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CAPITOLO QUINTO

LA SFIDA DEI BARBARI E LA RICOSTITUZIONE DELL’IMPERO

IL PERIODO DELLE SEI DINASTIE

L’epoca che seguì il crollo degli Han posteriori è chiamata periodo delle Sei Dinastie (Liuch’ao), dalle dinastie
che si succedettero tra il 222 e il 589 e che fissarono la loro capitale a Nanchino: il periodo delle Sei
Dinastie fu in realtà un interregno, una specie di grande avvallamento tra due cime rappresentate da
dinastie forti e unificate.

IL COLLASSO INTERNO

La sfida alla civiltà classica cinese trovò la sua espressione più drammatica come minaccia esterna o
barbarica: orde di nomadi devastarono la Cina del Nord e una religione straniera, il buddhismo indiano,
minacciò le basi ideologiche della società cinese; ma la sfida ebbe forse una origine più interna che esterna.
I barbari riuscirono ad invadere il paese solo perché il sistema politico Han si era sgretolato per le sue stesse
contraddizioni interne: i cinesi accolsero il buddhismo, infatti, gli uomini di cultura abbandonarono prima il
confucianesimo per il taoismo e quindi si volsero al buddhismo. Il periodo degli Han posteriori vide il
crollo di un intero ordine sociale e di un sistema politico: il nuovo ordine politico Han stava ora
scomparendo, giacché le più ricche tra queste unità familiari erano riuscite a costituire domini privati così
vasti da rendere possibile il loro controllo sulla società e quasi impossibile il funzionamento di un governo
centralizzato. Il governo centrale indebolito era sempre meno capace di arrestare il processo di
rafforzamento dei domini privati, e fu quindi facile per i grandi proprietari sottrarsi agli obblighi fiscali
e aggiungere nuove terre a quelle che già possedevano falsificando i registri, precludendo il riscatto delle
ipoteche o mettendo a coltura nuove aree. Nel medesimo tempo, le unità familiari più ricche e potenti
strinsero legami tra loro per proteggersi reciprocamente e diedero origine a gruppi familiari più vasti,
consolidando il loro controllo sui subordinati; i contadini impoveriti, per sfuggire agli esattori del governo o
ai barbari, si misero sotto la protezione dei potenti proprietari per garantirsi una certa sicurezza economica
e a poco a poco si trasformarono in dipendenti ereditari o “ospiti” dei padroni e ogni grande famiglia poté
disporre di fortezze e di domini fortificati.

IL FALLIMENTO DEL CONFUCIANESIMO

Anche la sfida agli antichi modi di pensiero cinesi, come quella all’ordine sociale e politico, fu in gran
parte dovuta a un processo di auto generazione; lo stesso confucianesimo si era rivelato in qualche modo
una forza eversiva nei confronti del governo centralizzato durante il periodo di decadenza del primo
impero. Esso aveva, naturalmente, rafforzato il dominio della burocrazia e, nei periodi successivi, era
riuscito a fondersi in un perfetto equilibrio ideologico con la struttura del potere essenzialmente legalista
del sistema imperiale. In altre parole, il pensiero cinese cominciava a ritrarsi in sé, allontanandosi
dall’ordine sociale: poiché la società e il governo sembravano degenerare senza speranza, si ridestava
l’interesse per l’antico problema taoista del rapporto tra l’uomo e la natura e la perfezione individuale o
salvezza, da raggiungere senza tenere in alcun conto le condizioni della società esistente. Indubbiamente
questa corrente del pensiero taoista si era sempre mantenuta viva, particolarmente tra le masse popolari,
ma con lo sgretolarsi della sovrastruttura politica, essa emerse alla superficie della società cinese
acquistando una posizione di preminenza; il taoismo conobbe un improvviso slancio in tutte le sue varie
manifestazioni.

LA FORTUNA DEL TAOISMO

Wang Pi (226-49), il più brillante letterato del suo tempo, si devono grandi commentari al Tao te ching e al
Classico dei mutamenti, ma la più importante opera letteraria del periodo dei Chin occidentali fu un
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commento, egualmente erudito, al Chuang-tzu. Gli intellettuali del III secolo tendenti al taoismo erano
dediti al Ch’ing-t’an, espressione tradotta in discussioni pure o anche dibattiti sulla purezza: essi cercavano
di mantenersi sdegnosamente lontani dalle brutture della politica come da ogni altra attività mondana. I
rappresentanti più famosi del gruppo ch’ing-t’an furono i “Sette saggi della foresta dei bambù” nella Cina
del Nord, mentre quando continuò verso Sud, a Nanchino, nel IV secolo si chiamarono “Otto che
comprendono”.

L’ALCHIMIA E L’IMMORTALITA’ ATTRAVERSO LA PRATICA DELL’IGIENE INTERIORE

Un altro aspetto della rinascita taoista fu l’interesse crescente per l’alchimia come metodo per ottenere
l’elisir della vita: la ricerca taoista degli elisir portò probabilmente a sperimentare la commestibilità di ogni
sorta di sostanze organiche e inorganiche e contribuì forse alla straordinaria varietà di gusti tipica dei
cinesi, nonché alla ricchezza della loro arte culinaria, che è una delle glorie della civiltà cinese. Un’altra
conseguenza fu la scoperta degli anestetici e di una straordinaria farmacopea: lo sviluppo della medicina
cinese è infatti strettamente legato al taoismo e, come tutti i successivi libri di questo genere, la prima
opera medica cinese, che risale al II o al III secolo d.C., fu profondamente influenzata dalle sue concezioni
anatomiche. In questo campo, la ricerca scientifica cinese è in gran parte scaturita dalla curiosità che
spingeva i maghi e gli alchimisti taoisti a sperimentare sempre nuovi procedimenti; e forse una delle ragioni
per cui i successivi pensatori cinesi respinsero così ostentatamente il metodo sperimentale scientifico sta
nel fatto che essi continuavano ad associarlo alle pratiche del taoismo. Un altro movimento taoista che fiorì
tra il periodo Han posteriore e il VI secolo, praticava un culto dell’immortalità basato su concezioni di igiene
interiore: i suoi adepti ritenevano che in ogni corpo umano vi fossero tre centri vitali o campi di cinabro, 36
000 divinità e tre vermi (le cause delle malattie, della vecchiaia e della morte); l’obiettivo era quello di
eliminare i vermi, nutrire le divinità e purificare i campi di cinabro, creando quindi entro il corpo fisico un
corpo puro che sarebbe diventato immortale. I seguaci del culto si astenevano dal vino e dalla carne,
evitavano inoltre i 5 cereali: essi aprivano i canali interiori con pratiche ginniche e purificavano i loro corpi
con esercizi respiratori; la popolarità delle concezioni di igiene interiore servirono probabilmente a privare
l’alchimia taoista dei suoi elementi potenzialmente scientifici.

MOVIMENTI RELIGIOSI POPOLARI

Il taoismo si evolse in religione popolare organizzata, il primo fenomeno del genere apparso in Cina: il
buddhismo penetrò in Cina nella forma di setta taoistica, e questa religione indiana, più altamente
sviluppata e organizzata, cominciò ben presto a esercitare una profonda influenza sul taoismo. La
taumaturgia costituiva il nucleo di entrambi i movimenti religiosi: i credenti partecipavano a pubbliche
cerimonie per espiare i loro peccati e curare le infermità attraverso atti estatici di pentimento, talvolta le
cerimonie religiose erano orge sessuali collettive, giustificate dalle teorie yin-yang e dalle concezioni sul
culto dell’igiene interiore. Il taoismo popolare portò allo sviluppo di un pantheon sterminato, che aveva
alla sommità una triade di divinità, mentre i gradi più bassi erano occupati dagli immortali e da personaggi
storici; l’idea della divinità si andò inizialmente elaborando come personificazione di concetti metafisici o
naturalistici. Gli dei diedero origine a una burocrazia celeste e anche l’inferno fu popolato di vari demoni:
gradualmente le distinzioni tra taoismo popolare e buddhismo popolare andarono scomparendo e i due
movimenti manifestarono la tendenza a confondersi in un unico coacervo di mitologie, superstizioni e
pratiche magiche.

LA STORIA DELLA CHIESA TAOISTA

Durante il periodo delle Sei Dinastie, anche i monasteri e i conventi taoisti si svilupparono naturalmente sul
modello del monachesimo buddhista; naturalmente, vennero compiuti vari sforzi per unificare la chiesa ed
eliminare le pratiche indesiderabili. Un elemento molto più significativo di questa evoluzione fu lo sviluppo
delle sette, anche questa volta sotto l’influenza del buddhismo cinese (86 sette taoiste).

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IL BUDDHISMO INDIANO

La religione indiana era in aperta contraddizioni con le concezioni e gli ideali più radicati in Cina; il trionfo
del buddhismo può essere spiegato soltanto con il profondo senso di frustrazione avvertito dai cinesi in
questo periodo e l’inconsistenza della filosofia negativistica del movimento ch’ing-t’an e delle rozze sette
popolari del taoismo, incapaci di soddisfare i loro bisogni spirituali. Il buddhismo rappresenta il principale
legame culturale tra i popoli dell’Asia orientale e quelli dell’Asia meridionale; tuttavia, la contrastante
evoluzione che ha caratterizzato questa religione in India e in Cina serve più a chiarire le differenze che non
le somiglianze esistenti tra questi due limiti psicologici e spirituali del continente. Il buddhista è convinto che
la vita sia essenzialmente dolore; egli la considera inoltre senza fine, poiché un’esistenza è legata all’altra
dal karma, un termine che letteralmente significa atto, ma che implica causalità. Ogni atto produce quello
successivo, la nascita porta alla vecchiaia, alla morte e ad altre nascite ancora, in una concatenazione
causale senza fine; questo processo era considerato come l’origine delle differenze di condizione sociale e
delle ingiustizie del mondo. Il buddhista indiano, tuttavia, contrariamente al confuciano cinese, non
intendeva correggere tali ingiustizie e perfezionare l’ordine sociale, ma soltanto sfuggire al ciclo doloroso
della esistenza.

IL BUDDHA STORICO E I SUOI INSEGNAMENTI

Il Buddha storico, noto col nome di Sakyamuni, il maestro del clan Sakya, visse intorno al 500 a.C.: egli era
un principe dello stato di Magadha, Nepal, a nord dell’India; angosciato dalle sofferenze che scorgeva
intorno a sé, egli abbandonò la moglie e il figlioletto. In seguito, raccolto in meditazione, raggiunse
l’illuminazione, scoprendo la Media Via tra gli estremi dell’auto indulgenza e dell’auto mortificazione; egli
divenne quindi il Buddha, l’Illuminato e cominciò a predicare la sua meravigliosa scoperta a un devoto
gruppo di discepoli. Poiché passarono parecchi secoli prima che i suoi insegnamenti fossero fissati per
iscritto: non è facile determinare quali siano stati gli insegnamenti originari, l’essenza delle sue concezioni
sembra comunque racchiusa nelle Quattro Nobili Verità: la vita è dolore – l’origine del dolore è il desiderio –
la cessazione del dolore deve essere cercata nella fine del desiderio – la strada che conduce a questo fine
passa per Nobile Sentiero Ottuplice. I suoi discepoli fecero voto di astenersi dall’uccidere, dal rubare, dal
mentire, dal fornicare e dall’ubriacarsi; l’obiettivo ultimo di tutti questi sforzi era il Nirvana: il Nirvana non è
la fusione con il divino o la salvezza dell’anima nel senso occidentale. Infatti, il primitivo buddhismo non
conosceva dei e negava ogni concezione animistica: la personalità umana era considerata come una
combinazione di cinque aggregati, vale a dire l’organismo corporeo, e i quattro stati psichici della
sensazione, della cognizione, dell’attività mentale e della coscienza. Cercando il Nirvana il buddhista non
intendeva semplicemente spezzare la catena dell’esistenza estinguendo ogni desiderio; infatti, sebbene
letteralmente significhi vuoto, il Nirvana non era considerato una semplice estinzione, ma qualcosa di più,
come il tranquillo fondersi di una goccia d’acqua nel mare. Il buddhismo si sviluppò ben presto in una
chiesa monastica: i discepoli del Buddha, come avvenne per la maggior parte dei santoni indiani nel corso
della storia, furono all’origine dei mendicanti ascetici; la stagione delle piogge li costrinse a scegliersi una
residenza fissa, almeno per una parte dell’anno, e tali residenze si trasformarono gradualmente in comunità
monastiche permanenti che col tempo esercitarono il loro controllo sulla religione. Queste comunità
monastiche diventarono poi, insieme al Buddha e alla Legge, o corpo degli insegnamenti, uno dei tre tesori
del buddhismo; il canone buddhista, cioè il Tripitaka, ovvero tre cesti, viene tradizionalmente diviso in
Vinaya o discipline per la vita monastica, Sutra o discorsi che costituivano i principali insegnamenti, e
Abhidharma o elaborazioni scolastiche degli stessi insegnamenti. Si tratta di un grande complesso di
scritture.

LA DIFFUSIONE DEL BUDDHISMO

Il buddhismo è una religione universalistica: tutti gli uomini sono uguali per la legge buddhista; come il
cristianesimo e l’islamismo, le due grandi religioni universalistiche della zona mediterranea, il buddhismo
ebbe larghissima diffusione nell’Asia orientale e nell’Asia meridionale e centrale. Nel III secolo a.C. si era

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già diffuso in tutta l’India, sotto la protezione del grande conquistatore Asoka; successivamente mercanti e
viaggiatori indiani portarono gli insegnamenti del Buddha lungo le rotte marine, attraverso l’Asia
sudorientale e la Cina del Sud. Il buddhismo si diffuse anche verso nordovest, tra i regni greci sopravvissuti
alle conquiste di Alessandro a Gandhara e nell’odierno Afghanistan; Kanishka, il più grande sovrano
dell’impero kushan dei yuehchih fu un ardente protettore del buddhismo e ne agevolò la diffusione nella
Asia centrale, da dove esse raggiunse la Cina del Nord.

IL MAHAYANA E L’HINAYANA

Ma anche le forme più pure di buddhismo si divisero sin dall’inizio in due grandi correnti, abitualmente
chiamate Mahayana, o Grande Veicolo, e Hinayana, o Piccolo Veicolo; recentemente a questa seconda
denominazione è stata preferita quella, meno ingiusta di Theraveda, la dottrina degli antenati. L’Hinayana,
la tendenza rimasta più fedele al buddhismo originario, è tuttora la religione di Ceylon, della Birmania, del
Siam e della Cambogia, mentre il buddhismo della Cina, della Corea, del Giappone e del Vietnam risale in
gran parte al Mahayana: il Grande Veicolo era tale perché onnicomprensivo. Esso abbracciava molte delle
concezioni del pensiero prebuddhistico indiano e accolse rapidamente i culti e le idee religiose dei popoli
convertiti: sviluppatosi in gran parte nell’India del Nord e nelle adiacenti regioni nordoccidentali, esso
assorbì gli atteggiamenti religiosi delle popolazioni non-indiane di questa zona; poiché distingueva tra
verità assoluta e verità relativa, il Mahayana poté tollerare anche idee contraddittorie, considerandole
come gradi diversi di verità corrispondenti a livelli diversi di comprensione dei credenti. In luogo della
religione senza dio del Buddha storico, i seguaci del Mahayana riconobbero miriadi di Buddha simili a dei in
cicli temporali: essi svilupparono inoltre un nuovo tipo di divinità, il Bodhisattva o Esistenza Illuminata, che,
pur avendo raggiunto l’illuminazione di un Buddha, rimane su questa terra per aiutare gli altri ad
ottenere la salvezza, prima di passare a sua volta nel Nirvana. Grazie alla concezione degli Bodhisattva,
dediti alla salvezza delle creature più deboli, il buddhismo mahayana spostò gradualmente il suo interesse
dall’illuminazione per mezzo della forza propria di ciascuno alla salvezza mediante la forza di un altro: la
fede soltanto bastava, anche un cieco atto di fede come la declamazione del nome di un Buddha o di un
Bodhisattva. Il Sutra del loto, un popolare testo mahayana, predice la salvezza finale dell’intera specie
animale (per il buddhismo non esiste differenza tra uomini e animali). Il Buddha Amitabha (in origine
Bodhisattva) divenne il grande salvatore come Divinità del Paradiso occidentale: Avalokitevrana mutò
gradualmente sesso, trasformandosi nella benigna Dea della Misericordia; il Mahayana tentò cioè di
alleviare le sofferenze umane con divinità pietose e consolatrici. Anche il significato di Nirvana mutò
lentamente, almeno per i credenti meno colti, trasformandosi a poco a poco nella nozione di salvezza in un
paradiso ultraterreno, che cominciò ad essere chiaramente descritto e rappresentato, come del resto
l’inferno, le cui immagini erano ancora più pittoresche e convincenti per i raccapriccianti particolari. L’idea
del Bodhisattva inteso come aiuto per la salvezza portò il buddhismo mahayana ad attribuire grande
importanza alla carità, ossia alle buone opere per recare soccorso agli altri e contribuire alla propria
salvezza; il buddhismo si allontanava quindi parzialmente dalla sua originaria tendenza asociale e
contemplativa. Il concetto di carità rese importante l’attività sociale, mentre la possibilità della salvezza
attraverso la fede toglieva al monachesimo, al celibato e all’ascetismo il loro carattere di necessità.

LA PENETRAZIONE DEL BUDDHISMO IN CINA

La diffusione del buddhismo mahayana fu naturalmente facilitata dalla sua tolleranza per gli altri culti e le
altre concezioni religiose; in questa forma il buddhismo esercitò quindi una forte attrazione nella Cina del
Nord imbarbarita e in quella del Sud, frustrata e demoralizzata. Si trattava di una grande fede universalistica
e, se si fa eccezione per le sette taoiste, della prima religione organizzata conosciuta dai cinesi; il suo livello
morale e intellettuale era estremamente alto: esso offriva ai credenti una raffinata letteratura, una
bellissima arte religiosa, un cerimoniale in grado di soddisfare le più alte esigenze estetiche, il richiamo di
una pacifica vita monastica in una epoca di torbidi e la promessa della salvezza personale in un periodo che
non sembrava offrire soluzione alcuna ai problemi terreni dell’uomo. Non può quindi sorprendere che molti
cinesi si siano mostrati sensibili a questo richiamo.

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I PRIMI MISSIONARI BUDDHISTI

Secondo la tradizione, il buddhismo fu introdotto in Cina nel 64 in seguito a un sogno dell’imperatore Ming
Ti; nel secolo successivo il buddhismo cominciò a penetrare nel Vietnam del Nord, e i convertiti presero ad
erigere, in varie località della Cina, gli stupa, le torri reliquarie buddhiste. Modificati dall’applicazione di
concezioni architettoniche cinesi, gli stupa si sono trasformati col tempo nelle pagode di pietra, di mattoni o
di legno che sono diventate un aspetto così tipico dello scenario dell’Asia orientale: i primi a introdurre il
buddhismo in Cina furono probabilmente i mercanti che seguivano la rotta costiera meridionale e la via
terrestre settentrionale attraverso l’Asia centrale, ma la religione venne ben presto propagata dall’opera
molto più attiva dei missionari. Una funzione più importante di quella degli stessi missionari, nella diffusione
della religione indiana, ebbero però alla fine i neofiti cinesi: conosciamo i nomi di quasi 200 monaci dell’Asia
orientale, 9 dei quali coreani, che tra il III e l’VIII secolo affrontarono il lungo e pericoloso viaggio verso
l’India per attingere alla fonte dell’insegnamento buddhista. Fu questa la prima grande migrazione
studentesca della storia dell’Asia orientale. Il buddhismo fu accolto dapprima negli ambienti dell’alta e ricca
società e solo in seguito si diffuse tra le masse contadine: i grandi protettori imperiali della nuova religione
furono gli imperatori della dinastia barbarica Wei settentrionale (386-534), ma anche nel Sud non
mancarono i protettori imperiali e il buddhismo fiorì a Nanchino con Wu Ti della dinastia Liang. L’intero
periodo che va dalla metà del Iv secolo alla fine del’VIII potrebbe giustamente essere chiamato l’età
buddhista della storia cinese; essa si diffuse in tutto il continente asiatico, fatta eccezione per la Siberia e il
Vicino Oriente. Ma si trattò di un periodo molto breve: in India, il buddhismo aveva già cominciato a
declinare nel Vi secolo e nel XV era scomparso; nell’Asia centrale, fu spazzato via nel IX secolo dalla
irruzione dell’Islam. Nel frattempo, le dottrine dell’Hinayana e del Mahayana si erano andate sviluppando
separatamente nell’Asia sudorientale e orientale, in Cina, il suo declino fu tra l’altro una conseguenza della
ricostituzione dell’impero cinese, vittoriosa risposta alla sfida dei barbari.

I BARBARI E L’IDEA IMPERIALE CINESE

La Cina del Nord, il cuore dell’impero, era completamente sopraffatta dai barbari; la Cina del Sud sembrava
decisamente incapace di restaurare l’unità imperiale; l’intero paese stava per cadere sotto l’influenza di una
religione straniera che attribuiva la più grande importanza alla vita ultraterrena, al celibato, all’ideale
monastico, che colpivano alle radici la filosofia cinese e il sistema sociale fondato sulla famiglia. Non è
strano che i conquistatori barbarici dell’impero abbiano accolto rapidamente l’idea di presentarsi come
nuovi imperatori; verso la metà del V secolo, comunque, i barbari invasori della Cina del Nord avevano
ricreato una passabile copia del vecchio impero, e nel VII secolo non soltanto l’impero cinese era stato
completamente restaurato ma era diventato più ricco e forte che mai. Il crollo degli Han era stato
molto più rapido e forse più completo di quello di Roma: forse le dinastie della Cina del Sud riuscirono a
conservare la tradizione imperiale più di quanto non fecero, nel mondo occidentale, l’impero romano
d’Oriente e poi Bisanzio. Inoltre la Cina era, dal punto di vista geografico, più compatta dell’impero romano,
di conseguenza, l’influenza che il Sud esercitò sul resto della Cina fu forse più forte di quella bizantina in
Occidente, e quindi più facile la re incorporazione di tutto il paese in un impero rinnovato. Un’ altra ragione
importante può essere rappresentata dall’intrinseca superiorità della concezione imperiale Han su quella
romana: Roma non conobbe infatti l’ideale di un governo etico e giusto, esercitato da un imperatore il
quale, investito del Mandato del Cielo, che si manifestava nel pronto riconoscimento da parte del popolo
dell’imperatore stesso, governava mediante una burocrazia di intellettuali scelti non a caso o per la nascita,
ma secondo il criterio del merito. Un elemento ancora più decisivo è forse da ricercare nella natura del
sistema di scrittura cinese, che non poteva adattarsi alla lingua dei barbari, né rifletteva le differenze
regionali o dialettali della pronuncia del cinese. Infine i barbari che invasero la Cina incontrarono
probabilmente nella popolazione agricola locale un peso specifico maggiore di quello che Roma ebbe per gli
invasori occidentali; l’agricoltura cinese era già a quel tempo molto più intensiva di quella europea, ed era
quindi in grado di nutrire popolazioni più numerose.

I CINQUE BARBARI E LE SEDICI DINASTIE

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Gli invasori seminomadi che si rovesciarono sulla Cina del Nord all’inizio del IV secolo sono chiamati dei
cinesi i Cinque Barbari: essi erano i turchi hsiung-nu, una tribù affine, i chieh, i hsien- pei, i ti e i ch’iang. I
hsien-pei devastarono le terre ai margini della Grande Pianura nel 281, e i tibetani cominciarono le loro
incursioni nel 296; ma la vera e propria invasione ebbe inizio soltanto nel 304,allorché un principe Chin
chiese aiuto alle tribù hsiung-nu semisinizzate dello Shansi settentrionale. I cinesi hanno chiamato la storia
della Cina del Nord tra il 304 e il 439 il periodo delle Sedici Dinastie e il nome dà un’idea esatta della
confusione politica e militare del tempo: fu un vero tumulto di barbari che si contesero il trono degli Han.
Circa in questo stesso periodo, un potente stato tibetano cominciò a svilupparsi nel Nord Ovest: si tratta
dello stato dei Ch’in anteriori, che ridiede lustro a uno dei più grandi nomi storici cinesi.

I T’O-PA DELLA DINASTIA WEI SETTENTRIONALE

Tra gli stati tribali che emersero dalle rovine dell’impero Ch’in anteriore, uno soltanto rivelò una potenza
relativamente più duratura: la sua fondazione fu in gran parte dovuta ad un gruppo di hsien-pei, conosciuto
col nome di t’o-pa, che era penetrato nello Shansi settentrionale mentre i hsiung-nu muovevano verso sud.
Lo stato Wei settentrionale si rafforzò rapidamente, estese il suo territorio e nel 439 eliminò l’ultimo dei
suoi rivali nella Cina del Nord: nel 448 conquistò il Tarim nell’Asia centrale. Ma dopo che i Wei
settentrionali ebbero incorporato nel loro impero zone rurali densamente popolate della Grande Pianura,
gli sforzi per conquistare il Sud si conclusero senza successo. Circa nello stesso periodo il cinese divenne la
sola lingua di corte ufficiale e ai nobili t’o- pa fu imposto l’uso degli abiti, dei costumi e dei cognomi cinesi,
mentre furono incoraggiati i matrimoni misti con la popolazione locale. La completa sinizzazione della corte
provocò nel 324 alcune serie rivolte tra le forze militari in parte rimaste allo stato tribale; il governo centrale
divenne preda dell’ambizione delle grandi famiglie, si disintegrò rapidamente dopo lo scoppio delle rivolte
e i generali si impadronirono del potere. I Chou settentrionali, stanziati nella valle dl Wei con capitale a
Ch’ang-an, dimostrarono ancora una volta la superiorità militare di questa zona sulla Grande Pianura
distruggendo nel 577 i Ch’i settentrionali e riunificando il Nord. Tuttavia, il trono fu usurpato 4 anni dopo da
un generale Yang Chien, noto nella storia col nome di Wen TI (imperatore colto) il fondatore della dinastia
Sui.

LE DINASTIE SUI E T’ANG RICOSTITUISCONO L’IMPERO

La funzione svolta dalla dinastia Sui nella storia cinese fu molto simile a quella dei Ch’in otto secoli prima: il
fondatore conquistò facilmente nel 589, lo stato di Ch’en, mettendo fine all’ultima delle dinastie meridionali
e riunificando la Cina dopo quasi 4 secoli di divisione politica, ma il suo successore non riuscì a conservare
l’impero. Come i loro predecessori Ch’in, i sovrani Sui furono forse eccessivamente ambiziosi: essi vollero
raggiungere troppo rapidamente mete troppo grandiose, mettendo a dura prova la pazienza e la lealtà dei
loro nuovi sudditi. La Grande Muraglia fu ricostruita, anche se a prezzo di enormi perdite umane; si
scavarono lunghi canali, che resero possibile la grande prosperità dei secoli successivi si eressero sontuosi
palazzi; il prestigio dell’impero cinese fu pienamente restaurato.

LE CONQUISTE DEI SUI

E ancora una volta il pendolo della conquista prese a oscillare verso le terre dei barbari oltre i confini della
Cina: a sud, Sui Wen Ti ristabilì il controllo cinese sul Vietnam del Nord e nel 605 anche sul Vietnam del Sud;
a nord, la dinastia Sui aveva in parte ristabilito il controllo cinese sull’Asia centrale e sulle steppe. Yang Ti
tuttavia si alienò le simpatie della popolazione per le continue guerre e l’enorme impiego di manodopera
richiesto, così l’uomo che ebbe infine la meglio nella confusione che seguì la caduta della dinastia Sui (618)
fu un eminente funzionario di nome Li Yuan: egli fu indotto alla ribellione dal suo ambizioso ed energico
secondogenito, Li Shih-min. Con l’aiuto di alleati turchi, i due occuparono Ch’ang-an nel 617 e in questa città
il padre fu elevato al trono come primo imperatore della dinastia T’ang, noto nella storia cinese come Kao
Tzu (alto progenitore). Nel 628 l’ordine fu ristabilito in tutta la Cina: la dinastia si mantenne per 3 secoli
sino al 907. Sotto il governo del figlio invece, Li Shih-min, noto col nome postumo di T’ai Tsung (grande

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antenato)il governo e l’amministrazione centrale fu pienamente ricostituita, vennero scavati altri canali e
ricostruiti palazzi; i cinesi ritornarono con decisione alla politica di sottomissione dei barbari delle
terre circostanti.

LE CONQUISTE DEI T’ANG

Nel 624 i turchi che fino ad allora avevano appoggiato l’imperatore, avevano roto i rapporti e invasero il
paese sino a Ch’ang-an; ma con le grandi campagne T’ai Tsung riprese il controllo di tutti i suoi territori,
anzi, la dominazione cinese fu gradualmente estesa oltre la catena del Pamir fino agli stati della valle
dell’Oxus ai territori dell’alta valle dell’Indo nell’attuale Afghanistan. Anche il Tibet che era stato unificato
nel 607, cadde sotto il dominio cinese; e nel 649 l’intera penisola coreana cadde sotto la signoria nominale
della Cina ( ma nel 668 la Corea si unificò definitivamente sotto il dominio di Silla, un leale vassallo dei
T’ang). Tuttavia verso la fine del regno di Kao Tsung la Cina perdette il controllo del bacino del Tarim, invaso
dai tibetani, e non lo riconquistò sino al regno dell’imperatrice Wu. L’imperatrice Wu è una figura femminile
di notevole valore: fu dapprima concubina di T’ai Tsung, poi elevata a rango di imperatrice da Kao Tsung,
dominò la corte durante gli anni del regno di quest’ultimo. Dopo la morte di Kao governò per mezzo di altri
imperatori fantocci ma essendo una donna e per di più un usurpatrice, Wu fu giudicata molto severamente
dagli storici cinesi. Le tribù uighur, che si erano ribellate all’imperatrice Wu negli ultimi anni del suo regno,
ripresero ora la loro consueta politica di alleati fedeli dei T’ang e, con il loro aiuto, l’Asia centrale e i territori
delle steppe vennero ricondotti sotto il dominio cinese.

LA RINASCITA DEL GOVERNO CENTRALIZZATO: LE FINANZE

La ricostituzione dell’impero non fu soltanto la storia dell’assorbimento dei barbari nella Cina del Nord e
della crescente potenza militare che scaturì dal felice connubio tra le tradizioni militari delle tribù
barbariche e la ricchezza agricola della Cina; la riunificazione del paese con la forza e il ricostituirsi di un
enorme impero furono soltanto le manifestazioni di superficie di un processo molto più profondo, quello
di restaurazione di uno stabile governo centralizzato. In entrambe le parti della Cina la società rimase
essenzialmente aristocratica, dominata da potenti famiglie di nobile lignaggio, dalla grande ricchezza e
dall’indiscusso prestigio locale. Il buddhismo, inoltre aveva introdotto un nuovo elemento di disordine
economico; i ricchi monasteri si erano trasformati in vasti domini terrieri, aggiungendosi alle grandi famiglie
come rivali del governo centrale nello sfruttamento del lavoro contadino. Nel V secolo, i sovrani della
dinastia Wei settentrionale riuscirono a stabilire per quasi un secolo un governo molto stabile e forte,
agevolando in tal modo l’opera di restaurazione delle dinastie Sui e T’ang: poiché il gettito fiscale non era
molto rilevante e il maggior onere, rappresentato specialmente dalle corvée, era sopportato dai contadini
liberi secondo il criterio dell’imposta personale, il governo, per provvedere alle su necessità finanziarie,
doveva mantenere quindi più contadini possibile nella condizione di contribuenti, ossi di liberi coloni.
In altre parole, era interesse del potere centrale sottrarre il contadino alla servitù o alla schiavitù dei grandi
domini terrieri; appoggiata dalla sua forza militare barbarica, la dinastia Wei settentrionale riuscì a praticare
tale politica con maggior successo nel V secolo. Nel 485, Hsiao Wen Ti introdusse il sistema del CAMPO
UGUALE, secondo il quale ogni contadino adulto e abile al lavoro era considerato assegnatario di un
appezzamento coltivabile di determinate dimensione: soltanto una piccola parte dell’appezzamento
poteva essere dedicata in permanenza alla coltura del gelso per l’allevamento del baco da seta o ad altri
tipi di piantagione; la parte restante doveva essere restituita al governo alla morte del titolare o quando
questi avesse superato i limiti di età. Sebbene il sistema del campo uguale non fosse diretto a privare le
grandi famiglie dei loro possedimenti e venisse applicato soltanto ai liberi coloni, esso contribuì ad arrestare
il processo di incorporazione delle terre e dei contadini nei grandi domini terrieri e a rendere stabili le basi
del governo centrale. Al fine di rafforzare questo sistema, Hsiao Wen Ti istituì anche il sistema dei Tre capi,
mediante il quale la popolazione veniva divisa in gruppi ciascuno dei quali era responsabile della condotta
degli altri e del pagamento delle imposte. Cinque famiglie costituivano un “vicinato”, cinque vicinati un
“villaggio” e cinque villaggi una “associazione”; ogni tipo di raggruppamento era posto il controllo di un
capo, da qui la denominazione del sistema: questi sistemi di garanzia collettiva, che erano esistiti già in
passato, sono stati mantenuti in Cina fino ad anni recenti. Il sistema del campo uguale durante le dinastie
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Sui e T’ang non spezzò comunque il potere delle grandi famiglie: esso non fu adottato come un mezzo per la
confisca dei grandi latifondi, ma fu applicato anzitutto ai campi e alle terre abbandonati nei periodi di
guerra.

IL NUOVO SISTEMA MILITARE

Nel 557-81 fu introdotta anche una riforma per quanto riguarda la milizia, secondo la quale tutti i contadini
abili erano addestrati alle armi e organizzati in forme regolari come le soldatesche tribali; oltre agli eserciti
formati dalle milizie regolari, speciali colonie militari autosufficienti, costituite da soldati-contadini, furono
fonate lungo la frontiera settentrionale e in altre località di importanza strategica.

LA PROSPERITA’ DEL PERIODO T’ANG

All’inizio del periodo T’ang, il governo centrale potè attingere a un consistente gettito fiscale, he cominciò
ad essere interamente ingoiato dalle spese soltanto dopo che la famiglia imperiale e gli organi di governo
ebbero attraversato un lungo periodo di sviluppo; con il loro caratteristico genio per l’organizzazione, i
cinesi stabilirono in questi anni delle unità di misura di valore approssimativamente uguale per tutti i
principale prodotti dell’economia. Nel 584, il vecchio sistema di corsi d’acqua tra Ch’ang-an e il Fiume Giallo
era stato riattivato: nel 605 era stato aperto un canale tra il Fiume Giallo e il Fiume Huai che giungeva fino
allo Yangtze; poi nel 608 venne costruito un canale che univa il Fiume Giallo alla zona di Pechino. Insomma
questo grande complesso di canali non era interamente nuovo, ma mai era esistito un sistema di corsi
d’acqua navigabili e collegati tra loro, di simili dimensioni: venne chiamato Grande Canale, per distinguerlo
dal secondo o moderno Grande Canale, da Hangchow a Pechino. Le due opere vennero realizzate per lo
stesso scopo, l’invio di rifornimenti dal Sud alla capitale e agli eserciti di frontiera che la difendevano.

FALLIMENTO DEL SISTEMA DEL CAMPO UGUALE

La popolazione aumentò sensibilmente grazie alla pace interna e la classe contadina crebbe più
rapidamente delle risorse del suolo: il risultato fu che molti contadini ricevettero in eredità dal padre una
quota di terra molto inferiore rispetto a quello che si era stabilito. Inoltre molti fondi finirono per essere
registrati come possessi permanenti; nello stesso tempo, le assegnazioni cumulative dell’imperatore e la
falsificazione dei documenti da parte dei funzionari corrotti ridussero il totale delle terre disponibili per i
contadini soggetti all’imposta. Allora, il grave indebolimento del governo T’ang può essere in parte dovuto al
fallimento del suddetto sistema.

LA RINASCITA DEL GOVERNO CENTRALIZZATO: LA BUROCRAZIA

Dopo il crollo degli Han e le invasioni dei barbari, la ricostruzione delle basi finanziarie del governo risolveva
soltanto in parte il problema generale del ristabilimento di uno stato centralizzato: l’altro lato della
medaglia era rappresentato dallo sviluppo di una burocrazia fidata, necessaria per il funzionamento della
amministrazione centralizzata; questo secondo problema era anche più complesso del primo, se si
considera il carattere tipicamente aristocratico della società. I sovrani della dinastia Sui che ereditarono dai
barbari le tradizione del potere militare centralizzato compirono uno sforzo risoluto per ricostituire una
amministrazione civile effettivamente diretta dalla capitale; a questo proposito, Wen Ti ridiede vigore ala
tradizione confuciana, che era stata parte integrante del sistema imperiale degli Han. Così, la
riunificazione dell’impero andò di pari passo con la rinascita delle concezioni politiche confuciane: non
soltanto Wen Ti reintrodusse il sistema degli esami, basato su un programma di studi confuciani per i
candidati aspiranti ad entrare nella burocrazia, ma attuò questa politica con una sistematicità che non
trova paragoni. Egli stabilì inoltre il principio che i funzionari delle prefetture e sotto prefetture non
dovevano far parte dell’aristocrazia locale, ma essere inviati del governo centrale, e sottrasse la milizia
contadina al controllo dei funzionari locali mettendola alle dipendenze del governo centrale. Agli esami
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imperiali potevano partecipare gli studenti delle scuole della capitale, i candidati designati dagli organi locali
erano curati poi dal Ministero dei riti, che si occupava con un cerimoniale estremamente complicato, dello
svolgimento degli esami, che erano di vario genere. Il candidato che superava con successo questi esami
puramente letterari, e dimostrava perciò la usa attitudine alle alte cariche, doveva affrontare una seconda
serie di esami (una prova scritta, una prova orale); il sistema era completato dagli esami di merito, che
portavano a una valutazione e a una classificazione del personale burocratico necessarie per le promozioni
e le destituzioni. Il sistema degli esami non soltanto diede alla Cina la prima burocrazia colta al mondo,
scelta fondamentalmente secondo il criterio del merito, ma contribuì ad unificare il paese sul piano
culturale. La classe dominante finì quindi per avere una educazione uniforme, in pratica non dissimile
dall’educazione classica che ha prodotto, nei tempi moderni, l’efficiente classe politica dell’impero
britannico; poiché l’ideologia confuciana costituiva il fondamento di questa educazione, la classe
dominante era imbevuta di principi etici, tra i quali il concetto di lealtà all’autorità esistente, e di un forte
senso del valore del decoro e dell’etichetta. Gli uomini di grande levatura intellettuale, singolarmente
favoriti dal sistema, divennero i più grandi sostenitori del governo, invece di mutarsi in critici: il sistema
riuscì inoltre a procurare all’ordine stabilito l’appoggio delle classi inferiori, dal momento che esisteva pur
sempre la possibilità che un uomo di umili origini potesse superare gli esami ottenendo il diploma per
diventare primo ministro.

IL GOVERNO T’ANG

La dinastia T’ang si servì delle istituzioni politiche che aveva ereditato dalle dinastie Wei occidentale, Chou
settentrionale e Sui (modellate sugli Han): sotto i T’ang il sistema legislativo venne accuratamente codificato
e diviso in 4 gruppi : le leggi penali, quelle amministrative, le loro successive rielaborazioni e le norme di
procedura. Il sistema legislativo fu essenzialmente limitato al campo amministrativo e penale: in scarsa
considerazione si tenne il diritto civile, perché di pensava che le vertenze tra i sudditi dovessero essere
regolate privatamente. I T’ang costituirono un nuovo organo di controllo, essi crearono per la prima
volta delle grandi province al di sopra delle prefetture; inizialmente esse furono 10 e vennero chiamate
TAO (circoscrizioni) poi diventarono in totale 15. Per collegare le varie parti dell’impero, i T’ang crearono un
complesso sistema di stazioni di posta: dislocate comunemente a intervalli di circa 10 miglia, sulle
principali vie di comunicazione, queste stazioni davano ricovero e ristoro ai viaggiatori ufficiali muniti di
documenti di riconoscimento governativi e fornivano loro cavalli o imbarcazioni, com’era stabilito negli
ordini di viaggio. Vennero istituiti posti di controllo su tutte le principali strade commerciali del paese,
mentre nelle città i quartieri adibiti a mercato furono strettamente sorvegliati dalle autorità governative.

GLI ORGANI CENTRALI DEL GOVERNO

I tre massimi organi del governo centrale erano:

1. la Segreteria imperiale, agiva alle dirette dipendenze dell’imperatore, costituiva la fonte principale della
politica governativa e delle ordinanze imperiali;
2. la Cancelleria imperiale, era la cittadella del potere burocratico, aveva il diritto di esaminare le
ordinanze e, in caso di disapprovare, di rinviarle alla Segreteria affinché le riprendesse in esame;
3. la Segreteria per gli affari di stato, aveva il compito di eseguire gli ordini che erano il risultato
dell’attività congiunta dei primi 2 organi; ad essa erano subordinati i Sei Ministeri o Uffici del personale,
delle finanze, dei riti, della guerra, della giustizia e dei lavori pubblici.

Un ufficio degno di particolare menzione è l’Ufficio dei Censori, un organo interno di controllo, che
costituisce un’altra creazione originale del genio politico cinese; i membri del consiglio erano funzionari di
grande prestigio, il cui principale compito era quello di scoprire casi di tradimento, di malgoverno, di
malversazione e riferirli direttamente all’imperatore.

LA CAPITALE

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Ch’ang-an era il cuore e il simbolo della grande centralizzazione e del rigoroso equilibrio della dinastia T’ang:
era affollata da genti che provenivano da tutte le regioni dell’Asia; la popolazione della capitale
comprendeva anche i sobborghi e la campagna circostante. La pianta della città era tracciata secondo il
moderno schema a scacchiera, con 9 grandi arterie che incrociavano ad angolo retto, da nord a sud, 12
grandi strade disposte orizzontalmente da est a ovest; nel centro settentrionale della città erano situati i
palazzi imperiali circondati da mura. La Città Imperiale, ossia gli edifici governativi, si trovava
immediatamente più a sud, ciò divideva la città in due zone

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amministrative: in ciascuna delle due zone esisteva un grande mercato governativo; il resto della città era
divisa in 112 blocchi, o villaggi amministrativi.

L’ASSORBIMENTO DEL BUDDHISMO

Il buddhismo rappresentava una sfida diretta alla civiltà cinese, ma alla fine fu la Cina a modificare il
buddhismo più che non il buddhismo a trasformare la Cina; il buddhismo che tra il V e l’VIII secolo
conobbe questa grande fioritura era chiaramente in fase di trasformazione, ossi si stava mutando in un
complesso di idee e istituzioni che somigliavano assai poco alle dottrine originarie, ma che si adattarono con
facilità al sistema cinese. L’amore degli indiani per la speculazione filosofica aveva dato origine, in seno l
buddhismo, a numerose scuole di pensiero; l’amore dei cinesi per la classificazione portò l’organizzazione
di alcune di queste tendenze filosofiche in sette, queste ultime però in Cina non diventarono mai chiese
rigorosamente separate. La più importante fu la setta Fa-hsiang introdotta in Cina da Hsuan-tsang, che mise
in risalto la concezione idealistica della scoperta della somma verità attraverso la conoscenza delle sue
manifestazioni nelle esistenze transeunti; la setta T’ien-t’ai, fondata da un monaco cinese e prende il
nome da un grande centro buddhista. La sua popolarità era la conseguenza di un eclettismo tipicamente
cinese, nonché dell’amore per il compromesso e della tendenza alla classificazione; essa sviluppò la
concezione mahayana delle verità relative, considerando le varie e contrastanti dottrine buddhiste come
livelli diversi di verità (questa setta portò il Sutra del Loto a diventare uno dei testi più popolari del
buddhismo). La setta Chen-yen o Parola vera (Shingon)si trattava di una dottrina esoterica o segreta,
fortemente influenzata dai culti tantrici dell’induismo: insegnava che il Buddha eterno, Vairocana, è il
principio di ogni cosa, mentre l’uomo e le altre esistenze fenomeniche non sono che una emanazione di
questa divinità; essa affermava che la vera realtà non è esprimibile con parole ma può soltanto essere
suggerita da segni magici e simboli. Gli incantesimi, le formule magiche e il cerimoniale che caratterizzavano
la setta furono facilmente accolti dai cinesi, ai quali simili procedimenti erano stati resi familiari dal
taoismo: in particolare le cerimonie funebri della setta diventarono estremamente popolari, giacché si
adattarono perfettamente al culto tradizionale degli antenati. Anche le rappresentazioni artistiche della
filosofia Chen-yen, specialmente le grandi raffigurazioni di carattere cosmologico noto con il nome di
MANDALA esercitarono sui cinesi grande attrazione.

LA SETTA DELLA PURA TERRA

La caratteristica concezione mahayana della salvezza per mezzo della fede costituì anche la base di un forte
movimento settario noto col nome di Pura Terra o Paradiso Occidentale di Amida: si sosteneva che era
possibile raggiungere la salvezza con il semplice atto di fede consistente nella invocazione del nome del
Buddha. Questa setta esercitò maggiore influenza tra la gente comune e diventò numericamente la più
grande forza del buddhismo est asiatico.

ZEN

Lo Zen apparve in Cina nel primo periodo T’ang, con la sua enfasi sulla meditazione e sulla intuizione
interiore o illuminazione questo era molto vicino al buddhismo originario; lo Zen insegnava che l’univa vera
realtà è costituita dalla natura del Buddha nel cuore di ogni uomo. La contemplazione divenne in Cina
sinonimo di duro lavoro e di grande fiducia in sé; ai testi, la setta preferiva l’insegnamento orale, che si
svolgeva mediante l’esposizione di problemi apparentemente privi di senso, intesi a scuotere l’uditore e a
svincolarlo dalla sua dipendenza alla logica corrente. Nel suo amore per la natura e la semplicità rustica, lo
Zen rappresentava in forma nuova l’antica tradizione taoista e, di conseguenza, finì non senza ragione, per
condividere con il taoismo il ruolo di ispiratore dell’arte e della poesia; sebbene non si trasformasse mai in
una chiesa rigidamente organizzata, la sua disciplina della meditazione e il principio della fiducia in sé gli
conferirono una forma molto superiore a quella che le altre sette poterono trarre dalle loro regole
monastiche o dalle complicate filosofie. Lo Zen, fu l’unica forma di buddhismo che continuò a mantenersi
intellettualmente viva anche dopo il periodo T’ang; le altre correnti furono infatti

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gradualmente assorbite sia dalla popolare setta della Pure Terra sia dallo stesso Zen, e alla fine queste due
tendenze perdettero i loro tratti distintivi, fondendosi in quel generico amalgama di superstizioni nel quale
si trasformò col tempo il buddhismo cinese.

LA FUNZIONE DEL BUDDHISMO NELLA SOCIETA’ CINESE

In altre parole, l’originaria religione monastica antisociale si andava trasformando in una forza al servizio
della società e in uno dei fondamenti dello stato: durante il periodo di disunione politica, i monasteri
buddhisti svolsero, come il monachesimo cristiano nell’Europa medievale, l’importante funzione di centri di
insegnamento e di cultura in un età di torbidi. Essi estesero inoltre le loro attività fino a diventare luoghi
di rifugio per i perseguitati e di ristoro per i viandanti, ospedali e bagni pubblici e persino rozzi istituti
bancari, dove era possibile depositare oggetti di valore e ottenere prestiti di denaro; la chiesa buddhista si
assunse anche il compito di seppellire i morti, funzione che svolse fino all’età contemporanea.
Naturalmente, i sovrani più energici compresero che era necessario limitare il numero e la ricchezza dei
monasteri poiché essi rappresentavano, come le grandi famiglie, un potenziale pericolo per le finanze dello
stato: in effetti, la minaccia che i monasteri facevano pesare sulla società era duplice, giacché sottraevano
alla produzione uomini che si potevano considerare non solo come contribuenti immediati ma anche come
padri di contribuenti futuri. Secondo un’altra concezione tipicamente cinese, il buddhismo, considerato nel
suo aspetto puramente religioso, poteva servire gli interessi dello stato come custode spirituale ed
esecutore di cerimonie religiose per la dinastia imperiale. Si riteneva inoltre che il governo non potesse
disinteressarsi della costituzione di templi e monasteri capaci di svolgere queste funzioni, ma dovesse al
contrario provvedere ad istituirli. Nel IV secolo la dinastia Wei settentrionale sviluppò il principio che il
governo doveva limitare il numero di monaci e dei monasteri e accertarsi, come per ogni altro ramo
dell’amministrazione, che le istituzioni religiose disponessero delle terre e dei contadini necessari al loro
mantenimento.

LE PERSECUZIONI

Durante le Sei Dinastie e il periodo T’ang, quando si avvertì più vivamente la minaccia economica del
monachesimo, il buddhismo fu talvolta vittima di violente persecuzioni, provocate anche dal risentimento
che si nutriva verso una religione straniera. Dal canto loro, i sacerdoti taoisti, che si trovarono sempre più
spesso a dover competere con i buddhisti nella ricerca del favore imperiale o dell’appoggio popolare,
contribuirono talvolta ad accendere il furore antibuddhista. Ma le ragioni più importanti delle persecuzioni
furono finanziarie: periodicamente si faceva strada nei circoli governativi l’idea che le eccedenze di terra (e
di monaci) dei monasteri dovessero essere riscritte sui registri fiscali e le loro grandi ricchezze confiscate. Le
persecuzioni religiose che colpirono il buddhismo in Cina furono dirette unicamente contro il clero e il
patrimonio della chiesa mentre i singoli credenti solo di rado vennero seriamente minacciati. La più grande
e più significativa persecuzione del buddhismo si ebbe negli anni 841-45, durante il regno di un sovrano
semifolle della dinastia T’ang, fanatico seguace della dottrina taoista dell’immortalità. Il sistema degli esami
aveva risvegliato l’interesse per la letteratura classica, associata al confucianesimo, e aveva quindi segnato
una ripresa della filosofia confuciana: le classi superiori stavano volgendo le spalle al buddhismo,
abbandonato sia dai pensatori che dagli artisti per altre forme di espressione; sopraggiunta quindi in un
periodo di interna decadenza, la grande persecuzione si rivelò decisiva per il futuro del buddhismo in Cina. I
contributi duraturi apportati dal buddhismo alla civiltà cinese possono essere considerati più come aggiunte
alla precedente cultura che alterazioni del nucleo centrale delle sue dottrine e delle sue istituzioni.

LO SVILUPPO DELLA CULTURA CINESE

La Cina era pervasa da un profondo spirito di tolleranza culturale: le invasioni dei barbari avevano lasciato il
Nord aperto alle influenze straniere; il buddhismo era un veicolo e uno stimolo a più stretti rapporti
culturali con le zone più remote; il commercio, sia continentale che marittimo, tra i vari paesi si stava
sviluppando in proporzioni mai raggiunte durante il periodo Han, e l’impero dei

12
primi T’ang portò i cinesi a diretto contatto con le regioni periferiche delle civiltà dell’India e del Vicino
Oriente. Fino al XX secolo, la Cina non si rivelerà più così reattiva alle influenze straniere. Uno dei sintomi di
questo contatto con il mondo circostante è il grande numero di stranieri allora residenti in Cina: durante il
periodo delle Sei Dinastie molti furono i missionari buddhisti e i mercanti che raggiunsero la Cina
dall’Asia centrale o dalle regioni costiere meridionali. Sotto i primi T’ang, Ch’ang-an fu letteralmente
affollata di stranieri; migliaia di membri delle ambascerie ufficiali che vi giungevano periodicamente da tutte
le regioni dell’Asia, e un numero ancora maggiore di mercanti, di soldati, di monaci, di giocolieri, di
imbonitori di ogni sorta attratti da questa città, la più grande metropoli del mondo.

LE RELIGIONI DEL VICINO ORIENTE

Una delle testimonianze dell’importanza che gli stranieri avevano acquistato nella capitale è la diffusione a
Ch’ang-an delle religioni del Vicino Oriente: lo zoroastrismo (la religione persiana del culto del fuoco), la
setta nestoriana del cristianesimo e del manicheismo. Sebbene queste religioni fossero praticate quasi
sempre dai soli stranieri, esse avevano templi in molte città provinciali e nella stessa Ch’ang-an; il
manicheismo, in quanto religione ufficiale degli uiguri, alleati dei T’ang, fu particolarmente favorito; le tre
religioni tuttavia scomparvero praticamente dopo la persecuzione del 841-45 e in seguito non riuscirono
più a riconquistare la forza perduta. Due altre religioni del Vicino Oriente furono il giudaismo e l’islamismo,
il giudaismo sopravvisse fino alla fine del XIX secolo in seno a isolate comunità, e l’islamismo si sviluppò
rapidamente fino ad abbracciare, nei tempi moderni, molti milioni di fedeli, in gran parte nelle zone
sudoccidentale e nordoccidentale.

INTERNAZIONALISMO DEL PERIODO T’ANG

Prova dell’internazionalismo di questo periodo è la tendenza mostrata dai popoli vicini a imitare le
istituzioni della società dei T’ang: mai nel passato una parte così grande dell’umanità aveva considerato la
Cina come la potenza militare dominante sulla scena mondiale e come il naturale modello politico e
culturale. Il modello politico e culturale T’ang fu ancora più fedelmente imitato dalle popolazioni stanziate
ad est: i vari regni coreani mostrarono chiaramente per secoli l’impronta dell’influenza cinese e lo stato di
Silla, dopo aver unificato la penisola nel 668, diventò una vera e propria copia in miniatura dell’impero dei
T’ang.

I PROGRESSI TECNOLOGICI

Influenze indiane contribuirono allo sviluppo dell’astronomia e delle matematiche mentre le conoscenze
mediche dell’India, trasmesse dai monaci buddhisti, si combinarono con le ricerche sperimentali degli
alchimisti taoisti favorendo il progresso della medicina; anche le precedenti invenzioni della carta, della
porcellana e del mulino ad acqua furono ulteriormente sviluppate. Fu inventata la polvere da sparo, che non
venne però usata in questo periodo per scopi bellici ma solo per i fuochi d’artificio, che continuano a essere
una delle grandi attrazioni dei cinesi; anche l’aquilone è una invenzione cinese di questi anni, come del resto
la carriola, un mezzo molto utile che rendeva assai più rapidi i trasporti sugli stretti sentieri e che penetrò in
Europa soltanto molti secoli dopo. L’uso della sedia fu introdotto in Cina durante il periodo delle Sei
Dinastie e con l’andar del tempo sostituì gradualmente i cuscini e le stuoie; il tè fu introdotto dall’Asia
sudorientale: apprezzato dapprima per le sue qualità medicinali e come stimolante nel corso delle sedute di
meditazione, a partire dal tardo periodo T’ang venne più largamente usata in tutta la Cina, da dove si diffuse
poi fino a diventare col tempo la bevanda più popolare al mondo. Infine il carbone era già usato nelle zone
carbonifere della Cina del Nord fin dal IV secolo.

LE ARTI

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Nelle arti, e particolarmente nella scultura, l’influenza del buddhismo fu ugualmente profonda: la richiesta
di immagini religiose fece di questo periodo la grande età della scultura cinese, e quella che in passato era
stata una forma d’arte minore fu per alcuni secoli circondata da grande

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prestigio, per poi decadere nuovamente con il declino del buddhismo dopo il periodo T’ang. Alcune
influenze giunsero direttamente dall’India, ma le tradizioni artistiche più importanti nella Cina del Nord
durante il periodo delle Sei Dinastie furono quelle del buddhismo dell’Asia centrale, che a sua volta aveva
accolto le spiccate tendenze ellenistiche dell’arte buddhista di Gandhara e delle zone circostanti, che sono
oggi parte del Pakistan nordoccidentale e dell’Afghanistan. La scultura profana fiorì durante le Sei Dinastie
e il periodo T’ang: grandi complessi monumentali, che generalmente rappresentavano animali favolosi,
furono eretti intorno alle tombe di imperatori e altri uomini illustri; tra questi i più famosi sotto i bassorilievi
che rappresentavano i cavalli preferiti di T’ai Tsung. Poco rimase della pittura cinese dei periodi delle Sei
Dinastie e dei T’ang, se si eccettuano i dipinti delle grotte di Tun-huang; l’influenza del buddhismo sulla
pittura cinese fu comunque notevole; sebbene in questi anni il genio artistico della Cina fosse con tutta
probabilità prevalentemente rivolto all’arte religiosa, anche la pittura profana ebbe i suoi cultori e la Cina
del Sud vide il sorgere delle tendenze artistiche che dovranno dare vita alla grande tradizione pittorica del
tardo periodo T’ang e dei secoli seguenti. Fatta eccezione per le pagode di pietra e di mattoni, non rimane
molto dell’architettura religiosa e profana dell’epoca T’ang e dei periodi precedenti: poiché gli edifici, sia
civili che religiosi, erano in gran parte di legno, essi non hanno resistito all’usura del tempo, alle guerre e alle
rivoluzioni che hanno sconvolto il paese. Durante l’età buddhista il talento letterario e l’attività erudita dei
cinesi si espressero prevalentemente in opere religiose che le generazioni successive hanno generalmente
ignorato, ma copiosa fu anche la produzione che si mantenne nel solco di tendenze più tradizionali; non
esiste infatti una netta frattura, nello sviluppo della letteratura e della erudizione, tra il periodo Han e quello
delle Sei Dinastie o tra quest’ultimo, il periodo T’ang e le età successive. Un’altra caratteristica
importante del periodo delle Sei Dinastie fu lo sviluppo della critica letteraria: in questo periodo, l’attività
erudita dei buddhisti e dei taoisti fu prodigiosa, ma non per questo diminuirono le storie modello, i
commenti ai classici e le altre forme di erudizione tradizionale. Intorno al 500 apparve un’opera curiosa, in
seguito molto usata in Cina nell’istruzione elementare, il Classico dei mille caratteri, un sommario della
storia cinese e della filosofia confuciana redatto in mille caratteri, nessuno dei quali ripetuto. Un nuovo
aspetto dell’attività degli eruditi cinesi, che raggiungerà proporzioni grandiose in epoche successive, fu la
compilazione di opere di carattere enciclopedico, tra le quali la più antica sembra sia stata una enciclopedia
generale, andata poi perduta, redatta nel II secolo per il primo sovrano della dinastia Wei. A partire dal V
secolo apparvero dei trattati sui pittori cinesi, sulle loro opere e sui canoni della pittura: queste nuove
tendenze culturali, che germinarono spontaneamente dalle antiche tradizioni della Cina, vennero
continuate e approfondite sotto l dinastia T’ang. Le sempre vive tradizioni degli Han nella Cina del Sud e la
insorgente cultura semi- barbarica e semibuddhista della Cina del Nord rimasero a lungo contemporanee:
malgrado la sfida opposta alla società cinese dai barbari invasori e da una religione straniera, vi fu una
maggiore continuità culturale tra i periodi Han e T’ang. La civiltà cinese seppe evitare la proliferazione delle
culture nazionali locali, che si ebbe invece in Europa, e riuscì a conservarsi e a svilupparsi vigorosamente in
un’epoca di declino dell’Occidente.

