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PAGINE DI VITA

col sapore di avventura

Nell’epoca in cui una delle mode più seguite sono i reality in tv


(ma poco “reali”: è tutto alquanto autartico e preconfezionato),
se avrò un po’ di fortuna e riuscirò a pubblicare questa mia storia,
posso assicurare ai lettori che troveranno il racconto assolutamente
“un vero reality”,
singolare,
e sicuramente fuori dalla normalità di vita vissuta.
Collana I libri di MOdiSCA n. 1

Fanno parte del gruppo di lavoro di MOdiSCA (Montagne di Scatti)

Cesare Perego (rapporti istituzionali e associazioni)


Sabrina Bonaiti (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Mirella Tenderini (acquisizione materiale documentario e fotografico)
Greta Valnegri (coordinatrice del progetto)
Alberto Benini (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Alberto Berti (responsabile portale e protocolli biblioteca digitale)
Carlo Caccia (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Ferruccio Ferrario (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Renato Frigerio (acquisizione materiale documentario e fotografico)
Gianni Magistris (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Ruggero Meles (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Giorgio Spreafico (acquisizione interviste, raccolta materiale documentario e fotografico)
Paolo Tentori (responsabile buone pratiche digitalizzazione, registro metadati e protocolli biblio-
teca digitale).

Progetto editoriale: Cesare Perego, Paolo Tentori, Gianni Magistris


Fotografie: Archivio Giorgio Redaelli - MOdiSCA (Montagne di Scatti: www.modisca.it)
Testi: Giorgio Redaelli
Revisione testi: Paolo Tentori
Grafica, impaginazione ed edizione: novantiqua.it - Lecco
Stampa digitale: La Poligrafica - Garlate

Copertina: salto in parete sul Badile (Archivio Giorgio Redaelli).

Retro di copertina: Istantanee di arrampicata in Civetta d’inverno (Archivio Giorgio Redaelli).

© 2009 Giorgio Redaelli per i testi e le foto di sua proprietà.


Per le altre foto valgono i diritti d’uso riportati in MOdiSCA per i singoli archivi.
Con Annibale Zucchi nel 1958 a Courmayeur.

Se il pensiero è forte e positivo,


nella vita non ci sono ostacoli insuperabili.

Giorgio Redaelli
Premessa

Com’è mia abitudine ormai, anche per questo mio secondo racconto au-
tobiografico approvo l’idea di non includere nessuna presentazione da parte di
personaggi che evidenzino in qualche modo il mio modo di essere, il mio modo
di vivere. Tutto questo perché non voglio mettere in difficoltà nessuno a descri-
vere la mia persona, scrivendo cose che magari non sente. Questa volta un pen-
sierino a dire il vero mi ha sfiorato e per un attimo mi è balenata nella testa l’idea
che la presentazione fosse fatta “non da uno” ma da quattro personaggi, che per
lavoro o per attività sportiva avessero trascorso molto tempo al mio fianco. Uno
per ogni sport: alpinismo, sci, tennis, golf. Ma dopo alcuni contatti ha prevalso in
me l’idea che non ne fosse il caso, col rischio di esternazioni nate solo per dovere
di circostanza nei confronti della persona che si va a presentare.
Ultimamente però è successo un fatto che ho ritenuto molto importante e mi ha
in parte fatto cambiare idea. Parlando con degli amici (quelli veri) di questo mio
nuovo libro, anche se con un po’ di titubanza ho trovato da parte loro disponibilità
a scrivere qualche ricordo su momenti di vita trascorsi assieme. E così è stato.
Questi amici, alcuni di lunga data, altri conosciuti in tempi più recenti sono:
Luigi Venini, Enzo Vecchiarini e Fabio Vincenti.
Ecco così i loro brevi racconti: belli, sinceri e per me molto gratificanti.
Usarli come introduzione al mio nuovo racconto autobiografico è un gesto di
gratitudine doveroso.

Giorgio e un amico di lunga data, Edo Benetton, alla capanna Trieste.


L’amico Luigi

Mi telefona il Giorgio e dice: “Senti Luigi, sto finendo di scrivere il se-
condo libro sulla mia vita alpinistica e non solo su quella. Mi piacerebbe ini-
ziarlo con un preambolo nel quale alcune persone, fra le quali tu, che mi hanno
conosciuto da vicino durante la giovinezza o nel corso della vita, traccino un
sommario profilo della mia personalità, così come loro mi hanno visto...”.
Rispondo imbarazzato: “Ma Giorgio, sono passati tanti anni da quando erava-
mo ragazzi e frequentavamo la parrocchia; la memoria non è più quella di un
tempo…e poi non so proprio cosa raccontare su di te…”.
“No, no, no,” - mi interrompe - “non trovare scuse, siamo cresciuti assieme, ab-
biamo praticamente la stessa età (ci separa un solo anno), abbiamo frequentato
oratorio, chiesa, campi da gioco e non è possibile che tu non riesca a recuperare
qualche avvenimento che mi riguarda nel bene e nel male, sottinteso”.
Cerco nuovamente di resistere nel mio “no”, ma è inutile la sua pertinacia ancora
una volta ha la meglio. Ed eccomi a rievocare un passato remoto che se da una
parte richiama alla mente ricordi anche piacevoli, dall’altra mi getta nello scon-
forto pensando alla moltitudine di anni trascorsi.
Il Giorgio Redaelli nasce nel 1935 a Molina, un antico borgo di Mandello Lario, a
cavallo del torrente Meria che scende dalla Grigna Settentrionale, un gruppo fitto
di case intrecciato da diversi vicoli dai nomi che si richiamano a località della
prima guerra mondiale: Monte Grappa, Montello, Monte Sabotino…
La mamma Amalia, con una folta chioma di capelli bianchi, dal viso angelico
e sempre sorridente, con l’inseparabile bastone cui era costretta da una conge-
nita malformazione dell’anca. Del padre Pietro, non ho ricordo. Quattro fratel-
li: il maggiore Giancarlo,
poi Caterina, detta Rina,
Gianni e Angelo, nato nel
1939.
Gli anni della nostra fan-
ciullezza sono purtroppo
quelli della seconda guer-
ra mondiale, fatti di fame
e di stenti. Ma erano an-
che gli anni della spensie-
ratezza; ci si divertiva con
poco e nulla importava se
i nostri vestiti erano quelli
smessi dai fratelli maggio-
ri o se ai piedi calzavamo Giorgio e Luigi sul Garda nel 1950.
zoccoli di legno e, d’inverno, magari anche senza le calze.
La parrocchia era il nostro luogo d’incontro; eravamo ambedue chierichetti e
spesso si litigava su chi dei due dovesse svolgere l’incarico di “cerimoniere” fra
quanti di noi servivano la messa solenne.
Poi il campetto di calcio a fianco della chiesa: quante partite! Si giocava su terra
battuta e sabbiosa: quante sbucciature di ginocchia. Ricordo che per delimitare
le porte, inesistenti, si saliva a tagliare tronchi di giovani alberi che poi incunea-
vamo ai due lati esterni del campo inchiodandoli alla bell’e meglio. Tu Giorgio
giocavi all’ala sinistra essendo un mancino nato; avevi un tiro secco, forte; ma,
dì la verità: quanti ne buttavi fuori!
E il pallone? Rammenti? Era come un cimelio; lo imploravamo dal coadiutore
del parroco che, però, ce lo lesinava dovendo accontentare anche gli altri ragaz-
zi. Fintanto che, finita la guerra e lavorando qualcuno di noi, facevamo colletta
per acquistare il prezioso cuoio da usare nei piccoli tornei oratoriani. Che, poi,
veniva conservato con grande cura ungendo le cuciture con grasso animale per
ritardarne il cedimento.
Ricordo un episodio emblematico: si era nel 1950 e si giocava una partita con
la squadra di S.Lorenzo (parrocchia vicino al lago) su uno spiazzo erboso che
fungeva da campetto di calcio. A un centinaio di metri dal campo sportivo della
Moto Guzzi, dove la squadra aziendale disputava le partite del campionato di
prima divisione e dove ognuno di noi sognava di potervi giocare un giorno.
Venne in visita allo stabilimento la squadra della Juventus, quella per intenderci
dei Boniperti, Parola, Muccinelli e Rava. Dopo le foto di rito in sella al famoso
“Guzzino 65”, i giocatori juventini visitarono anche il campo sportivo e transita-
rono, a piedi, ai margini del nostro campetto. Qualcuno di noi (forse tu stesso?)
buttò il pallone a Parola che ce lo restituì calciandolo. Da quel giorno conservam-
mo il pallone come una reliquia.
Ma un altro avvenimento, questa volta luttuoso, è scolpito nella mia memoria.
Era il 1951, si giocava nel nostro campetto a fianco della chiesa parrocchiale del
Sacro Cuore. Un ragazzo di qualche anno minore, chiese di giocare con noi, con
i “grandi”. Acconsentimmo. A un tratto, dopo alcuni minuti, si accasciò a terra
esanime. Lo soccorremmo trasportandolo nella vicina casa del coadiutore, ada-
giandolo sul divano e chiamando il medico. Purtroppo fu tutto inutile. Si chiama-
va Giovanni Ratti e aveva 14 anni.
Poi le nostre strade si divisero: tu già frequentavi con assiduità la montagna,
la tua grande passione e i nostri contatti si fecero rari. Mi volesti, questo sì,
come testimone alle tue nozze con Aurora, nel settembre 1960, a dimostrazione
dell’amicizia e stima che ci legava. Poi gli anni corrono veloci: si diventa padri;
tu assurgi, come arrampicatore, a celebri vette alpine e diventi famoso. Ti dedichi
con entusiasmo alle varie attività commerciali e sportive intraprese sulla scia del
tuo successo; viaggi nel mondo, conosci molte personalità, diventi maestro di sci
e di tennis, organizzi serate…
Un giorno, proprio come all’inizio di questo scritto, una tua telefonata. Vuoi pre-
parare un filmato sulle tue imprese alpinistiche da presentare al 48° Filmfestival
Internazionale di Trento, tenutosi nel 2000.
Io, pensionato, mi diletto con l’hobby del videoamatore. Torniamo a “giocare”
assieme non più sui campi di calcio bensì comodamente seduti davanti al com-
puter. Ed è durante queste lunghe sedute di fronte al monitor – e con un rilevante
numero di anni sulle spalle che, bene o male, porta a tutti una certa maturità di
comportamento e di giudizio – che conosco più profondamente il Giorgio. La
prima qualità che t’invidio: l’entusiasmo. La voglia di fare, al di là delle difficoltà
che puntualmente io frapponevo; questa tua facilità di superare i problemi “get-
tando il cuore oltre l’ostacolo”; il mai scoraggiarti o rassegnarti; ma la volontà, la
tenacia e, lasciami dire, l’incoscienza di giungere al fine che ti eri prefisso. Così,
ad esempio, la costruzione, con tua moglie, del rifugio Aurora ai Piani di Arta-
vaggio; il tuo primo libro Momenti di Vita con il tuo disinvolto italiano - come
ebbe a recensirlo “Lo Scarpone”- ma andato a ruba. O le tue serate, alle quali
ho assistito alcune volte. La tua loquela, altra qualità non comune a un alpinista,
con la quale commenti i tuoi filmati
o le tue diapositive; o il “post serata”
a ora tarda, intrattenendo gli spettato-
ri che ti sommergevano di domande;
la padronanza del microfono davan-
ti a telecamere o intervistatori TV. E
ancora il tuo spirito critico di fronte
a chiunque; il dire “pane al pane” e
“vino al vino” sui vari argomenti trat-
tati giocandoti più di una volta stima
e popolarità. La saggezza quotidiana
che hai maturato nelle tue poliedri-
che attività, le quali ti hanno portato
a ricoprire anche la carica di sindaco
di Cassina Valsassina. E, infine, il tuo
rapporto umano con il prossimo: mai
parole aggressive, mai un litigio; se
mai una discussione controllata per la
ricerca di un punto di vista comune;
e la pazienza nell’attendere di vedere
giustamente riconosciuto il tuo valore
alpinistico con il conferimento, tardi- Giorgio coi fratelli Rina e Gianni nel 1941 a Mandello.
vo ma pur sempre gradito, del titolo di “Ragno della Grignetta”.
Chiudo questo preambolo, caro Giorgio, esprimendoti la mia gratitudine per
l’amicizia e la stima che hai sempre dimostrato verso uno come me che, povero
tapino fuori dal mondo, è in grado solo di armeggiare con insuccesso davanti a
un infernale computer.
Ciao Luigi

Giorgio e Enzo Vecchiarini al rifugio Torrani in Civetta.


Caro Giorgio,

sono Enzo Vecchiarini. Mi trovo da varie settimane a Napoli, ospite di
mio fratello. Sei nei miei nostalgici pensieri e sento il bisogno di scriverti.
Ricordo il primo incontro con te e tua moglie Aurora al rifugio “Cazzaniga”.
Pensai subito: ecco un uomo e una donna, ambedue grossi scalatori, condividersi
prima la stessa passione sportiva, poi sposarsi e poi gestire e viversi insieme un
rifugio a 2000 metri sul livello del mare.
Ero un napoletano che, sposato con una ragazza di Lecco, aveva trasferito qui il
suo lavoro e la sua residenza. Per me, uomo di mare, le montagne di Lecco erano
solo dei maestosi colossi da ammirare a distanza.
Ignaro del destino, scambiai l’incontro con voi due per una casuale e momenta-
nea conoscenza. All’inizio trovai molto cordiale il vostro modo spontaneo e calo-
roso di accogliere gli ospiti in rifugio, poi coinvolgente la vostra attività sportiva
e infine affascinanti i racconti e gli scenari descritti.
Tu mi iniziasti con passeggiate e facili escursioni. Gradualmente mi insegnasti
che la montagna non va guardata da lontano bensì, invece, va vissuta nelle sue
viscere.
Ineguagliabile maestro, riuscisti a farmi arrivare sul “Grignone”. Mi infliggesti
l’onta della crisi, le volte che sottovalutavo le tue istruzioni. Lavorasti sulle mie
capacità, sul coraggio, sulla resistenza fisica e psicologica e mi temprasti a sof-
frire, alla roccia, al ghiaccio.
Arrivammo in “Grigna”, percorrendo la via “Segantini”. Era la prima volta che
usavo anche le mani per salire in parete ma non avevo paura: la corda che mi
teneva, salda nelle mani di Giorgio, era per me fonte di fiducia totale.
Ricordo la passeggiata sul ghiacciaio del “Ventina”, la notte in rifugio, il pro-
sieguo alle quattro del mattino e l’impatto col sole dopo sette ore di marcia sul
ghiaccio.
Ricordo infine il momento per me più alto: l’arrivo sulla cima del “Civetta”: tu,
Edo Benetton ed io.
Trovo ancora oggi strameritato il nome con cui da anni sei conosciuto: “Il re del
Civetta” e penso con emozione a quando scherzosamente mi nominasti “prima
guida del Vesuvio”.
Caro, indimenticabile Giorgio, sei ciò che non avrei mai sperato m’accadesse.
M’hai donato esperienze ed emozioni stupende e incredibili.
Hai reso più bella la mia vita.
Enzo
Al mio amico Giorgio
Mi chiamo Fabio, sono nato in pianura là dove il Po si apre a ventaglio
i suoi molti rami per sfociare nel Mare Adriatico. Eppure ho da subito amato
con
la montagna e, appena ho potuto, ho cominciato a salire verso l’alto. I miei eroi
sono sempre stati i grandi scalatori e quando un giorno, salendo all’Artavaggio,
ho incontrato Giorgio Redaelli, è iniziata una grande amicizia fatta di rispetto,
ammirazione e gratitudine .
Avevo letto di Giorgio varie volte sulla rivista del C.A.I. e poi quello splendido
libro di Alfonso Bernardi intitolato “La grande Civetta”. In esso lui veniva de-
finito “Il re del Civetta”: quella meravigliosa parete fatta di una serie di guglie
verticali cui solo i grandi scalatori osano avvicinarsi.
Giorgio fa parte del cosiddetto “alpinismo storico” quando, per aprire nuove vie,
si bivaccava in parete per vari giorni, quando l’attrezzatura non era high-tech,
quando gli alpinisti amavano tanto la montagna da trasferirsi sul posto usando i
mezzi pubblici per poi caricarsi il materiale sulle spalle e portarsi, passo a passo, alla
base della parete.
Quando salivo al loro rifugio, Giorgio e Aurora mi accoglievano con un sorriso
e si stabiliva subito un’atmosfera di calda cordialità. Aurora era indaffarata in
cucina e Giorgio impersonava il perfetto Land-lord sollecito alle richieste dei
clienti, si parlava naturalmente di montagna sempre più orientata, diceva, verso
un alpinismo fatto di record da stabilire, irrispettoso delle regole, quasi crudele.
Oggi l’alpinista, continuava, si chiama ”climber”; l’elicottero lo porta alla base
della parete e l’arrampicata si esaurisce nelle poche ore occorrenti per raggiun-
gere la cima, mentre la TV lo riprende nelle fasi apparentemente più esposte e
rischiose. Mentre così parlava, vedevo nei suoi occhi tanta tristezza, poi il suo
carattere entusiasta riprendeva il sopravvento e continuava a ricordare con gioia.
La sua esistenza, mai banale, è stata ricchissima di esperienze; sempre pronto è
stato a buttarsi con impeto in nuove imprese. Dopo il grandissimo alpinismo è
stato maestro di tennis e di golf “clubs fitting”, oltre che “coach” del più gran-
de golfista italiano; in tale veste ha viaggiato in tutto il mondo. Per me tuttavia
Giorgio è e resterà il grande scalatore e come tale sarà ricordato da tutti quelli
che amano la montagna, e sono tanti. Ora Giorgio ed Aurora hanno ceduto il loro
rifugio, saggiamente forse, ma con grande dolore.
Gli anni sono passati, i ricordi restano per fortuna.
Io continuerò ad andare in Artavaggio (è tutto così meraviglioso lassù), ma ve-
dendo il loro rifugio, sono certo di commuovermi e, avvicinandomi, cercherò con
gli occhi Giorgio e il suo maglione rosso dei “Ragni” e Aurora sempre indaffarata
ma felice.
Arrivederci Giorgio, ciao Aurora il vostro amico
Fabio
Addentriamoci nel racconto...

Questo nuovo racconto autobiografico è praticamente il completamento
della mia prima storia “Momenti di vita, conquiste ed esperienze…” di recente
pubblicazione nell’edizione della Grafica Sovico di Biassono (Mi), unica opera
letteraria uscita “dalla mia penna”, che inizia con quest’affermazione: “Non sono
mai stato uno scrittore, neppure dilettante, anzi lo scrivere mi ha sempre in parte
disturbato”.
“Momenti di Vita” racconta principalmente di un periodo particolare della mia
esistenza, quello che ho dedicato alla conquista di grandi pareti, delle mie grandi
ascensioni; ascensioni che hanno lasciato un piccolo segno nella storia dell’alpi-
nismo anni ’50 -’60. In questo nuovo scritto è mia intenzione far conoscere una
pagina più completa della mia vita, che non ho dubbi ad affermare essere alquan-
to avventurosa, un insieme di aneddoti che raccontano momenti di vita realmente
vissuti. Tramite tutte queste piccole storie la trama del narrare prende il sapore di
una vera grande avventura.
Affronto questa mia nuova fatica da scrittore con un altro stato d’animo, molto
più predisposto a raccontare e principalmente a scrivere. Prima, ogni volta che
venivo assalito da un’ispirazione, suggerita da ricordi che mi frullavano per la
mente e che in quel momento riuscivo a percepire chiari e limpidi, mi precipi-
tavo alla ricerca di carta e penna, infondevo un grande impegno per cogliere al
volo questi pensieri, cercando di portarli velocemente sulla carta (come si dice:
“mettere nero su bianco”). Ma ahimè, come impugnavo la penna e mi accingevo
a mettere nero su bianco, la mente si annebbiava, la sensazione del momento
spariva, passavo da una visione di grande luminosità nei ricordi ad una situazione
di buio completo con la penna in mano. Il tutto succedeva così velocemente che
l’ispirazione svaniva con tutti i suoi ricordi, di conseguenza non avevo più niente
da scrivere.
Credo che questo mio inimmaginabile cambio di rotta sul mezzo scrittorio, sia
dovuto in parte al passaggio dal tradizionale “modus scribendi” con la penna, al
più moderno e comodo computer. Effettivamente qualche cosa in me è veramente
cambiato. Innanzitutto scrivo con più passione e, mentre scrivo, i ricordi si susse-
guono nella mia mente veloci e limpidi senza interruzioni. Forse, anzi senz’altro,
il mio modo di esporre questi ricordi non è grammaticalmente migliorato. Non
c’è ombra di dubbio che la corretta ortografia e la sintassi non hanno ancora
preso pieno possesso delle mie capacità, ma a dire la verità poco importa se gli
errori d’ortografia sono ancora presenti, che non abbia ancora familiarizzato con
la sintassi, l’importante è che ora scrivo con passione e che lo scrivere mi rende
contento. Mi auguro che questo leggero miglioramento nel mettere nero su bian-
co faciliti il lettore a comprendere più velocemente il mio dire, così che questi
non debba dover rileggere più volte una frase per capirne il senso.
Ripensando ai tempi passati, principalmente a quelli della scuola elementare,
sono sicuro che questa passione per lo scrivere avrebbe riempito di gioia le mie
insegnanti della scuola elementare: la signora Emma Masseroni, che mi aveva
portato a suon di note e richiami ufficiali ai miei genitori fino in classe terza per
essere poi bocciato, guarda caso, proprio in italiano scritto ed anche la signori-
na Maria Stucchi, che con tanta passione è riuscita a farmi prendere la licenza
elementare. Per essere giusto, corretto e onesto nei miei confronti e rivalutare
un pochino le mie qualità di studente voglio ricordare come sono andati vera-
mente i fatti che hanno portato alla mia bocciatura, con ripetizione della terza
elementare. Questi fatti vanno ricercati in un colloquio ristretto a due persone:
mamma Amalia (papà Pietro o Pierino come lo chiamava mia mamma era meno
coinvolto, sovente lontano da casa per il suo lavoro di materassaio) e la signorina
Stucchi, quella che diventerà negli anni a venire la mia indimenticabile inse-
gnante. Sul finire dell’anno scolastico (sto parlando della mia terza elementare),
la Stucchi incontra mia mamma o addirittura la cerca e le racconta: “Parlando
con la collega Masseroni, più volte ci siamo fermate a riflettere su suo figlio
Giorgio. Tutte e due lo riteniamo essere un ragazzo molto bravo, intelligente, con
un comportamento in classe ineccepibile. Risulta essere più che ottimo in tutte
le materie, ma assolutamente deficitario in lingua italiana, un vero disastro e la
cosa grave è che non mette nessun impegno per migliorare. Devo aggiungere che
va oltre la sufficienza nelle interrogazio-
ni orali, ma è veramente una catastrofe
nello scritto. Questa materia non riesce
proprio a digerirla, ha molta fantasia
ma non si applica; fa tutto con malavo-
glia e questa malavoglia verso lo stu-
dio la esterna solo ed esclusivamente
quando il programma prevede lo scritto
di lingua italiana. Perciò io credo cara
signora Amalia (questo presumo sia
stato il suggerimento), a suo figlio sa-
rebbe bene far ripetere l’anno. Gli può
fare solo bene” e aggiunse: “Giorgio -
al quale voglio molto bene - ripetendo
la terza si troverebbe il prossimo anno
nella mia classe, così potrei seguirlo
e aiutarlo giorno per giorno da vicino.
Conosco molto bene suo figlio, sempre
in movimento, sia con la testa che con il Giorgio al rifugio Rosalba nel 1949.
corpo. Ha una fantasia e un’inventiva che io in tanti anni d’insegnamento non ho
mai incontrato in altri scolari, possiede una memoria incredibile, inventa giochi
e quant’altro sia possibile inventare. Chi gioca con lui o sta semplicemente in
sua compagnia, difficilmente si annoia. Giorgio durante le lezioni è sempre mol-
to attento ed è sempre il primo a rispondere quando chiedo se qualcuno vuole
raccontare il sunto della mia spiegazione appena fatta. Ho scoperto parlando
più volte con lui, il perché di questa sua grande attenzione durante le spiega-
zioni. Più che scoperto da me, è stato lui a farmelo e tutto questo mi ha in parte
meravigliata, dicendo: “Se sto molto attento durante le lezioni in classe, oltre a
fare buona impressione all’insegnante, rischio meno di essere interrogato perché
attento. Di solito la maestra è piu portata a rivolgere domande e a mettere in dif-
ficoltà quegli alunni che vede sempre disattenti e disturbatori, poi - e questo è lo
scopo principale - quando esco da scuola posso andare subito a giocare, non ho
più bisogno di studiare, tutta la lezione è ben immagazzinata nella mia mente”.
La signorina Stucchi continuò raccontando che nel sostituire a volte la signora
Masseroni ha notato come ci sono momenti durante le lezioni che: “Giorgio è al-
quanto agitato, lo si vede che non riesce a star fermo e oltretutto disturba anche
gli altri. Allora con qualche scusa lo allontano dall’aula, lo mando a sfogarsi;
a volte a prendermi il pane, a volte a pulire l’orto della scuola e le assicuro che
quando rientra è più sollevato e s’impegna di più.” Così è stato! E ho ripetuto la
terza elementare. Comunque della mia infanzia ho solo ricordi molto belli e per
questo bellissimo e irripetibile periodo mi sento obbligato a ringraziare coloro
che mi hanno aiutato e insegnato a tenere sempre un comportamento educato e
ineccepibile, la cui base principale è il rispetto umano. Per questo i primi che
devo ringraziare sono i miei famigliari: mamma Amalia e papà Pierino; i miei
fratelli Rina, Gianni e Angelo e, per ultimo Giancarlo. Giancarlo l’ho lasciato per
ultimo perché l’ho conosciuto solo il 25 Aprile del 1945. Alla fine della seconda
guerra mondiale , il giorno della Liberazione, Giancarlo è ritornato a casa dopo
otto anni di servizio militare. Paracadutista della Folgore, i suoi racconti sulle
sue avventure di guerra mi hanno molto impressionato. Ho trascorso almeno due
anni ad ascoltare le sue avventure. La storia di mio fratello Giancarlo ha dell’in-
credibile. A casa mia durante la guerra sono sempre state poche, a dire il vero po-
chissime le notizie che raggiungevano i miei genitori e per mamma Amalia sono
stati anni di grande preoccupazione. Giancarlo era il suo primogenito avuto dal
primo matrimonio (essendo rimasta vedova giovanissima a 21 anni). La malattia
che gli tolse il primo marito fu un’epidemia, una specie di influenza chiamata
“Spagnola”. Dei tanti aneddoti ascoltati, quello dei suoi ultimi due anni di vita
militare è quello che mi è rimasto più impresso nella mente. Raccontava di essere
stato paracadutato in Sicilia e che dopo il lancio è successo qualche cosa che ha
portato Giancarlo e alcuni suoi commilitoni a muoversi come sbandati e per due
anni circa fu un continuo fuggire e nascondersi. Partiti dalla Sicilia arrivarono
dopo lunghi mesi di fuga fino ai confini della Lombardia. Qui mi sembra di ri-
cordare che la sua marcia verso casa fu interrotta essendo incappati nelle truppe
tedesche, così cominciarono a ridiscendere l’Italia fino a raggiungere un’altra
volta la Sicilia. Lui, paracadutista assegnato ad una squadra specializzata in lanci
notturni dentro la zona nemica, ora in una posizione molto delicata e pericolosa,
era aiutato solo a volte da civili che rifocillavano e nascondevano sia lui che i
suoi due commilitoni. Un giorno finalmente si aggregarono alle truppe inglesi.
Ho passato ore e ore ad ascoltarlo, senza mai annoiarmi. L’avventura e le storie
singolari mi hanno sempre affascinato e ancora mi affascinano. Giancarlo e i suoi
amici, tutti e tre lecchesi, avrebbero dovuto essere paracadutati in Valsassina, ma
proprio in quei giorni finì la guerra e i tre tornarono a Mandello su di una camio-
netta militare: esattamente il 25 aprile 1945.
In questo mio racconto sono molti gli amici di gioventù che vorrei ricordare, ma
essendo questi veramente tanti, rischierei di dimenticarne qualcuno. Uno però,
in loro rappresentanza lo voglio ricordare, perché ancora oggi dopo più di set-
tant’anni da allora ancora lo frequento e a lui devo molta riconoscenza: primo
per l’amicizia di vecchia data, quando si giocava a calcio nella stessa squadra e
oggi perché è l’artefice del montaggio dei miei documentari. Si tratta del Luigi
“Venen”.
Della mia infanzia a Mandello Lario, infanzia felicemente vissuta nella frazione
di Molina, ho già raccontato abbondantemente nella mia precedente pubblica-
zione. Però mi piace sottolineare che a quei tempi per giocare avevamo a dispo-
sizione ben poco: il campo di calcio dell’oratorio, il fiume, i boschi le strade, la
Grigna.
Grandi partite di calcio, durante le vacanze estive si giocava quasi esclusivamen-
te nel fiume Meria, dove costruivamo delle capanne e lì passavamo la giornata
spensieratamente, risalendo il fiume fin su per la montagna. All’interno delle no-
stre capanne cuocevamo qualche cosa da mangiare: patate, cipolle, carote, casta-
gne e tutto quello che riuscivamo ad arraffare. Erano giorni veramente felici. At-
trezzature per distrarsi non ne esistevano, però quasi tutti avevamo la cerbottana,
la fionda, il cerchio e una specie di sasso piatto (detto spiattola) che lanciavamo
per colpire una scatola o per avvicinarsi ad un buco. In palio per il vincitore
c’erano delle figurine. Il cerchio era un comune cerchio di bicicletta spoglio di
gomma e raggi con il quale organizzavamo lunghissime corse attraverso le strade
del paese. Ognuno di noi spingeva il suo cerchio con un bastoncino, il più delle
volte fatto a forcella.
Quando poco più che ragazzo, ovvero a undici anni cominciai a lavorare presso
l’officina meccanica fratelli Alippi e sui quattordici anni a frequentare la monta-
gna, l’abbigliamento che i genitori ti lasciavano indossare era tutta roba messa
in disparte perché vecchia e logora; quando poi ho cominciato ad arrampicare
l’attrezzatura a mia disposizione non era quella che hanno gli alpinisti attuali, sia
per l’abbigliamento che per quanto riguarda l’attrezzatura tecnica. La corda era
di canapa, i moschettoni di ferro e i chiodi erano esclusivamente di produzione
propria, come lo erano i cunei di legno. Tutto il materiale era molto meno sicuro
ma sicuramente oltremodo pesante. E i viveri? Pezzi di taleggio o di cioccolato,
integratori di acqua di fonte e, qualche volta anche di thè, prugne secche e poco
altro. Meglio lasciar perdere...
In questo mio nuovo scitto ho come intento principale quello di approfondire
nella sua completezza lo scorrere della mia movimentata esistenza, che com-
prende molta montagna. Racconterò di ascensioni che nel precedente libro non
ho ritenuto sufficientemente interessanti o a cui ho solo in parte accennato; ma ci
saranno anche racconti di alcuni periodi per me importantissimi, che ho vissuto
al di fuori dell’ambiente montano. Cercherò di arricchire questa mia nuova auto-
biografia, carpendo ricordi delle mie passate imprese alpinistiche che ogni tan-
to compaiono su pubblicazioni che riportano la storia dell’alpinismo degli anni
cinquanta - sessanta. Citazioni da scrittori e giornalisti specializzati, ma anche

Giorgio in Rosalba negli anni quaranta.


da miei compagni di cordata. Devo aggiungere che in questi anni sono apparsi
parecchi scritti dedicati alla storia alpinistica di quei tempi e in tutto questo revi-
val di ascensioni su libri e riviste, le mie imprese sono più volte ricordate e tutto
questo mi fa un immenso piacere e mi dà tanta soddisfazione. Sono molto orgo-
glioso di quello che ho fatto e questi libri, giornali e riviste dimostrano che quelle
ascensioni hanno lasciato il segno nella storia dell’alpinismo di quegli anni. Tutto
questo è spia che a suo tempo forse sono state troppo poco considerate, ma che
oggi vengono ampiamente riqualificate. Lo so, sono passati molti anni, ma quei
giorni per me sono ancora molto vicini e presenti nella mente con ricordi assolu-
tamente indimenticabili. Questo risveglio poi, intorno alla mia persona e alle mie
ascensioni e a tutte le imprese fatte in quell’epoca, chiamata “l’epoca d’oro del
sesto grado superiore”, mi fa pensare che un posticino nella storia dell’alpinismo
degli anni grandi l’ho lasciato anch’io. Ecco il perché del titolo del nuovo libro:
“Pagine di vita col sapore dell’avventura…”. Sarà il racconto del mio passato
fino ai giorni più recenti che ho vissuto senza ombra di dubbio molto intensamen-
te. Voglio aggiungere e mi sembra importante portarlo a conoscenza che quello
che vado a riportare in questo nuovo libro non è frutto di appunti presi durante
tutti quegli anni (prendere appunti non è mai stata una mia abitudine). Quello che
scrivo, ricalca momenti della mia movimentata esistenza che vado ad attingere
nei cassetti della memoria.
Per quanto riguarda questo mio scritto, mi scuso fin da ora se nell’esposizione dei
fatti potrete trovare degli errori in riferimento principalmente a nomi di persone
o date; sono errori assolutamente non voluti. Io credo che questo racconto possa
destare presso i più un certo interesse per i continui cambiamenti che la storia
della mia vita propone, cambiamenti dovuti principalmente al continuo alternarsi
del posto e del tipo di lavoro che il destino mi ha riservato, portandomi comunque
a operare quasi sempre nell’ambito sportivo, con prevalenza nell’ambito della
montagna.
In questo lungo lasso di tempo che mi preparo a raccontare ho avuto in gestione
con mia moglie Aurora per un certo periodo (1968-1973) il rifugio Cazzaniga ai
Piani di Artavaggio, località sciistica della Valsassina in provincia di Lecco, poi
sempre in Artavaggio ho costruito un rifugio che porta il nome di mia moglie
Aurora (1980) Racconterò di ascensioni fatte con Aurora e amici; della mia colla-
borazione e direzione delle scuole di alpinismo di: Mandello Lario, Valmadrera,
Bergamo; di come sono diventato maestro di sci e di tennis e della mia presenza
presso le scuole estive di sci Pirovano. Ed infine un accenno al periodo di agente
di commercio per la Lange Italia, la Caber Spalding e poi Cebè, Killy, Lafont, La
Sportiva. Il mio passato di agente si è svolto nel settore dell’alpinismo, dello sci,
del tennis e del golf.
Vorrei anche riuscire a trasmettere “se la mia vena di scrittore mi assiste”, l’im-
portanza che ha avuto per me la grande forza sotto l’aspetto psicologico, che mi
ha sicuramente aiutato ad affrontare e superare le molteplici difficoltà della vita
famigliare, di lavoro e sportiva. È d’importanza capitale e vitale lo stato mentale,
che a mio modo di vedere dovrebbe essere comune ad ogni essere umano che si
appresta ad affrontare momenti duri nella vita o nello sport e principalmente negli
sport di resistenza. Nel mio caso l’alpinismo, ma in altri come ad esempio per il
golf, in cui si affronta uno sforzo fisico meno importante, ma uno sforzo mentale
veramente tremendo. Io credo che tutti noi abbiamo delle forze fisiche e mentali
nascoste, bisogna saperle andare a cercare nel profondo di noi stessi. A volte ci
sono riuscito e nei momenti critici, non solo in montagna ma anche nella vita,
ho trovato nuova linfa creativa e nuova energia fisica. Tutto sembra più facilee
così in certe occasioni la stanchezza improvvisamente scompare. È un’esperien-
za straordinaria, uno stato
particolare del corpo e della
mente, che va ricercato nel-
le tecniche di rilassamento.
La questione importante
sta nell’essere pienamente
concentrati sul momento
presente: passato e futuro
devono essere dimenticati.
Lo stato d’animo positivo
ti porta a prestazioni ecce-
zionali, emozioni e pensieri
diventano solo costruttivi.
Assolutamente bisogna di-
menticare valori negativi
come la paura, la depres-
sione, la stanchezza, le dif-
ficoltà e concentrarsi sul
passaggio o sull’obiettivo
e se riesci a non sprecare
energia per movimenti e
pensieri negativi, la resi-
stenza psicofisica si raffor-
za e cresce sempre di più.
L’atteggiamento positivo,
la padronanza di te stesso
possono essere raggiunte
In Segantini negli anni cinquanta. con delle formule personali
di proponimento, oppure con delle visualizzazioni piacevoli, positive, magari an-
che del passato. L’immaginazione è più importante di quello che si pensa, recupe-
ra energie nascoste dentro di te, nella tua coscienza e tende a modificare la realtà.
Molto utile è anche il ricordo di successi o conquiste precedenti, momenti intimi
della famiglia. Credo che tutti noi abbiamo molti episodi piacevoli da ricordare
e tutto questo ha lo scopo ben preciso di portarti al rilassamento mentale, di farti
prendere maggiore consapevolezza, di sviluppare la creatività, di superare bloc-
chi e rigidità e la paura di non avere la capacità di raggiungere l’obiettivo. Dentro
di me ho cercato di tener sempre presente questi argomenti: la forza di volontà, la
creatività, la certezza del successo, vincere le paure, migliorare la concentrazione
e trasformare l’ansia in energia. Chiudo questa breve esternazione… diciamo
scientifica, suggerendo che avere un oggetto su cui concentrarsi, un qualche cosa
insomma di bello, di piacevole, di caro, che porti solo ricordi gioiosi e felici e
tenerlo presente nei momenti particolari di difficoltà e di ricerca della concen-
trazione, vi aiuterà molto a raggiungere la positività mentale e di conseguenza
fisica. Molte di queste idee le ho ascoltate e fatte mie assistendo ad alcune sedute
di Costantino Rocca tenute a Milanello con lo psicologo del Milan, professor
De Michelis, ex grande sportivo e
persona eccezionale. Queste sedute
mi hanno reso cosciente che la parte
psicologica è stato uno dei maggiori
punti di forza nella mia carriera alpi-
nistica ma anche nella vita, che mi ha
aiutato a superare momenti delicati,
tristi, difficili e pericolosi.
Ogni volta che sento da qualcuno
esternare la fatidica frase: “ Se nasco
un’altra volta” sono portato a riflet-
tere, ma la mia conclusione è sempre
la stessa: se nasco un’altra volta cam-
bierò ben poco nel mio modo di esse-
re. Forse sono un po’ egoista e molto
orgoglioso di quello che faccio, non
sono però assolutamente invidioso,
so quello che voglio e quasi sempre
come ottenerlo. So inventare al mo-
mento, ma preferisco programmare.
Mi ritengo un uomo di comando, ma
so adattarmi anche ad eseguire. Non
ho un titolo di studio e a volte questo Bivacco al Dru.
mi è mancato, ma non mi sono mai sentito per questo a disagio. Non sopporto
gli opportunisti, la gente falsa e bugiarda. Se mi viene fatto un torto so aspettare
degli anni per gioire di una rivincita. Usando una frase fatta, devo dire che quasi
tutti i nodi che hanno ostacolato alcuni momenti della mia vita sono arrivati al
pettine. Ho detto quasi tutti, perché ce n’è uno che aspetto da anni che arrivi lì
ma si fa ancora aspettare e mi piacerebbe tanto che questo nodo “ persona” un
giorno inciampasse nel mio pettine e mi spiegasse il perchè delle sue azioni nei
miei confronti, che all’epoca mi hanno fatto veramente male e che ancora oggi
non riesco a dimenticare.
Nella mia vita ho passato tantissimi momenti a riflettere, specialmente durante gli
interminabili bivacchi in parete. Durante un bivacco, sia su una comoda cengia
che su di un discreto terrazzino o addirittura su delle corde ”staffe” appeso nel
vuoto, d’estate o d’inverno, con il bel tempo o sotto un temporale, magari nel
pieno di una tormenta, a volte con temperature al limite delle possibilità umane di
sopportazione capita di riflettere su quello che ti passa per la mente, anche perché
è una delle poche cose che puoi fare per far trascorrere lunghe notti a volte mol-
to penose. Sono questi pensieri che ti frullano per la testa e rendere più o meno
piacevole il lungo bivacco. Cosa si pensa? Di tutto! Alla famiglia, alla moglie, ai
figli. Moltissime volte al lavoro, agli amici, ai nemici, ai momenti critici che hai
avuto oggi in parete e a quelli che potrai incontrare domani. Passano nella tua
mente pensieri molto belli e ottimistici, che rendono piacevole il lungo bivacco,
spesso invece la tua mente non riesce che a produrre pensieri negativi, che ren-
dono ancora più brutta la già precaria situazione in cui ti trovi. Di solito i pen-
sieri che affiorano sono quasi sempre residui di avvenimenti successi nei giorni
o settimane che hanno preceduto la scalata. Io sono per natura un “verista”. Mi
sentirei molto a disagio trovandomi con qualche scheletro nell’armadio, perciò in
molti dei miei bivacchi ho passato al setaccio e svuotato tutti i cassetti della mia
memoria, arrivando ad una conclusione: si dice che a volte la verità fa male, però
diciamo che se non altro è quantificabile quanto possa far male, mentre il dubbio,
che tu puoi avere su quella verità nascosta, porta a un male di gran lunga supe-
riore a persone psicologicamente deboli, in riferimento a questa verità. Per la mia
opinione una verità nascosta nel tempo fa più male “all’occultatore”. Il dubbio
invece non offre la possibilità di una interpretazione o di una soluzione unica e
definitiva. È una condizione di parziale o totale incertezza che rende impossibile
ogni atteggiamento sicuro o definitivo sul piano della conoscenza o dell’azione.
Il dubbio rende l’uomo sicuramente pù debole, in qualsiasi occasione e momento
egli ne venga assalito. Voglio chiudere questo breve preambolo rassicurando che
non ho passato i miei oltre cento bivacchi sempre a rodermi il fegato con i pen-
sieri, ma anche dedicandomi a due dei miei hobbies preferiti: cantare e raccontare
barzellette e aggiungo con discreto successo, almeno credo.
Non è facile iniziare il racconto di una storia che sa un poco di favola, perché
molto di quello che vado a scrivere corrisponde ai sogni fatti da bambino e che
in seguito si sono realizzati. Credo sia normale avere delle difficoltà ad iniziare,
sarà così per tutte le storie quando queste sono piene di molti ricordi e centinaia
di aneddoti e alcuni di questi sfiorano l’inusuale. Ho deciso così di iniziare ricor-
dando la prima volta che ho visto scritto il mio nome su qualche cosa di diverso
che non fosse il registro degli alunni della scuola elementare o qualche manifesto
della filodrammatica dell’oratorio “Stella Alpina” nella quale ho recitato da ra-
gazzo. Quella volta il mio nome era apparso su alcuni giornali locali e non solo,
anche sulla Gazzetta dello Sport, ed è stato in occasione di una mia importante
ascensione: la mia prima scalata di un certo rilievo. Si tratta della prima ripeti-
zione della via Livanos- Gabriel- Da Roit sulla parete nord ovest della cima di
Terranova nel gruppo dolomitico del Civetta (settembre 1955). Mio compagno
di quella avventura in parete fu Cesare Giudici, componente del famoso gruppo
Ragni della Grignetta di Lecco. È stata una sensazione piacevole vedere il mio
nome sul quotidiano sportivo più famoso d’Italia. La volta di un libro invece
avvenne l’anno seguente, quando Vincenzo Dal Bianco pubblicò la prima guida
alpinistica del Civetta, giusto in tempo per riportare la relazione della prima ripe-
tizione della cima Terranova.
Il cammino della mia vita lo posso paragonare alll’evolversi della conquista di
una grande montagna, il superamento di una parete diffcile dove continui a salire
incontrando difficoltà più o meno complesse. Ma in riferimento alle montagne o
alle pareti, dopo uno o più giorni raggiungi la meta, in altri casi l’avventura ti può
portare alla rinuncia e chiudi il capitolo. La differenza e che nela vita continui a
salire, ma non riesci mai a raggiungere la meta, così nella mia esistenza sono sta-
to continuamente impegnato a superare ostacoli che nello scorrere del tempo mi
si sono giornalmente
presentati e veramen-
te tanti: a volte facili,
a volte molto difficili
come sulle pareti, ma
vi posso assicurare
che non mi sono mai
demoralizzato più di
tanto. Dopo essere
uscito vivo da alcune
situazioni pericolose,
in situazioni al limite
delle possibilità uma-
ne (vedi tentativo alla Sorgato e Redaelli con un professionista del film girato sull’Eiger nel 1963.
parete nord dell’Eiger) non ci sono ostacoli nella vita che mi possano fermare.
Parto a raccontare dll’inverno del 1962, in cui la situazione finanziaria (allora
avevo una famiglia a cui provvedere) si presentava molto deficitaria e mi sugge-
riva di pensare più ad un posto di lavoro sicuro che alle grandi conquiste alpine.
Pur con tutte queste considerazioni non riuscivo a rinunciare al progetto ideato
con Sorgato per la prima invernale della Livanos alla Cima Su Alto in Civetta,
progetto portato a termine nei giorni 19-20-21-22 febbraio. Di questa ascensione
ne ho parlato ampiamente nel mio primo libro, ma più avanti nel racconto avre-
mo l’occasione di leggere quello che hanno scritto i miei compagni di cordata.
Nell’estate 1962, precisamente nel mese di agosto, sono ospite con la famiglia
(ora c’è anche Mauro nato il primo gennaio) in diversi paesi dell’Agordino dove
tengo una serie di conferenze con proiezione di diapositive delle mie scalate nel
gruppo del Civetta. Prima sono a Falcade, dove è stata organizzata una serata un
po’ fuori dalla norma ma ricca di emozioni. La proiezione si svolge in piazza del
municipio e ha il titolo: “La montagna vista da un grande alpinista e da un famo-
so fotoreporter”. Il fotoreporter è Quiresi del Touring Club Italiano. La proiezione
si svolge con delle mie diapositive intervallate da foto di vario genere del famoso
fotoreporter, ma sempre con il tema della montagna. Pur notando una grossissima
differenza di valore tecnico fra le mie foto e quelle di Quiresi, riscontro una buona
accoglienza delle mie istantanee. Durante la serata ho ricordato diverse avventure
avute in comune con
Pellegrinon, Serafini,
De Bernardin, Alle-
granzi, la più recente
delle quali l’inverno
precedente al rientro
dalla Cima Su Alto,
quando sul Giazzer
passammo insieme
un quarto bivacco da
brividi. Presenziò alla
serata anche Murer,
scultore di fama in-
ternazionale, dal qua-
le ho avuto in regalo
delle bellissime opere
in occasione di due

Al rientro dalla Su Alto: provati ma felici.


Da sin. Ronchi, Redaelli, Sorgato.
fra le mie più grandi ascensioni invernali compiute nel gruppo del Civetta. Con
Augusto Allegranzi in questi giorni di permanenza a Falcade decido di passare
una giornata ad arrampicare alle Cinque Torri nella zona di Cortina. Con il suo
maggiolino giallo arriviamo fino al rifugio, poi materiale in spalla ci portiamo
ai piedi della Torre Inglese e facciamo una prima scalata. Con noi ci sono anche
Aurora e Mauro di soli sei mesi. Essendo la salita della Torre Inglese abbastanza
breve, Aurora decide di salire anche lei. Lasciamo Mauro nel cesto ai piedi della
parete con un po’ di timore. Tutto bene per quanto riguarda la salita, ma mentre
iniziamo a scendere a corda doppia comincia a piovere. Il cesto con Mauro è
un poco esposto alle intemperie, fortuna vuole che in quel momento passa di lì
un’amico guida alpina appartenente al gruppo degli Scoiattoli di Cortina, che
ci sposta il cesto al riparo. Alcuni giorni dopo vado con la famiglia ad Agor-
do per un’altra serata di proiezioni e infine sono ospite degli amici di Alleghe
per quindici giorni. In attesa del grande evento della premiazione organizzata
dall’amministrazione comunale per i vincitori della prima invernale della cima
Su Alto. Attendendo la cerimonia, che sarà solo dopo sette giorni, mi accordo
con Pellegrinon, Taldo e Aiazzi per tentare l’ennesima volta la parete nord ovest
del Pan di Zucchero. La porteremo a termine in quattro giorni con tre bivacchi in
parete, rientrando giusto in tempo per la premiazione. È il giorno di ferragosto, la
cerimonia si tiene nel salone del cinema Esperia. La sala è stracolma fino all’in-

Pan di Zucchero: il tracciato della via.


verosimile, sono presenti molte personalità della valle agordina e del bellunese:
Armando Da Roit, Furio Bianchet, Eugenio Dalle Mule segretario dell’Azienda
di Soggiorno, l’amico e esperto alpinista parroco di Falcade don Gino Serafin,
il dottor Brovelli presidente provinciale del Soccorso Alpino, Il maresciallo dei
Carabinieri di Caprile e poi ospiti d’eccezione: Toni Hiebeler e Claude Barbier
che proprio in quei giorni ha portato a termine la prima solitaria della via Comici
sulla parete Nord Ovest del Civetta più un nutrito gruppo di giornalisti e la televi-
sione. Presenta la manifestazione il dottor Giuseppe Sorge, segretario comunale
di Alleghe e grande appassionato di montagna. Prima della premiazione proietto
le diapositive da me scattate durante l’ascensione della prima invernale della via
Livanos - Gabriel alla parete nord ovest della cima Su Alto, per la quale devo
ricevere il premio. La proiezione da me commentata ha un buon accoglimento
e quando Sorgato e Ronchi mi raggiungono sul palco per la premiazione la sala
s’infiamma con un applauso scrosciante.
Assente per impegni il sindaco, porta i suoi saluti e le scuse per l’assenza il vice
sindaco Giuseppe Dagai che ci premia di medaglia d’oro, sulla quale sono incise
le seguenti parole: “Cima Su Alto. Prima ascensione invernale via Livanos-Ga-
briel-Civetta. Il Comune di Alleghe a: Sorgato-Ronchi-Redaelli 22/2/1962”.
Finiscono così anche questi bellissimi giorni passati nelle valli Agordine e biso-
gna purtroppo rientrare: i giorni del lavoro ricominciano.

Ignazio Piussi, Armando Da Roit, Claude Barbier e Giorgio.


Una foto memorabile dei grandi giorni del Civetta.
Intanto nelle librerie arriva l’ultimo racconto di Aurelio Garobbio: “Uomini del
sesto grado” pubblicato da Baldini e Castoldi e devo dire che in questa pubbli-
cazione Garobbio ha dedicato un po’ di spazio anche al sottoscritto ricordan-
do alcune ascensioni compiute nel gruppo della Civetta. Da questo racconto ho
stralciato fedelmente alcuni passaggi che mi riguardano:
“La regina delle torri, la Torre Trieste, è percorsa da diverse vie di sesto e di
sesto superiore; noi le conosciamo ed abbiamo seguito gli atleti che le hanno
tracciate. Il problema della ‘direttissima’ su quei settecentocinquanta metri dei
quali quattrocentocinquanta oltre la verticale, è stato definito il più arduo per-
ché a duecentocinquanta metri dalla base ogni ritirata è bloccata dai fortissimi
strapiombi, ed anche un’uscita di ripiego è da ritenersi inattuabile. Quando il
rocciatore è giunto a quell’altezza si trova completamente isolato e può contare
solo sulle proprie forze e sulla capacità e possibilità di salire; anche dall’alto un
eventuale soccorso è da considerarsi escluso per gli enormi tetti che tagliano la
parte centrale della vertiginosa faccia.
Chi si cimenta sa quel che lo aspetta: non può ritirarsi dal gioco, non può ar-
rendersi. Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli osano. La posta in gioco è quella di
paggio Fernando della Partita a scacchi, ma la Torre Trieste non è una Jolanda
che per amore sbagli volontariamente le mosse, ed essi ben lo sanno. La lotta che
sostengono è disumana e solo l’impiego dei chiodi ad espansione li fa progre-
dire, ma a qual prezzo! Un brano della relazione quanto mai succinta ce ne può
dare un’idea: “Con l’ausilio di un cuneo entro un buco si raggiunge un naso di
roccia compattissima “chiodo ad espansione”; sopra il naso incombe una plac-
ca gialla e strapiombante superabile solo con l’uso dei chiodi ad espansione.
Segue poi uno strapiombo di sette od otto metri, friabilissimo che si può vince-
re con chiodi normali. Sopra lo strapiombo la roccia continua ad essere molto
friabile e a piccoli tetti. Si obliqua ora verso destra puntando ad una macchia
grigia, della forma caratteristica di rivoltella. Questo tratto “venti metri circa”
è particolarmente delicato per il susseguirsi di strapiombi che costringono l’al-
pinista ad operare completamente nel vuoto, su roccia malsicura, che obbliga
ad alternare chiodi normali a chiodi ad espansione”. E questo non è che uno
dei tanti tratti all’estremo limite delle possibilità umane, che ininterrottamente
si concatenano.
I due magnifici campioni stanno in parete dal 6 al 10 settembre 1959: la prima
notte la trascorrono su staffe, la seconda su di una cengia, la terza su di un
terrazzino con i piedi nel vuoto, la quarta sono divisi: uno è ancorato ad uno
spuntoncino, l’altro è imbragato alle corde. Perché è una parete che toglie il
respiro, e più sale più si contende all’uomo che la viola. Il numero dei chiodi ad
espansione è alto: novanta; i cunei di legno impiegati sono quarantacinque; i
chiodi normali quattrocentoventi.”
Dopo avere parlato di Maestri e Baldessari sulla Roda di Vael, Garobbio riprende
ricordando un’altra mia grande ascensione:
“Nel gruppo del Civetta, infine, è la volta della Torre Venezia: Pierlorenzo Ac-
quistapace, Giorgio Redaelli e Corrado Zucchi ne percorrono la cresta ribelle
usando duecento chiodi fra i quali ne troviamo venti ad espansione. I nomi si
ripetono e danno un po’ il senso di un ritornello insistente. Ogni epoca ha i suoi
atleti e questi sono i nostri. Sono relativamente pochi: per masticare questo pane
occorrono saldi denti. Ai privilegiati il gioco piace e non è gioco da nulla, li
assorbe per quattro intere laboriose giornate, dal 17 al 20 giugno 1960. Ma la
Torre Venezia lo merita, valeva la pena di osare.”
Dopo queste ascensioni in parte testè documentate si dice poi: “Ma qui voluta-
mente terminiamo concludendo che a ragion veduta De Francesch parla di una
nuova ‘dimensione’ dell’alpinismo, aperta dai chiodi ad espansione. La si può
accettare o respingere, esaltare o condannare, ma non la si può negare. Essa
apre la terza grande vendemmia.”
Nello stesso libro si fa cenno alle invernali e scrive: “Nel gruppo del Civetta chi
osa l’inosabile sono Aste e Miorandi: ed è l’invernale della via Carlesso alla
Torre Trieste 1957”. Lo stesso anno Baumgartner e Eckmann percorrono la via
Carlesso alla torre di Valgrande, e di seguito vengono descritte tutte le grandi
invernali di quegli anni portate a termine nelle Dolomiti! Restava la parete nord
ovest della cima Su Alto (Civetta). “Siamo alle soglie del settimo grado”, disse
Livanos che tracciò questa via.
“La primizia invernale fu colta da Berto Sorgato, Giorgio Redaelli e Giorgio
Ronchi, dopo due tentativi stroncati dal tempo pessimo. Calda è la baita di col
Rean (Pian de la Lora) che li ospita, abbondanti e saporiti i cibi, razzente il vino,
allegri ed affettuosi i compagni… Fuori, la natura ha la purezza e la freschezza
del cristallo: non respinge, non attira, assiste impassibile ai commiati ed il geme-
re della neve gelata sotto i primi passi somiglia a brividi intermittenti. Più i tre
si alzano sullo zoccolo, più quanto sta sotto di loro si appiattisce in una distesa
troppo bianca, uniforme, sulla quale le foreste sono chiazze troppo nere. Nulla
si può attingere da quel paesaggio e troppo fredda è la roccia, troppo gelido è il
vento.
Ci vorrà una giornata intera per rimontare il cosiddetto zoccolo, in cima al quale
bivaccheranno. È la parte più facile della scalata, ma anche la più esposta. Un
sibilo prolungato, ed un sasso colpisce Ronchi alla testa: i compagni s’affrettano
intorno a lui; nulla di grave, si può proseguire.
In base ai calcoli, il secondo giorno avrebbero vinto la parte più dura del per-
corso, sei lunghezze di corda di sesto superiore ed una traversata che porta ad
un comodo terrazzino largo quanto basta per riposare una notte, assicurati ai
chiodi. Si contava sui chiodi lasciati dalle cordate salite d’estate, ma chiodi non
ce ne sono e bisogna rifar da capo il lavoro. Così la corta giornata di febbraio
sfugge via, al ballatoio non giungeranno, trascorreranno la notte appesi alle
staffe, senza poter utilizzare il caldo materiale portato. E sarà freddo da lupi.
Poi quando la luce lo permette, avanti, verso il terzo bivacco, e finalmente il 22
febbraio la vetta.
Non c’è sole a salutarli; nuvole foriere di bufera s’addensano, la nebbia li rag-
giunge, li avviluppa, nasconde la via ‘normale’, cela il passaggio – ed è l’unico –
per giungere al Giazzer ed i tre vincitori, insieme alla cordata degli amici venuti
loro incontro, scavano un buco nella neve, passano la quarta notte. Più comodi
e più caldi, diranno, perché non stan sospesi alle corde”.
Il racconto di Garobbio continua raccontando la grande impresa invernale
dell’amico Toni Hiebeler sulla parete nord dell’Eiger e di tante altre prime grandi
ascensioni di quegli anni, ma riserva anche al sottoscritto un altro stralcio del suo
libro.
“Verso la fine dell’agosto 1962, una formazione a quattro – gente di cui già
sovente abbiamo parlato – in quattro giorni conclude la ‘direttissima’ al Pan di
Zucchero (Civetta): sono Giorgio Redaelli, Giuseppe Pellegrinon, Josve Aiazzi
e Vasco Taldo, e se definiscono una delle più difficili questa via, dobbiamo loro
credere”.
Nel 1963, dopo aver realizzato con Piussi e Hiebeler la prima ascensione inver-
nale della via Solleder sulla parete nord ovest della Civetta, ritenuta la più grande
impresa invernale di tutti i tempi, faccio una scelta di vita molto importante: mi
licenzio dalla Moto Guzzi dopo essere stato sei mesi in cassa intagrazione per-
chè credo di poter vivere solo di montagna (o quantomeno lo voglio credere). In
questi anni di alpinismo ho documentato tutte le mie ascensioni con diapositive e
film, e ricordando anni
or sono Gaston Re-
buffat a Lecco con
la proiezione del suo
grande film “Stelle
e tempeste” mi sono
detto che con il ma-
teriale che mi ritrovo
posso forse anch’io
mettere assieme una
conferenza e visto
che la maggior parte
delle mie ascensio-
ni si sono svolte nel
gruppo della Civetta Con Bepi Pellegrinon.
ho pensato anche al titolo: “Civetta regno del sesto grado”. Mi sono fatto un al-
tro debito: ho comprato un proiettore professionale, ho fatto stampare un depliant
promozionale della mia conferenza e l’ho spedito presso molte sezioni del CAI.
Devo dire che il risultato è stato da subito incoraggiante, in breve ho ricevuto
diverse richieste per serate e per quei tempi, centomila lire a serata (questo era il
mio compenso) non era poi tanto male. Mi sono fatto un programma ben definito
in tutti i particolari: rinuncio al titolo di accademico, e faccio i primi passi per
diventare guida alpina. La rinuncia al titolo di accademico è una strada obbliga-
toria. Essendo un titolo onorifico non posso sfruttarlo per portare gente in monta-
gna e farmi pagare, mentre la guida alpina è una professione che mi può aiutare
a portare a termine il mio sogno. Il mio pensiero è fortemente ottimistico e vedo
già come potrà essere il prosieguo della mia vita. Qualche conferenza, qualche
cliente da portare in montagna. Sono istruttore nazionale di alpinismo e posso
arrotondare dirigendo qualche corso di roccia. Il tutto mi sembra molto bello e
appagante, molto di più che lavorare alla Moto Guzzi.
Sono sposato con Aurora dal 1960, il primo giorno dell’anno 1962 nasce Mauro e
ora che siamo nella primavera del 1964 e precisamente al 31 maggio nasce Nico-
letta. Di questo ultimo piacevole evento mi porta la notizia un amico in Grignetta,
mentre sono impegnato con il corso di roccia della scuola Gino Carugati del CAI
di Mandello Lario.
È stata una notizia bellissima, inutile dire che lascio subito gli amici allievi in
custodia ad altri istruttori e raggiungo Lecco velocemente a piedi, scendendo per
la val Calolden. Vestito come sono da rocciatore e con tanto di zaino entro nella
clinica del dottor Ripamonti. Aurora è stata ricoverata d’urgenza, credo l’abbia
portata mio fratello Angelo per l’anticipato evento del parto. Ho visto la frugolet-
ta appena nata, aveva la testa ovale come un melone, mamma mia che impressio-
ne, anche se con la testa un po’ ovale mi è sembrata subito molto bella. Dopo aver
parlato un po’ con Aurora della nascita decidiamo di chiamarla Nicoletta. Ora la
famiglia comincia ad essere numerosa e impegnativa e questo mi sprona ancora
di più a portare avanti velocemente il mio progetto.
Il 1964 voglio ricordare che è anche l’anno della brutta storia della Torre Alleghe
e di Domenico Bellenzier, che ho gia ampiamente descritto nel mio precedente
libro “Momenti di Vita…conquiste ed esperienze”. Comunque questa storia ha
cambiato, e di molto, il mio modo di pensare e di agire in determinate situazioni
nei confronti di chi ti fa un torto. Mi è dispiaciuto moltissimo per quello che è
successo, dispiacere condiviso da tanti alleghesi, in primis Ermanno De Toni e
Ceci Pollazzon, quest’ultimo grande personaggio dell’alpinismo agordino. Essi
non hanno assolutamente gradito l’operato di Domenico, ma hanno pubblica-
mente biasimato il gruppo dei suoi consiglieri che l’hanno portato a compiere
questo tradimento nei miei confronti.
Il 24 luglio 1964 porto avanti le pratiche per le dimissioni da socio del Club Al-
pino Accademico Italiano e inoltro la domanda per diventare guida alpina. L’idea
di vivere solo di montagna mi rende molto entusiasta e ottimista, anche se non
sono tutte rose. Devo tener presente che non è più come negli anni cinquanta
all’epoca della Terranova, del Dru e della Trieste, quando pensato a me stesso
avevo risolto tutti i problemi. Ora sono sposato e ho due figli: Mauro di due anni
e una bambina, Nicoletta di appena due mesi.
Partecipo ad un corso per guide alpine, quindici giorni al rifugio Marinelli nel
gruppo del Bernina. Che strana è a volte la vita. Gli istruttori sono quasi tutti miei
ex allievi. Però a volte la vita riserva anche sorprese inaspettate e questo succe-
de quando hai a che fare con persone conosciute come amici, apparentemente
normali brave persone. Ma se s’investono di autorità, a volte, succedono fatti
inaspettati e incredibili. Questi personaggi dei quali sto parlando mi conoscono
molto bene, uno è pure mio compaesano. Cerco di spiegare loro la mia situazione
famigliare e il perché sto frequentando il corso di guida alpina. Con una moglie,
due figli, una situazione finanziaria non entusiasmante non posso permettermi se
non a prezzo di altri debiti di partecipare al corso completo. Chiedo cortesemente
se mi concedono di allontanarmi dal corso almeno la prima settimana, dato che
il programma prevede spiegazioni che io ho relazionato loro durante scuole di
alpinismo. Lo chiedo con molta umiltà e convincimento, perché possa tornare
al mio lavoro di allora, precario anzi molto precario e rientrare per frequentare
l’ultima settimana di corso. Mi viene risposto che non ci sono agevolazioni per
nessuno. Con grande dispiacere partecipo al corso. Loro, “questi personaggi”,
hanno chiesto il mio aiuto non solo per portare avanti il corso, ma anche per pre-
parare il programma d’esame. Forse la mia presenza al corso li metteva un po’
in difficoltà. A questo punto richiedo quantomeno, vista la mia attività e l’aiuto
dato a portare a termine il corso, di dispensarmi dall’esame, così guadagno dei
giorni per me tanto importanti. Non l’avessi mai chiesto. Ho dovuto fermarmi,
finire il corso e fare l’esame per soddisfare le ambizioni di comando di alcuni
“secondo loro” amici. Perdo inutilmente tempo e denaro che al momento non ho,
ma il tragico è stato sprecare questi giorni per rispondere durante l’esame a tante
“stupide” domande del tipo: a cosa serve un moschettone o come si orienta una
carta topografica. Forse quel giorno si son sentiti grandi esaminando un loro ex
istruttore. Pensate che abbiano voluto agevolarmi con domande facili? Se vole-
vano veramente agevolarmi e aiutarmi, era molto meglio dispensarmi dall’esa-
me e mandarmi a casa a lavorare.
Torno a Lecco abbastanza arrabbiato, ma ormai il più sembra fatto, ora devo
sostenere l’esame in questura poi avrò il sospirato brevetto di guida alpina. Il
19 settembre faccio richiesta alla Questura di Como per avere la licenza e pochi
giorni dopo sono convocato proprio in Questura a Como. Al mio arrivo nell’uffi-
cio dove si svolgono gli esami, noto che siamo in parecchi a dover sostenere l’in-
combenza, ma conosco solo alcuni di loro. Un amico mi confida che la massiccia
presenza è dovuta alla diversità di esami che verranno eseguiti questa mattina,
non solo per le guide alpine, ma anche per le guide turistiche, guide del lago,
interpreti, ecc. Nella commissione esaminatrice, esperto per la montagna cè un
amico lecchese di lunga data: Felice Butti, componente del gruppo Ragni e pre-
sidente guide alpine delle Prealpi Orobiche. Tutto va per il meglio e in breve ho
in mano il tanto sospirato brevetto. Vista la mia attività su tutta la cerchia alpina,
mi viene concesso anche quello di guida internazionale.
È così che cambia per l’ennesima volta il percorso della mia vita, ma le cose non
vanno proprio come avevo preventivato. Molte persone con le quali mi sono con-
sigliato prima di intraprendere questa strada, spronandomi a fare questa scelta,
adesso nel momento del bisogno, perché il lavoro non ha ancora preso la giusta
direzione, sono latitanti. Comunque qualcosa sembra stia cambiando. Trovo qual-
cuno da portare in montagna, dirigo la scuola di roccia Gino Carugati organizzata
dalla sezione del CAI Mandello. Sono anche stato incaricato per installare una
ferrata sulla Grigna Settentrionale: “la cresta dei Carbonari” e in seguito comin-
ciano ad arrivare alcune richieste per delle serate. La prima proprio a Mandello
Lario, poi a Menaggio e poche altre a dire il vero, di cui non ricordo le località.
Le mie prime esperienze di serate con diapositive mi ricordano tanto le proiezio-
ni a cui assistevo da ragazzino all’oratorio, quando i missionari che tornavano
dall’Africa venivano in parrocchia per raccogliere fondi al fine di lenire la pover-
tà di quei popoli e ci proiettavano fotografie di bambini neri nudi, di capanne di
paglia e tutto quello che poteva descriverci le loro grandi privazioni. Ecco, io mi
sentivo come un missionario. Le prime volte che mi sono presentato in pubblico
per raccontare la mia storia di alpinista, forse almeno per quanto riguarda i soldi
ero povero almeno quanto quella gente. L’emozione che ho provato in quei mo-
menti è stata grande. Le diapositive stavano in due valigette metalliche dove era-
no sistemate accuratamente in ordine per anno di conquista delle varie pareti. Il
proiettore avuto da un’amico in prestito era ancora di quelli in cui s’inserivano le
diapositive una alla volta recuperando a mano quella già proiettata per sostituirla
con una nuova e rimettere la vecchia di nuovo nella valigetta. Tutto questo quasi
nel buio totale e con il racconto delle varie ascensioni da raccontare sincroniz-
zando il tutto. Sul commento non ho mai avuto grandi difficoltà. Non bisognava
inventare niente, ogni diapositiva che appariva sullo schermo mi suggeriva pun-
tualmente che cosa dovevo dire. Si trattava comunque di un piacevole lavoraccio.
Voglio ricordare un aneddoto accadutomi in una delle mie prime serate, se ricor-
do bene alla Standa di Milano, dove sono stato invitato da Monzino. Credo tutti
conoscano questo personaggio, molto noto principalmente in Val d’Aosta, capo
di una spedizione all’Everest. Oggi c’è anche un rifugio nel gruppo del Monte
Bianco, zona ex rifugio Gamba, che porta il suo nome. Manca circa mezz’ora
all’inizio della proiezione, sto sistemando il proiettore, una volta pronto per la
prova chiedo ad un signore che mi assiste nelle operazioni di passarmi una dia-
positiva. Le due valigette metalliche ancora chiuse sono appoggiate su di un ta-
volino poco distante. Il signore senza accorgersi che le valigette sono capovolte,
ne apre una e 120 diapositive finiscono in ordine sparso sul pavimento. Ancora
oggi non so descrivere il rammarico, l’angoscia di quel momento nel vedere tutte
le diapositive in terra, alcune rotte (allora si usava metterle nei vetrini). Ormai
non mancano che dieci minuti all’inizio della conferenza. A dir la verità oggi a
raccontarla mi fa pure ridere, ma allora vi lascio immaginare il mio stato d’animo
nel dover affrontare il pubblico in quelle condizioni, con tutte le diapositive da
raccogliere e rimettere in ordine. Sono riuscito ad iniziare la serata senza nessun
sintomo d’infarto, ma posso assicurarvi che solo il dialogo che ho avuto con il
pubblico ha salvato la serata. Ho raccontato di tutto, forse anche delle barzellette,
senza un grande supporto delle diapositive, perché oltre a non esere state messe
nell’ordine corretto di proiezione, molte di queste uscivano sullo schermo anche
a rovescio o di traverso. Una serata veramente indimenticabile...
Pur con questa disavventura, per fortuna rimasta unica, sembrava veramente che
le cose cominciassero ad andare nel verso giusto. Le richieste di serate aumenta-
vano, con chiamate anche dalla vicina Svizzera e dalla Francia. “Con il francese
me la cavo”, pensavo, ma tutti i miei sogni vengono presto infranti.

