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Diale ologia italiana A

Cosa si intende con diale o?


La parola diale o è un termine che tu noi usiamo, forse anche senza averci par colarmente ri e uto. Un
uso irri esso del termine diale o. Vediamo la de nizione del termine diale o che troviamo sul GRADIT, il
Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio de Mauro. È una de nizione che non si trova su un dizionario
specialis co quindi. Nel GRADIT leggiamo: ‹‹sistema linguis co usato in zone geogra camente limitate e in
ambito socialmente e culturalmente ristre o, divenuto secondario rispe o a un altro sistema dominante e
non u lizzato in ambito u ciale o tecnico-scien co››. Abbiamo un riferimento ai diversi gradi di
limitazione del diale o rispe o a quello dominante: spaziale, sociale, funzionale. Il diale o quindi è parlato
in un’area circoscri a, solo in cer ambien sociali e culturali. Non viene usato in ambito u ciale e non
viene usato in ambito tecnico-scien co. Un’altra importante ques one messa in luce dalla de nizione del
GRADIT riguarda l’allusione a un sistema linguis co. Questo ci fa capire che quindi il diale o è un sistema
linguis co indipendente, che è subordinato dal punto di vista sociale e funzionale e si oppone a un altro
sistema linguis co dominante. Possiamo allora considerare un qualsiasi diale o italo-romanzo, po il ligure,
usato nel territorio amministra vo della Liguria pur debordando anche in altre regioni come il Piemonte,
usato in un ambito socialmente e culturalmente ristre o come ci dicono i da ISTAT ( pico delle persone
anziane con grado di istruzione tendenzialmente basso e usato non in ambito u ciale o tecnico-scien co),
subordinato chiaramente a un altro sistema dominante che è rappresentato dalla lingua nazionale,
l’italiano. Nessuno però dubita, come vediamo dal GRADIT, che italiano e ligure siano sistemi linguis ci
indipenden : il ligure non è una varietà regionale dell’italiano ma abbiamo a che fare con due sistemi
dis n . Nell’o ca degli studiosi e dei sociolinguis vediamo ripresi in modo più tecnico tu i pun che
troviamo nella de nizione del GRADIT.
Per osservare una panoramica più ampia della de nizione di diale o possiamo vedere due ulteriori
de nizioni fornite da dizionari di francese e inglese. Nella tradizione di studi francese è più sfumato il
conce o di dialecte rispe o alla tradizione italiana. Possiamo vedere una de nizione che si sviluppa in due
tempi. Il dizionario è il Robert, uno dei più di usi della lingua francese. Nella prima accezione ci viene de o
che il dialecte è una forma regionale di una lingua considerata come sistema linguis co a sé stante. Nella
seconda accezione ci viene de o che il dialecte è un sistema linguis co che non ha lo status di lingua
u ciale o nazionale. Vediamo qui un’allusione al non u lizzo del dialecte in contes u ciali o nazionali.
Quindi viene ribadita la circoscrizione areale del dialecte, e poi si dice che non gode dello status di lingua
u ciale. Quindi vediamo che il dialecte viene de nito come sistema a sé stante rispe o a quello
dominante, che in questo caso è il francese. Poi si allude a una forma regionale di una lingua. La nozione di
dialecte si pone in relazione non solo con il conce o di langue, ma anche con quello di patois. Il diale o è
una forma regionale astra a di una serie di patois, di una serie di varietà che hanno per nenza
stre amente locale. Uno può indicare l’occitano come dialecte, come insieme di varietà parlate nel sud
della Francia, oppure si possono considerare singole varietà regionali di occitano. All’interno dell’occitano
inteso in senso generale o di varietà regionali noi abbiamo i singoli patois. All’interno del provenzale,
nell’occitano di Provenza, avremo il patois di Nizza, di Cras e delle varie altre località. Quindi la situazione
francese è più complessa perché se noi facciamo riferimento con il termine diale o sia a varietà regionali
sia a varietà più locali (quindi sia a diale che a patois), nel francese c’è una dis nzione. In usi specialis ci il
termine dialecte invece può essere usato anche per indicare varian regionali, quindi non per forza a sé
stan rispe o al francese.
Nella de nizione di Chambers invece vediamo che il termine dialect in inglese allude a una varietà o forma
linguis ca pica di un distre o o di una classe sociale, in par colare ma non per forza altro rispe o alla
forma standard. Quindi noi abbiamo il termine dialect anche in riferimento a varietà del sistema linguis co.
Queste varietà possono sia essere peculiari di un certo distre o territoriale che di una classe sociale e in
questo caso abbiamo una marcatezza di ordine diastra co, rela vo alla classe sociale. Questa varietà,
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denominata dialect, può essere diversa dallo standard ma non è de o che sia così. Questo perché,
specialmente nelle consuetudini della sociolinguis ca anglosassone è normale che si faccia riferimento allo
standard dialect, diale o standard, il che può sembrare quasi contraddi orio a orecchie abituate ad altri
usi. In inglese il termine dialect si riferisce a varietà sociali o territoriali di una lingua: l’inglese parlato nello
Yorkshire, l’inglese parlato in Scozia, ecc.
L’ul ma accezione del dialecte francese, quella di ambito specialis co, si riferisce a questo uso
anglosassone.
Ques tre termini, diale o, dialecte e dialect hanno la stessa e mologia. L’e mologia rimanda a una parola
greca, diàlektos. Il termine era femminile in greco, in francese la parola dialecte era anche di genere
femminile proprio in ossequio dell’origine greca. Il termine possedeva una serie di signi ca che richiamano
solo in parte, o in modo molto puntuale, le nozioni appena a rontate. Quindi in origine i signi ca di
diàlektos andavano nella direzione di un colloquio, una conversazione, una disputa, una pronuncia
par colare. In ambito greco si dis nguevano qua ro diàlektoi: il diale o a co, il diale o dorico, il diale o
eolico e il diale o ionico. A ques qua ro diàlektoi era venuta ad aggiungersi la koinè, lingua comune e
quindi non così marcata dal punto di vista geogra co, anche se aveva chiare connessioni con il diale o
a co e in parte con quello ionico, le de nizioni di a co, dorico, si riferiscono ad aree geogra che. L’a co si
riferirà alla regione storica dell’A ca, il dorico alla regione della Dorica, ecc. Ma il riferimento a una
speci ca diàlektos puntava anche a indicare generi le erari speci ci. Quindi il dorico era la diàlektos della
tragedia e della commedia, la varietà ionica e a ca era della poesia, e così via. Per cu in ambito greco c’era
una connessione tra le diàlektoi e un’area geogra ca speci ca ma anche tra le diverse diàlektoi e generi
le erari speci ci. La situazione dell’an ca Grecia, come ci fa notare Haugen in un ar colo del 1966, che ci fa
vedere che la situazione greca cos tuisce lo s molo dell’uso del termine nell’età moderna.
Vediamo ora l’uso del termine diale o in alcuni scri minori che si delineano nel corso della ques one
della lingua cinquecentesca in Italia. Lo vediamo ad esempio nelle Occorrenze Umane di Niccolò Liburnio.
Vediamo da questo tra o cosa si intende per applicazione di un modello importato dall’esterno. Liburnio fa
riferimento alla tradizione greca ellenis ca, nomina le qua ro diàlektoi della tradizione an ca e questa
diale ò, è de nita proprietà della lingua quindi un insieme di tra che cara erizza la lingua. L’idea quindi è
quella di un greco sovraordinato e guardando a cosa si trova in questo greco abbiamo le diàlektoi, le varie
proprietà della lingua. Niccolò Liburnio non esclude che le varietà individuabili nel territorio italiano
possano essere minutamente dis nte. Si tra a di un esempio di applicazione molto signi ca vo. Questa
dovrebbe essere la prima a estazione del termine diale o in italiano. C’erano già sta usi preceden da
parte di autori italiani, ad esempio Lorenzo Valla nella forma la na. Questa è la prima a estazione della
lingua italiana nella forma ossitona. Non c’è però alcuno s gma nega vo che si accompagna alla nozione di
diale o. Così come i greci chiamano diàlektos le loro varietà così noi chiamiamo diale le varietà del nostro
territorio. A un certo punto il termine diale o assume un’accezione nega va. Si incomincia a usare il
termine diale o solo qualche anno dopo la prima occorrenza che abbiamo in Liburnio e si comincia a usare
come qualcosa di inferiore e subordinato rispe o a una lingua. Quindi lingua come termine di paragone
superiore e pres gioso, diale o come qualcosa di inferiore e subordinato. Questo si coglie in nuce anche
nella de nizione del GRADIT vista poco fa: il GRADIT insiste sulla limitatezza del diale o quando lo si
confronta con il sistema linguis co dominante. Possiamo vedere il passo da cui si sembra cogliere l’avvio del
termine in una linea discendente e spregia va in un tra atello di Vincenzo Borghini reso noto tra il 1570 e il
1575, quindi ven cinque/trent’anni dopo rispe o alla prima a estazione di Liburnio, in tolato Se la
diversità della lingua greca è la medesima come quella italiana. Borghini ci dice che sostanzialmente non
era ravvisabile alcun po di priorità fra le diàlektoi della Grecia classica, erano tu e modalità di espressione
poste sullo stesso livello. Entra allora in gioco il confronto con la situazione italiana. Dice invece che i nostri
diale non sono approva e si scrivono solo per burla o come commedia. Quindi qui abbiamo la chiara
percezione di un abbassamento del diale o. La situazione italiana non è più considerata alla pari di quella
greca, la situazione greca viene assunta come modello e al tempo stesso si me e in luce che rispe o alla
situazione originaria i diale che si parlano nella nostra penisola non sono approva e si scrivono in uso
nella commedia. Dobbiamo allora chiederci il mo vo di questo mutamento di prospe va da Liburnio a
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Borghini. Nel fra empo si è sviluppata una chiara posizione nei confron della discussione della lingua del
Cinquecento e quella che nisce per prevalere è stata quella ar colata da Bembo. Pietro Bembo
rappresentava una gura di assoluto pres gio nel Cinquecento e nel rinascimento italiano, cardinale e
segretario di Leone X. Bembo è sopra u o l’autore delle Prose della Volgar Lingua in cui si delinea il
percorso che avrebbe assunto l’italiano nei secoli successivi come lingua scri a le eraria, cioè un italiano
arcaizzante che ha come modello Petrarca. Boccaccio viene considerato per la cornice narra va del
Decameron mentre Dante non è considerato sempre un buon modello di lingua per l’italiano. Quando viene
indicato come modello di lingua comune quel po di oren no, si è operata una promozione, la
promozione di un volgare speci co, quello toscano oren no, a lingua comune. Questa promozione induce
a un abbassamento di tu gli altri volgari presen sul territorio che vengono retrocessi al rango di diale .
Questa è la ragione che sta alla base delle diverse posizioni di Liburnio e Borghini. Prima della ques one
della lingua cinquecentesca si parlava semplicemente di volgari e avevamo dei volgari pos più o meno tu
sullo stesso livello. Avevamo una serie di volgari prima del Cinquecento, anche se il oren no per mo vi
le erari aveva iniziato a de nirsi come più pres gioso. Dante per esempio nel DVE aveva parlato di volgare,
non di diale o, e questo ci fa capire come una de nizione di Dante come diale ologo possa essere
considerato in e e un anacronismo.
Abbiamo visto che nella prima parte del Cinquecento si stabilisce un parallelismo tra situazione greca e
situazione italiana. Nella seconda parte del secolo invece, vediamo come dice Borghini, che si stabilisce una
di erenza di merito tra diale o greco e diale della nostra penisola, usa invece solo per burla. Tra queste
due posizioni si colloca la ques one della lingua cinquecentesca e vediamo quindi una vasta bibliogra a
sulla ques one della lingua. Quando Borghini scrive si è già a ermata la tesi prevalente di Bembo del
oren no arcaizzante. Bisogna allora osservare delle prove del cara ere arcaizzante della scelta di Bembo.
In par colare due esempi sono molto signi ca vi. Oggi, nell’italiano standard, il con nuatore del la no
bonum, in cui è presente una o breve tonica in sillaba aperta (terminante per vocale tonica), dà buono,
di ongazione ascendente. Invece nel caso di o breve in sillaba chiusa abbiamo una o aperta senza alcuna
di ongazione, quindi per esempio octo dà o o. Andando a vedere l’esito di o breve in sillaba libera in
toscano, in toscano vediamo che oggi non c’è di ongazione. La di ongazione era presente nel toscano
oren no del Trecento, e l’esito di ongato è stato poi so oposto a un processo di mono ongazione. Ciò
nonostante noi oggi usiamo buono, quindi forma oren na di origine trecentesca anche se poi i diale
toscani sono anda evolvendosi. Altro esempio signi ca vo è la desinenza di prima persona dell’indica vo
imperfe o. Per lungo tempo nell’uso italiano le erario abbiamo avuto l’impiego di forme terminan in -a.
Quest’uso era pico del toscano del Trecento. L’impa o delle scelte operate da Bembo fa sì che la voce
verbale terminante in -a resterà indiscussa nell’italiano le erario e nirà per prevalere no all’O ocento
inoltrato. Manzoni usa la forma in -a nelle sue opere, solo nella quarantana, edizione del 1840 dei Promessi
Sposi, adopera la desinenza in -o.
Alcune delle scelte di Bembo ancora oggi incidono sulla lingua, come nel caso di buono, mentre altri usi si
sono protra per mol secoli e hanno poi cominciato a scemare nel tempo come il caso della prima
persona dell’indica vo imperfe o.
Andiamo ora ad a rontare la ques one del diale o in una prospe va più tecnica, dalla prospe va di
studiosi di sociologia e linguis ca. Quindi vediamo una de nizione di diale o nella prospe va degli
studiosi, incominciando quindi dalla de nizione e cara erizzazione che ci o re Berruto nel volume prima
lezione di sociolinguis ca. Berruto ad esempio ci dice che le di erenze tra lingua e diale o sono
innanzitu o di po sociale, culturale e sociolinguis co. Berruto poi procede per una cara erizzazione per
contrasto di lingua e diale o. Nel parlare della lingua Berruto usa i tra pici della cara erizzazione dello
standard: ha una di usione geogra ca più ampia, cara ere sovraregionale, è più elaborata perché usata in
più ambi . In par colare insiste poi sul dominio scien co e tecnologico, dominio d’uso più signi ca vo per
la cara erizzazione di un idioma: se un idioma è usato in ambito scien co e tecnologico allora signi ca che
questo idioma è elaborato e può essere cara erizzato alla stregua di una lingua. Il GRADIT faceva
riferimento agli ambi tecnico scien ci e agli ambi is tuzionali. Quindi se una lingua viene usata in un
vasto numero di domini, in primis scien ci e tecnologici, allora signi ca che si tra a di un codice elaborato
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in par colare per quanto riguarda le risorse lessicali. In nuce si può cogliere il cara ere pres gioso della
lingua e anche il fa o che la lingua, così come viene cara erizzata, alla stregua di lingua standard, è una
lingua prevalentemente scri a. Questo non signi ca che noi non usiamo lo standard nell’uso orale, ma che
più di usamente tendiamo a usare nell’oralità una varietà di italiano che si avvicina allo standard ma non
coincide con esso tout court. Quindi è quello che Berruto chiama uno standard e che ri e e dell’in usso in
vari ambi , il lessico e la morfosintassi. Quindi questa è la cara erizzazione che ci fornisce di lingua Berruto:
cara ere sovraregionale, codice elaborato. I segni di questa elaborazione si colgono in par colare nel
lessico. Per quanto riguarda invece il diale o, la sua cara erizzazione usa gli stessi parametri impiega per
la cara erizzazione della lingua, ma ques parametri vengono valuta con segno nega vo. In riferimento
alla di usione geogra ca, Berruto ci fa presente che il diale o ha una di usione geogra ca rido a. Al
parametro della di usione geogra ca quindi la lingua risponde con un’estensione ampia mentre il diale o
con estensione rido a, quindi il diale o ha cara ere locale e come conseguenza di essere impiegato in un
ambito più ristre o presenta meno risorse a livello di elaborazione e quindi possiede un lessico meno
esteso rispe o a quello della lingua. È quindi possibile trovare esempi di uso tecnico scien co in diale o.
Quello che si vuole dimostrare in alcuni studi è che con il diale o si può parlare di qualsiasi cosa. Per parlare
di qualcosa di tecnico in diale o allora dovrò fare uso di ingen pres dallo standard. Quindi il lessico è
meno esteso. Berruto conclude me endo quindi in luce il cara ere rela vo e complementare dei due
conce . Perlomeno nella situazione di cui ci occupiamo noi, nella situazione italiana, non si può parlare di
diale o se non esiste una lingua. Berruto ci dice anche che tu e le lingue all’inizio della loro vita erano
diale . C’è quindi un rapporto complementare. Il conce o di diale o, per come viene usato nella
tradizione di studi italiana, è un conce o relazionale: si parla di diale o quando si fa riferimento a una
lingua. Questo lo si vede anche nello sviluppo diacronico che ha conosciuto il termine diale o in italiano.
Diale o assume una connotazione precisa quando viene iden cata una lingua di riferimento e un volgare
viene assunto a varietà di riferimento per l’uso comune e per l’uso le erario.
Berruto ci ribadisce che i diale sono varietà de nite nella dimensione topica (geogra ca) piche e
tradizionali di una certa regione, area o località. Per questo i diale non sono mai varietà standard.
Abbiamo de o che Berruto de nisce la lingua nei termini di una lingua standard perché sovraregionale,
perché elaborata, come conseguenza dell’elaborazione è una lingua pres giosa agli occhi di chi la usa ed è
usata in forma prevalentemente scri a, sopra u o per i domini linguis ci più formali e tecnici. Un altro
problema è quello della codi cazione. La codi cazione è un processo per cui una certa lingua si dota di
codici. I codici, in questo se ore di studi, sono semplicemente gramma che e dizionari. Una lingua standard
è dotata di un certo numero di gramma che, di un certo numero di dizionari. Gramma che e dizionari sono
alla base del processo di codi cazione di una varietà. Berruto nel dirci che i diale non sono mai standard ci
dice una cosa importante: i diale possono godere di un certo grado di codi cazione o standardizzazione.
Mol diale si sono dota , nel corso dei secoli e talvolta già a par re dal Se ecento e poi nell’O ocento, di
vocabolari. La lessicogra a diale ale orisce nel corso dell’O ocento e par colarmente negli anni che si
collocano a ridosso dell’unità d’Italia. A par re dalla metà del secolo ma in cer casi anche nei decenni
preceden si delinea quindi un certo fermento nella codi cazione di vocabolari. Quindi molto diale , se
non quasi tu sono dota di uno o più vocabolari e quindi presentano sintomi di codi cazione. Più rara è la
compilazione di gramma che ma in alcuni casi abbiamo descrizioni già se ecentesche dei diale . Quindi i
diale possono godere anche di un qualche grado di codi cazione e quindi anche di standardizzazione. Se
noi abbiamo sintomi di codi cazione nei diale allora signi ca che quei diale avranno un certo grado di
standardizzazione. Non saranno delle varietà standard a tu o tondo perché ovviamente altrimen verrebbe
meno l’opposizione tra lingua e diale o. È però importante avere consapevolezza del fa o che la maggior
parte dei diale italo romanzi ha conosciuto un certo livello di codi cazione. Nel se ecento anche in
piemontese abbiamo una codi cazione, poi nel corso dell’O ocento anche si sono succedute varie proposte
di codi cazione. La codi cazione gramma cale conoscerà una lunga pausa dal 1783 no agli anni trenta del
Novecento. il piemontese era usato anche come lingua presso la corte. La nobiltà sabauda, il duca prima e il
re poi, usavano abitualmente il piemontese, talvolta il francese e raramente l’italiano.
