Sei sulla pagina 1di 95

CAPITOLO I – THE EUROPEAN GAME

Dopo aver stabilito la sovranità nazionale, i leader degli Stati Uniti cercheranno di estendere il
raggio d'azione territoriale sulle colonie europee e di impedire che altre potenze mettano in
discussione questa espansione. In quest’ottica le relazioni degli USA con l’America Latina hanno
rappresentato la continuazione delle lotte europee nel Nuovo Mondo della fine del XV secolo.
Gli USA entrarono nell'arena internazionale come attore relativamente minore, un secolo dopo
erano una potenza coloniale.

Una volta impegnati in questo concorso, gli Stati Uniti hanno adattato la loro politica in base alle
condizioni e alle circostanze particolari del Nuovo Mondo. Mentre le potenze europee si
impegnavano principalmente nella colonizzazione dei possedimenti d'oltremare, gli Stati Uniti
tendevano ad assorbire il loro territorio e a creare e conservare delle di sfere d'influenza informali.

La rivalità europea nel nuovo mondo

Le potenze europee scoprirono il Nuovo Mondo nel 1492. Protestando contro le rivendicazioni
spagnole di monopolio totale sulle Americhe, il re portoghese Joao II convinse i "re cattolici" nel
1494 a modificare la sentenza di papa Alessandro VI e ad accettare il Trattato di Tordesillas, che
cedette al Portogallo il dominio sulla metà orientale del Sud America – (Brasile). La Spagna e il
Portogallo possedevano così il titolo esclusivo dei territori appena fondati. Secondo i termini
dell'approvazione papale, era obbligo religioso della Spagna e del Portogallo diffondere il vangelo
cattolico tra i pagani. Dal 1580 al 1640, quando il Portogallo cadde sotto il controllo spagnolo,
questa pretesa appartenne alla sola Spagna.

Il monopolio iberico non durò a lungo. Il protestantesimo dilagante fece sì che in molti non
rispettarono Trattato di Tordesillas e le dichiarazioni papale. Nacque il contrabbando e, secondo la
teoria del mercantilismo, l'obiettivo dell'attività economica era quello di accrescere il potere dello
Stato-nazione. L'accumulo di potere doveva essere misurato attraverso il possesso oro o argento. I
mercantilisti cercavano una bilancia commerciale favorevole, con esportazioni superiori alle
importazioni, questo in concomitanza del “gioco a somma zero” secondo cui il guadagno di uno
stato comportava la perdita di un altro.

Verso la metà del XVI secolo l'Inghilterra emerse come principale rivale della Spagna. I pirati
Hawkins e Drake fecero incursioni nei Caraibi. Filippo II decise di vendicarsi invadendo
l'Inghilterra. La flotta inglese schiacciò l'armata spagnola nel 1588. La guerra si estese oltre la
morte di Filippo e la pace arrivò finalmente nel 1609, quando i Paesi Bassi furono divisi in due: il
nord fu liberato dalla Spagna e divenne l'Olanda; il sud (Belgio) rimase sotto il controllo spagnolo.

Gli inglesi si stabilirono in Virginia nel 1607 e nel Massachusetts nel 1620. Gli olandesi
raggiunsero New York nel 1612. I francesi cominciarono a trasferirsi in Canada nel 1620. Nel
1630, gli olandesi presero il controllo del nordest brasiliano e vi rimasero fino al 1654.
Nel 1700 Luigi XIV tentò di imporre un parente al trono di Spagna la risposta europea si tradusse
con una dichiarazione di guerra da parte di Inghilterra, Olanda e Sacro Romano Imperato. La
guerra di successione spagnola durò fino al 1713. Al termine, l'Austria ottenne il controllo di
Milano, Napoli, Sicilia e Belgio; Filippo V (nipote di Luigi XIV) fu nominato re di Spagna, con la
clausola che le corone di Francia e Spagna non potessero unirsi; e l'Inghilterra ottenne il controllo
di Gibilterra, Terranova, Nuova Scozia e il contratto commerciale (asiento) per la tratta degli
schiavi africani con le colonie spagnole nel Nuovo Mondo.
Una serie di schermaglie si protrasse dal 1739 al 1763 ne “la grande guerra della metà del
Settecento":
1) Tra il 1739 e il 1748 vi fu la Guerra di Successione Austriaca, terminata con un accordo
tra Inghilterra e Francia che ripristinò lo status quo.

2) Guerra dei Sette Anni (1746 – 1753) in cui Gran Bretagna e Prussia sfidarono
Francia, Sacro Romano Impero, Russia, Svezia e Spagna. Pace con gli accordi di Parigi nel
1753.  GB si tiene l’India e riceve dalla Francia il territorio sulla terraferma
nordamericana ad est del fiume Mississippi; la Francia mantenne le stazioni di schiavi in
Africa più le isole caraibiche di Guadalupa e Martinica; la Spagna mantenne le sue
proprietà nordamericane ad ovest del Mississippi e alla foce del fiume.  L'Inghilterra
sostituì la Francia come potenza coloniale preminente,

Stamp Act (voluto da Grenville) nel 1765 impose tasse su tutti i documenti legali, giornali,
opuscoli e almanacchi per controllare i territori del Nord America. La misura intrapresa fece
esplodere i coloni che, esasperati anche da altre leggi, si rivoltarono contro la monarchia. Gli USA
proclamarono la loro indipendenza nel 1776, ottennero la sovranità e il riconoscimento nel 1783.

Ordine Imperiale: Le regole del gioco

L'imperialismo implicava la politica, la pratica o la difesa dell'estensione del controllo da parte di


una nazione sul territorio, sugli abitanti e sulle risorse delle aree che si trovavano al di fuori dei
confini della nazione. Tipicamente, le nazioni si impegnavano nell’imperialismo due ragioni:
1) Ottenere l'accesso ai benefici economici - come la terra, il lavoro e i minerali;
2) Aumentare la forza politica e la capacità militare - spesso attraverso il miglioramento della
posizione geopolitica in relazione ad altre potenze contendenti.

Con l'evolversi del tempo, l'imperialismo ha dato vita a un codice di regole internazionali. La
prima fu la Pace di Westfalia nel 1648, che stabilì una politica internazionale tra gli Stati
nazionali. Lo scopo ultimo era la nascita di un equilibrio di potere  gli allineamenti non si
basavano sulla religione, l'ideologia, la cultura o i valori ma contingenze momentanee e a calcoli
di potere.

Questo sistema internazionale ha sostenuto la sovranità degli Stati nazionali europei consolidati e
ha accettato lo Stato come attore primario nell'arena globale. Per definizione, l'equilibrio
precludeva la possibilità di eliminazione o di estinzione. Naturalmente questa condizione si
applicava solo ai poteri riconosciuti in Europa, non ad altre parti del mondo.
Le nazioni europee hanno concentrato gli sforzi sull'espansione imperiale. Il mantenimento di un
equilibrio tra le potenze tendeva a limitare la portata e la portata delle guerre all'interno del teatro
europeo. Durante il XVII e XVIII secolo, i campi di battaglia si spostarono dal continente europeo
verso le aree colonizzate. La colonizzazione creò un gioco "a somma positiva", un mezzo per
ribaltare l'equilibrio del potere senza sconvolgere il sistema nel suo complesso.

I possedimenti imperiali sono diventati elementi integranti nel calcolo del bilancio del potere.
Secondo il mercantilismo, il fine di tali possedimenti era quello di rafforzare la posizione
economica e politica dello stato. Le potenze europee si impegnarono per mantenere il controllo
monopolistico dei loro domini. Non si doveva solo massimizzare lo sfruttamento dei domini. Si
trattava di assicurarsi che nessun altro potere rivale si impadronisse di parte del bottino e così
facendo rivedere l'equilibrio di potere prevalente.

Per ottenere il vantaggio imperialistico le potenze tentavano l’espansione territoriale. Alcune


nazioni consideravano quei territori come parte integrante dello stato  Francia, possedimenti
imperiali in Africa, Asia e nel Nuovo Mondo erano dipartimenti d’oltre mare, in possesso teorico dei
diritti e dei doveri legali delle province francesi.

Un altro modo era l'assoggettamento e la colonizzazione. I domini imperiali ottennero uno status
speciale come appendici subordinate della nazione metropolitana e del suo governo centrale pur
non allargando i confini nazionali e non concedendo diritti ai coloni. L'impero britannico offrono
forse l'esempio più notevole ed elaborato di questa opzione.

Una terza opzione comportava la creazione di una "sfera di interesse", che esercita un’egemonia di
fatto con mezzi informali come il potere economico o politico (clientelari o protettorati). Così
facendo non vi erano enormi spese di risorse militari, amministrative e finanziarie che le colonie
avrebbero richiesto. Uno svantaggio centrale era l'insicurezza: le sfere di influenza erano soggette
all'intrusione delle potenze rivali. La stabilità poteva prevalere solo se le grandi potenze
accettavano di riconoscere le rispettive sfere di dominio. È il caso dell'Africa del XIX secolo, dove
i rivali europei si accordarono per una "spartizione" del continente.

Enter the United States

I nuovi Stati Uniti indipendenti si sono alla lotta imperiale dopo aver raggiunto la stabilità
costituzionale alla fine degli anni ’80 dell’800. Emersero due scuole di pensiero in materia di
politica estera:
1) George Washington, sosteneva che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto "ingarbugliare le
alleanze" con le potenze europee e separarsi il più possibile dal Vecchio Mondo.
2) Alexander Hamilton, sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto approfittare
attivamente dei conflitti europei e divenire l'Arbitro dell'Europa in America; per
inclinarne l’equilibrio.

Comunque, l'influenza europea nelle Americhe dovrebbe essere ridotta e limitata e concentrarsi
nell’America spagnola. Gli statisti americani, in un primo momento, sostennero la Spagna poiché
potenza in declino e non minacciosa per i loro interessi. Di conseguenza, gli USA si opposero con
vigore al trasferimento dei domini spagnoli nel Nuovo Mondo a qualsiasi altra potenza europea.
Successivamente, gli USA avrebbero sostenuto le campagne per indipendentiste nelle colonie nel
1810 e nel 1820 poiché avrebbero promosso obiettivi nazionali a lungo termine.

Da qui gli USA dichiararono le Americhe sotto la loro sfera di influenza e chiesero alla Gran
Bretagna di rinunciare ai suoi possedimenti. Gli USA avrebbero avuto un sistema di interesse
separato che non deve essere subordinato a quello dell'Europa.

Le rivendicazioni dell'egemonia emisferica divennero una vera e propria politica con la


proclamazione della Dottrina Monroe nel 1823. La dottrina affermava che i continenti americani
"d'ora in poi non saranno più considerati soggetti a future colonizzazioni da parte di alcuna
potenza europea". Non condannava la colonizzazione per principio, ma solo la colonizzazione da
parte delle potenze europee nelle Americhe. Questa dichiarazione poneva gli Stati Uniti come
custodi dell'indipendenza e della democrazia in tutto l'emisfero ma era anche un'affermazione di
realpolitik. Non solo gli Stati Uniti si sarebbero opposti alla colonizzazione dell'Europa in
America, ma anche alle alleanze politiche tra le nuove nazioni indipendenti dell'America spagnola
e le potenze europee.

Diplomazia tascabile
L'acquisizione della Louisiana ha segnato l'ingresso degli Stati Uniti nella competizione imperiale.
Nel 1763 la Francia perse i suoi possedimenti a ovest del Mississippi a favore della Spagna. Nel
1795 gli Stati Uniti ottennero i diritti commerciali lungo il fiume Mississippi. Nel 1800 Napoleone
si appropriò improvvisamente della Louisiana per conto della Francia. Gli Stati Uniti e la Francia
erano in rotta di collisione.
L'Inghilterra andò in soccorso minacciarono guerra alla Francia. Un Napoleone assediato decise di
svendere il territorio della Louisiana nel 1803 agli Stati Uniti per circa 15 milioni di dollari.

Il passo successivo fu la Florida. Nel 1817 Andrew Jackson intervenne a St. Marks e Pensacola,
forti spagnoli attaccati dagli indiani. Il segretario di Stato John Adams chiese alla Spagna un
risarcimento per coprire i costi della spedizione militare intrapresa contro gli indiani che gli
spagnoli non potevano controllare. Il re di Spagna accettò nel 1819 di cedere la Florida. In cambio
il governo degli Stati Uniti avrebbe pagato ai residenti della regione 5 milioni. Inoltre, la Spagna
ha rinunciato a rivendicare il territorio a nord del 42esimo parallelo dalle Montagne Rocciose al
Pacifico, mentre gli Stati Uniti hanno rinunciato a rivendicare il Texas.
Conquista militare

Nel 1820 il Messico conquistò l'indipendenza dalla Spagna e la giurisdizione sulla provincia del
Texas. Indipendente ma in crisi, il Messico fu in preda ad un’instabilità cronica. Tra il 1821 e il
1860 il Paese ebbe più di cinquanta presidenti e l'esercito era di gran lunga la forza politica più
forte della nazione. Da qui emerse Antonio Lopez de Santa Anna. Riconoscendo la loro incapacità
di proteggere la frontiera settentrionale del Paese, i leader messicani nel 1820 permisero ai coloni,
per lo più piantatori di schiavi provenienti dagli Stati Uniti, di stabilirsi nella provincia del Texas.
Un gruppo guidato da Stephen F. Austin accettò di professare la religione cattolica, di condurre
transazioni ufficiali in spagnolo e di rispettare la legge messicana. La pace non durò a lungo, i coloni
chiesero che il Texas divenisse uno stato all'interno del Messico, con una propria legislatura e un
governo locale. Gli USA cominciarono a chiedere a gran voce l'indipendenza del Texas. Il governo
messicano rispose emancipando gli schiavi nel 1829 e proibendo la schiavitù nel 1830. Poco dopo
Santa Anna annullò la costituzione federalista del 1824 e cercò di concentrare il potere effettivo
nel governo centrale. I texani si ribellarono, nel marzo del 1836 Santa Anna travolse le forze
texane nella battaglia dell'Alamo; in seguito, catturato e sconfitto, acconsentì alla secessione.
Gli USA riconobbero il Texas come paese sovrano nel 1837e lo annessero nel 1845. Questo
scatenò una disputa tra i governi, anche a causa dei confini mai chiariti. Gli USA sostenevano che
il confine fosse al Rio Grande, i messicani al fiume Nueces.
Nel 1846 il presidente Polk inviò le truppe del generale Taylor nella zona contesa, il presidente
messicano Jose Joaquin Herrera accettò di ricevere una missione diplomatica, purché le
discussioni "apparissero sempre franche, e libere da ogni segno di minaccia o di coercizione".
Polk autorizzò la missione guidata da John Slidell per discutere del Texas, del New Mexico e della
California. In Messico, il generale Mariano Paredes rovesciò Herrera, si installò come presidente
e rifiutò di accettare le credenziali di Slidell.

Polk ora cercò di provocare il conflitto. Il 9 maggio 1846 vi fu una schermaglia a Matamoros e
Polk dichiarò guerra al Messico con la scusa del rifiuto di Paredes e delle ostilità a Matamoros. Il
generale Zachary Taylor travolse la città di Monterrey, i ribelli della California si schierarono con
gli Stati Uniti, e nel 1847 il generale Scott avanzò da Veracruz a Città del Messico, conquistandola.
L'anno successivo, nel Trattato di Guadalupe Hidalgo (1848), il Messico fu costretto a cedere il
New Mexico, il Colorado e la California, per solo 15 milioni di dollari. Nel 1853 gli USA
ottennero un'ulteriore sezione del New Mexico e dell'Arizona attraverso l'Acquisto di Gadsden.

