso i rischi di
questa ricerca vengono molto ridotti.
2. Rilevazione individuale si può dividere a sua volta in:
● rilevazione con restituzione vincolata: l’intervistatore consegna il questionario
all’intervistato e passa a ritirarlo in seguito (censimento)
● rilevazione con restituzione non vincolata (questionario postale): il questionario viene
inviato per posta con una lettera di presentazione e con una busta di ritorno già
affrancata; i vantaggi di questa tecnica sono i risparmi altissimi dei costi, la possibilità
di essere compilati in qualsiasi momento, la maggiore garanzia di anonimato,
l’assenza di distorsioni dovute all’intervistatore, l’accessibilità a soggetti residenti in
zone poco raggiungibili. Gli svantaggi sono la bassa percentuale di risposte,
l’autoselezione del campione, la necessità che il livello di istruzione della popolazione
studiata sia medio-alto, la mancanza di controllo sulla compilazione, l’impossibilità di
questionari complessi e la sua lunghezza non eccessiva

d. Interviste computerizzate (elettroniche)


Sia le interviste telefoniche sia quelle faccia a faccia possono essere condotte con l’ausilio
del PC. La differenza principale consiste nel fatto che le risposte vengono riportate
direttamente su un PC con risparmio notevole di tempo. Le interviste telefoniche condotte
con il PC vengono chiamate CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing) mentre
quelle faccia a faccia CAPI (Computer Assisted Personal Interviewing).
Un altro impiego del computer è quello della teleintervista, in cui l’intervistato risponde
direttamente con il suo PC al questionario trasmesso per via elettronica. I vantaggi di questa
tecnica consistono non solo nell’assenza dell’intervistatore ma soprattutto nel fatto che si
possono condurre inchieste longitudinali (rilevazioni ripetute nel tempo sugli stessi soggetti).
Gli svantaggi risiedono nel fatto che non è possibile accertarsi di chi effettivamente compili il
questionario e nel fatto che l’intervistato, consapevole di essere studiato, può alterare il suo
comportamento.

Organizzazione della rilevazione


Le fasi che precedono la rilevazione vera e propria sono cinque.
1. Studio esplorativo: consiste in interviste preliminari, che partono da una massima
destrutturazione e da strumenti qualitativi fino a strumenti sempre più strutturati, che
hanno lo scopo di analizzare perfettamente il problema di oggetto e di formulare con la
massima precisione possibile le risposte alternative per le domande chiuse.
2. Pre-test: consiste in una sorta di “prova generale” del questionario, sottoposto a
poche decine di soggetti, che ha lo scopo di evidenziare eventuali problemi o cattive
formulazioni del questionario stesso.
3. Preparazione degli intervistatori: gli intervistatori devono essere informati su tutto ciò
che riguarda la ricerca, “collaudati” sul campo con il pre-test e controllati durante la
ricerca vera e propria da appositi supervisori.

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4. Contatto iniziale con gli intervistati: il problema dei rifiuti. Il momento più delicato
dell’intervista è quello iniziale, in cui i soggetti devono decidere se collaborare o meno.
Per rendere massima la collaborazione è importante insistere sull’anonimità delle
risposte, sul prestigio dell’istituzione committente e sulla figura dell’intervistatore. È
anche opportuno inviare una lettera di presentazione che spieghi chiaramente chi è il
committente della ricerca, quali ne sono gli obiettivi, perché ci si rivolge proprio a lui,
sottolineare l’importanza delle sue risposte e rassicurarlo sull’anonimato.
5. Forma grafica del questionario: è opportuno distinguere chiaramente il testo che
riguarda l’intervistato e quello che è di pertinenza dell’intervistatore, i passaggi tra le
domande devono essere indicati chiaramente, il questionario deve essere graficamente
compatto e non estendersi su troppe pagine. I questionari autocompilati devono inoltre
essere autoesplicativi, le domande devono essere semplici e brevi (meglio se dello
stesso formato), l’impostazione grafica deve esser compatta e chiara.

26. I CAMPIONI PROBABILISTICI


Per poter “trasformare” gli oggetti di una ricerca in casi ovvero per poter passare dalla sfera
della realtà alla sfera degli strumenti cognitivi, è necessario attivare delle procedure
specifiche. Si ricorre a queste procedure, che prendono il nome di “campionamento”,
ogniqualvolta la popolazione di riferimento non è raggiungibile nella sua totalità.
Verranno definiti concetti di popolazione e campione, stima, parametro ed errore
campionario; in seguito, saranno esposti i tipi di campionamento che ricadono nella famiglia
del campionamento probabilistico.

Popolazione o universo
La popolazione (o universo) di una ricerca è quell’insieme dei casi che teoricamente
costituiscono l’oggetto di indagine e che hanno in comune almeno una caratteristica
osservabile.
La ricerca studia le caratteristiche della popolazione di riferimento che costituiscono l’oggetto
da conoscere; ciò significa che ogni popolazione contiene delle informazioni che il
ricercatore deve raccogliere per svolgere la sua ricerca.
Per questo, comunemente si dice che la popolazione è un “contenitore di informazioni”.

Definizione della popolazione


Quando si mette a punto una ricerca, una delle fasi consiste nel definire la popolazione di
riferimento. Definire una popolazione significa individuare le caratteristiche interessanti per
la ricerca, delimitando il campo di azione della ricerca stessa, eliminando quelle
caratteristiche non utili. La definizione della popolazione dipende dagli obiettivi di ricerca.
Esempi:
indagine sui redditi in Italia -> popolazione: individui che percepiscono un reddito in Italia
indagine sui fitti in Italia -> popolazione: tutte le famiglie in fitto in Italia
indagine sugli istituti superiori campani -> popolazione: tutti gli edifici scolastici in Campania
indagine sulle prossime elezioni politiche -> popolazione: tutti gli italiani con diritto di voto e
con età uguale o superiore a 18 anni
indagine sull’impatto della riforma scolastica sugli studenti delle scuole superiori ->
popolazione studenti italiani delle scuole superiori

La popolazione teorica e popolazione accessibile


La popolazione può essere:

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- teorica: è l’insieme di tutti i casi che costituiscono la popolazione oggetto di indagine.


Es. indagine sulle prossime elezioni politiche > popolazione teorica: tutti gli italiani con diritto
di voto e con età uguale o superiore a 18 anni.
- accessibile: è l’insieme di tutti i casi appartenenti alla popolazione teorica che sono
effettivamente raggiungibili.
Es. indagine sulle prossime elezioni politiche > popolazione accessibile: parte degli italiani
con diritto di voto e con età uguale o superiore a 18 anni effettivamente intervistabili.

Censimento e Survey
In base alla coincidenza o meno delle due popolazioni si distingue in Censimento e Survey.
Censimento quando popolazione teorica e popolazione accessibile coincidono ogni
caso della popolazione è esaminabile e raggiungibile e fornisce informazioni, la rilevazione
esaustiva o totale.
Es. tutti i cittadini italiani (Istat)
Survey (o indagine o inchiesta o sondaggio) quando è impossibile accedere alla
popolazione teorica per problemi di costi, tempi o di raggiungibilità; per questo è necessario
effettuare l’indagine solo su una parte della popolazione, quella accessibile, selezionando i
singoli casi attraverso delle procedure standard (campionamento).
L’ipotesi è che un numero limitato di casi fornisce la stessa informazione che avrebbe fornito
l’intera popolazione.

La rilevazione campionaria
Indipendentemente dagli obiettivi proposti, l’impossibilità di accedere alla popolazione
teorica ovvero di esaminare ogni singola unità dell’intera popolazione è causata da:
- limitate risorse – economiche, di personale di tempo – disponibili
- l’intera popolazione da studiare non è fisicamente raggiungibile
- l’intera popolazione da studiare non è del tutto nota
Per superare questi problemi si ricorre ad una rilevazione campionaria ossia una rilevazione
che permette di studiare le caratteristiche di una popolazione attraverso lo studio di una
porzione della popolazione stessa (campione) invece dell’intera popolazione.

Campione e campionamento: definizioni


Campione: parte della popolazione selezionata in modo da diminuire, in termini di tempo e
costi, l’acquisizione tutte le informazioni utili per la ricerca. Il campione è la rappresentazione
in piccolo di tutta la popolazione, sintetizza, cioè tutte le caratteristiche della popolazione
originaria.
Scegliere un campione da una popolazione significa effettuare un “campionamento”.
Campionamento: Procedimento attraverso il quale si estrae, da un insieme di unità
(popolazione), un numero finito di casi (campione) che siano rappresentativi di tutta la
popolazione e scelti con criteri tali da consentire la generalizzazione (inferenza) all’intera
popolazione a partire dai risultati ottenuti studiando il campione.

Motivi per utilizzare un campione


1. L’estrazione di un campione richiede meno tempo rispetto all’esame dell’intera
popolazione
2. un campione è meno costoso
3. un campione è più pratico da gestire
4. un campione garantisce un elevato grado approfondimento e accuratezza

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5. spesso è una necessità perché l’esame dell’intera popolazione non è accessibile


Le valutazioni sulle caratteristiche della popolazione si devono perciò basare sulle
informazioni contenute in

Parametri e stime dei parametri


Gli studi basati sulle rilevazioni campionarie hanno lo scopo di stimare alcuni parametri
ovvero dare valori approssimativi della popolazione sulla base dei parametri del campione.
L’analisi delle caratteristiche di un campione avviene proprio grazie ai:
→ parametri: valori caratteristici (statistici) assunti dalle variabili sull’intera
popolazione
→ stime del parametro della popolazione: valori approssimativi e probabilistici
che determinano, con un certo margine di errore, il carattere della
popolazione da cui il campione deriva
→ stime del parametro del campione: sono i valori rilevati sul campione
● rilevazione esaustiva/totale: stime popolazione = stime del campione > valore
esatto
● rilevazione campionaria/parziale: stime popolazione = stime del campione >
valore stimato

L’errore di campionamento
La stima del parametro è probabilistica, essa comporta, cioè, un errore dovuto
all’impossibilità di determinare con esattezza il parametro. Ciò che è possibile è stabilire un
intervallo (di fiducia/confidenza) entro il quale si colloca il valore della statistica della
popolazione. Al di fuori di questo intervallo si determina l’errore di campionamento ossia un
errore casuale insito nelle procedure di formazione del campione. Proprio perché la “vera”
caratteristica della popolazione è (per definizione) ignota, l’errore di campionamento non può
mai essere determinato con esattezza. Esso tuttavia può essere contenuto entro limiti più o
meno ristretti adottando appropriati metodi di campionamento.
L’errore di campionamento è rappresentato dalla differenza tra i risultati ottenuti dal
campione e la vera caratteristica della popolazione che vogliamo stimare.
NB: L’errore di campionamento è direttamente proporzionale all’intervallo di
fiducia/confidenza e alla variabilità del fenomeno studiato ed inversamente proporzionale
all’ampiezza del campione.

Validità/Bontà di un campione
Perché i risultati di un’indagine campionaria siano generalizzabili è necessario valutare la
validità (bontà) del campione. Tale valutazione può essere condotta ponendosi due quesiti:
1. Le conclusioni sono corrette per gli individui che compongono il campione?
2. Il campione rappresenta bene la popolazione da cui è stato estratto?
Validità interna ed esterna di un campione
La risposta a queste due domande deriva dai concetti di validità interna e di validità esterna
di uno studio statistico.
Validità interna: misura quanto i risultati di uno studio sono corretti per il campione di
individui che sono stati studiati: viene detta “interna” appunto perché è relativa
esclusivamente al gruppo di casi studiati e non necessariamente agli altri. La validità interna
rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente perché uno studio sia utile.
Validità esterna: è il grado di generalizzabilità delle conclusioni tratte da uno studio
campionario. Essa misura il grado di verità dell’assunto secondo cui gli individui studiati con

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il campione sono “uguali” a quelli dell’intera popolazione che non rientrano nella rilevazione
campionaria.
In generale: Data una popolazione da cui viene estratto un campione se la validità è
positiva, si può sostenere che il campione rappresenta la popolazione da cui è stato estratto;
se è negativo, occorre procedere ad un nuovo campionamento.

Bontà di un campione
Un campione è valido (bontà di un campione) se è:
1. eterogeneo: se include tutte le caratteristiche e qualità diverse. Il campione deve
essere diversificato al suo interno in modo da presentare una variabilità di caratteristiche
collegate alle informazioni da rilevare (tutti studenti)
2. rappresentativo: ovvero se presenta, senza distorsioni, tutte le caratteristiche della
popolazione di riferimento. La rappresentatività è garantita se la procedura di
campionamento è casuale ossia se è regolata dalla legge caso/probabilità
3. accurato: ovvero se il grado di minimizzazione degli errori di copertura (lista della
popolazione) è elevato ed il numero di non risposte (tutti i casi del campione sono
raggiungibili) è basso
4. ampio: ovvero se include un numero elevato di casi. L’ampiezza è inversamente
proporzionale agli errori di rilevazione

Come si determina l’ampiezza del campione?