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L’altro punto su cui Berruto insiste è la subordinazione del diale o rispe o a una lingua standard. La lingua
standard fa da te o ai diale so ostan , nel senso che copre i diale che a essa sono subordina . Allora
bisogna parlare di lingua te o. Nel testo di Avolio viene de o che i conce di lingua guida e lingua te o
possono essere considera a grandi linee sinonimici. In realtà però è più adeguata una dis nzione tra i due
conce . La nozione di te o linguis co è stata proposta per la prima volta da un sociologo tedesco che si è a
lungo occupato di sociologia del linguaggio, dei rappor tra le lingue a livello di repertorio, dei processi di
standardizzazione, Heinz Kloss, che conia il conce o di Dachsprache, lingua te o (calco dal tedesco). Per
lingua te o si intende la lingua della scolarizzazione primaria nel territorio in cui i diale sono parla e
stre amente imparenta con essi. Quindi la lingua te o è una lingua parlate nello stesso territorio in cui
sono presen i diale . Quindi la de nizione di Kloss poggia su elemen sociali (lingua te o come lingua
della scolarizzazione primaria) ma anche geogra ca e anche linguis ci (quindi una posizione di parentela).
La nozione di lingua guida invece riguarda solo gli aspe culturali, e non riprende la ques one della
parentela delle lingue. Pellegrini quindi parla di lingua guida solo a livello sociale e culturale. Vista la
reciprocità tra ques due conce bisogna ribadire una de nizione che è quella del GRADIT, cioè il fa o che
il termine diale o si riferisce a un sistema linguis co da considerarsi a sé stante rispe o all’italiano. la
cara erizzazione del diale o come sistema linguis co a sé stante rispe o all’italiano funziona per la
maggior parte dei casi che si rivelano nella penisola, quindi non c’è dubbio che piemontese e italiano siano
sistemi linguis ci dis n , che italiano e siciliano siano sistemi dis n , ma ci sono delle aree del nostro paese
in cui la distanza tra italiano e diale o è molto rido a. In par colare in Italia centrale: Toscana, Roma,
alcune zone di Italia mediana. In ques casi è molto problema co riferirsi al diale o come a un sistema
linguis co a sé rispe o all’italiano. In par colare perché nell’area di Roma abbiamo una coincidenza tra la
varietà di italiano locale e il diale o. Questo vuol dire che il diale o toscano o romanesco in realtà è una
varietà dell’italiano. Bisogna quindi tenere presente che se è vero che i diale si presentano in genere
come sistemi linguis ci a sé stan rispe o all’italiano, c’è anche un’area circoscri a che coincide con l’Italia
centrale in cui parliamo di varietà regionale dell’italiano.
L’uso di un’e che a come diale italiani può apparire fuorviante, perché potremmo pensare ai diale
come varietà geogra che della lingua nazionale, cosa non vera nella maggior parte dei casi. Noi possiamo
parlare di diale italiani a rigore solo per i diale dell’area centrale. Quindi la soluzione per uscire da
questo vicolo cieco terminologico è quella di ado are l’e che a di diale d’Italia. Noi leghiamo così lo
studio dei diale a un territorio amministra vo, che può anche andare bene, ma il legame che si stabilisce
tra lo studio dei diale e il territorio amministra vo in cui si parlano i diale porta all’esclusione dal nostro
orizzonte di studi di qualche sistema diale ale. Nella cosidde a Svizzera italiana, nel territorio della Svizzera
in cui l’italiano è lingua u ciale, si parlano diale lombardo-occidentale e lombardo-veneto, nella zona del
Canton Ticino e il Canton Grigioni. Ques quindi sono diale che non sono d’Italia ma sono uguali a quelli
cui corrispondono in Italia. Questo vale anche per il corso: in Corsica si parlano diale simili a quelli che si
parlano in altre aree d’Italia, i corsi cismontani rivelano più di una connessione con i diale toscani, i
diale invece ultramontani rivelano un cedimento verso i diale della Sardegna. Nell’area se entrionale
della Sardegna non si parlano infa diale sardi ma diale di transizione sardo-corsi. Quindi se noi
usassimo questa e che a di diale d’Italia non dovremmo studiare i diale simili a diale che si parlano
nella nostra penisola colloca al difuori dei con ni nazionali. I due esempi sono quelli dei diale lombardi
della Svizzera e dei diale ora vicini al sardo, ora al toscano, che troviamo in Corsica. Questa ques one di
inadeguatezza della de nizione di diale italiani è una ques one di lungo periodo che si pongono anche
studiosi che si occupano della nostra realtà stranieri, che vi ri e ono essendo incardina in atenei stranieri.
Nel 1997 Mar n Maiden e Marie Parry avevano deciso di parlare non di italian dialects ma di dialects of
Italy. Questo perché, secondo i due studiosi, il termine spesso usato di diale italiani creano l’impressione
errata che i diale siano varietà della lingua nazionale. In realtà sappiamo che la lingua standard
rappresenta la con nuazione di uno dei diale che hanno pres gio internazionale. Se consideriamo gli altri
diale rispe o al toscano da cui si sarebbe generata la lingua comune, ques vanno considera come
diale fratelli dell’italiano. Si tra a di sviluppi divergen del la no parlato in certe aree di Italia. Quindi è
importante considerare nella ques one complessiva che i diale d’Italia sono diale fratelli dell’italiano
perché si sono sviluppa parallelamente al diale o da cui sarebbe poi nato l’italiano.
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Weinreich ci dice che la lingua è un diale o dotato di un esercito e di una o a, quindi di un peso speci co
notevole. Si tra a di una formula che è stata a ribuita a diversi linguis ma in realtà la formulazione
originaria dovrebbe essere questa di Weinreich. Quindi un’idea di lingua dotata come una forza di fuoco
notevole. Berruto ci propone una riformulazione di questa considerazione, in cui ci veniva de o che tu e le
lingue erano diale . Se noi riconsideriamo questa formula nell’o ca della storia dei diale della nostra
penisola allora dobbiamo dire che la lingua è un volgare che ha fa o carriera. John Joseph ha messo in luce
che spesso nell’a vità di standardizzazione e codi cazione delle lingue si veri ca quasi sempre un processo
di sineddoche. Questo signi ca che una varietà speci ca nisce per indicare la lingua nel suo complesso.
Questo è quanto è avvenuto nella storia dell’italiano, quindi inizialmente avevamo dei vulgares, fra cui
assume par colare pres gio per meri sopra u o le erari il toscano, e quindi si opera un processo di
sineddoche e la parte nisce per indicare il tu o. Ovviamente ci sono delle di erenze importan se noi
confron amo oggi le cara eris che dell’italiano standard con i diale toscani. Questo perché i diale
hanno cominciato a evolversi. Un esempio di questa divergenza è quella vista inizialmente dell’esito di o
breve in italiano.
Coseriu, in un suo ar colo del 1880 introduce la dis nzione tra diale o primario, secondario e diale o
terziario. Questa tripar zione perme e di ri e ere sui diversi avvicendamen che si possono stabilire lungo
l’asse temporale in una lingua. Quest’agge vazione si riferisce a momen diversi, dal primario al terziario,
della storia di una lingua. Se volessimo usarla per l’area romanza, i diale primari sono prima i volgari, e poi
i diale italo romanzi. Quindi è il primo livello di derivazione da varietà locali di la no, quindi si delineano i
primi volgari. i diale secondari invece si hanno quando emerge tra i diale primari un diale o da cui si
origina la lingua comune. Quando la lingua comune si di onde sul territorio dà vita ai diale secondari che
si fondano per di erenziazione spaziale e geogra ca dopo la di usione della lingua comune. È il caso degli
italiani regionali, che sono delle varietà geogra che della lingua comune. Il passo ulteriore è rappresentato
dai diale terziari: se la lingua comune ha una varietà standard, da questa varietà si di ondono altre
varietà. Questo ci fa ragionare che i diale primari sono varietà coeve da cui si è sviluppata la lingua
comune. quindi si fondano per di erenziazione per la lingua comune e la lingua standard. Diale secondari
e diale terziari sono varietà di uno stesso sistema, cosa che non avviene per i diale primari
cara erizzabili come sistemi linguis ci dis n e coevi del sistema da cui si sarebbe sviluppata la lingua
comune, il toscano. I diale secondari hanno assunto la massa cri ca per svilupparsi picamente nel
periodo tra le due guerre mondiali. Coseriu si riferisce quindi alla di usione della lingua comune come
lingua comune d’uso, cosa che non c’era mai stata in Italia, prima dell’unità d’Italia e poi nei decenni
successivi. Secondo gli studi di De Mauro al momento dell’unità solo il 2.5% della popolazione era italofono,
quindi il resto della popolazione era diale ofona e non sapeva usare o usava in modo molto rela vo
l’italiano. Quando si di onde l’istruzione scolas ca l’italiano inizia a di ondersi. Ci sono tra regionali usa
da qualsiasi parlante o scrivente senza che questo abbia consapevolezza che sia un tra o regionale. Quindi
si dà inizio così a una varietà regionale standard. Pensiamo ad esempio al lessico, verduriere. I diale
primari sono varietà coeve del diale o da cui si è originata la lingua comune (ad es. i diale italo-romanzi); i
diale secondari sono varietà formatesi per di erenziazione diatopica dopo la di usione della lingua
comune (ad es. gli italiani regionali, varietà geogra che di una stessa lingua); i diale terziari invece si
hanno quando una lingua comune dispone di una varietà geogra ca dello standard (ad es. gli italiani
regionali standard). I diale terziari cos tuiscono un so oinsieme dei diale secondari. Noi nei diale
secondari troviamo tu i tra marca diatopicamente, sia quelli in senso sociale che quelli non marca in
senso sociale, mentre in quelli terziari abbiamo i tra non marca socialmente, propri di tu i parlan
senza alcun po di consapevolezza. Questo uso del termine di diale o di Coseriu sembra accomunare
tradizioni diverse: parlando di diale secondari e terziari in rapporto alla situazione italiana noi facciamo
riferimento a varietà geogra che spaziali di una stessa lingua, quindi a una de nizione vicina ai dialects
anglosassoni, mentre se li accomuniamo ai diale italo-romanzi usiamo il termine diale o con la pica
accezione italiana. Primario, secondario e terziario riguardano quindi termini di sviluppo diacronico.
Quindi secondo Coseriu se applichiamo questa dis nzione all’italiano me e in evidenza che i diale
italiano sono coevi al diale o cui si svilupperà la lingua comune, e quindi i diale primari cos tuiscono
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un’evoluzione dal la no locale. Per quanto riguarda i diale secondari e i diale terziari invece siamo in
uno stesso sistema linguis co quindi si tra a di di erenziazioni che si producono nella lingua comune o
nella lingua standard. I tra che cos tuiscono i diale secondari o terziari sono comprensibili a livello
regionale. Cambia la cara erizzazione sociale dei due fenomeni, per cui i tra dei diale secondari sono
marca dal punto di vista sociale. quest’uso va in questa direzione. Nel diale o secondario noi troviamo la
totalità dei tra che cara erizzano l’italiano regionale. Invece i diale terziari ri e ono uso di italiano
regionale solo a livello di classe sociale medio-alta, quindi i tra che riscontriamo nell’italiano regionale
standard non vanno sogge a s gma sociale. quindi il quando che piemontese è fortemente s gma zzato
mentre il solo più non ha la stessa s gma zzazione.
Ancora, lo possiamo vedere anche nella locuzione avverbiale solo più, che è un calco del piemontese. Ne
riscontriamo occorrenze anche in ambito scien co, quindi si tra a di un elemento regionale di cui il
parlante o lo scrivente non ha consapevolezza, usato pensando che sia un tra o italiano. Forma avverbiale
che gode di molta fortuna nel contesto regionale, e anche di usa nella Liguria Occidentale, ma al difuori di
queste due aree l’uso di solo più come ancora soltanto viene percepito come anomalo.
Prima della diale ologia
Graziadio Isaia Ascoli viene considerato il padre della diale ologia italiana e romanza, essendosi occupato
non solo dei diale stre amente coper dall’italiano come lingua te o, cioè stre amente collega con
l’italiano lingua nazionale, ma anche con altri diale . Ad Ascoli si deve la de nizione di due nuovi insiemi di
diale : il ladino e il franco-provenzale. Rispe o alla nascita della diale ologia, non è possibile stabilire una
data di nascita precisa, nella seconda metà dell’O ocento però si creano le condizioni perché si delineino i
metodi e si delinei un impianto teorico di un orientamento diale ologico. Prima della metà dell’O ocento, a
par re dal Se ecento e poi sopra u o nell’O ocento le scienze del linguaggio avevano un orientamento
storico e compara vo. Vale quindi l’esempio della teoria dell’albero genealogico sviluppata da Schleicher,
che elabora una classi cazione genealogica delle lingue indo-europee a par re da una radice comune che è
quella che viene chiamata dagli studiosi tedeschi Ursprache che consiste con l’indoeuropeo che gli studiosi
cercano di ricostruire. A par re da questa protolingua, da questa radice indoeuropea, discendono le lingue
degli altri rami. Bisogna quindi ricostruire un albero in cui si rendano palesi i legami tra la lingua originaria e
i vari rami indoeuropei. Abbiamo quindi i vari gruppi, e all’interno dei vari rami i so orami. Abbiamo il ramo
galloromanzo, italoromanzo, iberoromanzo. In un orientamento di questo po i diale non sono tenu in
conto. Nello sforzo ricostru vo di ques studiosi i da vengono forni dalle a estazioni scri e delle lingue
quindi i diale come parlate vive sono ignorate dai primi indoeuropeis . Abbiamo un nuovo orientamento
di studi a par re dagli anni se anta dell’O ocento che è quello dei neogramma ci. Anche questo po di
orientamento si sviluppa in ambito tedesco, i neogramma ci vogliono dimostrare l’ineccepibilità delle leggi
fone che, per cui non hanno intento ricostru vo ma vogliono pervenire alla formulazione di leggi fone che
immutabili. A par re cioè da una ipotesi iniziale, applicando la legge, noi dovremmo avere un risultato
garan to e ineccepibile. Ovviamente le cose non funzionano sempre così bene, dato che abbiamo delle
eccezioni al funzionamento delle leggi fone che e i neogramma ci a ribuivano a fenomeni di pres to e
analogia queste eccezioni.
Ad esempio noi oggi usiamo comunemente il verbo mangiare. In realtà questa voce verbale non deriva da
una con nuazione dire a dal la no volgare all’italiano, ma si tra a di un fenomeno di pres to, cioè di una
parola importata da un’altra lingua, l’an co francese. La base dell’an co francese da cui deriva la forma
italiana mangiare è mangier. Nell’italiano an co troviamo delle forme di con nuatori regolari. Questa è
un’eccezione allo sviluppo fone co, perché noi dovremmo avere manducare forma dell’italiano an co ma
invece abbiamo un’eccezione a causa di un fenomeno di pres to.
Per quanto riguarda l’analogia invece possiamo pensare al caso della prima persona con esito -a nale. Se
prendiamo ad esempio credebam, vedebam, avremmo credeva e vedeva. Ma dato che al presente noi
abbiamo una -o, allora diventa credevo e vedevo. I neogramma ci u lizzano i diale proprio per la
dimostrazione delle proprie teorie. Quindi vediamo che si viene ad a ermare questo interesse per i diale .
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Ascoli ha avuto dei prodromi signi ca vi. Già a Milano opera poi un gruppo di studiosi come coloro che
precedono le teorie ascoliane. Abbiamo per esempio Cherubini che è anche autore di un dizionario di
milanese e italiano. Un altro studioso pre-ascoliano è Piero Mon , autore di un vocabolario di nuova
concezione, perché non è un vocabolario di una varietà speci ca, come quello di Cherubini, ma un
vocabolario di area, che si a ermeranno solo un secolo più tardi. Quello di Mon è un primo dizionario di
area perché riguarda non solo una ci à speci ca ma Como e la diocesi comasca.
L’orientamento dei pre-ascoliani è dato innanzitu o perché l’analisi delle vicende di una lingua viene
inserito nel contesto storico. Quindi inserire la lingua nelle vicende storiche che le sono proprie
nell’O ocento è una grande novità. I pre-ascoliani ri utano le prospe ve glo ogoniche, legate
all’iden cazione della lingua primigenia, lingua madre originaria. Non sono indoeuropeis e non lavorano
perché si possa iden care la lingua originaria, la protolingua indoeuropea. Un’altra novità consiste nel
conce o di sostrato. L’uso del termine in applicazione a lingue e diale viene a ribuito a Ca aneo.
Andando a controllare il termine sul dizionario e mologico della lingua italiana esistono a estazioni
preceden leggermente rispe o a quella di Ca aneo della metà dell’O ocento ma Ca aneo è colui che ha
più ri e uto sul conce o di sostrato. Bernardino Biondelli nel saggio sui diale gallo-italici del 1853, illustra
i suoi proposi nella prefazione. Biondelli muove dal desiderio di stabilire una classi cazione ragionata dei
diale gallo-italici, chiama così perché parla in quella regione d’Italia che prima della potenza romana
era abitata dai galli. I diale gallo-italici presentano un in usso delle lingue galliche o cel che. Il sostrato
quindi è il fenomeno per cui una lingua precedente eventualmente scomparsa in uenza una lingua
successiva. Biondelli iden ca nella sua descrizione dei diale gallo-italici alcuni fenomeni di ambito
fone co che a de a di Biondelli possono essere a ribui al sostrato gallico o cel co. Un’altra possibile
de nizione di sostrato, rispondente forse di più al vero, è quella per cui il sostrato sarebbe l’in usso della
lingua dei vin su quella dei vincitor. Quindi pur essendo sta scon i galli dai romani permangono dei
fenomeni di in usso delle lingue galliche che erano lì prima parlate. Quindi noi parliamo di sostato in
riferimento alle lingue neo la ne, considerando come strato il la no. Lo strato è il la no, il sostrato quello
che viene prima del la no, quindi l’impianto degli in ussi pre-la ni, mentre il superstrato è quello che è
venuto dopo al la no e si è ad esso sovrapposto. Nel momento però in cui i pre-ascoliani notano che un
certo diale o presenta un esito che non è a eso a par re dalla base la na, allora a ribuiscono quella
eccezione al sostrato, alle lingue che hanno preceduto il la no su quel determinato territorio. È un
ragionamento non troppo diverso da quello illustrato in relazione ai neogramma ci. La risposta alle
eccezioni viene data con un fenomeno di natura esterna, cioè l’a ribuzione di quel fenomeno all’in usso
delle lingue neola ne. Ascoli rielabora il conce o di sostato e fa un uso moderato di questo conce o, e la
moderazione ha a che fare con la lunga ri essione che Ascoli opera sul conce o di sostrato. Quindi tenta di
porre degli argini all’applicazione indiscriminata al conce o di sostrato e nel fare questo propone delle
prove. Ci dice perciò che per a ribuire con certezza un certo esito all’azione del sostrato devono essere
dimostrate tre prove, che nel saggio del 1882 chiama congruenze.