La Dottrina Monroe, con la guerra, fu disattesa poiché il Messico, umiliato dal risultato cercò
rifugio nella riaffermazione della tradizione ispanica, cattolica e monarchica e cercò la protezione
della Francia. Negli anni Sessanta del XIX secolo alcuni messicani convinsero Massimiliano
d'Asburgo ad occupare il trono di “imperatore del Messico". Il regno di Massimiliano portò ad una
guerra civile tra "conservatori" e "liberali" in Messico, che si concluse con l'esecuzione
dell'imperatore nel 1867.
Occhi su Cuba

Cuba, con la sua produzione di tabacco e zucchero, il commercio e la posizione strategica nei
Caraibi, offriva numerosi vantaggi. Gli USA svilupparono nei suoi confronti una duplice politica:
1) Impedire il trasferimento di Cuba ad un’altra potenza europea diversa dalla Spagna
2) Conquistare l'isola.

Thomas Jefferson considerava Cuba come il limite dell’'espansione territoriale degli Stati Uniti e
pensava che la colonia sarebbe finita in mano sua al momento della capitolazione spagnola. Le
campagne per l'annessione totale aumentarono negli anni '40 e '50 del XIX secolo. Polk, dopo aver
sottratto alcune terre al Messico, autorizzò l’acquisto di Cuba. L'Inghilterra e la Francia si
allarmarono e proposero un accordo agli USA per garantire che Cuba rimanesse in mano spagnola.
Cuba fu definita una questione di sicurezza nazionale e l’accordo saltò
Nel 1854 il presidente Franklin Pierce consultò i governi francesi ed inglesi per poter acquistare
Cuba dalla Spagna e, in caso di rifiuto, prenderla con la forza. Il risultato fu il Manifesto di
Ostenda in cui gli USA sarebbero stati giustificati a prendere Cuba.  praticamente un ultimatum
ma non se ne fece nulla.
Cuba tornò alla ribalta alla fine degli anni Sessanta del XIX secolo, quando i ribelli lanciarono la
Guerra dei Dieci Anni contro il dominio coloniale spagnolo e spinsero Ulysses S. Grant a
proclamare nel 1869 il cosiddetto "principio di non trasferimento", secondo cui le colonie non
erano da considerarsi come il trasferimento da una potenza europea a un'altra. I ribelli furono
sconfitti dagli spagnoli che posero fine alla Guerra dei Dieci Anni.

Imperialismo USA II: Impero commerciale

Alla fine dell’800 gli Stati Uniti modificarono la loro politica passando dall’acquisto di territori alla
creazione di una sfera di influenza. Ciò accadde per motivi demografici (le nuove aree erano
inadatte all'immigrazione europea o già popolate da popolazioni indigene o africane). Secondo le
idee razziste dell’epoca ciò questo le rendeva inadatte ad essere incorporate nella società
anglosassone degli Stati Uniti. Inoltre, l'imperialismo in senso europeo, era una proposta costosa.
Alla fine del XIX secolo stava diventando evidente che si potesse guadagnare da alcuni territori
senza doversi sobbarcare tutti i costi.

Gli USA affrontarono due sfide chiave:


1) Il dominio politico dell'Europa sul bacino dei Caraibi. A metà degli anni '90, i Caraibi
erano essenzialmente un lago europeo. Con l'eccezione di Hispaniola (condivisa da Haiti e
dalla Repubblica Dominicana), ogni singola isola era una colonia europea. La Spagna
deteneva ancora il possesso di Cuba e Portorico; la Gran Bretagna deteneva la Giamaica,
parte delle Isole Vergini, Grenada, l'Honduras britannico e la Guyana britannica; la Francia
deteneva la Martinica, la Guadalupa e la Guyana francese; gli olandesi detenevano diverse
isole, tra cui St. Maartens, più la Guyana olandese ai margini settentrionali del Sud
America.
2) La posizione commerciale dell'Europa che era preminente in Sud America. Dal 1913 la
Gran Bretagna era il principale partner commerciale di Argentina, Cile e Perù, ed era la
maggiore fonte di importazioni per il Brasile. La Germania e la Francia avevano entrambe
importanti relazioni commerciali con l'Argentina e il Brasile. In tutto il Sud America, gli
Stati Uniti erano una fonte relativamente minore di commercio e di influenza politica.
Durante il XIX secolo gli USA sono stati una nazione con un forte debito, incapace di esportare
capitali in America Latina, mentre l'Inghilterra aveva investito in Brasile e in Argentina. Nel 1914
deteneva più della metà di tutti gli investimenti esteri in America Latina. La Francia ha fornito
ingenti capitali, nel periodo 1910-13, infatti, oltre il 45% degli investimenti francesi all'estero
erano diretti verso l'America Latina. La Germania si è unita alla corsa negli anni Novanta del XIX
secolo, e gli investimenti latinoamericani rappresentavano più di 1/3 di quelli tedeschi all'estero.
Le esportazioni statunitensi sono passate da un minimo di 392 milioni di dollari nel 1870 a 1,3
miliardi di dollari nel 1900.

Una sfera a sé stante: la comunità panamericana

Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti hanno iniziato a compiere sforzi vigorosi per
istituzionalizzare la loro crescente pretesa di egemonia all'interno dell'emisfero occidentale,
cercando di proporsi come alternativa commerciale rispetto alle forze europee.

Con l'elezione di Benjamin Harrison alla presidenza nel 1888, Blaine fu nominato segretario di
Stato e convocò una conferenza "panamericana" il cui obiettivo era il mantenimento della pace
all'interno dell'emisfero, lo sviluppo commerciale e l'integrazione economica. Gli argomenti
andavano dalla costruzione di una ferrovia panamericana all'adozione di uno standard monetario
comune. Non si dovevano contemplare alleanze politiche o militari. La conferenza produsse scarsi
risultati materiali come la creazione di un Ufficio Commerciale delle Repubbliche americane.
Un'altra conseguenza indiretta fu la serie di trattati bilaterali di reciprocità tra gli Stati Uniti e le
nazioni dell'America Latina.

Ottenere l'acquiescenza di John Bull

Durante gli anni novanta del XIX secolo il principale rivale dell'America Latina era la Gran
Bretagna. Nel 1891, nel porto cileno di Valparaiso, due marinai americani della nave Baltimora
furono accoltellati a morte. Harrison minacciò di intraprendere un'azione militare, ciò perché il
Cile era politicamente molto instabile e USA e GB stavano giocando su fronti opposti:
Washington a favore del governo esistente, Londra a sostegno dei ribelli antiamericani.
La vicenda di Baltimora fu risolta all'inizio del 1892, quando il governo cileno pagò 75.000 dollari
ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna continuavano a contendersi la supremazia nelle Americhe.
Gli incontri successivi si svolsero in Brasile e in Nicaragua, ma il più grave scontro anglo-
americano scaturì dalla crisi venezuelana del 1895-96. Il conflitto nacque da una disputa di confine
tra il Venezuela e la Guyana britannica: il fiume Orinoco. Il Venezuela chiese un arbitrato
internazionale che le fu negato dalla Gran Bretagna, a quel punto interruppe le relazioni
diplomatiche con l'Inghilterra e si appellò al presidente Grover Cleveland a Washington.

Gli Stati Uniti avevano due interessi principali in questa controversia:


1) L'accesso al fiume Orinoco
2) Influenza politica.
Nel febbraio 1895 il Congresso degli Stati Uniti annunciò la sua opposizione alle rivendicazioni
britanniche e chiese un arbitrato internazionale, accettato da Lord Salisbury. Fu creato un collegio
arbitrale - con due americani, due britannici e un'autorità russa in materia di diritto internazionale.
Attraverso il Venezuela gli USA avevano raggiunto un'egemonia di fatto nelle Americhe.

Proteggere i Caraibi

Gli USA volevano guadagnar il pieno controllo sui Caraibi, per guadagnare in termini di
commercio. Inoltre, volevano stabilire un collegamento tra le coste orientali e occidentali degli Stati
Uniti e ottenere l’accesso ai mercati dell'Estremo Oriente. Alfred Thayer Mahan sottolineò
l’importanza della potenza navale nell’influenza internazionale, propugnando la necessita di una
marina a due oceani per gli USA.

Guerra ispano-americana

La risposta degli Stati Uniti alla depressione del 1893 ebbe importanti ripercussioni sull'isola:
quando la tariffa protezionistica del 1894 eliminò le disposizioni di reciprocità, l'economia cubana
crollò. Le piantagioni licenziarono i lavoratori nel 1894 e nel 1895, a causa della perdita del mercato
nordamericano, e ne seguì una ribellione. Guidate dai fratelli Maceo le forze cubane diedero vita
una lotta per l’indipendenza. Nel 1896 il Congresso dichiarò che il governo degli Stati Uniti
"dovrebbe essere pronto a proteggere gli interessi legittimi dei nostri cittadini, intervenendo se
necessario". Gli USA avevano già investito più di 30 milioni di dollari nell'isola, inclusi 8 milioni di
dollari in miniere e 12 milioni di dollari in piantagioni. Il Grover Cleveland si rifiutò di intervenire.
Nel giugno 1895 la Casa Bianca rilasciò una dichiarazione di neutralità e, nell'aprile 1896, si offrì di
mediare il conflitto. La mossa fu respinta dalla Spagna, che allora cercò senza successo il sostegno
delle altre potenze europee per prevenire l'intervento degli Stati Uniti.

Il conflitto divenne triangolare tra Spagna, Stati Uniti e il movimento indipendentista cubano. Gli
USA volevano l'autonomia di Cuba sotto un regime coloniale riformato, ma fu rifiutato sia dalla
Spagna che dai cubani. La Spagna voleva mantenere il suo impero e i cubani volevano
l'indipendenza, cosa non accettabile né per la Spagna né per gli Stati Uniti.

Nel 1898 la Casa Bianca entrò in possesso di una lettera confidenziale del console spagnolo Dupuy
de Lome, che si pronunciò sull'opinione che McKinley (Presidente USA) fosse un politico debole e
vacillante. Contemporaneamente, un'esplosione distrusse la corazzata americana Maine nel porto
dell'Avana causando la morte di 260 americani. McKinley rispose con un ultimatum, chiedendo
l'immediata cessazione delle ostilità da parte della Spagna e il pieno risarcimento per
l'affondamento del Maine. Poco dopo aggiunse anche la richiesta dell'indipendenza cubana.
La Spagna rifiutò e McKinley le dichiarò guerra.

L’attacco avvenne nel porto di Manila, nelle Filippine. La guerra durò pochi mesi, Cuba raggiunse
l'indipendenza dalla Spagna, gli USA assunsero il controllo di Portorico e Guam e, per un
pagamento di 20 milioni di dollari, anche delle Filippine.
Cuba cadde sotto l'amministrazione diretta del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti. E mentre i
leader cubani lavoravano per stabilire un governo, gli Stati Uniti nel 1901 attaccarono alla nuova
costituzione cubana il cosiddetto Emendamento Platt, che permetteva agli Stati Uniti di intervenire
negli affari dell'isola "per la conservazione dell'indipendenza cubana, e il mantenimento di un
governo adeguato alla protezione della vita, della proprietà e della libertà individuale".

Prendere Panama

Verso la metà del XIX secolo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna concordarono, nel trattato di
Clayton-Bulwer del 1850, che un canale capace di attraversare le due coste americane sarebbe stato
un progetto comune anglo-americano. Nel 1878 il governo colombiano autorizzò un gruppo
francese guidato da de Lesseps, costruttore del canale di Suez, a scavare un percorso attraverso
Panama ma il progetto fallì a causa di una crisi economica.
Nel 1903 Washington inviò truppe a Panama per sedare il disordine della guerra Ispano-americana.
Il risultato fu il trattato Hay-Herrin, un accordo che autorizzava gli Stati Uniti a costruire un canale
a Panama. La legislatura colombiana si rifiutò di accettare.

Gli USA fomentarono un’insurrezione cubana. Philippe Buneau-Varilla (l'ingegnere capo del de
Lesseps) iniziò a pianificare una ribellione separatista a Panama. All'inizio della rivolta, le navi
statunitensi impedirono alle truppe colombiane di attraversare l'istmo per raggiungere Panama City.
Nel giro di pochi giorni Washington estese il riconoscimento al nuovo governo sovrano di Panama, e
ricevette Buneau-Varilla come suo rappresentante ufficiale. Fu firmato un trattato che conferisce
agli Stati Uniti il controllo di una zona del canale larga dieci miglia "in perpetuo... come se fosse
sovrana". Inaugurato nel 1914, il canale divenne immediatamente un importante canale navigabile
internazionale, e il governo panamense cominciò a ricevere rendite stabili. Con la presa del canale,
gli Stati Uniti hanno completato i loro sforzi secolari per conquistare una posizione territoriale
intorno al bacino caraibico.

Ricetta per l'intervento


In flagrante violazione della Dottrina Monroe, tuttavia, le forze navali tedesche e britanniche
lanciarono un intervento armato contro il Venezuela nel dicembre 1902 per riscuotere i debiti
dovuti. L'Italia si unì presto all'assalto. Il ministro degli Esteri argentino, Luis Maria Drago, esortò
Washington a proclamare la sua opposizione all'uso della forza armata da parte di qualsiasi potenza
europea contro qualsiasi nazione americana per riscuotere i debiti. Nel 1904 Roosevelt rispose
scongiurando un intervento massivo europeo e ribadendo la centralità degli USA nel mantenere
l’ordine nell’emisfero.
La dichiarazione è nota come il "Corollario Roosevelt" della Dottrina Monroe. Era rivolta sia alle
grandi potenze extra-emisferiche, assicurando loro che gli Stati Uniti avrebbero garantito l'ordine in
tutta la regione, che ai governi dell'America Latina, avvertendo che gli Stati Uniti avrebbero
intrapreso azioni militari di fronte a "malefatte o impotenza".

La semplice proclamazione dell'egemonia degli Stati Uniti in tutto l'emisfero occidentale non l'ha
resa effettiva. Per tutto il primo Novecento gli interessi europei continueranno a svolgere un ruolo
importante in tutta la regione. La Gran Bretagna mantenne colonie nei Caraibi e stretti legami
commerciali con il Cile e l'Argentina. La Germania avrebbe tentato di attirare il Messico al suo
fianco durante la Prima Guerra Mondiale attraverso il Telegramma di Zimmerman, offrendo di
restituire le terre perdute durante la "guerra dell'invasione nordamericana" in cambio di un supporto
diplomatico e logistico. La Francia avrebbe coltivato legami culturali e intellettuali in tutta la
regione.

CAPITOLO II – THE GOSPEL DEMOCRACY

L’ideologia americana fu fondamentale nelle sue relazioni con l'America Latina:

1) La società domestica. La definizione della politica degli Stati Uniti come


realizzazione di una missione superiore aiutava a mobilitare le risorse. A parità di
condizioni, i cittadini preferivano credere che i loro sforzi servissero a qualche nobile scopo
piuttosto che a interessi materiali.

2) L’utilizzo dell’ideologica ha reso sacro ed inviolabile il suolo americano per tutte


le altre potenze mondiali.

3) Le società soggiogate. In questo contesto, il ruolo dell'indottrinamento ideologico -


come attività missionarie e dalle campagne educative - era quello di generare l'accettazione
da parte delle popolazioni locali di nuovi accordi di potere. In definitiva, il raggiungimento
dell'acquiescenza volontaria all'interno della società subordinata era cruciale per il potere
imperiale e per l'imposizione di un'egemonia duratura.