Per determinare la dimensione ottimale del campione (il campione più piccolo col minimio
errore di campionamento) che consenta di stimare una percentuale ad una precisione voluta
(intervallo di confidenza stabilito) si utilizzano le tavole di campionamento.
Per usarle è necessario conoscere:
1. n° delle unità che compongono la popolazione dal quale il campione deve essere
tratto
2. l’intervallo di fiducia/confidenza al quale si intende operare
3. la percentuale di soggetti della popolazione che possiedono le caratteristiche
richieste
4. l’errore campionario massimo che vuole accettare nei risultati

Determinazione dell’ampiezza del campione: esempio


Si intende stimare i votanti per il partito politico X in una città dove gli elettori sono 200.000;
alle precedenti elezioni il partito X aveva preso il 23% dei voti
popolazione (N) = 200.000
intervallo di fiducia = 95%
stima (P) dei voti che il partito X dovrebbe prendere =23% dei votanti
errore campionario = 1%
Campione = 6580

Tipi di campionamento
I tipi di campioni si possono raggruppare in:
1. campionamento probabilistico: è la procedura di campionamento in cui i casi
vengono scelti in modo che la probabilità che di ciascun caso ha di essere incluso
nel campione è nota

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2. campionamento non probabilistico: è la procedura di campionamento in cui i casi


vengono scelti in modo che la probabilità che di ciascun caso ha di essere incluso
nel campione è non nota
NB: Dal momento che nei campioni non probabilistici i casi sono scelti senza conoscere la
loro probabilità di selezione, la teoria sviluppata per il campionamento probabilistico non può
essere applicata.

1. Campionamento probabilistico
Un campionamento si dice probabilistico quando per ciascun caso la probabilità di essere
estratti è nota ed è diversa da zero. Consente l’inferenza ossia la generalizzazione dei
risultati a tutta la popolazione.
CARATTERISTICA: la media della popolazione è uguale alla media del campione.
In un CP è fondamentale la conoscenza dell’universo: per poter estrarre in modo
probabilistico i casi dalla popolazione è necessario avere dati sull’universo teorico, è
necessario, cioè, disporre di informazioni circa le caratteristiche della popolazione.
N = corrisponde al numero dei soggetti nella popolazione oggetto di indagine.
n = corrisponde al numero dei soggetti nel campione.
K = n/N = rapporto di campionamento.

Come si scelgono casualmente i casi da includere nella rilevazione? Le tavole dei


numeri casuali
Stabilita l’ampiezza del campione, devono essere individuati i casi che concretamente
devono essere inclusi nel campione. Perché la scelta sia effettivamente casuale si ricorre
alle tavole dei numeri casuali.
Una tavola di numeri casuali si compone di una serie di cifre generate casualmente ed
elencate nell’ordine secondo cui sono state generate.
Poiché il sistema decimale ha 10 cifre (le cifre 0,1,2,3,…,9), queste hanno tutte la stessa
probabilità 1/10 di essere generate casualmente.
Le cifre sono riunite in gruppi di cinque per facilitare la lettura; poiché tutte le cifre o
successioni di cifre nella tavola sono casuali, si può leggere sia in senso orizzontale che
verticale, dall’alto o dal basso, specificando però prima di iniziare a usare la tavola il criterio
scelto; bisogna inoltre scegliere un punto di partenza nella tavola dei numeri casuali (ad
esempio puntando a caso con una matita a occhi chiusi). Per usare la tavola si assegna ad
ogni elemento della popolazione un codice numerico, ad esempio si fa una lista numerata; si
può ottenere un campione leggendo la tavola dei numeri casuali e selezionando gli individui
della lista il cui codice coincide con il numero casuale.

I tipi di campionamento probabilistico


1. Campionamento casuale semplice
2. Campionamento sistematico
3. Campionamento stratificato random
4. Campionamento a stadi
5. Campionamento per aree
6. Campionamento a grappoli (cluster)

1. Campionamento casuale semplice


E’ la più semplice tecnica di selezione di un campione; il procedimento è sostanzialmente
simile allo schema di estrazione da un’urna.

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Un campione casuale semplice è un campione in cui ogni individuo della popolazione ha la


stessa probabilità di essere scelto.
Se si indica con n la dimensione del campione (numero di elementi del campione) e con N la
dimensione della popolazione, (numero di elementi della popolazione), nel campionamento
casuale semplice la probabilità che ogni individuo della popolazione ha di essere scelto alla
prima estrazione (rapporto di probabilità) è 1/N.
In questo tipo di campionamento è necessaria la presenza di una lista della popolazione.
La selezione del campione può essere fatta in due modi:
- con reimmissione: ciascun elemento della popolazione è disponibile ad ogni
estrazione, quindi ad ogni estrazione ogni elemento ha sempre probabilità 1/N di
essere estratto. In questo modo un elemento può essere nuovamente estratto in una
successiva estrazione
- senza reimmissione. Ciascun elemento, una volta selezionato, non viene rimesso
nella popolazione e non può più essere scelto di nuovo. In questo modo però gli i
casi non hanno tutti la stessa probabilità di essere estratti, perché si altera la
composizione del campione dopo ogni estrazione
Tutti i tipi di campionamento probabilistico si basano sul Campionamento Casuale Semplice.
Campionamento casuale semplice: procedura
Con sorteggio
Ad ogni numero è associato ad un soggetto:
a. estrazione di un numero da un’urna
b. ricorso ai numeri casuali generati dai computer
c. utilizzo della tavola dei numeri casuali
Senza sorteggio
a. Si predispongono in un’urna tanti bigliettini quanti sono gli elementi della popolazione
e se ne estraggono un n prestabilito
b. si inseriscono nomi dell’intera popolazione in un foglio elettronico e si numerano in
ordine alfabetico da 1 a N. Si estraggono i casi da includere nel campione in modo
casuale (dati o 1 caso ogni tot.)
c. tavola numeri casuali: se N ha 3 cifre si seleziona la prima tabella con 3 cifre e si
procede o in verticale, diagonale orizzontale

2. Campionamento sistematico
E’ un tipo particolare di campionamento casuale semplice dove le unità campionarie sono
individuate sistematicamente una ogni dato intervallo. Nel campionamento sistematico le n
unità che costituiranno il campione sono scelte dalla popolazione ad intervalli regolari ossia
in base ad una regola prefissata.
Questo metodo assicura anche che le singole unità del campione siano distribuite
uniformemente all’interno della popolazione.
Occorre tuttavia porre attenzione che l’intervallo di campionamento prescelto non sia
influenzato da qualche variabile esterna che agisce con la stessa ciclicità del
campionamento.
Il campionamento sistematico è più facile da eseguire, ma il suo uso acritico può portare con
facilità a campioni affetti da errori sistematici; rischio che non c’è con il campionamento
casuale semplice.
Campionamento sistematico: procedura
a. Si costruisce un elenco di nominativi e si associa un numero
b. Si definiscono le unità totali della popolazione e si classificano da 1 a N N è noto

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c. Si decide la dimensione del campione da estrarre, corrisponde al valore di n.


d. Si calcola l’intervallo di campionamento rapporto k (N/n)
e. Si estrae a caso un valore compreso tra 1 e k
Esempio (exit poll):
N = 1000 ; n = 100 ; k = 1000/100 = 10
Si sceglie per iniziare un n° compreso tra 1 e 10 e poi se ne prende uno ogni 10
2 = n° estratto a caso tra 1 e 10

3. Campionamento stratificato
E’ un tipo particolare di campionamento casuale semplice, nel quale si utilizzano una o più
caratteristiche precedentemente acquisite sulla popolazione per suddividerla in sotto
popolazioni o strati ciascuno dei quali si suppone omogeneo. Si utilizza quando, essendo in
possesso di una lista completa della popolazione, si intende studiare un carattere specifico –
e determinante- della popolazione I campioni estratti da un sottogruppo sono più omogenei
tra di loro e presentano una variabilità minore rispetto all’intera popolazione.
Con questa strategia di campionamento è possibile assicurare la rappresentatività dei
sottogruppi della popolazione. Prima di effettuare l’estrazione del campione la popolazione
viene suddivisa in strati basati sul fattore che influenza il livello del carattere da studiare.
Quindi, all’interno di ciascuno strato si sceglie un campione con il metodo della
randomizzazione semplice o sistematica.
Lo svantaggio del campionamento stratificato è che lo stato di tutte le unità di
campionamento, rispetto ai fattori su cui è basata la stratificazione, deve essere noto prima
di scegliere il campione.
Campionamento stratificato random: procedura
a. Si divide la popolazione in sottocampioni/strati omogenei in base ad una
caratteristica della popolazione (caratteristica = regione di residenza, strati = Nord centro
sud)
b. Si effettua un campionamento casuale semplice in ogni strato
c. I sotto campioni definiscono, nel loro insieme, il campione basato sulle variabili
stratificanti
Esempio: Ricerca sul reddito degli italiani
Si divide la popolazione per professione in 4 strati: operai impiegati autonomi e
professionisti.
Estraiamo in modo casuale un campione da ciascuno strato e si unifica il campione.
Campionamento stratificato proporzionale e non proporzionale
- Stratificato proporzionale = riproduzione della stessa composizione degli strati nella
popolazione. Utilizzando gli stessi rapporti di campionamento per i diversi strati.
Esempio:
Se gli operai sono il 40% della Popolazione, impiegati 40%, autonomi 15% e professionisti
5% e il campione è n= 1000 allora si prenderanno operai 400 impiegati 400, autonomi 150 e
professionisti 50.
- Stratificato non proporzionale = sovra / sottorappresentazione di uno strato
utilizzando rapporti di campionamento diversi per gli strati. Si usa quando si vogliono
sovra rappresentare gli starti meno numerosi della popolazione.
Esempio:
Se operai 40%, impiegati 40%, autonomi 15% e professionisti 5% e n= 1000 sovra
rappresentiamo i professionisti operai 400 impiegati 400, autonomi.

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4. Campionamento a stadi
Si utilizza quando non è disponibile una lista complessiva delle unità della popolazione. A
questo tipo di campionamento si ricorre per necessità in quanto le stime con esso ottenibili
sono di solito meno efficienti (maggior variabilità campionaria) di quelle calcolate applicando
un campione casuale semplice. E’ definito sulla base di scelte e procedure successive che
passano per più stadi.
Procedura
a. La popolazione viene divisa in gruppi gerarchicamente ordinati
b. I casi vengono estratti con un procedimento “ad imbuto”
Esempio di tale situazione è dato dall’anagrafe che non esiste come unico archivio
nazionale ma è suddivisa negli 8.103 comuni italiani. In questo caso si procede:
1. estrazione casuale di un campione di comuni (unità di primo stadio)
2. estrazione di un campione casuale di famiglie (unità di secondo stadio) da ciascuna
lista anagrafica per ogni comune selezionato

5. Campionamento per aree


E’ un tipo di campionamento a stadi dove lo stadio è un’area geografica.
Si utilizza quando non si dispone di una lista per la selezione delle unità e queste sono
dislocate sul territorio.
In questo caso si procede ad una suddivisione in parti (aree) dell’intero territorio e
all’estrazione di un campione di aree. Quindi si esplorano le aree campionate, allo scopo di
enumerare esaustivamente le unità presenti al loro interno e produrre delle liste complete.
Infine, dalle liste prodotte, si estraggono le unità campione da contattare per la rilevazione
vera e propria.
Dal punto di vista teorico il campionamento per aree deve essere considerato una forma
particolare di campionamento a più stadi.
Esempio: Ricerca sugli Italiani
MULTISTADI
Macroarea/Regioni/Province/Comuni/Zona rurale-urbana/individui

6. Campionamento a grappoli (cluster)


E’ un tipo di campionamento a stadi. E’ utilizzato quando la popolazione risulta naturalmente
divisa in gruppi/grappoli (Esempio: classi scolastiche, reparti aziendali ecc.).
Questa tecnica di campionamento è stata proposta nelle indagini di mercato per evitare di
avere una distribuzione dei campioni in un territorio molto vasto. Le procedure da adottare
prevedono di dividere la popolazione in cluster (solitamente delle zone geografiche). Si
estraggono a caso dei cluster e si procede per l’estrazione del campione dai cluster
selezionati.
Esempio: Ricerca sugli studenti
Istituti superiori/Sezioni/Classi/tutti gli studenti delle classi (grappolo) campionate
casualmente

27. CAMPIONAMENTO NON PROBABILISTICO


Un campionamento si dice non probabilistico quando per ciascun caso la probabilità di
essere incluso nel campione non è nota.
=> In un CNP la conoscenza dell’universo non è necessaria.
=> Il CNP non consente l’inferenza per questo i risultati sono estendibili solo al campione.

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La differenza con campionamento probabilistico è rappresentata dalla selezione non casuale


dei campioni.
Il campionamento non probabilistico non fornisce a ciascuna unità della popolazione la
stessa occasione di essere parte del campione: alcuni gruppi o individui hanno maggiore
probabilità di essere scelti, altri meno.
Questo metodo, infatti, prevede la selezione del campione in base a criteri di comodo o di
praticità: per esempio, perché gli elementi da campionare sono più facilmente accessibili, o
per ragioni di costo, o perché in una certa zona sono disponibili volontari ecc. Un campione
selezionato con questi criteri, sebbene abbia il vantaggio della rapidità, fornisce dati poco
affidabili e può essere facilmente viziato da errori sistematici.

Tipi di campionamento non probabilistico


1. Campionamento a casaccio
2. Campione di esperti
3. Campionamento per quota
4. Campionamento a scelta ragionata
5. Campionamento a valanga o a catena o a palla di neve
6. Campionamento telefonico / sistema CATI
7. Campionamento di convenienza / di disponibilità

1. Campionamento a casaccio
E’ costruito in modo accidentale senza nessun criterio di base.
Esempio 1: sondaggio elettorale telefonico.
Si intervistano le prime 100 persone che rispondono al telefono (considerare orario ecc).
Esempio 2: in un sondaggio di opinioni all’interno di una piccola azienda con 200 impiegati si
vuole studiare la valutazione attribuita alla qualità della mensa. A questo scopo si decide di
esaminare un campione composto da 20 persone. Per motivi di convenienza, si intervistano
le prime 20 persone che si presentano in sala mensa. Questo criterio é molto pratico, in
quanto non bisogna attendere l’arrivo di tutti i dipendenti; tuttavia, si esamineranno impiegati
di livello più basso: i dipendenti più impegnati o comunque meno “affamati” non entreranno a
far parte del campione. Questo campione, è dunque viziato da un errore sistematico.