Le tre congruenze ascoliane sono la congruenza corogra ca, quella intrinseca e quella estrinseca, prove a
cui deve corrispondere un fenomeno linguis co per poter essere de nito di sostrato. Vediamo innanzitu o
lo sviluppo della u lunga tonica la na in larga parte dei diale se entrionali. Noi abbiamo un passaggio a
una u anteriore arrotondata che si produce quindi con un arrotondamento delle labbra. La variante non
arrotondata di y è i.
La congruenza iconogra ca ha a che fare con la di usione geogra ca delle due lingue che ci interessano la
lingua an ca prela na e la lingua a uale. Quindi noi dobbiamo veri care che il fenomeno che ci interessa
sia di uso nel territorio che era e e vamente occupato dalla popolazione che supponiamo possa aver
fornito il sostrato al fenomeno. L’ipotesi è che il fenomeno sia di origine gallica o cel ca. Quindi dobbiamo
veri care se c’è corrispondenza tra di usione del fenomeno e an ca applicazione gallica o cel ca. Questo
po di prova sembra funzionare bene: abbiamo una buona presenza del fenomeno proprio nei territori
dell’Italia se entrionale che erano sta occupa dai cel . Quindi la prova corogra ca sembra funzionare in
modo convincente in questo caso. La prova intrinseca invece ci chiede di veri care la corrispondenza tra il
dato linguis co che ci interessa, di cui vogliamo provare l’origine sostra ca e l’evoluzione che troviamo nella
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lingua preromana anche dove quella lingua non cos tuisca un sostrato. Questo signi ca che dobbiamo
veri care che il fenomeno che s amo osservando sia presente anche nelle lingue che discendono
dire amente dalla lingua neola na. Quindi il passaggio da u lunga tonica a y è di origine cel ca e allora
dobbiamo veri care che questo suono sia presente nelle lingue cel che odierne, che cos tuiscono una
con nuazione dell’an co cel co. Noi quindi troviamo questo suono nelle lingue cel che. Abbiamo uno
sviluppo di u lunga tonica ma indoeuropea che porta a i in bretone, quindi una delle lingue cel che ancora
oggi parlate. L’ul ma congruenza invece è la congruenza estrinseca. Questa ci chiede di veri care la
presenza del fenomeno in altre lingue che si sono sovrapposte allo stesso sostrato. In questo caso la prova è
facilmente dimostrabile, è su ciente che a raversiamo le alpi per vedere che il suono u è presente tanto in
altre lingue neola ne, come prosecuzione di una u lunga tonica, ad esempio in francese, in alcune sue
varietà, ed è presente anche in tedesco. Quindi queste sarebbero due evidenze a favore della congruenza
estrinseca. Quindi abbiamo individuato un fenomeno, il passaggio da u lunga la na a y, abbiamo supposto
che il fenomeno sia di origine cel ca e per avere conferma di questo si sono applicate le tre congruenze
ascoliane. Il passaggio da u lunga tonica a y sembra essere un fenomeno di sostrato.
Vediamo che la penisola italiana sarebbe stata ogge o di due principali ondate di invasione che ne
avrebbero condizionato le sor linguis che. A par re dalla metà degli anni novanta del novecento uno
studioso molto noto, Mario Alinei, ha sviluppato la teoria della con nuità secondo la quale non ci sarebbero
sta trasferimen di popolazioni da altri territori verso la nostra penisola ma un insediamento indoeuropeo
ab an quo. Secondo Alinei già nel paleoli co ci sarebbero state delle condizioni di i.e. già nel territorio
italiano.
La teoria più di usa vuole invece due invasioni: la prima tra il IV e il II millennio a.C. di popolazione
preindoeuropee (liguri, etruschi, sicani, re ci, sardi, …) e la seconda nel II millennio a.C. di popoli di s rpe
indoeuropea (cel , la ni, siculi, osco-umbri, …). Possiamo anche vedere qualche insediamento di po
semi co a ribuibile ai punici che si sarebbero insedia nei territori della Sicilia occidentale e della Sardegna
meridionale nel I millennio a.C. Nel territorio che corrisponde alla Tunisia viene riportata l’indicazione dei
fenici, in realtà quello è insediamento punico mentre i fenici erano molto più a Oriente, nel territorio tra
Libano e Siria. Questa è la situazione della nostra penisola anteriore alla romanizzazione.
Inevitabilmente, questa mappa ci fornisce una fotogra a approssima va dell’avvicendarsi di popolazioni
diverse.
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Una carta dinamica ci avrebbe però fa o vedere che a una presenza ligure si sarebbe poi sovrapposta quella
cel ca: è vero che Piemonte meridionale e Liguria sono state aree di insediamento ligure ma anche di
insediamento cel co. Quindi bisogna sempre fare a enzione alle dinamiche storiche che si sono veri cate:
è giusto evidenziare l’insediamento ligure ma è anche giusto ricordare che al sostrato ligure si sarebbe
sovrapposto un sostrato di po cel co. Quindi il cel co rappresenta evidentemente un superstrato nei
confron del ligure, ma entrambi sono sostrato al la no.
Abbiamo de o che nei diale dell’Italia se entrionale abbiamo la palatalizzazione dell’u lunga tonica
la na. Questo suono y, vocale anteriore chiusa arrotondata, possiamo anche chiamarla u turbata o palatale.
Abbiamo poi tentato di a ermare la validità di questa ipotesi mediante le congruenze ascoliane. A raverso
di esse, il passaggio a u turbata (Y) sembra dovuta al sostato cel co. Per ora non ci sono state prove sul fa o
e caci che la y possa non essere un fenomeno di sostrato. Abbiamo infa due pi di considerazioni che
vogliono tentare di dimostrare che non sia legata al sostrato. La prima, rela va al fa o che in francese il
fenomeno della palatalizzazione sembra prodursi non prima dell’VIII sec. d. C. quindi molto dopo la
dominazione gallica, quando la Gallia era già stata profondamente romanizzata. Poi, il fa o che nelle
iscrizioni galliche non compaia in apparenza una dis nzione gra ca tra u e y, ma questo non signi ca che i
Galli non pronunciassero u. è possibile che l’evoluzione da u lunga a y non abbia a che fare con i cel , ma
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tentare di dimostrare la non cel cità del fenomeno sulla base di usi scri non è acce abile perché non
abbiamo idee delle convenzione usate dai cel e dai francesi dell’VIII secolo per descrivere la nostra lingua.
Spesso uno stesso grafema veniva u lizzato tanto per indicare il suono y quanto per indicare il suono u.
questa considerazione è anche banale per chi si occupa di sistemi gra ci, per cui non si può me ere in
discussione la validità di questo fenomeno solo con usi scri .
Più convincen sono invece le prove portate contro il presunto cara ere etrusco della gorgia toscana. La
gorgia è un fenomeno che cara erizza i diale toscani, in par colare il oren no ma anche altri diale
toscani. Si tra a di un processo di spiran zzazione delle occlusive sorde intervocaliche. Le occlusive sorde
sono C, T, P. Ques tre suoni hanno un processo di spiran zzazione quando si trovano tra due vocali,
all’interno di parola o anche tra parole. Il fenomeno è ritenuto picamente oren no perché solo a Firenze
abbiamo la spiran zzazione delle tre occlusive sorde intervocaliche. La gorgia man mano diminuisce di
intensità e per l’intera area toscana vale solo la spiran zzazione dell’occlusiva velare sorda. Ciò è in uenzato
anche dalla morfosintassi: casa non è pronunciata spiran zzata se non è preceduto dall’ar colo “la”.
La prima controprova, portata da Rohlfs, è che se il sostrato agisce prima del la no, allora già il la no
parlato localmente, il la no classico, avrebbe dovuto essere sogge o alla gorgia. Ma non pare sia stato così,
perché oggi si ha questo fenomeno in area toscana per cui si dice pasce e vosce, per parole che derivano dal
la no pax e vox. Se il fenomeno fosse di sostrato noi ci aspe eremmo di trovare in toscano, dato che i suoni
occlusivi velari la ni sarebbero dovu essere so opos alla gorgia, ma non è stato così, perché non
abbiamo pahe ma pasce. Nemmeno la prova corogra ca risulta rispe ata in questo caso: se la gorgia fosse
di origine etrusca dovremmo riscontrare il fenomeno in tu a l’area so oposta al dominio dire o o indire o
degli etruschi. Ma non è quello che avviene. E poi Rohlfs fa anche notare che ci a enderemmo di trovare la
gorgia nei diale corsi cismontani, sogge all’in usso toscano (si dice impropriamente toscanizza anche
se è anacronis co) a par re dall’VIII/IX secolo. Questa seconda obiezione è meno calzante della prima: in
Corsica il toscano è stato importato imponendosi su una lingua lì presente quindi non è de o che tu i
tra del toscano siano sta poi acce a nel corso. Poi abbiamo una terza considerazione che riguarda le
a estazioni le erarie della gorgia. Noi non troviamo mai un riferimento alla gorgia nei tes pervenu ci,
prima del Polito di Claudio Tolomei, del 1525. L’assenza di riferimen alla gorgia in tes preceden non
implica che questa non dovesse essere presente, ma certo se fosse stato di lungo periodo qualche autore
l’avrebbe dovuto notare. Una quarta controdeduzione potrebbe avere invece a che fare con la ques one
della di usione della gorgia che sembra essersi di usa a par re da Firenze, centro irradiatore della
mutazione, poi man mano che da essa ci si allontana il fenomeno perde di intensità. Questo ha a che fare
con l’irradiazione di un fenomeno da un centro principale che mal si combina con l’ipotesi di un sostrato che
dovrebbe darci dei fenomeni omogenei in tu a la regione.
Abbiamo visto un fenomeno di area se entrionale di sostrato, un fenomeno invece, cri cato da Rohlfs, di
area centrale, e ora vediamo un fenomeno centro meridionale. In par colare s amo parlando
dell’assimilazione progressiva per cui da mundum abbiamo monno. Questo fenomeno compare tra il XII e il
XIV secolo in documen di area romana. Qui abbiamo una di usione incipiente in Campania, una di usione
già avvenuta a Roma e poi vediamo che si di onde pian piano nel resto dell’Italia meridionale e raggiunge
Calabria e Sicilia non prima del Cinquecento. Tu o questo ci fa dubitare dell’assimilazione progressiva.
Anche qui ci si basa su documen scri , ed è vero che si potrebbe comunque tra are di un fenomeno
precedente non ancora trapelato nell’uso scri o, certamente però a estazioni così tarde ci fanno pensare a
un fenomeno non an chissimo, come con il Polito di Tolomei visto prima: non possiamo dire che la gorgia
sia cinquecentesco solo perché viene descri o nel 1525 ma comunque evidentemente è improbabile che si
possa pensare a una lunga a estazione del fenomeno. Lo stesso per l’assimilazione progressiva. Qualche
altra evidenza la abbiamo a livello di lessico e toponomas ca, con termini diale ali che richiamano lingue
rela ve.
(per patois si intende una varietà rus ca rela va a un solo centro. Noi possiamo parlare di dialect
dell’occitano che ha al suo interno una serie di patois: di Marsiglia, Cras, quindi c’è un rapporto di
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iperonimia per cui dialecte è un’e che a di cara ere generale al cui interno riconosciamo le singole varietà
rus che rela ve a centri speci ci).
Abbiamo introdo o le tre congruenze ascoliane come prove che ci confermano o meno l’esistenza di un
fenomeno di sostrato. Abbiamo visto però che anche quando le tre prove sembrano confermate alcuni
autori dubitano che il fenomeno in ques one possa essere considerato di sostrato, come vediamo dal caso
di esi di vocale tonica lunga u in y. Sulla base delle tre congruenze ascoliane sembrerebbe un caso di
sostrato a ribuibile al cel co, ma alcuni studiosi dubitano che possa essere così. Queste obiezioni però
sono anche meno cogen rispe o alle congruenze. Non sempre le tre congruenze ascoliane possono essere
provate. Nel caso di u possiamo veri care l’appropriatezza del sostrato cel co rispe o alle tre congruenze,
in altri casi non sarebbe stato possibile veri care né la congruenza intrinseca né quella estrinseca. Noi non
abbiamo altre lingue per cui sia possibile supporre un sostrato etrusco italico. Nel caso di etrusco e italico
saremmo sta in grado di veri care solo la congruenza corogra ca, cioè la congruenza a livello di area del
territorio in cui si veri ca il fenomeno e quello della lingua in cui si veri ca il sostrato. Questo fa da
corollario a quanto visto in relazione al sostrato e dei problemi che sorgono quando si parla di sostrato.
Vedremo ora due fenomeni complementari al sostrato: il superstrato e l’adstrato. Nella prospe va di chi
studia i diale italo romanzi lo strato è rappresentato dal la no mentre il sostrato è rappresentato da
quanto viene prima del la no, quindi dagli in ussi che vengono dalle lingue delle popolazioni prela ne,
indoeuropee o meno. Per superstrato intendiamo il fenomeno opposto: il superstrato è ciò che si è
sovrapposto al la no. Quindi nel caso del superstrato noi abbiamo l’apporto della lingua dei vincitori sulla
lingua dei vin , quindi fenomeno speculare e opposto rispe o al sostrato. Quindi dobbiamo guardare a
in ussi posteriori alla romanizzazione. Possiamo vedere degli esempi di pres to proveniente da alcune
grandi lingue di superstrato che la nostra penisola ha conosciuto in aree diverse del territorio. Abbiamo
avuto un sostrato di po arabo, che ha in uito sia sulla lingua nazionale, sia sul lessico della lingua
nazionale, che su quello dei diale e in par colare dei diale meridionali e siciliani più nello speci co.
Per esempio la parola carciofo deriva dall’arabo harsuf. In italiano abbiamo a che fare con mol pres
dall’arabo che rivelano l’ar colo iniziale concresciu . Quindi abbiamo parole come albicocca, algebra,
alchimia. Quell’elemento “al” indica in arabo il determinante, l’ar colo. Quindi sono parole che sono state
introdo e in italiano a raverso lo spagnolo. Migliorini fu il primo ad a ermare che fossero arabo media da
spagnolo termini che presentano al. Ma nel caso di carciofo non abbiamo invece l’ar colo arabo. Per
esempio in arabo abbiamo il tabut, e in siciliano abbiamo il tabutu che indica la cassa da morto. Quindi una
variazione più o meno accentuata di signi cato: in arabo il termine tabut indicava in generale la cassa di
legno, in siciliano l’arabismo indica la cassa da morto, una cassa di legno speci ca. Altro termine a ribuibile
al superstrato è l’italiano guerra, che viene dal germanico, forse dal francone, werra. A un certo punto in
la no si a anca al termine pulcher che corrisponde all’italiano bello l’agge vo bellum, che in la no
classico indicava la guerra, e quindi si crea un con i o omonimico tra il termine che indica la guerra e il
termine che indica il bello. Per questo si fa strada, per evitare qualsiasi collisione a livello di signi cante, il
germanismo werra, che ha fortuna in tu e le lingue neola ne. Noi troviamo dei con nuatori di guerra nelle
lingue germaniche ovviamente (il war inglese). In tedesco il termine wir è legato al germanismo indicando
l’arma. Altri due germanismi sono skina, forma germanica ricostruita alla base dell’italiano schiena, e
wankja, alla base dell’italiano guancia.
L’adstrato implica che fra le due lingue in conta o non vi sia prevalenza dell’una sull’altra. questo è il caso
teorico in cui vengono a conta o due lingue moderne, dotate di pari status sociolinguis co, quindi due
lingue u ciali nei rispe vi sta o in uno o più sta , sono lingue in grado di assolvere ogni dominio della
comunicazione, fra queste due lingue avviene uno scambio, un passaggio di termine, due lingue dotate
dello stesso status sociolinguis co. Questo fenomeno lo si più esaminare lungo i secoli, anche nella storia
delle lingue europee. Noi abbiamo secoli in cui si sviluppano fenomeno di adstrato a ribuibili a lingue che
godono, in quel par colare momento storico, di forte pres gio. Bas pensare agli ispanismi che si
di ondono in Europa, oppure ai francesismi per l’epoca dei lumi, e poi gli italianismi che si a ermano nel
periodo rinascimentale. Nel caso degli scambi che oggi osserviamo tra la nostra lingua e altre straniere
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dobbiamo guardare se si tra di adstrato. Alcune lingue assumono in un determinato periodo storico forte
pres gio legato a is tuzioni culturali, movimen culturali, e questo ci fa sospe are che l’adstrato non operi
mai in situazioni di assoluta parità ma piu osto in situazioni in cui si pro la un superstrato culturale.
Immaginiamo l’esempio classico ai nostri giorni del conta o tra italiano e inglese e vediamo che il conta o è
fortemente sbilanciato nei confron dell’inglese. Dall’inglese abbiamo termini che vengono da vari ambi
del sapere. L’italiano sta dando molto poco all’inglese, gli ha dato molto in passato così come all’insieme
delle lingue europee (ad esempio nel campo musicale). Oggi se analizziamo pres recen transita
dall’italiano all’inglese forse dovremmo rifarci a termini che riguardano l’ambito della ca e eria. Quindi
dovremmo chiederci se si tra di adstrato e non di superstrato culturale. La stessa situazione si era creata
nell’an chità per il rapporto tra la no e greco. Vediamo nelle epistole di Orazio che dice che “la Grecia
conquistata conquistò a sua volta il vincitore selvaggio”. Quindi la Grecia conquistata dai romani ha agito
culturalmente sul la no. Si tra ò quindi forse di un caso di superstrato culturale, forse non troppo diverso
da quello che oggi a ron amo in italiano da parte degli inglesi, l’unica di erenza è nel fa o che non c’è
stata una conquista.
Ad Ascoli si deve l’elaborazione di un modello molto e cace per lo studio delle cara eris che linguis che
interne dei diale . Il metodo inaugurato da Ascoli si fonda sulla contrapposizione sistema ca tra le
ar colazioni del la no e gli esi che rintracciamo nelle parlate romanze e in par colare nei diale neola ni.
Questo metodo è e cace perché di facile applicazione e facilita la comparabilità tra i da . Ascoli è il
fondatore di una delle riviste più importan per lo studio dei diale e della linguis ca teorica in disegni più
recen . Nei primi decenni vediamo applicata in modo molto rigido dei diale più svaria . È un modello che
quindi ha conosciuto molte applicazioni, molto spendibile. Qualcuno parla di stampino ascoliano, applicato
in modo acri co a una serie di diversi diale . Ma in realtà è un metodo che ha avuto un impa o
assolutamente di rilievo sugli sviluppi della diale ologia di ne o ocento. Vediamo uno specimen del
modello ascoliano in riferimento al tra amento di alcune vocali toniche. Ascoli ha esaminato l’alternanza di
a lunga e a breve tonica. Esamina a lunga e a breve tonica in sillaba aperta o libera. Considera i possibili
esi di a lunga e breve la na in sillaba aperta bisogna considerarli in sillaba chiusa o implicata.