Il significato del destino manifesto

Ogni nazione ha la sua mitologia. Gli USA fecero una netta distinzione tra il Nuovo Mondo e il
Vecchio, tra l'America e l'Europa viste come sfere separate. Thomas Paine fu il padre di questa
visione che motivava da un punto di vista ideologico, religioso e geografico la preminnenza
dell’America su il resto del mondo. La ricerca della grandezza nazionale era un sacro obbligo. Così
come gli spagnoli del XVI secolo si convinsero di compiere la volontà di Dio, anche gli americani
del XVIII secolo credano nel destino manifesto.
Per quanto riguarda la politica estera, questa convinzione incoraggiava impulsi contraddittori dando
origine all'idea che gli Stati Uniti fossero eccezionali (idea isolazionista) e, dall’altra parte avevano
l'obbligo politico di diffondere il vangelo della democrazia (idea interventista).

Fu John L. O'Sullivan ad invocare per prima la volontà provvidenziale, il destino manifesto. Un


concetto che cristallizzava un senso di finalità nazionale, fornendo sia una spiegazione che una
razionalizzazione per l'espansione territoriale degli Stati Uniti. L'espansione della nazione e la
diffusione della democrazia su "tutto il continente" rappresentava la volontà di Dio e quindi la
missione nazionale. Non si trattava dell'acquisizione di territorio, terra e risorse naturali, ma della
realizzazione di un disegno divino.

Non sorprende che ci fosse una certa incertezza sui confini precisi per l'estensione di questa
impresa. Alcuni guardavano al Canada; altri a tutto il Messico.

La prospettiva di un destino manifesto comprendeva sotto temi significativi. Si sottolineava la


nozione di gioventù americana, in implicito contrasto con il decrepito Vecchio Mondo dell'Europa.
Freschi, impazienti, innocenti, gli Stati Uniti si stavano affermando come potenza. Un altro sotto
tema metteva in discussione i principi europei del diritto internazionale, codici che erano sorti per
regolare i rapporti tra le nazioni e per sostenere l'equilibrio di potere post vestfaliano. O'Sullivan
respinse "tutti quei materiali antiquati del vecchio diritto internazionale a lettere nere" nella sua
promulgazione iniziale della dottrina. All'interno dell'emisfero occidentale, gli USA non sarebbero
vincolati dalle classiche regole del diritto, applicabili solo all’Europa.

Un altro sotto tema sottolineava non solo i principi democratici in forma astratta, ma anche le virtù
dei diritti degli Stati. Secondo O'Sullivan, la federazione governativa offriva una formula ideale per
l'espansione territoriale attraverso l'incorporazione di nuovi Stati, associando le nazioni in un’unica
grande famiglia, senza distruggere l'identità sociale. Nuovi Stati potrebbero aderire all'Unione senza
sconvolgere la struttura di governo.
Con l'avvento delle ostilità con il Messico, la definizione di scopo nazionale si ampliò. Nel suo
messaggio annuale del 1847 Polk dichiarò che l'azione degli Stati Uniti aveva ora un obiettivo
politico, la prevenzione della monarchia in Messico. All'inizio della guerra messicana, il concetto di
destino manifesto si applicava ad aree del Messico, dal Texas alla California, che sarebbero state
sottratte al Paese e incorporate negli Stati Uniti. Mentre le truppe statunitensi si facevano strada a
Città del Messico, tuttavia, emerse un'altra intenzione, la liberazione e la democratizzazione del
Messico.

Ostacoli alla democrazia

John Quincy Adams sostenne una posizione costruttiva ma cauta nei confronti dell'indipendenza
ispanoamericana secondo cui bisogna avvicinare le popolazioni latine alla democrazia ma non in
modo formale. Gli USA non potevano permettersi di riconoscere stati instabili o di difficile
giudizio.
Più ottimista fu Henry Clay, che promosse il riconoscimento diplomatico ai nuovi Paesi
indipendenti della regione con due motivazioni:
1) Una si concentrava sull'arena internazionale, sostenendo che i nuovi governi di tutta la
regione "sarebbero stati animati da un sentimento americano, e guidati da una politica
americana", costituendo un baluardo contro l'influenza europea.
2) L'altra si concentrava sui processi politici interni, sostenendo che la cooperazione avrebbe
portato alla democratizzazione del Sud America grazie a una sorta di effetto dimostrativo. Il
riconoscimento porterebbe alla cooperazione diplomatica, che a sua volta promuoverebbe la
democrazia.
L'espansione territoriale, come la guerra con il Messico e i tentativi su Cuba, richiedeva una dottrina
interventista. Era essenziale, alla luce della mitologia nazionale, che le terre e i popoli appena
acquisiti sperimentassero le benedizioni della democrazia.
L'acquisizione è stata quindi un atto di liberazione per i "mal governati e gli oppressi". Secondo
alcuni il popolo Cubano era difficile da assorbire e visto come poco affidabile e simile a quello
americano. Alla fine degli anni '90 del XIX secolo l'imminenza della guerra ispano-americana ha
portato alla denuncia delle crudeltà spagnole nei confronti delle popolazioni indigene. La condanna
aveva un doppio vantaggio.
1) Razionalizzava la guerra contro la Spagna.
2) Suggeriva che l'eredità di un governo così crudele avrebbe reso difficile l'instaurazione della
democrazia. Questo poneva i leader statunitensi di fronte a un dilemma irrisolvibile:
peggiore è la qualità dell'avversario, maggiore è la necessità di un intervento militare e
minori sono le possibilità di un governo democratico.

Il clima, per alcuni, divenne un ostacolo. Si sostenne che i tropici non erano adatti alla democrazia
perché favorivano la pigrizia. Nel 1898 fu rifiutata l'annessione delle Hawaii nel 1898 con la
motivazione che "le repubbliche non possono vivere" nei "paesi tropicali".

Ostacoli alla democrazia: Il problema della razza

Un altro ostacolo alla democrazia fu rappresentato dalla questione razziale. La società americana
del XIX secolo era convinta che i popoli non bianchi erano incapaci di autogoverno e inadatti alla
democrazia.

Tale convinzione, declinata anche in via religiosa, vedeva una piramide in cui in cima vi erano gli
anglosassoni, i più duri e forti di tutti i bianchi. Questi erano seguiti dagli asiatici “puri” (cinesi e
giapponesi) e dagli altri europei del sud. In fondo c'erano i neri e gli indiani. La guerra con il
Messico sollevò il problema dell'assimilazione razziale. All'inizio della sua carriera James
Buchanan aveva denunciato "l'imbecille e indolente razza messicana".
La soluzione fu prendere più terra dal Messico possibile con il minor numero di persone. Lo scopo
del Trattato di Guadalupe Hidalgo (1848) era l'acquisizione del territorio, non l'incorporazione dei
cittadini.
Decenni dopo la questione sarebbe riemersa con la potenziale annessione delle Filippine, nel 1899.
L'adempimento dell'obbligo divino ha tuttavia sollevato una questione fondamentale: come
incorporare i nuovi popoli sottomessi senza dare la cittadinanza.
Cuba, con la sua numerosa popolazione nera, rappresentava una sfida ancora più grande e di
difficile assimilazione. Nel 1902 divenne indipendente ma non fu mai veramente annessa anche a
causa della barriera razziale. Il razzismo ha così promosso l'espansione imperialista da parte degli
Stati Uniti, ma l’ha anche limitata. A causa di queste contraddizioni ideologiche i leader statunitensi
si allontanarono dall'annessione del territorio verso la costruzione di protettorati e colonie che si
sarebbero rivelati economicamente convenienti.
Intervento per la democrazia

Tra il 1898 e il 1934 gli Stati Uniti hanno lanciato più di trenta interventi militari in America Latina.
Le motivazioni furono molte come la protezione degli interessi economici degli Stati Uniti,
specialmente i prestiti privati ai governi locali o l'affermazione dell'egemonia geopolitica, in linea
con il Corollario di Roosevelt, assicurando così alle potenze europee di non doversi immischiare
nell'emisfero; in ultimo, la protezione del Canale di Panama assunse importanza.

Questa componente della politica statunitense si è concentrata esclusivamente sul grande bacino dei
Caraibi, compresi Messico e America Centrale. Gli USA hanno avviato importanti operazioni in
questo periodo a Cuba (1898-1902, 1906-1909, 1912, 1917-1922), Repubblica Dominicana
(1093,1904,1914,1916-1924), Haiti (1915-1934), Honduras, Messico, Nicaragua e Panama. In
Nicaragua, le forze americane occuparono il Paese quasi costantemente dal 1909 al 1934; ad Haiti,
Le truppe statunitensi si sono trattenute dal 1915 al 1934; nella Repubblica Dominicana, hanno
stabilito il dominio militare dal 1916 al 1924. L’obiettivo fondamentale della politica degli Stati
Uniti era quello di convertire i Caraibi in un "lago americano".
Negli stessi anni Woodrow Wilson, espresse la volontà di rendere il mondo sicuro per la
democrazia. Per quanto riguarda il suo emisfero, Wilson sostenne che gli USA erano amici dei
governi repubblicani a cui avrebbe insegnato ad eleggere “uomini validi”. Negli Usa, le donne
acquisirono il diritto di voto nel 1919 e la segregazione razziale persisteva.

La maggior parte degli interventi statunitensi ha mostrato uno schema coerente. Le forze militari
arrivavano, deponevano i governanti, installavano un governo provvisorio scelto da loro,
supervisionavano le elezioni nazionali e se ne andavano a missione compiuta. L’obiettivo era lo
svolgimento di elezioni che giustificavano l’intervento “democratizzante” americano.
Nel 1906, Teddy Roosevelt utilizzò l'emendamento Platt come giustificazione per l'invio di truppe a
Cuba e per l'insediamento di William Howard Taft come governatore provvisorio. Gli Stati Uniti si
impegnarono ad annullare le elezioni del 1905, a promulgare una legge elettorale e a monitorare un
voto nel 1909. Gli Stati Uniti seguirono un corso simile a Panama, supervisionando diligentemente
le elezioni del 1906, 1908 e 1912. Il Nicaragua ricevette lo stesso trattamento e fornì l'opportunità
di esporre la politica statunitense verso l'intera regione. Ci sono stati vani sforzi americani per
sancire la promozione della democrazia come principio emisferico. Nel 1913 Wilson propose la
propria Dottrina, che si spingeva un passo più in là chiedendo il non riconoscimento di tutti i
governi incostituzionali dell'America Latina.

Prendere le parti: La rivoluzione messicana


Lo scoppio di una rivoluzione in Messico nel 1910 causò lo sconforto degli Usa. Gli investitori
americani avevano tratto grande profitto dal governo di Porfirio Diaz che aveva promosso la
crescita economica e la stabilità politica. Il Messico era una fonte di particolare preoccupazione per
gli Stati Uniti - per le sue dimensioni, la sua importanza e la sua vicinanza geografica.
L'ambasciatore Henry Lane Wilson espresse il proprio disprezzo nei confronti del governo di
Francisco Madero, l’uomo posto dagli Stati Uniti a capo del Messico. Nel settembre 1912 gli Stati
Uniti protestarono ufficialmente contro i crimini contro i cittadini americani in Messico.
L'ambasciatore Wilson chiese le dimissioni di Madero e minacciò l'intervento militare americano in
caso di rifiuto. Il rifiuto vi fu e l'ambasciatore intraprese delle trattative con gli oppositori
controrivoluzionari di Madero, Victoriano Huerta e Felix Diaz. Poco dopo Huerta depose e uccise
Madero. Huerta non fu riconosciuto dall’allora presidente Taft né da Woodrow Wilson eletto nel
novembre del 2012. Quando Huerta si rifiutò di cedere alle pressioni statunitensi, nell'aprile 1914 il
presidente Wilson pose delle sanzioni economiche contro il regime di Huerta e autorizzò
l'occupazione navale del porto di Veracruz.

L'azione si rivelò controproducente, poiché i gruppi politici messicani denunciarono l'invasione


come un assalto contro la sovranità nazionale. Huerta si dimise nel luglio 1914 e Wilson ritirò le
truppe da Veracruz. Nel marzo 1916 le forze armate di Pancho Villa, tradite dalla mancanza di
sostegno da parte degli Stati Uniti, condussero un'incursione città di Columbus, New Mexico,
uccidendo diciotto cittadini americani e bruciando la città. Per rappresaglia Wilson lanciò una
spedizione punitiva sotto il generale John J. ("Black Jack") Pershing, con l’obiettivo di arrestare
Pancho Villa. La spedizione si rivelò infruttuosa.

Le risposte militari degli Stati Uniti alla rivoluzione messicana avevano tre obiettivi:

1) infliggere punizioni ai trasgressori Huerta e Villa, indebolendo la loro posizione politica,

2) proteggere gli interessi degli Stati Uniti

3) promuovere la stabilità politica.

Diplomazia del dollaro I: Repubblica Dominicana (1916-24)

L'instabilità economica dei paesi latino-americani minacciava i progetti statunitensi sul


consolidamento di un "lago americano". Le incursioni militari delle forze britanniche, tedesche o
francesi avrebbero chiaramente minato l'egemonia degli Stati Uniti. Per prevenire tali possibilità,
Washington incoraggiò le banche americane ad acquistare il debito dei paesi latino-americani.

Nella Repubblica Dominicana vi fu la prima applicazione di questa politica. Nel 1903 la San
Domingo Improvement Company, un'impresa con sede a New York, acquistò un debito pubblico
dovuto dal governo dominicano ai Paesi Bassi e, secondo l'accordo, ottenne il diritto di riscuotere la
dogana. Teddy Roosevelt " nel febbraio 1907 stabilì che il presidente degli Stati Uniti avrebbe
nominato un esattore doganale per la Repubblica Dominicana, il governo degli Stati Uniti avrebbe
garantito protezione militare, e il governo dominicano non avrebbe aumentato i debiti né abbassato
le tasse senza il consenso degli Stati Uniti. Per assicurare che i debiti venissero restituiti gli Stati
Uniti avevano il diritto "di riscuotere la dogana per cinquant'anni". Il controllo finanziario
americano portò a una stretta supervisione politica. Una rivolta nel 1911-12 portò i rappresentanti
statunitensi a proporre, in nome della stabilità, le dimissioni di un presidente provvisorio.

Nel 1916 una grande insurrezione provocò lo sbarco dei marines americani. Il congresso
dominicano elesse Francisco Henriquez y Carvajal a presidente temporaneo, ma Washington
rifiutò di riconoscere il suo governo a meno che non firmasse un nuovo trattato che garantisse agli
Stati Uniti il controllo non solo delle dogane, ma anche del Tesoro, dell'esercito e della polizia.
Henriquez y Carbajal rifiutò e smise di pagare la dogana agli USA. Nel novembre 1916 il capitano
H. S. Knapp, al comando dei marines degli Stati Uniti, dichiarò la legge marziale. Knapp spodestò i
funzionari dominicani, sciolse la legislatura, proibì le elezioni, riscosse le tasse, impose la censura e
si dichiarò "legislatore supremo, giudice supremo e esecutore supremo". Fu dittatura.
Nel 1921 e nel 1922, sotto il regime americano, seguirono altre obbligazioni. Come la riscossione
dei dazi per mano americana fino al 1942. Nel 1924, dopo un'altra elezione, le truppe statunitensi si
ritirarono dal Paese.

Diplomazia del dollaro II.- Nicaragua (1909-25)

Anche dopo il completamento del Canale di Panama, Washington ha continuato a manifestare


interesse per il Nicaragua e la sua posizione strategica per la marina che comportava interessi di
sicurezza nazionale.