2. Campione di esperti
E’ costituito da soggetti che si ritiene siano particolarmente informate su certi argomenti.
E’ utilizzato nelle ricerche di tipo qualitativo (focus group).
Si distinguono:
opinion leader (figure socialmente influenti)
testimoni privilegiati (figure non socialmente importanti ma detentori)

3. Campionamento per quota


Ha la stessa logica del campionamento stratificato, ma le quote all’interno di ciascuno strato
sono selezionate dai ricercatori con criteri non probabilistici.
Si ottiene definendo un dato numero di soggetti da campionare secondo certe variabili, o in
base ad una quota fissa (100 operai, 100 contadini, ecc) o mantenendo una certa
proporzione tra universo e campione ( se in una città ci sono 30% di operai e 70% di
contadini si cerca di mantenere la stesa quota nel campione ma la scelta nei singoli strati
non rispetta le regole della probabilità).

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4. Campionamento a scelta ragionata


Le unità campionarie vengono scelte in modo razionale sulla base di alcune loro
caratteristiche, e si utilizza quando l’ampiezza del campione è limitata.
Esempio: Campione Prospex dell’Istituto Cattaneo IARD
I Comuni italiani sono stati classificati in 20 stati derivanti dall’incrocio fra la dimensione del
comune (meno di 5000 abitanti, 10-50 mila; 50-100 mila; oltre 10 mila) e zona geografica
(Nord-Centro – Sud e Isole).
Per ogni strato si è scelto un numero di comuni sulla base del peso demografico della
popolazione residente (Es. la popolazione dei comuni del nord con 5000 abitanti è il 6%
della popolazione totale sono stati scelti 6 comuni).

5. Campionamento a valanga (o a catena o a palla di neve)


E’ utilizzato nel caso la popolazione sia costituita da soggetti che tendono ad occultare la
loro identità (omosessuali, prostitute ecc.) o sono di difficile reperibilità (clandestini ecc).
Consiste nel selezionare i casi utilizzando le reti relazionali (sociali, culturali, politiche) di un
gruppo di persone inizialmente contattate.
Es. Indagine sugli immigrati senza permesso di soggiorno
Si contatta un immigrato, lo si sottopone ad intervista e poi gli si chiede di indicare un altro
immigrato di sua conoscenza disposto a rilasciare l’intervista.

6. Campionamento telefonico – 7. Campionamento di convenienza o di disponibilità


Campionamento telefonico / sistema CATI: si utilizza nelle inchieste telefoniche ed è
gestito dal software CATI che seleziona i soggetti da intervistare direttamente dagli elenchi
telefonici.
Campionamento di convenienza o di disponibilità: si utilizza quando i soggetti da
intervistare sono irraggiungibili e ci si basa unicamente su gruppi volontari.
Considerazioni conclusive

Note di uso per la pianificazione un disegno campionario


1. Adottare una strategia di campionamento testata, monitorata e valicata.
2. Considerare più disegni di campionamento alternativi e valutarli alla luce di
informazioni disponibili quali censimenti, indagini precedenti, dati amministrativi o
appositi studi pilota.
3. Prevedere una certa flessibilità nel disegno in maniera da far fronte a necessità quali
l’aggiornamento delle probabilità di selezione o una riduzione della dimensione
campionaria.
4. Prevedere una rotazione del campione qualora si desideri fornire stime di variazioni
efficienti e si voglia limitare il carico della rilevazione sulle unità statistiche.
5. Prevedere metodi per trattare il caso in cui alcune delle unità indagate si scoprano
non appartenere allo stato loro assegnato o non rientrare nella classificazione loro
attribuita.
6. Considerare nella fase di disegno del campione anche problemi connessi agli errori
di campionamento quali l’impossibilità di contattare qualche unità, il contatto di unità
non appartenenti alla popolazione (ad Esempio un’impresa dove ci si aspetta una
famiglia) o il rifiuto a partecipare all’indagine.

CAP 7
21. LA RILEVAZIONE DEGLI ATTEGGIAMENTI

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Che cosa è un atteggiamento?


Le domande inserite in un questionario possono riguardare anche le proprietà psichiche
ovvero i valori, le opinioni, le motivazioni, i sentimenti, i giudizi, i valori e, più in generale, gli
atteggiamenti.
Il termine atteggiamento è stato utilizzato per la prima volta dai sociologi Thomas e
Znaniecki, nel 1918 nella ricerca Il contadino polacco in Europa e in America di due
sociologi: Gli autori definirono l’atteggiamento come un processo della coscienza individuale
(mentale) che determina le risposte effettive e potenziali (azioni) di ogni individuo al suo
ambiente sociale.
Gli atteggiamenti sono, dunque, parte dei valori sociali, essi vengono concepiti come relativi
ad un singolo oggetto mentre i sistemi di valore sono degli orientamenti verso intere classi di
oggetti. Gli atteggiamenti individuali sono spesso organizzati entro un sistema di valori.
La prima definizione di atteggiamento (piuttosto generica) fu quella di Gordon Allport, il quale
lo considerava uno stato mentale o neurologico di prontezza, organizzata attraverso
l’esperienza, che esercita un’influenza direttiva o dinamica sulla risposta dell’individuo nei
confronti di ogni oggetto o situazione con cui entra in relazione. Questa definizione mette in
evidenza il fatto che si parla di uno stato non direttamente osservabile e che si tratta di una
variabile che interviene fra lo stimolo e la risposta.

Componenti di un atteggiamento
L’atteggiamento è dunque un costrutto psicologico costituito da 3 componenti di natura
diversa:
- componente cognitiva: conoscenza di un certo oggetto o soggetto ovvero le
informazioni e le credenze che gli individui possiedono a proposito dell’oggetto a cui
si volge l’attenzione)
- componente affettiva: la reazione emotiva che l’oggetto suscita
- componente comportamentale: Propensione ad agire di conseguenza ovvero
l’azione di avvicinamento o esitamento rispetto all’oggetto)

La misurazione/rilevazione degli atteggiamenti


A differenza delle altre, queste informazioni sono più difficili da ottenere e questo per una
serie di problematiche:
- a causa della loro natura, sfumata e inafferrabile che rende difficoltosa la
trasformazione del concetto in variabili;
- perché le questioni che attengono gli atteggiamenti si riferiscono ad argomenti sui
quali l’intervistato può rispondere sulla base della desiderabilità sociale (vedi Lez.
22).
Ad esempio, se si intendesse indagare sul razzismo non solo sarebbe difficoltoso
operativizzare tale concetto – a causa dell’alta generalità del concetto stesso – ma sarebbe
anche possibile che, interrogato sul suo grado di razzismo, l’intervistato si dichiarerebbe non
razzista semplicemente perchè esserlo non sarebbe condiviso dalla società a cui
appartiene.
In pratica, chiedere ad un soggetto l’età o il partito per cui ha votato alle ultime elezioni è
certamente più semplice che domandargli se si ritiene razzista o meno.
Queste problematiche rendono molto complessa la rilevazione degli atteggiamenti al punto
che non esiste un modo preciso e totalmente affidabile.

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Esistono tuttavia degli strumenti di raccolta e di analisi dei dati che consentono di rilevare
indizi utili alla loro comprensione.

La tecnica delle scale


Per risolvere queste problematiche si ricorre alle tecniche delle scale (scaling). Alla base di
queste tecniche c’è l’idea che anche proprietà meramente psichiche possono essere rilevate
semplicemente perché esse sono proprietà continue e misurabili. In questo caso l’unità
d’analisi è l’individuo, il concetto generale è un atteggiamento (credenze di fondo non
rilevabili direttamente) e i concetti specifici sono le opinioni (espressione empiricamente
rilevabile di un atteggiamento).
Nello specifico, le tecniche di scaling sono un insieme di procedure messe a punto per
misurare concetti complessi e non direttamente osservabili. Il modo per poterli registrare è di
usare un insieme coerente ed organico di indicatori, mettendo a punto criteri per controllare
l’effettiva sovrapposizione fra indicatori e concetto e la completezza della procedura. Per
questo una scala è un insieme coerente di elementi che sono considerati indicatori di un
concetto più generale.

Ordinale o cardinale?
Il problema è che queste proprietà, considerate continue e misurabili, di fatto non hanno
un’unità di misura. Nell’esempio di prima, non esiste un’unità di misura del razzismo. Per
risolvere questo problema, si ricorre appunto alle tecniche di scaling che, infatti, producono
dati ai quali si attribuiscono (legittimamente o illegittimamente) le proprietà cardinali (variabili
cardinali).
Per attribuire proprietà cardinali occorre che:
1. la proprietà deve essere continua o discreta cardinale
2. per tutti i casi deve essere rispettata la relazione monotonica fra stati sulla proprietà e
valori delle categorie della variabile
3. l’UM deve essere intersoggettiva e replicabile
Alcune tecniche di scaling rispettano tutte e tre le condizioni, in questo caso, le variabili
prodotte non sono trattabili come cardinali si otterranno variabili categoriali ordinate. Altre
tecniche di scaling soddisfano solo la prima e la seconda condizione, invece l’unità di misura
non è né intersoggettiva né replicabile. In questo caso, le tecniche di scaling prendono il
nome di scale auto-ancoranti e le variabili prodotte sono trattabili come cardinali, per
distinguerle da quelle legittimamente cardinali vengono dette variabili quasi-cardinali.

Tipi di scaling
Scaling con variabili non trattabili come cardinali
- Scala Likert (lez. 23)
- Scala Guttman (lez. 24)
Scaling con variabili trattabili come cardinali (lez. 25)
- Scale autoancoranti
- Differenziale semantico
- Scala Cantril
- Termometro dei sentimenti
- Autocollocazione di un segmento graduato
- Scale autografiche

Aspetti comuni alle varie scale di atteggiamento

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Tutte le scale debbono essere valide, attendibili e facilmente somministrabili


- presuppongono il coinvolgimento del soggetto nella determinazione del punteggio
del suo stato sulla proprietà
- si fondano su un’interpretazione unidimensionale della proprietà da rilevare
- utilizzano batterie di frasi stimolo (items) che rilevano opinioni e permettono di
sondare la dimensione latente dell’atteggiamento
- ciascuna batteria di frasi stimolo può riferirsi a uno o a più atteggiamenti
- le batterie generano misure costituite da score (punteggi), tendenzialmente su scala
cardinale
Ciascuna tecnica si distingue per la forma dello schema di alternative di risposta (picchetti).

Le distorsioni
Prima di affrontare nello specifico le singole scale, è opportuno sottolineare che, al
pari delle altre tecniche di rilevazione dati, anche le scale di atteggiamento, possono
produrre distorsioni.
La distorsione è un’alterazione dello stato effettivo dei soggetti sulla proprietà che interviene
nel processo di rilevazione e/o registrazione
Le distorsioni possono riguardare:
- le scale ovvero i singoli items
- le batterie di item ovvero l’insieme degli items proposti per rilevare un atteggiamento
Indipendentemente dalla scala considerata è possibile individuare 5 tipi di distorsioni:
- presentazione del sé
- natura semantica della variabile
- struttura formale
- successione delle domande
- risposte fornite dall’intervistato (R)
NB: Alcuni tipi distorsioni sono proprie delle scale con categorie ordinate ed altre sono
specifiche delle scale autoancoranti.

22. LA TECNICA DELLE SCALE DI ATTEGGIAMENTO. LA SCALA LIKERT


La scala Likert fu ideata dallo psicometrico americano Rensis Likert nel 1932 con lo scopo di
elaborare un nuovo strumento, più semplice rispetto ad altri, per la misurazione di opinioni e
atteggiamenti.
E’ molto utilizzata perché di facile costruzione. E’ costituita da una serie di affermazioni
(item) semanticamente collegate agli atteggiamenti su cui si vuole indagare: ciascun item
rileva lo stesso concetto sottostante, per questo motivo è una scala unidimensionale. Gli
item sono presentati agli intervistati sottoforma di batterie. L’intervistato è chiamato ad
esprimere il suo grado di accordo/disaccordo con ciascuna affermazione scegliendo tra
cinque o sette modalità di risposta che vanno da: completamente d’accordo, d’accordo,
incerto, in disaccordo, in completo disaccordo (nella versione originale utilizzata da Likert
vengono così definite: strongly agree, agree, uncertain, disagree, strongly disagree).
A ciascuna modalità di risposta viene attribuito un punteggio (5, 4, 3, 2, 1 oppure 4, 3, 2, 1,
0), la somma (media) dei punteggi alle risposte di ciascun individuo sull’intera batteria
rappresenta la posizione dell’individuo sul concetto indagato. Per questo motivo la scala
Likert è una scala additiva.