Ascoli applica per la prima volta questo suo procedimento anali co nei saggi ladini pubblica nel 1873. Nei
saggi ladini Ascoli riesce a isolare un nuovo sistema di diale neola ni, mai stato considerato prima da altri
studiosi. Un altro importante tassello nella metodologia ascoliana, nel metodo descri vo ascoliano, è dato
dal conce o di isoglossa.
Isoglossa
Il termine isoglossa è un neologismo dovuto ad Ascoli. Ascoli aveva una certa propensione per la neologia, e
a lui si deve l’introduzione di mol termini nuovi nello studio dei diale . Uno di ques è il conce o di
isoglossa. Con isoglossa si intende indicare una linea immaginaria che unisce i pun che sul territorio
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manifestano uno stesso fenomeno linguis co. Ascoli parte da altri termini che sono in uso in altre scienze
diverse dalle scienze del linguaggio. Erano già in uso prima che Ascoli coniasse il termine isoglossa, cioè
isobara e isoterma. Isobara è una linea che unisce i pun della super cie avente la stessa pressione,
isoterma la stessa temperatura. Quindi è chiara l’analogia da cui parte Ascoli. L’isoglossa unirà quindi i pun
che manifestano uno stesso fenomeno linguis co. Possiamo applicare il conce o di isoglossa tanto ala
fone ca, quanto alla morfologia quanto al lessico. Dovremo parlare di isofona, isomorfa e isolessi: isofona
linea che unisce lo stesso fenomeno fone co, isomorfa che unisce stesso fenomeno morfologico, isolessi
stesso fenomeno di lessico. Quindi lo userà Ascoli nella maggior parte delle occasioni nel senso di isofona,
di linea che unisce i pun che manifestano uno stesso fenomeno fone co. L’interesse in e e è verso la
fone ca. La morfologia, per non dire la morfosintassi, è trascurata.
Una possibile applicazione del conce o di isoglossa, celeberrima, dovuta a uno dei più grandi romanis del
Novecento, Gerard Rohlfs.

Sono tracciate su questa mappa delle linee, che sono delle isoglosse. Nella maggior parte dei casi sono
isofone, abbiamo qualche isolessi e ci sono un paio di isomorfe. Abbiamo una serie di linee che sembrano
comporre due fasci. Si parla in questo caso di fasci di isoglosse: aree in cui si addensano isoglosse di vario
po. Quindi abbiamo un fascio di linee se entrionale che è de o linea La Spezia-Rimini. Se badassimo a ciò
che rappresenta il fascio dovremmo parlare di linea La Spezia Senigallia. Quindi una linea che unisce il
versante rrenico con il versante adria co e riguarda i due estremi di La Spezia e Senigallia. Quindi abbiamo
un primo fascio di isoglosse, La Spezia-Rimini, poi un secondo meridionale che unisce idealmente i pun di
Roma con un punto delle Marche centrali che iden chiamo Ancona (linea Roma-Ancona). Quindi possiamo
ritenere che la linea La Spezia-Rimini iden chi quei fenomeni presen nei diale se entrionali, che si
trovano a nord della linea, quindi la linea rappresenta il limite meridionale di una serie di fenomeni pici dei
diale del nord Italia, mentre la linea Roma-Ancona sono i limi dei diale che si trovano a sud di questa
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linea. Quindi mediante due fasci di isoglosse Rohlfs suddivide l’Italia peninsulare in due aree. Fra queste due
aree viene poi iden cata in nega vo un’area centrale che si cara erizza per non manifestare né i fenomeni
della linea Roma-Ancona, né quella La Spezia-Rimini. Sono i territori che coincidono con la toscana, con il
Lazio se entrionale, con una buona metà dell’Umbria e poi con una porzione rido a della zona centrale.
L’area intermedia viene iden ca in nega vo, perché non ha né i tra della linea La Spezia-Rimini, né quelli
della linea Roma-Ancona.
È un procedimento innova vo perché Ascoli ribalta il modo di procedere dei suoi prodromi, dei pre-
ascoliani in par colare. Nel ragionamento dei pre-ascoliani si doveva par re dalla presenza di una
determinata popolazione sul territorio per veri care le tracce della lingua di queste popolazioni nei diale
a ua . Quindi se sappiamo che in una certa area. Ascoli non parte da una situazione storica
preven vamente nota ma si avvale delle isoglosse, in par colare delle isofone, per iden care sulla base di
cara eris che comuni. Questo ci fa capire meglio anche la necessità, nell’o ca di Ascoli, di circoscrivere
meglio il conce o di sostrato. Ascoli propone le sue tre congruenze per arginare l’applicazione acri ca del
conce o di sostrato. Ma il conce o di sostrato viene messo all’angolo proprio mediante il metodo delle
isoglosse. Ad Ascoli interessa tracciare sul territorio l’estensione di un tra o e sulla base dell’estensione di
un tra o par colare Ascoli è in grado di circoscrivere e tagliare un insieme di diale . Appunto u lizzando il
metodo delle isoglosse Ascoli perviene all’iden cazione del ladino e del franco provenzale.
Abbiamo già de o dei saggi ladini. Prima di Ascoli il ladino e l franco provenzale non esistevano. Con ladino,
Ascoli intende riferirsi a un sistema di parlate territorialmente molto esteso, che comprende un ladino
occidentale, che oggi viene chiamato comunemente romancio ed è lingua u ciale dei Grigioni in Svizzera,
un ladino centrale oggi de o comunemente ladino dolomi co, e un ladino orientale oggi chiamato friulano.
Quindi Ascoli per la prima volta propone di inserire so o una stessa e che a ques tre insiemi di diale e
crea un soprainsieme cui appone l’e che a di ladino. Lo stesso modo di procedere è applicato da Ascoli per
l’iden cazione del franco provenzale. Prima di Ascoli, nessuno aveva pensato di iden care un insieme di
diale intermedio tra diale d’oc e diale d’oil, mentre Ascoli lo fa sulla base in par colare di un’isofona,
che è quella rela va alla palatalizzazione condizionata di a tonica. Ascoli, a raverso il metodo dell’isoglossa
e in par colare dell’isofona individua due nuovi sistemi di diale neola ni cui dà il nome di ladino e franco
provenzale. Queste e che e forse non sono ideali a iden care ques due nuovi insiemi di diale ladini. La
denominazione di ladino è usata per iden care nell’area dolomi ca per indicare i termini parla in zona. Il
termine ladino iden cava anche la varietà usata dagli ebrei sefardi . Quindi questa e che a può entrare
in collisione con quella usata per indicare appunto la lingua degli ebrei.
Per quanto riguarda l’e che a di franco-provenzale, ha dato vita a una serie di fraintendimen ,
specialmente tra i non adde ai lavori, ma talvolta anche tra chi si occupa di linguis ca ma non
dire amente di diale ologia. Spesso si ri ene che il francoprovenzale sia una sorta di lingua mista ibrida tra
francese e provenzale. Si tra a di un sistema di diale a sé stante che si incunea tra il dominio d’oc e il
dominio d’oil e partecipa di alcune cara eris che proprie dei diale se entrionali e di altre proprie dei
diale meridionali ma non si tra a di una lingua mista ma di un sistema di diale iden cabile sulla base
di cara eris che proprie. Quindi forse non giova alla comprensione del termine l’uso dell’e che a franco-
provenzale.
Grazie al sistema delle isoglosse Ascoli è in grado di iden care ques due nuovi insiemi di diale , che
grazie anche al pres gio di cui gode Ascoli verranno menziona nelle classi cazioni delle lingue romanze
successive ai contribu ascoliani. Quindi troviamo il ladino e il franco provenzale menziona nelle
classi cazioni delle lingue romanze. Il confronto sistema co che Ascoli proponeva tra ar colazioni la ne ed
esi romanzi era stato liquidato con l’e che a, non elogia va, di stampino ascoliano. Anche il metodo che
porta Ascoli a iden care ladino e franco provenzale è cri cato da alcuni dei contemporanei dello studioso.
Ascoli, pur con gurandosi come una sorta di precursore della geogra a applicata alla lingua e allo studio
delle lingue e dei diale perché circoscrive nello spazio del sistema di diale con le isoglosse, ha una
concezione fondamentalmente sta ca dei fa di lingua. Quindi la rappresentazione, sulla carta, dei fa
linguis ci, è sostanzialmente sta ca. Ascoli non prende in considerazione il rapporto dinamico che si può
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creare tra sistemi e che sarà una delle conquiste della nascente geogra a linguis ca. Loporcaro fa notare
che l’ipotesi di lavoro ascoliana è che la lingua proceda linearmente nel tempo. Ascoli individua
corrispondenze tra ar colazione la na ed esito neola no e questa corrispondenza lascia intendere che
nell’o ca di Ascoli il mutamento linguis co proceda in modo regolare sull’asse diacronico, temporale. Le
obiezioni più consisten al metodo ascoliano giungono da Schuchardt e da Meyer. Il primo lo introduce in
un diba to più ampio che riguarda l’esistenza di con ni linguis ci. Secondo Schuchardt, Ascoli ha
trascurato il fa ore spaziale e geogra co. Questa è la contraddizione originaria, perché il metodo sembra
ancora sostanzialmente sta co. Schuchardt si riallaccia in questa sua obiezione alla teoria di Schmidt, la
teoria delle onde. Questo è un modo di rappresentare il cambiamento linguis co, con la di usione tramite
onde concentriche. Nella sua teoria delle onde, Schmidt pensa anche all’azione contrastante tra centri
diversi, per cui le onde irradiate da un certo centro possono scontrarsi con le onde di use da un altro centro
e questo ci dà l’idea della dinamicità dei fa linguis ci, specialmente per quanto riguarda le aree
intermedie. Noi abbiamo un’idea molto chiara delle cara eris che interne del diale o di Torino e di Milano.
Quando esaminiamo quello che succede nei 150 km che dipanano Milano da Torino vediamo avvicendarsi
diale che hanno cara ere intermedio tra i due poli e quindi che manifestano qualche tra o lombardo con
qualche tra o picamente piemontese. Per esempio la zona orientale, che è di opposizione di diale
lombardi e diale occidentali. Questo ci fa capire la dinamicità dei fa linguis ci. Spesso cara erizziamo i
diale a raverso categorie molto ampie e molto vaghe, per cui iden chiamo il piemontese con il diale o
di Torino e il ligure col genovese, ma in realtà bisogna pensare a cosa avviene nelle varietà intermedie.
Meyer indirizza ad Ascoli un’obiezione che riguarda ciò che Ascoli ha e e vamente svolto sulla carta, cioè
Ascoli si è limitato a dare conto dell’estensione spaziale di una serie di fenomeni e non di un diale o, e
Meyer si colloca nella stessa lunghezza d’onda di Schuchardt per cui è convinto del fa o che non esistono
con ni diale ali, fra parlate. Tu o questo porta a depotenziare gli assun che sono alla base del conce o di
isoglossa ascoliana. Noi sappiamo che il conce o di isoglossa è comunque u le: se è vero che non esistono
con ni è anche vero che fa comodo avere una classi cazione a dabile dei diale italo romanzi. Nella
classi cazione di Pellegrini invece, l’isoglossa gioca ancora un ruolo fondamentale. Se usiamo l’isoglossa per
stabilire con ni rigidi siamo fuori strada. Ma l’isoglossa può aiutarci a chiarirci le idee sulle classi cazioni
diale ali. Quando avviene questo diba to tra Ascoli e i suoi detra ori si ge ano le basi per un nuovo
metodo per a rontare lo studio dei diale che avrebbe rivoluzionato la ricerca scien ca: la geogra a
linguis ca. La geogra a linguis ca è molto diversa dal metodo ascoliano. Nella geogra a linguis ca, nel
quadro teorico della geogra a linguis ca, l’accento è posto nella dinamicità dei rappor tra con ni
linguis ci. Sicuramente il seme della geogra a linguis ca è ge ato dalla teoria delle onde di Schmidt.
La geogra a linguis ca
La geogra a linguis ca può essere considerata una sorta di materia sorella della diale ologia. Il diale ologo
non può fare a meno degli strumen che sono il fru o della geogra a linguis ca. Veniamo a una prima
de nizione opera va della geogra a linguis ca. La geogra a linguis ca si occupa della distribuzione spaziale
e geogra ca dei fenomeni linguis ci. Bisogna quindi dis nguere tra due pi di geogra a linguis ca: la prima
che si limita alla produzione di atlan linguis ci che sono il prodo o e lo strumento fondamentale della
geogra a linguis ca. Un atlante è composto di varie carte linguis che e questo insieme di carte linguis che
è strumento fondamentale della diale ologia. La geogra a linguis ca non è però solo questo, e non
dovrebbe esaurirsi nella produzione di carte linguis che. Il vero compito dovrebbe essere quello di
descrivere il mutamento. Quindi l’atlante linguis co è un insieme di carte linguis che. Dobbiamo
immaginare una carta sfol ta dagli elemen di rappresentazione geopoli ca. In genere in una carta
linguis ca non troviamo segnala i con ni e i rilievi se non quelli principali. Quindi è una carta geogra ca
sulla qualche vengono a mancare gli elemen di po geopoli co e sico. Su questa carta sono indica dei
pun linguis ci che sono le località di inchiesta scelte da chi ha proge ato l’atlante secondo diverse
modalità. Sulla arta linguis ca, al posto dei toponimi che siamo abitua a trovare sulle carte geopoli che,
troviamo la denominazione che un determinato sintagma che dà il tolo alla carta assume in quella
par colare località. Quindi al posto del toponimo, dell’indicazione del nome di luogo, troviamo la
denominazione che assume la parola in quella località ce dà il tolo alla carta. Talvolta possiamo trovare
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non i termini diale ali ma dei simboli che stanno per un determinato esito diale ale. Nel caso più comune,
nelle carte onomasiologiche, troviamo sulla carta, al posto dei toponimi, indicate le denominazioni del
conce o, del singolo termine o sintagma che dà il tolo alla carta. Nella carta onomasiologica abbiamo
riporta sulla carta tu i signi can rela vi a uno stesso signi cato (h p://www.navigais.it/). Sulla carta
ovviamente sono riportate le risposte diale ali riferibili a un conce o che nel tolo della carta sono riferibili
a un conce o di cultura.
Ascoli isola il franco-provenzale e il ladino sulla base dei da che riscontra di quei diale negli anni in cui fa
lo studio, ma la determinazione di insiemi diale ali a raverso isoglosse è estremamente mobile: i con ni
che Ascoli aveva individuato in quel momento, se fossero so opos a un’a enta analisi quest’oggi ci
porterebbero probabilmente a determinare con ni diversi rispe o a quelli che aveva osservato Ascoli.
Questo è un fa ore di cui bisogna tener conto: del tempo e dello spazio insieme. Ascoli ha individuato
l’estensione geogra ca di cer fenomeni in un dato momento storico, quindi Ascoli viene accusato di aver
guardato solo l’estensione di cer fenomeni linguis ci.
La carta onomasiologica è quella che riporta tu i signi can rela vi a un determinato signi cato. Nella
fa specie, se abbiamo intenzione di dedicare una carta a un dato referente, sulla carta in corrispondenza
dei vari pun di inchiesta troveremo la realizzazione locale di quel referente. Gli atlan usano un
ques onario che prevede una selezione di argomen e di temi che sono sta individua a tavolino dagli
ideatori o dall’ideatore dell’atlante. Quindi un atlante non comprende tan temi, dedica ognuno a
ciascuna parola della lingua italiana, ma prevedono una selezione delle informazioni.
Abbiamo visto un tema molto importante per chi si occupa di diale ologia, ovvero l’illustrazione dei principi
alla base della geogra a linguis ca. Siamo par da una de nizione della geogra a linguis ca come branca
delle scienze linguis che, abbiamo de o che la geolinguis ca si occupa della di usione nello spazio dei
fenomeni linguis ci, abbiamo visto che l’obie vo della ricerca e lo strumento della geolinguis ca è l’atlante
linguis co, formato da una serie di carte che possono avere forma e obie vi diversi a seconda degli scopi
dell’ideatore dell’atlante. Una prima dis nzione è fra due pi di carta: la carta onomasiologica e la carta
semasiologica. Abbiamo anche de o che nella carta onomasiologica troviamo sulla carta tu e le varietà
diale ali per ciascun punto di inchiesta di uno stesso referente.
Il secondo corno della ques one è la carta semasiologica. Spesso negli studi di geogra a linguis ca si invoca
l’u lità di carte semasiologiche, ciò nonostante le carte semasiologiche restano una varietà nel quadro della
geolinguis ca europea e mondiale la carta più comune degli atlan linguis ci sarà di po onomasiologico. È
importante capire come funzioni una carta semasiologica. Vediamo una carta di Pons del 2017. Si tra a di
una carta semasiologica elaborata da Pons in un lavoro dedicato alla pietraia nelle alpi Cozie. La situazione
qui è capovolta rispe o all’esempio fa o per la carta onomasiologica: qui si parte da una denominazione e
si veri ca nei pun di inchiesta individua quale sia il valore seman co di questa parola. Quindi sulla carta
abbiamo rappresentato in modo simbolico, con una certa simbologia esplicitata nella legenda a sinistra
della carta, i signi ca che sono lega a uno stesso signi cante. La situazione è speculare rispe o a quella
rappresentata dalla carta onomasiologica. Vediamo quindi che i possibili signi ca sono sei: il signi cato di
pietraia rappresentato da un cerchio, lo spietramento rappresentato da un quadrato, lo stoccaggio (cumulo
ordinato di pietre) rappresentato da un triangolo re angolo, un triangolo equilatero per il signi cato di
rudere, un rombo per il muro a secco, un pentagono per il signi cato di conigliera. Si è supposto che alla
base del termine ci sia una radice preromana e forse anche precel ca che signi cherebbe roccia o pietra. Il
termine è presente anche sui dizionari della lingua italiana, ad esempio consultando il dizionario della
lingua Treccani online fa vedere che la parola clapier è registrato con il signi cato di frana a grossi blocchi. Il
termine è presente nel francese regionale con il signi cato di sassi, ma anche con il signi cato di conigliera,
che è il signi cato che vediamo anche sul Thesaurus. Qui ci si sta riferendo molto probabilmente alla cavità
scavata dai conigli nel recinto in cui vengono alleva , e questo recinto si intende essere in pietra, quindi
abbiamo a che fare con una conigliera diversa da quella che siamo abitua a immaginare, con una stru ura
in metallo chiusa da grate, si fa riferimento alle cavità scavate da conigli in un recinto delimitato da pietre.
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Alcuni dei simboli sulla carta sono accompagna da un asterisco, questo signi ca che quei da sono tra da
dizionari. Ad esempio poco a sud di Torino c’è un simbolo con asterisco, con riportata la dicitura REP che
indica il repertorio e mologico piemontese. All’estrema sinistra della carta ci sono tre simboli segnala da
asterisco accanto ai quali compare la dicitura Faure, autore di un dizionario di occitano alpino che si parla in
Francia e nelle valli del Piemonte occidentale. Si deve tenere ben presente che se nella carta
onomasiologica abbiamo tu i signi can lega a uno stesso signi cato, in quella semasiologica abbiamo
tu i signi ca lega a un signi cante. Data questa opposizione molto generale tra carta onomasiologica e
carta semasiologica, dobbiamo ora passare a dire qualcosa di più sulla storia della disciplina.