L'amministrazione Taft criticò il dominio in Nicaragua di José Santos Zelaya, un liberale che si è
opposto con forza al controllo straniero nelle trattative per la costruzione di un canale. Nel 1909
Zelaya ordinò l'esecuzione di due avventurieri nordamericani. L'anno successivo gli Stati Uniti
sostennero una rivolta contro Zelaya che portò alle sue dimissioni. Il Nicaragua era nel caos; il
tesoro era vuoto e gli europei chiedevano il pagamento delle loro obbligazioni.

Nell'ottobre 1910 il Dipartimento di Stato nominò Thomas C. Dawson, come agente speciale in
Nicaragua con l'incarico di risanare le finanze della nazione e di "negoziare un prestito garantito da
una percentuale delle entrate doganali da riscuotere secondo l'accordo tra i due Governi, ma in
modo tale da garantire certamente il prestito e assicurare il suo oggetto". A bordo di una nave da
guerra americana, i leader anti Zelaya firmarono il cosiddetto Patto Dawson, con il quale gli Stati
Uniti avrebbero riconosciuto il loro nuovo governo conservatore a diverse condizioni:

1) un’assemblea costituente avrebbe eletto il presidente Juan Jose Estrada e il vice presidente
Adolfo Diaz;

2) una commissione mista USA-Nicaraguaana avrebbe arbitrato le questioni finanziarie in


sospeso;

3) un prestito sarebbe stato garantito dall'amministrazione della dogana in modi "soddisfacenti


per entrambi i governi".

Il Patto Dawson fu visto come un’ingerenza nella sovranità del Nicaragua, e l’Assemblea
costituente vietò accordi come la clausola della dogana; Estrada sciolse l'assemblea e chiese nuove
elezioni. Le proteste costrinsero Estrada a dimettersi in favore di Adolfo Diaz.

Nel giugno 1911 un nuovo accordo bilaterale specificava i termini per l'autorizzazione di 15 milioni
di dollari di prestiti al Nicaragua, riaffermando il controllo delle dogane da parte degli Stati Uniti. Il
Nicaragua si impegnò anche a non modificare i dazi doganali senza l'approvazione degli Stati Uniti.
Il primo prestito fu concesso J. e W. Seligman e dai Fratelli Brown; il 51% delle entrate doganali
sarebbe andato a loro e il 49% al governo del Nicaragua. I liberali continuarono a rifiutare il
governo conservatore. Una rivolta nel luglio 1912 portò ad un intervento su larga scala. I marines
degli Stati Uniti schiacciarono l'insurrezione liberale, stabilirono l'ordine e supervisionarono le
elezioni - che furono vinte, non a caso, da Adolfo Diaz. Per venti dei ventuno anni successivi, i
marines statunitensi sarebbero rimasti sul suolo nicaraguense.
Combinando le preoccupazioni per i debiti e il percorso del canale, il trattato Bryan-Chamorro del
febbraio 1916 prevedeva un pagamento di 3 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti al Nicaragua
in cambio di tre concessioni:
1) il diritto esclusivo di costruire un canale tran-istmico,
2) un contratto d'affitto di 99 anni sulle Isole del Grande Mais e del Piccolo Mais e su una base
navale nel Golfo di Fonseca,
3) un'opzione statunitense per il rinnovo del contratto di locazione della base navale per
ulteriori 99 anni.
I 3 milioni di dollari avrebbero consentiot al Nicaragua di pagare una gran parte del debito. Difatti,
gli Stati Uniti hanno creato un protettorato in Nicaragua.

L'occupazione militare statunitense del Nicaragua portò conflitti e tensioni. Nel febbraio 1921 un
gruppo di marines statunitensi distrusse gli uffici di un importante giornale. Uno scontro nel
gennaio 1922 portò alla morte di quattro civili nicaraguensi. Dopo che i pagamenti ai banchieri
statunitensi furono completati nel 1924, Washington procedette l'anno successivo a ritirare le sue
truppe, che furono sostituite da un corpo di polizia creato, addestrato e gestito dagli americani.

Diplomazia del dollaro III: Haiti (1915-34)

Wilson lanciò un’occupazione a lungo termine ad Haiti. Nell’isola, il caffè selvatico era l'unico
prodotto d'esportazione, il governo non aveva soldi e chiedeva prestiti a chiunque. Tra il 1908 e il
1915 ci furono 7 presidenti e 20 tra rivolte e insurrezioni. Quando il presidente Vilbrun Guillaume
Sam fu fatto a pezzi da una folla a Port-au-Prince a metà del 1915, i marines degli Stati Uniti
invasero il paese.
Le ragioni dell'intervento furono 3:
1) I prestiti della National City Bank di New York. La banca del governo la Banque
Nationale de la Republique d'Haiti, di proprietà della Banque de l'Union Parisienne, ma la
stessa National City Bank possedeva una quota del 5% di un nuovo prestito del 1910. La
National City ebbe quindi una notevole influenza all'interno della banca nazionale haitiana.
Quando il governo locale mostrò segni di inadempienza nei pagamenti, i rappresentanti della
National City persuasero la Banque Nationale a trattenere i pagamenti al governo haitiano.
Le autorità haitiane risposero emettendo moneta cartacea, cercando di recuperare un
deposito di 2 milioni di dollari presso la Banque Nationale. I banchieri hanno chiesto
assistenza a Washington, e i marines sequestrarono 500.000 dollari per portarli in custodia
alla National City Bank di New York.

2) L'influenza straniera. La Francia deteneva la quota maggiore del debito haitiano e


quindi aveva un chiaro incentivo all'invasione. Essendo in Prima guerra mondiale vi era la
preoccupazione che la Germania potesse tentare di conquistare Haiti.

3) Il Canale di Panama, e la sua protezione erano un interesse di sicurezza nazionale. Come


in Nicaragua, le autorità statunitensi sono intervenute ad Haiti con un occhio di riguardo a
Panama.
Washington assicurò la vittoria di Philip Sudre Dartiguenave alle elezioni del 1915 ad Haiti.
Nell'agosto del 1915 il Dipartimento di Stato fece pressioni sul nuovo governo con un trattato
informale: controllo statunitense della dogana, nomina negli Stati Uniti di un consulente finanziario,
gendarmeria gestita da haitiani ma comandata da ufficiali statunitensi e controllo statunitense sui
servizi igienico-sanitari e sui lavori pubblici. Haiti ha inoltre accettato di non vendere o cedere
alcun territorio ad alcun governo straniero. Gli USA presteranno aiuto per la il mantenimento di un
governo per l'indipendenza di Haiti". Il trattato aveva una durata di 10 anni, prolungabile per altri
10, fu esteso fino al 1936.

Agendo attraverso la gendarmeria, il cosiddetto Garde d'Haiti, gli Stati Uniti crearono una forma di
governo militare. Nel 1916 gli ufficiali americani interruppero l'assemblea nazionale e
organizzarono nuove elezioni nel 1917. Quando l'assemblea che ne risultò si rifiutò di ratificare una
costituzione patrocinata dagli Stati Uniti il Garde sciolse il congresso per la seconda volta. Per
ottenere l'approvazione della costituzione, le autorità statunitensi organizzarono un plebiscito
nazionale nel giugno 1918 una farsa che portò all'approvazione della carta 98.294 sì e 769 no.

Dal ’15 al ’30 vi furono i presidenti fantoccio, Dartiguenave (1915-22) e Louis Borno (1922-30). In
base ai termini dei prestiti aggiuntivi, è apparso evidente che gli Stati Uniti avrebbero potuto
mantenere il controllo della dogana haitiana fino agli anni Quaranta.
Il dominio indiretto delle forze americane ha favorito un progresso prezioso. I governi
acconsentirono all'imposizione di regole di segregazione e reinserirono la tanto odiata legge corvee,
in base alla quale i contadini potrebbero essere arruolati per la costruzione di strade. Pur
accumulando un'eccedenza sui conti pubblici, grazie a un'attenta gestione delle entrate doganali, le
autorità statunitensi hanno concentrato tutte le loro energie sul rimborso del debito, dimenticando la
funzione pubblica e capisaldi come sanità, istruzione e infrastrutture.

Una giustificazione per l'estensione dell'occupazione militare, e anche per la disattenzione alla
democrazia, veniva dalla dottrina razzista che definiva “neri” gli haitiani e quindi incapaci di
autogovernarsi.
Nel 1930 Herbert Hoover nominò una commissione congiunta USA-Haitiana che raccomandò le
dimissioni di Borno e le nuove elezioni, vinte da Stenio Vincent (1930-36). In seguito, nel 1934
Franklin Delano Roosevelt ordinò il completo ritiro delle truppe. La missione finanziaria rimase
comunque fino al 1941.

Promuovere la democrazia?

Dagli anni Trenta del XIX secolo fino agli anni Trenta del XX secolo, nessun intervento degli Stati
Uniti ha portato all'instaurazione della democrazia in America Latina. Per il Messico, la
conseguenza politica della conquista militare e dello smembramento del territorio negli anni
Quaranta del XIX secolo fu l'importazione di un imperatore europeo. Cuba oscillava tra episodi di
protesta sociale e pseudodemocratica che, negli anni Trenta, sarebbe stata seguita da un governo
autoritario a lungo termine. Il Nicaragua e la Repubblica Dominicana avrebbero avuto un destino
analogo. E Haiti, vivrà 20 anni di dittatura filo americana e di occupazione militare.

Lo scopo primario era quello di affermare l'influenza degli Stati Uniti in tutto il grande bacino
caraibico e ridurre se non eliminare la presenza europea. Un ulteriore scopo era quello di proteggere
gli investimenti commerciali, specialmente gli interessi bancari.

Una seconda spiegazione per il mancato raggiungimento della democrazia può derivare dai metodi
impiegati dagli Stati Uniti. In linea con la miopia politica dell'epoca, le forze di occupazione
statunitensi hanno fatto pochi sforzi per costruire, rafforzare o potenziare le pratiche o le istituzioni
democratiche. In ciascuno dei tre Paesi con le più lunghe occupazioni statunitensi - Nicaragua,
Repubblica Dominicana e Haiti - Washington ha supervisionato la creazione di polizie locali che
sarebbero poi diventate le forze della repressione dittatoriale. Gli interventi militari statunitensi
tendevano a ritardare la nascita di una reale democrazia.

In terzo luogo, la scarsità degli sforzi degli Stati Uniti in questo settore è nata dall'ambivalenza.
Mentre Woodrow Wilson parlava di applicabilità globale della democrazia, in molti non erano
convinti della capacità dei popoli di autoregolarsi. L'obiettivo della stabilità venne così a sostituire
l'ideale di democrazia. Dall'inizio dell'Ottocento agli anni Trenta del Novecento, in sintesi, gli Stati
Uniti hanno regolarmente schierato il potere militare in nome della democrazia politica.
Dalla formulazione del "destino manifesto" all'adozione della crociata democratica di Wilson, i
politici, i legislatori, gli studiosi e i giornalisti americani hanno giustificato l'applicazione del potere
come mezzo per diffondere il vangelo della democrazia. Fu Herbert Hoover, tra tutti, ad articolare
la contraddizione fondamentale alla base di questi sforzi. Promise che gli Stati Uniti avrebbero
rispettato la sensibilità nazionale e si sarebbero sforzati di promuovere la democrazia in America
Latina più con l'esempio che con la forza.

Capitolo III – MR. ROOSEVELT’S NEIGHBORHOOD

Gli anni’30 sono considerati gli anni d’oro delle relazioni tra USA e AL, attraverso la cosiddetta
politica di “buon vicinato” proclamata da FD Roosevelt, cominciando a trattare le nazioni dell’AL
come entità sovrane piuttosto che subordinate. Ma può essere vista anche come una mossa di
realpolitik, promuovendo e proteggendo il tentativo di egemonia regionale americano per
consolidare la supremazia in tutto l’emisfero. L’interventismo politico e la democratizzazione alla
“Wilson” erano inefficaci, non era più necessario né vantaggioso per gli USA un coinvolgimento
diretto. Inoltre l’influenza delle potenze europee era in netto declino, dovendo concentrare i propri
sforzi nell’imminente guerra mondiale.

1. Nicaragua 1927-1933
Durante gli anni ’20 USA continuano a supportare i Conservatori vs i Liberali, ma una volta ritirate
le truppe da parte dell’amministrazione Coolidge nel 1925 i Liberali organizzano una rivolta l’anno
successivo. Per promuovere la stabilità Washington convince Chamorro a supportare Alfonso Diaz,
successivamente eletto presidente; invece il Messico riconosce il governo liberale del rivale Juan
Sacasa. Nel Dicembre del 1926 Coolidge invia nuovamente un contingente militare, giustificando
l’intervento attraverso il pericolo per le vite e le proprietà degli Americani presenti in Nicaragua e la
minaccia alla stabilità dell’America Centrale. Nel frattempo le forze liberali continuano l’avanzata
verso Managua, così che Coolidge si vede costretto ad un negoziato tra le forze rivali, negoziato che
porta ad un accordo di divisone dei poteri tra Conservatori e Liberali attraverso l’elezione di Jose
Moncada nel 1928. Sandino denuncia tale accordo e si rifugia tra le montagne, dove comincia a
guidare una ribellione armata. I tentativi di cattura fanno di lui un eroe nazionale. Anche le elezioni
del 1932 vengono supervisionate dalle truppe americane e la Guardia Nacional finisce sotto il
controllo di Somoza. Nel gennaio del 1933 il contingente americano viene ritirato, l’anno
successivo Somoza assassina Sandino e nel 1936 prende il controllo del paese.

2. Cuba 1929-1933
Cuba rappresenta una sfida diversa: dal 1925 Machado e Morales assumono i pieni poteri attraverso
una combinazione di repressione e corruzione. Nel 1931 vengono sospese le garanzie costituzionali.
Ma a causa della precedente esperienza in Nicaragua e la stabilità politico-economica raggiunta dal
regime di Machado, gli USA non intervengono né militarmente né supervisionando le elezioni,
aprendo la strada alla nuova politica di “buon vicinato” di FD Roosevelt.

. PBV: Dimensioni politiche


La pietra miliare della PBV è il non-intervento, politica che comincia a prendere forma all’inter-
american meeting di Montevideo nel 1933, dove i delegati firmano una risoluzione asserendo che
“nessuno stato ha il diritto di intervenire negli affari interni o esteri di un altro stato”. Questa
dichiarazione diviene ancora più esplicita alla conferenza di Buenos Aires del 1936, attraverso
l’adozione di un protocollo formale. La condanna dell’intervento come inammissibile viene
fortemente promossa dalla delegazione messicana, ancora in apprensione per divergenza di vedute
con Washington per quanto riguardo l’AC. Il non-intervento modifica la Dottrina Monroe, in
particolare il “corollario Roosevelt” del 1904 che proclamava non solo il diritto di intervento, ma
addirittura un dovere morale degli USA. La dottrina del non-intervento supporta l’uguaglianza tra
gli stati, rifiutando la forza come strumento di protezione delle proprietà e degli affari dei cittadini
americani all’estero, che dovranno obbedire e sottostare alle leggi del paese ospitante. Una
componente aggiuntiva è il principio di non-interferenza negli affari interni attraverso coercizione,
minaccia, manipolazione o pressione economica.