CAPITOLO SESTO

I TARDI T’ANG E I SUNG: L’ETA’ D’ORO DELLA CULTURA CINESE

LA TRANSAZIONE DALLA CINA CLASSICA AL “PRIMO PERIODO MODERNO”

Nell’organizzazione politica ed economica, nelle relazioni con il mondo esterno, nelle manifestazioni
religiose e filosofiche, nella struttura sociale e nel campo dell’alta cultura vi sono forse tra i due periodi
T’ang minori affinità di quelle esistenti tra il primo di essi e il precedente periodo delle Sei Dinastie o tra il
secondo e la successiva dinastia Sung. Fatto ancora più importante, i primi T’ang, insieme con le Sei
Dinastie, possono essere considerati, per molti aspetti, come l’ultima fase della storia antica cinese,

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mentre i tardi T’ang formano con i Sung la prima fase della successiva storia della Cina, quella che in
effetti si potrebbe chiamare il “primo

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periodo moderno”, giacché la cultura che si andò sviluppando in questi anni resterà caratteristica della Cina
fino ai primi decenni del XX secolo. Tutti gli elementi che si sono rivelati tipici del Regno del Centro nel corso
dell’ultimo millennio hanno fatto la loro comparsa, almeno in forma embrionale, al tempo dei tardi T’ang e
hanno avuto la loro prima fioritura sotto la dinastia Sung. La fase di transizione tra la tarda classicità cinese e
il “primo periodo moderno” ha il suo centro intorno al secolo VIII, ossia verso la metà della dinastia T’ang. I
sovrani delle dinastie Wei settentrionale e Sui, nonché i primi T’ang, avevano risolto i problemi
amministrativi, che erano invece stati fatali agli Han, e respinto la sfida dei barbari e del buddhismo; essi
avevano ricostituito l’impero classico in forma più perfezionata e a un più elevato livello tecnologico;
l’impero riunificato poté quindi raggiungere nuovi traguardi di ricchezza e di potenza. Un secolo di relativa
pace e di prosperità ebbe come risultato una crescita tale da portare la Cina a un livello di sviluppo
estremamente alto; il più elevato grado di integrazione e di equilibrio che si stabilì tra le istituzioni
politiche, economiche e sociali portò a una crescente stabilità: si assistette, in altre parole, ad una specie di
emersione culturale e istituzionale. Il periodo dei tardi T’ang e dei Sung può essere considerato come una
epoca di rinascimento, dando però a questo ormai generico termine un significato del tutto particolare: si
trattò di una nuova presa di coscienza del significato di parte della letteratura classica del periodo Chou e di
un crescente interesse per i bronzi Shang e per altri elementi caratteristici dell’antica cultura. È da notare
però che i cinesi, con la loro mentalità orientata verso la storia, avevano sempre avuto profonda
coscienza dei valori dell’antichità; di conseguenza, non si manifestò quel fenomeno spettacolare di
riscoperta del passato che si ebbe invece nel Rinascimento europeo con il ritorno alla cultura greca e
romana. D’altra parte, si assistette in questo periodo ad una innegabile modificazione dei valori
fondamentali della cultura, con l’elaborazione di nuovi modelli che resteranno caratteristici della Cina nel
primo periodo dell’età moderna.

L’OSCILLAZIONE DEL PENDOLO

Il mutamento nelle relazioni tra i cinesi e i popoli vicini: i primi T’ang videro l’oscillazione del
pendolo delle conquiste cinesi, peraltro già iniziate con la dinastia Wei settentrionale, giungere fino al più
lontano punto di espansione. Nella seconda fase della dinastia si assistette invece al rovesciamento di
questa tendenza, che raggiunse il suo culmine con il trionfo mongolo del 1279, quando, per la prima volta
nella storia, l’intera Cina cadde sotto la dominazione straniera. La storia cinese aveva già conosciuto nel
passato questo moto pendolare, che peraltro si ripeterà ancora in seguito, ma nel secondo periodo T’ang il
passaggio dei cinesi dal ruolo di conquistatori a quello di conquistati si accompagnò a due essenziali
mutamenti sociali che alterarono profondamente i complessi rapporti tra cinesi e barbari. L’aperto spirito
cosmopolitico dei primi T’ang si trasformò gradualmente in un atteggiamento più limitato, particolaristico e
sino centrico: fino ai primi T’ang le dinastie cinesi avevano sempre presentato un marcato carattere
militaristico, secondo l’antica tradizione legalista; con i Sung, invece, divenne predominante l’idea del
governo civile, che portò a considerare con crescente disprezzo l’esercizio della professione militare.
In generale, i più grandi intelletti e i migliori talenti artistici del paese abbandonarono il buddhismo e il
taoismo e ritornarono alla tradizione confuciana, anche se il confucianesimo risorto al tempo dei tardi T’ang
e portato alla sua piena maturità sotto la dinastia Sung si differenziò a tal punto da quello dei periodi Chou e
Han da essere chiamato neoconfucianesimo. Fu appunto il neoconfucianesimo dell’epoca Sung che costituì
la filosofia dominante in Cina fino al XX secolo.

MUTAMENTI ECONOMICI E SOCIALI

Si assistette ora ad un rapido sviluppo del commercio e di una più avanzata economia monetaria: fu in
questo periodo che cominciò a svilupparsi, tra la Cina e l’Asia meridionale e occidentale, il primo grande
commercio mondiale marittimo su larga scala. Questa espansione dell’economia cinese, unita alla
trasformazione del sistema fiscale, che come si è detto abbandonò l’imposta personale sui contadini per
rintrodurre il criterio dell’imposta sulla unità fondiaria e sul commercio, pose la dinastia Sung e le successive
di fronte a problemi amministrativi e finanziari completamente diversi da quelli affrontati dagli Han o dai
primi T’ang. Nel corso dei secoli la forza

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delle grandi famiglie appartenenti a questa nuova aristocrazia andò comunque declinando ed esse finirono
per essere assorbite da una classe più vasta, comunemente chiamata dai sinologi “gentry” per analogia con
la classe sociale inglese così denominata che ascese al posto delle grandi famiglie feudali. Anche
questa gentry come la vecchia aristocrazia, doveva in gran parte la sua posizione al possesso della terra, ma,
come vedremo, se ne differenziava sotto altri aspetti: con il declino della vecchia aristocrazia si assistette al
trionfo del sistema burocratico, o quando il sistema degli esami raggiunse con la dinastia T’ang la sua più
completa applicazione, ebbe inizio il tramonto della società aristocratica. Nei periodi posteriori dei T’ang le
dinastie regnanti vennero ancora fondate da cinesi o da guerrieri barbari con la forza delle armi, ma sia il
governo sia il mondo della cultura furono in gran parte dominati da burocrati che dovevano la loro posizione
al talento più che alla nascita; ciò implicava l’accettazione di un ideale fondamentalmente egualitario. La
concezione che attribuiva il potere a uomini moralmente e intellettualmente superiori, qualunque fosse la
loro origine, che era sempre stata parte integrante del confucianesimo, ebbe la sua completa realizzazione
nella società cinese soltanto con i tardi T’ang e i Sung. Un altro mutamento profondo verificatosi in questo
periodo fu lo spostamento del centro geografico della civiltà cinese dalle terre aride della Cina del Nord a
quelle meglio irrigate e più ricche della valle dello Yangtze e alle regioni a sud del fiume; nell’epoca classica il
Nord era stata la sola zona del paese ad avere importanza, e fino al primo periodo T’ang il potere rimase in
gran parte un monopolio degli uomini del Nord. Al contrario, a partire dai Sung, la Cina del sud, e in
particolare gli uomini provenienti dal bacino inferiore dello Yangtze, ebbero spesso un ruolo dominante:
questo mutamento fu la conseguenza dell’avvenuto spostamento del centro economico del paese dal Nord
al Sud. Un altro mutamento significativo fu lo spostamento del centro di gravità culturale dalle zone rurali
alle città: la nuova classe, la gentry, non era necessariamente costretta a vivere nelle tenute né a
condurre un modo di vita rurale; generalmente si confuse infatti nelle città e nei borghi con i mercanti e i
funzionari. Questi diversi sviluppi influirono naturalmente sull’alta cultura: si ebbe infatti una notevole
diminuzione delle opere di ispirazione buddhista; la crescente introspezione della cultura cinese si espresse
in una vigorosa riaffermazione delle tradizioni letterarie, artistiche e culturali dell’antichità. In realtà, le
maggiori realizzazioni di questo periodo in gran parte non furono che un fioritura di tendenze già presenti
nella cultura cinese, tendenze che stabilirono modelli dai quali i cinesi delle età successive si allontaneranno
solo negli aspetti secondari. All’urbanesimo si accompagnarono una crescente raffinatezza dell’arte, della
letteratura e dell’erudizione e una grande espansione della produzione culturale, sia per la quantità che per
il contenuto delle opere.

LA CRISI E LE RIFORME DEL MEDIO PERIODO T’ANG

Il lungo regno (712-56) di Hsuan Tsung coincise forse con gli anni cruciali del processo di transizione che
portò la Cina dall’antichità al primo periodo moderno: durante il regno di Hsuan Tsung la dinastia raggiunse
il suo secondo grande apice. La popolazione era aumentata considerevolmente, come la ricchezza
dell’impero, ma il costo del mantenimento della famiglia imperiale e del governo era più che raddoppiato
senza un corrispondente aumento delle entrate; l’intero apparato governativo funzionava con minore
regolarità e stava anzi cominciando a mostrare sintomi di paralisi in settori vitali come quello fiscale o
quello della difesa.

IL CROLLO DEI SISTEMI FISCALE E MILITARE

Il rapido aumento di popolazione sotto la dinastia T’ang finì col rendere impossibile la redistribuzione
periodica della terra; prima della fine del secolo VII la maggior parte della aree coltivabili erano state
classificate tra i possessi permanenti, e un’ampia porzione delle terre migliori era stata inglobata, con mezzi
legali e illegali, nelle grandi tenute della classe agiata. In tal modo il maggior onere fiscale gravava su
contadini che disponevano di appezzamenti meno estesi che in passato, e che, collettivamente, lavoravano
una porzione delle aree coltivabili del paese più limitata di quella dei loro antenati. L’onere divenne quindi
spesso insostenibile e costrinse i contadini ad abbandonare le loro terre o a trasferirle, con accordi truffa,
nelle ricche tenute, giacché il pagamento di una rendita che ammontava al 50 % del raccolto risultava in
effetti meno oppressivo delle tasse governative. Questo stratagemma per sfuggire ai registri fiscali era
per le

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famiglie contadine un modo per risolvere il problema, ma sul piano generale non faceva che aggravare
ulteriormente la situazione dei contadini che restavano liberi e sottrarre fondi alle casse del governo.
L’insignificante imposta fondiaria, che si applicava alle grandi tenute e agli appezzamenti contadini, era
stata in origine introdotta soltanto per provvedere alle scorte di emergenza da accantonare per i casi di
carestia: essa fu ora gradualmente aumentata fino a diventare una voce regolare nelle entrate governative;
vennero inoltre stabilite varie imposte nuove e di natura straordinaria, che colpivano sia la terra che il
commercio, mentre una tassa familiare diventava una delle più importanti basi fiscali del governo.
Naturalmente, il crollo della vecchia struttura fiscale provocò anche il declino delle corvée e del sistema
delle milizie, che ne erano parte integrante: le milizie avevano fornito al governo una forza armata fedele e
poco costosa, pronta a difendere la terra natia, ma il peso del servizio militare era caduto quasi
esclusivamente sui contadini della Cina del Nord, giacché le zone da difendere, ossia la capitale e le
frontiere, si trovavano appunto in questa regione. I contribuenti ricchi evitavano abitualmente il servizio
pagando dei sostituti, i contadini più poveri, sui quali ricadeva principalmente l’obbligo militare,
disponevano di scarsi mezzi di sostentamento durante i periodi di ferma ed erano i più inclini alla diserzione,
dato che non avevano molto da difendere. Nel 723, la moltitudine di mercenari avevano preso il posto delle
milizie tra le guardie della capitale, mentre anche negli eserciti di frontiera cominciava ad aumentare il
numero dei soldati retribuiti; i soldati di mestiere, abitualmente reclutati tra la feccia della società o tra le
tribù barbariche, erano come difensori del Regno del Centro che avevano terre da proteggere. Inoltre, a
causa della lunga ferma, essi finirono per sviluppare uno spirito di corpo che li portò ad essere più fedeli ai
loro comandanti che alla dinastia; la parziale sostituzione degli operai retribuiti e dei mercenari
rispettivamente alle corvée e alle milizie accrebbe inoltre i bisogni fiscali del governo, rendendo necessaria
la ricerca di nuove forme di entrata.

LE LOTTE DELLE FAZIONI E I COMANDAMENTI REGIONALI

Un secolo di riuscita applicazione del sistema degli esami aveva creato una burocrazia scelta in base al
merito, proveniente da tutte le regioni del paese, e questo gruppo per la prima volta nella storia
rappresentava una seria sfida per la supremazia che gli aristocratici detenevano nel governo. A complicare
le cose si aggiunsero i conflitti tra i capi militari provinciali e il governo centrale: nel corso del VII secolo,
intendenti imperiali di vario tipo erano stati inviati periodicamente dalla capitale nelle province, e nei primi
anni del regno di Hsuan Tsung alcuni di essi, i comandanti regionali, erano diventati dei funzionari
permanenti che controllavano gli affari civili e militari in vaste regioni di confine. Gli stessi comandanti
regionali, in quanto militari di professione, erano spesso di origine straniera, come gran parte dei mercenari
ai loro ordini, mentre i più lontani avamposti dell’impero erano interamente nelle mani dei barbari alleati;
ancora una volta il barbaro sconfitto stava diventando l’erede militare dell’impero che lo aveva sottomesso.
Questi furono gli elementi che causarono l’improvviso crollo dei T’ang e che portarono il brillante regno di
Hsuan Tsung a una tragica fine; la politica finanziaria del governo era in gran parte abbandonata alla
improvvisazione; pericolose crisi amministrative si manifestarono nei rapporti tra il governo centrale e le
regioni di confine, nonché in seno allo stesso governo centrale; le difese dell’impero dipendevano in larga
misura da generali e soldati stranieri.

SCONFITTE ESTERNE E RIVOLTE INTERNE

La svolta inevitabile nelle fortune dei T’ang sopravvenne nell’anno 751, quando gli eserciti imperiali furono
sconfitti dallo stato thai di Nan-chao nello Yunnan e costretti quindi alla difensiva anche nel Sud Ovest; nello
stesso anno anche gli arabi sconfissero Kao Hsien-chih, il generale coreano dei T’ang, sulle rive del Talas, a
ovest del grande sistema montuoso dell’Asia centrale. Questa battaglia, anche se combattuta in una zona
lontana dai centri della potenza araba e cinese, fu una delle battaglie decisive della storia: essa costituì
infatti il preludio alla fine della dominazione cinese sull’Asia centrale, che sopraggiunse 4 anni dopo,
durante la grande rivolta che sconvolse la Cina. In breve l’intera zona fu definitivamente convertita
all’islamismo e quasi nello stesso tempo le lingue turche cominciarono a sostituire quelle indoeuropee
negli stati delle oasi del bacino del

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Tarim. Il collasso interno dei T’ang non si fece attendere a lungo: al disastro finale si accompagnò un
dramma personale, che per tradizione gli storici cinesi hanno interpretato come la causa principale della
rovina dell’impero. La malfamata Yang Kuei-fei prese sotto protezione un giovane generale di origine
barbarica An Lu-shan che fu nominato comandante militare di tre regioni lungo il confine nordorientale e si
trovò quindi alla testa di quasi duecentomila armati; la sua ambizione lo pose alla fine in conflitto con il
fratello di Yang Kuei-fei per il controllo del governo centrale; nel 755 An Lu-shan si ribellò, impadronendosi
facilmente di Loyang, che era considerata la capitale orientale, e poi della stessa Ch’ang-an. An Lu-shan fu
ucciso da suo figlio nel 757: gli succedette capo della ribellione un altro generale barbarico che fece però la
stessa fine. Il nuovo imperatore T’ang venne rimesso sul trono con l’aiuto degli uighur e di altre truppe
barbariche, compreso un gruppo di arabi, e la pace fu infine ristabilita nel 763.

LA DEBOLEZZA DEI T’ANG DOPO AN LU-SHAN

Comunque, la dinastia non conobbe più lo splendore dei suoi primi anni: la ribellione aveva inferto un grave
colpo al governo centralizzato, come si può vedere dalle statistiche ufficiali relative alla popolazione, che
registrarono una diminuzione; inoltre la dinastia dovette interamente dipendere dalle truppe straniere e
non riuscì più ad esercitare un effettivo potere oltre i confini della Cina propriamente detta. Il sistema dei
comandi regionali fu esteso a tutto il paese e gradualmente i comandanti trasformarono le zone sottoposte
al loro controllo in satrapie personali e in qualche caso riuscirono anche a rendere la loro carica ereditaria:
di tanto in tanto, spinti dall’ambizione o irritati dai tentativi del governo centrale di ristabilire la propria
autorità, scelsero la strada della ribellione; la più grave di queste crisi fu quella che, tra il 781 e il 786, colpì
la Cina nordorientale. Anche a corte si intensificarono conflitti tra le fazioni esistenti in seno alla burocrazia
e tra i burocrati e gli eunuchi: nella loro qualità di comandanti dei reparti della guardia nella capitale,
eunuchi onnipotenti poterono manovrare gli imperatori a loro piacimento e contendere apertamente ai
burocrati il controllo degli organi centrali di governo. Per queste ragioni la seconda fase della dinastia T’ang
viene spesso descritta come un’epoca di impotenza del governo centrale e di generale confusione politica
ed economica, ma il valore di tali giudizi è sempre relativo; malgrado le incursioni tibetane e le occasionali
rivolte, la Cina godette di un altro secolo di pace relativa, particolarmente nel prospero Sud, dove non si
ebbero in questi anni crisi degne di memoria.

RIFORME AMMINISTRATIVE: LA DOPPIA TASSA

Una delle principali ragioni di questa relativa pace e stabilità è da ricercare nelle nuove basi finanziarie che il
governo sviluppò durante la restaurazione seguita alla rivolta di An Lu-shan: al ministro Liu Yen (715-80) si
attribuisce il merito di aver ripreso e perfezionato l’indispensabile operazione di trasporto dei cereali dalle
valli dello Yangtze alla capitale, sostituendo completamente la corvée con l’impiego di operai retribuiti e
apportando inoltre migliorie ai canali e alle imbarcazioni. Un altro statista, Yang Yen introdusse una riforma;
nel 780, egli raggruppò le varie imposte personali, familiari e fondiarie nella cosiddetta tassa doppia,
riscossa il sesto e l’undicesimo mese dell’anno e applicata non alla persona del contadino, ma all’unità
fondiaria, senza riguardo per la proprietà. Da allora in poi, nella storia cinese, l’unità fondiaria divenne
la base della tassazione agricola e il problema della riscossione delle tasse fu quindi molto più semplice;
l’intero sistema di possesso della terra si era andato modificando, i grandi proprietari terrieri non erano più i
potenti aristocratici di un tempo, che controllavano enormi tenute praticamente esenti dall’imposta, ma del
semplici landlords i cui fondi, gestiti da affittuari, erano soggetti all’onere fiscale. Il gettito fiscale prodotto
dalla doppia tassa e dalle aumentate imposte sulla ricchezza e sulle transazioni commerciali venne suddiviso
tra il governo centrale, gli organi locali e i comandanti regionali, attribuendo a ciascuno un reddito adeguato
alle rispettive funzioni. Venne ripresa inoltre una vecchia pratica degli Han, quella dei monopoli e delle
licenze, che divennero, specialmente nel caso del sale, del tè e degli alcolici, una importante fonte di
reddito.

LA FASE DI TRANSIZIONE POLITICA DAI T’ANG AI SUNG

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L’aumento della popolazione e la diminuzione dell’efficienza amministrativa provocarono un crescente
pauperismo; di conseguenza, sfavorevoli condizioni atmosferiche produssero facilmente carestie e un
diffuso malcontento mentre la crescente indipendenza dei governatori regionali implicava inevitabilmente
la rovina del governo centralizzato. Il crollo del regime ebbe inizio nell’anno 874, con le insurrezioni che
scoppiarono nella Grande Pianura: uno dei capi ribelli, Huang Ch’ao, tipico prodotto dei tempi nuovi n
quanto aspirante burocrate deluso, ossia candidato respinto agli esami imperiali, riuscì a porsi in evidenza
anzitutto sfidando il monopolio governativo del sale. Si spinse poi verso sud saccheggiando, nell’879 la ricca
commerciale città di Canton; l’anno dopo riprese la strada del nord e occupò Ch’ang-an costringendo
l’imperatore a fuggire nello Szechwan. La rivolta fu definitivamente repressa soltanto nell’884 da Li K’o-
yung, un generale di origine turca. Durante i 10 anni della rivolta, il governo centrale aveva completamente
perduto il controllo dei comandanti regionali, i più forti dei quali si trasformarono praticamente in sovrani
indipendenti nei rispettivi territori. Nel frattempo, un conflitto per il controllo della Cina del Nord era
scoppiato tra Li K’o-yung e Chu Wen, un luogotenente passato dalla parte del governo: alla fine Chu Wen
ebbe la meglio, nel 904 creò un imperatore fantoccio, e quindi nel 907 usurpò il trono eliminando i T’ang e
dando inizio alla nuova dinastia Liang posteriore.

LE CINQUE DINASTIE E I DIECI REGNI

I 53 anni che seguirono sono noti come il periodo delle Cinque Dinastie e dei Dieci Regni,
denominazione che ha la sua origine nelle cinque sedicenti dinastie che si alternarono con rapida
successione nella regione centrale della Cina del Nord e nei dieci regimi, in gran parte meridionali, che si
mantennero durante tutto questo periodo o parte di esso. La disintegrazione politica fu quasi totale: la Cina
del Nord era economicamente prostrata dalle continue guerre, le incursioni dei barbari non ebbero grande
effetto. Le Cinque Dinastie durarono poco più di mezzo secolo soltanto; forse le tradizioni e le tecniche del
governo centralizzato erano diventate nel secolo X così forti che una lunga divisione del paese non era più
possibile. I Dieci Regni, alcuni dei quali diedero il nome ai loro sovrani e ad altri imperatori, furono, per
la loro maggiore stabilità, più importante delle Cinque Dinastie.

LE USURPAZIONI DEI BARBARI

Le cinque dinastie che si succedettero nel Nord e che stabilirono le loro capitali a Loyang, e più ad est,a
Kaifeng, ebbero tutte vita effimera. Nel 923 il figlio di Li K’o-yung fondò una nuova dinastia, i T’ang
posteriori: dopo 13 anni di governo coronati da qualche successo, anche questo regime cadde e fu
sostituito dalla dinastia Chin posteriore, fondata da Shih Ching-t’ang, un altro generale di origine turca,
genero dell’imperatore. I khitan,una popolazione mongola seminomade e semiagricola, avevano esteso la
loro influenza sulla Mongolia Interna e su parte della Mongolia Esterna; in cambio del loro aiuto, il nuovo
sovrano della Cina del Nord, oltre al pagamento di un nuovo tributo. I khitan fecero di Pechino la loro
capitale meridionale, dando quindi inizio alla sua storia di città capitale. Quando il successore di Shih Ching-
t’ang cessò di pagare il tributo ai khitan, essi distrussero la dinastia Chin posteriore. Dopo che i khitan
furono ricacciati nelle loro terre lungo il confine settentrionale, un altro generale della Cina del Nord di
origine turca si impadronì del trono nel 947. La dinastia che egli fondò, chiamata Han posteriore, durò
soltanto 4 anni; alla fine fu ancora un generale ad usurpare il trono e a dare inizio alla dinastia Chou
posteriore.

LA FONDAZIONE DELLA DINASTIA SUNG

Chao K’uang-yin, un eminente generale di origine cinese, fu inviato nel 960 ad arrestare una nuova
incursione dei khitan, ma egli impiegò le truppe ai suoi ordini per impadronirsi del trono e, diversamente
dai suoi predecessori, riuscì a fondare una dinastia su solide basi; Chao K’uang-yin è celebre nella storia col
titolo di T’ai Tsu (Grande Progenitore) della dinastia Sung, che durò più di tre secoli, dal 960 al 1279. Prima
di morire, nel 976, T’ai Tsu soggiogò con le armi o costrinse alla sottomissione tutti gli altri stati, fatta
eccezione per la dinastia Liao al confine settentrionale; gli

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ultimi due stati furono annessi nel 978 e nel 979 dal fratello e successore di T’ai Tsu, T’ai Tsung ( Grande
Antenato).

IL GOVERNO SUNG

Il successo di T’ai Tsu, che riuscì a stabilire una dinastia vitale, si può in parte attribuire ala durata
relativamente lunga del suo regno; inoltre egli trasmise il trono, forse contro la sua volontà, ad un fratello
adulto anziché ad un figlio bambino (problema politico del momento, ossia il potere quasi illimitato dei
comandanti militari). T’ai Tsu riuscì a trasferire i generali più influenti a incarichi di minore importanza o a
dimetterli in cambio di adeguati compensi, e nelle province limitò l’influenza dei comandanti regionali
all’ambito di una sola prefettura, sostituendoli, in caso di morte o di ritiro, con funzionari civili della
burocrazia centrale. Egli adottò inoltre il sistema di trasferire negli eserciti della capitale le migliori unità
militari, sostituendole nelle province con i reparti meno efficienti, e ponendo tutte le forze armate sotto
il diretto controllo del governo; con queste iniziative egli assicurò all’autorità centrale la superiorità
militare, eliminando il particolarismo che aveva portato alla rovina i T’ang e mantenuto la Cina instabile e
divisa durante il periodo delle Cinque Dinastie. Il successo di T’ai Tsu, che riuscì a realizzare queste
fondamentali riforme militari senza provocare serie rivolte, fu dovuto alla sua straordinaria abilità
amministrativa e alla politica generosa e benevola che egli adottò nei riguardi di coloro che gli erano stati
nemici o subordinati infidi. Il suo regno divenne un modello per la generosità di cui egli diede prova verso i
funzionari, per la deferenza nei riguardi dei ministri e per la modestia del tenore di vita, che lo avvicinarono
all’ideale politico confuciano e influenzarono i suoi successori meno abili ma altrettanto coscienziosi.

DEBOLEZZA MILITARE: LIAO E I HSI HSIA

La relativa debolezza militare della dinastia Sung fu forse parzialmente il risultato della politica di T’ai Tsu di
indebolimento delle forze armate provinciali e di subordinazione dell’esercito alle autorità civili, ma
un’altra più importante ragione è forse da ricercare nei mutamenti sociali e ideologici del periodo. L’Annam
(Vietnam del Nord) non fu rincorporato nell’impero e la dinastia non riuscì mai a stabilire il suo controllo su
alcuna delle zone dell’Asia centrale o delle steppe settentrionali; del resto, non riuscì nemmeno a
riconquistare le sedici prefetture settentrionali perdute durante il periodo delle Cinque Dinastie a profitto
della dinastia Liao stabilita dai khitan. E nel 1004 i Sung riconobbero la perdita definitiva della regione
accettando di pagare un tributo annuo ai Liao: questo accordo diede inizio ad un periodo più che
trentennale di pace, che fu interrotto soltanto dalla comparsa di nuovi barbari; tribù tangut di tibetani
avevano costituito un forte stato nell’Ordos, il corridoio del kansu, estendendo poi il loro dominio ad
alcune zone della Mongolia Interna. Dopo aver adottato, nel 1038, il nome dinastico cinese di Hsia (i cinesi li
chiamarono Hsi Hsia o Hsia occidentali), esse tentarono la conquista della Cina. Alla fine furono respinte, ma
nel 1044 stipularono con i Sung un trattato di pace che contemplava tra l’altro il pagamento di un tributo
annuo a loro favore. Nel frattempo, i Liao, che avevano approfittato della invasione dei Hsi Hsia per
muovere contro i Sung, avevano accettato nel 1042 di arrestare le operazioni dietro la promessa di un
sostanziale aumento del tributo che già ricevevano; l’equilibrio di queste tre potenze nella Cina del Nord
servì a mantenere la pace lungo le frontiere per altri 80 anni, finché essa non fu infranta dall’irruzione di un
ennesimo popolo barbarico.

LA CONCENTRAZIONE DEL POTERE NELLE MANI DELL’IMPERATORE

T’ai Tsu e i suoi successori resero puramente onorifiche molte delle precedenti cariche e le sostituirono con
un nuovo complesso di uffici amministrativi più direttamente controllati dall’imperatore che non gli organi
del governo T’ang. Il primo era il Consiglio degli Accademici, in origine una specie di ufficio per la stesura dei
documenti, che divenne ora un importante organo consultivo dell’imperatore; il secondo, il Consiglio
privato, fu sotto i Sung una delle tre principali branche amministrative del governo e in pratica agì come
Ufficio per gli affari militari. Questo consapevole sforzo inteso a riunire tutti i rami dell’amministrazione
nelle mani dell’imperatore contribuì, da quel momento, a rendere il governo cinese più decisamente
autocratico di quanto mai

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fosse stato. A partire dal secolo X, i regnanti divennero chiaramente più consapevoli dei termini del
problema che dovevano affrontare, quello di riprendere tutto il potere nelle loro mani sottraendolo ai
ministri e perfezionarono via via le misure adottate per raggiungere questo obiettivo. A partire dall’epoca
dei Sung. La burocrazia fu in gran parte il prodotto del sistema degli esami: essa quindi priva sia della
ricchezza personale sia della condizione sociale necessarie a sfidare le tendenze assolutistiche
dell’imperatore.

GLI ORGANI DI GOVERNO

Nel periodo Sung, il principale organo politico esecutivo alle dipendenze dell’imperatore fu una specie di
gabinetto non ufficiale formato da un gruppo di consiglieri il cui numero variava da 5 a 9; i Primi
Consiglieri, che a loro volta variavano da 1 a 3,non disponevano di alcuno dei poteri indipendenti del
periodo T’ang, che erano stati virtualmente dei primi ministri. I principali organi amministrativi di governo
durante il primo periodo Sung furono la Segreteria-Cancelleria, il Consiglio privato e la Commissione
finanziaria: i Primi Consiglieri erano anche a capo della Segreteria-Cancelleria; gli altri consiglieri occupavano
i posti di rilievo nello stesso organo e nel Consiglio privato. Alle dipendenze della Segreteria-Cancelleria vi
era un gran numero di ministri, di commissioni, di direzioni simili a quelli che dipendevano dalla Segreteria
per gli affari di stato del periodo T’ang; la Commissione finanziaria dirigeva il tesoro, la contabilità, le
imposte, la registrazione delle terre e della popolazione, i monopoli: di essa il governo centrale si serviva, in
netto contrasto con la pratica in vigore sotto i T’ang, per mantenere un rigoroso controllo delle entrate
fiscali dell’impero. Grazie a ciò e anche a causa dello sviluppo economico generale, le entrate del governo
nella prima metà del secolo XI furono 3 volte superiori a quelle godute dai T’ang nel periodo del loro
maggior splendore; si costituì quindi ben presto un’enorme riserva. Un Ufficio dei Censori vigilava sulla
politica generale e trasmetteva le lagnanze: esso andò sviluppando col tempo un elaborato sistema di
controllo dell’operato del governo, condividendo questa funzione regolatrice con l’Ufficio della critica
politica e con altri organi simili. L’amministrazione dell’impero durante la dinastia Sung fu controllata
direttamente dalla capitale con un centralismo che le precedenti fasi della storia cinese non avevano
conosciuto: Kaifeng fu la capitale; sebbene scarsamente protetta, essendo situata sulla Grande Pianura, la
città occupava una posizione di grande importanza dal punto di vista economico, poiché si trovava all’inizio
del Grande Canale, nei pressi del punto di confluenza del Canale stesso con il Fiume Giallo. I Sung ripresero,
senza modificarlo, il sistema T’ang delle prefetture o sottoprefetture, ma aumentarono il numero delle
province o circondari: questi circondari non avevano un funzionario capo ma quattro tipi di intendenti
(fiscale, giudiziario, militare e quello proposto all’immagazzinamento e al trasporto delle merci); costoro
sovraintendevano, ma non controllavano il lavoro dei funzionari locali nei loro rispettivi settori di
competenza.

L’AMMINISTRAZIONE CIVILE

La forza principale del governo Sung stava nella amministrazione civile: a sua volta questa dipendeva in gran
parte dal sistema degli esami, che era stato ampiamente sviluppato sotto i T’ang e aveva raggiunto ora il
massimo grado di efficienza. L’alto livello dell’amministrazione in questo periodo è indicato dalla
consuetudine vigente di proibire i rapporti di servizio tra i funzionari legati da vincoli di sangue o di
matrimonio e dalla norma che escludeva i parenti delle imperatrici e delle altre mogli dell’imperatore dalle
cariche più elevate. L’amministrazione civile costituiva il grado più elevato per l’alta burocrazia, che
comprendeva anche ufficiali dell’esercito, funzionari preposti al servizio religioso e vari altri tipi di burocrati
irregolari: l’amministrazione era costituita in parte con il trasferimento delle persone più abili degli altri
servizi e l’autorizzazione concessa agli alti funzionari di nominare figli o parenti, nonché con la vendita
delle cariche, grazie alla quale alcuni membri della classe mercantile potevano entrare a far parte del
governo. La fonte di gran lunga più importante per il reclutamento di funzionari civili era tuttavia

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rappresentata dal sistema degli esami: poiché i candidati che avevano superato gli esami erano
probabilmente i più capaci e godevano

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certamente di maggiore prestigio degli altri funzionari civili, essi monopolizzarono virtualmente le alte
cariche della burocrazia; infatti, durante la dinastia Sung, molti furono tra i funzionari eminenti gli studiosi di
fama e i letterati, che si erano distinti per la prima volta agli esami ufficiali.

IL SISTEMA DEGLI ESAMI

Gli esami furono dapprima banditi sporadicamente, ma dopo il 1065 si tennero regolarmente ogni 3 anni
e si svolgevano in 3 fasi successive: la prima era rappresentata dagli esami sostenuti presso le
prefetture o le scuole governative, i promossi potevano quindi affrontare gli esami che si svolgevano alla
capitale sotto l’egida del governo centrale; anche questa seconda prova i promossi venivano ammessi
all’esame di “palazzo”, che se ne eliminava ancora qualcuno e stabiliva l’elenco definitivo dei vincitori. La
nomina iniziale e la futura promozione dipendevano in gran parte dal posto in graduatoria raggiunto in
questo esame finale, e gli uomini che occupavano i primi posti di frequente raggiungevano le più alte
cariche di governo in pochi anni. Generalmente i candidati respinti ripetevano l’esame più volte, di
conseguenza l’età dei promossi poteva oscillare tra i 20 e gli 80 anni, sebbene probabilmente l’età media
fosse di circa 35 anni; per ricompensare la perseveranza di coloro che erano stati ripetutamente respinti e
probabilmente per evitare che i candidati delusi si trasformassero i elementi di sovversione, i più vecchi che
erano stati più volte respinti venivano ammessi nella amministrazione mediante speciali esami facilitati. La
promozione dei funzionari dipendeva da parecchi fattori: la durata del servizio prestato, il metodo di
valutazione del merito, esami speciali per certi incarichi particolari, il posto in graduatoria raggiunto negli
esami iniziali e la garanzia dei funzionari di grado superiore. Il sistema dell’amministrazione civile e quello
degli esami riuscirono a far entrare al servizio del governo molti degli uomini di talento e, a quanto sembra,
anche a mantenere gli individui più abili lontani dalle attività sovversive, aprendo loro prospettive più
allettanti; la dinastia Sung non conobbe infatti ribellioni di grande portata. L’importanza che il sistema
degli esami ebbe nella scoperta di nuovi talenti è suggerita dagli elenchi dei candidati promossi tra il
1148 e il 1256; più della metà provenivano da famiglie che, considerando la discendenza paterna, non
avevano avuto alcun membro nell’amministrazione nelle tre precedenti generazioni. Naturalmente, il
sistema degli esami ammetteva al servizio del governo soltanto persone appartenenti a famiglie
relativamente agiate, che potevano dare un’educazione ai propri figli, oppure provenienti da famiglie più
povere ma con tradizioni culturali.

DECADENZA E RIFORME NEL MEDIO PERIODO SUNG

I Sung avevano dato vita a un sistema politico così stabile che l’usurpazione di Chao K’aung-yin fu l’ultima
della storia cinese; le dinastie vennero ancora distrutte dalle conquiste straniere o dalle rivoluzioni popolari
e i membri della famiglia imperiale si impadronirono del trono sottraendolo a loro parenti, ma nessun
suddito riuscì più a usurpare le prerogative imperiali.

L’AUMENTO DELLA POPOLAZIONE E LA DIMINUZIONE DEL GETTITO FISCALE

L’aumento della popolazione è probabilmente una delle cause di fondo di tale decadenza: l’aumento della
popolazione in una economia in rapida espansione era naturalmente un elemento positivo per
l’amministrazione, ma non sembra che, oltre un certo limite, esso si accompagnasse a un corrispondente

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aumento della produzione; infatti, più numerose erano le bocche da sfamare e minore era l’eccedenza di cui
l’esattore poteva disporre per rifornire il tesoro. In altre parole, l’aumento della popolazione oltre questo
limite poteva costituire un fattore di diminuzione anziché di aumento delle entrate governative. L’onere
fiscale gravava principalmente sul piccolo contadino, che disponeva di scarse risorse finanziarie; l’aumento
della popolazione significava minore disponibilità di terra e un eccesso di sfruttamento del suolo, col
risultato che la diminuzione della produzione pro capite lasciava al contadino, dopo il soddisfacimento dei
bisogni immediati, minori

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eccedenze per far fronte agli obblighi fiscali. Il numero di piccoli contadini ridotti in miseria o costretti come
affittuari sulle tenute dei grandi signori crebbe vertiginosamente, poiché il numero e la ricchezza delle
famiglie una parte maggiore della produzione nazionale; pur essendo le loro tenute teoricamente soggette
all’imposta come i poderi contadini, i grandi signori, grazie ai legami con il governo e alla condizione
privilegiata, riuscivano spesso a sottrarsi, almeno in parte, ai loro obblighi e di conseguenza l’aumento delle
loro proprietà era accompagnato da una corrispondente diminuzione delle entrate governative. Comunque
le spese del governo non poterono essere mantenute nei limiti fissati dalla diminuzione delle entrate: le
difficoltà finanziarie dei Sung sono state da alcuni attribuite al tributo annuo versato ai Liao e ai Hsi Hsia; in
realtà il tributo non era che un elemento secondario del problema. Una regione più importante del
disavanzo dei Sung è il colossale aumento delle spese militari: il sistema delle milizie dei primi T’ang,
relativamente poco costoso, aveva da tempo cessato di costituire la principale base militare dell’impero, e
T’ai Tsu, per assicurare la pace interna, aveva eliminato il sistema relativamente efficiente, delle milizie
locali alle dipendenze dei comandanti regionali, concentrando l’intera forza militare in grandi eserciti di
mestiere accentrati nella capitale. Questi mercenari, reclutati in gran parte tra i poveri, non brillavano, di
conseguenza, per le loro qualità belliche: gli eserciti cinesi erano inoltre svantaggiati dalla debolezza della
cavalleria, giacché l’impero Sung, non occupando territori della steppa, era povero di cavalli; sebbene
l’introduzione di nuove tecniche, come l’uso degli esplosivi, desse loro qualche vantaggio, i cinesi cercarono
di colmare queste deficienze qualitative soprattutto aumentando la consistenza numerica degli eserciti,
ossia reclutando sempre nuovi soldati e accrescendo le spese militari. Un’altra ragione dell’aumento
incessante delle spese è da ricercare nel rapido aumento del costo dell’amministrazione civile, nonché
nell’accresciuto numero di funzionari; nei primi anni della dinastia si era sentita la mancanza di personale
esperto, ma verso la metà del secolo XI l’amministrazione civile era sovraffollata: a causa delle difficoltà
finanziarie del governo, gli stipendi finirono per diventare inadeguati, e questo suscitò il risentimento della
burocrazia e incoraggiò gli abusi di potere.

LE FAZIONI BUROCRATICHE

In uno stato ormai completamente burocratizzato non potevano più sorgere le aspre rivalità che avevano
portato alla rovina le precedenti dinastie: le rivalità incidevano ora soprattutto all’interno della stessa
burocrazia, divisa dapprima tra gruppi provenienti da regioni diverse del paese e, in seguito, tra sostenitori
di linee politiche contrastanti. La gravità delle lotte politiche si andò accentuando con il deteriorarsi della
situazione economica e militare: si formarono così, da una parte il gruppo dei tradizionalisti, i quali,
favorevoli al sistema di governo che si era sviluppato nell’ultimo secolo e fiduciosi nel valore ultimo
dell’esempio morale, non vedevano la necessità di drastiche riforme; dall’altra il gruppo degli innovatori o
riformatori, convinti che gli evidenti mali del tempo richiedessero un deciso intervento.

LE RIFORME DI WANG AN-SHIH

Nel 1069, poco dopo l’ascesa al trono del giovane imperatore Shen Tsung (Antenato Ispirato) venne
nominato primo consigliere l’abile ma dogmatico riformatore Wang An-shih (1021-86): egli diede
immediatamente inizio a una serie di radicali riforme, intese a rinsaldare la posizione finanziaria del governo
e ad accrescerne l’efficienza militare. Wang sottrasse alla competente commissione il controllo della politica
finanziaria e impegnò il governo in una serie di manipolazioni economiche che avevano dei precedenti solo
in tentativi compiuti parecchi secoli prima; il governo intervenne acquistando prodotti tipici di una zona per
venderli in altre regioni, e in tal modo facilitò lo scambio delle merci, contribuì alla stabilizzazione dei prezzi
e ne ricavò un certo profitto. Vennero redatte nuove mappe catastali per eliminare le vecchie
disuguaglianze e stabilire un sistema proporzionale di imposta fondiaria basato sulla produttività del suolo.
Le corveé che ancora restavano, e che gravavano in massima parte sui contadini poveri, furono
trasformate in obblighi fiscali e quindi addossati prevalentemente alle classi superiori; Wang provvide
inoltre a tassare le ricchezze personali, tentò di regolare i prezzi, estese le agevolazioni creditizie ai piccoli
imprenditori creando agenzie di prestito governative che applicavano tassi di interesse

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relativamente bassi, fece eseguire i lavori necessari per il controllo delle acque. Nel settore militare, egli
reintrodusse il vecchio sistema della responsabilità collettiva detto dei tre capi in vigore al tempo delle Sei
Dinastie e decretò che le varie unità create dal sistema provvedessero a loro spese all’addestramento e
all’armamento di un determinato numero di soldati. Wang An-shih accrescendo notevolmente il numero
delle scuole governative per contrastare le ricche accademie private che egemonizzano a quel tempo
l’educazione, e insistette affinché gli esami imperiali si svolgessero con programmi meno strettamente
letterari e più attinenti ai problemi pratici della politica e dell’amministrazione. Alcune delle sue riforme,
come l’imposta proporzionale, il credito a basso interesse e il completo abbandono della corvée,
rappresentavano naturalmente dei passi avanti, sia dal punto di vista economico sia da quello
amministrativo; altri provvedimenti, come la regolamentazione dei prezzi, il controllo governativo delle
merci e i sistemi della responsabilità collettiva e delle milizie, non erano che riesumazioni di antichi istituti.
Le riforme suscitarono naturalmente l’opposizione dei gruppi contro i quali erano dirette, ossia i grandi
proprietari terrieri, i ricchi mercanti e gli usurai; anche il grosso della burocrazia, reclutata tra le classi
agiate, si schierò all’opposizione. La burocrazia, trincerata dietro il sistema, non era disposta a tollerare
bruschi mutamenti che avrebbero potuto alterare la situazione stabilita: essa reagì anche energicamente
contro la politica di Wang An-shih che mirava a concentrare il potere nelle proprie mani, giacché i suoi
metodi minacciavano il delicato equilibrio di potere tra gli uffici burocratici e le cricche che col tempo si
erano andate costituendo. Nel 1076, lo stesso Wang An-shih fu costretto a dimettersi a causa dei violenti
rancori personali che aveva suscitato e i tradizionalisti ritornarono al potere cambiando completamente il
programma.

I SUNG MERIDIONALI

I CHIN CONQUISTANO LA CINA DEL NORD

La decadenza finanziaria e amministrativa dei Sung continuò fino al disastro che sopravvenne con il regno
di Hui Tsung (eccellente antenato): pittore di talento e grande mecenate, Hui Tsung si circondò di una corte
brillante e fastosa indebolendo ulteriormente le finanze della dinastia; negli ultimi anni del suo regno,
l’impero fu sconvolto da insurrezioni contadine, ma il colpo decisivo venne inferto dall’esterno. Oltre i
territori settentrionali occupati dai Liao, tribù tunguse conosciute col nome di jurched avevano
gradualmente raggiunto una posizione di predominio nella Manciuria nordorientale e nel bacino superiore
del Sungari intorno all’odierna Harbin, a nord della zona dove era fiorito un tempo lo stato tunguso di P’o-
hai. Nel 1114, i jurched si ribellarono ai Liao e l’anno dopo adottarono il nome dinastico cinese di Chin che
significa dorato; nell’intento di riconquistare le 16 province di confine occupate dai Liao due secoli prima, i
Sung si allearono incautamente con i Chin, e quando i Sung si mostrarono insoddisfatti della divisione del
bottino, che assegnava loro soltanto 6 prefetture intorno a Pechino, i Chin continuarono la loro marcia verso
sud. Nel 1126 i Chin occuparono Kaifeng, la capitale dei Sung, catturando Hui Tsung e il nuovo imperatore.

L’INSTAURAZIONE DELLA DINASTIA SUNG MERIDIONALE

Di conseguenza, la seconda fase della dinastia, precisamente dal 1127 al 1279, viene comunemente
chiamata dei Sung meridionali, mentre la prima dal 960 al 1127, è per contrasto quella dei Sung
settentrionali. I Chin inseguirono gli eserciti cinesi oltre lo Yangtze e occuparono anche le città nel Chekiang,
ma i molti fiumi e i canali del Sud rendevano il terreno poco adatto alla cavalleria nomade; per di più,
proprio in questo momento la morte privò i Chin del loro abile sovrano. Nel 1153, essi trasferirono la
capitale dalla Manciuria a Pechino e lo stato cominciò a subire un graduale processi di sinizzazione; intanto,
nel 1135, i Sung meridionali avevano stabilito la loro capitale ad Hangchow, o Li-an, come allora veniva
chiamata: essi continuarono per qualche tempo a combattere disperatamente per riconquistare il Nord
sotto la guida dell’abile generale Yo Fei, che è stato esaltato dai moderni patrioti come simbolo della
resistenza nazionale alla dominazione straniera, ma i grandi proprietari terrieri del Sud erano favorevoli alla
pace e la loro fazione, capeggiata da Ch’in Kuei, ebbe alla fine la meglio. Dopo aver mandato a morte Yo Fei,
nel 1141 il gruppo dei pacifisti stipulò con i Chin un trattato che fissava tra i due stati una linea di

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confine che i Sung si impegnavano a non fortificare; essi si riconoscevano inoltre vassalli dei Chin,
sottomettendosi al pagamento di un tributo annuo (metà in argento e metà in seta). Le deficienze politiche
e militari che si erano manifestate negli ultimi decenni della dinastia Sung settentrionale si protrassero per
tutto il periodo dei Sung meridionali: il governo rimase relativamente debole sul piano militare e dilaniato
politicamente dai conflitti delle fazioni. Anche i Sung furono espulsi dal centro storico della Cina, e anch’essi
mantennero nel Sud, in una forma piuttosto inefficiente e degenerata, un sistema politico e militare che in
anni migliori era servito a governare l’intero paese; sebbene il Nord fosse barbarico, la popolazione e la
cultura della zona non furono seriamente influenzate dalla conquista: non si ebbe una completa trasfusione
di sangue barbarico né un sensibile mutamento delle forme economiche e culturali. Il Sud si presentava
come il centro economico della Cina e stava rapidamente soppiantando il Nord come centro della cultura
cinese: sotto i Sung meridionali, il Sud continuò a crescere rapidamente acquistando chiaramente una
posizione di egemonia economica, intellettuale e culturale sul resto del paese. Fu questo, infatti, sul
piano economico e culturale, uno dei più grandi periodi di tutta la storia cinese: la dinastia Sung
meridionale, grazie alla rapida espansione economica, il governo poté accantonare per le spese militari
somme molto più rilevanti di quelle che i Sung settentrionali avevano avuto a disposizione; anche negli anni
di maggiore splendore, la ricchezza economica permise inoltre alla dinastia di mantenere una burocrazia più
numerosa.

LA RIVOLUZIONE COMMERCIALE

La storia politica della Cina mostra un rapido declino militare dagli anni di maggior potenza dell’impero:
l’espansione economica che si registrò in questi secoli fu così grande che essa potrebbe con ragione essere
chiamata, per analogia con la successiva esperienza europea, la rivoluzione commerciale della storia cinese;
essa portò la Cina a un livello economico manifestamente mai raggiunto nelle età precedenti e contribuì alla
formazione di strutture istituzionali che rimasero in gran parte inalterate fino al secolo XIX. Una delle ragioni
di questo spettacolare sviluppo dell’economia è probabilmente da ricercare nel generale aumento della
popolazione; indubbiamente, i progressi tecnologici sono un’altra delle ragioni della crescita economica: il
perfezionamento delle industrie tradizionali portò al miglioramento della qualità e all’aumento della
quantità dei tessuti di seta e dei vasi laccati o di porcellana, stimolando la domanda estera di tali articoli. Un
altro passo avanti nella tecnologia fu l’uso della polvere da sparo per scopi bellici, lo sviluppo delle mine,
una specie di granata a mano, e di altri proiettili esplosivi, e venne a compensare l’inferiorità della
cavalleria; le scienze mediche progredirono con la scoperta, avvenuta nel secolo XVI, dell’olio di
chaulmoogra per il trattamento della lebbra. L’abaco cominciò a essere usato nel tardo periodo Sung e
rimase da allora il principale strumento di calcolo dei mercanti dell’Asia orientale; l’espansione economica
sottopose inoltre a un intenso sfruttamento le risorse minerarie disponibili e le elementari tecniche
del tempo, molte miniere erano sotto il controllo del governo, che fissava le quote minime di produzione.
A quanto sembra, nel corso di questi secoli, aumentò considerevolmente anche la produzione agricola; un
altro fattore fu il gran numero di grandi progetti per il controllo delle acque intrapresi sotto i Sung,
progetti che aumentarono sensibilmente l’area totale coltivata a riso. Venne intensificata anche la
coltivazione del tè sui campi a terrazza, arricchendo notevolmente le risorse tessili del paese; un fattore
ancora più importante fu la rapida crescita del volume del commercio, che permise una maggiore
specializzazione regionale dei raccolti e, di conseguenza, una maggiore produzione totale di molte zone.

LO SVILUPPO DEL COMMERCIO PRIVATO

Tuttavia, durante i tardi T’ang e sotto i Sung, il commercio riuscì a sottrarsi alla tutela governativa: i
burocrati e i letterati continuarono a trattare i mercanti con sufficienza e scherno; le attività mercantili si
sottrassero alle restrizioni di luogo e di tempo che erano state imposte dal governo nei precedenti periodi e
superarono gli stretti limiti dei vecchi mercati ufficiali finché, sotto i Sung, le vie principali delle città si
riempirono di negozi, come nella Cina moderna. La Cina stava per diventare la nazione di negozianti e di
astuti affaristi che è apparsa, almeno da un punto di vista

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nell’età moderna: il commercio locale nelle zone rurali continuò ad essere praticato secondo la
consuetudine, con il baratto e lo scambio di prodotti di uso quotidiano; si fece strada inoltre la tendenza a
una maggiore specializzazione delle attività commerciali, gli esattori locali delle imposte presero a svolgere
anche la funzione collaterale di grossisti o mediatori, raccogliendo le eccedenze locali di prodotti agricoli o di
manufatti per venderle ai grossi mercanti. L’estesa rete di locande che si sviluppò per soddisfare le
necessità di questi mercanti viaggiatori diede origine lungo le strade a un sistema di posti di ristoro; il
venditore ambulante era a diretto contatto con il consumatore, mentre i grandi mercanti distribuivano le
loro merci, attraverso i mediatori locali, a una moltitudine di piccoli negozi. Lo sviluppo del commercio fu
inoltre accompagnato da una proliferazione di corporazioni mercantili, che si erano inizialmente costituite
come associazioni di mercanti raggruppate, a seconda dell’attività commerciale, nelle varie strade dei luoghi
di mercato del primo periodo T’ang. Ogni corporazione era diretta da un associato, scelto come capo,
responsabile di fronte al governo della esazione delle imposte che gli altri membri erano tenuti a pagare o
del versamento di una quota collettiva nel caso che un monopolio governativo venisse concesso in appalto
alla corporazione stessa dietro pagamento di una somma determinata. Le corporazioni più importanti erano
abitualmente quelle che trasportavano e vendevano prodotti di prima necessità come i cerali, il sale, il tè o
la seta, oppure quelle che svolgevano funzioni bancarie di deposito e prestito del denaro. I Sung
comprarono continuamente cavalli per i loro eserciti dai tibetani, dai turchi, dai mongoli e dai tungusi,
dando in cambio prodotti cinesi, che cominciarono quindi a diventare di uso comune presso molte di queste
popolazioni; è anzitutto il caso del tè, ma anche della seta e di altri manufatti. L’incorporazione di milioni di
cinesi negli imperi Liao, Hsi Hsia e Chin stimolò inoltre in questi stati un aumento della domanda di prodotti
della Cina del Sud, e i traffici tra i Sung e le zone del Nord assunsero proporzioni assai rilevanti.

IL COMMERCIO MARITTIMO

Ancor più di quello terrestre, sembra sia stato il commercio marittimo ad influire sullo sviluppo economico
della Cina durante le dinastie T’ang e Sung: la partecipazione degli europei a queste lucrose attività lungo le
coste meridionali dell’Asia, all’inizio del secolo XVI, inaugurerà la fase oceanica della storia occidentale che
fu tra le cause principali della successiva rivoluzione commerciale europea. Naturalmente, il grande sviluppo
dl commercio marittimo in Cina e in tutta l’Asia meridionale tra i secoli VIII e XIII è un fenomeno che ha
cause diverse: anzitutto, i graduali progressi nella navigazione, dovuti in gran parte ai marinai dell’Asia
meridionale e occidentale, le imbarcazioni impiegate per queste attività commerciali tra la Cina e il resto
dell’Asia erano ormai grandi vascelli, che navigavano sia a remi sia a vela e che erano talvolta in grado di
trasportare centinaia di uomini. Un altro elemento che contribuì allo sviluppo dei traffici oceanici fu
probabilmente il grande dinamismo di cui diede prova l’Asia occidentale in seguito all’ascesa dell’Islam:
infatti, il commercio marittimo cinese fu dapprima quasi totalmente nelle mani degli arabi e dei persiani
islamici; la grande attività commerciale che essi dispiegarono in questo periodo attraverso l’Asia meridionale
deve probabilmente essere associata alle grandi manifestazioni di forza che gli eserciti dell’Islam diedero, a
occidente fino alla Spagna e alla Francia, e a oriente, fino ai confini tra la Cina e l’Asia centrale. Lo
spettacolare sviluppo del commercio oceanico cambiò radicalmente l’orientamento della Cina verso il
mondo esterno: ora, le coste orientali e meridionali diventarono gradualmente le principali aree di contatto
con il mondo esterno, mentre le province nordoccidentali cominciarono a decadere alla condizione di
remoto retroterra. Questo mutamento ebbe naturalmente una funzione importante nel processo che portò
le zone costiere meridionali ad una posizione di egemonia economica e culturale sul resto del paese. Al
tempo dei Sung, il commercio marittimo si concentrò in alcuni grandi porti della costa meridionale e del
basso Yangtze, dove era controllato dalle sovrintendenze alla marina mercantile: il sistema di limitare il
commercio con l’estero ad alcuni porti ufficiali, dove potevano essere riscossi i diritti di dogana, aveva avuto
inizio nel secolo VIII e sotto i Sung le dogane erano diventate una fonte importante delle entrate
governative. I capitani delle navi dovevano pagare una tassa di ancoraggio, mentre i mercanti offrivano doni
ai funzionari e al governo e pagavano una imposta che andava a seconda della natura delle merci.

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IMPORTAZIONI ED ESPORTAZIONI CINESI

In Cina gli unici manufatti che essa acquistava in grande quantità erano i tessuti di cotone; ma importava
anche cavalli e cuoio dalle steppe e prodotti di lusso grezzi dai tropici, come il legname pregiato, le pietre
preziose, le spezie e l’avorio. Al contrario, le esportazioni cinesi, sebbene comprendessero minerali come
l’oro, l’argento, il piombo e lo stagno, erano costituite per la maggior parte dai raffinati prodotti
dell’artigianato; le sete cinesi continuavano ad essere molto apprezzate all’estero, ma trovavano ora dei
rivali in altre esportazioni di valore. Grande fu la richiesta di libri, dipinti e altri oggetti artistici da parte di
paesi come la Corea, il Giappone, che dovevano gran parte della loro alta civiltà alle influenze del Regno del
Centro; le monete di rame cinesi, ricercate in tutta l’Asia orientale, vennero esportate anche in zone remote
come l’Africa orientale. Ma probabilmente furono le porcellane il prodotto cinese più apprezzato: esse
penetrarono in grande quantità in tutte le zone raggiunte dal commercio oceanico del tempo; la grande
importazione di porcellane cinesi in Europa, che si ebbe dopo l’apertura del commercio oceanico tra
l’Occidente e l’Oriente, fu per la Cina soltanto la continuazione nell’età moderna di un commercio di
esportazione su vasta scale. Durante la dinastia T’ang e sotto i primi Sung il commercio marittimo della Cina
fu dominato dagli stranieri: i persiani e gli arabi, che controllavano il commercio con l’Asia meridionale e
occidentale, si erano stabiliti nei porti della costa meridionale e del basso Yangtze; queste comunità
straniere, la cui vita interna era regolata dalle rispettive norme consuetudinarie, risiedevano in determinati
quartieri delle città portuali. Sotto i Sung, anche i cinesi cominciarono però a partecipare sempre più
numerosi al commercio marittimo; per la prima volta essi stavano quindi diventando un popolo marinaro, e
l’impero cinese si andava trasformando in una potenza marittima.