Il furto delle diapositive

Dopo una serata tenuta al circolo dipendenti comunali di Milano, con


un gruppo di amici prima di lasciarci si decide di andare a mangiare una pizza.
Nelle vicinanze del duomo, se ricordo bene, c’è la pizzeria Scoffone. Parcheggio
la macchina proprio all’esterno della pizzeria. Mentre stiamo mangiando entra
un signore del quale ora non ricordo il nome, ma che ricordo bene essere socio
del GAM Milano che mi chiede la possibilità di fare una proiezione presso la sua
associazione. Naturalmente la risposta è affermativa e invito il signore a seguirmi
fino alla macchina per la consegna di alcuni depliant di presentazione della mia
conferenza, ma appena raggiunta la macchina la brutta sorpresa, forse la più brut-
ta che mi poteva capitare in quel momento. Macchina scassinata, portiere aperte,
forse bastava arrivare un’attimo prima... Rubato il proiettore e tutto il materiale
fotografico raccolto in oltre dieci anni d’attività e di grandi sacrifici, miei e della
mia famiglia.
Notte indimenticabile che lascia un segno profondo nel prosieguo della mia vita.
Su consiglio dell’amico Pierino che era con me, mi reco subito al Commissariato
di polizia più vicino, in via Fatebenefratelli per fare regolare denuncia del furto
ma non è semplice, davanti a me ci sono un’infinità di persone in coda, tutte
per presentare denunce di vario genere, le più frequenti per furto di macchina.
Quando è il mio turno (penso siano passate almeno due ore), l’addetto prende con
indifferenza i miei dati e conclude dicendomi: “Se ci saranno novità lo comuni-
cheremo presso il suo recapito di casa! Buonasera e avanti un altro”.
L’indifferenza del questurino che aveva preso la mia denuncia dimostrava ampia-
mente l’abitudinarietà a questi fatti. Pensare che a me sembrava mi fosse caduto
il mondo adosso. Appena l’ora me lo permette cerco di smuovere un po’ le acque
cominciando a chiamare conoscenti a parer mio abbastanza influenti, che possa-
no prendere a cuore il mio caso. Fra i tanti che disturbo ricordo l’avvocato Mario
Bassani commilitone nel periodo di addestramento al CAR di Montorio Veronese
nel 1957, il presidente della Provincia di Milano Adrio Casati, che ho avuto occa-
sione di conoscere in Grignetta e l’onorevole Virginio Bertinelli, sottosegretario
alla difesa, anche quest’ultimo conosciuto in montagna. A tutti ho lasciato il mio
recapito presso la questura, dove sarei rimasto per tutta la mattinata in attesa di
qualche buona notizia. In mattinata seduto su una panchina del commissariato,
pensieroso e angosciato riflettevo su quello che mi era successo, quando entra
una persona, si guarda un po’ in giro, poi esterna ad alta voce: “Cerco il signor
Redaelli Giorgio”. Mi avvicino, mi presento e senza tanti preamboli mi viene
chiesto che cosa mi sia successo nella notte. Informo dell’accaduto e dove è ca-
pitato. Il tizio allontanandosi mi dice di non farmi grandi illusioni, ma comunque
di aspettare un paio d’ore che sarebbe tornato a portar notizie. Così è stato, ma al
suo ritorno le notizie non sono assolutamente buone, anzi dice: “Il furto non l’ha
fatto gente del solito giro, ma qualcuno che ieri sera aveva urgente bisogno, ha
visto all’interno della macchina una valigia in pelle e a quel punto si è improvvi-
sato ladro, perciò in linea di massima può dire addio alla sua roba, perché solo
un colpo di fortuna gliela può far ritrovare”.
Quello che mi è capitato è stato un duro colpo che sul momento mi butta comple-
tamente a terra. Mi trovo in una situazione veramente critica. Tutti i miei progetti
di vivere esclusivamente di montagna svaniscono in una sera. La mia esistenza, il
mio modo di vivere, il mio menage familiare subiscono a malincuore un radicale
cambiamento.
Il buon senso mi suggerisce, con molto dispiacere, di non pensare più alle grandi
pareti e alle sue conquiste. Il sogno di vivere solo di montagna è ormai tramon-
tato. Cambiano così tutti i miei programmi. L’impegno più urgente ora è quello
di trovare un buon posto di lavoro, stabile e sicuro. Tutto questo però non mi si
presenta assolutamente facile e, se è vero che gli amici si vedono nelle difficoltà,
in quel periodo ho capito che di amici veri ne avevo ben pochi.
In questo periodo ricevo diverse lettere di partecipazione al mio grande dispia-
cere, la maggior parte vengono dal bellunese. Ma ve ne voglio leggere una che
viene da Venezia, dall’amico professor Gianni Simionato datata 15 marzo 1964.
Gianni è una vecchia conoscenza fatta anni orsono al rifugio Vazzoler (Civetta)
il quale scrive:

“Egregio prof. alpino,


Ho appreso con gran dispiacere il tiro mafioso e ladresco subito a Milano. Augu-
ro e spero che ti metti sulle buone tracce per riavere la tua meravigliosa raccolta.
Certo qualche gaglioffo avventuriero palancomane, non certo un alpinofilo per
quanto geloso, può aver osato carpire quelle diapositive uniche.
Troppi “barbudos” nostrani ed esteri circolano indisturbati, per sperar fortuna-
to ritrovamento sollecito.
Non saprei se un avviso radio agevolerebbe e allargherebbe il campo di ricer-
ca.
Certo la polizia nostrana non ha troppo buon naso, se non riesce neppure a sco-
prire i galletti rubati in pieno giorno.
Forse un “si quaeris miracula” a S.Antonio potrebbe fare un po’ di luce .
Ma Milano, ahimè, è una bolgia!”.

L’amico Gianni mi ha pure allegato una poesia.

A la gagliarda acropoli zoldana


d’erta troneggia i vasti cieli ardita,
con fantasia di cuspidi sovrana,
s’attarda il cuor ramingo ed eremita.
Appena l’alba nel candor l’addita
e a le convalli l’iridi dispiana,
su su l’eccelsa prateria scarnita
l’ultima nevi imporpora e disgrana.
Nel vento alpino, ai validi scoscesi,
rondan fulgenti nuvole isfogliate
e gemme e gigli l’ora ritraghetta!
Cori d’angelo allor, dai picchi accesi
vanno liutando all’aure immacolate
gl’ inni che aurore risospira in vetta
“Amate Amate”.
15/3/64 Venezia - S.Marco 52

Ad ogni modo, essendo psicologicamente molto forte e alquanto ottimista per


natura, non mi abbatto più di tanto e cerco di tenere sempre alto il morale, sia il
mio che quello della famiglia anche se con un po’ più di fatica. Anzi dirò di più:
conoscendomi so che il meglio di me stesso lo dò sempre nelle grandi difficoltà.
Tiro avanti facendo diversi lavori, per lo più da meccanico di giorno e a volte
anche di sera, fino a raggiungere nel 1965 un buon impiego grazie ad una cono-
scenza fatta durante una gita con amici in Valmalenco. Durante un’escursione sul
ghiacciaio del Ventina conosco il dottor Alberto Rauzi, amministratore delegato
delle Ferriere G. Cima di Lecco (produttrice di funi metalliche), altoatesino da
un po’ di tempo trapiantato e sposato in quei di Lecco. Il dottor Rauzi sta fa-
cendo delle riprese cinematografiche sul ghiacciaio, con lui ci sono due amici
mandellesi: Giampiero Mellera e la guida alpina Pino De Col. Ed è da loro che
mi viene presentato. Durante la giornata collaboro a girare alcune scene dentro a
un crepaccio per il documentario in preparazione sulla Valmalenco. È in questo
frangente che Rauzi mi offre un posto di lavoro. Prendo la palla al balzo e all’in-
domani mattina mi presento alle Ferriere Giuseppe Cima, dove vengo portato a
visitare l’azienda e messo a conoscenza direttamente dal dottor Alberto di quali
saranno le mie mansioni. Non c’è neppure bisogno di pensarci molto, accetto
all’istante e l’indomani mattina comincio con il mio nuovo lavoro. La vita in fab-
brica non è il mio forte e passare la giornata chiuso fra le mura dello stabilimento
non mi si addice, anche se il nuovo lavoro è molto interessante. Sono addetto alle
spedizioni, ma in poco tempo apprendo anche il lavoro di collaudo delle funi,
così assisto ai tanti interventi prescritti dai vari enti, sia che i collaudi vengano
fatti in azienda che presso enti esterni: ENEL, SIP, FF.SS., American Bureau,
Loyd Register, ENPI, ecc.
Il nuovo amico e datore di lavoro è persona molto ecclettica e grande sportivo:
ottimo sciatore, sia sulla neve che sull’acqua; buon alpinista e grande appas-
sionato di vela. Con lui ho la possibilità dopo il lavoro e durante i fine settima-
na di praticare assiduamente questi sport. È comunque un personaggio dai due
volti. Sul lavoro uomo esclusivamente di comando, duro, arcigno. I suoi ordini
sono sempre imperativi, essendo ossessionato dalla perfezione. Tutto deve essere
sempre preciso, non solo riguardo alla produzione, ma anche alla pulizia delle
macchine, nei reparti tutti: corderia, trafileria, zincheria. Devo dire che non è
facile per nessuno lavorare con lui, ma una volta fuori dallo stabilimento diventa
un’altra persona, uno sportivo al cento per cento, molto simpatico e alla mano.
Con lui si crea subito una buona amicizia e insieme pratichiamo diverse attività
sportive, come l’alpinismo, lo sci (sia sulla neve che sull’acqua), la barca a vela.
Tutto questo mi aiuta ad arrotondare lo stipendio, perché il dottore è anche molto
generoso e ho la possibilità di fare nuove esperienze. Mentre sulla neve sono già
un discreto sciatore, in questo periodo raggiungo un buon livello anche con lo sci
d’acqua, divento un ottimo prodiere in barca a vela sulla Star e Fly Junior, ma
quello che più conta, continuo ad andare in montagna ad arrampicare anche se
su vie non impegnative. In questo periodo la zona più frequentata è il gruppo del
Disgrazia in val Malenco. Con il dottor Alberto compio moltissime ascensioni su
tutte le cime che circondano questa bellissima valle. Oltre al Disgrazia saliamo
più volte il Cassandra, lo Scalino e la Punta Kennedy. Questo continuo frequen-
tare la montagna, rende meno amaro l’abbandono delle grandi imprese alpinisti-
che a suo tempo progettate. Ogni tanto mi capita nelle serate in rifugio, mentre
aspetto di andare a dormire, di sfogliare libri e riviste di alpinismo. A volte mi
sorprendo a leggere piacevolmente di qualche mia vecchia ma importante ascen-
sione. Il caso vuole che una sera mentre mi trovo al rifugio Porro in Valmalenco,
sfogliando delle riviste posate su una vecchia mensola della sala da pranzo, mi
trovi per le mani una rivista francese “La montagne” del dicembre 1956. Vi trovo
un bellissimo articolo scritto da uno dei miei compagni di quella avventura, dal
titolo “Le Pilier sud ouest du Dru” di Roger Salson. Uno scritto per me piacevole
perché mai visto e letto e oltremodo affascinante nel racconto della storia della
prima ripetizione, “ma prima integrale” dello sperone Bonatti, portata a termine
il 27 luglio 1956 dopo cinque giorni di dura lotta. Miei compagni in questa av-
ventura sono i lecchesi Carlo Mauri, Dino Piazza, Cesare Giudici, gli svizzeri
Roger Habersaat e Robert Wohlschlag detto Pellbross e i francesi Roger Salson,
Adrien Billet, Emile Troksiar, detto Zatopek e Yvon Kollopp. La mia precedente
affermazione “prima integrale” è riferita al fatto che noi quattro italiani non ab-

I dieci del Dru. Da sin. in alto: Cesare Giudici, Yvon Kollopp, Dino Piazza, Giorgio Redaelli, Emile Troksiar,
Roger Habersaat, Carlo Mauri. Accovacciati: Roger Salson, Adrien Billet.
biamo seguito le orme di Bonatti per arrivare all’attacco dello sperone calandoci
a corda doppia da les Flammes de Pierre, ma abbiamo salito direttamente i sei-
cento metri del canalone di ghiaccio molto difficile e pericoloso e il terzo giorno
oltre le Dalles rouges, ai piedi del grande strapiombo che Bonatti evitò con dei
pendoli sulla destra, noi saliamo direttamente. Con questa variante e con quella
sul canalone, il percorso da allora si presenta più diretto, logico e completo. È
piacevole e sotto un certo aspetto appagante leggere questi vecchi scritti in un ri-
fugio e devo dire che questa rivista francese mi ha oltremodo sbalordito trovando
nella parte dedicata “a la chronique alpine” altre mie ascensioni del 1956 come
la prima invernale della via Cassin al Sasso Cavallo in Grigna scalata il 12 e 13
marzo con Annibale Zucchi. Sono riportate anche le due ascensioni compiute con
Robert Wohlschlag in Civetta, l’ottava ascensione della Carlesso alla torre Trie-
ste e la terza ascensione della Gabriel Da Roit sulla parete est della cima Bancon.
Queste due ascensioni io e Wohlschlag (detto Pelbross) le abbiamo salite a tempo
di record, tutte e due senza bivacco.
Sono anni questi in cui la montagna occupa ancora molto spazio nella mia vita e
grazie al dottor Alberto e alla sua passione per le riprese cinematografiche, con-
tinuo a perfezionarmi in questo bellissimo hobby con un’attrezzatura di tipo pro-
fessionale. Nei momenti della vita in cui a volte ti soffermi a riflettere sul passato,
credo che questo succeda a tutti, mi accorgo come ogni persona che mi è stata
vicina mi suggerisca degli aneddoti, a volte belli e piacevoli da ricordare e a volte
momenti che vorresti cancellare. Bene, il dottor Alberto me ne suggerisce diversi
di aneddoti e non me ne voglia il buon dottore se qualcuno lo voglio raccontare.
Il dottor Alberto (dico sempre dottore perché a questo ci tiene molto), nativo di
Bressanone (Bz) ma trapiantato a Lecco da ormai diverso tempo, è una persona
molto generosa ma ha qualche comportamento un po’ eccentrico, diciamo bizzar-
ro. Ricordo, per esempio: una volta siamo a sciare al Pian delle Betulle, piccola
stazione sciistica della Valsassina. Arrivati alla sciovia mi dice di andare avanti
che al biglietto ci pensa lui. Lo schilifista, che mi conosce, mi saluta e mi chiede
il biglietto. Gli dico, segnando con un dito il dottor Alberto: “Ce l’ha lui”. “Bene
vai”, mi risponde. Dopo tre passaggi l’operaio mi ferma e con voce un po’ seccata
mi dice: “Guarda che il tuo amico dottore dice che i biglietti ce li hai tu”. Ne
segue una discussione, che personalmente non mi fa assolutamente ridere, ma il
dottore si diverte molto. Il tutto finisce quando l’operaio proibisce a me e al dot-
tore di passare se non ci mettiamo in regola con il biglietto. Il dottore di rimando
volete sapere che cosa ha risposto? Bene! Si avvicina all’addetto allo skilift e con
il dito puntato dice: “Allora io compro la sciovia e poi ti licenzio”. Attimi per me
indescrivibili, con esternazioni di diverso genere, poi un breve silenzio ed infine
volete sapere come è andata a finire? Con una grande bevuta di Moet Chandon,
che alla fine è costata almeno come dieci tessere di risalita, ma il dottore era con-
tento e felice, perché tutto questo lo aveva divertito molto.
Grosso modo la stessa cosa è successa a Cervinia qualche mese dopo. Allora con
noi c’erano altri signori di Oggiono, ma l’episodio che vi racconto si riferisce a
qualche cosa di diverso di non pagare il biglietto di una sciovia. Tutte le sere al
rientro dopo una lunga giornata sugli sci, all’hotel Cervinia dove siamo alloggiati
è abitudine prendere l’aperitivo a base di champagne Don Perignon di una annata
particolare che però io non ricordo. A me lo champagne crea seri problemi. An-
che se continuo a mescolarlo per fare sparire le bollicine mi trovo in condizioni
di pancia in continuo movimento, da consigliarmi l’allontanamento immediato
dalla compagnia. Il dottor Alberto si accorge di quello che mi succede e suppor-
tato dall’amico Dante Donadeo comincia una specie di attacco alla mia persona.
Prima mi rimprovera per come rovino lo champagne “con quello che costa”, poi
perché mi allontano ogni cinque minuti, infine senza girarci troppo intorno mi
chiede se la bevanda mi crea problemi d’aria. La sua espressione veramente è un
po’ diversa, poi continua: “Se è per questo non preoccuparti, c’è un rimedio” e i
due mi rifilano una pastiglia che ha detta loro mi toglierà tutti i problemi. Presa
la pastiglia, bevo un po’ di champagne, anche se con un po’ di titubanza. Sento
che qualche cosa nella mia pancia è cambiato, il movimento al mio interno è
diverso, lo sento più alto, diciamo verso la bocca dello stomaco. Mi sento strano
e molto teso. Ad un certo punto il dottore mi dice: “Redaelli come va con l’aria”
e sorride. Apro la bocca per dare una risposta, ma il mio accenno di risposta è
preceduto da un rutto impressionante, che la caduta di una valanga a confronto
fa ridere. Come è finita? Io resto molto mortificato, tutta la gente che è in quella
sala si gira a guardare e a cercare di individuare il responsabile di simile tuonata
e, con la faccia rossa che avevo dalla vergogna, penso abbiano facilmente indivi-
duato sull’istante da che bocca fosse uscita quella cannonata, mentre i miei amici
a spanciarsi dal ridere (evidente che la tuonata se l’aspettassero), ma anche a
profondersi con grandi parole di conforto nei miei confronti. Con questa persona
ci sono stato cinque anni e di vicende ne avrei parecchie da raccontare. Vanno
da quelle inerenti le mucche che si grattavano la schiena sulla sua Mercedes o
che ci disintegravano la tenda in Valmalenco, al metodo di traino con il moto-
scafo quando dopo il lavoro si faceva sci d’acqua. Tutte le sere mi portava fino a
Mandello davanti alla gelateria Costantin per poi farmi cadere con decelerazioni
e accelerazioni del motoscafo. Ma la volta che mi sono vergognato di più è stata
quella in un grande ristorante di Santa Margherita Ligure dove ha ordinato la
cena escluso il pane, perché aveva con sè un pacchetto di pane nero altoatesino
ritenuto migliore di quello del ristorante. Insomma tutto quello che mi metteva a
disagio lui lo faceva e si divertiva pure un mondo.
Nel frattempo sto attraversando un periodo sufficientemente bello, forse non
quanto io mi aspettassi dalla vita, ma comunque possiedo un lavoro stabile, che
mi permette di provvedere alla famiglia. Le responsabilità sono aumentate, a
volte però mi capita di pensare ai tempi spensierati della cima di Terranova o del
Petit Dru e questo mi crea un po’ di malinconia, ma questa è la vita e bisogna
andare avanti, la vita continua e continua anche se con soddisfazioni diverse, ma
pur sempre belle, come quelle che può darti la famiglia.
L’inverno sta per finire. Sulla Grigna la neve ricopre solo alcuni versanti a nord.
Siamo alla fine di marzo 1965, come tutti gli anni in primavera, anche senza
più grandi velleità di conquiste, il fine settimana mi porto al Pian dei Resinelli.
L’obiettivo è sempre lo stesso, trovare qualcuno per andare ad arrampicare. Ora
non ho più un compagno di cordata fisso, così ogni volta mi aggrego a qual-
che nuovo compagno, non mi è difficile trovare qualcuno con cui andare a fare
un’ascensione. Da alcuni fine settimana mi trovo ad arrampicare con un giovane
mandellese alle prime armi, ma già molto bravo: Alberto Dotti. Durante una di
queste ascensioni e precisamente sulla via Gandin al Torrione Cinquantenario,
via di sesto grado, forse la più bella e difficile della Grignetta, siamo raggiunti
da due giovani alpinisti appartenenti al famoso gruppo Ragni di Lecco: Angelino
Zoia e Tono Cassin, figlio del grande Riccardo. Terminata l’ascensione ci por-
tiamo tutti e quattro al vicino rifugio Rosalba. La giornata è bellissima. Seduti
fuori del rifugio a consumare un frugale pasto Tono e Angelino parlano dei loro
progetti alpinistici per la prossima estate. Tono Cassin dice che il primo obiettivo
è di andare a ripetere la via di suo padre sulla parete nord della cima Ovest di
Lavaredo, il secondo fine settimana di maggio e Angelino aggiunge: “Perché non
venite anche voi?” All’Alberto s’illuminano gli occhi e, rivolgendo lo sguardo
verso di me, quello che leggo è tanta gioia per quest’offerta. Ma lui alpinista gio-
vanissimo alle prime armi non sa cosa dire, anche perché le Tre Cime di Lavare-
do le ha viste forse solo in fotografia perciò quello che gli sarebbe piaciuto dire ha
cercato di trasmetterlo solo con gli occhi. Per me a dire la verità, che le Tre Cime
di Lavaredo le ho già salite più volte, il problema è un altro e non mi è facile dare
una risposta immediata. Ho fatto una promessa in famiglia che avrei continuato
ad arrampicare, ma solo nei fine settimana in Grignetta. Mi piacerebbe tanto dire
di sì ma al momento prendo tempo, tanto ci sono ancora tre settimane e in tre
settimane possono succedere tante cose. Tono dice che per il viaggio non ci sono
problemi, dal momento che andremo con la sua macchina, con partenza il sabato
a mezzogiorno e ritorno per domenica sera. Tornato a casa comincio a raccontare
il tutto a Aurora che sui due piedi non mi dà nessuna risposta e io non insisto. Solo
dopo qualche giorno di silenzio assoluto sull’argomento, ripensando all’ascen-
sione alle Tre Cime di Lavaredo (e l’occasione non trascurabile della macchina
del Tono), in un momento che mi è sembrato favorevole, ho punzecchiato ancora
Aurora sull’argomento e visto che si tratta solo di sabato e domenica e che non
devo perdere giorni di lavoro, Aurora alla fine acconsente. La felicità è grande.
Ritornare a fare una grande ascensione per me è molto appagante. Avviso subito
l’Alberto della bella notizia e lui non sta più nella pelle per la grande felicità che
gli ho procurato. È solo un po’ titubante sulle sue capacità, ma io lo rassicuro
che sarà sicuramente all’altezza. La domenica seguente incontro Tono e Ange-
lino e gli confermo la mia partecipazione per la trasferta alle Tre Cime. Intanto
con Alberto metto a punto l’allenamento con un bel po’ di ascensioni. La Ovest
di Lavaredo è alta cinquecento metri, qui le guglie sono poco più di cento me-
tri, perciò saliamo tre vie ai Magnaghi, poi in vetta alla Grignetta facciamo uno
spuntino al sacco, Segantini in discesa, poi altre tre vie: Gandin all’Ago Teresita,
Mary all’Angelina e spigolo del Fungo. Dopo questa giornata siamo pronti per
una grande via come la Cassin alla Ovest di Lavaredo.
Arriva così il giorno della partenza. Ritrovo a Lecco a casa Cassin, dove il buon
Riccardo ci fa un sacco di raccomandazioni e ci incarica di salutargli l’amico
Marzorana, guida alpina e gestore del rifugio Auronzo. La macchina del Tono è
una Primula, non è grandissima o forse così sembra, perché una volta saliti in
quattro con quattro zaini non lascia altro spazio, però è velocissima e al Tono pia-
ce parecchio schiacciare l’acceleratore. Il viaggio da Lecco a Misurina è bellis-
simo e noi sprizziamo gioia da ogni poro. Viaggio alquanto lungo, ma impegnati
come siamo a parlare della via Cassin, il tempo vola. Leggiamo più volte la rela-
zione, con relativi commenti. Così arriviamo a Misurina in men che non si dica,
poi su fino al rifugio Auronzo. Quando lo raggiungiamo è quasi notte. Mentre
scarichiamo gli zaini dalla macchina, Tono si avvia a chiedere quattro posti per
la notte. Mentre sta per entrare in rifugio, grido al Tono di presentarsi al gestore
Marzorana: “Digli che sei figlio di Cassin e che porti i suoi saluti, sarà più facile
trovare posto. Ricordati che oggi è sabato.” Dopo pochi minuti l’amico esce dal
rifugio un po’ sconsolato e dice che non c’è posto per la notte. Gli chiedo: “Hai
detto che sei il figlio di Cassin?” “No!” “Allora vado io a dirglielo”, ma proprio
in quel momento Marzorana esce dal rifugio, c’incontriamo faccia a faccia, cerco
di parlargli ma lui mi precede chiedendomi: “Voi siete di Lecco?” “Sì!” E senza
perdere altro tempo gli dico segnando con l’indice il Tono: “Quello è il figlio di
Cassin e le porta i saluti di suo papà. Io sono Redaelli quello della direttissi-
ma alla Torre Trieste, Angelino e Alberto sono i nostri compagni di cordata”.
Marzorana esordisce dicendo: “Di te mi ricordo benissimo quando nel 1961 con
Sorgato fra le tante vie che avete fatto, avete salito in prima senza bivacco la di-
rettissima dei tedeschi alla Cima Grande”. Poi rivolgendosi al Tono dice: “Potevi
dirmelo anche prima che siete di Lecco. Avanti, avanti. Per gli alpinisti tengo
sempre qualche posto di scorta. A volte arrivano anche a tarda sera e di sera vi
posso assicurare arrivano solo alpinisti che magari vengono da molto lontano,
la maggior parte dei quali è partita dopo il lavoro in fabbrica” (una volta si la-
vorava anche di sabato). Adesso siamo veramente contenti. Marzorana ci fa una
gran festa e da Tono vuole sapere come sta il vecchio Riccardo. Dopo una buona
cena e fatti gli ultimi preparativi, chiediamo il conto dato che al mattino parti-
remo molto presto e gli confidiamo il nostro obiettivo dell’indomani. Sorpresa!
Marzorana ci comunica: “Il pernottamento è offerto da me e salutatemi tanto il
Riccardo. Mi raccomando domani, fate molta attenzione, anche se so che voi di
Lecco siete molto bravi e al ritorno passate a salutarmi, così non starò in pensie-
ro”. La sveglia è alle tre. Senza far tanto rumore usciamo dal rifugio che è ancora
notte. Una brezza freschissima accarezza dolcemente la faccia. Camminiamo in
assoluto silenzio, la strada la conosco molto bene perché nel 1961 con Sorgato
queste pareti le ho salite quasi tutte, ma la Cassin alla Ovest mi manca e pensare
che è stato il mio primo obiettivo nel lontano 1955, quando poi il famoso dottor
Cesana mi aveva fatto cambiare idea. Allora era Cesare Giudici il mio compagno,
portandomi per la prima volta in Civetta. Con molta calma raggiungiamo la base
della parete. Comincia a spuntare l’alba. Sempre senza parlare cominciamo i pre-
parativi e una volta pronti c’è luce a sufficienza per attaccare. Siamo divisi in due
cordate: io e Alberto attacchiamo per primi. Alberto mi confida d’essere emozio-
natissimo, di non essere mai stato tanto felice in vita sua anche se, a dire il vero, è
un po’ timoroso. Riesco a comprendere molto bene quello che l’Alberto prova in
questo momento, perché l’ho provato prima di lui, ma non solo io, tutti i giovani
alpinisti che per la prima volta si trovano al cospetto di una grande parete e di una
grande via provano la stessa cosa. In questo caso poi si tratta di una parete vinta
da uno dei più grandi scalatori: Riccardo Cassin, compaesano e punto di riferi-
mento dell’alpinismo lecchese e per completare la particolarità è papà del Tono
che fa parte della cordata. Quello che si sente dentro è un misto di gioia, felicità,
timore, un po’ di paura e grande emozione. Ma tutto questo ben presto scompare
una volta messe le mani sulla roccia. Le prime lunghezze di corda sono sempre
le più dure, i muscoli devono ancora sciogliersi, ma nel caso di questa ascensione
sono veramente i più tosti. Metro dopo metro, chiodo dopo chiodo, con passaggi
costantemente di alta difficoltà, progrediamo abbastanza velocemente. Nei punti
di sosta, quando sono raggiunto dal compagno, durante lo scambio del materiale
d’arrampicata (chiodi, moschettoni), le esternazioni dell’Alberto sono sempre le
stesse di ammirazione per il paesaggio, di gioia per la salita, di emozione per il
trovarsi in un posto fino a poco tempo fa mai neanche sognato. Le lunghezze di
corda si susseguono, abbiamo ormai superato la prima parte che è anche a parer
mio la più impegnativa, affrontiamo ora il lungo traverso verso sinistra, che ri-
sulta essere molto bello e alquanto difficile, decisamente aereo e che ci porta fino
al centro della parete alla base di un grande diedro. Mentre recupero Alberto il
mio pensiero è rivolto alla cordata degli amici che ci seguono e principalmente
al Tono: “Chissà cosa sta pensando salendo su una via aperta da papà Riccardo
tanti anni prima”. Una volta raggiunto dal Tono chiedo dei suoi pensieri, più che
una risposta la sua è stata una mezza “mugugnata” incomprensibile, accompa-
gnata da un’alzata di spalle. Da questo punto la salita è diretta e molto logica,
facile da seguire. Mentre io e l’Alberto mettiamo qualche cosa sotto i denti, Tono
e Angelino riprendono a salire, e a mezzogiorno circa siamo tutti e quattro radu-
nati sulla vetta della Cima Ovest di Lavaredo. Lunghe strette di mano e anche
un abbraccio con Alberto. Siamo tutti molto felici, ma devo dire che l’Alberto
e il Tono sembrano anche un po’ commossi, senz’altro per motivi diversi, ma la
mia sensazione è che sono veramente tanto emozionati. Uno per avere seguito le
orme del padre e l’altro per avere conquistato una parete che al momento andava
al di là delle sue aspirazioni. Un frugale e silenzioso spuntino rimirando le cime
che ci circondano, il tutto sotto un cielo terso con una sola piccola nuvola sopra
la cima del Sorapis. Sistemato ben bene il materiale negli zaini giù per la via
normale. Conoscendo la discesa raggiungiamo velocemente il rifugio Auronzo,
pochi minuti per salutare e tranquillizzare l’amico Marzorana, poi via di nuovo in
macchina verso Lecco. Una volta partiti ci siamo rilassati. L’unico ancora impe-
gnato è rimasto il Tono alla guida della sua Primula il quale, seppur stanco, con-
tinuava a spingere sull’acceleratore con grande veemenza. Durante il viaggio di
ritorno, riflettendo sulla bellissima giornata che stava per concludersi felicemente
con l’arrivo a Lecco, mentre l’Alberto e l’Angelino si erano calati in un sonno
profondo, io pensavo ad alta voce sulla giornata che stava per concludersi, sul
domani in cui bisognava tornare al lavoro, su obiettivi alpinistici ormai abbando-
nati, anche se l’unico che mi ascoltava era il Tono, sempre impegnato alla guida
del bolide. La macchina è veramente comoda, uno finisce una scalata, si siede in
macchina e si fa una bella dormita fino a casa. Non era così, le prime volte che
venivo da queste parti con il Galletto Guzzi, allora sì che era una faticaccia il ri-
entro, non solo per quello che doveva guidare, ma anche per quello seduto dietro,
carico com’era e ben aggrappato ai fianchi dell’amico per non essere strappato
dalla sella dal peso dello zaino ad ogni accellerata. Bene. Oggi è stata veramente
una bella avventura, ne avevo proprio bisogno e sono oltremodo felice anche per
l’Alberto, il quale nonostante il sonno sembra sprizzi gioia da tutti i pori.
Nei giorni a seguire mi sento più felice del solito. La salita della Cassin alla Ovest
di Lavaredo mi ha ridato quella voglia di montagna che da un po’ di tempo non
provavo. Mi sento ben allenato, per la testa mi frulla l’idea di portare a termine
un grande progetto che sogno sin dalle prime volte che ho cominciato a guardare
il Sasso Cavallo dalle finestre di casa mia. Così, dopo averne discusso con Au-
rora decido che è il momento di attaccare e cercare di vincere in prima assoluta
la parete Sud Ovest del Sasso Cavallo, che con i suoi quattrocento metri, domina
imponente la valle del Meria e Mandello Lario. Su questa cima ho già avuto delle
belle soddisfazioni: nel 1956 sulla via Cassin in prima invernale con Annibale
Zucchi; nel 1964 la prima ripetizione della via Oppio con Peppo Conti. Tutte e
due queste grandi vie sono sulla parete sud, mentre la parete sud ovest non è mai
stata scalata, è ancora tutta vergine, ma da anni ho individuato in centro parete
una via ideale, ed è giunta l’ora di portare avanti questo progetto.
Per i compagni di avventura ho pensato di chiedere agli stessi della Ovest di La-
varedo. Alberto Dotti e Tono Cassin accettano, l’Angelino Zoia per impegni deve
rinunciare. Il mattino del 27 maggio 1965 dopo avere salutato Aurora, Mauro e
Nicoletta prossima a compiere il suo primo anno il 30 maggio, lascio casa con
Tono e Alberto destinazione rifugio Elisa di proprietà della sezione del CAI di
Mandello Lario. Con i nostri pesantissimi zaini c’incamminiamo su per la valle
del Meria, raggiungiamo prima la frazione di Rongio dove la vista sul Sasso Ca-
vallo è veramente bella. La parete sud ovest si presenta con tutta la sua imponen-
za. Stiamo salendo ora su per una strada acciottolata abbastanza larga per permet-
tere il passaggio dei carretti (in dialetto mandellese trambai), unico mezzo
possibile per portare la legna in paese. Di questa mulattiera, che ho percorso cen-
tinaia di volte fin dalla tenera età, conosco ogni angolo e ogni nome delle località.
Lasciamo la frazione di “Ronzio”. Anche se non so bene come si scrivono, per-

Sul Sasso Cavallo.


mettetemi questa licenza che mi prendo di scrivere i nomi delle località nel nostro
dialetto, perché solo così le conosco: le località de “la Costa”, poi “el Sasen” e
avanti fino ad arrivare in “Bas”. Seguono el “Gasc”, el “Fiom d’Uga”, el “Punt
de Fer” e su poi fino al “Bus de la Ferera” o “Acqua Bianca”. Dal ponte di ferro
in avanti la mulattiera si restringe e comincia a diventare più ripida, gli zaini pe-
santi cominciano a farsi sentire, così ci concediamo un meritato riposo. Una buo-
na bevuta dalla fontana di una delle acque più buone e freschissime della Grigna,
poi via di nuovo. Superiamo località “Pertega”, “el Curnon” e dopo circa due ore
e mezza raggiungiamo il rifugio Elisa. È quasi mezzogiorno. Il gestore è un ami-
co che sa del nostro arrivo, così ci fa trovare un abbondante pasto, in previsione
della carestia che avremo in parete i giorni a seguire. La giornata è molto bella,
il sole alto ci riscalda. Siamo accomodati ad un tavolo sul piazzaletto del rifugio
al cospetto dell’imponente parete sud del Sasso Cavallo. L’unico inconveniente è
che la nostra parete da qui non si vede, essendo rivolta a sud ovest, mentre si
vedono molto bene le vie Cassin e Oppio che ho già salite qualche anno prima.
Per affrontare la nostra impresa sarebbe stato meglio dormire nella baita dell’ami-
co Barissa allo Zucco d’Era, ma in quel periodo non è stato possibile. Dopo un
frugale pranzo ci portiamo verso la nostra parete per dare un’ultima occhiata al
tracciato da seguire, così portiamo anche tutto il materiale che depositiamo all’at-
tacco. Meno peso per domattina... Il 28 maggio di buon mattino lasciamo il rifu-
gio e ci riportiamo ai piedi della montagna. Raggiungiamo l’attacco che sta fa-
cendo l’alba. L’avere portato ieri il materiale è stata una grande idea, abbiamo
camminato facilmente e senza nessuna fatica. Fatti tutti i preparativi, mi lego e
via per un’altra grande avventura. I primi tiri di corda sono veramente di difficol-
tà estrema, prima se-
guendo un diedro, poi
su parete molto com-
patta. Passaggi in ar-
tificiale ma anche
molti passaggi in li-
bera. Supero un gran-
de strapiombo, conti-
nuo per un’altra
decina di metri fino
ad un discreto punto
di sosta. Fatti salire i
due amici decidiamo
di fare una sosta per
mangiare qualche
cosa. Durante la fer- Il Sasso Cavallo col tracciato della via Redaelli-Tono Cassin-Dotti.
mata siamo raggiunti di striscio dai primi raggi di sole, che oltre a riscaldarci ci
danno anche tanta gioia di vivere e qui questa gioia la captiamo nella sua comple-
tezza. Riprendo a salire, le difficoltà non accennano a diminuire e all’imbrunire
in una posizione veramente scomoda, decidiamo di prepararci per il bivacco. Era
stato preventivato, ma si pensava ad un posto migliore. Non è il primo bivacco
che faccio sulle staffe e, credo, non sarà neppure l’ultimo. Mentre ognuno di noi
cerca di prepararsi al meglio per la notte, vedo il Tono togliere dal sacco una rete
che mi incuriosisce parecchio. Gli dico: “Cos’è? un nuovo sacco da bivacco?
Oppure hai sbagliato sacco e hai preso quello del Valentino per andare a pesca-
re”. Il fratello di Tono, Valentino, è un grande appassionato di pesca. Sapete che
Cassin aveva un’azienda di attrezzature da montagna e proprio in quei giorni
aveva inserito un nuovo ar-
ticolo: una amaca per faci-
litare e rendere più piace-
voli questi tipi di bivacco.
Mentre io e l’Alberto ci si-
stemiamo alla bell e meglio
all’antica sulle staffe, Tono
molto sorridente pianta
chiodi a una distanza di cir-
ca un paio di metri, ancora
l’amaca con due moschet-
toni e oplà, l’amaca è appe-
sa pronta per entrarci.
Adesso comincia il bello,
cercare di entrare in questa
trappola non sembra da su-
bito un’operazione molto
facile, comunque di tempo
ne abbiamo, dato che biso-
gna far passare la notte,
però ogni cosa ha un limite
e dopo oltre mezz’ora di
tentativi Tono rinuncia
all’amaca e torna anche lui
al modo antico: una staffa
per gamba e buona notte.
Al mattino mentre ci stia-
mo districando dal nostro
difficile e scomodo bivac- In apertura della via Redaelli-Tono Cassin-Dotti.
co, amici saliti da Mandello raggiungono la base della parete. Sono venuti a tro-
varci e le loro grida di saluto ci fanno molto piacere. Riprendo a salire. Le diffi-
coltà non diminuiscono: un tiro di corda poi un altro, poi un altro ancora. Come
ieri siamo raggiunti dal sole, oggi poi sembra che scotti più di ieri, la sete ci tor-
menta parecchio, ma non abbiamo più molta roba liquida e quella poca la voglia-
mo tenere per un altro eventuale bivacco. Infatti siamo all’imbrunire e la parete
che ci sovrasta si presenta ancora molto ostile, così ci prepariamo ad un’altra
tremenda sosta sulle staffe. Comincio a piantare qualche chiodo per assicurarci.
Chiedo al Tono se questa sera fa fare a me un tentativo di entrare nell’amaca,
visto che lui non c’è riuscito. Non ci sono problemi, mi passa l’amaca. Chiedo
all’Alberto di piantarmi un chiodo vicino a lui, in modo che l’amaca sia bella
distesa e devo dire che all’apparenza sembra tutto a posto, ma entrarci è un affare
veramente difficile! Con l’aiuto del Tono a destra e di Alberto a sinistra che la
tengono aperta riprovo nell’impresa. Dopo essermi ribaltato fuori un paio di vol-
te, divertendo tanto i miei compagni, finalmente trovo la stabilità ma non la co-
modità. Avete presente quando i pescatori alzano la rete piena di pesci e questi
sono tutti avvolti senza possibilità di movimento? Io ero nella stessa posizione,
schiacciato e avvolto nella rete tanto da non poter muovere neppure le braccia.
Non ho dovuto riflettere molto per abbandonare l’idea di passare la notte nell’ama-
ca e cinque minuti dopo eccomi bardato all’antica sulle staffe. L’unica nota posi-
tiva è che sono passate velocemente un paio d’ore e nei bivacchi scomodi non è
poco. Anche questa notte passa senza grossi problemi, abbiamo parlato e cantato
molto e dormito quasi niente. Abbiamo passato momenti di riflessione sulle dif-
ficoltà superate in questi due giorni, confrontandole con quelle superate pochi
giorni orsono sulla Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo e abbiamo concluso che
non sono per nulla inferiori, solo che le Lavaredo sono molto più famose del
Sasso Cavallo e questo porterà a rendere la nostra via all’apparenza meno impor-
tante. Riprendo a salire, le difficoltà sono sempre molto alte, ma dopo una trenti-
na di metri su roccia grigia e molto compatta supero un leggero strapiombo che
ostruisce la salita e la visibilità sul prosieguo della parete. Con non poche diffi-
coltà riesco a superare anche questo ostacolo e, grande sorpresa, quando con la
testa vado al di sopra dello strapiombo ai miei occhi si presenta una parete molto
più abbordabile e a sole poche lunghezze di corda dalla vetta. Comunico la lieta
notizia ai miei compagni, mi fermo su di un comodo terrazzino, pianto un paio di
chiodi e comincio a recuperare Tono e Alberto. Riprendo a salire, i tiri di corda
sono sempre meno impegnativi e in poco meno di tre ore siamo sulla cima felici
e contenti. Di comune accordo decidiamo di dedicare questa ascensione all’ami-
co Arnaldo Tizzoni, accademico del CAI appartenente al gruppo Ragni, recente-
mente scomparso sul Cassandra in val Malenco.
Archiviata anche questa bellissima avventura, riprendo il solito tran tran della
vita quotidiana. Al mattino mi alzo alle sei, faccio colazione poi venti minuti a
piedi per scendere da Luzzeno (la frazione dove abito) fino alla stazione ferrovia-
ria dove con il treno delle 6.50 mi porto a Lecco. Altri venti minuti per arrivare
a Germanedo al lavoro.
Il lavoro alle Ferriere Cima mi dà molte soddisfazioni ma purtroppo mi lascia
poco tempo da dedicare alla montagna, praticamente solo il fine settimana ed è
veramente poco per un alpinista dal mio passato. Così dopo la conquista della sud
ovest del Sasso Cavallo ho voglia di tornare sulle grandi montagne. Mi mancano,
sento molto la loro lontananza perchè solo con la Grigna non riesco ad appagare
la mia passione. Discuto di questa cosa con Aurora e con gli amici che di solito
incontro al venerdì sera nella sede del CAI Mandello e con loro trovo l’accordo
per un fine settimana da passare nel gruppo del Monte Bianco.
Io e Aurora abbiamo
qualche problema
con i figli ma con un
po’ di suppliche riu-
sciamo a sistemarli
presso i parenti. La
mattina di un bel-
lissimo sabato con
Aurora, Edo, Mos e
Giancarlo parto per la
volta di Courmayeur.
Obiettivo è di salire
il Dente del Gigante,
una delle guglie più
belle e conosciute
nel gruppo del Mon-
te Bianco. Per me ma
anche per Aurora è
un’ascensione già co-
nosciuta, però ci tor-
niamo sempre volen-
tieri. Dalla sua cima
si gode a 360° uno
dei panorami più bel-
li ed emozionanti che
si possano ammirare
nel gruppo del Monte
Aurora in partenza per il Bianco con me
Bianco. e gli amici Giancarlo De Battista, Adriano Trincavelli (Moss).
Partenza all’alba da Mandello. Giancarlo dirigente del Velluttificio Redaelli è
un caso di omonimia e niente altro, è quello che ha la macchina più grossa, ed è
proprio con la sua Lancia Fulvia che ci dirigiamo con grande entusiasmo verso
Courmayeur in Valle d’Aosta. Ma già da subito, appena fatti pochi chilometri e
precisamente sul lungo lago di Lecco, il primo inconveniente. Incappiamo in una
lieve infrazione stradale che alla Polizia non passa innosservata e con tanto di
paletta alla mano il poliziotto ci ferma. Mentre l’agente della Polstrada chiede i
documenti al Giancarlo, il Moss per paura che parte dei soldi a disposizione per
questo viaggio se li prenda la Polizia, si affaccia al finestrino e comincia a fare
il ‘piangina’, implorando di non darci la multa e mostrando le mani esclama:
“Guardi, siamo dei poveri operai che vanno a scalare sul Monte Bianco, se ci dà
la multa se ne va buona parte dei nostri averi e dobbiamo tornare a casa”. Poi,
indicando me e Aurora esclama: “Loro sono genitori di due bambini. Dai faccia
il bravo, guardi le mie
mani, sono le mani di
un operaio che ha la-
vorato tutta settima-
na”. Il povero Moss,
Adriano Trincavelli,
quando incomincia,
pur di non spendere
non molla mai l’osso.
Anche il poliziotto con
voce amichevole dice:
“Veramente io guardo
le mani dell’autista e
non mi sembrano pro-
prio quelle di un opera-
io. Comunque andate e
state più attenti”. Pas-
sato il piccolo spavento
e con una guida molto
più prudente, dopo un
viaggetto di circa quat-
tro ore raggiungiamo
Courmayeur.
Ogni volta che torno
qui rivivo sempre mo-
menti bellissimi, gran- Istantanee di una giornata indimenticabile al Dente.
di ricordi di gioventù, Sono presenti Adriano Combi, Giancarlo , Aurora e Giorgio.
le mie prime ascensioni su questa grandiosa montagna. Poi i ricordi del periodo
militare passato in parte fra Aosta al Castello Generale Cantore e Courmayeur al
“Nucleo sci agonistico” della Scuola Militare Alpina di Aosta, appartenente alla
sezione sci alpinistica. Nella casermetta di Courmayeur sono rimasto oltre un
mese con altri alpini scelti, rocciatori, guide alpine. Obiettivo della S.M.A. era
quello di girare dei documentari didattici. Ho veramente tanti amici a Courma-
yeur fra le guide e i maestri di sci, ma anche fra la gente comune. Parcheggiamo
la macchina nella piazzetta vicino al bar delle guide. Prendiamo un caffè e qui
incomincio a trovare i primi amici, tanto che qualcuno dei miei compagni escla-
ma: “Mi sembra di essere a Mandello, ti conoscono tutti!” Poi c’incamminiamo
nella via principale, a fare due passi alla ricerca di altri amici che ho tanta voglia
di rivedere. Primo fra tutti Toni Gobbi, che ha un negozio di articoli sportivi ed
è il punto di riferimento di tutti gli alpinisti che passano da Courmayeur. Credo
che non ci sia alpinista che una volta a Courmayeur non vada a portare un saluto
a questo grande personaggio. Toni Gobbi è una guida alpina ed è un vero grande
amico. È la persona che più di ogni altro mi ha aiutato a conoscere questa grande
montagna. Poi dato che gli amici sono tanti non ho il tempo per andarli a trovare
uno ad uno.
Qui vicino c’è la casa di Ruggero Pellin e la macelleria di Catellino. Questi due
assieme a Walter Grivel sono quelli che ricordo più volentieri. Con loro e con
Marcel Barreux, nipote della grande guida Arturo Ottoz, ho passato bellissimi
momenti. Mi piace ricordare il periodo dei tentativi al Pilone Centrale di Freney,
che più volte ho effettuato con Marcello Barreux. Di Ruggero e Walter poi mi
torna alla mente il giorno della loro prima avventura in parete, avventura perpre-
tata all’insaputa dei famigliari (io e Aurora eravamo gli unici a saperlo). Allora
eravamo in tenda al Peterey in Val Veny, vicino alla baita di nonno Truchet. È
l’alba quando qualcuno chiama fuori dalla tenda. Sono Ruggero e Walter, mi
avvisano che stanno partendo per la loro prima grande scalata. L’intento è di af-
frontare il Pic Gamba. Allora giovanissimi, sono alla loro prima esperienza lon-
tano dalla palestra di roccia di Dolonne. Ricordo che ormai all’imbrunire, anzi
cominciava a far buio, i due ragazzi non erano ancora rientrati. Mi avvio loro
incontro, ma appena lasciata la baita di nonno Trouchet li vedo comparire felici e
contenti. Dai loro occhi sprizza una gioia infinita, quella gioia che senti ogni
volta che raggiungi una cima. Finita questa piacevole rimpatriata, riprendiamo la
nostra avventura che ci porterà al Dente del Gigante. Ci rechiamo a la Palud dove
sistemiamo la macchina da un altro grande amico di vecchia data: Giorgio Perona
dell’hotel Valle Blanche. Anche da Giorgio ho avuto moltissimi favori nei miei
tempi d’oro a Courmayeur. Giorgio non è alpinista, ma lui ha un albergo e il papà
è stato il responsabile della funivia che sale al rifugio Torino. Anche qui grande
rimpatriata. È molto bello quando rivedi persone con le quali puoi rinverdire
molti ricordi di gioventù. Poi senza molta fretta saliamo con la funivia fino al ri-
fugio Torino dove passeremo la notte. Preso possesso delle brande, lasciamo gli
zaini. Il sole è ancora alto, decido di portare gli amici a fare un giro sul ghiaccia-
io del Colle del Gigante fino al colletto fra il Petit e il Grand Flambeau dove il
panorama è notevole e si possono rimirare tutto intorno le bellissime cime del
Maudit, del Tacul, il Grand Capucin, l’Aiguille de Midi e giù in fondo a destra il
Petit Dru e l’Aiguille Verte; verso est mille metri più in alto domina il Dente del
Gigante, nostro obiettivo di conquista per l’indomani. Rientriamo in rifugio, pre-
pariamo gli zaini per la scalata, una veloce cena poi una sortita per fare due passi
digestivi fuori dal rifugio e godere in tutta la sua bellezza del sole che tramonta
sull’Aiguille Noire e sull’imponente massiccio del Monte Bianco. È ora di anda-
re a dormire, domani mattina si parte presto, è nelle mie abitudini partire molto
presto. Mentre ci corichiamo, sistemati in un camerone tutti assieme, alcuni
amici faticano a prender sonno. Un po’ l’altezza (siamo oltre i tremila metri), un
po’ anche il timore per l’ascensione dell’indomani e le domande fioccano a iosa:
sulle difficoltà che il giorno dopo incontreremo, sulla pericolosità, sul tempo, ma
piano piano, uno alla volta ci addormentiamo tutti. Sono le quattro quando il
custode bussa alla porta, ci prepariamo velocemente, prendiamo un thè caldo con
qualche biscotto. Non è ancora l’alba di una giornata che si preannuncia bellissi-
ma. Ci portiamo al pian terreno verso la porta, ci leghiamo ancor prima di uscire,
il ghiacciaio è dietro l’angolo. Siamo divisi in due cordate: io, Aurora e Giancar-
lo; Edo e Adriano. Lasciamo il rifugio che è ancora quasi buio. Mi è sempre
piaciuto partire molto presto il mattino, i motivi sono diversi: il primo per avere
più ore davanti a disposizione per l’ascensione, secondo perché si riesce a fare la
scalata davanti agli altri e questo ci riserva meno pericoli, come ad esempio quel-
lo di esporsi alla caduta di sassi. Ci incamminiamo sul ghiacciaio del Gigante per
portarci, con un tratto all’inizio in leggera discesa e prestando molta attenzione ai
crepacci, al punto dove si comincia a salire verso la nostra meta: il Dente del
Gigante. Puntiamo verso un ben visibile canalino che raggiungiamo dopo avere
superato la crepaccia terminale. Superato questo breve ostacolo proseguiamo per
pendii di neve misti a roccia, a dire il vero non molto difficili e dopo circa due ore
raggiungiamo la base del Dente, punto questo chiamato la Gengiva che è l’attac-
co vero e proprio della via di salita. Siamo immersi in un gran silenzio, l’alba è
sorta da poco. Zaini a terra, facciamo un breve ma meritato riposo accompagnato
da un leggero spuntino. Il silenzio è rotto ogni tanto dal rumore del ghiacciaio in
continuo movimento, ma non è un rumore che disturba, anzi direi che rallegra, ti
fa sentire che sei vivo e qui vi posso assicurare trattarsi di un altro vivere. Lo
afferma anche l’Edo, che guardando all’orizzonte esclama: “Ma cosa può esserci
di più bello?” Risistemiamo le corde e incomincia la nostra tanto sospirata scala-
ta. Parto io con Aurora che mi assicura e Giancarlo che segue la progressione con
molta attenzione. Giancarlo è il nipote del famoso dottor Cesana, vi ricordate? La
persona che mi ha fatto conoscere il Civetta. Salgo i primi trenta metri con diffi-
coltà appena al di sopra del secondo, terzo grado. Raggiungo la base della grande
placca dove inizia l’ascensione facilitata da una grossa corda di canapa e qui
faccio salire prima il Giancarlo poi Aurora. Intanto il Moss legato con Edo co-
mincia anche lui a salire e ha qualche problema di comunicazione con il compa-
gno, essendo questo leggermente duro d’orecchi. Dalla prima sosta in avanti
l’ascensione è facilitata di continuo dalle corde di canapa, veramente molto gros-
se tanto che Aurora fa fatica a impugnarle. Procediamo molto bene, è un diverti-
mento e una gioia indescrivibile. La giornata è di quelle difficili da trovare in alta
montagna, ma di quelle che quando ci sono ti creano una grande emozione. Ab-
biamo poi gli amici dietro che ci divertono con le loro continue e frequenti di-
scussioni. Edo con il suo leggerissimo difetto di udito non sempre sente i richia-
mi del Moss e questo crea battibecchi a volte proprio divertenti. La mia cordata
è in sosta in cima alla grande placca. Questo è uno dei punti più esposti, c’è un
grande vuoto sulla Val Ferret e sul ghiacciaio della Mer de Glace. Giancarlo non
è proprio entusiasta di guardare verso il basso. Quando lo sguardo si sofferma a
guardare verso il Colle del Gigante, s’intravvedono altre cordate che seguono le
nostre tracce. Parto per una traversata verso destra. Anche questa lunghezza di
corda è facilitata dalle famose grosse corde fisse, spira un’aria frizzante che rende
il palmo della mano tanto secco da far fatica ad aggrapparsi alle corde. Tendono
a scivolare, allora ad ogni bracciata bisogna inumidirle con l’unico ingrediente a
disposizione: la saliva. Tocca al Giancarlo salire e questo traverso molto esposto
e verticale gli crea un piccolo problema: negli ultimi metri gli scivolano le mani.
Ha la bocca secca, non riesce ad innumidire le mani. Essendo poco sotto di me,
mi offro in aiuto con dell’umido mio, basta che lui rivolti il palmo della mano
verso l’alto. E così è stato. Sono le undici quando raggiungiamo la cima. Siamo
oltre i 4000 metri. Pochi minuti, giusto per immortalare la conquista e godere
dell’immenso panorama che ci circonda. Quassù si percepisce un’atmosfera par-
ticolare, direi unica scrutando l’espressione degli amici. Tutto questo in un gran-
de silenzio rotto solo dal tintinnio di qualche chiodo o moschettone appeso in
vita. Poi giù velocemente perché dal ghiacciaio diverse cordate si stanno avvici-
nando alla parete, perciò è meglio portarci alla base, altrimenti quando si incro-
ciano gli alpinisti che scendono con quelli che salgono potrebbero sorgere intop-
pi. In fondo alle corde fisse facciamo gli ultimi metri a corda doppia e
raggiungiamo di nuovo la gengiva proprio mentre la prima cordata si appresta ad
attaccare. Ora possiamo rilassarci e concederci un meritato riposo. La giornata
continua ad essere bellissima, il sole ci ha raggiunto ed è molto caldo, tanto che
qualcuno di noi si mette pure a dorso nudo. Prepariamo nella neve uno spiazzo
qualche metro poco distante dalla parete. Tolto il fornello dallo zaino, il Giancar-
lo prepara il thè. Prendiamo il resto dei viveri dagli zaini e cominciamo a sgra-
nocchiare qualche cosa che ci aiuti a recuperare un po’ di forze. Ormai sono più
di sei ore che siamo in giro. Chi in piedi, chi seduto ci godiamo un panorama
fantastico. Di fronte a noi con tutta la sua grandiosità si presenta il Monte Bianco
illuminato dal sole che esalta pienamente tutta la sua immensa magnificenza, poi
da sinistra la Noire, la Blanche, il Maudit, il Tacul, la Midi, la Valle Blanche,
l’Aiguille de Plaine, il Grepon, il Charmox ed infine il Dru e l’Aiguille Verte.
Sotto di noi il lungo serpentone del ghiacciaio della Mer de Glace. Con una gior-
nata così, lo spettacolo è veramente indescrivibile. Di tanto in tanto un’occhiata
alle cordate che salgono la via normale del Dente. C’è pure una cordata sulla
parete sud, via Burgasser, via che ho salito tanti anni fa, quando ero in servizio
militare alla Scuola Militare Alpina di Aosta. Allora la salii con un istruttore: il
capitano Partini. Con lo stesso ufficiale sempre in quel periodo ho salito in secon-
da ascensione assoluta la via Rebuffat all’Aiguille de la Brenva. Molti ricordi mi
assalgono pensando al tempo che ho passato su questa montagna e i miei compa-
gni, per la prima volta da queste parti, stanno vivendo un momento felice e io
credo che questi momenti solo la montagna li possa dare.
La nostra sosta ai piedi del Dente del Gigante dura più di un’ora, ma adesso
bisogna rientrare. Un’ultima occhiata alle cordate che stanno salendo. Devo ag-
giungere: per rendersi conto che la vetta di questa magnifica guglia è ambita dagli
appassionati di tutto il mondo basta ascoltare le voci che giungono dalla parete.
Guarda caso noi al momento siamo gli unici italiani, perché dall’alto si sente par-
lare in francese, tedesco, inglese. Riprendiamo a scendere. In fondo al canalino,
superata la crepaccia terminale io, Aurora e Giancarlo c’incamminiamo lenta-
mente sul ghiacciaio in attesa degli amici. Ad un tratto alle nostre orecchie giun-
gono grida esasperate. È il Moss che avverte l’Edo di fare attenzione al crepac-
cio. Come già sapete l’amico è leggermente duro d’udito. Alla terza risposta che
è sempre la stessa: “Cosa hai detto?” vediamo l’amico sprofondare nel crepaccio
terminale. Niente di pericoloso ma un intermezzo che ancora oggi, a distanza di
tanti anni, quando ricordiamo all’Edo l’episodio, ci facciamo veramente delle
grandi risate, ma che non durano molto perché il pensiero corre all’amico Moss
morto prematuramente in un tragico incidente invernale sulla Grigna. Con molta
calma nel primo pomeriggio raggiungiamo il rifugio Torino, poi giù in funivia
fino a la Palud. Un saluto all’amico Perona e signora dell’hotel Valle Blanche,
poi via verso casa: domani inizia un’altra settimana lavorativa, ma dopo giornate
come queste, il lavoro mi si presenta di gran lunga più gioioso.