Il primo proge o europeo di atlante linguis co si deve a uno studioso tedesco. Si tra a di una storia nata in
Germania. Wenker è colui a cui dobbiamo il primo atlante linguis co durante il secondo Reich. L’opra viene
avviata nel 1889 e terminata dopo la morte del suo ideatore nel 1926. Wenker muore nel 1911. Spesso
l’ideatore del proge o non vede concludersi l’opera, che viene portata a termine da successori e allievi
dell’ideatore. Gli interessi di Wenker erano di po pre amente fone co, quindi è un atlante per cui viene
sviluppato un ques onario la cui a enzione è rivolta ad aspe fone ci. Un’altra cara eris ca dell’atlante di
Wenker, che verrà superata negli atlan successivi riguarda la capacità di escursione dei da . Wenker
res tuisce il suo ques onario per corrispondenza, quindi conta a vari informatori per i pun di inchiesta
individua , a cui so opone il suo ques onario. Questo è un metodo di elucidazione dei da che verrà
superato dagli atlan linguis ci successivi. Le modalità di inchiesta cambiano a par re dall’atlante linguis co
francese composto tra il 1902 e il 1910. I ques onari non riguardano l’intero lessico di una lingua perché lo
sforzo di raccolta dei da sarebbe enorme, ma una selezione di domande. Il ques onario così individuato,
con le varie domande, viene so oposte a 639 informatori in 639 località diverse, quindi questo è il quadro
di ricerca dell’ALF. Il can ere avviato da Gillieron trae spunto da una delle ques oni che in questo momento
più assillavano gli studiosi dei diale : il problema del con ne linguis co. Abbiamo visto le obiezioni
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riguardo l’inconsistenza dei con ni linguis ci. Gilleron, che è di fa o l’ideatore dell’ALF, avvia le inchieste
proprio per cercare di dare una risposta all’esistenza o meno di un con ne tra parlate del nord della Francia
e parlate del sud. I da raccol da Edmont in giro per la Francia andranno contro l’iden cazione di
qualsivoglia con ne e i da raccol dall’ALF dimostreranno che non ha senso individuare con ni ne e
precisi tra due parlate. Avremo quindi un lento dissolversi di una varietà in quella con nante. Sono quindi
molto chiare le cara eris che del diale o di Torino e di quello di Milano ma è di cile stabilire cosa accade
nei 150 km tra Milano e Torino, lo stesso accade nel territorio francese. Questo dalla ne dell’ancien regime,
in Francia il francese era lingua comune nel momento in cui Gilleron avvia il proge o del suo atlante almeno
da un secolo, cosa che non si poteva dire dell’Italia nello stesso periodo. Gilleron è stato ideatore
dell’atlante, si tra a di uno studioso svizzero naturalizzato francese, mentre Edmont ha svolto la funzione di
raccoglitore di da . Edmont ha visitato le 639 località individuate da Gilleron all’interno del territorio
francese. Quindi valutando i mezzi di trasporto dell’epoca, indagare un territorio così ampio nell’arco di
qua o anni ha qualcosa di molto importante e termina di raccogliere i da , la pubblicazione dell’atlante è
par ta nel 1902 e si è conclusa nel 1920 quindi nel volgere di tredici anni assis amo all’avvio delle inchieste,
alla conclusione e alla pubblicazione dei nove volumi dell’atlante. Ci sono principi che sono alla base
dell’atlante linguis co della Francia che saranno molto discussi dai diale ologi e geolinguis nei decenni
successivi. Il primo principio ogge o di discussione è quello del raccoglitore unico. Gilleron individua questa
gura in Edmont, che non era diale ologo di professione ma era un commerciante. Quindi Gilleron nello
scegliere Edmont decide di a dare le inchieste a una persona che non ha una formazione speci ca
nell’ambito della diale ologia. In questo modo pensa di poter preservare i da da qualsiasi
condizionamento ideologico che potrebbe aver avuto uno studioso. Gilleron sceglie di inviare per le
contrade di Francia un solo raccoglitore per garan re un principio di omogeneità. Gilleron sarà acceso
avversatore delle teorie neogramma cali, nel principio del raccoglitore unico c’è un cedimento verso le
teorie neogramma cali. Gilleron parte dal presupposto che un solo raccoglitore avrebbe garan to
omogeneità ai da , che sarebbero sta raccol e trascri da un unico orecchio. Va però ricordato che
Edmont non disponeva di alcun po di registratore, che ancora non si usavano per queste immagini, anche
perché non erano porta li. Quindi Edmont trascriveva con una gra a il più possibile precisa i da raccol dai
suoi informatori. Quindi principio del raccoglitore unico che sarà ogge o di discussione dopo la
pubblicazione. Altro problema è la scelta della rete di inchiesta: le 639 varietà sono tu e rurali, perché
Gilleron parte dal presupposto che solo nelle aree rurali si conservi il diale o nella forma più pura. Correlato
a questo sta anche l’idea di un informatore ideale: doveva essere di sesso femminile, non doveva essersi
mai spostato dal mondo rurale. Anche questo principio di scelta per gli informatori che dovevano
rispondere a certe cara eris che saranno superate nelle imprese geolinguis che successive all’ALF.
Gilleron si è nel fra empo preoccupato di dare una le ura ad alcune delle carte che l’ALF aveva prodo o.
Riguardo a questa dis nzione e a ques due modi di intendere la geogra a linguis ca possiamo vedere un
esempio che ha a che fare con l’atlante linguis co della Francia. Propone una discussione e una
interpretazione di alcune delle carte dell’ALF.
Abbiamo dei tenta vi signi ca vi da parte di Gilleron. Vediamo qualche esempio classico della
geolinguis ca andando a vedere quali sono i principi alla base delle le ure che Gilleron propone. Uno di
ques principi è rela vo alla concomitanza geogra ca. Gilleron in almeno un caso molto celebre, riesce a
comprendere le ragioni della distribuzione di determina pi lessicali nella carta sovrapponendo carte
rela ve a referen diversi. In altre parole, dal confronto tra gli esi che una certa parola ha o avrebbe avuto
in una determinata area geogra ca si riesce a capire perché in quell’area geogra ca ci sia una sos tuzione e
perché non troviamo il con nuatore della base la na ma con nuatori di altre basi la ne il che ci fa pensare
che la base la na a esa sia stata sos tuita per qualche ragione che viene individuata da Gilleron nel
principio della concomitanza geogra ca. Gilleron esamina una carta dell’ALF, la 1323, che è dedicata
all’azione del mungere, traire. Gilleron nel visualizzare i da sulla carta si rende conto che i con nuatori del
la no mungere si trovano solo in due aree, nell’area meridionale e in una porzione dell’area se entrionale
della Francia. La zona centrale è occupata da con nuatori di altre basi la ne. In quell’area centrale il la no
classico è stato sos tuito da altre basi che possono essere iden cate nel la no trahere, da cui deriva il
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francese standard traire che signi ca mungere e dal la no trahere, che signi ca rare. Quindi la domanda
diventa perché si sono a erma a Sud con nuatori di mungere, e nella Francia centrale con nuatori di
rare. Con il confronto della carta 1323, dedicata alla mungitura, e la carta 879, dedicata a macinare, si
trova una soluzione. Macinare in francese si dice moudre. Sovrapponendo le due carte Gillieron scopre che
le aree diale ali in cui sono con nuatori di trahere e rare sono quelli in cui evolve in moudre molere, come
avrebbe fa o mulgere, quindi per evitare l’omonimia i parlan hanno conservato moudre nel signi cato di
macinare e hanno sos tuito i modi dell’azione del mulgere con con nuatori di trahere e rare quindi le due
voci francesi trahere e rare.

Quindi: a sud si u lizza non traire ma un’altra forma che con nua mulgere la no, mungere in italiano.
Invece nell’area centrale abbiamo che viene u lizzato il termine traire. Questo dipende dal fa o che nella
zona in cui si usa invece traire, è perché per la macinazione si usa il termine mourdre che quindi si andrebbe
a sovrapporre al termine mungere, che sarebbe mourdre in francese dal la no mulgere. Invece nelle zone
del sud in cui si usa ancora la con nuazione di mulgere è perché lì non abbiamo mourdre per macinare.
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A par re dai da dei singoli pun gli autori hanno a uato una generalizzazione resa opera va
dall’opposizione di aree croma camente diverse. Quindi abbiamo un’area del traire, una del mourdre. È una
rappresentazione sinte ca, non precisa dal punto di vista dell’impostazione teorica, perché in cer casi
viene usato il francese come lingua di riferimento, in altri casi una forma romanza di compromesso, come il
molzer di area meridionale, forse in casi di questo po per dare maggiore omogeneità alla carta si dovrebbe
fare ricorso alle basi e mologiche. Quindi dovremmo ricorrere a una carta in cui le varie aree sono di base
e mologica la na.
Quindi la vera rivoluzione di Gillieron è quella di andare a porre al centro della propria interpretazione dei
da geolinguis ci il parlante, che reagisce in un certo modo nello speci co dei casi a ronta , per evitare
che si crei una collisione omonimica e Gillieron riesce a individuare questo processo di cambiamento
linguis co mediante la concomitanza geogra ca, e la sovrapposizione di aree linguis che con referen
diversi, quindi l’azione del mungere e l’azione del macinare. La collisione omonimica può in cer casi essere
dovuta non solo all’evoluzione fone ca ma a una vera e propria usura fone ca. Nel discutere in un celebre
saggio del 1918 le denominazioni dell’APE in territorio francese Gillieron si chiede perché troviamo rari
con nuatori in Francia della base apem o apis. In genere per la con nuazione dal la no all’italiano si parte
dall’accusa vo. Gillieron nota che su territorio francese sono rari i con nuatori della forma apem o apis.
Quasi ovunque su territorio francese assis amo all’a ermazione di forme diminituvizzate della base la na.
Un su sso diminu vo di po -iculum si è aggiunto alla base ape. Abbiamo anche qui l’aggiunta di un
su sso diminu vo alla base. Non basta considerare i diminu vi. In cer casi il con nuatore del la no apem
è stato sos tuito da perifrasi e occupa una buona parte del territorio francese la perifrasi mouche a miel,
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mosca del miele. La mosca viene assunta come inse o per antonomasia, quindi l’ape è mosca del miele,
mosca responsabile della produzione del miele. Quindi come si spiega questo uso delle forme u lizzate e
questa sos tuzione mediante perifrasi di con nuazioni genuine della base apem? La ragione per cui è
avvenuta la sos tuzione su forme di perifrasi la si trova in area se entrionale.

L’esistenza di queste forme ci fa capire che se nel resto della Francia non si fosse provveduto a
diminituvizzare la base apem o sos tuirla con perifrasi avremmo avuto esi , proprio per l’usura fone ca
delle parlate galloromanze, rido a una vocale (come a o e che vediamo nella carta accanto a mouche a
miel oppure aps o es nelle isole). Quindi la risposta di Gillieron è rela va all’azione del parlante: per porre
un argine all’usura fone ca che avrebbe causato una serie di forme omonimiche usa o una perifrasi o altre
forme. E per questo si spiega questo uso nella gran parte del territorio francese. Nel caso in cui si conserva
la desinenza sigma ca, cioè la s nale, allora vanno considera con nuatori di apis, della forma non
accusa va. Questo è esempio altro del modo di procedere del ragionamento di Gillieron.
L’e mologia popolare è prodo a dal parlante comune. per e mologia popolare si intende il processo per cui
l’e mologia di una parola viene interpretata per mezzo di associazioni che si basano o sulla somiglianza di
signi cante o di signifcato. Il caso pico di intervento popolare sull’e mologia riguarda le cosidde e parole
di cili: alcune parole sono poco trasparen per il parlante comune e allora vengono modi cate per cercare
di renderle più trasparen tramite associazioni tra queste e parole simili di uso comune, o sulla base di
associazioni di signi cato. Quindi capiamo perché si parla anche di e mologia associa va, e che a che
Gillieron predilige, a me ere in luce il lavoro di associazione del parlante tra parola opaca e parole di uso
comune per forma. Un esempio famoso di Gillieron riguarda la denominazione del letame e del letamaio.
Gillieron parte dall’esito nale e osserva che il termine francese per indicare il letame e letamaio è fumier,
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che presenta in posizione tonica la u turbata già vista nelle scorse lezioni. Il problema secondo Gillieron è
che una parola come fumier dovrebbe avere come base il la no mus, o maium, per gius care il
morfema nale. Fimus presenta una i breve, che dovrebbe avere come esito una i. quindi ci si chiede perché
la i tonica ha dato luogo a una u invece che a una i. la risposta che si dà è nell’interferenza che si deve
essere creata tra il termine indicante il letame e il termine indicante il fumo, questo con u lunga in posizione
tonica. Quindi quel suono u che osserviamo in posizione tonica deriva dalla sovrapposizione tra queste due
frasi quindi quella u deriva dalla u lunga di fumus. Questa associazione si è creata a par re dal fumo che si
leva dai letamai. Primo Levi anche aveva un interesse spiccato per le ques oni di lingua, e in un breve
contributo in l’altrui mes ere, a ronta il problema dell’e mologia popolare. Uno dei termini cita da Levi è
atulenza, e Levi nota che spesso questo termine viene indicato con autolenza, e questo deriva dal tentare
di a u re questo termine come qualcosa di più poe co legato al auto. Ad esempio coincidenza con
concedenza. L’acqua potabile diventa invece acqua portabile, perché è quella che viene portata a domicilio
dalle condu ure. Le iniezioni endovenose invece diventano indovinose. Qui è associato a parlan poco
scolarizza , mentre nel caso francese quello è proprio nella lingua standard francese.
All’interno del gruppo di Levi abbiamo poi anche degli interven debolmente mo va : pes lenze invece ha
come esito pistolenza. Queste modi cazioni che a esta Levi sembrerebbero più debolmente mo vate, il
riferimento all’arma nel caso di pistolenza è sicuramente meno evidente del riferimento alla concessione in
coincidenza e concedenza. Abbiamo ntura di iodio, che diventa ntura d’odio. In questo caso Levi
commenta dicendo che è evidente il sigillo del ri uto: si vuole ri utare la ntura di iodio e allora diventa
odio. Anche qui debolmente mo vato. O ancora aria conges onata per aria condizionata, che sarebbe
legata a una confusione per le innovazioni tecnologiche. Piu osto dietro possiamo darci un altro po di
le ura: l’aria condizionata può forse portare a una conges one. Se facessimo valere questa interpretazione
allora possiamo pensarlo come maggiormente mo vata.
Ul mo gruppo è quello di interven immo va per cui Levi non fornisce un’interpretazione ma entra in
gioco l’assonanza tra termine originario e termine di uso comune che non hanno col termine originario
alcuna connessione logica. Per esempio borotalco diventa borotalcol. Il borotalco non ha a che vedere con
l’alcol e forse però serve a renderlo più trasparente. Abbiamo poi i dolori reuma ci che diventano aroma ci,
anche qui il tenta vo di avvicinare una parola opaca a un’altra parola di uso comune più riconoscibile dal
parlante o dallo scrivente. Poi abbiamo invece la lingua salmistrata che diventa lingua sinistrata. Questa è
un’e mologia popolare in senso stre o, che viene prodo a dal popolo e si ferma all’uso o di singole
persone o di classi di uten .
L’e mologia popolare anche in italiano può riguardare il sistema linguis co, e può interessare la lingua
comune con termini che sono ogge o di e mologia popolare che entrano a far parte della lingua comune,
sono registra dai dizionari.
Gilieron non si limita a produrre un atlante di carte ma o re anche una le ura interpreta va delle carte
dell’ALF. Gillieron non ha avuto modo di a rontare la le ura di tu e le carte, non essendo di uguale
interesse, ma sono molto gli spun interessan che vengono dalle le ure o erte di Gillieron. Un tema
molto caldo che o re con la le ura delle carte dell’ALF è di quella che lui chiama e mologia associa va e
che noi oggi chiamiamo e mologia popolare o pare mologia. Abbiamo visto un esempio celebre che è
quello del termine fumier che indica sia il letame che il letamaio. Se si tra asse di un con nuatore regolare
della base mus dovremmo aver mier mentre abbiamo fumier perché secondo Gillieron si è introdo o la u
lunga come base che ha portato alla y. Quella è una parae mologia che ha interessato il francese come
sistema linguis co: oggi noi sui dizionari troviamo solo la forma pare mologizzata questo avviene anche in
italiano: ci sono esempi di parae mologia popolare che ha iniziato a farsi strada nel parlato standard. Quelli
di Levi sono idiosincra ci. Vediamo invece esempi di parole parae mologizzate che fanno parte del lessico
dell’italiano standard e quindi paragonabili all’esempio di mier francese. Un esempio che ha a che fare con
il la no tardo e ha avuto poi ripercussioni sull’italiano e su altre lingue romanze è la parola liquiri a del
la no tardo che modi ca in modo sostanziale la base greca originaria che è del po glykyrrhiza, che signi ca
radice dolce. Si è passa dalla base greca a quella la na tarda per in usso del la no liquor, quindi la
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parae mologia ha operato per una delle proprietà della liquirizia, di essere poco consistente quando si
mangia. Quindi per interferenza del la no liquor abbiamo nel la no tardo liquirizia che poi passa all’italiano.
i termini che indicano la liquirizia sono sta parae mologizza in resto d’Europa. In francese abbiamo per
esempio un termine che ci fa pensare che la parae mologia sia andata nella direzione del regulus per cui
veniva venduta in bastoncini come ancora oggi. Quello che ci interessa però è che l’italiano ancora oggi ha
liquirizia per una parae mologia prodo a nel tardo la no. Altro esempio dal la no medievale è quello del
termine bonacia. Nel la no classico noi abbiamo il termine malacia che deriva dal greco e che in origine
invece indicava la calma del mare. Quindi la domanda è come si sia giun dal greco malakia al la no malacia
al bonacia. L’intervento è stato an fras co: il parae mologizzatore nel decodi care il la no malacia ha visto
un riferimento al malum, al male. Per superare allora questo riferimento nega vo che poteva essere
insidioso tra andosi di un termine che ha a che fare con la navigazione, si è provveduto a sos tuire quel
presunto riferimento al male con un riferimento al bonum, al bene. Quindi da malacia abbiamo bonacia e
poi il “bonaccia” italiano. Inoltre no amo che nel passaggio dal greco al la no ci sia stata una ritrazione
dell’accento. Si tra a di una rou ne di pres to quando una parola passa dal greco al la no. Gli studiosi del
conta o linguis co chiamano questo ada amento sistema co che colpisce i pres dal greco al la no.
Passiamo alle lingue romanze senza la mediazione del la no per quanto riguarda il termine melanzana. La
melanzana, ortaggio che noi tu conosciamo, e che viene dall’arabo. La base e mologica araba è del po
badingan. Anche in questo caso c’è una certa discrasia tra base araba ed esito romano. Sembra in questo
caso che la facies fone ca della parola italiana sia dovuta all’intervento parae mologico del termine meta.