LO SVILUPPO DI UN ECONOMIA MONETARIA AVANZATA

Le monete di rame erano già apparse nel tardo periodo Chou ed erano state da quel momento largamente
usate; si registrò ora un sensibile aumento del volume del circolante accompagnato da un grande sviluppo
del sistema monetario, divenuto più complesso, e da un corrispondente aumento delle funzioni della
moneta nel commercio e nelle finanze governative. Con i Sung meridionali, quando la dinastia, perduto il
Nord agricolo dipendeva dal Sud commerciale, le entrate monetarie del governo fecero cadere in secondo
piano le riscossioni di tessuti e cerali; nello stesso tempo le entrate governative cominciarono a dipendere
sempre più dal commercio. Durante il tardo periodo T’ang e sotto i Sung, i redditi forniti dai monopoli
governativi, in particolare quelli del sale, del tè e del vino, e dalle varie imposte sul commercio, compresi i
diritti di dogana, aumentarono rapidamente. La grande diffusione dell’uso della moneta, che si ebbe nel
tardo periodo T’ang e con la dinastia sung, sottopose a un pesante sforzo le risorse monetarie della Cina:
questa situazione è in parte messa in evidenza dal grande aumento della produzione di monete di rame; ma
la domanda di moneta continuò a superare largamente la produzione, e il governo dovette costantemente
fronteggiare il problema dell’aumento del volume del circolante. Il monopolio ufficiale delle miniere di
rame fu utilizzato per portare al massimo la produzione e a varie riprese il regime tentò, sebbene senza
grande successo, di limitare l’uso del rame alla sola coniatura delle monete; un provvedimento fu quello di
proibire l’esportazione delle monete, e neri periodi durante i quali questa misura non fu in vigore si seguì la
politica sostitutiva di imporre una tassa del 50% sull’esportazione delle monete, ma nessuno di questi
tentativi fu coronato con successo. I profitti ricavati dall’esportazione di monete in paesi come il Giappone
erano così elevati che non si riuscì ad impedire che mercanti audaci continuassero a praticare il
contrabbando; un altro metodo per far fronte alla scarsità del circolante fu quello di usare come moneta
l’oro e l’argento: stranamente, i cinesi fecero ricorso solo di rado a questi metalli preziosi, anche se
entrambi divennero di uso comune in numerose transazioni commerciali: la polvere d’oro misurata a peso e
l’argento nella forma di lingotti dal peso e dalla purezza presumibilmente uniformi. La soluzione più
interessante del problema e nello stesso tempo quella che meglio illustra la crescita di una economia
monetaria avanzata in Cina fu l’introduzione della cartamoneta: tanto il governo che i grandi mercanti
dovevano trasferire grosse somme di denaro in località molto lontane, e il problema era reso

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ancora più grave che in passato dalla dipendenza della capitale e degli eserciti stanziati lungo i confini del
Nord dai raccolti agricoli del lontano Sud. Le monete di rame erano troppo voluminose per essere
trasportate facilmente; di conseguenza, per far fronte a queste necessità si svilupparono tipi diversi di
documenti di credito e di cartamoneta. I banchieri privati misero in circolazione una moneta di carta di altro
tipo, ossia certificati di deposito convertibili con detrazione del 3% per le spese di servizio. Il governo Sung
provvide inoltre a varie altre emissioni locali, che insieme a quelle delle successive dinastie finirono per
deprezzarsi a causa dell’eccesso di circolante; comunque, lo sviluppo della circolazione monetaria e di molti
altri settori dell’economia permise ai tardi T’ang e ai Sung di raggiungere un livello estremamente alto,
che nel complesso non sarà superato di molto in seguito.

LA PRIMA SOCIETA’ MODERNA IN CINA

L’espansione commerciale dei peridi T’ang e Sung ebbe luogo, invece, in un impero ad alto sviluppo
burocratico che si adattò facilmente al nuovo corso economico e da esso trasse vigore: malgrado la grande
fioritura delle attività commerciali, i mercanti non furono mai abbastanza forti da sfidare lo stato
monolitico e rimasero anzi sempre alla sua mercé. D’altra parte non si dovrebbero sottovalutare i
mutamenti politici, sociali e culturali che ebbero luogo in Cina insieme alla crescita economica: mentre molti
di questi mutamenti non rappresentavano che l’approfondirsi di tendenze già apparse in passato;
considerati nel loro insieme essi diedero vita ad una società completamente diversa, negli aspetti generali,
da quella del periodo anteriore alla dinastia T’ang. Nelle età precedenti una parte della terra era stata divisa
in appezzamenti assegnati a contadini liberi che trasferivano al governo praticamente tutte le loro
eccedenze di produzione e di energia; l’altra parte era formata dalle tenute di famiglie privilegiate e potenti,
in grado di proteggere i loro possedimenti dall’azione degli esattori governativi. Forti dei loro domini
ereditari e relativamente esenti dalle imposte, gli aristocratici avevano mostrato la tendenza a controllare la
società e il governo: i loro subordinati erano di solito fedeli dipendenti dai quali essi ricevano un appoggio
militare in caso di necessità; in generale, l’influenza che i grandi proprietari terrieri esercitavano sulla
società era direttamente dipendente dalla loro ricchezza e dalla forza militare che potevano mettere in
campo. Dopo la trasformazione del sistema fiscale avvenuta nel secolo VIII, il governo non oppose più
alcuna resistenza all’accumulazione privata delle terre coltivabili, e di conseguenza non fu più necessario
disporre di grande potenza e influenza per proteggere i fondi privati; il risultato fu la comparsa di un
gran numero di possidenti piccoli e medi. D’altro lato, con il nuovo sistema fiscale semplificato, fu per gli
aristocratici molto più difficile conservare la loro condizione di privilegiati di fronte al fisco, mentre la loro
influenza sul governo veniva seriamente limitata sia dall’importanza crescente del sistema degli esami nella
selezione dei dirigenti, sia dal successo ottenuto dai Sung nella politica di concentrazione del potere nelle
mani dell’imperatore. Il rapido sviluppo del commercio e il diffondersi dell’economia monetaria resero
inoltre anacronistico il vecchio tipo di dominio fondiario economicamente autosufficiente, e i piccoli
appezzamenti sparpagliati divennero la forma più comune di possedimento terriero. Per queste ragioni la
vecchia aristocrazia venne gradualmente assorbita in una nuova e più numerosa classe, la gentry; si
assistette, tuttavia, a una trasformazione significativa nei rapporti fra questi due gruppi: i dipendenti del
signore, anche sotto la dinastia Sung, continuarono talvolta a essere legati al suolo, in una condizione
semiservile, per la forza delle vecchie consuetudini; non si trattava comunque di un legame ereditario, essi
erano in effetti quasi affittuari, che pagavano al signore una rendita corrispondente a circa la metà del
raccolto.

LA NUOVA GENTRY

La potenza dell’antica aristocrazia era stata quasi interamente basata sul possesso della terra: la classe che
ne prese il posto, la gentry , non doveva esclusivamente la sua influenza alla ricchezza fondiaria; a partire
dal periodo Sung, infatti, la proprietà terriera sembra essere diventata, dal punto di vista economico, un
affare scarsamente remunerativo. I grandi proprietari terrieri tendevano a spendere denaro piuttosto che
ad accumularne; inoltre, i grandi possedimenti venivano spesso suddivisi quando una famiglia un tempo
prospera era troppo cresciuta di numero con le

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generazioni. Non di rado le eccedenze di capitale venivano investite nella terra, ma le ricchezze dei
membri della gentry erano probabilmente molto spesso di origine mercantile, anche se il fatto era forse
considerato come il classico scheletro nell’armadio di casa; inoltre, anche le famiglie mercantili che non
avevano ancora acquistato una completa rispettabilità con il trasferimento delle ricchezze dal commercio
all’agricoltura potevano partecipare direttamente al gruppo dirigente grazie alle funzioni svolte al sevizio
del governo, come agenti di monopoli statali e controllori delle imposte sul commercio. Soltanto raramente
i grandi signori potevano disporre di un potere militare personale o anche di maggior influenza in seno al
governo centrale semplicemente grazie alla proprietà terriera: la ricchezza poteva essere trasformata in
posizioni di potere nel governo solo attraverso l’educazione e il raggiungimento delle alte cariche politiche
per mezzo del sistema degli esami. In altre parole, la gentry in quanto classe con una influenza politica
nazionale, si distingueva particolarmente per la cultura e si qualificava più per le capacità intellettuali
mentre durante gli esami imperiali che per la ricchezza (una gentry intellettuale, più che terriera). In questa
società economicamente diversificata era aumentata considerevolmente la mobilità sociale, giustificata
dall’accettazione di principi egualitari: così la nuova gentry non era in alcun modo una aristocrazia nel senso
tradizionale del termine, ma un ordine sociale molto più complesso, caratterizzato da un diffusa proprietà
terriera e dall’egemonia politica di una burocrazia scelta in base a modelli di ordine intellettuale.

L’URBANIZZAZIONE DELLA SOCIETA’

Il fenomeno dell’urbanizzazione non deve essere inteso nel senso moderno, ossia non si deve pensare che
una maggioranza della popolazione avesse abbandonato le zone rurali, anche se l’aumento del numero
degli abitanti delle città fu considerevole, ma si trattava di grandi concentrazioni di popolazione, ma la vera
urbanizzazione della società cinese non era tanto una questione numerica quanto una conseguenza della
posizione di predominio assunta, a partire da questo periodo, dalle città e dagli abitanti delle città. I membri
della nuova gentry, diversamente dalla vecchia aristocrazia, non vivevano nelle tenute, ma trascorrevano
gran parte del tempo nelle città e nei centri abitati; di conseguenza, erano più di frequente dei proprietari
assenteisti che sei signori di campagna. Dato che molti possidenti e quasi tutti i funzionari e i ricchi mercanti
risiedevano nelle città, gran parte della classe dirigente si andò concentrando nelle zone urbane, mentre
l’alta cultura finì inevitabilmente per urbanizzarsi e per sviluppare interessi e atteggiamenti più caratteristici
della gente delle città che delle popolazioni rurali. Nell’ambiente cittadino l’alta cultura si fece più varia e
sofisticata e cominciò inoltre a diffondersi in strati sociali più vasti, evoluzione che difficilmente può
sorprendere se si tiene presente il carattere più egualitario di questo periodo e se si considera che il sistema
degli esami aveva sensibilmente allargato il gruppo dirigente e dato un forte impulso alle attività erudite e
alle arti. Il trionfo dello spirito civile sulla mentalità militare fu uno dei tratti più caratteristici della nuova
cultura urbana; con i Sung andarono acquistando un’importanza predominante le realizzazioni civili e
apparve quella sotterranea tendenza pacifista che in seguito si assocerà, in modo caratteristico, alla civiltà
cinese. Con crescente indifferenza e talvolta con disprezzo vennero considerate la vita e le gesta militari; il
servizio militare era ritenuto adatto soltanto alla feccia della società, o, come dicono i cinesi, gli uomini
migliori non dovevano essere trasformati in soldati come il ferro migliore non serve a fare dei chiodi.
All’ideale di una società civile allo spirito militare si accompagnò, tra le classi superiori, la diffusione di
modi di vita urbani e di divertimenti tipici della città; durante il periodo Sung, la vita nelle città era libera e
raffinata: i centri urbani avevano cessato di essere dei semplici agglomerati di villaggi circondati da mura e
dominati dal palazzo imperiale o da qualche altro simbolo dell’autorità politica, erano invece i quartieri dei
divertimenti a costituire ora i nuovi centri di vita sociale. I proprietari assenteisti e l’affittanza posero
l’agricoltura cinese di fronte a problemi che si perpetuarono fino all’età contemporanea: un diffuso
pauperismo colpì inoltre il proletariato urbano, che aveva ormai in gran parte perduto anche il ricordo della
propria origine rurale. Fu quindi necessario adottare provvedimenti destinati a migliorare la sorte di questi
strati della società: l’esercito era il mezzo principale per assorbire la disoccupazione, ma il governo provvide
anche a creare appositi stabilimenti, finanziati da tasse speciali, per l’assistenza ai poveri.

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IL PEGGIORAMENTO DELLA CONDIZIONE DELLA DONNA

Anche la trasformazione avvenuta nella condizione della donna può trovare la sua spiegazione
nell’urbanizzazione della cultura: la donna era sempre stata asservita all’uomo, ma il progressivo
concentrarsi delle classi agiate nelle città, dove il lavoro femminile non poteva più conservare l’importanza
che aveva avuto in campagna, contribuì decisamente a un ulteriore peggioramento della sua condizione,
almeno negli strati alti della società. La donna infatti diventò ancor più di prima la serva e il trastullo
dell’uomo, come testimoniano lo sviluppo del concubinato, ossia l’acquisto di mogli che avevano
posizione di inferiorità rispetto alla prima, e il rafforzarsi, tra le classi superiori, delle norme sociali
contro il matrimonio delle vedove. Questo declino della condizione della donna è indicato ancora più
chiaramente dal diffondersi tra le classi elevate della celebre fasciatura dei piedi: i piedi delle bambine
ancora in tenera età venivano strettamente fasciati e gradualmente piegati finché l’arco si spezzava e
le dita erano contratte all’indietro; il piede finiva per avere una grandezza che era la metà di quella
normale, praticamente si storpiavano le ragazze per tutta la vita, mettendo in evidenza la loro inutilità
economica e quindi la ricchezza delle famiglie che erano in grado di produrre esseri così chiaramente
minorati.

LO SVILUPPO DELLE ARTI

Grazie alla estensione dell’impero dei primi T’ang e allo sviluppo del commercio estero sotto i tardi T’ang e i
Sung, si andarono moltiplicando i contatti con gli stranieri; tuttavia, l’alta cultura di questo periodo, anche se
talvolta fu stimolata dalle relazioni con l’estero, non conobbe per questo sostanziali modifiche. Essa fu
soprattutto caratterizzata dal brillante sviluppo degli elementi culturali già stabiliti in Cina. Questa
tendenza si manifesta chiaramente sia nelle belle arti sia in ogni altro settore: l’architettura ritornò agli
originali criteri cinesi, ossia a edifici con pilastri e architravi in legno, ma il numero di costruzioni funerarie
diminuì. A partire dal periodo Sung, molti cinesi hanno giustamente considerato la pittura come la più
grande delle loro arti: la nuova pittura paesaggistica e naturistica rivelò, nel corso del suo sviluppo, una forte
tendenza impressionistica; l’artista non intendeva rappresentare realisticamente ogni particolare, bensì
concentrare la sua attenzione sugli elementi che riteneva più rispondenti alla vera essenza del soggetto. Il
colore era considerato relativamente poco importante e di conseguenza predominava la pittura
monocroma: i paesaggi rappresentavano per l’artista la natura nel suo complesso; quest’arte aveva
importanti implicazioni filosofiche e l’ispirazione taoista era evidente. L’arte del periodo Sung cessò di
essere l’ancella della religione e acquistò piena autonomia; nell’arte e nella archeologia di questo periodo
si rivela inoltre un marcato interesse per l’antiquariato. Durante la dinastia Sung si formarono grandi
collezioni pubbliche e private di oggetti d’arte e famosi collezionisti apposero il loro sigillo a noti dipinti,
accrescendo quindi il valore delle opere con questo marchio di autenticità; vennero pubblicati cataloghi
artistici dettagliati, quelli dedicati agli antichi vasi rituali di bronzo contenevano accurate descrizioni e
illustrazioni dai vari pezzi. Mentre l’abilità nella pittura era una qualità molto apprezzata dalla classe colta
cinese, il talento poetico era praticamente ritenuto una necessità: tra le realizzazioni di una cultura divenuta
ormai essenzialmente civile, la scrittura, compresa l’arte della calligrafia, era la più apprezzata e tal rimase
fino all’età contemporanea. In Cina, la parola scritta era sempre stata tenuta in grande considerazione, così
si assistette a una grande diffusione di scuole private e delle accademie, e in proporzione crebbero il grado
di istruzione generale e il livello delle capacità letterarie. Non fu soltanto il sistema degli esami a stimolare
questo grande slancio della cultura e della produzione letteraria, ma anche la maggiore disponibilità di testi
resa possibile dalla stampa: a questa grande invenzione si giunse soprattutto per il desiderio di stabilire e
diffondere le versioni autentiche delle opere maggiori (fu un aiuto soprattutto per la difficoltà del sistema di
scrittura). In origine i grandi incisori cinesi crearono dei grandi sigilli in legno o in metallo per uso ufficiale,
ma lentamente questi si trasformarono in matrici di legno con testi o illustrazioni che occupavano un’intera
pagina; una serie consecutiva di matrici poteva servire a riprodurre un intero testo, e nel periodo Sung,
l’invenzione fu largamente diffusa e si cominciarono a pubblicare in gran numero libri di ogni genere.
Durante la dinastia Sung le memorie storiche erano ormai diventate talmente numerose che sembrò
necessario compiere un nuovo tentativo per redigere

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un’unica grande storia generale del passato cinese: “il grande specchio per la guida del governo – lineamenti
e scelte dal grande specchio – narrazione dall’inizio alla fin dal grande specchio”(testi di introduzione allo
studio della storia). Numerose furono infatti le cronache locali e le enciclopedie di vario genere o più
esattamente le collezioni, attentamente raccolte, di brani tratti da libri del passato. Nei periodi T’ang e
Sung si assistette ad una vera e propria ondata di produzioni poetiche: la poesia lirica cinese raggiunse
forse il suo apogeo nel secolo VIII grazie a grandi maestri come Li Po e Tu Fu; e vi erano anche altri
generi letterari tra cui lo tz’u, liriche per i canti popolari in voga nelle case da tè e nei bordelli della città, e i
san-ch’u, molto simili a opere teatrali. Infatti nacquero anche il teatro popolare e il romanzo, che furono
considerati dalle classi colte come espressioni volgari e plebee, e ciononostante raggiunsero in seguito
grandi vertici letterari.

IL NEOCONFIUCIANESIMO

La sintesi filosofica, nota in Occidente col nome di neoconfucianesimo, che emerse dal fermento
intellettuale di questi secoli costituirà il nucleo quasi immutabile del pensiero cinese fino al suo tramonto,
avvenuto nel secolo XX, sotto l’urto delle ideologie occidentali. Alla base degli sviluppi filosofici dei periodi
T’ang e Sung sta un mutamento nell’atteggiamento verso il mondo esterno: tale mutamento ebbe luogo
con i tardi T’ang, che i cinesi iniziarono a manifestare un crescente sentimento di paura e di rancore verso i
barbari, il buddhismo era stato oggetto di critiche in quanto religione straniera, ora gli attacchi di questo
tipo divennero un fatto abituale ed ebbero più larga influenza (grande persecuzione 841-845).
L’allontanamento degli intellettuali cinesi dal buddhismo e il loro ritorno al confucianesimo non fu soltanto
la conseguenza della esterofobia crescente in Cina, altri fattori li influenzarono, come il tramonto del
buddhismo in India. Il neoconfucianesimo fu principalmente il frutto di una vigorosa ripresa delle concezioni
confuciane, essendosi rivelato ancora una volta valido il vecchio ideale dei periodi Chou e Han di una società
politicamente orientata. La necessità di una classe di funzionari colti per il ricostituito stato burocratico
aveva portato alla ripresa del sistema degli esami, che per il governo aveva assunto un’importanza di gran
lunga superiore a quella avuta in precedenza. Il neoconfucianesimo affermandosi anche tra le classi colte
provocò il declino del buddhismo; il rituale confuciano riguardava ormai soltanto pochi iniziati e non aveva
più, nella vita popolare, quell’importanza che si riteneva avesse avuto in passato. Tutti accettavano
l’autorità dei classici, ma i testi variavano talmente per il contenuto che potevano essere citati a sostegno di
punti di vista completamente diversi, cioè il confucianesimo non disponeva ancora di un corpo di dottrine
omogeneo e coerente, perciò il neoconfucianesimo fu il frutto delle filosofie più diffuse del tempo: esso
incorporò nella corrente principale del confucianesimo molte delle concezioni del taoismo e del
buddhismo. Una grande attenzione è stata dedicata alla metafisica neoconfuciana, poiché essa
rappresenta un elemento sostanzialmente nuovo nella tradizione del Maestro: si tratta di un aspetto
relativamente marginale, concentrandosi prevalentemente sull’etica tradizionale e sulla filosofia politica; i
neoconfuciani respinsero coscientemente gli elementi centrali delle due religioni rivali, ossia la ricerca
taoista dell’immortalità e l’enfasi del buddhismo sul divino e l’ultraterreno

LA METAFISICA NEOCONFUCIANA

Per la metafisica neoconfuciana il principio formale fondamentale era il “li”: considerati uniti in un tutto,
costituiscono il Supremo che non conosce limiti di spazio o di tempo, il grande principio sostrato
dell’esistenza fenomenica; il li costituiscono lo schema di tutte le cose concrete, perciò ogni cosa è
composta anche di ch’i (strumento) ossia di ciò che potremmo chiamare materia. Il li della natura umana è
per sua essenza puro e buono, ed è l’origine delle 5 virtù fondamentali (amore – rettitudine –
proprietà – conoscenza – fidatezza); la natura umana è in realtà la manifestazione del suo li attraverso il ch’i
o apparenza fisica. L’etica confuciana metteva in primo piano i 5 rapporti umani elencati nel Mencio: è il
caso di notare che tutti i rapporti, fatta eccezione per l’ultimo, sono in sostanza dei legami di autorità e di
obbedienza. Lo stato era considerato come un mandato familiare in senso lato: l’autorità del governante,
come quella del padre, era essenzialmente di carattere etico; il buon governo, ossia il raggiungimento
dell’autentico li o tao del governo, dipendeva dalla moralità o dalla sincerità del governante. Infatti
l’ideale burocratico,

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ossia la consapevolezza che anche il governante eticamente perfetto aveva bisogno dell’aiuto di un gran
numero di funzionari, moralmente ineccepibili, per poter esercitare il suo benevolo paternalismo: questo
ideale venne istituzionalizzato nel servizio amministrativo con il sistema degli esami.

CAPITOLO SETTIMO

LA CINA E I BARBARI: L’IMPERO MONGOLO

LA PARTECIPAZIONE DEI BARBARI ALLO STATO CINESE

Tre grandi casate regnanti si succedettero al potere nel corso di tre periodi dinastici:

1. Yuan (1271 – 1368)

2. Ming (1368 – 1644)

3. Ch’ing (1644 – 1912)

La stabilità dell’ordine politico cinese consiste, almeno in parte, nella sua capacità di assorbire i non cinesi,
quando costoro erano abbastanza forti da dominare l’impero, senza giungere a un sostanziale mutamento
delle sue strutture fondamentali. Questa partecipazione non cinese alla vita politica della Cina non fu però
né semplicemente passiva né puramente imitativa: il vigore dei barbari contribuì più di una volta a
rigenerare il processo politico. L’influenza straniera sulla politica cinese andò acquistando con il trascorrere
dei secoli una funzione di primo piano: questa sempre presente influenza dei barbari sulla vita politica
cinese si fondò su un fattore essenzialmente geografico; la netta contrapposizione tra le steppe e le terre
coltivate, tra due modi di vita irriducibilmente diversi, tra due tipi contrastanti di organizzazione sociale che
si adattavano alla diversità delle zone geografiche. Nessuno dei due modi di vita poteva essere
completamente assorbito dall’altro. Alla base del contrasto tra il modo di vita cinese e quello barbarico vi
era anzitutto una differenza nelle precipitazioni atmosferiche: l’aridità delle steppe dell’Asia centrale, da
dove nessun fiume scorre verso il mare, ha reso impossibile l’agricoltura estensiva; mancando di adeguate
risorse idriche, gli altipiani del Tibet e le praterie della Mongolia hanno sempre avuto una popolazione
molto sparsa. Il territorio occupato dai barbari era circa 2 volte quello cinese, ma la popolazione era
soltanto 1/25; l’origine della potenza dei barbari costituisce quindi un problema di grande interesse, la
superiorità militare dei barbari venne spesso dimostrata quando i loro arcieri a cavallo superavano le difese
della Grande Muraglia.

LA SOCIETA’ DELLA STEPPA

Nella società sparsa delle praterie il principale mezzo di sostentamento era rappresentato dall’allevamento
del bestiame più che non dai raccolti; l’economia del nomade puro era basata sull’allevamento e la
pastorizia, egli vestiva con pelli di pecora e usava la lana per le tende. Il suo principale sostegno era il
cavallo, usato per il trasporto e per il pascolo dei greggi, la caccia e la guerra: al cavallo si aggiungevano il
cammello per attraversare le regioni desertiche e i buoi per trascinare i carri. Ne risultava una economia

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fondata sulla pastorizia e che aveva scarso bisogno dell’agricoltura, almeno finché poteva mantenere un
minimo di rapporti commerciali con le zone agricole per il rifornimento di certi beni di prima necessità
(cereali), in seguito cominciarono a chiedere anche tessuti, tè e beni voluttuari. Il nomade della steppa era
autosufficiente per quanto riguarda i bisogni più elementari, ma non poteva essere completamente tagliato
fuori dalla civiltà delle popolazioni agricole e dei centri commerciali; egli viveva oltre le frontiere di questa
civiltà, ma restava ad essa collegato mediante il commercio. La mobilità era un obbligo per i nomadi, e le
loro

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migrazioni non erano certamente un girovagare senza scopo: al contrario, avevano un carattere stagionale,
e generalmente avvenivano per trasportare i greggi e le mandrie dai pascoli estivi, sulle pianure aperte, a
quelli invernali, in luoghi più riparati come le valli tra le montagne, e quindi in senso inverso con l’inizio della
bella stagione. I loro diritti essenziali concernevano le migrazioni stagionali per il pascolo piuttosto che la
coltivazione della terra; il capo di un gruppo tribale chiedeva il diritto di compiere un intero ciclo di
migrazioni usando certi territori in determinate stagioni, e aveva scarso interesse per attività sedentarie
come la falciatura del fieno, l’escavazione dei pozzi, le attività minerarie o industriali. Questi pastori
conducevano quindi la vita precaria di chi dipende interamente dalla natura: i seminomadi, che vivevano ai
margini delle società sedentarie dedite all’agricoltura, condividevano, sebbene in misura minore, questa
costante instabilità economica. I nomadi erano i nullatenenti dell’antichità: il loro modo di vita li
condannava a una eterna povertà, a paragone delle popolazioni che dominavano le regioni agricole più
densamente popolare. L’organizzazione sociale delle tribù fu uno degli elementi della loro forza militare: i
clan erano comandati da capi che dovevano la loro posizione al valore personale; essi non godevano di un
potere vitalizio come i patriarchi delle società sedentarie, una volta invecchiati o fisicamente indeboliti,
venivano sostituiti da capi più giovani ed energici. La posizione di preminenza che di volta in volta un capo
abile esercitava sui capi dei clan e i loro guerrieri lo portava nello stesso tempo a stabilire il suo controllo
sull’economia di tutte le tribù; a differenza dai contadini, che non potevano abbandonare i loro campi senza
perdere i raccolti, i pastori e i cacciatori della steppa, quando erano sottoposti a una forte autorità centrale,
potevano spostarsi rapidamente, specialmente se esisteva la prospettiva di un bottino. Essi non erano
soltanto pastori, ma anche cacciatori e guerrieri, e potevano in un momento volgere le loro energie
dall’allevamento del bestiame o dall’inseguimento della selvaggina allo sterminio dei nemici: il pastore-
guerriero- cacciatore della steppa doveva essere pronto a ogni evenienza né poteva limitarsi a una singola
attività; le donne erano addette alla cura e ai lavori dell’accampamento e anch’esse erano in grado di far
fronte a tutti i problemi della vita nomade, fatta eccezione per la guerra e la politica. Paragonati ai cinesi,
essi sembravano necessariamente incolti, in breve barbari nel senso greco del termine; l’unica ricchezza
accumulata era quella costituita dagli ornamenti di argento portati dalle donne. La religione di queste tribù
era uno sciamanismo primitivo.

LA MINACCIA DEI NOMADI

Dopo la caduta degli Han, la Cina non conobbe soltanto la rottura dell’unità interna ma anche un aumento
della forza d’urto dei barbari: alla fine, l’uso del ferro per la fabbricazione delle staffe diede ai nomadi
dell’Asia orientale, come agli arabi del Vicino Oriente, un solido strumento di appoggio per gli arcieri a
cavallo. Dal 400 al 1400 circa, l’arciere a cavallo mantenne una netta superiorità tattica sul contadino
combattente a piedi; durante questo millennio fino all’introduzione delle armi da fuoco, i guerrieri montati a
cavallo ebbero in Asia una posizione di preminenza in fatto di tecnologia militare. La società nomade
delle steppe era in costante contatto con la civiltà sedentaria della Cina su una frontiera che si
allungava seguendo approssimativamente il percorso della Grande Muraglia; questa fascia di confine, dove
l’agricoltore e il pastore si incontravano, fu sempre una zona instabile; le precipitazioni atmosferiche erano
scarse e l’agricoltura andava incontro a disastri periodici. Il continuo commercio con i nomadi aprì
facilmente la strada a rapporti di ordine politico: il segreto dell’ascesa di un capo nomade lungo la fascia di
confine stava generalmente nella sua capacità di apprendere i sistemi amministrativi cinesi, in modo da
poter costituire un regime ibrido fondato sul controllo dei mercanti, degli agricoltori e dei guerrieri delle
tribù. Volenti o nolenti, i cinesi finivano inevitabilmente per contribuire alla ascesa del dominatore barbaro
nella zona di frontiera; talvolta, il loro potere cresceva a tal punto che essi erano in grado di muovere dalla
regione di confine e di penetrare all’interno della Cina costituendo nuove dinastie.

L’IMPERO KHITAN

L’impero Liao dei khitan si estese su gran parte della Manciuria e della Mongolia e sui territori nordorientali
della Cina propriamente detta, entro la Grande Muraglia; l’impero, aveva il suo centro geografico e
amministrativo nella parte settentrionale dell’odierna provincia di Jehol, a nord di

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pechino e della Grande Muraglia. La parte non cinese di questo regno comprendeva parecchi gruppi tribali:
tra queste tribù, vi era Jehol la popolazione seminomade dei khitan, che, per la lingua, apparteneva a
quelle che furono poi chiamate le popolazioni di lingua mongolica; la loro era una economia mista nella
quale trovava posto, accanto all’agricoltura, l’allevamento dei cammelli e dei suini, dei cavalli e dei bovini.
Furono queste tribù, che vivevano nel centro della zona a economia mista, che aprirono la strada alla
costituzione dell’impero.

LA SOCIETA’ TRIBALE DEI KHITAN

Ogni gruppo tribale khitan era comandato da un capo che guidava i suoi uomini in guerra; ciascun gruppo
aveva i propri antenati e i propri miti tribali. Il numero delle tribù variava: esse si raccoglievano in
confederazioni, alcune subordinate ad altre; il nucleo iniziale di 18 tribù, quelle che seguirono il
fondatore dell’impero, crebbe fino a raggiungere la cifra totale di 54. Il prodotto principale dell’economia
dei khitan, nella quale di fondavano la pastorizia e l’agricoltura, era il miglio, il grano dei poveri, ma la
maggior attività era rivolta all’allevamento degli ovini, almeno fino a quando la conquista di parte della Cina
del Nord non offrì la possibilità di adeguati rifornimenti di cereali. Dopo la costituzione del semisinizzato
impero Liao, avvenuta nel 947, i cavalli vennero impiegati nel servizio postale imperiale, che in un giorno
poteva recapitare messaggi a distanza. In questa società vennero incorporate tribù diverse dai khitan, che
erano state conquistate o che si erano sottomesse volontariamente, e fra esse anche gruppi sedentari cinesi
residenti in villaggi e città agricole; la condizione dei cinesi varia dalla schiavitù alla completa libertà,
attraverso varie forme di servitù e di libertà parziale. I funzionari cinesi venivano regolarmente impiegati
nell’amministrazione civile della popolazione cinese: nei gradi più bassi della scala sociale stavano le tribù
vinte dello stato di P’o-hai nella Manciuria orientale, sottoposte al trattamento più duro. Il problema della
successione scatenò dispute tribali, ma, con l’espansione dell’impero, si poté adottare il sistema cinese della
monarchia ereditaria, che costituì una salda base per l’esercizio del potere. Oltre alla loro capacità di
mantenere una forte autorità centrale, i khitan dovevano il loro impero alla forza della cavalleria, che dava
loro una netta superiorità militare grazie alla combinazione di elementi come la mobilità e la forza d’urto.
Gli arcieri a cavallo erano raccolti nell’ordo: successivamente, 12 ordo vennero organizzati in distretti,
amministrativi; essi comprendevano sia i khitan che altri gruppi tribali nomadi e persino cinesi. Nata come
guardia del corpo simile a quella degli imperatori occidentali, questa cavalleria scelta crebbe di
numero e veniva appoggiata dalle milizie cinesi, reclutate nelle regioni meridionali e impiegate come
fanteria territoriale; esistevano inoltre guarnigioni di frontiera e altri reparti speciali. Le loro invasioni
ebbero notevole successo sulle pianure aperte, giacché la manovra veniva sviluppata con precisione
cronometrica da unità di 10,100 e 1000 uomini, disposte con una avanguardia, delle ali, un centro e la
guardia imperiale. Il loro esercito veniva preceduto da esploratori, che potevano avere una forza e faceva
uso di pattuglie notturne e di complicati segnali come tamburi, corni, bandiere, nomi in codice, gong e
anche richiami per uccelli.

LA DINASTIA LIAO

Nel 947 i khitan avevano esteso il loro controllo verso sud, su 16 prefetture della Cina del Nord, occupando
città e centri abitati; nello stesso anno assunsero un titolo dinastico cinese: dinastia Liao (947-1125).
Come era accaduto ad altre popolazioni barbariche, che avevano approfittato con successo del collasso
dell’impero T’ang, essi erano riusciti a dar vita ad uno stato dualistico che comprendeva elementi barbarici
nel Nord e cinesi nel Sud; ciò fu possibile grazie al contributo essenziale fornito da consiglieri cinesi che
sposarono la causa dei khitan mettendo a loro disposizione la cultura delle città e i metodi del governo
burocratico. L’amministrazione politica dei Liao fu organizzata sotto 5 capitali: la capitale suprema – la
capitale orientale a Liao-yang – la capitale centrale – la capitale meridionale yen-ching – la capitale
occidentale. Ciascuna capitale era al centro di una rete di unità territoriali gerarchicamente subordinate e

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disponeva per la propria difesa di un comando militare, di piazzeforti e di città fortificate; per
controllare le tribù dell’Asia

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centrale furono anche dislocate guarnigioni lungo i confini, specialmente a nord e nordovest. In questo stato
dualistico, ciascuna delle parti aveva un primo ministro, una cancelleria e vari ministri: i capi di entrambi i
governi risiedevano nella capitale suprema; il governo della regione meridionale conservò istituzioni
ereditate dai T’ang, come i Sei Ministeri, l’Ufficio dei Censori e le tre segreterie amministrative o cancellerie.
Uno degli elementi che contribuirono a conservare la coesione di questo stato dualistico fu la
trasformazione della monarchia Liao in una istituzione di governo di tipo cinese: adottarono i titoli
amministrativi della tradizione cinese, praticarono il culto degli antenati, fecero uso del cinese parlato e
scritto come lingua franca dell’amministrazione e indossarono abiti cinesi nelle regioni meridionali. Questo
processo di sinizzazione non impedì tuttavia ai khitan di conservare l’antica organizzazione tribale, i riti
e, in particolare, l’originario modo di vestire e di alimentarsi; diversamente dai precedenti invasori
barbarici, essi evitarono di proposito l’uso del cinese parlato, temendo di essere sommersi dalla corrente
sinizzatrice. Anche il confucianesimo dei khitan fu soltanto una patina superficiale, non una filosofia; essi
diventarono invece i grandi protettori del buddhismo cinese, inoltre le norme che regolavano la vita dei
cinesi erano diverse da quelle che si applicavano ai khitan. Poiché costituivano soltanto 1/5 della
popolazione dell’impero, i dominatori khitan dovettero impegnarsi a fondo per conservare il controllo della
società; dopo la sia crescita e il suo definito costituirsi, nel 947; in dinastia di tipo cinese, lo stato dei Liao
entrò in conflitto a sud con la nascente dinastia Sung, fondata nel 960. In realtà, le incursioni barbariche
rappresentarono un elemento di stimolo per l’unità cinese: il primo imperatore Sung era riuscito a
raggiungere una posizione di forza proprio come comandate degli eserciti inviati ad arrestare le invasioni dei
khitan. Negli anni dal 979 al 1004 fu combattuta, sebbene con interruzioni, una guerra di confine tra i Liao e
i Sung, che si concluse con un trattato che imponeva ai Sung il pagamento di un regolare tributo a partire
dal 1005; i cinesi non considerarono mai il pagamento di queste somme come un atto formale di
sottomissione ai Liao, ma piuttosto come un mezzo per assicurarsi la tranquillità delle frontiere. La
conquista delle città murate cinesi si rivelò per i khitan un’impresa ardua e nel complesso il più vasto
impero Sung riuscì a frenare gli invasori Liao; la fedeltà della popolazione cinese fu sempre incostante,
mentre le altre tribù barbariche dell’impero dovettero essere mantenute continuamente sotto controllo:
alla fine fu un altro gruppo tribale a distruggere la potenza dei Liao e a conquistarne l’impero estendendone
i confini.

IL REGNO DI HSI HSIA

Una popolazione tibetana, i tangut, aveva costituito nella zona dell’odierno Kansu un regno noto col
nome di Hsi Hsia o Hsia occidentale: la sua capitale, Ning-hsia si trovava sull’alto corso del Fiume Giallo. Per
quanto riguarda l’economia, soltanto parzialmente i tangut avevano conservato quella delle tribù delle oasi;
in realtà, si trattava di una mescolanza di agricoltura da zona irrigua, di pastorizia e di commercio; dopo aver
pagato per molti anni un tributo ai Sung, nel 1038 il sovrano dei tangut, Li Yuan-hao, si dichiarò
indipendente proclamandosi imperatore dei Hsia. I tangut modellarono il loro governo e il loro sistema
educativo sull’esempio cinese, ma subirono in misura maggiore l’attrazione del buddhismo, che era fiorente
nei monasteri lungo l’antica via verso occidente.

LA DINASTIA CHIN DEI JURCHED

Sebbene per molti aspetti simili ai khitan, i jurched si distinguevano da questi per la lingua, poiché
appartenevano al gruppo tunguoso più che a quello mongolico delle popolazioni altaiche: inoltre, la loro
economica era in parte diversa da quella dei khitan; nelle valli boscose dei fiumi della Manciuria
settentrionale e orientale, la caccia, la pesca e l’agricoltura venivano praticate molto più di quanto non
facessero i pastori khitan nelle vallate più asciutte del Jehol. Finché le tribù jurched furono costrette a
pagare il tributo ai Liao e fu loro impedito di scendere nella più ospitale zona meridionale della Manciuria,
esse restarono dei vassalli indocili dei khitan; naturalmente, l’ascesa dei jurched dipendeva anzitutto dalla
unificazione delle tribù, e quindi da un capo di grande rilievo. Alla rapida disfatta dei Liao contribuì la
malaccorta politica dei Sung, “servirsi dei barbari contro i barbari”: nel 1120 infatti essi avevano
contratto un’alleanza con i jurched contro i Liao con la

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promessa di versare la somma annua in argento e seta al nuovo stato jurched. Ma dopo l’estinzione della
dinastia Liao, avvenuta nel 1125, la potenza dei jurched andò via via accrescendosi: in breve essi
occuparono nella Cina del Nord una zona molto più vasta di quella già controllata dai Liao; nel 1126 si
impadronirono della capitale dei Sung, Kaifeng, spingendosi poi a sud del Fiume Giallo fino alla valle dello
Yangtze. Finalmente, fu stabilita con i Sung meridionali una linea di confine che coincideva
approssimativamente con il corso del fiume Huai.

L’IMPERO KARA-KHITAI

In questo periodo ebbe breve vita un altro stato nomade, sopravvivenza della dinastia Liao: l’impero Liao
occidentale (1124-1211), dai mongoli chiamato Kara-Khitai, o Khitan neri, fu fondato da un discendente
della famiglia imperiale Liao.

IL GOVERNO SOTTO I CHIN

L’impero Chin non fu, come quello dei Liao, confinato ai territori settentrionali, ma controllò una parte
molto maggiore del Regno del Centro e della sua popolazione: i jurched migrarono in gran numero nella
Cina del Nord; ciononostante, nel nuovo impero l’elemento cinese fu, in proporzione, quantitativamente
molto più forte e i detentori del potere non appartenenti al gruppo cinese meno numerosi che al tempo dei
khitan. I jurched ereditarono la duplice amministrazione e la cultura ibrida che i sovrani khitan avevano
sviluppato e furono inevitabilmente spinti a uniformarsi ancora di più al modello cinese: dopo aver
trasferito la loro capitale principale dalla Manciuria centrale a Yen-ching (Pechino) costituirono ben presto
uno stato di tipo cinese, centralizzato e burocratico. I jurched furono fin dall’inizio pienamente consapevoli
della loro individualità etnica: come i khitan e i tangut, essi cercarono di mantenere il loro dominio sulla
massa dei sudditi cinesi conservando nello stesso tempo la loro cultura contro la tradizione imperiale
ereditata dai T’ang. La struttura militare dei Chin rappresenta un progresso notevole rispetto ai discontinui
arruolamenti dei Sung; poiché i jurched, come del resto i khitan e altre tribù non cinesi, dovevano essere
sempre pronti a scendere in guerra, ogni loro quotidiana attività era a ciò subordinata. Ma inevitabilmente i
guerrieri che avevano costituito in origine il fondamento della nazione in armi dei turche, una volta stabiliti
come agricoltori sul territorio cinese, cominciarono a perdere le loro qualità militari; sebbene questi gruppi
tribali trapiantati non subissero un completo processo di sinizzazione, essi non poterono, malgrado la
politica di protezione attuata a loro favore dai sovrani, continuare a restare dei puri guerrieri, separati dalla
vita cinese che ferveva loro intorno. Un trattato di pace con i Sung meridionali, stipulato nel 1141, confermò
la signoria formale dei Chin, ai quali i Sung continuarono pagare il tributo: il trattato servì inoltre a stabilire
dei rapporti più o meno regolari tra i 2 stati e contribuì al proseguimento di una attività commerciale su
vasta scala tra le due zone. Gli stessi sovrani Chin subirono notevolmente il fascino della grande cultura dei
loro sudditi cinesi, e cominciarono quindi a seguire le norme confuciane, a studiare i classici e a
cimentarsi con la poesia cinese; dopo un periodo relativamente pacifico e costruttivo, i Chin finirono per
essere coinvolti in guerre estenuanti, combattute su due fronti, contro i mongoli e i Sung meridionali. Nel
1215, sotto la pressione dei mongoli, i Chin furono costretti a trasferire la capitale più a sud, da Pechino a
kaifeng, dove i mongoli distrussero la dinastia nel 1234.

I MONGOLI: modelli delle conquista barbarica

1. Gli invasori riuscirono di solito a impadronirsi del potere nella Cina del Nord in periodi di disordine,
quando il declino della precedente dinastia permetteva ai cavalieri nomadi di stabilirsi come
conquistatori su determinati territori;

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2. Organizzando il loro sforzo aggressivo, i barbari arruolarono immancabilmente consiglieri e guide cinesi,
che riuscivano a reclutare con maggiore facilità tra le popolazioni della fascia di confine; nello stesso
modo, forze armate cinesi venivano assorbite tra le onde degli invasori;

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3. La superiore forza militare dei barbari si espresse con la cavalleria, dotata di un maggior numero di
cavalli di qualità migliore; l’allevamento dei quadrupedi era più facile nei pascoli della steppa che in
zone rurali sottoposte a una coltivazione intensiva;
4. Non appena acquistato il controllo, dei territori rurali cinesi, gli invasori adottarono spesso una politica
di tolleranza, se non di rappacificazione, nei confronti dei notabili locali; la collaborazione dei capi
cinesi veniva richiesta per accrescere il numero dei collettori delle imposte e degli amministratori scelti
tra l’elemento cinese;
5. Gli invasori dovettero riconoscere la impossibilità di imporre immediatamente la propria cultura alle
masse sedentarie cinesi, cosa resa del resto più difficile dalla loro grande inferiorità numerica: essi
fecero quindi uso delle istituzioni di governo cinesi, e dopo un iniziale periodo nel quale si
manifestava la loro potenza distruttiva, finirono per ridare continuità alle forme tradizionali di
amministrazione e di vita sociale e culturale;
6. Come corollario al principio consistente nel dominare la Cina alla maniera cinese, gli invasori
considerarono più saggio conservarsi una patria nei loro territori d’origine oltre la Muraglia: in questo
modo i Liao divisero la regione sottoposta al loro controllo in due zone, la prima entro i confini della
Cina, la seconda al di là della Muraglia, dove la cultura e il modo di vita dei barbari potevano essere più
facilmente conservati. In questo modo essi tentarono di difendere la loro individualità etnica e di evitare
l’assorbimento;
7. Il mantenimento dei metodi di governo cinesi concise in effetti con lo stabilirsi di un’amministrazione
duplice sino “barbarica” entro la Muraglia, diretta, almeno a livello locale, in gran parte da cinesi ma
sotto il controllo di conquistatori stranieri: l’impiego di personale formato da entrambi i gruppi etnici,
con vari controlli e contrappesi, fu una delle caratteristiche inevitabili di ogni dinastia straniera;
8. Inoltre, gli invasori trovarono utile impiegare altri stranieri nell’amministrazione: così i Chin usarono ciò
che restava del personale dei Liao e lo stesso principio sarà applicato in seguito dai mongoli e dai
manciù;
9. Una volta consolidata la conquista, il compito successivo dei barbari era quello di conservare il controllo
della situazione mantenendo una forza militare di riserva: si dovette quindi provvedere
all’organizzazione di una milizia territoriale, nella quale potevano arruolarsi anche i sudditi cinesi, ma
che rappresentava l’autorità della dinastia straniera. Inoltre, alcuni reparti delle orde degli invasori
furono incaricati di presidiare la capitale e mantenere sotto controllo le zone chiave;
10. Nello stesso tempo, le dinastie di conquista adottarono verso i gruppi tribali, che vivevano nelle steppe
dell’Asia centrale, una politica tipica, fondata sul principio del “divide et impera”, che consisteva
nell’aizzare una tribù contro l’altra per proteggersi le spalle e per prevenire il sorgere in quella zona di
eventuali rivali;
11. A lungo andare, per gli invasori fu sempre estremamente difficile conservare la propria individualità
etnica e culturale, sottoposti com’erano alla pressione numerica dei sudditi cinesi; così, volenti o
nolenti, essi cominciavano con l’assimilare elementi culturali cinesi, come l’alimentazione, il modo di
vestire, i nomi e anche la lingua,mentre diventavano comuni i matrimoni misti. La conseguenza era
generalmente il declino della forza militare e alla fine il riassorbimento o l’espulsione da parte
dell’elemento cinese o di qualche nuovo gruppo invasore; furono questi i tratti caratteristici
dell’invasione barbariche: essi si manifestarono una volta ancora durante il periodo della conquista
mongola.

Ogni società di pastori come quella dei mongoli, come i khitan o jurched, era destinato a soffrire di una
cronica instabilità economica: mancanza di autosufficienza per l’approvvigionamento, nella tecnologia
militare del tempo, la cavalleria era diventata l’arma principale, ed era un mezzo di conquista pronto nelle
mani dei mongoli. Era necessaria una centralizzazione dinamica

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dell’autorità politica tra le tribù della steppa sotto la guida di un capo geniale, centralizzazione che doveva
coincidere con un periodo di disorganizzazione e di debolezza delle società sedentarie insediate nelle
regioni periferiche. Questo è quanto accadde in Asia all’inizio del XIII secolo; contro gli stati rurali, semirurali
e mercantili i mongoli scagliarono una forza militare invincibile; essi erano ormai organizzati per la conquista
e riuscirono sia a sottomettere che ad amministrare territori vastissimi.

LA SOCIETA’ MONGOLA

Quando nacque Genghiz khan, il creatore dell’impero mongolo, intorno all’anno 1167, le tribù di lingua
mongolica non avevano ancora un nome comune: alcune erano formate da cacciatori e pescatori che
vivevano in piccoli gruppi ai margini delle foreste della Siberia. Tuttavia, già da tempo la maggior parte delle
popolazioni mongole avevano imparato a vivere a cavallo nella steppa aperta, dove si raccoglievano in
piccoli gruppi di poche famiglie. Le principali unità politiche e sociali erano costituite dai clan
patriarcali: la vita spirituale di ogni membro era focalizzata sul senso di lealtà al clan, che si esprimeva
attraverso il culto della terra; poiché un insieme di clan, unito da vincoli di sangue, costituiva una unità più
vasta, quella della tribù, l’individuo era tenuto a una analoga lealtà verso il complesso tribale. Una gerarchia
di tipo feudale, fondata su rapporti di fedeltà e di protezione tra signori, cavalieri, liberi e servi si era
andata così sviluppando tra i mongoli al punto che un uomo dalla personalità particolarmente forte
poteva acquistare una posizione di assoluto predominio. L’impero creato da Genghiz khan fu quindi il
primo grande impero mongolo della regione che noi chiamiamo Mongolia: Genghiz khan fu un
organizzatore e unificatore di tribù mongole (Temujin); la sua ascesa fu molto lenta, negli anni della
maturità era infatti ancora vassallo di un capo minore. Prima di potersi costituire un seguito personale,
Temujin dovette impadronirsi della complicata arte della politica tribale, cosa che richiedeva una produttiva
mescolanza di lealtà, emulazione, astuzia, spietata perfidia e prestanza fisica; ribellatosi al suo signore, egli
sottomise le tribù straniere e infine, al grande raduno delle tribù mongole gli venne riconosciuto il titolo di
gerghi khan (signore universale) in quel momento tutti i capi delle tribù e dei clan mongoli riconobbero la
sua supremazia. L’organizzazione militare era naturalmente il segreto principale del successo mongolo: la
guardia del corpo di Genghiz era formata da 80 uomini, un corpo scelto conosciuti personalmente da lui; i
membri di questo corpo erano mantenuti sotto una stretta disciplina, venivano severamente puniti se non
adempivano prontamente ai loro doveri ed erano costretti ad un servizio di guardia della durata di 3 giorni e
3 notti consecutivi, in cambio godevano di molti privilegi e di un’alta condizione sociale. Da questo gruppo
scelto che si potrebbe paragonare alle moderne accademie ufficiali o ai corpi di addestramento: Genghiz
sceglieva i suoi generali e i suoi alti amministratori, alcuni all’età di 20 anni, sotto il loro comando l’esercito
veniva organizzato in base a un sistema decimale, in generale mescolando tra loro i membri di clan
diversi. Il suo successo si spiega anzitutto con le capacità individuai dei suoi guerrieri e la perfetta intesa
esistente tra loro; i cavalieri mongoli erano abituati a stare in sella fin dalla fanciullezza e i ragazzi venivano
infatti impiegati come cacciatori o esploratori, coperti di cuoio e di pellicce. In battaglia i mongoli usavano
colonne di cavalleria, rapidissime negli spostamenti, che cercavano di circondare e di chiudere le forze
nemiche: per coordinare queste rapide manovre i comandanti usavano bandiere colorate di segnalazione o
lanterne, segnali di fumo e messaggeri; idealmente, ogni unità era dotata di cavalli di colore diverso: questi
accorgimenti accrescevano la mobilità e la coordinazione delle truppe che venivano concentrate come
massa d’urto contro un punto debole del nemico. Così i mongoli portarono la forza offensiva al suo apice
nel secolo che precedette lo sviluppo delle armi da fuoco; i mongoli erano anche maestri nello spionaggio e
nella guerra psicologica: tra i mercanti che percorrevano le vie commerciali le spie erano sempre a portata
di mano, cosicché i mongoli avevano poche difficoltà nell’apprendere le notizie necessarie sulle loro vittime.

LE CONQUISTE DI GENGHIZ

Genghiz khan sottomise i Hsi Hsia tra il 1205 e il 1209 e il loro regno venne infine distrutto nel 1227; nella
sua prima campagna contro l’impero Chin della Cina del Nord, nel 1211-15, non solo

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egli distrusse la loro capitale ma si assicurò anche i servigi di alcuni cinesi che sapevano come assediare le
città e di altri che avevano imparato a governarle. Nel 1219-21, devastò il contiguo impero turco di
Chorezm, si impadronì di ricche città-oasi, centri di produzione artigianale, del commercio carovaniero e
della cultura islamica, ma si procurò anche gli inestimabili servigi dei mercanti e dei finanzieri musulmani
esperti di questioni monetarie. Così Genghiz khan, prima della sua morte nel 1227, gettò le fondamenta di
un grande impero eurasiatico conquistando nell’Asia centrale la sua zona base.

L’IMPERO MONGOLO

Secondo la consuetudine tribale,Genghiz divise l’impero tra i 4 figli della sua principale moglie; alla fine
l’impero risultò composto da 4 grandi khanati. Inizialmente, l’unità imperiale fu mantenuta dalla
partecipazione dei 4 khanati a ogni conquista e alla spartizione del bottino; ogni nuovo Gran khan veniva
riconosciuto da un Khuriltai che rappresentava tutti i principi e i nobili dell’impero. In generale, i sovrani
mongoli dell’Asia occidentale accolsero l’Islam e la sua cultura e si lasciarono assorbire negli intricati
rapporti e nelle endemiche guerre del Vicino e del Medio Oriente, mentre i sovrani mongoli della Cina
diventarono credenti buddhisti e uomini di stato confuciani.

LA CONQUISTA DELL’IMPERO SUNG MERIDIONALE

L’occupazione della Cina fu un processo relativamente lento, se paragonata alla rapida avanzata dei mongoli
attraverso l’Asia centrale e occidentale: richiese, infatti, più di una generazione, fino al 1279, e lasciò una
impronta corrispondentemente profonda nella vita cinese. Favoriti dalle caratteristiche del terreno, arido e
aperto, della Cina del Nord, nel 1223 gli invasori avevano quasi completamente spinto i Chin a sud del Fiume
Giallo. I Sung meridionali, immemori della catastrofe che si era abbattuta sul regno di Hui Tsung per avere
quest’ultimo aiutato la nuova potenza jurched a battere i Liao ormai sinizzati e indeboliti, ripeterono lo
stesso errore schierandosi con i mongoli contro i Chin; in tal modo contribuirono a rimuovere la barriera
protettiva che li separava da quelli che divennero i loro conquistatori, ma l’occupazione della Cina del
Sud non era un’operazione facile anche per gli invincibili mongoli. Furono necessari parecchi decenni di
guerre intermittenti ma combattute su vasta scala; dal fiume Han e dalla Cina nordoccidentale fino ad
Hankow sullo Yangtze, i mongoli dovettero stringere d’assedio per 5 anni le città gemelle di Hsiang-yang e
durante le operazioni fecero uso di colossali catapulte e forse anche di rudimentali cannoni. Sappiamo che
nella Cina dei Sung si erano già costruite catapulte così grandi che erano necessari per manovrarle un
centinaio di uomini; la polvere da sparo era usata da gran tempo in Cina per fabbricare petardi e cominciava
a essere impiegata per le bombe esplosive. Nel 1253 ci fu l’occupazione della capitale Tali nello Yunnan: in
seguito a questa conquista lo Yunnan divenne per la prima volta parte integrante della Cina; nella Cina del
Sud penetrarono, provenienti dall’Asia centrale, amministratori musulmani e , al loro seguito, la religione
islamica, che ebbe poi sempre in questa zona una salda base; infine, le popolazioni thai di Nan-chao
cominciarono il loro esodo verso sud che portò, nel 1351, alla fondazione del moderno stato del Siam. La
conquista dell’impero Sung meridionale fu infine portata a termine sotto la guida del più abile dei nipoti di
Genghiz khan; che feci di Pechino la capitale invernale e concentrò la sua attenzione sulla Cina. Più tardi
occuparono Canton e a sudovest di questa città distrussero nel 1279 i resti della grande flotta dei Sung
eliminando l’ultimo pretendente al trono dei Sung; intanto nel 1271, Qubilay aveva già assunto il nome
dinastico cinese di Yuan, che significa “Il principio primo” o l’origine: a Genghiz fu attribuito il titolo
postumo di T’ai Tsu (grande progenitore). Qubilay divenne quindi un imperatore di tipo cinese e viene
annoverato negli annali cinesi con il titolo postumo di Shih Tsu (progenitore rigenerante). Le flotte mongolo-
cinesi potevano sfruttare la potenza marittima ereditata dai Sung, furono inviate senza successo enormi
forze navali contro il Giappone nel 1274 e nel 1281: complessivamente almeno 4 spedizioni terrestri
invasero il Vietnam e 5 penetrarono in Birmania; nel 1280 10 stati dell’Asia meridionale inviarono il loto
tributo nel Fukien attraverso lo scalo di Ch’uan-chou.