Nel 1965 la Anton Schroll & Co. di Vienna esce con un bellissimo volume “Il
Libro delle Dolomiti” tradotto in italiano da Silvia Manassero e ristampato dalla
Zanichelli di Bologna. È un bellissimo libro arricchito con moltissime fotografie,
ma quello che l’ha reso per me oltremodo interessante è un capitolo dal titolo: “Il
Muro del Gelo” che racconta le fasi più salienti e importanti della prima inverna-
le del diedro Livanos sulla parete nord ovest della Cima Su Alto nel gruppo del
Civetta, ascensione che ho compiuto nel 1962 con i bellunesi Roberto Sorgato
e Giorgio Ronchi. Lo trascrivo integralmente perchè merita veramente di essere
letto.
“La parete nord ovest di Cima Su Alto, mt.800, grado di difficoltà sesto superio-
re, tempo di scalata dalle 15 alle 20 ore (i primi arrampicatori impiegarono tre
giorni interi), insomma una delle ascensioni più difficili delle Alpi. La sua prima
scalata invernale avvenne tra il 19 e il 22 Febbraio 1962 ad opera di Roberto
Sorgato, Giorgio Ronchi e Giorgio Redaelli di Belluno.
Il 19 Febbraio alle sei del mattimo la cordata partì dal Pian de la Lora e dopo
le 9 cominciò a tagliare i primi scalini nel ghiaccio del tratto inferiore. Alla sera
raggiunse la nicchia
sotto la gigantesca
fenditura.
20 febbraio. Il fred-
do era pungente
ma il tempo bello.
L’equipaggiamento
era pesante e i tre si
chiesero se non era il
caso di lasciare una
parte degli ottanta
chiodi che aveva-
no con sè. Decisero
però di portarli tutti
e fu un bene, perché
nell’estate 1961 una
cordata tedesca ave-
va tolto tutti i chiodi,
anche quelli di auto-
assicurazione. Tutti i
chiodi necessari do-
vettero essere nuova-
mente piantati…con
le dita intirizzite, che
minacciavano di at-
taccarsi al ghiaccio,
L’ombra dell’aereo sfiora gli alpinisti sulla Su Alto
stando spesso su ap- (Foto Zanfron).
poggi strettissimi e ghiacciati.
Nel pomeriggio un aereo si avvicinò temerariamente alla parete: amici che vo-
levano vedere i loro amici. Alcuni cenni di mano e i tre scalatori furono nuova-
mente soli. Bivaccarono sulle corde. Poiché i chiodi normali non erano sicuri,
ne aggiunsero qualcuno a pressione. Mentre Sorgato cercava di passare il sacco
da bivacco sopra la testa, questo gli sfuggì dalle mani rattrappite, scomparendo
nel vuoto. Per scaldarsi, battevano i piedi irrigiditi contro la parete, ma la cir-
colazione del sangue si manteneva debole. Come cibo presero unicamente delle
vitamine in pillole, che avevano nessun sapore. Sorgato cercò di fumare una
sigaretta, ma anche questa non sapeva di niente.
Una notte di sofferenze e di rinuncie! Sembra quasi incredibile che dopo una not-
te simile degli uomini potessero ancora superare difficoltà, che persino d’estate
richiedono il massimo sforzo anche ai migliori rocciatori.
21 febbraio. Si continuava ad avanzare sul muro del gelo, rigidi per il freddo e im-
pacciati nei movimenti per i pesanti indumenti invernali. D’improvviso un chio-
do si staccò e Redaelli, che era primo in cordata, si trovò a penzolare nell’aria,
lontano dalla roccia. Sorgato riuscì a reggere la caduta. Redaelli dovette lottare
duramente per riuscire ad attaccarsi di nuovo alla parete. Dopo questo grave
intermezzo, la cordata raggiunse verso mezzogiorno un cornicione, che fu per
loro una vera “oasi”. Qui si
concessero una corroborante
sosta, cucinarono e mangia-
rono, dando la preferenza a
bevande calde.
Guardando giù nel vuoto,
gli autori di questa grande
impresa invernale potevano
vedere i bianchi versanti del-
la val Civetta cospargersi di
tracce sempre più numerose.
Tracce di amici, che venivano
ogni giorno per vedere come
stavano i tre rocciatori. E per
far sapere agli amici che sul-
la parete tutto andava bene,
l’instancabile Giorgio Reda-
elli cantava allegre canzoni.
Anche Ronchi, di natura taci-
Finalmente in vetta... turna, ruppe una volta il suo
Su Alto, invernale 1962 (Foto Zanfron).
silenzio per osservare con filosofica serietà che ‘d’estate in questa regione deve
fare un po’ più caldo’.
Anche nel difficile tratto seguente non c’erano chiodi, che dovettero essere tutti
piantati come i precedenti, perdendo molto tempo prezioso. Infine la cordata
raggiunse il “ grande camino”, che fende la parte superiore della parete. Con-
temporaneamente la roccia assume un aspetto profondamente e tipicamente in-
vernale. Ovunque si guardasse, solo neve e ghiaccio: acqua congelata e neve
fresca portata dal vento! Alcune fessure erano completamente colme di neve e
inaccessibili. Bisognava quindi cercare una via accanto ad esse. Avanzare era
estremamente pericoloso, rischioso e indicibilmente difficile. Una sporgenza ri-
chiese un lungo e duro lavoro e potè essere superata solo con l’aiuto delle staffe.
Mentre ciò avveniva con grande lentezza, sopraggiunse nuovamente il crepusco-
lo, con le ultime forze riuscirono a superare l’ultimo ostacolo e a raggiungere un
minuscolo luogo di sosta. Solo l’idea di un secondo bivacco sulle corde li faceva
rabbrividire di orrore, per cui Redaelli cercò di arrivare ad una nicchia nel ca-
mino, calandosi nell’oscurità. Vi riuscì. Dopo aver liberato dalla neve la nicchia
dell’oscuro camino, prepararono il bivacco. Furono piantati numerosi chiodi per
rendere sicuro quel piccolo posto su cui Sorgato e Ronchi potevano stare seduti
mentre Redaelli doveva rimanere in piedi. Il terzo bivacco in parete.
22 febbraio. Si manifestarono i primi sintomi di congelamento. I tre scalatori

Finalmente a valle dopo la Su Alto...


speravano di giungere quel giorno in vetta. Ad un certo punto il camino si bifor-
cava: a destra si vedevano dei chiodi, a sinistra niente. Seguirono i chiodi per
oltre 40 metri, poi diventò impossibile proseguire. Un moschettone da discesa
appeso ad uno strapiombo indicava che non vi era modo di proseguire. Quindi
ritorno. Due preziose ore erano andate perse. La biforcazione di sinistra si ri-
velò la giusta continuazione della via. I tre avevano appena finito di tirare un re-
spiro di sollievo, che sorsero nuove preoccupazioni: il tempo si metteva al brutto.
Come prima avvisaglia giungeva dalla Marmolada una bianca coltre di nebbia,
ai cui margini navigavano veli grigio scuri. Questi, muovendosi sempre più su,
andarono a posarsi sulle pareti del Civetta. Via dalla parete, prima che incomin-
ci l’inferno di una tempesta invernale! Sorgato conduceva, Ronchi era in mezzo,
Redaelli in coda cantava e scherzava, pur portando tutto l’equipaggiamento.
Alle sedici la cordata era in vetta. I tre rocciatori si abbracciarono, poi, nella
tempesta di neve, iniziarono la discesa, di cui solo Sorgato e Redaelli avevano
qualche idea.
Dopo qualche giro inutile sulla cresta, mentre cercavano il modo di arrivare al
ghiacciaio De Gasperi per raggiungere di lì la val dei Cantoni, videro sbucare
all’improvviso tre figure, gli amici che stavano in pensiero per loro: Toni Serafi-
ni, Livio De Bernardin e Augusto Allegranzi: con loro la discesa non era più un
problema, ma la brevità del giorno impose ancora un bivacco. In quella notte sui
monti del Civetta infuriò una gran tempesta di neve. Gli scalatori però avevano
trovato rifugio in una buca di neve e sopportarono bene la tempesta. Il mattino
successivo (23 febbraio 1962) il sole splendeva sulla Val dei Cantoni.
E dopo? Dopo simili fatiche un uomo non ne ha abbastanza per tutto il resto
della vita?
Un anno più tardi Giorgio Redaelli scalava in otto giorni la parete del Civetta
con Toni Hiebeler e Ignazio Piussi (28 febbraio-7 Marzo 1963). Roberto Sorgato
seguì la cordata con Natalino Menegus e Marcello Bonafede, aggiudicandosi
così la seconda scalata invernale di quella parete (4-7 Marzo 1963). I gelidi
giorni e le gelide notti non avevano spezzato il loro spirito d’avventura”.
Sono veramente felice e orgoglioso di vedere scorrere il mio nome su di un libro
così importante, forse perché la stampa e l’ambiente alpinistico non si sono mai
occupati più di tanto della mia vita e delle mie imprese.
La montagna e le grandi pareti mi stanno nuovamente portando fuori strada, cioè
sta tornando la voglia di grandi pareti, ma la famiglia ora che è abbastanza nume-
rosa frena un pochino il mio istinto. Comunque compio diverse ascensioni sia in
Dolomiti di Brenta che in Val Masino Bregaglia e in Val Bondasca. La salita più
importante non ho dubbi nel dire che è stata la Nord Est del Badile, via Cassin,
una delle più belle classiche delle Alpi centrali. Ero già salito su questa parete
anni orsono, ma questa è una via che si ripete perché è molto piacevole e non
eccessivamente dura e che presenta un’arrampicata libera entusiasmante. Miei
compagni in questa piacevole avventura tre giovani lecchesi. Negli anni a seguire
tutti e tre entreranno a far parte del gruppo Ragni. Sandro Maggi è il mio compa-
gno di cordata. L’altra cordata è composta da Dario Cecchini e Natalino Airoldi.
Si parte da Lecco con due macchine, è nostra intenzione portarne una ai Bagni di
Masino, così dopo aver salito la parete del Badile potremo scendere dal versante
italiano, via normale, più comoda e raggiungere i Bagni passando dal rifugio
Gianetti. E così è stato. Poi con l’altra macchina ci portiamo a Bondo e da lì sa-
liamo al rifugio Sass Furà dove passiamo la notte. È stata una notte, almeno nella
prima ora, da ricordare. Il reparto notte lo si raggiunge attraverso una fenditura
che porta nel dormitorio, di fronte ti trovi due grandi tavolacci a castello dove
possono accomodarsi per la notte, se ricordo bene, dieci persone sotto e dieci
sopra. Sopra la porticina d’entrata c’è una specie di armadio dove con una scala
a pioli è sistemato il letto del gestore e di sua moglie. Perché, direte, una notte
da ricordare? Perché con il silenzio della notte si sono cominciati a sentire strani
rumori, strani non più di tanto. Due in particolare i rumori: quello che ha creato
per un dieci minuti commenti non trascrivibili, che provenivano dall’armadio
sopra la porta d’entrata. L’altro rumore veniva dalla mia pancia, che dopo avere
ingerito del ciokovo e imbevuta di vino bianco frizzante, mi ha creato veramente
grossi problemi di aria non proprio salubre, tanto che i soci mi hanno obbligato
a uscire per prendere e dare un po’ d’aria. Tutto si calma finalmente e quando
rientro stanno tutti dormendo. Alle ore tre e trenta lasciamo il rifugio e ci incam-
miniamo verso la nostra parete. Saliamo fino alla base dello spigolo nord. Qui da
un colletto scendiamo e attraversiamo fino a portarci all’attacco. Durante questo
traversata sorgono due piccoli problemi. È buio, viaggiamo alla luce delle pile a
casco, il cielo è pieno di stelle, la giornata si presenta ideale per accompagnarci
durante la nostra scalata ma Sandro mi dice che non sta tanto bene. Ha mal di te-
sta, ma è un mal di testa che io conosco per averlo provato in occasione delle mie
prime grandi salite, e so che allo spuntare del sole quel fastidio passerà da solo.
I novecento metri della nord est fanno paura, perciò dò una pastiglia di cibalgina
al Sandro dicendogli: “Visto il tempo così bello, andiamo almeno fino all’attacco,
poi vediamo”. Intanto nella traversata su neve dura io continuo a battere la punta
degli scarponi con veemenza. In assenza di ramponi è l’unico modo per progre-
dire con una certa sicurezza e quelli che mi seguono trovano le sembianze di un
piccolo gradino. Ma ancora prima di arrivare all’attacco, la suola dello scarpone
sinistro si stacca davanti alla punta, tanto da doverne tagliare quasi mezza suola.
Arriviamo all’attacco che è gia giorno. Zaini a terra ci leghiamo e inizia la nostra
scalata. Partiamo io e Sandro per primi, seguiti da Dario e Natalino. Nelle prime
lunghezze di corda, la mancanza di parte della suola dello scarpone sinistro mi
crea qualche problema di aderenza, ma pur con questo inconveniente, riesco a
progredire abbastanza velocemente. Anche per Dario e Natalino non ci sono pro-
blemi. Se pur ancora abbastanza giovani dimostrano una grande esperienza; così
tiro dopo tiro saliamo con grande soddisfazione verso la cima che raggiungiamo
in meno di sette ore. Sulla cima allungo la mano al Sandro, grande stretta e gli
chiedo: “Come va il mal di testa di questa mattina?”. Quasi quasi non si ricor-
dava nemmeno d’averlo avuto, ne ero sicuro sin dal mattino che una volta fatto
giorno il Sandro non avrebbe detto più niente. Grande gioia di tutti e quattro,
poi giù fino al rifugio Gianetti, dove facciamo una breve sosta a salutare l’amico
Giulio Fiorelli, guida e gestore, poi si scende fino ai Bagni di Masino. Anche qui
ci fermiamo a salutare la Vera all’albergo dei Bagni. È una fermata questa quasi
obbligatoria per i lecchesi che passano da queste parti, rituale incominciato tanti
anni orsono, quando Cassin e compagni raggiunsero questa località al rientro
della tragica prima ascensione assoluta della nord est del Badile dove persero la
vita gli alpinisti comaschi Molteni e Valsecchi. Salutata la Vera via alla volta di
casa. L’idea delle due macchine, una per parte è stata eccezionale. Giunti però in
prossimità del bivio per la Valchiavenna, e precisamente a Colico, il Natalino che
ha fretta di rientrare, dice che la macchina a Bondo manderò qualcuno domani a
prenderla. Lui può, è un datore di lavoro, così prima del tramonto sono di nuovo
a casa e anche questa bellissima avventura è finita.
Durante un fine settimana passato un’altra volta in Val Masino con i soliti amici,
di ritorno, dopo aver salito la via Molteni al Pizzo Badile e lo spigolo Vinci al
Cengalo, al Rifugio Gianetti faccio conoscenza con Giordano Dell’Oro, presi-
dente del CAI di Valmadrera. È con lui Piero Piacco. Conosco Giordano e Piero
per via dei loro sfortunati fratelli, ottimi scalatori che avevo più volte incontrato
in Grignetta e che hanno perso la vita in incidenti di montagna. Il Dell’Oro sulla
via Cassin alla Torre Trieste e Attilio Piacco sulla vicina Punta Torelli. Dell’Oro
e Piacco mi confidano che il CAI Valmadrera vuole fondare una scuola di roccia
da dedicare al fratello di Piero e sono alla ricerca di un istruttore nazionale. Mi
propongo subito come candidato, disponibile da subito, bastano poche parole e
l’accordo è fatto.
Nella primavera del 1966 sono fra i fondatori della Scuola d’Alpinismo Attilio
Piacco, dove se ricordo bene, resterò direttore del corso per oltre un decennio.
Qui mi faccio veramente tanti amici, ricordarli tutti non mi è facile: Giordano,
Luigi, Darvino, Beppe, Ricci, Castagna, il Piero Piacco e tantissimi altri, con i
quali mi scuso per non ricordare i nomi. Nella conduzione dei corsi sono affian-
cato da Felice Butti e Pierlorenzo Acquistapace e da altri istruttori valmadreresi.
Molti sono i ricordi piacevoli di questo periodo ricco di grandi soddisfazioni. Fra
i tanti, in primo piano quello degli allievi che hanno frequentato questa scuola di
roccia, senz’altro fra le migliori scuole che ho conosciuto in quel periodo. Il CAI
Valmadrera mi ha sempre dato molto, tanto che in tempi recenti sotto la presiden-
za di Giambattista Magistris, su proposta dei soci onorari: Sergio Necchi, Piero
Piacco, Luigi Corti e Darvino Dell’Oro sono stato iscritto nell’albo d’onore. Ma
in tempi più remoti, anche il bellissimo ricordo di avere aperto una via nuova ai
Corni di Canzo e precisamente sul Corno Grande, con difficoltà di sesto grado.
Compagno di ascensione Alberto Dotti (maggio 1967), ascensione questa dedi-
cata ad Attillio Piacco, al quale è già stata dedicata anche la scuola di alpinismo.
La sezione del CAI di Valmadrera è stata per me una grande famiglia. Tutti gli
appartenenti mi hanno sempre voluto bene, cominciando dai loro presidenti:
Giordano Dell’Oro, Tessari, Magistris.
Tornando indietro qualche riga dove ho ricordato tanti amici e scusandomi di
non ricordarli tutti, c’è comunque un’allieva di uno dei primi corsi di roccia che
ricordo in particolare: Bergna, “Tata” per gli amici. Lui li ricorda tutti gli amici
e per tutti ha avuto qualche cosa da dire, in una sua filastrocca.

Sopra: Vera Cenini a Valmadrera con Mario Conti, Ezio Scetti e Giorgo.
Sotto: Vera tra Ezio Scetti e Gianni in occasione delll’intervista per
MOdiSCA nel 2009.
Agli amici della scuola di alpinismo di Valmadrera

Io brindo allegramente a tutti i qui presenti


E botta contro botta alziamo al ciel la coppa.
Agli istruttori presenti vorrei dir qualcosa,
scusate miei signori se il sottoscritto osa.

Di Giorgio Redaelli sappiamo quasi tutto:


le sue più grandi imprese,
le più tremende ascese,
non sono che per me, modestamente alpino,
un dolce aperitivo a mò di liquorino.

Udite tutti quanti: vi parlo di Canela!


Ei nacque, come Giorgio, in quel di Mandello.
Le sue scalate facili risalgono a tanti anni
Allorquando in fasce aveva l’età di appena un’anno.
A un anno e mezzo poi scendeva dalla culla
Sempre con corda doppia e con sicura nulla.
Nel biberon non volle il latte della vacca,
ma il nettare degli dei, il dolce vin di Bacco.
Di lì a qualche anno, con Giorgio Redaelli,
si mise con impegno a fare il pilastrello.

Giordano spilungone è l’asso di bastoni


il favorito alpino di ogni novellino.
Non imprecate dunque se da un sasso malandato
Vi dice: “Vieni su!”gridando a perdifiato.

A Gianni e Paolino diciamo: su coraggio!


Col tempo anche per voi verrà del sole il raggio.

Di Paolo non dico ch’è un grande astensionista


ma in montagna, è vero, è un grande moralista.

Castagna tra le pietre vorrebbe il suo giaciglio


il “disfattor di monti” a pietre dà di piglio
per riempir lo stomaco e far la voce amica
di quarzo egli si ciba e caolino e mica.
Brindiamo orsù contenti a Cocchi, gran dottore,
la bile non si disfa, nè cellule del cuore;
e gli elementi plastici eppur quelli energetici
contribuiranno poi, insieme ai dietetici,
a rendere armonioso il nostro macchinario
che, a nome del dottore, è un interplanetario.

A Barbisin io dico: “Gioan” pizza el ciar,


il mondo l’è pien de matt:
se dici che hai freddo e chiedi un copertino
a mezzanotte in punto t’arriva un bel donnino.

Dell’Oro è molto serio, discreto e sorprendente,


e non si atteggia mai come un presidente;
non pretendete dunque, se lo vedete spesso,
di sapere se qualcosa gli frulla per la testa.

Luigi mansueto ha l’alibi perfetto


di mafia non ha che i baffi ed il suo aspetto;
se voi gli dite: “Bravo”in tutta confidenza
il giorno dopo allor v’invita alla sua mensa.

Del signor Butti noi, purtroppo non sappiamo


né le di lui cose serie, neppure quelle banali;
ma se gli siam vicino allor per un pochino
diciamo senza dubbio: signori è un birichino!

Il signor Ricci guarda deluso e amaramente


e sembra dir confuso il d’Urso è un fetente!
Di tutti parla e sparla e di me che sono amico
non dice proprio nulla,
neppure che sono antico.
Signor Ricci caro, non devi che aspettare
il sottoscritto ora dice quel che gli pare.
In ogni campo vali e pur anche in amore
Tu metti K.O. chi ha il mal di cuore.
Non imprecar pertanto, la tua discreta età
Perché tutti l’invidiano, anch’io…per metà!
Il tuo brillante umor non sa mai di matusa
e fa pur sempre invidia al re della battuta.
A voi colleghi, infine, io brindo con costanza
perché dell’alpinismo voi siete la speranza;
purtroppo il sottoscritto, ahimè! Questa è bella,
si definisce solo una speranzella.
Al cancelliere Volpez e pure a Pillinini
consiglierei un po’ di mare a Portofino.

A Roccia, a Barba, a Perluigi e al Biondo


daremo da scalare il bel tetto del mondo.

Alla cara Giuliana, mascotte della scuola,


consigliamo senza indugio di cucire le lenzuola;
i monti sono belli ma, le rocce molto dure,
non sono molto adatte alla sua manicure.
Orbene, amici miei, scusate il mio ardire;
di voi son sempre fiero e sono pronto a
quel che dianzi dissi e dico, anche se resto,
a rivederci presto.

Nel 1966 la Tamari Editori in Bologna esce con un libro scritto dall’amico Toni
Hiebeler “Eiger, parete nord. La morte arrampica accanto”, con la traduzione in
italiano di Spiro Dalla Porta Xidias e E.Erich Reickhoff. Questo libro racconta
la storia di tutte le ascensioni alla parete Nord e riporta pure la storia di uno dei
miei tentativi con Roberto Sorgato portato a questa grande e pericolosa parete
dell’Oberland Bernese nel 1962. Il racconto dell’amico Toni comincia così:
“Ed ecco il 31 Luglio arrivare alla Scheidegg altri due candidati: due italiani, lo
studente Roberto Sorgato, bellunese venticinquenne e Giorgio Redaelli, sposato,
padre di due bambini, abitante a Mandello Lario. I due erano già venuti alla
metà di luglio, ma le condizioni del tempo non avevano permesso loro di attacca-
re. Tutti e due sono da annoverare fra i migliori alpinisti italiani ed appartengo-
no al Club Alpino Accademico Italiano. Per fare parte del C.A.A.I. non occorre
avere una laurea, ma bensì essere degli alpinisti eccezionalmente dotati. Sorgato
ha finora arrampicato esclusivamente sulle Dolomiti, ma vi ha compiuto imprese
grandiose; Redaelli ha fatto, sei anni prima , la seconda salita dello spettacolare
pilastro Sud Est del Petit Dru. Lo conoscevo fin da allora. Avevo invece incontra-
to Sorgato a Belluno, poco prima della sua partenza per Grindelwald. Avevamo
fatto assieme grandi progetti, ma prima Roberto voleva assolutamente scalare
l’Eiger. È un uomo robusto, tranquillo, modesto, intelligente, pronto a dare tutto
sè stesso per il compagno. È una gioia arrampicare con lui.
- Attaccate di buon’ora - gli avevo consigliato, - ma andate soltanto fino al mar-
gine superiore del secondo nevaio. Così potrete evitare le cadute sassi del terzo
nevaio e forse riuscirete a raggiungere la vetta nella seconda giornata. Se il
tempo invece dovesse cambiare, calatevi subito lungo il secondo nevaio! - Ro-
berto aveva capito l’utilità del mio consiglio e mi aveva promesso di seguirlo
alla lettera.
Nel pomeriggio del 31 luglio, incontra Fria Von Allmen davanti all’hotel Belle-
vue. Parlano in inglese. Ma poco dopo Hilti viene chiamato sulla terrazza dove è
sempre in funzione il grande cannocchiale. Dieci minuti dopo era di ritorno.
- Sai che c’è uno tutto solo in parete?- dice Hilti.
- Tedesco?- chiede Sorgato.
- No, svizzero.
- Chi è?
- Uno molto bravo, che l’ha già scalato una volta. Rapidamente, Sorgato viene
edotto della prima parte della storia che riguarda Derungs. Poi i due italiano
incontrano Trenker.
- Toh, eccovi di nuovo qui. Come va la vita?
- Non c’è malaccio; ma andrebbe meglio se potessimo esserle d’aiuto nel film
finchè il tempo non migliora.
Trenker acconsente.
Il giorno dopo i due
accompagnano gli
operatori Gorter e
Hoecht sulla spal-
la della cresta Nord
Ovest per filmare De-
rungs. Sorgato e Re-
daelli lavorano con
i cineasti fino al 5 di
Agosto. Gli austriaci
passano bene “rife-
rendosi a Helmuth
Drachsler e Wal-
ter Gstrein arrivati
in vetta l’altro ieri
dopo quattro giorni
avventurosi per un
paio di temporali”.
Ora è il loro turno. Eiger parete nord 1962. Segnalato il punto massimo raggiunto dalla cordata
Redaelli - Sorgato.
Dopo Sandri e Menti, periti nel 1938, appena nel 1957 gli italiani erano tornati
sull’Eigerwand con Corti e Longhi, la cui storia è ben nota.
Sorgato e Redaelli sono magnificamente equipaggiati, hanno già dimestichezza
con la parete ed inoltre sono alpinisti di primissimo ordine.
Lasciano la Scheidegg alle tre del sei agosto. Non si affrettano perché, la loro
meta, per quel giorno, è il margine superiore del secondo nevaio. Alle sei e mezzo
attaccano, alla destra del Primo Pilastro. Sulla (Fessura Difficile) trovano una
corda nuova che era stata fissata dalla (troupe) del cinema. Lungo la (Traversata
Hinterstoisser) vi è pure una corda ed un cordino. Nel pomeriggio, i due italiani
salgono tranquillamente lungo il secondo nevaio. E nuovamente gli osservatori
si trovano al loro posto di combattimento, appiccicati al grande canocchiale che
non ha un attimo di riposo. Di nuovo si incrociano chiacchiere e commenti. I
giornalisti tendono l’orecchio e l’indomani riportano tutte queste dicerie come
verità sacrosante.
- Martedi sera erano pervenuti solo alla metà del secondo nevaio. Avevano per-
so molto tempo lungo il Budello di ghiaccio. Nello stesso tempo, con condizioni
ben peggiori, le due svizzere Loulou Boulaz e Yvette Attinger, avevano raggiunto
la rampa. Sorgato e Redaelli saranno invece obbligati ad allestire il loro primo
bivacco poco oltre il secondo nevaio…..
Invece, già la prima sera, i due italiani possono apprezzare il loro piano: infatti
piove a catinelle.
- Un gran casino!- commenta Giorgio, animo sensibile. Egli è solito usare
quest’espressione lapidaria ogni volta che le cose non procedono come dovreb-
bero. Questa frase ritorna assai spesso, quella notte, sulla parete dell’Eiger.
Pioggia, slavine, e ancora pioggia. A mezzanotte i due sono completamente fra-
dici. Alle quattro, incomincia a nevicare. Non mancava che questo! Un’ora dopo,
ecco prodursi i primi smottamenti di neve.
Non vi sono più dubbi: biso-
gna subito ritirarsi. Una vera
fortuna non essere saliti oltre!
Si calano a corda vertical-
mente lungo il secondo neva-
io. Nevica senza interruzioni.
Le slavine si fanno sempre più
frequenti e pericolose. Biso-
gna quindi curare molto l’as-
sicurazione. Arrivano sopra il
gradone roccioso del Budello
di ghiaccio. Piantano subito
Eiger. La cordata Redaelli - Sorgato in azione sulla parete nord.
un chiodo, ma Roberto non è molto soddisfatto. Per questo fa scorrere la cor-
da su cui si cala Redaelli sopra la sua spalla. Giorgio arriva felicemente alla
base del salto di roccia e subito pianta un chiodo. Roberto, in alto, ne piazza un
altro. Ora può scendere anche lui a corda doppia senza preoccupazioni. Infila
un cordino di perlon nell’anello dei due chiodi, e attraverso il cordino passa la
corda, lunga ottanta metri. Poi gli passa per la testa di controllare meglio il nodo
del cordino, intriso d’acqua. Prende nelle due mani l’anello, tira ai due lati del
nodo. Ed improvvisamente quel nodo, cui avrebbe dovuto affidare la sua vita, si
scioglie, si apre e…..
- Madonna!...- grida Roberto.
- Cosa succede? - chiede Giorgio, un po’ nervosamente.
- S’è sfilata la corda!...
- Un gran casino!... Dov’è?...La nostra corda!...
Mio Dio, che facciamo adesso?
Non posso mica venire su di nuovo!...Farfuglia Redaelli, rivolto all’altro.
Roberto non può pronunciare una sola parola. Sa cosa significa trovarsi su quel-
la terribile parete, con quel tempo, senza corda. Per Giorgio il problema è ben
minore: sarà sufficiente che riesca a ridiscendere il primo nevaio, perché lungo

Appena qualche giorno dopo il tentativi di Redaelli e Sorgato due cordate italiane unite in una sola raggiun-
gono la vetta dell’Eiger.
Foto Archivio Romano Perego - MOdiSCA.
la Traversata Hinterstoisser e la Fessura difficile ci sono delle corde fisse. Ma
per Roberto la situazione è senza scampo. Egli non può assolutamente, in quelle
condizioni, calarsi in arrampicata libera. Il piede scivola continuamente, inoltre
gli smottamenti di neve lo trascinerebbero fatalmente nell’abisso. Roberto se ne
rende perfettamente conto.
- Cosa fai adesso? - Chiede ancora Redaelli.
- Silenzio mortale.
Solo il rumore del temporale e delle slavine, lungo la parete. Roberto si volta
con la faccia contro il pendio. Sta lì, con le mani aggrappate al chiodo per non
venire strappato dalle piccole slavine. Aspetta. Mai ancora si era trovato in una
situazione così disperata. E mai aveva avuto pensieri così tristi. Una volta sola,
forse nella parte alta della Solleder al Civetta. Anche allora c’era stata una ter-
ribile tempesta di neve, e il suo compagno non aveva resistito ed era morto per
gli stenti sofferti. Il freddo aveva intorpidito la mente a Roberto… Conosceva
bene quella sensazione così pericolosa, che s’infiltra insensibilmente, e procede
velocemente…
Di nuovo si sente chiamare da Giorgio. Ah già, Giorgio…È ancora lì sotto… Ma
è come se si trovasse in un altro mondo… Roberto si volta un poco a destra, e
vede sporgere qualcosa dalla neve. Vede l’oggetto, ma la sua mente non è capa-
ce di ragionare… Si protende, l’afferra, ha la sensazione di tenere in mano una
fune. Tira, tira, e ben presto si trova a tenere una vera corda d’arrampicata. Ma
solo le sue mani concretizzano il fatto. Non si domanda come e perchè ci sia lì,
in mezzo alla bufera, una corda. Agisce meccanicamente, come se avesse sempre
saputo di trovare lì una corda.
- Dio mio! Aspetto ancora un’ora, poi cerco di scendere da solo per cercare aiu-
ti…- Il richiamo agisce come una benefica scossa elettrica su Roberto.
- Aspetta ancora un momento! - risponde. E poco dopo, ecco Roberto accanto al
sorpresissimo Giorgio che ora non capisce più niente. Appena ora che Giorgio
lo assalta con le sue domande, la mente di Roberto incomincia a reagire: quella
corda, di fabbricazione inglese, deve essere stata abbandonata lì da Brian Nally.
Una gran fortuna!...
Dopo queste emozioni, la Traversata Hinterstoisser e la Fessura difficile non
costituiscono problemi. Alla finestra della galleria, trovano Walter Almberger ed
i suoi compagni. Sono proprio salvi. Per quest’anno, Roberto e Giorgio ne hanno
abbastanza dell’Eiger !!”.
Anche se alcuni passaggi di questa avventura sono stati di molto semplificati,
Toni Hiebeler ha fatto veramente un bel racconto. Non è sempre facile che un
tedesco scriva bene di due italiani.
Forno di Zoldo, novembre 1966. I giorni dell’alluvione

Di questa tremenda avventura ho ricordi molto vivi nella mia mente: le
paure, le sofferenze, le grandi difficoltà superate in quei giorni, che rivivo ancora
con grande timore ogni volta che guardo le diapositive, scattate in quei giorni
tragici dell’alluvione, mentre mi trovavo a Forno di Zoldo per un’ennesima pre-
miazione. Con me c’era anche Aurora. Sono stati giorni veramente sfortunati,
invece di una grande festa, mi sono trovato proprio al centro di un finimondo.
Sensazioni, timori, paure che fino ad allora non avevo mai provato, ma che
hanno aumentato in me un grande bagaglio di nuove esperienze di vita fino ad
allora totalmente sconosciute. È il 5 novembre quando lascio Mandello assieme
a Aurora e all’amico Gigi De Pellegrin detto il “Capitano” per via del suo essere
alpino, zoldano di Fornesighe “frazione di Forno di Zoldo” trapiantato a Mandel-
lo del Lario per lavoro. Famoso come tutti gli zoldani sparsi per il mondo grazie
al loro grande e esclusivo prodotto: “il gelato”. Mi reco a Forno di Zoldo, ospite
della locale sezione del CAI per ricevere un premio per la mia lunga attività nel
gruppo della Civetta.
È pomeriggio ormai sul tardi, quando superiamo Ponte delle Alpi. Pochi chilo-
metri più avanti siamo raggiunti da un fortissimo acquazzone. Quando siamo nei
pressi di Longarone, il tempo peggiora ulteriormente e salendo lungo la Val Zol-
dana cominciamo a incontrare le prime frane. Mai vista una pioggia così torren-
ziale, tanto da creare in noi l’idea di non poter raggiungere Zoldo e rimanere bloc-
cati lungo la strada. È
buio pesto, a fatica
il Gigi riesce a indi-
viduare la strada. Il
tergicristallo non ri-
esce a tenere pulito
il vetro, finchè due
lucine rosse davanti a
noi ci danno un po’ di
sollievo. È un camion
che avanza a passo
d’uomo e a lui ci ac-
codiamo fino a rag-
giungere a tarda sera
e con molta paura
Forno di Zoldo. Cre-
do che siamo stati gli Aurora, Camillo Zanolli e Gigi De Pellegrin nei giorni dell’alluvione a
ultimi esseri umani a Forno di Zoldo nel 1966.
raggiungere questa località, prima che questo impressionante cataclisma isolasse
per diversi giorni il paese e tutta la valle dal resto del mondo.
Il Gigi ci lascia presso l’albergo De Feo dove siamo alloggiati, poi si allontana
per raggiungere casa sua a Fornesighe. Il mattino seguente, che dovrebbe essere
il giorno della mia premiazione, lo scenario che si presenta ai nostri occhi è ve-
ramente terribile. Il fiume ha rotto gli argini, intorno all’albergo c’è solo acqua
torbida, sporca, che con la sua violenza trascina a valle di tutto. Oltre che piante
di discrete dimensioni vi sono sedie, tavoli, armadi, bombole del gas, macchi-
ne di grandi dimensioni. Tutto questo crea prima timore, poi paura e più avanti
quando la situazione peggiora ulteriormente, comincia a serpeggiare il panico
fra gli occupanti dell’albergo. Oltre ai proprietari, al sottoscritto e a mia moglie,
ci sono due coppie di spagnoli e il coro Vetta di Ponte Valtellina, che deve esi-
birsi durante la mia premiazione. Per tutta la mattinata siamo tutti affacciati alle
finestre a scrutare il tempo, sperando che l’acqua del fiume, che già occupa tutto
il fondo valle compresa la strada principale, diminuisca d’intensità, per tentare
di trovare in seguito una via di fuga. A mezzogiorno ci viene servito un pranzo
alquanto improvvisato in mancanza della corrente e anche se suona un po’ stra-
no, per mancanza d’acqua ma sono pochissimi quelli che riescono a mangiare
qualche cosa. Tutto il pomeriggio siamo accostati alle finestre o sul balcone del
primo piano. Il fiume fa veramente paura ed è impressionante vedere il materiale
che continua a trascinare a valle. Fuori non si vede anima viva, dentro l’albergo
regna la paura e a volte il panico su qualcuno la fa da padrone. Ogni tanto tronchi
d’albero trascinati dall’imperversare delle acque sbattono contro i muri dell’al-
bergo, producendo rumori e scosse impressionanti. Ad un certo punto guardando
verso il centro del paese vediamo avanzare un’ondata terribile mista a terriccio,
mobili, macchine. Il tutto investe prima la banca, poi la caserma dei Carabinieri
ed infine l’albergo. L’irruenza delle acque sfonda la porta della farmacia di fronte
all’albergo e migliaia di scatole di medicinali sono spazzate via. Con l’avvicinar-
si della sera, la situazione si fa sempre più critica. Anche mia moglie, che è una
donna molto forte, si mostra preoccupata. Pensa ai figli a casa con i nonni. Deci-
do che bisogna fare qualche cosa per riuscire a scappare. Un signore che ha una
radiolina portatile ascolta il radiogiornale e dice che l’Italia è sotto una catastrofe.
Le località più colpite sono Firenze, il Comelico e l’Agordino, ma allo Zoldano
nessun cenno. Tornando al pensiero di trovare una via di fuga, dico a mia moglie
che tento di raggiungere la sala cinematografica, che è vicina all’albergo. Il palco-
scenico è stato addobbato con delle corde d’arrampicata per la mia premiazione.
Le voglio recuperare perché potrebbero esserci utili per aiutarci nella fuga. Con
non poche peripezie, bagnato fradicio raggiungo il salone, recupero due corde e
rientro in albergo. Dal balcone dell’albergo che dà sulla strada provinciale (quel-
la che era una strada, perché ora è solo fiume) sto studiando il modo per fissare
una corda al di là della strada, che ci aiuti poi aggrappandoci ad attraversare. Ad
un certo punto sul lato opposto sopraggiungono due carabinieri. Quale gioia nel
vederli, ma per noi possono fare ben poco, perché sono nelle stesse condizioni
nostre, la differenza è che sono al di là della strada, però una mano a fissare la
corda forse me la possono dare, così dopo diversi tentativi di lancio, falliti per
la non indifferente distanza, finalmente riesco a far loro giungere un capo della
corda, che subito fissano ad un albero, l’altro capo lo fisso io alla ringhiera del
balcone. La corda corre proprio a filo d’acqua, però pensare di attraversare ora
è pura follia. La forza dell’acqua è impressionante, ma se diminuisce un attimo
d’intensità, questa corda faciliterà questa unica nostra via di fuga. I carabinieri
dopo un breve scambio di impressioni e opinioni sulla situazione in cui ci trovia-
mo e sul da farsi ci lasciano. Tutto resta solo ed esclusivamente nelle nostre forze.
Siamo tutti allertati e vigili con gli occhi sul fiume, pronti a fuggire appena se ne
presenti l’occasione. Ho già un’idea di dove andare una volta di là della strada.
Su per il ripido pendio boschivo che ci sta di fronte, in direzione della frazione
di Campo. All’interno dell’albergo regna sempre di più il panico che ha preso
un po’ tutti, così con molta autorità, prendo in mano la situazione e comincio
pure a dare ordini, che però tutti accettano senza fare obiezioni. Sono circa le
quindici quando mi trovo sul balcone dove è fissata la corda, sto discutendo con
mia moglie e alcuni uomini del Coro Vetta, quando ecco comparire al di là della
strada due ragazzotti in cerca di aiuto. La mia prima risposta è stata: “Siete venuti
proprio in un bel posto a chiedere aiuto”. I due ragazzi sono veramente spaven-
tati. Arrivano da Zoppe di Cadore e dicono che in paese ci sono grandi difficoltà,
molte frane e la gente del paese è in pericolo. Mentre stiamo parlando, uno dei
due si aggrappa alla corda tesa precedentemente, vuole tentare di attraversare per
venire di qua con noi. Sono veramente molto spaventati, cerco di convincerli che
tentare di venire di qua non è una buona soluzione, innanzitutto perchè la traver-
sata è pericolosa e problematica, vista l’irruenza dell’acqua, poi perché appena si
presenti il momento favorevole saremmo noi ad andare di là. Ma il ragazzo non
vuol sentir ragioni e inizia la pericolosa traversata. Entra nell’acqua aggrappato
alla corda, comincia faticosamente ad avanzare, capisco subito che non ce la può
fare. Prendo l’altra corda a disposizione e comincio a legarmi. Nel frattempo
urlo a mia moglie e ad altri signori di tenermi la corda mentre vado incontro al
ragazzo per cercare di aiutarlo. Nello stesso momento la furia delle acque stacca i
piedi del ragazzo da terra. La scena è terribile. Il ragazzo semisommerso dall’ac-
qua stringe con la forza della disperazione la corda. Si vedono le sue mani che
affiorano dall’acqua e che stanno facendo uno sforzo tremendo per non mollare,
ma le mani mollano e mentre lui è trascinato via, io mi lascio trascinare dal fiume
gridando con l’intenzione di prenderlo: “Tenete la corda!”.
Il ragazzo è davanti a me di pochissimi metri. Devo prenderlo subito, perché fra
un attimo finirà anche la corda e allora addio allo sconosciuto imprudente ragaz-
zo. Fortuna vuole che una Mercedes messa di traverso fra il muro e una pianta
freni la corsa del ragazzo e così riesco a prenderlo. Ora il ragazzo è con me,
entrambi schiacciati dall’acqua contro la Mercedes. Il ragazzo è svenuto, non dà
segni di vita, io sono trattenuto dalla corda, ma non mi sento molto sicuro, devo
fare tutto da solo. La Mercedes alla quale siamo appoggiati è quasi totalmente
sepolta, così non mi è molto difficile fare scivolare il ragazzo sul tetto, poi mi ci
appoggio anch’io. La macchina sembra ben ancorata, da quella posizione faccio
il punto della situazione. Mia moglie e gli altri che stanno trattenendo la corda,
alla quale sono legato, sono a circa trenta metri. L’unica soluzione possibile sta
nel raggiungere un’altra macchina circa tre metri di fronte a me. Penso che se mi
faccio trasportare, la corrente dovrebbe sbatterci proprio addosso. Ma come fare?
Prendo una decisione. Lego forte a me il mio compagno, poi grido a mia moglie:
“Quando mi senti gridare tirate molto forte la corda”.Tutto è pronto, grande urlo
sovrumano: “Tiraaaa”. Aggrappato al compagno, mi dò una spinta verso l’altra
macchina che raggiungo al primo colpo, aiutato dalla corrente che mi trascina da
quella parte. Stessa operazione di prima e scivoliamo sopra il tetto della macchina.
Ora la corda che va a mia moglie è molto più diretta, sono vicino al muro dell’al-
bergo e la corrente da questa parte è meno impetuosa, frenata da altre macchine
incastrate una addosso all’altra. È stato uno sforzo sovrumano, con l’aiuto di mia
moglie e degli amici del coro Vetta di Ponte Valtellina, riesco a trascinarmi fino
al balcone dell’albergo. Siamo ormai all’imbrunire. Ho un gran dolore alla vita
procuratomi dalla corda, forse è inutile che dica che sono bagnato fradicio ma, a
dire la verità, tutti sono bagnati fradici, però siamo molto contenti, specialmente
il sottoscritto per aver salvato il ragazzo e più tardi sarà molto felice anche lui.
L’amico del ragazzo appena salvato, che ha seguito la scena al di là della strada, al
momento un fiume in
piena, quando ci vede
entrare in albergo si
allontana. Portiamo
il ragazzo ancora sve-
nuto in una camera,
asciugato e fatto un
primo intervento di
respirazione, in breve
riprende conoscenza.
Sembra non ci siano
conseguenze. È un
po’ confuso e non ri-
corda bene quello che I momenti tragici di trasbordo da una casa all’altra durante l’alluvione.
è successo, chiede di restare sdraiato sul letto. Gli amici del coro Vetta cercano
di asciugare i suoi vestiti e fargli bere una bevanda calda. Anch’io cerco di ri-
prendermi con il cambio degli indumenti e con qualche bevanda calda. Intanto
si è fatto buio, il tempo non accenna a migliorare, anzi tuoni e lampi sempre più
forti ci tengono in apprensione. Siamo radunati tutti nel sala da pranzo, si parla
poco, qualche frase buttata là, su che cosa si può fare per uscire da questa brutta
situazione, quando sento gridare che l’acqua del fiume è diminuita e che forse si
può attraversare. Corro a vedere ed è vero. Chiamo mia moglie e tutti gli altri e
dico loro che è il momento di tentare la fuga. Penso subito non essere normale
che l’acqua diminuisca così di colpo, vista l’incessante pioggia, anzi poichè pio-
ve ancora molto forte la mia preoccupazione è che a monte del paese una frana
o un albero incastrato sotto qualche ponte possa aver formato una diga e se così
fosse, presto o tardi questa salterà e saremmo investiti da un’ondata ancora più
forte. Perciò faccio accelerare i preparativi e con la sola luce dei lampi, uno alla
volta, aggrappati alla corda iniziamo la traversata. Io e mia moglie siamo i primi
ad attraversare, raggiungiamo la vicina caserma dei carabinieri, che comunque è
deserta, seguiti da tutto il gruppo. Cominciamo a salire su per la montagna, verso
la frazione di Campo. Siamo appena partiti quando qualcuno della compagnia
mi dice: “Signor Redaelli, il ragazzo che abbiamo salvato dal fiume è rimasto in
albergo”. Dico a mia moglie di tenere fermi tutti, di aspettare fin quando ritorno,
vado in albergo a prendere lo sventurato ragazzo, il quale non si è accorto della
nostra fuga. Infatti è ancora a letto addormentato. Lo faccio vestire velocemente
e in breve raggiungiamo la compagnia rimasta ad aspettarci. Riprendiamo la
marcia su per il bosco e dopo circa un’ora di cammino al buio, con la sola luce
dei lampi, raggiungiamo la frazione di Campo. Qui la situazione è migliore e il
nostro vociare incuriosisce gli abitanti. Molti si affacciano sulla strada, fra di
loro c’è anche un amico, ex atleta fondista della Scuola Militare Alpina, Nucleo
Sci Agonistico di Courmayeur, conosciuto ai tempi del militare: Camillo Zanolli.
Siamo più di trenta persone, la gente ci accoglie nelle proprie case, dove final-
mente possiamo rilassarci. Nella casa dove sono stato ospitato con mia moglie
e con buona parte dei componenti del coro Vetta, i proprietari sono stati di una
ospitalità e di una premura nei nostri confronti veramente encomiabile. Siamo
sistemati in un grande stanzone, di quelli di una volta, che forse solo i contadini
usavano avere: un grande tavolo al centro e tutto intorno sedie, panche, cassepan-
che ripiene dei vari tipi di farina, armadi, credenze; dal soffitto penzola ogni tipo
di pentole o padelle di rame e da un’altra parte salumi, prosciutti ed altri viveri.
Mentre ci viene servito un piatto di minestra calda, ascoltiamo una radio che
trasmette la situazione in cui si è venuta a trovare l’Italia in questi giorni a causa
di questo terribile cataclisma. La radio ripete ancora come ieri di tragedie nel
Comelico e nell’Agordino, della tremenda alluvione di Firenze, ma della valle di
Zoldo niente, nessuna notizia.
È ormai piena notte, stiamo veramente bene, sembriamo rinati, con alcuni com-
ponenti del coro facciamo pure una cantata, poi la padrona di casa si avvicina e
mi dice: “Signor Redaelli, se vuole riposare un po’, per lei e sua moglie ci sareb-
be un letto”. Accettiamo più che volentieri, un buon riposo ce lo siamo meritato
e ci può solo far bene.
Il risveglio del mattino è dei più belli che ricordo. Serenata limpida e sole splen-
dente. Il mio primo sguardo cade sulla Civetta luccicante e coperta di neve fresca.
Molti amici sono già per la strada. Una volta radunati, decidiamo di tornare verso
l’albergo per ritirare i nostri bagagli. Grandi ringraziamenti alle famiglie che ci
hanno ospitato, poi via verso Forno di Zoldo. Una volta giunti sopra il paese, anzi
quello che è rimasto del paese, i nostri occhi vedono solo una desolazione asso-
luta: difficile descrivere il paesaggio: frane un po’ ovunque, gente ancora isolata
nelle case sventrate dalla furia delle acque, edifici semisepolti dalle macerie. Una
visione veramente desolante.
Prima ancora di raggiungere l’albergo, collaboriamo nel portare in salvo un
uomo paralitico, facendolo uscire dalla finestra appeso ad una corda e guidando
la scivolata al di là del fiume. Non è stato facile raggiungere l’albergo ancora
circondato dalle acque, ma il tempo molto bello ci aiuta nelle operazioni di re-
cupero. Arrivato al’albergo entro in tutte le camere, riempio in qualche modo le
valige e preparo tutti i bagagli portandoli sul balcone del primo piano. Da qui con
l’aiuto degli amici tendo un’altra corda e le valige una alla volta appese con un
moschettone volano di là della strada. Questo che ho fatto è stato un gran lavoro
ed è stato molto apprezzato dagli amici di disavventura. Però, oltre a questi ap-
prezzamenti, ho avuto da una coppia di spagnoli, marito e moglie, un problema
non indifferente e abbastanza offensivo. I due mi si avvicinano e mi informano
che dalla loro roba mancano due orologi, un anello e qualche cosa ancora che
però non ricordo. Gli chiedo se hanno guardato bene, perchè io, una volta entrato
nelle stanze, prendevo la roba e alla rinfusa buttavo tutto quello che c’era nelle
valige. Di stanze ne ho visitate parecchie, perciò non è che io posso ricordare
tutto. La coppia è molto seccata e alquanto incredula su quello che sto dicendo.
Sono molto seccato anch’io, tutto questo mi disturba parecchio dopo tutta la fati-
ca che ho fatto. Ad ogni modo non è stata una discussione molto animata, anche
perché io l’ho troncata subito, invitando il marito a tornare con me in albergo
alla ricerca dei loro averi, magari rimasti in qualche cassetto da me non aperto:
ma l’hombre ha deciso che non era il caso. Più tardi l’enigma dei beni mancanti
viene risolto quando la signora si cambia le scarpe. Nel calzare il nuovo paio di
stivali con sorpresa la ‘refurtiva’ impedisce al piede della signora di entrare. Più
tardi la signora ammetterà di avere messo lì dentro le sue gioie precedentemente,
avvolte in un fazzoletto, ma che nella confusione se ne era dimenticata. Tutto è
bene quel che finisce bene, con grandi scuse da parte della coppia. Intanto sorge
anche il problema di come lasciare Forno di Zoldo, il pullman del coro Vetta è
ancora circondato da acqua e fango, ma anche se fosse ancora utilizzabile al mo-
mento mancano pure le strade.
Nel pomeriggio reincontro l’amico Gigi, arriva il primo elicottero del soccorso e
le notizie radio parlano finalmente anche della Valle di Zoldo, alluvionata e an-
cora isolata. La strada che sale da Longarone è inutilizzabile, come sono imper-
corribili sia quella da Passo Duran che la via da Forcella Staulanza. Sembra sia
migliore quella di Cibiana. Con l’amico Gigi e Aurora decidiamo che l’indomani
mattina presto tenteremo di raggiungere a piedi Longarone.
Passiamo la notte a casa di un amico del Gigi e di buon mattino, sempre con un
tempo bellissimo io, Aurora, Gigi e pochissime altre persone aggregate, iniziamo
la marcia verso Longarone.
Si preannuncia una lunga marcia e non è assolutamente facile avanzare. Per i
primi chilometri manca completamente la strada, il più delle volte dobbiamo
camminare nell’acqua, finché raggiungiamo la diga di Pontisei. Guardare la diga
e vedere le condizioni del bacino dà l’idea di che cosa sia stata l’alluvione dei
giorni precedenti: l’acqua non si vede assolutamente, perché totalmente coperta
da materiale che galleggia. C’è veramente di tutto. Tronchi d’albero, bombole
del gas, tavoli, sedie, recipienti vari. Tanta, tanta roba da nascondere completa-
mente la superficie della diga. Continuiamo per alcuni chilometri verso Longa-
rone con un po’ di timore per le frane. Finalmente cominciamo a trovare segni
di vita, incontriamo i primi abitanti e anche una persona molto gentile che ci dà
un passaggio in macchina per alcuni chilometri. E così, un po’ a piedi, un po’
con mezzi di fortuna raggiungiamo prima Longarone poi Ponte delle Alpi e in
serata finalmente Belluno. La situazione anche qui non è delle migliori. Molte
strade sono ancora chiuse, le autolinee per Milano sono tutte bloccate, compresa
la ferrovia. Trascorriamo in qualche modo la notte alla stazione dei pullman e
al mattino prestissimo finalmente con qualche mezzo di fortuna, passando per
strade secondarie e alcuni tratti attrezzati nei campi per l’occasione, ci portiamo
fino a Vicenza e da qui in treno finalmente verso casa. Questa terribile avventura
sta apparentemente volgendo al termine, ma il rientro non sembra ancora poi
tanto facile. Molte strade sono interrotte, fiumi straripati, ponti crollati. Le linee
automobilistiche e ferroviarie cominciano a funzionare, anche se a tratti sono
soggette a varianti e fermate lungo il tragitto, ma finalmente dopo due giorni
raggiungiamo casa. Di questa tremenda esperienza mi è rimasto un grande ram-
marico. Del ragazzo salvato dalle acque, non ho problemi a dire salvato da morte
sicura, con il passare del tempo non ho mai avuto notizie e non conosco neppure
il suo nome. Non mi dispiacerebbe un giorno incontrarlo.
Novembre 1967, giusto un’anno dopo. Alla presenza di tutta Zoldo e di perso-
naggi illustri bellunesi come il professor Bruno Angelini, il cav. Valentino An-
gelini, la guida alpina e presidente dell’E.P.T. di Belluno Armando Da Roit, il
sindaco di Zoldo cav. Santini e l’immancabile don Raffaello mi viene finalmente
consegnato il premio: una targa d’oro con una bellissima e commovente dedica:
“A Giorgio Redaelli dominatore di tutte le pareti della Civetta. CAI Sezione di
Forno di Zoldo”.
Nell’inverno del 1967 porto a termine nel giro di un mese tre prime invernali nel
gruppo della Civetta e precisamente: lo spigolo Andrich sulla Torre Venezia, La
via Da Roit Gabriel sulla parete Est Cima Bancon e lo spigolo Tissi sulla Tor-
re Trieste. Miei compagni in questa trilogia invernale sono: Massimo Achille e
Alberto Dotti. Di queste tre ascensioni ne ho parlato in modo completo nel mio
primo libro “Momenti di vita”.
Il 1967 si presenta per me oltremodo importante e ricco di altri riconoscimen-
ti, specialmente quella medaglia d’oro avuta dall’amministrazione comunale di
Mandello Lario, mio paese natio, a riconoscimento della lunga attività in mon-
tagna ma ottenuta anche sull’eco dei miei soccorsi durante l’alluvione nel bellu-
nese.
Un riconoscimento molto simpatico l’ho avuto lo stesso anno dai ragazzi della
terza classe elementare di Paina (Mi) e dal loro maestro Arcangelo D’Urso, me-
ridionale trapiantato in Brianza, che ho avuto il piacere di conoscere durante un
corso di roccia della Scuola Attillio Piacco del CAI Valmadrera. Il riconoscimen-
to consisteva in due piccoli quadri creati dai ragazzi delle classi elementari di
Paina. Il primo mi rappresenta in cima ad una scala a pioli, appoggiata sulla cima
di un monte con la scritta “L’incontentabile Redaelli”. Il secondo è un mosaico a
colori della cima di una montagna dove, “incoronato”, sono seduto su di un trono
reale con la scritta: “Re del Civetta”.
Maggio 1967. Durante il corso di roccia che sto dirigendo ai Corni di Canzo,
corso della Scuola d’Alpinismo Attilio Piacco del CAI Valmadrera, con Alberto
Dotti apro in prima assoluta sulla parete nord est del Corno Centrale un bellissi-
mo itinerario con difficoltà che raggiungono il sesto grado.
Ma è il 1968 l’anno del vero cambiamento della mia vita. L’azienda dove lavo-
ro, le Ferriere Giuseppe Cima di Lecco, mi fa un’offerta per un posto di grande
responsabilità e a dire la verità questa offerta mi rende molto orgoglioso, dimo-
strando che in questi anni ho operato bene. Ma c’è un ma... La Cima è un’azienda
che oltre ai reparti di corderia e trafileria ha anche reparti con forni, decappag-
gi, impianti di zincatura. Tutto questo comporta turni di otto ore di lavoro per
ventiquattro ore su ventiquattro e accettare l’offerta significa andare ad abitare
nell’appartamento all’interno dello stabilimento. A mia moglie non piace questa
soluzione e, dopo una lunga discussione e una mia lunga riflessione, decido con
un po’ di rammarico di rinunciare all’offerta. In pratica questa rinuncia mi procu-
ra il licenziamento per fare posto ad un’altra persona.
Intanto nelle librerie (1968) esce un bellissimo libro “Alpinismo Invernale”di
Ercole Martina edito da Baldini & Castaldi con prefazione da parte di Ardito
Desio.
Il libro parla di tutte le ascensioni invernali nel tempo e devo dire che questo libro
mi concede un discreto spazio. Comincia a ricordarmi a pagina 283 nella parte
dedicata al 1956, riportando la prima ascensione invernale della via Cassin con
un bivacco alla parete sud ovest del Sasso Cavallo - Grigna settentrionale, salita
compiuta con Annibale Zucchi. Poi a pagina 313, copia interamente un mio arti-
colo apparso sulla rivista mensile del CAI del 1962 , pp.269-272 del quale voglio
ricordare solo le prime righe:
“Ma ritorniamo al 1962, perché l’inverno non è ancora finito. In una baita al
Pian de la Lora, in Civetta, un gruppo di alpinisti si sta affumicando per non
congelare, ricordo un’analoga esperienza sulle mie Orobie! La malga dei pastori
non ha un camino per la fuoriuscita del fumo, ma è pur sempre meglio del rifugio
Vazzoler invernale nel Tabià. Una prima ricognizione sulle rocce innevate dello
zoccolo dimostra chiaramente che questa Livanos sulla parete Nord Ovest della
Cima Su Alto (m. 2900) non sarà uno scherzo. Ma insieme agli amici Roberto
Sorgato e Giorgio Ronchi, Giorgio Redaelli è ben deciso”. Di questa ascensione
ho già trascritto in altra pagina il racconto completo, tratto da un capitolo del
libro delle Dolomiti dal titolo: “Il muro del gelo”.
A pag. 317 è la volta della superdirettissima del Kolibris in Lavaredo. È stata
questa la via dei commenti, delle discussioni e delle immancabili polemiche dove
si è arrivati a pensare che i tre tedeschi avessero volutamente prolungato la loro
ascensione a scopo pubblicitario con ben 17 giorni di parete, comunque restando
collegati con la base della montagna tramite un cordino che tutti i giorni dava
loro possibilità di recuperare cibo e quant’altro. Parlarono a favore o contro que-
sta impresa molti grandi alpinisti, fra questi Michel Vaucher, Cesare Maestri e
Livanos. Manco a farlo apposta, quando questo exploit volge al termine, giunge
notizia che sulle Grandes Jorasses Bonatti e Zappelli stanno scalando la Cassin
senza nessun ‘cordino ombelicale’: apriti cielo. Il fuoco divoratore delle polemi-
che divampa, alimentato dai veleni di un confronto fra le due imprese...
Fra questo botta e risposta in Lavaredo, un intermezzo al confronto romantico,
ma che ha del favoloso: la prima invernale della Solleder sulla parete nord ovest
del Civetta, ( a pag. 318) il primo sesto grado aperto in Dolomiti. Ora l’itinerario
è stato declassato, ma d’invern è un’altra cosa e anche se non è un sesto grado
superiore le rocce, qui, sono innevate.
Saltando poi a pag. 340 del libro troviamo altre tre mie prime invernali. Il 12
febbraio con Massimo Achille lo spigolo Andrich alla Torre Venezia (Civetta).
Il 5 e 6 marzo ancora con Massimo Achille e Alberto Dotti, i 500 metri della
difficilissima via Gabriel Da Roit sulla parete orientale della Cima Bancon. Ed
infine, lo stesso mese, sempre con Massimo Achille è superato lo spigolo Tissi
alla Torre Trieste (Civetta), con un’aerea arrampicata di 700 metri durata dal 19
al 20 marzo con due bivacchi in parete, uno dei quali presso la vetta in discesa,
sotto l’imperversare di una bufera di neve.
In questo periodo vengo più volte interpellato per partecipare ad alcune spedizio-
ni extraeuropee, alcune delle quali con partecipazione completamente gratuita,
ma non spesato. Accettare questa offerta, nelle mie condizioni economiche di
quel momento non mi era concesso. Gli impegni presi con alcune banche non
mi permettevano assolutamente di fare a meno dello stipendio per oltre un mese,
essendo l’unica mia entrata sicura. Ho sofferto parecchio nel dover rinunciare
a simili offerte, ma così è la vita. Da allora ho cominciato a pensare in modo
più responsabile che prima di tutto viene la famiglia. Le montagne extraeuropee
rimangano dove sono e chissà, forse un giorno, potrebbe presentarsi ancora l’oc-
casione di andarci.
Ancora prima di finire i mesi di preavviso presso le Ferriere Cima, dopo una la-
boriosa trattativa con il dottor Raffaele Ripamonti, presidente dell’Associazione
Alpini di Lecco, prendo in gestione il rifugio Cazzaniga ai Piani d’Artavaggio,
stazione sciistica della Valsassina e vi entro ai primi di settembre. Comunque
lasciare le Ferriere è stato per me un grande dispiacere. Avrei occupato un posto
di grande responsabilità, per uno che come titolo di studio ha solo la licenza
di quinta elementare sarebbe stata una grande soddisfazione. Lascio la casa di
Mandello Lario, con la famiglia mi trasferisco in Valsassina e precisamente nel
comune di Moggio. Con moglie e figli m’immergo in questa non facile avventura
fresca fresca. Sono pochi giorni che sono insediato in questo mio nuovo impiego
quando ricevo dalla AGAI, Associazione Guide Alpine, una convocazione per
sostenere il corso di guida alpina al rifugio Porro in Valmalenco perché, si dice,
quello che ho sostenuto alla Marinelli riguardava solamente la patente di portato-
re. Mi sembra di ricordare che una cosa simile sia capitata prima che a me anche
a Bonatti e a Messner. Può essere?
Innutile che aggiunga altro. Questo mi ha molto indispettito. Ho in mano il libret-
to di guida alpina, quello di guida internazionale. Mi hanno già rubato quindici
giorni insignificanti alla Marinelli, ma che accettai di buon grado e oggi, con due
figli, un rifugio da gestire, con oltre trent’anni di montagna alle spalle e di questi
una ventina di attività alpinistica ad alto livello, devo tornare a spendere soldi
che non ho per un altro corso. La mia risposta è immediata e lapidaria: sono dei
pazzi a voler che io sostenga un altro esame. Alcuni giorni dopo vengo raggiunto
telefonicamente da Enrico Lenatti gestore del rifugio Porro e anche direttore di
questo nuovo corso per guide alpine, il quale da buon amico di lunga data mi
dice: “Redaelli, fatti vedere almeno sabato. Fai la presenza al pranzo di chiusura
del corso, così facciamo finta che tu abbia partecipato e ti diamo il brevetto”. Ri-
sposta: “Caro Enrico io ti ringrazio, ma ormai è una questione di principio. Non
ci vengo, voi fate quel che volete”. Questo è stato uno degli ultimi contatti che
ho avuto con le guide alpine. Guide alpine devo dire, che con il passar del tempo
sono di parecchio migliorate in fatto di organizzazione, specialmente nei corsi di
aggiornamento, ai quali ho avuto modo di partecipare, anche se una sola volta.
Chiusa la parentesi esami di guida alpina torniamo al rifugio Cazzaniga. Situato
a circa 2000 metri sul livello del mare, è poggiato su di un cucuzzolo roccioso,
tanto da sembrare veramente un nido d’ aquile. In questo periodo il rifugio è un
cantiere per lavori di ristrutturazione e ampliamento. L’impresa che lavora ri-
mane tutta la settimana al rifugio ed così che facciamo la nostra prima esperienza
di gestori. Mia moglie è molto brava in cucina, deve solo imparare le misure per
più persone. Io assolutamente non ho nessuna esperienza, ma credo non sia tanto
semplice passare dalle porzioni di un pranzo o di una cena per quattro persone a
quelle per dieci o quindici. Mauro e Nicoletta per il momento sembrano diver-
tirsi. Vivono all’aria aperta, in mezzo a bellissimi e immensi pascoli, incuriositi
dalla presenza di centinaia di mucche, che per tutta l’estate pascolano in alta
quota. Io e Aurora, oltre a prendere abitudine con questo nuovo e insolito menage
famigliare, stipuliamo un accordo con l’impresa costruttrice per fare i trasporti
del materiale edile dalla stazione a monte della funivia fin sul piazzale del rifu-
gio. Abbiamo a disposizione per questi trasporti una vecchia jeep Willys residuo
dell’ultima guerra, un mezzo veramente incredibile. Saliamo dalla funivia al
rifugio su di una strada che assomiglia più ad un fiume. Ci inerpichiamo con ca-
richi di sabbia, cemento, mattoni che a volte superano anche i sei quintali, ma la
Willys non dà mai segni di stanchezza, ha una potenza impressionante.
Durante uno di questi viaggi, nell’affrontare la prima parte di tragitto che dalla
funivia porta verso l’albergo Sciatori, tratto leggermente in discesa, Aurora si
accorge che i freni non funzionano, continua comunque per portare a termine il
viaggio con il carico di mattoni che l’impresa sta aspettando. Visto che da lì in
avanti è tutta salita i freni servono meno, poiché la strada è molto ripida e la si
percorre tutta in prima marcia ridotta. Durante il tragitto, all’altezza della scio-
via numero uno, Aurora incontra il signor Anacleto Arrigoni (Cleto per tutti),
direttore degli impianti e gli espone il problema freni. Il signor Cleto si presta
alla riparazione, ma chiede ad Aurora di portargli il mezzo in officina, giù vicino
alla stazione a monte della funivia. Aurora sale fino al rifugio, scarica la jeep e
ridiscende per la riparazione e per un nuovo carico. Giunta all’altezza del rifugio
Nicola dove inizia la parte più ripida della discesa, fatti pochi metri, inaspettata-
mente saltano le marce. Trovandosi il mezzo in folle e senza freni, parte a tutta
velocità verso valle. Aurora fa un ultimo tentativo per fermarsi con una brusca
sterzata verso monte, ma il mezzo tende a ribaltarsi scaraventando Aurora fuori
dall’abitacolo. In pochi secondi la macchina scompare dalla vista di Aurora e va
a frantumarsi in mille pezzi duecento metri più in basso nel fondo di una valletta,
dove il signor Cleto con gli operai sta lavorando sulla sciovia. Gli operai alla
vista della Jeep che sbuca e vola nel vuoto andando a sbattere sulle rocce prima
e sul sul pendio della pista da sci dopo, passano alcuni attimi di terrore temendo
che sul mezzo ci sia anche Aurora. Ma per fortuna non è così e una volta accer-
tatisi di questo tirano un sospiro di sollievo, ma si accorgono anche che della
Willy non c’e più niente di recuperabile. Saliti su un loro mezzo, gli operai della
società ISAV partono verso l’alto alla ricerca di Aurora e la incontrano seduta
sul prato poco sotto il rifugio Nicola con a fianco Walter, il cane lupo dell’amico
Eligio, gestore del rifugio Casari. Il cane ha preso l’abitudine di vivere o passare,
se vogliamo, la maggior parte del tempo seguendo il nostro fuoristrada nel suo
andirivieni dalla funivia al nostro rifugio. Aurora è spaventata e demoralizzata
per la perdita della jeep ma incolume, nemmeno un graffio. Consolata dal Cleto
e dagli operai, è accompagnata fino al rifugio e lì si fa una gran bevuta per fare
passare lo spavento. Subito vengo informato a valle dell’accaduto e mi precipito
al rifugio, anche se sono stato assicurato che non fosse accaduto niente di grave,
esclusa la perdita del mezzo.
Normalmente sono sempre presente al rifugio ma vorrei raccontare il perchè in
quel frangente sono sceso a valle, perciò torno indietro un passo. È ormai qualche
giorno che Aurora non scende in paese, a Moggio, per dare un’occhiata alla casa,
così al mattino decide di scendere con la prima corsa della funivia. Con lei parto-
no i figli e Patrizia, la ragazza che ci aiuta. Dopo un paio d’ore squilla il telefono
del rifugio, alzo il ricevitore. Dall’altra parte del filo la voce di Patrizia in lacrime
dice che hanno avuto un incidente e che la macchina è molto danneggiata, senza
la ruota anteriore si-
nistra, staccatasi con
il botto con un altro
mezzo. Dopo avermi
dato l’assicurazione
che nessuno si è fatto
male, solo un grande
spavento, ho detto
loro di salire. L’in-
cidente non è stato
causato da Aurora,
ma dall’altra macchi-
na. Per la troppa ve-
locità ha sbandato in
curva battendo contro La mitica Willy finita tragicamente nel burrone.
il muro e finendo poi addosso alla nostra 124 coupè, procurandole veramente
moltissimi danni, tanto da doverla buttare. All’indomani mattina scendo io, per
vedere lo stato della macchina e per fare la spesa. Viste le condizioni della vet-
tura, ancora oggi mi chiedo come mai nessuno si sia fatto un graffio e rientrato
per un’attimo in casa per prendere della roba, trilla il telefono. Alzo la cornetta e
dall’altra parte del filo, sempre Patrizia, singhiozzando fortemente mi comunica
che la jeep è precipitata nel vallone ed è distrutta, ma l’Aurora non si è fatta nien-
te perché è ‘saltata fuori’. Ecco il motivo della mia discesa a valle, per cui al mio
ritorno, ho proposto a mia moglie di prendere figli e Patrizia, andare al santuario
della Madonna del Bosco, non molto lontano da Lecco, cercare un padre e farsi
benedire...
Siamo in autunno inoltrato, gli ultimi trasporti di materiale edile vengono fatti
con i mezzi della società che gestisce gli impianti di funivia e sciovie. Per quanto
riguarda noi e il possesso di una macchina nuova, indispensabile nella gestione
del rifugio, rimandiamo la soluzione dell’acquisto alla prossima primavera. Sia-
mo alla fine di ottobre e la prima neve è ormai vicina, ma l’approvvigionamento
di viveri per l’inverno, fortuna vuole, l’ho già ultimato.
Passano i giorni e tutto sembra tornare alla normalità, anche lo spavento di Au-
rora dopo il volo con la jeep è superato. In settimana abbiamo ancora gli operai e
il sabato e domenica c’è una discreta presenza d’appassionati escursionisti. Non
è che il rifugio ci dia grandi guadagni, ma la vita quì è molto bella, all’aria fine e
senza dubbio tuto ciò giova alla salute nostra e dei nostri figli.
Il balcone del rifugio, sul versante sud ovest, è a picco su un ampio vallone e
termina con una salto di roccia di circa quaranta metri. Nei momenti di tempo
libero pulisco la parete dalle erbacce e dai sassi instabili, pianto qualche chiodo
di protezione e ne faccio un’ottima e comoda palestra di roccia, con tre bellissime
vie che portano il nome di Mauro, Niki e Toni: i miei due figli e il nipote, che
sempre mi assicurano nell’arrampicata. Tutto questo mi permette di rimanere
costantemente in allenamento, pronto per dicembre a tornare in Civetta e portare
a termine l’ultimo mio grande progetto, già tentato più volte. Dopo alcuni tenta-
tivi falliti per il brutto tempo, pochi giorni prima delle feste di natale 1968 vinco
la parete in tre giorni, tracciando una bellissima via, sulla est dello spallone della
Cima Bancon. Miei compagni in questa avventura sono i giovanissimi mandel-
lesi Trincavelli e Molteni alla loro prima esperienza dolomitica. Non posso di-
menticare Massimo Achille, componente della cordata nei precedenti sfortunati
tentativi. Ha dovuto rimanere a casa per una ferita alla mano destra.
In questi anni trascorsi al rifugio Cazzaniga, le tre vie aperte sul balcone del rifu-
gio non sono le uniche, ne seguono almeno altre trenta su tutti i sassi e paretine
arrampicabili della zona. Le più belle, sia per la lunghezza (50 metri) che per l’al-
to grado di difficoltà, sono quelle tracciate sulla parete gialla e strapiombante di
fronte al rifugio Sassi Castelli, parete questa che ho dedicato alla Kong di Monte
Marenzo, fornitrice di tutto il materiale alpinistico necessario. Dedico le vie ad
alcuni compagni che mi sono stati di validissimo aiuto: Combi Davide “Dinetto”
di Moggio, validissimo maestro di sci; Cambieri Luigi, tipografo milanese, con il
quale ho poi compiuto anche ascensioni in Civetta e nel gruppo del Monte Bian-
co. Un altro milanese, il più assiduo frequentatore di Moggio e della palestra,
Andrea Fedeli è stato senza ombra di dubbio colui che ha partecipato all’apertura
del maggior numero di vie, alcune delle quali portano il nome dei suoi famigliari:
“Delia, Iaia, Francesca”.
I lavori al rifugio con l’arrivo dell’inverno vengono sospesi, gli operai scendono
definitivamente a valle. Il tempo non è più così bello e la pioggia spesso comin-
cia ad essere mista a neve. Di questi tempi la montagna è costantemente avvolto
nella nebbia e questo non è piacevole. Le giornate diventano lunghe, affiorano le
prime difficoltà di diverso genere. Mauro ha ormai sei anni e inizia ad andare a
scuola. Vi assicuro che partire dal rifugio, mt. 2000, tutte le mattine per raggiun-
gere la scuola a Cassina Valsassina, mt. 850, non è cosa assolutamente facile. Fin
quando non c’è la neve, ora che non abbiamo più la jeep, Mauro deve scendere
a piedi in poco più di mezz’ora alla funivia, recarsi poi in paese con la prima
corsa delle ore otto, infine a piedi fino al centro del paese dove un pulmino lo
porta fino alla scuola, a Cassina Valsassina. Con l’inverno la situazione cambia,
bisogna scendere non più a piedi ma con gli sci e la discesa non è così divertente,
con ogni tipo di tempo, a volte anche con cinquanta, sessanta centimetri di neve
fresca caduta durante la notte. Il tragitto da percorrere dal nostro fino all’altro
rifugio è di dieci minuti circa in piano, poi giù in picchiata fino ai Piani di Ar-
tavaggio, per poi salire per almeno un quarto d’ora, a volte anche di più fino a
raggiungere la stazione della funivia con gli sci in spalla e alla funivia bisogna
assolutamente arrivarci prima delle otto. Il ritorno al pomeriggio segue lo stesso
tragitto del mattino in senso contrario. Qualche volta sono in funzione le sciovie
fino al rifugio Nicola, altrimenti a piedi per un’oretta, tempo che varia a seconda
delle condizioni di tempo e neve. Infine altri quindici minuti di cammino con sci
e cartella in spalla per raggiungere il rifugio Cazzaniga. Questo tutti i giorni, per
tutto il periodo scolastico, col sole o con la pioggia o neve e, per un bambino
non è il massimo, anche se apparentemente Mauro sembra non soffrire molto di
queste difficoltà. Situazione che sopportiamo per i primi due anni scolastici, poi
decidiamo di mandare Mauro e Niki a Mandello Lario dai nonni per il periodo
della scuola e di salire al rifugio nei fine settimana, anche perché quest’anno ini-
zia pure Nicoletta ad andare a scuola.
Nei periodi in cui al rifugio non c’è molto da fare a causa delle condizioni meteo
poco clementi e non potendo fare lavori all’esterno cerco di occupare il tempo a
disposizione, che è molto, nel risistemare le centinaia di fotografie e diapositive
da me scartate dalla mia originale conferenza in quanto doppioni, oppure legger-
mente sfuocate, insomma non proprio idonee, ma le uniche rimaste. Ora grazie
all’amico Toni Hiebeler riesco a ottenere una copia delle diapositive della prima
invernale della Solleder. Il mio obiettivo è quello di rimettere assieme, anche se
in modo ridotto, la mia conferenza. Sì, devo dire che questa raccolta di diapositi-
ve è molto meno interessante della raccolta originale, mancano molte ascensioni
importanti come l’invernale della Su Alto, la direttissima della Torre Trieste, lo
spigolo est della Torre Venezia e tutte le mie ascensioni estive o invernali nel
gruppo del Civetta e del Monte Bianco. Anche se il pacchetto di diapositive è
un po’ scarno, sono comunque diverse le associazioni interessate alla mia storia.
Il mio commento poi, non preparato, ma basato esclusivamente su quello che la
diapositiva del momento mi suggerisce, sembra piacere molto e non di ultimo
interesse è il mio dialogo con il pubblico alla fine della proiezione. Il mio periodo
di alpinista, passato quasi a tempo pieno negli anni 50-60 e nei primi anni 70, mi
porta ad affermare che questi siano stati gli anni più interessanti dell’alpinismo
moderno, quello che in seguito viene chiamato “il periodo d’oro del sesto grado
superiore”. Tanto per fare alcuni nomi di alpinisti che in quegli anni era possibile
ancora incontrare in montagna, avendo la fortuna e il privilegio di legarsi con
loro in cordata, anche se di due generazioni più avanti della mia, posso citare:
Cassin, Carlesso, Tissi, Dell’Oro, Vitali, Detassis, Stenico. Ci sono poi quelli del-
la generazione avanti alla mia: Maestri, Bonatti, Mauri, Oggioni, Aste, Abram,
Lacedelli e tanti altri non solo italiani ma svizzeri, francesi, tedeschi, austriaci.
Molti di questi li ho conosciuti sulle guglie delle Grignetta dove in primavera
le presenze erano numerose. In quegli anni gli scalatori, vogliosi di conquiste a
prezzo di grandi sacrifici e sofferenze di ogni genere e natura, erano veramente
molti e io sono fra quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerli e con alcuni di
loro compiere ascensioni importanti, perciò nei miei cassetti della memoria trovo
che ho molto da raccontare.
Non sono moltissime le serate che faccio, ma anche se scarse mi aiutano ad ar-
rotondare, se pur di poco, le entrate finanziarie in casa di cui c’è gran bisogno.
Diversi riconoscimenti mi vengono rilasciati in questo periodo. Ne voglio ricor-
dare uno che ho ricevuto nel 1971, dopo una serata a Milano tenuta nella sezione
del GAM Gruppo Alpinistico Milanese. Sono premiato con una bellissima targa
ricordo dal circolo fotografico milanese.
Sempre nel 1971 Fabio Masciadri, in collaborazione con il CAI e la Commissio-
ne Nazionale Scuole di Alpinismo, pubblica un volumetto dal titolo “Lineamenti
di storia dell’alpinismo europeo” dove sono brevemente ricordato per la direttis-
sima alla Torre Trieste in Civetta, che in quegli anni aveva fatto molto scalpore e
aveva dato praticamente inizio ad un nuovo tipo di alpinismo denominato l’epoca
del sesto grado superiore. Di quell’ascensione i giornali hanno scritto di tutto,
con titoli a caratteri cubitali come: “Sulla torre delle torri il regno del brivido” e
un altro un po’ meno piacevole: “Il troppo storpia anche in alpinismo”.
D’inverno cerco anche di perfezionare la mia tecnica sciistica, ancora molto scar-
sa. Mi sono di aiuto in questo due bravissimi maestri di sci di Ponte di Legno:
Veclani e Cattaneo, che ho avuto il piacere di conoscere nel 1964 durante il corso
per guide alpine al rifugio Marinelli inValmalenco. Passo alcuni giorni al Passo
del Tonale ospite degli amici e devo dire che il mio livello tecnico in pochi giorni
si alza notevolmente, tanto da sentirmi pronto per tentare il grande passo di di-
ventare maestro di sci.
Sarebbe veramente importante per me riuscire a ottenere questo brevetto. Mi
si aprirebbero ulteriori prospettive di lavoro. Ai Piani di Artavaggio esiste una
scuola di sci, ma la I.S.A.V., la società che gestisce gli impianti di risalita (una
funivia e sei sciovie) i maestri li deve reclutare da altre località come Trentino,
Piemonte, Alto Adige. In Valsassina ci sono pochi maestri di sci che insegnano
in altre stazioni sciistiche vicine (Piani di Bobbio, Pian delle Betulle). Mando
l’iscrizione alla FISI - Fedazione Italiana Sport Invernali e a novembre sono con-
vocato a Cervinia, sede del corso e degli esami. Ma quest’anno c’è una novità.
La CO.SCU.MA. ha cambiato le regole. Per essere ammessi al corso di maestro
bisogna prima superare un esame di selezione. Tutto questo per fare in modo
di far passare solo aspiranti maestri con molte possibilità di riuscita nel supera-
mento del corso e dell’esame. Questa nuova regola mi trova un po’ impreparato
e preoccupato. Cerco di spiegare il perché di questa mia preoccupazione abba-
stanza fondata, che potrebbe portare alla mia esclusione dal corso. La selezione
è imperniata su tre prove abbastanza difficili, che però danno modo agli istruttori
di fare una scelta molto oculata e di estromettere dal corso gente che butterebbe
solo i soldi senza nessuna possibilità di essere promossa. Le prove sono: super
parallelo, slalom speciale, prova libera. Anche se ben preparato, è troppo poco il
tempo dedicato assiduamente da me allo sci. Super parallelo e prova libera non
mi danno molti pensieri, ma per la prova di slalom ci vuole ben altro che la mia
attuale preparazione. Se aggiungiamo che io non ho mai fatto uno slalom speciale
in vita mia, mi sembra alquanto improbabile che riesca a sciarlo decentemente.
Essere bocciato alla mia prima partecipazione al corso l’ho messo in preventivo,
però questo deve eventualmente accadere alla fine del corso che dura circa un
mese. In questo mese potrei migliorare ulteriormente la mia tecnica avendo a di-
sposizione i migliori istruttori nazionali. Ora naturalmente esiste la possibilità di
essere rimandato a casa dopo soli tre giorni. Con l’amico Combi Davide meglio
conosciuto come “Dinetto”, anche lui come me qui per il corso, sto passeggiando
per Cervinia quando ho un piacevole incontro con degli ufficiali della Scuola
Miltare Alpina di Aosta Sezione Sci Alpinistica, sezione nella quale ho prestato
la maggior parte del servizio di leva. Fra gli ufficiali riconosco alcuni coi quali
ho passato parte dei miei diociotto mesi di ferma militare. Alcuni dei graduati di
allora sono congedati, ma essendo stato un periodo, quello alla Scuola Militare
Alpina, molto importante ne voglio ricordare alcuni, perché fra noi è rimasta una
grande amicizia: il maggiore Cagnolli; l’allora tenente Pasquali, diventato poi
generale comandante della S.M.A.di Aosta; il capitano Zucchi; i marescialli Bo-
sio; Ambrosi; Prato; Perin; Cordivani; Epis; Tamagno. Torniamo all’incontro di
Cervinia. Fra i miei conoscenti il colonnello Valentino Stella risulterà forse non
determinante ma abbastanza importante per la mia ammissione al corso, ormai
diventato obiettivo di primaria importanza. Uno scambio di saluti, i soliti conve-
nevoli di rito e spiego al colonnello il perché della mia presenza a Cervinia e della
mia grande preoccupazione di non essere ammesso al corso. Prima di salutarci
il colonnello Stella mi dice: “Non preoccuparti Redaelli, vedrai che andrà tutto
bene.” Passo una notte tremenda senza chiudere occhio. Il pensiero della prova
di slalom mi tormen-
ta e non solo quella,
perché la prova libera
è altrettanto difficile e
importante, in questa
discesa devi dimo-
strare ai giudici sparsi
lungo il percorso tutto
quello che sai fare.
Giunge così anche
il fatidico mattino.
Dopo una frugale
colazione, via all’ap-
puntamento dove a
tutti viene consegnato
il numero di pettorale
per l’ordine di parten-
za.
L’ordine di partenza è
importante, direi im-
portantissimo. Ho il
numero quarantotto,
sono stato veramente
fortunato, non tanto
perché questo sia un
numero sufficiente-
mente basso, ma gra- Giorgio e i fratelli Casse alle prove di chilometro lanciato nel 1974.
zie agli sciatori possessori dei numeri quarantasei e quarantasette. Voi vi chie-
derete dov’è la fortuna. Immaginate che nella prova di slalom i due sciatori che
precedono la mia discesa siano due ex atleti della squadra azzurra o magari atleti
ancora in attività. I giudici non credo facendo i dovuti paragoni mi darebbero la
sufficienza. Invece i due che mi precedono sono sul mio standard di capacità scii-
stiche così dopo le loro non esaltanti discese hanno permesso di rendere passabile
la mia, non proprio di eccezionali qualità. Le prime due prove dunque vanno
abbastanza bene, ora sono molto fiducioso. Da Plain Maison con una discesa in
gruppo ci spostiamo a Cervinia per l’ultima prova, la libera. La discesa si svol-
ge su un pendio attiguo alla scuola di sci, circa duecento metri di percorso con
varie pendenze, gobbe, cunette e una strada da saltare. Facciamo tutti assieme la
ricognizione del percorso, poi schierati assistiamo alla dimostrazione da parte di
un istruttore. Finalmente si comincia. Guardo da metà percorso i primi discesisti.
La parte che più mette in difficolta è il salto della strada dove cadono in diversi.
Fra quelli che cadono c’è anche un ragazzo lecchese molto forte, Nerino Panzeri
e questo aumenta ancora di più la mia preoccupazione, mentre l’altro mio amico,
Dinetto è andato veramente forte in tutte e tre le prove, tanto che risulterà uno dei
migliori del corso. Assorto nei miei pensieri non proprio positivi, ecco avvicinar-
si il colonnello Stella a rincuorarmi. Mi conferma che le prime due prove sono
state positive, perciò di scendere tranquillo senza strafare: “Ti aspetto all’arrivo,
così andiamo a festeggiare assieme al bar la tua ammissione, ne sono più che
sicuro”. Scaccio tutti i cattivi pensieri negativi, mi apparto a concentrarmi, quan-
do viene chiamato il numero quarantotto eccomi pronto e gasato come non mai
e nella mente solo pensieri positivi. Mentre scendo sento che sto eseguendo una
prova fantastica (almeno per quel che mi riguarda), non so quanto lo sarà per
i giudici, ma io provo
a dare il massimo. Ta-
gliato il traguardo il
colonnello Stella che
è vicino al tavolo dei
giudici di arrivo mi
chiama e appoggiando
una mano sulla spalla
ad un istruttore, che
fino a quel momento
non avevo mai incon-
trato ma già sentito
nominare, me lo pre-
senta: Albino Alverà,
Durante la prova d’esame. Cervinia 1970. capo assoluto della
CO.SCU.MA. Commissione Scuola Maestri, giunto a Cervinia per presiedere
all’esame di selezione. Subito ho collegato il suo nome a quello di un appartenen-
te al gruppo alpinistico degli Scoiattoli di Cortina, lo ricordo benissimo perchè
con Lino Lacedelli ha tentato, senza fortuna, prima di me di salire la via Carlesso
alla Torre Trieste. Un momento molto felice ed emozionante, da tempo volevo
conoscere Albino Alverà, sia come alpinista, sia anche come uno dei maggiori
esponenti degli istruttori nazionali di sci. Quale momento migliore per fare la
sua conoscenza, guarda il caso anche direttore responsabile di questa prima sele-
zione d’esame per l’ammissione al corso. Tutto è andato per il meglio e sono stato
ammesso, ora sta a me sfruttare questo mese di corso nel migliore dei modi. Con
il colonnello, al bar si parla dei bei tempi passati assieme alla SMA di Aosta, ma
lui aggiunge anche un piccolo episodio del giorno, precisamente a riguardo della
mia prova libera d’esame. Stella racconta: “Come sei partito mi sono avvicinato
ad Alverà, amico di vecchia data, proprio mentre stava seguendo la tua discesa
e in parte l’ho distolto dal seguire la tua evoluzione di discesista. L’ho salutato
aggiungendo: sai che quel Redaelli che sta scendendo adesso è quello del Petit
Dru, della direttissima alla Trieste e dell’invernale alla Solleder?” Esternazione
di sorpresa, ma la cosa più importante è stato che della mia discesa ha visto ben
poco. Io non so se tutto questo ha influito sulla mia ammissione al corso, però
forse ha aiutato nella decisione. Ringrazio il colonnello Stella che mi lascia per
rientrare ad Aosta, ma mi assicura che ci rivedremo molto presto. La Sezione Sci
Alpinistica della S.M.A. della quale lo Stella è il comandante ha in programma la
prossima settimana proprio qui a Cervinia un corso di sci per ufficiali di carriera
e tutto questo mi crea un po’ di nostalgia ricordando che proprio qui a Cervinia,
ne ho fatti diversi di questi corsi quando prestavo il servizio militare.