Quindi da badingan a melanzana si inserisce il termine mela. In italiano abbiamo anche la parola
negromanzia. Si tra a di una parola di origine greca, nekromanteia è l’evocazione dei mor . Nel la no tardo
assis amo a un pres to dal greco al la no nella forma necroman a, dove è ancora chiaro il riferimento ai
mor , base desinenziale che conosciamo bene anche in italiano. ma in italiano abbiamo negromanzia, con
l’in usso della parola negro con nuatrice della base la na niger. In questo caso l’evocazione dei mor è
stata collegata a qualcosa di oscuro e tenebroso, e da questo l’in usso del con nuatore di niger e quindi il
passaggio dalla necromanzia alla negromanzia. Il francese ha una forma contre-danse per indicare un’an ca
danza in cui le coppie si muovevano una di fronte all’altra, da cui la denominazione di contre-danse o
contraddanza. In realtà il termine di origine è l’inglese country dance quindi danza campestre e non c’è
riferimento alla danza contrapposta con le coppie una di fronte all’altra. è stata una parae mologia che ha
interpretato il termine inglese nella base francese. Ques sono solo alcuni esempi possibili di
parae mologia ed e mologia popolare. Interessante insistere sul fa o che ci sono delle parae mologie che
cara erizzano una parità di lingua marcata in senso diastra co, quelle su cui focalizzava l’a enzione Primo
Levi, e che si sono evidentemente originate all’interno di una parte dei parlan e degli scriven non colta o
non su cientemente colta da interpretare la parola straniera. Nel caso del francese fumier e nei casi
appena vis la forma parae mologizzata cos tuisce l’unica opzione che ha la lingua standard e non ce ne
sono altri disponibili.
Non si può non parlare di Ma eo Bartoli, caposcuola della neolinguis ca o linguis ca spaziale. Bartoli è
stato allievo di due grandi studiosi a Vienna e a Parigi: a Vienna di uno dei padri della romanis ca Meyer-
Lubke, a Parigi di Gillieron. Bartoli sviluppa un proprio metodo di analisi originale facendo tesoro degli
insegnamen dei suoi due grandi maestri. Bartoli non si interessa dell’osservazione del momento in cui il
cambiamento linguis co avviene ma della ricostruzione e della stra cazione delle innovazioni. Quindi
Bartoli si trova ad analizzare a posteriori una serie di da in cui cerca di fare ordine con una stra cazione
delle innovazioni. Bartoli quindi per spiegare la stra cazione delle innovazioni elabora qua ro principi che
lo studioso de nisce assioma ci che sono le norme areali. In base alla norma dell’area isolata nell’area più
isolata si conserverebbe la fase linguis ca più an ca. Paraisolata non signi ca isola tout court, territorio
circondato dal mare. Spesso le lingue parlate nelle isole siche hanno cara ere conserva vo ma questa
norma può interessare anche aree isolate, perché di cilmente raggiungibili e tagliate fuori dalle principali
vie di comunicazione e non solo isole in senso geogra co. Questa è la prima norma, dell’area isolata. La
seconda invece è quella delle aree laterali secondo cui le fasi più an che si conserverebbero nelle aree
laterali. Nell’area centrale avremmo invece la fase più recente. Normalmente, nelle aree laterali si conserva
la fase linguis ca più arcaica. Le teorie di Bartoli hanno avuto un’importante eco, non solo in Italia ma anche
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in Europa. La linguis ca spaziale del 1925 è l’unico saggio in lingua italiana citato nella bibliogra a del
volume dialectology. La norma delle aree laterali si combina bene con il principio della teoria delle onde di
Schmidt. In e e , considerando l’area centrale come quella da cui partono le innovazioni per il principio
ben esposto da Schmidt secondo cui l’intensità delle onde si indebolisce man mano che ci si allontana dal
centro che le propaga si capisce perché nelle aree laterali si conservi quella più arcaica. Quindi abbiamo
l’innovazione nell’area di centro e le fasi arcaiche in quelle laterali. In questo senso non si inventa nulla, i
principi assioma ci elabora da Bartoli poggiano su considerazioni che avevano corso da qualche decennio.
A Bartoli va il merito di aver messo le regole nero su bianco nella prima norma areale di Bartoli vediamo
una contrapposizione ne a tra gli esi che troviamo in Sardegna e quelli di ambito toscano che
cara erizzano l’italiano standard. Gli ogge considera sono i medesimi. In Sardegna troviamo con nuatori
di due pi arcaici: equa per cavalla e domus per casa quindi abbiamo esi di po ebba e domu. Per quanto
riguarda l’area toscana e l’italiano standard abbiamo dei con nuatori del la no tardo cavalla e della forma
casa. In la no il termine casa indicava una casa rus ca ed è poi passato a indicare nella tarda la nità casa
senza ulteriori implicazioni. Tanto equus quanto domus si riscontrano in parole colte: domes co, equino,
equitazione… Queste forme non sono state conservate solo in parole di trasmissione colta, per il resto
no amo la sos tuzione con i con nuatori di cavalla e casa. Altro esempio possibile è la contrapposizione tra
con nuatori del la no ager e campus con nuatori del la no. Nei Grigioni, in territorio svizzero, abbiamo a
che fare con un’area isolata ma non con un’isola. In Svizzera si parla il romancio, una delle varietà che
cos tuivano il ladino ascoliano. Nel romancio grigionese abbiamo la forma er con nuatrice di ager. In
toscana abbiamo la forma campo, che con nua campus e non ager. Il terzo possibile esempio è quello della
contrapposizione tra caput e testa. Caput era il termine che in la no indicava la nostra testa, il la no testa
indicava invece il vaso di coccio, e poi per traslato seman co è passato a indicare la testa dell’uomo. Noi
abbiamo in questo caso una proposta di contrapposizione da parte di grassi tra con nuatori di caput e
nell’isola di Veglia in Croazia dove si parlava no al 1898 il veglioto, varietà di dalma co. Dopo il 1898, anno
della morte dell’ul mo parlante di veglioto, il dalma co è considerato u cialmente es nto. Noi conosciamo
abbastanza bene le cara eris che del dalma co grazie a uno studio approfondito di Bartoli che aveva avuto
modo di esporre le cara eris che di dalma co in un saggio. Qui avevamo cup a Veglia, mentre a Fiume
abbiamo il termine testa. Abbiamo qui la contrapposizione tra il po che si riscontra in una varietà parlata in
un isolo o al largo della costa dalmata e il po a estato a Fiume. Un esempio di questo po per la penisola
italiana funzionerebbe bene no a un certo punto perché nei diale della penisola abbiamo alternanza tra i
con nuatori di capo e di testa. Le norme di Bartoli funzionano bene per alcuni esempi scel ma non hanno
validità teorica universale e questa contrapposizione tra caput e testa si vede bene nella contrapposizione
tra veglioto e dalma co ma non sempre.
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Vediamo che in occitano abbiamo ega, e anche caballa ma in generale si usa la forma che riporta giovenca
invece in Romania abbiamo iapa. Quindi vediamo che a sinistra e a destra dell’area centrale rimane la forma
più an ca.
L’italiano spalla è con nuatore di spatula, termine che in la no era l’arnese con la bacche a abba uta
all’estremità, presente anche in italiano spatola. Quindi che l’italiano ha due allotropi: la spatola e la spalla
che derivano entrambi da spatula la no. In realtà da spatula, se consideriamo la forma intermedia con
sincope di u breve atona, dovremmo avere come esito regolare in toscano e nell’italiano standard, una
forma del po spacchia come da vetulus abbiamo vecchio. Qui abbiamo invece un fenomeno di
assimilazione regressiva dopo sincope che quindi ci dà spalla e il suono laterale conquista la dentale alla
sinistra. Questo termine, con nuatore di spatula per indicare la spalla lo possiamo trovare in francese e in
occitano. Il termine usato invece per indicare la spalla a occidente e oriente dell’area iden cata abbiamo
con nuatore di humerus, alla base dell’italiano omero, e lo troviamo in portoghese, spagnolo e romeno. Il
mo vo per cui noi abbiamo spalla deriva da una somiglianza a livello di forma tra la spatola e una parte
della spalla quasi omofona cioè la scapola, quindi una somiglianza seman ca più o meno individuata tra
forma e referente quindi spatula viene a indicare la spalla. L’ul mo esempio invece è quello rela vo alla
lesina. La lesina è un arnese usato dal calzolaio per forare il cuoio. È un termine per il quale il la no usava
subula, che troviamo sia in estremità occidentale che in quella orientale. In la no il termine subula indicava
uno s le o. La fase centrale invece è stata in uenzata dalla base germanica di superstrato alansa che ha
avuto con nuatori tanto in Spagna, quanto in Francia e in Italia. Nel dominio orientale troviamo un
con nuatore di nuovo di subula, quindi la forma sub. Ques sono alcuni degli esempi possibili di
funzionamento delle prime due norme areali di Bartoli. Ma l’a dabilità di queste norme non è assoluta.
Jaberg negli anni ven del novecento tra il 1928 e il 1940 pubblica l’atlante. I tempi di pubblicazione sono
sta abbastanza rapidi come lo sono sta anche quelli di Gillieron. La grande novità apportata dall’AIS nella
geogra a linguis ca è innanzitu o quella dell’adozione di un indirizzo di ricerca allora piu osto recente,
l’approccio Parole e cose, di cui erano sta proponen il già menzionato Schuchardt e Meringer. Questo
approccio fa riferimento al fa o che in base all’orientamento di Meringer e Schuchardt la storia della parola
non poteva essere disgiunta dalla storia dell’ogge o cui la parola si riferisce. In questo senso l’AIS è il primo
atlante che combina parole e cose. Dopo l’AIS nessun atlante riuscirà a fare a meno del versante geogra co
e tu gli atlan successivi all’AIS saranno degli atlan etnogra ci e linguis ci. La novità principale di cui
sono portatori sta proprio nella combinazione tra dato linguis co e dato etnogra co. Anche la carta cambia
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quindi di aspe o. Le carte proposte dall’AIS sono come quasi tu gli atlan di po onomasiologico e
riportano le dominazioni diale ali in territorio italiano e nella svizzera per uno stesso referente, quindi carte
onomasiologiche da cui possiamo ricavare informazioni u li di po etnogra co. Non tu i conce e i
referen sono di uguale interesse etnogra co. Abbiamo portato come esempio di carta onomasiologica
quello della falce enaia, ogge o di grande interesse etnogra co perché ci dà informazione rispe o alla
falce stessa. Queste informazioni vengono fornite al le ore della carta mediante una pizzazione. Gli autori
usano simboli diversi per indicare pi diversi di falce. Quindi in cer pun oltre alla denominazione avremo
anche il simbolo che indica quale ogge o viene usato. Vengono usa più raccoglitori. I da dell’AIS per la
Francia meridionale e per la Corsica presentano forme non corre e e questo perché Gillieron era piccardo
di origine e quindi aveva un orecchio abituato all’ossitonia dei diale della Francia e aveva così trascri o
anche le forme della Corsica e della Francia meridionali. Quindi il massimo di ogge vità si è risolto anche
comunque in qualche errore di trascrizione. Qui sono invece vari raccoglitori diale ologi di professione:
Rohlfs, Wagner, Scheuermeier.
Gillieron aveva considerato super uo indagare i diale dei centri urbani perché lo studioso par va dal
presupposto che nei centri urbani della Francia non si parlava più diale o, e la cosa invece è diversa quindi
per questo decidono di allargare il campo di inchiesta. Non solo Lieber decide anche di prestare a enzione
oltre ai centri urbani a quella che si sarebbe poi chiamata variazione diastra ca, rela va alla classe sociale.
si prevede che nelle aree urbane più complesse ci siano informatori di classe sociale diversa. Si tra a di una
notevole varietà verso la variazione sociale. si comincerà a parlare di sociolinguis ca solo a par re dagli
studi della ne degli anni o anta. Quindi sono avan con i tempi anche rispe o alla sensibilità
sociolinguis ca, che non era estranea neanche ad altri linguis italiani come Terracini che già negli anni dieci
del novecento si vedeva grande sensibilità verso la variazione sociale, non solo verso quella diatopica che è
connaturata agli studi di linguis ca. Ci sono 405 pun di inchiesta, quindi una rete leggermente stre a
rispe o a quella di Gillieron dell’ALF aumentano i quesi che però non danno vita ad altre ante carte.
Altro aspe o da me ere in luce, una di erenza rispe o all’ALF consiste nel modo in cui sono ordinate le
carte. Andando a consultare l’indice di ALF si osserva che le carte sono ordinate alfabe camente, cosa che
non avviene nell’AIS, dove abbiamo la casa e la famiglia, l’agricoltura, quindi le carte seguono una
disposizione che potremmo dire per campi seman ci e di per nenza, e questa è un’altra innovazione
apportata da Jaberg. Quindi vediamo la rappresentazione a raverso disegni dell’ogge o e la
rappresentazione dell’ogge o in forma s lizza in relazione a un certo numero dei pun indaga . C’è una
carta ad esempio dedicata all’uomo e una alla donna, quindi non ha senso indicare pologie di uomo e
donna. Quando entrano in gioco gli ogge avere una carta di questo po è u lissimo nella prospe va di
chi si occupa di cultura materiale e quindi di chi è interessato ad associare il dato linguis co al dato
etnogra co.
Altro importante proge o è l’atlante linguis co italiano, che come visto è stato proge ato da Bartoli, e
l’atlante svizzero e quello italiano sono intorno allo stesso periodo. le inchieste sono avviate nel 1926 e sono
proseguite no allo scoppio della guerra quindi le inchieste risultano meno rapide che non nel caso dell’ALF
e dell’AIS. L’AIL sposa il principio del raccoglitore unico. Forse anche per il principio di essere stato di uno
degli allievi di Gillieron, Bartoli, segue il principio del raccoglitore unico che stava per essere superato
dall’atlante italo svizzero. In questo caso il raccoglitore unico è Ugo Pellis e viene tenuto saldo no allo
scoppio della seconda guerra mondiale. Quando le inchieste riprendono nel secondo dopoguerra, nel 1952,
si propenderà per una pluralità di raccoglitori. In questa lunga gestazione dell’atlante linguis co italiano,
saranno mol i raccoglitori visibili tra cui anche Grassi. La raccolta di da viene portata a termine nel 1964. I
da quindi sono molto composi rispe o alla loro collocazione temporale con da quindi raccol quasi
quarant’anni dopo. Lo iato temporale tra il termine della raccolta dei da e la pubblicazione dell’atlante sarà
tra più di trent’anni. Ci sarà modo di cominciare a pubblicare solo dopo trentun anni la chiusura delle
inchieste. Questo è un problema che però riguarda in e e tu e le ricerche atlan s che, per cui si
conclude abbastanza velocemente la fase di raccolta, anche se ovviamente c’è il problema della guerra che
interrompe. Ma anche per l’atlante linguis co del Piemonte occidentale che ha avviato le inchieste nei primi
anni o anta e le ha concluse in una decina di anni. I raccoglitori in una decina di anni si sono mossi verso i
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pun d’inchiesta e hanno so oposto loro le domande. La LEPO ha però cominciato a pubblicare i volumi
solo nel 2003 quindi una quindicina di anni dopo rispe o alla ne delle inchieste, e ovviamente la
pubblicazione delle carte implica un lavoro costante da parte di una redazione cosa non sempre possibile e
la LEPO l’anno scorso ha pubblicato il proprio terzo volume e sono in can ere ancora mol volumi. Quindi si
crea un problema di invecchiamento dei da . Sono 1065 i pun di inchiesta dell’ALI invece, e 7000 le
domande, al momento hanno stampato diversi volumi. Dopo l’AIS quello diviene il modello quindi si cerca
sempre di andare a unire gli aspe linguis ci a quelli etnogra ci.
Ul mo aspe o dell’evoluzione della geogra a linguis ca riguarda gli atlan regionali o subregionali.
Abbiamo visto atlan che hanno avuto come territorio di riferimento una nazione o lievemente
sovranazionali. L’AIS coinvolge la penisola italiana nella sua interezza. L’ALF era il territorio tu o francese
così come il precedente atlante di Viel. Con gli atlan regionali o subregionali l’a enzione si focalizza su
porzioni di territorio più rido e. Gli atlan nazionali innanzitu o sfru ano una rete di pun a maglie larghe.
La rete di pun di inchiesta non è mai molto densa. Gli atlan regionali o subregionali possono avere una
rete dei pun più densa. Questo è un importante addendum rispe o ai da che ci vengono porta dagli
atlan nazionali perché consentono una ra gurazione più de agliata delle dinamiche linguis che in un
territorio ristre o. È spesso u le confrontare i da degli atlan regionali con quelli degli atlan nazionali. I
da degli atlan regionali o rono uno strumento di indagine in più. A di erenza di quanto avvenuto in altri
contes , in Italia non c’è stato un coordinamento nazionale per la proge azione degli atlan regionali
quindi si è proceduto in ordine sparso mentre in Francia e in Romania si era avviato un proge o coerente di
atlan regionali. Ovviamente se il proge o ha coordinamento generale signi ca che i da raccol dai singoli
atlan saranno facilmente confrontabili, basandosi su un ques onario che obbedisce agli stessi principi.
Abbiamo avuto delle inizia ve che si sono sviluppate in diverse regioni italiane, talvolta più proge anche
per una stessa regione.

Per la Lombardia non abbiam un atlante linguis co, ma ne abbiamo uno dedicato al ladino dolomi co e ai
diale limitro che si colloca su un territorio che comprende una piccola parte della Lombardia, una parte
del Tren no, una parte del Veneto e una parte del Friuli. L’interesse dell’atlante è incentrato sul ladino
dolomi co, quindi sulle varietà parlate intorno al massiccio del Sella quindi nelle province ammnistra ve di
Trento e Bolzano con a enzione che straborda anche nelle parlate con nante. Altro atlante portato invece e
a conclusione è l’atlante storico-linguis co-etnogra co del Friuli di Pellegrini, che ha sfru ato i materiali
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raccol dall’ALI pubblicando tra l’inizio degli anni se anta e la metà degli anni o anta l’ASLEF. Quindi non si
è basato su inchieste ex novo ma su materiali raccol per l’ALI. Quindi ha estrapolato dal contesto dei da
raccol dell’ALI quelli riguardan il Friuli. Altro atlante portato a compimento è l’atlante lessicale toscano,
anche noto come ALT. L’atlante lessicale toscano dire o da Giacomelli e altri è stato pubblicato nel 2000 ed
è anche consultabile in rete, come l’ALD. Ovviamente riguardando l’ALT la toscana si tra a di materiali molto
par colari. Abbiamo de o che il toscano è collegabile come varietà diatopica dell’italiano che presenta un
dato di distanza stru urale molto minore rispe o a quello che esiste tra il piemontese e l’italiano, tra il
siciliano e l’italiano. passando invece al territorio abruzzese abbiamo un atlante non ancora pubblicato ma
che sta raccogliendo da ed è stato proge ato un archivio ed è l’atlante della conca aquilana dire o
d’Avolio. Allo stesso modo il corso di proge azione dell’atlante linguis co campano, i da sono sta raccol
ma ancora non è stato pubblicato un atlante in senso sico, anche se alcuni da sono sta discussi invece in
saggi. La Basilicata ha ormai da qualche anno un atlante linguis co, abbreviato nella forma ALBA e dire o
da del Puente e Giordano. Sono sta pubblica qua ro volumi e si sta con nuando e proseguendo nella
pubblicazione di altri materiali. Invece è a un livello di ideazione e proge azione l’atlante linguis co ed
etnogra co della Calabria, per la Puglia abbiamo un atlante che inizia le sue pubblicazioni nel 1979 e non
hanno avuto seguito quindi sembra che l’impresa si sia arenata, per l’atlante che riguardava la zona della
Daunia. Per la regione pugliese era stato proge ato ancora un nuovo atlante dei diale e dell’italiano per
regioni, di cui esiste un archivio a Salento. L’idea dei fondatori era quella di sviluppare un primo saggio di
atlante a par re dal territorio salen no ma non sono mai sta pubblica i materiali. La Sicilia è sede di un
importante can ere, l’atlante linguis co della Sicilia e abbreviato nella forma ALF, dire o e a ondato
dall’atlante Ru no. Il proge o è ormai pluriventennale, sono state pubblicate carte di saggio e mol volumi
che hanno discusso e valorizzato i materiali contenu in archivio, sia sul versante linguis co che sul versante
socio relazionale. Anche per la Sardegna sono sta sfru a i territori dell’ALI rela vi al territorio sardo.