IL DOMINIO MONGOLO IN CINA

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Per conquistare la Cina del Sud i mongoli dovettero combattere appiedati, manovrare tra le risaie e i
corsi d’acqua, reclutare collaboratori cinesi, trattare con dense popolazioni sedentarie e far fronte a
tutta una serie di nuovi problemi. Gli immediati successori di Genghiz khan, dopo aver distrutto lo stato dei
Chin, ne suddivisero il territorio e gradualmente essi si resero conto che gli abitanti dei villaggi cinesi
conquistati, i mercanti e gli artigiani delle città non potevano essere incorporati nella società tribale
mongola e che si doveva costituire uno stato burocratico. Egli istituì scuole e bandì esami per ammettere i
cinesi nella burocrazia, e questa politica fu continuata dai suoi successori. La dinastia Yuan riprese la
struttura amministrativa dei T’ang e dei Sung, in particolare la ripartizione delle attività governative sotto la
direzione dei Sei Ministeri nella capitale. Mutamenti di nome e talvolta della competenze degli uffici si
ebbero principalmente al vertice della amministrazione imperiale, nei vari organi; così, i Yuan accolsero e
continuarono il principio della ripartizione del governo centrale nei rami civile, militare e di controllo:
generalmente il primo e il secondo primo ministro erano a capo dell’amministrazione civile. Più importanti
furono le innovazioni introdotte dai mongoli nell’amministrazione provinciale: come conquistatori essi
seguirono l’esempio dei Chin e posero i governi provinciali alle dipendenze dirette della Cancelleria centrale.
I conquistatori mongoli, come accadde in seguito ad altri conquistatori, ebbero ad affrontare il problema di
governare l’impero alla maniera cinese conservando nello stesso tempo il monopolio del potere: le masse
cinesi non potevano essere soltanto oppresse con la forza; bisognava piuttosto convincerle ad accettare il
dominio straniero e a collaborare con esso. In mongoli non erano adeguatamente preparati a svolgere
questi molteplici compiti: il successo che essi ottennero all’inizio del periodo Yuan deve pertanto essere in
gran parte attribuito alla grande personalità di Qubilay e all’uso che egli fece dei principi confuciani, nonché
all’abilità dei suoi collaboratori nell’applicarli. Non era difficile per gli invasori conservare la propria identità
in Cina, specialmente se si considera, nel caso dei mongoli, la grande diversità delle istituzioni sociali, delle
leggi e degli interessi religiosi. Essi furono inoltre i soli veri nomadi tra i fondatori di dinastie di conquista: la
frattura esistente tra i mongoli e i cinesi fu perciò all’inizio più profonda sul piano culturale e si perpetuò poi
su quello politico. Di conseguenza, i mongoli della Cina si distinguevano nettamente dai loro sudditi, non
soltanto per la lingua e per i costumi, ma anche per la foggia degli abiti, giacché essi continuarono a
preferire il cuoio e le pelli dei cavalieri della steppa. A rendere ancora più completa la separazione tra
conquistatori e conquistati si aggiunse la difficoltà di reclutare gli intellettuali della Cina del Sud nella
burocrazia Yuan, soprattutto a causa del disprezzo che essi nutrivano dal tempo dei Sung per i barbari
devastatori: una sopravvivenza di questo stato d’animo si ritrova nei cronisti cinesi delle età posteriori, che
hanno sempre avuto l’ultima parola sui loro conquistatori e hanno descritto i mongoli come selvaggi
primitivi, capaci soltanto di distruzioni e di eccessi orgiastici, come grandi bevitori, superstiziosi e abbrutiti.
Nel XIII secolo, i cinesi colti si sentirono oltraggiati dal comportamento dei mongoli nella Cina del Sud: la
brutalità della conquista lasciò uno strascico di sospetti reciproci e di cattiva volontà. Di fronte alle ostilità
della popolazione locale, i mongoli, in Cina come negli altri territori conquistati, ricorsero ai servigi degli
stranieri, in particolare dei musulmani dell’Asia centrale e occidentale, impiegati in una specie di
amministrazione civile internazionale; questo fu possibile grazia al gran numero degli stranieri che giunsero
in Cina in questo periodo. Adottando la tattica del “divide et impera”, i mongoli costituirono una gerarchia
sociale entro la quale essi rappresentavano la classe superiore e i loro collaboratori non cinesi quella
immediatamente subordinata; seguivano i cinesi del Nord che erano stati i primi ad arrendersi con
l’impero Chin, infine, nel grado più basso, gli abitanti del Sud che erano naturalmente i più numerosi. La
classe dominante mongola rimase inoltre rigidamente separata dalla popolazione cinese, evitando
l’assimilazione: i sistemi legislativi che regolavano la vita dei cinesi, dei mongoli e anche dei collaboratori
musulmani non erano gli stessi; il Gran khan fissò la sua residenza estiva a Shang-tu, a nord della Muraglia,
nella Mongolia Esterna. Egli riuscì a conservare il suo potere più con la forza che con il consenso, e il
risultato fu l’evoluzione del sistema imperiale della tradizione cinese in un dominio straniero estremamente
centralizzato e spietatamente dispotico; l’influenza barbarica sul sistema statale cinese, trasmessa da
successive dinastie di conquista, aveva ormai raggiunto il suo più alto grado: tale influenza sembra
essere

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stata caratterizzata dalla maggiore importanza attribuita all’elemento militare, da una più grande enfasi
sull’ortodossia e da una minore tolleranza per ogni manifestazione critica.

LA VITA SOTTO LA DINASTIA YUAN

La politica amministrativa dei mongoli continuò a essere ostacolata dai letterati cinesi, malgrado le iniziative
imperiali dirette a ottenerne il favore: appena salito al trono, Qubilay prese a proteggere i templi confuciani
e ordinò la immediata ripresa del culto statale di Confucio. Più tardi esentò dalle imposte i letterati
confuciani: egli svolse inoltre la funzione, propria dell’imperatore, di incoraggiamento dell’agricoltura, e
promosse le opere pubbliche, compresi i granai e l’assistenza agli orfani, ai vecchi, ai malati e ai poveri, ma
si trattava di attività tradizionali che rimasero sempre piuttosto superficiali. Quanto al problema più
importante, quello del reclutamento del personale per i servizi di governo, Qubilay non riuscì a ottenere
l’appoggio degli intellettuali della Cina del Sud. La resistenza opposta dalla classe degli intellettuali era
anche dovuta al fatto che i conquistatori accoglievano e proteggevano le religioni straniere: in Cina essi
seguirono una politica di tolleranza religiosa. Gli stabilimenti religiosi taoisti, buddhisti, nestoriani e islamici,
furono esentati dal pagamento delle imposte come i templi confuciani, e il clero acquistò i diritti sulla terra
del luogo nonché vantaggi economici; nel corso dei periodi Chin e Yuan molti nuovi monasteri taoisti
sorsero nella Cina del Nord, mentre la vecchia e ormai stabilita setta del taoismo fiorì sotto la protezione
imperiale, specialmente nella valle dello Yangtze. Si assistette in tal modo alla ripresa di vecchie religioni,
mentre ricevevano ogni appoggio le nuove, come l’islamismo e il cristianesimo: naturalmente, questa
crescita delle varie religioni coincise con una sensibile decadenza delle dottrine neoconfuciane che avevano
dominato il periodo dei Sung meridionali. Dal canto loro, i mongoli, superstiziosi e incolti nella loro
tradizione sciamanica, erano più propensi ad accogliere la negromanzia tibetana e ad assorbire la degradata
forma di buddhismo che si era sviluppata nel Tibet, ossia il lamaismo. La protezione e i cospicui aiuti
finanziari offerti a un culto religioso non potevano certo, agli occhi della classe colta confuciana, essere
controbilanciati dalle iniziative imperiali per rimettere in onore il rituale confuciano; per di più l’imperatore
non aveva né una linea politica né una burocrazia in grado di svolgere un’opera di patrocinio dell’arte,
della letteratura e del pensiero cinesi. Invece di adempiere alla funzione, propria della classe
dominante, di guida della società cinese, come i manciù riusciranno a fare più tardi con relativo successo, i
mongoli mantennero un regime cosmopolita, nel quale alla burocrazia cinese era riservata una sfera
d’azione assai limitata. Così nel campo dell’amministrazione e delle realizzazioni materiali i mongoli
mostrarono un grado di abilità pari alle loro capacità belliche e distruttive, ma nell’ambito più elevato della
vita culturale cinese indubbiamente essi non riuscirono a svolgere le funzioni proprie di una dinastia
regnante e non seppero consolidare il regime con la graduale immissione degli uomini di cultura cinesi nei
ranghi della burocrazia ufficiale.

LA SITUAZIONE ECONOMICA

I latifondisti del tempo dei Sung meridionali non vennero espropriati e per questo essi non opposero
generalmente resistenza al mutamento del potere centrale; il sistema di tassazione della terra e del lavoro
venne sviluppato, insieme agli usuali monopoli governativi. Il ritorno della pace inaugurò un periodo di
attività commerciali e di relativa prosperità, agevolato non soltanto dal ristabilimento dell’ordine e dalla
ripresa dei lavori pubblici, ma anche da contatti commerciali su vasta scala con il resto dell’Asia; il
commercio con l’estero si svolse principalmente per iniziativa di mercanti musulmani originari dell’Asia
centrale. Appoggiando i conquistatori, i mercanti musulmani ebbero inoltre la loro parte nei gravi episodi di
concussione e di corruzione che accompagnarono il dominio dei mongoli; il commercio venne sostenuto da
larghe emissioni locali di cartamoneta, più tardi sostituite da un sistema monetario unificato su scala
nazionale: per un cero periodo il governo Yuan accettò anche cartamoneta in pagamento delle tasse. Il
commercio tra il Nord e il Sud della Cina fu anche stimolato dalla crescita della nuova capitale. Però i
conflitti interni tra i principi mongoli sfociarono in un’aperta guerra civile dopo il 1328, per di più il Fiume
Giallo andava provocando inondazioni, devastazioni e carestie ricorrenti: la bancarotta finanziaria si
manifestò quindi parallelamente alla crisi politica e morale.

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LA CULTURA CINESE SOTTO I MONGOLI

Le grani tradizioni pittoriche, naturalistiche e paesaggistiche, ereditate dai Sung, furono brillantemente
proseguite e molte opere di maestri Yuan si aggiunsero alla produzione del passato. Il periodo mongolo
vide anche il fiorire di due nuove forme letterarie cinesi, il teatro e il romanzo: sia nel teatro che nel
romanzo si adottò una forma scritta meno classica e più vicina a linguaggio quotidiano al fine di raggiungere
il pubblico più vasto e meno colto delle città del tempo. La letteratura teatrale cominciò a fiorire nelle
capitali del XII secolo, sia a Pechino sotto i Chin che a Hanghow sotto i Sung meridionali. I teatro cinese era
semioperistico, con musiche d’orchestra, mancavano del tutto gli scenari e gli oggetti di scena, inoltre le
parti femminili venivano generalmente recitate da uomini. I romanzi furono scritti da singoli autori, il più
antico dei romanzi pervenutici è “Il romanzo dei Tre Regni”: il romanzo divenne il genere letterario che la
maggioranza dei cinesi colti erano in grado di apprezzare meglio. Sebbene abitualmente tenuto in scarsa
considerazione dai letterati tradizionali educati sui classici, esso finì per diventare la principale forma
letteraria ed ebbe grande influenza come testimonianza e specchio dei valori sociali. Il fiorire sia del
romanzo che del teatro nel periodo Yuan è una dimostrazione della vitalità della cultura cinese nonché del
declino della classe dei letterati durante la dominazione mongola.

PRIMI CONTATTI CON L’OCCIDENTE

Durante questo secolo mongolo i viaggiatori europei raggiunsero il Cataio per diverse strade: i mercanti
occidentali che attraversarono l’Asia furono probabilmente molto più numerosi dei frati, ma Marco Polo
è il solo che abbia lasciato una testimonianza, “i Milione”, dettato a un uomo di lettere in una prigione
genovese, non è un racconto di viaggi, ma un trattato sistematico e scientifico, ben informato e obiettivo.

CAPITOLO OTTAVO

LO STATO E LA SOCIETA’ SOTTO I MING

IL CULTURALISMO CINESE

Il periodo Ming, che si protrasse dal 1368 al 1644, è una delle grandi epoche di ordine politico e di stabilità
sociale della storia dell’umanità: le istituzioni della società cinese mantennero una notevole continuità
durante i periodi Ming e Ch’ing; l’ordine politico e sociale dei Ming fu così stabile da riuscire a perdurare,
sostanzialmente senza alterazioni, per altri 276 anni, dal 1644 al 1912, sotto una dinastia straniera, quella
dei Ch’ing. L’economia di villaggio, i rapporti familiari esaltati dai classici, il sistema degli esami per la
selezione dei funzionari, il venerato governo del Figlio del Cielo a Pechino, tutto continuò secondo i modelli
stabiliti, che rappresentavano il legato lasciato al paese dal periodo Sung e dalle epoche precedenti (lungo
periodo di stabilità relativa di cui godette la civiltà dell’Asia orientale). La visione cinese della storia è un
rinnovamento nella tradizione. Questo volgersi alle grandi epoche Han, T’ang e Sung per trarne ispirazione
fu accompagnato da un risentimento profondamente radicato verso i mongoli che avevano conquistato e
sottomesso l’impero; la dominazione straniera suscitò in una parte dei cinesi un atteggiamento di ostilità
verso quanto era straniero in generale e un disprezzo quasi istintivo per tutto ciò che poteva essere bollato
come barbaro. La frattura con il mondo esterno e il rifiuto delle influenze straniere si accompagnarono a un
sempre più marcato isolamento della Cina entro i limiti della sua vita interna (moderno complesso di idee
che va sotto il nome di nazionalismo); nell’atteggiamento cinese non sono però riscontrabili sintomi di un
sentimento di inferiorità culturale. La xenofobia cinese, nella misura in cui esistette, si accompagnò a una
completa fiducia nella propria superiorità culturale, elemento questo chiaramente assente nel
nazionalismo; meglio detto “culturalismo” in questo caso, il punto di vista cinese secondo il quale l’unità

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più significativa era quella rappresentata dalla civiltà nel suo complesso, e non da una unità politica più
limitata, come la nazione, nell’ambito di un complesso culturale più vasto.

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LA FONDAZIONE DELLA DINASTIA MING

Il graduale indebolimento del dominio mongolo nel secondo quarto del XIV secolo fu accelerato dalle
rivalità fratricide che sconvolsero il clan imperiale; questi conflitti all’interno del gruppo dirigente mongolo
aprirono la strada ad una grande ribellione. A 15 anni di frequenti carestie in tutta la Cina del Nord dopo
il 1333 seguirono gravi inondazioni del Fiume Giallo; le une e le altre provocarono il depauperamento dei
granai e minarono alle fondamenta l’amministrazione Yuan. Durante gli anni 1340-50, insurrezioni
sporadiche ebbero luogo in quasi tutte le province: nel 1351-53 dalla popolazione cinese emersero parecchi
grandi capi ribelli, e questo diede inizio a uno dei tipici conflitti interdinastici per determinare quale dei
contendenti dovesse sopravvivere perché più meritevole di ereditare il Mandato del Cielo. Tra le società
segrete la più famosa fu quella del Loto Bianco, che sorse come setta del buddhismo T’ien t’ai nella prima
metà del XII secolo; indirettamente, le sue origine vengono fatte risalire a un’epoca ancora più antica, ossia
il IV secolo. Come gruppo di opposizione alla dinastia regnante, questa società dovette per sopravvivere
condurre un’esistenza clandestina, giacché il governo pretendeva possedere il monopolio di ogni
organizzazione politica. Ma anche con l’aiuto delle società segrete, la mobilitazione degli oppositori non era
un’operazione molto facile.

L’ASCESA DI HUNG-WU

Alla fine, colui che ebbe la meglio tra tutti questi ribelli-eroi, fu Chu Yuan-chang (1328-1398), il cui nome va
collocato accanto a quello di Liu Pang, il fondatore della dinastia Han, poiché anch’egli, come quest’ultimo,
fu un uomo di umili origini che grazie all’ abilità personale seppe cogliere l’occasione che i tempi gli
fornivano diventando Figlio del Cielo. A poco a poco Chu Yuan-chang si formò un seguito personale e,
insieme alla sua banda, attraversò lo Yangtze, impadronendosi nel 1356 di Nanchino, un’ottima posizione
strategica poiché vicina all’importantissima zona economica del delta dello Yangtze. Nel corso del decennio
seguente, egli rafforzò il suo potere sconfiggendo i suoi rivali a Est, e più a monte del fiume, nel Hunan e
nello Hupei, e costituendo un’amministrazione locale, civile e militare insieme; nel 1367, Chu Yuan-chang
controllava tutta la valle dello Yangtze; poté quindi inviare i suoi generali, per terra e per mare, a occupare
le province più a sud. I comandanti mongoli, che avevano domato una rivolta nella Cina del nord,
erano sempre divisi dalle loro funeste rivalità: invece di attaccare i ribelli cinesi nella Cina centrale si fecero
l’un l’altro guerra nel Nord Ovest; nel 1368, le forze di Chu Yuan-chang, lanciate in una grande spedizione
contro il Nord, si impadronirono di Pechino, ma il capo ribelle preferì mantenere la sua capitale a Nanchino.
Nello stesso anno, si proclamò primo imperatore della dinastia Ming (Luminosa); scegliendo questo nome,
egli seguì l’esempio dei Yuan, ossia adottò un nome dinastico non derivato da una località o da una
regione: il potere mongolo fu scardinato, ma non distrutto. Le forze Ming occuparono il Nord Ovest e
successivamente il Sud Ovest unificando la Cina propriamente detta nel 1382.

IL REGNO DI YUNG-LO

Un altro dei primi sovrani recò un contributo notevole alla organizzazione dell’impero Ming, ossi Yung-lo
(1403-1424), il cui vero nome era Chu Ti: quarto figlio di Hung-wu, egli aveva il suo centro di forza a Pechino
quando si ribellò al nipote, che era anche nipote di Hung-wu e aveva ereditato il trono a Nanchino alla età di
16 anni. Chu Ti intraprese una guerra civile che devastò la Cina del Nord e infine riuscì ad impadronirsi di
Nanchino: come talune amministrazioni americane, che annunciarono un ritorno alla normalità o un
“new deal”, all’età di 43 anni l’usurpatore assunse come titolo di regno Yung-lo (felicità eterna). La
struttura dell’impero all’interno e all’esterno fu in gran parte completata sotto la sua direzione: Nanchino
era stata costruita da Hung-wu come capitale imperiale e circondata da mura alte 60 piedi e lunghe più di
20 miglia; la più lunga cinta di mura del mondo. Nel 1421, Yung-lo trasferì la capitale Ming a Pechino
declassando Nanchino al rango di seconda capitale: egli fece ricostruire Pechino su un progetto tradizionale
ma più vasto di quello dei mongoli; le mura principali della città, alte 40 piedi e lunghe 14 miglia, formano
un quadrato con 9 porte, ciascuna delle quali protetta da una porta esterna e da una circonvallazione.

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Al centro della città, con la sua rete di grandi strade, si ergevano le mura della Città Imperiale, che
formavano un quadrato dal perimetro di circa 5 miglia: entro la Città Imperiale, le alte mura rosse della
Città Proibita, ossia il palazzo imperiale vero e proprio, cinta da un fossato lungo circa 2 miglia,
all’interno del palazzo, da sud a nord, lungo l’asse principale della pianta della capitale, erano disposte
maestose sale del trono con i tetti dorati che si elevavano da terrazze di marmo bianco; questo grande
complesso architettonico, creazione della dinastia Ming, costituisce ancora oggi una testimonianza senza
eguali della grandezza dell’impero.

L’AMMINISTRAZIONE MING

Gli imperatori Ming conservarono la struttura del governo centrale ereditata dal precedente regime:
anzitutto, una burocrazia civile alle dipendenze dei Sei Ministeri e degli altri organi di governo; in secondo
luogo, una gerarchia militare centralizzata; infine un corpo separato di censori, incaricati di riferire
sull’andamento degli affari. Secondo gli occidentali questa istituzione è forse fra tutte le più interessante:
la sua sezione centrale di investigazione con sede nella capitale, era formata da 110 censori investigativi;
inoltre, presso ciascun ministero era aggregato uno speciale corpo di censori che aveva l’incarico di
sorvegliare le operazioni del ministro stesso. I censori provenivano dalla normale burocrazia civile e, in
generale, si trattava di giovani funzionari di rango relativamente poco elevato, scelti per qualità personali
come la probità e la rettitudine: se inviati nelle province, spesso per un giro di ispezione della durata di un
anno, normalmente essi erano chiamati a controllare l’amministrazione della giustizia e le cerimonie, la
condizione dei granai e delle scuole, e a ricevere rapporti dai funzionari e suppliche dalla popolazione. Il loro
potere derivava dalla possibilità che essi avevano di accedere direttamente al trono, sia per mettere sotto
accusa altri funzionari sia per fare rimostranze presso l’imperatore: oltre alle funzioni di controllo essi erano
dotati di competenze giurisdizionali, potevano agir occasionalmente come giudici e partecipare alla
proposta e alla esecuzione della normale politica amministrativa. Questi ampi poteri trovarono il loro
limite nel fatto che i censori abitualmente rientravano nei ranghi della burocrazia civile regolare dopo un
periodo di carica di 9 anni o forse meno: inoltre, come tutti i funzionari, essi dipendevano dall’arbitrio
dell’imperatore; non protetti da una carica vitalizia né dalla immunità dalla collera del loro padrone, questi
“occhi e orecchi dell’imperatore” erano in realtà dei burocrati in tutto simili ai loro colleghi, preoccupati per
la propria vita, dipendenti dalla valutazione favorevole dei superiori e talvolta sensibili alla corruzione, alla
intimidazione e ad altre considerazioni estranee ai loro doveri. Questa amministrazione a 3 banche, che i
Ming e i Ch’ing svilupparono sulla base delle precedenti istituzioni delle dinastie T’ang, Sung e Yuan, trova
una interessante analogia nei recenti regimi costituiti dal Kuomintang e dai comunisti.

LO SVILUPPO DELL’AUTOCRAZIA

Nell’amministrazione centrale, il primo imperatore Ming, forse anche a causa del suo temperamento,
instaurò metodi di governo molto più autocratici di quelli dei suoi predecessori: nel 1380, soffocando un
vasto complotto attribuito al primo ministro, Hung-wu soppresse tale carica, insieme con il massimo organo
dell’amministrazione diretto dal primo ministro, ossia la Cancelleria centrale. A partire da questo momento,
il governo dell’imperatore diventerà sempre più personale e diretto: questa innovazione istituzionale,
trasmessa dal fondatore della dinastia ai suoi successori, diede agli imperatori dei periodi Ming e Ch’ing un
potere anche più autocratico di quello di Sung. Nel suo governo personale, Hung-wu si valse dell’aiuto di

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Grandi Segretari, che lavoravano alle strette dipendenze dell’imperatore esaminando i numerosi documenti
ufficiali e redigendo in risposta gli editi imperiali: alla fine, nel secondo quarto del XV secolo, le loro funzioni
vennero in un certo modo istituzionalizzate con la creazione della Grande Segreteria, una specie di
gabinetto superiore in pratica ai Sei Ministeri e agli altri organi di governo. Ma mentre la loro

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influenza andava inevitabilmente crescendo, i Grandi Segretari, che erano all’incirca mezza dozzina,
rimasero semplicemente degli aiutanti del sovrano, privi dell’autonomia necessaria per il compimento di
atti esecutivi che in precedenza avevano invece avuto dei primi ministri. Quella degli eunuchi fu un’altra
istituzione chiave dell’autocrazia Ming, come già era accaduto con alcune delle precedenti dinastie come i
T’ang: alloggiati a palazzo, liberi da ogni legame di lealtà familiare e completamente dipendenti dal loro
padrone, questi funzionari godevano di una posizione unica, essendo più vicini alla persona
dell’imperatore di qualsiasi altro letterato-burocrate. In quanto agenti fidati del sovrano, gli eunuchi
avevano grande influenza come comandanti delle forze militari e ispettori nelle province; il periodo Ming fu
caratterizzato da tensioni e lotte senza tregua per il controllo del potere che ebbero luogo a palazzo tra
gli eunuchi e i Grandi Segretari e nella capitale tra questi gruppi della Corte Interna, come venivano
chiamati, i grandi funzionari della burocrazia imperiale, o Corte Esterna. Le fazioni burocratiche e le loro
aspre lotte finirono per minare l’amministrazione: tra l’altro, una delle cause di questi conflitti burocratici fu
il regionalismo; durante la prima metà del periodo Ming, i ¾ dei Grandi Segretari furono originari della
Cina centrale e meridionale, in particolare del bacino inferiore dello Yangtze, cittadella delle tradizioni
conservatrici Sung, mentre gli eunuchi provenivano per la maggior parte dal Nord.

L’AMMINISTRAZIONE LOCALE

L’amministrazione civile territoriale dei Ming era ripartita in 15 province, che suddivise più tardi dai Ch’ing
diventarono 18: ogni provincia era costituita da unità locali formate a loro volta da unità ancora più piccole,
le prefetture (fu), che nell’impero Ming erano approssimativamente 159; le sottoprefetture (chou) erano
234; i distretti o contee (hsien) in totale 1171. In ciascuna provincia la gerarchia amministrativa locale era
formata dai magistrati territoriali, i quali, per una specie di criterio prudenziale, non potevano prestare
servizio nelle loro province d’origine; si voleva cioè evitare l’influenza delle parentele e delle amicizie locali.
In ordine ascendente questi funzionari erano il magistrati di distretto, il sottoprefetto e il prefetto: a capo
dell’amministrazione provinciale vi erano un commissario governativo; esisteva inoltre un commissario
giudiziario o giudice, con i suoi dipendenti. Un altro grande funzionario provinciale era il comandante
militare, con una gerarchia di comandi militari ai suoi ordini; ogni provincia era quindi sottoposta a una
specie di triumvirato, che rifletteva sul piano locale la triplice distinzione, amministrativa, militare e di
controllo, che caratterizzava l’amministrazione centrale. Infine, venne aggiunto al vertice di ciascuna
gerarchia provinciale un governatore (hsun-fu), con funzioni di coordinazione, ma questo organo venne
però ufficialmente riconosciuto e contemplato dagli ordinamenti soltanto alla fine del periodo Ch’ing.
Questa gerarchia amministrativa era controllata dai censori itineranti che formavano una gerarchia separata
di funzionari disciplinari rappresentanti il censorato alla capitale. il sistema militare dei Ming, sviluppato da
Hung-wu durante il periodo della sua ascesa al trono, si fondava sulle unità della guardia formate da quasi
2000 uomini; ciascuna unità era divisa in 5 sottounità, con uomini registrati come soldati di mestiere. Esse
erano a quel tempo di stanza in zone strategiche sulle frontiere verso l’interno dell’Asia e sulle coste, lungo
il Grande Canale e nella capitale, alle dipendenze di 5 grandi comandi regionali; le originarie unità della
guardia erano quindi diventate reparti stanziali regionali, o guarnigioni. Disseminate nei vari territori, esse
non dipendevano però dal’amministrazione civile locale; la condizione di soldato registrato era ereditaria; a
molti soldati vennero assegnate terre da coltivare affinché ne ricavassero i mezzi di sussistenza, e questo
nella speranza di realizzare l’antico ideale di un esercito autosufficiente di soldati-contadini. Ma
inevitabilmente, in un impero di pace non era possibile con questo sistema conservare a lungo una
forza militare efficiente, e le guarnigioni cinesi incontrarono difficoltà maggiori di quelle dei khitan e dei
mongoli, nel tentativo di mantenere un corpo di soldati di professione in una società sostanzialmente non
bellicosa. Un’altra grande innovazione fu l’invio dalla capitale di nuovi ispettori itineranti e di commissari
speciali incaricati di trattare gli affari provinciali, e di frenare la corruzione e il malgoverno; a questi
funzionari venivano assegnati particolari poteri amministrativi, militari e censori entro zone designate, in
modo da conferire alle amministrazioni territoriali una capacità esecutiva più unificata: questi funzionari
diedero poi origine a 2 cariche, il governatore provinciale e il governatore generale.

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LA TERRA, LA POPOLAZIONE E IL FISCO

Governando la Cina, il più grande aggregato umano del mondo, la burocrazia dei Ming introdusse
innumerevoli distinzioni e categorie, necessarie per amministrare un così grande numero di persone;
naturalmente, in un impero così vasto, indefinita era la varietà delle situazioni locali; ma ogni funzionario fu
guidato dal grande piano del regime imperiale presentato in varie pubblicazioni ufficiali, prima fra tutte la
Raccolta di leggi e regolamenti, stampata e sottoposta in seguito a modifiche e aggiunte. Sul piano locale, il
controllo esercitato dal governo sulla terra e la popolazione fu del tipo tradizionale, ossia mediante la
compilazione di dettagliato registri ufficiali della terra e della popolazione. Per quanto riguarda le imposte
agrarie si seguì la tradizione risalente alla “doppia tassa”: la tassa estiva dei Ming veniva riscossa nell’ottavo
mese sui raccolti cresciuti durante l’inverno e mietuti all’inizio dell’estate, in particolare il grano invernale; i
cereali d’autunno venivano riscossi nel secondo mese come tassa sul raccolto cresciuto durante l’estate
precedente e falciato in autunno, soprattutto sulla grande produzione di riso della Cina centrale e
meridionale. Di conseguenza, tra le 2 riscossioni, quest’ultima era di gran lungo la più cospicua. I Ming
continuarono ad emettere cartamoneta, che fu però convertibile in circolante metallico e andò quindi
rapidamente deprezzandosi, e nel 1450 venne abbandonata. La popolazione fu suddivisa in varie categorie:
militari, artigiani e civili; quest’ultima era formata dalla grande massa sottoposta all’amministrazione civile
territoriale; le persone erano registrate negli elenchi fiscali sotto la famiglia e la tenuta d cui facevano
parte. I gruppi familiari erano classificati in 3, 5 e 9 gradi ed erano tenuti a fornire prestazioni di lavoro
secondo il numero di maschi adulti registrati di età compresa tra i 16 e i 60 anni: tra queste prestazioni era
compresa la responsabilità locale della riscossione delle imposte e dei lavori pubblici, e il servizio eguale; nel
complesso, la burocrazia ufficiale estorceva alla popolazione una grande varietà di pagamenti e di servizi
assai gravosi, anche se in realtà, col passare del tempo, i grandi gruppi familiari mostrarono la tendenza a
trasferire l’onere discale sulle spalle dei nuclei più poveri. La burocrazia dei Ming costruì fin nei più piccoli
particolari l’amministrazione imperiale, ma tale sistema di governo rimase superficiale se giudicato sulla
base dei modelli odierni: esso vantava la prerogativa di organizzare, controllare e utilizzare ogni aspetto
della società, ma in pratica non interferiva nella vita quotidiana del popolo cinese. Il controllo del paese da
parte però di un numero assai ridotto di mandarini (chiamati così i funzionari cinsi dagli occidentali) poté
essere realizzato soltanto grazie alle funzioni svolte dalla classe dirigente su scala locale, ossia dai diplomati
o gentry.

IL SISTEMA DEGLI ESAMI E LA CULTURA

Sotto i Ming e i Ch’ing, gli esami erano di 3 gradi: il primo consisteva in un esame preliminare che aveva
luogo nei capoluoghi di distretto nella città capoluogo di prefettura ogni 18 mesi: coloro che superavano
questa prova ottenevano il titolo più basso, con questo titolo si entrava a far parte della classe privilegiata
dei letterati, che erano esenti da prestazioni di lavoro, non erano sottoposti a punizioni corporali e
godevano di altre prerogative; tutto ciò conferiva loro grande prestigio sociale in quanto membri di una
classe superiore. Ma per conservare questo status il titolato doveva affrontare altri esami: in tal modo egli
poteva raggiungere i gradi più alti della gerarchia, ma se ciò non accadeva egli era costretto a superare
normali esami periodici, che avevano luogo solitamente ogni 3 anni. Anche nel secondo grado era
necessario superare una prova preliminare per essere ammessi ai grandi esami triennali che avevano luogo
nelle capitali provinciali, dove, con un complesso cerimoniale, migliaia di candidati dovevano trascorrere
alcuni giorni, chiusi con carte e pennello nelle lunghe file di celle situate al campo degli esami; i candidati
promossi diventavano raccomandati e acquistavano il diritto di presentarsi agli esami di terzo grado, che si
tenevano ogni 3 anni a Pechino. I candidati che avevano superato anche questa prova alla capitale
diventavano “studiosi presentati” e venivano convocati a palazzo per essere sottoposti a un’ultima prova da
parte dello stesso imperatore: i vincitori ricevevano quindi il loro rango ufficiale e la nomina alla carica
relativa. Da questo momento le eventuali promozioni dipendevano dal superamento di altri esami, che si
svolgevano però all’interno della gerarchia burocratica; in tal modo tutti i membri della classe dei
letterati o diplomati dovevano costantemente dare prova, in forma scritta, della loro

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competenza e conducevano quindi una specie di “vita d’esami”. Uno dei più grandi vantaggi di questo
sistema era rappresentato dal fatto che esso offriva la possibilità di reclutare i migliori talenti
letterari del paese e di convogliarli in una carriera aperta al merito. Tutto il sistema era diretto dal
Ministero dei riti, da quello del personale, che sovrintendeva invece ala successiva carriera dei funzionari.
Uno dei punti deboli del sistema consisteva invece nel fatto che gli argomenti di studio erano limitati ai
Quattro Libri scelti nel periodo Sung a rappresentare l’ortodossia del confucianesimo, e ai Cinque Classici,
nell’interpretazione degli studiosi Sung della scuola di Chu Hsi, e infine sul “saggio a otto gambe”.

IL SISTEMA EDUCATIVO

Tra gli istituti che preparavano i candidati agli esami erano comprese le scuole governative, che dovevano
essere costituite nei distretti e nelle prefetture; ma la loro funzione principale era quella di organizzare
periodicamente gli esami locali e non di impartire una educazione sistematica e di fornire agli studenti
agevolazioni di soggiorno. Alla capitale vi era la Direzione dell’Accademia imperiale dove i diplomati
venivano registrati e talvolta generalmente due volte al mese; al vertice della piramide intellettuale stava
l’Accademia Hanlin, chiamata anche dagli occidentali Accademia nazionale. In realtà, la preparazione dei
candidati agli esami si svolgeva anzitutto tra le pareti domestiche, cosa che avvantaggiava i giovani
appartenenti a famiglia agiate, che potevano valersi di precettori, ma specialmente i rampolli delle
famiglie di funzionari, nelle quali l’esempio dei parenti e la tradizioni familiare costituivano sia un
incentivo sia una guida intellettuale. Una più avanzata fonte di educazione erano le accademie private:
circa 300 ne furono fondate in varie zone del paese prendendo a modello anche in questo caso le
accademie Sung. Il patrocinio imperiale delle lettere fu un mezzo importante per conservare all’imperatore
la posizione di capo della cultura e dello stato confuciano: nei due secoli che seguirono si assistette in tutte
le regioni dell’impero a un flusso ininterrotto di pubblicazioni, che apparvero sotto il patrocinio della corte e
di funzionari di vario grado, di accademie (scuola di Wang Yang-ming) e di famiglie private.

LA GENTRY E LA SUA FUNZIONE

Gli sviluppi sopra descritti (una amministrazione estesa a tutto l’impero, il sistema degli esami che
produceva un flusso continuo di diplomati, gli studiosi che davano alle stampe innumerevoli opere
descrittive e di compilazione) contribuirono a formare e ad assegnare una funzione ad una classe
privilegiata di letterati ufficialmente riconosciuti ed educati nell’ideologia confuciana. La forza caratteristica
del governo confuciano consisteva nel fatto che i membri della gentry svolgevano un gran numero di
funzioni pubbliche nelle comunità locali senza essere ufficialmente remunerati; in quanto portatori della
dottrina confuciana e uomini di cultura e spesso anche a causa della ricchezza e dell’influenza politica, essi
erano responsabili del buon andamento di molte attività che sono oggi di competenza di funzionari.
Naturalmente, queste funzioni pubbliche si confondevano con gli affari privati della gentry, nei rapporti che
essa intratteneva con la classe contadina, da una parte, e con i funzionari dall’altra. Naturalmente, la
tendenza della gentry era quella di appoggiare il governo, ed era interesse del governo mantenere tra la
gentry una ideologia fondata su valori come il bene pubblico contrapposto all’opportunismo egoistico.
Sotto il patrocinio del capo di stato, la grande tradizione culturale veniva usata per indottrinare la gentry,
come classe egemone locale mentre essa a sua volta se ne serviva per regolare e disciplinare la vita dei
villaggi. Considerati con occhi moderni, gli imperi Ming e Ch’ing furono certamente governati da una
burocrazia, ma on l’indispensabile aiuto della gentry, si potrebbe quasi dire, dalla burocrazia e dalla gentry
insieme.

IL DISPOTISMO MING

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I 17 imperatori Ming che a partire da Hung-wu presiedettero alle fortune della dinastia regnarono per un
periodo che si può suddividere in fasi chiaramente delineate:

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I. L’epoca iniziale di fondazione e di consolidamento del potere sotto Hung-wu (1368-98);
II. L’epoca vigorosa di costruzione e di espansione sotto Yung-lo (1403-24) e i suoi successori, i quali
però a partire dalla metà del secolo, sfruttarono oltre il lecito le risorse imperiali;
III. Un secolo di graduale declino del potere imperiale sia all’interno che all’estero;
IV. Un periodo di riforme nell’ultima parte del secolo XVI;
V. L’approfondirsi degli squilibri all’inizio del secolo XVII e il crollo finale.

Il primo sovrano Ming regnò per 32 lasciando una impronta così profonda nella storia della dinastia che la
sua personalità è da considerare come un fattore particolarmente significativo. Un altro gruppo che si
mosse nel vuoto di potere lasciato dalla soppressione della carica di primo ministro fu quello degli eunuchi
della Corte Interna; Hung-wu provvide a fissare il numero degli eunuchi, il grado, i titoli e la foggia del
vestiario; proibì loro di accedere ai documenti, allontanò quelli che si interessavano degli affari di stato e
decretò che non dovessero ricevere istruzione alcuna. Ciononostante, l’istituzione degli eunuchi continuò a
essere parte integrante della Corte Interna, giacché essa si giustificava con la necessità dell’imperatore di
avere discendenti maschi e quindi di mantenere un harem; col tempo gli eunuchi cominciarono ad essere
considerati un elemento indispensabile del personale degli uffici imperiali al vertice del potere. Le mansioni
che essi svolgevano a palazzo si moltiplicarono, si elevò il loro rango e la loro influenza si estese alla intera
amministrazione; negli anni tra il 1420 e il 1430 fu istituita per gli eunuchi una scuola di palazzo, diretta da
alcuni membri della Accademia Hanlin. Gli eunuchi divennero, infatti, una branca separata
dell’amministrazione, non dissimile dagli odierni sistemi di sicurezza. L’arbitrarietà del dominio imperiale
venne chiaramente dimostrata da un’altra consuetudine largamente in uso sotto i Ming, quella delle
punizioni corporali inflitte agli alti funzionari di corte; l’arbitrario assolutismo dell’imperatore e
l’imprevedibilità del suo favore andarono di pari passo con un altro fenomeno tipico della corte dei Ming, i
conflitti delle fazioni, con l’andar del tempo, cricche di funzionari si trovarono coinvolte in lotte senza
fine; divise da un odio accanito, esse nominavano i propri membri a cariche di governo, quando lo
potevano, e accusavano i detentori del potere quando dal potere erano lontane.

IL SISTEMA DEL TRIBUTO E IL GIAPPONE

Dopo aver conquistato il trono, Hung-wu tentò immediatamente di riprendere il grande disegno dello
stato cinese sia all’interno che nelle relazioni con l’estero: a pochi mesi di distanza dalla sua ascesa al
potere, nel 1368, egli inviò ambasciatori negli stati periferici, Corea, Giappone, Annam, Champa, Tibet e
altri, ad annunciare la sua assunzione al trono. I rapporti di signoria-vassallaggio stabiliti tra l’imperatore
della Cina e i sovrani degli altri paese erano intesi a creare un ordine mondiale confuciano: in questo modo
si esprimeva il culturalismo tradizionale, basato sul presupposto che la Cina non soltanto era il più grande e
il più antico degli stati, ma anche il loro progenitore e la fonte della loro civiltà; una concezione che era in
una certa misura storicamente valida, almeno per quanto riguarda l’Asia orientale. Le relazioni tributarie
significarono molto di più della semplice presentazione del tributo e della accettazione del “kotow”, le tre
genuflessioni e le nove prosternazioni, al quale si opposero gli occidentali dell’età moderna imbevuti di
spirito egalitario. Il termine “sistema del tributo” può essere opportunamente usato per indicare l’elemento
fondamentale che stava alla base delle relazioni con l’estero della dinastia Ming, ossia la superiorità
dell’imperatore, il quale con le sue funzioni universali rappresentava tutto il genere umano di fronte al
potere invisibile ma etico del Cielo. Di conseguenza, al re vassallo veniva conferita una patente ufficiale di
investitura insieme a un sigillo da usare sui suoi memoriali, che dovevano essere datati secondo il calendario
cinese, cioè secondo il periodo annuo del sovrano cinese, e non secondo quello della stato tributario. Il
Figlio del Cielo ostentava un interesse paterno per la tranquillità di questo stato, confermando la
successione di nuovi sovrani, offrendo talvolta la sua protezione militare contro gli attacchi, concedendo
solitamente il privilegio del commercio con la Cina e in ogni caso facendo cadere dall’alto omelie morali
ed esortazioni nello stile confuciano.

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Non si trattava da parte della Cina di un imperialismo aggressivo: i sovrani stranieri, se intendevano
stabilire contatti con il Regno del Centro, dovevano accettarne le condizioni, adattarsi ai suoi sistemi e
riconoscere la supremazia universale del Figlio del Cielo; il commercio con la Cina poteva avere enorme
importanza per lo stato vassallo e le formalità del tributo era il prezzo che esso doveva pagare. Il sistema del
tributo servì a più di uno scopo: nel caso del Giappone, il principale intento di Hung-wu fu quello di indurre il
“re del Giappone” a reprimere l’attività dei pirati che compivano scorrerie lungo le coste cinesi; quando il
sistema del tributo raggiunse la sua massima estensione durante il regno di Yung-lo inaugurò un breve
periodo di vassallaggio del Giappone alla Cina, verso la quale si espresse in termini molto rispettosi,
rivelando in tal modo la sua ammirazione per lo stato progenitore e il suo interesse per il commercio,
nonché l’influenza sinofila dei monaci Zen alla sua corte. Nel 1401 una missione giapponese recò un
generoso tributo di prodotti tipici comprendente 1000 once d’oro, cavalli, ventagli, paraventi, armature e
spade; nel 1403, Yung-lo ricostituì nelle province costiere meridionali le tre Sovrintendenze alla marina
mercantile che erano state soppresse nel 1374, e fece costruire alloggiamenti per le missioni incaricate di
offrire il tributo. In questo periodo le ambascerie giapponesi approdarono alle coste della Cina una volta
all’anno; le molteplici componenti del sistema de tributo sono illustrate dagli accordi commerciali intercorsi
tra i Ming e il Giappone: seguendo la procedura abituale con i tributari, la corte cinese preparava una seri di
contrassegni di carta numerati, staccati da una matrice e inviati al sovrano vassallo, mentre naturalmente la
matrice veniva conservata. Quando una missione giungeva nel porto cinese designato per offrire il tributo e
iniziare relazioni commerciali, le sue navi, le merci e le persone erano oggetto di specifiche limitazioni,
indicate su uno dei contrassegni numerati che poteva essere verificato sulla corrispondente matrice; a una
simile procedura dovevano sottoporsi a loro volta le missioni cinesi all’estero. In tal modo era possibile
riconoscere le missioni ufficiali e tenere lontani gli impostori: nel caso del Giappone, lo shogun poteva,
almeno in teoria, mantenere il suo monopolio commerciale, mentre i cinesi erano in grado di smascherare
i mercanti di frodo. Come fecero qualche tempo dopo i comandanti delle navi della Compagnia delle Indie
orientali, anche i membri delle missioni tributarie trasportarono spesso merci proprie da commerciare
privatamente; inoltre, essi ricevevano dall’imperatore e dallo shogun doni molti generosi: fini tessuti,
lingotti d’argento o monete di rame. Dal canto loro i templi buddhisti in Giappone non solo trassero profitto
dagli scambi culturali con la Cina, ma nutrirono per questi privilegi commerciali un vivo interesse, non
diverso da quello che i gesuiti più tardi mostrarono per il commercio dei portoghesi tra la Cina e il
Giappone.

LE SPEDIZIONI MARITTIME

Una delle principali iniziative di Yung-lo fu il tentativo di incorporare nel sistema del tributo gli stati dell’Asia
sudorientale e meridionale: iniziate subito dopo l’avvento al trono di Yung-lo, nel 1405, le spedizioni furono
continuate dai suoi successori fino al 1433, in gran parte sotto la direzione di un eunuco musulmano della
corte, Cheng Ho, originario dello Yunnan, il quale, essendo musulmano, era il più adatto a trattare con i
sovrani islamici dell’Asia meridionale. I viaggi di Cheng Ho furono resi possibili anzitutto dallo sviluppo
delle tecniche di navigazione sulle rotte asiatiche; il regno dello Yung-lo fu caratterizzato da un governo
energico e vide il consolidamento delle istituzioni politiche all’interno e una esplosione di energia espansiva
alle frontiere della Cina. Naturalmente, i motivi personali ebbero la loro parte: Yung-lo aveva strappato il
trono al nipote, ma si dice che quest’ultimo, riuscito a fuggire, fosse scomparso e si temesse quindi di
rivederlo apparire d’oltremare a rivendicare il trono; ai capi eunuchi le spedizioni portarono avventura,
fama e presumibilmente dei profitti, anche soltanto maneggiando i fondi del governo. Ma anche gli
interessi commerciali entrarono in causa, in quanto collegati alle rotte stabilite del commercio delle età
precedenti; un altro motivo fu probabilmente indole generalmente politica, ossia il tentativo di
comprendere tutto il mondo conosciuto entro lo schema del sistema cinese del tributo. Regioni molto
lontane e collegate dalle vie del commercio continentale erano state incluse tra i tributi dei Ming: l’esame
delle cause delle spedizioni Ming ci pone un altro problema, quello di spiegare perché esse furono
improvvisamente interrotte o imitate; una delle regioni fu dopo il 1433 certamente il loro alto costo in un
periodo durante il quale le attività espansionistiche dei Ming

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avevano cominciato a intaccare le risorse imperiali. La grandi flotte di Cheng Ho divennero forse oggetto di
aspre critiche a corte dove furono considerate avventure costose e produttive soltanto di racconti strani e
favolosi; si trattava inoltre di iniziative promosse specialmente da eunuchi di corte e quindi guardate con
sospetto e ostacolate dai letterati-burocrati, come mostrato dal fatto che alle imprese di Cheng Ho venne
dedicata scarsa attenzione nei resoconti storici. La potenza marittima cinese, che aveva le sue basi nelle
flotte pescherecce e nelle giunche mercantili di centri costieri come Canton, Amoy, era andata
rapidamente crescendo: la forza navale dei Sung meridionali e poi dei Yuan era aumentata con lo sviluppo
del commercio marittimo cinese, come testimoniano le grandi flotte inviate da Qubilay khan contro il
Giappone e l’Asia sudorientale; presumibilmente sia il volume degli affari che la forza navale della Cina
raggiunsero nuovamente un livello molto alto sotto Yung-lo. Ma dopo il 1433, l’iniziativa di Yung-lo e
Cheng Ho fu interrotta e abbandonata: la potenzialità tecnologica sviluppata da questo lungo lavoro non
venne sfruttata dalla politica del governo; la corte Ming non fu spinta verso il mare da un permanente
interesse e non comprese le possibilità che si offrivano a una potenza marittima. Ancora al tempo
dell’Inghilterra elisabettiana, la Cina dei Ming non riuscì a diventare una potenza marittima; la conseguenza
di questo fallimento fu che i mari orientali, e persino le coste cinesi, furono ben presto dominati da una
serie di popoli marittimi non cinesi; i giapponesi, i portoghesi, gli spagnoli, gli olandesi e infine gli inglesi e gli
americani. Cheng Ho fu evidentemente un organizzatore, un comandante, un diplomatico e un abile
cortigiano, non un commerciante: le sue spedizioni non portarono alla costituzione di compagnie
privilegiate come la Compagnia della Virginia o la Compagnia delle Indie orientali, autorizzate a fondare
colonie o a stabilire governi oltremare. L’indifferenza del governo Ming per il commercio estero si era già
manifestata chiaramente nelle relazioni con Giappone: mentre il sistema del tributo divenne il principale
veicolo del commercio non cinese con la Cina, esso rimase agli occhi della corte Ming soltanto una
istituzione politica; questo perché le entrate dei governi Ming e dei primi governi Ch’ing dipendevano
soprattutto dall’imposta fondiaria e non dalle tasse sul commercio. Questo fenomeno prende il nome di
anticommercialismo Ming e Ch’ing, ed era un fenomeno: essenzialmente istituzionale, ideologico e
strategico; la spiegazione istituzionale risale all’ambiente originario nel quale ebbe origine l’antica società
cinese, dove la classe dominante cstituì il proprio potere usando lo strumento fiscale, incoraggiando
l’agricoltura e sottraendo prodotti al coltivatore per mantenere se stessa e lo stato. Lo sviluppo
dell’ideologia, ossia lo stabilirsi della ortodossia neoconfuciana come matrice del pensiero Ming: essa
riuscì a ridare vigore e a conservare i valori classici compreso l’antico disprezzo per il commercio, di
conseguenza, l’iniziativa del commercio con l’estero fu lasciata ai potenti eunuchi, e questo servì a
renderlo ancora più spregevole agli occhi dei funzionari. I Ming erano decisi a impedire il ripetersi della
conquista mongola: i viaggi di Cheng Ho ebbero fine nel 1433 probabilmente a causa del risorgere in
questo periodo della minaccia mongola proveniente dall’Asia centrale. Questo fatto servì ad accentrare
l’attenzione dei Ming sul problema del controllo dei barbari delle praterie, che nel corso dei 4 secoli
precedenti erano giunti a dominare quasi incontrastati l’orizzonte militare e politico cinese; finché la
politica dei Ming diede la priorità alla frontiera dell’Asia centrale essa fu portata a trascurare la frontiera
marittima della Cina: né la potenza sul mare né il commercio con l’estero potevano frenare i mongoli.

IL PROBLEMA MONGOLO

La principale preoccupazione di Hung-wu nel campo della politica estera era stata di spezzare la potenza
mongola, e questo rimase l’obiettivo principale della politica estera dei primi Ming; il problema non
consisteva nel soggiogare e dominare le steppe della Mongolia, ma piuttosto nel distruggere l’unità delle
tribù mongole, ossia la fonte della loro straordinaria potenza militare. Seguendo la tradizionale politica del
“divide et impera”, in linea generale i cinesi tentarono di fare dei seminomadi più vicini della Mongolia
Interna degli alleati di confine contro le tribù della Mongolia Esterna, ma ciononostante i mongoli
continuarono a costituire una seria minaccia. All’inizio del XV secolo, le tribù mongole della steppa si
divisero in due grandi gruppi: i tatar (poi tartari) nella Mongolia orientale,e gli oirat nella Mongolia
occidentale; la strategia cinese continuava ad essere quella di armare un gruppo di barbari contro l’altro.

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LE SPEDIZIONI DI YUNG-LO

L’imperatore Yung-lo pose le basi del suo potere nel Nord, a Pechino, guidando spedizioni contro i mongoli e
stabilendo anche valide alleanze tra le tribù della regione di confine; la sua prima campagna contro i
mongoli si tenne nel 1410, le successive campagne del 1423 e del 1424 non portarono alla cattura del capo
dei tatar e la seconda si concluse anzi con la morte improvvisa di Yung-lo. Il trasferimento della capitale a
Nanchino a Pechino, effettuato da Yung-lo nel 1421, era stato uno dei sintomi delle preoccupazioni difensive
dei Ming di fronte al pericolo mongolo: le missioni che giungevano ogni anno a Pechino erano guidate da
emissari ufficiali, che si presentavano al confine muniti dei contrassegni che servivano da lasciapassare;
secondo le regole, tali missioni avrebbero dovuto comprendere poche decine di persone, ma in pratica le
ambascerie oirat all’inizio del XV secolo contarono 2 o 3 mila membri, tra i quali parecchie centinaia di
mercanti dell’Asia centrale. Negli anni tra il 1430 e il 1440, proprio mentre venivano interrotte le spedizioni
marittime, il problema tradizionale costituito dalle frontiere dell’Asia centrale ritornò in primo piano a causa
di una violenta recrudescenza della minaccia mongola. Secondo le cronache, i rapporti tra i mongoli e i Ming
nel secolo seguente si possono ridurre a un alternarsi di scorrerie lungo i confini e di missioni tributarie, le
une e le altre ugualmente vantaggiose per i nomadi irrequieti e privi di mezzi; il saccheggio era per le tribù
della steppa un modo di vita, che i cinesi non riuscirono né a mutare né a controllare. Gli ultimi Ming furono
tormentati dai continui attacchi dei predoni settentrionali e dei pirati meridionali, i mongoli e i giapponesi.

CONFLITTI CON IL GIAPPONE

L’esempio delle missioni tributarie mongole e giapponesi può servirci a comprendere le ragioni che
indussero forse la corte Ming ad applicare in modo relativamente limitato il sistema del tributo oltremare
dopo la prima metà del XV secolo; le spese per i doni, il mantenimento e il trasporto delle centinaia di
funzionari e di mercanti che giungevano a Pechino, non erano direttamente compensate, almeno agli occhi
dei cinesi, dalle merci che tali missioni recavano alla capitale. Le umili e ornate dichiarazioni di sottomissione
provenienti da remoti sovrani sembravano un lusso troppo costoso: gradualmente la corte di Pechino
impose sempre maggiori restrizioni al numero di vascelli autorizzati a gettare l’ancora nei porti cinesi e a
quello delle persone cui era permesso raggiungere la capitale; le missioni provenienti dall’Asia sudorientale
divennero sempre meno frequenti. In questa situazione di declinante grandezza e di disordini alle frontiere,
i primi europei che raggiunsero la Cina per mare, nel 1514, ossia gli avventurieri portoghesi, dovettero
sembrare ai cinesi non molto diversi dai pirati: si comprende perché la corte dei Ming ricevette una missione
tributaria dai portoghesi; questi erano solo un elemento di poca importanza in una situazione di generale
aumento della pirateria e delle attività non desiderate lungo le coste della Cina.

I PIRTI GIAPPONESI

I principali punti di approdo dei pirati giapponesi alle coste debolmente difese della Cina erano, in primo
luogo, la foce dello Yangtze e la baia di Hangchow, le coste del Kiangsu e del Chekiang, alle quali
giungevano direttamente dal Giappone occidentale. Sebbene siano ricordati negli annali cinesi come i
“pirati giapponesi”, questi predoni contavano nelle loro file molti cinesi delle zone costiere: contrariamente
a quanto accadeva nelle scorrerie dei mongoli, i cinesi disertori che partecipavano a queste incursioni non
erano semplicemente dei consiglieri ma dei partecipanti attivi; la risposta dei Ming ai crescenti disordini
lungo le coste fu la proibizione del commercio marittimo. Era questo il riflesso del disinteresse che la
dinastia, fondata sulla terra e caratterizzata da una mentalità prevalentemente agraria nutriva per il
commercio estero. Le scorrerie dei pirati si intensificarono gradualmente nel XVI secolo e dopo il 1550 si
trasformarono in vere e proprie invasioni; le incursioni giapponesi lungo la costa della Cina del Sud
diminuirono soltanto con la riunificazione politica del Giappone del tardo XVI secolo, ma con le invasioni
della Corea negli anni 1590- 1600 la concentrazione delle energie militari del Giappone assunse una nuova
forma, che si rivelò per la corte Ming ancora più minacciosa e fiaccante.

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LE CAMPAGNE COREANE

I Ming vennero a conoscenza dell’intenzione giapponese di invadere la Cina attraverso la Corea da spie che
essi avevano sia in Giappone sia in Corea: ne 1592, quando iniziò l’attacco, la corte di Pechino fu in dubbio
se inviare una flotta dalle province meridionali a invadere il Giappone o se stanziare un esercito al confine
coreano per osservare gli sviluppi della situazione o per negoziare la pace; alla fine decise di rispettare gli
impegni derivanti dalla signoria sulla Corea dato che era questo l'unico modo per difendere la Manciuria
meridione e la Cina del Nord. Venne quindi iniziata la mobilitazione mentre si inviavano rifornimenti e
fondi in Corea, ma le forze Ming attraversarono lo Yalu solo quando l’intera penisola fu nelle mani del
Giappone. Nel 1593, troppo fiduciosi, i cinesi si spinsero fino ai sobborghi della capitale, Seul, dove caddero
in una imboscata e patirono una rovinosa sconfitta: le corte spade della cavalleria cinese si rivelarono
inefficienti di fronte alle lunghe spade, alle lance e alle armi da fuoco della fanteria giapponese; negli anni
seguenti fu un alternarsi di scontri sanguinosi e di negoziati di pace finché i giapponesi si ritirarono nel 1598,
dopo aver effettuato un’altra invasione in forze nel 1597. In totale le spese dei Ming per fronteggiare la
prima invasione giapponese della Corea devono aver superato i 10 milioni di tael: una somma analoga fu
impiegata più tardi per arrestare la seconda invasione; in questo periodo l’amministrazione Ming era già
vicina alla bancarotta, dopo i continui sussidi ai mongoli e la costruzione e a ricostruzione de palazzi di
Pechino che richiedevano l’impiego di un legname che doveva essere trasportato ora dalle province
meridionali e sudoccidentali a causa del disboscamento della Cina del Nord. Le invasioni giapponesi della
Corea infersero l’ultimo colpo alle declinanti risorse dei Ming e aprirono la strada, dopo il 1600, alla
diffusione del banditismo all’interno e alla penetrazione degli invasori barbari dall’esterno: così sia i predoni
settentrionali che i pirati meridionali furono il preludio all’attacco diretto sferrato dai manciù, che provocò la
fine della dinastia Mng.