Alcuni degli amici militari presenti a Cervinia durante la prova d’esame di Giorgio ripresi durante l’effettua-
zione dei documentari didattici della Scuola Militare Alpina.
È venerdì, la commissione d’esami dà il rompete le righe, convocando tutti gli
ammessi al corso per lunedì della settimana seguente. Degli amici lecchesi pre-
senti alla selezione solo io e il Dinetto siamo stati ammessi al corso. Mi è dispia-
ciuto molto per il Nerino che con gli sci sa il fatto suo, ma ha compromesso tutto
con una caduta durante la prova libera. Decido di passare il fine settimana a casa,
al rifugio Cazzaniga con moglie e figli, per ritemprarmi e prepararmi psicologi-
camente. Il corso infatti sarà molto lungo (trenta giorni) e faticoso. Sono sempre
felice quando torno in famiglia. Passo coi miei il fine settimana e la domenica
sera con il Dinetto riparto per Cervinia. Devo dire che sono un po’ preoccupato
per come sta andando il menage al rifugio, la mia lunga assenza crea problemi,
ma per ottenere qualche cosa nella vita bisogna saper soffrire.
Pensando a casa, passo una notte alquanto agitata e al risveglio cerco di allonta-
nare dalla mente le preoccupazioni per essere pronto. Devo assolutamente essere
mentalmente positivo per affrontare con la grinta giusta questa nuova grande
avventura. Alle ore otto puntualissimo eccomi sul piazzale della funivia che por-
ta a Plateau Rosa. Mentre uno degli istruttori fa l’appello e divide gli allievi in
gruppi sono assalito da una grande emozione che mi crea un po’ d’insicurezza,
ma intuisco dagli sguardi dei compagni che anche ad altri allievi succede la stessa
cosa e questo mi rassicura. Sapere che altri sono molto timorosi e insicuri è come
una forte iniezione di coraggio e fiducia. Devo dire che tutti i miei compagni
sono molto più giovani, senza ombra di dubbio con i miei trentasei anni sono tra
i più anziani di tutto il corso. Il gruppo in cui sono stato inserito è affidato ad un
istruttore giovane, molto bravo e famoso: Bersezio di Bardonecchia. Il motivo
della sua notorietà è dato da una sua recente partecipazione ad un quiz televisivo.
Passano tre settimane fantastiche, con un gruppo di compagni aspiranti maestri
molto affiatato. La maggior parte di questi sono pure molto bravi e spronano in
me un forte stimolo di emulazione. Sciando su ogni tipo di neve, sono parecchio
migliorato. La mia tecnica ora è molto più sciolta, fluida ma il divario con alcuni
miei compagni è ancora notevole, lo si nota e come, la noto benissimo anch’io.
Voglio ricordare uno dei miei compagni, che ritengo essere anche il migliore
di tutto il corso, oserei dire che se pur giovane lo vedo già sciare da istruttore:
Bianchi di Madesimo. Il suo modo di impostare lo sci ha impressionato anche
l’istruttore Bersezio. Degli altri compagni di gruppo, con il passare del tempo
perderò le tracce, escluso un ragazzotto di Nembro. Di lui penso si ricordino tutti
i partecipanti al corso e non solo quelli del nostro gruppo per la sua simpatia e il
suo modo credo unico di comportarsi, sia prima, durante che dopo le lezioni.
Grande personaggio pure del mondo alpinistico: Carlo Nembrini. Carlo mori-
rà molto giovane durante una spedizione alpinistica. Voglio aggiungere un altro
piccolo particolare di questi giorni passati sulla neve di Cervinia e riguarda il
mio istruttore. Grandissimo sia nello spiegare che nel dimostrare la tecnica dello
sci, ma come tutti gli esseri umani a volte anche ai grandi capita di sbagliare, e
come sovente facevo io, qualche volta è capitato anche a lui di cadere. In una di
queste cadute gli è uscita la spalla dalla sua sede naturale e devo dire che ci siamo
alquanto spaventati e preoccupati nel vederlo senza una spalla, perché è questo
l’effetto che fa guardare uno in quelle condizioni, ma lui imperterrito a esclama-
re:” Non preoccupatevi sono abituato”. Chiama Bianchi che era il piu vicino, gli
allunga il braccio e mano nella mano gli dice: “Tira !!” Bianchi un po’ titubante
tira con forza il braccio e Bersezio con l’altra mano fa pressione nella parte sotto
l’ascella, l’operazione dura pochi secondi, si sente uno strano rumore seguito da
un discreto urlo. Il rumore sentito era quello della spalla che rientrava nella sua
sede naturale. Devo dire che è stata la prima volta che vedevo mettere in sede
una spalla, anche se, a dire il vero mi era già stato spiegato durante alcuni corsi di
pronto soccorso. Apparentemente Bersezio è tornato quello di prima anche se il
bastoncino nella neve da allora lo piantava con una ben visibile preoccupazione.
Posso aggiungere che durante il corso la cosa si è ripetuta ancora una volta, ma
tutto è stato più semplice, tanto che qualche allievo ha avuto pure la forza di fare
delle battute spiritose.
Il corso arriva all’epilogo, sono stati ventisette giorni passati velocemente, ora è
previsto un giorno di riposo, poi seguiranno tre giorni di esami. Sono ottimista
ma anche realista sulle mie possibilità. Tutto dovrebbe andare per il meglio, co-

Virginio Epis, Agostino Tanagno durante le riprese dei film didattici della
Scuola Militare Alpina.
munque vada sono soddisfatto per il grado tecnico raggiunto. In questo esame ho
profuso tutte le mie forze fisiche, tecniche e psicologiche. Ce l’ho messa vera-
mente tutta, ma con molto dispiacere non ho avuto la tanto sperata promozione,
la mia prova di slalom è stata alquanto deludente. Lascio Cervinia francamente
un po’ deluso, ma anche moderatamente soddisfatto, come già detto per il buon
grado tecnico raggiunto. Lo slalom mi ha tradito, praticamente è l’unica prova
dove sono risultato insufficiente. Passo l’inverno aiutando Aurora nella condu-
zione del rifugio, collaboro con la scuola di sci nei corsi pomeridiani per bam-
bini principianti delle varie scuole elementari della zona e nel tempo libero con
l’aiuto dell’amico Dinetto, lui promosso maestro a pieni voti, mi alleno tra i pali
stretti - così si dice - dello slalom speciale. In questa specialità partecipo anche
ad alcune gare con discreti risultati. Quattro mesi dopo mi ripresento ad un’altra
sessione d’esami sul ghiacciaio del Presena. Ora sono più preparato e molto più
sicuro. Conosco meglio l’ambiente dello sci e che cosa si aspettano dall’allievo
aspirante maestro. L’esame non mi crea grandi patemi d’animo, non mi fa paura
come a Cervinia, mi sento veramente forte e così tutto va per il meglio e divento
maestro di sci con pieno merito. Segue una prova teorica su diverse materie ine-
renti allo sci, ma questo non mi crea nessun problema, anzi nelle materie come:
pronto soccorso, topografia e orientamento tanto per citarne qualcuna, con tutte
le scuole di alpinismo che ho diretto credo di poter dare qualche aiuto in merito
anche agli istruttori.
In primavera quando la sezione sci alpinistica della Scuola Militare Alpina di
Aosta si reca in Grignetta, al rifugio Carlo Porta, per il corso di addestramento
su roccia per ufficiali di carriera, vado a trovare gli amici. Questa volta li voglio
ricordare senza citare il loro grado, ma li voglio ricordare come grandi amici e
basta. Sono: Stella, Tamagno, Epis, Ragazzi, Perin, Bernardi ed altri istruttori più
giovani che al momento non ricordo. Con il comandante mi accordo per ritornare
una sera al rifugio e proiettare le diapositive delle mie scalate e raccontare la mia
storia agli allievi del corso. Ho detto agli allievi del corso, perchè gli istruttori
della mia esistenza conoscono morte, vita e miracoli, avendo passato con loro
molto tempo prima, durante e dopo il servizio militare. Con alcuni di loro ho pure
girato diversi documentari didattici e no, nelle Dolomiti e nel gruppo del Monte
Bianco. E cosi è stato. La ricordo come una delle più belle mie serate, iniziata
molto presto e culminata con un sontuoso pranzo e inaspettatamente premiata
con una bellissima targa ricordo della Scuola Militare Alpina di Aosta, con tanto
di dedica all’alpino Redaelli Giorgio.
Pochi giorni dopo sono a Varese per una conferenza, organizzata dal negozio
“Severo Sport” in collaborazione con la locale sezione del CAI. Ricordo que-
sta serata per quello che è successo in un grande ristorante dopo la conferenza.
Questo breve intermezzo mi porta poi a parlare ancora degli amici della SMA di
Aosta. Si va al ristorante per chiudere la serata, nel gruppo ci sono anche diverse
personalità varesine. Una grande bellissima tavolata imbandita dove prendiamo
posto. A me viene assegnato uno dei due posti capotavola. Sul tavolo sono ben
evidenti sei caraffe con del vino rosso. Una volta tutti seduti, l’amico Severo che
mi conosce molto bene e che sa che di vino non ne capisco niente, essendo oltre-
tutto quasi astemio, con voce molto squillante per far sì che tutti debbano sentire
dice: “Signor Redaelli assaggi il vino e dica al somellier se va bene.” A questo
punto cerco di darmi un contegno, con il signor Severo mi sarei chiarito poi più
tardi. Porto il calice alla bocca, ne bevo un sorsetto e non sapendo che dire, dal-
la mia bocca escono delle parole di circostanza. Al momento saranno sembrate
terribili per un intenditore di vino, ma in seguito sono passate alla storia: “Per
essere vino sfuso, mi sembra molto buono”. Risata generale, di cui al momento
non intuisco la ragione. Ma una volta informato… Che ne sapevo io che i grandi
vini di bottiglia vengono scaraffati per farli respirare. Durante la cena la cosa ha
un seguito. Si avvicina il somellier e sottovoce mi dice: “Signor Redaelli, ho ap-
prezzato molto la sua battuta sul vino sfuso!” e devo aggiungere che quel signore
era veramente convinto che la mia fosse stata una battuta spiritosa. Poveretto,
non ho avuto il coraggio di dirgli che non era una battuta. In seguito aggiunse:
“Alla fine del pasto gliene regalo due cartoni”. Durante la cena e alla fine della
stessa si è parlato molto della mia esternazione sulla bontà del vino, forse solo il
signor Severo ha intuito la verità. Arriva il momento che il somellier mi porta in
cantina, mi è difficile descrivere l’immensita di questo ambiente, non so capaci-
tarmi di quante qualità di vino sono presenti. Resto incantato, mai visto niente di
simile. Le bottiglie sono tutte catalogate e numerate, ordinate come in una biblio-
teca, solo che al posto dei libri ci sono contenitori di vetro. Mi complimento con
il sommelier mentre mi porta in un altro locale dove mi consegna i due cartoni
di “amarone” promessi. L’anno di produzione non me lo ricordo, anche se per
come me l’ha detto sembrava essere importante. Poi, mentre saliamo le scale con
un cartone a testa, comincia a farmi domande del tipo. Lei di dov’è, torna a casa
questa sera? Quanti chilometri sono? A che altezza è il suo paese sul livello del
mare? Ha una buona cantina? E così avanti per un po’ con le domande e io che
dentro di me pensavo: se questo viene a sapere che in linea di massima io il vino
lo allungo o con l’acqua o con la gassosa, col cavolo che mi regala i due cartoni
di amarone.
Ma torniamo agli amici della SMA che sono ancora in Grigna per il corso. Al-
cuni di loro li conosco come veri intenditori di vino, almeno Epis e Tamagno.
Cosa c’è di meglio che invitarli una sera a cena a casa mia, così almeno il vino
lo berrà qualcuno che lo merita più di me. Quella sera anch’io preparo il vino in
caraffa, ma per paura che non venisse riconosciuto come un grande vino, lascio
nelle vicinanze le bottiglie vuote. Come gli amici si avvicinano alla tavola, io non
credo a quello che le mie orecchie stanno sentendo, esclamazioni di ogni genere:
“Redaelli… ma è amarone”. Epis sottolinea anche l’anno, con un discreto: “Non
dovevi”. Finalmente sembra che anche il Redaelli capisca qualche cosa di vino.
Mancava solo che si mettessero a piangere dall’emozione. Passiamo al pranzo e
poi chiudo l’aneddoto. Sono seduto vicino a Agostino Tamagno, il quale versa
con riguardo il vino anche nel mio bicchiere. Io come al solito prendo l’acqua per
allungarlo un po’, ma Agostino scandalizzato ferma il mio braccio e mi dice: “Mi
dispiace ma a questa tavola, questo vino non si allunga nè con l’acqua nè con la
gassosa”. In modo allegro cerco di dire all’amico che non sono più un alpino che
prende ordini dai superiori, che sono a casa mia, ma queste mie affermazioni non
fanno cambiare di una virgola il pensiero di Agostino, supportato da tutto il resto
del tavolo compreso di mia moglie.

Nel 1972 esce il libro “ La Grande Civetta “ scritto dall’amico Alfonso Bernardi
edito da Zanichelli.
Il libro racconta in lungo e in largo tutta la storia di questa montagna e di con-
seguenza anche la mia di storia dedicata a questa immensa, grande e famosa
montagna chiamata “il regno del sesto grado”. È resa poi completa e interessante
da una lunga serie di fotografie che documentano fra l’altro, anche tutte le mie
ascensioni. Voler sintetizzare qualche passaggio che mi riguarda descritto in que-
sto libro sarebbe oltremodo molto lungo
e impegnativo, visto che le pagine riser-
vate a me sono decine e decine. Perciò ho
pensato di trascrivere quello che Alfonso
Bernardi ha scritto per la mia presenta-
zione. Ma prima voglio ricordare come
e dove ho conosciuto questo bravissimo
scrittore e grande appassionato di monta-
gna. Rifugio Zappa Zamboni Monte Rosa,
agosto 1958, corso per istruttori nazionali
di alpinismo. È giorno di esami. La com-
misione è schierata sul ghiacciaio ai pie-
di di un muro verticale, nel bel mezzo di
una grande seraccata. Il muro di ghiaccio
è alto una dozzina di metri. Cassin diret-
tore del corso mi chiede di salirlo in un
modo che mai, dico mai, nessun alpini-
sta con un po’ di testa avrebbe affrontato
Al rifugio Zappa Zamboni nel 1958. così. Salire senza l’aiuto di nessun tipo di
A destra il lecchese Sandro Colombo.
protezione, solo con piccozza e ramponi. Percorsi quei dodici metri con la sola
forza che avevo in quel momento: l’orgoglio di dimostrare qualche cosa che forse
non ne valeva la pena. Ma con l’aiuto di alcuni acquasantini scavati nel ghiaccio
con la parte della piccozza chiamata paletta e le punte anteriori dei ramponi sono
riuscito nell’intento. Cesare Gex, grande guida di Courmayeur e mio compagno
per l’occasione, si avvicina e mi dice: sei stato grande, ma io non lo avrei mai
fatto, avrei chiesto alla commissione prima di darmi loro una dimostrazione per
affrontare un simile passaggio a quel modo e con nessun tipo di protezione. In-
tanto il buon Riccardo, pur se sconsigliato dai suoi colleghi istruttori: Grazian,
Buscagliene, Floreanini, De Andreis, Ubaldo Rey chiede a Alfonso Bernardi di
ripetere lo stesso passaggio. Bernardi cerca di spiegare a Cassin che per lui il
corso è solo un modo per vivere qualche giorno al fianco di grandi alpinisti e che
il brevetto di istruttore nazionale non è poi così importante. Ma Cassin insiste e
Bernardi, anche se un po’ incoscientemente non ha la forza di dire di no e ci pro-
va. Anche nel suo caso è una questione di orgoglio. Dopo pochi metri Bernardi
cade e ne esce alquanto malconcio. In quest’evento ho conosciuto Alfonso Ber-
nardi. Giusto per ricordare quel tempo e per la cronaca di quel momento, riporto
che dopo la caduta di Bernardi, Cassin ne fa salire un altro e anche questo finisce
con una caviglia rotta...
A fine corso, dove ho ottenuto a pieni voti il diploma di istruttore nazionale,
rientro a Lecco in compagnia di Riccardo Cassin. Durante il viaggio non ho po-
tuto fare a meno di chiedere al Riccardo il
motivo di una richiesta tanto insensata, cioè
di scalare quella parete di ghiaccio senza la
possibilità di agevolare la salita con qualche
protezione. “Non volevo che qualcuno pen-
sasse che ti favorissi perché eri di Lecco!”
fu la risposta.
Chiuso questo breve capitolo, ecco come
Alfonso Bernardi mi presenta nel libro della
Grande Civetta.
Giorgio Redaelli,“il re della Civetta”.
“L’arrampicatore che si è specializzato nel
collezionare una lunga serie di ripetizioni
di prime vie nella Civetta è indubbiamente
Giorgio Redaelli.
Nato il 30 Luglio 1935 a Mandello Lario,
sposato dal 1960 con una compagna ideale
perché ottima alpinista, Aurora, ora è papà Corso d’esame del 1958 con una prova
“un po’ meglio assicurata”.
di due simpaticissimi bambini, Mauro di cinque anni e Nicoletta di tre.
Ho conosciuto Redaelli nel 1958 alla Capanna Zamboni, sotto la parete est del
Monte Rosa, durante i dieci giorni di severa vita del corso per istruttori nazio-
nali di alpinismo. Era stato appena congedato dal servizio militare che aveva
prestato, naturalmente data la sua già notevole attività alpinistica, presso la
Scuola Militare Alpina di Aosta. L’ho ritrovato undici anni dopo nella sua casa
di Mandello per farmi raccontare e rievocare, con l’aiuto della proiezione delle
sue diapositive, la sua attività nel ‘regno del sesto grado’. È stata una simpatica
e lunga conversazione, all’inizio dell’estate, davanti alle verdi acque di quel
ramo del lago di Como che si chiama di Lecco e la più bella palestra per un
arrampicatore, la Grigna, alle nostre spalle.
Crescendo in un ambiente dove l’attività principale dei giovani è quella che nel
tempo libero e durante le vacanze viene svolta in montagna, Redaelli ben presto
fu preso dalla passione dell’arrampicamento seguendo e osservando i più anzia-
ni ‘grignaioli’. Fu così che a diciannove anni decise di frequentare un corso di
alpinismo e si iscrisse alla Scuola dei Ragni di cui a quel tempo era istruttore
Carlo Rusconi, l’indimenticabile maestro di tanti giovani, e fratello maggiore
di Antonio e Giovanni, entrati nella storia della Civetta anch’essi per le belle
imprese che vi hanno compiuto.
Nel 54, così mi racconta Redaelli, dopo aver compiuto numerose salite in Grigna,
si trasferì nell’estate con tutti i Ragni della scuola in Dolomiti che rappresenta-
vano il banco di prova e d’esame per gli allievi della Scuola. Con un compagno,
il giorno successivo all’arrivo in Brenta, fece la salita, per la normale, al Cam-
panile Basso; il giorno dopo lo Spigolo della Madonnina alla Brenta Alta, poi la
Kine al Castelletto. Queste arrampicate, alquanto impegnative, misero in verità
in subbuglio i “Ra-
gni” perché si sa che
anche un minimo in-
cidente all’allievo di
una Scuola ha note-
voli ripercussioni. Ma
quella arrampicata fu
veramente “brucia-
ta”, per cui alla sera,
dopo il tradizionale
rabbuffo, i due ragaz-
zi furono festeggiati.
L’attività in Civetta
ebbe inizio nel 1955 e
Giorgio col suo esaminatore del 1958: Riccardo Cassin. per un giovane all’ini-
zio fu una vera esplosione, perché portò a termine con Cesare Giudici addirittu-
ra la prima ripetizione della via che Livanos aveva aperto lungo la parete nord
ovest della Cima di Terranova.”
Voglio aggiungere a questo seppur breve preambolo tratto dal libro della Gran-
de Civetta, che in quei giorni ebbi l’occasione di conoscere uno dei grandi miti
dell’alpinismo: Bruno Detassis e che Rino De Col è stato mio compagno di cor-
data nelle prime ascensioni compiute fuori dalla Grigna e precisamente in Brenta
nel 1954, con il corso di roccia del Gruppo Ragni di Lecco. Rino oltre a essere
stato per un paio d’anni mio compagno di cordata era anche mio collega di la-
voro. Rino ci ha lasciato ancora molto giovane colpito da una terribile malattia,
ma la morte non può cancellare i bellissimi momenti passati con lui. Ti ricordo
sempre.
Nel libro la Grande Civetta, sono molti i passaggi interessanti scritti dai miei
compagni di cordata, ma sono così tanti che non saprei da che parte incomin-
ciare e quale scegliere, perciò mi limito a suggerire di leggerlo, se vi riesce di
trovarlo. Purtroppo trovare questo libro è diventata una ricerca di enorme diffi-
coltà, perché credo sia andato tutto esaurito. Poco tempo fa ho chiesto all’amico
Alfonso Bernardi se la Zanichelli potesse essere interessata ad una ristampa. Mi
è stato risposto che una ristampa è assolutamente impossibile. Essendo cambia-
to il sistema di stampa, tutto il materiale
del libro non è più recuperabile. Peccato,
veramente peccato.
Ma lasciamo il Civetta e torniamo alla
mia vita ai Piani di Artavaggio. Sembra
che tutto finalmente possa andare per il
meglio. Il lavoro al rifugio comincia a
dare i suoi frutti, non abbastanza per vi-
vere tanto agiatamente, ma un grande e
proficuo aiuto lo ricevo lavorando d’esta-
te come guida alpina e d’inverno posso
finalmente lavorare come maestro di sci.
Tutto questo sembra indirizzare il prosie-
guo della mia tribolata esistenza, ad una
maggiore tranquillità finanziaria. Dicono
che i soldi non fanno la felicità e su que-
sto sono pienamente d’accordo ma quan-
do non ci sono, vi posso assicurare che
la loro mancanza crea tanti altri problemi
che vanno a disturbare, o quantomeno a
Sulla Torre Trieste in apertura della Direttissima. ridimensionare e di parecchio, l’armonia
in famiglia. Le professioni di guida e di maestro di sci mi portano sovente ad
essere lontano da casa, nel mio caso dal rifugio. D’estate sono spesso richie-
sto come maestro presso le scuole estive Pirovano, Stelvio, Cervinia, Tonale.
E quando sono assente, Aurora fatica a portare avanti tutto il lavoro del rifugio,
seguire la crescita di Mauro e Nicoletta di nove e sette anni. Allora si cerca aiuto,
la maggior parte delle volte lo si trova nel giro delle amicizie. Per un po’ funzio-
na, ma casa e lavoro, se non sono seguiti assiduamente da vicino, creano tanti
problemi, anche molto grandi. Nascono incomprensioni, prima di poco conto,
poi sempre più grandi, che riescono a incrinare amicizie e giungono a disturbare
e turbare anche il normale menage famigliare. Il rovescio della medaglia è che
le professioni di guida alpina e di maestro di sci sono molto affascinanti, belle e
appaganti, mi danno tante soddisfazioni. È una vita più consona al mio modo di
vivere rispetto a quella nel chiuso di una fabbrica. Ti si presentano più opportu-
nità di conoscere gente nuova, di ceti e estrazioni diverse. Un’estate allo Stelvio
ho avuto l’incarico dalla scuola sci Pirovano, dove insegnavo, di passare alcuni
giorni con Renato Rascel, un grande personaggio dello spettacolo e della canzo-
ne italiana. Conoscere questi personaggi, avere la fortuna di frequentarli, è molto
appagante e istruttivo ma possono però dare anche delle grandi delusioni, anzi il
più delle volte l’uomo, l’artista, che conosci per le sue canzoni, per i suoi film,
o che hai seguito in uno show televisivo, nella vita quotidiana sovente ti riesce
difficile identificarlo col personaggio, sembra essere un’altra persona. I miei figli,
Mauro e Nicoletta, ora di dieci e otto anni, mi seguono in queste settimane dove
sono impegnato come maestro. Loro sono sempre ospiti della signora Pirovano,
sciano molto bene, hanno raggiunto un livello tecnico eccezionale e qui devo dire
che c’è ancora la mano del Dinetto. La signora Giuliana Pirovano quando li ha
conosciuti, li ha poi vo-
luti nel suo sci club
e così mi è diventato
molto più facile passa-
re assieme diverse set-
timane allo Stelvio e al
Tonale. Iniziano a fare
le gare. Il maestro Ger-
mano Donazzolo, oltre
ad essere direttore del-
la Scuola Sci Pirovano
è anche responsabile
della squadra agoni-
stica e con lui girano
parecchie località sci- Primi passi in roccia per i figli. Qui siamo ai Corni di Canzo.
istiche, facendo molta esperienza, di sci e di vita. La squadra agonistica anno-
vera nomi di promesse importanti per lo sci alpino come: Burini, Gobbi, Matus,
Fasoli, Brichetti. Tutti atleti che negli anni a seguire entreranno a far parte delle
varie squadre nazionali. Mauro e Nicoletta hanno così l’occasione di partecipare
a gare giovanili molto importanti come il trofeo Nordica a Cortina, il Fuji Film
a Cervinia, il Commercianti a Bardonecchia, la finale del Saette Coca Cola, lo
slalom parallelo del Tonale, finale nazionale dei Giochi della Gioventù e, tutto
questo, con ottimi risultati.
Intanto le grandi ascensioni invernali della mia epoca cominciano a interessare
la stampa. Un amico che frequenta assiduamente il rifugio Cazzaniga, tornando
dagli USA con un volo Alitalia, sull’aereo sfogliando delle riviste, di quelle che si
trovano a bordo, ne trova una molto interessante, che mi riguarda e me la porta.
Si tratta della rivista di Bordo dell’Alitalia “Aviorama” N° 3 Marzo 1972. Questa
rivista mi ha dato una felicità immensa nello sfogliarla, nel trovar pubblicato e
corredato da diverse fotografie il racconto della prima invernale della Cima Su
Alto (in Civetta e che ho salito con Sorgato e Ronchi nell’inverno 1962). Il rac-
conto molto bello è stato tratto dal libro “La grande Civetta” di Zanichelli.
Sarò anche un po’ narcisista, ma il fatto di vedere la stampa in generale, special-
mente riviste non del settore montagna, publicare racconti di mie ascensioni, mi
riempie di gioia. Mi stanno regalando finalmente un po’ di gloria che non mi è
stata data, o data solo in minima parte, negli anni delle mie grandi ascensioni.
Nelle librerie intanto (1974) è presente la nuova guida alpinistica del “Civetta e
Moiazza” di Vincenzo Dal Bianco e Bruno Angelini e questa volta occupo molto
più spazio della prima edizione (1956), perché sono riportate tutte le mie ascen-
sioni estive e invernali, veramente tante.
Nel 1975 l’Istituto Geografico De Agostini pubblica una grande “Enciclopedia
illustrata della Montagna” in otto volumi. Nel terzo volume si parla del monte Ci-
vetta e nella storia alpinistica di questa montagna sono ricordate alcune delle mie
grandi ascensioni fatte in questo gruppo come la direttissima alla Torre Trieste, lo
spigolo est della Torre Venezia, la direttissima al Pan di Zucchero e le invernali
alla Cima Su Alto - diedro Livanos e la via Solleder alla parete nord ovest della
Civetta. Tutto questo mi fa molto piacere, vedere il mio nome riportato in una
grande enciclopedia della montagna mi ripaga di tanti sacrifici fatti per la conqui-
sta di quelle pareti passate quasi inosservate ai più.
La passione per la montagna è ancora molto forte, così una domenica, lasciati
Nicoletta e Mauro dai nonni, con Aurora vado a fare un bel giro in Grignetta.
Ci portiamo prima al Pian dei Resinelli, qui incontriamo l’amico Italo che mi
confida il desiderio di andare sulla cresta Segantini. Con lui ho gia salito tante
montagne compreso il Monte Bianco. Un’ora dopo raggiungiamo il Colle Val-
secchi. Zaino a terra, piccola sosta, poi ci leghiamo in cordata. Ho con me una
delle prime corde di cinquanta metri. Io e Aurora ci leghiamo ai due capi, l’Italo
in mezzo. Legati in questo modo, sia io che Aurora, abbiamo la possibilità di
alternarci al comando della cordata durante l’ascensione. La cresta Segantini è
una bellissima e facile arrampicata, una classica in Grignetta, con difficoltà poco
sopra il secondo grado, con qualche variante si può raggiungere anche il terzo
grado, ma molto divertente per la sua varietà dei passaggi. È una giornata bel-
lissima sotto tutti gli aspetti, non solo quello del tempo che ci accompagna con
un sole fantastico. Durante una sosta ristoratrice, Italo esprime con un po’ di
titubanza un altro suo forte desiderio: quello di salire il Monte Bernina per la via
classica più famosa, la Biancograt. Nè io, nè Aurora siamo granchè allenati, ma
l’idea di tornare su quella bellissima montagna ci attira parecchio e otto giorni
dopo eccoci a risalire la val Roseg per raggiungere il rifugio Tcherva ai piedi del
Bernina, sul versante svizzero.
Questo rifugio molto bello, ha una sua particolarità per quanto riguarda il dor-
mire. Quando arrivi e chiedi al custode se c’è posto per pernottare, la risposta è
sempre affermativa e che dopo cena ci darà la sistemazione. All’ora di cena la
sala è veramente piena di alpinisti e cominci a domandarti, conoscendo la ca-
pienza di rifugio e dependance, come farà a dare da dormire a tutti. Non ci vuole
molto a risolvere il quesito che ci siamo posti. Poco dopo avere ultimata la cena,
il gestore domanda ad alta voce a chi dei presenti non è stato ancora assegnato il
posto letto di seguirlo fuori dal rifugio. Una volta fuori, la prima cosa che vedi è
“il nulla”, essendo ormai buio pesto. Siamo una cinquantina gli alpinisti all’aper-
to, veramente tanti senza posto. A questo punto il gestore indica a una trentina
di metri più in basso una specie di capanna, visibile solo per una tenue luce sulla
porta d’entrata. È la dependance o rifugio invernale. Ad alta voce e in più lingue
per far sì che tutti i presenti comprendano dice: “Lì dentro ci sono circa una cin-
quantina di posti sul tavolato, credo che riuscirete a sistemarvi tutti quanti, o al-
meno i più veloci. Buona notte!” Essendo già stato fregato una volta, con Aurora
e Italo ci siamo messi in pool position e siamo fra i primi ad accappararci il posto.
Posso dire che bene o male anche i
ritardatari riescono a trovare un po-
sto per sdraiarsi, specialmente se il
ritardatario è di sesso femminile. È
inutile dire di non essere sistemati
in letti con le lenzuola, ma su di un
grande pagliericcio con l’ausilio di
una sola coperta. Non è quindi una
grande notte riposante. Immagina-
tevi una cinquantina e più di perso-
ne nella stessa camerata, alpinisti Giochi di luci ed ombre sulla Biancograt.
in piena promiscuità, di cui la maggior parte ha tolto gli scarponi... Finalmente in
un continuo dormiveglia tiriamo le due e trenta del mattino quando dico a Aurora
e Italo: “Andiamo!” Aurora risponde: “Adesso?” Se tutta questa gente va alla
Biancograt, vorrei essere la prima cordata. Sono circa le tre quando ci incammi-
niamo sul ghiacciaio verso il pendio che ci porta alla forcella Previlusa, punto di
attacco della cresta Biancograt, conosciuta anche come la “Scala del Cielo”. Non
siamo i primi, due cordate che hanno bivaccato fuori dal rifugio ci precedono e
questo non mi piace. Non è mai gradevole avere gente che non conosci davanti,
ho un brutto ricordo al riguardo, accaduto quando ero giovanissimo alle prime
esperienze di montagna.
Sono di poco passate le cinque quando raggiungiamo la forcola Previlusa. In-
torno a noi sta affacciandosi un’alba bellissima, il tempo è splendido. Davanti
a noi il Cresta Guzza,
Zupò, Bellavista, Palù
e la parete nord del
Roseg si presentano
più affascinanti che
mai. Fa molto freddo,
su questo colletto tira
un’arietta assai gelida
che ci convince a ri-
partire subito. La pri-
ma parte di cresta è di
misto, roccia e neve.
Saliamo andando di
conserva, muovendo-
ci con molta attenzio-
ne tutti e tre assieme,
ma desistiamo subito
viste le difficoltà e
per due lunghezze
di corda salgo prima
io, recuperando poi
Italo e Aurora, fino
a raggiungere l’at-
tacco della vera cre-
sta, la parte definita
la “Scala del cielo”.
Aurora e Italo sono
Sulla “Scala del cielo” al Bernina. alpinisti provetti e la
salita continua camminando con molta circospezione tutti e tre assieme. Siamo
molto veloci, prima una poi l’altra superiamo le due cordate che ci precedono e
in poco più di due ore ci portiamo versa la cima del pizzo Bianco dove termina la
Biancograt. Il sole ormai alto ci riscalda e rende ancora più affascinante il luogo
dove ci troviamo, le cime che ci circondano tutte baciate dal sole mi fanno pensa-
re che il paradiso deve essere un posto come questo. Sulla vetta del Pizzo Bianco
ci fermiamo per un po’ godendo di questo bellissimo panorama e per una frugale
e guadagnata colazione. Guardando verso il basso lungo la cresta, una decina di
cordate ci stanno raggiungendo. La salita per noi però non è finita, vogliamo rag-
giungere la cima del Pizzo Bernina di oltre quattromila metri e la traversata dal
Pizzo Bianco non è proprio semplice, ma noi siamo attrezzatissimi di materiale
in caso di bisogno e con un buon bagaglio di esperienza. Così dopo poco più di
un’ora siamo sulla vetta della più alta cima delle Alpi Centrali. Un breve e me-
ritato riposo e iniziamo la discesa dal versante italiano. La prima parte che porta
sulla Punta Perucchetti è una cresta molto affilata e alquanto impegnativa, poi
tutto diventa più semplice e in breve ci portiamo al rifugio Marco e Rosa. Anche
qui breve sosta, poi dato che la nostra macchina è sul versante svizzero, iniziamo
una lunga discesa fino a portarci sul ghiacciaio del Morteratsch che seguiamo
fino alla stazione del treno “Tirano-Passo Bernina- St.Moritz”. Lo raggiungiamo
alle ore diciannove e qui finisce dopo sedici ore questa nostra bellissima e fati-
cosissima avventura.
Nel 1980 durante una visita a Courmayeur a mio figlio Mauro, che presta ser-
vizio militare presso la Scuola Militare Alpina- Centro Sportivo Esercito come
atleta di sci alpino, incontro l’attuale colonnello comandante Licurgo Pasquali,
amico di lunga data, avendo partecipato negli anni 57-58, allora tenente, alla
realizzazione di documentari didattici di tecnica di roccia e tecnica di ghiaccio,
quando io, allora alpino di leva, ero stato scelto con altri alpinisti per effettuare
queste riprese. L’allora tenente Pasquali, in quel periodo mio abituale compagno
di cordata, mi regalò una rivista ”Scuola militare alpina - Aosta” dove è pubblica-
ta anche una bellissima mia foto in parete, tratta da uno dei documentari didattici,
in tenuta militare con tanto di fucile (Garant) e, su questa pubblicazione, Pasquali
scrisse allora una dedica: “Al vecchio ‘vec’ Giorgio Redaelli per ricordo Ten.
Licurgo Pasquali-Aosta. Dicembre 1959”. Il 13 maggio 1980 giorno del rein-
contro, l’attuale ora colonnello comandante, sullo stesso libro, non so come mai
lo avessi portato con me, mi ha di nuovo rilasciato una dedica molto simpatica:
“Dopo oltre vent’anni un caro ricordo al sempre giovane Giorgio Redaelli. Con
amicizia, Col. Licurgo Pasquali.” Per l’occasione hanno firmato altri due grandi
amici e grandi sciatori fondisti e pure grandi alpinisti (vedi spedizione Monzino
all’Everest): i marescialli Virginio Epis e Agostino Tamagno.
Sono ricordi questi che sono e restano incancellabili.
Il rifugio Aurora

Sul finire dell’estate 1980 porto a termine la costruzione del rifugio ai


Piani di Artavaggio, rifugio che prende il nome di mia moglie Aurora e inizia
così in seno alla mia famiglia una nuova e emozionante avventura. Però ho anche
una vita sociale nel paese dove abito da ormai diversi anni. Nell’ormai lontano
1968, quando presi in gestione il rifugio Cazzaniga, mi trasferii con la famiglia
in Valsassina abitando per alcuni anni a Moggio, piccolo paesino di 450 abitanti,
da dove parte la funivia per i Piani di Artavaggio. In seguito mi sono trasferito
a Cassina Valsassina, paesino confinante con Moggio, dove risiedo tuttora. Pae-
se prevalentamente turistico, di poco più di quattrocento abitanti, dove mi sono
integrato veramente bene. Nell’estate del 1981 assieme a un gruppo di amici, ci
uniamo con lo scopo di fondare una sezione pro loco per organizzare durante
l’anno manifestazioni che rendano più piacevole la permanenza nei mesi estivi ai
villeggianti ma anche alla gente del paese.
Il 19 ottobre 1981 è il giorno della fondazione della Pro Loco Cassina Valsas-
sina e vengo eletto presidente all’unanimità. Ma è anche un giorno un po’ triste
dovuto ad un grave incidente automobilistico nel quale sono stati coinvolti i figli
Mauro e Nicoletta e altri due amici e dal quale sono usciti un po’ malconci ma in
fondo fortunati, poteva andare veramente peggio.
Con la Pro Loco passo tre anni fantastici, fatti di nuove esperienze. Anche se il
tempo a disposizione da dedicare all’associazione non è molto (il lavoro mi porta
sovente in giro), mi applico con molto entusiasmo a questa mia nuova mansione
e credo di svolgerla molto bene. Cerco di sfruttare tutte le esperienze raccolte nel
mio girovagare per il mondo, prima come alpinista poi come sciatore ed infine
come promoter e agente di commercio per metterle al servizio della comunità.
Organizzo una cin-
quantina di manife-
stazioni, qualcuna
veramente di grande
spessore e risonanza
non solo locale. La
più importante, quel-
la che mi ha dato la
maggior soddisfazio-
ne e che ha attirato
migliaia di persone in
quei di Cassina è stato
lo sci acrobatico.
Il rifugio Aurora. Il 14 agosto 1982, sì
proprio il 14 agosto... Dopo alcuni accordi con l’amico Bormolini di Livigno,
uno dei responsabili della Federazione Italiana di Sci Acrobatico, riesco a mette-
re insieme una grande manifestazione. Saranno presenti grandi atleti di tappeto
elastico. Teatro della manifestazione è la piazza Olivelli, al centro del paese, dove
viene montata una piscina che accoglie circa 50 mila litri d’acqua. Da Lax, sta-
zione sciistica della Svizzera ottengo in prestito un trampolino, per il trasporto del
quale ho dovuto scomodare diverse autorità. Giunto a Cassina su di un autotreno,
non è stata una cosa semplice neppure il suo montaggio. La piazza è abbastanza
grande ma c’è già la piscina, il tappeto elastico e il palco allestito per le varie
manifestazioni. Così il trampolino è appoggiato in parte sul tetto di una casa,
mentre l’altra parte arriva sul bordo della piazza. Il colpo d’occhio è veramente
eccezionale. A fianco della piscina il tappeto elastico, sul quale quella sera, di
contorno allo sci, si esibirà fra gli altri anche il campione d’Europa di questa
nuova emozionante specialità. Per riempire la piscina ho praticamente svuotato il
bacino dell’acquedotto, ma lo spettacolo merita questo sacrificio. Il palcoscenico
è pronto, mancano solo gli attori, ma l’amico Bormolini mi ha assicurato il me-
glio degli atleti in circolazione in quel momento per una grande serata. Bormolini
mantiene la parola e si presenta con la
Squadra Azzurra al completo, compreso
il campione del mondo in carica Mottini,
più alcuni atleti delle squadre nazionali
francese e tedesca. Atteso e ben gradito,
il campione europeo di tappeto elasti-
co. Lo spettacolo, perchè si tratta di un
grande spettacolo forse per la prima vol-
ta su una piazza, è programmato per la
sera. La gente però incuriosita comincia
a radunarsi in piazza sin dal pomeriggio,
con gli atleti che cominciano a fare le
prove per la messa a punto del trampo-
lino. Alle 21 impressionante il bagno di
folla attorno alla piazza, anche gli atleti
sono meravigliati per il tanto pubblico
presente. Salgo sul palco per presenta-
re gli atleti e la manifestazione, il colpo
d’occhio sulla piazza è notevole. Dato
che non si paga, è difficile quantificare
la gente presente, ma vi posso assicura-
re che una persona in più non sarebbe Evoluzioni dal trampolino in piazza Olivelli
a Cassina Valsassina.
riuscita ad avvicinarsi. Alcuni amici mi dicono che le macchine sono parcheg-
giate lungo le strade che portano ai paesi limitrofi. Il successo è oltre ogni logica
previsione prima, durante e dopo la manifestazione. Erano numeri veramente
eccezionali quelli che gli atleti facevano lanciandosi dal trampolino per arrivare
dopo un paio di giravolte nella piscina, non parliamo poi degli esercizi del cam-
pione europeo di tappeto elastico. Volava tanto alto che a volte scompariva nel
buio superando il fascio delle luci. Terminata la grande kermesse, polenta tara-
gna in piazza per tutti ed infine il grande finale a sorpresa. Dopo avere avvisato
tutti gli abitanti al di sotto, come dislivello, della piazza e, assicurato che tutto il
paese è al corrente di quello che sta per succedere, dal palco con la voce un po’
tremula per l’emozione, dò il via al numero clou della serata. Cinquantamila litri
d’acqua della piscina vengono mollati giù per le stradine del paese, per la gioia
di tutti i ragazzi che si scaraventano in mezzo ai piccoli viottoli per essere inve-
stiti dall’ondata. Seguono tante altre manifestazioni, tutte nell’ambito del paese:
giochi senza frontiere con la partecipazione di diversi comuni della valle; gare
di fondo; di slalom; corsa delle birocce; tornei di bocce e di pallavolo; concorsi
canori; balli in piazza; tombole e polente taragne; gare di scopone scentifico;
mostre fotografiche. Sono anni belli e molto intensi che veramente affievoliscono
in me il dispiacere della lontananza dalle grandi pareti. Passati i tre anni finisce
il mio mandato e con molto dispiacere annuncio agli amici che non intendo più
ripresentarmi. Il mio lavoro di agente e consulente di articoli sportivi mi tiene
molto tempo lontano da casa e non me la sento di essere responsabile di una
attività che non riesco a seguire in prima persona, così non entro nella lista per il
rinnovo del consiglio direttivo.
L’abbandono della Pro Loco mi dà subito l’occasione di assolvere la promessa
fatta a degli amici, promessa che un giorno li avrei portati in vetta al Monte
Bianco.
Con Aurora, Beppe, Adriano e Bigia parto alla volta di Chamonix. È mia inten-
zione salire dal versante francese, più facile e con maggiori possibilità di riuscita.
Per salire il Monte Bianco non basta essere preparati, bisogna anche avere una
buona dose di fortuna in riferimento alle condizioni metereologiche. Non è as-
solutamente facile andare in cima se non sei assistito dal bel tempo. Il 29 giugno
di buon mattino, entro nell’ufficio guide alpine di Chamonix per chiedere infor-
mazioni riguardo l’apertura estiva del rifugio Goutier. La guida alpina di turno
mi assicura che è proprio oggi il giorno della sua apertura per la stagione estiva.
Andiamo con la macchina fino a Les Houches e da lì saliamo con la funivia fino
al Bellevue, un ultimo tratto con il trenino ci porta fino al Nido d’Aquila. Breve
sosta, poi zaini in spalla, comincia la nostra avventura verso la conquista della
montagna più alta d’Europa. I miei amici sono alquanto emozionati al cospetto
di sì grande montagna. Aurora un po’ meno perché lei ci è gia arrivata in cima.
Beppe, Adriano, e Bigia sono grandi camminatori, ma le loro escursioni sono av-
venute per lo più sulle montagne della Valsassina o al massimo su qualche cima
delle Prealpi Orobiche. Dopo un paio d’ore di cammino su terreno morenico, al
cospetto della parete nord dell’Aiguille di Bionassey raggiungiamo il rifugio Tete
Rouge a metri 3300, dove ci fermiamo per fare uno spuntino. Ripartiamo poi
verso i 3800 del rifugio Goutier. La prima parte la si percorre ancora su sentiero
abbastanza comodo e morenico, qualche macchia di neve fa la sua apparizione.
Ogni tanto rivolgiamo lo sguardo verso l’alto e si riesce a vedere benissimo il
rifugio, meta da raggiungere prima di sera. Abbiamo davanti a noi ancora un paio
d’ore di buona marcia. Raggiungiamo il bordo sinistro di un grande canalone che
dobbiamo attraversare, alquanto pericoloso per le soventi scariche. Quest’anno
lo trovo in condizioni peggiori di altre volte. La traversata è alquanto impegna-
tiva per la continua caduta di sassi.Una volta radunati tutti e cinque fuori dalle
scariche, cominciamo a salire su per questo ripido sentiero tracciato molto bene
sulla roccia. Guardandolo dal basso sembra più difficile di quello che è realmen-
te e così nel tardo pomeriggio raggiungiamo il rifugio.
Siamo all’inizio della stagione, infatti oggi è il primo giorno di apertura del rifu-
gio ed ecco anche svelato il mistero del continuo avanti e indietro di un elicottero,
impegnato a portare in quota viveri e vettovaglie.
Troviamo alloggio ma ci sono molti alpinisti che ci hanno preceduto e molti stan-
no salendo dietro di noi, la gente è veramente tanta. Quando è ora di coricarci,
siamo sistemati in una specie di sottotetto, con uniche aperture delle botole sul
soffitto. Siamo in parecchi, l’aria è pesante, oltre alla difficoltà di dormire per
via dell’altezza ad oltre i 3800 metri. Schiacciati poi così, uno vicino all’altro,
dormire è veramente un grosso problema. L’amico Bigia dopo un paio di ten-
tativi di prender sonno, aprendo pure una delle botole per cambiare aria, non
resiste proprio, il mal di testa e la mancanza d’aria lo tormentano e così decide di
passare la notte all’aperto sul balcone del rifugio. Oltretutto dice che c’è anche
un bel panorama, si vedono le luci
di Chamonix e di tanti paesi-
ni dell’Alta Savoia. Nessuno ha
dormito granchè, forse Aurora è
l’unica che abbia riposato, così
schiacciati uno adosso all’altro,
vestiti di tutto punto a parte gli
scarponi lasciati all’entrata del ri-
fugio. In queste condizioni è vera-
mente impossibile prender sonno,
ricordo qualche bivacco in parete
passato meglio. Sull’Aiguille de Bionassey.
Alle due e mezza sveglia generale, una levata liberatoria perché si stava proprio
male, lo ripeto ancora una volta: della ventina di persone chiuse in quell’ abbaino
soffocante forse l’unica che ha dormito un po’ è stata Aurora. Breve colazione poi
via: A dir la verità Aurora vorrebbe lasciar partire qualche cordata prima di noi,
ma sembra che tutti facciano lo stesso pensiero così nessuno si muove. Chiamo
Aurora e le dico: “Si parte”. Io mi lego con Beppe e Adriano, Aurora con il Bigia.
È una giornata bellissima, camminare sotto un cielo terso e ancora stellato è una
sensazione entusiasmante. Saliamo pian piano, l’alba ci coglie in cima al Dom
de Goutier. Breve discesa al Plan de Goutier, poi su fino al rifugio Vallot dove ci
fermiamo per una sosta. Io e Aurora da qui ci siamo già passati alcune volte, ma
gli amici Adriano, Beppe e Bigia sono a dir poco incantati dal panorama che li
circonda. Qui siamo raggiunti da alcune cordate, riprendiamo a salire, vorremmo
essere i primi sulla cresta terminale, camminiamo sempre più lentamente per via
dell’altezza che ora si fa sentire più intensamente. Sulla cresta terminale incon-
triamo due alpinisti francesi in discesa. Avevano raggiunto la cima prima di noi
salendo da un altro versante, ci salutiamo e ci spostiamo sul lato della cresta per
favorire il passaggio. Non è cosi semplice se non sei abituato, mi giro e dico al
Beppe di spostarsi sul lato della cresta per far passare i due, ma il Beppe si sdraia
sulla cresta e dice: “Se vogliono mi passano sopra”. Risata generale, grandi saluti
e poi di nuovo in marcia. Alle dieci siamo sulla cima più alta d’Europa con un
cielo e un sole che auguro a tutti un giorno di trovare, per provare pienamente
e intensamente cosa si “sente” a raggiungere una cima dopo tanta fatica. Fra di
noi poche parole ma tanta felicità suggellata da grandi abbracci. Giusto il tempo
per immortalare il ricordo della cima con alcune foto poi giù verso valle per la
stessa via di salita. La prima parte di discesa in cresta è abbastanza impegnativa
per l’incontro con le cordate che salgono ma tutto si risolve per il meglio e in men
che non si dica raggiungiamo prima il rifugio Vallot, dove facciamo un piccolo
spuntino, poi di nuovo verso il basso e in poco più di un’ora siamo al rifugio
Goutier. Anche qui sosta breve,
prima di affrontare il ripido sentie-
ro fra le rocce. Voglio attraversare
il pericoloso canalone più presto
possibile. Tutto va per il meglio,
forse anche perché oggi la tempe-
ratura è molto più fredda di ieri e
le scariche sono veramente poche.
Raggiunto il rifugio Tete Rouge ci
concediamo un lungo e meritato
riposo, un buon pasto e finalmen-
Sulla vetta del Monte Bianco con Aurora. te, non vi sembrerà importante,
ma bisogna esserci per capire, concedo al Bigia di mettersi a torso nudo, sì per-
ché lui avrebbe voluto mettersi così già dalla vetta del Bianco (quella di girare a
torso nudo è sempre stata la sua passione sfrenata). Lo ricordo sulle piste di sci di
Artavaggio, lì lo conoscevano tutti per questa sua stranezza. Non è finita, bisogna
ancora scendere fino al nido d’Aquila e da lì proseguire in trenino. Qui troviamo
migliaia di turisti, i quali hanno la priorità di accesso sul trenino per scendere,
tanto che dopo tre corse e una lite del Bigia con un controllore, decidiamo di
scendere a piedi fino al Bellevue. Da qui prendiamo la funivia che ci porta a valle,
sprizzando gioia da tutti i pori. Anche questa avventura è finita, ci ha dato tanta
gioia di vivere e forza per tornare al lavoro più distesi e rilassati e ad Aurora di
pensare più felicemente alla casa, ai figli e al nuovo impegno che ci dà il nostro
rifugio ai Piani di Artavaggio.
Dopo questo breve periodo di inattività, riprendo il mio lavoro di agente, al mio
rientro a Mollaro percepisco che alla Lange Italia ci sono grandi manovre.
L’azienda cambia di proprietà ed entra a far parte di un altro grande gruppo nel
settore sportivo, forse il più grande in questo momento in Europa nel settore spor-
tivo invernale. Cambia totalmente il sistema gestionale della parte commerciale
fino ad oggi gestita direttamente all’interno dell’azienda di cui sono dipendente.
Questa rivoluzione porta con molto dispiacere al mio licenziamento, per essere
subito assunto dalla Giustina Demetz che nel frattempo ha preso personalmente
la distribuzione del marchio Lange per l’Italia, con l’aggiunta della “Killy abbi-
gliamento”. Giustina mi assume però come agente libero professionista e solo per
la zona della Lombardia, rimpicciolendomi così di molto la zona di competenza
che per anni ho seguito con tanta passione e tanti sacrifici. Oltre alla Lange e alla
Killy ho l’occasione di aggiungere al mio campionario anche la Cèbe, fabbrica
francese di occhiali da sole specializzata principalmente negli sport invernali. È
un marchio di grande prestigio che ha come uomo immagine per lo sci niente-
meno che Ingemar Stenmark. Di questo nuovo lavoro non sono molto soddisfat-
to, è un lavoro come tanti altri, guadagno solo in percentuale alle vendite fatte.
L’unico vantaggio è che non sei chiuso in uno stabilimento, ma ora ho a che fare
solo con proprietari di negozi e niente più contatti con atleti, maestri, scuole di
sci, serate promozionali. Il lavoro mi si prospetta molto monotono e scarso di
soddisfazioni.
Ma la vita continua, lavorare bisogna lavorare, il rifugio da solo non dà sufficien-
te guadagno al momento per vivere, nemmeno si può vivere di ricordi, anche se
di questi ne ho veramente tanti, principalmente quelli legati alla mia attività di
alpinista.
E già che sono in tema di ricordi, uno di questi molto bello, è una targa ricevuta
dall’amministrazione comunale di Alleghe per il ventesimo anniversario della
prima invernale della via Solleder – Lettembauer sulla parete Nord Ovest della
Civetta nell’inverno del 1963. Qui di seguito l’articolo ripreso integralmente da
“Le Dolomiti bellunesi”.
“Venti anni fa la prima invernale della Solleder”.
“Grazie al dinamismo e alla memoria dell’accademico Bepi Pellegrinon si è
potuto rivivere il ricordo di una fra le più eccezionali imprese alpinistiche di
tutti i tempi. Ci riferiamo alla memorabile prima scalata invernale della Solle-
der - Lettenbauer in Civetta, che 20 anni fa due formidabili cordate portarono a
termine in maniera per certi versi rocambolesca, risolvendo il più grosso proble-
ma alpinistico invernale delle Alpi, un problema reputato più difficile della Nord
dell’Eiger, del Cervino, della Grande Jorasses.
Si sono ritrovati ad Alleghe i protagonisti di questo exploit alpinistico di cui si
occuparono a lungo, con ammirazione, le cronache di quegli anni: Toni Hiebeler,
Giorgio Redaelli, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato, Natalino Menegus, Marcello
Bonafede.
Come si ricorderà, l’impresa sembrò sul punto di fallire quando Sorgato, che
l’aveva ideata, venne colto da febbre altissima proprio alla vigilia; rientrato a
casa per sottoporsi ad una intensa cura di sulfamidici, i primi tre, il 28 febbraio
1963 decidevano di sfruttare le favorevoli condizioni del tempo e iniziarono il ten-
tativo. Il 4 marzo, rimessosi almeno in parte, il popolare scalatore bellunese e gli
altri due cominciavano un appassionante inseguimento, felicemente riuscito con
il contemporaneo rag-
giungimento della
vetta.
Alla bella e suggesti-
va cerimonia sono in-
tervenuti fra gli altri
Bepi Pellegrinon, il
Sindaco Prà, il pre-
sidente dell’AAST
Riva, la guida alpi-
na Ceci Pollazzon e
l’accademico Gior-
gio Ronchi, nonchè
molti altri amici della
montagna. Sono state
consegnate targhe ri-
cordo a sei protago-
nisti della Solleder e
a Livio De Bernardin
Piussi sulla fessura iniziale della Solleder in inverno. (gestore del rifugio
Tissi per 20 anni e del Torrani per 5) e a Carlo Rossi, figlio del compianto Piero
che dimostrò sempre profonda attenzione, con i suoi scritti, verso la montagna e
l’ambiente Agordini”.
Nella stessa rivista, oltre alle pagine felici della nostra premiazione, sono ricor-
dati tre amici e grandi personaggi dell’ambiente bellunese della montagna, che il
destino ha voluto che ci lasciassero prematuramente e anch’io li voglio ricordare:
Attilio Tissi, perito il 22 agosto 1959 durante un’ascensione sulla Lavaredo. Ap-
presi la triste notizia da Armando Da Roit al rifugio Vazzoler, pochi giorni prima
che con Piussi sferrassi l’attacco alla direttissima della Torre Trieste.
Toni Serafini “Croda”, samaritano delle Dolomiti, perito il 15 novembre 1982 e
che io ricordo più ampiamente in altra parte del libro.
Piero Rossi: scrittore, giornalista, alpinista, di lui ho moltissimi ricordi piacevoli.
È stato veramente un grande amico, lo ricordo nella baita al Pian de la Lora prima
dell’attacco invernale alla Cima Su Alto, ma il ricordo più bello, e di questo non
finirò mai di ringraziarlo, è quello che mi riporta alla mente un giorno d’autunno
del 1961 quando a Belluno Rossi mi ha presentato il compagno di cordata più
importante e il più grande amico: Roberto Sorgato.
Mentre il mio lavoro di libero professionista per la vendita di attrezzature spor-
tive, principalmente invernali (Lange, Killy, Cebe) continua, mi succede un
fatto completamente inaspettato. Vengo contattato telefonicamente dalla Caber
Spalding, dalla quale mi viene richiesto un appuntameno per discutere se sono
interessato a un contratto di lavoro presso di loro. L’offerta mi attira perciò mi
reco ben presto a Montebelluna, sede della ditta. Basta un solo appuntamento e
l’accordo è subito raggiunto. Eccomi trasferito in men che non si dica dalla Lan-
ge (Demetz) alla Caber, dove trovo ai posti di comando diversi amici di vecchia
data e fra questi l’ex direttore generale della Lange Italia, dott. Albino Collini di
Madonna di Campiglio, che mi ritrovo come direttore generale e amministratore
delegato. Ritrovo pure un’altra vecchia conoscenza di gioventù, vecchia sin dai
dei tempi al Pian dei Resinelli all’epoca dei miei primi approcci con la roccia:
il lecchese trapiantato in Canada Icaro Olivieri, capo assoluto della Warringhton
che controlla fra le tante aziende del gruppo anche la Caber Spalding e suo fra-
tello Oliviero Olivieri, che dirige la Olivieri Spa di Montebelluna, azienda di
primaria importanza in campo mondiale nella costruzione di stampi per la pres-
sofusione di scafi per scarponi da sci e di ganci di chiusura per gli stessi. Oserei
dire che a quei tempi quasi tutte le marche importanti erano clienti della Olivieri.
Degli Olivieri avevo già sentito parlare all’epoca dei cambiamenti alla Lange
Italia, ma non pensavo fossero così affermati sul mercato.
In questa nuova avventura il mio impegno è pressochè uguale a quello che per
anni ho svolto alla Lange Italia. Le persone con le quali collaboro sono: il di-
rettore commerciale Giorgio Buzzavo, ex giocatore di Basket e mi fa piacere
ritornare a ricordare il fratello di Icaro Olivieri, Oliviero che è la persona che più
di tutti mi ha aiutato a introdurmi in questa nuova realtà aziendale. Questa nuova
avventura mi porta a fare ancora nuove esperienze e nuove conoscenze in altri
sport come il basket settore abbigliamento N.B.A. di cui la Caber è esclusivista
per l’Italia. Inoltre tratto altri articoli come palloni da calcio, pallavolo. Spalding,
per quanto riguarda i palloni, nel basket è senza ombra di dubbio la numero uno
al mondo. Infine il golf, dove Spalding è un marchio di primaria importanza.
Qui a Montebelluna ho trovato veramente molti amici, tutto il personale mi vuole
bene.
Passano poco più di due anni, il mio lavoro alla Caber Spalding non si è mai
fermato, anzi mi dà sempre nuovi stimoli e tante nuove soddisfazioni. Affiancato
a Roberto Della Torre, responsabile esterno del settore golf e buon giocatore di-
lettante. Grazie a Roberto comincio a conoscere questo mondo un po’ particolare,
esclusivo. Per lavoro ho sempre più possibilita di entrare nei circoli del golf e
piano piano conosco il mondo fantastico dei professionisti, alcuni di loro oltre
che essere a disposizione del circolo per l’insegnamento ai soci, sono anche dei
giocatori di torneo “Open” e sono quasi sempre resposabili dei pro shop, negozi
all’interno del circolo, essendo le persone più qualificate per consigliare nella
vendita dell’attrezzatura. I soci dei vari circoli del golf in Italia appartengono in
buona parte ad un ceto sociale medio alto: avvocati, commercialisti, industriali,
dirigenti d’azienda, insomma quello che si dice in gergo,”la società bene” e devo
dire che avvicinarsi al gioco del golf in Italia in quel momento era veramente
difficile.
Che cosa ha portato un alpinista come me a lavorare e ad appassionarsi in uno
sport, che all’apparenza sembra proprio collocarsi all’opposto dello scalare una
montagna?
Ormai credo di averlo già detto più volte che è stato complice il lavoro; sì proprio
il lavoro. La cosa curiosa è che il golf mi è piaciuto subito e continua a piacermi
tutt’ora almeno quanto la montagna, tanto che al mio rifugio Aurora ai Piani di
Artavaggio, a 1800 metri di quota, circondato da bellissimi verdi pascoli, quando
questi sono liberi dalle migliaia di mucche che pascolano durante l’estate, piazzo
sempre quattro bandiere a diverse distanze e comincio a tirare. Mi sono rifornito
di vecchie palline, attrezzatura di mazze per giocatori destri e per mancini. Poi
sul balcone del rifugio una buona piazzola per tirare e questo mi dà modo durante
l’arco della giornata di tenermi in esercizio, ma anche di fare azione promozio-
nale di questo affascinante gioco. Diciamo che non non è abituale passando nelle
vicinanze di un rifugio di montagna vedere uno che si esercita a tirare palline
da golf e tutto questo incuriosisce parecchio. Ogni tanto poi, quando arriva al
rifugio qualche amico golfista, su quelle bandiere troviamo il modo di giocarci
l’aperitivo. Nella mia vita è risaputo che ho dedicato parecchio tempo anche ad
altri sport. Sono maestro di sci, maestro di tennis, ma solo il golf mi ha veramente
preso, entusiasmato quanto l’alpinismo e aggiungo che il golf mi ha dato quelle
stesse sensazioni e soddisfazioni, quella gioia di vivere nella natura che fino ad
allora avevo provato solo andando in montagna.
Questa mia grande passione ha portato molti miei amici e conoscenti a rivolger-
mi domande a volte un po’ curiose, maligne e se vogliamo anche cattive del tipo:
“Redaelli, stai diventando vecchio? Corre voce che giochi a golf”. Anche se in
apparenza sembra essere uno sport poco impegnativo, sia sotto l’aspetto fisico
che mentale, il gioco del golf realtà ti fa bruciare diverse calorie.
Il 21 novembre 1987 mio figlio Mauro convola a nozze con la lecchese Stefania.
Come passa il tempo! Nato nel periodo della mia prima invernale della via Liva-
nos sulla cima Su Alto (Civetta), poi sembra ieri (1968) quando tutte le mattine
lasciava il rifugio Cazzaniga ai Piani di Artavaggio e a piedi o con gli sci scende-
va a Cassina Valsassina dove frequentava la scuola elementare. Sono ancora vivi
i periodi del militare al Gruppo Sportivo Esercito di Courmayeur (1982) e invece
sono già passati venticinque anni ed eccolo lasciare casa per crearne una sua.
Questa è la vita, ma non andrà molto lontano ad abitare, da Cassina Valsassina a
Lecco ci sono solo quindici chilometri.