Cuba 1933-1936
Il principale attore di questa nuova politica sull’isola cubana è l’ambasciatore Welles: dopo la
nomina del governo di Ramon San Martin, nel 1934 Welles sollecita più volte l’intervento di
Washington, denuncia l’incapacità dell’amministrazione San Martin e sostiene l’opposizione
interna al nuovo regime. Il suo successore Caffery incoraggia apertamente Batista per rovesciare il
regime, infatti ciò avviene nel 1935 con la nomina di Mendieta a capo del governo ed una forte
svolta autoritaria. Nel 1938 Batista viene invitato a Washington, supportando ed influenzando la sua
candidatura alle presidenziali del 1940. L’interferenza aperta scompare dal repertorio diplomatico
americano, ma l’influenza politica rimane ancora molto forte, tanto che dagli anni ’30 si instaurano
molte dittature filo-americane: Martinez a El Salvador, Ubico in Guatemala, Trujillo nella
Repubblica Dominicana, Batista a Cuba e Somoza in Nicaragua.

. PBV: Dimensioni Economiche


La nuova politica di FD Roosevelt non riguardava esclusivamente la sfera politica ma anche quella
economica: negli anni’30 Washington comprende che l’interventismo militare e l’intermediazione
politica era costosa, inefficace o addirittura controproducente.
1. Promozione del commercio
Per FD Roosevelt e il Segretario di Stato Hull l’apertura commerciale con l’AL non solo avrebbe
stimolato la produzione e le esportazioni, ma avrebbe diminuito le tensioni e rafforzato le
prospettive di pace. Nel 1934 il governo stabilisce la Export-Import Bank per estendere i prestiti
commerciali agli esportatori statunitensi e lo stesso anno il Congresso approva il Reciprocal Trade
Agreements Act, che autorizza la negoziazione di accordi bilaterali per la liberalizzazione del
commercio. Dopo la Grande Depressione Cuba aveva bisogno di un accesso sicuro al mercato
americano per quanto riguarda l’esportazione di zucchero e gli USA dovevano proteggere gli
investimenti di 1,5 mld $ sull’isola, così viene raggiunto un accordo commerciale con
l’amministrazione Mendieta. Gli USA raggiungono una serie di accordi commerciali: Honduras nel
1935, Guatemala e Costa Rica nel 1936 e El Salvador nel 1937. Tutti questi accordi hanno un
elemento comune: sono paesi che hanno una forte dipendenza dal mercato USA per le esportazioni
agricole. Lo scoglio più grande è rappresentato dal Brasile, fulcro della strategia politica ed
economica in AL. Durante gli anni’30 la Germania promuove la vendita di prodotti industriali in
cambio delle materie prime sudamericane. Nel 1935 Vargas annuncia la firma del RTA con gli
USA, ma l’anno successivo raggiunge un accordo segreto con la Germania nazista. Alla fine
l’offensiva commerciale tedesca in AL viene interrotta non tanto dagli USA, quanto dallo scoppio
della IIGM e dal blocco navale britannico alla flotta tedesca.
2. Pressione finanziaria
L’amministrazione Roosevelt incontra diverse sfide riguardanti compagnie petrolifere americane in
paesi dell’AL. Il primo scontro avviene in Bolivia, dove nel Marzo del 1937 il governo annulla la
concessione alla Standard Oil e procede alla confisca delle sue proprietà. L’anno successivo la
Corte Suprema Boliviana decide all’unanimità che la SO non possedeva alcuno status legale in
Bolivia. A partire da Giugno del 1939 il governo statunitense adotta 2 forme di pressione
economica: evitare che la Bolivia ottenesse aiuti dai suoi immediati vicini; attuare un blocco di
prestiti finanziari e assistenza tecnologica. Queste pressioni e l’imminente entrata in guerra degli
USA pongono fine alla controversia con un accordo di vendita da 1,5 mln $ della compagnia al
governo boliviano. La seconda sfida viene dal Messico: a seguito di richieste di aumento dei salari e
miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore estrattivo vengono indetti numerosi scioperi a
partire da maggio del 1937. L’anno seguente il presidente Cardenas annuncia l’espropriazione delle
compagnie olandesi, inglesi e statunitensi. Il governo di Washington rinuncia all’uso della forza ma
applica subito pressioni economiche, attraverso la formazione di un cartello delle compagnie
petrolifere contro le esportazioni messicane, attuando un vero e proprio boicottaggio. Nel Maggio
del 1939 il Dipartimento di Stato appoggia apertamente tale strategia. Con l’inizio della guerra gli
USA rivedono tale posizione, ritenendo non solo utile ma fondamentale la capacità di produzione
del Messico. Nell’aprile del 1942 la controversia viene risolta con una compensazione di 29 mln $
alle compagnie statunitensi espropriate. Il terzo e ultimo episodio avviene in Venezuela, ma questa
volta gli USA hanno imparato la lezione: con la caduta del regime di Gomez del 1935 vengono
aumentate le imposte sulle esportazioni petrolifere, decisione normalmente osteggiata dalle
compagnie. Ma grazie alla consultazione del Dipartimento di Stato con le compagnie non vengono
presi provvedimenti contro la promulgazione della nuova legge sulla tassazione, mantenendo così
costante l’approvvigionamento petrolifero alle forza alleate.
3. Estensione dell’assistenza
Con lo scontro mondiale all’orizzonte Washington cominciano ad aumentare gli sforzi nella
sicurezza dell’emisfero americano piuttosto che negli interessi economici “privati”. Esperti del
Dipartimento del Tesoro incoraggiano Roosevelt ad utilizzare la forza finanziaria USA per
salvaguardare il futuro di pace in AL, rendendo così realmente efficace la PBV. Inoltre vi è la
convinzione che un’aperta assistenza economica avrebbe mantenuto le nazioni latino-americane
dalla parte degli USA in caso di guerra. Nel 1940 viene attuato dalla Eximbank un ambizioso
programma di finanziamento per alcuni paesi dell’AL, prevedendo prestiti agevolati. L’istanza più
importante per tali paesi era però la garanzia di un accesso sicuro al mercato USA.
. PBV: Dimensioni Culturali
La PBV si basa anche su fondamenta ideologiche, enfatizzando l’unità del Nuovo Mondo rispetto
alle differenze della vecchia Europa. Un Nuovo Mondo culturalmente unificato, ideologicamente
unitario e politicamente superiore alle altre entità politiche. Pilastro fondamentale è il mutuo
rispetto tra le nazioni proveniente dalla condivisione di storia, letteratura e cultura comuni;
condivisione che avrebbe portato non solo ad una maggiore vicinanza tra i paesi ma soprattutto
avrebbe promosso il commercio e la cooperazione fra di essi. Per queste ragioni l’amministrazione
Roosevelt nel 1940 stabilisce una divisione del Dipartimento di Stato per promuovere tali progressi:
Office of the Coordinator of Inter-American Affairs (OCIAA). Tale ufficio aveva anche lo scopo di
contrastare la propaganda nazista e di avvicinare a livello culturale, attraverso la stampa e il settore
cinematografico, tutte le nazioni americane.
. Estensione del “vicinato”
La sfida più grande di Roosevelt è il raggiungimento di una solidarietà dell’emisfero, soprattutto
con l’avvicinarsi della IIGM. Ma in questo modo i precetti del non-intervento e della non-
interferenza pongono sempre maggiori dilemmi alla classe dirigente statunitense. La caduta della
Francia a metà del 1940 aumenta l’apprensione per il destino delle colonie extraterritoriali francesi,
come la Guadalupa e la Guyana francese, ora nelle mire delle forze dell’Asse. L’attacco giapponese
nel Dicembre del 1941 alla base navale di Pearl Harbor scatena accese discussioni sulla risposta
necessaria del continente americano: tutti e 9 i paesi dell’AC e le repubbliche caraibiche dichiarano
guerra al Giappone. Solo due paesi si rivelano poco entusiasti, per ragioni diverse: il Cile e
l’Argentina. Il primo perché temeva un attacco giapponese alle proprie coste, il secondo a causa
delle simpatie a livello diplomatico con le forze dell’Asse. Il Cile interrompe la neutralità nel 1943
e l’Argentina solamente a guerra finita per ragioni strategiche, nel Marzo del 1945. Con il senno di
poi si potrebbe pensare che la PBV di Roosevelt non fosse un allontanamento dalle cattive pratiche
del passato, bensì un adattamento ed estensione di esse: gli USA continuano a ricercare l’egemonia
nell’emisfero occidentale, attraverso i codici dell’imperialismo del sistema internazionale ma
utilizzando ora nuove tattiche per rispondere ai cambiamenti delle circostanze. Ora più che sull’uso
della forza gli USA possono contare sullo strapotere economico e la persuasione diplomatica.
Anche l’isolazionismo degli anni’30 era una prospettiva europea, dato che per gli USA l’attivismo
politico riguardava esclusivamente i territori dell’AL, ritenuti in quel periodo determinanti per
l’espansione del ruolo statunitense nell’intero emisfero.

CAPITOLO 5 – Closing Ranks


La Guerra Fredda ha modificato la logica delle relazioni interamericane, portando il concetto di
"sicurezza nazionale" in cima all'agenda politica statunitense e ha trasformato l'America Latina in
un campo di battaglia tra Est e Ovest. Gli USA hanno esteso la loro influenza su tutto l’emisfero
impegnandosi in politiche militari e regionali. Per farlo, hanno collaborato con regimi autoritari
purché anticomunisti e hanno incoraggiato i governi amici a schiacciare i movimenti sindacali di
sinistra e a mettere fuori legge i partiti comunisti.

Stati Uniti come Superpotenza

Alla fine degli anni '30 gli USA avevano solo 185.000 truppe pronte al combattimento e non
avevano alleanze militari. La politica estera americana si sviluppò secondo il “Good Neighbor” di
Roosevelt verso l'America Latina e la coltivazione di una sfera d'influenza all'interno dell'emisfero
occidentale.

Con la guerra gli USA si sostituirono alle potenze europee in declino. Nel complesso, vi furono 55
milioni di morti, 35 in Europa. L’URSS ne ebbe 21. La Polonia e la Germania subirono 6 milioni di
perdite ciascuna; la Jugoslavia 1,6 milioni; la Francia circa 600.000; la Gran Bretagna circa
400.000. La produzione economica europea si arrestò.
Gli unici a beneficiare del conflitto furono gli USA che nel 1947 avevano il 33% delle esportazioni
mondiali e il 50% della produzione industriale. Oltre a ciò gli Stati Uniti avevano il monopolio della
bomba atomica. L'arsenale degli Stati Uniti conteneva 7 bombe atomiche nel 1946, 13 nel 1947, 50
nel 1948, quasi 300 nel ’50 e 1.000 nel ‘53. Nel ’52 vi fu il primo test della bomba all’idrogeno.
Negli anni '60 gli Stati Uniti avevano 2 milioni di soldati, 48 alleanze militari con altri paesi e 1,5
milioni di truppe in 119 paesi.

Guerra fredda: le regole del gioco

Il trionfo unilaterale ha presto lasciato il posto alla tensione bilaterale. Nel marzo ‘46 Winston
Churchill denunciò la "cortina di ferro" dell'Europa continentale e chiese la liberazione dal dominio
comunista. Nel 1948 ci fu un colpo di Stato sovietico in Cecoslovacchia. Nel 1949 l'URSS annunciò
la riuscita della detonazione della propria bomba atomica.
La risposta americana arrivò nel 1947, quando Truman sostenne il governo greco nella sua lotta
contro un'insurrezione comunista.
In risposta alle crisi in Turchia e in Grecia, il presidente americano lanciò la Dottrina Truman:
impegnò gli USA a sostegno dei "popoli liberi", come un “global policeman”.
Truman temeva che l'Unione Sovietica volesse conquistare il mondo in nome del comunismo
internazionale in una lunga "guerra fredda". Per G. Kennan il conflitto avrebbe richiesto agli Stati
Uniti "l'applicazione di una contro-forza in una serie di punti geografici e politici in costante
mutamento, corrispondenti ai cambiamenti della politica sovietica". L'obiettivo di Washington
sarebbe stato quello di fermare la diffusione del comunismo. La politica divenne nota come politica
di contenimento.

La strategia si concentrò sull'Europa. La sua prima applicazione fu il lancio del Piano Marshall nel
1947. Gli Stati Uniti fornirono 19 miliardi di dollari all'Europa occidentale nel quinquennio 1945-
50.
Una seconda mossa fu l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), stabilito nel
1949. Il suo effetto principale fu quello di impegnare le forze militari statunitensi nella difesa
dell'Europa occidentale

Negli anni '50 la dottrina del contenimento si estese all'Asia. Il Giappone divenne il baluardo pro-
USA nella lotta contro il comunismo internazionale. Il mondo comunista rispose con la conquista
della Cina ad opera di Mao Zedong nel 1949. Nel 1950 vi fu l’invasione della Corea del Sud da
parte della Corea del Nord che provocò un conflitto di 3 anni concluso con la separazione dei due
stati al 38° parallelo.
Gli sviluppi in Asia provocarono 4 cambiamenti nella pol. Estera USA:
1) Abbandono dell'idea di "liberazione". Gli Stati Uniti riconobbero i limiti pratici del
contenimento, accettando l'esistenza di una sfera d'influenza sovietica nel 1956, quando le
potenze occidentali non riuscirono a sostenere una rivolta antisovietica in Ungheria.
2) Il movimento comunista è mondiale, guidato da Mosca, in collaborazione con Pechino.
3) Il mondo era percepito come un unico campo di battaglia tra i due fronti; gli eventi in
Europa e in Asia erano legati tra loro in una lotta globale.
4) Dichiarata ostilità verso l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese (oltre a tutti
gli stati satellite).
L'invasione della Corea del Sud convinse gli americani che quella comunista fosse una tattica di
aggressione militare.  nel 1954, nacque l'Organizzazione del Trattato del Sud-Est asiatico
(SEATO), in linea di principio una controparte pacifica della NATO che provocò anche una
campagna di riarmo che durò per tutti gli anni Cinquanta.
Nella scacchiera strategica dei due paesi i conflitti erano possibili solo in periferia. USA e URSS
non si affrontarono mai direttamente.
Negli anni Cinquanta scoppiarono le ostilità in Corea, Iran e Libano in una logica di gioco a somma
zero, dove il guadagno di una sarebbe stato la perdita dell’altra. Nacque la "teoria del domino",
secondo cui la perdita di un Paese avrebbe messo in pericolo i suoi vicini.

Negli anni '60 Washington estese la dottrina del contenimento al Terzo Mondo. Gli Stati Uniti e
l'URSS si impegnarono nella conquista (economica e diplomatica) delle regioni più povere del
mondo. La portata del conflitto fu, per la prima volta, mondiale in una sfida geopolitica e ideologica
che copriva l’intera superficie globale.
La guerra fredda ha provocato una tensione sistematica tra le superpotenze e i loro alleati che in
America Latina ha provocato gravi errori di calcolo da parte degli Stati Uniti.

Il Congresso degli Stati Uniti raggiunse rapidamente un consenso bipartisan sulla politica estera che
prevalse dalla fine degli anni Quaranta fino agli anni Ottanta. Durante quest'epoca, tuttavia, la
responsabilità e il controllo della politica estera degli Stati Uniti sono rimasti quasi esclusivamente
all'interno dell'apparato politico e burocratico.

La guerra fredda in America Latina

L'America Latina ha suscitato una notevole attenzione da parte dei politici statunitensi durante e
subito dopo la Seconda guerra mondiale. Nel dicembre 1943 il Consiglio consultivo congiunto
dell'esercito e della marina ha istituito il suo programma di difesa dell'emisfero occidentale.
Il Dipartimento di Stato ha fatto pressione sui paesi latini affinché si unissero alla causa alleata
durante tutto il corso della guerra. Alla fondazione delle Nazioni Unite, nel 1946, i diplomatici
statunitensi accordarono un'attenzione particolare alla regione - che all'epoca controllava quasi i due
quinti dei voti dell'Assemblea generale (20 su 51). Nel 1946-47 un quarto delle esportazioni degli
Stati Uniti affluivano in America Latina; nel 1950 gli investimenti americani nella regione
ammontavano a più di 1/3 del totale del paese, pari a 12 miliardi di dollari all'estero.