LA CRESCITA ECNOMICA

In linea generale, dal XIV secolo all’inizio del XIX l’economia cinese sembra in costante espansione in quasi
tutti i settori: la popolazione, le aree messe a coltura, il volume del commercio con l’estero, la produzione di
beni artigianali e industriali e forse anche l’impiego della moneta. Il problema che preoccupava
maggiormente la corte era quello del trasporto dei cereali versati in pagamento delle imposte dalle risaie
del fiume Huai e del basso Yangtze alla nuova capitale, Pechino; finché la capitale Ming era rimasta a
Nanchino, il problema non aveva assunto aspetti preoccupanti: i cereali per le truppe stanziate lungo il
confine mongolo e in Manciuria potevano essere trasportati per mare navigando intorno alla penisola dello
Shantung, ma dopo che Yung-lo ebbe trasferito la capitale a Pechino, i trasporti per mare vennero sempre
più ostacolati dai pirati giapponesi, ed erano in ogni caso troppo costosi. L’imperatore rimise quindi in
funzione, nello Shantung occidentale, il Canale di collegamento e vi fece installare 15 chiuse. Il trasporto dei
cereali fino ai depositi di raccolta situati lungo il canale era ancora parte della prestazione di lavoro che i
contadini erano tenuti a fornire; l’obbligo divenne quindi per loro assai gravoso. I successori di Yung-lo
decisero allora di affidare l’incarico del trasporto d alcuni reparti militari delle guarnigioni locali;
naturalmente, il commercio tra il Nord e il Su della Cina fu ulteriormente stimolo dallo sviluppo della
capitale e del sistema dei canali; un analogo incremento si ebbe nel commercio sullo Yangtze e nella Cina
del Sud. L'allargamento del mercato diede vita a una produzione artigianale specializzata e ad attività
manifatturiere su scala relativamente vasta: un esempio è quello di Ching-te-chen dove le fornaci imperiali
lavoravano grossi quantitativi di porcellana per il palazzo, per le classi superiori e anche per l'esportazione.
Soochow, capoluogo del Kiangsu, divenne un centro nazionale del commercio, della finanza e della
produzione manifatturiera, in particolare della tessitura e della tintura della seta e di altri tessuti; il
Sungkiang, la regione vicina, nel retroterra dell’odierna Shanghai, divenne nel tardo periodo Ming il centro
della produzione delle stoffe di cotone: qui si lavorava il grezzo proveniente dalle altre province, meridionali
e settentrionali, dove veniva poi rinviato il prodotto pronto per la vendita. Nello stesso tempo, si stava
sviluppando a Canton la produzione specializzata di certi recipienti di ferro che venivano largamente
esportati in

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tutta la Cina, oltremare e nell’Asia centrale; un indice di questo sviluppo commerciale interno è
rappresentato dal costituirsi nel XVI secolo di numerose gilde regionali che avevano sedi nei centri principali
e specialmente a Pechino. Anche il commercio marittimo cinese conobbe un rapido sviluppo nel tardo
periodo Ming, fuori dal quadro del sistema del tributo: le missioni tributarie provenienti dall’Asia
meridionale e sudorientale divennero sempre meno frequenti, ma aumentò il numero dei mercanti cinesi
che intrapresero viaggi oltremare. Il commercio estero non raggiungeva più la Cina per mezzo degli
intermediari, che come i mercanti arabi, avevano avuto una parte preminente durante i periodi Sung e
Yuan, al contrario erano i mercanti cinesi che portavano i loro prodotti all’estero e facevano ritorno con
merci straniere immettendosi nella corrente del traffico marittimo intorno alle coste della Cina. I governi
Ming e Ch’ing non fecero molto per incoraggiare queste attività e talvolta anche le proibirono, ma esse
continuarono a crescere come ramificazioni del commercio interno; le principali rotte settentrionali delle
giunche mercantili andavano da Ningpo, dalla baia di Hangchow e dal basso Yangtze alla Corea, alla
Manciuria meridionale e alla Cina del Nord. Il commercio meridionale scorreva da Amoy e da Canton verso
l’asia sudorientale lungo 2 direttrici: quella orientale attraverso le Filippine e, a est del Borneo, fino alle
Molucche (isole delle spezie); quella occidentale, che raggiungeva il Siam e scendeva lungo la penisola
malese fino allo stretto di Malacca. Quando gli europei entrarono in questi canali del commercio asiatico
orientale, dopo che i portoghesi ebbero occupato Malacca nel 1511 e raggiunto per la prima volta la
Cina nel 1514, essi trovarono giunche mercantili e numerosi trafficanti cinesi saldamente insediati in ogni
porto. In seguito gli europei cominciarono a recare un contributo significativo al commercio estero cinese
con l’argento, che proveniva dalle miniere spagnole di recente fondate in America e che fu introdotto in
parte da Manila, dai mercanti cinesi, portoghesi e olandesi; nei secoli seguenti l’argento venne importato in
Cina da trafficanti che venivano dall’Europa e dall’Asia meridionale. Sebbene non si possa ancora stabilire
con precisione quale sia stato il volume di queste importazioni, si presume tuttavia che abbiano
notevolmente contribuito a diffondere l’uso dell’argento come moneta in tutta la Cina a partire dal tardi
periodo Ming.

LE IMPOSTE SULLA TERRA E SUL LAVORO

Nel corso del XVI secolo, le tradizionali imposte sulla terra e sul lavoro furono gradualmente riformate e
commutate in pagamenti in denaro; nel medesimo tempo vennero introdotte semplificazioni per diminuire
l’estrema complessità, conglobando in una molte piccole voci di pagamento. Grazie a quest’ultima modifica
l’intero movimento di riforma si chiamò riforma dell “unica sferza” (riduzione ad una sola voce); i difetti che
affliggevano il sistema Ming d imposta sulla terra e il lavoro erano cominciati con la falsificazione dei registri
locali. La responsabilità del funzionamento locale del sistema gravava sulle famiglie più influenti, ossia le più
ricche; il sistema dava automaticamente alle famiglie più ricche l'opportunità di sottrarsi all’onere fiscale
loro imposto con il semplice espediente della falsificazione dei registri. Grazie alla complicità esistente tra
loro e alla corruzione degli impiegati e dei piccoli funzionari, gli interessati potevano ridurre i loro oneri
rispettivi, purché lo facessero aumentando quello delle famiglie più povere fino a raggiungere la quota
fiscale completa stabilita per la zona in questione. Il risultato di tali pratiche e di altre persero
completamente il loro significato, mentre la tassazione s era fatta caotica e dipendeva interamente dal
gioco degli interessi locali. La confusione di questa situazione fu ulteriormente aggravata dalla complessità e
varietà delle voci fiscali: per cominciare, le varie forme di possesso erano molto complesse: i diritti sulla
terra potevano appartenere a persone diverse a seconda che si trattasse del sottosuolo oppure della
superficie; i diritti di superficie potevano essere concessi a un affittuario, che a sua volta aveva la
possibilità di subaffittare. L’affittanza assumeva varie forme, di conseguenza, gli oneri fiscali sulla terra
erano altrettanto complicati; ma ancora più complessi erano gli obblighi relativi alle prestazioni di lavoro:
le varie forme di prestazione di lavoro diventarono più onerose con il progressivo corrompersi della intera
istituzione. Le richieste di prestazioni di lavoro gravavano a tal punto sui contadini poveri che famiglie
prima, sezioni di villaggio e villaggi interi poi, cercarono di sottrarsi ai loro obblighi; l’elemento che alla fine
paralizzò il funzionamento del sistema fiscale fu la commutazione dell’imposta agraria in natura e delle
prestazioni di lavoro nel pagamento di una somma di denaro. Il risultato fu l’imprigionamento dei

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contadini in una gigantesca ragnatela di imposte in denaro, riscosse in ogni stagione dell’anno per una
infinità di ragioni vere o supposte, ingiustamente stabilite e imperfettamente registrate, senza un piano
generale o una forma di controllo o di direzione superiore.

IL MOVIMENTO DI RIFORMA

La riforma dell’ “unica sferza” venne gradualmente effettuata, in una zona dopo l’altra, da molti funzionari
provinciali, sottoposti a forti pressioni, nel disperato sforzo di mantenere una struttura fiscale sistematica e
delle riscossioni regolari. Ciò accadde principalmente nel periodo 1522-1619, ossia nell’ultimo secolo di
effettiva amministrazione Ming; la riforma ebbe 2 aspetti principali: la riduzione delle varie voci fiscali ad
una sola o a poche e il pagamento delle tasse in argento, poiché questo programma non fu diretto
dall’alto e venne realizzato con iniziative personali a livello locale, esso assunse forme diverse e variò
notevolmente da un luogo all’altro. Una riforma essenziale fu la semplificazione del sistema di
classificazione delle terre, un’altra riforma consistette nell’unificare le imposte fondiarie, combinando
antichi oneri come quello sui
prodotti di seta on la tassa dei cereali d’autunno e spesso abolendo interamente la tassa estiva. Inoltre, le 2
principali categorie fiscali, l’imposta fondiaria e la prestazione del lavoro, vennero talvolta conglobate in una
singola voce; le aliquote fiscali dei distretti vennero ripartite più semplicemente, secondo i 2 criteri
abbastanza chiari del numero degli acri di terra e di quello dei maschi adulti, e commutate in termini
monetari in maniera uniforme. Infine, le scadenze per le riscossioni furono unificate così come l’apparato
relativo, e in questo modo si diminuirono le occasioni per estorsioni e frodi, inoltre vennero unificati anche l
personale e gli uffici di esazione; la riforma introdusse la pratica generale di pagare le imposte in argento
anziché in natura, rendendone quindi più facile il trasporto. Il contribuente recava ora direttamente la
somma che doveva versare allo scrigno d’argento del collettore governativo, e di fronte al yamen locale gli
veniva rilasciata una regolare ricevuta; il governo provvedeva poi a trasportare alla capitale l’argento
riscosso. La riforma dell’ “unica sferza” è probabilmente un indice della crescita di un economia monetaria;
l’afflusso di metalli preziosi dall’America che stava cominciando, in questo periodo ad accrescere le
disponibilità di argento della Cina tanto come circolante mezzo di pagamento delle imposte.

IL CROLLO DEL GOVERNO MING

Il dramma degli ultimi Ming presenta molti dei classici tratti di un declino dinastico: sovrani deboli e inetti,
favoriti corrotti che abusano del potere, conflitti di fazione tra i funzionari, bancarotta finanziaria, disastri
provocati da calamità naturali, movimenti di rivolta e infine l’invasione straniera. Chang Chu-cheng, uno dei
grandi ministri del tempo, che giunse al potere come Grande Segretario anziano durante il primo decennio
del regno Wan li, era in buon rapporti con la Corte Esterna e aveva grande influenza sul giovane imperatore;
dopo la sua morte nel 1582, l’imperatore Wan-li, divenne completamente irresponsabile. Non convocò i
ministri per anni, si rifiutò di trattare gli affari distato e di provvedere alle necessarie nomine, lasciò che
dilagassero mali di ogni sorta e intanto sperperò le risorse dell’impero: successivamente, l’imperatore
quindicenne che Salì al trono nel 1620 era debole di mente e si interessava soprattutto di carpenteria, egli
lasciò che l’amico intimo della sua nutrice, un eunuco si impadronisse del governo. Tornò a manifestarsi così
la forza degli eunuchi e la corruzione di corte di cui si servì il capo del governo, che tra l’altro in quegli anni
destituì i generali che difendeva la Manciuria meridionale dagli attacchi dei manciù.

LA LOTTA DELLE FAZIONI

La resistenza confuciana a questa serie di calamità fu condotta principalmente da un gruppo di letterati noto
con il nome di partito Tung-li (foresta orientale) la cui lunga lotta e la finale sconfitta formano un suggestivo
capitolo negli annali della politica cinese; lo scopo dell’accademia Tung-li era quello di condurre una crociata
morale per ristabilire i principi tradizionali della condotta confuciana e applicarli alla vita politica. Questi
letterati condannavano l’eclettismo filosofico che era divenuto popolare nel XVI secolo già al tempo di
Wang Yang-ming e che sembrava confondere

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insieme confucianesimo, buddhismo e taoismo: essi riaffermavano la dottrina di Mencio, secondo a quale
la natura umana è essenzialmente buona, e mettevano l’accento sulla suprema importanza della integrità
individuale; in questi termini morali, essi denunciavano sia i loro oppositori sia i vari potentati della Corte
Interna, Grandi Segretari o eunuchi. Essi riuscirono ad acquistare una posizione di predominio negli anni
1620-23 poco prima del potere dell’eunuco Wei, ma nel momento della presa di potere di questo, egli
sottoscrisse intere liste di proscrizione dei seguaci del partito Tung-li; in realtà, il movimento Tung-li non
costituì un partito organizzato.

LA RIBELLIONE DI LI TZU-CH’ENG

Di solito di dimentica che la dinastia Ming fu distrutta da un ribelle cinese prima di essere sostituita dagli
invasori manciù: Li Tzu-ch’eng pose le sue basi di forza nello Shensi, ossia nel Nord Ovest dove capeggiò un
gruppo di banditi. Li distribuì cibo agli affamati, nominò funzionari, si proclamò fondatore di una nova
dinastia, conferì titoli a se stesso e ad altri e giunse anche a battere moneta: all’inizio del 1644 si impadronì
dello Shansi e in aprile calò su Pechino occupando la capitale proprio mentre l’ultimo imperatore Ming in
preda alla disperazione si impicco`. Ma nello stesso periodo il suo rivale Chang Hsien-chung instaurò un
nuovo governo, che presto però cadde in rovina ei manciù lo uccisero nel 1647.

CAPITOLO NONO

L’APOGEO DELLA CINA TRADIZIONALE SOTTO I CH’ING

L’ASCESA DELLE TRIBÙ MANCIU`

La dinastia Ch’ing venne costituita all’inizio del secolo XVII e durò fin al 1911. Così grande era il prestigio del
vecchio ordine, così fermo l’equilibrio che si era stabilito tra le sue varie parti, che un mutamento radicale e
completo delle istituzioni e dei valori non era facilmente immaginabile, e meno di tutti lo potevano i
dominatori manciù che avevano ereditato dai loro predecessori Ming un sistema imperiale ancora intatto; i
manciù ebbero successo come eredi, non come inventori, né era nei loro intenti trasformare l’ordine delle
cose. Un capo energico riuscì, cogliendo il momento opportuno, a unificare il suo popolo dandogli il senso
della propria identità e a metterlo in marcia fino a portare i suoi discendenti a dominare l’intera Cina;
la nazione in armi dei manciù, che dominò per due secoli l’Asia orientale continentale, discendeva dalle
tribù jurched dello stesso gruppo tunguso dei fondatori della dinastia Chin. I manciù costruirono la loro
potenza in una zona ai margini della cultura e della amministrazione cinesi e fu quindi loro possibile
accogliere in modo selettivo l’influenza cinese, senza essere completamente soggiogati o sinizzati; fatto
ancora più importante, essi furono in grado di apprendere le tecniche di governo nel periodo in cui il
sistema amministrativo dei Ming era manifestamente in declino. Un precedente era stato creato da Hung-
wu, quando aveva costituito lungo il confine mongolo delle unità militari (wei): poiché questi wei non
erano reparti di guarnigione regionali, come nella Cina propriamente detta, ma unità tribali al comando dei

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loro capi ereditari, le distingueremo traducendo in questo caso il termine wei con comando. Sotto Yung-lo,
tale sistema fu applicato con maggior successo alle tribù della Manciuria; nella Manciuria nordoccidentale,
le tribù locali, formate principalmente da mongoli la cui economia era quella dei pastori nomadi, erano già
state organizzate in 3 comandi. Non si sa se i comandi furono suddivisi, alla maniera Ming, in corpi e in unità
più piccole chiamate bandiere: questi reparti erano ancora comandati dai capi tribali ereditari, i quali
venivano ora nominati, ossia la loro successione era riconosciuta, dalla corte, ed erano considerati come
leali tributari barbarici. Una volta avviato, il sistema si estese rapidamente, un esempio della politica
cinese del “divide et

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impera”; a ogni capo tribale venivano conferiti titoli ufficiali e sigilli, dal canto loro i capi dovevano inviare
ogni anno missioni tributarie. Con l’aumento delle risorse delle tribù, risultato della combinazione della loro
economia tradizionale, basata sulla caccia e la pastorizia, con il commercio e l'agricoltura, anche i barbari
furono in grado di costruire piazze fortificate, destinate a servire nelle lotte interne tra gruppi tribali. Fu su
questa frontiera che crebbe la potenza dei manciù col progressivo decadere della dinastia Ming; la difesa
della Cina richiedeva la sinizzazione dei barbari per trasformarli in leali sudditi dell’impero, ma fu proprio
questa politica che, in un periodo di debolezza imperiale, diede agli stessi barbari l'opportunità di
fondere la loro naturale forza militare con tutto ciò che avevano appreso dei modi di vita cinesi. I risultati
furono una formidabile sintesi di istituzioni e un nuovo potere statale.

LA COSTITUZIONE DI UNO STATO MANCIU` SINIZZATO

Nurhachi, il fondatore dello stato manciù, seguì la tradizione di Genghiz khan aprendosi la strada verso il
potere col pretesto di vendicare la morte del padre e del nonno, uccisi in uno scontro al quale presero parte
il comandante cinese del Liaotung e un capo jurched alleato. Nurhachi fortificò i territori in suo possesso,
sposò la figlia e la nipote dei due potenti capi e soppresse il banditismo, meritandosi l’elogio dei cinesi;
accettò quindi il vassallaggio di capi tribali minori e ne guidò più di 100 a presentare il tributo a Pechino; ne
1595, la corte Ming gli conferì il titolo di Generale drago- tigre, il più ambito tra quelli fino a quel
momento attribuiti a un capo jurched. Naturalmente, l’ascesa di Nurhachi fino a raggiungere una
potenza che gli permise di sfidare la dinastia Ming non fu soltanto una questione militare, ma anche di
ordine politico, economico e amministrativo; nel frattempo, trafficò al mercato dei cavalli di Fushun e con le
radici di ginseng, una pianta ritenuta medicinale e acquistata dai cinesi alla ricerca della giovinezza che già
a quel tempo costituiva per la Manciuria una lucrosa esportazione e che diventò un importante monopolio
commerciale dei manciù. Naturalmente, anche l'agricoltura e il commercio avevano la loro importanza nel
rifornimento di un centro così vasto, che tra l’altro crebbe con l’aiuto di tecnici e consiglieri cinesi. Mentre il
suo potere si andava consolidando, Nurhachi evitò ogni conflitto con i Ming e le tribù mongole e rivolse
tutta la sua attenzione al problema della unificazione del suo popolo; fino al 1609 inviò infatti regolarmente
il tributo a Pechino: nel frattempo, portava a termine la sua più grande opera, la creazione di nuove
istituzioni amministrative. Tra queste la più importante fu il sistema delle “bandiere”: nelle unità formate
da 8 bandiere, e nei loro reparti interni, furono arruolati i membri di tutte le tribù e in tal modo
l'organizzazione tribale venne trasformata in organizzazione burocratica; l’intera popolazione, compresi i
prigionieri, gli schiavi e i servi, venne quindi registrata nelle varie bandiere e sottoposta alla tassazione, alla
coscrizione, al controllo e alla mobilitazione attraverso queste unità amministrative del nuovo stato. Invece
di essere comandate da capi tribali ereditari, le bandiere furono ben presto poste agli ordini di ufficiali
nominati dall’alto, ai quali si aggiunsero impiegati incaricati di tenere i conti; il comando supremo fu però
riservato ai discendenti di Nurhachi appartenenti a quello che doveva diventare il can imperiale. Ai membri
di una bandiera venivano assegnate terre sparse in vari luoghi, non tutte situate entro la stessa unità
territoriale e vicine agli appezzamenti di famiglie non appartenenti alla bandiera; le bandiere non erano
quindi legate a una zona, anche se i loro membri disponevano di terre proprie dalle quali traevano i mezzi di
sussistenza.

LA SCRITTURA E L’AMMINISTRAZIONE

Un’altra delle realizzazioni di Nurhachi fu lo sviluppo di un sistema di scrittura per scopi amministrativi;
intraprese la traduzione di opere cinesi, come la Raccolta di leggi e regolamenti dei Ming relativamente alle
questioni penali, nella nuova scrittura manciù. In tal modo, non solo la nuova scrittura rese più facile il
disbrigo degli affari di governo, ma permise anche la rapida adozione della ideologia politica confuciana,
particolarmente per ciò che concerneva le funzioni del sovrano. Nel 1616, Nurhachi assunse il titolo di

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imperatore della dinastia Chin posteriore; successivamente, nel 1635, il suo successore stabilì che fosse
usato il nome manciù per tutte le

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tribù jurched. Nurhachi riuscì con l’aiuto cinese a creare una amministrazione civile e nel 1618 attaccò
apertamente i Ming, occupando parte del Liaotung; in questa occasione fece prigioniero un diplomato un
diplomatico cinese, Fan Wen-ch’eng: Fan divenne il consigliere fidato di Nurhachi e dei suoi successori,
una figura chiave della nuova segretaria di governo. Nel 1625, Nurhachi trasferì la sua capitale a
Mukden. A Nurhachi succedettero due capi altrettanto abili e capaci: il suo ottavo figlio Abahai aprì con la
sua politica la strada alla conquista della Cina del Nord, che venne però effettuata dall’uomo che detenne il
potere dopo di lui, Dorgon, quattordicesimo figlio di Nurhachi. Il clan imperiale manciù venne
completamente estromesso dall’amministrazione, ma ciononostante i suoi membri rimasero concentrati
nella capitale; la loro più importante funzione politica, dopo la conquista, fu quella di assicurare il trono a
sovrani energici e di evitare che il governo cadesse nelle mani delle donne e degli eunuchi, che avevano
portato alla rovina le precedenti dinastie. Il successo dei manciù dipese in gran parte dall’aver essi
organizzato il potere statale alla maniera cinese, oltre che dall’impiego di collaboratori cinesi, due iniziative
che si svilupparono parallelamente: via via che l’organizzazione burocratica sostituiva gli usi tribali si
rendevano necessari in misura sempre maggiore gli uomini di cultura e gli amministratori. Un indice
della natura dualistica, sino-barbarica, del regime manciù negli anni della sua formazione a Mukden è
offerto dal numero dei cinesi, nativi del Liaotung, entrati al servizio dei manciù.

LA CONQUISTA MANCIU`

I manciù riuscirono a impadronirsi di Pechino nel 1644 ance perché il comandante cinese di Shanhaikuan li
invitò a passare la Muraglia per servirsi del loro appoggio nel gioco della politica dinastica cinese; con la loro
organizzazione militare e amministrativa, i primi sovrani manciù si erano già posti come i principali
pretendenti al trono di Pechino. Il figlio di Nurhachi, Abahai aveva rapidamente esteso la potenza dello stato
manciù: egli attaccò la Corea riducendola alla condizione di stato vassallo; nel 1636 Abahai proclamò a
Mukden la fondazione della dinastia Ch’ing (pura). La figura chiave del dramma de 1644 fu un generale
cinese al servizio dei Ming, Wu San-kuei: nato nel Liaotung, poiché il ribelle Li Tzu-cheng ai avvicinava a
Pechino, l’imperatore Ming chiese soccorso a Wu San-kuei, ma la capitale cadde prima che Wu arrivasse e il
generale si ritirò allora a Shanhaikuan mentre Li Tzu-ch’eng avanzava per attaccarlo. Piuttosto che
cadere nelle mani di un bandito cinese ribelle, Wu preferì arrendersi al manciù Dorgon, le cui bandiere
erano in attesa a est del passo: con le loro forze unite, essi sconfissero poi L Tzu-cheng e lo costrinsero ad
abbandonare Pechino, annientando l’anno dopo le sue forze. Nel corso dei tre decenni che seguirono, Wu
San-kuei collaborò all’insediamento della dinastia manciù e ne ebbe in cambio un grande potere personale.
All’invasione Ch’ing i principi Ming opposero soltanto una resistenza individuale e priva di coordinamento:
uno di loro a Nanchino e altri due sulla costa sudorientale furono sconfitti nel giro di pochi anni; la
resistenza più accanita fu opposta da un nipote dell’imperatore Wan-li, il principe di Kuei, che si andò
spostando nelle varie regioni della Cina del Sud con l’alternarsi delle sue fortune militari e che fu infine
costretto a cercare rifugio in Birmania. Respinte le ultime truppe del passato regime oltre i confini dello
Yunnan, Wu San-kuei inseguì questo ultimo pretendente Ming entro i confini della Birmania quasi fino a
Manadalay, dove il principe di Kuei venne strangolato nel 1662. Wu si costituì quindi una satrapia nello
Yunnan e nel Kweichou, stabilì a proprio vantaggio dei mongoli commerciali; altre due satrapie vennero
formate nello stesso periodo, la prima nel Kwangtung da uno dei figli di Shang K’o-hsi, la seconda nel Fukien
dal nipote di un altro comandante cinese del Liaotung passato dalla parte dei manciù ne periodo di Mukden.
Quando nel 1673 Wu si ribellò ai Ch’ing, il suo esempio fu ben presto seguito dagli altri due satrapi in quella
che è nota come la Rivolta dei Tre Feudatari, domata soltanto nel 1681.

LA CONQUISTA DI TAIWAN

L’ultimo territorio cinese a cadere nelle mani della nuova dinastia fu l’isola di Taiwan, come è chiamata in
Cina e in Giappone, o di Formosa, secondo la denominazione portoghese; Taiwan non era stata
sottoposta all'amministrazione Ming. L’ultima scintilla della resistenza anti-manciù` fu mantenuta viva a
Taiwan da Cheng Ch’eng-kung e dalla sua famiglia: suo padre aveva fatto

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fortuna come pirata e avventuriero e anche Cheng Ch’eng-kung divenne uno dei favoriti della corte rifugiata
a Nanchino e poi a Foochow; la morte di Cheng Ch’eng-kung non provocò tuttavia la fine del regime che egli
aveva creato poiché uno dei figli gli succedette. I Ch’ing fecero allora ricorso a una misura drastica, quella di
costringere la popolazione della costa a evacuare le isole e a muovere verso l’interno; si formò in tal modo
una fascia di terra spopolata, separata dal resto del paese da una linea vigilata da pattuglie. Diversamente
dalla politica della “terra bruciata” seguita nel 1937-38 durante la resistenza giapponese, essa non poté
fondarsi su giustificazioni di ordine patriottico e quindi riscuotere l’approvazione di coloro che ne
subirono le conseguenze. Le forze dei Ch’ing riuscirono infine a occupare l’isola, nel 1683, con l’aiuto degli
olandesi; il territorio di Taiwan fu in seguito amministrato come parte del Fukien. In seguito, i Ch’ing fecero
propria la tesi secondo la quale per dominare la Cina era necessario controllare l’Asia centrale e molto
prima della conquista cominciarono a condurre le operazioni necessarie per incorporare nel nuovo stato le
tribù della Mongolia Interna; questo li portò alla conquista della Mongolia Esterna e all'occupazione dell’Illi
e del Turkestan cinese.

LA SETTA GIALLA DE LAMAISMO

Tsong-kha-pa fu un grande riformatore religioso e fondatore di una nuova setta del lamaismo: lo scopo delle
sue riforme era quello di restaurare la disciplina monastica nel buddhismo tibetano, e per questo egli
rafforzò il celibato, impose l’uso di tuniche gialle e l’introduzione di regole come le riunioni, le confessioni e i
ritiri, oltre ad altre pratiche della vita monastica. Questo movimento riformatore si chiamò “setta
virtuosa” o Setta del Cappello Giallo; al tempo degli ultimi Ming l’influenza della Setta Gialla si diffuse
in Mongolia con il terzo successore di Tsong-kha-pa che fu dal suo ospite, il principe mongolo Altan khan,
che questo capo della Setta Gialla ricevette il titolo di Dalai (che tutto abbraccia) Lama: sebbene capo
riconosciuto dalla Setta Gialla, soltanto lentamente il Dalai Lama riuscì a costituire nel Tibet un potere
temporale, e lo fece utilizzando con molta abilità l’appoggio dei mongoli e dei manciù.

GLI INTERVENTI DEI CH’ING

I Ch’ing riassunsero il diretto controllo delle strade postali, dopo numerosi tentativi ed errori, il problema
del potere politico nel Tibet diventò una questione interna dell’impero Ch’ing e questa situazione si
protrasse fino al 1912. Per un ironia della sorte, i Ch’ing avevano appena portato a termine la edificazione
del loro sistema imperiale in Mongolia, nel Turkestan cinese e nel Tibet, risolvendo l’annosa questione del
dominio sia della Cina sia dell’Asia centrale, quando dovettero fronteggiare un problema che non aveva
precedenti, l’arrivo in forze sulla costa sudorientale dei barbari europei dotati di una potenza militare
superiore.

IL MANTENIMENTO DEL POTERE DEI MANCIU`

Una volt diventati una nazione di conquistatori, il principale problema dei manciù fu quello di mantenersi
come minoranza coesa e capace di conservare il potere. Il can imperiale fu governato da un organo speciale,
il Consiglio del clan imperiale, che aveva il compito di tenere i registri del clan e di provvedere
all'educazione, alla disciplina dei suoi membri e ai loro appannaggi; i membri de clan erano suddivisi in 12
ranghi nobiliari, a partire dal più alto, quello principesco. Erano favoriti i matrimoni tra mongoli e donne
manciù per stabilire legami d sangue con l’elemento mongolo; vi era l’aristocrazia manciù che riceveva
l’investitura e gli appannaggi dal trono, i restanti manciù erano membri delle bandiere. A tutti i manciù era
proibito esercitare il commercio, svolgere qualsiasi lavoro manuale e stipulare matrimoni misti con i cinesi,
oppure adottare usi come la fasciatura dei piedi; si stabilì l’obbligo della istruzione in lingua manciù, e
per mantenere viva questa lingua si provvide alla traduzione di molte opere cinesi, classici e storie. Ai
manciù venne proibito di vestire l’abito cinese, mentre i cinesi furono costretti ad abbandonare
l’acconciatura in uso a tempo dei Ming e ad adottare quella dei manciù, ossia a raccogliere i capelli in una
lunga treccia rasandosi il resto del capo. Un’altra iniziativa dei manciù per mantenere il controllo del
paese fu di usare la forza delle bandiere come mezzo per perpetuare la loro supremazia militare: in

70
generale, il potere militare venne attentamente ripartito tra cinesi e manciù, tra il Consiglio di Guerra, le
truppe della capitale e quelle delle guarnigioni provinciali, tra i grandi funzionari civili e militari di tutto
l'impero. Anche la prerogativa di raccomandare i funzionari per la nomina ai più alti incarichi venne ripartita
in modo analogo; i funzionari militari venivano regolarmente trasferiti da un luogo all’altro e mai nelle loro
regioni di origine, per evitare il costruirsi di poteri personali. Queste disposizioni amministrative, insieme
agli scarsi stanziamenti di fondi per il mantenimento delle forze armate, impedirono lo svilupparsi di
poteri militari indipendenti dalla corte.

IL SISTEMA DI GOVERNO CH’ING IN CINA

Il successo che portò i Ch’ing a governare il territorio cinese compreso entro la Muraglia fu più un fatto
politico che amministrativo, giacché essi mantennero quasi inalterata la struttura amministrativa dei Ming,
modificandola solo quanto bastava per inserire il potere e il controllo dinastico dei manciù nell’ordine
costituito dello stato. I tre elementi essenziali del governo Ch’ing furono la loro fondamentale forza militare,
il potere politico esercitato dal Figlio del Cielo e il controllo che stabilirono sulla amministrazione cinese;
inserendosi al vertice del sistema statale cinese, i dominatori manciù cercarono anzitutto di conciliarsi gli
strati sociali superiori, ossia le famiglie della gentry terriera, più influenti letterati locali, che dirigevano la
vita della comunità, e i funzionari Ming. Anche i Ch’ing ridussero le aliquote fiscali divenute esorbitanti nel
tardo periodo Ming e dopo il 1620 seppellirono con grandi onori l'ultimo imperatore Minga Pechino e
proclamarono che il loro obiettivo era di reprimere la ribellione e restaurare in Cina la pace e l’ordine.
L’amministrazione centrale si trasformò dopo il 1644 in un sistema diarchico sino-manciù: i due popoli
erano rappresentati in proporzioni approssimativamente uguali nei principali uffici della capitale; questo
accorgimento della responsabilità congiunta o collegiale servì a lasciare negli alti incarichi i funzionari
cinesi senza abbandonare loro il completo controllo degli affari, e inoltre impedì che un qualsiasi
funzionario, cinese e non, si arroccasse in una posizione di potere burocratico. Dopo aver stabilito il
principio di direzione congiunta sino-manciù nelle forze armate e nei principali rami dell’amministrazione
civile, i Ch’ing completarono il loro sistema di controllo nominando un numero uguale di manciù e di cinesi
nell’Ufficio dei Censori: i manciù e i cinesi lavoravano fianco a fianco con ugual grado e pari responsabilità.

IL PROBLEMA DELLA LINGUA

La corte dei Ch’ing usò nei primi anni la lingua manciù, ma il regime era bilingue: interpreti cinesi ricevettero
l’incarico di assistere i grandi funzionari manciù; fino agli ultimi giorni della dinastia, i Ch’ing mantennero a
Pechino la complicata procedura di traduzione in manciù dei documenti cinesi, ma il tentativo di
amministrazione bilingue fallì abbastanza presto dato che i manciù impararono il cinese. La soluzione che i
Ch’ing finirono per adottare fu di usare le traduzioni in manciù solo a corte, dove generalmente per ragioni
di precisione e semplicità gli affari che riguardavano soltanto i dominatori venivano trattati in manciù e le
questioni cinesi in cinese; quanto alla amministrazione locale, essa si servì, nel corso di tutto il periodo
Ch’ing, della lingua cinese.

L'UNITÀ DI STATO E CULTURA

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L’imperatore dovette assolvere alle sue funzioni di regnante confuciano, fonte di insegnamento etico e
grande protettore delle lettere e delle arti: i Ch’ing mantennero il sistema degli esami in vigore nel periodo
Mng attribuendogli grande importanza; il vero banco di prova per gli imperatori manciù stava nella loro
capacità a sottoporre gli intellettuali al patrocinio del sovrano, in modo da unificare lo stato e la cultura
sotto la direzione unica del Figlio del Cielo. Solo così i migliori talenti della società cinese potevano essere
posti al servizio dello stato e portati a esprimersi sotto la protezione e il controllo della dinastia Ch’ing;
questo tipo di direzione politica e culturale s realizzò

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con l’imperatore K’ang-hsi, un sovrano veramente grande che regnò dal 1661 al 1772. K’ang-hsi si rivelò
coraggioso come capo militare, economo come amministratore e giusto come legislatore, ma il principale
successo fu quello che egli ottenne con la classe degli intellettuali: versato nei classici e dotato di grandi
interessi culturali, eli era l’uomo più adatto a diventare il grande patrono dei letterati; egli scelse inoltre
eruditi cinesi, calligrafi e artisti che prestarono la loro opera sia nel suo personale studio imperiale sia
nello studio di palazzo. In questo modo, una serie di importanti opere videro la luce sotto il diretto
patrocinio di K’ang-hsi e spesso con prefazioni scritte di suo pugno; così l’imperatore manciù divenne lo
splendido e zelante protettore della cultura cinese, superando in questo campo tutti gli imperatori Ming.
Mentre K’ang-hsi perfezionò l’unione di politica e cultura, toccò al suo successore, Yung-cheng , che regnò
dal 1723 al 1736, completare la struttura istituzionale della autocrazia Ch’ing; la principale innovazione che
egli introdusse fu l’istituzione del Grande Consiglio, che prese il posto della Grande Segreteria come centro
superiore delle decisioni politiche. Il nuovo Grande Consiglio (ufficio dei piani militari) lavorava a più
diretto contatto con l’imperatore e con il palazzo imperiale, trattava questioni di particolare urgenza e
importanza, si serviva di documenti meno protocollari di quelli della Segreteria e di procedure meno
complicate. Il processo di accentramento del potere nelle mani dell'imperatore si presenta come una
tendenza che si protrae nel corso dei periodi Yuan, Ming e Ch’ing; le amministrazioni provinciali
dipendevano direttamente dall’imperatore, ed era necessario un suo editto per rendere esecutiva una
decisione politica presa da un consiglio, di conseguenza, l’imperatore pretendeva da sé e dagli altri un
severo impegno.

IL CONTROLLO UFFICIALE DELLA CULTURA

Le attività intellettuali nl primo periodo Ch’ing si svolsero in gran parte entro il sistema ufficiale, spesso
all’ombra del trono: Yung-cheng promosse e finanziò la crescita di accademie per dare una occupazione agli
studiosi di tutto l’impero. Tipica della cultura Ch’ing è la sua osmosi con la vita ufficiale, dalla quale fu
completamente dipendente. Il controllo esercitato dall’imperatore Ch’ien- lung sul mondo culturale cinese
trovò la sua arma in una specie di inquisizione letteraria: la ricerca e la revisione dei testi principali offrì
l’occasione per la soppressione degli scritti ortodossi; lo scopo essenzialmente pratico della politica
totalitaria dell’imperatore era di eliminare gli scritti contrari ai Ch’ing o favorevoli allo spirito di rivolta,
così vennero distrutte tutte le opere di alcuni autori e quelle che sembravano in generale ortodosse
oppure soltanto non letterarie. Tra i documenti del lavoro ufficiale di compilazione svolto sotto Ch’ien-lung
vi è una serie di enciclopedie.

LA CULTURA CINESE NEI PERIODI MING E CH’ING

Costringendo la cultura a muoversi entro i limiti e per gli scopi della politica ufficiale, i governi Ming e
Ch’ing attinsero alle risorse umane della gentry; il popolo minuto, che costituiva la massa della società
cinese, non occupa una parte di rilievo nelle testimonianze culturali, che ci sono state trasmesse
principalmente dal pennello di studiosi-letterari. Quella che conosciamo meglio è la vita delle classi colte e
agiate delle città che avevano tempo e mezzi per godere dei loro giardini o delle loro collezioni per
praticare la calligrafa e la pittura. La pittura era una delle principali occupazioni delle persone colte; ci sono
stati tramandati i nomi di più di 1000 pittori del periodo Ming e ricordiamo tra le principali tendenze la
pittura paesaggistica. Ricca fu anche la raccolta e la stesura di opere di letteratura popolare come le “Strane
storie da uno studio cinese”; “tutti gli uomini son fratelli”; “memorie di un viaggio a occidente” e il “loto
d’oro”; il sistema familiare cinese ha il suo più grande documento nel romanzo “il sogno della camera
rossa”. Mentre i racconti resi popolari dai cantastorie nei luoghi di mercato vennero poi gradualmente
sviluppati in romanzi dialettali grazie all’opera di scrittori di talento, le opere teatrali rimasero un genere
letterario minore e non furono altrettanto lette; ciononostante, si assistette a una grande produzione
teatrale e a un sviluppo considerevole di questa forma artistica nel quadro della tradizione.

IL DECLINO DINASTICO

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Il declino dinastico ha inizio sempre per svariate cause, in questo caso per: l’inefficienza militare delle
bandiere; la corruzione dell’alta burocrazia; le difficoltà incontrate dalla popolazione, che aveva subito
un forte aumento, per procurarsi i mezzi di sussistenza. Il declino delle bandiere cominciò soltanto dopo che
esse ebbero dominato per quasi 2 secoli l’Asia orientale continentale; finché le campagne del medio periodo
Ch’ing non vennero attentamente studiate possiamo solo fare delle congetture circa i motivi che, come la
corruzione, possono aver avuto una parte. I grandi stanziamenti di fondi imperiali ogni volta necessari
possono forse aver suscitato interessi reconditi per l'allargamento o più comunemente per il
prolungamento delle operazioni; questo accadeva nel periodo in cui una corruzione senza precedenti si era
impadronita della corte di Ch’ien-lung. Con grande prudenza e oculatezza il regime manciù era riuscito ad
arrestare il decorso di molti dei mali che avevano minato il dominio delle dinastie precedenti: i principi
imperiali, i comandanti militari lungo le frontiere, nuove invasioni barbariche, le grandi famiglie agrarie
arroccate nelle province, gli eunuchi di corte, le imperatrici e i loro parenti, persino le lotte di fazione tra i
funzionari, tutto era stato accuratamente evitato, in modo da conservare inalterato nelle mani
dell’imperatore il poter centralizzato dello stato. L’unico male ineliminabile era la vecchiaia dello stesso
imperatore, che poneva l’intera struttura imperiale nelle mani malferme di un uomo privo di capacità di
giudizio. Possiamo facilmente comprendere come la corruzione degli ambienti militari andasse di pari passo
con quella dell’amministrazione civile; le bandiere furono sempre meno rifornite, sempre più scarsamente
addestrate e persero ogni capacità bellica. Alla fine però fu proprio l’aumento della popolazione che
distrusse la prosperità e la pace che l’avevano resa possibile: tale aumento trova una delle sue spiegazioni
principali nell’accrescimento delle risorse alimentari reso possibile dalla messa a coltura di nuove terre,
spesso con l'incoraggiamento imperiale, e dalla disponibilità di nuovi raccolti. Inoltre, si andarono
continuamente sviluppando nuove qualità di riso, dalla più rapida maturazione, cosa che portò a un
aumento della produttività del suolo; altri fattori alla base dell’aumento demografico sono presumibilmente
da ricercare nel miglioramento delle pratiche igieniche, che influirono sulla salute pubblica, nell’incremento
del commercio con l’estero, che i accompagnò a quello del commercio interno e della produzione
artigianale, e in altri settori dell’economia interna rimasti fino a oggi inesplorati. La popolazione raddoppiò
forse di numero, ma non la classe dei funzionari e i servizi da essa prestati alla popolazione, né le forze
militari che dovevano mantenere la pace e l’ordine; questa volta, a causa dell’intervento di fattori esterni
assolutamente nuovi, il processo culminò alla fine del secolo XIX e all’inizio del XX in un disastro senza
precedenti che determinò il crollo di tutto il sistema tradizionale politico e sociale.

CAPITOLO DECIMO

LA COREA TRADIZIONALE: UNA VARIANTE DEL MODELLO CULTURALE CINESE

LE PARTICOLARITA` CULTURALI DELLA COREA E DEL GIAPPONE

Non è mai veramente esistito per la Corea e il Giappone il pericolo di essere interamente assorbiti entro
l'unità politica cinese, per molteplici ragioni essi sono sempre rimasti chiaramente separati. Anche nelle
abitudini quotidiane, cinesi, coreani e giapponesi hanno sviluppato modelli interamente diversi, molto più
differenziati di quelli dei vari gruppi nazionali europei. I gruppi nazionali dell’Asia orientale, sebbene
numericamente limitati, presentano tutti tratti distintivi che sembrano più profondi di quelli esistenti tra i
più numerosi gruppi nazionali dell’Occidente; non è però facile determinare le ragioni di questo fenomeno,
lo si può spiegare col fatto che la Corea e il Giappone hanno ereditato una sottostruttura culturale primitiva
estremamente diversa da quella della Cina antica. Un’altra ragione è rappresentata dalla netta frattura
linguistica esistete tra la Cina, da una parte, e la Corea e il Giappone dall’altra.

LA OSIZIONE GEOGRAFICA MEDIANA DELLA COREA

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Un altro elemento che contribuisce a distinguere culturalmente la Corea e il Giappone è la loro separazione
geografica dalla Cina: la Corea, unita sul continente alla Cina dalla Manciuria, è stata

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ripetutamente invasa da eserciti cinesi e talvolta annessa al corpo politico della Cina; la Cina, la Corea e il
Giappone rappresentano quindi un ricco terreno di studi comparati nell’ambito della civiltà dell’Asia
orientale, e la Corea occupa su questo terreno una posizione mediana. La Corea nel corso della storia ha
rappresentato un terreno di incontro per influenze e pressioni provenienti non soltanto dalla Cina e dal
Giappone ma anche dalle zone situate più a nord (mongoli, jurched e manciù); l’urto delle forze culturali,
politiche e militari di queste 3 più vaste zone ha fatto della Corea un punto di contatto strategico nella
storia dell’Asia orientale. La Corea è un paese di media grandezza abitato da una popolazione più numerosa
della media; il clima è molto simile a quello della Cina del Nord, caldo e umido d’estate, ma molto secco e
freddo d’inverno, soltanto lungo la costa meridionale gli inverni sono relativamente miti, come nella Cina
centrale e in buona parte del Giappone. Quasi tutto il territorio coreano è montagnoso, e soltanto 1/5 del
suolo è adatto alla coltivazione; la striscia costiera a est del dorsale montuoso coreano è molto stretta
e ha pochi buoni porti. Ampie vallate di fiumi e lunghe distese costiere caratterizzano le coste meridionale
e occidentale, ed è questa la zona che fornisce il grosso dei prodotti agricoli; in buona parte del Sud si
possono ottenere 2 raccolti all’anno e il prodotto di importanza vitale, il riso, che cresce appunto in questa
parte del paese. La maggiore produttività agricola della Corea meridionale e occidentale, insieme alla facilità
d accesso alla Cina e al Giappone che esse offrono, hanno fatto di queste regioni la zona dominante della
penisola nel corso della storia.

LE ANTICHE CULTURE

I cumuli di conchiglie e i luoghi di accampamento di primi coreani indicano che essi vivevano di caccia e di
pesca e il loro vasellame mostra delle somiglianze con le terracotte preistoriche della Manciuria, della
Siberia, della Mongolia e della Cina del Nord; assai poco sappiamo dell’organizzazione sociale e politica
delle tribù coreane, ma sembra che esse siano state governate da capi aristocratici ereditari. L’influenza
cinese in Corea si rafforzò probabilmente in seguito all’afflusso di profughi durante le varie guerre che
precedettero l’unificazione della Cina sotto i Ch’in e la successiva fondazione della dinastia Han; in ogni caso,
un certo Wiman, non si sa se cinese o coreano, al servizio della Cina, usurpò il trono di Choson intorno al
190 a.C. Dopo aver stabilito la sua capitale nell’odierna P’yongyang sul fiume Taedong, egli costituì uno
stato molto più forte del precedente ed esercitò un certo controllo politico su buona parte della penisola.

LE COLONIE CINESI

L’influenza cinese si approfondì ulteriormente con la conquista della Corea operata da Han Wu Ti: Wu Ti
invase il paese per terra e per mare nel 109 a.C. e l’anno seguente distrusse lo stato di Choson, costituendo
poi 4 vasti comandi militari suddivisi in prefetture, simili alle unità amministrative cinesi. Nel 75 a.C. i 4
comando originari furono fusi nell’unico comando di Lo-lang (Nangnang in coreano), che occupava l’angolo
nordoccidentale della penisola e aveva come capitale P’yongyang; la casse dominante di Lo-lang era per la
maggior parte formata da immigrati cinesi, e le tombe che essi lasciarono nei pressi di P’yongyang
contengono alcuni dei più bei resti del periodo Han, compresi splendidi lavori in filigrana dorati e
superbi pezzi laccati. Le colonie cinesi in Corea furono mantenute per più di 4 secoli, nonostante i parecchi
mutamenti dinastici all’interno e il graduale disfacimento dello stato centralizzato cinese; anche se i
successivi regni coreani non furono gli eredi politici diretti di queste colonie straniere, essi attinsero gran
parte della loro cultura dal contatto con gli avamposti della civiltà cinese.

I TRE REGNI
I.
KOGURYO

Koguryo fu il primo stato autoctono che sorse in Corea: le popolazioni Koguryo stabilirono presto il
loro controllo sulle tribù affini che vivevano sulla costa orientale e, durante la seconda metà del I
secolo a.C., penetrarono in profondità nella Manciuria meridionale arricchendosi con i tributi di
cereali e il bottino preso nei territori conquistati. Naturalmente,

76
entrarono in confitto con l’impero Han. Documenti cinesi del III secolo d.C. parlano del popolo di
Koguryo come di una aristocrazia tribale guerriera.
II.
PAEKCHE

In pochi decenni, lo stato di Paekche, che era sorto nella vallata del fiume Han, aveva unificato
l’intera area dei ma-han nel Sud Ovest; probabilmente anche i governanti di Paekche erano
conquistatori provenienti dal Nord.
III.
SILLA

Nel frattempo, un’altra piccola unità tribale, Silla, aveva unificato in modo analogo le tribù della
Corea sudorientale.

Durante i 3 secoli e mezzo che seguirono la distruzione delle colonie cinesi nel IV secolo d.C., la maggior
parte della Corea venne divisa tra i 3 stati di Koguryo nel Nord, Paekche nel Sud Ovest e Silla nel Sud Est,
noti col nome di TRE REGNI.

LA SINIZZAZIONE DELLO STATO DI KOGURYO

L’eliminazione delle colonie cinesi dalla Corea non diminuì l’influenza culturale della Cina: nel 372, Koguryo
elaborò un codice legislativo sul modello cinese, fondò una università per l’insegnamento del
confucianesimo e della storia cinese e adottò ufficialmente molte delle tradizioni intellettuali e delle
conoscenza scientifiche della Cina. Sotto la guida di un energico re guerriero lo stato di Koguryo si andò
estendendo in ogni direzione, ma specialmente verso sud; mosse spesso guerra agli stati meridionali
riducendoli talvolta alla condizione di vassalli. L’obiettivo principale di tali guerre era di soggiogare i
nuovi popoli, poiché questa era la principale fonte di ricchezza; un grande stele di pietra, eretta nel
414 sulla riva mancese del fiume Yalu ricorda le fortunate guerre di Koguryo.

LO SVILUPPO DELLO STATO DI PAEKCHE

Paekche mantenne strette relazioni marittime con le dinastia della Cina del Sud riconoscendosi
generalmente come vassallo; poche sono le testimonianze rimaste di questo stato, ma alcune bellissime
piastre ci inducono a pensare che l’arte e l'artigianato fossero molto sviluppati. A questa conclusione si
giunge tenendo presente la parte assai importante che lo stato ebbe nel processo di trasmissione del
buddhismo e della cultura cinese al Giappone. Nonostante la sua prosperità, lo stato di Paekche non fu
molto organizzato ne militarmente forte; spesso Paekche strinse alleanza con Silla o con il Giappone contro i
suoi pericolosi vicini settentrionali e all’inizio del VI secolo suddivise il territorio e la popolazione in 5 grandi
unità nel tentativo, solo in parte riuscito, di provvedere più efficacemente alla propria difesa.

LA CRESCITA DI SILLA

Silla, che sorse nel IV secolo, fu nel primo periodo della esistenza uno stato debole e arretrato, in quanto
occupava la zona sudorientale del paese che non era mai stata controllata dagli eserciti cinesi ne raggiunta
da forti influenze provenienti dalla Cina; dapprima lo stato fu impegnato duramente per difendersi dagli
attacchi di Paekche e dai predoni giapponesi provenienti da Kaya, alla fine però la ferrea autorità stabilita
dalla organizzazione tribale tradizionale e dalla struttura di classe sembra aver dato a Silla una maggiore
coesione e una forza più duratura di quella delle popolazioni più sinizzate di Paekche e Koguryo organizzate
su modello delle istituzioni cinesi. Lo stato di Silla era costituito da una confederazione d tribù che avevano
stabilito il loro dominio su un certo numero di altre unità tribali; la cultura e le idee cinesi penetrarono
comunque gradualmente anche nella lontana Silla, e fu probabilmente grazie a queste influenze che, nel V
secolo, la leadership della confederazione divenne ereditaria nella famiglia Kim. Nel 528 la corte di Silla
accolse il buddhismo come religione ufficialmente favorita. La riunificazione della Cina, operata nel 589 dalla
dinastia Sui, ebbe un effetto profondo sulla situazione strategica della Corea: per più di 3

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secoli la Cina, divisa e percorsa dai barbari, non aveva potuto esercitare che una scarsa pressione militare
sulla penisola, ora, il riunificato impero cinese ritornava alla politica che era stata degli Han, ossi al tentativo
di aggirare i nomadi settentrionali estendendo il suo controllo sulla Corea. Fu un mutamento strategico a
propiziare il successo delle forze cinesi: nel 660 una spedizione navale fu inviata contro Paekche e riuscì a
distruggere il regno con l’aiuto di Silla; una flotta che gli alleati giapponesi spedirono in aiuto di Paekche
fu respinta nel 663; le forze congiunte di Silla e dei T’ang mossero allora contro Koguryo e nel 668
riuscirono a distruggere questo regno. L’obiettivo dei sovrani T'ang era di incorporare le conquiste coreane
nel nuovo impero, ma naturalmente i propositi dei capi di Silla erano diversi; poco dopo la sconfitta di
Koguryo scoppiò un conflitto tra le forze cinesi e quelle di Silla, che furono appoggiate dalla insurrezione dei
popoli conquistati di Koguryo e Paekche. Dopo un decennio, le forze dei T'ang furono costrette a ritirarsi
dalla penisola, dove conservarono soltanto i territori periferici settentrionali; la Cina dovette inoltre
riconoscere Silla come stato tributario ma autonomo, dominante la parte della penisola a sud del fiume
Taedong. In tal modo venne evitato un secondo lungo periodo di colonialismo cinese e la Corea riuscì a
costituirsi in nazione virtualmente indipendente.

IL DOMINIO DI SILLA SULLA COREA UNIFICATA

La distruzione di Koguryo e la successiva espulsione dei cinesi segnano l’inizio della unificazione politica
della Corea, che si rivelerà duratura, giacché il paese fu in seguito sempre unito. L’annessione a Silla delle
popolazioni sinizzate di Paekche e della parte meridionale di Koguryo e gli accresciuti contatti diretti tra Silla
e la Cina dei T’ang ebbero come conseguenza un generale assorbimento della cultura e delle istituzioni
cinesi nel corso del mezzo secolo che seguì l'unificazione della Corea. Il governo di Silla fu riorganizzato
secondo lo schema cinese, e si assistette quindi al sorgere di un complesso sistema di ministeri, uffici e
direzioni. L’adozione delle istituzioni economiche e politiche cinesi fu forse imposta dal graduale declino
dell’antico ordine sociale e dalla conseguente diminuzione della coesione politica interna; ancora prima
della unificazione della Corea, la crescente ricchezza di singoli gruppi familiari era stato il sintomo del
dissolvimento della solidarietà tra i grandi raggruppamenti tribali di Silla. Tuttavia, la società di Silla
mantenne la sua natura aristocratica, e ciò contribuì a modificare sensibilmente le istituzioni politiche di
tipo cinese adottate in Corea; inoltre il governo di Silla, malgrado la sinizzazione esteriore, non si trasformò
mai in una amministrazione fondata su larghe basi, come quella cinese, e rimase invece prevalentemente un
governo inteso come patrimonio della famiglia regnante.

LA DIFFUSIONE DEL BUDDHISMO

Naturalmente, alla introduzione delle istituzioni politiche cinesi si accompagnò il confucianesimo, che in
questo periodo suscitò comunque tra i coreani scarso interesse; mentre un interesse predominante per il
buddhismo caratterizzò il Giappone e le popolazioni di Paekche e Koguryo durante il processo di
assimilazione della civiltà cinese. Il successo immediato e completo he i nuovi convertiti ebbero, sia in Corea
che in Giappone, nell’impadronirsi delle forme artistiche del buddhismo contrasta nettamente con i lenti e
laboriosi tentativi compiuti in quegli stessi secoli dai popoli evangelizzati dell’Europa settentrionale per
imitare, con risultati molto modesti, l’arte classica mediterranea che aveva finito per fondersi con il
cristianesimo primitivo. I re di Silla spesero forti somme per erigere bellissimi monasteri buddhisti e nel IX
secolo, molti monasteri erano diventati così ricchi e potenti, per le donazioni del re e dei privati, che il
governo fu costretto a stabilire un limite all’estensione dei loro possedimenti. L’influenza culturale
cinese su Silla e i primi stati coreani fu principalmente dovuta al sistema di scrittura cinese: gli antichi
coreani non conobbero altra forma di scrittura che i caratteri cinesi.

LO STATO DI P’O-HAI

Negli anni dell’apogeo di Silla, sorse più a nord, nella Manciuria orientale ricoperta di foreste, uno stato
molto siile, quello di P’o-hai (Parhae in coreano), costituito dai resti della nazione di Koguryo, dai loro
consanguinei puyo e da altre tribù del gruppo tunguso. Lo stato di P’o-hai fu fondato nel

78
713 la sua popolazione stabilì relazioni commerciali non soltanto con la Cina ma anche oltremare con il
Giappone; dopo più di 2 secoli di vita fu distrutto nel 926 dai khitan, che fondarono poi la dinastia di Liao nei
territori situati lungo i confini settentrionali della Cina.

LA DECADENZA E IL CROLLO DI SILLA

Il secolo che seguì l’unificazione della Corea, avvenuta nel 668, fu l'età d’oro dello stato di Silla sia sul piano
politico che nel campo artistico, ma subito dopo ebbe inizio un rapido processo di decadenza: il sistema
sociale rigidamente aristocratico ed ereditario, eredità dell’epoca precedente, costituiva una base inadatta
all’edificazione di uno stato burocratico e centralizzato di tipo cinese, che tra l’altro si era rivelato come una
forza sovvertitrice dell’ordine sociale indigeno. Il sistema degli esami, modellato su quello cinese, fu infine
introdotto nel 788, probabilmente nel disperato tentativo di arginare il processo di disintegrazione
dell’ordine politico; gli esami resero infatti possibile una certa mobilità sociale tra i diversi gradi della
nobiltà, ma in pratica non ebbero altro effetto, poiché i coreani, a causa del loro forte senso di classe,
ammisero agli esami i soli membri dell’aristocrazia. Il crollo del vecchio ordine sociale fu inoltre
accompagnato dal risentimento crescente delle classi inferiori: in seguito al peggioramento delle condizioni
di vita, numerosi servi fuggirono dalle tenute nelle quali lavoravano e si diedero al banditismo; alcuni
gruppi di persone appartenenti alle classi inferiori si trasformarono in mercanti indipendenti, e nel secolo IX
marinai e commercianti coreani di umile origine giunsero a controllare le tre vie commerciali del Mar
Cinese Orientale, che univano la Cina, la Corea e il Giappone. Prima della fine del IX secolo la forza
dell'Autorità centrale era andata ulteriormente declinando: nell’889 insurrezioni contadine scoppiarono in
molte regioni e ben presto l'autorità del governo fu limitata alla sola zona dell’antica capitale di Silla;
nell’892 uno dei ribelli fondò un nuovo stato di Paekche nel territorio dell’antico stato. Spinto dal suo odio
accanito per Silla, Kungye fondò nel 901 il nuovo stato rivale di Koguryo nella Corea settentrionale. Egli fece
del governo di questo stato una copi di quello di Silla, ma nei suoi ultimi anni si trasformò in un tiranno
maniaco e fu assassinato nel 918 da uno dei suoi ufficiali, Wang Kon, che stabilì la capitale a Kaesong
(Songdo) sulla costa occidentale; abbreviando il vecchio nome di Koguryo, Wang Kon chiamò il nuovo stato
Koryo, dal quale è derivata la denominazione occidentale di Corea. Infine, nel 936, Wang Kon riuscì a
distruggere il nuovo stato di Paekche riportando ancora una volta la Corea sotto un unico governo.

LA DINASTIA KORYO

La dinastia Koryo, fondata da Wang Kon, si mantenne al potere dal 918 al 1392: durante questo periodo, la
società e l’esperienza storica della penisola sembrano allontanarsi più sensibilmente dal coevo modello
cinese di quanto non fosse accaduto nell’ultima fase della dinastia di Silla; il fatto è forse imputabile alla
relativa debolezza della Cina dei Sung e all’esistenza, tra la Cina e la Corea, dei potenti imperi Liao e Chin,
entrambi di origine non cinese. Poiché il sistema dei “ranghi di ossa” (ranghi determinati per eredità) e
l’intero ordine sociale tribale erano scomparsi durante le ininterrotte guerre civili dell’ultimo periodo di
Silla, Wang Kon e i suoi successori poterono dar vita a una amministrazione politica molto più simile a
quella cinese del precedente governo di Silla. Dietro questa imponente sovrastruttura politica la realtà
sociale ed economica della Corea era però assai diversa da quella della contemporanea Cina dei Sung; era
forse molto più simile al regime dei T’ang prima della grande trasformazione iniziata nel secolo VIII, pur se
per certi aspetti si distingueva anche da questa fase aristocratica della storia cinese. In primo luogo, le
distinzioni di classe erano in Corea molto più rigide di quelle esistenti in Cina prima del secolo VIII: i ranghi di
ossa erano scomparsi, ma a occuparne il posto era sorta una nuova aristocrazia ereditaria chiusa, formata
dai seguici di Wang Kon, dai vari capi locali che gli si erano sottomessi e dai resti della classe dominante di
Silla. Sia l’aristocrazia che le classi inferiori erano divise in vasti aggregati familiari, i quali, sebbene simili al
sistema delle grandi famiglie esaltato dai confuciani cinesi, erano probabilmente più il risultato di istituzioni
sociali autoctone che il frutto di influenze provenienti dal Regno del Centro; ogni tipo di rapporto tendeva a
essere espresso in termini familiari, anche gli schiavi erano considerati parte della organizzazione domestica
del padrone. Enorme era la frattura esistente tra la classe dei funzionari di Koryo e il resto della
popolazione: la maggioranza della

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popolazione era formata dai non nobili (yangmin, buon popolo) che con le tasse e le prestazioni di lavoro
mantenevano il governo e l’aristocrazia. Al di sotto del “buon popolo” stava una vasta classe, quella
degli “uomini di bassa estrazione”, tra i quali erano compresi gli schiavi veri e propri, che erano a quanto
sembra molto più numerosi che ai tempi di Silla; oltre agli schiavi privati, che potevano essere comprati e
venduti, grande era il numero degli schiavi governativi, molti dei quali erano assegnati al servizio degli alti
funzionari.