Quindi c’è una certa vivacità nella penisola per atlan regionali e subregionali. Quasi tu e le regioni hanno
un proprio atlante che le riguarda, anche solo per una porzione, dietro le vicende tortuose e tormentate
degli atlan linguis ci si trova la mancanza di nanziamen con nui. Ovviamente una redazione per andare
avan ha bisogno di fondi, assegni di ricerca e borse di studio. C’era stato un periodo d’oro in cui molte di
queste imprese erano nanziate dalle regioni, ma poi i fondi sono diminui per esaurirsi nel giro di poco. Ci
sono pochi atlan porta a compimento quindi, e duole osservare che mol degli atlan in corso di
pubblicazione probabilmente non riusciranno a terminare l’opera, sempre per una ques one legata alla
mancanza di nanziamen .
Per un verso l’e che a di seconda generazione può essere intesa con valore cronologico e quindi sono gli
atlan che vengono dopo gli atlan di prima generazione. Oltre a un senso cronologico ce n’è anche un
metodologico, per cui gli atlan di seconda generazione sono successivi agli atlan di prima ma inoltre ne
aggiorna l’apparato teorico-metodologico. Gli atlan più recen sono na come atlan digitalizza : bas
pensare al caso della LEPO, in cui si parla di tolazione dell’atlante, per atlan avvia in un momento storico
in cui l’applicazione dell’informa ca alla scienza linguis ca era ancora tarda per proge di questo po si è
osservata una conversione in i nere e alcuni atlan si sono dota successivamente di un archivio
informa co e hanno proceduto a un’applicazione informa ca delle carte e dei materiali. Tra l’altro la LEPO
ha anche conosciuto un altro po di conversione. La diale ologia rispe o alla linguis ca ha usato sistemi di
trascrizione molto accura che eccedevano nell’uso di diacri ci, gli atlan di seconda generazione hanno
ado ato l’IPA. La LEPO aveva iniziato con una trascrizione delle inchieste su cartaceo ado ando la gra a
usata da Gillieron per trascrivere i da dell’ALF. Quando la LEPO si è conver to all’informa ca è passata alla
gra a IPA.
Ad Ascoli si deve la prima classi cazione mo vata dai diale d’Italia. Abbiamo una quadripar zione in cui il
centro è rappresentato dal toscano. Dante discute il problema della variazione diatopica, forse troppo
anacronis camente. Prima del cinquecento abbiamo già de o che non esiste il conce o di diale o, e Dante
ci parla in modo di uso e appropriato delle cara eris che di quelli che egli stesso chiama i volgari d’Italia.
Dante illustra i qua ordici principali volgari d’Italia separa dalla dorsale appenninica. Bisogna ricordare
accanto ad Ascoli Fernow che all’inizio dell’o ocento aveva proposto un abbozzo di classi cazione per i
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diale della nostra penisola così come li abbiamo anche in seno ai cosidde preascoliani, cioè da parte di
quei linguis che gravitano intorno all’ambiente culturale milanese e che precedono di qualche decennio
Ascoli. Abbiamo anche in questo caso una classi cazione dei diale italiani da parte di Cherubini degli anni
ven o trenta dell’o ocento pubblicata in anni recen nella forma concepita da Cherubini, con mol pun
che restano oscuri e che sarebbero sta meglio pubblica successivamente e che ha visto la luce negli anni
sessanta sull’archivio glo ologico italiano. tra i preascoliani sempre è necessario ricordare, tra i classi catori
di diale , Bernardino Biondelli. Biondelli l’abbiamo già ricordato per il suo saggio sui diale gallo italici che
comprende una parte di traduzione di uno stesso testo nei vari diale , quindi Biondelli pensa anche a un
modo piu osto moderno di pubblicazione dei da . Il testo scelto è la parabola del gliol prodigo di cui
Biondelli aveva chiesto la traduzione nelle diverse varietà gallo-italiche. Biondelli propone anche una
classi cazione dei diale basata sull’an ca etnogra a italiana, e quindi individua una famiglia galloitalica
che riguarda i territori a sostrato cel co, una famiglia che coincide col friulano e via dicendo. Quindi
Biondelli fa una classi cazione diale ale basata su criteri sostra ci come sarà anche per la classi cazione di
Merlo. Nel 1885 viene pubblicato l’Italia diale ale, saggio importante anche per la descrizione dei sistemi
linguis ci che compongono il quadro di diale d’Italia che Ascoli presenta. Il metodo usato da Ascoli è
estremamente innova vo, e non avrà sostanzialmente degli emulatori. La proposta di classi cazione dei
diale di Ascoli resterà un unicum nella diale ologia italiana. Il metodo di Ascoli sfru a, per classi care i
diale d’Italia, un metodo che inizialmente è diacronico e poi diventa sincronico nello stabilire le di erenze
tra i vari diale . Per combinare diacronia e sincronia, Ascoli prima di procedere alla sua classi cazione
diale ale si chiede quale sia il sistema che si è meno di erenziato dal la no. La risposta che Ascoli fornisce a
questa domanda si concentra sul toscano che secondo Ascoli è il diale o dell’intera Romania che meno si è
distanziato dal la no. Quindi ha senso secondo Ascoli ado are il toscano come punto di riferimento per
classi care i diale d’Italia. È la stessa intuizione che ha avuto Ferrow quando lo indicava come punto di
riferimento rispe o al quale classi care gli altri diale . Quindi pone il toscano come all’interno dello
schema e quindi sono in gruppi speci ci a seconda della distanza che presenta nel toscano. Quindi iden ca
il toscano come punto di riferimento confrontando il toscano e gli altri diale con il la no e giungendo alla
conclusione che il toscano meno si è di erenziato dalla lingua di partenza, abbandona la prospe va
diacronica che gli ha consen to di usare il toscano per ado are un confronto sincronico tra gli altri sistemi
che incontra sul territorio italiano. ques altri sistemi ovviamente che Ascoli incontra vengono raggruppa
in insiemi speci ci. Ascoli individua quindi qua ro gruppi contrassegna dalle le ere A, B, C, D. possiamo
par re dal toscano, collocato nel gruppo D, e poi per allontanamen successivi arrivare al gruppo A, dei
diale che più si distanziano dal toscano, oppure i componimen in versi, che partendo dal gruppo di
diale che più si distanzia dal toscano per poi avvicinarsi progressivamente dal toscano.
I diale del gruppo A corrispondono ai diale che dipendono in maggiore o minore misura da sistemi neo-
la ni non peculiari all’Italia. Bisogna vedere anche come viene a rontata la presentazione di Ascoli nel
volume lingue e diale d’Italia. Il primo gruppo, forse più controverso, in cui Avolio scrive di diale
appartenen a sistemi neola ni perché in gran parte allora fuori dai con ni (diale franco-provenzali,
provenzali, ladini). Non è de o che volesse andare verso questa dras ca le ura che ne dà Avolio, Ascoli in
realtà però fornisce questa classi cazione senza commentarla. Per cui non ci viene spiegato cosa signi chi
dipendenza da sistemi neola ni non peculiari. L’elenco fornito da Avolio è parziale, Ascoli non menziona
solo il franco provenzale, ma anche il provenzale, occitano e il ladino considerato nel suo complesso anche
con riferimento al ladino occidentale che si trovava al di fuori dei con ni italiani. Il ladino occidentale è
de o anche grigionese perché è parlato nei Grigioni svizzeri. Quindi l’idea di Ascoli è quella di riferirsi a
lingue standard nazionali a cui i sistemi diale ali potessero guardare e potessero orientarsi. Certamente nel
caso del provenzale e del franco provenzale in base alle classi cazioni più acce ate e di use provenzale e
franco provenzale sono le varietà più acce ate mentre la lingua nazionale gallo romanza è il francese. Più
problema co è il caso del ladino. Il ladino non ha una lingua di riferimento standard che appartenga al suo
stesso so ogruppo quindi non c’è uno standard greco di riferimento a meno che non vogliamo assegnare
questo ruolo al romancio grigionese, una delle varietà u ciali della svizzera. Questo è un aspe o senz’altro
problema co di Ascoli sopra u o per il primo gruppo. L’interpretazione dovrebbe andare nella direzione di
una lingua nazionale di riferimento che non è de o che sia sempre iden cabile. In ogni caso, anche se non
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esiste una lingua nazionale di riferimento, si tra a comunque di diale che non si orientano verso l’italiano
ma hanno un altro po di orientamento che può anche essere endogeno. Nel gruppo B vediamo i diale
che si dis nguono dal sistema nazionale vero e proprio ma non entrano a far parte di alcun sistema
neola no estraneo all’Italia. È quindi di erenziato dall’italiano vero e proprio ma non tanto da gius carne
l’ascrizione in un sistema neola no estraneo all’Italia. Quindi l’insieme dei diale gallo-italici cui viene
aggiunto il sardo. Qui vediamo bene come la classi cazione ascoliana sia avulsa da qualsiasi principio
sostra co e infa in uno stesso gruppo abbiamo diale o gallo-italici e il sardo. Il ragionamento quindi è
legato solo alla distanza stru urale tra i diale che compongono uno stesso gruppo e il toscano. Quindi
grossomodo tra i diale gallo-italici e il sardo da un altro esistono lo stesso grado di distanza linguis ca. Nel
gruppo c i diale che invece si scostano dal gruppo toscano ma possono formare diale neola ni come il
veneziano, il corso, i diale di sicilia. Quindi abbiamo a che fare con diale che si scostano in modo più o
meno signi ca vo dal sistema toscano o italiano ma che possono entrare a far parte col toscano di uno
stesso sistema di diale neola ni e sono tu i diale con una bassa sostanza stru urale. Il principio
seguito da Ascoli non è sostra co e abbiamo in uno stesso gruppo i diale di Italia meridionale, centrale,
se entrionale, ecc. La collocazione del toscano in un gruppo a sé è gius cabile a ni dida ci perché se
dobbiamo dare conto della distanza rispe o al Toscano è e cace che s a in un gruppo a sé ma il problema
è che data la de nizione C una classi cazione scien camente determinata dovrebbe basarsi solo su tre
gruppi, A, B e C. ma le ragioni di Ascoli sono comprensibili, perché deve dimostrare col suo ragionamento il
grado di distanza progressivo dal toscano e questo risulta meglio sviluppabile col toscano che occupa un
gruppo a sé. La classi cazione di Ascoli è estremamente moderna e originale e non avrà dei successori ed
emulatori. Le classi che successive si basano su criteri ora sostra ci, ora geolinguis ci, ora linguis co-
culturali, ma mancherà sempre questo o dialogo tra diacronia e sincronia e l’insistenza sulla distanza
linguis ca, sulla cara erizzazione interna dei diversi diale della penisola.
La seconda proposta di classi cazione invece è quella di Merlo, che propone la sua classi cazione nel primo
fascicolo della rivista l’Italia diale ale. Il tolo della rivista è un chiaro omaggio al maestro Ascoli in cui il
saggio dove compare la proposta di classi cazione si in tola l’Italia diale ale e il nome della rivista omaggia
il tolo di un ar colo di Ascoli in cui si proponeva una prima classi cazione scien ca. Con Merlo abbiamo
un passo indietro rispe o alla modernità ascoliana con principi che avevano cara erizzato gli studi della
diale ologia preascoliana. Merlo fonda la propria classi cazione sul sostrato. Parte nel de nire i diversi
gruppi di diale dal sostrato, dalla situazione dell’etnogra a an ca. Questo è de o programma camente
da Merlo in un suo saggio all’inizio degli anni trenta in cui si legge che la classi cazione dei diale italiani se
non è un problema esclusivamente etnico perché bisogna tener presente anche il problema del momento e
dell’età della romanizzazione, è sopra u o un problema etnico. Merlo inizia individuando gli alloglossi,
coloro che parlano lingue che possono essere de nite di minoranza. Questa scelta da parte di Merlo è
discu bile perché molte delle alloglossie che Merlo esclude sono fru o di sviluppi locali del la no. Si pensa
così al francoprovenzale e all’occitano. In mol casi quelle che chiamiamo alloglossie o lingue di minoranze
sono in realtà fru o di una con nuazione del diale o locale e in quanto tali dovrebbero meritare da pare
del diale ologo la stessa a enzione rivolta ai diale italo-romanzi. ha senso escludere la lingua degli
albanesi del sud Italia ad esempio. ciò che importa è sapere che Merlo non considera né il franco
provenzale né il ladino. Inizia con i diale dell’Italia se entrionale e in modo abbastanza curioso
cara erizza i diale come unità nega va. Secondo Merlo abbastanza sorprendentemente i diale
dell’Italia se entrionale non avrebbero cara eris che proprie ma si troverebbero stre tra linguaggi di po
di erente. Il sostrato che Merlo a ribuisce a queste varietà è di po cel co. Si rende conto che ci sarebbero
anche sostra liguri e gene ci da considerare, prevale su tu il sostrato cel co. Nonostante questa
cara erizzazione fortemente sostra ca dell’Italia diale ale Merlo dice comunque che preferisce non
chiamare i diale dell’Italia se entrionale gallo-italici come fece Ascoli, seguendo Biondelli, che è una
e che a sostra ca che dovrebbe piacergli quindi, ma invece semplicemente italiani se entrionali. Quindi
Merlo dice che i diale della Liguria e della valle del Po preferisce chiamarli se entrionali. Stupisce questa
scelta di Merlo che è un sostra sta che dovrebbe gradire un’e che a come quella di diale gallo-italici.
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Nell’area centro meridionale vediamo che dice che se si prescinde dall’estremo lembo se entrionale i
diale della parte centrale e meridionale possono cos tuire un’unica famiglia, quella italiana centro
meridionale. Viene ripreso il riferimento al sostrato e ci dice che come il sostrato per quelli se entrionali è
da considerarsi cel co in questo caso il sostrato è da considerarsi italico, di po umbro-sannita. Quindi
diale che manifestano un sostrato italico. Sulla ques one dell’origine etrusca e del fenomeno della gorgia
si era aperto un diba to molto acceso tra Merlo e Rohlfs, con Merlo che difendeva il cara ere etrusco della
gorgia e le obiezioni a Merlo. Abbiamo de o che la gorgia molto di cilmente è ascrivibile al sostrato
etrusco. Il sardo occupa un posto a sé tra i diale romanzi. muove da una fase anteriore. Anche il sostrato
etnico non è indoeuropeo ma non è etrusco, è mediterraneo di po diverso. Merlo a ribuisce al sardo un
sostrato non indoeuropeo ma neanche etrusco. La soluzione proposta da Merlo è quella di chiamarlo
sostrato mediterraneo, ma di po diverso rispe o ad altri sostra preindoeuropei riscontrabili sul territorio.
Al sardo viene a ribuito un sostrato di po mediterraneo. Per porre a confronto queste due classi cazioni
abbiamo per Ascoli un metodo moderno che individua il toscano come punto di riferimento e poi classi ca
le altre varietà mediante un approccio sincronico e individua così qua ro gruppi totalmente indipendente
dal sostrato etnico. Benché Merlo dica di voler pervenire a una classi cazione che non si distacchi da quella
di Ascoli in realtà la classi cazione di Merlo è molto distante come capiamo dalla funzione che in Merlo
svolge il sostrato in u ritorno alle categorie care ai preascoliani e che Ascoli aveva tentato di superare.
Abbiamo visto le due classi cazioni dei diale in Italia: la prima di Ascoli che si basa su un ragionamento
diacronico stru urale; la seconda invece segna un passo indietro rispe o alla modernità ascoliana e si torna
a di erenziare le parlate sul nostro territorio mediante criteri sostra ci. Quindi sostrato gallo-italico a Nord,
sostrato etrusco per la Toscana, sostrato mediterraneo per il sardo e sostrato umbro-sanni co al sud.
Ulteriore classi cazione è quella di Rohlfs, cui erano state a date le inchieste dell’atlante italo-svizzero per
l’Italia meridionale. Rohlfs è anche autore di un’importante opera per i diale ologi e per chi si occupa della
lingua in chiave storica: la gramma ca storica della lingua italiana e dei sui diale , trado a negli anni ’60
dagli editori Einaudi di Torino e si tra a di un’opera di ampio respiro con informazioni molto accurate sulla
storia dell’italiano e dei diale presen sulla penisola. È in tre volumi: il primo alla fone ca, il secondo alla
morfologia e il terzo alla sintassi e alla formazione delle parole. Quindi gura di spicco nell’ambito della
diale ologia italiana. Rohlfs propone una classi cazione che fa tesoro degli insegnamen della geogra a
linguis ca, in un periodo in cui la moderna geogra a linguis ca era già nata e lungi dall’aver preso piede
negli studi di linguis ca. Rohlfs scrive il saggio in cui delinea la classi cazione nel 1937. Quindi nel 1937
capiamo che era già stato pubblicato l’ALF ed era in corso di pubblicazione l’AIS, mentre era ancora
ampiamente in corso la raccolta dei da dell’atlante linguis co italiano. quindi in un ambito in cui la
geogra a linguis ca si stava appena di ondendo Rohlfs propone una classi cazione che fa uso dei criteri
della geolinguis ca e perviene alla classi cazione di due fasce di isoglosse. Abbiamo già de o della
classi cazione di Rohlfs rispe o al conce o di isoglossa di Ascoli. La Spezia-Rimini a Nord e Roma-Ancona a
Sud. Si tra a di con ni che non sono solo di po linguis co ma anche di po poli co e culturale. Se noi
consideriamo la prima delle due linee, quella La Spezia-Rimini o più corre amente Massa-Senigallia, è la
linea che cos tuiva la linea tra l’etruria e i territori cel zza , e anche tra l’Italia suburbicaria dall’Italia
annonaria, quindi quella che aveva come centro Roma e quella di Milano, nonché il con ne tra arcidiocesi di
Roma e arcidiocesi di Ravenna. Quindi era una linea già in passato importante, in epoche storiche diverse,
quindi come spesso accade la con gurazione poli ca ha delle conseguenze anche piu osto eviden di po
linguis co. Lo stesso discorso potrebbe essere fa o riguardo la linea Roma-Ancona. Il con ne era qui tra
popolazioni etrusche e popolazioni italiche, ma rappresentava anche il con ne tra il patrimonium te , i
possedimen temporali della Chiesa e i duca longobardi di Spoleto e di Benevento. Era inoltre il corridoio
pon cio che collegava Roma all’Adria co. Quindi ancora una volta una linea di con ne che nei secoli è
stata molto importante e ha avuto ripercussioni di cara ere linguis co. La linea La Spezia-Rimini
rappresenta il limite se entrionale, mentre quella Roma-Ancona il limite meridionale di una serie di
fenomeni. Ci sono se e isoglosse per la prima rima, undici per la seconda. Quindi sono dicio o nel
complesso le isoglosse considerate da Rohlfs. Rohlfs nella sua classi cazione non considera le isole. Nel suo
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saggio si pone l’obie vo di stabilire come recita il tolo la stru ura linguis ca dell’Italia peninsulare. I
diale dell’Italia estrema non sono considera da Rohlfs.