Mentre la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine, Washington sembrava aver previsto il
ritorno della politica del Buon Vicinato, compresa la sua affermazione dell'egemonia sull’emisfero.

Nel 1945 un alto funzionario del Dipartimento di Stato, Charles Bohlen, offrì sia una
reinterpretazione della dottrina del non intervento: “Mentre rivendichiamo il diritto... di avere una
voce guida in una certa limitata sfera delle relazioni estere dell'America Latina non tentiamo sulla
base di tale diritto di dettare la loro vita nazionale interna o di limitare il loro rapporto con le
nazioni straniere, se non in quella limitata sfera". In questo modo Washington voleva vincolare la
politica estera dei Paesi latinoamericani, ma non la loro politica interna.

L'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite ha fornito una base giuridica per il Patto di Rio del
1947, un trattato di difesa reciproca tra le nazioni latinoamericane e gli Stati Uniti. L’articolo fu
interpretato come una conservazione del "carattere unilaterale della Dottrina Monroe", poiché gli
Stati Uniti potrebbero agire in America Latina senza essere "alla mercé dell'approvazione del
Consiglio di Sicurezza".
I latinoamericani, invece, immaginavano che l'articolo 51 avrebbe incoraggiato la formazione di un
accordo di sicurezza regionale che potesse fornire protezione ai governi esistenti e, allo stesso
tempo, porre vincoli agli Stati Uniti.

Il principio di non intervento fu espresso nella fondazione dell'Organizzazione degli Stati


Americani a Bogotà nel 1948. I delegati latinoamericani ottennero l'approvazione del capitolo 15:
"Nessuno Stato o gruppo di Stati ha il diritto di intervenire, direttamente o indirettamente, per
qualsiasi motivo, negli affari interni o esterni di qualsiasi altro Stato". Questa clausola proibiva
espressamente non solo l'intervento armato ma anche "qualsiasi altra forma di interferenza o tentata
minaccia".

Truman, dopo una breve incertezza, si preoccupò del progredire della dottrina comunista in
America Latina. Il risultato fu la sottoscrizione di un accordo alla conferenza dell’OSA del 1948,
noto come "accordo multilaterale interamericano anticomunista".
Il 1950 segnò anche una svolta nell'atteggiamento americano verso la regione. A maggio il
presidente Truman approvò un memorandum del Consiglio di sicurezza nazionale sulla
"Collaborazione militare interamericana", l'anno successivo il Congresso votò 38,2 milioni di
dollari per l'assistenza militare diretta all'America Latina; nel 1952 la cifra salì a 51,7 milioni di
dollari.

I calcoli della Guerra Fredda hanno anche provocato una reinterpretazione del non intervento.
Il vicesegretario di Stato Edward Miller ha spiegato la posizione degli Stati Uniti nel 1950
giustificando gli interventi richiamando l’antica dottrina Monroe ma, secondo i termini del Patto di
Rio e dell'OSA, non ci potrebbero essere interventi unilaterali. Miller ha poi definito il Patto di Rio
"una dottrina monroe della nostra comunità interamericana". Così gli Stati Uniti cominciarono a
rivendicare la loro pretesa: i membri del Patto di Rio e/o l'OSA potevano, in quanto organismi
collettivi, decidere legittimamente di intervenire negli affari di uno Stato membro. Ciò non
violerebbe il non intervento. Una giustificazione primaria per tale azione sarebbe "l'aggressione
politica comunista".

George Kerman, ideatore della politica di contenimento, stilò gli obiettivi della politica statunitense
in America Latina:

1) La protezione delle materie prime americane,


2) La prevenzione dello sfruttamento militare dell'America Latina da parte del nemico, e
3) La prevenzione della mobilitazione psicologica dell'America Latina contro di noi.

All'inizio della sua amministrazione Eisenhower approvò una dichiarazione politica a favore di un
"ordinato sviluppo politico ed economico" nella regione. Sottolineando l'importanza del sostegno
internazionale per eliminare la "minaccia della sovversione interna comunista o di altre forme di
sovversione antiamericana", l'NSC 144/1 ha espresso un notevole disprezzo per i leader latini e la
loro incapacità di comprendere la natura della minaccia e sostenne che gli Stati Uniti avrebbero
dovuto agire da soli.

Courting Dictators
Gli USA volevano promuovere e rafforzare i regimi anticomunisti in America Latina, anche se
dittature. I governi civili si rafforzarono in Cile, Costa Rica e Colombia. Elezioni relativamente
libere si sono svolte in Ecuador (vinse José Maria Velasco Ibarra); a Cuba, dove Ramon Grau
San Martin (ancora una volta) trionfò; in Perù, dove José Luis Bustamante y Rivero è stato
vittorioso; e la più importante, in Venezuela, dove il partito Accion Democratica ha vinto le
elezioni del 1947. Nel frattempo, le dittature hanno abbandonato il potere in Guatemala, dove
Juan José Arevalo prese il posto di una giunta militare; in Brasile, dove le elezioni si svolsero nel
dicembre 1945; e in Argentina, con le elezioni presidenziali del 1946.

Per la prima volta comparvero partiti "progressisti" dedicati alla riforma sociale (gli Autenticos a
Cuba, gli Apristas in Perù, l'Accion Democratica in Venezuela, persino i Peronisti in Argentina)
insieme a partiti comunisti che furono legalizzati o tollerati in quasi tutti i Paesi.
Vi fu la mobilitazione politica del lavoro organizzato; alla fine della guerra circa 3,5-4,0 milioni di
lavoratori furono sindacalizzati in tutta la regione.

La democrazia acquistò popolarità dal 1945, alla conferenza di Chapultepec la delegazione


statunitense guidò l'America Latina nel dichiarare l’adesione ai principi democratici.
Nell'immediato dopoguerra era il fascismo, non il comunismo, ad essere visto come la principale
sfida alla democrazia in America Latina e agli interessi degli Stati Uniti. Di conseguenza gli Stati
Uniti concentrarono l'attenzione sui Paesi sudamericani con tendenze favorevoli all'asse.
L'Argentina, con la candidatura di Peron nel 1946, fu la prima osservata speciale. Peron ne fu
presidente due volte (1946 – 1955 e 1973 – 1974).

In quegli anni l’America Latina subì molteplici colpi di stato come quello in Perù, dove Manuel
Odria prese il potere (e represse il partito APRA) nell'ottobre 1948; in Venezuela, dove Marcos
Perez Jimenez rovesciò un governo democratico nel novembre 1948; e a Cuba, dove Fulgencio
Batista riaffermò il controllo nel 1952. In Nicaragua, Anastasio Somoza si è adoperato per
perpetuare il suo governo individuale. In Colombia, uno stato d'assedio nel novembre 1949 ha
portato alla chiusura del congresso. Alla fine del 1954 in America Latina vi erano solo 4
democrazie: Uruguay, Costa Rica, Cile e Brasile.

La svolta verso la dittatura rifletteva principalmente le reazioni politiche delle classi dominanti
dell'America Latina contro i movimenti progressisti per la riforma sociale. Il cambiamento della
politica degli Stati Uniti sembrava però sostenere questa svolta verso destra. Nel 1947 gli Stati Uniti
rinnovarono le licenze per la vendita di armi allo spietato regime di Rafael Leonidas Trujillo
Molina nella Repubblica Dominicana; rifiutarono di fornire sostegno alla "Legione caraibica" di
democratici esiliati e fecero accordi con l'Argentina peronista.
Gli USA riconobbero, nel 1948, i regimi di Odria (Perù), Perez Jimenez ( Venezuela) e Somoza
(Nicaragua).
Gli USA posero l’accento sui legami con le istituzioni militari latinoamericane rafforzando le forze
armate in tutta la regione. Nel 1954 il Congresso approvò 105 milioni di dollari in aiuti militari per
l'America Latina.

Casa delle pulizie

Per gli USA i regimi dittatoriali sarebbero stati più efficaci nel contrasto ai movimenti comunisti
rispetto alle democrazie. Con lo scoppio della Guerra Fredda, gli Stati Uniti e i governanti militari
dell'America Latina si unirono in una crociata in tre parti, per consolidare l'influenza dei comunisti:
1) l'eliminazione virtuale dei partiti comunisti latinoamericani
2) l'affermazione del controllo statale sui movimenti dei lavoratori
3) l'esclusione diplomatica dell'Unione Sovietica dall'emisfero occidentale.

I partiti comunisti furono dichiarati fuorilegge. Il sostegno ai partiti comunisti raggiunse il suo
apice nel 1944-47. Il numero dei membri salì da 375.000 a 500.000. In Cile, Gabriel Gonzalez
Videla del Partito Radicale ha vinto la presidenza nel 1946 con il sostegno del Partito Comunista,
che ha ottenuto il 17% del totale dei voti nelle elezioni comunali dell'anno successivo; in Brasile,
il Partido Comunista Brasileiro (PCB) ha ottenuto il 10% dei voti nelle elezioni del 1945 e del
1947.

I conservatori dell'America Latina sfidarono i partiti comunisti nella leadership delle


organizzazioni sindacali e studentesche. I più efficaci furono: il Partido Revolucionario
Institucional (PRI) in Messico e il Partido Laborista (poi Peronista) in Argentina.

Tali movimenti chiesero aiuto agli Stati Uniti e, in un Paese dopo l'altro, in Brasile nel maggio
1947, in Cile nell'aprile 1948 e in Costa Rica nel luglio 1948, i partiti comunisti furono dichiarati
contro la legge. I membri eletti del partito furono rimossi dal gabinetto e dal congresso in Cile nel
1947 e in Brasile nel 1948. Prima della fine del 1948 il movimento comunista era fuorilegge in 8
nazioni della regione, tra cui Nicaragua e Perù; in Messico il partito era tecnicamente legale ma
non poteva iscriversi alle elezioni.
Tra il 1947 e il 1952 il totale delle iscrizioni ai partiti comunisti si ridusse di quasi la metà,
passando da quasi 400.000 a meno di 200.000, e rimase intorno a quel livello per il resto degli
anni Cinquanta. L'unico Paese in cui non accadde fu l'Argentina.
Nel 1954 c'erano una dozzina di regimi autoritari in America Latina - e tutti tranne uno
(l'Argentina di Peron) avevano messo al bando i partiti comunisti.
La repressione estese ai sindacati e ai partiti politici: in Brasile, l'amministrazione del Dutra
introdusse una nuova legislazione per portare il lavoro sotto il controllo dello Stato nel 1946; in
Cile, il governo contribuì a spezzare uno sciopero cruciale dei minatori di carbone nel 1947; in
Messico, il PRI al potere schiacciava i leader indipendenti del lavoro.

Gli Stati Uniti parteciparono direttamente, attraverso la nomina di addetti al lavoro per il
personale delle ambasciate, e indirettamente, attraverso gli sforzi anticomunisti della Federazione
Americana del Lavoro sotto la guida di George Meany e Romualdi. Fu lanciata una campagna
contro la Federazione Mondiale dei Sindacati, considerata una "organizzazione del fronte
comunista", la Confederation de Trabajadores de America Latina (CTAL), fondata nel 1938 sotto
la guida del leader sindacale messicano Vicente Lombardo Toledano,

Romualdi si impegnò a organizzare un movimento anticomunista che potesse sfidare sia il WFTU
che il CTAL. Nel gennaio 1948 creò la creazione della Confederacion Interamericana de
Trabajadores (CIT). Sotto la presidenza del cileno Ibanez, il CIT si affiliò alla Conferenza
Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL) nel 1949 e cambiò il proprio nome nel 1950 in
Organizacion Regional Interamericana de Trabajadores (ORIT).

L’ORIT (Inter-American Regional Organization of Workers) e i suoi affiliati locali prese il


controllo del movimento operaio in America Latina. A metà degli anni Sessanta aveva raggiunto i
28 milioni di lavoratori raggruppati in 52 organizzazioni affiliate dislocate in 39 repubbliche.

La formazione dei leader del lavoro divenne prioritaria. I primi anni '60 vedono la creazione
dell'American Institute of Free Labor Development (AIFLD), che Romualdi diresse dal 1962 al
1965. In pochi anni più di 40.000 uomini e donne hanno frequentato i corsi del programma sul
campo dell'AIFLD. Nel 1966 ORIT e la CISL Internazionale hanno anche fondato l'Istituto
Interamericano del Lavoro a Cuernavaca, Messico, sotto la presidenza di Bernardo Ibanez.
L'obiettivo era evitare che le future generazioni di leader del lavoro fossero contagiate dal
comunismo.

Un'altra componente della strategia emisferica della guerra fredda era l'isolamento diplomatico
dell'URSS. L'idea era quella di sigillare le Americhe dall'influenza sovietica e quindi di evitare la
sua contaminazione da parte del pensiero marxista.

Prima della Seconda guerra mondiale, infatti, solo 3 nazioni latinoamericane concedevano il
riconoscimento de jure all'Unione Sovietica: Il Messico (1924), che poi ha interrotto i rapporti nel
1930; l'Uruguay (1926), che ha interrotto i rapporti nel 1935 e la Colombia (1935), con Bogotà
l'unica sede di una missione diplomatica sovietica nella regione fino al 1942. Durante la guerra 13
nazioni riconobbero l'URSS. Nel 1946 l'Unione Sovietica intratteneva relazioni diplomatiche con
15 delle 20 repubbliche latinoamericane, con delegazioni in 8 Paesi della regione.
A metà degli anni Cinquanta tutti i governi, tranne 3 dei 15 che avevano riconosciuto il governo
sovietico, interruppero i rapporti con l’URSS. Il Brasile e il Cile lo fecero nel 1947; la Colombia
nel 1948; il Venezuela (sotto Perez Jimenez) e Cuba (sotto Batista) nel 1952. Il Guatemala
divenne un caso speciale nel 1954.

I legami economici con l’URSS erano deboli. Nel 1954, il commercio dell'America Latina con
l’URSS toccava i 200 milioni di dollari (su un totale di 15 miliardi); nel 1962 il commercio salì a
1 miliardo di dollari, il 5% del totale di 20 miliardi di dollari.
Intervento in Guatemala

La tattica degli Stati Uniti di sostenere i regimi anticomunisti, di sopprimere i partiti di sinistra, di
contenere i movimenti dei lavoratori e di limitare le relazioni diplomatiche ebbe un notevole
successo.
L’eccezione fu rappresentata dal Guatemala dove il colonnello Jacobo Arbenz Guzman vinse le
elezioni nel 1950. Riformista di sinistra, Arbenz proclamò 3 obiettivi per la sua amministrazione:
1) Convertire il nostro Paese da una nazione dipendente con un'economia semi-coloniale a un
Paese economicamente indipendente 2) convertire il Guatemala da un Paese arretrato con
un'economia prevalentemente feudale a uno Stato capitalista moderno 3) fare questa
trasformazione in modo da elevare il tenore di vita del popolo.