L’ARRETRATEZZA ECONOMICA

Oltre alla rigidità delle classi sociali, un’altra grande differenza tra la Cina dei Sung, o anche quella dei primi
T’ang, e la Corea è rappresentata dalla arretratezza dell’economia di quest’ultima; un altro elemento di
contrasto era la concentrazione della ricchezza e del potere nella capitale: nonostante la sua grande
centralizzazione, la Cina non aveva mai conosciuto un fenomeno simile. Le ricchezze della nazione affluivano
a Kaesong attraverso i canali del fiscalismo governativo o direttamente attraverso le rendite che i nobili
possidenti, residenti nella capitale, traevano dalle tenute agricole; questa concentrazione di ricchezza e
di potere può essere stata l’espressione delle profonde distinzioni di classe e della sovrimposizione di una
forma centralizzata di governo come quella cinese a un paese dotato di una economia meno
avanzata, oppure fu forse la conseguenza naturale del processo di acculturazione, nel quale le forti
influenze straniere cui era sottoposta la capitale fecero di questa zona un settore avanzato, in netto
contrasto con il resto del paese. L’estensione della penisola può essere stata un’altra delle ragioni della
concentrazione del potere e della ricchezza nella capitale.

LA CULTURA DI KORYO

Malgrado l’introduzione in Corea del sistema cinese degli esami, il buddhismo raggiunse il suo apice durante
il periodo di Koryo; nelle “Dieci Ingiunzioni” che T’aejo lasciò agli eredi è chiaramente affermato che il
successo della dinastia dipendeva interamente dalla protezione del Buddha; molti dei successori rivelarono
nel proteggere la chiesa uno zelo pari al suo; a loro volta, i monasteri celebrarono con cerimonie religiose i
giorni anniversari della nascita dei sovrani e le altre festività nazionali. Durante il periodo Koryo i
monasteri buddhisti furono inoltre i principali centri della cultura e dell’arte: in realtà, il buddhismo
si era a tal punto mescolato con altre concezioni, antiche credenze native, geomanzia cinese, miti
cosmologici, che stava cominciando a perdere la sua identità; insieme con la decadenza del buddhismo in
Cina, questa può essere la ragione che spiega la rapida degenerazione del buddhismo in Corea dopo la
caduta di Koryo.

DECADENZA INTERNA E PRESSIONI ESTERNE NEL TARDO PERIODO DI KORYO

L’aristocrazia di Koryo era in gran parte una classe parassita, che viveva nel lusso e si dedicava a passatempi
artistici e letterari, ma questo non impediva lo scoppio di aspri conflitti per le onorificenze e le cariche di
corte; la capitale fu ripetutamente sconvolta da congiure di palazzo e molti dei sovrani di Koryo trovarono
una morte prematura. Nel frattempo si erano chiaramente manifestati i sintomi di squilibri più profondi; la
cupidigia dell’aristocrazia assottigliava le entrate dello stato, mentre si registrarono seri episodi di
indisciplina tra i funzionari militari, meno favoriti della burocrazia civile e ad essa sistematicamente
subordinati. I 3 decenni seguenti furono un periodo di ininterrotte guerre civili; i funzionari continuarono
la lotta in alcuni territori del nord, mentre scoppiarono insurrezioni popolari in molte zone del paese,
particolarmente nel Sud: vi furono rivolte di gruppi di uomini di bassa estrazione nelle fabbriche
governative, di schiavi alla capitale, di monaci e yangmin; spesso queste ribellioni non erano che atti di
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disperazione diretti a eliminare qualcuno dei pesi economici o dei marchi sociali che colpivano le classi
inferiori lavoratrici.

LA DOMINANZIONE MONGOLA

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Koryo non fu sottoposto ad alcuna pressione militare da parte dei cinesi, sebbene riconoscesse la sua
condizione di tributario delle Cinque Dinastie prima e dei Sung poi: la situazione mutò tuttavia radicalmente
con l’accrescersi della potenza dei khitan in Manciuria; dopo he i jurched ebbero soppiantato i khitan in
Manciuria, i coreani li attaccarono nel 1108, ma la campagna si risolse con un rovescio militare e i jurched
invasero la Corea. Dopo il 1127, quando questi ultimi conquistarono la Cina del Nord, Koryo divenne
tributario dell’impero Chin e nello stesso tempo dei Sung meridionali; nel 1231, le orde dei mongoli
attraversarono il fiume Yalu, che in questo periodo era diventato la linea di demarcazione del confine
settentrionale coreano, e strinsero d’assedio la capitale. La corte si sottomise quindi ai mongoli, ma dopo il
loro ritiro decise di trasferire la capitale nell'isola di Kanghwa, al largo della costa occidentale, per potersi
difendere più efficacemente dalla formidabile cavalleria dei nomadi. I mongoli non riuscirono tuttavia a
impadronirsi di Kanghwa e la corte coreana continuò a sopravvivere in un ambiente relativamente lussuoso;
nel 1258 la Corea si arrese completamente ai mongoli. I 2 vani tentativi compiuti dai mongoli nl 1274 e nel
1281 per invadere il Giappone, comportarono alcune tra le più dure imposizioni subite dai coreani, che in
tutte e 2 i casi furono costretti a fornire navi e grandi quantitativi di vettovaglie.

CROLLO DELLA DINASTIA

Il pugno di ferro dei dominatori mongoli era servito a restaurare temporaneamente il controllo della
dinastia Koryo sulla penisola, ma si trattò di una restaurazione esteriore che non poteva nascondere il
progressivo sgretolarsi delle fondamenta del potere; si potrebbe assumere come indice di questo processo
di decadenza il trasferimento continuo di terre dal dominio pubblico al possesso privato. Durante i lunghi
periodi di guerra civile e di invasioni straniere , nel XII e nel XIII secolo, si assistette in certo modo a una
ristrutturazione delle classi. Un altro elemento d eversione, nell’ultimo secolo e mezzo della dinastia
Koryo, furono le scorrerie dei pirati giapponesi, molto simili alle incursioni dei normanni in Europa: questi
attacchi ebbero inizio nel XIII secolo e assunsero proporzioni estremamente minacciose verso la metà del
secolo XIV. I pirati giapponesi non solo misero a sacco distretti e le città costiere della Corea, ma
impedirono anche il trasporto per mare, di vitale importanza per il governo, dei cereali riscossi a titolo di
imposta. La dinastia Koryo era ormai a tal punto dipendente dalla potenza e dal prestigio dei mongoli che
difficilmente avrebbe potuto sopravvivere al crollo del loro impero avvenuto alla metà del secolo XIV; nel
1370, soltanto 2 anni dopo la fondazione dei Ming, Koryo riconobbe tacitamente la signoria della nuova
dinastia adottandone i periodi annui, ma un grave conflitto scoppiò alla corte coreana tra i sostenitori di una
alleanza con i Ming e i gruppi rimasti fedeli ai vecchi legami con i mongoli, anche dopo il ritiro di costoro
verso il Nord. Yi Son-gye nel 1392, usurpò il trono ponendo fine alla dinastia Koryo, che aveva dominato il
paese per 474 anni.

L’ORGANIZZAZIONE POLITICA E SOCIALE DELLA DINASTIA YI

Yi Son-gye divenne immediatamente tributario dei Ming e con il loro beneplacito adottò per il regime
l’antica denominazione di Choson, che non ebbe però fortuna, dato che la dinastia venne generalmente
chiamata Yi dal cognome del suo fondatore (1392-1910); fino alla fine di questo periodo la Corea conservò
stretti rapporti tributari con la sua grande vicina e le influenze culturali cinesi furono predominanti. La Corea
degli Yi fu, nei confronti della Cina dei Ming, una copia molto più fedele che non lo stato di Silla rispetto alla
Cina dei T’ang: la Corea sembrò essersi adattata al confucianesimo e alle tradizioni cinesi ancor meglio della
Cina stessa; ma dietro la facciata intellettuale e politica, le strutture culturali e sociali erano per molti aspetti
affatto diverse, e la Corea, nonostante la sua sinizzazione, rimase una variante distinta del modello cinese. Yi
Son-gye era un militare, che si era anzitutto distinto ricacciando i predoni jurched dal Nord Est e i pirati
giapponesi dal Sud, ma si rivelò anche un uomo politico di abilità non comune; ancor prima della
usurpazione, egli realizzò una completa riforma del sistema di possesso della terra riordinandolo
interamente alla maniera dei fondatori dinastici della precedente storia cinese.

IL SISTEMA DEL POSSESSO DELLA TERRA

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Nel 1390, Yi Son-gye confiscò tutte le tenute con un drammatico incendio dei registri terrieri, che si dice
avvenisse mentre l’ultimo re di Koryo lamentava la perdita dei possedimenti degli antenati; l’anno seguente,
Yi Son-gye diede inizio a una nuova redistribuzione delle terre: questa nuova ripartizione fu
consapevolmente diretta alla creazione di un forte potere burocratico centrale. Inoltre, Yi Son-gye
ricompensò le poche decine di persone che erano state i suoi più intimi collaboratori al momento della
fondazione della dinastia elevandole nello speciale ordine dei “Sudditi di merito”, ai quali egli fece grandi
assegnazioni di terre e di schiavi e conferì importanti privilegi speciali. Una categoria più vasta, quella dei
“Sudditi di merito minore”, ricevette ricompense meno elevate. Le riforme di Yi Son-gye rappresentarono
in una certa misura una ripresa del vecchio sistema T’ang, utilizzato nel primo periodo di Koryo, secondo il
quale la rendita di determinati appezzamenti di terreno veniva assegnata personalmente a certi funzionari;
ma importanti erano anche le differenze. Fin dall’inizio si riconobbe che le terre assegnate ai Sudditi di
merito si dovevano intendere come proprietà ereditarie che potevano essere confiscate soltanto per
reati molto gravi; inoltre, contrariamente alle assegnazioni fatte dai T’ang e dalla dinastia Koryo, la
maggior parte di queste terre non erano esenti dall’imposta. Una situazione di tal fatta non era del tutto
nuova in Crea, né del resto le riforme di Yi Son-gye segnarono la fine dei latifondi non soggetti a tassa; già
nel secolo XV, la nuova dinastia fu messa seriamente in difficoltà dalla carenza di terre da assegnare ai nuovi
funzionari o da usare per speciali riconoscimenti.

LA STRUTTURA DI CLASSE

Con la eccezione delle principali famiglie dell’aristocrazia della capitale, molti aspiranti a incarichi ufficiali
nella capitale lasciavano parte della famiglia nei possedimenti di campagna dove gli stessi facevano ritorno
una volta abbandonato l’incarico; in tal modo, la loro condizione fu simile a quella della gentry cinese della
prima età moderna, poiché essi univano le funzioni di notabili di provincia a quelle di funzionari del governo
centrale. Altre significative differenze con la Cina erano la netta frattura sociale esistente tra i yangban e il
resto della popolazione e la complessa struttura delle cassi inferiori: in Corea, come in Cina, il sistema degli
esami era diventato la principale via di accesso alle alte cariche dell’amministrazione, ma l’ammissione agli
esami era di regola riservata ai membri delle famiglie yangban, e non esisteva praticamente alcuna
possibilità di perdere questa condizione privilegiata o di acquistarla. I principali organi del governo centrale
furono il Coniglio di Stato la Segreteria Reale e i Sei Ministeri, ossia i Consigli del personale, delle entrate, dei
riti, della guerra, della giustizia e dei lavori pubblici, così chiamati dai Sei Ministeri della Cina dei T’ang: essi
furono dapprima subordinati al Consiglio di Stato, ma divennero più tardi autonomi. Esistevano inoltre 2
Uffici dei Censori, il primo incaricato, almeno in teoria, di vagliare e criticare la politica e il lavoro dei
funzionari, il secondo aveva competenze analoghe nei confronti degli atti dello stesso sovrano; la
concezione della necessità di un potere censorio, specificamente destinato a scoprire i casi di disonestà e
di cattiva amministrazione nella burocrazia e a sottoporre a critica l’operato del sovrano, era, naturalmente,
di origine cinese, ma gli uffici censori ebbero sotto la dinastia Yi una fioritura che la Cina non conobbe mai.
Questa fu indubbiamente una delle conseguenze della fondamentale debolezza dell’istituto monarchico in
Corea e della forza corrispondente dell’aristocrazia. La creazione, da parte di Yi Son-gye e dei suoi
successori, dei Sudditi di merito, è una espressione della debolezza della posizione dei re e della loro
necessità di costituire gruppi di potenti famiglie le cui fortune dipendessero da quelle della dinastia reale Yi;
d’ altra parte, tale sistema contribuì però anche a indebolire la posizione dei sovrani, aumentando la
ricchezza e il prestigio di taluni membri della aristocrazia. Un altro sintomo della relativa debolezza dei
sovrani fu la frequenza con la quale la burocrazia inferiore si appellò direttamente al re; un terzo e più
chiaro sintomo della precarietà dell’istituto monarchico fu la straordinaria temerarietà con la quale anche i
membri giovani degli organi censori sottoponevano a critica sia il re sia i suoi principali funzionari. Le
province furono a loro volta ripartite in una serie di unità amministrative reciprocamente indipendenti, alla
più comune delle quali si potrebbe dare il nome di distretto o contea. Il governo dipendeva da una
numerosa burocrazia che, come in Cina, era in parte reclutata attraverso il sistema degli esami; l’unica
grande differenza dal modello cinese era la effettiva limitazione del sistema ai membri della classe yangban.
Gli esami civili erano fiancheggiati da una serie di esami

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militari per l'ammissione ai vari gradi della ufficialità: il sistema degli esami manifestò in Corea gli stessi
difetti e pregi che in Cina; esso si servì a costituire una burocrazia scelta più per il merito personale che per
la nascita, ma le distinzioni di classe furono molto più rispettate in Corea che in Cina.

L’ALFABETO “HAN’GUL”

La più notevole conquista intellettuale fu l’invenzione di un eccellente sistema fonetico di scrittura della
lingua coreana: questo sistema, oggi conosciuto col nome HAN’GUL, fu sviluppato grazie al 4 sovrano Yi,
Sejong, e ufficialmente adottato con decreto reale nel 1446; l’alfabeto han’gul è forse il più scientifico
sistema di scrittura fra quelli usati nel mondo, le vocali fondamentali sono indicate da linee rette verticali o
orizzontali, modificate da linee brevi tracciate a destra e a sinistra. Nel 1945, dopo la liberazione della
Corea dalla dominazione giapponese, l’alfabeto han’gul divenne il principale metodo di scrittura e si rivelò
sempre eccellente.

LA LOTTA DELLE FAZIONI E LA FINE DEL GOVERNO YI

Dopo una fase di splendore corrispondente al suo primo secolo di vita, la dinastia Yi cominciò a decadere
secondo il tipico schema dinastico: la svolta nel ciclo dinastico non si manifestò con ribellioni e insurrezioni,
come accadeva in Cina e come accadde durante la dinastia Koryo, bensì mediane i conflitti delle fazioni in
seno alla burocrazia centrale, conflitti che sconvolsero l’intero apparato amministrativo. Il problema delle
lotte di parte era forse una conseguenza della stessa natura burocratica dello stato di tipo cinese, che si
manifestava quando i funzionari al servizio di una nuova dinastia aveva perduto la loro iniziale unità; il
sistema degli esami era un mezzo eccellente per reclutare candidati nei ranghi della burocrazia, ma
l’effettiva nomina e le successive promozioni troppo frequentemente dipendevano dalla protezione degli
alti funzionari, che a loro volta erano spesso divisi da aspre rivalità nella lotta per la fiducia e i favore del
sovrano. Questa lotta per il potere in seno alle gerarchie burocratiche era inoltre inasprita da elementi
ideologici: inevitabilmente esisteva una frattura tra il modello ideale di condotta confuciana e le realtà della
vita burocratica, come del resto tra l’ideale confuciano elle responsabilità del letterato-funzionario,
incaricato di consigliare il sovrano nella amministrazione degli affari, e la desolante realtà rappresentata
dalla natura umana fallibile e spesso capricciosa di tali sovrani, incapaci comunque di accogliere di buon
grado i consigli dei funzionari. A causa dell’importanza attribuita dalla filosofia confuciana all’etica come
base del buon governo, una politica di opposizione non poteva essere considerata come l’espressione di
una onesta divergenza di opinione, ma era di regola bollata come una manifestazione della
perversione dell’oppositore. Ogni opposizione rappresentava un atto di slealtà che equivaleva al
tradimento e alla turpitudine: questo ci aiuta a comprendere la ferocia delle lotte delle fazioni, che si
risolsero spesso in numerose esecuzioni o con purghe che portarono alla eliminazione di centinaia di
funzionari. La debolezza dell’istituto monarchico in Corea rese il problema delle fazioni burocratiche, al
tempo della dinastia Yi, più grave he in qualsiasi periodo della storia cinese; non soltanto i sovrani coreani
esercitavano sulla burocrazia un controllo minore di quello degli imperatori cinesi, ma anche gli stessi
funzionari inferiori, in quanto membri della classe privilegiata yangban, non provavano per gli alti burocrati
il timore riverenziale che in Cina circondava invece questi ultimi. Il grande conflitto che ebbe inizio in Corea
alla fine del XV secolo si manifestò sul problema della funzione degli organi censori nel governo; i funzionari
più giovani tentavano di estendere la competenza di tali organi, mentre i più anziani volevano diminuire il
potere e mantenere nell'amministrazione la tradizionale struttura gerarchica. Dopo che le lotte di fazione si
furono protratte per 2 o 3 generazioni, le ragioni inziali della lotta finirono per essere sommerse dalle

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animosità personali suscitate dalle ripetute purghe e contropurghe; una volta iniziati, i conflitti burocratici
tendevano quindi a perpetuarsi.

LE GRANDI PURGHE

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La rottura tra i funzionari anziani e i giovani si ebbe durante il regno del figlio di Songjong, Yonsan’gun: per
alcuni anni egli tollerò la presunzione e l’insolenza degli organi censori, ma alla fine, nel 1498, li colpì,
condannando a morte, al bando o all’allontanamento dall’ufficio circa 40 o 50 persone, molte delle quali
avevano acquistato fama per il vigore e il coraggio con cui avevano ricoperto i loro incarichi. Per 2 anni il
regno fu governato col terrore e centinaia di sfortunati funzionari furono mandati a morte o messi al bando;
alla fine Yonsan’gun fu deposto dai funzionari che ancora restavano a corte e sotto il suo successore,
Cunhjong, gli organi censori riacquistarono importanza come strumenti per impedire l’esercizio dispotico
del potere, ma la lotta tra i funzionari responsabili dell’amministrazione e i più giovani membri degli uffici
censori ben presto ricominciò. Si era così creato il precedente per una operazione che verrà in seguito
ritenuta da individui o da gruppi burocrati, particolarmente energici, quella di utilizzare gli organi censori
come una piattaforma per la conquista del potere e uno strumento per ridurre al silenzio gli oppositori.

LE LOTTE DI FAZIONE SUCCESSIVE

La disputa, inizialmente vertente sulla funzione propria degli organi censori, si risolse in questo periodo con
un generale riconoscimento della loro importanza come cardine del governo: in realtà, tali organi stavano
diventando i principali strumenti al servizio dei gruppi di potere rivali, anche se proprio in questi anni essi
cominciavano a perdere parte della loro influenza; in ogni caso, le rivalità personali e familiari si facevano
più importanti dei problemi in discussione e le divisioni di fazione andavano perpetuandosi quasi in forma
ereditaria. L’approfondirsi della divisione tra le fazioni fu inoltre connesso con un significativo mutamento
del sistema educativo avvenuto nel XVI secolo, ossia l’apparizione delle accademie private, che dovevano il
nome e la organizzazione ai modelli della Cina dei Sung: gradualmente esse sostituirono le scuole
governative locali e quelle della capitale diventando le fondamentali istituzioni educative del paese. Nei loro
primi anni di vita i “sowon” contribuirono a suscitare in tutta la Corea una grande rinascita degli studi
confuciani, ma ben presto, poiché impartivano una educazione che rispecchiava le rivalità tra le famiglie e i
gruppi di parte, accentuarono la lotta delle fazioni in seno alla burocrazia. Così le accademie finirono per
coinvolgere l’intera classe dei letterati-burocrati, dai grandi funzionari fino ai candidati di grado più basso,
nelle controversie che dividevano la corte; negli ultimi anni del XV secolo, gran parte della burocrazia si
trovò divisa in 2 grosse fazioni, gli Orientali e gli Occidentali, dalle località di residenza nella capitale dei
rispettivi capi. Così l’evoluzione della lotta tra le fazioni ripercorreva le stesse fasi: i gruppi vittoriosi finivano
inevitabilmente per scindersi, mentre gli sconfitti, lontani dal potere, riacquistavano nuovo vigore.
Comunque, alla fine del secolo XVII, si era stabilito tra i 4 gruppi principali un certo equilibrio, che rimarrà
abbastanza saldo fino alla fine della dinastia; questi 4 gruppi, noti con nome di Quattro Colori, poiché i loro
membri portavano abiti di colore diverso, erano la Vecchia Dottrina, la Nuova Dottrina, i Settentrionali e i
Meridionali: essi si cristallizzarono in raggruppamenti ereditari che rifiutarono di stringere tra loro legami
di parentela ma che si intesero ogniqualvolta si trattò di stabilire, in proporzione alle forze rispettive, il
numero dei candidati che dovevano superare gli esami ufficiali e ricevere incarichi di governo.

LE INVASIONI STRANIERE

Mentre le lotte di fazione aumentavano di intensità nel tardo XVI secolo, la Corea fu colpita dall’esterno da
una massiccia invasione dei giapponesi. Hideyosh, che nel 1590 aveva esteso il suo controllo su tutto il
Giappone, voleva come Alessandro Magno altri mondi da conquistare e invitò quindi la Corea a unirsi al
Giappone in una campagna contro la Cina e a dare libero passaggio alle sue truppe: dopo il rifiuto dei
coreani, Hideyoshi partì per la conquista della penisola; i giapponesi incontrarono in Corea scarsa
resistenza a causa del disgregamento dell’Autorità centrale, dell’impotenza del governo, incapace di
approntare le necessarie difese, e della inefficienza delle truppe coreane costrette a battersi contro le
armi da fuoco dei giapponesi. La dinastia Ming decise allora di difendere la Corea, stato tributario,
scagliando dal Nord tutto il peso della sua forza militare contro i giapponesi; sottoposti a molteplici pressioni
gli invasori furono costretti intavolare trattative di pace con la Cina (1593). Le trattative di pace si
protrassero per 3 anni senza che esistesse alcuna speranza di giungere a un accordo, dato che i
giapponesi

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partivano dal presupposto di essere i vincitori della guerra, mentre i cinesi insistevano affinché il Giappone
si riconoscesse vassallo dei Ming: così Hideyoshi riprese le operazioni nel 1597 ma questa volta
incontrarono maggiore resistenza in Corea. Le operazioni militari richiesero uno sforzo assai gravoso ai
vacillanti Ming e privando la Manciuria delle sue guarnigioni, contribuirono ad aprire la strada per l'ascesa
dei manciù; per la Corea invece l’invasione di Hideyoshi fu una tragedia: le armate giapponesi devastarono e
saccheggiarono l'intera penisola, e le truppe cinesi in aiuto non fecero di meglio. Per 6 ani
l’amministrazione e l'economia del paese furono sconvolte, e la dinastia Yi non si riprese più dal colpo. La
ricostruzione fu resa inoltre molto difficile non soltanto dal vecchio problema delle lotte di fazione ma
anche da una serie di nuove invasione provenienti da un'altra direzione. Per di più, i coreani, in quanto
vassalli dei Ming, si trovarono coinvolti nelle guerre tra questi ultimi e i manciù, in ascesa alle frontiere
settentrionali della penisola: nel 1627, i manciù, per prevenire un eventuale attacco sul fianco, invasero la
Corea nordoccidentale e costrinsero il governo a una riluttante neutralità, ma ben presto si giunse alla
completa soggiogazione; alla fine del 1636 l’imperatore manciù attraversò il fiume Yalu con un esercito e
costrinse i coreani ad abbandonare i Ming e a riconoscersi vassalli dei Ch’ing. Per molti anni ancora, tuttavia,
i coreani rimasero n cuor loro fedeli alla precedente dinastia cinese.

LA LUNGA SOPRAVVIVENZA DELLA DINASTIA YI

La ragione più importante della lunga sopravvivenza della dinastia Yi sta forse nel fatto che i manciù si
limitarono ad accettare il vassallaggio dello stato coreano, che forniva loro un saldo punto d’appoggio
esterno, mentre invece, realizzando fino in fondo la loro ambizione, distrussero la dinastia Ming. In ogni
caso, la dinastia Yi si trovò nel secolo XVII in una condizione assai penosa, né riuscì nelle fasi successive della
sua esistenza a riacquistare qualche prestigio.

LA DECADENZA ECONOMICA E IL MALCONTENTO SOCIALE

La gravità della situazione che seguì alle invasioni giapponesi degli anni 1590-1600 è espressa dalle cifre
relative alle terre soggette all’imposta registrate prima e dopo questo periodo. In pochi anni si ha una
diminuzione superiore ai 2/3, che soltanto in parte è conseguenza della perdita di vite umane e dei colpi
inferti alla proprietà dalle operazioni militari; una ragione molto più importante di questa drastica riduzione
del numero delle terre sottoposte al fisco è da ricercare nei trasferimenti illegali di fondi nelle mani di
potenti proprietari terrieri esenti dall’imposta dopo la distruzione dei registri operata dai giapponesi.
Malgrado gli strenui sforzi compiuti dal governo per riprendere il controllo delle terre perdute, il
trasferimento di terre gravate da imposta nei grandi domini che invece ne andavano esenti continuò per e
macchinazioni della burocrazia corrotta. Questa drastica riduzione delle normali entrate fiscali rese quindi
necessario il ricorso a nuove fonti di tassazione alle terre pubbliche rimanenti; poiché i potenti proprietari
terrieri riuscirono a impedire l’applicazione di queste nuove imposte agli schiavi e agli altri che
lavoravano sulle loro terre, il peso delle imposte finì per gravare ancora di più sui contadini che non
godevano della esenzione. Un ulteriore sintomo della decadenza politica fu il crescente malcontento della
classe burocratica, provocato soprattutto dai magri stipendi corrisposti ai funzionari di rango inferiore e
dalle ingiustizie che il sistema corrotto generava; ancora più diffusi erano naturalmente il malcontento e la
miseria della classi inferiori. Cresciute in una povertà senza speranza, sfruttate dagli esattori o dai grandi
latifondisti, le popolazioni erano in preda degli usurai, compresi quelli governativi; tra la popolazione
l'attività commerciale era ristretta ai venditori ambulanti e ai luoghi di mercato, dove i generi di prima
necessità potevano essere scambiati mediante il baratto. Ma il risultato peggiore della inefficienza del
governo fu la sua totale incapacità a proteggere il paese dai cattivi raccolti; ne risultò, nel corso di questi
secoli, una situazione di carestia endemica che provocò pestilenze e disordini. Nello stesso tempo, i
disordini interni si facevano più frequenti e più gravi, si diffuse il banditismo e durante il regno di Yongjo
comparvero bande organizzate di briganti che presero di mira i magazzini governativi : nel 1811, la miseria
dei contadini e il malcontento dei funzionari di rango inferiore fecero scoppiare una grande rivolta
organizzata che divampò per breve tempo nella Corea nordoccidentale ; nel 1862, insurrezioni su vasta scala
si succedettero rapidamente sia nel Nord che nel Sud.

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IL CRISTIANESIMO E LA PRESSIONE DELL’OCCIDENTE

Nessuna di queste sommosse minacciò seriamente il regime, che dovette però far fronte a una sfida più
radicale proveniente da un’altra direzione: vogliamo alludere al cristianesimo, che i coreani chiamarono “
Dottrina occidentale”; naturalmente, i confuciani ortodossi lo considerarono una forza sovversiva, che
metteva in questione l’intero sistema tradizionale della lealtà e del culto degli antenati sul quale lo stato si
fondava. Le dottrine del cattolicesimo romano cominciarono a penetrare in Corea in modo significativo nella
secondo metà del secolo XVIII, quando furono introdotte dagli emissari di ritorno da Pechino, dove si erano
recati a porgere il tributo annuo ai Ch’ing; in seguito, esso vene diffuso in Corea da missionari cinesi e poi
francesi. Il governo, estremamente conservatore, tentò di arrestare la diffusione del cristianesimo:
l’introduzione dalla Cina di libri, sovversivi fu proibita già nel 1786, e nel 1801 il missionario cinese
più attivo fu mandato a morte; altre severe persecuzioni ebbero luogo nel 1839 e nel 1866, il cristianesimo
fu costretto alla clandestinità, ma continuò a diffondersi. Nel frattempo, andava prendendo forma una
nuova minaccia proveniente dal mondo occidentale: tagliata fuori dalle principali rotte oceaniche e
relativamente arretrata dal punto di vista economico, la Corea, aveva potuto evitare la diretta pressione
dell’Occidente, alla quale erano sottoposti già da tempo molti altri paesi asiatici. Alla fine del XVIII secolo,
tuttavia, navi francesi e inglesi cominciarono a toccare le coste della penisola; nei decenni intorno alla metà
del XIX secolo, le richieste occidentali dirette a stabilire relazioni diplomatiche e commerciali si fecero
sempre più pressanti e quasi ogni anno si verificarono incidenti nei quali erano coinvolte navi europee o
americane.

LA RESISTENZA COREANA AL MUTAMENTO

In Cina, la stabilità e la lentezza dei mutamenti si associarono alla forza politica e all’equilibrio sociale: in
Corea, al contrario, questa forza e questo equilibrio furono molto meno evidenti e più profondi invece il
ristagno economico, la corruzione politica e forse anche la sterilità culturale. Applicato a un paese piccolo e
culturalmente uniforme, il sistema filosofico e politico cinese, altamente organizzato ma probabilmente
troppo rigido, produsse un conformismo paralizzante, che la Cina poté evitare grazie alla maggior
estensione, alle grandi differenze geografiche, linguistiche e culturali e ai rapidi mutamenti dinastici
provocati dalle invasioni di barbari. All’inizio del XIX secolo più della sua vicina la Corea aveva bisogno di un
rinnovamento, ma proprio per questo era meno preparata a imboccare nuove strade: la sua economia era
molto più arretrata, il potere politico di gran lunga più logorato, la società più stagnante e , quel che è
peggio, la creatività intellettuale e culturale dei coreani era caduta in un sonno molto più profondo. La Cina
aveva raggiunto un alto grado di immobilità grazie alla sua forza interna; la Corea era forse anche più
immobile, ma a cagione della sua interna debolezza.

CAPITOLO UNDICESIMO

IL GIAPPONE ANTICO: L’ASSORBIMENTO DELLA CIVILTÀ CINESE

LE BASI GEOGRAFICHE DELLA STORIA GIAPPONESE

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Il Giappone si trasformò in un paese che, dal punto di vista culturale, aveva molto in comune con la Cina e la
Corea, alle quali però si opponeva sia per le profonde differenze nelle strutture politiche e sociali sia per le
esperienze storiche. Infatti 2 elementi ci danno motivo di credere che gli antichi giapponesi si
differenziassero dai cinesi più dei coreani: le loro antiche basi culturali, molto diverse da quelle della Cina, e
il carattere agglutinante delle loro lingue, inassimilabili dalla lingua cinese.

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L’IMPORTANE DELL’ISOLAMENTO

Uno dei principali elementi di differenza tra il Giappone e la Corea è rappresentato dalle loro posizioni
geografiche rispettive: la posizione del Giappone, paese insulare relativamente lontano; la cultura cinese
esercitò sul Giappone minore influenza che sulla Corea a causa della maggiore distanza che esiste tra il
Giappone e la Cina e per il tratto di mare aperto che separa i due paesi. Gli eserciti cinesi costituirono
colonie in Corea, ma la potenza militare e il controllo politico della Cina non furono mai estesi al Giappone;
ogni influenza culturale che raggiungeva il Giappone dalla Cina, penetrava naturalmente in quel paese più
lentamente che in Corea e in modo molto più superficiale. Di conseguenza, le primitive basi culturali del
Giappone furono meno intaccate di quelle coreane e continuarono forse ad avere una parte dominante
nelle epoche successive della civiltà. I mari che lo circondano diedero al Giappone anche una certa libertà
dalle pressioni militari che gravarono sul continente: il Giappone non sperimentò la catarsi della conquista
straniera e soltanto raramente fu spinto dare una vigorosa risposta alla sfida proveniente dall’esterno; le
trasformazioni avvennero quindi abbastanza lentamente e risultarono anzitutto dall’evoluzione interna
piuttosto che dalla pressione esterna. Un altro risultato interessante dell’isolamento è rappresentato dalla
tendenza a conservare la cultura tradizionale: ciò non significa che i giapponesi siano stati particolarmente
conservatori per temperamento; come molti altri popoli, essi si sono interessati alle innovazioni e al
progresso dei tempi, ma hanno dimostrato però anche la sorprendente capacità di rimanere attaccati agli
elementi tradizionali anche quando erano chiaramente superati. Un altro risultato significativo
dell’isolamento è rappresentato dall’insolita consapevolezza che i giapponesi anno di aver attinto altrove la
loro cultura: giungendo dal mare, le influenze straniere potevano essere più facilmente identificate e
definite in Giappone che non nei paesi in cui esse filtravano meno percettibilmente attraverso le
frontiere terrestri. I giapponesi hanno sviluppato una profonda consapevolezza degli elementi della loro
cultura venuti nei tempi storici dall’esterno e li hanno sentito come contrapposti agli elementi, considerati
‘autoctoni”, che caratterizzavano il Giappone già all’inizio della storia documentata. Da ciò è derivata la
grande considerazione, che in Giappone più che negli altri paesi, circonda gli elementi primitivi, e perciò
presumibilmente autoctoni della cultura; la consapevolezza dell’influenza straniera ha anche incoraggiato il
mito, in Giappone come altrove, che i giapponesi, diversamente da altri popoli, siano stati una nazione di
plagiari, anche se in realtà sembra dimostrare che, proprio grazie al loro isolamento, essi hanno sviluppato
autonomamente gran parte della loro cultura, più di quanto non abbia fatto qualsiasi altra nazione che al
Giappone si possa paragonare per estensione e sviluppo culturale.

LA SUPERFICIE E IL SUOLO

La geografia del Giappone ha avuto nella storia de paese un'importanza quasi pari a suo isolamento: il
Giappone è più piccolo della Francia, ma notevolmente più grande delle isole britanniche e dell’Italia; sul
piano demografico, il Giappone è stato un paese relativamente grande per diversi secoli. La densità di
popolazione giapponese è tanto più rilevante in quanto scarsi sono i terreni pianeggianti e le risorse
naturali: la gran parte del paese è ricoperta da montagne scoscese che nella parte centrale dell’Honshu,
l’isola principale, raggiungono i diecimila piedi con le vette delle Alpi giapponesi e il perfetto cono vulcanico
del Fuji che si innalza maestosamente sul Pacifico; per questa sua superficie montuosa il Giappone è un
paese di grande bellezza naturale, ma meno di 1/5 della superficie è disponibile per l’agricoltura. Inoltre, il
suolo non è molto fertile e le montagne sono povere di minerali; scarsi sono il petrolio, il ferro e gli altri
metalli di importanza industriale; anche le sue risorse carbonifere, relativamente abbondanti, sono di
qualità scadente e si trovano in giacimenti poco profondi e spesso interrotti.

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IL CLIMA

La densità della popolazione giapponese su una base geografica così limitata e inadeguata si può spiegare
soltanto con il clima estremamente favorevole all’agricoltura e con la coltivazione intensiva del riso,
caratteristica dell’Asia orientale; le abbondanti piogge, il sole caldo e la durata della stagione adatta alla
coltivazione, unitamente all’ingegnosità e industriosità dell’uomo, hanno fatto del Giappone il paese più
produttivo del mondo per acri coltivati. Grazie ai mari che lo circondano le temperatura del Giappone
tendono ad essere più moderate, sia in inverno che in estate, di quelle delle corrispondenti latitudini
americane, mentre la caduta delle piogge e l'umidità sono notevolmente superiori; le precipitazioni sono
abbondanti in tutte le stagioni, fatta eccezione per l’autunno inoltrato e l’inizio dell’inverno. Le abbondanti
risorse idriche naturali sono adeguatamente sfruttate per l’irrigazione dei campi coltivati dove il
terreno lo permette: il riso cresce in queste terre irrigue; se la stagione dura abbastanza e se le risaie
possono essere adeguatamente prosciugate in autunno per la piantagione sono possibili 2 raccolti all’anno.
Le abbondanti precipitazioni hanno ricoperto i monti del Giappone di una densa coltre di foreste, uno
splendido dono per l'economia del paese; inoltre, le piogge e le montagne forniscono abbondanti risorse
idroelettriche, che i giapponesi hanno sottoposto a un intenso sfruttamento. Un altro vantaggio per
l'economia, che non può essere valutato con misure di superficie, è la ricchezza dei mari che bagnano
l’arcipelago: l’incontro della calda corrente del Giappone con le correnti fredde provenienti dal Nord ha reso
queste acque eccezionalmente pescose e ricche tra l'altro di crostacei e di alghe commestibili; sin dalla
preistoria il mare è stato per i giapponesi la principale fonte di proteine.

IL PREDOMINIO DELL’AREA COSTIERA MERIDIONALE

La metà sudoccidentale del Giappone, dove sono possibili 2 raccolti, e in particolare la parte sudorientale di
quest’area, più calda e esposta al sole, che si trova di fronte all’Oceano Pacifico, è sempre stata la zona più
produttiva del paese e quindi il centro della popolazione e della vita culturale e politica. Un altro vantaggio
di quest’area è la vicinanza della sua parte occidentale al continente, vicinanza che nell'antichità è stata la
fonte di quasi tutte le principali innovazioni tecnologiche; al predominio di questa regione hanno
contribuito anche alcune caratteristiche della geografia locale, che hanno permesso una maggior
concentrazione della produzione agricola e una maggiore facilità di comunicazioni rispetto alle altre
zone del paese. Il Giappone è costituito per la maggior parte da strette vallate di fiumi e da piccole pianure
alluvionali lungo la costa intorno alle foci dei fiumi stessi, separate l’un l’altra da distese di colline irregolari;
per spostarsi tra questi appezzamenti coltivabili, relativamente isolati, è necessario superare passi montuosi
o compiere viaggi spesso rischiosi lungo la costa intorno a ripidi promontori. Poiché i fiumi sono per la
maggior parte poco profondi e quindi non navigabili, essi hanno avuto una parte secondaria nelle
comunicazioni: questo notevole contrasto con le estese pianure e i grandi fiumi navigabili della Cina e
degli altri centri di civiltà asiatici può contribuire a spiegare l’allontanamento del Giappone dal modello di
governo centralizzato che è stato una delle caratteristiche dell’Asia. La pianura del Kwanto è la più ampia
distesa agricola esistente in Giappone, nella quale sorgono le moderne città di Tokyo e Yokohama; lungo
una fascia piuttosto stretta, situata fra la pianura del Kwanto e il Kyushu settentrionale, si trovano tutte le
capitali storiche del Giappone, le 6 maggiori città moderne e la maggior parte delle zone agricole e
industriali del paese.

LE ORIGINI DEI GIAPPONESI E LA LORO CULTURA

Per l’importanza che essi attribuiscono agli elementi primitivi e autoctoni della loro civiltà , i problemi delle
origini etniche e della preistoria culturale sembrano molto più significativi ai giapponesi che non alla
maggior parte degli altri popoli. Ai giapponesi la originaria composizione etnica e la società primitiva del
Giappone appaiono come fattori di grande importanza storica: le nostre conoscenze delle origini
giapponesi sono comunque ancora abbastanza incerte; le fonti
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sono varie e tra loro discordi, testimonianze archeologiche, mitologia e tradizioni storiche giapponesi,
antiche cronache cinesi, la combinazione di queste diverse fonti ci dà però soltanto un quadro vago e
confuso. Solo agli inizi del V secolo d.C. esso comincia a chiarirsi, ma bisogna attendere il VI o il VII secolo
per poter vedere il Giappone nella piena luce delle testimonianze storiche.

LA CULTURA JOMON

L’archeologia ha rivelato l’esistenza di una serie di culture successive nel Giappone preistorico: recenti
scoperte suggeriscono l’ipotesi che gruppi umani, che ancora ignoravano l’arte del vasellame, ma i cui
attrezzi di pietra somigliavano a quelli ritrovati in altri luoghi dell’Asia nordorientale, abitassero le isole forse
seimila o settemila anni fa. Comunque, la prima grande cultura giapponese si diffuse nell’arcipelago verso i
III millennio a.C; essa viene indicata col nome di Jomon e nelle sue prime fasi è classificata come mesolitica
(intermedia tra il paleolitico e il neolitico), poiché i popoli Jomon modellavano il vasellame ma non
praticavano ancora l’agricoltura. Le popolazioni jomon vivevano in profonde fosse e, non conoscendo
l’agricoltura, si nutrivano con i prodotti della caccia oppure di radici, noci e crostacei; intorno ai luoghi
delle abitazioni jomon sono rimasti innumerevoli mucchi di conchiglie resti di questi crostacei. Il nome
jomon deriva dal “disegno a corda” che abitualmente adorna la superficie esterna del vasellame tipico di
questa cultura: i vasi, pur non essendo modellati su torni, rivelano, particolarmente nelle fasi più tarde,
grande abilità artistica, immaginazione creativa e una ricchezza di disegni che non trovano paragoni in altri
simili prodotti dell'età della pietra . insieme agli utensili lavorati della cultura jomon, essi rivelano inoltre
notevoli variazioni regionali in particolare tra le 2 vaste zone orientale e occidentale che si congiungono
nelle montagne tra la pianura del Kwanto e il Kinki; i resti del periodo jomon sono più numerosi nel
Giappone orientale e settentrionale, in quanto tale cultura si protrasse più a lungo in queste zone.

LA CULTURA YAYOI

Circa nel III o II secolo a.C. nel Giappone occidentale si sviluppò, sotto le influenze del continente, una nuova
cultura, che si diffuse rapidamente dal Kyushu alla pianura del Kwanto, sostituendosi a quella jomon: nota
col nome di Yayoi, da uno dei luoghi archeologici, nella città di Tokyo, questa cultura è caratterizzata da un
vasellame modellato al tornio, più armonioso di quello del periodo precedente, anche se privo dei ricchi
disegni dei vasi jomon. Ma il fatto più importante è che questa cultura è caratterizzata dalla presenza
dell'agricoltura accanto alla vecchia economia basata sulla caccia e la raccolta dei crostacei e dalla
conoscenza del bronzo e del ferro. L’agricoltura del periodo yayoi, consistente soprattutto nella
coltivazione del riso in campi irrigati, ha origini cinesi: anche la conoscenza dei metalli venne
probabilmente introdotta dalla Cina poiché i più antichi oggetti in metallo ritrovati nei luoghi yayoi
sono specchi di bronzo, probabilmente cinesi, e monete del periodo Han. Comunque, iniziò ben presto in
Giappone la fabbricazione di specchi, lance, spade, alabarde e campane; alcuni resti di utensili e di armi in
ferro, oltre al fatto che le armi di bronzo avevano una semplice funzione cerimoniale in quanto troppo fragili
per usi pratici, indicano che il ferro cominciò ad essere impiegato nello stesso periodo de bronzo e perciò il
Giappone non ha conosciuto una vera e propria età del bronzo. Il vasellame yayoi presenta somiglianze con
alcuni esemplari di vasellame della preistoria e della storia antica sia cinese che coreana; anche la pratica
dell’agricoltura e la lavorazione del ferro e del bronzo rivelano una forte influenza continentale. Comunque,
ancora oggi non è possibile far risalire questa cultura a una fonte o a fonti specifiche di origine continentale:
nemmeno la storia della sua diffusione e del suo sviluppo in Giappone è del tutto chiara. Il vasellame si
divide in 2 tipi principali, orientale e occidentale; a seconda del tipo dei bronzi, la cultura yayoi si divide
invece in 3 grandi aree: quella occidentale, intorno al Kyushu settentrionale, quella centrale intorno al Kinki,
infine la zona del Kwanto.

LA CULTURA DELLE TOMBE

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Una nuova cultura si sovrappose alla cultura yayoi intorno al III o II secolo a.C., anche se il modo di vita
agricolo della massa della popolazione non subì grandi mutamenti; si tratta della cultura delle tombe,
così chiamata dagli enormi tumuli e, nelle sue fasi più tarde, dalle grandi celle funerarie di pietra che
la caratterizzano. Queste tombe e molti altri più tardi elementi di questa cultura ricordano molto da vicino
l’antica Corea e il suo entroterra, l’Asia nordorientale; indubbiamente la cultura delle tombe è l’espressione
di nuove influenze culturali provenienti dalla Corea, se non necessariamente di un’ondata di nuovi
conquistatori dal continente: ma probabilmente molti degli elementi peculiari si svilupparono in loco. Come
in Corea, le tombe sono l’espressione di una società aristocratica; infatti, i personaggi in esse sepolti ebbero
probabilmente molti uomini al loro comando. Su molti tumuli vi sono cerchi concentrici formati d
vasellame di forma cilindrica, noti col nome di “haniwa”, alcuni dei quali sormontati da figure di uomini,
animali o case; le composizioni haniwa e gli oggetti che si trovano nelle tombe sono la testimonianza di una
cultura sempre più influenzata da elementi continentali. Gli aristocratici erano ovviamente dei guerrieri a
cavallo, che portavano elmi e armature, spade e altre armi in ferro: le punte di ferro degli aratri e di altri
attrezzi agricoli ci possono dare una idea della diffusione dell’uso del ferro; il vasellame cotto di questa
cultura è molto simile a quello della Corea meridionale della stessa epoca. I “magatama” o gioielli ricurvi,
trovati nelle tombe sono identici a quelli che decorano le corone d'oro di Silla, forse importate dal
Giappone; in questo caso la corrente delle influenze culturali si sarebbe mossa in entrambe le direzioni.
Questa cultura comunque si protrasse in Giappone fino al VII secolo d.C., sfociando nella civiltà giapponese
storica propriamente detta.

LE ORIGINI ETNICHE

Un tempo si pensava che le popolazioni yayoi fossero i progenitori dei giapponesi moderni e i popoli
Jomon quelli degli ainu, che attualmente vivono in regioni isolate dell’Hokkaido e nelle isole del nord: gli
ainu sono particolarmente interessanti, poiché l’abbondanza di peli sul viso e sul corpo indica o una
provenienza protocaucasica, o più probabilmente la sopravvivenza di un tipo umano primitivo che presenta
una mescolanza di caratteristiche varie. L’antropologia fisica pone alcuni problemi: gli scheletri jomon sono
diversi sia d quelli degli odierni giapponesi sia da quelli degli ainu, sono a livelli archeologici posteriori i
resti umani rivelano caratteristiche simili a entrambi i tipi; evidentemente l’evoluzione dei moderni
giapponesi e degli ainu è il frutto di incroci etnici successivi e probabilmente di alcuni mutamenti corporei
derivati dalle mutate condizioni di vita. È comunque molto probabile che vi sia stata una diffusione di
elementi razziali e culturali dalla Cina orientale e meridionale verso due altre zone, a est in Giappone e sud
nell’Asia sudorientale; inoltre, non si deve dimenticare che l'archeologia rivela chiaramente l’origine
nordorientale dei vari livelli della cultura preistorica giapponese e che le testimonianze linguistiche indicano
che il giapponese è strettamente legato al coreano e alle lingue altaiche dell’Asia settentrionale. Comunque,
tutto quello che possiamo dire è che i giapponesi primitivi, come le loro culture preistoriche, erano
chiaramente di origine mista; molto più importante di vaghe congetture sulle origini etniche e culturali è
comunque il fatto incontestabile che fin dai tempi storici la maggior parte del Giappone è stata abitata da
una popolazione omogenea dal punto di vista etnico e unita da una lingua e da una cultura comuni.

LE PRIME TESTIMONIANZE CINESI SUI WA

Le prime testimonianze cinesi ci forniscono notizie interessanti sul organizzazione sociale e politica
dell’antico Giappone, notizie che non potremmo certamente ricostruire sulla base dei soli dati archeologici:
la più importante tra queste testimonianze è il “Wei chih”, la parte che tratta della dinastia Wei negli ufficiali
Annali dei tre Regni (297); e ci dice della cultura yayoi e quella delle tombe, l’opera descrive inoltre un
popolo osservante delle leggi e amante delle bevande alcoliche, che praticava l’agricoltura, era molto abile
nella filatura e nella tessitura e esperto nella pesca; un popolo che viveva in una società caratterizzata da
rigide distinzioni sociali, che venivano indicate dai tatuaggi o da altri segni del corpo e sul viso (quest’ultima
notizia è confermata dai segni presenti su alcune delle figure haniwa). Sappiamo inoltre che le società
primitive giapponesi abbiano avuto una fase di transizione dal matriarcato al patriarcato: sembra che
i paese del

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Giappone occidentale siano stati sotto la signoria di una regina nubile di nome Himiko che governava nello
Yamatai, mentre i paesi più lontani, oltre lo Yamatai, erano indipendenti; Yamatai sembra essere una
versione di Yamato, il distretto della antica capitale degli imperatori giapponesi, e Himiko probabilmente
significa “Principessa del sole”, nome appropriato a un membro di una stirpe di sovrani che pretendevano di
essere i discendenti di una Dea del Sole.

IL KOJIKI E IL NIHON SHOKI

I più importanti documenti sulle origini del Giappone e sulla formazione dello stato giapponese sono
comunque le più antiche testimonianze indigene, anche se non si tratta di opere molto precise: il
Kojiki (memoriale degli avvenimenti dell'antichità) fu compilato soltanto nel 712 e il Nihon shoki (storia del
Giappone o Nihongi) nel 720. Le informazioni sulla storia antica offerteci dal Kojiki e dal Nihon shoki sono
intessute di una gran varietà di miti, leggende, genealogie e vaghi ricordi storici e idee prese a prestito dalla
filosofia e dalla storia cinesi; dalle scoperte archeologiche non si può desumere ad esempio che Izumo fosse
un importante entro culturale, il suo Grande Santuario, il secondo per importanza tra tutti i templi
giapponesi, potrebbe essere ciò che rimane però di un grande centro politico. La discendenza del Sole
venne fondata da Ninigi, nipote della Dea del Sole, disceso dal cielo ne Kyushu: secondo la tradizione, Ninigi
portò sulla terra le 3 insegne che ancora oggi costituiscono in Giappone i simboli dell’Autorità
dell’imperatore, ossia uno specchio di bronzo, la spada di ferro e un gioiello ricurvo (magatama). Il titolo
attribuito al leggendario fondatore della dinastia imperiale è quello di Jimmu (divino guerriero): la
genealogia imperiale che risale senza interruzioni fino a Jimmu ha forse una certa validità storica; le
tradizioni orali di molti popoli ci hanno conservato accurate genealogie delle case regnanti, le date
relative ai primi sovrani giapponesi sono tuttavia assolutamente immaginarie. Gli avvenimenti attribuiti ai
regni di questi primi sovrani sono quasi egualmente sospetti, e molti dei fatti particolari stabiliscono
semplicemente la discendenza di eminenti famiglie dell’antico Giappone, dalla famiglia imperiale
probabilmente nel tentativo di assicurare la loro lealtà.

L’ESPANSIONE DELLO TATO DI YAMATO

Le leggende di conquiste esterne da parte dello stato di Yamato presentano probabilmente maggiore
attendibilità storica: le più interessanti leggende riguardanti questa conquista sono quelle del principe
Yamato-takeru, il quale dopo aver soggiogato i barbari de Kyushu sottomise anche quelli della pianura del
Kwanto. Non è chiaro comunque per quale ragione il gruppo accentrato nello Yamato sia riuscito ad
avere la meglio su gruppi simili di altre zone del Giappone, a meno che non si considerano la posizione
strategica centrale dello Yamato, la relativa vastità delle pianure del Kinki e la loro adattabilità alla
coltivazione del riso. I discendenti della Dea del Sole, che praticavano il culto solare, dedicarono alla loro
antenata un grande tempio, eretto a Ise su un promontorio che guarda verso il mare oriente dello Yamato: il
Grande Tempio di Ise è tuttora il più importante del Giappone. Comunque sia la preminenza di
un’imperatrice nella tradizione locale sia d’origine femminile della dinastia regnante sia la presenza di una
grande sacerdotessa nel più importante tempio nazionale, confermano il racconto del Wei chih di un antico
governo femminile in Giappone. La famiglia imperiale del Giappone, giunta sulla scena della storia nel V
secolo, è di gran lunga la dinastia più antica regnante del mondo; i sovrani giapponesi del V e del VI secolo
furono uomini vigorosi e di indole violenta, e le guerre di successione sembrano essere state a regola più
che l’eccezione. Questo stato di cose si può forse spiegare con la mancanza di definite norme ereditarie tra
la numerosa prole di questi sovrani poligami e anche la consuetudine della trasmissione del trono tra
fratelli; di conseguenza , in questi secoli, i regni ebbero una durata media di soli 7 anni, per quanto la
ripetizione erronea di alcuni nomi di sovrani nelle testimonianze scritte si possa in parte attribuire al loro
eccessivo numero e alla breve durata dei loro regni.

IL SISTEMA DEGLI UJI

Sebbene i sovrani di Yamato esercitassero una certa autorità dalla pianura del Kwanto alla Corea del Sud,
sarebbe un errore credere che governassero su uno stato centralizzato: a quel tempo il

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Giappone era formato da un gran numero di unità semiautonome chiamate uji, che sono state talvolta
paragonate erroneamente ai clan; gli uji giapponesi erano invece scaturiti probabilmente dalle sottounità
che comprendevano gli antichi paesi tribali descritti nel Wei chih. I membri di ciascun uji ritenevano di avere
una discendenza comune e, sotto la guida di un capo, praticavano il culto della divinità dell’uji, che in alcuni
casi, come quello della dinastia imperiale, era considerata l’originario antenato. Nel grado più basso della
società uji esisteva un esiguo numero di schiavi. I sovrani di Yamato erano semplicemente i capi dell’uji di
Yamato, che era riuscito con la conquista a estendere il suo controllo sugli altri: l’estensione della
potenza di Yamato sembra si debba in gran parte attribuire all’incorporazione di molti uji minori, come gli
uji militari degli Otomo e dei Mononobe, nonché certi gruppi che svolgevano funzioni religiose,
economiche… Tutte queste unità traevano dall’agricoltura i loro mezzi di sussistenza, qualunque fosse la
natura delle prestazioni che dovevano a sovrani.

IMMIGRAZIONI DALLA COREA

Una delle principali ragioni dello sviluppo dello stato di Yamato e del suo sviluppo politico e
culturale durante il V e il Vi secolo è rappresentata dal costante flusso migratorio tra la penisola coreana e il
distretto della capitale: questa corrente migratoria portò in Giappone gruppi numerosi e ben organizzati,
guidati da capi che raggiunsero una posizione preminente tra l'aristocrazia di Yamato poiché possedevano
capacità e conoscenze molto apprezzate nel relativamente arretrato Giappone. Il flusso fu indubbiamente
facilitato dall’esistenza di una base giapponese nella Corea meridionale e fu ulteriormente stimolato dalle
grandi guerre del VII secolo, che portarono alla unificazione della Corea; le migrazioni continuarono, in
proporzioni significative, fino all'inizio del IX secolo. Molti di questi immigrati coreani vantavano antenati
cinesi più che coreani, e probabilmente intendevano con questo rivendicare la loro discendenza dai cinesi
delle colonie Han in Corea.

IL PRIMITIVO SHINTO

Risulta chiaro dalle cronache giapponesi che i primi imperatori svolgevano una duplice funzione, quella di
grandi sacerdoti e di sovrani secolari: in realtà, la distinzione della attribuzioni del capo dell’uji, religiose,
rituali e politiche, non era molto ben definita. Anche se taluni periodi dell’oscuro passato del Giappone il
sovrano di Yamato condivise con la grande sacerdotessa di Ise le attribuzioni religiose, egli conservò la
funzione di grande sacerdote del culto dell’uji, che si sviluppò fino a diventare culto nazionale; il suo attuale
successore sul trono giapponese continua a mantenere queste antiche funzioni sacerdotali. La religione
degli antichi giapponesi fu dapprima senza nome e in seguito venne chiamata shinto per distinguerla dal
buddhismo e dalle altre credenze religiose; nome di origine cinese che significa “Via degli dei”, lo shinto
appare nelle più antiche testimonianze giapponesi anzitutto come un complesso di culti locali abilmente
integrati dalla mitologia ufficiale per stabilire la supremazia del culto della Dea del Sole di Yamato e la
subordinazione dei culti e dei capi degli altri uji. Ma sotto la superficie, rappresentata da questa serie
organizzata di culti, esisteva una corrente religiosa più vasta e profonda: lo shinto era fondamentalmente un
semplice culto della natura, del quale la mitologia organizzata e i culti ufficialmente riconosciuti non erano
che una manifestazione esteriore; di fronte alle meraviglie della natura, gli antichi giapponesi
attribuirono carattere divino a tutte le sue manifestazioni più grandiose , si trattasse di cascate oppure di
montagne, di grandi alberi o di rocce dalla forma insolita, o persino di insetti nocivi. Le divinità shinto di ogni
tipo venivano chiamate “kami”, parola che in origine significava soltanto superiore: i kami, che solo
raramente sono rappresentati in forma umana, vengono generalmente simbolizzati da oggetti quali specchi,
spade o magatama ogni volta che l’oggetto originario del culto non è presente; aumentando il prestigio
della dinastia imperiale, gli stessi imperatori vennero venerati come kami; alcuni tra i più antichi,
insieme a personaggi storici di origine umile, divennero alla fine membri importanti del pantheon.
Nonostante la sua ricca mitologia, lo shinto non aveva una filosofia sistematica ne un preciso codice morale
e metteva l’accento più sulla purezza rituale che sulle virtù etiche; l’impurità rituale, determinata per
esempio dalla sporcizia fisica, dai rapporti sessuali, dalle mestruazioni, dalle ferite, dalle nascite o dalle
morti, doveva essere sanata con gli esorcismi, le cerimonie purificatrici o l’astensione rituale.