Gli assunti di base

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1) Unidimensionalità degli atteggiamenti oggetto d’indagine: le diverse affermazioni


utilizzate devono riferirsi allo stesso concetto, ossia gli items devono rilevare la stessa
proprietà, devono quindi rilevare lo stesso atteggiamento.
2) Concettualizzazione della dimensione come continua: l’atteggiamento è considerato
come un continuum, ovvero le modalità di risposta vengono ordinate lungo un continuo
sottostante che esprime l’orientamento dell’atteggiamento; risposte date
3) Equidistanza tra le categorie di risposta: si dà per assunto che le posizioni percepite
siano le stesse per ciascuna categoria e per tutti gli intervistati; ovvero si presuppone
che la distanza tra “completamente d’accordo” e“d’accordo” sia uguale a quella che c’è
fra “disaccordo” e “completamente in disaccordo”, così come rispetto alla categoria
“incerto” (cfr. Marradi 1980, 62).

Come si costruisce una scala Likert


La costruzione di una scala Likert si compone di quattro fasi:
1. formulazione degli item
2. classificazione degli items
3. selezione degli item e coerenza interna
4. applicazione della scala

1. Formulazione e classificazione degli item


E’ la fase teorica nella quale vengono individuate le dimensioni dell’oggetto studiato
(concetto/atteggiamento) ovvero vengono formulati gli item che si riferiscono ai differenti
aspetti dell’atteggiamento da rilevare. In genere, gli items sono monotoni, cioè formulati in
modo unidirezionale rispetto all’oggetto da rilevare, così che quanto più favorevole è
l’atteggiamento del soggetto verso l’oggetto, tanto maggiore sarà il suo score (punteggio)
per l’item. Gli item devono essere formulati in modo chiaro, sintetico al fine di ridurre il
rischio di distorsioni.
Alle cinque (o sette) modalità di risposta degli item vengono assegnati i valori numerici (1=
completamente d’accordo, 2=d’accordo, 3=incerto, 4=in disaccordo, 5=in completo
disaccordo, nel caso di items monotoni negativi, i valori delle categorie sono invertiti in modo
che una risposta 1 significhi sempre ‘completamente d’accordo’ rispetto all’oggetto
psicologico in questione: cioè 1= completamente in disaccordo nel caso di items formulati in
senso negativo).

2. Selezione degli item


In questa fase si selezionano gli item da inserire nella scala finale.
Gli item selezionati dal ricercatore vengono sottoposti ad un campione pilota affinché valuti
che tutti gli elementi della scala siano in relazione tra loro (pre-test) ovvero per verificarne in
via preliminare la coerenza interna e la validità; ciò consentirà di evitare ridondanze e di
eliminare i quesiti ambigui.
La coerenza interna delle scale viene usata per verificare se esistano elementi della scala
che non siano coerenti con gli altri. Gli strumenti utilizzati sono la correlazione elemento-
scala e il coefficiente alfa di Cronbach. Il coefficiente di Cronbach di basa sulla matrice di
correlazione fra tutti gli elementi e sul loro numero. Nell’eliminare elementi dalla scala di
terrà conto sia della correlazione elemento-scala che del coefficiente alfa.
L’unidimensionalità o controllo di validità. Nella fase finale si effettua il controllo di validità
della scala, nel senso che se ne valuta la capacità di misurare il costrutto per la quale è stata
costruita. In questa fase si effettua sia una verifica della capacità degli item rilevati di

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identificare una certa caratteristica cognitiva, nonché di verificare, per una data
caratteristica; questa tipo di controllo è generalmente eseguito con tecniche di tipo fattoriale,
le quali, mediante la riduzione delle variabili rilevate a variabili latenti non direttamente
osservabili, riescono a cogliere.
Nello specifico
Calcolo dell’item-score. Si assegna uno score per ogni item uguale alla media delle risposte
1 – 5 fornite dai soggetti. Si calcola quindi la deviazione standard e si ponderano gli items a
seconda della loro deviazione rispetto all’item – score medio di tutti gli items. I ‘pesi’ così
ricavati offrono un criterio per assegnare maggior valore ad una risposta 1 su un item
estremo che a una identica risposta 1 su un item meno estremo.
I soggetti ricevono uno score uguale alla media di tutte le loro risposte 1-5, e vengono
ordinati secondo questo score dai meno favorevoli ai più favorevoli. Quindi si prende il 25%
(o altra frazione arbitraria) dei meno favorevoli e il 25% dei più favorevoli, e si scelgono
come migliori gli items che meglio discriminano tra i due gruppi di soggetti.
Con gli items selezionati si costruisce la scala definitiva.

3. Applicazione della scala


L’intervistato deve classificare gli items da 1 = ‘completamente d’accordo’ a 5 =
‘completamente in disaccordo’, e il suo score sulla scala corrisponde alla media dei suoi
scores sugli items. Poiché nella scala Likert si tiene conto del fatto che le categorie di
risposta sono espresse con dei numeri naturali, “il punteggio individuale sull’intera scala,
[può anche essere] costituito dalla [...] somma dei codici numerici attribuiti alle risposte
scelte da un individuo ai vari items della scala” (Cacciola – Marradi 1988, 72).
Generalmente una batteria è composta da 10-12 items per ciascuna dimensione anche se il
principio logico è che “il numero dovrebbe essere grande abbastanza da dare stabilità alla
scala, ma non tanto da stancare i soggetti che rispondono” (Perrone 1977, 382).
Per quanto riguarda il numero delle categorie di risposta previste dalla scala nella versione
originaria all’intervistato veniva lasciata la scelta fra sette possibili reazioni all’affermazione;
in seguito le due categorie introdotte da mildly furono abbandonate” (Cacciola – Marradi
1988). La tendenza attuale è di eliminare la categoria 3 (“incerto”) per costringere chi
risponde a prendere posizione, nella assunzione che “i “veri” incerti si distribuiscono
probabilisticamente in parti uguali” (Perrone 1977, 382).

Sintesi
1. Il ricercatore scegli un certo numero di frasi (items) semanticamente collegate
all’atteggiamento da rilevare
2. Il ricercatore non deve stabilire in che posizione del continuum (con cui si
rappresenta l’atteggiamento) si colloca ciascun item
3. Per ogni item l’intervistato deve scegliere tra 5 o 7 categorie di risposta che formano
una scala di accordo/disaccordo
4. A ciascuna categoria di risposta vengono associati numeri in rapporto monotonico (di
solito da 1 a 5 o da 1 a 7) per cui al punteggio basso corrisponde un basso (o un
alto) consenso e ad un punteggio alto corrisponde un alto (o un basso) consenso
5. Il punteggio da attribuire ad ogni soggetto sull’atteggiamento rilevato con la batteria
Likert equivale: alla SOMMA dei punteggi ottenuti su ciascuna frase oppure alla
MEDIA di tali punteggi

Le 5 distorsioni della Scala Likert

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1. Response set
2. Acquiescent response set
3. Reazione all’oggetto
4. Falsa doppia negazione
5. Curvilinearità

1. Response set
E’ una distorsione tipica delle domande presentate sottoforma di batterie infatti se da un lato
le batterie accrescono la rapidità, dall’altro riducono la fedeltà dei dati così prodotti; “gli items
di una scala Likert vengono presentati agli intervistati non isolatamente, [...] ma sempre
sottoforma di batteria, cioè in sequenza, in modo da accelerare i tempi mediante l’uso
ripetuto dello stesso schema di risposta” (Cacciola – Marradi 1988, 69). Tutto ciò potrebbe
indurre l’intervistato a dare sempre la stessa risposta, in modo meccanico e sempre uguale,
indipendentemente dal contenuto della domanda. Questo fenomeno viene chiamato
response set La causa più frequente di response set è l’alto numero di item che
compongono ciascuna batteria (molti questionari includono addirittura più batterie). Per
evitarlo è necessario ridurre il numero di item in ciascuna batteria.
Per individuarlo è necessario invertire la polarità semantica degli item.
“Fu lo stesso Likert a capire che era necessario invertire la polarità semantica (e quindi
anche la direzione della codifica numerica) di metà del numero di items di una scala,
mostrando in tal modo di rendersi conto dell’asimmetria fra le risposte positive e quelle
negative [...] accontentandosi di un rimedio che riducesse le distorsioni del punteggio
complessivo”.
Rimedi per evitare il fenomeno del response set
“Sottolineare più attentamente l’indipendenza reciproca delle varie domande della batteria”
“richiamare l’attenzione dell’intervistato sull’incongruenza delle risposte”
“interrompere la batteria, inserendo domande di forma diversa prese dallo stesso
questionario, oppure”
“da una lista di domande appositamente concepite per risvegliare l’interesse dell’intervistato”
(Marradi)

2. Acquiescent response set


Consiste nella tendenza a dichiararsi sempre d’accordo con tutte le affermazioni che
vengono sottoposte (Gasperoni e Giovani 1992).
In pratica, l’intervistato, specie se ha un basso livello di istruzione, risponde agli item come
pensa risponderebbe l’intervistatore. Questo accade perché l’intervistato considera le fasi
che gli vengono sottoposte come espressioni di verità e tendono a non disapprovarle. In
questo caso la distorsione può essere evitata dall’azione dell’intervistatore.
Reazione all’oggetto
Si verifica quando “l’intervistato non reagisce alle affermazioni, ma ai personaggi, alle azioni,
alle situazioni menzionate dalle affermazioni stesse” (Cacciola – Marradi 1988, 86). Quindi, il
fenomeno si manifesta quando un soggetto non riesce a separare l’affermazione (che può
essere favorevole o contraria) dall’oggetto (che può essere accettato o rifiutato).
Es. “I politici si interessano solo al voto, non ai bisogni degli elettori”: “Completamente in
disaccordo… dovrebbero interessarsi anche ai bisogni, non solo al voto. Sono in disaccordo
con loro”. (Marradi 2007)
Il fenomeno della ‘reazione all’oggetto‘ “può emergere solo se l’intervistato premette o fa
seguire dei commenti alla risposta incasellata nelle categorie previste da Likert; questo

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spiega perché [tale fenomeno] non è stato notato in occasione dei sondaggi di massa, che
non incoraggiano e comunque non registrano in alcun modo i commenti a latere degli items
Likert”. (Sapignoli)
Rimedi per la reazione all’oggetto
“Un modo per neutralizzare le conseguenze negative di tale fenomeno è sottoporre
all’intervistato esclusivamente affermazioni positive nei confronti del loro oggetto: in tal
modo, sia che l’intervistato valuti l’affermazione [quindi il significato dell'intera frase], sia che
egli reagisca all’oggetto [contenuto nell'affermazione], la sua risposta sarà la stessa.
Se invece l’affermazione è negativa nei confronti del suo oggetto [...] in un sondaggio di
massa non ci sarà modo di sapere se chi risponde negativamente lo fa perché disapprova
davvero l’affermazione [...] oppure perché disapprova [l'oggetto]” (Cacciola – Marradi).
Per individuare un fenomeno così articolato e che può creare forti distorsioni, il modo
migliore è quello di considerare attentamente, se non di incentivare, i possibili commenti
espressi dagli intervistati sulle varie affermazioni. Infatti “ove i commenti liberi di un
intervistato ad un’affermazione e la relativa risposta data con una tecnica di rilevazione
siano incompatibili, si può ritenere che il commento sia quello che rispecchia il suo pensiero
sull’oggetto, mentre la risposta codificata sia affetta da qualche forma di distorsione.
(Marradi)

3. Curvilinerarità
La scala Likert “parte dall’assunto che tutti i soggetti favorevoli ad una certa proposizione si
collochino su di un lato, mentre i contrari si collocano sull’altro. La possibilità di
mescolamento è quindi considerata nulla. ” (Giudicini 1995, 98)
Può però accadere che la formulazione di un item produca la scelta della stessa alternativa
di risposta da parte di due soggetti, pur avendo essi un’opinione opposta sul tema in
questione. Si verifica perciò che questi soggetti, dando la medesima risposta, ottengano lo
stesso punteggio che evidentemente non corrisponde al loro “stato” reale. Tutto ciò porta a
trasformare il continuum in una U coricata; si parla in questo caso di “curvilinearità”.
Pertanto, in talune circostanze si avrà una situazione come in figura.
Seguendo le indicazioni di Coombs, “per cercare di eliminare il rischio di curvilinearità da
ciascun item [...] sarà opportuno scegliere un’affermazione così estrema da rendere
improbabile che ci siano individui tanto estremi da respingerla perché non è sufficientemente
estrema”. (Coombs 1953, 530)
Secondo Marradi anche questa soluzione provoca distorsioni, “perché tende a comprimere
le posizioni che si trovano nella metà opposta del continuum, confondendo quelle moderate
con quelle estreme”. (Marradi 1980).

Falsa doppia negazione


Si verifica quando l’item è posto al negativo, in questo caso può accadere che l’intervistato
risponda “disaccordo” (negazione) affermando l’item stesso. La soluzione è di non inserire
item negativi.