Giorgio e Toni Serafini in discesa dalla Su Alto il quinto giorno dopo l’attacco della via.
Ritorno alla montagna

Gli ultimi mesi del 1995 li dedico completamente ad aiutare Aurora al


rifugio. In autunno c’è molto da fare, bisogna preparare le scorte per l’inverno,
perchè con l’arrivo della prima neve diventa molto problematico ogni tipo di
spostamento ed è il momento giusto per portare tutto il fabbisogno per la stagione
fredda. Trasporto il materiale con la funivia fino ai Piani di Artavaggio, poi dalla
stazione a monte con una vecchia Land Rover raggiungo il rifugio. La merce
da portare è parecchia: carburante per il generatore di corrente; legna per la stu-
fa da riscaldamento; bombole per la cucina economica, poi vino, bibite, acqua
minerale e tutto quello che serve di scatolame, in modo che durante la stagione
invernale dovremo preoccuparci di portare solo pane, carne, latte. D’inverno il
lavoro al rifugio non è poi così male. La funivia funziona tutti i giorni, così pure
gli impianti di sciovia. Quando la scuola di sci locale ha bisogno, mi presto a fare
alcune ore di lezione, visto che sono ancora maestro di sci. Ma da qualche anno
ci sono alcuni inconvenienti per questa bellissima stazione sciistica delle Prealpi
Orobiche. Le precipitazioni nevose sono sempre piu scarse; le piste sono quelle
che sono, come l’altezza s.l.m. (1600/2000 metri). La stagione è molto corta per
via della scarsità di neve e in quel breve periodo che va dalle feste di natale a fine
febbraio, per servire quella poca gente che sale ai piani di Artavaggio, ci sono ben
quattro rifugi e un albergo. Diciamo che raggranelliamo il minimo indispensabile
per vivere, senza comunque pensare di avere guadagnato abbastanza per permet-
terci di andare in vacanza alla fine della stagione invernale.
Nel 1993 per conto della Nuovi Sentieri Editore è pubblicato un volumetto “La
cordata dell’infinito” che ricorda il grande amico Toni Serafini (Toni Croda).
Mi piace ricordare questo grande personaggio della montagna, sempre pronto a
portare aiuto a chi si trovava in difficoltà. Toni è stato per me un vero grande ami-
co, con una grandissima attività alpinistica che viaggia parallela alla mia “anni
50-60” ed è stato ospite del Festival della Montagna di Trento nel 1961, quando
i grossi nomi dell’alpinismo erano la grande attrazione del festival. Toni però lo
voglio ricordare nei giorni della mia prima invernale della Livanos alla Cima Su
Alto con Sorgato e Ronchi. Il giorno 23 febbraio 1962, incurante delle tremende
condizioni invernali e della forte bufera di neve che aveva assalito la montagna,
con Livio De Bernardin e Augusto Allegranzi salì per la valle del Giazzer, sapen-
do che quel giorno io e i miei compagni avremmo raggiunto la cima con la possi-
bilità di trovare qualche difficoltà nella discesa. Ci raggiunse proprio sul Giazzer
e fu una grande festa e una grande dimostrazione di amicizia. Passammo la notte
assieme in mezzo alla tormenta tutti e sei e la mattina del 24 il grande festoso
rientro a valle. Questi tre grandi amici ci hanno lasciato prematuramente. Li vo-
glio ricordare gioiosi, come lo erano durante il viaggio in macchina da Listolade
a Alleghe mentre intonavamo allegramente cori di montagna. In questo campo io
e Toni eravamo dei patiti del canto, perché per noi ogni occasione era buona per
cantare. Grazie, vi ricorderò sempre: Toni, Livio, Augusto.

Nel 1996 esce il libro “Ragni di Lecco. Cinquant’anni di alpinismo nel mon-
do”.
Che devo dire di questo libro? Posso solo dire che la sua pubblicazione mi ha fat-
to un immenso piacere. Infatti riporta moltissime ascensioni compiute con com-
pagni appartenenti al Gruppo Ragni, comprese due fotografie scattate a Chamo-
nix in occasione della salita al Petit Dru. Quando il libro arriva a raccontare degli
anni 50/60, in riferimento alle prime grandi imprese del gruppo ecco citare Cesa-
re Giudici, il più giovane e forse il più forte Ragno del momento. Sono descritte
due grandi ascensioni salite con me: nel 1955 la prima ripetizione della Cima di
Terranova, via Livanos-Gabriel-Da Roit e la via del 1956 con la grande impresa
sullo sperone ovest del Petit Dru. Quella del Dru è stata per me e Cesare una vera
grande avventura. Dopo un primo tentativo fallito quando pensavamo di avere
già vinto e con i giornali che parlavano di due appartenenti al famoso gruppo
Ragni di Lecco in ri-
tirata, è seguito un al-
tro tentativo (risultato
poi vincente) dove
erano con noi altri
due alpinisti lecchesi:
Carlo Mauri e Dino
Piazza. Poi in parete
si sono aggiunti altri
due svizzeri e quattro
francesi. I giornali di
allora non hanno mai
fatto distinzioni e
hanno sempre parlato
di quattro Ragni sul
Petit Dru. Ma la mia
presenza nel libro non
si limita a queste due
salite e a pagina 99
troviamo:
“Va però segnalato
che, ad avvicinarsi
Giorgio e Cesare Giudici in Grignetta. alle elevate e verticali
pareti della Grigna Settentrionale, è soprattutto il gruppo di alpinisti di origine
mandellese, che vi sono cresciuti sotto: Giorgio Redaelli, i Ragni Annibale e
Corrado Zucchi e Pierlorenzo Acquistapace”. Qui inizia il racconto di Corrado
Zucchi e delle sue ascensioni e a pagina 103 si dice: “Completiamo il racconto
di Corrado segnalando, sempre nel 1960 la seconda ripetizione invernale della
Cassin al Sasso Cavallo - (la prima l’avevo fatta io con suo fratello Annibale nel
1956) - e una prima sulla Torre Venezia (17/19 Giugno), in compagnia del Ca-
nella (Pierlorenzo Acquistapace) e di Giorgio Redaelli”. Continua la mia presen-
za a pagina 125 dove si parla dei primi approcci in arrampicata di Gigi Alippi in
cui si racconta: “L’anno dopo trovo Giorgio Redaelli che voleva andare al Capu-
cin ed era “in parola” con un amico ginevrino, ma all’ultimo momento era stato
bidonato. M’ha invitato ad andare con lui. Quando siamo sbucati al Col des
Flambeaux e abbiamo visto la nostra meta, nell’immensità dell’ambiente che mi
si presentava per la prima volta, ho avuto l’impressione che fosse piccolo, poco
più grande del Fungo in Grignetta. Nei pressi dell’attacco vediamo arrivare due
alpinisti. Non sono il socio di Giorgio e una guida? Un momento di imbarazzo,
poi si parte all’attacco tutti insieme. Sento che confabulano fra loro e capisco
che c’è in ballo un lavoro di schiodatura. Naturalmente tocca a me. Al “muro” il
ginevrino ha preso il mio posto. La sera abbiamo bivaccato e al mattino il tempo
minacciava, così via di corsa; dal “muro” in su la via è rimasta chiodata”.

Alcuni componenti dei Ragni nel 1954. Si riconoscono: Emilio Ratti (Topo), Pio Aldeghi, Giovanni Ratti
(detto Occhio), Felice Butti, Oddone Rossetti.
Continuiamo a pagina 105 dove si dice: “Nella primavera del 1961, Canella,
Giorgio Redaelli e Giuseppe Lafranconi aprono una nuova via sulla parete est
della Torre delle Mede in Civetta, i giorni 12 e 13 Aprile”. Voglio chiudere questa
parte del libro passando a pagina 127: “Nel maggio 1966, Tono Cassin supera
con i mandellesi Alberto Dotti e Giorgio Redaelli, la parete ovest-sud-ovest del
Sasso Cavallo, la difficile via viene dedicata alla memoria di Arnaldo Tizzoni.”
Tutto quanto letto sul libro ha creato un po’ di disorientamento negli appassionati
di alpinismo nell’ambito lecchese, che si sono domandati come mai Redaelli non
fosse membro del Gruppo Ragni. Qui devo dire che la vera ragione del “perché”,
pur essendo stato proposto due volte, non la conosco neppure io.
La società I.S.A.V. che gestisce gli impianti di risalita comincia ad avere seri
problemi di gestione. La stagione invernale, quella di maggior afflusso di gente,
è diventata troppo corta e il personale assunto per la stagione da adibire al fun-
zionamento della funivia, più sette sciovie, ha costi insostenibili. Gli incassi non
sono assolutamente sufficienti per continuare e si comincia a sentire aria di chiu-
sura definitiva, a meno che non si riesca a studiare qualche strategia per portare
in Artavaggio gente anche durante la stagione estiva. Nella primavera del 1996
vengo interpellato dalla società I.S.A.V. proprietaria degli impianti che mi offre
un contratto di collaborazione per realizzare un’efficace e capillare azione com-
merciale, avente l’obiettivo di incrementare le utenze della funivia nel periodo
estivo e, nel periodo invernale, un programma mirato all’incentivazione delle
presenze durante i giorni feriali. Il mio programma sin dall’inizio prevede l’or-
ganizzazione di manifestazioni estive nel bel verde dei pascoli e, per la stagione
invernale, grande promozione presso tutte le scuole, istituti, collegi per giornate
bianche complete di scuola di sci e agevolare competizioni sciistiche sia alpino
che nordico a livello locale e regionale.
È dal 1968 che sono ai Piani di Artavaggio e una simile offerta mi era già stata
avanzata circa vent’anni fa, ma era finita in niente perché la mia figura carismati-
ca e abbastanza autoritaria non andava a genio ad alcuni dirigenti di allora. Dato
che le persone che ora mi avanzano di nuovo questa proposta sono praticamente
ancora le stesse, prendo un po’ di tempo per valutare l’offerta. Alla fine analizzati
i pro e i contro, che non sono pochi, decido di accettare, considerando un punto
importante assolutamente da non sottovalutare: la presenza ai Piani di Artavag-
gio del mio rifugio Aurora dove praticamente passo la maggior parte del mio
tempo. Con questo contratto di collaborazione, oltre a un passabile stipendio,
ho il passaggio gratis sulla funivia e sugli impianti di sciovia. L’impegno che
mi sono preso non è tanto semplice ma a me le sfide sono sempre piaciute e il
20 luglio, giorno della mia assunzione, mi metto subito al lavoro. Praticamente
la mia consulenza agisce in tre campi ben distinti. La prima con urgenza asso-
luta, essendo già in piena estate, è l’organizzazione di manifestazioni. Ai primi
di agosto grazie alla Lecco Bike porto in Artavaggio con sede nella scuola di
sci, dei corsi di mountain bike seguiti da istruttori federali. Creo nelle vicinanze
dell’albergo Sciatori un campo pratica di golf, dove per due settimane, quelle di
ferragosto, ci si avvale della presenza di due amici professionisti: Zappa e Crotta.
In settembre con la collaborazione dei quattro rifugi: Aurora, Castelli, Cazzaniga
e Nicola organizzo con grande successo una gara non competitiva di corsa in
montagna: il “Giro dei quattro rifugi”. In questo campo mi sto muovendo molto
bene, ma quello che più conta è che posso operare liberamente senza nessuna
interferenza esterna. Quando il mio lavoro mi porta a formulare nuove strategie
aziendali e suggerimenti in ordine al miglioramento della gestione quotidiana
e sul controllo e ottimizzazione del personale dipendente le cose cominciano a
complicarsi. Quando poi in prossimità della stagione invernale ho cominciato
a trattare con i fornitori per l’approvvigionamento del gasolio utile per il fun-
zionamento degli obsoleti impianti di sciovia e dei mezzi per la battitura delle
piste da sci la situazione peggiora. Faccio sensate obiezioni sulle agevolazioni
concesse alla scuola di sci. Essa occupa gratuitamente locali della società, fruisce
gratuitamente del telefono e ha accesso gratuito agli impianti. Per una società che
aveva serissimi problemi di liquidità ho pensato che fosse necessario cominciare
dagli sprechi più evidenti e sotto gli occhi di tutti, per riuscire a contenere i costi.
Riesco comunque a portare a termine la stagione invernale con grandi risultati,
oserei dire ottimi sia per quanto riguarda l’incremento delle frequenze, sia per la
preparazione e segnalazione delle piste, le manifestazioni e, fra queste, la gara
di paraski, prova di Campionato Italiano. Il risultato migliore è stato la chiusura
stagionale del bilancio finanziario, anche se di poco, in attivo: erano anni che non
succedeva. A detta di alcuni “amici” questo risultato è stato da me ottenuto solo
perché sono stato favorito da abbondanti nevicate. Con tanti ringraziamenti non
mi viene rinnovato il contratto. Posso aggiungere che chi mi ha sostituito per la
stagione 1996/1997, pur avendo a disposizione discrete nevicate e con l’aggiunta
dei cannoni per la produzione di neve artificiale, non ha avuto molta fortuna e
dopo qualche mese la società chiude con un congruo passivo di bilancio e viene
messa in vendita. Purtroppo tutti i miei problemi sono sorti sempre quando la
mia posizione mi portava a operare a contatto con la classe dirigenziale, politica
o commerciale.
Nel 1997 esce il libro “Ladro di Montagne”di Nereo Zepper, Franco Muzio Edi-
tore.
Nereo Zepper, giornalista, ha collaborato con diverse riviste e con la Rai ed è
appassionato di alpinismo. In questo libro intervista racconta la storia di Ignazio
Piussi montanaro, alpinista, esploratore. Vi sono dei passaggi poco gentili e ve-
ritieri nei miei confronti. Dato non essere la prima volta che con Piussi questo
succede (già in passato è capitato con un articolo su Il Sole 24 ore) decido di
rispondere, per evitare equivoci molto stupidi.
I libri hanno avuto una parte importante nella mia formazione di scalatore: mi
hanno fatto sognare, mi hanno fatto conoscere la storia dell’alpinismo, le grandi
montagne, i protagonisti che hanno lasciato una traccia da ricordare. Amo pro-
fondamente i libri che parlano di cime e pareti, anche se so ( perchè ho qualche
anno sulle spalle, ormai) che non sempre i libri raccontano le cose come stanno.
Qualche volta, però, quel margine di “non verità” smette di essere tutto sommato
accettabile, smette di essere un prezzo inevitabile da pagare perché l’oggettività
(si sa) è merce rara in questo mondo. Accade quando, tuo malgrado, le cose non
vere, i libri le raccontano su di te. A me è successo, purtroppo, e spesso nelle
mie serate in giro per l’Italia, il pubblico mi fa non senza imbarazzo, devo dire,
domande sulle dichiarazioni di Ignazio Piussi contenute nel volume “Ladro di
Montagne” di Nereo Zepper. Potrei glissare, invece ne voglio parlare, per dire
qui, e una volta per tutte, come stanno davvero le cose.
Per cominciare, allora, devo dirvi che Piussi è stato un formidabile alpinista, uno
dei più grandi fra i miei compagni di cordata. E devo dirvi proprio per questo che
non capisco perché un gigante come lui senta il bisogno di sminuire i compagni
di ascensioni rimaste nella storia dell’alpinismo. Di me dice, e quel libro ne ri-
ferisce, che non sarei mai andato da primo. Che quando ci ritrovammo al rifugio
Vazzoler avevo solo due corde e tre moschettoni e niente da mangiare. Che in pa-
rete, con delle scuse, non facevo la mia parte neppure per preparare i bivacchi.
Voi capite che di fronte a frasi così uno come me, che ha all’attivo anche grandi
salita solitarie, deve anche un po’ difendersi perché si trova denigrato. Per quel
che mi riguarda parla la mia storia, credo. Ma non tutti la conoscono. E allora ho
raccolto foto, spezzoni di film e testimonianze per dimostrare che Piussi eviden-
temente ha (diciamo) qualche serio problema di memoria: che volete, preferisco
pensare così piuttosto che accettare che lui abbia davvero voluto parlar male di
me. Le foto che proietto in occasione delle mie conferenze, durante il dibattito
con il pubblico, dicono che non solo ho preparato bivacchi, ma che ho anche
salito e attrezzato nuovi tiri per l’indomani, proprio perché Piussi avesse meno
lavoro da primo di cordata. E avevo materiale, avevo viveri. Mentre aspettavo
Piussi al Vazzoler, ho persino salito le via Ratti alla Su Alto e alla Torre Venezia
con Robyn Smith, un amico scozzese che non aveva niente con sè e gli ho messo
a disposizione parte del mio materiale, appunto molto abbondante.
Anche l’idea della direttissima alla Torre Trieste era mia sin dal lontano 1955, lo
sanno tutti gli amici con i quali ne ho parlato, lo sanno quanti mi hanno ascoltato
mentre al Vazzoler illustravo giusto a Piussi il mio piano per un attacco e per una
linea a goccia. E parlando della Solleder perché dimenticare che fu un mio amico
a portare all’attacco la maggior parte del materiale, che fui io a risolvere alcuni
tiri perché Piussi era dolorante, che il settimo giorno lui si liberò incredibilmente
della corda senza rispondere ai nostri richiami e che io dovetti salire anche slega-
to per raggiungere il punto di sosta e recuperare Hiebeler. Perché Piussi non dice
che in discesa, sotto la slavina si salvò solo aggrappandosi alle mie caviglie? Eh,
la memoria fa dei brutti scherzi. Ma con le persone e la loro storia credo non si
possa giocare con leggerezza.
Continuiamo il racconto con cose, fatti e avvenimenti più piacevoli. Fra i clienti
del rifugio Aurora c’è anche un grande amico e appassionato di montagna: Luigi
Capelli di Milano, che con la famiglia, moglie e due figli, tutti i week end e fe-
ste comandate è sempre in Artavaggio, principalmente d’inverno a sciare. Bene,
l’amico Luigi mi ha regalato una poesia dal titolo:

“Insonnia”
Sotto gli occhi accesi delle stelle,
addossati sulla bianca parete
che all’alba risaliremo,
riposiamo.
È notte…
Stesi sulla cengia,
indifferente del rischio
il mio compagno dorme
mentre i miei occhi,
fissi sulla nera e stretta rupe,
non si chiudono.
Passeremo per quella sella?
Ci tradirà la roccia
or umida e gocciolante?
La nostra ascesa riposa
sulla volontà, sul nostro ardire.
Nostro guanciale è la corda,
nostra ancora la picozza.
Nell’ansia dell’attesa
del sorgere dell’alba
mi parlano le stelle:
“Perché col tuo amico
vuoi giungere in cima
per la via più diretta?”
Un sasso a lor risponde
cadendo nel silenzio.
L’ombra della rupe,
così nera e maestosa,
mi preme sul cuore
pregando il sonno
così desiderato e ristoratore.
Guardo la vetta;
da valle sale verso il cielo
una nebbia lattea, quasi fumo.
Con essa sale il mio sogno,
la mia preghiera.
……. È l’alba.
Il 1998 è l’anno del ritrovamento di parte del materiale fotografico che mi è stato
rubato nel lontano 1963 a Milano dopo una conferenza tenuta al Circolo Dipen-
denti Comunali, e se ricordo bene la sala della conferenza era situata in Galleria
Vittorio Emanuele. Il ritrovamento del materiale fotografico è stato veramente
un momento importante ed emozionante, anche se sono tornato in possesso di
una sola delle due valigette contenenti le diapositive, però sono ritornate nelle
mie mani tutti i documenti fotografici inerenti alle mie ascensioni nel gruppo del
Civetta, e non è poco. Spero in avvenire di trovare anche la valigetta contenente
altre 120 diapositive, una parte delle quali molto importanti perché raffigurano i
molteplici tentativi fatti alla parete Nord dell’Eiger nel 1962 con l’amico e gran-
de compagno di cordata Roberto Sorgato e che documentano oltremodo anche la
mia partecipazione alle riprese di un lungometraggio diretto dal famoso regista
di film di montagna Luis Trenker, dove tra gli attori principali spicca il nome del
pluricampione di sci Toni Sailer.
Una volta in possesso del materiale fotografico con l’aiuto degli amici Edo, Lu-
igi, Giambattista e Sergio comincia l’opera di ristrutturazione delle diapositive e
delle pellicole a 8 e 16 mm. nelle quali sono rappresentate due ascensioni diven-
tate storiche, documenti che risalgono agli anni cinquanta/sessanta: il Petit Dru
del 1956 e la prima invernale della via Solleder – Lettembauer sulla parete nord
ovest del Civetta del 1963. Dopo avere fatto qualche indagine presso operatori
professionisti per il montaggio dei due filmini ed epurato che il costo è assoluta-
mente al di fuori della portata del mio portafoglio, decido di provvedere diver-
samente. Preparato il testo e scelta la musica, vado a casa dell’amico d’infanzia
Luigi, che possiede un’attrezzatura per il montaggio di piccoli documentari, an-
che se non proprio professionale e con tanta volontà e tanta voglia di riuscire ci
mettiamo al lavoro. In poco più di due mesi creiamo due piccoli “grandi” capo-
lavori. Il periodo passato al montaggio dei due documentari ci ha regalato giorni
bellissimi e emozionanti.
Luglio 1998. La rivista Alp pubblica una monografia sul gruppo della Civetta. Le
pareti del Mito.
Vi è contenuta una serie di racconti e interviste molto interessanti cominciando
dall’editoriale di Marco A. Ferrari “Una storia minacciata dall’oblio” che così
ha inizio. “Poi, quando tutto è finito, ti accorgi che forse non c’è niente come la
montagna che riesca a restituire così intensamente il senso del tempo che corre.
Le estati passano sempre in fretta, se ne vanno che nemmeno te ne accorgi, la-
sciando quel senso di malinconia, quelle luci improvvisamente spente, quel silen-
zio amaro da festa finita. L’estate 1925 fu una sola, grande, velocissima corsa.
Diciotto ore durò, e simbolicamente è ciò che rimane di quella lontana stagione.
Era il 7 agosto quando Emil Solleder e Gustav Lettenbauer salirono in un lampo
la nord ovest della Civetta.”
Segue un altro editoriale di Enrico Camanni “ Un parco per la Civetta?”.
In questo numero trovate, in mezzo ai numerosi contributi storici e tecnici sul
massiccio della Civetta, un interessante dibattito tra Manrico Dell’Agnola e Soro
Dorotei che Marco Scolaris ha intitolato: “Un’alpinismo di èlite o un alpinismo
di tutti?” Credo vi siano sintetizzate in modo onesto le due filosofie che anche in
Civetta dividono l’alpinismo alle soglie del terzo millennio. Uno spaccato pra-
ticamente esemplare dei due archetipi con cui si può leggere la montagna (e la
vita).
Segue poi una lunga intervista di Emanuele Cassarà a Ignazio Piussi, mio compa-
gno di due grandi avventure: la direttissima alla Trieste e l’invernale della Solle-
der. Di quello che Ignazio ha scritto anche sul suo libro “Ladro di Montagne” ho
gia avuto modo di commentare a suo tempo. Infine il capolavoro del “Menego”
che racconta della sua grande avventura sulla Torre Alleghe. Peccato che della
storia di quella parete, della vera storia, non venga neppure accennata la mia
priorità. Per saperne un po’ di più, per i non informati sulla storia della conquista
della Torre Alleghe, basta cercare nel libro “La Grande Civetta” di Alfonso Ber-
nardi edito dalla Zanichelli, oppure nel mio libro “Momenti di Vita. Conquiste ed
esperienze” edito dalla Grafica Sovico e vi troverete l’intera vera storia, con tanto
di lettere originali intercorse fra il sottoscritto, Menego e Ceci Pollazzon.
Voglio continuare evidenziando a parer mio alcune mancanze anche nell’arti-
colo “Trentadue occasioni per conoscere un mondo”. Anche se nello scritto si
dice testuali parole: “Proponiamo qui una piccola selezione di vie alpinistiche
del gruppo. La scelta, che per ovvie ragioni non pretende di essere esaustiva, si
propone di presentare le vie a nostro avviso più significative per ciascun livello
di difficoltà”, nulla da dire sui tracciati segnati sulla parete nord ovest. Tutte vie
più o meno eccezionali, ma io credo che i tracciati della della mia via sul Pan di
Zucchero, sullo spigolo della Cima De Gasperi e la Livanos-Gabriel-Da Roit alla
Terranova non avrebbero sfigurato. Per quanto riguarda la Val dei Cantoni alme-
no altre due vie avrebbero dovuto comparire: la mia via sullo spigolo est della
Torre Venezia e la Gabriel-Da Roit alla Cima Bancon.
Bellissimo il testo di Enrico Camanni “Domenica ho fatto un sogno. Il magico
camino della Busazza”. Questa via è stata definita “la risposta italiana” al sesto
grado di Solleder e Lettenbauer sulla nord ovest dellla Civetta. Ma lo spigolo
della Busazza fu innanzitutto il capolavoro di Renzo Videsot e la perfetta in-
carnazione dell’estetica alpinistica di Domenico Rudatis. C’è comunque molta
storia: la Civetta e la cultura del sesto grado, la nord ovest denominata la “parete
delle pareti” ed infine il racconto delle invernali incominciate con Aste e Mio-
randi (1957) sulla parete sud della Torre Trieste, seguiti nel 1958 dai tedeschi
Baumgartner e Ehmann sulla via Carlesso alla Torre di Valgrande. Poi via via una
lunga serie di invernali, sette delle quali con la mia presenza. La più importante
è senz’altro nel 1963 la via Solleder alla nord ovest, ma qui voglio trascrivere un
passaggio della relazione fatta dal mio compagno Roberto Sorgato sulla prima
invernale del diedro Livanos alla Su Alto:
“…Non abbiamo un termometro, ma la notte precedente, nella grotta, alcune
gocce di thè bollente, appena cadute sui miei pantaloni, si erano trasformate in
cristalli di ghiaccio…Alle prime luci dell’alba ci muoviamo. Siamo stremati e
spossati, ma il morale è stranamente elevato: riprendere ad arrampicare è come
una liberazione”. Voglio chiudere dicendo di avere letto un’ottima monogra-
fia, ma essendo un’eterno innamorato di questa montagna e dei personaggi che
l’hanno fatta grande, io credo che qualche grande nome in questa storia sia stato
dimenticato o quantomeno non gli sia stato dedicato lo spazio che a mio avviso
meritava. Uno su tutti Armando Da Roit.

Raffaele Carlesso (al centro) all’inaugurazione del rifugio Tissi nel 1963.
Premio S.A.T Categoria Alpinismo a Trento.

Il 1999 è l’anno del Premio S.A.T. Per questo premio devo ringraziare la
sezione del Club Alpino Italiano di Valmadrera e il suo presidente Giambattista
Magistris che hanno presentato alla S.A.T. la mia candidatura. Di seguito il testo
inviato per la richiesta:
“La sezione di Valmadrera del Club Alpino Italiano e la Scuola di Alpinismo A.
Piacco della sezione stessa, intendono presentare al Premio S.A.T. per la mon-
tagna Giorgio Redaelli, un alpinista che ha dato lustro e prestigio all’alpinismo
nazionale per le sue enormi capacità tecniche, unite ad una integrità morale e
umana di prim’ordine.
Giorgio Redaelli nasce a Mandello Lario il 30 Luglio 1935, operaio alla Moto
Guzzi dedica il suo tempo libero all’arrampicata - e come non poteva essendo
nato sotto le Grigne. Appassionato della montagna, sin da ragazzo si dedica pre-
sto alle ripetizioni delle grandi scalate classiche delle Alpi. Vanta un curriculum
di attività di straordinario valore. Oltre 100 salite di grandi difficoltà tra le quali
spiccano:
1956 1° ripetizione del Pilier Bonatti al Petit Dru, 1958 solitaria della Rebuffat
all’Aiguille de Midi, 1959 1° assoluta Direttissima alla Torre Trieste, 1962 1°
invernale della Livanos alla Cima Su Alto, 1963 1° invernale della via Solleder
alla Civetta.
Diventa Istruttore Nazionale di Alpinismo, viene chiamato a dirigere le Scuole di
Bergamo, Mandello, sua citta natale, infine il presidente Piero Piacco lo invita
a dirigere la neonata scuola di Valmadrera, alla quale dà un grande impulso e
prestigio. Viene chiamato da diversi registi per girare film sulla montagna e l’al-
pinismo, spicca una
sua partecipazione
alle riprese, sulla
parete nord dell’Ei-
ger con Tony Sailer,
asso del discesismo
austriaco, di un film
del “ mostro sacro
della cinematografia
alpina” Luis Trenker.
È altresì protagonista
di alcuni film didattici
realizzati dalla Scuo-
la Militare Alpina di
Aosta sulle pareti del Premio S.A.T. 1999.
Monte Bianco. Membro del CAAI, guida alpina, membro del E.H.M.M. di Cha-
monix, del Bergland di Vienna, maestro di sci. Nel 1963 decide di abbandonare il
lavoro per dedicarsi a tempo pieno a quella che è la sua grande passione. Viene
richiesto come conferenziere per presentare la sua attività alpinistica, ha molte
serate prenotate ma dopo la seconda uscita viene derubato dell’auto con tutto
il materiale. Si ritrova così senza lavoro con un bimbo di un anno e mezzo e la
moglie Aurora in attesa della secondogenita. Non demorde, prende in gestione il
rifugio Cazzaniga ai Piani di Artavaggio, poi sempre ai Piani di Artavaggio co-
struisce un rifugio che gestisce a tutt’oggi e che chiamerà “Aurora” in omaggio
alla moglie.
Nel 1957 viene premiato assieme a Guido Rossa “migliore alpinista 1956”. Nel
1962 è invitato al Filmfestival di Trento. Molte pubblicazioni si interessano alla
sua attività. Citiamo oltre alle varie enciclopedie, La Grande Civetta e Le Grandi
Dolomiti. Per la sua enorme, forse unica attività sulla “grande muraglia” viene
chiamato “il Re della Civetta”. Nel 1966 si trova a Forno di Zoldo per ritirare
il premio indetto dalla locale sezione CAI quale dominatore della “parete delle
pareti” in pieno periodo della tristemente famosa alluvione. In questa circostan-
za dà – se ancora vi fosse necessità – prova di coraggio e altruismo. Si tuffa nel
fiume in piena e trae in salvo un ragazzo destinato a morte sicura. Ancora oggi
non conosce il nome dell’allora ragazzo, di questo evento conserva oltre al ricor-
do una serie di immagini che furono scattate nella circostanza.
Da poco tempo è ritornato in possesso del materiale documentante la sua atti-
vità (circa 400 dia, e un film 8 mm sul Pilier Bonatti al Dru, un 16 mm sulla 1°
invernale alla Solleder sulla parete Nord/Ovest della Civetta). Ha in progetto di
realizzare un video della sua attività alpinistica e un altro sogno è quello di dare
alle stampe la sua autobiografia. La sezione del CAI di Valmadrera nella persona
del suo presidente Giambattista Magistris, la scuola di Alpinismo A.Piacco nelle
persone del presidente Piero Piacco e dell’attuale direttore GianMaria Mandelli
ritengono il personaggio degno di essere presentato e pienamente rispondente ai
requisiti richiesti dal regolamento del Premio istituito dalla SAT, sia dal punto di
vista alpinistico che morale ed umano.”
Il 1999 inizia così con una grande notizia che mi ripaga di tanti sacrifici sopporta-
ti con la mia famiglia per soddisfare le mie voglie di conquista su tutta la cerchia
alpina, negli anni che vanno dal 1954 al 1972, perché è in questi anni che sono
state effettuate tutte le mie grandi ascensioni. Per questa mia attività la Società
Alpinisti Tridentini mi ha scelto per il Premio SAT Categoria alpinismo 1999.
Quando ho ricevuto a casa, tramite telegramma, la notizia, la sensazione che ho
avuto in quel momento non la so spiegare ancora adesso. Ho letto il telegramma
con una emozione e occhi lucidi che lasciavano scendere qualche lacrima: “20
Aprile 1999. A nome giuria Premio S.A.T. comunichiamo che le è stato assegnato
il premio S.A.T. 1999 per la categoria alpinistica. Sicuri della sua presenza, pre-
miazione 30 Aprile ore 18 sede S.A.T. inviamo vivi rallegramenti.”
Questo riconoscimento è venuto a premiare e a coronare una vita dedicata alla
montagna. Nella sede della SAT mi consegna il premio il presidente Elio Ca-
ola, davanti al gota dell’alpinismo mondiale. Al momento della mia chiamata
sul palco credevo di reggere l’emozione, visto che mi ero già sfogato a casa e
di non commuovermi, ma invece così non è stato, l’emozione è tanto grande da
non riuscire a mettere insieme una frase di ringraziamento, il pianto ha avuto
ancora una volta il sopravvento. Mentre mi avvio nella sala verso il pubblico il
primo sguardo che incrocio è quello di Riccardo Cassin; mi fa i complimenti e
aggiunge:” Però in queste occasioni bisogna ridere non piangere”. Ho risposto
immediatamente al buon Riccardo dicendo che nella mia vita, questo era il primo
riconoscimento che ricevevo e che forse “quando ne avrò ricevuti tanti come te,
magari mi verrà anche da ridere”. Poi ricordo con molta gioia i complimenti di
Cesare Maestri, Rolly Marchi, Roberto Mantovani, Da Polenza, Fizzera, Claus,
Cesarino Fava e degli amici del CAI di Valmadrera che mi hanno proposto per
questo premio e che mi hanno accompagnato a Trento: Magistris, Mandelli, Nec-
chi, e per questo, commosso ringrazio tutti quelli che mi sono sempre stati vicini.
Devo dire che la stampa specializzata nazionale ha dato molto risalto al premio,
ma mi piace ricordare quello che hanno detto e scritto giornali e tv locali.
La tv Unica Lombardia era presente e ha dato la notizia in tutti i telegiornali con
una lunga intervista da parte della giornalista e amica Laura Achler.
Già il 26 Aprile La Gazzetta di Lecco pubblica un bellissimo articolo dal titolo:
“Giorgio Redaelli verrà incoronato col Premio S.A.T.”. Ne trascrivo una prima
parte che dice: “Nel corso dei lavori del Festival Internazionale dei Film della
Montagna di Trento che incomincerà oggi, riceverà un importante premio al-
pinistico Giorgio Redaelli, grande personaggio delle montagne e delle scalate
negli anni Cinquanta e Sessanta, nato a Mandello del Lario ma da molto tempo
diventato valsassinese di adozione come residente a Cassina e come gestore del
rifugio “Aurora” dei Piani di Artavaggio, da lui costruito decenni fa ed intito-
lato alla moglie. Il riconoscimento che riceverà è il famoso Premio SAT, vale a
dire Società Alpinistica Tridentina di Trento, una delle più forti sezioni del Club
Alpino Italiano, con ben diciannovemila soci...” e continua descrivendo la mia
attività e ricordando il CAI di Valmadrera nelle persone di Magistris, Mandelli,
Piacco e Necchi che hanno proposto il mio nome alla Commissione del Premio.
Anche il Giornale di Lecco dedica molto spazio all’avvenimento e esce con il
titolo: “Trento premia il Re del Civetta.” Questo articolo inizia con: “I tempi del
Re del Civetta sono lontani. Certo ci sono pagine straordinarie nell’album dei
ricordi, ma Giorgio Redaelli non ha l’aria di uno che è rimasto fermo ai bei mo-
menti andati. La prima cosa che gli salta in mente di raccontare non sono storie
di corde e di moschettoni, ma di mazze e palle da golf. Lo sapete quale è lo sport
più vicino all’alpinismo? Il golf! Su certi campi ci si ritrova in due o tre, sperduti
in una natura bellissima, con un silenzio intorno che oggi è raro trovare anche
sulle vie in montagna; poi, proprio come quando si scala, il confronto non è con
un avversario, ma con te stesso e con la natura.
Verrebbe da sorridere, se a dire una cosa del genere non fosse uno dei più forti
alpinisti italiani della generazione a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, protagonista
di una salita storica come la prima invernale della Solleder al Civetta e di al-
tre imprese come la prima ripetizione della Bonatti al Dru.” L’articolo continua
elencando le mie grandi ascensioni poi riprende dicendo: “Ricordi lontani dice-
vamo, eppure quando, la scorsa settimana, è arrivato nella sua casa di Cassina
Valsassina l’invito al Festival della montagna di Trento per l’assegnazione del
premio alpinistico della S.A.T., Giorgio Redaelli è rimasto folgorato. “Me ne sta-
vo lì con il telegramma in mano, mia moglie mi chiedeva cosa ci fosse scritto e io
non riuscivo neanche a parlare! È stata un’emozione grandissima ricevere dopo
tanti anni un riconoscimento così importante per la mia attività in montagna”.
Il premio attribuito dalla Società Alpinisti Tridentini, che verrà consegnato il
prossimo venerdì 30 Aprile, valorizza una parte importante della vita di Redaelli,
che a 64 anni di cose ne ha fatte talmente tante che ci si potrebbe scrivere un
libro, ma a questo ci sta già pensando lui.” L’articolo non finisce qui, è ancora
molto lungo ma lo tronco qui, per dare spazio a quanto scritto pochi giorni dopo
da un altro giornale importante del lecchese e del comasco “La Provincia”, la
quale mi dedica una intera pagina, corredata da ben sette fotografie.
Il titolo a caratteri cubitali dice: “Giorgio Redaelli. Oltre il sesto grado”.
“Lecco riscopre un grande del passato. Il premio della SAT ha riproposto all’at-
tenzione uno dei protagonisti di una stagione magica di exploit. È come se, d’un
tratto ce lo avessero sdoganato. Perché non ammetterlo? L’abbiamo sempre
avuto qui eppure ce ne eravamo quasi dimenticati. E lui, figlio di una stagione
straordinaria dell’alpinismo lecchese, italiano, europeo non aveva fatto granchè
per toccarci il tempo, cioè per ricordarci il suo tempo degli exploit che l’avevano
scandito. Poi è arrivata la SAT: con quel suo premio prestigioso assegnato a
Trento durante l’ultimo Filmfestival, una manciata di giorni fa. E le luci, clic, si
sono riaccese: abbaglianti e ben ci stà, perché il riconoscimento della Società
Alpinisti Tridentini è prestigioso, è un punto di riferimento per l’intero mondo
della montagna italiano. E allora bisognerà pur che Lecco ammetta anche que-
sto: che quel premio è stata una specie di carezza contropelo, una sorta di affet-
tuoso richiamo, insomma un modo di rimettere le cose al loro posto con mano
ferma e autorevole dall’esterno e proprio qui.” Giorgio Spreafico, giornalista
lecchese puro sangue, che conosce morte vita e miracoli dell’alpinismo lecchese,
ha fatto un’articolo veramente bello, e continua dicendo:
“Che effetto fa trovarsi sdoganati a 64 anni, a 30 o 40 di distanza dai giorni del
fuoco di fila degli exploit? Deve fare un gran bell’effetto, a giudicare dalla faccia
felice di Giorgio Redaelli, lui che si può ben definire il personaggio del giorno
sugli scenari alpinistici italiani benchè i suoi giorni grandi siano appunto lonta-
ni una mezza vita abbondante. L’ho detto, e posso solo ripeterlo - ci dice il “Re
del Civetta” rimesso d’imperio sul trono -. Un premio adesso non me l’aspettavo
proprio. Non ci potevo credere, quando mi è arrivato quel telegramma. E ancora
fatico a crederci. Una gioia così non si riesce a raccontarla. E io la auguro a
tutti. Grazie, ma - prima - bisognerebbe avere fatto qualcosa di grande. E sono
davvero pochi a poter vantare una mole di attività come quella di Redaelli, co-
stellata di imprese che hanno un posto - massì se ve l’eravate dimenticato - nella
storia dell’alpinismo italiano ed europeo. Non solo. Sono pochi anche coloro che
come Giorgio hanno la capacità di raccontare, di far sognare, di trasportare nei
giorni, nei luoghi e tra i protagonisti dell’epopea del sesto grado superiore che
andrebbe rispolverata più spesso, che andrebbe ripulita dalla retorica e restitui-
ta intatta ai giovani con i suoi profondi contenuti umani e non soltanto tecnici.”
Non voglio copiare tutto l’articolo (e non lo farò), ma Spreafico sta dicendo cose
fantastiche, così continuo ancora per qualche rigo:
“Sono stato fortunato a vivere una stagione straordinaria come quella a cavallo
tra gli anni Cinquanta e Sessanta - racconta Redaelli, circondato da amici caris-
simi come Gianni Magistris, Gianmaria Mandelli, Sergio Necchi. Ho conosciuto
scalatori formidabili, ho vissuto al loro fianco, ho scalato con loro, ho condiviso
progetti e ho respirato quell’atmosfera magica che ci accompagnava in parete
e ci attendeva a fon-
do valle anche nella
partecipazione della
gente qualunque.
Bonatti, Maestri,
Cassin, Mauri, Aiaz-
zi, Oggioni, Sorgato,
Piussi, Barbier, Phi-
lipp, Taldo, Hiebeler,
Livanos…L’elenco
potrebbe continuare e
continuare. Ma ci sia-
mo capiti: siamo en-
trati, con questi nomi,
nei libri d’alpinismo
e nella storia di cento
imprese memorabili. Con Sorgato al caldo di una bella stufa a legna all’hotel Coldai di Alleghe.
E stiamo camminando, anzi scalando, in un’epoca d’oro, fascinosa come poche,
entusiasmante, costellata di eventi.
Un po’ come la vita di Redaelli, davvero un incredibile intreccio di circostanze
che - un volta chiuso il capitolo delle scalate - ha avuto sviluppi ai massimi livelli
nel mondo dello sci, del tennis, addirittura del golf. Il problema è uno solo, da-
vanti a un tipo come Giorgio: decidere da che parte cominciare e di cosa parlare,
perché una pagina di giornale non basta, e non basterebbe neppure un giornale
intero. Forse servirebbe un libro e allora è davvero giusto che il libro se lo stia
scrivendo lui, cercando di mettere in ordine nei cento zaini dei mille ricordi.”
Ora lascio lo scritto di Spreafico, anche se lui continua ricordando alcune del-
le mie ascensioni, come lo sperone della Brenva al Monte Bianco con Cesare
Maestri (ma l’obiettivo con Cesare era un altro), o l’invernale della Su Alto con
Ronchi e Sorgato. E di Sorgato scrive pure (e questo ci tenevo lo scrivesse) che
per me è stato il compagno ideale, grande come alpinista e come uomo, uno che
sa dividere con i compagni i successi, per me il più grande alpinista in senso asso-
luto. Ma il 1999 non finisce con il premio SAT, anzi direi che è stato l’inizio di un
anno altamente promozionale per la mia figura di alpinista. Il giornalista e amico
Giorgio Spreafico, preparatissimo e aggiornatissimo su tutto quello succede in
campo alpinistico, “e non solo quello italiano”, è l’unico a ricordare il quarante-
simo anniversario della conquista da parte mia e di Piussi, della direttissima alla
parete Sud della Torre Trieste.
Mercoledì 15 settembre 1999 sul giornale “La Provincia” Spreafico riempie an-
cora un’intera pagina del giornale e firma un lungo articolo intervista dal titolo:
“A quarant’anni dalla straordinaria Direttissima sulla parete Sud della Torre
Trieste. Civetta, la storia infinita. Giorgio Redaelli, rilanciamo l’alpinismo clas-
sico”.
“Dove poteva essere,
se non lì? C’era, pun-
tuale all’appunta-
mento della memoria
che lui stesso si era
dato. Quarant’an-
ni fa, come in questi
giorni, la grande im-
presa sulla Sud della
Torre Trieste: lui e
quel drago d’Ignazio
Piussi, Ignazio Pius-
si e lui a tracciare la
Direttissima che fece Con Cesare Maestri.
gridare al miracolo nei giorni delle scalate “a goccia” e delle battaglie a colpi
di artificiale. Quarant’anni dopo, in questi giorni, lui e soltanto lui a girovagare
sotto le monumentali pareti del Civetta.
C’è modo e modo di celebrare un anniversario. Giorgio Redaelli, 54 anni, pro-
tagonista di una leggendaria stagione dell’alpinismo lecchese - quella del sesto
grado e oltre il classico che non accettava di essere soltanto tale ma voleva
essere ed era estremo - ha scelto il basso profilo. Niente momenti formali, niente
di niente. O anzi, forse, giusto il contrario e cioè tutto perché qualche volta le
esteriorità non contano, qualche volta non c’è festa ed emozione più grande di
quella vissuta dentro di sé.
Dove poteva essere, allora, se non li? Redaelli - riproposto all’attenzione gene-
rale dal prestigioso premio SAT della scorsa primavera a Trento - è tornato sui
suoi passi, in quel suo “regno” che è il Civetta, come chi abbia un debito di rico-
noscenza da onorare, come chi sa che se è vero che tanto ha dato (di più dice lui)
ha ricevuto. Giornate spese con un piccolo gruppo di amici sotto le gigantesche
muraglie di pietra di quel paradiso verticale che ha fatto sognare generazioni
di alpinisti, su e giù per i sentieri con la macchina fotografica, con una piccola
cinepresa digitale, con in testa non solo tanti ricordi ma anche tanti progetti.
Che Civetta hai trovato Giorgio?
Sorride Redaelli, ma nelle sue parole c’è un velo di amarezza che ti sorprende.
“Il Civetta è il Civetta: straordinario. Ma sono stato su, ho girato e rigirato, e
ho incontrato solo camminatori. Bella cosa, eh, camminare. Ma l’alpinismo è
un’altra cosa: è attaccarsi a una parete e via. E di cordate io su quelle muraglie
infinite non ne ho viste, anzi sì: una, dico una di tedeschi, sulla Tissi alla Venezia.
Sai che idea mi sono fatto?
Che idea?
“Che c’è attorno una spaventosa ignoranza, dico una non conoscenza di ciò che
l’alpinismo è stato e ancora può essere. Li senti parlare nei rifugi in Dolomiti
come altrove. Li senti alle conferenze, li leggi sugli articoli o nei libri. E capisci
che nessuno, o quasi, conosce il classico e ciò che può dare. Adesso se non dici
Himalaya, se non racconti qualcosa di un colosso che hai salito o provato a sali-
re ti sembra di non essere nessuno. Ecco, uno va in Himalaya a pestare un po’ di
neve e le sue quotazioni salgono come se avesse fatto chi sa che. Poi lo porti su
un sesto e su un sesto non si alza. E gli chiedi delle vie storiche dell’alpinismo,
delle pietre miliari della montagna, e non sa dove stanno, a chi si devono. Figu-
riamoci se le ha salite, se ha provato almeno ad andare a guardarle.
Qualcuno potrebbe dirti: nostalgie.
“Ma va là. Non vado in cerca di una giustificazione, non canto i tempi andati per
il gusto di farli. Semplicemente, ci si ostina a non capire che il grande alpinismo
classico è un punto di passaggio obbligato per sapere chi siamo, per metterci a
confronto con ciò che è stato e dunque anche per trovare una dimensione precisa
della nostra attività in parete in questo momento storico. Strani si fatichi a ca-
pirlo anche nei gruppi di elite”.
Sei contro l’arrampicata moderna, contro le vie attrezzate a regola d’arte sulle
quali i margini di rischio e di sorpresa sono azzerati?
“Non sono contro niente. Dico solo che arrampico ancora e che quando mi è
capitato di allenarmi per un po’ in palestra, dove non si muove un sasso, dove se
c’è un passaggio preso magari ci trovi attaccata con la resina una manetta, mi
sono mezzo rovinato: spostandomi su una via classica, poi, mi pareva fosse tutto
più grande e complicato di quello che era”.
Ecco, forse la spiegazione è questa?
“Forse, forse i ragazzi giovani diventano forti e anzi fortissimi in un certo con-
testo ma si rovinano anche. Perché l’alpinismo non è quella roba lì, non è tirare
un passaggio e basta”.
L’alpinismo è la direttissima alla Trieste?
“Anche, ma lo so che non è una roba per tutti anche adesso che sono passati
quarant’anni. Dico solo che dovrebbe essere un puntiglio per ogni alpinista di
rango essere passato per di lì e su ogni grande via classica. Non so, è un po’
come il riassunto delle puntate precedenti. Come possiamo seguire il filo del
discorso se non sappiamo da dove abbiamo incominciato? Intanto però uno sta
qualche giorno in Civetta e su chilometri di pareti trova una cordata sola. Ma-
gari tedesca. e poi…”.
E poi?
“E poi si rende conto anche che degli alpinisti frega sempre meno anche ai rifu-
gisti. Una volta si tenevano d’occhio le pareti, si cercava di capire a che punto
fossero le cordate impegnate su, se potevano trovarsi in difficoltà o che altro.
Invece adesso può succedere quello che è capitato a me. Chiedo:”come vanno
quei due su?” “ Non lo so”. “Ma non è un po’ tardi?” “Vabbè, gli lasceremo un
biglietto. A letto adesso”…”.
Civetta dove sei, insomma?
“Eh, uno torna a casa con quella domanda lì dentro. Forse per questo però il
mio legame con quelle pareti è più forte di sempre. E mi sono messo in testa di
fare qualcosa perché possano essere valorizzate, consciute e anche capite”.
E cosa pensi di fare?
E qui sintetizzo la mia risposta perché l’intervista è ancora lunga dicendo che
dopo il recente ritrovamento del materiale fotografico rubatomi nel 1963 con al-
cune diapositive e riprese fatte allora penso di mettere assieme un documentario
che racconti quelle pareti, lo voglio presentare come patrimonio dell’alpinismo
italiano. È un’impresa difficile, ma dopo il Premio SAT si è risvegliato un grande
interesse attorno alla mia persona e alle mie scalate e le richieste sono numero-
se.
Prima di rimettere questa pagina della Provincia nell’album dei ricordi, voglio
trascrivere alcune righe scritte in neretto sulla stessa pagina a lato dell’articolo
principale:
“La più dura scalata artificiale”.
“Un’impresa eccezionale; forse, nell’ambito dell’artificiale, almeno in Europa,
la più grande scalata che sia stata mai compiuta.” La direttissima alla parete Sud
della Torre Trieste aperta da Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli viene definita così
da Gian Pietro Motti nella sua “Storia dell’alpinismo”. Fu una battaglia per la
quale occorre scomodare un aggettivo oggi fuori moda: epica. La cordata restò
in parete dal 6 al 10 Settembre del 59, affrontò quattro bivacchi in condizioni im-
possibili, attaccò senza deviazioni di linea difficoltà estreme. Erano i giorni delle
scalate “a goccia”. Piussi e Redaelli usarono ben 450 chiodi di cui 150 a espan-
sione. “Basandoci sul giudizio dei ripetitori - scrive Motti - possiamo asserire
con certezza che nessuno di quei chiodi si sarà rivelato superfluo e inutile”.
Novembre 1999. ALP-Monografie-Eiger- “Dal mito allo scenario postmoder-
no”.
È una bellissima monografia, non poteva essere diversamente visto che ALP è
senza ombra di dubbio una delle più belle riviste di montagna.Voglio ricordare
e trascrivere copiando alcuni passaggi per me interessanti che rendono onore ad
una montagna grande per la sua storia, ma che non attira più di tanto i giovani
alpinisti del momento.
Un editoriale di Marco A. Ferrari. È un racconto che merita di essere trascritto
integralmente, per il solo motivo che chi non legge abitualmente la rivista Alp,
non ha avuto la possibilità di vedere. È la storia di un’ininterrotta serie di rinunce
e tragedie, da Detassis e Pirovano, a Sandri e Menti; da Corti e Longhi, a Sorgato
e Redaelli; e ancora Bonatti, fino al definitivo successo di sei agguerriti italiani
(che fu anche la ventisettesima ripetizione della via Heckmair).
Per quanto riguarda gli italiani, è un amore mancato fino al 1962. Mi fa molto
piacere trascriverlo perché anch’io faccio parte della storia.
“Alle 2,45 del mattino del 28 luglio 1963, un alpinista solitario lascia in silenzio
la tenda azzurra che egli stesso ha piantato, la sera precedente, su un terrazzo
erboso ai piedi della parete Nord. Il tempo è bello, le condizioni della parete
sono buone. Lo dimestreranno le tre cordate impegnate, una svizzera, l’altra
brittanica, la terza austriaca (saliranno la parete senza particolari problemi tra
il 29 e il 31 luglio). Nel mondo dell’alpinismo di punta, in quel momento, la
selvaggia muraglia settentrionale dell’ “Orco” è ancora una parete alla moda.
Se centonove alpinisti l’hanno superata vittoriosi, ben ventitrè non hanno fatto
ritorno.
Due anni e mezzo prima, nel gelido marzo del 1961, i tedeschi Toni Kinshofer, An-
derl Mannhardt e Toni Hiebeler e l’austriaco Walter Almberger hanno effettuato
la prima salita invernale della Nord. Resta da fare la prima solitaria. Questo
sogno, però, tra il 1961 e il 1962 è gia costato la vita a tre ottimi arrampicatori
come lo svizzero Adolf Derungs e gli austriaci Adi Mayr e Dieter Marchat.
Certo, l’italiano che sale nel buio verso la sagoma minacciosa della Nord ha
tutte le carte in regola per riuscire. Si chiama Walter Bonatti, è nato a Bergamo
ma vive a Courmayeur, le sue vie sulle pareti del Monte Bianco hanno spinto la
storia dell’alpinismo in avanti. Nel 1955, sul Dru, ha compiuto una delle più
grandi imprese solitarie di tutti i tempi. Nel 1965, sul Cervino, concluderà con
un’altra via in solitaria una carriera assolutamente straordinaria. Sull’Eiger,
però, Walter Bonatti non ha una grande fortuna. Alla fine della prima giornata
in parete, sistema il suo bivacco alla base del secondo nevaio, che una cordata di
due buoni alpinisti, raggiunge normalmente in sei o sette ore dalla base.
“Un’alpinista solitario all’altezza dell’impresa deve arrivare il primo giorno al-
meno fino al Ragno”, commenterà Toni Hiebeler!, che dopo l’invernale è diven-
tato lo storico ufficiale dell’Eiger. “Non è una questione di prestigio: salire velo-
cemente serve a superare la terribile sensazione di oppressione che dà la parete”.
“Bonatti deve invece superare altri milleduecento metri di roccia e ghiaccio, e sa
bene di dover ancora affrontare i passaggi più pericolosi (il Terzo Nevaio e il Ra-
gno) e le più elevate difficoltà tecniche dell’ascensione (la Rampa e le Fessure di
Uscita). Non c’è dubbio che la sua notte sia lunga, insonne, faticosa”, prosegue
lo scrittore e alpinista di Monaco. In realtà, prima ancora della notte, era sop-
praggiunta una violenta scarica di sassi che aveva colpito seriamente l’italiano,
fratturandogli una
costola, come scopri-
rà in seguito. L’indo-
mani alle prime luci
dell’alba, Walter Bo-
natti dunque rinun-
cia. Con una serie di
corde doppie riper-
corre velocemente, in
discesa, la parete che
aveva salito senza
troppa convinzione
il giorno prima. Lun-
go le calate, i resti di
numerose tragedie
Con Walter Bonatti (al centro) al Bianco nel 1956.
rafforzano la sua deci- Si riconoscono: Mondo Micheli, direttore Moto Guzzi di Mandello e Carlina
sione di scendere. Noseda, maestra di sci.
Ne “I giorni grandi”, seconda parte della sua autobiografia di montagna, il
grande alpinista di Bergamo dedicherà all’Eiger poche e sbrigative pagine. Pro-
babilmente non sapremo mai se sulla severa muraglia dell’ “Orco”, per una
volta nella vita, il leggendario coraggio di Bonatti abbia lasciato un varco a un
po’ di umanissima paura. La fugace apparizione del “Re del Monte Bianco” sui
primi salti di roccia della Nord è un buon simbolo del difficile rapporto che l’al-
pinismo italiano ha avuto con la parete più difficile e pericolosa dell’Oberland.
Anche se meno presenti di svizzeri, austriaci e tedeschi, i nostri connazionali
hanno però svolto un ruolo di discreto rilievo nella storia della grande parete.
Anche se i commentatori e gli storici di lingua tedesca hanno di fatto messo spes-
so in secondo piano l’importanza della presenza italiana sull’Eigerwand.
A sottovalutare il ruolo degli italiani sulla parete, paradossalmente ma non
troppo, contribuiscono anche i commentatori anglosassoni degli anni tra le due
guerre, capitanati dal colonnello E.L.Strutt, direttore del bollettino dell’Alpine
Club. Per loro i tentativi all’Eiger sono il simbolo di un alpinismo esaltato e sui-
cida, ispirato dalla propaganda nazista. Una palestra per gladiatori teutonici,
insomma, dove gli italiani non possono trovar posto.
La parete dell’Eiger è un’ossessione per i disturbati di tutti i paesi. Chi riuscirà
a scalarla per primo potrà essere certo di aver fatto la più stupida variante della
storia dell’alpinismo (Colonel Strutt).
Pure, a frugare un po’ negli archivi il rapporto tra gli italiani e la parete viene
rapidamente alla luce. È un altro grande dell’alpinismo lombardo, il lecchese
Riccardo Cassin, a rendersi conto tra i primi che l’ascensione della parete Nord
è possibile. Le brevissime vacanze e la lunghezza del viaggio verso Grindelwald,
però lo tengono lontano dalle pareti dell’Oberland.
Nel luglio del 1937, un anno dopo la tragedia di Toni Kurz e compagni, sono
altri due alpinisti italiani ad avvicinarsi all’Eiger con buone probabilità di ri-
uscita. Nella cordata i ruoli sono divisi con cura. Bruno Detassis, protagonista
sulla dolomia del Brenta, arrampicherà da primo su roccia, Giuseppe Pirovano,
grande conoscitore dell’Ortles, salirà da capocordata sul ghiaccio. Per acco-
starsi con la giusta gradualità alla parete, i due attaccano la via Lauper, uno
splendido itinerario di misto tracciato a sinistra della Nord. Poi la bufera carica
di neve la parete, una slavina travolge Pirovano, Detassis lo trattiene a fatica.
Solo con grandissimi sforzi la cordata raggiunge la cresta del Mittelegi e scende
all’omonimo rifugio. La”Neue Zurcher Zeitung”, però, dà i due per dispersi, e
i giornali italiani riprendono la notizia. Quando Bruno Detassis torna a Tren-
to, qualcuno resta a bocca aperta davanti alla ricomparsa di un “morto”. Una
nuova tragedia arriva nell’estate sucessiva, quando affrontano la Nord due tra i
migliori arrampicatori del Veneto. Fortissimi su roccia ma forse poco preparati
su ghiaccio, i vicentini Bortolo Sandri e Mario Menti riprendono l’itinerario
diretto scoperto tre anni prima dai tedeschi Karl Mehringer e Max Sedlmayr, le
prime vittime della parete.
Come i loro predecessori, i due alpinisti veneti attaccano con slancio la grande
muraglia in direzione del Ferro da Stiro, il formidabile pilastro che solca la pa-
rete sulla destra. Un terribile temporale, però, li strappa dalla roccia la sera del
primo giorno di ascensione. Il giorno dopo una spedizione di soccorso, condotta
dalla guida Franz Steuri, scopre il corpo di Sandri su un nevaio alla base della
parete. I resti di Menti verranno riscoperti solo qualche giorno più tardi in un
crepaccio. Il morboso mito della Nordwand, la “parete assassina” si diffonde in
tutta Europa.
Due mesi dopo la tragedia, arriva finalmente l’ascensione vittoriosa. (Hekmair,
Harrrer, Kasparek e Worg). Perché una cordata italiana si riaffacci sull’Eiger
devono passare 19 anni. Ma anche stavolta, purtroppo, l’ascensione si risolve
in tragedia.
Il 3 Agosto 1957, i lecchesi Claudio Corti e Stefano Longhi sono all’attacco del-
la parete. Salgono a destra dell’itinerario del 38, puntando alla “direttissima”
tentata da Mehringer, Sedlmayr, Menti, Sandri. Non è una scelta, però. I due al-
pinisti lombardi non hanno una relazione nè uno schizzo dettagliato della via, e i
chiodi dei primi tentativi li spingono ad andare troppo a destra. Quando una dif-
ficile traversata li riporta alla via del 38 due giorni se ne sono gia andati. Poco
dopo, Corti e Longhi incontrano due tedeschi, Gunther Nothdurf e Franz Mayer,
che hanno attaccato la parete un giorno dopo di loro. Da quel momento in poi, la
vicenda si tinge di giallo (vedi approfondimento in questo numero di Alp). Dalla
Kleine Scheidegg osservatori esperti come Lionel Terray e Wolfang Stefan vedo-
no le due cordate arrampicare separate, con una lentezza sconcertante. Corti e
Longhi, sono dei buoni alpinisti e nulla più. Nothdurf però è un’arrampicatore
straordinario veloce, che ha percorso lo Spigolo Giallo in tre quarti d’ora e la
Cassin al Badile in tre ore e mezza. Il 10 agosto dalla cresta del Mittelegi, Ric-
cardo Cassin e Carlo Mauri scorgono i due lecchesi che dopo un grave incidente
sono ancora in vita. Solo l’11 agosto però una guida riesce a calarsi dalla cima
appeso a 300 metri di corda. Come noto, Corti sarà salvato, per Longhi invece
non c’è più niente da fare. E i tedeschi? Lasciati i due sfortunati italiani, Franz e
Gunther spariscono letteralmente nel nulla. Solo qualche anno più tardi i corpi
dei due, morti per sfinimento dopo aver raggiunto la cima, verranno trovati sulla
via normale dell’Eiger. Dal suo letto di ospedale, Claudio Corti pone a Cassin e
a Guido Tonella un’ingenua domanda. “Credete che la mia possa essere la pri-
ma salita italiana della Nord”. La risposta, evidentemente, è negativa.
Negli anni che seguono, si affacciano sulla Nord il bellunese Roberto Sorgato e
il lecchese Giorgio Redaelli. Per una settimana, al margine della grande parete, i
due collaborano con la troupe di Luis Trenker che sta girando un film sull’Eiger-
wand. Il 6 agosto 1962 attaccano, ma la sera il tempo peggiora all’improvviso.
In discesa nel recuperare una doppia, la corda si sfila e precipita. A salvare i due
italiani, miracolosamente, è l’apparizione nella neve di una corda abbandonata
dall’inglese Brian Nally.
Una settimana più tardi, però, una comitiva di ben sei alpinisti compie final-
mente la prima salita italiana dell’Eigerwand. Armando Aste, protagonista di
molte grandi ascensioni dolomitiche, arrampica con Pierlorenzo Acquistapace
e Franco Solina. Sopra il primo nevaio, i tre sono raggiunti da Andrea Mellano,
Gildo Airoldi e Romano Perego. È Aste a lanciare l’idea di formare una sola cor-
data: sarà lui a condurre su roccia, mentre Mellano e Perego si alterneranno in
testa su ghiaccio. La progressione è lentissima, il tempo piuttosto turbolento. Nel
pomeriggio del 16 agosto, dopo cinque bivacchi, gli italiani sono di ritorno alla
Kleine Scheidegg. Qualche giorno più tardi, sulla “Domenica del Corriere”,
un’articolo di Armando Aste sembra un autentico epitaffio per l’Eigerwand. “La
Nord dell’Eiger? Non ne vale la pena. È una parete spaventosa. Non c’è un bel
passaggio di arrampicata, è un lavoro da cani su roccia sempre marcia. Difficol-
tà? Bah, forse c’è un passaggio di quinto o di quinto superiore. Tutte le mie vie
nuove in Dolomiti mi sembrano più importanti della Nord dell’Eiger”. Oggi An-
drea Mellano, presidente della Fasi (Federazione italiana arrampicata sportiva)
ricorda quella salita: “Un’esperienza eccezionale nella vita sportiva di un’alpi-
nista perché è stata la prova di quella determinazione che ci ha accompagnato
nella nostra vita in montagna. Ognuno di noi veniva da esperienze molto dure:
L’Eiger è unico e irripetibile, per me al contrario di Aste è stata un’esperienza
bellissima”. E qui finisce il racconto di Marco A. Ferrari molto bello e realistico,
voglio solo aggiungere due parole per dire che non condivido assolutamente le
esternazioni di Aste sulla Domenica del Corriere, mentre condivido in pieno le
parole di Andrea Mellano.