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L'amore per la pulizia dei giapponesi moderni sembra risalire a queste concezioni primitive di purezza
rituale, che possono aver prodotto la pratica diffusa ei bagni in fonti cade e in vasche profonde, che sono tra
gli aspetti più piacevoli della moderna cultura giapponese; lo shinto è una religione prevalentemente gioiosa
e ottimistica, che non conosce il senso della colpa e del peccato, contrariamente ai coreani, attratti dagli
aspetti più minacciosi della natura, i giapponesi ne mettevano in evidenza la bellezza e la generosità. I
principali templi sono spesso situati in luoghi di grande bellezza naturale o si trovano in foreste di alberi
imponenti fatti crescere a questo proposito: di fronte a tutti i templi, grandi o piccoli che siano, si
innalzano i “torii”, una specie di porta formata soltanto da 2 colonne verticali e da 1 o 2 colonne trasversali.
Nei templi shinto il culto è sempre stato caratterizzato da una grande semplicità: i giapponesi si limitavano
cioè a battere le mani, a genuflettersi e a fare piccole offerte di cibi, sake, abiti, strisce di carta o in epoche
più moderne danaro; la festività del tempio locale è una specie di gaio carnevale. Lo shinto è
indubbiamente una religione primitiva se paragonata alle grandi fedi dell'Asia e dell’Europa: le sue
credenze, gli atteggiamenti e le pratiche sono comunque rimasti un elemento fondamentale della cultura
giapponese fino ai tempi moderni; lo shinto e i saldi modelli di organizzazione sociale ereditaria e
aristocratica costituirono infatti gli elementi basilari ella società giapponese del V e del VI secolo, che
sopravvissero alle successive influenze culturali provenienti dal continente, contribuendo a formare il
Giappone delle epoche successive.

L’ADOZIONE DEL MODELLO CINESE

Le storie cinesi provano l’esistenza di un diretto contatto tra il Giappone e la Cina sin dal I secolo d.C.,
mentre il continuo flusso migratorio che raggiunse le isole dalla Corea, zone permeata dall’influenza cinese,
ebbe una parte determinante nella diffusione dell’alta civiltà continentale; il sistema di scrittura cinese era
noto ai giapponesi almeno dal V secolo. Il lento processo di adozione culturale si protrasse così molto a
lungo, ma soltanto verso la metà del VI secolo i giapponesi cominciarono a prendere coscienza del
fenomeno; verso l'inizio del VII secolo il complesso delle influenze cinesi si era a tal punto esteso da segnare
l’inizio di una nuova era nella storia del Giappone. Sembra che il livello culturale raggiunto a quel tempo dai
giapponesi fosse tale da rendere loro più facile che in passato l’adozione della raffinata civiltà cinese;
un’altra ragione può essere stata la crescente inadeguatezza della organizzazione politica uji, disarticolata e
confusa: nell’ambito di questo sistema il sovrano di Yamato era semplicemente un primus inter pares e lo
stato centrale esercitava solo un debole controllo sulle proprie sottounità, per non parlare degli uji più
lontani.

IL BUDDHISMO

Il primo elemento della civiltà cinese consapevolmente adattato dai giapponesi fu il buddhismo, e ciò si
deve forse al fatto che i giapponesi del VI secolo potevano senza difficoltà accettare il supposto potere
magico del buddhismo, considerandolo ancora più efficace dei culti delle divinità indigene, anche se la sua
filosofia era al di là della loro comprensione. I “Nakatomi”, come era naturale attendersi da un uji di
sacerdoti shinto, si opposero al buddhismo, gli uji guerrieri assunsero la stessa posizione conservatrice;
nonostante questo duplice insuccesso il buddhismo venne ben presto adottato ufficialmente dalla corte.

I SOGA E IL PRINCIPE SHOTOKU

Dal 587 per 50 anni, dominò la famiglia dei Soga tramite un governo centrale e fecero in modo che il trono
fosse occupato dai membri della famiglia imperiale nati da donne dei Soga: il trionfo della fazione pro
buddhista a corte e la consapevole adorazione di un elemento così importante ella civiltà continentale
sembrano aver aperto la strada a ulteriori adozioni sotto la vigorosa guida del principe Shotoku, che non
solo era un uomo estremamente abile, ma anche un devoto buddhista con n effettiva conoscenza di questa
filosofia. Inoltre, egli era favorevole ad altri aspetti della civiltà cinese ed era chiaramente deciso a
introdurre il sistema politico del Regno del Centro in Giappone con tutta la rapidità che l’arretratezza del
paese insulare poteva permettere. Nel 604, il principe

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Shotoku emanò quella che è nota come la “Costituzione dei 17 articoli”, un complesso di regole destinate
alla classe dominante, che comprendeva tuttavia concezioni rivoluzionarie della massima importanza per la
storia giapponese; al sistema degli uji, separati e rigorosamente ereditari, essa contrapponeva, come ideale
di governo, i concetti etici confuciani le istituzioni politiche centralizzate cinesi. Ai capi locali è
esplicitamente negato il diritto di imporre tasse e di esigere corvée: l’ideale di una gerarchia burocratica di
funzionari meritevoli viene esaltato insieme a virtù confuciane come l’armonia, il decoro, la sincerità, la
diligenza, la giustizia e il servizio pubblico. Nel 604, Shotoku adottò anche l calendario cinese, ma
un’innovazione più importante fu l’istituzione di un sistema gerarchico in 12 gradi per i funzionari di corte:
designati col nome di virtù confuciane e distinti da cappelli a vari colori, i gradi gerarchici rappresentavano
una novità rivoluzionaria rispetto al vecchio sistema di incarichi e delle onorificenze ereditarie, in quanto
implicavano l’introduzione di una burocrazia del merito nominata dal sovrano. Il sistema dei gradi a corte fu
in effetti il principale elemento del governo burocratico di tipo cinese che i giapponesi svilupparono nel
corso del secolo successivo.

AMBASCERIE IN CINA

Un’altra delle grandi iniziative di Shotoku fu l’invio di una ambasceria alla corte cinese, 13 furono in totale le
ambascerie che riuscirono a raggiungere la Cina sino al 838, ma i messaggi che Shotoku inviò all’imperatore
cinese tradivano la sua ambizione, fare del Giappone un impero centralizzato come la Cina; naturalmente, i
cinesi si rifiutarono di tollerare queste arroganti pretese di eguaglianza dei barbari orientali. Bisogna notare
comunque che circa un secolo dopo, il nome in certo modo spregiativo di wa, col quale essi indicavano i
giapponesi, cominciò a cadere in disuso e ad essere sostituito da un termine che rifletteva la posizione
geografica del paese e forse anche il culto del sole praticato dalla sua casa regnante: Nihon o Nippon
“l’origine del Sole”, da qui la moderna parola Giappone. Comunque il valore delle missioni rese questa
impresa conveniente malgrado il grande costo e i pericoli: questo valore non consisteva nei risultati
diplomatici, ma piuttosto nelle innovazioni culturali e tecnologiche di cui le missioni si facevano portatrici;
gli studiosi che si recavano in Cina al seguito delle ambascerie furono imitati da altri che compirono il viaggio
su navi di mercanti privati, ma in questa attività culturale ebbero una parte di rilievo anche gli immigrati
coreani e alcuni missionari buddhisti cinesi.

LE RIFORME DEL TAIKA

Durante il suo regno, Shotoku riuscì a delineare l’ideale di un governo centralizzato di tipo cinese e a
gettare le basi della sua realizzazione, ma dopo la morte di Shotoku, nel 622, i Soga non presero in questo
campo iniziative di rilievo. Kamatari, dalla famiglia dei Soga, insieme a un principe imperiale, Tenchi
nel 645 con un colpo di stato assunsero il controllo del governo: come ricompensa dei suoi servigi, Kamatari
ricevette il nuovo cognome di Fujiwara, diventando così il progenitore di una famiglia nobiliare che in
seguito dominò la corte; Kamatari e Tenchi ripresero la politica di adozione delle strutture di governo cinesi
e il lavoro iniziato da Shotoku con le ambascerie. Le grandi riforme di Kamatari e Tenchi sono note col nome
di Riforme del Taika dal nome del periodo annuo di tipo cinese, Taika o “Grande Mutamento”, che essi
adottarono: nel 646 i nuovi governanti emanarono un editto che aboliva tutti i grandi possedimenti
privati, includendo sia le terre che i contadini, e introduceva vari elementi del sistema di governo e di
possesso della terra dei primi T’ang; le principali innovazioni consistettero nel porre le amministrazioni
provinciali sotto il controllo di funzionari del governo centrale, nella assegnazione di terre tra i
contadini in base ad accurati registri della popolazione, in un sistema su scala nazionale di strade statali con
stazioni di posta e controlli alle barriere, e in un sistema fiscale uniforme. Il Giappone aveva comunque
definitivamente adottato il modello politico ed economico cinese.

IL GOVERNO NEL PERIODO DI NARA

Soltanto all’inizio del secolo VIII prese definitivamente forma il tipo di governo cinese che costituiva
l’obiettivo delle riforme stesse; nel secolo successivo le istituzioni adottate raggiunsero

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probabilmente il loro più alto grado di efficienza: per questo il cosiddetto periodo di Nara (710-84), quando
la capitale era situata dove è ora la città di Nara, nella regione di Yamato, è considerato nella storia
giapponese come l’apice del processo di sinizzazione. Lo stabilimento della capitale a Nara rappresentò un
grande passo avanti verso la creazione del nuovo modello statuale: fino a quel momento tanto
l’economia che l’amministrazione politica erano state così semplici da non richiedere l’esistenza di una vera
è propria capitale; i principi imperiali vivevano nei loro possedimenti agricoli quando uno di essi veniva
scelto come imperatore, normalmente eleggeva a capitale la propria residenza, in luogo di quella del
predecessore. La nuova capitale, Nara o Heijo, come allora veniva chiamata, si estendeva al limite
settentrionale della pianura di Nara secondo una regolare pianta a scacchiera, con il palazzo situato alla
estremità settentrionale; la città non venne mai circondata di mura, sia perché non vi erano nemici dai quali
proteggersi, sia perché la sua parte occidentale non fu costruita. Dopo il trasferimento della capitale la città
scomparve: nel 784 Kammu, che fu in questi secoli l’imperatore più potente, decise di abbandonare Heijo,
fu scelta una nuova località, Heian, nella parte settentrionale della pianura di Kyoto, e Kammu si stabilì
nella nuova capitale ne 794; l’area sulla quale sorse Heian era ancora più estesa di quella di Heijo, anch’essa
non fu mai dotata di mura di cinta, comunque, non scomparve mai, anzi, essa si trasformò nella moderna
Kyoto.

I CODICI

È possibile esaminare gli aspetti particolari del sistema amministrativo che i giapponesi adottarono dalla
Cina sulla base dei codici compilati secondo i modelli cinesi e che sono talvolta copie letterali di questi: il
concetto di legge rappresentava già una innovazione. Fino a quel momento i giapponesi avevano
conosciuto soltanto i precetti non scritti della religione shinto, sotto l’influenza cinese si emanarono codici
dettagliati, divisi come i modelli T’ang in 4 categorie: leggi penali e amministrative, successivi regolamenti
supplementari. Il più famoso di questi codici è il Codice Taiho del 701.

IL GOVERNO LOCALE E IL SISTEMA FISCALE

Il principale obiettivo dei riformatori del Taika era quello di stabilire un saldo e uniforme controllo su tutti i
territori del Giappone e naturalmente sulla loro produzione agricola, le isole furono divise in “paesi” (kuni)
espressione tradotta normalmente con il termine provincia sebbene per l’estensione essi possono essere
paragonati più a una prefettura che a una provincia cinese; i kuni furono suddivisi a loro volta in distretti e i
distretti in unità di villaggio, ciascuna delle quali formata da circa 3 villaggi rurali. I contadini venivano
ulteriormente organizzati in unità di 5 famiglie, reciprocamente responsabili della buona condotta e del
pagamento delle tasse; l’antico sistema cinese della mutua garanzia durerà in Giappone fino ad anni recenti.
Fatta eccezione per quelle intorno alla capitale, che formavano una categoria a parte, le province erano
raggruppate in circondari, a seconda delle strade mediante le quali esse erano raggiungibili dalla capitale; in
ciascuna circoscrizione vennero nominati dei sovraintendenti ufficiali. I governatori delle province erano
funzionari del governo centrale, ma generalmente appartenenti ai gradi intermedi: queste cariche
provinciali erano apprezzate per la possibilità che esse offrivano di arricchirsi attraverso il controllo dei
granai governativi e le percentuali sulle entrate fiscali che non per il prestigio o il potere che conferivano
nella gerarchia governativa. L’aspetto più spettacolare dell’intera riforma fu l’introduzione dei sistemi
estremamente complicati di pagamento delle tasse e di possesso della terra in vigore sotto i primi T’ang:
questo complicato sistema era reso necessario dal fatto che le imposte erano prevalentemente personali e
non basate sull’estensione della terra coltivata; come in Cina, le tasse principali erano quelle sui prodotti
agricoli e sui tessuti, la corvée commutata in prodotti e il servizio militare in luogo di altre imposte.
Naturalmente, un sistema così macchinoso non poteva essere applicato in modo facile e rapido in un paese
abituato al sistema estremamente decentralizzato degli uji, non vi sono comunque dubbi sul fatto che esso
fu almeno parzialmente applicato e con considerevole successo. Il nuovo sistema servì soprattutto per
regolarizzare e ad aumentare le entrate che il governo percepiva dalle terre già sotto il diretto controllo
imperiale; diversamente dalla Cina, il Giappone non offre testimonianze di uno sviluppo, in questo periodo,
di

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città commerciali o di una economia monetaria avanzata. Oltre alla capitale non vi erano città di qualche
importanza e il tentativo di sviluppare una economia monetaria si risolse in un fallimento: monete rimasero
più una curiosità che un effettivo mezzo di pagamento, e il baratto continuò a essere la regola.

IL GOVERNO CENTRALE

La capitale fu il simbolo del successo dei riformatori: qui tutte e istituzioni di governo, dall’imperatore ai
gradi più bassi della gerarchia, vennero rimodellate sull’esempio cinese; i riformatori adottarono la
concezione cinese di un imperatore onnipotente, regnante in modo uniforme su tutto il paese. Nel
medesimo tempo, tuttavia, essi continuarono a considerare il sovrano come capo supremo, di origine
divina, del culto: il trono giapponese acquistò quindi quella duplice attribuzione che in seguito ha
conservato. Nonostante l’adozione della teoria cinese della sovranità, gli imperatori, anche quelli che
governarono effettivamente, non ebbero un potere personale maggiore di quello goduto in passato: molti
di loro furono dominati e manovrati dalle grandi famiglie di corte, inoltre, le pesanti funzioni cerimoniali
dell’imperatore, rese doppiamente gravose dalla natura duplice, politica e religiosa, del suo ufficio, diedero
origine in questo periodo alla pratica dell’abdicazione, applicata ogniqualvolta l’erede dell’imperatore
raggiungeva l'età necessaria per assumere formalmente i doveri imperiali. Inoltre l'adozione dei modelli
cinesi può aver contribuito a indurre i giapponesi a escludere le donne dalla successione. Al di sotto
dell’imperatore vi era un Grande Consiglio di stato formato da un Gran Ministro di stato, dai ministri della
Sinistra e della Destra, e da altri grandi funzionari: il ministro della Sinistra, o quello della Destra se lo
sostituiva, era il principale funzionario dell’amministrazione e per le sue competenze corrispondeva a un
moderno capo di governo; infatti il Grande Ministro di stato non era altro che una specie di precettor
morale dell’imperatore e di conseguenza non di rado la carica era vacante. Comunque i ministri che si
occupavano degli affari di corte godevano di maggiore prestigio rispetto a quelli che trattavano
essenzialmente questioni relative alla popolazione. In linea di massima, la struttura di governo giapponese
fu più semplice e coerente dei T'ang, rilevante fu anche l'allontanamento dagli schemi cinesi, come riflesso
della tradizionale natura sacerdotale del governo giapponese, allontanamento che si concretizzò nella
creazione a livello del Grande Consiglio di stato di un Ufficio delle divinità che si occupava dei rito dello
shinto a corte. Modifiche si ebbero anche nel sistema militare adottato: al Giappone non erano necessari
i grandi eserciti che si potevano reclutare con il sistema degli obblighi; di conseguenza gli eserciti di leva
degenerarono presto in reparti di lavoro. I giapponesi inoltre istituirono 8 gruppi di guardie di palazzo, ma
anch’essi ebbero scarsa importanza militare.

MODIFICHE DEL SISTEMA CINESE

Nel complesso, il governo giapponese nel secolo VIII riproduceva con sorprendente fedeltà il sistema T’ang,
ma notevoli erano anche le differenze: per la maggior parte esse non erano però il risultato dell’ignoranza o
della cattiva conoscenza, da parte dei giapponesi, del sistema di governo cinese. Vi era comunque una
mancanza di una burocrazia in grado di far funzionare il tipo di amministrazione statale che era stato
adottato: i giapponesi non accettarono il sistema degli esami che stava diventando proprio in quel
periodo uno dei tratti salienti del governo e della società cinesi; la loro concezione dell’autorità
ereditaria era così radicata che essi non desideravano affatto dar vita a un sistema nel quale la
condizione sociale e il potere di ciascuno sarebbero stati determinati più dalle capacità letterarie e
amministrative che dalla nascita. Ne d’altra parte le grandi famiglie dell’aristocrazia della capitale
avrebbero tollerato una così drastica innovazione. L'università centrale, che aveva soprattutto lo scopo di
educare l’aristocrazia di corte alla raffinatezza e alle capacità tecniche necessarie al funzionamento di una
amministrazione di tipo cinese, non divenne la via normale di accesso alla direzione politica; al contrario, gli
alti incarichi di corte e i posti di governo erano per lo più riservati a persone di alto lignaggio. Ben presto
l’aristocrazia si divise in strati ereditari ben distinti e le cariche di governo vennero in gran parte assegnate,
come in precedenza, secondo criteri ereditari: al vertice stavano le grandi famiglie nobiliari che potevano
accedere ai tre più alti gradi di corte; quindi veniva la massa dei cortigiani,

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che normalmente non potevano salire oltre il quarto o il quinto grado; seguivano i piccoli funzionari
governativi dei gradi inferiori e, infine, l’aristocrazia locale che controllava le amministrazioni distrettuali.
Solo raramente uomini di eccezionale abilità accedevano a uno status superiore a quello cui per nascita
erano destinati; dopo l’aristocrazia veniva la gente comune, detta anche “buon popolo” e, infine, un
piccolo gruppo di uomini di bassa estrazione, che comprendeva gli schiavi e costituiva circa un decimo
della popolazione totale; la stratificazione sociale era così molto simile a quella esistente in Corea
all’incirca nello stesso periodo. L’ascesa e il declino del sistema, che abbracciarono un ciclo di due secoli: i
giapponesi, naturalmente, dovevano affrontare un problema meno complesso per la minore estensione
geografica, ma sotto altri aspetti il loro compito era assai più difficile; la situazione di partenza era quella di
un paese economicamente, politicamente e culturalmente molto più arretrato della Cina dei T’ang.
Inoltre, la consuetudine, assai radicata nei giapponesi, di un governo ereditario e aristocratico, sia a corte
che nelle province, non rappresentava certo un terreno molto fertile per lo sviluppo di istituzioni
burocratiche: il considerevole successo dell’esperimento durante un secolo o più e l’influenza duratura che
esso ebbe in Giappone hanno quindi maggior importanza del suo finale fallimento. Grazie alla adozione di
istituzioni modellate su quelle cinesi, il Giappone riuscì compiere, tra i secoli VII e IX, progressi eccezionali:
divenne un paese molto ordinato e pacifico rispetto ai periodi precedenti, le guerre di successione e le
ribellioni non furono interamente eliminate ma divennero, nella sua storia, un elemento molto meno
importante. Inoltre, le aree messe a coltura erano notevolmente aumentate e, malgrado la debolezza
militare del governo, le frontiere si erano notevolmente estese; nonostante il declino del sistema
modellato sulle istituzioni cinesi il Giappone non ritornò alla situazione precedente, mentre le tradizioni
aristocratiche ed ereditarie continuarono a mantenersi forti, gli uji cominciarono a disintegrarsi in unità
familiari più piccole, forse perché, con l'applicazione del sistema cinese, le terre venivano assegnate
alle famiglie e l’imposta gravava sulle persone. Molti dei progressi culturali ed economici compiuti nel
corso di questi secoli non andarono perduti, anche se alcuni elementi della struttura governativa vennero
colpiti da paralisi. Il Giappone rimase anche in seguito parte di un mondo culturalmente avanzato e un
membro a pieno diritto della civiltà asiatico-orientale.

LA FILOSOFIA E L’ARTE BUDDHISTA

I progressi politici ed economici del Giappone nel periodo che va dal VII al IX secolo, già abbastanza
notevoli, furono messi in ombra dalle realizzazioni culturali; abbiamo già notato che il buddhismo fu uno
degli aspetti della civiltà cinese che esercitarono un immediato richiamo sui giapponesi. Naturalmente
anche le arti intimamente legate a questa religione straniera ebbero una parte di primo piano tra le
influenze iniziali: senza dubbio, gli aspetti visibili e tangibili della civiltà cinese, scultura, architettura, pittura,
artigianato, erano per i giapponesi più facili da assorbire che non quelli filosofici, intellettuali o istituzionali,
per comprendere i quali era necessario superare il difficile scoglio rappresentato dalla lingua. Il grande e
immediato successo dei giapponesi nel campo artistico può anche essere attribuito alle spiccate qualità
estetiche di cui essi hanno sempre dato prova; in ogni caso, in Giappone sono ancora conservate molte
opere d’arte, ispirate dalla tradizione continentale e che risalgono addirittura al periodo di Shotoku. Nel
secolo VIII la produzione artistica era diventata eccezionale: tuttavia, il Giappone trasse la sua ispirazione
direttamente dalla Cina, gli scultori giapponesi diversamente dai cinesi e dai coreani, fecero poco uso della
pietra, ma impiegarono con abilità il bronzo, il legno, l’argilla e la lacca. I templi e i monasteri buddhisti
costruiti in Giappone nel corso di questi secoli sono quanto di meglio ci rimane della architettura classica dei
Sui e dei T’ang, dato che sono assai poche le costruzioni in legno di questo periodo che in Cina hanno
resistito al tempo.

LE SEI SETTE DI NARA

I giapponesi accolsero la filosofia buddhista più lentamente dell’arte e del cerimoniale, e i loro contributi
originali in questo campo non furono mai così rilevanti come in quello artistico; imitando i cinesi nel loro
amore per la classificazione, i giapponesi hanno chiamate le principali scuole filosofiche le Sei Sette di
Nara. In questo periodo, il buddhismo dominò completamente la corte

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giapponese: naturalmente, i culti indigeni non erano stati abbandonati, ma in generale i sovrani furono
fervidi credenti e protettori della nuova religione.

LE SETTE SHINGON E TENDAI

Quattro delle sette di Nara esistono tuttora in Giappone come entità separate, ma esse furono rapidamente
messe in ombra da due nuove sette che sorsero all’inizio del IX secolo e finirono per diventare i principali
protettori religiosi dello stato. In quanto derivazioni del buddhismo divenuto popolare in Cina verso la metà
del periodo T’ang, esse rappresentavano aspetti della religione buddhista che esercitarono nell’Asia
orientale, sia in Giappone che in Cina, una attrazione maggiore di quella delle scuole filosofiche indiane. Le
2 nuove sette erano state introdotte da monaci giapponesi, una delle quali aveva il nome di Shingon “la
parola vera”.

LA DIFFUSIONE DELL’INFLUENZA BUDDHISTA

Aumentando gradualmente la sua influenza, il buddhismo tendette ad assorbire i più antichi culti indigeni,
come aveva fatto altrove nel corso della sua diffusione attraverso l’Asia: in un primo tempo, si concentrò
prevalentemente nel distretto della capitale, ma nei secoli VIII e IX la fondazione di monasteri provinciali,
soprattutto nel Kyushu, nella zona del Kwanto e persino nel Honshu settentrionale, accompagnò la
diffusione di questa forza missionaria in tutto il paese. Insieme alla religione si diffusero anche la cultura e la
tecnologia continentali, giacché in questo periodo i buddhisti non erano soltanto i maestri dell’educazione
in lingua cinese ma si occupavano anche della costruzione di ponti, della messa in opera di strade e di altre
attività pratiche; la diffusione del buddhismo cominciò quindi a influenzare la vita giapponese anche in
campi diversi da quelli dell’arte e della religione. Comunque, la vita giapponese, nel suo complesso, era
diventata decisamente meno crudele e bellicosa.

L’ERUDIZIONE E LA SCRITTURA CINESE

L’adozione del modello cinese comportava naturalmente anche l’adozione del sistema di scrittura,
l’elemento centrale della civiltà del Regno del Centro: ogni carattere cinese rappresentava una parola cinese
con significato e suono specifici, era quindi possibile adottare il carattere, insieme al significato e al suono.
Infatti, migliaia di parole e di caratteri cinesi vennero gradatamente incorporati in questo modo nella lingua
giapponese; comunque, siccome i caratteri e le parole adottati giunsero in Giappone in tempi diversi e per
diverse vie, da varie parti della Cina, si finì per avere più di una pronuncia di derivazione cinese. L’uso dei
caratteri cinesi per parole introdotte dalla Cina presentava quindi delle difficoltà, non grandi tuttavia se
paragonate ai problemi derivanti dall’uso del sistema cinese per la scrittura di parole giapponesi; non era
assolutamente possibile indicare elementi essenziali come l’inflessione finale dei verbi e degli aggettivi, né
esisteva sempre una perfetta correlazione tra parole giapponesi e cinesi. In breve, il giapponese non poteva
essere adeguatamente espresso con caratteri cinesi; i giapponesi, come i coreani, risolsero dapprima la
difficoltà scrivendo prevalentemente in cinese. L’introduzione in Giappone di testi buddhisti, confuciani e
non religiosi, scritti in cinese, e la loro fedele copiatura sono tra le principali attività di questi secoli; tutti i
testi di monaci buddhisti giapponesi furono scritti in cinese puro, come del resto i registri governativi e
praticamente ogni altra opera letteraria. Gli immigrati coreani e i loro discendenti, che avevano una certa
familiarità con il cinese, ebbero una parte di grande rilievo nelle attività religiose nelle attività religiose
ed erudite, come nella diffusione del buddhismo e delle arti; con il sistema di scrittura cinese, i giapponesi
naturalmente adottarono i modi di pensiero cinesi, tra i quali il buddhismo e la concezione cinese del
governo centralizzato. A ciò si aggiungono la morale confuciana, che costituì in seguito il sistema etico
proprio dei giapponesi, le complesse credenze magiche e divinatorie cinesi e le concezioni

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pseudoscientifiche imperniate sul yin e yang, nonché i 5 elementi, che tanta parte avevano avuto nel
pensiero confuciano durante i secoli precedenti.

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LA STORIOGRAFIA

I giapponesi adottarono anche gli atteggiamenti cinesi verso l’erudizione e la letteratura: gradatamente la
padronanza della lingua cinese e l'abilità calligrafica divennero le doti più ambite dagli uomini di cultura;
inoltre i giapponesi cominciarono, come i cinesi, ad attribuire grande importanza alla compilazione delle
memorie del passato e la redazione delle opere storiche divenne uno dei principali compiti della corte. Già
nel 620 il principe Shotoku aveva ordinato la compilazione di un’opera storica andata poi perduta, circa un
secolo dopo, una ripresa dell'attività storiografica ebbe come risultati il Kojiki, nel 712, e il Nihon shoki nel
720; è possibile che il Kojiki sia soltanto uno dei molti abbozzi stesi per preparare la storia ufficiale, alla
fine completata col titolo di Nihon shoki : scritto in parte in cinese, in parte con caratteri cinesi usati
foneticamente per rappresentare singole sillabe di nomi o di parole giapponesi, in parte in caratteri cinesi
per esprimere il significato di intere parole giapponesi, l’opera è naturalmente di lettura assai difficile.

LA POESIA: IL MAN’YOSHU

Un livello poetico molto più raffinato è quello delle 4516 poesie, scritte nel secolo precedente il 760 e
raccolte nella grande antologia chiamata Man’yoshu (raccolta di miriadi di foglie, intese come miriadi di
generazioni); si tratta di laboriose composizioni in caratteri cinesi, nella maggior parte dei casi usati
foneticamente; molti dei sentimenti e delle immagini riflettono la profonda influenza cinese. Il Man’yoshu è
comunque l’espressione, essenzialmente originale, del sentimento poetico della aristocrazia di corte.

LA MODIFICAZIONE DELLE ISTITUZIONI CINESI

Probabilmente esso non venne mai applicato integralmente nelle zone periferiche del paese, ma anche in
quelle sotto il diretto controllo del governo centrale la mancanza di esperienza amministrativa e il forte
senso dell'autorità ereditaria avevano fin dall’inizio costituito una base inadatta al funzionamento del
sistema: in Giappone, i risultati finali di questo fallimento furono comunque diversi dalle periodiche crisi
cinesi; la prolungata e grave degenerazione delle basi fiscali del governo centralizzato non portò alla
conquista di popoli stranieri ne a un mutamento dinastico rivoluzionario. Questo contrasto con la Cina era la
conseguenza delle differenze fondamentali dell’ambiente geografico e della struttura culturale, grazie al suo
isolamento, il Giappone non aveva vicini pericolosi che potessero minacciare un governo indebolito, né di
conseguenza esisteva il pericolo che grandi generali comandanti eserciti di frontiera potessero spodestare la
dinastia regnante. Inoltre, la disponibilità di terreni incolti era in Giappone maggiore che in Cina e questo
rendeva possibile ulteriori aggravi fiscali a danno dei contadini già oberati dalle imposte, permettendo
quindi al governo, sia pur provvisoriamente, di trovare nuove risorse fiscali quando le vecchie risultavano
insufficienti; anche se, per la mancanza di una vera e propria burocrazia, pochi sarebbero stati i difensori del
vecchio sistema al momento della sua decadenza, l’importanza attribuita all'autorità ereditaria impedì che si
presentassero eventuali usurpatori. Ciò valse inoltre a mantenere il prestigio e , in una certa misura,
l'autorità dell’imperatore anche molto tempo dopo che la corte ebbe perduto la forza sufficiente a far
rispettare le proprie decisioni; per quanto le conseguenze siano state diverse in Cina e in Giappone, il
processo di decadenza fiscale fu analogo in entrambi i paesi: le spese del governo aumentarono
costantemente, risultato anche degli sperperi della corte.

I GRANDI DOMINI E LA CRISI FISCALE

Fin dall’inizio numerosi terreni agricoli esenti da imposta erano stati assegnati agli aristocratici come
riconoscimento del grado occupato a corte e della posizione nel governo, oppure come speciale ricompensa
o dono imperiale; gli uffici governativi traevano le loro risorse da altri appezzamenti e templi shinto e
buddhisti ufficialmente riconosciuti disponevano per il proprio mantenimento di possedimenti analoghi
esenti da tasse. Queste famiglie e istituzioni religiose privilegiate tendevano ad accrescere terre,
sviluppando nuovi terreni agricoli, mentre i credenti devoti, compresi gli imperatori, comunemente
facevano donazioni di terre alle istituzioni buddhiste;

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poiché i potenti nobili e il clero riuscivano in genere a ottenere l’esenzione fiscale per le nuove acquisizioni,
il governo veniva così a perdere le entrate che esse avrebbero potuto rappresentare. D’altra parte,
l’aumento della popolazione e delle spese della corte rendeva necessaria la messa a coltura di nuove terre
e, poiché il governo non era all’altezza del compito, si demandò ad altri lo svolgimento di tale funzione:
temporanee esenzioni fiscali vennero concesse a chi intraprendeva la bonifica di nuove terre e nel 723 si
permise a costoro di conservare le terre per 3 generazioni; nel 743, si dovette riconoscere che questo diritto
equivaleva in realtà a un possesso permanente e nel 772 venne abolita ogni restrizione alla incorporazione
di terre incolte nei possedimenti privati. Poiché anche i piccoli possedimenti contadini tendevano a
diventare possessi permanenti della famiglia e la ridistribuzione delle terre non veniva effettivamente
attuata, l’intero sistema di equa distribuzione delle terre pubbliche tra i contadini uniformemente tassati
era divenuto lettera morta alla fine del secolo VIII; nello stesso tempo i grandi possedimenti cominciavano a
trasformarsi nei domini privati o feudi che avrebbero caratterizzato l’economia agricola giapponese nei
successivi

6 o 7 secoli. L’aumento delle esenzioni e delle evasioni fiscali accompagnò la crescita della

proprietà privata: solo i ricchi disponevano dei capitali necessari per la messa a coltura di nuove terre,
impresa considerevole se si trattava di risaie irrigate; di conseguenza, i terreni nuovi rimanevano
principalmente nelle mani delle ricche famiglie e delle grandi istituzioni religiose; queste ultime, favorite
dalla corte decisamente filobuddhista, furono le prime a ottenere l'esenzione fiscale e vennero ben presto
seguite dalle famiglie nobiliari che dominavano il governo. Molti governatori spogliarono il patrimonio
pubblico nel IX e X secolo appropriandosi indebitamente delle entrate e delle riserve dei governi locali: era
anche abitudine dei governatori accettare i vantaggi derivanti dalla carica senza lasciare a capitale per
svolgere effettivamente le loro funzioni, la nomina di membri della famiglia imperiale e d altri personaggi
altolocati ai posti di governatore venne quindi considerata specialmente nelle mani di avidi arrivisti o degli
aristocratici locali. Ansiosi com’erano di costituirsi possedimenti personali non soggetti a imposta, questi
funzionari erano facilmente corruttibili, non era quindi difficile ottenere esenzioni fiscali dalle autorità locali;
naturalmente il governo centrale si adoperava per arrestare queste pratiche illecite e divenne infatti
sempre più difficile ottenere dalle autorità della capitale il privilegio della esenzione fiscale. Per evitare la
diminuzione delle terre soggette a imposta furono nominati degli ispettori governativi e venne imposto alle
autorità provinciali una specie di resoconto alla fine del loro incarico in modo che ogni loro atto ricevesse
l’approvazione ufficiale sia dei successori che degli ispettori del governo centrale; ma neppure questi ultimi
si mantennero estranei alle collusioni, del reto la loro azione poteva anche essere ostacolata o frustrata
dalla distruzione apparentemente accidentale dei registri fiscali. Così la situazione finanziaria continuò a
deteriorarsi rapidamente nel corso del IX secolo, e nel X secolo, la maggioranza dei contadini e la maggior
parte delle terre agricole erano ormai distribuite tra domini esenti da imposte e praticamente autonomi; il
sistema fiscale era quindi decisamente in decadenza e ciò implicava il progressivo indebolimento del
governo nonché la paralisi di molti dei suoi organi, ai quali non restavano ora che poche terre pubbliche e
scarsi contribuenti da amministrare.

LA MODIFICAZIONE DEL GOVERNO CENTRALE

Se le condizioni del governo centrale erano estremamente gravi, non bisogna per questo ritenere che
analoga fosse la situazione generale del paese: al contrario, il rapido incremento economico e geografico
era stata una delle ragioni principali del fallimento delle istituzioni importate dalla Cina, mentre la messa a
coltura di nuove terre fu un fattore determinante nello sviluppo di domini esenti dall’imposta. Inoltre,
mentre il reddito del governo centrale andava gradualmente diminuendo, quello delle famiglie
aristocratiche della corte, proveniente dai domini che esse possedevano o proteggevano, era invece in
costante aumento; grazie a questa aristocrazia ricca e autosufficiente la corte stessa poteva quindi
mantenersi con un certo fasto: al governo centrale restava solo la funzione di regolare il cerimoniale di
corte, e quasi tutte le cariche del vecchio sistema di tipo cinese vennero mantenute come titoli
onorifici, anche dopo le funzioni ad esse associate si erano estinte. Alla fine, quelle che ne secolo VIII erano

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state importanti cariche governative degenerarono in titoli ereditari meramente onorifici, assegnati
senza tener conto dell'età o delle capacità del

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beneficiario; in seguito alcuni di questi titoli si mutarono semplicemente nel nome familiare o personale di
coloro che li avevano ereditati. Gradualmente le più antiche istituzioni furono sostituite da una struttura
molto semplificata per lo svolgimento delle funzioni notevolmente ridotte del governo centralizzato: come
ad esempio i revisori dei conti col tempo divennero l’unico strumento di controllo delle province; l’ufficio
degli archivisti era diventato l’organo per la redazione dei decreti imperiali e la trasmissione delle petizioni
al trono; infine gli esaminatori dei reati o commissari di polizia diventarono l’unica forza per osservare le
leggi e mantenere l’ordine: in tal modo 3 gruppi relativamente piccoli e organizzati semplicemente
divennero nel corso del X secolo gli unici organi effettivamente operanti di quella che un tempo era stata
un'organizzazione amministrativa centrale complessa e ben organizzata.

IL PERIODO FUJIWARA

Mentre erano in atto questi mutamenti nel governo centrale e nelle sue basi finanziarie, la famiglia dei
Fujiwara, discendente di Kamatari, assumeva gran parte del potere e del prestigio appartenenti un tempo
agli imperatori: nel IX secolo i Fujiwara si erano assicurati una parte preponderante delle più alte cariche e
stavano acquistando un’influenza considerevole sulla famiglia dell’imperatore concedendo le loro figlie
come imperatrici o concubine imperiali, questa solida posizione a corte si basava sulla forza economica della
famiglia che possedeva estesi domini in tutto il paese. Nell’857 il capo del ramo settentrionale della
famiglia, Yoshifusa, discendente di Kamatari della 6 generazione, divenne Gran Ministro di stato; l’ano
seguente si proclamò reggente per conto del nipote di 9 anni che egli stesso aveva posto sul trono: fu
questo il primo caso di un imperatore bambino e di un reggente non appartenente alla famiglia imperiale.
In seguito alla carica di reggente per conto di un imperatore adulto si attribuì il nome di Kampaku;
dopo che Yoshifusa ebbe stabilito la supremazia del Fujiwara, i membri di questa famiglia monopolizzarono
quasi tutte le più alte cariche i governo e fornirono pressoché tutte le imperatrici e gran parte delle
concubine imperiali, ponendo i figli di queste sul trono; di fatto, il loro controllo del governo centrale fu così
completo che i 3 secoli compresi tra l’857 e il 1160 vengono comunemente indicati come il periodo
Fujiwara. Questa famiglia dominò infatti la corte di Kyoto quasi ininterrottamente: infatti eliminarono quasi
tutte le famiglie nobili per avere un aristocrazia di origine Fujiwara; nel XIII secolo i membri di questa
famiglia erano così numerosi che incominciarono a essere indicati con i nomi dei loro palazzi; fino al XIX
secolo i reggenti e i Kampaku furono scelti quasi sempre nei 5 rami principali, tra cui i Konoe, “Guardie
Imperiali “. Sebbene i Fujiwara fossero la famiglia più ricca e più potente di tutto il paese e dominassero
completamente gli imperatori e l’organizzazione del governo centrale, essi non usurparono mai il trono:
questo perché le concezioni dell'autorità ereditaria e la particolare atmosfera religiosa che circondava la
famiglia imperiale erano troppo sentite per poter essere ignorate anche da questa onnipotente famiglia. Il
potere e la gloria della famiglia Fujiwara raggiunsero l’apice sotto il pronipote di Tadahira, Michinaga, che
dominò la corte dal 995 fino alla sua morte nel 1027: Michinaga stabilì un brillante esempio per le età
successive, la sua amministrazione familiare costituì la vera fonte del potere nella capitale.

IL DECLINO DEI FUJIWARA E L’ASCESA DEGLI IMPERATORI ABDICATARI

Il figlio e successore di Michinaga, Yorimichi, che ricoprì le cariche di reggente e di Kampaku mantenne la
supremazia della famiglia ma nei suoi ultimi anni il potere dei Fujiwara cominciò a declinare: una delle cause
di questa graduale decadenza fu forse la minore efficienza del governo centrale; la scomparsa di un effettivo
controllo sulle province provocò un’ondata di disordini e di illegalità; la stessa Kyoto fu infestata da briganti
e fuorilegge. Per proteggersi, i grandi monasteri situati nell’area della capitale avevano costituito proprie
forze armate, che finirono a loro volta per diventare una fonte di torbidi nella capitale. Il declino dei
Fujiwara fu dovuto anche alle violente rivalità tra i vari rami in cui la famiglia si era ulteriormente divisa:
questo spezzettamento, causa di debolezza, permise agli imperatori i ritornare sulla scena politica; in
quanto onte teorica dell'autorità esercitata per tanto tempo dai Fujiwara, la famiglia imperiale era
l’unico gruppo, in seno all’aristocrazia di corte, capace di sfidare la supremazia dei Fujiwara. Quando
costoro allentarono il loro controllo sul governo, alcuni vigorosi imperatori riaffermarono la propria
autorità

106
e riassunsero gran parte dei poteri, drasticamente ridotti, che ancora restavano al governo centrale. Ma
mentre a Kyoto continuava questa lotta tra gli imperatori abdicatari i reggenti e i Kampaku Fujiwara , la
posizione della corte imperiale decadeva sempre più fino a perdere anche gli ultimi resti di potere
effettivo.

LA NATURALIZZAZIONE DEL BUDDHISMO E DELL’ARTE

Il periodo Fujiwara, per la costante decadenza dell'autorità del governo centrale, viene solitamente
considerato un’epoca di generale declino; questo giudizio è però applicabile soltanto alle istituzioni politiche
centralizzate di origine cinese, poiché in altri campi la crescita fu notevole; lo sviluppo del sistema feudale
portò a un considerevole aumento delle terre coltivate. Alla decadenza politica della capitale non
corrispose una stasi culturale: il periodo Fujiwara fu anzi da questo punto di vista uno dei più brillanti di
tutta la storia giapponese; la società ricca e raffinata, dotata di una profonda sensibilità estetica e di grande
immaginazione creativa nel campo artistico e letterario, era mantenuta dal sistema di latifondi. L’alta
cultura dei Fujiwara scaturì da una completa e naturale fusione di elementi cinesi, ormai assimilati, con
tendenze indigene più antiche, fusione che sviluppò nuovi orientamenti sia nelle belle arti che nella
letteratura, nonché un modo di vita tipicamente giapponese. Una delle principali differenze tra il periodo
Fujiwara e l’epoca precedente consiste nel rapido declino dei modelli culturali cinesi: gran parte degli
elementi essenziali della civiltà del Regno del Centro erano ormai stati accolti e stavano subendo modifiche
così radicali che eventuali nuove adozioni sembravano superflue; non era più necessario imitare gli aspetti
minori della cultura cinese mentre i suoi elementi più importanti, già noti in Giappone, venivano
abbandonati o a tal punto trasformati da risultare irriconoscibili. Un altro indice del mutato atteggiamento
fu la fine delle ambascerie in Cina: dopo la spedizione dell’838 non vi furono più iniziative del genere per
oltre 50 anni; questo nuovo atteggiamento aveva però ragioni più profonde come l’impoverimento centrale
e la sensazione dei giapponesi di non avere più bisogno dell’ispirazione culturale che era stata il frutto più
importante di queste ambascerie. In seguito però le navi cinesi riuscirono a controllare il commercio privato
in aumento in quelle acque; in realtà l’intensificarsi dei contatti commerciali privati fu probabilmente una
delle ragioni che determinarono la fine delle costose ambascerie. Inoltre, in Giappone dove si stava
disgregando il governo centralizzato di tipo cinese, la filosofia di Confucio non rappresentò un grande
ostacolo per il buddhismo, la cui supremazia non venne minacciata seriamente nemmeno dalle antiche
credenze dello shinto; il Giappone rimase quindi fino ai tempi moderni un paese essenzialmente buddhista,
mentre la religione indiana continuò a decadere sia in Cina che in Corea. Fu durante il periodo Fujiwara che
si andò affermando il buddhismo giapponese, infatti le credenze buddhiste che in Giappone fino a quel
momento avevano tratto ispirazione soprattutto dall’estero, cominciarono in vario modo a naturalizzarsi; un
altro aspetto della completa assimilazione del buddhismo fu la più stretta correlazione dei Kami dello
shinto con le divinità buddhiste. Inoltre, molti santuari dello shinto e templi buddhisti cominciarono ad
essere amministrati congiuntamente: l’incorporazione dello shinto nel buddhismo e la sua conseguente
rielaborazione come forma locale della verità universale buddhista vennero sistematizzate nel secolo XII, dai
preti della setta Shingon, nel “duplice shinto”; soltanto nel XIX secolo lo shinto si separerà dal buddhismo
ritornando ad essere completamente autonomo. Uno sviluppo ancora più importante fu la grande
popolarizzazione del buddhismo in tutta la società giapponese, forse mai prima di allora la sua influenza si
era estesa così rapidamente alle classi inferiori. L’incorporazione della chiesa buddhista nella società
aristocratica e nel l’economia a base familiare del periodo Fujiwara fu un altro aspetto importante della sua
assimilazione: i templi finirono per possedere alcuni dei maggiori latifondi e in seguito costituirono proprie
unità militari formate da lavoratori agricoli e monaci guerrieri e destinate a proteggere le terre e i privilegi
dei templi stessi. Le scissioni tra le sette andarono di pari passo con l’irrigidirsi delle divisioni tra le varie
famiglie della società secolare: le divisioni settarie che in Cina e anche in Giappone nel periodo di Nara
erano state piuttosto vaghe e prevalentemente di carattere filosofico, si cristallizzarono dando luogo a
entità amministrative nettamente separate. Le divisioni e suddivisioni settarie provocarono naturalmente
aspre lotte intestine e con l'autorità centrale, sia per il possesso delle terre sia per la definizione dei diritti e
dei doveri del clero; le sette

107
cominciarono addirittura a impegnarsi in scontri armati, per tutto il periodo che va dalla fine de secolo XI al
XVI, eserciti di religiosi marciarono più volte su Kyoto, portando le armi e i sacri simboli dello shinto, per
costringere la corte terrorizzata a pronunciare giudizi a loro favore. Comunque, se da una parte la forza
militare e l’insubordinazione politica dei monasteri erano un chiaro indizio del triste declino del governo
centrale, dall’altra essi erano l’espressione di una tendenza ancor più importante: il sorgere i nuovi focolai di
forza militare estranei al governo.

GLI ALFABETI GIAPPONESI

Il complesso dei caratteri cinesi, scritti in corsivo e in forma abbreviata, venne chiamato HIRAGANA, mentre
gli elementi scelti fra i caratteri per rappresentare i valori fonetici diedero origine al KATAKANA; la lingua
contemporanea può in effetti essere scritta con maggiore facilità e precisione usando 17 lettere
dell’alfabeto latino (ROMAJI) con l’aggiunta di 2 segni diacritici.

CAPITOLO DODICESIMO

IL GIAPPONE FEUDALE: L’ALLONTANAMENTO DAL MODELLO CINESE

LA FORMAZIONE DI UNA SOCIETA` SEMIFEUDALE

A partire dal XII secolo la nostra attenzione si sposta quindi dalla vita sempre più stagnante di Kyoto
alla società provinciale, meno raffinata ma più dinamica; questo mutamento di direzione fu un riflesso
dell’aumentata importanza delle zone periferiche: verso il 1100 il divario culturale, un tempo notevole, tra
la capitale e il resto del paese si era considerevolmente ridotto in seguito al declino delle fortune della corte
e alla crescita della ricchezza e della cultura del Giappone rurale. Il totale delle aree coltivate si era
notevolmente esteso con il sistema delle grandi tenute: la necessità di trasportare parte dei prodotti
agricoli dalle province al distretto della capitale, dove risiedevano i proprietari, contribuì inoltre allo sviluppo
di una rete stradale e di corsi d’acqua più efficiente di quella utilizzata dall’ordinamento politico
relativamente centralizzato del periodo di Nara. Di conseguenza, il movimento delle merci e delle persone
attraverso il Giappone nel XII secolo fu notevolmente superiore a quello del secolo VIII; in diverse località
cominciarono anche a formarsi dei centri di industrie per la fabbricazione della carta o la lavorazione del
ferro e del vasellame, ed è questa una testimonianza del diffondersi delle conoscenze tecnologie. Notevole
fu anche la crescita degli scambi con l’estero, che non influenzò esclusivamente la capitale, come era
accaduto in passato, bensì il paese nel suo complesso; le navi mercantili cinesi frequentavano i porti del
Giappone in numero sempre crescente, mentre i commercianti giapponesi avevano cominciato ad
avventurarsi all’estero.

IL SISTEMA DELLE GRANDI TENUTE

La vita nelle province, pur essendo caratterizzata come quella della capitale dalla grande importanza
attribuita alle distinzioni di classe e ai diritti ereditari, presentava dei tratti peculiari, poiché si accentrava
sulle tenute agricole private o feudi; queste tenute differivano sensibilmente per le origini storiche,
l’organizzazione e l’estensione. Le tenute non erano possedute e dirette da gruppi familiari e pseudofamliari
coesi, il sistema fondiario di tipo cinese aveva lasciato una complessa eredità di diritti legali e il reddito di
una singola tenuta poteva andare ripartito tra molti gruppi privi di legami di sangue veri o presunti; le
persone legate alle tenute rientravano generalmente in 3 o a volte 4 categorie sociali distinte, determinate
in base alla funzione che esse svolgevano nella tenuta stessa. La categoria inferiore era formata da
coloro che lavoravano la terra, a loro volta divisi in varie sottocategorie, tra le quali la più bassa era quella
dei braccianti; al di sopra dei coltivatori venivano gli amministratori delle tenute, rappresentanti dei
proprietari spesso assenti o discendenti di vecchi aristocratici locali che per ottenere protezione avevano
108
incorporato i loro poderi nelle più vaste tenute. A un livello superiore stavano i proprietari: potenti famiglie
locali, aristocratici di corte e istituzioni religiose influenti; se il proprietario non aveva a corte un
posizione tale da ottenere per la propria tenuta agevolazioni fiscali, egli si trovava a

109
dipendere da un’altra categoria di persone, quella ei protettori legali. Tutti questi gruppi godevano di
diritti legali propri a ciascuna categoria che li autorizzavano a ricevere una percentuale fissa dei prodotti
della tenuta o più spesso i frutti di determinati appezzamenti della tenuta stessa, questi potevano venire
ereditati sia dagli uomini che dalle donne e Anche divisi liberamente in quanto non esisteva un diritto di
primogenitura.

I MINAMOTO E I TAIRA

Nella società provinciale in evoluzione il gruppo più importante risultò costituito non dai coltivatori, alla
base della scala sociale, né dai proprietari assenteisti o dai protettori legali, al vertice, ma da coloro che
detenevano effettivamente il controllo delle tenute, cioè i proprietari residenti nelle province e i vari tipi di
amministratori; questi capi locali discendevano probabilmente in gran parte dai vecchi aristocratici
provinciali degli uji, che erano stati trasformati, con l’introduzione del sistema T’ang, in funzionari locali e
che manifestamente detenevano in gran parte il controllo delle province. I più forti tra questi discendenti
degli uji erano diventati dei proprietari, gli altri avevano occupato posizioni amministrative nelle tenute
altrui; nel IX e nel X secolo, membri minori dei Fujiwara e di altre famiglie nobili d Kyoto, come del resto
discendenti collaterali degli imperatori, avevano spesso cercato di ricoprire cariche provinciali allo scopo di
costituirsi un patrimonio. Costoro, sostenuti da ciò che restava dell'autorità del governo centrale e
appoggiati da dipendenti armati che generalmente li seguivano dalla capitale, riuscirono spesso ad
accumulare ricchezze considerevoli e quindi talvolta preferirono stabilirsi in permanenza nelle tenute
anziché ritornare a occupare posizioni relativamente modeste nella capitale. I membri della famiglia
imperiale che si stabilivano nelle province cessavano ben presto di essere considerati dei principi e
diventavano i capi di famiglie indipendenti; con l’estendersi della dinastia imperiale e l’esaurirsi delle finanze
governative, fu necessario separare i rami collaterali con l’attribuzione di cognomi loro propri e rendendoli
finanziariamente autosufficienti con la nomina dei loro membri a funzionari nel governo centrale o nelle
province Minamoto e Taira furono i due cognomi imposti ai figli e ai nipoti separati della famiglia imperiale.
Entrambi i nomi vennero assegnati in seguito, a varie riprese, ad altri gruppi di principi; la più famosa
delle numerose famiglie Minamoto faceva risalire la propria origine all’imperatore Seiwa e fu quindi nota
come la Seiwa Genii.

LO SVILUPPO DI UN’ARISTOCRAZIA MILITARE RURALE

Con graduale declino del governo centrale i capi locali, discendenti dai rami della famiglia imperiale, dalla
nobiltà di corte e dalla vecchia aristocrazia locale, si impadronirono dell’effettivo controllo delle loro
rispettive regioni; essi amministrarono le tenute in cui il Giappone si era suddiviso anche se queste erano
per la maggior parte possedute o legalmente protette dagli aristocratici di corte o dalle istituzioni religiose
della regione della capitale. I protettori e i proprietari lontani traevano un reddito fisso delle tenute, ma il
controllo che essi esercitavano era, nella migliore delle ipotesi, indiretto: in particolare, le questioni
riguardanti la difesa militare e il mantenimento dell'ordine in questo periodo di dilagante illegalità
ricadevano interamente sulle spalle dei capi locali, di conseguenza questi ultimi diventarono una classe
essenzialmente militare. Già nel secolo XI i capi del Giappone rurale si erano chiaramente trasformati in
un’aristocrazia guerriera, ma probabilmente non si trattava di uno sviluppo del tutto nuovo; quando le
istituzioni militari di tipo cinese cessarono di funzionare, l’aristocrazia rurale riprese quindi il suo
vecchio ruolo militare, l’esercito di leva venne completamente abbandonato nel 792 e sostituito da piccoli
corpi di milizie volontarie reclutati tra l’aristocrazia provinciale; nel corso del IX secolo le funzioni svolte
dalle guardie della capitale vennero assunte dai commissari di polizia, scelti in gran parte tra gli stessi capi
provinciali. Il cavaliere nobile del Giappone del XII secolo, appoggiato da pochi servi a piedi, costituiva la
base della forza militare; infatti nel corso della battaglia, egli tendeva ad agire in modo completamente
indipendente, attaccando un cavaliere nemico di pari grado e affrontandolo in un combattimento
individuale.

110
GLI INIZI DEL FEUDALESIMO

In quanto proprietario o amministratore di una tenuta, il cavaliere si trovò giuridicamente a contatto con
gruppi ai quali non era legato da vincoli di parentela; la sua organizzazione militare non dipendeva
essenzialmente dai legami di sangue: i più piccoli e fondamentali gruppi difensivi erano formati
probabilmente dagli uomini armati di un’unica tenuta, reclutati tra gli amministratori e i coltivatori più
benestanti e abili nell’uso delle armi. I raggruppamenti più numerosi erano probabilmente fondati su
rapporti di vicinanza non meno che di parentela, gli uomini armati di tenute contigue potevano unire le
loro forze per difendersi reciprocamente, mentre i combattenti di tenute sparse, ma amministrate o
possedute da persone imparentate tra loro, potevano coalizzarsi; inoltre, molti guerrieri si univano di
solito ai gruppi più forti, attratti dalla fama o dalla personalità di certi capi. Una volta costituito, il rapporto
tra un capo e i suoi dipendenti o samurai (letteralmente servitore) poteva continuare per generazioni: il
capo ricompensava i suoi seguaci con terre o con cariche onorifiche e redditizie, dal canto loro, i seguaci
dovevano servirlo con assoluta lealtà. In origine si trattò chiaramente di un vincolo di reciproca utilità, ma
finì per venire idealizzato come un rapporto etico più che legale; in questo senso tale rapporto si avvicinava
ai legami di parentela e rappresentò quindi una rinascita del vecchio tipo di organizzazione uji, per quanto la
maggior parte degli armati delle più grandi cricche non fossero uniti da legami di sangue, veri o presunti.
Data l’importanza del prestigio ereditario, sembra che le cricche più numerose ed efficienti si siano
raggruppate i torno ai rami provinciali della famiglia imperiale e della nobiltà di corte, manche questi gruppi
vennero menzionate nelle cronache di Kyoto per guerre private tra gruppi di potere locali. E fu con guerre
come queste che le più forti bande di guerrieri acquistarono prestigio in tutto il paese e aumentarono
notevolmente il loro seguito: lo sviluppo della Seiwa Genji, la più grande trae prime cricche nel Kwanto è
forse dovuto a una più vigorosa sopravvivenza dello spirito tribale in queste zone relativamente arretrate
del paese. Il gran numero di conflitti armati che ebbero luogo può anche essere il risultato del persistere di
una più forte tradizione guerriera in questo territorio di confine; a ogni modo, tali conflitti sono la prova
della completa incorporazione della regione nell'unità politica giapponese. Queste guerre lontane ebbero
scarse ripercussioni a corte, se si eccettua il temporaneo arresto del flusso dei redditi proveniente dalle
tenute che erano teatro dei conflitti o la perdita dei diritti che i proprietari lontani potevano patire a causa
della confusione prodotta dalle guerre. I gruppi militari provinciali avevano comunque cominciato nel
frattempo a fare la loro comparsa nella capitale, alcuni guerrieri svolgevano già da anni la funzione di
commissari di polizia; nel secolo XI gruppi organizzati di aristocratici provinciali vennero chiamati a Kyoto
per mettere la loro forza al servizio delle autorità civili locali.