Considerazioni conclusive
Sembra chiaro, da quanto detto, che per limitare le distorsioni derivanti dalle scale Likert è
necessario formulare attentamente gli item.
Gli items somministrati agli intervistati “devono essere redatti con grande cognizione di
causa, altrimenti suoneranno vaghi e/o inesatti agli intervistati; se alcuni muoveranno

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esplicite critiche, molti ricaveranno una notevole impressione di ignoranza del ricercatore”.
(Cacciola – Marradi 1988, 101)
Inoltre, gli items dovranno essere “strutturalmente semplici, cioè consistere in una sola
affermazione riferita ad un solo oggetto” (ibidem, 99). Sono quindi da evitare anche gli items
del tipo double barrelled, ossia le affermazioni che si riferiscono a due diverse situazioni del
medesimo oggetto.
Infine, gli items dovranno essere “semanticamente semplici” cioè definiti con una
terminologia non ambigua e il più possibile vicina a quella del linguaggio corrente
dell’intervistato. (ibidem, 100)

24. LA TECNICA DELLE SCALE DI ATTEGGIAMENTO. LE SCALE AUTO-ANCORANTI E


LE SCALE AUTO-GRAFICHE

Le scale auto-ancoranti e le scale auto-grafiche


In precedenza, si è evidenziato come spesso siano trattate come variabili cardinali anche le
variabili ottenute mediante tecniche di scaling da proprietà considerate continue ma di cui
non possediamo una unità di misura.
Si è, inoltre, sottolineato, come, in alcune di queste tecniche, l’unità di misura non viene
stabilita dal ricercatore (R) ma dall’intervistato (I).
I si auto-colloca su un ipotetico continuum in cui sono, generalmente, presenti solo due
ancoraggi semantici, un limite minimo ed un limite massimo.
L’unità di misura viene stabilita ex post sulla base delle risposte date dai singoli intervistati.
Rientrano in questa famiglia di tecniche le scale autoancoranti e le scale autografiche
sviluppate fra il 1950 e il 1970.
La differenza tra i due tipi di scale risiede nel fatto che le scale autoancoranti utilizzano cifre
e numeri mentre quelle autografiche utilizzano grafici.

Caratteristiche delle scale auto-ancoranti e auto-grafiche


- L’intervistato valuta oggetti cognitivi (persone, gruppi, istituzioni, eventi) indicati da
termini o espressioni
- La valutazione degli oggetti avviene utilizzando una sequenza numerica o grafica
- Nell’attribuzione di significato ai segni intermedi si suppone che gli intervistati siano
in grado di suddividere mentalmente lo spazio fra i due estremi della scala in
intervalli uguali (scale quasi-cardinali)
- La capacità della scala di rappresentare la complessità della realtà, aumenta con
l’aumentare del numero delle alternative di risposta. Per questo le scale auto-
ancoranti con il campo di variazione più ampio sono preferibili
- L’equidistanza tra le categorie è comunicata all’intervistato

Quali sono le scale auto-ancoranti?


- Il differenziale semantico > Il differenziale semantico è una tecnica di rilevazione dei
significati ideata per quantificare l’aspetto connotativo del significato attribuito ad uno
stimolo senza porre domande dirette.
- Il termometro dei sentimenti
- La scala Cantril
- La scala di autocollocazione su un segmento graduato

La rilevazione del “significato” attribuito ad un concetto

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La questione del significato attribuito ad un concetto nell’ambito dello studio dei


comportamenti è affrontata sia dalla psicologia sociale sia dalla ricerca sociale.
In genere, nella definizione del significato di un concetto è possibile distinguere due aspetti:
1. denotativo, oggettivo che è uguale per tutti
2. connotativo, soggettivo in quanto legato alle reazioni emotive ed affettive che ciascun
oggetto evoca a livello individuale
L’interesse principale è per la dimensione connotativa dei significati. Per poter indagare su
questo aspetto è necessario considerare due elementi principali: innanzitutto, le
problematiche legate alla rilevazione di dimensioni soggettive connesse al livello culturale, di
personalità e di esperienza; in secondo luogo, è necessario individuare uno strumento che
consente di misurare il significato attribuito ad uno stimolo attraverso una procedura di
misurazione standardizzata che consenta di quantificare l’osservazione e di confrontare i
risultati ottenuti. I primi a porsi il problema di come misurare il significato connotativo di uno
stimolo furono Osgood e i suoi collaboratori dell’Università dell’Illinois nel 1957. Osgood Suci
e Tannenbaum sostengono che per misurare il significato connotativo di un concetto non è
necessario basarsi su una descrizione soggettiva e diretta del significato da parte
dell’intervistato quanto piuttosto utilizzare le associazioni che l’intervistato instaura fra il
concetto analizzato e altri concetti proposti in maniera standardizzata a tutti gli intervistati
Risorse: Il differenziale semantico per la misura degli atteggiamenti

Cosa è il differenziale semantico


Su queste basi viene elaborato il differenziale semantico.
Il differenziale Semantico è costituito da una serie di scale, ciascuna delle quali rappresenta
una componente del significato (dimensione dello spazio semantico) ed è immaginata come
una retta passante per l’origine di questo spazio. Il numero di dimensioni che definisce tale
spazio è teoricamente finito, ma non conoscibile.
Ogni scala/dimensione è composta da una coppia di aggettivi bipolari tra i quali è collocata
una scala con 5 o 7 posizioni (rating). Il concetto è collocato soggettivamente in tale spazio
da un numero finito di coordinate ciascuna delle quali corrisponde alla posizione che ciascun
soggetto attribuisce al concetto su ciascuna scala.
Il punto rappresenta il significato connotativo dell’oggetto.
Si chiede, poi, a ciascun intervistato di classificare l’intensità di ogni giudizio sulla scala, la
valutazione che ciascun intervistato da dell’oggetto per ciascuna scala è individuata dalla
posizione dell’oggetto rispetto all’origine e viene espressa in termini di:
- qualità (direzione positiva o negativa)
- intensità (distanza dall’origine)
Il differenziale semantico si configura come una combinazione di associazioni controllate e
di procedure di scaling. (Osgood Suci e Tannenbaum)

Come si costruisce un differenziale semantico


1. Si selezionano degli aggettivi che specificano degli attributi relativi all’oggetto e nel
trovare i rispettivi opposti
2. Si dispongono gli attributi e le polarità opposte, coi relativi aggettivi, in una lista,
composta da non più di una ventina di items, in modo tale che le polarità negative e
le polarità positive compaiano a volte a destra e volte a sinistra
3. i due aggettivi vengono indicati dei tratteggi in genere senza etichette
4. l’intervistato appone una crocetta in corrispondenza della posizione che corrisponde
al proprio grado di percezione dell’oggetto tra i due aggettivi del continuum;

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5. ogni coppia di aggettivi diventerà una variabile nella matrice dei dati
Esempio
La scheda di seguito contiene una serie di coppie di aggettivi che vanno da una valutazione
positiva ad una negativa. Osservando questa scheda indichi, con una crocetta, la casella
che, tra i due aggettivi estremi, corrisponde alla Sua valutazione sull’ABORTO.

Il termometro dei sentimenti


Il termometro dei sentimenti è una scala di atteggiamenti in cui in cui l’intervistato può
disporre gerarchicamente e comparativamente oggetti diversi. Graficamente si presenta
come un vero e proprio termometro per la temperatura, graduato, in genere, da 0 a 100 con
intervalli di 5°; in alcuni casi va da un minimo di -100 a +100. Anche in questo caso sono
presenti solo due forti connotazioni semantiche, in testa (sopra il massimo di ‘temperature
calde’) ed in coda (sotto il minimo di ‘temperature fredde’).
L’intervistato ha il compito di distribuire, lungo le varie gradazioni del termometro, i vari
‘oggetti’ da valutare che sono descritti in striscioline di carta (gadget) che può apporre sul
termometro, spostare, muovere a piacere, fino a quando ritiene che la disposizione sia
soddisfacente.
La ‘temperatura’ corrispondente ad ogni intervallo corrisponde al valore attribuito all’oggetto
dall’intervistato; per ogni oggetto, il ricercatore registra il valore e procede all’analisi.
Anche se le espressioni utilizzate variano a seconda degli obiettivi della ricerca, esse
devono riferirsi sempre a proprietà importanti del concetto.

Pregi e difetti del termometro dei sentimenti


Anche se è poco utilizzato, il termometro dei sentimenti è un interessante strumento di
comparazione.
La tecnica, però, non risolve la questione, come accade negli strumenti con pochi ancoraggi
semantici, della tendenza degli intervistati a collocare gli oggetti nel termometro sempre
nella parte alta o bassa o centrale. Anche se è poco utilizzato, il termometro dei sentimenti
ha molti vantaggi rispetto alle scale se l’obiettivo è la comparazione.

La scala Cantril
La scala, che da’ il nome all’intera famiglia, fu ideata nel 1965 dallo psicologo statunitense
Albert Hudley Cantril che propone un modo innovativo per rilevare gli atteggiamenti.
La sua caratteristica consiste nel fatto che viene costruita direttamente dall’intervistato.
Stabilita una certa proprietà, l’intervistato deve valutarla sulla base delle sue percezioni, dei
suoi obiettivi e dei suoi valori utilizzando un range che va da 0 (peggior stato possibile) a 10
(miglior stato possibile).
In questo modo si definiscono gli estremi della scala che viene a rappresentare i desideri, le
aspirazioni o le preoccupazioni degli intervistati.
Viene chiesto, poi, all’intervistato di utilizzare la scala numerica da 0 a 10 per indicare dove
si collocherebbe rispetto al passato, al futuro e al presente in riferimento ad una serie di
“oggetti” (il suo lavoro, la sua situazione economica, del suo paese o di una minoranza
etnica). Il vertice della scala rappresenta la condizione ideale per l’intervistato mentre la
base rappresenta il peggior stato possibile rispetto alla proprietà che la scala rileva.

Le scale di autocollocazione su un segmento graduato


E’ molto utilizzata in sociologia, specie nelle indagini politiche (scala di autocollocazione
politica). Si compone di un’asse divisa in dieci caselle o posizioni che vanno da destra a

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sinistra utilizzando le quali l’intervistato definisce la sua collocazione rispetto alla sua
posizione politica.
Anche in questo caso sono etichettati solo l’inizio con 0 e la fine della scala con 10 dove 0
indica estrema destra, 10 estrema sinistra.
L’obiettivo della scala non è rilevare l’appartenenza ad uno schieramento partitico (ovvero il
partito per cui si vota), ma le opinioni degli intervistati a seconda del loro orientamento
politico. Per questo motivo viene definita “scala a singolo item” La scala di autocollocazione
sull’asse sinistra-destra costituisce uno dei più importanti predittori delle scelte di voto.

Le scale auto-grafiche
Le scale autografiche o line production – ideate dagli psicofisici con il nome cross-modality
matching e molto utilizzate fra i politologi nord- europei adottano grafici in luogo di numeri.
Ai soggetti viene affidato il compito di tracciare su un foglio una linea di lunghezza
proporzionale al loro gradimento per un oggetto/stimolo o allo (cut segment).
La lunghezza massima possibile del segmento (e quindi il punteggio massimo della scala) è
implicitamente stabilita dalla larghezza del foglio.
4 tipi di somministrazione à

CAP 8
29. L'APPROCCIO QUALITATIVO. L'INTERVISTA QUALITATIVA
L’intervista qualitativa è = “una conversazione provocata dall’intervistatore, rivolta a
soggetti scelti sulla base di un piano di rilevazione e in numero consistente, avente finalità di
tipo conoscitivo, guidata dall’intervistatore, sulla base di uno schema flessibile e non
standardizzato di interrogazione”. (Corbetta)

Caratteristiche
Le interviste qualitative sono, dunque, conversazioni “estese” tra il ricercatore e l’intervistato,
durante le quali il ricercatore cerca di ottenere informazioni quanto più dettagliate e
approfondite possibili sul tema della ricerca. Al pari delle altre tecniche qualitative, l’obiettivo
primario dell’intervista è accedere alla prospettiva del soggetto studiato, cogliendo le sue
categorie concettuali, le sue interpretazioni della realtà e i motivi delle sue azioni.
L’intervista, rivolta a soggetti selezionati secondo un piano di rilevazione, è guidata
dall’intervistatore sulla base di uno schema di interrogazione flessibile e non standardizzato.
Infatti, anche se l’intervista non è standardizzata, essa non è lasciata al caso: ‘intervistato
viene scelto sulla base di determinate caratteristiche che attengono al suo vissuto personale
o all’appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Lo scopo non è giungere alla
generalizzazione dei risultati, cionostante il numero degli intervistati deve essere comunque
consistente (alcune decine), in questo modo è possibile rilevare ogni informazione possibile
sul fenomeno oggetto di ricerca.
La conversazione tra le parti non è confrontabile con una normale conversazione perché in
questo caso i ruoli degli interlocutori non sono equilibrati: l’intervistatore guida e controlla
l’intervista rispettando sempre la libertà dell’intervistato di esprimere le proprie opinioni.
Infine, le domande che l’intervistatore pone sono finalizzate a spingere l’intervistato verso
l’osservazione critica di sé e del proprio agire e a esplicitare gli esiti di questa riflessione.
Per questi motivi ogni fase dell’intervista non è occasionale, non lo è l’evento, l’intervistato, il
tema dell’intervista.

L’intervista qualitativa e l’intervista quantitativa

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Il termine “intervista”, viene utilizzato per indicare sia l’interrogazione mediante questionario
(intervista quantitativa – questionario, scale) sia l’interrogazione qualitativa. In realtà, come è
stato più volte sottolineato, derivando da approcci di ricerca molto dissimili, tra i due tipi di
intervista esistono molte differenze.
- Intervista con questionario = il fenomeno studiato è già ampiamente conosciuto; si è
consapevoli delle dimensioni che lo caratterizzano; ci si propone di verificare come tali
dimensioni si distribuiscono sulla popolazione di riferimento; si vuole mettere alla prova
empirica ipotesi già ben strutturate.
- Intervista qualitativa = si conosce poco del fenomeno studiato; si cerca di capire
quali sono le dimensioni che lo caratterizzano; si è alla ricerca di nuove ipotesi per
interpretarlo.
NOTA: Per evitare confusioni terminologiche, si utilizzerà il termine intervista per indicare
l’interrogazione nell’approccio qualitativo e questionario per indicare l’interrogazione
nell’approccio quantitativo.