Il CAI Mandello Lario per il 75° della sezione”1924-1999”, pubblica il libro “Tra
rocce e sentieri”.
Mandello non mi ha mai dimenticato e l’attuale Presidente della sezione Lino
Gaddi, mi fa molto felice con il regalo di una copia e la dedica: “Al grande alpini-
sta mandellese Giorgio Redaelli, con amicizia e stima”. I complimenti che ricevi
al tuo paese sono sempre i più importanti.
È un libro che racconta la storia dalla nascita della sezione, della quale ho fatto
parte per molti anni. La mia prima tessera del CAI risale al 1952, poi racconta
delle prime attività sociali, della costruzione del rifugio Elisa sulla Grigna Setten-
trionale, Poi la guerra, con il suo carico di morte e distruzione. Ma per fortuna, le
guerre finiscono e si ricomincia. Questo libro racconta con parole ed immagini
settantacinque anni di vita del CAI Grigne. Un tributo all’opera dei fondatori; un
punto di memoria per noi e per il futuro.
Nel primo capitolo, gli albori dell’alpinismo mandellese, si ricorda di soci del
CAI Milano e si ricordano i nomi di Brioschi, Bietti, Sinigaglia, Magnaghi e
tanti altri che avevano scelto le Grigne (anche per la loro vicinanza) come loro
montagna preferita. Però per le loro escursioni e spesso scoperta di nuovi itine-
rari c’erano portatori e guide locali “Guide delle Grigne” e spiccavano i nomi
dei Marchet e dei Pulet; personaggi che hanno portato in giro per la Grigna altri
grandi appassionati, come Re Alberto del Belgio e l’allora don Achille Ratti che
diventerà papa Pio XI.
Si ricordano poi i primi alpinisti e qui su tutti prevale il nome di Gino Carugati
e delle sorelle Maria e Fanny Guzzi. Fra le tante grandi ascensioni compiute dal
Carugati su tutta la cerchia alpina, qui si ricorda piacevolmente la via aperta il 25
settembre 1910 sul Sasso Cavallo, la grande parete alta quattrocento metri che
domina dall’alta valle Meria, Mandello Lario. Gino Carugati fu il principale ani-
matore della fondazione della sezione del CAI Mandello e primo presidente dal
1924 al 1944. Per quanto riguarda la mia presenza in questo libro, sono ricordato
come uno dei soci fondatori della squadra di soccorso alpino nel1956; fra i fon-
datori della scuola di alpinismo intitolata a Gino Carugati nel 1959 e direttore dei
corsi fino al 1968, oltre a ricordare la mia attività di scalatore su tutta la cerchia
alpina fino a diventare socio del Club Alpino Accademico Italiano e si ricorda
anche che nel 1971 ho attrezzato la ferrata della cresta del Sasso dei Carbonari.
Come mandellese trovo questo libro molto bello e interessante ma visto il suo
contenuto ho trovato almeno tre mancanze importanti. Quando si è parlato di
Sasso Cavallo non si è fatto nessun accenno alle tre mie grandi ascensioni su
questa parete che sovrasta Mandello: 1956 con il mandellese Annibale Zucchi la
prima invernale in due giorni della Via Cassin; 1960 con Peppo Conti la prima
ripetizione in tre giorni della via Oppio; 1964 con Tono Cassin e il mandellese
Alberto Dotti la prima assoluta in tre giorni della parete Sud Ovest. Si è parlato
poco, o quasi niente di Giovanni Zucchi (guida alpina), fratello maggiore della
dinastia degli Zucchi: Annibale, Corrado, Marco. Giovanni ha insegnato a tutti
noi giovani alpinisti le prime nozioni tecniche e se il CAI Mandello si è trovato
una lunga schiera di grandi scalatori lo si deve in buona parte a lui. Per ultimo, e
forse quella che mi ha dato più dispiacere, è che gli autori abbiano dimenticato
quasi totalmente il dottor Carlo Cesana, l’anima della sezione per oltre un decen-
nio: 1945-1960, che ha aiutato noi giovani, in tutti i modi possibili, a conoscere
le montagne delle Alpi e delle Dolomiti. Il buon Carletto è la persona alla quale
devo grande riconoscenza, per avermi portato a conoscere per la prima volta il
Monte Bianco e il gruppo del Civetta.
Nello stesso periodo il CAI Valmadrera pubblica il libro “50 anni al Vertice”.
Alla sezione del Cai Valmadrera devo molto per avermi adottato e da molti anni
esiste un gran feeling fra noi, dalla presidenza di Giordano Dell’Oro a quella di
Giambattista Magistris, a quella attuale di Ruggero Dell’Oro. Oggi sono socio
onorario della sezione, ma per almeno un decennio sono stato un socio attivo,
essendo fra i fondatori della scuola di alpinismo Attilio Piacco e direttore della
stessa per moltissimi anni e in questo libro “50 anni al Vertice” tutto questo viene
ricordato.
Roberto Mantovani credo sia uno degli scrittori più esperti e conoscitori del-
la storia dell’alpinismo, io non sono un grande lettore, ma Roberto è l’unico
che riesce a farmi leggere, con il suo modo di descrivere le storie, siano queste
di alpinismo o di gente comune che abita o frequenta la montagna. Ormai da
qualche anno come ricevo la Rivista del CAI la prima cosa che leggo è la sua
rubrica”Sotto la Lente”.
Il 22 Aprile 2000 sul N° 85 di Meridiani.
Roberto Mantovani pubblica un bellissimo articolo dal titolo “La Grande Avven-
tura”, È la storia della conquista della parete Nord Ovest del Civetta nel 1925 da
parte degli alpinisti tedeschi Solleder e Lettenbauer: la prima via di VI grado, e
della prima invernale del 1963, da parte mia con Ignazio Piussi e il tedesco Toni
Hiebeler. L’articolo, sulla rivista è corredato da moltissime fotografie dell’epoca
in questione, prese dal mio archivio.
Voglio trascrivere integralmente questo articolo molto bello e interessante, che
racconta uno dei momenti più importanti della storia dell’alpinismo estremo e lo
faccio per coloro che magari non hanno avuto la fortuna di leggerlo sulla rivista
“Meridiani”. Mi auguro inoltre che leggendo, risvegli nei giovani quella voglia
di grandi avventure che al momento è un poco dimenticata, a favore del freeclim-
bing e della forza fisica fine a sè stessa.
“La Civetta bisogna guardarla di sera. Il momento ideale è l’autunno, poco pri-
ma del tramonto, quando in giro non si vede anima viva. E conviene scegliere
una di quelle sere in cui il cielo della val Cordèvole si tinge di blu cobalto. Allo-
ra, illuminata dalla luce vespertina, la parete Nord-Ovest emerge dall’orizzonte
con uno scenario da titani. Dalla Torre Coldai alla Torre Venezia, il gigantesco
appicco dolomitico sfila senza interruzioni per sei chilometri, a sbalzo su un
abisso che nel punto più elevato della muraglia tocca i 1200 metri. Lo si direbbe
un monumento all’immensità. invece è un regalo che dura lo spazio di pochi mi-
nuti. I raggi del sole calante incendiano la quinta di roccia con colori di fiamma,
la tingono di giallo, d’oro, poi di rosso rovente. Ombre oblique aggiungono slan-
cio e profondità alla vertigine del calcare. Un momento prima del crepuscolo
tutta la bastionata sembra staccarsi dalla trama di fondo per proiettarsi in una
dimensione che l’occhio umano non è abituato a percepire.
Dal Rifugio Tissi, proprio di fronte alla Civetta, l’incanto serale regala attimi
che lasciano il segno. E appena più a monte, dalla cima di Col Rean, si è come
in bilico fra due mondi: da una parte, sprofondato nel fondovalle, il lago di Al-
leghe; dall’altra, la verticalità arrogante della “Parete delle pareti”, die Wand
aller Wande. Intanto l’ultimo sole fruga ogni angolo della gigantesca lavagna di
sasso. Si infila negli anfratti, mette in risalto le canne d’organo della struttura,
cesella i contorni di fessure, camini e diedri. Tra le pieghe di quella rupe senza
fine si nascondono pagine mitiche della Storia dell’Alpinismo. Esattamente al
centro della parete si innalza la prima via di sesto grado delle Dolomiti. Imprese
del 1925, quando si scalava con pedule di pezza e corde di canapa e l’arram-
picata libera era sovente uno sberleffo alla morte. Oggi l’alpinismo è tutt’altra
cosa. Pure, quella linea di salita appare ancora intrisa di vertigine e di mistero.
In realtà la montagna ha cominciato ad attirare gli alpinisti ben prima di quella
data. La formidabile muraglia della vetta principale, però, è rimasta fuori por-
tata. Una pazzia, si diceva. E invece, no. Anche negli anni 20 ci sono i ribelli del
non plus ultra. Quelli del Civetta, incredibilmente, non sono nemmeno figli delle
Dolomiti. Abitano in Baviera. Si chiamano Emil Solleder e Gustav Lettenbauer,
hanno grosso modo la stessa età (26 anni uno, 25 l’altro) e sono entrambi di
Monaco, raffinato laboratorio d’acrobazie su roccia. S’incontrano per caso al
Rifugio Coldai, la sera del 3 Agosto 1925. Solleder è in gran forma: due giorni
prima ha tracciato una via tremenda sulla Nord della Furchetta, nel gruppo delle
Odle. Lettenbauer attende l’alba con impazienza: di lì a poche ore attaccherà la
grande parete con Franz Gobel, pure lui di Monaco. Superato l’imbarazzo del
primo momento, i progetti vengono a galla. D’altra parte è evidente che i tre al-
pinisti puntano al medesimo obiettivo. Meglio collaborare, allora. Così il giorno
dopo, si legano alla stessa corda.
Partono che è ancora buio. Alle prime luci del giorno calzano le pedule e comin-
ciano la salita. La gigantesca parete è tutta un movimento. Tonfi. Colpi secchi e
isolati. Botti a raffica. Qualche giorno prima ha nevicato, e l’acqua del disgelo
trascina in basso pietre e ghiaia. In testa alla cordata, Lettenbauer si butta sulla
fessura iniziale, friabile e strapiombante. Traversa a sinistra, poi sale dritta ver-
so l’alto. Oggi il passaggio è valutato nell’ordine del sesto grado inferiore. Con
l’attrezzatura di quegli anni, c’era poco da scherzare. Soprattutto in un ambiente
come quello: severo, umido, cupo. La prima parte del percorso è al riparo dalla
gragnuola di sassi. Dopo un tratto più facile, l’impeto di Lettenbauer si stempera
di fronte a un camino di sesto grado. Solleder prende il comando della cordata.
Invece di forzare il passaggio di petto, si sposta a sinistra della spaccatura. Sale,
passa lo strapiombo e torna nel camino. Adesso può far salire i compagni. Parte
per primo Gobel. Ma è troppo spavaldo, e cade. Sbatte contro la roccia e rimane
penzoloni nel vuoto. Ha male a un piede, sanguina. Lettenbauer raggiunge Sol-
leder. I due scalatori tirano la corda come forsennati, sputano l’anima e alla fine
recuperano l’infortunato. A quel punto è d’obbligo fermarsi. Il bivacco non pone
problemi, ma il risveglio non è dei migliori. C’è nebbia; anzi comincia a piovere.
Bisogna scendere e non è facile, con Gobel così malconcio. Sei ore dopo sono
alla base della parete.
La vicenda, naturalmente, non finisce lì. Due giorni dopo, Solleder e Lettenbauer
ci riprovano. Il tempo è bello, conoscono la prima parte della via e salgono ve-
loci fino al terrazzino del bivacco. Lassù, si trovano davanti all’ignoto. Le prime
rocce sono facili, ma bisogna correre, perché dall’alto piovono sassi. Più oltre,
arrivano alla cengia che sale verso il Cristallo, il nevaio pensile al centro della
parete. La loro via, comunque, non passa da quella parte. Qualche incertezza, un
tratto molto difficile, e alla fine la scelta giusta: un diedro che più su si trasforma
in camino. Poi una pausa, giusto il tempo per un boccone, e via verso la grande
gola che incide l’ultima parte di parete. Entrarci dentro, però, è un problema
serio. Solleder si appende per un momento ai chiodi. Il vuoto sotto i suoi piedi
fa paura. Deve cacciarsi fuori dai guai a tutti i costi. Raccoglie le forze, parte
di slancio e un’attimo dopo sbuca nella gola. Ma non è finita. A un certo punto,
i due alpinisti devono fare i conti con una cascata d’acqua. Non riescono ad
aggirarla e ne escono fradici.
Gli ultimi trecento metri della via sono una gara contro il buio. Lettenbauer
passa in testa alla cordata. La vetta è ancora lontana, ormai è notte, e bisogna
mettersi al sicuro. A un tratto, un vento teso li colpisce in pieno viso. È un segna-
le: vuol dire che la cresta sommitale è vicina. Pochi minuti più tardi, la”Parete
delle pareti” è sotto i piedi degli scalatori.
Per il mondo dell’alpinismo, quel 7 agosto 1925 è una data fondamentale.”La
via”, scriverà poco dopo Domenico Rudatis, eminente storico della Civetta, co-
stituisce il primo, tipico e perfetto sesto grado realizzato nelle Dolomiti. Un giu-
dizio che non fa una grinza, tanto più che la via è un capolavoro di arrampicata
libera, aperta con il minimo dei mezzi tecnici: 15 chiodi in tutto.
Una bella storia, non ci si fosse infilata in mezzo la vanagloria nazionalista.
Tedeschi contro italiani. Sberleffi durati quasi cinque anni. Fino al 1929, quan-
do gli alpinisti di casa nostra cominciarono a tracciare itinerari di difficoltà
estrema, fino a quel momento appannaggio degli scalatori del Kaisergebirge.
Ma la crescita non si ferma all’emulazione: tocca i vertici dell’attività europea
e inaugura una stagione a dir poco eccezionale che durerà sino alla fina degli
anni trenta.
In un modo o nell’altro, anche in seguito, il gruppo della Civetta si ritrova sem-
pre nell’occhio del ciclone. Prima, nell’epoca d’oro del sesto grado, poi, nella
stagione della scalata artificiale. Di nuovo con il ritorno all’arrampicata libera,
negli anni in cui Reinhold Messner si scaglia contro”l’assassinio dell’impossi-
bile” in polemica con il dilagare del chiodo a espansione. Infine, nell’era delle
scalate in velocità.
C’è però un altro capitolo, nella storia della montagna, che vale la pena di sfo-
gliare: l’alpinismo invernale. Una vicenda che ha fatto scrivere tante pagine ap-
passionanti. Come la volta in cui, dal 28 febbraio al 7 marzo 1963, due alpinisti
italiani e un tedesco- Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler- salgono
per la prima volta la via Solleder Lettenbauer nella stagione fredda. Nessuno,
fino a quel momento, ha mai osato tanto in Dolomiti. Tecnicamente la scalata si
rivela un osso duro: cumuli di neve nei tratti più facili, camini ostruiti e crostoni
di ghiaccio in parete. E dal punto di vista fisico richiede un prezzo molto alto:
sette bivacchi interminabili (d’inverno le ore di luce sono poche e le notti lun-
ghissime); zaini carichi all’inverosimile; mani che non tollerano più il contatto
con la roccia; sete; scarsità di bevande calde. Ma è davvero una grande avven-
tura. Per fortuna, non l’ultima.”
Sempre nello stesso numero di Meridiani e sempre firmato da Roberto Mantova-
ni, appare un’ altro articolo dal titolo:
Civetta: sessant’anni di alpinismo.
“Pochi anni dopo la mitica scalata di Solleder e Lettenbauer, l’alpinismo ita-
liano risorge alla grande. Merito di una nuova generazione di scalatori capace
di dilatare i limiti estremi dell’arrampicata. Negli anni 30 vengono tracciate in
Civetta decine di vie nuove, spesso molto difficili. I campioni si chiamano Tissi,
Giovanni e Alvise Andrich, Videsot, Comici, Carlesso, Sandri, Faè, Cassin, Ratti,
Vitali. Poi, la parentesi della guerra rallenta di nuovo l’attività. Di quel periodo
rimane un solo itinerario degno di nota: “via delle guide” di Mariano De Toni
e Ceci Pollazzon sulla parete Sud della Torre di Valgrande. Ma presto le cose
migliorano. Nel 1951, sulla Nord-Ovest della Cima Su Alto, i francesi George
Livanos e Robert Gabriel aprono il capitolo dell’arrampicata artificiale. E su-
bito si aggiungono altre vie e altri nomi importanti: Armando Da Roit, Roberto
Sorgato, e poi Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli (la loro via sugli strapiombi
meridionali della Torre Trieste è a dir poco straordinaria).
A metà strada tra arrampicata libera e artificiale, il roveretano Armando Aste
traccia nel 54 un grandioso itinerario alla Punta Civetta. Nel 57, gli austriaci
Walter Philipp e Dieter Flamm aprono una via fantastica sulla parete Nord-
Ovest della Punta Tissi. Un capolavoro di arrampicata libera, quando ormai
l’alpinismo si declina lungo le file interminabile di chiodi. La si direbbe una
scalata fuori tempo, e invece, poco alla volta, si torna ad arrampicare in maniera
diversa. Quando, sul finire degli anni 60, entrano in scena Heini Holzer, Sepp
Mayerl e Reinhold Messner la progressione in “artificiale” cede definitivamente
il posto all’arrampicata libera.
Ma l’attività ferve anche nella stagione fredda. Nel 1957, Aste introduce in Ci-
vetta il grande alpinismo invernale. Della salita di Piussi, Redaelli e Hiebeler
sulla via Solleder si è gia detto. Ma il nome di Redaelli compare spesso nelle
cronache invernali di quegli anni. Come del resto quelli di Sorgato, Josve Aiazzi
e dei fratelli Gianni e Antonio Rusconi. Chi non conosce sosta, negli anni ‘70,
è il vicentino Renato Casarotto, autore di straordinarie performance d’estate e
d’inverno, con importanti vie nuove, traversate e leggendarie prime solitarie in-
vernali. Nell’estate del 72, il polacco Jerzy Kukuczka (altro personaggio mitico)
traccia con alcuni compagni una via difficile sulla Trieste. Poi il testimone passa
agli scalatori delle ultime generazioni: Soro Dorotei, Giuliano De Marchi, Ales-
sandro Masucci; e poi Gigi Da Pozzo, Nanni De Biasi, Renato Pancera, Manrico
Dell’Agnola, Giorgio Anghileri, Mauro Valmassoi. E oggi la storia continua”.

FilmFestival di Trento

Inizio anno 2000. Sembra che gli ultimi anni di questo secolo mi si pre-
sentano alquanto favorevoli e mi infondono un po’ di ottimismo, non che prima
non fossi ottimista. La mia vita continua ormai proiettata quasi tutta all’ambiente
della montagna, come lo è stata per molti anni addietro. Sovente faccio vedere
ad amici i due video preparati con l’amico Luigi: quello del Petit Dru e quello
dell’invernale della Solleder al Civetta. La loro visione crea molto interesse e chi
ha avuto la possibilità di vederli è rimasto entusiasta. Forse la fotografia lascia
a desiderare, ma sono senza dubbio due documenti ”cimeli” storici. Così sotto
l’onda dell’entusiasmo decido di mandare una copia del “Petit Dru - Cordata In-
ternazionale” alla 48a edizione del Filmfestival Internazionale di Montagna, tutto
questo senza nessuna pretesa che venga accettato. Frequento da anni il Filmfe-
stival e so benissimo che oggi i film selezionati, a differenza dei primi anni, sono
quasi esclusivamente pellicole prodotte con l’apporto di professionisti e di grandi
mezzi finanziari, ma con grande sorpresa il film viene selezionato dalla giuria e
ammesso alla settimana finale del festival. Per me e per Luigi, ancora increduli, è
una grande soddisfazione, anzi direi una grande vittoria fin da ora, qualunque sia
il giudizio finale della giuria.
La presentazione delle opere ammesse al festival è descritta in un libro. La pagi-
na cento è per me molto appagante dove spicca una bellissima fotografia del Petit
Dru accompagnata da una descrizione del racconto della mia pellicola.
“Petit Dru - Cordata internazionale” .
Regia, produzione e montaggio di Giorgio Redaelli, video colore, durata 16’.
Il regista. È nato nel 1935, istruttore nazionale di alpinismo, alpinista accademico
e successivamente guida alpina, maestro di Sci. È stato uno dei protagonisti di
spicco dell’alpinismo italiano negli anni 60. Gestisce con la moglie un rifugio ai
Piani di Artavaggio. Nel 1999 è stato insignito del premio SAT per la categoria
alpinismo.
Il film: La cordata di Carlo Mauri che conquistò nel 1956 il Petit Dru salendo con
due varianti dirette dallo sperone Bonatti, fu un’importante impresa alpinistica e
questo filmato la documenta. È una testimonianza storica, che si basa quindi sul
filmato originale ritrovato dopo 37 anni, rimasto inedito, cui si uniscono riprese
attuali sulla ripetizione della scalata di una cordata che si incontra in parete con
altri sei alpinisti, due svizzeri e quattro francesi.
Il filmato alterna efficacemente il bianco-nero del documentario originale ai co-
lori della scalata moderna, privilegiando giustamente la perentoria efficacia dei
materiali del 1956 e mettendoli in un certo senso in cornice, grazie alle riprese
dell’oggi, esaltandone così la immutata freschezza e il valore di prova storica.”
Lunedi 1° maggio è il giorno della proiezione nell’auditorium. È il quarto do-
cumentario in programma, al momento della sua proiezione, che avviene subito
dopo la proiezione di “Annapurna: a Look Back”. Come inizia la proiezione
credo di sentirmi male tanta è l’emozione che mi ha assalito, una sensazione
che non avevo mai provato in vita mia. Ma le mie emozioni al 48° FilmFestival
non finiscono nella sala dell’Auditorium, perché due giorni dopo (3 Maggio ore
16.30) nella sala I.T.C. Istituto Trentino di Cultura di via S.Croce 77 - Trento, per
ricordare i 75 anni della conquista da parte di Solleder e Lettembauer della parete
Nord/Ovest della Civetta, il mensile della montagna”ALP”, in collaborazione con
FilmFestival e il gruppo alpinistico lecchese “Gamma”, organizza un incontro
il cui tema è: La Civetta e la leggendaria “Solleder”. Un viaggio nel tempo e nel
cuore della montagna simbolo dell’alpinismo “eroico”. Ospiti: Cesare Maestri
(1°solitaria assoluta della Solleder, 1952), Giorgio Redaelli (1° invernale della
Solleder, 1963), Marco Anghileri (1°solitaria invernale della Solleder, 2000), co-
ordina A.Ferrari. Interverranno Antonio Cembran, Giancarlo Riva, Renato Frige-
rio, Alberto Benini. Verranno proiettati due documentari: Nel cuore delle Dolomi-
ti, di Marco Scolaris e
Monte Civetta: parete
Nord Ovest via Solle-
der, prima ascensione
invernale 28 febbra-
io - 7 marzo 1963”
di Giorgio Redaelli.
Sono orgoglioso di
questo filmato, senza
ombra di dubbio un
grande documento
storico girato dalla
cordata all’epoca
dell’ascensione, cor- FilmFestival di Trento 1962: vengono presentati dal presidente del festival
data che ricorda la Marino Stenico , Toni Hiebeler , Giorgio, Roberto Sorgato e Guido Magnone.
mia prima ascensione invernale della Solleder compiuta in compagnia di Ignazio
Piussi e Toni Hiebeler. Anche questa giornata è stata piena di grandi emozioni.
Seduto sul palco a rispondere a centinaia di domande che il pubblico ha rivolto a
ripetizione a Cesare Maestri, Marco Anghileri e al sottoscritto, con una coordina-
zione perfetta di Ferrari. Questa è stata una delle poche volte che mi sono sentito
veramente importante.
Queste giornate passate in quel di Trento rimangono per me memorabili e sotto
un certo aspetto promozionali alla mia figura di alpinista, perché a seguito di
queste giornate sono cominciate le richieste da parte di altri festival del film di
montagna per avere queste mie due opere. In seguito questi film sono stati visio-
nati e alcune volte anche ammessi in molti film festival del mondo da Torello in
Spagna, a Banf in Canada e da alcune di queste manifestazioni ho ricevuto anche
dei riconoscimenti, come dal festival di Poprad-Slovacchia. Con questi due fil-
mati e l’aggiunta di altre 280 diapositive, ho messo assieme una interessantissi-
ma conferenza, che parla dell’epoca d’oro del sesto grado superiore e di quello
invernale e che sto portando in giro per l’Italia con grande successo.
Nel 2000 Gabriele Arrigoni pubblica un volumetto dal titolo: “Arrampicando ho
conosciuto. Ricordi d’alpinismo”, di Roberto Sorgato. Edito da Grafiche Antiga
(Treviso).
Il racconto è presentato da due gran-
di personaggi: Pierre Mazeaud e
Italo Zandonella Callegher. Sono
due presentazioni bellissime, di due
persone che conoscono molto bene
il mio caro amico Roberto. Voglio
trascrivere alcuni passaggi della
presentazione di Mazeaud, perché
rispecchia pienamente quello che è
stato e che è il mio pensiero su Ro-
berto Sorgato.
Parlare di un amico è difficile. Si
vorrebbero evitare elogi eccessivi,
e tuttavia Roberto Sorgato è chiara-
mente un alpinista eccezionale. Non
c’è alcun bisogno di ricordare i suoi
successi e naturalmente i suoi gran-
di primati sia sulle Dolomiti a lui
care quanto sul massiccio del Monte
Bianco. È senza dubbio un intellet-
tuale dotato di grande cultura, cosa Manifesto del film festival di Poprad, slovacchia 2000.
che gli ha consentito di superare le vicissitudini della vita ed è ancor prima un
uomo di estrema sensibilità e dal carattere sicuro, com’è proprio delle persone
generose. Nei confronti di questo caro amico provo stima e considerazione, ma
soprattutto un’infinita riconoscenza. Ho detto che è una persona generosa ed è
proprio questo che ha accresciuto il mio grandissimo affetto. Ma anche alcuni
passaggi di Italo Zandonella Callegher sono molto belli. Scrive: “Ma cos’è che
qui maggiormente attira e stimola la fantasia del lettore? A mio parere è quel non
parlare di sè. È lì che esplode la personalità e la saggezza di Sorgato. Perché lui
è indiscutibilmente una celebrità del grande alpinismo classico, un praticante
assiduo anche di altri sport estremi, ma ne parla con riluttanza. Anzi non ne par-
la quasi mai. Ma ciò che più attrae è il suo parlar d’altri. Se non fosse stato per
l’amico Gabriele Arrigoni, Sorgato sarebbe rimasto, probabilmente per sempre,
nascosto.” Proseguendo con quel suo parlar d’altri, non poteva non parlare anche
del sottoscritto, e nel volumetto a pagina 27 ecco cosa dice: “Giorgio Redaelli.
Poco dopo quell’avventura invernale, (parete Nord della cima Ovest di Lavare-
do) avevo conosciuto un’alpinista che in Civetta era di casa e che indubbiamente
sapeva il fatto suo. Aveva al suo attivo numerose salite di notevole impegno su
roccia e ghiaccio, quale ad esempio la prima ripetizione della via Bonatti al Dru,
oltre ad essere stato secondo di Piussi quando avevano tracciato la direttissima
alla parete Sud Ovest della Torre Trieste, che era ritenuta la più dura delle Do-
lomiti: il lecchese Giorgio Redaelli. Conversando, e parlando delle nostre espe-
rienze, saltò fuori anche l’Eiger, che oltre ad essere considerata la montagna per
eccellenza, allora non aveva ancora salitori italiani. Perché mai non avremmo
potuto farci un pensierino anche noi? Manco a dirlo, io potevo vantare informa-
zioni di primissima mano dall’amico Toni Hiebeler: il quale ci spiegò chiara-
mente che, oltre alla fortuna e alle condizioni metereologiche favorevoli, uno dei
fattori fondamentali per evitare di lasciarvi la penne era la velocità. Ovviamento
quella velocità e sicurezza che si poteva ottenere con i metodi di allenamento e
con i pesanti materiali di allora. Così intanto decidemmo di allenarci insieme
per rendere la nostra cordata più veloce e più sicura possibile. E vedevamo an-
che i risultati della nostra preparazione, tanto che quell’estate del 61 riuscimmo
a fare in quattordici ore la prima ripetizione senza bivacco della famosa via
Hasse-Brandler-Low-Lehne sulla parete Nord della Cima Grande di Lavaredo.
Debbo dire onestamente che io un secondo di cordata veloce nelle manovre come
il Redaelli, non l’ho più trovato. Quella via in seguito l’ho ripetuta ancora due
volte con altri, ma non è stata la stessa cosa. Arrampicammo poi spesso insieme
per tutta quell’estate del 61, anche su ghiaccio dove, almeno per me dolomitista,
c’era ancora molto da imparare. Successivamente, come ho gia detto, nel corso
dell’inverno 62 ci riuscì il colpaccio della prima salita invernale della Cima Su
Alto e allora quello ci aiutò a decidere che avremmo veramente potuto prendere
in considerazione l’Eiger: ancora più pericoloso, tre volte più lungo, ma tecni-
camente molto più facile.
Pertanto verso la fine di luglio di quello stesso anno l’amico bellunese Giacomo
Miari Fulcis, con tutta la discrezione del caso, ci accompagnò a Grindelwald sti-
pati con tutti i nostri materiali nella sua Alfa Romeo Giulietta coupè e, al primo
momento favorevole, andammo in parete.
Premesso che il maltempo sull’Eiger è una cosa da provare per credere, esso
ci colse quando eravamo già saliti molto in alto, ormai oltre “la Rampa”, co-
stringendoci a tentare la salvezza scendendo. La discesa, per quanto assai pro-
blematica e rischiosa, si era però svolta senza particolari inconvenienti fino in
prossimità della salvezza, ovvero appena sopra il cosidetto “Nido di Rondine”,
costituito da una specie di grotta spesso utilizzata come primo posto di bivacco.
Da lì, con un’ultima calata di circa cinquanta metri si raggiungeva un nevaio
dal quale, attraversando verso destra per facili rocce, si raggiunge una delle fi-
nestre di aerazione della galleria ove corre il trenino che, percorrendo le viscere
della montagna, porta in vetta. Ci trovavamo dunque su una cengetta larga una
trentina di centimetri, dalla quale assicurai la discesa di Giorgio al nido di ron-
dine, iniziando poi a preparare la corda doppia per calarmi a mia volta. Intanto
che annodavo il cordino di collegamento al chiodo con le dita gelate e gonfie
dopo quasi due giorni di discesa, le corde mi sfuggirono di mano e volarono giù.
Capii subito che per me era finita, dato che discendere arrampicando quel tratto
strapiombante e ricoperto di verglas era impossibile, come altrettanto impossi-
bile era resistere a lungo, stanco e bagnato come ero. Urlando nella tormenta
comunico con il mio compagno: mi avverte che aspetterà un’ora e poi scenderà
alla finestra della galleria dalla quale lo separava soltanto un’ultima calata.
Conscio che per me non c’era scampo, per combattere il freddo, mi muovevo
su e giù per quella specie di davanzale, incattivito come un animale in gabbia,
quando ad un tratto notai qualcosa spuntare dal ghiaccio a circa una cinquan-
tina di metri da dove mi trovavo. Con estrema difficoltà mi spostai sulla parete:
non era mica uno spezzone di corda di nylon da marina a trefoli attorcigliati?
Con trepidazione e pazienza liberai dal ghiaccio con la picozza trentasette metri
di corda quasi inservibile, ma annodando insieme i trefoli ne ricavai un cavo
abbastanza lungo, al quale affidai la mia vita confidando nella serietà del mio
angelo custode. Per la verità, per raggiungere il “Nido di Rondine” mancavano
ancora alcuni metri. Ma a quel punto Redaelli mi lanciò la corda alla quale mi
legai e poi, non avendo altra scelta, mi lasciai cadere sul nevaio situato sotto di
lui. Normalmente un salto del genere finisce con le caviglie rotte, ma poichè in
quei giorni aveva nevicato e piovuto molto, la neve attutì l’impatto: e sono qui
a raccontarla.
Ecco come andò il quarto tentativo italiano all’Eiger, che poteva comunque
vantare un impareggiabile primato, visto che nessuno prima di allora era tor-
nato vivo dalla quota che avevamo raggiunto noi. Chi mai si era avventurato
sull’Eiger con una corda da marina, mi chiedevo intanto che riportavo alla luce
quel prezioso oggetto che mi avrebbe salvata la vita? La risposta me l’ha data
l’amico Toni Hiebeler, che di quella montagna sapeva tutto, sia per averla salita
d’inverno, sia perché si stava documentando per la stesura del suo famoso libro
“Eiger, parete Nord”. Era appartenuta ad una cordata di due alpinisti inglesi,
che l’anno precedente avevano compiuto un tentativo sfortunato. Respinti, ave-
vano tentato di porsi in salvo scendendo. Ma uno dei due, un certo Brewstag,
era volato fratturandosi una gamba e forse, sopraffatto dal dolore e dalla paura,
aveva preferito gettarsi nel vuoto; il suo compagno invece aveva resistito ed era
stato tratto fortunosamente in salvo dalle guide di Grindelwald.”
Sempre nell’Agosto del 2000, Vincenzo Dal Bianco sforna un’altra opera sul
Civetta “La soglia dell’impossibile - Solleder Lettenbauer”, edizione Nuovi Sen-
tieri.
È un libro che racconta la storia della parete Nord Ovestdella Civetta, i pionieri,
l’epoca classica, i nostri giorni. È un libro bellissimo che merita veramente di
essere letto. Nella parte dedicata alle invernali, Dal Bianco ricorda i racconti di
Toni Hiebeler e Roberto Sorgato, la straordianaria avventura delle due cordate
che hanno compiuto l’epica impresa.
Il racconto di Toni tratto dalla rivista “Alpinismus” del Gennaio 1964 inizia con il
raffronto delle cinque grandi e famose pareti conquistate nel periodo invernale:
Parete Ovest del Petit Dru. Parete Nord dell’Eiger. Parete Nord del Cervino. Pila-
stro Walker delle Grandes Jorasses. Parete Nord Ovest della Civetta. Parete Nord
della Cima grande di Lavaredo.
Hiebeler ritiene la Nord Ovest della Civetta il più difficile problema invernale
delle Alpi. Di Sorgato, che è stato lo sfortunato ideatore di questa ascensione
voglio riferire alcuni passaggi dal suo scritto che racconta quando la sua cordata
è ormai prossima alla vetta.
“L’indomani ci risveglia il rumore di un elicottero. Sono già le undici e mezza! Ci
affacciamo alla nostra feritoia e scorgiamo anche due piccoli aerei che compio-
no evoluzioni intorno alla vetta. Ne deduciamo che Piussi, Redaelli e Hiebeler
debbono aver raggiunto la vetta. A sera ormai tarda anche Roberto, Natalino e
Marcello, accompagnati dalla luce di una pallida luna, raggiungono la vetta”.
Ed è qui che Roberto si commuove ricordando l’amico Gech che su questa parete
era morto nel 1959 e continua dicendo: “Ed è come se stessimo salendo insieme
verso la vetta della nostra montagna, rivivendo e coronando finalmente il nostro
vecchio sogno, come se salissimo, ancora insieme e per sempre.”
Nel settembre del 2000, edito dalla Casa Editrice Stefanoni, esce un piccolo vo-
lumetto scritto da Marco Anghileri dal titolo: Civetta, via Solleder. Da solo in
inverno.
Ritengo questo libretto interessante, primo perché Marco racconta la sua grande
impresa, secondo perché ricorda la storia delle salite più importanti di questa pa-
rete: la prima femminile di Paula Wiesinger, che con Hans Steger ottiene questo
sorprendente risultato già nel 1930. Desta ancor più grande ammirazione ed en-
tusiasmo la prima ripetizione solitaria ed è Cesare Maestri che se la aggiudica nel
settembre del 1952. Ma è all’invernale che si guarda con trepidazione da parte di
chi nell’alpinismo va per la maggiore, perché la Civetta, d’inverno si fa ancor più
severa, battuta com’è da fortissimi venti e ricoperta da una vera lastra di ghiac-
cio: è il grande banco di prova per chi si vorrà poi cimentarsi con i colossi asiatici
o andini. Per questa prima invernale, si dovrà aspettare fino al 1963, quando in
un drammatico tentativo che si protrasse dal 28 febbraio al 7 marzo, con sette
tremendi bivacchi, Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli, Toni Hiebeler riuscirono ad
appropriarsi di questo invidiabile trofeo, vincendo quello che, sulla base di un
documentato confronto tecnico, lo stesso Hiebeler ha definito il più difficile pro-
blema delle Alpi. E dulcis in fundo, l’ho seguito durante la sua ascensione dal
mio rifugio tramite un amico agordino, e sono riuscito a raggiungere telefonica-
mente Marco durante la discesa, quando aveva avvistato papà Aldo che con amici
lo stavano raggiungendo. Cosi scrive: “…li sento, li vedo… eccoli…”.“… Ciao
Pà, ciao a tutti. Sì, tutto bene, tutto è andato bene… Credo di avere i piedi un po’
congelati. Speriamo non sia niente di grave…”.
Drin, Drin, Drin, “… questo è il mio cellulare! Incredibile l’ho appena acceso e
subito… Pronto”, “Ciao Marco sono Giorgio Redaelli, complimenti e bravo. Te
lo sei meritato…”.
Credo che un finale più bello non poteva esserci.
Rientrato in quel di Lecco Marco sale a trovarmi al rifugio Aurora e circondato
da tanti amici racconta
la sua grande impre-
sa festeggiata con un
buon calice di vino.
Questa grande impre-
sa ci voleva e ha fatto
un gran bene all’alpi-
nismo estremo un po’
in calo sulle Alpi e
specialmente Lecco ne
aveva bisogno.

Ronchi, Sorgato e Redaelli in occasione del ventesimo della Su Alto.


11 - 15 ottobre 2000
VIII Medzi na’rodny festival - Horskych filmov -
La partecipazione al filmfestival di Poprad in Slovacchia è stato per me un altro
grande riconoscimento. Venerdì 13 ottobre alle ore 18 è stato proiettato “Petit
Dru Cordata internazionale” poi, nella serata alle ore 21 “Monte Civetta pare-
te Nord Ovest, via Solleder 1a ascensione invernale”. I miei due documentari,
raccontando di un alpinismo ormai in parte dimenticato hanno avuto un grande
successo da parte del pubblico e anche da parte della giuria del festival, che mi
ha rilasciato due bellissimi diplomi.
Io credo che il successo dei miei due documentari e di conseguenza della mia
conferenza, sia dovuto anche, o forse principalmente, al racconto di un’alpinismo
diventato un po’ raro. Il mio racconto è quello di un’epoca che ha fatto la storia:
quella del 6°grado superiore. Un’alpinismo più a portata d’uomo (predisposto
a grandi sacrifici) e a portata di portafoglio. L’alpinismo che oggi va di moda è
quello delle spedizioni extraeuropee verso la Patagonia o l’Himalaya, che pur-
troppo non è per tutti, per il grande impegno finanziario e di tempo.
Questi primi anni del 2000 sono per me abbastanza piacevoli, moltissime sono
le serate in giro per l’Italia a proiettare i miei documentari, in piccoli centri ma
anche in città importanti come Lecco, Belluno, Padova, Milano, Bologna, Vero-
na. A Varese ho avuto l’opportunità di fare la mia conferenza nell’aula magna
dell’Università dell’Insubria. Non era la prima volta di una mia conferenza in
una università, infatti alcuni anni fa l’avevo tenuta all’Universita di Padova. Le
mie serate sono piene di bellissimi ricordi, per molta gente e molti personaggi
incontrati. Su tutti voglio ricordare quella che ho fatto ad Arco di Trento in una
manifestazione organizzata dalla sottosezione della SAT di Arco dal titolo “Pro-
tagonisti per una sera” dove fra l’altro mi è stato assegnato il secondo premio,
per il mio documentario dal titolo ”Una montagna per tutti”. Per l’occasione ho
raccolto un insieme di ascensioni compiute con mia moglie e amici: ascensioni
come il Dente del Gigante, la cresta di Bionassey al Monte Bianco, la Biancograt
al Bernina e tante altre imprese che hanno entusiasmato il pubblico presente in
sala. Questo grande entusiasmo era dovuto al fatto di aver visto delle ascensioni
alla loro portata, sia per impegno tecnico che finanziario.
In questi ultimi anni il prosieguo della mia vita si svolge per la maggior parte al
rifugio Aurora, dove ci sono molte giornate allietate dalla presenza dei figli con
le loro famiglie: Mauro con Stefania, Nicoletta con Gianni e cinque bellissime
nipoti: Giulia, Lodovica, Camilla, Carolina, Caterina. Ragazzine molto sportive
e già tutte ottime sciatrici (sulle orme dei genitori che sono eccellenti maestri
di sci). Senza tanto rispetto, esse rifilano già fior di secondi al nonno Giorgio in
gare amatoriali di sci, ma la soddisfazione più grande sta nel fatto che esse sono
attratte fortemente dall’arrampicata.
In questi anni, quando il tempo me lo permette non mancano le visite nel gruppo
del Civetta, non posso farne a meno. Troppi piacevoli ricordi mi riserva questa
gloriosa montagna ogni volta che ci torno. Queste escursioni oggi le faccio con
persone amiche e a me molto vicine, persone che mi sono sempre state solidali
sin dagli inizi della mia carriera di alpinista, così almeno due o tre volte l’anno,
quasi sempre in autunno, quando il tempo è sempre più stabile di altre stagioni m
reco lassù. Di solito ai primi di settembre vado nell’Agordino per affrontare quel-
lo che io ho definito “Trekking” nel regno del sesto grado. Voglio ricordare alcuni
di questi amici: Benetton Edo e la moglie Elda. Edo lo conosco da una vita, anche
lui nativo di Mandello Lario. Con lui ho compiuto diverse ascensioni nel gruppo
del Monte Bianco, in Val Masino e nelle Dolomiti; Vecchiarini Enzo napoletano
verace, da anni residene in quel di Lecco. Lo conosco da quando gestivo il rifugio
Cazzaniga, grandissimo personaggio. Di lui potrei dire solo molto e bene, sotto
diversi aspetti, che vanno a smentire quello che a volte al nord si dice dei me-
ridionali. Ha sempre sulle spalle lo zaino più pesante della compagnia, non crea
mai problemi, se non quello di camminare troppo veloce e a volte anche con la
sigaretta in bocca (di queste a mio parere ne fuma veramente troppe). È sempre
pronto ad aiutare chi si trovi in difficoltà e fra i diversi aiuti anche ad offrire lo
zuccherino bagnato con un liquore dei frati Cistencensi (goccia imperiale 96°).
Enzo è conosciuto come la prima guida del Vesuvio, perché è così che io ho co-
minciato a presentarlo alla gente. Infatti quando mi porto in Civetta senza di lui, i
vari gestori dei rifugi chiedono notizie sulla prima guida del Vesuvio. Fra Enzo e
i gestori si è creato un dialogo particolare per via del fumo in rifugio, dove tutte le
volte si instaura una specie di teatrino. Ricordo una volta al rifugio Tissi in Civet-
ta. Visto il tempo bruttissimo con pioggia a dirotto, chiede di poter fumare seduto
sotto la cappa del grande camino in sala da pranzo (la scritta “vietato fumare” in
tutte le lingue possibili è appesa in ogni angolo dei rifugi). Al rifugio Vazzoler,
sempre in Civetta , in un giorno di tormenta che rendeva impossibile uscire, ha
provato in tutti i servizi igenici del rifugio ma dappertutto ha trovato la fatidica
scritta “vietato fumare”. Enzo, un pochino attapirato, si rivolge benevolmente a
una delle ragazze che aiuta Pier al rifugio con una frase diventata storica: “Voi
non potete ghettizzarmi così, neanche al cesso posso fumare”.
C’è poi il professor Fabio Vincenzi, comasco appassionatissimo di montagna
oltre l’immaginabile. Se Enzo cammina forte, il professore non ha misura, è im-
pressionante quanto si inerpichi senza segni di affaticamento e devo aggiungere
che è un mio grandissimo estimatore. Ma lo è anche per altri grandi dell’al-
pinismo. Per la stima che ha nei miei confronti e per dimostrare quanto siano
grandi le sue doti di camminatore infaticabile, lo voglio ricordare raccontando di
una giornata passata quasi tutta sotto una pioggia torrenziale. Anche se il tempo
sembrava non promettere niente di buono, lasciamo il rifugio Sonino al Coldai
poco dopo l’alba, stiamo percorrendo il sentiero Tivan con obiettivo la cima del
monte Civetta. Prima ancora di raggiungere la distesa ghiaiosa che porta verso
la busa del Zuiton, siamo investiti da un fortissimo temporale che ci costringe a
cambiare i nostri piani. Ritorniamo così sui nostri passi, velocemente ridiscendia-
mo le corde fisse che agevolano questa parte di sentiero con un po’ di timore per
i continui lampi e una volta attraversata la Val Ziolere siamo a pochi minuti dal
rifugio Coldai. Dopo un breve confabulare con gli amici, decidiamo di andare al
rifugio Tissi. Giunti in prossimità della forcella del Col Rean, la pioggia aumenta
sempre più d’intensità, cosi ci ripariamo sotto una grande roccia, dove facciamo
conoscenza con due ragazze di Padova anche loro alla ricerca di un riparo. L’ami-
co Fabio “il professore” è già stanco di star fermo e mi dice: “Giorgio, mentre voi
aspettate che l’acqua diminuisca d’intensità, io faccio un salto fin su al rifugio
Tissi, così prenoto le brande per questa sera, se c’è posto”. Dopo circa un’oretta
ecco ricomparire l’amico Fabio felice di avere sgranchito le gambe e con la brutta
notizia che al rifugio Tissi non c’è posto per dormire. Anche se la pioggia conti-
nua a cadere incessantemente decidiamo di prolungare la nostra marcia fino al ri-
fugio Vazzoler. Le due ragazze, destinazione Alleghe, avendo lì la loro macchina,
dopo aver lungamente dialogato con la prima guida del Vesuvio e avendo avuto
la promessa dal figlio del professore che sarebbero state accompagnate da lui,
preferiscono unirsi a noi. Quando riprendiamo la marcia, dire che siamo bagnati
fradici credo sia superfluo. Saliamo fino alla Forcella del Col Rean e scendiamo
fino al Pian della Lora. Qui una volta c’erano due baite dove ci si poteva ripara-
re, ora è crollato tutto e sono rimasti solo i resti delle due ex baite ormai ridotte
ad un ammasso di vecchi ruderi assolutamente inutilizzabili per ripararsi, così
proseguiamo. In questo tratto di sentiero pianeggiante che attraversa un pascolo
sfruttatato durante l’estate dai malgari, camminare è un vero problema, sembra
di essere in una palude. Prima ancora di raggiungere le baite Favretti, Fabio “il
professore” si avvicina e mi sussurra: io vado avanti a prenotare da dormire al
Vazzoler, non vorrei che ci fosse qualche sorpresa. Poi diciamolo fra noi, Fabio
non ama molto i passi lenti e le soste, lui deve camminare, è un vero mastino. Mi
sono dimenticato di dire che è con noi anche Mario, figlio del professore, che in
fatto di “gamba” assomiglia molto al padre. Con Enzo e le due signorine appena
conosciute andiamo avanti monotonamente, mentre la pioggia inperterrita con-
tinua a caderci addosso senza nessuna pietà. Ci fermiamo al riparo di un sasso
sotto la parete Sud della Torre Venezia. Enzo ha assoluto bisogno di un sigaretta.
Mentre lui si fa la sua fumatina, noi guardiamo un po’ verso l’alto, sopra di noi la
parete Sud con le vie Tissi e Ratti, e dato l’interesse delle ragazze, le porto a co-
noscenza di altre due vie per me molto importanti: la mia prima invernale dello
spigolo Andrich e la prima ascensione assoluta dello spigolo est. Il masso dove ci
siamo riparati ci da un po’ di sollievo. Enzo decide di fumare un’altra sigaretta,
tanto minuto più, minuto meno, il Vazzoler è a circa un quarto d’ora. Sorpresa:
ecco in lontananza arrivare di gran carriera l’amico Fabio già di ritorno dal rifu-
gio. Si nota dal suo sguardo che c’è qualche cosa che non va e, quando è a pochi
metri gli dico: “Professore, era il caso di ritornare indietro? Non potevi aspettar-
ci al rifugio?” e lui mestamente dice che non c’è posto da dormire. Pazienza gli
dico, andremo giù dagli amici Giorgio e Lilliana alla capanna Trieste, loro sono
sicuro in qualche modo ci daranno da dormire, dobbiamo solo camminare ancora
un paio d’ore. Non sono molte, e perlopiù in discesa, ma qualcuno aggiunge:
“Sì non sono molte, però se pensiamo che stiamo camminando da otto ore sotto
l’acqua, posso dire di cominciare ad essere un pochino stanco: comunque non c’è
scelta e bisogna andare. Durante la discesa mentre stiamo attraversando il fiume
al Pan delle Taie, noto che il professore ha l’aria un po’ triste, dall’espressione
traspare delusione, è troppo serio, allora mi avvicino e gli chiedo: “Che c’è Fa-
bio? Sei stanco? Ti vedo un po’ pensieroso, oppure vuoi di nuovo andare avanti a
vedere se c’è posto da dormire? Non preoccuparti che lì il posto ce lo trovano!”.
A questo punto Fabio esterna tutto il perchè di questo malumore, anzi dice di pro-
vare un grande risentimento, che secondo lui quello che gli è successo al rifugio
non è assolutamente giusto e racconta. “Entro in rifugio, sono bagnato fradicio,
chiedo con molta gentilezza se per questa notte c’è posto da dormire per cinque
persone. Una signorina che sta versando del vino al bancone mi risponde che
non se ne parla neanche, questa sera abbiamo una grossa compagnia di Mestre
che occupa tutti i posti. Chiedo allora che ci sta bene dormire anche nel tabià,
ma non c’è niente da fare. Allora tento l’ultima carta dicendo che è tutto il gior-
no che camminiamo sotto l’acqua e abbiamo con noi anche due ragazze molto
stanche. Dulcis in fundo aggiungo pure che siamo con Redaelli, il Re del Civetta.
Ma non cambia niente, ha solo aggiunto: mi dispiace”. Rincuoro l’amico che è
veramente adirato e continuiamo nel nostro cammino fin sotto la Torre Trieste,
dove ci prendiamo qualche minuto di sosta. Guardiamo verso l’alto rimirando
l’imponente parete sud, scambio di commenti sulla grandiosità di questa parete e
sul tracciato della direttissima aperta da me e Piussi nel 1959. Non so come, non
so perchè, o forse per il fatto la capanna Trieste ormai è molto vicina, scopriamo
di essere tutti molto felici e che pure la pioggia ha deciso di lasciarci in pace.
In breve raggiungiamo la tanto sospirata capanna Trieste e qui siamo ricevuti e
alloggiati come dei pascià. Tutto questo ci ha fatto finalmente molto felici. Il pro-
fessore discutendo sulla diversità di accoglienza che aveva avuto un paio d’ore
prima aggiunge: “Accoglienza degna di un re”. Non so se avete notato quanto
abbia camminato il professore, si è mosso tutto il giorno avanti e indietro come
un camoscio, ha corso come un cane da caccia e il mitico professor Fabio non ha
più vent’anni, ma gli è rimasto ancora intatto il brio e la passione e la voglia di
montagna come se fosse un ventenne alle prime esperienze.
Agosto 2000 ad Alleghe si festeggia la ricorrenza del 75° anniversario della con-
quista della via Solleder Lettembauer sulla parete Nord Ovest del Civetta.
Il comune di Alleghe per questa ricorrenza ha fatto erigere nel cortile della scuola
elementare Domenico Rudatis un monumento per ricordare la storica conquista
della parete Nord Ovest della Civetta da parte di Emil Solleder e Gustav Letten-
bauer il 7 agosto 1925. Nello stesso giorno a Caprile (frazione di Alleghe) è stato
eretto un monumento a ricordo delle guide alpine dell’agordino. È stata una gior-
nata molto intensa iniziata in mattinata con un lungo corteo per le vie di Caprile
fino a portarsi all’entrata del paese dove sorge il nuovo monumento. Al corteo
sono presenti autorità della valle, della Provincia di Belluno e della Regione. Apre
il corteo il corpo musicale degli alpini della Brigata Cadore, seguono moltissi-
me guide alpine della Valle Agordina, della Val di Fassa, della Val Gardena e di
Cortina d’Ampezzo. È presente una lunga schiera di alpinisti legati sentimental-
mente a questa valle e di assidui frequentatori del gruppo della Civetta. Ricordare
tutti gli alpinisti e le guide alpine presenti non mi è facile perche sono veramente
tanti. Si è trattao di una cerimonia molto commovente, specialmente durante il
breve dicorso di Bepi Pellegrinon, fra gli organizzatori della manifestazione e
durante la lettura dei nomi effigiati sulla lapide del monumento, perchè alcuni
di loro avevo avuto modo di conoscerli. Al pomeriggio ci spostiamo ad Alleghe
nel cortile della scuola elementare Domenico Rudatis per l’inaugurazione uffi-
ciale del monumento che ricorda il 75° anniversario della conquista della parete
Nord Ovest della Civetta da parte di Emil Solleder e Gustav Lettenbauer. Dopo
un breve discorso da parte del Sindaco di Alleghe, Bepi Pellegrinon ricorda la
lunga storia alpinistica della parete Nord Ovest, poi chiama alcuni degli alpinisti
presenti, che hanno scritto le pagine più importanti su questa parete e viene loro
consegnata una targa
ricordo. Tra i premia-
ti, oltre al sottoscrit-
to: Cesare Maestri,
Cesarino Fava, Mar-
co Anghileri, Lino
Lacedelli, Fizzera,
Armando Aste, Die-
trich Hasse.
Il 2000 è anche l’an-
no della chiusura del-
la funivia che porta ai
Piani di Artavaggio e
questo è stato il pri-
mo passo del declino Marco Anghileri, Giorgio e Cesare Maestri a Trento nel 2000.
di questo bellissimo altipiano. Anche per me è stato un brutto colpo. Avevo inve-
stito tutto quello che avevo e fatto debiti per costruire il rifugio Aurora. Vi lascio
immaginare il mio stato d’animo. Senza la funivia non c’è nessun collegamento
col fondovalle. L’arrivo dell’inverno renderà insopportabile la situazione dei re-
sidenti, Artavaggio vivrà il dramma dell’isolamento. Sull’altopiano sono rimaste
sei persone. Una località tagliata fuori dal mondo, priva di una strada che la colle-
ghi al fondovalle, di un telefono pubblico da cui chiamare in caso di emergenza. I
cellulari non prendono, alcuni dei sei residenti rimasti sono anziani e necessitano
di cure mediche. I rifugi che accolgono i turisti non sanno se ordinare merce per
l’inverno e come trasportarla, oppure se abbassare la saracinesca. Questi sono i
Piani di Artavaggio senza funivia. Sul suo futuro grava molta incertezza e una
soluzione immediata, a meno di un miracolo, non sembra ipotizzabile. Si prevede
che ci vorranno degli anni prima che la funivia riprenda a funzionare. Molto si è
parlato della decisione dell’ISAV di fermare le macchine e delle trattative in atto
tra l’azienda e il comune di Moggio per uscire dall’empasse. Poco, forse nulla si
è detto e fatto per chi invece ne subisce direttamente le conseguenze per l’isola-
mento di Artavaggio: prima di tutto le due famiglie residenti, poi i rifugisti.
eccessivo dei politici-