Rohlfs nel 1937 aveva semplicemente indicato i fasci di isoglosse non e che andoli mentre gli studiosi
successivi saranno coloro che daranno un nome vero e proprio alle isoglosse. La linea La SpeziaRimini
cos tuisce anche il discrimine che verrà presentato in tu e le sedi di linguis ca romanza tra Romania
occidentale e Romania orientale. Quindi tra le lingue romanze di occidente entro le quali abbiamo i diale
dell’Italia se entrionale e quelle dell’Italia meridionale. La linea La Spezia-Rimini riveste grande importanza
anche per la stru ura linguis ca più generale della Romania, del territorio in cui si parlano le lingue
romanze. Quindi rappresenta il limite tra Romania occidentale e orientale. Le cara eris che poste in
evidenza da Rohlfs, come si nota in riferimento ai tra menziona per i territori a sud della linea Roma-
Ancona vediamo qualche punto interroga vo. I tra enuncia da Rohlfs appartengono ai diale dell’Italia
centro-meridionale ma possono ria orare anche in altri territori del paese.
Per cui ad Ascoli si deve il conce o di isoglossa ma non aveva parlato di linea Roma-Ancona e La Spezia-
Rimini, che invece fa riferimento a Rohlfs. Il primo fenomeno considerato da Rohlfs è la lenizione. Per
lenizione si intende un indebolimento a livello ar colatorio che colpisce le consonan occlusive sorde
intervocaliche, cioè i suoni p, t e k. Nel caso della p abbiamo a che fare con l’occlusiva bilabiale, la t
l’occlusiva dentale e la k occlusiva velare. Ques tre suoni quando sono pos tra due vocali sono sogge a
fenomeno di lenizione. Per l’isoglossa 1 possiamo parlare di lenizione di primo grado e cioè di
sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche. Quindi da una base la na di po ur ca, in cui il suono k
è in posizione intervocalica abbiamo un esisto sonorizzato or ga che si trova in Italia se entrionale. Esiste
anche un fenomeno di lenizione di primo grado che comporta la spiran zzazione delle occlusive quindi si
passa a un suono di po frica vo sonoro per cui dalla base la na capilli abbiamo forme come cavei. Queste
sono due linee di tendenza che possiamo osservare. Sempre partendo da ur ca vediamo che cade la k
intervocalica, quindi si è talmente indebolita da cadere. Nell’Italia se entrionale, nel territorio a Nord della
linea La Spezia-Rimini assis amo a una caduta generalizzata delle vocali atone nali diverse da a. in realtà il
principio generale, come vedremo tra ando di singoli diale dell’Italia se entrionale, può avere delle
eccezioni per cui vediamo che le vocali atone si conservano salvo che in par colari contes e nel resto
vediamo una caduta delle atone diverse da a.
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Vediamo anche l’abitudine dei diale a Nord della linea La Spezia-Rimini di diminuire l’intensità delle
consonan geminate, quindi si parla di degeminazione. Quindi dal la no li eram vediamo una forma
generalizzata nell’Italia se entrionale del po litera o letera. Abbiamo quindi un suono intenso in la no cui
corrisponde un segno degeminato. Vediamo invece l’isoglossa 5 rela va alla caduta delle atone pre e post
toniche. In questo caso l’esempio fornito da Rohlfs è quello dei con nuatori della base la na sellario che
iden ca il sellaio che può avere come esi slar, sler, ecc. a seconda dell’area. Quindi una riduzione
signi ca va del corpo della parola perché cadono le vocali che precedono la tonica. Vediamo poi il tra o
rela vo alla nasalizzazione delle vocali in sillaba. Questo fenomeno interessa parte dell’area lombarda e
parte dell’area ligure. In questo caso abbiamo una nasalizzazione della vocale tonica che è indo a dalla
presenza di una nasale originaria. Perciò da una base di po pane, avremo in mol diale dell’Italia
se entrionale un esito di po pan con conservazione della nasale che assume suono nasalizzato, in ques
casi vedremo un esito invece di po an che è simile a quello francese.
La se ma isoglossa è in realtà un’isolessi. Le preceden erano tu e delle isofone, la se ma è un’isolessi
che riguarda un elemento lessicale. In questo caso Rohlfs osserva la presenza in Italia se entrionale del po
hanc hodie. Quindi l’elemento lessicale è preceduto da un dimostra vo. Questa sequenza dà nei diale
dell’Italia se entrionale forme diverse. Abbiamo la menzione di elemen di po lessicale e morfosinta co
e di interesse fone co. La prima isoglossa considerata, o ava della lista, è che a Sud della linea Roma-
Ancona troviamo con nuatori della base ferrario mentre a nord della linea troviamo con nuatori di altre
basi. Quindi noi ci aspe eremmo di trovare a Nord solo con nuatori di faber ma non è così. Ancora il
lesso po fratrem. Con la caduta di nasale nale abbiamo la forma frate pica dell’uso dell’Italia centro-
meridionale, quindi dell’area a sud della linea Roma-Ancona. Al nord invece della linea questo non accade.
Tu avia fenomeni di en tà diversa si combinano: fenomeno lessicale si porta dietro fenomeni fone ci. A
nord avremo forme come fradel con lenizione o anche forme che in area piemontese sono considerate
rus che con la caduta della dentale e quindi frate come po cara erizzante dei diale a Sud della linea
Roma-Ancona. Vediamo un altro punto interroga vo quando vediamo che a sud Rohlfs riporta femmina
come parola usata per indicare la donna che invece non troviamo a nord. Se è vero che nell’area
se entrionale abbiamo in prevalenza con nuatori di donna, ma poi è anche vero che abbiamo anche altre
forme che invece con nuano femmina.
Tenere ha il valore di possedere e vediamo che viene u lizzato come verbo lessicale e non come verbo
ausiliare. Si tra a di un uso che possiamo considerare pico nell’Italia meridionale. Qualche dubbio riguarda
l’evoluzione del nesso la no tz seguito da vocale in una frica va alveolare sorda. Quindi da una base del
po coxa abbiamo un esito in frica va alveolare sorda del po cossa. Questo è vero per i diale del centro-
Sud ma è un fenomeno che possiamo osservare anche a Nord. Vediamo che di nuovo in area piemontese,
nell’estremità occidentale della Lombardia, oltre che in Liguria abbiamo forme del po kosa, con nuatrici di
coxa. Quindi di nuovo l’esito sembra simile a quello che si riscontra nell’Italia centro-meridionale. Qui
ovviamente il termine è dato dall’esito toscano coscia che è esito di x in una frica va post-alveolare sorda.
Al fenomeno 14 rileva in diversi diale dell’Italia meridionale il mantenimento del genere maschile previsto
in la no. L’esempio di Rohlfs è quello della cimice. Kimex conserva il genere originario in diversi diale
dell’Italia centro-meridionale. Al punto 15 abbiamo un nuovo lesso po. L abase proposta è fagu da cui
derivano forme del po fagu e simili per il faggio. La contrapposizione è ne a per diale di Italia centro
meridionale e diale toscani. Noi abbiamo faggio che è una forma che deriva da fagulus, quindi un
agge vo che viene creato a par re da fagu quindi si spiega l’esito. Vediamo che abbiamo forme di po fok
che presuppongono una base di po fagu e non fageu. Quindi di nuovo basa la sua esposizone sulla semplici
opposizioni tra diale centro meridionali e toscani. Altro tra o cara eris co dei diale a sud della linea
Roma-Ancona è la sonorizzazione delle consonan sorde in posizione postnasale: MULTONE che diventa
mondone quindi la sonorizzazione colpisce la dentale. Gli ul mi due esempi sono di per nenza fone ca e
riguardano il processo della metafonia. La metafonia è un fenomeno fone co che consiste in una mutazione
della vocale tonica per in usso di i e u nali. Due esempi di metafonia sono uno per in usso di i nale l’altro
per in usso di u nale. La casis ca in realtà è più complessa e la realizzazione del fenomeno comprende
varie modalità. Nel caso della metafonia per in usso di i vediamo il caso della di ongazione della vocale
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tonica. Da una base la na ricostruita di po homini, sappiamo che il la no ha homo, hominis, quindi al
nomina vo e accusa vo plurale avevamo homines. In ques casi abbiamo un metaplasmo di declinazione
per cui mol nomi della terza declinazione passano alla seconda e quindi da homines si è prodo o homini
anche alla base dell’italiano uomini. Quindi da homini abbiamo una forma del po uommene in area
campana che si contrappone al singolare omme. Il di ongo è mo vato dall’azione della i nale atona
e mologica. Nel caso dell’italiano il di ongo è presente sia al singolare sia al plurale. Questo perché si tra a
di un di ongamento della o breve la na in sillaba libera. Il mo vo del dubbio qui non è dato dal fa o che ci
sia lo stesso po di fenomeno in altre par di Italia ma perché ci sono casi di metafonia per in usso di i
nale che portano a un mutamento di mbro della vocale tonica che noi possiamo trovare anche in Italia
se entrionale. Vediamo che ci sono esi del po omi e ques sono esi metafone ci: si passa da om a oemi
a causa di i nale. Signi ca vo che nel punto 173 venga dato come esito più di uso omini e oemi come
rus ca (omini è italianizzata). Quindi oggi le forme metafonizzate cara erizzano alcune varietà rus che di
piemontese.
Sembrano essere solo pici dell’Italia meridionale gli esi metafone ci per in usso di u nale.
Molte delle obiezioni rispe o alle proposte di Rohlfs per i diale dell’Italia centro meridionale riguardano
una contrapposizione ne a tra diale dell’Italia centro-meridionale e toscano. Quindi Rohlfs sembra aver
considerato il toscano e non sembra aver confrontato i da dell’Italia meridionale con quelli dell’Italia
se entrionale quindi il toscano funge da punto di riferimento non diversamente da come lo avesse de o in
altri casi. Quindi gli esempi sono signi ca vi. Sono mol i tra cara erizzan dei diale se entrionali che
cos tuiscono un’unità speci ca non nega va. Vediamo qui invece che si ricava l’idea dell’unità nega va del
toscano. Rohlfs non ci dice quali siano le cara eris che del toscano che vengono date per scontato. Sono le
cara eris che dell’italiano come lingua comune anche se non è sempre così ovviamente. Abbiamo già de o
del caso dello sviluppo di o breve tonica la na in sillaba libera: nell’italiano standard abbiamo una
di ongazione che non abbiamo più in toscano. Quindi il discorso dell’unità sembra possa essere applicato
per il toscano che emerge come punto di riferimento e come varietà in cui non abbiamo né i tra a Sud
della linea Roma-Ancona né a sud della linea La Spezia-Rimini.
La quarta proposta di classi cazione invece è quella di Pellegrini. La classi cazione di Pellegrini viene
esposta in due sedi: la prima volta nel 1973, la seconda volta nel 1977 nel volume o che commenta la carta
dei diale d’Italia. Si tra a di uno strumento molto importante per il diale ologo italiano. innanzitu o
possiamo dire che la classi cazione di Pellegrini presenta cara ere ibrido. Nel proporre la propria
classi cazione Pellegrini si fonda sia su criteri interni che su criteri esterni quindi c’è sia un interesse per i
fa linguis ci, e fa un uso costante delle isoglosse per stabilire la di usione nello spazio di determina
fenomeni e anche per tracciare dei con ni. Accanto a questa prospe va che de niamo interna c’è anche
una prospe va esterna che obbedisce a criteri che non sono linguis ci interni ma extra-linguis ci. È di po
totalmente extra-linguis co l’e che a di italo-romanzo che inizia a essere usata in modo cospicuo nella
tradizione di studi a par re dai lavori di Pellegrini degli anni ’70. L’italo romanzo indica per Pellegrini le varie
parlate della penisola che hanno scelto da tempo come lingua guida l’italiano. quindi a Pellegrini non
importa considerare le cara eris che interne dei diale quanto il fa o che le popolazioni che parlano
determina diale abbiano scelto come lingua guida l’italiano. la lingua guida è in buona sostanza la lingua
le eraria di una determinata area. Pellegrini nell’impostare il suo ragionamento dice che non si può negare
che la lingua di riferimento sia italiana. Il conce o di lingua guida viene spesso equiparato al conce o di
lingua te o. Si tra a di una sempli cazione eccessiva in questo senso. Per lingua te o, nella formulazione di
Kloss si intende una lingua che deve avere uno stre o rapporto di parentela con i diale coper . Quindi
dalla de nizione stre a di lingua te o capiamo che non c’è completo assorbimento. La lingua guida assorbe
solo il lato esterno della lingua te o, è solo lingua di riferimento culturale. Non emerge quindi alcun
accenno alla parentela stre a che deve esistere tra questa lingua e i diale coper . È questa la di erenza
sostanziale tra lingua guida e lingua te o. È un sogge o solo esterno che fa riferimento a fa ori linguis ci.
Invece d’altra parte è una lingua de nibile la lingua te o oltre a criteri esterni anche un rapporto di
parentela. Partendo da questo presupposto, che sia de nibile come italo-romanzo l’insieme di parlate,
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Pellegrini individua cinque sistemi dell’italo romanzo, cinque gruppi di parlate cara erizzate da una
notevole autonomia diale ale.
Abbiamo quindi il sistema se entrionale, anche de o cisalpino, in cui sono sia l’insieme dei diale gallo-
italici, considera il ligure e il piemontese a cui si aggiunge il veneto. Abbiamo poi il friulano a se entrione.
Abbiamo poi il sistema dei diale centro-meridionali dis nto in mediano, meridionale intermedio e
meridionale estremo. Abbiamo il sardo quadripar to in logudorese, campidanese, sassarese, gallurese
(ogge o di contestazione perché sassarese e gallurese non sarebbero parte del sardo) e in ne il toscano,
diviso in ulteriori sezioni. Ques sono quindi i cinque sistemi dell’italo romanzo secondo la classi cazione.
Sono italo romanzi perché hanno scelto l’italiano come lingua guida.
Abbiamo visto quindi alcune delle classi cazioni più importan . La proposta di classi cazione di Pellegrini è
fondata quindi sul conce o di lingua guida, cioè Pellegrini de nisce italo-romanzi quei diale che hanno
scelto l’italiano come lingua di riferimento culturale, come lingua guida la proposta di Pellegrini poggia sul
fa o che il ladino dolomi co non avrebbe più l’italiano come lingua guida ma il tedesco. Pellegrini dice che
la lingua dei ladini occidentali (romanzo grigionesi) e centrali (ladino dolomi co), specie dei gardenesi (che
abitano in Val Gardena) è il tedesco. Quindi la lingua guida del romanzo grigionese e del ladino centrale
sarebbe il tedesco. Riguardo al ladino centrale Pellegrini si limita a far riferimento ai gardenesi, in e e al di
fuori della val Gardena è di cile a ermare che il tedesco sia davvero la lingua di riferimento culturale. In
queste ul me valli la lingua di riferimento culturale con nua a essere l’italiano. non è così per le valli ladine
centrali che si trovano in provincia di Bolzano per le quali la lingua di riferimento è il tedesco. Riguardo alla
cara erizzazione e al riferimento puntuale dei sistemi che cara erizzano questo si può cogliere qualche
di erenza a seconda dei pun di vista. In base a un manuale fra i più di usi no a qualche anno fa, sia la
prima edizione nominavano fra i cinque sistemi dell’italo romanzo il ladino e non il friulano. In realtà questo
riferimento al ladino non è presente in nessuno degli scri di pellegrini. Può essere considerato italo
romanzo il solo friulano.
Ladino friulano è un’e che a ambigua. Certamente il friulano è una delle varietà del ladino. Per Ascoli il
ladino si divideva in ladino occidentale e romancio. Se facciamo riferimento a questo allora può essere
proposta un’e che a fuorviante. Il termine ladino o si u lizza per indicare le parlate greco romance oppure
solo il ladino dolomi co. Quindi dobbiamo considerare solo il friulano il sistema appartenente all’italo
romanzo per Pellegrini.
Sono presen nella lista sia delle lingue, nazionali e di cultura, sia dei diale . Si tra a di una classi ca
proposta da Pellegrini usando dei tra che qualche anno prima erano sta isola . Erano quaranta tra , nel
caso del saggio di Muliacic porta a 44 da Pellegrini. Sono tra che riguardano il livello fone co e
morfologico. I numeri propos sono quindi il fru o di 44 tra di ambito fone co e morfologico. Pellegrini
voleva quindi quan care la sostanza linguis ca tra varietà la ne diverse. Quindi il calcolo si applica a
par re dal confronto tra varietà la ne valutate rispe o a ognuno dei 44 tra . Considerata la quarta varietà
sulla linea ver cale, vedremo che fra la varietà indicata con la L e la varietà indicata con la R la distanza
calcolata è di 34 pun . La distanza invece tra lucano e italiano è calcolata in 39 pun . Questo signi ca che
sulla base dei principi di Pellegrini avrebbe un grado di distanza superiore rispe o al romeno che non
all’italiano. seguendo la riga occupata dal provenzale vediamo che, spostandosi verso destra, il provenzale
presenta un grado di distanza di 21 pun rispe o al provenzale quindi piu osto basso di provenzale da un
lato e franco provenzale dall’altro. Francese, franco provenzale e provenzale o occitano sono considera
parte dello stesso so ogruppo neola no. Quindi che non ci sia grado di distanza non dovrebbe destare
par colare sorpresa nel le ore. Desta invece sorpresa il fa o che con nuando a procedere verso destra si
trova come termine di paragone il catalano e fra provenzale e catalano è di 21 la distanza, stessa di
provenzale e franco provenzale. Quindi dovremo chiederci perché il provenzale risulta più vicino al
provenzale. Selezionando tra fone ci e morfologici diversi i risulta che riporta la matrice sarebbero
diversi e quindi non avremmo a che fare con le anomalie. Si tra a di una ri essione che si incrocia quindi
con aspe per noi di interesse, quindi una graduatoria delle varietà.
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