Tipi di intervista
L’intervista qualitativa è flessibile. Ciò significa che è uno strumento aperto, modellabile nel
corso dell’interazione, adattabile ai diversi contesti empirici e alle diverse personalità degli
intervistati.
L’intervistato, sotto la direzione di chi lo interroga e utilizzando le proprie categorie mentali
ed il proprio linguaggio, è lasciato libero di esprimere le proprie opinioni e i propri
atteggiamenti.
A seconda del diverso grado di flessibilità, è possibile distinguere tra:
1. intervista strutturata
2. intervista semi strutturata
3. intervista non strutturata
I tre tipi di intervista possono essere pensati come distribuiti lungo un continuum che ha
come estremi.
La scelta del tipo di intervista dipende dagli obiettivi della ricerca; in generale, si ricorre ad
un’intervista strutturata quando il disegno della ricerca prevede un numero considerevole di
interviste mentre, a mano a mano che il numero di interviste diminuisce, si ricorrerà ad una
semi-strutturata o ad una non strutturata.

1. Intervista strutturata
L’intervista strutturata prevede un insieme fisso e ordinato di domande aperte che vengono
sottoposte a tutti gli intervistati nella stessa formulazione e nella stessa sequenza,
l’intervistato è lasciato libero di rispondere come crede.
L’intervista strutturata è la più rigida dei tre tipi: anche se la domanda non vincola
l’intervistato, il fatto che le domande vengono poste a tutti nello stesso ordine rende
l’intervista poco flessibile e adattabile alla specifica situazione. Da questo punto di vista essa
rappresenta una sorta di mediazione tra l’approccio quantitativo e l’approccio qualitativo, una
tecnica “ibrida” che raccoglie informazioni, da un lato, in modo standardizzato (le domande)
e, dall’altro, in modo aperto e destrutturato (le risposte).
Inoltre, spesso, il materiale raccolto viene trattato in modo da poter essere incluso in una
matrice dati.
Questa sua ambivalenza fa sì che l’intervista strutturata possa essere utilizzata quando si
vuol procedere in modo standardizzato ma nello stesso tempo la conoscenza limitata del
fenomeno non consente l’utilizzo di un questionario a risposte chiuse.

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2. Intervista semi strutturata


L’intervista semi strutturata prevede una traccia che riporta gli argomenti che
necessariamente devono essere affrontati durante l’intervista; essa può essere costituita da
un elenco di argomenti o da una serie di domande a carattere generale.
Nonostante sia presente una traccia fissa e comune per tutti, la conduzione dell’intervista
può variare sulla base delle risposte date dall’intervistato e sulla base della singola
situazione. L’intervistatore, infatti, non può affrontare tematiche non previste dalla traccia
ma, a differenza di quanto accade nell’intervista strutturata, può sviluppare alcuni argomenti
che nascono spontaneamente nel corso dell’intervista qualora ritenga che tali argomenti
siano utili alla comprensione del soggetto intervistato. Può accadere, ad esempio, che
l’intervistato anticipi alcune risposte e quindi l’intervistatore può dover modificare l’ordine
delle domande. In pratica, la traccia stabilisce una sorta di perimetro entro il quale
l’intervistato e l’intervistatore hanno libertà di movimento consentendo a quest’ultimo di
trattare tutti gli argomenti necessari ai fini conoscitivi.

3. Intervista non strutturata


La specificità dell’intervista non strutturata, detta anche in profondità, libera o ermeneutica, è
costituita dall’individualità degli argomenti e dall’itinerario dell’intervista. In questo tipo di
intervista, infatti, il contenuto delle domande non è prestabilito ma varia da soggetto a
soggetto; l’unico elemento stabilito è il tema generale, gli altri argomenti – correlati a quello
generale – emergono spontaneamente nel corso dell’intervista.
L’intervistatore ha il compito di proporre, inizialmente, i temi del colloquio lasciando che
l’intervistato, mantenendo l’iniziativa della conversazione, esponga liberamente il suo punto
di vista. L’intervistatore deve, inoltre, far sì che la conversazione non si orienti su argomenti
irrilevanti e, qualora l’intervistato accenni ad argomenti ritenuti interessanti per la ricerca, egli
può incoraggiarlo ad approfondire ulteriormente.
In questo modo, dato un tema generale, ogni intervista diventa unica sia nei contenuti, sia
nei tempi di durata che nel tipo di rapporto che si istaura tra intervistato ed intervistatore.

Altri tipi di intervista


- Intervista non direttiva: la finalità di questo tipo di intervista è terapeutica.
L’argomento della conversazione (tema) non è prestabilito, è l’intervistato che conduce la
conversazione portandola su un tema a sua scelta. Il fatto che l’intervistato scelga un
tema piuttosto che un altro viene assunto come elemento diagnostico.
- Intervista clinica: non molto differente dall’intervista semi strutturata, ha anch’essa
una finalità terapeutica. Guidata interamente dall’intervistatore, che in genere è uno
psicologo o un assistente sociale, ha lo scopo di rileggere la storia personale del
soggetto ricostruendo l’itinerario che lo ha condotto verso un certo esito come, ad
esempio, verso un comportamento deviante (droga, delinquenza ecc.)
- Intervista ad osservatori privilegiati: Si ricorre a questo tipo di intervista quando si
intende interrogare soggetti che non necessariamente fanno parte del fenomeno da
studiare ma ne sono conoscitori esperti perché hanno una visione diretta e profonda in
quanto ricoprono una posizione privilegiata di osservazione. Esempio: ricerca sulla
devianza minorile, il testimone privilegiato potrebbe essere il direttore del carcere
minorile.
- Intervista di gruppo o focus group: è “una tecnica di rilevazione per la ricerca sociale
basata sulla discussione tra un piccolo gruppo di persone, alla presenza di uno o più

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moderatori, focalizzata su un argomento che si vuole indagare in profondità” (Corrao


2000: 25). Si svolge come un’intervista guidata da un moderatore che, seguendo una
traccia (griglia) più o meno strutturata, propone degli “stimoli” ai partecipanti. Gli stimoli
possono essere di tipo di sia verbale (domande dirette, frasi, definizioni, associazioni) sia
visivo (fotografie, disegni, vignette, filmati). Dalle risposte a questi stimoli scaturisce (o
dovrebbe scaturire) la discussione tra i partecipanti. La caratteristica principale risiede
proprio nell’interazione che si crea tra i partecipanti, che produce idee in misura più
consistente rispetto all’intervista singola sia a livello di quantità sia a livello di qualità.

La conduzione dell’intervista
Da quanto esposto sin qui sembra chiaro che l’intervista qualitativa non può essere definita
una semplice tecnica per la raccolta delle informazioni, essa è piuttosto un processo di
interazione fra due individui. Per questo motivo condurre un’intervista non è affatto cosa
semplice: la flessibilità che la caratterizza rende complessa l’individuazione di regole
generali per una corretta conduzione.
Esistono, comunque, delle linee guida riassumibili in 10 punti (Corbetta, 1999, 423):
1. spiegazioni preliminari
2. domande primarie
3. domande-sonda
4. ripetizione della domanda
5. ripetizione della risposta
6. incoraggiamento, espressioni di interesse
7. pausa
8. richiesta di approfondimento
9. linguaggio
10. ruolo dell’intervistatore
11. La trascrizione dell’intervista

In genere – e qualora l’intervistato dia l’autorizzazione – l’intervista viene registrata.


Successivamente, l’intervistatore provvede a trascriverla integralmente, parola per parola
(verbatim) mantenendo inalterato l’intero svolgimento dell’intervista perché ogni intervento
sul testo trascritto è di per sé una traduzione del testo.
Esistono criteri di trascrizione (segni grafici) condivisi per registrare anche la dimensione non
verbale della conversazione:
· R => ricercatore/intervistatore
· I => intervistato
· (…) => manca in registrazione
· , . ; : ! ? => Per indicare l’intonazione
· … => esitazioni, pause brevi
· MAIUSCOLO => volume alto
· Corpo minore => volume basso
· [NC] => note comprendenti/piccole spiegazioni
Tra i turni di parola dei due soggetti va lasciata una riga di spazio dell’intervistatore.

Analisi del materiale empirico


Il materiale empirico prodotto da un’intervista è costituito dal contenuto dell’intervista stessa,
ovvero dalle motivazioni, dalle opinioni, dagli atteggiamenti, dalle credenze, dai

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comportamenti e da tutte le informazioni fornite dall’intervistato tramite l’espressione verbale


e non verbale.
La comunicazione non verbale fornisce indicazioni sugli stati emotivi ed affettivi
dell’intervistato e sul loro significato.
La comunicazione verbale fornisce indicazioni circa la sfera
cognitiva e comportamentale dell’intervistato.
L’analisi di questo materiale, a differenza di quanto accade con altre tecniche di ricerca, non
è un compito che si svolge in un unico momento, ma è un processo continuo. Le interviste
vengono analizzate, infatti, sistematicamente, subito dopo essere state condotte, in questo
modo è possibile individuare eventuali altri temi da indagare e altre domande da sottoporre
ad ulteriori soggetti.
Una volta terminate tutte le interviste queste vengono riesaminate come un gruppo unico: se
emergono delle aree incomplete, il ricercatore può tornare sul campo per somministrare altre
interviste. Analisi e interviste, dunque, si alternano durante lo studio: con il procedere
dell’analisi il quadro teorico di fondo si arricchisce e talvolta si corregge.
Dal momento che l’obiettivo finale è la comprensione delle persone, l’analisi in senso stretto
è centrata sui soggetti – case based – e l’approccio di studio è di tipo olistico. Ciò significa
che ogni individuo viene osservato e studiato nella sua interezza perché, secondo questa
prospettiva, ogni individuo non è la semplice somma di tante sue parti.
Di recente l’analisi del materiale empirico viene supportato da software creati ad hoc, come
NVIVO, Atlas.ti e HyperRESEARCH.

Presentazione dei risultati


La presentazione dei risultati avviene sotto forma di narrazione ovvero attraverso i racconti
di episodi o la descrizione dei casi, utilizzando, spesso, le stesse parole degli intervistati.
L’obiettivo è quello di non alterare il materiale raccolto trasmettendo al lettore l’immediatezza
delle situazioni presentate.
Inizialmente si sviluppa un tema, successivamente per esplicarlo al meglio viene riportato un
brano tratto dalle interviste.
Il risultato è quindi un intreccio tra analisi del ricercatore – che guida la lettura – illustrazioni,
esemplificazioni, sostegni empirici rappresentati dai brani delle interviste.

Considerazioni conclusive: Struttura di un’intervista qualitativa


1. Individuazione del quadro teorico: cosa studiare e con quali aspettative
2. Individuazione delle caratteristiche dell’universo di riferimento
3. Individuazione degli intervistati
4. Definizione delle modalità dell’intervista
5. Preparazione della traccia del colloquio
6. Svolgimento e registrazione del colloquio
7. Trascrizione dell’intervista
8. Prosecuzione della ricerca finché non si è raggiunto il proprio scopo conoscitivo o
finché non è più possibile intervistare nuovi soggetti
9. Analisi complessiva di tutte le interviste
10. Presentazione dei risultati

CAP. 9
Ricerca valutativa: rappresenta il cuore della valutazione.

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Valutare comporta anche negoziare (nel senso positivo di arrivare a una sintesi delle
posizioni in campo), stimolare partecipazione, gestire gruppi, comunicare, prefigurare azioni
di cambiamento possibili, ma anche di dare conto, fare chiarezza, produrre trasparenza. Ne
consegue che il valutatore non può essere solo un professionista della ricerca ma deve
essere anche un abile ascoltatore del campo, un attivatore delle risorse umane che si
muovono attorno al suo oggetto di valutazione, un comunicatore esperto, un professionista
abituato a confrontarsi con le dissonanze.
Valutare deriva da “dare valore”, cioè costruire significato. Significa esprimere un giudizio su
un certo oggetto, ma per esprimere quel giudizio è essenziale che esso sia sostenuto da
informazioni rigorosamente raccolte attraverso un processo di ricerca empirica (uscire da
individualismo per conoscenza oggettiva). Significa analizzare se un’azione intrapresa per
uno scopo corrispondente a un interesse collettivo abbia ottenuto gli effetti desiderati o altri,
ed esprimere un giudizio sullo scostamento che normalmente si verifica, per proporre
eventuali modifiche che tengano conto delle potenzialità manifestatesi.
La valutazione svolge più spesso una funzione di learning, cioè di apprendimento in vista di
un miglioramento della situazione di partenza e più raramente una funzione di accountability,
cioè di rendicontazione (=valutazione sommativa o riepilogativa). L’obiettivo della
valutazione è esprimere un giudizio su un oggetto - una politica, un servizio o un progetto di
intervento - e, più in particolare, sulla realizzazione del cambiamento che questo intende
promuovere. Il cambiamento su cui la valutazione è chiamata ad esprimersi coincide con gli
obiettivi della politica, servizio, intervento, a loro volta connessi con l’individuazione di un
bisogno di natura collettiva a cui essi intendono o intenderebbero rispondere. La valutazione
si confronta costantemente con la cattiva progettazione (es. inadeguata lettura dei bisogni,
ambizione, confusione tra mete inarrivabili ecc.): imparare dall’esperienza significa leggere
gli ‘errori’ e apprezzare il successo delle azioni messe in campo. Per realizzare una buona
valutazione si devono realizzare almeno due condizioni: disporre di risorse umane e
finanziarie adeguate - un tema che nel nostro paese fatica a farsi strada - e costruire
partecipazione tra gli attori in campo, non solo perchè gli stakeholder (= tutti coloro che
hanno qualcosa a che fare con un’attività oggetto di valutazione) sono i principali esperti
dell’oggetto di valutazione e perciò depositari di un sapere ignoto al migliore dei valutatori,
ma anche perchè senza il loro coinvolgimento e convincimento sul valore e il senso dei
risultati raggiunti, la valutazione non porterebbe cambiamento nelle pratiche di lavoro sul
campo.
L’effetto della “parcellizzazione della ricerca empirica”, cioè la netta separazione di ruoli tra i
progettisti della ricerca, gli intervistatori impegnati nella raccolta dei dati e gli esperti di
analisi dei dati, è all’origine della cattiva ricerca perchè chi opera sul campo o analizza i dati,
ignorando gli obiettivi e le scelte metodologiche della ricerca, non è in grado di correggere gli
errori di progettazione iniziali.
La valutazione è quindi un’attività di ricerca sociale al servizio dell’interesse pubblico;
risponde all’esigenza di una società democratica che vuole conoscere le proprie capacità nel
fornirsi dei beni e dei servizi di cui ha bisogno, e che affronta difficoltà e limiti imparando
dalla propria esperienza.