20 ottobre 2000. Il Cai di Belluno ha organizzato una serata (in occasione della
quarta edizione di Oltre le vette) per ricordare quella che è stata la più grande im-
presa invernale delle Alpi. Sono presenti i protagonisti viventi delle due cordate:
Ignazio Piussi e il sottoscritto appartenenti alla prima cordata ( manca Toni Hie-
beler deceduto nel 1984) Roberto Sorgato, Natalino Menegus e Marcello Bona-
fede della seconda cordata. È presente anche il lecchese Marco Anghileri recente
salitore in invernale solitaria della Parete Nord Ovest del Civetta. Gli onori di
casa li porta il presidente del CAI Belluno Roberto Cielo e lo scrittore, editore
e alpinista Bepi Pellegrinon. Coordinatore della serata l’alpinista e accademico
bellunese Manrico Dell’Agnola.
Dopo la proiezione del film della prima invernale della Solleder, le cui imma-
gini sono state catturate dall’amico e per l’occasione compagno di cordata Toni
Hiebeler (montato da Redaelli), intervengono fra gli ospiti il giornalista dottor
Giuseppe Sorge (per la Rai), lo scrittore Vincenzo Dal Bianco, l’attuale gestore
del Rifugio Tissi Walter Bellenzier e altri personaggi e appassionati che incurio-
siscono e coinvolgono il pubblico a ripercorrere l’avventura invernale con vicen-
de meno note e a volte inedite e ricordano il contributo dato dallo scrittore Piero
Rossi, dall’alpinista Furio Bianchet e del primo gestore del rifugio Tissi, Livio
De Bernardin. Inoltre hanno reso interessante la serata stuzzicando i protagonisti
con domande non solo di natura tecnica ma anche di cronaca e risvolti emotivi.
Interessante e appassionante lo scambio di battute fra me e Piussi, il primo su
quello che lui ha scritto sul suo libro “Ladro di Montagne” riferendosi alla Sol-
leder (e non solo), il secondo sulla grande discussione avvenuta fra me e lui in
prossimità del settimo bivacco ed infine sulla slavina che ci ha investiti durante la
discesa. È stato uno scambio di battute questo che non era in programma, ma io
e Ignazio siamo due personaggi non tanto gestibili, quando ci passa un pensiero
per la testa non abbiamo problemi a esternarlo. Prima che Pellegrinon ricordi la
figura di Hiebeler, mi sento di dire due parole anch’io. Voglio solo ricordare che
i due spaventi più grossi durante gli otto giorni di parete, senza ombra di dubbio
sono capitati proprio a Piussi. Il primo è capitato il sesto giorno, sul passaggio
della cascata. Ignazio vola e assieme a lui stanno arrivando grandi blocchi di
neve proprio addosso al sottoscritto. Toni urla: “Giorgio attento” e io mi lascio
pendolare verso il vuoto per non essere investito. Toni è assicurato ad un solo
chiodo e neanche tanto sicuro, mentre io e Ignazio in un modo in un altro siamo
in movimento. Toni aspetta lo strappo, ma tutto finisce bene perché Ignazio si
ferma in piedi nella neve, poco sotto di lui e io rientro dal pendolo attaccandomi
a uno spuntone di roccia. Un’attimo di silenzio poi Ignazio rivolgendosi a Toni ha
detto: “Ti sei spaventato?” . Il secondo patema l’ho avuto lungo la discesa sulla
ferrata Tissi. Siamo ormai ad una cinquantina di metri da Van delle Sasse, Toni è
fermo su di un terrazzino mentre io e Ignazio stiamo scendendo lungo una scala
quando ci piomba addosso una grossa slavina che ci scorre sopra nascondendoci
alla sua vista per oltre mezzo minuto. Per noi tutto è andato per il meglio, ma Toni
ha avuto veramente attimi di terrore credendoci spazzati via dalla slavina.
Infine Bepi Pellegrinon ricorda l’indimenticabile figura di Toni Hiebeler. Toni
muore con la moglie in Slovenia il 2 ottobre 1984 in un incidente d’elicottero.
La grande passione per la montagna l’ha ereditata dal padre guida alpina,. Ha
dedicato la sua vita esclusivamente alla montagna come alpinista e come scrittore
ha pubblicato 30 volu-
mi. Toni aveva eletto
le Dolomiti come sua
seconda patria. È sta-
to il primo a interve-
nire il 22 giugno 1958
in soccorso ad Attilio
Tissi alle Lavaredo,
Tissi muore fra le sue
braccia. Bepi Pelle-
grinon nel chiudere
il suo ricordo propo-
Belluno: Piussi, Redaelli, Sorgato, Menegus e Marco Anghileri insieme per
ne che sarebbe molto
“Oltre le vette”. Presenta Dall’Agnola. bello aprire una via in
suo onore e in Civetta c’è ancora una parete per lui.
Siamo nel 2001 e il mio nome per diversi motivi, quasi sempre legati alla mon-
tagna, compare sui quotidiani e sulle riviste specializzare. Questa volta è merito
di Claudio Moretto, ventiseienne di Bassano del Grappa, che in tre giorni di
scalata ha superato in prima solitaria invernale il Diedro Livanos alla Cima Su
Alto (Civetta).Per questa ascensione, come era già accaduto per la via Solleder
con Marco Anghileri, viene richiamato una mia pagina gloriosa del 1962 quando
compii la prima ascensione invernale con Roberto Sorgato e Giorgio Ronchi.
Ma Claudio Moretto non si ferma qui e mi riporta in auge salendo la direttissima
alla Torre Trieste (Piussi Redaelli 1959), scalandola con la moglie Rosy Buffa, la
prima donna a ripetere questa grande via.
A pochi mesi di distanza il giornalista lecchese Giorgio Spreafico, senza ombra di
dubbio uno dei giornalisti più preparati in campo alpinistico, publica un libro in
collaborazione con il giornale “La Provincia di Lecco” dal titolo: “Orme su vette
lontane. Alpinisti lecchesi nel mondo”. Non ho mai avuto l’opportunità di una
spedizione extraeuropea e questo neo nella mia carriera di alpinista non sfugge
all’occhio attento di Spreafico che a pagina 12 scrive: “Questo viaggio lungo
mezzo secolo cercheremo di farlo assieme. E dovremo ricordare che in questa
storia ci sono grandi protagonisti ma anche grandi assenti (pensiamo per esem-
pio a Giorgio Redaelli, un numero uno della mitica stagione delle invernali e del
sesto grado superiore) perché non tutti gli scalatori che avrebbero avuto i numeri
per proporsi su scenari internazionali ne hanno avuto anche l’occasione: per
scelta propria o altrui, per circostanze sfortunate, per diverse priorità familiari,
per ragioni di disponibilità economiche, o semplicemente perché così vanno le
cose nella vita e qualche volta si invecchia insieme a qualche rimpianto.”
Nell’0ttobre del 2001
Bellavite Editore pub-
blica il libro “Monta-
gna dentro”, un’eco
dei primi cinque anni
del premio di nar-
rativa Carlo Mauri.
“Montagna dentro”
è nato da un’idea di
Renato Frigerio che
ne ha poi curato la re-
dazione. Per il premio
Carlo Mauri (Bigio)
Con Livanos nel 1955. Si riconoscono: Rina Redaelli, Armando Da Roit, scrivo una parte del
Georges Livanos (el Greco). passaggio nella pre-
sentazione di Renato Frigerio. “Due piccole realtà sociali del territorio lecchese
sono nate ed hanno mosso i loro primi passi ispirandosi appassionatamente ad
un loro concittadino, speciale sotto ogni aspetto. Sono trascorsi oltre vent’anni
ormai da quando la sezione U.O.E.I. di Lecco prima ed il Gruppo Alpinistico
lecchese Gamma subito dopo hanno fondato la loro passione per la montagna
e per l’alpinismo proprio nello spazio del fascino che circondava Carlo Mauri.
In lui molti hanno trovato un amico vero che è stato vicino nei momenti difficili
e in quelli esaltanti, una guida che li ha accompagnati in più di un’occasione
di grande importanza. Il ricordo della sua figura impareggiabile, troppo presto
scomparsa, non li ha mai abbandonati, ed anzi cresciuto fino al punto in cui il
senso di riconoscenza che sentivano a lui dovuta, ha voluto tradursi in qualcosa
di concreto, perché il suo nome e la sua storia non andassero persi col passare
degli anni. È tutto qui, per dirla in breve, il punto di partenza del premio di nar-
rativa Carlo Mauri.”
Per riconoscenza a questo grande personaggio dal quale ho imparato molto sia
sotto l’aspetto tecnico che umano, anche se non sono un esperto narratore, ho
voluto anch’io partecipare all’edizione dell’anno 2000 con un racconto che ricor-
dava una grande ascensione che con lui avevo compiuto nel 1956 dal titolo:
“Petit Dru. Lì ho conosciuto il Bigio”. Ecco una sintesi del mio racconto:
“Quando si è compiuta una grande salita, alternandosi nella cordata con degli
amici ammirati come i più grandi alpinisti del proprio tempo, nulla riuscirà a
cancellarne il ricordo. A distanza di quasi mezzo secolo è dolce ripercorrere
mentalmente i passi che hanno portato a questo successo sul Petit Dru. Ma più
ancora di quel salire interminabile e impegnativo che ha richiesto quattro bi-
vacchi, più ancora di precisi episodi emozionanti che qui compaiono, il ricordo
rimane particolarmente nitido e caro perchè quella cordata vedeva insieme quat-
tro dei più forti alpinisti lecchesi del momento. Ed anche in questa occasione,
con prestigio di chi si accetta come capo nel modo più naturale, giganteggia la
figura di Carlo Mauri, nella luce di un carisma che fa di lui un uomo difficilmente
ripetibile”.
20-27 Ottobre 2001. Il 49° FilmFestival internazionale montagna esplorazione
avventura “Città di Trento” , edizione autunnale Dolomitica 2001- Bolzano.
Questa sezione autunnale nel programma delle manifestazioni, oltre a montagna
libri e alla mostra fotografica e alla rassegna dei film premiati a Trento vede
inserite anche tre serate con conferenza da parte di alpisti. Quest’anno sono stato
invitato e messo in calendario alla terza serata. La prima serata il 20 settembre
presenta Walter Bonatti con “I giorni grandi in terre lontane”. La seconda serata
è centrata su Heinz Zak con “Cento anni di arrampicata libera”. Il 28 settembre
è la mia volta di andare a contatto con il pubblico espertissimo di alpinismo
presentando “Civetta regno del sesto grado”. Mi presento al pubblico con molta
emozione, la sala dell’auditorium di via Roen è stracolma di gente. Alla fine della
proiezione, giudicando dagli applausi e dalla gente che non lasciava la sala, riten-
go di avere avuto un grande consenso da parte del pubblico esperto altoatesino.
La serata si è protratta oltre mezz’ora per poter rispondere a moltissime domande
che mi sono state poste dal pubblico.
Intanto in questi anni i miei due documentari hanno fatto il giro di tutti i flimfesti-
val di montagna d’Europa e non solo: Torello, Autrans, Go’rsckich, Le Diableret
e tanti altri compreso Banf in Canada.
Vertice N° 17 2002. Quest’anno ho perso un grande amico “Piero Piacco”. Io
e Piero e altri amici del Cai Valmadrera siamo fra i fondatori della Scuola di
Alpinismo “Attilio Piacco”. Per anni lui ne è stato il grande Presidente e io il
direttore dei corsi. Voglio ricordare l’amico Piero raccontando di una gita con lui
nel gruppo del Monterosa.
“Da Lecco raggiungiamo Gressoney, più precisamente Wiesmatten dove Piero
aveva una casa. Il tempo non era dei migliori, piovoso con una nebbia tanto fitta
da fare invidia a quella della pianura padana. Di comune accordo decidiamo
di rimandare al giorno dopo i nostri progetti escursionistici. Passeggiamo per
Gressoney aspettando l’ora di pranzo. A mezzogiorno Piero si dà da fare in cu-
cina e prepara un ottimo pranzetto al quale faccio onore fino in fondo. Per finire
un buon caffè seguito da un bicchierino di genepy, liquore prettamente valdosta-
no. Il tempo non accenna a migliorare così Piero decide d’insegnarmi un nuovo
gioco di carte. Tutti e due non siamo molto appassionati ma in qualche modo il
tempo bisogna pur farlo passare e così giochiamo a “scopaccino”, una specie
di bridge. Le regole sono le stesse solo che si gioca in due. Lui dice di averlo
appreso dalla moglie accanita giocatrice di bridge. Sono ormai un paio d’ore
che stiamo giocando e devo dire che ci divertiamo pure tanto da non accorgerci
che il tempo sta volgendo al bello. Lo notiamo dai raggi di sole che filtrano dalla
finestra del soggiorno.
Gioia immensa e in men che non si dica siamo pronti per partire per il rifugio
Gabiet. Zaino, sci con pelli di foca e via con grande entusiasmo, vogliamo arri-
vare prima dell’imbrunire e arriviamo in tempo per assistere ad un infuocato tra-
monto. La montagna è ricoperta da una leggera coltre di neve fresca, pochissimi
centimetri, ma è l’ideale per sciare in questo periodo. Abbiamo il massimo che
si può chiedere per una gita scialpinistica. Al rifugio ci viene servita un’ottima
cena, poi subito in branda, domani mattina si parte all’alba. Piero è felicissimo,
tanto felice che non riesce a prendere sonno pensando all’indomani e ai nostri
progetti. All’alba quando mi sveglia è già vestito e pronto per la partenza.
Lasciamo il rifugio alle prime luci dell’alba, il silenzio è rotto solo dal rumore
dei nostri sci che scorrono a passo alternato sulla neve. La salita non è difficile.
Oggi il nostro obiettivo è di raggiungere il Col d’Olen, così passa dopo passo
senza scambiarci mai una parola per non rompere questo meraviglioso silenzio
(qui veramente il silenzio è d’oro), raggiungiamo il Colle un’attimo prima di
essere investiti da un magnifico sole. Uno sguardo a 360° con un panorama
notevole, pochi attimi di riposo, poi togliamo le pelli dagli sci, ci copriamo e
giù per un bellissimo canalone che in men che non si dica ci porta alla stazione
intermedia della funivia di Alagna-Punta Indren. Durante la discesa ogni tanto
ci soffermiamo ad ammirare i disegni sulla neve da noi lasciati con gli sci su que-
sto bellissimo pendio, purtroppo troppo breve tanto che alla fine Piero esclama:
“Siamo già arrivati? Che peccato!”.
Risaliamo con la funivia fino a Punta Indren poi dopo uno spuntino rimettiamo
gli sci ai piedi, puntando verso la capanna Gnifetti. Il sole è ormai alto e si
fa sentire, siamo soli sul ghiacciaio a godere questa bellissima giornata. Poco
prima di raggiungere la Gnifetti svoltiamo a sinistra, superiamo un colletto sul
quale prepariamo gli sci per affrontare il vallone che ci porta fino a Gressoney.
Una discesa entusiasmante anche se la neve non è perfetta. Una giornata indi-
menticabile, Piero sprizza gioia da tutti i pori, una stretta di mano e un lungo
abbraccio. Questa è una delle tante belle giornate che ho condiviso con Piero e
della quale conservo un ricordo indelebile”.
Aprile 2002, Emanuele Cassarà pubblica il libro “La Morte del Chiodo. Fine del
sesto grado sulle pareti alpine”, Edizioni Campo Base.
Su questo libro c’è anche una bellissima mia fotografia scattata su uno dei tanti
strapiombi dello spallone del Bancon 1968.
30 Ottobre 2002. Il Gruppo Alpinistico Gamma di Lecco mi fa omaggio di un
bellissimo piatto d’argento con una scritta che mi ha reso orgoglioso e dato
una felicità che pochissime volte ho avuto dall’ambiente alpinistico lecchese.
“A Giorgio Redaelli, ammirevole figura trainante dell’alpinismo lecchese”, una
scritta e un riconoscimento veramente importante e emozionante.
La storia del mio difficile connubio con l’alpinismo lecchese, ma principalmente
con il gruppo Ragni è vecchia almeno di 46 anni. Le cause che hanno portato a
far sì che entrassi a far parte dei Ragni così avanti nel tempo, cioè 46 anni dopo
non la conosco neppure io. Se ne sono dette di tutti i colori ma la verità “se esi-
ste una verità” qualcuno dei vecchi soci potrebbe conoscerla. L’alone di mistero
che circonda questo “fattaccio” inizia nell’autunno del 56 o nella primavera del
57, la data precisa non la ricordo. A quell’epoca anche se erano solo 3 anni che
arrampicavo avevo già collezionato diverse ascensioni. Quasi tutta la mia, sep-
pur breve storia di alpinista, gravitava intorno al gruppo Ragni. Farne parte era
il sogno della mia vita. Voglio ricordare alcune di queste ascensioni. La prima
ripetizione della Cima di Terranova in Civetta - Via Livanos Gabriel Da Roit con
Cesare Giudici; la prima ripetizione con due varianti dirette della via Bonatti
al Petit Dru con Giudici Mauri e Piazza; la prima invernale della via Cassin
alla parete sud del Sasso Cavallo con Annibale Zucchi (diventerà Ragno pochi
anni dopo). Specialmente per queste tre vie due amici già soci del gruppo hanno
proposto al consiglio la mia ammissione al gruppo. La proposta è stata respinta,
come ho detto prima, con una motivazione ufficiale a me sconosciuta. Correva
voce che non fui stato accettato perché non ero di Lecco. Motivazione questa che
non aveva alcun senso, difatti sono entrati a fa parte dei Ragni” in anni diversi”
quattro miei compaesani: Annibale e Corrado Zucchi, Pierlorenzo Acquistapace
e Giuseppe Lafranconi. Ho pianto per questa mia esclusione, ma la mia vita di
alpinista è continuata e devo dire che la grande delusione l’ho seppellita al ritmo
di grandi ascensioni. Ma alcuni anni dopo, la nuova generazione del gruppo con
i quali ho fatto molte salite (parlo del periodo dei Locatelli (Ninotta) Anghileri
(Aldino), dei Negri (Pino), degli Airoldi (Natalino), dei Cassin (Tono), dei Cechi-
ni, dei Maggi e tanti altri) sembrano portare avanti ancora la mia candidatura, ma
per l’ennesima volta rifiutata (si dice perché alpinista troppo affermato, ma an-
che questa non l’ho capita). Comunque vi posso assicurare che questa volta non
ho pianto e la mia mancata ammissione mi ha lasciato alquanto indifferente. Il
tempo passa, io non faccio più grandi salite, ma continuo ad andare in montagna.
Forse molto di più dei miei coetanei, siamo agli inizi degli anni duemila e in que-
sti anni sono stati fatti soci onorari
del gruppo Ragni diversi personag-
gi: vedi il prevosto di Lecco monsi-
gnor Busti, il sindaco di Lecco Bo-
dega e Walter Bonatti. Durante una
manifestazione del gruppo vengo
avvicinato da Casimiro Ferrari,
senz’altro il ragno più forte degli
ultimi cinquant’anni (assieme a
Giudici), che mi sussurra: “Voleva-
mo farti socio onorario, ma abbia-
mo preferito rimandare più avanti.
Sai magari la gente pensa che ti
abbiamo fatto socio perché hai vin-
to il premio SAT a Trento e non per
la tua attività”. Queste sono le mie
testuali parole di risposta al Casi-
miro: “Diventare Ragno è stato
durante gli anni cinquanta il mio
grande sogno, oserei dire il sogno
della mia vita. Nel 1956 ho pianto
per la mia mancata ammissione ma Il Dru col tracciato di salita.
tutto finì lì. La mia vita di alpinista è continuata con tantissime soddisfazioni e
della mia bocciatura di allora non è rimasto che uno spiacevole ricordo. Casimi-
ro, voglio dirti una cosa però: uel giorno che deciderete di farmi socio onorario,
prima chiedetelo anche a me, perché potrei anche rifiutare”.
Inaspettatamente il 26 Novembre 2002 ricevo per posta una lettera dal gruppo
Ragni che mi comunica la mia ammissione come socio onorario al prestigioso
gruppo alpinistico lecchese,. Lo stesso giorno Dino Piazza mi comunica verbal-
mente la notizia e che la proposta è partita da lui. Dino è stato mio compagno di
cordata sul Petit Dru nel 1956. Il giorno 20 Dicembre, in un ristorante di Man-
dello Lario durante il pranzo di auguri per il natale c’è stata l’ufficializzazione e
la consegna del fatidico maglione rosso. La stessa sera un altro bravo alpinista
lecchese ha avuto il mio stesso riconoscimento, don Paolo Bizzarri, parroco di
Olate frazione di Lecco.
I giornali locali, e non solo, hanno dato risalto all’avvenimento, anche con dei
titoli leggermente polemici come ad esempio: “Redaelli Ragno 40 anni dopo. Il
celebre Giorgio fu bocciato nei suoi “giorni grandi”.
È il solito giornalista e grande esperto della storia alpinistica lecchese e mondiale
Giorgio Spreafico:
“Un grande dell’alpinismo del passato e un sacerdote che dà del tu alle pareti,
insomma che sposa l’azione alla contemplazione. Anche dentro l’ammissione
“onoraria” a un grande gruppo alpinistico a volte ci possono essere delle storie
importanti e questa è una di quelle volte perché i Ragni hanno deciso nei giorni
scorsi - con un’assemblea - che il loro maglione rosso debba entrare nel guar-
daroba di Giorgio Redaelli e di Don Paolo Bizzarri, l’uno “eroe” della magica
stagione del sesto grado superiore a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, l’al-
tro parrroco sprint nel rione lecchese di Olate.
Due nuovi soci che fanno notizia, dunque, anche se per ragioni diverse.
Don Paolo non è il primo sacerdote a diventare Ragno - come dimenticare in
passato monsignor Gandini? - ma l’ingresso di un prete nel gruppo della Gri-
gnetta resta comunque eccezionale.
Rispetto a monsignor Busti, il prevosto della città al quale oggi si affianca come
Ragno in abito talare, il parroco di Olate ha di sicuro un’altra marcia sul pia-
no tecnico. La sua infatti è una carriera alpinistica di tutto rispetto nella quale
brillano alcune ascensioni delle Alpi Centrali e nel gruppo del Monte Bianco:
vie come lo spigolo del Badile, lo sperone della Brenva, la Major, la Kuffner al
Maudit, la Gervasutti al Petit Capucin, la cresta Sud della Noire, la Rebuffat all’
Aiguille du Midi, la cresta des Hirondelles alla Grandes Jorasses.
Giorgio Redaelli, lui, non ha bisogno di troppe presentazioni come uomo di mon-
tagna. È uno degli alpinisti lecchesi più noti della sua generazione e fino a ieri
era al centro di una di quelle storie singolari che s’incrociano talvolta ai piedi
della Grigna; una di quelle storie cioè di grandi protagonisti delle pareti per una
ragione o per l’altra mai arrivati a vestire il maglione rosso da sempre identifi-
cato come un simbolo d’eccellenza.
Circostanza particolarmente strana, nel caso di Redaelli, perché lui - autore di
exploit memorabili - ha arrampicato molto anche con alcuni Ragni, al punto che
fuori Lecco era da sempre considerato un membro del gruppo pur senza esserlo.
I giornali della sua epoca d’oro parlavano di lui proprio come Ragno, quando
seguivano passo passo le sue scalate, condotte spesso proprio con compagni
lecchesi. Basterebbe ricordare la prima ripetizione della Bonatti al Petit Dru
con Giudici, Mauri e Piazza. O la prima ripetizione della cima di Terranova con
Giudici. E ancora la prima invernale della Cassin al Sasso Cavallo con Zucchi,
o le prime assolute di grido alla Torre Venezia (spigolo est), ancora con Zucchi
e Acquistapace alla Torre delle Mede (parete est) con Lafranconi e ancora Ac-
quistapace.
Non solo compagni lecchesi però per Redaelli: al suo attivo tante scalate passate
addirittura alla storia delle pareti e condotte con formidabili scalatori di fuori,
e basterebbe pensare all’epopea delle prime invernali al Civetta (un esempio su
tutti: la mitica Solleder) con i Sorgato o i Piussi, solo per fare qualche nome di
stelle di primissima grandezza.
Incredibilmente - per una di quelle dinamiche biricchine che s’incrociano in più
occasioni nella storia del gruppo Ragni, e che si rifanno a motivazioni le più
diverse e talvolta persino contraddittorie - Redaelli era stato “bocciato” dal
gruppo quaranta e più anni fa, quando la sua candidatura era stata presentata
sull’onda di una serie di exploit.
Una delusione cocente della quale il grande alpinista mandellese di nascita,
trapiantato da tempo in
Valsassina dove da
tempo gestisce il ri-
fugio Aurora ai Piani
di Artavaggio - non si
era mai fatto una ra-
gione. Una delusione
vissuta come una fe-
rita, come un’ingiu-
stizia patita.
A distanza di una
vita, i Ragni tornano
sui loro passi e fan-
no posto a Redaelli
Giorgio premiato dai Gamma. almeno come socio
onorario. A 67 anni, l’inossidabile Giorgio si prende così un’altra sorta di rivin-
cita in una stagione della vita che lo ha visto più e più volte tornare alla ribalta
delle cronache. Nel 99 il prestigioso Premio SAT a Trento aveva dato il primo
segnale di una sorta di riscoperta di uno scalatore di rara completezza, tra l’al-
tro anche istruttore nazionale di alpinismo e maestro di sci. Poi le attenzioni ai
suoi film storici da parte dei festival internazionali di montagna, il ritorno nel
“giro” delle serate, i molti incontri con i giovani e i giovanissimi delle scuole
anche lontano dal lecchese.
Solo una ventina di giorni fa il Club Alpino Accademico aveva deciso la sua
reintegrazione nei suoi ranghi di Redaelli visto l’esaurirsi della sua stagione di
guida alpina. E singolarmente proprio nei giorni scorsi il grande scalatore ora
entrato a fare parte dei Ragni aveva ricevuto dai Gamma, l’altro gruppo alpini-
stico lecchese un riconoscimento che lo aveva molto toccato. Alla festicciola che
aveva concluso il corso di roccia, gli era stato consegnato una targa dalle allie-
ve della scuola, con parole scolpite nel metallo ma soprattutto - e quello che più
conta - nel cuore: a Giorgio, un punto di riferimento dell’alpinismo lecchese.
Durante la serata della consegna dei maglioni rossi, erano presenti tutti gli al-
pinisti lecchesi dal capostipite Riccardo Cassin al giovane e promettente Simo-
ne Pedeferri”. Dopo avere indossato il maglione aiutato dal presidente Alberto
Pirovano e da Dino Piazza ho voluto dire due parole di ringraziamento. Sono
presenti oltre un centinaio di persone: alpinisti, famigliari e simpatizzanti ai quali
sintetizzando il senso delle mie parole ho detto loro che con la mia ammissione
al gruppo è stato ufficializzato quello che per l’ambiente della montagna era già
chiaro sin dagli anni cinquanta.
Il 4 Dicembre il giornale “La Provincia” si ripete con un articolo intervista dal
titolo:”Io, vecchio alpinista scomodo e felice”. Con una dedica alla moglie scala-
trice e un messaggio ai giovani: “Ragazzi non perdetevi il meglio”.
“ Quando giovanissimo in Grigna si è legato per la prima volta in cordata con
Riccardo Cassin, il ragno dei Ragni, quasi non ci poteva credere: un’emozione
incredibile, indelebile, che infatti a distanza di una vita lui si porta ancora dietro,
anzi dentro. Giorgio Redaelli quella volta ha vissuto un sogno, ma il sogno rea-
lizzato gliene ha consegnato subito un altro, una fantasia a occhi aperti dettata
da un’ammirazione sconfinata per il caposcuola dell’alpinismo lecchese, una
fantasia da ragazzo confidata da allora a oggi a più di un’amico: “Chissà che
un giorno Riccardo non possa regalarmi uno dei suoi maglioni”.
Chissà, forse succederà, anche se il ragazzo di allora oggi ha più di sess’antanni
e se accadrà, è sicuro, sarà un’evento speciale, perché oggi quel maglione Reda-
elli potrebbe persino indossarlo: è un Ragno anche lui, ammesso da pochi giorni
nel gruppo come socio onorario, ammesso a quaranta e più anni di distanza da
una bocciatura che non gli impedì di diventare uno dei grandi protagonisti della
magica stagione italiana e internazionale del sesto grado superiore.
Che beffa, quella del 56. Proprio nell’anno in cui la Gazzetta dei Lavoratori lo
premiò insieme a Guido Rossa come il miglior alpinista italiano ( un premio di
centomila lire messo a disposizione dal Ministero), ecco la porta in faccia del
gruppo della Grignetta. “Ufficialmente perché ero del CAI Mandello e non del
CAI di Lecco”, dice oggi Giorgio, riandando a motivazioni che non l’ hanno mai
convinto. Ma Redaelli è felice, adesso, le polemiche di un tempo non lo riguarda-
no più. Ha messo una pietra su quella delusione del passato, per la quale, - con-
fessa - ha pianto. E si sente più dentro di sempre al grande fiume dell’alpinismo
lecchese, lui che in riva al lago ha sempre avuto buoni rapporti con tutti ma che
ammette di avere avuto il suo caratterino ( i diminuitivi qualche volta vanno letti
come peggiorativi) in montagna.
“Individualmente sono uno non facile - riconosce l’alpinista lecchese eroe della
stagione del sesto grado superiore. Voglio dire che in pianura mi trovi una per-
sona normale, accondiscendente, ma in parete sono stato abbastanza un despota.
Per non averla vinta dovevo trovare un Piussi e un Sorgato, per fare due nomi
di mostri sacri di fuori con i quali ho fatto cose importanti. Gente che aveva
carisma, proprio come Cassin che è un mito, come Carlo Mauri del quale sono
stato un tifoso. Perché anche Mauri era una cosa speciale: anche quando non ne
avevamo avessimo bisogno per riuscire a fare le vie che sognavamo, andavamo
con lui in parete perché con lui ci sentivamo ancora più forti”.
E a chi la dedica questo maglione dei Ragni finalmente ottenuto? “A mia moglie
Aurora, perché, se ho potuto fare ciò che ho fatto è grazie anche a lei - ci dice Gior-
gio nel rifugio dei Piani di Artavaggio che porta proprio il nome della consorte.
Non ho avuto bisogno di spiegarle cosa significava la montagna per me, perché
sentiva lei stessa quella magia. È stata un’alpinista molto forte, ha frequenta-
to il corso dei Ragni
ancora prima di me,
abbiamo fatto insie-
me tante ascensioni
che restano ricordi
fantastici”.
E quale deve essere il
ruolo degli alpinisti
del passato? “Credo
la testimonianza of-
ferta ai più giovani.
Che oggi sono sem-
plicemente strepitosi,
un carro e una sporta Giorgio con l’amico Dino Piazza.
più forti di noi sul piano atletico e tecnico, ma forse sono troppo concentrati sul
passaggio, sulla difficoltà fine a se stessa. Il grande alpinista in realtà non lo vedi
sulla montagna, anzi dentro la montagna: perché ci sa stare, ne diventa parte, si
fa accettare, resiste, forza, controlla il rischio, progetta, conosce.
Ecco quel che senza trombonate da “vecchio” vorrei dire a tanti ragazzi: ehi,
non perdetevi cose così, perché sono fantastiche. Che dici: troverò qualcuno che
mi starà ad ascoltare”.
Sabato 7 Dicembre 2002 nell’ inserto del Sole 24 ore viene pubblicato un lungo
articolo di Pietro Crivellaro, supportato da sei fotografie storiche dal titolo “La
maledetta Solleder”, che così inizia:
“La parete Nord/Ovest della Civetta, grandiosa muraglia di roccia nel cuore
selvaggio delle Dolomiti bellunesi, è considerata l’invernale più dura e impres-
sionante. Quarant’anni fa, questa via, che può facilmente trasformarsi in una
trappola mortale, fu violata per la prima volta… Quando l’alpinismo era il non
plus ultra dello sport e dell’avventura, da metà del Novecento fino ad una ven-
tina di anni fa, il 22 dicembre scattava la stagione delle prime invernali”, e pro-
segue ricordando alcune grandi ascensioni invernali portate a buon fine o finite
in tragedie: “Sul Corriere della Sera Dino Buzzati intenditore d’alpinismo e ap-
passionato delle Dolomiti, giunse a proporre il silenzio stampa per scoraggiare
le invernali. E il giovane senatore Enrico Berlinguer annunciò un disegno di
legge per vietarle, caduto ovviamente nel nulla”. Questo articolo è molto bello e
meriterebbe di essere letto tutto, ma per questo mio scritto mi limito a trascrivere
alcune righe che interessano la mia ascensione del 1963. Tracciato nell’estate del
1925 dai tedeschi Emil Solleder e Gustav Lettembauer, questo itinerario è stato
a lungo ritenuto il prototipo del sesto grado. Dopo aver parlato di grandi sali-
te nel Monte Bianco, nel Vallese e nell’Oberland Crivellaro scrive: “Dobbiamo
compiere una piccola rivoluzione copernicana, spostarci sulle Alpi orientali e
puntare l’attenzione sulle Dolomiti, pressochè spoglie di ghiacciai, che superano
di poco i tremila metri, ma presentano una selva di torri e pareti vertiginose, con-
siderate il regno dell’arrampicata d’alta difficoltà. Non bisogna neppure pensare
ai più celebri gruppi delle Tre Cime di Lavaredo, delle Torri del Vaiolet, o del
Campanile Basso, perché gli alpinisti ritengono che l’invernale più ardua e im-
pressionante sia stata la Solleder alla Civetta, nelle Dolomiti Bellunesi.
L’impresa verrà festeggiata tra poche settimane perché fu realizzata quarant’an-
ni fa, tra la fine di febbraio e i primi di marzo del 1963 dal friulano Ignazio Piussi
con il lecchese Giorgio Redaelli e il bavarese Toni Hiebeler, che raggiunsero
la vetta dopo otto giorni di lotta contro la neve e il ghiaccio, sopportando sette
durissimi bivacchi. Un’ascensione che è gia leggenda…Il fornellino a benzina
dopo due giorni non voleva più saperne di funzionare, per fondere la neve e farsi
qualcosa di caldo alla sera e al mattino a venti sotto zero, dovettero bruciare i
cunei di legno che allora si piantavano nelle fessure più larghe al posto dei chio-
di. Ma era legno trattato al catrame che bruciando sprigionava un fumo molto
irritante. Il capocordata Piussi, che provvedeva a ridurre in schegge i cunei con
il martello da ghiaccio e accudiva il fuoco, maledisse più di ogni altra cosa
quel fumo catramoso che gli bruciava le mani screpolate dal gelo e dalla rude
arrampicata.
La cordata Piussi-Redaelli-Hiebeler concluse il suo calvario toccando la cima
della Civetta alle due del pomeriggio del 7 marzo.
Il parere decisivo che sancì il primato dell’invernale alla Solleder fu pronunciato
all’indomani della vittoria da Hiebeler, che era un autorevole giornalista e for-
te alpinista. Due anni prima aveva guidato l’invernale alla temutissima parete
Nord dell’Eiger nell’Oberland bernese, via nettamente più lunga ma meno verti-
cale e con minori difficoltà d’arrampicata. Per l’invernale all’Eiger, Hiebeler e
compagni se l’erano cavata in sette giorni, un giorno in meno della Nord Ovest
alla Civetta”.

Riassunto preso dal sito di Rolando Larcher.


Il 16, 17 Giugno 2003 Rolando Larcher con l’amico e compagno di cordata Lino
Celva salgono la direttissima alla Torre Trieste. Mi piace ricordare cosa scrive
Rolando in quella che definisce lui la prima ripetizione in libera e contempora-
neamente la prima “ a vista”. Essendo queste definizioni moderne a me alquanto
incomprensibili, cerco di cogliere dal suo scritto le riflessioni su questa via. Ini-
zia affermando essere una grandiosa via, all’epoca considerata la più difficile in
artificiale delle Alpi. Avendo pareri discordanti sulla via, decide di andare a dare
un’occhiata assieme
a Heinz Mariacher,
per diversi motivi
non riesce a combi-
nare granchè e decide
di tornare assieme al
collega accademico
Lino Celva. Vuole
saggiare il terreno e
vedere se ci sono pos-
sibilità di passare in
libera. Il primo tiro
della placca gialla gli
riesce bene al primo
tentativo, così l’entu- Con Giorgio Spreafico, Gianni Magistris e Gian Maria Mandelli a Trento
siasmo aumenta. Le nel 2000.
successive lunghezze di corda sono precarie ma riesce a passare “a vista” e il
morale sale alle stelle. Anche il Lino in sosta è entusiasta e mi incita non poco.
Continua dicendo che è talmente concentrato e la scalata è cosi precaria, che il
discorso difficoltà passa in secondo piano, quando raggiungo le soste ho il vuoto
totale delle sequenze appena fatte. Penso che le difficoltà possano aggirarsi tra
il 7 e il 7b. Cosi arriva inaspettatamente a vedere la cengia, l’orario è un po’
tardo e bisogna prendere una decisione. Proseguire e calcolare un sicuro impre-
visto bivacco, o scendere a doppie abbandonando il sogno dell’on sight, per poi
magari non tornare mai più: chi se la sentirebbe di ripetere questa roulette russa
appena superata? Riprendiamo la salita, dopo lo scudo giallo strapiombante la
via prosegue per una linea di diedri sempre strapiombanti. La descrizione della
salita è bella e emozionante e dopo un improvvisato e inaspettato bivacco, supera
la parte superiore con l’aiuto di Stopper e Friends, aggeggi questi ai mie tempi
inesistenti. Comunque Rolando e Lino portano a termine accompagnati da una
pioggia insistente una grandissima impresa, e voglio chiudere questo racconto,
copiando la conclusione dell’articolo di Rolando: “Devo ringraziare Lino per la
sua disponibilità ed il suo entusiasmo, senza i quali le mie energie non sarebbero
state all’altezza della salita. Nello stesso tempo mi sento di far tanto di cappello
agli storici apritori, Piussi e Redaelli: con il materiale dell’epoca affrontare e
superare una tal parete, necessitava un ardimento ed un’apertura mentale non
comuni. Una direttissima in artificiale che è ben diversa della consueta fila di
buoni chiodi a pressione tipica di altre vie di quel periodo”. Grazie Rolando per
le considerazioni espresse sulla via e complimenti vivissimi anche a Lino.
19 Dicembre 2003. L’amico e compagno di cordata Dino Piazza in collaborazione
con l’esperto di storia dell’alpinismo Carlo Caccia pubblica per i tipi di Novanti-
qua Multimedia un racconto autobiografico: “Dilettante per Professione”, con il
patrocinio della Comunità Montana del Lario Orientale. È un libro non solo di al-
pinismo, ma che parla dei periodi duri della guerra, le ordinarie follie di gioventù,
l’incontro con la montagna, una arrampicata con Riccardo Cassin, dei suoi amici
più cari (Roberto Gallieni) e la storia della tragedia del Pilone centrale del Freney
che lo vide indirettamente coinvolto, infatti fu tra i primi ad accorrere al rifugio
Gamba in quei tristi giorni. Quei giorni non ci incontrammo per puro caso. Io ero
appena rientrato a Courmayeur, ritornando dal Colle dell’Innominata, dove solo
due giorni dopo morirà Andrea Oggioni (ll perché della mia presenza è scritto nel
mio libro “Momenti di Vita”). Ma a pagina 66 con il titolo “Sulle tracce di Bo-
natti” c’è il racconto della storia della nostra avventura sul Petit Dru. Dato che sto
sfogliando la mia vita con i miei ricordi, ma anche con quelli dei miei compagni
di cordata ed essendo il racconto del Dino molto piacevole voglio, per chi non ha
avuto modo di leggere “Dilettante per Professione”, sottoporvi i ricordi che lui
ha della nostra grande impresa:
“È la metà di Luglio 1956 quando con Carlo Mauri, Cesare Giudici, e Giorgio
Redaelli decisi di tentare la prima ripetizione della via aperta da Walter Bonatti
nell’agosto dell’anno precedente sul pilastro Sud Ovest del Petit Dru. Tutti i miei
compagni, gente davvero in gamba, conoscevano almeno in parte l’itinerario per
avere tentato o la prima ascensione assoluta - è il caso di Mauri, che vi aveva
cacciato il naso con lo stesso Bonatti e con il monzese Andrea Oggioni - o la
prima ripetizione - Giudici con Redaelli, costretti ad una lunghissima discesa
dopo che, sotto il grande tetto, lasciarono precipitare maldestramente i chiodi
indispensabili per proseguire. Nella vita di tutti i giorni Giudici gestiva il rifugio
Carlo Porta al Pian dei Resinelli, mentre Redaelli era dipendente della Moto
Guzzi di Mandello Lario, il suo paese natale.
All’epoca il traforo del Monte Bianco non esisteva ancora e per raggiungere l’al-
bergo del Montanvers, punto di partenza per l’ascensione, sul versante francese
del massiccio, era necessario raggiungere Courmayeur in treno e in corriera, e
poi, dopo essere saliti al rifugio Torino, scendere lungo la crepacciata Mer de
Glace. Ricordo che fu come correre una gara di diecimila metri ad ostacoli, con
infiniti salti per superare le voragini che si aprivano nel ghiacciaio. Avevo uno
zaino colmo di chiodi e di moschettoni, quindi piuttosto pesante, ma il fastidio
maggiore era dato dall’attaccatura superiore degli spallacci, che cedeva ad ogni
salto. Non ne potevo più e decisi di porre rimedio in qualche modo all’inconve-
niente. Sfilai allora il martello dal sacco e in mezzo alla ferraglia alpinistica,
come se fosse un fantasma, vidi la bottiglia di sciroppo alla menta che mi era
stata affidata dall’amico Claudio Corti, perché la consegnassi alla proprietaria
dell’albergo del Montanvers. Mi ero completamente dimenticato del fragile cari-
co e tirai un sospiro di sollievo scoprendo che, malgrado tutto, non aveva subito
alcun danno. Se la bottiglia si fosse rotta sarebbe stato un bel guaio! Cosa avrei
raccontato al povero Claudio, un grande amico e potente alpinista del quale
pochi hanno compreso la forza e la bontà d’animo.
Arrivammo al Montanvers che era ormai sera. Per limitare le spese eravamo
intenzionati a passare la notte nella nostra tendina, tuttavia grazie anche allo
sciroppo alla menta, ci fu concesso un comodo riparo gratuito nel vecchio rifu-
gio del Club alpino francese. Il mattino seguente però il tempo era decisamente
brutto e di tentare la scalata non se ne parlava proprio. Il “Bigio” ossia Mauri,
disse allora che sarebbe sceso a Chamonix per acquistare del materiale neces-
sario alla salita e, preso con sé tutto il denaro che avevamo, se ne andò senza
dare altre spiegazioni. Non fu un problema: nei due giorni seguenti le condizioni
meteo rimasero sfavorevoli e, costretti all’inattività, impegnammo il nostro tem-
po a conversare con le ragazze che vendevano cartoline e oggetti ricordo e ad
arrampicare sui massi attorno all’albergo.
Il terzo giorno, pur avendo poca dimestichezza con il francese, decisi di scendere
anch’io a valle. Avevo con me soltanto pochi spiccioli: “Tanto pensavo - a Cha-
monix c’è il Bigio con tutta la cassa…”. Raggiunsi la cittadina a piedi, seguendo
le rotaie del treno e, una volta giunto alla stazione, sui gradini dell’ingresso mi
trovai davanti l’amico Mauri. Quasi non lo riconobbi: indossava una fiammante
giacca di Duvet ed un paio di scarponi senza un graffio. Dopo i complimenti per
il suo nuovo abbigliamento e un po’ di chiacchere, soprattutto sulle condizioni
del tempo, proposi di andare a mangiare qualcosa. Fu allora che Carlo mi con-
fessa di avere speso tutti i nostri soldi: non aveva più neppure una lira. Rimasi
senza parole e, dopo avere vagato un po’ a zonzo per la città, vidi una donna
che vendeva patate fritte. Le mostrai una delle mie monete e ricevetti in cambio
due porzioni di cibo: il pranzo, in qualche modo, era rimediato. Era ormai tardo
pomeriggio quando il cielo si liberò delle ultime nubi: sembrava davvero il mo-
mento buono per attaccare il pilastro. Senza soldi non c’erano alternative: per
tornare al Montanvers avremmo dovuto salire a piedi. Ci incamminammo quindi
lungo i binari fino a quando, dopo neppure dieci minuti, al passaggio del primo
treno riuscimmo a rincorrerlo e a prenderlo letteralmente al volo. Ma la felicità
durò poco: il minuscolo convoglio si fermò quasi subito e il manovratore ci invitò
ad entrare nel vagone. Gli spiegammo che non avevamo i soldi per il biglietto e
questi, sorridendo, ci disse che avremmo potuto proseguire ugualmente. I nostri
sguardi si fissarono presto sull’imponente piramide del Petit Dru e il macchini-
sta, vedendoci addirittura estasiati, ci domandò incuriosito il motivo del nostro
soggiorno in Francia. Alla nostra risposta rimase meravigliato e ammirato e il
Bigio, in dialetto lecchese, mi sussurrò immediatamente: “Abbiamo trovato un
amico: teniamolo buono per un’altra volta”.
La notte ci regalò un cielo stellato di rara bellezza e il giorno seguente, 23 lu-
glio, ci lanciammo finalmente nella grande avventura. Attraversammo la Mer de
Glace e, accompagnati per un tratto da Guy Perillat, figlio sedicenne della pro-
prietaria dell’albergo - quel ragazzo sarebbe diventato presto un campione di sci
-, raggiungemmo l’attacco del pericoloso canalone alla base della parete Ovest
del Petit Dru. Ci legammo, Cesare in testa, e cominciammo a salire. Malgrado
i continui fischi dei sassi Giudici procedeva determinato, prima a sinistra, poi
più a destra finchè, arrivato nei pressi della base del pilastro, attraversò com-
pletamente il canale. Giunti lì, data l’ora e al riparo dalle scariche, decidemmo
di bivaccare.
Arrivò presto l’alba e con essa una giornata radiosa. Cesare riprese il suo posto
da capocordata, Giorgio si legò alle sue spalle per fargli sicurezza e per recu-
perare Mauri, terzo del gruppo, e a me, che chiudevo la comitiva, toccò l’ingra-
to compito della schiodatura. Salimmo abbastanza spediti fino ad una terrazza,
dove ci fermammo per rifocillarci, e continuammo per alcune lunghezze fin sotto
il grande tetto che, nel corso della prima ascensione, aveva costretto Bonatti
ai famosi pendoli. Il tempo sembrava essere dalla nostra parte e nei sacchi da
bivacco, pur con l’incognita del grande strapiombo sopra di noi, eravamo abba-
stanza tranquilli.
Il 25 luglio, mentre i polpastrelli delle dita continuamente a contatto co le aspe-
rità del granito cominciavano a dar segni di cedimento, Cesare attaccò il tetto,
assicurato da me e da Giorgio che, con una corda a testa, lo potevamo aiutare
al meglio nelle faticose operazioni di scalata in artificiale. Ad un tratto, non so
come (e non ci fu neppure il tempo e la voglia di chiederselo), il sacco dei viveri
precipitò nel vuoto, andando a schiantarsi su una piccola cengia: sotto di noi
l’aria fu invasa da una pioggia di briciole, biscotti e pezzi di cioccolato. Senza
distrarci dalle manovre di corda cercammo allora di fare un inventario del cibo
rimasto e, purtroppo per noi, ci rendemmo subito conto che le provviste si erano
ridotte al lumicino: si era salvata soltanto una scatola di dadi da brodo.
Cesare aveva ormai terminato di chiodare il tetto, con un grande dispendio di
tempo e di energie e, dopo quattro ore di sforzi, riuscì finalmente ad uscire da
quel tratto estremamente difficile: aveva realizzato un autentico capolavoro, una
variante diretta all’itinerario di Bonatti lungo uno strapiombo colossale. Conti-
nuò quindi per tre lunghezze più semplici e, giunto a circa centocinquanta metri
dalla vetta, si fermò per il terzo bivacco: lo raggiungemmo in sosta e soltanto al-
lora lo mettemmo al corrente della perdita dei viveri. L’amico non proferì parola
e ci fece capire che non voleva sapere nulla dell’accaduto: soltanto il suo viso
sconsolato, con gli occhi rossi a causa della polvere del granito, tradiva i suoi
pensieri.
Fui costretto a star-
mene seduto, con le
gambe nel vuoto e,
dopo aver recupera-
to un po’ di ghiaccio
da un canalino che
scendeva a pochi
metri dal minuscolo
terrazzino, prepa-
rai un po’ di brodo.
Una cena davve-
ro coi fiocchi…con
tanto di sabbia sul
fondo del pentolino
al posto del grana!
Poco dopo, mentre Una foto storica con alcuni dei protagonisti dell’alpinismo italiano degli anni
cercavo di prendere cinquanta. Al centro Bonatti e Oggioni. Accovacciati: Annibale e Aurora.
sonno, osservando le luci del fondovalle non potei non pensare ai cibi succolenti
preparati negli alberghi di Chamonix e quindi, salendo con lo sguardo verso il
Montanvers, notai con gioia tre piccoli fuochi. Le ragazze che avevamo cono-
sciuto avevano mantenuto la promessa: accendere un falò ad ogni nostro bivac-
co. Intanto la luna illuminava la cima del Monte Bianco, dal profilo inconfondi-
bile, ed alcuni aerei, apparentemente diretti verso la vetta, sembravano cambiare
direzione quando giungevano vicini, come se il punto più alto fosse per loro un
riferimento. Temendo di far precipitare il fornello e il pentolino quella notte non
riuscii proprio a dormire, complice anche il freddo. Pensavo a mia madre, alla
quale avevo detto che sarei stato via un paio di giorni - ormai ne erano passati
otto ed eravamo ancora in parete! - e ai ceri, che senza dubbio, aveva acceso in
mia assenza. Ogni volta che mi vedeva con le corde in mano, pronto a partire per
una scalata, si sentiva stringere il cuore: temeva sempre che mi potesse accadere
qualcosa. Mi sembrò anche di udire le solita raccomandazioni di mio padre:
“Stai attento comportati bene, non fare stupidaggini!” finchè, silenziosi come al
solito, i primi raggi del sole comparvero all’orizzonte.
26 luglio, quarto giorno: partenza senza colazione ma, in compenso, con dolori
in ogni parte del corpo. Cesare saliva con attenzione lungo una cresta obliqua in
direzione di un diedro verticale, Giorgio era impegnato ad assicurarlo mentre il
Bigio, visibilmente sofferente, si lamentava per le calzature acquistate a Chamo-
nix: erano troppo strette e rigide. Eravamo davvero provati, affamati, sentivamo
la cima vicina e avremmo voluto rilassarci un
po’. Ma ad un tratto un volo di Giudici, cau-
sato dalla fuoriuscita di un chiodo al quale
si era appena appeso, ci riportò bruscamente
alla realtà: Cesare, trattenuto da Redaelli,
finì penzolante poco sotto di me e, comuni-
cando di non essersi fatto nulla, mi disse di
aiutarlo a risalire. La caduta lo aveva tutta-
via scosso, tanto che non se la sentiva più di
continuare in testa, e dovetti prendere il suo
posto: un compito certamente impegnativo.
Avevo un paio di ottime pedule che mi garanti-
vano un’aderenza perfetta e, concentrato, la-
sciai la sosta diretto verso il diedro strapiom-
bante. Il dolore alle mani sparì e continuai
fino al punto massimo raggiunto da Cesare.
Ripiantai il chiodo e mi sentii all’improvviso
impegnato in un confronto nel quale non era
possibile barare: una sorta di dialogo con la
verità, un’esame senza la possibilità di ricevere alcun suggerimento. Ancora die-
ci metri e ritrovai le staffe abbandonate da Bonatti, oltre alle quali giunsi in bre-
ve al termine delle difficoltà. Piantai un chiodo di sosta, misi un cordino attorno
ad uno spuntone e recuperai prima Carlo, poi Cesare e infine Giorgio. Il pilastro
era sotto i nostri piedi, la salita terminata: esausti ma felici ci sdraiammo sulle
rocce sommitali. Restava la discesa, non banale ma confidavamo nella grande
esperienza del Bigio, a favore della quale giocava anche una visibilità perfetta.
E dal punto più alto, prima di cominciare le calate, notammo delle cordate che,
giovandosi dei nostri chiodi lungo la difficile variante diretta, ci avevano seguiti
a ruota: si trattava degli svizzeri Roger Halbersaat, Robert Wohlschlag e dei
francesi Adrian Billet, Yvon Kollop, Roger Salson ed Emile Troksiar.
Effettuammo undici calate in doppia, senza perdere tempo. Tuttavia fummo co-
stretti ad un’ennesima notte all’addiaccio, più o meno all’altezza del bivacco di
Charpoua ma in parete e con un vallone in mezzo. Scovato un rigagnolo d’acqua,
dal quale attingere per calmare la sete, consumammo il “cibo” rimasto - due
dadi…- e impossibilitato a prendere sonno a causa della scottatura al collo rime-
diata durante la discesa per l’attrito delle corde, pensai a delle possibili miglio-
rie ai materiali e agli indumenti per evitare simili inconvenienti. L’imbragatura
non era ancora stata inventata: le doppie si effettuavano ‘vestendo’ le corde, che
scorrevano sul corpo. Ma un sistema di calata diverso e più comodo doveva pure
esistere…Perso in questi pensieri, senza accorgermene mi addormentai e fu la
voce di Giorgio a riportarmi alla realtà: “Sono le cinque, Dino, è ora di ricomin-
ciare la discesa”. Effettuammo ancora quattro doppie - per sentire meno dolore
feci passare la corda dall’altra parte - e finalmente giungemmo nel canale. Lo
attraversammo scavando dei gradini nel ghiaccio, salimmo per delle roccette e
arrivammo al bivacco Charpoua, dove incontrammo due alpinisti. Domandam-
mo loro se avessero
qualche cosa da man-
giare e la risposta fu
desolante: “Alcune
caramelle…”. Rag-
giunta la Mer de Gla-
ce continuammo fino
al Montanvers e da lì
stanchissimi, affama-
ti, assetati, davvero
a pezzi, ci voltammo
verso la “nostra”
montagna, oggetto di Un giovane Carlo Mauri accarezza il suo cane ai Resinelli contorniato da:
Boga, Ugo Tizzoni, Antonio Piloni e Felice Butti.
desiderio e di grandi Archivio Famiglia Dell’Oro - MOdiSCA.
fatiche. Per fortuna le ragazze ci vennero incontro applaudendoci e le ultime bri-
ciole di energia le utilizzammo per dei calorosi e sinceri abbracci. Dopo giorni
passati in parete potemmo finalmente lavarci e cambiarci, anche perché la sera
stessa avremmo dovuto scendere a Chamonix, dove eravamo stati invitati dalla
stampa.
Seduti al tavolo di un’albergo della cittadina fummo tempestati da domande alle
quali, visto che era quello che conosceva meglio il francese, fu il Bigio a rispon-
dere. Fu poi la volta della cena anche se, purtroppo, appena dopo un paio di fette
di salame dovetti rinunciare a tutte le prelibatezze che ci venivano offerte: ecco
gli effetti del digiuno forzato…Ma non finì lì: quando giunse il brindisi bastò
un bicchiere di vino per farmi sentire completamente ubriaco. Ci riportarono
al Montanvers in treno e, dopo notti passate appeso, in posizioni assurde, poter
dormire sdraiati ci sembrò il massimo.
Tuttavia i problemi non erano ancora finiti: avevamo sì scalato il Pilastro Bo-
natti, ma non eravamo ancora a casa, e tornare senza una lira in tasca era forse
un’impresa ancor più disperata. Che fare dunque? Obbligare il maestro nella so-
luzione di questo genere di problemi, ossia Mauri, a dare il meglio di sé. Il Bigio
prese allora da parte la proprietaria dell’albergo e, dopo una breve conversa-
zione, ottenne la completa cancellazione del nostro conto. Sul trenino, per nostra
fortuna, incontrammo l’amico manovratore che ci condusse gratuitamente fino
a Chamonix e lì, dichiarando di essere guide e grazie anche ad una nostra foto
publicata sul giornale del mattino, riuscimmo ad ottenere un “passaggio” senza
spesa sulla funivia dell’Aiguille de Midi. Al rifugio Torino scendemmo a piedi,
tre ore di cammino nella neve molle, e affamati come al solito ordinammo quat-
tro piatti di pastasciutta: a risolvere il problema del conto, questa volta, fu un
militare caro amico del Bigio. La fortuna ci assistette anche in occasione della
discesa in funivia: il nostro “lasciapassare” fu Ubaldo Rey, nota guida italiana
che disse che eravamo suoi colleghi. Quindi, per arrivare a Courmayeur, entra
nuovamente in azione il solito abilissimo Mauri: dopo un tratto a piedi, con tutto
il materiale in spalla, Carlo vide arrivare un camion, lo fermò ed ottenne - non
potevamo dubitarlo - un passaggio. Cominciammo a chiacchierare con l’autista
che ci disse, destando il nostro interesse, che il gestore dell’albergo Montanina
era originario di Mandello Lario e, colmi di speranza, lo cercammo immedia-
tamente per poter avere, naturalmente gratis, vitto e alloggio per la notte. Il
gestore accolse le nostre richieste e, come se non bastasse, il mattino dopo ci
diede persino i soldi per il treno e la corriera: avremmo saldato i conti una volta
tornati a Lecco. Purtroppo, ed è l’unica nota negativa di questa grande avven-
tura, nessun giornale italiano dedicò particolare attenzione alla nostra impresa:
in quei giorni, infatti, la stampa nazionale era assorbita dalla triste vicenda del
naufragio dell’Andrea Doria.”
La mia autobiografia. “Momenti di vita. Conquiste ed esperienze”.