La chiave di questo programma fu la riforma agraria. Il disegno di legge, emanato nel 1952,
autorizzava il governo ad espropriare solo porzioni incolte di grandi piantagioni. Tutte le terre
sottratte dovevano essere pagate in obbligazioni a venticinque anni con un tasso d'interesse del
3%, e la valutazione delle terre doveva essere determinata in base al loro valore imponibile a
partire dal maggio 1952. Durante i 18 mesi di funzionamento, la riforma agraria distribuì 1,5
milioni di acri a circa 100.000 famiglie.
Vi fu l’opposizione della United Fruit Company e del governo degli Stati Uniti. La frutera
deteneva enormi appezzamenti di terra in Guatemala, l'85% dei quali era inutilizzato. Sulla base
delle dichiarazioni fiscali, il governo guatemalteco nel 1953 ha offerto a UFCO 627.572 dollari in
obbligazioni a titolo di risarcimento per una parte dei beni confiscati; il Dipartimento di Stato
americano rispose con una richiesta di 15.854.849 dollari.
I pubblicisti di UFCO accusarono Arbenz di essere "morbido" nei confronti del comunismo,
definendolo una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.

Nel marzo 1953 (Eisenhower) il ministro degli Esteri guatemalteco Toriello ricevette un monito
secondo cui “gli Stati Uniti erano determinati a bloccare la cospirazione comunista internazionale
e non potevano aiutare un governo che giocava apertamente a palla con i comunisti".
In una riunione dell'OSA a Caracas nel marzo 1954 John Foster Dulles fece pressione sui delegati
per sostenere una risoluzione secondo cui "il dominio o il controllo delle istituzioni politiche di
qualsiasi stato americano da parte del movimento comunista internazionale". . . costituirebbe una
minaccia" per l'intero emisfero e richiederebbe "un'azione appropriata in conformità con i trattati
esistenti". Il suo riferimento era al Trattato di Rio del 1947, che consentiva l'azione collettiva se
due terzi dei membri dell'OSA concordavano sul fatto che l'indipendenza politica di qualsiasi
Stato membro fosse minacciata da "un'aggressione che non fosse un attacco armato". Gli Stati
Uniti volevano estendere "la Dottrina Monroe per includere il concetto di messa al bando delle
ideologie straniere nelle Repubbliche americane".
La risoluzione fu approvata con un voto di 17-1-2 (solo il Guatemala si è opposto; Messico e
Argentina si sono astenuti).

Il governo di Arbenz, per paura di un intervento americano, represse l'opposizione interna e si


rivolse all'Europa dell'Est per le armi di piccolo calibro. Il governo statunitense chiedeva un
risarcimento per la United Fruit.

Eisenhower si rivolse alla CIA che organizzò una colonna ribelle, guardata da Carlos Castillo
Arma, radunata oltre il confine nel vicino Honduras. Erano equipaggiati e diretti dalla CIA, che
istituì e gestiva una stazione radio ribelle e fornì alcuni aerei da combattimento della Seconda
Guerra Mondiale per colpire il Guatemala. Arbenz si arrese e andò in esilio in Messico.
L'azione degli Stati Uniti scatenò decine di proteste. In Messico, Honduras, Panama e Cuba vi
furono disordini. In Argentina, il congresso approvò una risoluzione a sostegno di Arbenz;
l’Uruguay condannò l'"aggressione" degli Stati Uniti e il Cile ne denunciò l’operato.
Sotto una giunta militare temporanea, il nuovo governo del Guatemala ha rovesciato l'esproprio
delle terre della United Fruit e ha spazzato via il sindacato dei lavoratori delle banane.

Il regime istituì un Comitato nazionale di difesa contro il comunismo, seguito da una legge penale
preventiva contro il comunismo, che stabilisce la pena di morte per "crimini" di "sabotaggio”. Il
Comitato nazionale aveva il diritto di mettere agli arresti i cittadini senza alcuna accusa per un
periodo massimo di sei mesi, in qualche mese furono 72.000.
Il 1° settembre 1954 la giunta si dimise e Castillo Armas rimase unico sovrano. Per legittimare la
sua autorità, il mese successivo inscenò un finto plebiscito: 485.531 si dichiararono favorevoli
alla sua continuazione della presidenza, 393 si opposero, 655 non ebbero risposta. Poi ristabilì i
legami con la Chiesa cattolica, riportò il Guatemala nell'OSA e tolse i divieti sulle concessioni
petrolifere straniere. Fu assassinato nel 1957 e il Guatemala sprofondò in una guerra civile lunga
36 anni in cui i governi militari condussero una guerra incessante contro i contadini, le comunità
indigene, gli oppositori politici e i gruppi di guerriglieri. Gli squadroni della morte paramilitari,
Mano Blanca e Ojo por Ojo uccisero più di 200.000 su un totale di meno di 4 milioni di
abitanti.

Il viaggio di Nixon

Nel maggio del 1958 il Vicepresidente Nixon intraprese un tour attraverso il Sud America fu un
viaggio di due settimane e mezzo in 8 paesi. In Uruguay, prima tappa del suo tour, il
vicepresidente fu al centro di una blanda manifestazione contro l'imperialismo statunitense.
In Perù gli furono lanciati contro dei sassi, L'Ecuador e la Colombia hanno fornito piacevoli
intermezzi, e poi Nixon si è diretto a Caracas. Cinque mesi prima Marcos Perez Jimenez era
fuggito dal trovando esilio negli Stati Uniti. In Venezuela Nixon fu attaccato dai manifestanti,
uscendone illeso. Queste manifestazioni furono viste come la “penetrazione sovietica in America
Latina”.

Parametri per la politica

Di ritorno dal tour Nixon propose l’adozione di una nuova politica: la “stretta di mano formale per i
dittatori e l’abbraccio per i leader democratici”. Nel 1960 Eisenhower approvò persino un piano per
convincere lo spietato Rafael Trujillo a dimettersi dalla presidenza della Repubblica Dominicana.
Nixon dichiarò: "Dobbiamo sviluppare un programma economico per l'America Latina che sia
distintamente suo... Ci deve essere un nuovo programma di progresso economico per l'emisfero".
Nel 1959 gli Stati Uniti sostennero la creazione di una Banca Interamericana di Sviluppo (BID),
realizzando così una delle prime visioni di una Comunità Panamericana.
E nel luglio 1960 il governo annunciò a Bogotà un Fondo fiduciario per il progresso sociale con 500
milioni di dollari destinati alla sanità, all'istruzione, all'edilizia abitativa e alla riforma agraria in
tutta la regione, da amministrare attraverso il nuovo BID. Alla fine del suo mandato Eisenhower
aveva forgiato una duplice politica nei confronti dell'America Latina: la Dichiarazione di Caracas
del 1954, con la sua rinuncia al marxismo, e l'Atto di Bogotà del 1960, con il suo assalto alla
povertà e al sottosviluppo. Finalmente gli Stati Uniti cercavano di sradicare quelle che erano le
cause di fondo e le espressioni politiche del comunismo nell'emisfero.

CAPITOLO 6 – Making Friends

La Guerra Fredda comporta una ricerca incessante da parte degli Stati Uniti di alleati in America
Latina. La competizione geopolitica tra gli USA e l’Unione Sovietica costrinse, infatti, entrambi i
blocchi impegnati nella Guerra a cercare alleati, amici e clienti in tutto il mondo, in particolare nelle
zone non allineate con nessuna delle due superpotenze in conflitto.
Da un lato, l’esistenza di nuovi alleati rappresenta per gli Stati Uniti e per l’Unione Sovietica un
aumento della loro potenza interna; dall’altro l’adesione volontaria delle potenze mondiali ad uno
dei due blocchi testimonia la presunta superiorità dei due sistemi sociali rivali (ossia quello
americano e quello sovietico).
- Gli USA elaborano un piano eccezionale per attirare a sé alleati: offrono aiuti economici e
materiali. L’assistenza economica agli alleati permette, infatti, agli USA di di indebolire i nemici
riducendo i livelli di povertà e, quindi, privando l’ideologia comunista della sua base sociale. Dagli
anni Sessanta e nel corso degli anni Ottanta la strategia statunitense di supporto ai regimi
anticomunisti assunse varie forme, tra cui l’appoggio ai regimi militari di Brasile ed Argentina e
l’alleanza con le dittature di destra di tutto il mondo.
- Nel 1960 gli Stati Uniti estendono e adattano la strategia del cosiddetto “containment” (ossia del
tentativo di arginare il proliferarsi dell’ideologia sovietica) all’interno del Terzo Mondo.
Nell’ottica statunitense dell’epoca, i paesi del Primo Mondo sono le democrazie industrializzate
di stampo capitalista, quelli del Secondo Mondo corrispondono al blocco sovietico (in particolare
l’URSS e l’Europa orientale) e, infine, il Terzo Mondo comprende tutti quegli stati che non sono
inclusi nelle prime due categorie. Nonostante la classificazione sia estremamente soggettiva e
presuntuosa1, essa sembra mettere in evidenza delle caratteristiche comuni tra i paesi del Terzo

1 Così come viene definita dall’autore stesso.


Mondo. In particolare, dal punto di vista economico questi paesi sono:
- poveri, svantaggiati e dipendenti (dai paesi più sviluppati);
- scarsamente popolati e mancano sia di un mercato di consumatori sia delle basi per le risorse
umane, entrambi elementi fondamentali per garantire uno sviluppo autonomo (“self-sustaining
development”).
Dal punto di vista politico, gli stati del Terzo Mondo si caratterizzano per:
- essere stati delle colonie o dei protettorati prima della Seconda Guerra Mondiale (in particolare
l’Asia e l’Africa) e per aver ottenuto l’indipendenza seguendo varie strade (negoziazione
pacifica, decenni di resistenza ai coloni - come l’India - o conflitti armati - come il Vietnam). Il
retaggio coloniale si è tradotto, per il Terzo Mondo, in un sentimento di sospetto nei confronti dei
paesi occidentali del Primo Mondo, di orgoglio verso la propria sovranità nazionale e nel
tentativo di migliorare la propria situazione socio-economica.

Durante la Guerra Fredda i paesi del Terzo Mondo giocano un ruolo fondamentale nella rivalità tra
gli Stati Uniti e l’URSS.
- A metà degli anni Cinquanta, i paesi del Terzo Mondo si alleano nel Movimento dei Non-
Allineati. Il loro punto di forza rappresenta la superiorità numerica (più di cento membri del
Movimento possono dominare forum internazionali come l’Assemblea Generale dell’ONU).
- Nel 1960 gli stati del Terzo Mondo si alleano nuovamente per intraprendere la strada dello
sviluppo economico. Viene così indetta la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e sullo
Sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development, UNCTAD) e viene creato il
Gruppo dei 77 (G-77).
- Nel 1970 alcuni membri del Gruppo dei 77, facenti parte dell’Organizzazione dei Paesi
Esportatori di Petrolio (Organization of Petroleum Exporting Countries, OPEC), riescono a
controllare beni (“commodities”) strategici per ottenere maggiori concessioni economiche dai
paesi industrializzati. Per tale ragione e per la loro instabilità politica che sembra tendere verso
regimi di sinistra, i paesi del Terzo Mondo iniziano a rappresentare una minaccia per gli Stati
Uniti.

Nonostante gli aspri contrasti con l’Asia e l’Africa, l’America Latina appartiene indubbiamente ai
paesi del Terzo Mondo (non potendo rientrare né nel Primo né nel Secondo Mondo). Infatti, ad
eccezione delle isole caraibiche, la maggior parte degli stati latinoamericani hanno raggiunto
l’indipendenza intorno al 1820. Inoltre, molti di questi paesi sono più prosperosi o meno poveri
rispetto agli stati dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale. Inoltre, la prossimità geografica
con gli Stati Uniti determina la difficoltà dell’America Latina sia ad assumere una posizione
neutrale all’interno della Guerra Fredda sia a far sì che gli USA e gli URSS si eliminino a vicenda.
Perciò, all’alba della Guerra Fredda, l’America Latina si è assicurata una relazione lunga e
istruttiva/costruttiva (“instructive”) con gli States che le permette di reclamare il predominio tra i
paesi in via di sviluppo.

Scienze Sociali, Ideologia e Politica Estera


Gli Stati Uniti devono elaborare una dottrina, una strategia generale per fronteggiare l’emergere dei
paesi del Terzo Mondo e, in particolare, dell’America Latina. L’obiettivo degli USA è quello di
promuovere gli interessi americani rispetto alla minaccia comunista.
Per la formulazione di una strategia a lungo termine l’amministrazione Kennedy si è servita di un
gruppo di “intellettuali d’azione” (“action intellectuals”) provenienti principalmente da Harvard e
dal MIT. Viene elaborata la “teoria della modernizzazione” 2, basata su premesse logiche complesse
e dubbiose dalle quali emergono finalità partigiane (si vedano i documenti fondanti come il saggio
di Walt Rostow “The Stages of Economic Growth” sottotitolato “An Anti-Communist Manifesto”).

La teoria della modernizzazione costituisce la base programmatica e la logica intellettuale delle


azioni statunitensi nel corso del 1960 e per gran parte del 1970. In particolare, essa consiste nella:
- convinzione che la diffusione della democrazia politica (ossia attraverso l’elezione libera dei
governi) tra i paesi del Terzo Mondo avrebbe servito e protetto gli interessi nazionali statunitensi
dalla minaccia sovietica. In quest’ottica la libertà elettiva comporta necessariamente l’adesione al
“mondo libero” (ossia quello di stampo statunitense) che si oppone alla cospirazione, alla
sovversione e alle lotte di conquista dei Sovietici.
- Come promuovere, quindi, la democrazia politica?
La teoria della modernizzazione vede la risposta nel processo di sviluppo economico e sociale,
ovvero nel nesso causale tra lo sviluppo economico e la creazione della classe media che
spingerebbero a scegliere la democrazia politica (intesa come mezzo di acquisizione di potere o
espressione di valori illuminati). Infatti, secondo gli States, lo sviluppo industriale non avrebbe
portato alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia ma alla trasformazione e all’armonia
sociale. Riassumendo, con una maggiore modernizzazione economica aumenta la probabilità che si
sviluppi una politica democratica. Questi assunti sono confermati dalla congettura positiva tra i
livelli di crescita economica e la democrazia che si registra nel 1960. Per questo motivo, gli USA si
preoccupano soprattutto di favorire lo sviluppo economico nel Terzo Mondo, sulla scia di quello
che aveva fatto il Piano Marshall (1940-1950) per contenere l’avanzata comunista in Europa dopo
la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il problema è che nel programma di espansione economica
promosso dagli USA nel 1960 non sono state prese in considerazione le differenze tra le economie
avanzate europee e i paesi non ancora industrializzati del Terzo Mondo. Si pensa, infatti, che, paesi
tendono ad attraversare stadi uniformi di crescita economica e che, una volta dotati delle condizioni
necessarie, attraversino una fase di decollo economico che permette la crescita autonoma e il
progresso continuo. Gli aiuti provenienti dagli USA si sarebbero esauriti una volta raggiunta la fase
del decollo economico dal quale sarebbe scaturito in maniera automatica dallo sviluppo economico.

Gli economisti al servizio di Kennedy insistevano sulla relazione positiva tra la pianificazione
governativa (“governmental planning”) è essenziale per lo sviluppo sostenibile ed autosufficiente.
Un mercato non regolato porterebbe a distorsioni economiche e a disequilibri sociali. Per questo
motivo, è necessario che i governi implementino politiche che assicurino la modernizzazione
economica e allevino le diseguaglianze sociali a beneficio delle masse popolari. Per la centralità
dell’intervento statale, gli aiuti statunitensi al Terzo Mondo erano fondati su accordi
intergovernativi.