LA RIVALITA` TRA I TAIRA E I MINAMOTO

Una stretta associazione si stabilì tra talune famiglie di corte e alcune delle più potenti cricche militari,
legate alle prime dal sistema delle tenute o in altro modo; Michinaga si appoggiò soprattutto alla Seiwa
Genji e questo formidabile gruppo militare, che avrebbe acquistato un notevole prestigio con le successive
guerre, si guadagnò l’appellativo di “denti e artigli” dei Fujiwara. I suoi successori e in seguito anche gli
imperatori abdicatari si appoggiarono ai gruppi militari delle province per proteggere queste ultime dai loro
nemici e dai monaci armati e di altri monasteri: verso la metà del XII secolo le bande di guerrieri che
operavano nella capitale entrarono in conflitto per appoggiare gli intrighi dei loro signori imperiali e dei
Fujiwara; uno dei gruppi era capeggiato da un ramo della famiglia Taira che discendeva dall’imperatore
Kammu ma che, essendosi in seguito stabilito nella provincia di Ise, era noto con il nome di Ise Heike. Dal
periodo annuo durante il quale ebbero luogo le brevi lotte del 1159-60 e del 1156 sono note coi nomi i
guerra di Heiji e guerra di Hogen.
111
IL GOVERNO DEI TAIRA

112
Queste due piccole guerre, che si conclusero con l’eliminazione di tutti i rivali militari di Kiyomori e dei suoi
accoliti a corte, diedero a quest’ultimo l’assoluto predominio militare a Kyoto e, cosa che probabilmente
sorprese lo stesso Kiyomori, l’effettivo controllo di ciò che restava del governo centrale. In quanto
discendente dalla famiglia imperiale e avendo occupato a lungo una posizione di primo piano nel governo
centrale, Kiyomori si adattò senza difficoltà alla pratica ormai consacrata dal tempo di dominare i superiori
senza deporli: imperatori, imperatori abdicatari, reggenti e Kampaku Fujiwara non cessarono di rivendicare i
loro diritti al potere, ma fu Kiyomori la vera fonte di ogni autorità, anche se lasciò quasi tutte le più
importanti cariche governative ai Fujiwara; assunse però personalmente il titolo di Gran Ministro di stato
per qualche mese nel 1167 e fu per breve tempo Ministro Interno, un’alta carica che risaliva alla fine del X
secolo e he venne ricoperta anche dal suo abile figlio Shigemori. Comunque, Kiyomori seguì l’esempio dei
Fujiwara maritando le figlie a membri della famiglia imperiale e anche a reggenti Fujiwara. Molti dei
Fujiwara e alcuni membri della famiglia imperiale non accettarono di buon grado il nuovo potere del gruppo
militare guidato da Kiyomori, ma non erano in condizione di opporsi; comunque, la Ise Heike non aveva
certo il controllo dell’intero paese. Kiyomori ottenne dalla corte diritti su vaste tenute nella zona del Mar
Interno e investì molti dei suoi luogotenenti della carica di governatore, assai ambita dai guerrieri provinciali
in quanto il prestigio del titolo consentiva loro di costituirsi possedimenti terrieri e un seguito personale; ma
assai ridotto fu il controllo esercitato dai Taira sui grandi stabilimenti religiosi della regione della capitale e
ancora più debole quello sulle restanti cricche militari delle zone più remote. In realtà, il prestigio dei
Minamoto era ancora forte nel Kwanto e la trasformazione di Kiyomori e dei suoi seguaci da aristocratici
guerrieri rurali in nobili di corte probabilmente indebolì il suo ascendente personale tra la classe dei
guerrieri nel suo complesso, anziché rafforzarlo.

IL TRIONFO DEI MINAMOTO

Il terzo figlio di Yoshitomo, Yoritomo, risparmiato nel 1160 per la sua giovane età, era stato esiliato nella
penisola di Izu, divenuto adulto, egli levò lo stendardo della rivolta contro i Taira nel 1180, ottenendo
l’appoggio di molte famiglie, discendenti sia dai Taira che dai Minamoto, del Giappone orientale. Yoritomo
si impadronì ben presto di gran parte del Kwanto, sconfiggendo non solo i rivali locali ma anche le forze
inviate contro di lui da Kyoto; anche uno dei suoi cugini, Yoshinaka, si ribellò nella provincia di Shinano sulle
montagne centrali e nel 1182 riuscì a impadronirsi di vaste zone lungo la costa occidentale dell’Honshu.
Yoritomo, che nel frattempo aveva rafforzato il suo controllo sul Kwanto, non vide di buon occhio i successi
più spettacolari di Yoshinaka e inviò ingenti forze ad affrontarlo: i capi di questa spedizione furono i due
fratelli minori di Yorimoto che nonostante la giovane età, diedero prova di grande talento militare e nel
1184 sconfissero rapidamente il pur abile veterano Yoshinaka; nella primavera del 1185 ci fu una grande
battaglia navale dove fu annientato ( a Danno-ura)

IL PRIMO SISTEMA FEUDALE

Le guerre che si erano susseguite tra il 1156 e il 1185 avevano posto sotto il controllo delle cricche della
classe militare provinciale la capitale prima e in seguito l’intero paese; nel 1160, Kiyomori era diventato il
padrone militare di Kyoto oltre che della sua originaria base nella zona del Mar Interno; nel 1185, il successo
di Yorimoto ebbe ripercussioni più vaste: i combattimenti su vasta scala che per 5 anni avevano sconvolto il
Giappone dal Kwanto, a oriente, al Kyushu, a occidente, avevano anche stabilito il predominio della banda
dei guerrieri suoi seguaci in gran parte del paese, mentre il suo successo senza precedenti era servito a
consolidare la solidarietà di questi ultimi. Kiyomori era riuscito a stabilire il potere della propria banda di
guerrieri soltanto nell’ambito del governo imperiale in decadenza; Yorimoto fu invece in grado di estendere
il dominio del suo gruppo a tutto il paese. Il sistema del governo istituito da Yorimoto si basava su un
elemento caratteristico del sistema feudale, ossia una cricca militare ereditaria la cui coesione era assicurata
dalla personale lealtà dei vassalli verso il signore: così dopo la disfatta dei Taira, Yorimoto si trovò a essere il
capo riconosciuto della maggior parte dei guerrieri provinciali del Giappone, e il sistema che egli sviluppò
per controllare questi gruppo divenne ben presto il vero governo. L'autorità di Yorimoto

113
era l’unico efficiente sistema di governo e questo gli permise di ricompensare i suoi uomini con terre o
incarichi direttivi, oppure confermando loro i possedimenti e le cariche precedenti, anche se in teoria i
diritti sulle terre non derivavano da lui. Per questo non fu un vero e proprio sistema feudale, anche perché il
permanere di molte tenute nelle mani dei nobili di corte, della famiglia imperiale e delle istituzioni religiose
del distretto della capitale non erano caratteristiche feudali; rimanevano inoltre poche terre pubbliche che
ancora pagavano le imposte al governo civile. Le grandi guerre di un secolo e mezzo prima avevano
trasferito il possesso di molte tenute ai più forti aristocratici provinciali o avevano indotto i proprietari ad
affittare le terre a persone che, con la loro forza militare, potessero garantire la protezione; inoltre, i
guerrieri locali occupavano spesso la carica nominale di governatore.

IL SISTEMA DEGLI INTENDENTI E DEI POTETTORI

Anche prima del 1185, la maggior parte delle tenute nella regione del Kwanto erano possedute o
amministrate da membri della cricca di Yorimoto; la vittoria sui Taira permise a quest’ultimo di insediare
suoi dipendenti in quasi tutto il Giappone centrale e occidentale. Le terre confiscate ai Taira vennero
assegnate ai suoi luogotenenti e i partigiani dei vinti furono sostituiti, come amministratori, da uomini del
suo seguito, mentre ai proprietari o agli amministratori neutrali venne consentito di unirsi ai vincitori;
Yorimoto cercò di mettere un certo ordine nel sistema già nel 1185, nominando come intendente in ogni
latifondo un uomo di fiducia, anche se l'opposizione della corte di Kyoto gli impedì a quel tempo di insediare
suoi uomini in alcune tenute: i Taira avevano seguito questa politica soltanto in modo parziale, l’obiettivo di
Yorimoto era invece quello di applicarla all'intero paese. L’intendente, che traeva i mezzi di sussistenza dalla
propria quota spettantegli dei prodotti della tenuta che controllava, aveva soprattutto il compito di
sovraintendere alla equa ripartizione dei redditi del fondo tra il proprietario e i vari aventi diritto; il suo
compito era inoltre quello di mantenere la pace e l’ordine nel fondo stesso, fungendo da giudice e
svolgendo le altre funzioni di governo locale. Gli intendenti, in quanto membri e incaricati di una cricca
militare nazionale, esercitavano poteri molto superiori a quelli dei precedenti amministratori delle
tenute, che venivano nominati dai proprietari e di conseguenza operavano sotto il controllo più o meno
rigido di questi ultimi; il mutamento dello status della persona proposta al controllo dei fondi era un
sintomo del rapido declino dell'autorità dei proprietari di vecchio tipo e degli altri organi della
amministrazione civile durante le guerre che avevano portato al trionfo Yorimoto: la comparsa
dell’intendente come figura chiave della società provinciale rappresentò un notevole passo avanti verso la
completa feudalizzazione del Giappone. Gli intendenti, essendo economicamente autosufficienti, fornivano
a Yorimoto una amministrazione locale e una forza militare che non costava nulla: infatti, in quanto suoi
dipendenti personali, essi potevano in ogni momento essere chiamati alle armi; essendo gli effettivi
controllori dei fondi in cui era stato suddiviso quasi tutto il paese, essi governavano praticamente la maggior
parte della popolazione e controllavano il reddito del governo civile e della nobiltà di corte, in questo modo
gli intendenti costituivano praticamente l’amministrazione, sia militare che provinciale, del governo di
Yorimoto. Al fine di integrare in qualche modo il sistema degli intendenti, estremamente decentralizzato,
Yorimoto nel 1185 designò in ogni provincia un suo dipendente con funzioni di sorveglianza, in seguito noto
col nome di protettore: costoro erano responsabili della designazione dei dipendenti della loro zona per il
servizio di guardia e del mantenimento della pace e dell’ordine nelle province; dovevano inoltre servire
come comandanti dei dipendenti locali in tempo di guerra. Spesso avevano anche il titolo di governatori
dell'amministrazione civile, per quanto questa carica non fosse ormai altro che un posto di prestigio; il
sistema dei protettori non era del tutto nuovo, poiché anche in epoche precedenti capi militari provinciali
avevano temporaneamente svolto funzioni analoghe; Yorimoto creò comunque un sistema uniforme e
permanente, e la carica di protettore diventò ben presto ereditaria.

GLI ORGANI DI GOVERNO DI KAMAKURA

All’inzio della ribellione Yorimoto aveva stabilito il suo quartier generale a Kamakura nel Kwanto, oggi una
ridente stazione balneare a sud di Kyoto; anche dopo la presa di Kyoto egli rimase a

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Kamakura, nei pressi della sua base, contribuendo così ad evitare che la sua cricca venisse parzialmente
assorbita dall'aristocrazia di Kyoto, come era accaduto ai Taira. In effetti il successo di Yorimoto, ossia
tanto l’ascendente che si era guadagnato sui membri rivali della sua stessa famiglia quanto il sistema
politico, più duraturo di quello dei Taira, che egli riuscì a instaurare, derivò forse soprattutto dalla più
forte base locale del suo potere e dalla decisione di mantenere la sede del governo nei territori orientai; egli
non cercò neppure di ottenere alte cariche nella amministrazione di Kyoto e costituì invece un governo
indipendente a Kamakura. Si trattò in sostanza della rielaborazione di istituti da tempo in uso nelle
amministrazioni familiari dei grandi nobili di corte e delle più importanti famiglie di guerrieri. Un consiglio
amministrativo fungeva da organo esecutivo centrale: il consiglio dei dipendenti istituito da Yorimoto
regolava le questioni relative ai dipendenti stessi, assegnando comiti militari e decidendo le pene e le
ricompense; il consiglio di inchiesta era invece un tribunale di ultima istanza che amministrava il diritto
consuetudinario della famiglia. Questi consigli funzionavano come comitati, emanando solo decisioni
unanimi, il che impediva che uno qualsiasi dei membri diventasse una fonte indipendente di autorità e
assicurava a tutti protezione sotto l’ala della responsabilità collettiva; da allora in poi i giapponesi hanno
sempre rivelato una marcata preferenza per la direzione collegiale e una notevole abilità nell’applicarla.
Teoricamente, le leggi che il consiglio di inchiesta faceva rispettare avevano valore solo per i membri della
famiglia Minamoto e i molti dipendenti ad essa legati dal vincolo di lealtà ; in pratica tali leggi erano
diventate le sole che contassero in Giappone in quanto erano le sole appoggiate da un potere effettivo: di
conseguenza, anche i nobili di corte e guerrieri si recarono a Kamakura per sottoporsi alla giustizia che il
consiglio di inchiesta amministrava severamente ma equamente, tenendo in debita considerazione i
precedenti e le testimonianze documentarie. Alla fine, nel 1232, la legge di famiglia dei Minamoto venne
incorporata in un codice redatto dal consiglio amministrativo e denominato Codice Joei dal periodo annuo
durante il quale venne compilato; esso conteneva norme generali riguardanti la condotta della classe
militare, era basato sull’esperienza ammnistrativa acquisita dal governo di Kamakura nei 4 decenni
precedenti e divenne ben presto il sistema legislativo vigente in tutto il Giappone.

IL TITOLO DI SHOGUN

Yorimoto cercò di ottenere, per ogni atto importante, la sanzione della corte di Kyoto, ma il suo fu un
governo puramente privato: soltanto nel 1192 la posizione di questo governo privato divenne formalmente
riconosciuta quando la corte nominò Yorimoto SHOGUN “ generalissimo vincitore dei barbari ”, titolo già
attribuito talvolta a grandi generali a partire dall’epoca delle guerre contro gli ainu ; Yorimoto era già
stato riconosciuto intendente generale e protettore generale del sistema che egli stesso aveva creato, ma
il titolo di shogun gli attribuiva ora uno status ben definito nel governo di Kyoto. In qualità di generalissimo
gli venne delegata la autorità militare dell’imperatore e il suo governo divenne così in un certo senso un
governo militare provvisorio per conto dell’amministrazione di Kyoto ; il titolo di shogun divenne
tradizionale per i dittatori militari ereditari che avrebbero controllato quasi ininterrottamente il Giappone
durante i 7 secoli successivi, tanto che la loro amministrazione militare venne definita SHOGUNATO, in
contrasto con il governo civile o “ governo della tenda ”.

LO SHOGUNATO DI KAMAKURA : LA FINE DEI MINAMOTO

Il primo grande problema che lo shogunato di Kamakura dovette affrontare fu la prematura estinzione della
famiglia shogunale, sulla quale si accentrava il sistema dei vincoli di lealtà personali: il fatto che lo
shogunato riuscisse a sopravvivere a questo disastro è una prova dell’abilità con la quale Yorimoto e i suoi
colleghi avevano costruito il loro governo; si tratta inoltre di una ulteriore testimonianza della capacità dei
giapponesi di governare tramite regnanti fantoccio. Lo shogunato Minamoto poté sopravvivere alla
estinzione della famiglia poiché il potere era già passato in altre mani; lo stesso Yorimoto contribuì in uguale
misura al trionfo della famiglia e alla sua fine: egli aveva in grande sospetto i suoi parenti più stretti ed era
particolarmente geloso dei successi militari del fratello, Yoshitsune. Quando quest’ultimo si recò a
Kamakura per riferire, dopo la vittoria sui Taira, Yorimoto si rifiutò di riceverlo: Yoshitsune ben presto fu
spinto alla ribellione e

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alla fine fuggì nell’Honshu settentrionale mettendosi sotto la protezione della famiglia Fujiwara; nel 1189,
venne però ucciso dal nuovo capo di questa casata, timoroso della collera di Yorimoto. Il tradimento non
salvò però questo e l’ultimo importante centro di un potere militare indipendente, nello stesso anno
Yorimoto marcio verso il Nord e annientò i Fujiwara portando così per la prima volta tutto il Giappone sotto
il controllo di un unico capo militare. Di conseguenza, quando egli morì nel 1199, i soli membri del ramo
principale dei Minamoto che gli sopravvissero furono i suoi 2 giovani figli: l’amministrazione di Kamakura,
comunque, venne mantenuta in vita dal principale seguace di Yorimoto, sebbene a prezzo di ripetuti e
cruenti conflitti intorno ai 2 eredi di questo e ai 3 figli del maggiore di essi. Infine, uno dei gruppi rivali riuscì
a stabilire la propria supremazia: i vincitori della lotta per il potere shogunale furono i membri della famiglia
Hojo, discendente dai Taira, alla quale apparteneva la moglie di Yorimoto, che egli aveva rapito durante il
suo esilio; come molte altre famiglie, gli Hojo avevano adottato come loro cognome il nome di una
località. Tre successive generazioni di questa famiglia furono i principali autori del consolidamento del
governo di Kamakura e della continuità del sistema di Yorimoto: nel 1203 la vedova di Yorimoto, Masako, e
suo padre, Tokimasa, eliminarono alcuni dei loro principali rivali e costrinsero all'abdicazione il figlio
primogenito e successore di Yorimoto, Yoriie, che aveva dimostrato scarse attitudini di comando. Nel 1203,
Tokimasa aveva assunto il titolo di reggente shogunale e Yoshitoki ne seguì l'esempio, in tal modo gli Hojo
fecero un ulteriore passo in avanti nel processo di delega ormale del potere.

LA GUERRA DELLO SHOKYU

Go-Toba, posto sul trono da Yoshinaka, diede prova di grande energia costituendosi una forza armata
composta di uomini provenienti dalle tenute imperiali ed estendendo considerevolmente il suo potere nella
regione della capitale nel corso della sanguinosa lotta tra gli Hojo e i loro rivali di Kamakura. La fine dei
Minamoto e il trionfo di Yoshitoki rivelarono immediatamente i rapporti esistenti tra il reggente shogunale e
l’imperatore abdicatario, così nel 1211, Go-Toba dichiarò Yoshitoki ribelle, quest’ultimo inviò ingenti forze
che domarono rapidamente la ribellione dell’imperatore abdicatario: questo episodio, noto col nome di
guerra dello Shokyu dal periodo annuo, ebbe conseguenze assai vantaggiose per lo shogunato. Yasutoki e
Tokifusa rimasero a Kyoto per sorvegliare la corte, ricoprendo la carica di rappresentanti shogunali per tutto
il Giappone occidentale e rafforzando così il controllo esercitato dal governo di Kamakura su quella parte del
paese. Tuttavia, nonostante il rigoroso controllo militare esercitato su Kyoto, gli Hojo mostrarono sempre
un grande rispetto per il trono in quanto fonte di ogni autorità legittima. Dopo la guerra dello Shokyu
gli Hojo governarono il Giappone, con severità e giustizia per più di un secolo.

LE INVASIONI DEI MONGOLI

A partire dal 1266, Qubilay, il conquistatore mongolo dei Sung meridionali, inviò a più riprese delle
ambascerie per costringere i giapponesi a entrare in rapporti tributari con la Cina: la corte di Kyoto fu presa
dal panico, ma Tokimune, reggente shogunale, rifiutò orgogliosamente di piegarsi ai mongoli. Infine, nel
1274, l’imperatore Yuan inviò dai porti della Corea un contingente misto di mongoli e coreani, dopo aver
annientato i difensori delle isole, l’esercito mongolo incominciò a sbarcare nel Kyushu settentrionale; il
governo di Kamakura si affrettò a inviare rinforzi e i suoi dipendenti del Kyushu attaccarono
immediatamente gli invasori. Il primo scontro non si risolse tuttavia in una netta vittoria mongolo, giacché
durante la notte gli invasori ripresero il mare malgrado il tempo cattivo, e fecero ritorno in Corea con
gravi perdite causate sia dalla tempesta che dalle spade giapponesi. Diverse volte i mongoli inviarono
contingenti misti di mongoli, cinesi e coreani, ma i giapponesi erano pronti ad affrontarli: i mongoli vennero
bloccati nella baia per quasi due mesi, nel frattempo le più agili imbarcazioni giapponesi fecero strage delle
giunche degli invasori nelle strette acque della baia; inoltre un tifone distrusse gran parte della flotta
mongola e fece areare le navi superstiti che furono facile preda dei giapponesi. Probabilmente meno di
metà delle forze continentali completamente sconfitte, riuscirono a ritornare in patria: il governo di
Kamakura mantenne le sue difese per i 2 decenni successivi, ma i mongoli non ritornarono più; la fortuna
dei giapponesi fu che tali invasioni ebbero luogo proprio in questo periodo, giacché uno o

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due secoli prima o dopo la mancanza di coesione militare avrebbe impedito loro di fronteggiare tali attacchi
con tanto successo.

LA CULTURA DELLA PRIMA ETÀ FEUDALE

Le invasioni mongolo furono una chiara testimonianza degli accresciuti rapporti col continente: questi
contatti naturalmente recarono nuove influenze, ma, nel corso di questo periodo, la cultura giapponese
anziché ritornare ai modelli cinesi si avviò verso una ancor più decisa autonomia. Per questi guerrieri
feudali due ideali si elevavano sugli altri: la virtù militare e la lealtà personale, anche l’onore e la
discendenza da una stirpe militare, egli preferiva la morte alla cattura o al disonore. Nella società feudale, la
lealtà personale al signore era una virtù ancora più importante del coraggio; il dipendente doveva al
signore una lealtà assoluta e indiscussa, anche fino alla morte, ma quando la lealtà, come spesso
accadde, entrò in conflitto con gli interessi personali, si rivelò inevitabilmente come l’anello fragile della
catena feudale.

LE TENDENZE LETTERARIE

Per quanto la tradizione del romanzo declinasse gradualmente durante il periodo di Kamakura,
continuarono ad apparire racconti storici e buddhisti e storie della corte romanzate, simili a quelle del
periodo Fujiwara: queste opere, per quanto di contenuto diverso da quelle del periodo Fujiwara, sono ad
esse molto simili per lo stile e gli atteggiamenti emotivi; le storie delle gesta della classe militare, che
incominciarono ad apparire in questo periodo, sembrano invece scaturire da un mondo
completamente diverso. Queste storie di guerra narrano in modo avvincente e organico la serie delle
battaglie che portarono al trionfo prima dei Taira e poi dei Minamoto: pur essendo storicamente precise
nello schema generale, esse sono ricche di particolari fantastici; le storie di guerra sono senza dubbio le
fonti più attendibili per gli avvenimenti che portarono al trionfo dei Minamoto.

LA RINASCITA DEL BUDDHISMO NEL PERIODO DI KAMAKURA

La prima età feudale in Giappone, come in Europa, fu un periodo di fede ardente e di grande fervore
religioso, i militari giapponesi erano generalmente sinceri credenti buddhisti; il fervore buddhista del primo
periodo feudale sembra essere scaturito in parte dall’interrotto stato di guerra di quegli anni, che spinse gli
uomini a desiderare ardentemente una salvezza dai dolori del mondo. Il feudalesimo appare come un
sistema gerarchico e repressivo, ma nel Giappone del XII secolo sembra si sia accompagnato ad un certo
grado di liberalizzazione sociale; l’antica società giapponese era stata completamente dominata dall’alto da
una ristretta aristocrazia di corte; il feudalesimo, oltre a porre in primo piano la più numerosa e decentrata
classe dei guerrieri, sembra aver anche elevato le classi inferiori a una posizione più sicura e importante di
quella che esse avevano occupato nei periodi di Nara e Fujiwara. In questo periodo ritornarono sulla scena
la setta della Pura Terra e la Vera Setta, la setta di Nichiren e le sette Zen, lo shinto e le antiche sette
buddhiste.

IL CROLLO DEL SISTEMA DI KAMAKURA

Il sistema politico creato da Yorimoto, per quanto meno centralizzato e organizzato del governo di Nara,
diede probabilmente al Giappone una direzione più efficiente ed ebbe sicuramente una forza militare molto
superiore: nel XIII secolo la produzione agricola era aumentata considerevolmente, le vie di
comunicazione migliorate e il commercio e le manifatture in netta espansione; l’intera economia aveva
raggiunto un livello molto alto, rispetto al passato, e grande era stato il progresso culturale della nazione,
anche se ne Kyoto ne Kamakura potevano competere con lo splendore della antica capitale imperiale. Una
rapida crescita culturale, politica ed economica caratterizzò inoltre e successive fasi di questo periodo
feudale: sembra infatti che la decentralizzazione del potere e la diversificazione della società feudale siano
stati dei fattori di sviluppo graduale più efficienti del sistema di controllo politico, basato su
un’organizzazione più complessa e su una centralizzazione più integrale, che caratterizzò invece la storia
cinese. D’altra parte il sistema
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politico feudale, che si fondava su legami personali di lealtà, era mal preparato a sostenere mutamenti
economici e sociali resi possibili proprio dalla sua meno rigida organizzazione; l'instabilità politica fu infatti
un elemento caratteristico sia del Giappone che dell’Europa feudale.

IL DECLINO DELLO SHOGUNATO

Anche se il sistema di Kamakura dimostrò di poter reagire meglio dei suoi successori alla sfida rappresentata
dai mutamenti storici, esso si trovò in serie difficoltà già un secolo dopo la sua fondazione: la coesione e
l’energia dei fondatori del sistema scemarono via via con le successive generazioni, la giustizia venne
amministrata con maggiore lentezza e minor rigore, mentre in seno alla famiglia Hojo si moltiplicarono i
contrasti. La tradizionale importanza attribuita dai guerrieri del Kwanto alla semplicità dei costumi e alla
frugalità scomparve, in parte a causa dei sempre più frequenti contatti con il lusso della corte di Kyoto; la
permanenza dei guerrieri in questa città, alle dipendenze dei due rappresentanti di Rokuhara e d’altra parte,
lo stabilirsi a Kamakura dei nobili Fujiwara e in seguito dei principi imperiali con il titolo di shogun, portò
naturalmente a una fusione delle due società ed ebbe conseguenze negative per i guerrieri, il cui amore
al lusso della corte non si conciliava con le effettive disponibilità finanziarie. La lealtà dei vassalli, che aveva
permesso di superare la crisi provocata dalla estinzione della famiglia di Minamoto, cominciò a scemare col
passare delle generazioni; la devozione personale dei membri della vecchia cricca guerriera di Yoritomo
difficilmente poteva essere eguagliata dalla lealtà dei loro discendenti verso i suoi insignificanti successori.
Ciò che restava della loro lealtà venne ulteriormente indebolito dalle invasioni mongole, giacché molti di
essi furono soggetti per anni a pesanti obblighi militari e alla fine non vi fu un bottino, nella forma di
tenute o di intendenze, da ripartire tra vincitori, come sarebbe invece accaduto nel caso di una guerra
interna; l'impoverimento dei dipendenti costituiva un problema altrettanto grave. Poiché il feudalesimo
giapponese non aveva ancora adottato un sistema di primogenitura, spesso i patrimoni venivano divisi tra
numerosi figli, ciascuno dei quali ereditava però tutte le prestazioni militari che il padre aveva corrisposto al
governo di Kamakura; per molti dipendenti fu difficile provvedere al proprio sostentamento durante i
periodici servizi di guardia o anche provvedere al cavallo, alla corazza e alle armi richieste dalla loro
condizione, di conseguenza, molti si indebitarono e furono costretti a impegnare i loro diritti sui latifondi.
Con l’allentarsi dei legami di lealtà verso il governo di Kamakura e con il generale impoverimento della
classe dei dipendenti alcuni tra i guerrieri locali più forti e ricchi acquistarono via via una posizione di
rilievo; da questi capi i guerrieri minori cominciarono a dipendere economicamente e militarmente e con
essi strinsero nuovi legami di fedeltà: la cricca di Kamakura cominciò a disgregarsi in tante unità locali più
piccole e compatte. Alcuni dei nuovi capi erano stati in origine semplici intendenti, ma più spesso protettori
provinciali ereditari nominati dal governo di Kamakura, poiché costituivano la sola autorità provinciale
efficiente, costoro poterono facilmente rafforzare la loro posizione mentre gli intendenti si impoverivano e
diminuiva il controllo esercitato su di essi dal governo; gradualmente questi capi locali finirono per formare
una nuova classe di signori feudali che si collocarono in una posizione intermedia tra lo shogun e i suoi
dipendenti e divennero così i precursori dei signori terrieri noti con nome di DAIMYO, letteralmente
grande nome e che deriva dai campi del nome, uno dei tipi di proprietà privata che costituivano le tenute.

IL TENTATIVO DI RESTAURAZIONE IMPERIALE DI GO-DAIGO

Nel 1333 l’indebolito sistema di Kamakura cadde vittima di uomini di questo gruppo, che erano stati un
tempo i suoi principali sostenitori, comunque, la guerra che provocò la fine dello shogunato si presentò
come una sfida della vecchia corte imperiale al governo feudale; Go-Daigo, salito al trono nel 1318 a 30 anni
e quindi in piena maturità, accarezzò la stessa idea anacronistica ossia l’effettivo controllo del governo da
parte dell’imperatore. Una lotta per la successione tra 2 rami della famiglia imperiale contribuì a
complicare la situazione: 2 fratelli di sangue imperiale, Go- Fukakusa e Kameyama, insieme ai loro rispettivi
discendenti, entrarono in conflitto per stabilire quale dei rami dovesse essere considerato il principale; lo
shogunato fu coinvolto nella disputa e favorì una politica di avvicendamento al trono dei 2 gruppi. Go-Daigo,
nipote di Kameyama, era tuttavia deciso a mantenere la successione nell’ambito del proprio ramo e a
controllare la corte

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come imperatore regnante: Go-Daigo comunque ebbe all’inizio un considerevole successo, i grandi
monasteri del distretto della capitale gli diedero il loro appoggio contro lo shogunato, mentre l’adesione alla
sua causa di alcuni importanti militari locali fu uno dei sintomi della disgregazione della cricca fondata da
Yorimoto. Le forze inviate dal Kwanto per soffocare la ribellione riuscirono a catturare Go-Daigo , che fu
esiliato nell’isola di Oki; ciò non provocò tuttavia il completo annientamento dei ribelli: da ogni parte del
Giappone altri uomini si unirono alla rivolta, quasi sempre attratti dalla prospettiva di ricompense in caso di
vittoria. All’inizio del 1333, Go-Daigo fuggì da Oki e il generale di Kamakura inviato per catturarlo, passò
improvvisamente dalla sua parte impadronendosi di Kyoto in nome dell’imperatore: questo generale,
Ashikaga Takauji, in quanto discendente in linea collaterale dal ramo dei Seiwa dei Minamoto, sperava di
eliminare gli Hojo e di impadronirsi della carica di shogun; quasi nello stesso tempo anche nel Kwanto
scoppiò una rivolta: Nitta Yoshisada, un altro eminente discendente dei primi capi Minamoto, marciò su
Kamakura e distrusse gli Hojo e il loro governo; quando Ashikaga Takuji e Nitta Yoshisada entrarono in
conflitto nel Kwanto nel 1335 e la corte si schierò dalla parte di Yoshisada,Takuji si volse contro Go-Daigo;
alla fine, eliminò Yoshisada e nel 1336 si impadronì di Kyoto, innalzando al trono un nuovo imperatore del
ramo rivale e facendo quindi prigioniero Go-Daigo, quest’ultimo riuscì comunque a fuggire mettendosi
sotto la protezione dei suoipartigiani, che stabilirono la loro capitale a Yoshino sulle montagne a sud di Nara.

LO SHOGUNATO DI ASHIKAGA

Takuji si proclamò nel 1338 shogun, iniziando così lo shogunato della sua famiglia che resterà fino al 1538:
un delle differenze dallo shogunato di Kamakura consiste nel fatto che gli Ashikaga non esercitarono mai un
controllo effettivo su tutto il Giappone; in secondo luogo, la massa dei guerrieri giapponesi non era più
considerata come un unico gruppo di dipendenti personali dello shogun Ashikaga, al contrario era ormai
riconosciuta la divisione della classe dei guerrieri in un certo numero di gruppi separati di signori e vassalli: il
problema degli Ashikaga era quindi quello di stabilire qualche forma di controllo su questi signori più che
sulla classe dei guerrieri in generale. Le forme esterne rendevano lo shogunato Ashikaga simile a quello di
Yorimoto, ma la realtà era ormai diversa: Takuji e i suoi eredi occuparono la carica di shogun, ma
trasferirono la capitale da Kamakura a Kyoto. Un amministratore divise il potere con lo shogun a Kyoto,
come era accaduto con i reggenti Hojo, e a carica finì per essere tradizionalmente ricoperta da signori
appartenenti a 3 famiglie discendenti dai Minamoto, e che sin dall'inizio erano state fedeli alleate di Takuji e
avevano acquistato grande autorità nella zona di Kyoto e nelle vicinanze. La stessa struttura amministrativa
del governo di Kamakura, ossia un Consiglio amministrativo, un Consiglio dei dipendenti e un Consiglio di
inchiesta, funzionò sotto il controllo dello shogun e del suo amministratore ; inoltre nel 1336 Takuji emanò
un complesso di leggi che completavano il Codice di Joei di Kamakura, si tratta del Codice Kemmu, che
stabiliva la nuova sede del governo e ne descriveva i modificati organi amministrativi. Una folla di
contendenti invase immediatamente Kyoto, ma lo shogunato di Ashikaga non fu mai in grado di far
rispettare, in gran parte del Giappone, le decisioni prese; gli shogun Ashikaga nominarono un
amministratore del Kwanto a Kamakura, come gli Hojo avevano stabilito dei rappresentanti a Kyoto.

LO SHOGUN E I SUOI VASSALLI

Lo shogun riprese il sistema adottato dal governo di Kamakura di nominare protettori provinciali, ma
molte di queste nomine, specialmente nelle regioni più lontane, si ridussero a poco più di un
riconoscimento dell’effettivo controllo che taluni signori già esercitavano in quelle zone; tali nomine non
rappresentavano comunque una ricompensa di precedenti servigi e non implicavano quindi una
promessa di lealtà. Nel tentativo di ottenere il pieno appoggio dei suoi vassalli, Takuji decretò che metà
delle rendite dei grandi proprietari terrieri andasse alla classe militare, ciò inferse un serio colpo ai
proprietari, ma non si risolse in un accrescimento delle finanze e del potere dello shogunato: in effetti, la
posizione finanziaria degli Ashikaga non fu mai molto forte, poiché essi dovettero dipendere quasi
esclusivamente dalle loro terre dalle tasse sul commercio che riuscirono a imporre nelle vicinanze di
Kyoto. Il potere militare che gli Ashikaga riuscirono ad

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esercitare dipese comunque in larga misura dall’appoggio più o meno volontario dei cosiddetti vassalli, che
in pratica non erano altro che alleati. Durante il periodo Ashikaga la figura chiave non furono gli shogun
bensì i signori locali (dopo daimyo): al tempo del crollo di Kamakura molti capi militari locali avevano già
acquistato tale potere sugli intendenti delle vicinanze e sui guerrieri minori da essere in grado, ogni
qualvolta cambiavano schieramento, di trascinare con sé i seguaci di questi ultimi, fu questa in realtà la
ragione fondamentale del crollo improvviso degli Hojo. Diminuendo l’efficienza del governo centrale,
l'autorità locale cominciò a ridursi sempre più a un puro rapporto di forza, di conseguenza, durante il
periodo Ashikaga si assistette ad avvicendamenti continui nei legami di fedeltà, e non di rado vassalli, spesso
di oscura origine, si innalzarono fino a prendere il posto dei loro antichi signori; il rapporto signore-vassallo
tendeva quindi a essere un rapporto instabile, ad onta della assoluta lealtà che avrebbe dovuto unire il
vassallo al signore. Date le circostanze, la solidarietà familiare diventava un imperativo: una famiglia di
guerrieri non poteva più permettersi di dividere il patrimonio ne tollerare che le donne sottraessero la loro
parte; in questa società rigorosamente militare, la donna venne alla fine esclusa dai diritti ereditari e
relegata in quella condizione socialmente e giuridicamente inferiore che avrebbe mantenuto fino al XX
secolo. Per consolidare il patrimonio e il potere della famiglia nel corso delle successive generazioni,
divenne inoltre necessario l'istituto della primogenitura: nell’Europa feudale il figlio maggiore ereditava la
posizione e il patrimonio del padre; in Giappone, quest’ultimo si riservava invece il diritto di scegliere
come erede uno qualsiasi dei figli o, nel caso non ne avesse, di ricorrere alla adozione. L’erede
adottivo poteva appartenere a uno dei rami collaterali oppure essere il marito di una delle figlie, in ogni
caso, qualunque fosse l'origine dell'erede, durante il periodo Ashikaga si stabilì la consuetudine secondo la
quale un solo figlio, naturale o adottivo, poteva ereditare la posizione del padre e la maggior parte se non
tutti i suoi averi.

I PERIODI DI YOSHINO E DI MURAMACHI

La debolezza dello shogunato Ashikaga e l'instabilità dei gruppi basati sul rapporto signore- vassallo, nei
quali si era disgregato il Giappone, fecero naturalmente di questi anni un interrotto periodo di guerre: dl
1336 al 1392, molti conflitti furono provocati dalla rivalità dei 2 rami imperiali di Yoshino e Kyoto. La
maggior parte di coloro che parteciparono a queste guerre non furono probabilmente sinti dalla devozione
a uno dei rami imperiali; l’esistenza di 2 fonti di autorità legittima in lotta tra loro offriva ai militari
ambiziosi ampie opportunità di perseguire interessi particolari con la forza delle armi, apparentemente a
favore di uno dei contendenti. Go-Daigo morì nel 1339, ma la lotta continuò ancora per mezzo secolo:
Takauji, che visse fino al 1358, non riuscì mai a stabilizzare la situazione nemmeno nelle immediate
vicinanze della capitale; svanì alla fine la illusoria speranza di una restaurazione del governo imperiale e le 2
parti si esaurirono nella lotta. Il terzo shogun, Yoshimitzu riuscì a stabilire il suo controllo militare su buona
parte del paese e nel 1392 poté infine convincere il ramo meridionale a rientrare a Kyoto, accettando il
ripristino della politica di avvicendamento al trono dei 2 rami imperiali, in vigore prima che Go-Daigo
sconvolgesse il sistema. Ma gli Ashikaga non rispettarono il compromesso: il governo che si stabilì dopo la
riunificazione delle 2 corti nel 1392, viene generalmente chiamato shogunato di Muromachi, dalla zona
nordoccidentale di Kyoto dove in questo periodo risiedettero gli shogun; gli Ashikaga cercarono di
mantenere la pace, ma in pratica non riuscirono a impedire le guerre locali.

LA CRESCITA ECONOMICA DEL GIAPPONE FEUDALE

Si potrebbe pensare che l’estrema decentralizzazione politica e il costante stato di guerra che
caratterizzarono il periodo Ashikaga arrestassero anche lo sviluppo economico del paese, provocando
magari una involuzione, al contrario, si trattò di un periodo di rapida crescita: la grande espansione delle
attività artigianali è una prova sia dei progressi tecnologici che del miglioramento del livello di vita;
importanti invenzioni tecnologiche si ebbero infatti nel settore dell’agricoltura. Il sistema feudale in via di
sviluppo si rivelò insomma per l'economia un elemento di grande stimolo, anziché un freno: i signori locali in
ascesa, sottoponendo al loro controllo numerose tenute fino a quel momento economicamente
indipendenti, accrebbero considerevolmente le dimensioni delle unità economiche locali, incoraggiando in
tal modo un più vasto scambio di merci. La prova più

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evidente di questa espansione economica fu il graduale passaggio, tra il XII e il XV secolo, dal baratto all’uso
della moneta nelle transazioni commerciali; poiché nel X secolo non esisteva più una zecca governativa, i
giapponesi, spinti dal bisogno di danaro, furono costretti a importare monete dalla Cina dei Sung e poi dei
Ming; la situazione monetaria venne ulteriormente complicata dalla circolazione di alcune vecchie monete
giapponesi e di molti pezzi contraffatti. Così alla fine del XIV secolo, gli usurai occupavano una posizione di
primo piano nelle attività mercantili in espansione sia a Kyoto che negli altri centri commerciali.

IL SISTEMA DEGLI ZA

Naturalmente, la confusione politica e lo stato di guerra non contribuivano alla crescita del commercio,
inoltre pesanti restrizioni venivano imposte dalle molte autorità fiscali, tutte desiderose di erigere barriere
per tassare il commercio che attraversava i loro domini: i mercanti tuttavia riuscirono a superare questi
ostacoli formando associazioni conosciute col nome di ZA, specializzate nella produzione e nel trasporto di
merci come la carta, il sake, il sale oppure in certe attività commerciali o professioni come quelle del
carpentiere, del fabbro, del danzatore e dell’attore. Il loro obiettivo fondamentale era quello di ottenere
diritti di monopolio locale per la produzione e il trasporto di talune merci o per l'esercizio di determinate
professioni; mediante il pagamento di una data somma, uno ZA poteva ottenere dalle autorità esistenti
nella sua zona di operazioni non soltanto il riconoscimento ufficiale e la protezione, ma anche l’esenzione
dai dazi; difeso dalla piaga delle gabelle e dai concorrenti pericolosi, un gruppo di commercianti poteva così
continuare ad estendere con sicurezza le proprie attività. Il sistema degli za dava agli artigiani, ai mercanti e
ai membri delle professioni più umili una libertà e uno status sociale che essi non avevano mi conosciuto in
passato; inoltre gli za operarono spesso sotto la protezione di ciò che restava della vecchia amministrazione
civile, contribuendo col pagamento delle imposte al mantenimento della aristocrazia di corte, che aveva in
ciò la sua principale fonte di reddito.

LO SVILUPPO DELLE CITTÀ

Le nuove città commerciali crebbero in prossimità dei porti, delle stazioni di posta sulle strade principali e
dei luoghi di mercato, oppure intorno ai maggiori templi, che non solo attiravano pellegrini ma costituivano
spesso centri importanti di attività economica; naturalmente sorsero città anche intorno ai numerosi porti
del Giappone occidentale che svolgevano traffici con il continente (città porto). Un’altra importante
categoria è rappresentata dalle “città castello”: cioè nel XVI secolo le città si svilupparono intorno ai castelli
che godevano della posizione più favorevole e che quindi diventarono naturalmente i centri della attività
economica nelle rispettive zone di dominio militare; gli abitanti delle città castello, come del resto quelli dei
centri puramente commerciali, godevano spesso di un considerevole grado di autonomia nella gestione dei
loro affari locali.

IL COMMERCIO D’OLTREMARE E LA PIRATERIA

Uno dei più chiari indici del rapido sviluppo dell’economia durante il periodo feudale fu l’aumento del
commercio con l’estero: il Giappone finì infatti per avere una parte predominante nel grande commercio
marittimo che si svolgeva lungo le coste dell’Asia; alla fine del XI secolo, le navi giapponesi avevano
cominciato ad approdare alle coste coreane, un secolo dopo iniziarono i viaggi in Cina. Le attività
commerciali d’oltremare dei giapponesi spesso si risolvevano in atti di pirateria: questo era in un certo
senso un sintomo della feudalizzazione dell’economia giapponese; se si eccettuano i monaci Zen, i principali
organizzatori delle spedizioni commerciali all’estero furono i signori feudali del Giappone occidentale ,
mentre gli uomini delle loro navi erano generalmente guerrieri oltre che marini o commercianti. Di
conseguenza, se le autorità cinesi o coreane non permettevano l’esercizio del commercio o se non si
realizzavano guadagni previsti, i giapponesi mettevano prontamente mano alle armi per assicurare il
successo economico della spedizione: in effetti, la pirateria si rivelò più uno stimolo che un impedimento per
il commercio internazionale, questo perché i governi cinese e coreano consideravano il commercio con
l’estero come una attività indesiderabile. Così fu spesso necessario ricorrere all’uso o alla minaccia
delle spade

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giapponesi per aprire i porti continentali a uno scambio di merci degno di qualche considerazione.
Comunque l'attività dei pirati diminuì gradualmente dopo il 1443, quando i coreani firmarono un trattato
commerciale.

IL COMMERCO CON LA CINA MEDIANTE IL SISTEMA DEI CONTRASSEGNI

Nel corso del XIV secolo i commercianti –pirati giapponesi incominciarono a operare lungo tutta la costa
cinese: le loro razzie costrinsero il primo imperatore Ming a tentare di controllare il Giappone mediante il
sistema del tributo, ma i suoi sforzi non portarono a risultati concreti, in parte a causa dello stato di guerra e
della divisione dell'autorità in Giappone; comunque, dopo la riunificazione dei 2 rami imperiali nel 1392,
Yung-lo terzo imperatore Ming, riuscì a indurre Yoshimitsu terzo shogun Ashikaga, a stabilire formali
relazioni tributarie con la Cina. I contrassegni (kango) staccati dalle matrici rappresentavano le credenziali di
una missione e servivano a evitare che commercianti privati o pirati si dichiarassero ambasciatori
giapponesi: ovviamente i cinesi erano spinti dal desiderio di vedere riconosciuta la loro signoria e dalla
speranza di eliminare la pirateria giapponese mediante un commercio controllato; per il resto attribuivano
en poco valore a questi contatti. I giapponesi dal canto loro erano spinti esclusivamente dalla prospettiva
del profitto economico: la grande influenza, esercitata alla corte Ashikaga dai monaci Zen, che erano in
contatto con la Cina, aveva inoltre contribuito a circondare di grande prestigio la cultura cinese, di
conseguenza la signoria nominale della Cina venne riconosciuta dagli Ashikaga senza la riluttanza dei capi
politici che li precedettero e li seguirono. Il commercio con il sistema dei contrassegni non corrispose
tuttavia alle aspettative degli Ashikaga, né del esto a quelle dei Ming; inoltre le autorità cinesi non sempre
riuscirono a controllare i turbolenti guerrieri giapponesi, specialmente quando questi non erano disposti ad
accettare le condizioni stabilite; con l'indebolirsi del prestigio degli Ashikaga, il commercio privato divenne
quindi sempre più fiorente e la pirateria dilagò. Le spedizioni effettuate dopo il 1432 nono potevano
neppure dirsi ambascerie shogunali, in quanto alcune delle navi erano finanziate da monasteri, da famiglie
rivali o anche da mercanti di Sakai; il principale articolo di importazione erano le monete di rame cinesi,
molto richieste in Giappone, probabilmente seconde per importanza erano le sete, ma anche le porcellane, i
libri, i dipinti, i prodotti artigianali di vario tipo erano molto richiesti. Le esportazioni giapponesi
comprendevano materie prime, come lo zolfo il rame e i legni pregiati dei tropici, che i giapponesi si
procuravano commerciando; i prodotti lavorati avevano però maggiore importanza e infatti il grosso delle
esportazioni era costituito dalle spade e lance. Il governo cinese tentò di sopprimere questo traffico di armi,
ma le spade giapponesi, di qualità superiore, erano molto richieste in Cina e si vendevano; anche i ventagli
pieghevoli dipinti, un’invenzione giapponese, furono esportati in gran quantità.

LA CULTURA ZEN DEL PERIODO ASHIKAGA

Il trasferimento dello shogunato a Kyoto sembra aver prodotto una fusione completa ed estremamente
produttiva della tradizionale raffinatezza della corte con il vigore delle classi più dinamiche recentemente
sorte dal feudalesimo; i contatti sempre più frequenti con la Cina portarono alla introduzione i nuove
influenze esterne, che ebbero effetti assai stimolanti su una civiltà ormai interamente nipponizzata. I monaci
Zen, che dominavano i contatti con il continente, furono naturalmente i principali trasmissori delle nuove
influenze provenienti dalla Cina: inoltre, essi contribuirono in tale misura a delineare i nuovi sviluppi
culturali interni che l’intero periodo Ashikaga può essere considerato come un'età di cultura Zen. I monaci
furono infatti tra gli studiosi, gli artisti e gli scrittori più importanti di questo periodo e spesso divennero
arbitri del gusto estetico alla corte shogunale; essi occuparono anche alte cariche politiche. Sebbene
acquistasse una posizione egemonica alle corti shogunale e imperiale, lo Zen non riuscì mai soverchiare le
sette rivali: i movimenti fideistici popolari continuarono la loro spettacolare ascesa tra la popolazione e i
grandi complessi monistici delle più antiche sette conservarono fino al XVI secolo il loro potere militare e la
loro influenza economica in quanto proprietari di vaste tenute e istituti di prestito. Il meglio della cultura
Ashikaga si sviluppò a Kyoto e nelle vicinane, ma la decentralizzazione politica tipica del periodo contribuì a
estendere la sua influenza su tutto il Giappone. La cerimonia del te è una delle espressioni più tipiche della
cultura Zen del periodo Ashikaga: vi partecipa un ristretto

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gruppo di persone che hanno il gusto dell’arte in una stanza semplice e spoglia, vicina alle bellezze della
natura; il te viene preparato e servito con movimenti lenti, aggraziati, quasi ritmici e viene
cerimoniosamente bevuto a piccoli sorsi da un recipiente comune; questo recipiente, di preferenza
semplice e dall’apparenza rozza, e gli altri oggetti usati per preparare e servire la bevanda diventano poi
argomento di discussine e di ammirazione in un ozio tranquillo. Tuttavia, la sua semplicità disciplinata, lenta,
dal ritmo misurato e la concentrazione su pochi e limitati simboli di bellezza può ancora apportare un gran
senso di pace e di serenità; nelle sue limitazioni autoimposte la cerimonia del te esemplifica il “culto del
piccolo” giapponese.

L’ARTE, LA LETTERATURA E IL PENSIERO

La principale tra le arti Zen fu la pittura paesaggistica di stile Sung, nella quale l’artista cercava di esprimere
l'essenza della natura eliminando i dettagli minori e accentuando con pennellate vigorose gli elementi che
considerava importanti. Mentre i TOKONOMA era stato in origine una nicchia-reliquario nella stanza
principale, ora sotto l’influenza dell’estetica Zen finì per occupare una parte della stanza, quella dedicata
alla mostra degli oggetti d’arte; i giapponesi espongono nel tokonoma un solo pezzo o al massimo pochi
oggetti scelti e vengono sostituiti di frequente per essere ammirati, essi sanno che la presenza di troppi
oggetti impedisce il godimento di un'opera e che la familiarità porta facilmente alla disattenzione: anche
questo è un esempio del culto del piccolo giapponese. L’adesione alla natura portava gli artisti Zen ad
attribuire quasi maggiore importanza all'ambiente naturale che alla stessa costruzione: sotto la loro
influenza la disposizione dei giardini fu inclusa in Giappone tra le belle arti e sviluppò dei canoni estetici che
hanno avuto una grande influenza in Occidente negli ultimi tempi. Le arti minori della disposizione dei fiori,
della coltivazione degli alberi nani e della creazione di paesaggi di sabbia o argilla posti su vassoi, anch’esse
derivate dall’estetica Zen, sono un’altra manifestazione di questo spirito.

IL TARDO PERIODO ASHIKAGA

La debolezza dell’Autorità politica centralizzata durante il periodo Ashikaga sembra in netto contrasto con la
crescita economica e lo splendore culturale del tempo; in realtà si stavano gettando allora le basi di una più
rigida forma di governo centralizzato; il crescente potere dei signori locali sprofondava spesso l’intera
nazione in una virtuale anarchia, ma furono proprio i loro domi a costituire il principio di un governo locale
assai più efficiente di quelli che si erano avuti in precedenza. Durante tutto il periodo Ashikaga costante
fu l’evoluzione delle istituzioni feudali e delle forme sociali e economiche ad esse collegate: ma i
mutamenti divennero tuttavia molto più rapidi dopo il crollo finale dell'autorità centralizzata che si
ebbe nel 1467 dopo lo scoppio del grande conflitto chiamato dal periodo annuo Guerra dell’Onin. Da
ogni parte del Giappone i signori feudali si gettarono con accanimento nella mischia tentando di ottenere
vantaggi locali a danno dei propri rivali; entrambi i capi delle fazioni morirono nel 1473 e la guerra giunse a
un punto morto concludendosi nel 1477, ma la zona della capitale era stata completamente devastata e lo
shogunato aveva perduto la propria forza politica. La Guerra dell’Onin fu comunque soltanto l’inizio di un
secolo di conflitti senza pari nella storia giapponese; co la scomparsa degli ultimi resti del potere
centralizzato divamparono in tutto il paese le guerre locali; molti di questi conflitti non ebbero nulla
a che vedere con lo shogunato, ma alcuni di quelli scoppiati nella zona della capitale manifestarono
chiaramente la loro natura di lotte di successione in seno alla famiglia Ashikaga , e non meno di 3 degli
ultimi shogun morirono in seguito. Dopo il 1467 il controllo dello shogun sul paese si ridusse rapidamente a
un mito quasi altrettanto vuoto quanto quello del governo imperiale; lo shogunato divenne una forza così
insignificante che la virtuale deposizione dell’ultimo shogun Ashikaga, nel 1573 passò quasi inosservata nel
resto del paese.

DAIMYO E I LORO DOMINI

Il completo declino del potere shogunale durante l’ultimo secolo del periodo Ashikaga fu il riflesso
dell’ascesa dei signori locali, i quali, a partire da questo momento, possono essere propriamente chiamati
DAIMYO: i domini governativi da queste famiglie signorili avevano già cominciato a

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costituirsi, ma in questo periodo i daimyo più forti erano diventati dei signori assoluti nell’ambito dei
rispettivi domini, che essi amministravano in base alle leggi delle loro casa; queste leggi erano in genere
estremamente caratterizzate da una oppressiva severità . Gli affari privati dei vassalli di un daimyo, come i
matrimoni e le adozioni, erano strettamente controllati, come pure tutti i contatti con gli altri domini; le
pene erano barbare e applicate senza pietà ; i principali vassalli di un daimyo, preposti a feudi minori, e i
piccoli dipendenti ereditari, costituivano a loro volta una distinta classe feudale, ma il daimyo, se gli era
possibile, teneva saldamente in pugno entrambi i gruppi. Con l’accrescimento del potere dei daimyo diminuì
naturalmente il prestigio e la forza dei membri minori dell'aristocrazia militare: questo mutamento si
accompagnò al declino del cavaliere, che era stato il principale elemento di forza del sistema di Kamakura.
La guerra, che era stata in passato l'occupazione di una élite di guerrieri, cominciò a diventare una
questione riguardante tutto il dominio del daimyo: i comandanti degli eserciti dei daimyo, che si stavano
formando, combattevano ancor a cavallo; per quanto grande fosse il suo valore, il singolo guerriero aveva
perduto ogni importanza di fronte al signore terriero che poteva mobilitare ingenti fanterie tra i suoi vassalli
e contadini. Acquistando via via l’assoluto controllo delle rispettive zone di predominio militare, i daimyo
assorbirono nei loro territori i resti delle vecchie tenute private; l'effettivo controllo di un signore sulle terre
esistenti nella sua zona soltanto gradualmente si trasformò in proprietà di fatto dell’intero territorio, che
rimaneva però in teoria un feudo concesso dallo shogun. Analogamente i tributi imposti dal signore delle
tenute della sua zona solo a poco a poco si mutarono in un sistema uniforme di tassazione, mentre il
controllo dell’intendente sulla tenuta che amministrava non si trasformò che assai lentamente in un
sottofeudo concesso dal signore locale. Quando, dopo la guerra di Onin, le tenute scomparvero e si esaurì
questa fonte di reddito per l’aristocrazia di Kyoto, la corte imperiale e i nobili si trovarono naturalmente in
serie difficoltà: la corte non fu più in grado di mantenere imperatori abdicatari; i sovrani rimasero quindi sul
trono fino alla morte. La nobiltà di corte si mntenne in gran parte con le somme che riceveva dai
ricchi membri della classe militare in cambio di onorificenze, oppure d quelle versate dagli za di Kyoto
che desideravano servirsi della protezione derivante dal prestigio del trono.

LA CADUTA DELLE ANTICHE FAMIGLIE

Mentre i domini dei daimyo si trasformavano in unità politicamente e militarmente più definite,
anche le ostilità che li divideva si fece più marcata: la disfatta portava quasi sempre all’annientamento delle
famiglie, di conseguenza le casate feudali si elevarono e decaddero on estrema rapidità; gli Shiba, gli
Hatakeyama, gli Hosokava e gli Yamana persero ogni prestigio. Solo gli Shimazu sopravvissero conservando
intatta la loro forza in una roccaforte isolata, essi furono così l’unica famiglia feudale che ebbe un ruolo
molto importante. Alla caduta delle vecchie famiglie si contrappose l’ascesa delle nuove quali gli Hojo e i
Mori: i domini dei più forti daimyo si estesero continuamente dandosi una organizzazione sempre più
efficiente; alla fine la potenza e la forza di uno di essi furono tali da permettergli di riunificare il Giappone e
di imporre al paese un governo molto più centralizzato di quelli passati.

LA DISGREGAZIONE DEL SISTEMA FEUDALE

La disgregazione del sistema feudale si ebbe con la scomparsa della distinzione funzionale, un tempo ben
netta, tra i guerrieri aristocratici e la popolazione; l’antica aristocrazia di corte era praticamente estinta o
sopravviveva impoverita, mentre la distinzione tra il buon popolo e gli uomini di bassa estrazione in seno
alle classe inferiori era completamente scomparsa. La incorporazione delle vecchie tenute nei nuovi domini
dei daimyo ebbe effetti profondi sulla società rurale: con la progressiva scomparsa della tenute, con i loro
appezzamenti sparsi, i villaggi si sostituirono ad esse come principali unità di amministrazione locale e di
produzione agricola. Questa transizione della tenuta al villaggio come unità fondamentale
dell’organizzazione rurale si verificò prima nelle zone centrali, economicamente e istituzionalmente più
progredite delle regioni periferiche, ma alla fine investì tutto il paese. Sia i singoli villaggi, che erano in
generale di antica origine, sia i raggruppamenti di villaggi contigui, che si formarono in questo periodo per
ragioni amministrative, costituirono delle unità molto più naturali e compatte delle tenute, in quanto
molto spesso si

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raccoglievano intorno a fonti d'acqua usate in comune per l’irrigazione o a vecchi santuari locali; grazie al
notevole grado di autonomia locale dei villaggi, i contadini erano ora molto più liberi dei coltivatori delle
vecchie tenute, la cui condizione non era stata molto diversa da quella servile. Nella maggior parte dei
casi gli abitanti dei villaggi potevano amministrare gli affari locali, almeno finché la comunità era in grado di
rispettare i suoi obblighi fiscali e di eseguire le prestazioni di lavoro richieste dal signore; pur mantenendo le
loro tradizioni militari aristocratiche, i discendenti della vecchia classe dominante che ancora restavano nei
villaggi s’identificarono sempre più con gli interessi del villaggio stesso. Essi erano più grandi possidenti del
luogo, occupavano normalmente per diritto ereditario la carica di capo del villaggio e venivano
generalmente considerati dipendenti del signore locale; sotto molti aspetti questi aristocratici rurali
potevano considerarsi più uno strato superiore della società contadina che non membri di infimo grado del
sistema feudale. Un altro aspetto della forza crescente delle classi inferiori fu la possibilità che i popolani
ebbero di accedere a posti di comando: l’uomo di umili origine, grazie alle sue capacità militari e
amministrative poteva elevarsi dal grado di soldato semplice a quello di comandante, per diventare vassallo
o magri signore. Questa sfida alla autorità feudale da parte delle classi inferiori accelerò probabilmente il
processo di consolidamento del potere dei daimyo nei loro rispettivi territori, che a sua volta contribuì alla
disgregazione del feudalesimo, in quanto poté essere realizzato solo subordinando i diritti feudali di tutte le
classi agli interessi particolari dei daimyo ed estendendo il potere di questi in modo più uniforme su tutti
coloro che vivevano entro i confini dei domini.

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