Fare ricerca valutativa nel contesto della valutazione significa lavorare alla preparazione di
una solida base di dati utile a che si intervenga sulla realtà in vista della promozione di un
processo di cambiamento.

Differenza tra ricerca sociale e valutativa

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Per entrambe, “disegnare la ricerca” significa immaginarne il percorso, disegnare una


mappa che deve guidare il lavoro sul campo, pur sapendo che il disegno potrà subire delle
modifiche in corso d’opera e che la mappa andrà corretta strada facendo.
> Ricerca valutativa → le fasi del disegno sono 9 tappe, da interpretare come
elementi di un insieme organico che si modificano e influenzano reciprocamente
(Bezzi)
1. definizione del mandato > fase iniziale e cruciale per la valutazione. Essa serve per
capire le ragione del committente della valutazione, interrogarsi sui suoi obiettivi e
sulla ragionevolezza della domande che ci rivolge.
2. analisi degli obiettivi dell’evaluando (=oggetto della valutazione) e formulazione delle
domande valutative > qui l’attenzione si sposta sull’oggetto della valutazione. La
ricostruzione dettagliata dell’oggetto, delle sue caratteristiche, dei suoi funzionamenti
o disfunzioni è un passaggio preliminare di grande rilevanza e apre da subito la
questione degli “informatori” sul campo.
3. accertamento delle risorse > è indubbio che qualsiasi ricerca empirica debba
commisurare le sue ambizioni conoscitive alla dotazione disponibile in termini di
risorse economiche e umane adeguate. Tra le risorse da tenere in considerazione c’è
anche il tempo.
4. stipulazione dei valori valutativi
5. esplorazione dello spazio semantico
6. definizione del disegno specifico
7. definizioni operative specifiche
8. raccolta e analisi dei dati
9. sostegno all’uso della valutazione > con questa tappa ci interroghiamo su una
domanda cruciale: “la valutazione è servita?”. Prima ancora di questa domanda, vi è
una questione cruciale da verificare, ossia la comunicazione dei risultati. Si dà per
scontato che chi fa la ricerca sia anche in grado di comunicare adeguatamente e in
maniera efficace i risultati cui è giunto al pubblico; ma la ricerca sociale spesso parla
a un pubblico selezionato di addetti ai lavori, utilizzando così un linguaggio tecnico.
Quando si fa VALUTAZIONE, invece, il pubblico è più ampio ed eterogeneo e tocca
al valutatore essere in grado di restituire i risultati del suo lavoro a tutti i possibili
pubblici, adeguando costantemente lo stile della comunicazione e il mezzo al
particolare pubblico con cui intende discutere. La comunicazione dei risultati e l’uso
della valutazione hanno bisogno di tempi brevi: la ricerca invecchia sempre, ma il
lavoro di valutazione ha senso solo se viene restituito e utilizzato tempestivamente.

Operativizzazione del successo


Nelle ricerche valutative, questo processo di traduzione operativa riguarda un concetto
sopra ogni altro, indipendentemente dal taglio della ricerca e dallo specifico oggetto di
valutazione: il concetto di successo. Un’azione può essere corretta dal punto di vista
formale ma ciò non significa che tale azione sia sempre efficace. Ciò non è di
poco conto, soprattutto in un momento in cui la stretta sulle risorse pubbliche è
forte, occorrerebbe sapere se i soldi pubblici investiti siano stati sprecati o al
contrario abbiano prodotto risultati positivi (→ ‘buon investimento’). Martini e
Trivellato affermano che una politica, un servizio o un intervento possono essere
considerati un successo quando rispondono agli obiettivi stabiliti, cioè quando
realizzano nella loro implementazione ciò che si erano proposti in termini di

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effetti attesi o desiderati (in fase progettuale si può anche ipotizzare una soglia
ritenuta accettabile).
L’operativizzazione del concetto di successo non è però cosi semplice; gli elementi di
complessità che rendono problematica questa traduzione operativa derivano da due
dimensioni diverse:
- centrare la valutazione e l’operativizzazione del successo sugli obiettivi dichiarati ex
ante (prima) rischia di farci dimenticare che quegli obiettivi potrebbero essere
semplicemente mal posti.
- dare un valore eccessivo a quanto definito a “tavolino” prima che la
politica/servizio/intervento cominci a essere trasferita nella realtà rischia di
sottovalutare l’importanza dell’implementazione cioè la capacità della realtà di dare
una forma specifica a quanto stabilito in partenza, dando origine a una versione
implementata della politica/servizio/intervento che potrebbe cambiare profondamente
in relazione al contesto specifico in cui viene calata.
Tralasciando la prima ipotesi di operativizzare il successo, abbiamo due alternative:
1. traduciamo il successo nei termini di aderenza a standard di qualità
esterni al progetto, svincolando del tutto la valutazione dagli obiettivi
dichiarati ex ante → APPROCCIO PRAGMATISTA(- della qualità) di Scriven =
valutare equivale a definire uno standard esterno di riferimento (talvolta difficile da
identificare) con cui confrontare le performance della politica/servizio/intervento ed
esprimere un giudizio circa gli scostamenti rilevati rispetto a questo standard. Scriven
ha distinto l’accertamento della qualità come sinonimo di certificazione (merit)
dall’analisi di qualità in termini di soddisfazione dei bisogni degli utenti finali (worth).
Quest’ultimo costringe a mettersi nei panni dei destinatari del progetto e interrogarsi
circa i loro bisogni reali commisurati al contesto reale di vita; il compito del valutatore
è interpretare i bisogni, calandoli nel contesto e raccogliendo informazioni utili per la
loro definizione.
2. costruiamo la traduzione empirica del concetto direttamente sul campo,
coinvolgendo attivamente gli attori chiave che hanno un interesse rispetto
al nostro oggetto di valutazione, nella convinzione che il successo
significhi far emergere ciò che in quel particolare contesto e da quegli
attori viene interpretato nei termini di un successo → APPROCCIO
COSTRUTTIVISTA del processo sociale e alla convinzione che il programma
si modifichi nel corso della sua applicazione e a contatto con il contesto e
che dunque l’idea di successo si formi dopo il varo del programma e non
sia generalizzabile. La mutevolezza dei contesti comporta l’eterogeneità
delle definizioni di successo, che rischiano di essere tante quanti sono i
contesti reali in cui la politica/servizio/intervento si implementa.

Strettamente connessi al concetto di successo, ci sono altri due concetti al centro del
linguaggio della valutazione:
- efficacia, che si divide in
> efficacia interna = confronto dei risultati ottenuti dal programma o intervento
con gli obiettivi iniziali
> efficacia esterna = confronto di tali risultati con il contesto economico e
sociale e i suoi bisogni, cioè con il bisogno collettivo che ha determinato il
programma o l’intervento in questione
- efficienza, che si distingue in

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> efficienza manageriale (Bezzi) = mette in rapporto i risultati del


programma/intervento con i costi necessari per realizzarlo
> efficienza istituzionale = rapporto tra tali risultati e le finalità e la missione
del sistema politico-istituzionale

Approcci a confronto
approccio positivista- approccio pragmatista approccio costruttivista
sperimentale

> tradurre operativamente il > occorre interrogarsi > l’operativizzazione del


successo equivale a trovare sull’esistenza di standard cui successo assume la forma
gli indicatori che i risultati dovrebbero di un lavoro metodologico
trasformano gli obiettivi in tendere. Si può procedere a “dal basso”, che rinuncia per
variabili (si tratta di definire interrogarsi sulla definizione a quantificare gli
le variabili-risultato e di performance media di altri obiettivi o a inseguire
identificare la variabile- interventi simili al nostro per standard di qualità generali
trattamento platea e caratteristiche degli
utenti coinvolti.
> le informazioni
opportunamente raccolte e
contestualizzate danno
origini alle variabili o
standard di qualità con cui
confrontare i risultati
raggiunti dal nostro
intervento formativo

Il dogma della partecipazione e le sue implicazioni sul piano delle tecniche


“Valutazione partecipata” = stile di valutazione in cui l’esperto/valutatore sceglie
deliberatamente di condurre il lavoro valutativo con gli attori presenti sul campo e a vario
titolo implicati nell’oggetto di valutazione (stakeholder). Questa definizione è alquanto
discutibile. Mentre nella ricerca sociale è possibile e molto frequente scegliere di intervistare
un esperto perchè possiede informazioni utili alla nostra ricerca, nella valutazione è rischioso
che chi possiede informazioni utili alla comprensione del nostro soggetto resti isolato dal
processo valutativo. Nel secondo caso il vero obiettivo è individuare una possibile strategia
di cambiamento e fare in modo che gli attori in campo ne siano i protagonisti convinti, anche
dopo che la valutazione si è conclusa.
Per Bezzi, la partecipazione è una necessità metodologica: essa ha molti meriti e
rappresenta un valore aggiunto per la valutazione, perchè favorisce l’innovazione e
l’interazione tra competenze diverse e perchè tratta in modo integrato diverse dimensioni di
analisi, mettendo a frutto la pluralità delle competenze e dei linguaggi esistenti nel gruppo.
Però fare la valutazione partecipata non è semplice per due ordini di motivi:
1. tempo di maturazione e sviluppo molto lunghi
2. ruolo del valutatore nei processi partecipati e delle sue competenze in merito alla
gestione dei conflitti e della negoziazione tra diversi punti di vista
Più ci si sposta verso la partecipazione, minore sarà l’affidamento della ricerca e la fedeltà
dei dati raccolti.

La ricerca valutativa condivide con la ricerca sociale in senso stretto molte tecniche di
costruzione del dato: questionari, interviste, documenti personali e istituzionali, fonti

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statistiche. Se esiste una specificità delle tecniche utilizzate nella ricerca valutativa, questa
sta nel ricorso frequente alle tecniche che coinvolgono gruppi sia reali che nominali; le
tecniche che coinvolgono gruppi si basano sul principio che il gruppo funzioni da
eccezionale stimolatore dei processi prima riflessivi e poi verbali. Il problema dell’influenza
reciproca è più forte e di difficile contenimento da parte del valutatore. Per quanto riguarda i
partecipanti del gruppo, essi sono normalmente considerati “esperti” dell’evaluando ma non
necessariamente sotto il profilo delle competenze formali, ma sotto quello della conoscenza
approfondita dell’evaluando.
Tecniche utilizzate per i gruppi reali:
- Brainstorming > è una seduta creativa di gruppo, in cui senza alcuna particolare
organizzazione si stimolano i partecipanti a esplorare un tema o un concetto
procedendo per libere associazioni. Esso prevede che ci sia una forma di supporto
che visualizzi i collegamenti stabiliti tra il tema proposto e altri concetti/temi rilevanti
(es. lavagna). Finito il lavoro creativo, è compito del valutatore riorganizzare il
materiale prodotto, mostrando affinità e connessioni dei temi citati su alcune
dimensioni rilevanti e proporre la propria sintesi al gruppo in modo da avere il
consenso finale. UTILE per individuare gli indicatori di concetti al centro della
valutazione.
- focus group
Quando è difficoltosa una convocazione di gruppi degli esperti, magari a causa della troppa
distanza territoriale o perchè si desidera tenere sotto controllo i meccanismi di
condizionamento reciproco, si può optare per il ricorso ai gruppi nominali, che vengono
costruiti e gestiti a distanza dal valutatore:
- delphy > una volta individuati i partecipanti, il valutatore predispone e invia a tutti gli
esperti (per posta elettronica) un primo elenco di temi piuttosto generale che hanno a
che fare con l’evaluando e su cui i partecipanti sono chiamati a esprimere la propria
opinione. Dopo aver raccolto tutti i pareri di tutti, il valutatore si incarica di provvedere
a una sintesi di quanto emerso dalla prima consultazione; la consultazione prevede
almeno tre turni di consultazione, sempre introdotti dalla sintesi fatta dal valutatore, il
quale potrebbe prevederne altri. DIFETTI:
→ rischio di ricaduta del gruppo = alcuni esperti possono smettere di
rispondere alle sollecitazioni del valutatore e perciò il gruppo si riduce
numericamente.
→ difficoltà del lavoro di sintesi = riguardano la rigidità dei testi scambiati
via mail che rischiano di suscitare incomprensioni o non si possono chiarire
eventuali equivoci verbalmente.
Si suggerisce che accanto al valutatore ci sia un esperto del tema trattato, con
competenze specifiche molto elevate

Valutazione, causalità e modello sperimentale


L’esperimento, l’unica tecnica che assicura il controllo statistico delle relazioni causali, ha da
sempre avuto un largo impiego negli esperimenti farmacologici. Negli esperimenti
farmacologici accade che a un gruppo di malati venga somministrato un farmaco
sperimentale e al gruppo di controllo una sostanza del tutto innocua, un placebo, destinato a
tener sotto controllo il meccanismo psicologico del condizionamento. Una volta costruiti i
gruppi con la randomizzazione, possiamo confrontare il livello del diabete nei due gruppi ed
esprimere un giudizio sugli effetti che il farmaco sperimentale produce sul diabete (???)