Nella primavera del 2004 in occasione del filmfestival di Trento, all’in-


terno di “Montagna Libri” presento il mio primo libro “Momenti di Vita. Conqui-
ste ed esperienze”. La storia di questo libro è molto complessa, a cominciare da
come mi possa essere venuta l’idea di fare un libro, io che fatico a scrivere anche
una cartolina. Direi che ho avuto molte pressioni esterne per mettere sulla carta la
mia vita di alpinista. Alla fine delle mie conferenze, quando mi soffermavo a dia-
logare, più volte ho sentito questa domanda: “Con tutto quello che racconta delle
sue molteplici scalate, i bellissimi e divertentissimi aneddoti che ci hanno vera-
mente deliziato, ma perché non scrive un libro?” Mi viene più facile dialogare
con le persone, che immaginare di mettere dei pensieri su carta. Nei miei tentativi
di scrittura, dopo giorni e settimane di faticoso impegno il risultato era sempre
una grande quantità di fogli stracciati, e quei pochi rimasti erano pieni di cancel-
lature e correzioni. Non c’è voluto molto tempo per farmi abbandonare l’idea di
diventare uno scrittore, ma mio figlio Mauro mi ha suggerito di provare con il
computer, e mi ha passato un suo vecchio portatile. Da quel giorno nella quiete
del rifugio è cominciata l’avventura e devo dire che da subito tutto è andato per
il meglio e nel giro di otto mesi, rovistando solo ed esclusivamente nei cassetti
della memoria, che si è dimostrata veramente affidabile, ho steso oltre duecento
pagine. Ma a questo punto sono obbligato ad aggiungere che senza l’aiuto del
signor Casati Enrico e della Grafica Sovico di Biassono (Mi) il mio libro forse
non sarebbe mai stato pubblicato e di questo non finirò mai di ringraziare.
Recensioni su il mio libro”Momenti di
vita. Conquiste ed Esperienze”.
Ci sono state diverse recensioni sul
mio scritto e a dire il vero mi sono
parse tutte interessanti; ve ne voglio
leggere un paio. Da Lo Scarpone,
notiziario mensile del Club Alpino
Italiano numero di marzo 2005. Ro-
berto Serafini scrive: “Scrivere lo ha
sempre in parte “disturbato” eppure
il lecchese Giorgio Redaelli ha sfor-
nato nel suo disinvolto italiano un li-
bro confessione che rispecchia il cuo-
re limpido e la classe di questo eroe
del sesto grado. Nato nel 35, la sua
La foto parla da sola sulla prova fisica e fama è stata finora eclissata dall’elet-
psicologica dell’impresa al Dru. ta schiera dei Bonatti, dei Piussi, dei
Mauri, rispetto ai quali è leggermente più giovane. Ma da quando ha ricevuto
sei anni fa il premio SAT, e i Ragni gli hanno (finalmente) concesso d’indossare
il loro rosso maglione, Redaelli ha deciso di farsi leggere oltre che ascoltare in
appassionanti conferenze. Di pagina in pagina scrive di getto e non si dimen-
tica di nessuno. E l’augurio è davvero che la sua fama d’ora in avanti non sia
più circoscritta alle Grigne e ai meravigliosi alpeggi della Valsassina dove oggi
contribuisce alla gestione del rifugio Aurora, un nido d’aquila che la moglie, ex
compagna di scalate, manda avanti ai Piani d’Artavaggio. In tredici capitoli rac-
conta soprattutto delle sue scalate in Civetta dove ha firmato il suo capolavoro
realizzando con Piussi e Hiebeler e Sorgato la prima invernale della Solleder.”
Un’altra recensione è quella del lecchese Renato Frigerio, grande conoscitore
della storia alpinistica e segretario del gruppo Gamma di Lecco che dice: “Dopo
essersi raccontato in tante conferenze, con il calore della viva voce e con l’imme-
diatezza di audaci immagini, Giorgio Redaelli si è cimentato in un’impresa che,
sul cominciare, gli può essere sembrata più ostica delle pareti da lui affrontate:
mettersi nei panni dello scrittore. La cosa gli è comunque riuscita, assai bene
anche, perché senza dubbio le sue pagine sono improntate dalla scorrevolezza
e dalla disinvoltura di chi non ha problemi a maneggiare la penna, tanto che in
chiusura del suo volume lascia addirittura intendere di non escludere per il futu-
ro di farci leggere le tante altre cose che ha ancora da dire. Bisogna riconoscere
che quanto scrive questo estroso alpinista risente della forza di intenso coinvol-
gimento che è caratteristica di chi è abituato a comunicare in modo aperto e im-
mediato, per cui, accattivati da una lettura sempre vivamente interessante, non si
resta disturbati più di tanto delle imperfezioni ricorrenti nella grammatica e nel
periodo. Non staremo qui ad elencare le conquiste narrate da questo formidabile
alpinista, che si è imposto ai vertici della scena italiana soprattutto negli anni
sessanta, indirizzando la sua attenzione in prevalenza verso quell’ammallian-
te gruppo del Civetta, inspiegabilmente troppo trascurato da altri protagonisti
dell’arrampicata, cosicchè a lui si è potuta riservare la prerogativa di diventarne
l’autentico dominatore. Tutto questo lo si potrà acquisire dalla descrizione am-
pia ed accurata da lui fatta, manifestando insieme, in una esposizione ricca di
concetti che sottendono una riflessione profonda e non comune, una naturalezza
ed una modestia che ci rendono comprensibile perché il suo nome sia rimasto
ingiustamente in ombra per tanto tempo.
Ci sembra invece di dover dare risalto al titolo che è stato posto a questo bi-
lancio autobiografico, perché mette in luce l’impostazione che Giorgio Redaelli
ha dato fin dall’inizio alla sua passione per la montagna, facendone una sola
cosa con lo scopo, con il piacere, con l’impegno del suo vivere. In questo senso
“Momenti di Vita” sono sì tutte le sue avventure di alpinista, ma, non staccate da
queste, si inseriscono le singole personalissime fasi esistenziali, dalla fanciullez-
za alla terza età, nell’intreccio con le sue montagne, con le sue pareti, con i suoi
incredibili bivacchi, con le sue soddisfazioni e le sue delusioni.”
Notizia presa dal sito di Bubu Bole
Agosto 2004, Bubu Bole apre una via sulla sud della Torre Trieste, impresa a
cui ho assistito in alcuni momenti dalla capanna Trieste. Questo exploit del sim-
patico Bubu non mi ha entusiasmato più di tanto per diversi motivi, senza nulla
togliere alla dimostrazione tecnico atletica del forte alpinista triestino. Da un suo
racconto preso da internet: “Una nuova linea per Patrick Berhault”, sono stato
indotto a fare delle riflessioni e a pormi delle domande. Bubu ad un certo punto
scrive: “Per ritrovare la motivazione però, sentivo sicuramente di aver bisogno
di cambiare la tipologia delle mie salite, ero stufo della solita minestra”. Penso
si riferisse alle salite in libera delle vecchie vie aperte in artificiale e continua :
“Forse è arrivato il momento di fare qualche cosa di nuovo…”.Questo pensiero
gli è venuto un giorno passando sotto l’imponente parete sud. Settecentocinquan-
ta metri di roccia grigia verticale e gialla strapiombante, tagliati da una sola via
aperta da Piussi e Redaelli nel 1959. Qui c’è un’integrazione da fare, perché
esistono almeno altre due vie precedenti alla Direttissima: la via Dell’Oro a si-
nistra e la via Carlesso sulla destra e se la memoria non mi tradisce, in tempi
più recenti, fra la Direttissima e la Carlesso è stata aperta un’altra via da parte
di alpinisti polacchi. Certamente sulla parete nord ovest del Civetta, e precisa-
mente sulla Punta, dove sono tracciate ormai da tempo due sole vie: a sinistra la
Andrich, a destra la Aste, itinerari che delimitano un grande paretone che dalla
cima del caratteristico zoccolo s’innalza per circa settecento metri, per un totale
di circa novecento metri, i giovani in cerca di gloria avrebbero di che divertirsi.
La maggior parte delle difficoltà, in riferimento a questa parete, non sta nella tec-
nica, ma nell’ubicazione alquanto scomoda e orientata a nord ovest. Per quanto
riguarda l’impresa mia e di Piussi del 1959 posso dire che noi siamo andati con
tutto il materiale fino in cima allo zoccolo, aiutati da due amici di Ignazio. Ab-
biamo attrezzato i primi trenta metri circa di placca gialla, poi siamo rientrati al
rifugio Vazzoler per tornare dopo tre giorni in parete e rimanerci cinque giorni
con quattro bivacchi praticamente appesi nel vuoto. Per quanto riguarda l’attrez-
zatura lascio a voi immaginare il tutto. Parlando della salita di Bubu di preciso
nel suo scritto non si riesce a capire quanto tempo abbia impiegato a risolvere
il problema. So di sicuro che sono stati quattro i compagni che si sono alternati
nei vari tentativi di preparazione, che nei bivacchi in parete hanno dormito in un
portaledge. Tutta questa impresa è culminata il 30 settembre. Questo è solo ed
esclusivamente il mio punto di vista, ma Patrick Berhault forse meritava una via
che assomigliasse un po’ di più al suo modo di andare in montagna. Chiudo con
una considerazione:nel 1959 certa stampa giudicò la conquista della parete sud
da parte mia e di Piussi con questo titolo su quattro colonne “Il troppo storpia
anche in alpinismo”. La stessa stampa ora cosa avrebbe dovuto scrivere?
Nel 2004 esce nelle librerie “Enciclopedia delle Dolomiti” di Franco de Battaglia
e Luciano Marisaldi. In questo libro non sono citato in prima persona, ma vengo-
no riportate le grandi ascensioni di Ignazio Piussi e Roberto Sorgato: Direttissi-
ma alla Torre Trieste, invernale della Solleder al Civetta, invernale della Livanos
alla Su Alto - Civetta.
Nell’estate del 2004 grande rimpatriata al rifugio Aurora per i componenti della
prima cordata italiana sulla mitica parete nord dell’Eiger, che nel 1962 conquistò
la leggendaria parete. Qui al rifugio si è meditato sull’alpinismo che non c’è più.
È da sempre il ritrovo degli alpinisti degli anni cinquanta, i grandi del passato
che, un po’ come i campioni del calcio, non si riconoscono nella piega presa dalla
disciplina nell’epoca contemporanea.
Dei protagonisti di quell’impresa mancavano il compianto Pierlorenzo Acquista-
pace detto Canela e Armando Aste, bloccato da un intervento chirurgico. C’erano
invece gli altri, accompagnati da Giovanni Capra, che stava scrivendo la storia di
quella ascensione (Due cordate per una parete, Corbaccio 2006): Romano Pere-
go, Gildo Airoldi, Andrea Mellano, Franco Solina. C’ero anch’io in quei giorni di
41 anni fa sull’Eiger, ma impegnato a scendere per salvarmi la vita in condizioni
disperate per il maltempo. Erano due le cordate e partirono indipendentemente
senza sapere una dell’altra. Ma arrivarono in cima entrambe. Si è parlato molto
di quell’impresa ma anche dell’alpinismo attuale. I giovani di oggi mi sembrano
non avere punti di riferimento. Noi compivamo imprese, loro compiono exploit.
È una cosa completamente diversa: le prime sono epiche e rimangono nella sto-
ria, le seconde sono virtuosismi tecnici che però vengono dimenticati appena
qualcuno li supera.
Intanto rimanendo un po’ nel tema dell’importanza che avevano per noi giovani
i punti di riferimento, che ci aiutavano molto nella crescita e nella conoscenza
della montagna, ricordiamo i nostri miti. Nel 2004, all’età di ottant’anni muore
Georges Livanos”il Greco” autore di una sessantina di prime ascensioni, alcune
con la moglie Sonia, moltissime nel gruppo del Civetta. Basti ricordare il diedro
Livanos alla Cima Su Alto. Livanos è stato il personaggio, l’alpinista, l’uomo
che più di tutti mi ha fatto amare il gruppo della Civetta. Purtroppo il 2005 ha
portato la perdita di un’altro grande amico e grande alpinista, punto di riferimen-
to importante nella mia vita di alpinista nel gruppo del Civetta. Cesare (CECI)
Pollazzon, gloria dell’alpinismo agordino e bellunese. La sua attività di alpinista
ha avuto la sua massima espressione negli anni 40, per lo più in Civetta dove ha
realizzato moltissime salite invernali sulle Torri Venezia, Coldai, Valgrande e di-
verse prime assolute. Primeggia fra queste la parete sud della Torre di Valgrande
(scalata assieme a Mariano De Toni nel 1941) ritenuta allora al limite delle possi-
bilità umane, ma anche lo spigolo nord est sulla stessa torre percorso sempre nel
1941 assieme a Giovanni Rudattis. Ceci ha dato l’addio alla sua Civetta l’estate
scorsa il 4 luglio al rifugio Vazzoler festeggiato dagli amici della sezione Agor-
dina del CAI. Ceci era nato ad Alleghe (Belluno) il 7 aprile 1910 e ci ha lasciato
sempre ad Alleghe il 20 gennaio 2005 alla tenera età di 95 anni: “Ciao Ceci ti
ricorderò sempre.”
A questi due personaggi, vorrei aggiungerne un altro che è scomparso anni or
sono: Armando Da Roit, guida alpina e grande alpinista, per me il punto di riferi-
mento più importante che abbia avuto in tutti gli anni che ho passato nel gruppo
del Civetta, quando Armando con la moglie Olga e le figlie Carla e Ottilia ge-
stivano il rifugio Vazzoler. Armando è la persona che pù di tutte mi ha aiutato e
insegnato a conoscere e amare le grandi pareti del Civetta.
Nel numero di Aprile Maggio 2005, la rivista della Montagna, CDA&Vivalda
Editori mi ha dedicato un bellissimo articolo intervista, corredato da nove bel-
lissime fotografie tratte dal mio archivio. Carlo Caccia mi ha fatto veramente un
gran regalo essendo il mio cinquantesimo anniversario di scalatore nel gruppo
del Civetta (1955-2005) e mi ha dedicato nella rubrica “Alpinismo Dolomiti -
Personaggi”, un articolo intervista intitolato “Mezzo secolo da Re”.
Caccia è un esperto scrittore e alpinista, mi piace come scrive e credo che non
avrà nulla in contrario se questo suo articolo lo copio integralmente per questo
mio libro.
“Mezzo secolo da Re”
“La lunga preparazione sulla roccia della Grigna. La prima ripetizione della
via Bonatti sul Petit Dru. Gli anni ruggenti del sesto grado in Civetta: la Torre
Venezia, la Su Alto, la Torre Trieste e poi, ancora, l’incredibile prima invernale
della via Solleder-Lettembauer sulla “Parete delle pareti”. E poi i grandi sca-
latori dell’epoca: Ignazio Piussi, Roberto Sorgato, Toni Hiebeler, Armando Da
Roit, George Livanos, Claudio Barbier...
Non ho proprio idea chi mi abbia ‘incoronato’: forse Alfonso Bernardi nel suo
libro “La grande Civetta”. So soltanto che, a un certo punto, mi sono ritrovato
‘sovrano’ di una delle montagne più belle, dove ho compiuto grandi salite e pas-
sato lunghe nottate…Di quel titolo ‘nobiliare’ io non ho proprio colpa: erano i
giornali che, in quegli anni, urlavano che “il re del Civetta vince ancora” e altra
roba del genere. Così di tanto in tanto dubito della legittimità del mio ‘trono’, si
sarebbero forse potuti sedere con maggior merito altri alpinisti... Altri alpinisti?
Ma quali? “Livanos, ad esempio. E poi non so…”. Silenzio: al nostro interlocu-
tore, nonostante gli sforzi, non viene in mente nessun personaggio che soddisfi in
pieno - o comunque più di lui - ogni requisito perché, se Tizio ha salito la tal via
e Caio un’altra e un’altra ancora, lui, Giorgio Redaelli, si ritrova sempre con
almeno un passo di vantaggio.
Da Mandello del Lario, sulla riva orientale del Lago di Como a pochi chilometri
da Lecco, con gran mole delle Grigne alle spalle, Giorgio giunse nel gruppo del
Civetta esattamente mezzo secolo fa, nel 1955, e fu subito amore a prima vista,
indissolubile. Moglie gelosa, dunque, come in genere tutte le compagne degli
alpinisti più incalliti? Proprio no, perché Aurora Rainelli ha la montagna den-
tro e, se oggi gestisce con il marito il rifugio ai Piani d’Artavaggio che porta il
suo nome, in gioventù arrampicava da capocordata anche su itinerari piuttosto
impegnativi. “La sua prima via fu la Cassin in Medale”, racconta Giorgio, “per-
corsa in compagnia di Claudio Corti (protagonista, suo malgrado, della tragica
vicenda del 1957 sulla parete Nord dell’Eiger, ndr). Me li immagino: lei, che par-
la solo italiano, con quell’omone taciturno che si esprime quasi esclusivamente
in dialetto…All’attacco Claudio le spiegò come legarsi, sul celebre traversino
le chiese se aveva bisogno di aiuto e, una volta usciti, le disse semplicemente
“brava”. Insomma: fu una salita piuttosto silenziosa…”.
L’incontro di Giorgio con la roccia fu invece drammatico, funestato dalla morte
di uno dei compagni d’avventura. “Era la primavera del 1953” racconta Reda-
elli, “avevo diciotto anni e rimasi profondamente colpito. Ero alla mia prima
esperienza di arrampicata, lungo la Segantini, in Grignetta, e l’entusiasmo ini-
ziale svanì immediatamente. E se, soltanto pochi mesi dopo, Toni Egger non fosse
mancato all’appuntamento con l’amico Cesare Giudici, credo che non mi sarei
mai più legato in cordata”. Come andarono dunque le cose? In modo naturale e
semplicissimo: vista l’assenza di Toni, con il quale avrebbe dovuto ritrovarsi ai
piedi del Nibbio (la storica palestra dei rocciatori lecchesi), Cesare invitò Gior-
gio a seguirlo lungo la via Campione d’Italia e poi sulla Boga, riuscendo in un
colpo solo a cancellare le sue paure. “Il giorno seguente arrampicammo anco-
ra - racconta il nostro protagonista - e quindi, dopo un paio di stagioni passate
sulle montagne di casa, ci ritrovammo a tu per tu con il Civetta. Avevo vent’anni
e tutto mi sembrava possibile, così notai immediatamente il giallo appicco me-
ridionale della Torre Trieste e, parlando con Armando Da Roit, fui informato
dell’esistenza degli itinerari di Raffaele Carlesso e di Mario Dell’Oro a destra e
a sinistra dei grandi strapiombi. Ma in mezzo, dove la muraglia sfida la gravità,
nessuno aveva ancora realizzato il grande sogno”.
Di fronte a quelle pareti il bisogno di agire divenne forte, tanto intenso da to-
gliere il sonno: cresceva la voglia di aggrapparsi alla roccia, di afferrare il mar-
tello e di piantar chiodi per sentirsi la sabbia addosso, negli occhi, tra i denti.
Il primo atto, in scena Giorgio e Cesare, fu la Tissi sulla parete sud della Torre
Venezia, alla quale seguì, il 3 e 4 settembre 1955 e non senza qualche titubanza
da parte di Giudici (“Ma sai chi sono i primi salitori di quella via? Gente forte,
molto in gamba…”), la prima ripetizione della Livanos, Gabriel, Da Roit sulla
parete nord ovest della Cima di Terranova. “Da allora non mi sono più fermato”
confessa Redaelli “e così, sostenuto da mia madre che non voleva che mi de-
dicassi al calcio, secondo lei uno sport ‘da villani’ particolarmente pericoloso,
passavo ogni momento libero sulla roccia”. Oggi vanno di moda i concatena-
menti? Ebbene: Giorgio e soci, in quegli anni, terminavano di lavorare il sabato
a mezzogiorno, salivano a piedi da Lecco o da Mandello al Pian dei Resinelli
e passavano il pomeriggio sulle staffe, al Nibbio. Il programma domenicale, in
Grignetta, era pressochè invariabile: tre o quattro vie ai Magnaghi, rapidamen-
te in cima, pranzo (si fa per dire…), Segantini in discesa e, Gandini all’Ago e
Mary all’Angelina oppure, in caso di affollamento o semplicemente per variare
il ‘menù’, Boga al Fungo e Accademici sulla Lancia. “E attenzione: la domenica
mattina, precisa il Giorgio, era vietato avvicinarsi al Nibbio, detto anche ‘Vigo-
relli’, perché si rischiava di incontrare uno dei ‘vecchi’ pronto a urlare: “Oh,
dove andiamo? A fare il teatro?”.
Migliaia di metri di arrampicata, un’esperienza sempre maggiore, con tanto
di prima ripetizione della via Bonatti al Petit Dru in una cordata internazio-
nale - con Giorgio e il solito Giudici, nel 1956, c’erano anche Carlo Mauri e
Dino Piazza e poi gli svizzeri Roger Halbersaat e Robert Wohlschlag e i francesi
Adrian Billet, Yvon Kollop, Roger Salson, ed Emil Troksiar- e tutto era ormai
pronto per dar vita al sogno sulla Torre Trieste.
“Quella salita portata a termine con Ignazio Piussi tra il 6 e il 10 settembre
1959” spiega Redaelli, fu la chiave di volta del mio alpinismo nel gruppo del Ci-
vetta, una sorta di trampolino magico. Mi attiravano le linee nuove, le avventure
nelle quali le incognite mi lasciavano senza fiato, e così nel decennio seguente
sono arrivate la prima assoluta dello spigolo sud est della Torre Venezia (era
il 1960), quella della parete della Torre delle Mede (l’anno dopo), le prime in-
vernali del diedro Livanos alla Cima Su Alto e della Solleder Lettenbauer sulla
‘parete delle pareti’ (rispettivamente nel febbraio 1962 e nel marzo 1963), la
direttissima sulla parete nord ovest del Pan di Zucchero (nell’agosto 1962) e
la ‘trilogia’ invernale del 1967, con la Andrich sulla Torre Venezia, la Da Roit
Gabriel sulla parete est della Cima Bancon e la Tissi sulla Torre Trieste. Chiusa
la serie, senza dimenticare un gran numero di ripetizioni e di tentativi tra cui
quello del diedro Philipp-Flamm in inverno, la nuova via, tracciata nel 1968 in
condizioni invernali, sulla parete est dello Spallone del Bancon.
Una collezione invidiabile, non c’è che dire, ma tra i vari ‘pezzi’ ce ne sono un
paio particolarmente interessanti: la Direttissima alla Torre Trieste e l’inver-
nale della Solleder-Lettenbauer. Perché? Le ragiono sono essenzialmente due:
la presenza al fianco di Redaelli di Ignazio Piussi, compagno tanto formidabile
quanto spigoloso, e l’essenza profonda di quelle imprese, modello e non plus
ultra dell’alpinismo di quegli anni, caratterizzato dall’ apertura di linee “impos-
sibili” sulle pareti più repulsive e poi dalle gelide odissee su muraglie incrostate
di ghiaccio e incredibilmente cariche di neve. Ma lasciamo la parola a Giorgio
che, come un treno in corsa, una volta lanciato non vorrebbe più fermarsi.
“Sulla Torre Trieste, abbiamo passato cinque giorni e quattro notti” racconta.
“Lì, quando piove, non ci si bagna proprio, in verità si è abbastanza… riparati
anche sulla nord della Cima Grande di Lavaredo, ma la nostra Direttissima è
ben più dura della Hasse-Brandler. Quella volta ci avventurammo in un modo
strano, capovolto di cui a un certo punto ci ritrovammo ‘prigionieri’. La fuga era
impossibile, l’unica via di uscita era in alto. Per fortuna andò tutto per il verso
giusto, a parte le solite ‘scaramucce’ con Piussi che non ha mai avuto un bel
carattere… Partimmo carichi come muli, con un gran numero di chiodi normali,
quasi cento a pressione, cinque martelli, altrettante corde, staffe in quantità e
un’assicella di legno che avremmo dovuto usare come sedile e che non arrivò
neppure in cima, perché già durante il secondo bivacco pensammo bene di bru-
ciarla, come i cunei durante l’invernale della Solleder. Ecco: la Solleder, dal 28
febbraio al 7 marzo, quarant’anni fa, quando nevicava davvero…cosa fu vera-
mente? “Qualcosa di pazzesco esclama Giorgio, oggi inimmaginabile… Eppure
in quei giorni, quasi epici, non persi mai il controllo e, più che dalle condizioni
della montagna, rimasi impressionato dalla straordinaria grinta di Ignazio: lui
andava, era come una ruspa, doveva uscire a tutti i costi. La sua forza era tale
da travolgere, o quasi, anche coloro che erano in parete con lui. E sulla Solleder,
ci tengo a ricordarlo, c’era anche Toni Hiebeler, con alle spalle l’invernale della
nord dell’Eiger: non un pivellino qualunque. Roberto Sorgato invece, ideatore
della salita ma bloccato a valle dalla febbre, era una persona squisita: alpinista
fortissimo, di classe immensa, ma anche un vero gentiluomo, un ‘signore’ come
pochi altri. Con lui, in giornata, salii la Costantini Apollonio sulla Tofana di Ro-
zes, lo spigolo Giallo della Cima Piccola e la Cassin sulla Piccolissima: erava-
mo affiatati, velocissimi e in un’altra occasione superammo senza bivacco anche
la tanto celebrata Hasse-Brandler. Ecco perché sono convinto della ‘superiorità’
della Direttissima della Torre Trieste.
Giorgio si ferma per qualche istante e, dopo una esplicita domanda a proposito
dell’invernale solitaria della Solleder riuscita nel gennaio 2000 a Marco Anghi-
leri, non esita a elogiare il giovane lecchese: “Bravissimo Marco, senza dubbio.
L’ho chiamato subito al cellulare, dopo la salita: sono stato la prima persona
con cui ha parlato, era ancora impegnato nella lunga discesa. Sulla nord ovest,
da soli, ci vuole fegato anche in estate: non è roba da tutti. Ma mi sembra giusto
ricordare che nel 1963, oltre ad avere a che fare con un’incredibile quantità di
neve che intasava camini e fessure, eravamo ‘addobbati’ con dei rozzi pantaloni
di lana recuperati non so dove da Hiebeler, con giacche a vento semplicissime e
con ai piedi scarponi doppi da due chili l’uno. Il cibo, poi… Altro che barrette e
integratori: se già all’inizio non era granchè, dopo il quarto bivacco - il quarto
di otto: sette in parete e uno durante la discesa - restammo senza viveri. Altri
tempi, sotto ogni punto di vista: per realizzare salite del genere si era persino
disposti a lasciare il posto di lavoro. Era normale, io non ci ho mai pensato trop-
po: le aziende avevano bisogno di buoni operai, non di ottimi alpinisti. Per cui la
fatica e i sacrifici non stavano soltanto in parete,anzi…”. Un interrogativo sorge
allora spontaneo: dove arrivava la forza per lanciarsi in quelle avventure, per
sfidare la montagna più severa nella stagione peggiore lasciandosi alle spalle un
vita ‘normale’? “Da una passione grande così” esclama Redaelli, “da qualcosa
che non si può esprimere facilmente a parole. Credo di essere stato tra i primis-
simi, con Rebuffat, a tentare di vivere di alpinismo, organizzando conferenze con
filmati e diapositive, e quelle serate - prima che nel 1963, a Milano, mi rubassero
tutto il materiale fotografico, ritrovato soltanto recentemente - mi sembravano
simili a quelle dei mis-
sionari negli oratori,
che mostravano cose
incredibili, lontane,
l’Africa e i suoi abi-
tanti affamati…Ho
avuto la fortuna di
vivere in pienezza, in
ambienti non omolo-
gati e a tu per tu con
persone singolari,
uniche. Come Cesa-
re Maestri - “uno dei
nostri”, una persona
con cui andrei volen-
tieri anche…al mare,
che a tavola porta
sempre allegria - e
poi Livanos, Walter
Philipp, e quel matto
di Claudio Barbier, di
cui è nota la salita in
giornata delle cinque
nord di Lavaredo. Ma
pochi sanno che du-
rante il primo tenta-
tivo, il giorno prece- Scrutando la nord dell’Eiger nel 1962. Qualche giorno dopo il tentativo di
dente quell’impresa Redaelli e Sorgato la cordata di Perego, Mellano, Airoldi, Solina, Aste e
incredibile, essendo Acquistapace porterà a termine la prima italiana della parete.
in ritardo sulla tabella di marcia, Claudio aveva deciso di fermare la sua corsa
dopo aver salito la Cima Ovest e la Grande… Ricordo poi che un giorno, di ri-
torno dalla Ratti alla Cima Su Alto, domandai a Da Roit dove fosse finito quello
‘spiritato’; e la risposta di Armando, tra il perplesso e il divertito, mi lasciò
senza parole. “Claudio? Sempre più bravo! È a Belluno, all’ospedale, è caduto
dal balcone del rifugio!”.
I ricordi si accavallano con il presente, e l’immagine del Civetta, di quella mura-
glia che non ha eguali, è davanti agli occhi di Giorgio: “Era un modo di vivere,
uno stile di vita. Non erano sempre rose e fiori, in verità, perché le polemiche
non mancavano mai - e alcune mi toccarono direttamente - ma sapevamo pensa-
re in positivo, andavamo addirittura oltre il positivo. Eravamo timorosi, è vero,
ma mai paurosi, su una montagna che sentivamo vicina, che in fin dei conti ci
lasciava fare e che solo raramente ci cacciava. Su quelle pareti ho bivaccato
un centinaio di volte, riuscendo a dormire otto ore filate persino sulla sud della
Torre Trieste: cosa pretendere di più?”.
Il 2005 è unanno per me di grandi ricordi legati ad alcune ricorrenze importanti,
legate anche al gruppo della Civetta. Tre sono i motivi che ritengo importanti
e, che evidenziano tre traguardi ormai conquistati: primo il raggiungimento del
settantesimo comple-
anno (30 luglio 1935
- 2005), secondo il
cinquantesimo an-
niversario della mia
prima ascensione nel
gruppo della Civetta,
e precisamente il 28
agosto 1955 salendo
la via Tissi sulla pare-
te sud della Torre Ve-
nezia, seguita pochi
giorni dopo, il 3 e 4
settembre dalla prima
ripetizione della Via
Livanos, Gabriel, Da
Roit sulla parete nord
ovest della Cima di
Terranova, con Cesa-
re Giudici; terzo il 24
settembre è il giorno
Giorgio con Livanos e altri alpinisti in Dolomiti negli anni cinquanta. del mio quarantacin-
quesimo anniversario di matrimonio: 1960 - 2005.
A parte qualche dolorino dovuto all’età, devo dire che questa estate mi sono pre-
parato meticolosamente, sono pronto per tornare in Civetta per festeggiare questo
cinquantesimo con alcuni amici di lunga data. Il mio primo obiettivo fissato con
alcuni giovani climber, è di valore assoluto per un settantenne, la via Carlesso
alla Torre di Valgrande e la via Tissi alla parete sud della Torre Venezia, dulcis in
fundo non mi dispiacerebbe risalire per la terza volta la via Solleder alla parete
nord ovest. Le cose a volte non vanno come si vorrebbe e, per diversi motivi que-
ste vie sono rimasti degli obiettivi solo programmati, e in seguito abbandonati per
problemi di tempo da parte dei miei giovani compagni. Il 24 settembre, giorno del
mio anniversario di matrimonio, grandi festeggiamenti da parte di figli e nipoti e
l’indomani parto per il Civetta, ho solo due amici con me, i coniugi Edo e Elda
Benetton con i quali da anni frequento assieme la montagna e che sono ben felici
di accompagnarmi. Il gruppo doveva essere essere molto più numeroso, ma un
po’ il tempo incerto, per alcuni problemi famigliari, per altri problemi dovuti a
qualche momentaneo acciacco dovuto all’età, siamo rimasti solo noi tre. Cambia-
no gli obiettivi, un poco più facili. Esclusa la via normale alla Torre Venezia per
le pessime condizioni del tempo, optiamo di salire sulla Cima di Terranova per il
Van del Giazzèr. Salire questa cima ha per me diversi significati: sentire che tipo
di emozione posso provare ad essere su quella cima cinquant’anni dopo, risalire
il Van del Giazzèr che si dice abbia cambiato completamente faccia (l’ultima
volta che sono passato da quelle parti e in discesa è stato nell’inverno del 1962).
Il tempo è veramente pessimo ma domani voglio salire ugualmente perché nella
parte alta del Van del Giazzèr il Cai di Agordo ha costruito un bivacco dedicato a
Cesare Tomè e mi piacerebbe vederlo, perchè ai miei tempi “quando non esisteva
il Tomè” da quelle parti qualche bivacco l’ho fatto, sia d’estate che d’inverno.
Così in giornata, io Edo e Elda raggiungiamo la Capanna Trieste che sorge in
cima alla val Corpassa percorrendo la carrozzabile da Listolade. Gli amici Gior-
gio e Liliana, gestori e proprietari della capanna, ci ricevono come sempre con
gran entusiasmo e con loro passiamo una bellissima serata. All’indomani mattina
con tempo alquanto incerto, accompagnati per un buon tratto di strada da Liliana
sulla sua indistruttibile Panda, raggiungiamo il rifugio Vazzoler. Elda la moglie
di Edo, che ha appena tolto il gesso da una caviglia, ha in programma una gita
solitaria verso Van delle Sasse, per testare le sue condizion. Una breve sosta per
salutare il Bruno che ha già cominciato a sbarrare porte e finestre del rifugio
(oggi è giorno di chiusura, la stagione è finita), poi io e Edo salutiamo Liliana e
partiamo per la nostra ascensione programmata, anche se il tempo non promette
niente di buono.
Quando ci inoltriamo nella pineta ci raggiunge la nebbia, il sentiero poco fre-
quentato è pieno di erbacce bagnate, bisogna essere pazzi per continuare, ma noi
un poco lo siamo, e andiamo avanti, constatiamo che anche questa volta non sia-
mo fortunati, al momento però non piove, c’è intorno a noi un silenzio assoluto,
l’unico rumore è quello che produciamo spostando i rami delle piante che inva-
dono il minuscolo sentiero, o quello dei nostri bastoncini che incocciano contro
i sassi sul sentiero. Costeggiamo da prima la Torre Venezia, poi la Torre delle
Mede, quando usciamo dal bosco di pini e mughi siamo bagnati dalla cintola in
giù, grazie all’erba alta. Passiamo ai piedi della Cima Bancon che risveglia in
me un’infinita mole di piacevoli ricordi, perché dal 1956 al 1968 su quella parete
ci sono passato tre volte: una volta d’estate e due volte d’inverno. Ora stiamo
camminando su dei ghiaioni immensi dove le tracce di sentiero s’intravvedono
appena appena, anzi il più delle volte le perdiamo. Questi posti solitari e fuori dal
mondo sono ormai poco frequentati, attirano poco le giovani leve alpinistiche,
che sono in assoluto maggiormente propensi ai luoghi meno impervi e più co-
modi. Mentre salgo e mi guardo in giro scattando qualche foto e filmando con la
piccola cinepresa digitale avuta da poco in regalo da Aurora, cerco di descrivere
all’amico Edo l’insieme delle pareti che sovrastano la val dei Cantoni; è la prima
volta che si avventura da questa parte della montagna. Perciò ci sono per lui delle
viste nuove come: la Torre di Babele, la Cima dell’Elefante, la Cima della Bu-
sazza che da questo versante si presenta diversa rispetto alla val Corpassa. Anche
la vista di profilo della parete sud della Torre Trieste si presenta molto particolare
anzichè dal rifugio Vazzoler. Camminiamo e fatichiamo in silenzio, su questi
ghiaioni senza traccia di sentiero si cammina male. Finalmente abbiamo un po’
di compagnia, anche se con molta discrezione, distanti, con un buon margine di
sicurezza, siamo accompagnati da alcuni camosci, di cui percepiamo la presenza
per le continue cadute di sassi e la vista di sterco fresco sul ghiaione, ma scrutan-
do attentamente sopra di noi riusciamo a individuarli. Fa invidia vedere con che
velocità e sicurezza si arrampicano su canali veramente ripidi. Dopo circa due
ore siamo all’inizio del canalone che porta sul Van del Giazzèr. Non è proprio
come me lo ricordavo, è diventata un’impresa risalirlo, e pure un po’ pericolosa.
Con la scomparsa dei primi due nevai, ci si deve avventurare su un fondo valle
molto friabile che con le piogge di questi giorni è percorso da molta acqua, con
ancora alcune macchie di neve e tanti grossi massi instabili: la memoria ha perso
punti di riferimento. Non c’è nè delusione nè rammarico in me, anzi sto scopren-
do visioni nuove e ne sono tanto felice, ma la cosa migliore è che questa felicità è
condivisa dal mio compagno d’avventura. Continuiamo a salire, ma il tempo non
accenna a migliorare. Siamo nelle vicinanze della base di quella che una volta era
l’inizio del Giazzèr ”o ghiacciaio” De Gasperi. Vorremmo raggiungere il bivacco
Tomè e lì passare la notte, ma il buon senso mi suggerisce che è meglio tornare.
Ormai incontriamo sul nostro cammino molta neve fresca che rende più difficol-
tosa la salita, la nebbia ha avvolto completamente la montagna, non vediamo più
niente, non posso fare fotografie e non posso nemmeno filmare qualche tratto di
canalone, così decidiamo di ridiscendere.
Rientriamo dopo oltre sei ore alla capanna Trieste e per dimostrare che la gior-
nata non è proprio quella giusta, al momento della partenza per il rientro a casa
troviamo la macchina dell’amico che presenta grossi problemi e deve essere ri-
morchiata e portata in garage a Taibon per un controllo: cambio della pompa ben-
zina e partenza rimandata all’indomani. Vi sembrerà strano, ma ogni volta che
sono da queste parti e da queste parti ci vengo da cinquant’anni, dedico il tempo
a disposizione ad una visita alle persone che negli anni mi sono sempre state
amiche. Sempre con la gentilezza di Giorgio e Liliana proprietari e gestori della
capanna Trieste e grazie alla loro Panda 4 x 4 sempre a disposizione per qualsiasi
evenienza facciamo visita ad Agordo alla signora Olga, vedova del compianto
Armando Da Roit. Armando per me è stato come un secondo padre, una persona
che mi ha aiutato in tutti i modi possibili. Questa famiglia non la dimentiche-
rò mai, quest’anno poi ho avuto la fortuna di incontrare anche le figlie Carla e
Ottilia che mi hanno dato un immenso piacere. Ma le mie visite quando sono
nell’agordino non si limitano all’incontro con le persone ancora in vita, ma quasi
sempre anche con quelle che non hanno avuto la fortuna di essere ancora qui con
noi, così faccio il giro dei cimiteri per ricordare Silvio, dell’osteria di Listolade;
Giosuè, gestore ai tempi del rifugio Coldai; Ermanno della pensione Coldai di
Alleghe, Ceci Pollazzon di Alleghe.
Riparata la macchina lasciamo con un po’
di rammarico l’agordino e il Civetta, ma
con la promessa di ritornare ancora una
volta e se le condizioni del tempo saranno
favorevoli, non mi dispiacerebbe salire in
cima al Civetta per la val dei Cantoni,
raggiungere il bivacco Tomè e l’indoma-
ni proseguire salendo prima la Cima De
Gasperi, poi la Piccola Civetta ed infine
raggiungere la cima principale. Delle sa-
lite al Civetta, questa è senz’altro la più
bella per il continuo variare del panora-
ma, per la vista sui Cantoni di Pelsa e del-
la Busazza. È un’ascensione che richiede
circa dieci, undici ore di cammino con
medie difficoltà e oggi dovrebbe essere
ancora più appetibile per la presenza sul
percorso del bivacco Tomè, così si può
Giorgio, Ceci e De Dorigo in “versione lacustre”. dividere l’ascensione in due giornate.
Questo itinerario è percorso di rado, è immeritatamente sconosciuto e il mio so-
gno è di girarci un piccolo documentario per farlo meglio conoscere. Se il tempo
e la fortuna mi daranno una mano, l’ideale sarebbe per me quello di passare una
notte al bivacco Tomè, ricordando così i miei cinquant’ anni di attività nel gruppo
del Civetta.
Intanto aumentano le pubblicazioni nelle librerie dov’è ricordata la mia figura
non solo di alpinista ma anche di collaboratore con le scuole di alpinismo. Ed
è proprio nel novembre 2005 che la sezione del Cai di Valmadrera presenta un
grossissimo volume di 480 pagine, nelle quali sono raccolte un incredibile nu-
mero di fotografie:
“L’isola senza nome. Storie di uomini e montagne” - dal Moregallo ai Corni di
Canzo fino al Cornizzolo… è un libro-guida per celebrare i 40 anni della scuola
di alpinismo Attilio e Piero Piacco. Alcune mie foto sono evidenziate in questi
racconti, anche perché della scuola di roccia Attilio e Piero Piacco sono stato il
primo direttore dei corsi e la mia opera si è protratta per ben otto anni.
Il 17 novembre 2005 ricevo un pacco postale da Edinburgo – Scozia – e questa
sorpresa mi ha fatto immenso piacere perché contiene il libro:
High Endeavours – The Life and Legend of Robin Smith – di Jimmy Cruickshank,
Canongate Books, Edinburgh.
Sono stato contattato circa tre anni fa da Jimmi Cruickshank, amico sin dall’in-
fanzia di Robin, compagno all’universita ed anche suo compagno di cordata.
Jimmy mi informava che stava scrivendo un libro sulla vita di Robin, e che fra
i tanti appunti avuti dai famigliari, aveva trovato una lettera scritta alla mamma
dal Civetta, dove racconta del nostro incontro al rifugio Vazzoler. Jimmy nella
sua prima lettera mi chiedeva se avessi qualche foto dell’epoca e qualche infor-
mazione maggiore sulle ascensioni che ho fatto assieme a Robin. Con immenso
piacere gli mandai un po’ di notizie del nostro breve incontro, in seguito inserite
nel libro. Ne riporto qui uno stralcio grazie alla traduzione fatta dall’amico pro-
fessor Fabio Vincenzi:
“Haston, in verità, non arrivò mai a Grindelwald, era tornato direttamente a
casa. Alla fine, Robin decise di non tergiversare più a lungo e, molto amareggiato
e arrabbiato, partì per l’Austria, dove sua sorella era in vacanza. Di lì conti-
nuò per collezionare una serie di cime dolomitiche; durante il percorso si trovò
nel cuore del massiccio del Civetta, al rifugio Vazzoler dove incontrò Giorgio
Redaelli, un formidabile scalatore italiano. Era così disgustato dai miei scar-
poni, disse Robin che mi promise di mandarmene un paio a Edimburgo. Lui è
sufficientemente famoso da poterne disporre di quante paia ne vuole, grazie alla
pubblicità che lui può fare alle ditte produttrici.”
Redaelli ricorda i giorni del Vazzoler con grande piacere.Incontrò Robin il 20
di agosto mentre aspettavo Ignazio Piussi per un tentativo alla direttissima della
parete sud della Torre Trieste. Poiché Piussi non sarebbe arrivato prima del 22,
aveva un giorno libero. Al rifugio non c’era nessuno, eccetto il custode, Armando
Da Roit, a cui chiesi chi era lo scalatore nel bivacco sul retro del rifugio. Rispose
che era lì da qualche giorno e che era uno scozzese. Robin non dormiva nel bi-
vacco ma sotto la veranda del rifugio; cosa insolita ma che talvolta succede con
scalatori stranieri, lontani da casa e senza soldi. Forse era lì da qualche giorno.
Andai a trovarlo e più o meno riuscimmo a scambiare qualche parola, a capirci
e subito diventammo amici. Alla sera mangiammo insieme nel rifugio. Robin non
aveva né cibo, né soldi. Aveva perso tutto ma non so come era accaduto; non
volle dirlo. Durante la cena ci accorddammo per scalare la Torre Venezia per la
via Ratti, il giorno dopo. Alle sei eravamo pronti fuori dal rifugio e il mio sguar-
do si fissò sui suoi scarponi. Assomigliavano a resti di guerra che ne avevano
passati di tutti i colori, ma ciò che colpiva di più erano i fermi per ancorare e
legare i lacci che erano quasi assenti in entrambi gli scarponi. Disse: “Ho perso
tutto e questi scarponi e il resto sono le sole cose che mi sono rimasti”. In queste
condizioni riuscimmo a scalare la via Ratti a tempo di record, alternandoci alla
guida.
Robin fu grande, grandissimo. Debbo dire che quando scendemmo dalla cima,
legati insieme, ero un po’ preoccupato; avevo paura (e più di una volta) di vedere
i suoi piedi uscire dagli scarponi, ma la sua forza e la sua tecnica erano grandi.
Fu una grande soddisfazione scalare con lui e il ricordo è ancora vivo in me. Ci
scrivemmo molte volte, soprattutto cartoline, e la sua ultima fu nel 1962 quando
scalò il Pic Garmo. In quel 21 agosto 1959, era nata una grande amicizia. Un
po’ di ospitalità scozzese può essere attribuita a Giorgio Redaelli per aver offer-
to a Robin non solo un pasto, ma due, poiché mangiarono ancora dopo la loro
scalata. La prima scalata della parete sud della Torre Trieste da parte di Giorgio
Redaelli fu felicemente realizzata in cinque giorni.
Le Dolomiti ispirano meraviglie a tutti quanti le vedono. Steve Read crede che
viste per la prima volta da un giovane scalatore, come lui stesso e Robin in quella
stagione, non potesse generare che incanto”.
Sono veramente felice di tutto quello che sta avvenendo attorno alla mia persona
in questi ultimi anni, sembra che tutto d’un colpo ci si sia accorti che in fondo la
mia storia possa essere interessante, e questo lo ripeto mi fa immenso piacere.
Ora credo sia giunto il momento di chiudere questa mia seconda fatica da scritto-
re e lo voglio fare carpendo alcune pagine ‘che mi riguardano’ da un libro finito
di stampare nell’aprile 2006.
“Due cordate per una parete” di Giovanni Capra, Editrice Corbaccio, Milano.
Un’altra storia di conquista alpina: 1962 la prima ascensione italiana alla parete
nord dell’Eiger da parte di grandi amici alpinisti : Armando Aste, Pierlorenzo
Acquistapace, Franco Solina, Romano Perego, Andrea Mellano, Gildo Airoldi,
ascensione avvenuta all’indomani del mio sfortunato tentativo con Sorgato a
questa terribile parete Nord.
Voglio riprendere questo scritto dal momento del mio incontro con l’amico Pier-
lorenzo Acquistapace “Canela per gli amici” alla Kleine Scheidegg, già descritto
nel mio libro “Momenti di vita”.
Pagina 202. “Acquistapace è sicuramente forte”
“L’indomani lasciarono il fienile di buon’ora e si inerpicarono direttamente fin
sotto i ghiaioni dello zoccolo. Piovigginava ancora e sulla parete sciamavano
ondate di nebbia. Incontrarono degli escursionisti lungo il sentiero che lambiva
la base e parve loro di intendere che sulla parete ci fossero delle cordate. Sce-
sero nuovamente verso gli alberghi. Non si accorsero che, fra la gente, c’era un
giovane in tenuta da alpinista, piuttosto basso di statura, dallo sguardo aperto,
che li stava osservando.
Questi aveva notato i loro scarponi, i Toni Gobbi di Armando e i Brixia di Fran-
co. Quei due, pensò, dovevano essere sicuramente italiani.
Senza indugiare oltre, si fece loro incontro.
“Scusate,siete italiani?”
“Si.”
“Ciao, sono Pierlorenzo Acquistapace, di Mandello Lario.”
Aste e Solina ebbero entrambi un moto di sorpresa; non avevano mai visto il ra-
gazzo che si era fatto avanti, ma il nome Acquistapace era loro ben noto.
Sapevamo che lui era di casa al rifugio Vazzoler. Aste, che nelle Dolomiti bellu-
nesi si sentiva a casa, in particolare sapeva di recenti imprese di Acquistapace
con Redaelli e Zucchi prima e poi con Redaelli e Lafranconi, su alcune pareti
inviolate del Gruppo del Civetta; sapeva che, nei primi di marzo del 1961, con
Giuseppe ‘Det’ Alippi e Beppe Lafranconi, Acquistapace aveva salito in prima
invernale la famosa via dei Francesi, la Couzy del grande strapiombo, sulla pa-
rete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Si trattava di scalate estreme, di sesto
grado continuo e artificiale.
Acquistapace, poco più che un ragazzo, vantava già un curriculum impressio-
nante.
Aste e Solina si presentarono e lui ebbe un sobbalzo. Aveva sentito bene? Un
istante e un flash gli rischiarò la mente: “Madonna, sono proprio loro!”
Aveva incrociato la cordata Aste- Solina!
Superato il momentaneo stupore e l’iniziale imbarazzo, Acquistapace riuscì a
contenersi: “Cosa fate qui?”
“Prima o poi bisognava venire a vedere questa parete, no?”, ammise spontane-
amente Armando.
Aste e Solina, due forti! Si disse ancora il giovane, e allora li informò di essere
lì da diversi giorni in attesa del bel tempo e che all’Eiger c’era già stato l’anno
precedente: “L’anno scorso io e Giuseppe Lafranconi eravamo su oltre l’Hin-
terstoisser, poi è venuto il brutto!”
Prese fiato, si schiarì la gola e azzardò la richiesta: poteva unirsi a loro nel ten-
tativo di scalata?
Franco e Armando si scambiarono uno sguardo e si appartarono un attimo. Li
aveva colpiti quel giovane che se ne stava lì da solo a fare la guardia all’Eiger.
“ Sono sempre stato restio a legarmi con un alpinista che non conosco! Però Ac-
quistapace è uno bravo, in Dolomiti ha dimostrato di essere valido. Sulla Couzy
hanno fatto tre bivacchi durissimi. Ed è anche simpatico! Tu che ne pensi, Fran-
co?”, chiese Armando al compagno.
“Acquistapace è sicuramente forte-rispose Franco - È qui da tempo, mi pare
molto determinato! In più ha già tentato l’anno scorso.”
“Su una parete lunga e pericolosa come questa, in tre si è più sicuri, osservò
Armando. Saremmo più lenti, ma più tranquilli.”
“È vero, in caso di un incidente, in tre è più facile venirne fuori!”, concluse
Franco.
“Dai vieni con noi!”. Lui non se lo fece ripetere; salì a smontare la sua tendina,
a prendere lo zaino e tutta la sua attrezzatura.
“Questo è l’anno buono”.
“Questo è l’anno buono!” aveva confessato Pierlorenzo alla sua Pinuccia quan-
do, in quel caldo luglio, aveva saputo che il Giorgio era andato all’Eiger. Stava
sui carboni ardenti, lui che c’era già stato l’anno prima. Non seppe resistere e
andò a trovare il “Det”, Giuseppe Alippi, l’amico di qualche anno più vecchio di
lui che aveva guidato la cordata alla prima invernale alla Couzy.
“Det” Alippi, conosciuto come un arrampicatore formidabile, era di Crebbio,
un borgo frazione sopra Abbadia Lariana, situato a balcone sul lago; faceva il
contadino e in estate si trasferiva su al Pian dei Resinelli per il taglio del fieno.
In breve misero a punto il loro accordo: Pierlorenzo andava a Grindelwald e
appena il tempo si fosse volto al bello, avrebbe telefonato al “Det” che l’avrebbe
immediatamente raggiunto per attaccare insieme la parete. Lafranconi non po-
teva essere della partita perché era sotto militare. Stava al plotone esploratori,
caserma Monte Biancom a La Thuile, in alta Val d’Aosta.
Quello era l’accordo ma quella telefonata al Det non arrivò mai.
Pierlorenzo era alla Kleine Scheidegg da oltre una settimana.
Dunque Aste aveva visto giusto. Quell’estate del ’62 erano molti gli scalatori
italiani per i quali era suonata la campana dell’Eiger.
Alla Kleine Scheidegg, infatti, c’era un’altra tenda di italiani, quella del lecche-
se Giorgio Redaelli e del bellunese Roberto Sorgato, accampati dalla metà luglio
sotto la Nordwand.
Pierlorenzo e Giorgio si conoscevano da sempre; erano cresciuti da vicini di
casa sin dall’infanzia a Molina, frazione di Mandello Lario, sul lago di Como, ai
piedi della Grigna; compagni di giochi da bambini, rapiti entrambi giovanissimi
dalla febbre della roccia, si erano spesso legati insieme fino a compiere temera-
rie arrampicate.
Redaelli aveva fatto parte della cordata dei Ragni di Lecco che, nel ’56, aveva
scalato, in prima ripetizione, la famosa Bonatti al Dru. Nel ’59, con il friulano
Ignazio Piussi, aveva tracciato la direttissima sulla parete sud della Torre Trie-
ste, giudicata in quegli anni la più grandiosa arrampicata in artificiale della
catena alpina. In Civetta, aveva altre due prime all’attivo, lo spigolo est della
Torre Venezia con Corrado Zucchi e l’amico d’infanzia Acquistapace e la parete
est della Torre delle Mede ancora con Acquistapace e Giuseppe Lafranconi.
Assiduo del gruppo del Civetta, anche lui di casa al rifugio Vazzoler, Redaelli
aveva conosciuto Roberto Sorgato, un giovane rocciatore bellunese.
Avevano stretto amicizia e nell’estate del ’61 avevano deciso che nel ’62 avreb-
bero tentato il gran colpo: la nord dell’Eiger. Per allenarsi, avevano fatto, insie-
me, tutte le grandi vie delle Lavaredo; erano stati i primi a ripetere, in giornata,
la famosa Hasse-Brandler alla Cima Grande.
Nel febbraio del ’62 avevano compiuto un’impresa straordinaria scalando, in
prima invernale, il diedro Livanos-Gabriel alla Su Alto, in Civetta. Avevano tra-
scorso tre epici bivacchi con temperature polari, su quella via giudicata fra le
più difficili delle Dolomiti. Erano dunque pronti per la partita con l’Eiger.
E sull’appicco della Nordwand, in quei giorni, dopo vari tentativi ostacolati dal
maltempo, stavano giocando le loro ultime carte. Sorgato e Redaelli avevano
attaccato due volte e due volte erano stati respinti dalla tempesta.
La troupe di Trenker girava il film, in quel mese di luglio. Al servizio di Trenker
c’erano uomini famosi dell’Eiger come Walter Almberger, membro della squadra
che l’anno prima aveva salito la Heckmair in prima invernale; oltre a guide e
portatori della valle, c’era anche Hilti Von Allmen, autore di una salita lampo
sempre nel ’61. Anche i due italiani, ormai cronicamente a corto di denaro, fu-
rono ingaggiati da Trenker per aiutare nelle ripetute riprese in parete e come
controfigure dei protagonisti.
Il clamore della stampa, ai piedi della Nordwand, raggiunse toni parossistici.
Giornalisti e fotografi della stampa rosa, soprattutto tedesca, alimentavano il
gossip su presunte storie d’amore all’interno della troupe, e ovviamente, tra i
protagonisti, l’aitante Toni Sailer e la bella Elke Roesler. Il film “Sein beste Freu-
nd, Drama am Eiger“ (Il suo miglior amico, dramma sull’Eiger), era una storia
di amicizia, amore e di gelosia con annesse scalata e tragedia sulla Nordwand.
Ne sarebbe risultato un insopportabile melodramma, addolcito dall’amore finale
tra il bel Toni e l’algida Elke.
Ma questo allora non si sapeva.
Ad Alpiglen e alla Scheidegg gli alberghi erano da tempi esauriti ed erano sorti
veri e propri villaggi di tende, ai cannocchiali c’era la fila, turisti e gente del
cinema erano mescolati ai giornalisti e ai curiosi.
Il 24 luglio, Brian Nally e Barry Brewster, due giovani scalatori inglesi, avevano
attaccato la Nordwand. Diversi giornalisti e fotoreporters d’oltremanica erano
in attesa: c’era in ballo la prima ascensione britannica e alla Scheidegg erano
arrivati anche Don Whillans e Chris Bonington, i due più famosi alpinisti del
Regno Unito. Anche loro, come Pierlorenzo Acquistapace, erano tornati esatta-
mente un’anno dopo essersi incontrati in piena parete.
Nally e Brewster avevano bivaccato al Nido di Rondine; l’indomani, superato il
Primo Nevaio e il Budello di Ghiaccio, avevano attaccato il Secondo Nevaio. A
pomeriggio inoltrato, si erano trovati sul Ferro da Stiro, sul quale l’imbuto del
Ragno convoglia tutti i sassi che cadono dall’alto. Allo scoperto, sotto il fuoco
delle scariche, Brewster era stato colpito da una pietra ed era precipitato per
oltre quaranta metri. Il compagno era rimasto accanto a lui ma una successi-
va scarica di pietre aveva trascinato il povero Brewster nell’abisso. Anche Don
Whillans e Chris Bonington erano in parete sulla Nordwand, a un giorno di sca-
lata dietro i loro sfortunati connazionali. Ignari di quanto era accaduto sopra
di loro furono allertati dai soccorsi. Abbandonarono il loro tentativo di salita e
nel pieno del temporale, sotto il fuoco delle pietre e delle scariche, raggiunsero
l’estremità superiore del Secondo Nevaio dove Brian Nally era bloccato, in pre-
da a grave stato di shock e incapace di connettere. Lo legarono alla loro corda,
traversarono in discesa l’enorme accecante pendio, scesero e passarono l’Hin-
terstoisser e lo riportarono in salvo fino allo Stollenloch.
C’era ampio materiale per gli inviati del Times e del Daily Mail che si buttarono
a capofitto sulla triste vicenda. Redaelli e Sorgato attendevano impazienti la loro
ultima chance, ma il 31 luglio di quel 1962 furono fermati da un’altra tragedia.
Lo svizzero Adolf Derungs, che nel ’61 aveva compiuto la sedicesima ascensione
della Nordwand, era in parete per tentare la prima solitaria, una squadra di
Trenker lo avrebbe filmato dalla cresta occidentale, ma Derungs scivolò e preci-
pitò prima dell’Hinterstoisser. Come lui, l’anno prima, nel suo secondo giorno
di scalata solitaria, l’austriaco Adolf Mayr aveva mancato un appoggio quando
era sotto il camino della Cascata ed era volato nell’abisso della Nordwand fino
sui ghiaioni dello zoccolo.
Il meteo avverso e le tragedie di quel luglio costrinsero i due italiani a rimandare
nuovamente la loro partita con la Nordwand.”
E con con questo ultimo brano riguardante la parete nord dell’Eiger ho deciso di
chiudere questa mia seconda fatica da scrittore, affermando con soddisfazione,
che questo secondo racconto l’ho fatto con molta più passione, perciò mi è co-
stato meno fatica.
Ho un’età un poco avanzata, “i 70 li ho superati”, però se con un po’ di fortuna la
salute continua ad assistermi come ha fatto fino ad ora, sento che ho ancora molto
da dare e da dire, principalmente ai giovani che si avvicinano alla montagna, e
non solo. Gli oltre cinquant’anni di esperienze vissute nell’ambito sportivo (al-
pinismo, sci, tennis, golf) formano un bagaglio non indifferente di “esperienze”
che si ottengono solamente vivendo giornalmente e per anni all’interno di queste
attività sportive. Io ho avuto la fortuna di vivere lavorando e praticandoquesti
sport. Oggi con il mio documentario “Momenti di vita. Conquiste ed esperienze”
cerco attraverso conferenze e dialoghi con il pubblico, di trasmettere ai giovani
tutto questo.
Mi sembra giusto chiudere con il proverbio: “Dare a Cesare quel che è di Ce-
sare” perciò in alcune pagine di questo mio racconto ho avuto modo di dubita-
re sulla imminente apertura della nuova strada Lecco Ballabio. Correva l’anno
2000, oggi, primavera anno 2006 la strada è stata finalmente aperta. Stessi dubbi
li ho nutriti e descritti anche per la funivia che da Moggio conduce ai Piani di
Artavaggio. Gli anni erano sempre gli stessi, ma anche la funivia sembra proprio
che a breve debba ripartire e finirà così l’isolamento di questa bellissima località
della Valsassina.
Purtroppo un po’ per l’età, un po’ perché i figli hanno preso altre strade, non
abbiamo ancora deciso la data, ma è nostra intenzione, con molto rammarico, di
lasciare dopo ventisei anni il rifugio Aurora, nel quale io e mia moglie abbiamo
fatto tanti sacrifici per la gestione, specialmente in questi anni dopo la chiusura
della funivia Moggio Artavaggio.
Sabato ventisei marzo 2006, ultimo fatto spiacevole di questa mia avventura le-
gata ai Piani di Artavaggio: sceso a valle per partecipare presso il Cai di Valma-
drera ad una serata per festeggiare il grande alpinista lecchese Claudio Corti,
domenica mattina, di ritorno dopo avere fatto la spesa da portare al rifugio, salgo
al passo della Culmine di San Pietro, località Pinscei. Duecento metri oltre la
sbarra in pieno bosco, ho la brutta sorpresa: la mia motoslitta è sparita. Questo
furto è l’ultimo di una serie di “spiacevoli dispetti” che mi sono stati fatti in que-
sti ultimi anni. Il fatto di quest’ultimo furto non posso dire che non cambi niente
nella mia vita, qualche cosa cambia, e come se cambia. Sì, è anche vero che in
questi anni succedono cose peggiori però forse è il colpo di grazia per convincere
principalmente mia moglie che è sempre stata l’anima del rifugio che è giunta
l’ora di ritirarci a vita privata.
Così, con molto rammarico, il 31 ottobre 2007 finsce anche l’avventura del rifu-
gio Aurora.

Una nuova vita


Ora senza l’impegno del rifugio la mia vita è in parte cambiata, non sono
riuscito a comprendere bene se sia cambiata in meglio o in peggio, visto che mia
moglie durante la giornata ha dei momenti di nostalgia che la rendono molto si-
lenziosa e pensierosa; d’altronde è comprensibile: non è facile dimenticare i ven-
totto anni passati al suo rifugio, da noi voluto ma praticamente solo da lei portato
avanti e fatto crescere. In tutti questi anni i nostri clienti sono diventati amici e
oserei dire parte integrante della nostra famiglia. Ad aiutare Aurora a non dimen-
ticare, ci sono giornalmente telefonate di clienti e non che chiedono informazioni
sul tempo o per prenotare un pranzo o un posto letto. Ora che non abbiamo più il
rifugio sembra che al telefono siano pure aumentati e ad Aurora dispiace molto
dover dire che il rifugio è chiuso definitivamente: sì perchè ora quello che è stato
il rifugio Aurora è solamente una casa privata di nostri amici.
Le giornate di Aurora ora vengono dedicate per lo più a rendere più vivibile la
nostra casa di Cassina Valsassina, in questi anni alquanto dimenticata e poco usa-
ta in quanto la maggior parte dell’anno risiedevamo al rifugio. Molto tempo ora
viene dedicato anche a figli e nipoti.
La montagna non l’abbiamo dimenticata e un paio di volte alla settimana andia-
mo a camminare: in Grigna, sul Resegone, al Pian delle Betulle, verso il Pizzo
dei Tre Signori, al Legnone e tante altre mete, principalmente sulle Prealpi Oro-
biche. Per quanto mi riguarda, la mia giornata è più piena: mi piacerebbe tanto
tornare ad arrampicare ma ho qualche problema fisico, niente d’importante, ma la
cervicale mi crea alle volte delle perdite d’equilibrio e questo fatto in montagna
“specialmente se sei in parete” è alquanto pericoloso. Così l’amico medico mi ha
dato dei consigli: “Vai pure in montagna ma cerca di frequentare sentieri facili
e non molto esposti”, oppure sarebbe meglio per un po’ andare a giocare a golf
‘mia seconda grande passione’, così in caso di vertigine e perdita di equilibrio
non mi procurerei un grande danno cadendo sull’erba.

Intervista di Paola Favero


Paola Favero pubblica un libro sul Civetta, e fra le sue pagine c’è posto
anche per una intervista che Paola mi ha fatto in autunno al rifugio Aurora, e che
vado a trascrivere.
Giorgio Redaelli
“Ogni volta che arrivo a Lecco, e ritrovo l’immagine di questa splendida città
cresciuta sulle rive del lago e raccolta dentro un abbraccio di pareti e montagne,
si rafforza in me la sensazione – un impulso emotivo più che una valutazione
razionale – che doveva per forza essere un posto di alpinisti.
Ed è cosi: tent’è vero che qui sono nati e cresciuti molti dei protagonisti della
nord ovest della Civetta, parete famosa ma piuttosto lontana. Anche Giorgio Re-
daelli.Che appena iniziamo a parlare sottolinea subito di essere nato a “Mandel-
lo Lario, ai piedi della Grigna, a 10 km da Lecco.”
“E quando ha iniziato ad andare su per le crode?”
“Molto presto, anche se a dire il vero la mia prima esperienza di arrampicata in
cordata è stata negativa. Avevo forse 18 anni ed ero salito al Pian dei Resinelli
con i compagni della squadra di calcio dell’oratorio per fare la Cresta Segantini,
un’escursione molto conosciuta tra gli alpinisti di Lecco e già abbastanza im-
pegnativa. Durante la salita tutto va per il meglio, e superiamo senza problemi i
vari passaggi di arrampicata che man mano incontriamo, fino ad arrivare poco
sotto la vetta. Qui ci sleghiamo ed iniziamo a salire le facili roccette che ci sepa-
rano dalla meta, ma proprio quando tutte le difficoltà sono finite un’altra cordata
muove un sasso che colpisce in pieno uno dei miei amici. Piero muore, ha solo
17 anni, e per me è un colpo terribile: improvvisamente mi rendo conto del lato
oscuro della montagna e decido di smettere.
Ma l’anno seguente, il 1954, mia madre mi manda qualche giorno al rifugio
Porta al Pian dei Resinelli, dove si trova in vacanza mia sorella. Al rifugio fac-
cio amicizia con il figlio del gestore, Cesare Giudici, che è molto giovane ma
appartiene già al gruppo dei Ragni di Lecco. Quando arrivo lui sta aspettando il
famoso alpinista austriaco Toni Egger, per fare assieme una scalata sui Corni del
Nibbio. Mi chiede di accompagnarlo sotto la via, e così salgo fin là…ma Egger
non arriva, e alla fine Cesare mi propone di salire al suo posto. E senza quasi vo-
lerlo mi ritrovo legato alla sua corda, su per una difficile via, che presenta alcuni
passi di 6°…Tutto va per il meglio, l’esperienza mi riempie di gioia e di orgoglio
e il giorno seguente sono di nuovo su per le crode con altri alpinisti suoi amici e
poi di nuovo col Cesare, con cui si stabilisce un legame sempre più intenso.
“E in Civetta, quando ci è arrivato?”
“Quasi subito…anche se a dire il vero non era proprio nei miei progetti. Il fatto
è che noi a quel tempo eravamo dei poveracci, senza soldi e senza mezzi per
spostarci, cosiì qualche volta per raggiungere la base delle pareti aprofittavamo
dei passaggi che ci dava il dottor Carlo Cesana, un vero appassionato di mon-
tagna che quando poteva non rifiutava di accompagnarci in qualche avventura.
Così nel settembre del 1955, ancora increduli, siamo saliti sulla sua 500 con
destinazione le Tre Cime di Lavaredo, dove avevamo l’ambizione di scalare la
famosa via Cassin sulla Ovest. Ma ad un certo punto durante il viaggio il dottor
Cesana ci confida un suo desiderio: ci terrebbe molto a farci conoscere la Civet-
ta, almeno a farcela vedere: è una montagna spettacolare, insiste, ne saremmo
certamente entusiasti. A dire il vero a noi questa proposta non interessa per nulla
anzi, siamo quasi delusi e vorremmo andare subito sulle Tre Cime. Ma non ce
la sentiamo di mostrarci ingrati verso il nostro accompagnatore, e così accon-
sentiamo alla sua proposta a patto che dopo si riparti subito per il nostro primo
obiettivo. Così imbocchiamo un po’ imbronciati la Val Cordevole, accompagnati
da una cappa di nuvole e nebbie che si fa via via più fitta, e saliamo al Vazzoler
sotto una leggera pioggerella senza poter vedere nulla. Ma mentre siamo là al
rifugio, sempre più insofferenti, la moglie del gestore Armando Da Roit, il famo-
so “Tama”, ci chiama, e ci mostra un raggio di sole che attraverso le nuvole va
ad illuminare la Torre Trieste.
La nebbia si sta dileguando e davanti ai nostri occhi si apre all’improvviso uno
scenario fantastico, assolutamente inaspettato. Resto quasi senza fiato alla vista
della splendida Torre Trieste e da quel momento essa entra prepotentemente nel
mio cuore.
La mattina dopo con Giudici facciamo la via Tissi sulla Torre Venezia: tutto va
bene, siamo veloci e sicuri, e quando scendiamo il Tama stesso ci dice che po-
tremmo aspirare a qualche ascensione più importante, come la prima ripetizione
della via che lui stesso ha aperto sulla Cima di Terranova in cordata con Gorge
Livanos e Robert Gabriel.
Io sono subito entusiasta, vorrei salire già la mattina seguente, ma il mio amico
Giudici si tira indietro, ed insiste perché riprendiamo il nostro primo obiettivo e
ci spostiamo sulle Tre Cime”
“Allora in Civetta è davvero capitato per caso…ma poi, come va a finire?”
“Va a finire che quella sera arriva al rifugio proprio…Robert Gabriel. E natu-
ralmente passiamo tutta la sera a parlare con lui e sentire i suoi racconti, e man
mano che la conversazione si approfondisce il mio amico Giudici comincia a
cambiare: dapprima silenzioso e distaccato diventa via via partecipe e coinvolto,
fino a dirmi che per quella salita della Terranova…beh, si poteva anche fare!
Così il giorno seguente andiamo all’attacco della via con lo stesso Gabriel e
vediamo per la prima volta la parete delle pareti. Guardiamo l’itinerario con
il binocolo e prendiamo appunti, pronti a salire la mattina seguente. Purtroppo
però durante il primo tentativo Cesare vola su uno dei passaggi chiave, uno
strapiombo molto difficile appena sopra lo zoccolo. Per fortuna non si fa niente
di grave, ma io per trattenerlo mi sono bruciato una mano e così preferiamo
tornare giù. Arriviamo al rifugio sfiduciati ed abbattuti, ma lo stesso Gabriel
ci conforta dicendo che abbiamo reagito benissimo e così, dopo un giorno di
riposo, decidiamo di riprovare. Questa volta va decisamente meglio. Il Cesare
supera subito il passaggio e anche se più sopra ne troviamo altri davvero impe-
gnativi riusciamo comunque a portare a termine l’ascensione. Per ripetere la via
impieghiamo 21 ore di arrampicata e facciamo il nostro primo bivacco in pare-
te, davvero emozionante e indimenticabile. Durante la salita il Cesare va quasi
sempre da capo cordata, tranne l’ultimo tiro, molto delicato, in cui lo sostituisco
io. Torniamo al Vazzoler entusiasti e carichi di gloria, e là siamo accolti con
mille festeggiamenti, soprattutto dal dottor Cesana, felice che la passione per
questa montagna abbia contagiato anche noi: chissà cosa avrebbe pensato nel
sapere che un giorno mi sarei guadagnato l’appellativo di “re della Civetta”.
“Ma dopo questa prima salita sulla Cima di Terranova, quando è tornato di
nuovo sulla Civetta?
“L’anno successivo, con un compagno svizzero conosciuto sul Petit Dru, con cui
ho ripetuto la Carlesso alla Trieste e la Gabriel- Da Roit alla Cima Bancon. E
poi ogni estate, ogni volta che potevo.
“E la Cassin alla Ovest delle Lavaredo?”
“Ah…quella l’ho fatta solo sei anni dopo. Aveva ragione il dottor Cesana, dopo
aver visto la Civetta e le sue Torri, tutto il resto è passato in secondo piano e la
sua passione per quella montagna mi ha contagiato. Nonostante avessi un sacco
di problemi con il lavoro – a causa della montagna sono stato licenziato 5 volte!
– ogni volta che potevo, tornavo ad arrampicare e quasi sempre sulla Civetta.
Già dalla prima volta mi aveva colpito la grande parete sud della Torre Trieste,
e coltivavo il sogno di poterla un giorno salire…”.
“E ci è riuscito, neppure molto tempo dopo, con Ignazio Piussi!”
“Sì, ci sono riuscito, ma devo dire che la mia fortuna è stata di aver incontrato
un grande alpinista come Ignazio, che alla capacità tecnica univa una forza
davvero eccezionale”.
“Ma dove vi siete conosciuti? E come è nato il vostro sodalizio?”
Ci siamo incontrati alla Scuola Alpina di Aosta, dove abbiamo girato insieme
dei film didattici. Piussi era un alpinista fortissimo, forse il più forte di quegli
anni, ma aveva un carattere duro, tremendo, senza pietà. Nell’estate del 1959,
di ritorno da alcune salite nel gruppo del Monte Bianco, vengo licenziato. Così
decido di anticipare il tentativo alla Trieste e alla fine di Agosto salgo al rifugio
Vazzoler dove pochi giorni dopo, carico di materiale, mi raggiunge Ignazio. La
salita della direttissima alla Trieste ci impegna per più giorni, poiché il primo
tentativo è interrotto dal cattivo tempo. Poi però torniamo all’attacco e in cinque
durissimi giorni di arrampicata, su placche gialle e strapiombanti di incredibile
difficoltà, con roccia spesso infida e friabile, riusciamo a tracciare la nostra via,
che lo stesso Tama definisce “la via più dura e impegnativa di tutto l’arco alpi-
no”. Devo ammettere che in questa salita Piussi ha davvero superato sé stesso,
con una caparbietà incredibile, lottando anche un intero giorno per superare
meno di 100 metri di parete”.
“E Roberto Sorgato?”
“Roberto era tutto diverso…un grande alpinista, completo, ed anche profon-
damente umano. Lui era fortissimo in libera, Piussi era il più forte e basta. Ci
siamo conosciuti nel 1961 grazie a Piero Rossi, che ci ha messo in contatto, e
siamo andati ad arrampicare assieme realizzando una delle prime ripetizioni
della Hasse-Brandler in Lavaredo. Dopo quella salita io e Roberto ci siamo dati
appuntamento per l’inverno successivo, con l’intenzione di tentare due impor-
tanti salite sulla Nord-Ovest della Civetta: la Solleder-Lettembauer e il diedro
Livanos alla Su Alto. Nel frattempo io mi ero sposato con Aurora, una brava alpi-
nista che avevo conosciuto qualche anno prima, e in gennaio era nato mio figlio
Mauro. Nonostante gli impegni famigliari andavo sempre in montagna, ma non
potevo assentarmi dal lavoro per tanto tempo come facevo prima, rischiando di
essere licenziato…adesso avevo una famiglia da mantenere! Quell’anno le con-
dizioni della Solleder non erano buone e per andare sul sicuro io, Roberto ed il
suo amico Giorgio Ronchi abbiamo deciso di tentare il diedro Livanos. Prima di
riattaccare la via passiamo 3 giorni bloccati in una baita in Val Civetta: il fred-
do è intenso, attorno ai -30, e c’è un vento fortissimo. All’alba del 19 febbraio
decidiamo comunque di tentare e impieghiamo un intero giorno per portarci alla
base della parete e superare lo zoccolo, che appare particolarmente insidioso.
E proprio quando arriviamo in prossimità della grotta che si trova all’inizio del
diedro un sasso mosso dalle corde colpisce Ronchi in fronte. Passiamo la notte
nella grotta applicando ghiaccio sulla ferita che Ronchi, detto Simon, ha proprio
sopra l’occhio, e che sembra piuttosto profonda. Discutiamo un po’ con lui sul da
farsi, gli diamo qualche aspirina e alla fine decidiamo di continuare. La mattina
seguente il tempo è splendido ma freddissimo; Roberto inizia a salire lungo il
diedro strapiombante, che si presenta pulito dalla neve ma anche senza chiodi
che avrebbero dovuto esserci: solo dopo sapremo che in autunno una cordata li
aveva tolti. Così Sorgato deve anche provvedere alla chiodatura, ma per fortuna
abbiamo materiale a sufficienza e l’assoluta determinazione a continuare. È alla
fine di questa seconda giornata che passerò il più brutto bivacco della mia vita:
appeso alle staffe completamente nel vuoto e diviso dai miei compagni, che si
sono fermati in un minuscolo terrazzo poco più sopra. È una notte spaventosa,
lunghissima, senza poter scaldare niente e in balia del freddo e del vento che mi
fa dondolare nel vuoto…con la sola compagnia dei lamenti di Ronchi, che sento
giungermi da sopra. Per fortuna anche questa notte passa…al mattino Roberto
riprende ad arrampicare superando un difficile tetto e continuando senza sosta
per riuscire a portarci fuori da lì, anche perché Simon è ormai allo stremo. Du-
rante la salita si avvicina alla parete un piccolo aereo: è il maggiore Galbiati che
è venuto a salutarci ed assicurarsi che siamo ancora vivi! Intanto anche il diedro
finisce ed entriamo nei camini terminali, che sono carichi di neve. Il buio ci sor-
prende ancora qui, mentre il tempo cambia ed inizia a nevischiare: ci fermiamo
allora in una nicchia dove passiamo la notte, ed io cerco di tener su il morale con
canti e scherzi. Ma la mattina dopo è ancora brutto e costa davvero un grande
sforzo di volontà ripartire cercando di superare i tiri che ci separano ancora
dalla cima. Io non vado da primo ma cerco di fare del mio meglio per tenere su di
morale Ronchi, che appare stremato: tanto faccio che ad un certo punto Roberto
mi guarda e mi dice: “Senti Giorgio, guarda che qui con questa tormenta siamo
abbastanza nella merda!” “E allora” “No, te lo dico perché voglio ricordarti
che sei qui anche tu, non mi stai guardando al cinema”.
E finalmente, verso le 15, usciamo in vetta, e dalle nuvole esce di nuovo un pic-
colo aereo a fotografarci!”
“Certo che ci vuole coraggio a tornare di nuovo lassù in inverno…, perché è
passato solo un’anno, e lei era di nuovo là con Piussi e Sorgato, per tentare la
Solleder…”
“L’avevo promesso a Roberto, con cui durante l’estate avevo tentato anche di
salire la nord dell’Eiger, e poi ormai me l’ero messa in testa anch’io…, in que-
gli anni avevo la montagna nel sangue e non riuscivo a starne lontano; non mi
fermava neppure il timore di un altro licenziamento, tanto meno il freddo o la
paura!”
“Così nel febbraio del 1963 vi siete ritrovati al rifugio Tissi, appena costruito e
non ancora inaugurato, per tentare di portare a casa la prima invernale della
via più famosa della Civetta. Una storia che conosciamo bene, dalla malattia
di Sorgato all’inseguimento delle due cordate su per la parete…e a lei, cos’è
rimasto di quest’ascensione?”
“ Una soddisfazione immensa ma anche qualche delusione, soprattutto per le
affermazioni fatte dopo da Piussi sul mio ruolo. In queste grandi vie mi sono li-
mitato a tirare poche lunghezze, ma penso che il ruolo del secondo sia altrettanto
importante per la fatica, l’abnegazione e l’autocontrollo che gli è richiesto. Io
posso anche vantarmi di aver sempre affrontato le situazioni più difficili senza
lasciarmi prendere dallo sconforto e cercando di tener alto il morale di tutti. E
questo in parete è un aspetto molto importante”.
“Non posso che essere d’accordo con lei, e se bisogna riconoscere il valore e
l’impegno del primo, che molte volte rende possibile la salita, è anche giusto
ricordare che molte imprese sono state possibili grazie all’affiatamento della
cordata, e allo spirito di abnegazione del secondo. Quasi tutte le montagne sono
state salite in cordata, ed in cordata si è comunque assieme”.
Lascio Lecco quando ormai si fa sera, e dal lago comincia a salire quasi im-
percettibile una bruma leggera. Simile a quella che avvolge la Civetta in certe
sere estive, quando l’umidità sale dai prati a nascondere le rocce più basse dello
zoccolo, e la parete sembra allora quasi sospesa nel cielo, lontanissima.”
Conclusione:

Dalla vita ho avuto molto, sono stato fortunato


e se mi guardo attorno tutto sembra confermato.
Ma se entro nei ricordi profondamente,
molti di questi hanno un lato un po’ dolente.
Anche se tanto tempo è passato,
alcuni momenti non ho dimenticato.
Dalla psicologia ho tratto la mia forza,
la gioia della famiglia ha fatto il resto,
e per il futuro non ho nessun particolar pretesto.

Giorgio Redaelli

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