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L’esperimento non è esente da difetti o limiti: le stime hanno grande validità interna ma
contemporaneamente bassa validità esterna, per effetto dell’artificialità della tecnica stessa,
il che impedisce di generalizzare le stime ottenute ad altri casi o altri contesti di ordine più
ampio della sperimentazione pilota. A ciò va aggiunto il cosiddetto no-show, cioè la caduta
campionaria che sempre accompagna gli studi longitudinali, nella misura in cui i due gruppi
possono subire modifiche sostanziali negli intervalli di tempo lunghi richiesti
dall’esperimento, e il cross-over, termine con cui si fa riferimento al caso in cui i membri del
gruppo di controllo siano fatti oggetto di altri interventi di natura simile a quelli del gruppo
sperimentale.

Il metodo sperimentale è stato spesso fatto oggetto di critiche. La Theory Based Evaluation
viene spesso considerata come una soluzione metodologica originale particolarmente adatta
alla valutazione delle “nuove politiche sociali”, cioè a programmi di intervento che diventano
sempre più complessi e interdipendenti. L’approccio fonda l’attività valutativa sull’ipotesi che
ogni programma poggi su una qualche teoria, implicita o esplicita, su come e perchè
l’intervento funzionerà. Tale teoria è frutto delle percezioni che i singoli attori del programma
hanno del problema da affrontare. Un suo LIMITE è la difficoltà di misurare gli effetti di
programmi o politiche e il rischio di perdita sul fronte della generalizzabilità dei risultati.

Per ricostruire le teorie alla base del funzionamento di un programma è necessario


distinguere:
- teoria del programma > identificare risorse, attività e risultati attesi del programma e
specificare la catena di assunzioni causali che li lega agli esiti finali. In questa teoria
gioca un ruolo cruciale l’assunzione del punto di vista dei beneficiari del programma
e l’interpretazione del loro agire nei confronti del programma stesso
- teoria dell’implementazione > si concentra su come viene realizzato il programma, al
fine di verificare se l’implementazione segue la pianificazione e se si raggiungono i
risultati attesi. Uno dei tratti di questo approccio è rappresentato dal continuo
confronto con i diversi stakeholder

CAP 10 - ANALISI DATI MONOVARIATA


Esistono tipi di variabili diverse:
- variabili categoriali: classificano persone, oggetti ed eventi in base alla
qualità dei loro attributi, e manifestano un numero limitato di categorie
che possono essere ordinate o meno. Se non sono ordinate, le sole
relazioni possibili tra le categorie sono eguaglianza: (per es. italiano = a
italiano sulla proprietà nazionale) e diversità (per es. italiano ≠ olandese
sulla proprietà nazionale).
- categorie ordinate: seguono una sequenza ascendente o discendente, oltre alle
relazioni di uguaglianza e diversità è possibile stabilire tra le categorie relazioni
d’ordine, cioè di maggiore e minore (per es. chi ha un diploma ha un titolo di studio
maggiore rispetto alla licenza media, ma minore rispetto alla laurea).
- variabili cardinali: assumono un ampio o infinito numero di valori che rappresentano
punti successivi lungo un determinato continuum.

> Analisi monovariata: è una descrizione, spesso preliminare, di come si distribuiscono i


valori di una variabile (è un’analisi elementare che serve a rispondere a interrogativi più

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sofisticati). Ha anche lo scopo di controllare che le precedenti operazioni di codifica e


inserimento dati siano andate a buon fine. Ha anche un ultimo obiettivo ovvero quello di
desumere indicazioni utili al raggruppamento delle modalità di una variabile in un numero
minore di modalità più ampie, cioè di preparare la ricodifica.
> Distribuzione di frequenza: numero di casi che appartengono a ogni modalità di una
variabile. Questo numero si chiama frequenza assoluta di quella modalità o anche valore
assoluto, mentre l’intera distribuzione è detta distribuzione delle frequenze assolute.
Distribuzione perché fa capire come i valori della variabile si distribuiscono tra i casi del
nostro campione e consiste in una tabella che riporta i valori in ordine crescente, e accanto il
totale delle frequenze di quel valore.
> frequenze relative: rapporto tra la frequenza assoluta e il numero totale di casi. Viene
misurata con un numero decimale compreso fra 0 a 1, oppure in percentuale. La
percentuale si calcola solo quando il numero di casi è superiore a 30. Si moltiplica la
proporzione di ogni modalità per 100.
> frequenze cumulate: Nel caso in cui le modalità del carattere in esame sono ordinate è
utile studiare la frequenza con cui si presentano nel collettivo in esame modalità inferiori o
uguali a una certa soglia. Le frequenze cumulate servono quando vogliamo fissare una delle
modalità e leggere i dati della distribuzione rispetto a questa.

> Rappresentazione grafica della distribuzione di frequenza:


- pictogramma: grafico utilizzato per fini divulgativi e indirizzato a un pubblico di non
esperti. Sono figure o simboli, che ricordano l’oggetto al quale si riferisce la proprietà
rappresentata, e sono ripetuti tante volte quanto è la frequenza o la quantità della
relativa modalità.
- Ortogramma (diagramma a barre): utilizzati per variabili categoriali con categorie non
ordinate, riportano la distribuzione di frequenza su un piano cartesiano, disponendo
su un asse le modalità della variabile e sull’altro le corrispondenti frequenze. Le
modalità delle variabili sono rappresentate da linee, rettangoli che hanno base
uguale ed equidistanti fra loro. Sono disposti in modo orizzontale o verticale.
- Areogrammi: grafico in cui la distribuzione di frequenza viene rappresentata
suddividendo l’area di una figura piana (rettangoli, quadrati) in parti proporzionali alle
varie frequenze, che vengono rappresentate da aree. Il più noto è quello a torta,
divide l’area di un cerchio in settori proporzionali alle frequenze delle rispettive
categorie e presenta il vantaggio di non indurre il lettore alla percezione di un ordine
o di una gerarchia tra le categorie.
- Istogrammi: utlizzato per la rappresentazione di distribuzioni di variabili categoriali
con categorie ordinate e variabili cardinali. Nel primo caso vengono disposte una
accanto all’altra su una retta dell’asse cartesiano le categorie della variabile
nell’ordine in cui si susseguono e le frequenze con un rettangolo avente per base il
segmento corrispondente alle categorie e per altezza un segmento proporzionale alla
frequenza. Questo tipo di istogramma si chiama istogramma a basi uguali.
- Cartogrammi: grafici particolari, eseguiti su carte geografiche. Il territorio è diviso in
ripartizioni geografiche che assumono colori o tratteggi diversi in base ai valori che
assume la proprietà in quella ripartizione.

> Valori caratteristici di distribuzioni di frequenze:


- possono essere valori di tendenza centrale e valori di disuguaglianza. Valori di
tendenza centrale: rappresentano quei valori che useremmo nel caso dovessimo

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rappresentare la distribuzione di frequenza in un unico numero. Tuttavia per poter


effettuare una sintesi efficace di una distribuzione di frequenza devono essere
utilizzati nello stesso tempo sia valori di tendenza centrale che valori di
disuguaglianza.

> Valori di tendenza centrale per variabili categoriali con categorie non ordinate
- Per questo tipi di variabili l’unico valore di tendenza centrale è la moda. Rappresenta
la modalità della nostra variabile con la frequenza massima a cui viene dato il nome
di norma. E’ il valore che si rappresenta con maggiore frequenza.

> Valori di tendenza centrale per variabili categoriali con categorie ordinate
- Mediana: Per determinare la mediana, la prima operazione da fare è ordinare le
modalità delle variabile in ordine crescente. La mediana è quella cifra che bispartisce
la serie ordinata in modo da lasciare lo stesso numero di frequenze da tutte e due le
parti. Se il numero di frequenze è dispari, la mediana occupa il posto centrale della
distribuzione ordinata, e si ottiene sommando uno alla totalità dei casi e dividendo
per due. Se il numero dei casi è pari, non avremo un’unica mediana,in quanto
esistono due punti centrali della distribuzione. Se questi due punti sono occupati
dalla stessa modalità, essa rappresenterà la mediana, se le modalità sono diverse, la
distribuzione avrà due mediane.

> Per i valori di tendenza centrale per variabili cardinali c’è la media aritmetica. Si ottiene
sommando tutti i valori di una distribuzione e suddividendo per il numero totale.

> Valori di disuguaglianza.


Le misure di disuguaglianza indicano come sono diversi i casi della nostra distribuzione
rispetto alle varie modalità che assume la variabile. Quanto più i valori di disuguaglianza
sono alti tanto meno i valori di tendenza centrale sono capaci di sintetizzare una
distribuzione di frequenza. I valori di disuguaglianza hanno una denominazione diversa a
seconda del tipo di operazioni che possono essere effettuate tra le modalità della variabile.
Si dice disuguaglianza delle modalità eterogeneità, quando tra le modalità sussistono
soltanto relazioni di uguaglianza e diversità, cioè la variabile è categoriale con categorie non
ordinate. Si dice disuguaglianza delle modalità di dispersione, se tra le modalità sussiste un
ordine, quindi la variabile è categoriale, ma con categorie ordinate. Si dice disuguaglianza di
variabilità, quando è possibile effettuare tutte le operazioni matematiche sulle modalità della
variabile, cioè si è in presenza di una variabile cardinale.
Serie temporali e territoriali → Nella ricerca sociale è molto diffuso l’uso delle
serie temporali. Si dice temporale quella sequenza di valori che assume una
variabile nello stesso gruppo di unità in tempi diversi (anni, mesi). Si dice invece,
serie territoriale una sequenza di valori assunti da una variabile nello stesso
tempo, ma in aggregati territoriali diversi (nazioni, regioni, province). I valori in
questione possono essere frequenze assolute, percentuali o frequenze relative.
Quando si vuole studiare un fenomeno che è stato rilevato due volte, in
situazioni temporali o territoriali diverse, si avverte l’esigenza di quantificarle
tramite la differenza (a-b) o (b-a) r questa differenza si chiama variazione
assoluta. Mentre si parla di variazione relativa è il rapporto tra la variazione
assoluta per 100.

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CAP 11 - INTRODUZIONE ALL’ANALISI DEI DATI: ANALISI BIVARIATA


Nella relazione tra due variabili di possono verificare due condizioni: indipendenza o
associazione. Si dice che due variabili sono indipendenti se variazioni nelle modalità di una
non comportano cambiamenti nell’altra. Al contrario, si parla di associazione quando al
variare delle modalità di una variabile variano anche quelle dell’altra variabile. Qualora si
registri un’associazione tra due variabili, per procedere a una corretta analisi vanno
considerati due elementi: il tipo di variabili che sono poste in relazione e la direzione del loro
legame. Nek caso di variabili categoriali con categorie non ordinate si parla di concordanza
tra variabili, nel caso di variabili categoriali con categorie ordinate si definisce la presenza di
una relazione cograduazione, quando si mettono in relazione due variabili cardinali si ha una
correlazione.
Per stabilire la direzione del legame tra due variabili si ipotizza una relazione di dipendenza
per cui è possibile identificare una variabile come causa (variabile indipendente) che ha
conseguenze su un effetto (variabile dipendente). Alcune variabili sono sempre indipendenti
come l’età, il genere, e da cui dipendono fenomeni come il titolo di studio o lo stato civile.
Quando si ha una relazione come quella tra età e titolo di studio si parla di una relazione
unidirezionale, in quanto è la prima variabile che influenza la seconda. Quando si ha una
relazione come tra orientamento politico e religioso si dice di tipo bidirezionale, in quanto le
due variabili si influenzano in termini probabilistici reciprocamente.

Tabella di contingenza > La tabella di contingenza o a doppia entrata, è una distribuzione


congiunta delle frequenze di due variabili. Le frequenze all’interno del quadrato si chiamano
frequenze osservate, quelle nell’ultima colonna/riga (totale) sono frequenze marginali. Per
capire se scegliere una variabile di colonna da quella di riga bisogna capire quale variabile è
dipendente e quale è indipendente. Ad es. se il genere è sempre indipendente, si farà una
percentuale di colonna, che percentualizza all’interno del genere degli occupati.

Analisi multivariata > Le tecniche di analisi multivariata hanno lo scopo di prendere in


considerazione più variabili contemporaneamente . Queste tecniche si suddividono in due
gruppi:
1. tecniche che non assumono relazioni di dipendenza tra variabili > sono tecniche
finalizzate all’esplorazione, descrizione e sintesi dei dati
2. tecniche che assumono relazioni di dipendenza tra variabili > sono tecniche che
hanno l’obiettivo di stabilire se le ipotesi formulate sulle relazioni tra variabili siano
compatibili con i dati a disposizione.
Molto spesso questi due tipi di ricerca sono complementari.

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