Il paradigma della modernizzazione spinge gli USA ad assumere un atteggiamento ottimistico nei
confronti del futuro, ad adottare delle chiare linee guida per l’applicazione delle politiche e a

2 Abbracciata da intellettuali come Samuel P. Huntington, Gabriel Almond, Max Millikan e Lucian Pye.
rifiutare l’idea leninista secondo la quale l’imperialismo rappresenta il più alto livello di
capitalismo. Dal punto di vista politico, questo processo di modernizzazione vede la convergenza
degli interessi tra gli Stati Uniti ed il Terzo Mondo.

Tuttavia, la teoria della modernizzazione è ambigua. Sono, infatti, errate e, talvolta, contrastanti le
definizioni di modernizzazione, progresso politico e sviluppo che vengono da essa proposte. In
alcuni casi, il concetto di democratizzazione si riferisce alla espansione progressiva della
partecipazione democratica nella ricerca del potere politico da parte dei settori in crescita. In altri
casi, la democratizzazione viene associato alla stabilità, ossia alla preservazione dei regimi politici e
all’imposizione della legge e dell’ordine.
Inoltre, la teoria della modernizzazione è anti-rivoluzionaria in quanto concepisce uno sviluppo
graduale, guidato ed evolutivo tramite riforme pacifiche (e non sommosse violente). Gli Stati Uniti
promuovono il cambiamento come unica possibilità di sopravvivenza per i paesi del Terzo Mondo.
Tuttavia, non mancano le contraddizioni, in quanto Kennedy stesso parla di una “rivoluzione
pacifica”, quindi di un sovvertimento dell’ordine seppur in modo graduale (non radicale) che
avrebbe impedito l’instaurarsi del comunismo. Al contrario, gli Stati Uniti temono che l’America
Latina sia sull’orlo di una rivoluzione massiva.
Alla base delle idee statunitensi vi è il sospetto e il timore verso un qualsiasi atto rivoluzionario
capace di:
- sconvolgere l’ordine sociale;
- distruggere le istituzioni politiche;
- scatenare sentimenti nazionalisti
- e promuovere rivolte di sinistra.
Nella visione statunitense i rivolgimenti sociali da parte dei settori più poveri (“have-nots”)
rappresentano un pericolo politico sotto due forme:
1. i leader rivoluzionari tendono a rivelarsi marxisti, attori fedeli o semplicemente pupazzi
dell’Unione Sovietica che allineerebbe i loro governi al blocco comunista;
2. i rivoluzionari, anche se mossi da buone idee idealiste, provocherebbero comunque instabilità
politica, in quanto aprirebbero i loro governi alla sovversione comunista.

Oltre alla rivoluzione, gli Stati Uniti cercano di impedire l’avanzata di movimenti di sinistra:
1. Kennedy promuove governi riformisti del centro (o del centro sinistra), pianifica strategie
controrivoluzionarie all’interno del Pentagono e crea le unità anti-guerriglia dei Green Berets.
2. Nixon favorisce lo status quo dei governi del centro destra (o dell’estrema destra).
Entrambi i presidenti si oppongono in maniera implacabile alla sinistra e a tendenze radicali per
consentire ai paesi di intraprendere la modernizzazione socio-economica, il “decollo” economico e
il cambiamento autosufficiente.

L’apice dell’applicazione della teoria della modernizzazione e della dottrina del contenimento si
raggiunge in Vietnam. Sotto il vicepresidente Lyndon B. Johnson ed il consigliere Eugene Rostow
viene approvata la Risoluzione del Golfo di Tonkin, con la quale gli USA vogliono impedire una
guerra di liberazione di stampo cinese nei paesi del Terzo Mondo, partendo dal Vietnam.
Ciò nonostante, nel 1975 gli Stati Uniti devono ritirarsi. La liberazione comunista e nazionalista di
Ho Chi Minh è compiuta.

Negli altri paesi in via di sviluppo le politiche statunitensi si evolvono su una strategia a due livelli:
1. opposizione ferma a movimenti di sinistra con mezzi militari e paramilitari
2. promozione a lungo termine di uno sviluppo socio-economico e e di riforme centriste.
L’idea di fondo è sempre la stessa: l’aiuto esterno degli Stati Uniti avrebbe portato allo sviluppo
economico, il quale avrebbe condotto alla stabilità politica ed, infine, alla democrazia.

L’Alleanza per il Progresso come base per lo sviluppo

Le relazioni economiche tra l’America Latina e gli States si rivelano svantaggiose negli anni
successivi al secondo conflitto mondiale. Infatti, l’America Latina ha fornito beni a prezzi
controllati agli Alleati e ha accumulato 3,4 miliardi di dollari di credito per scoprire poi che gli USA
avrebbero alzato i prezzi sulle esportazioni di capitale.
Nel 1948, in occasione della conferenza che dà vita all’Organizzazione degli Stati Americani, gli
USA affermano di non essere in grado di finanziare di più del minimo necessario ad avviare il
progresso economico nel Terzo Mondo (servono finanziamenti privati esteri). Nel 1949 gli USA
ribadiscono all’America Latina di non poter supportarla e che l’industrializzazione non è
necessariamente segno di uno sviluppo positivo. Al contrario, l’America Latina dovrebbe
autofinanziarsi tramite il commercio e i benefici degli investimenti stranieri.
In conseguenza di ciò, i finanziamenti statunitensi diretti all’America Latina sia durante la Seconda
Guerra Mondiale sia tra il 1945 ed il 1958 sono effimeri (nonostante il Mutual Defense Assistance
Act del 1949 autorizzi spese pari a 1,3 miliardi di dollari) —> gli Stati Uniti non hanno più bisogno
dell’America Latina.
Le intenzioni statunitensi cambiano nel 1958: Nixon ascolta i consigli del presidente brasiliano
Juscelino Kubitschek che propone l’Operazione Pan America (nuovo programma di sviluppo
economico per l’America Latina). Tuttavia, la salita al potere di Fidel Castro a Cuba crea nuove
priorità. Fidel Castro ha, infatti, confiscato le compagnie statunitensi e promosso un piano di
riforma agraria. È necessario, quindi, fermare la Rivoluzione Cubana.

La formazione dell’Alleanza per il Progresso

Nel 1961, il neoeletto J. F. K. propone di formare l’Alleanza per il Progresso che avrebbe
promosso, per i successivi dieci anni, la crescita economica, il progresso sociale e la democrazia
politica , ossia una “rivoluzione delle Americhe” (l’idea è ancora quella di garantire la libertà e la
dignità umana attraverso il progresso economico). L’attuazione del progetto di Kennedy inizia a
partire dall’agosto del 1961, quando i rappresentanti degli Stati Uniti e dell’America Latina (esclusa
Cuba) si riuniscono a Punta d’Este (Uruguay). Gli obiettivi stabiliti sono:
- l’aumento degli stipendi individuali per ottenere nel minor tempo possibile livelli di entrate
capaci di assicurare uno sviluppo autosufficiente con un tasso di crescita pro capite minimo
fissato al 2,5% pro capita annuo
- la riforma sociale che mira in particolare a regolamentare le condizioni e l’uso scorretti della
terra
- la diversificazione del commercio attraverso l’ampliamento delle varietà di materiali esportati e
dei mercati esteri.
- l’industrializzazione e l’aumento dell’occupazione
- l’aumento dei livelli di educazione e l’eliminazione dell’analfabetismo in età adulta entro il 1970
- la stabilità dei prezzi per evitare sia l’inflazione sia la deflazione.
Accelerando il processo di sviluppo economico nel corso del 1960, gli USA vogliono portare
l’America Latina a raggiungere il “decollo” economico e godere poi dei benefici politici che ne
conseguono.
Le misure da intraprendere per raggiungere tali obiettivi consistono nel:
1. delineare piani complessivi di sviluppo da parte di ciascun paese partecipante che vanno poi
sottoposti, per l’approvazione o la revisione, ad una commissione di esperti interamericana (“i
nove saggi”) . Ciò denota l’intervento statale in materia economica.
2. Avviare una riforma di redistribuzione della ricchezza (innalzamento delle tasse i più abbienti)
e una riforma agraria. Nel 1960 quasi la metà della popolazione latinoamericana vive nelle
campagne. La terra rappresenta sussistenza, prosperità e stabilità. Perciò la riforma non sarebbe
stata solo agraria ma soprattutto sociale. I cambiamenti attuati dagli USA sono paragonabile
solo agli sforzi fatti da costoro nella Germania e nel Giappone all’indomani della Seconda
Guerra Mondiale.
3. Nell’impegno statunitense a garantire assistenza economica su larga scala (20 miliardi - 10
privati e 10 pubblici - da stanziare entro dieci anni all’America Latina, dando la precedenza ai paesi
meno sviluppati). L’obiettivo è stimolare gli investimenti da parte dei governi e degli imprenditori
dell’America Latina.
4. Migliorare e rafforzare le istituzioni democratiche tramite l’autodeterminazione delle persone
(gli uomini liberi che lavorano attraverso la democrazia rappresentativa avrebbero meglio
soddisfatto le esigenze dei cittadini riguardo al lavoro, alla famiglia, alla salute e all’educazione.
Inoltre, il sostegno a regimi democratici riformisti avrebbe placato il malcontento in America Latina
e scongiurato la nascita di movimenti rivoluzionari (sono considerati buoni modelli di governo di
centro quello di Acción Democrática in Venezuela e Christian Democracy in Chile).
- Conseguenze dei piani di riforma:
1. crescita degli aiuti economici statunitensi all’America Latina fino a raggiungere 22,3 miliardi di
investimenti totali (statunitensi ed esteri) entro la decade. Calano gli aiuti in seguito all’elezione di
Nixon nel 1968.
2. Tuttavia, l’aumento dei trasferimenti lordi verso l’America Latina non si traduce in trasferimenti
netti di risorse necessarie all’investimento ed allo sviluppo. Nel 1960 l’A. L. deve comunque pagare
somme ingenti agli USA e agli altri paesi del Primo Mondo per debiti e servizi accumulati. Inoltre,
compagnie straniere residenti in A. L. trasferiscono i loro profitti direttamente alla madre patria.

Successi e limiti

In generale, il 1960 rappresenta un’accelerazione significativa della crescita economica in America


Latina. Si raggiunge il 2,4% (a fronte del 2,5% previsto) pro capite e la crescita pro capite è in
stabile ascesa grazie :
- all’implementazione di strategie per industrializzazione sostitutiva di importazioni (“import-
substitution industrialization”).
- il continuo rafforzamento dei maggiori mercati commerciali (specialmente di quelli statunitensi)
- al sostenimento fornito agli investimenti privati.

1. Successi dell’Alleanza per il Progresso (eterogenei; con poca rilevanza degli aiuti stranieri)
- Brasile, Argentina e Messico crescono economicamente grazie all’espansione dell’industria;
- il Messico sperimenta un progresso solido e stabile;
- il Brasile e la Colombia registrano guadagni significativi durante la seconda metà del 1960;
- l’Argentina ed il Venezuela resistono, tengono duro
- la Costa Rica registra progressi economici
- El Salvador e Nicaragua slittano verso il basso (nonostante un inizio promettente).
- Haiti e Uruguay vedono diminuire il prodotto interno lordo per capite.
- Riduzione cospicua della mortalità infantile quasi ovunque (tranne che in Guatemala) MA non
vengono raggiunti gli obiettivi iniziali (riduzione del tasso di mortalità infantile alla metà).

2. Limiti

a. Dal punto di vista della crescita economica:


- Il Chile ed il Perù fanno passi indietro
- El Salvador e Nicaragua slittano verso il basso (nonostante un inizio promettente).
- Haiti e Uruguay vedono diminuire il prodotto interno lordo per capite.

b. La riforma sociale vede:


- l’impossibilità di eliminare l’analfabetismo adulto in dieci anni MA migliora l’accesso
all’educazione secondaria e di grado superiore:
- la costruzione di nuove abitazioni è troppo lenta rispetto alla crescita della popolazione con il
risultato di un sovraffollamento dei quartieri più poveri;
- nuovi sistemi di acqua potabile e di scarico che hanno, tuttavia, uno scarso impatto sul benessere
generale;
- la riforma agraria rappresenta il fallimento più grande (dei 15 milioni di famiglie contadine,
meno di un milione beneficia della riforma): le élite locali la ostacolano per mantenere i loro
privilegi;
- l’aumento della produzione impedisce la riuscita della riforma sociale (prevale l’efficienza sulla
giustizia sociale).

Requiem per le aspettative deluse

Nonostante l’Alleanza per il Progresso rappresenti il tentativo sincero e di alte vedute da parte degli
Stati Uniti per crearsi alleati in America Latina, ci sono diverse ragioni per il suo fallimento:
- la scarsità degli aiuti economici (solo 10 dollari pro capite all’anno);
- l’errata interpretazione dell’assetto sociale dell’America Latina: si è dato per scontato che la
classe media latinoamericana avrebbe portato la democrazia in nome di principii morali ed
idealistici. Al contrario, la cosiddetta classe media in A. L. costituisce gli strati più elevati della
società e, quindi, non condivide gli stessi ideali dei contadini e dei lavoratori. Prive di forti
convinzioni ideologiche le classi medie appoggiano gli interessi dell’élite e dei comandanti
militari (ad esempio in Brasile ed in Argentina);
- l’errata lettura della relazione tra il cambiamento sociale e il conflitto politico. Gli ideatori
dell’Alleanza pensano che la trasformazione della società latinoamericana avvenga in un contesto
di stabilità politica. Al contrario, le classi più agiate lottano per mantenere il potere e i privilegi.
Inoltre, gli USA convinti che la riforma agraria avrebbe portato alla luce sentimenti radicali e
favorito i comunisti, non danno attuazione alle promesse iniziali e lasciano la situazione così
com’è;
- l’idea che il cambiamento sociale e politico avrebbe rafforzato il centro riformista è errata
poiché:
a. l’ impatto e ad un’ubiquità delle riforme riformiste non raggiungono i livelli sperati (i modelli
di Acción Democrática in Venezuela e di Christian Democracy in Chile sono rari e circoscritti)
b. in generale, il cambiamento sociale e il conflitto non hanno beneficiano il centro riformista
moderato, ma portano ad una polarizzazione politica che fortifica l’estrema destra e sinistra,
impedendo riforme graduali. Inoltre, emerge che gli States non sono in grado di circoscrivere la
sinistra, contenere la destra e nutrire ed illuminare il centro.

Mantenendo la posizione: i dittatori come amici

Il più grande fallimento dell’Alleanza per il Progresso è di tipo politico: il 1960 vede il prevalere
della forza militare sull’ordine e sulle riforme civili. Ci sono colpi di stato in:
- Argentina (marzo 1962)
- Perù (luglio 1962)
- Guatemala (marzo 1963)
- Ecuador (luglio 1963)
- Repubblica Dominicana (settembre 1963)
- Honduras (ottobre 1963).
Si instaurano così regimi dittatoriali a lungo termine e di stampo nuovo (“new styles”) che cercano
di attuare fondamentali trasformazioni sociali piuttosto che mediare le dispute tramite brevi periodi
di intervento.
- I colpi militari in Brasile (aprile 1964) ed in Argentina (giugno 1966) impongono modelli di
repressione completi che costituiscono gli archetipi dei cosiddetti regimi “burocratico-autoritari”.
- In Perù, il colpo militare del 1968 instaura una dittatura militare di impronta nazionalista e con
un programma di riforma sociale.
- Entro la fine del 1968, l’Argentina, il Brasile, il Perù, il Paraguay e la maggior parte
dell’America centrale diventano dittature.
- La Bolivia e l’Ecuador sono controllate dai militari.
- Il Messico rimane sotto un regime unico del partito dominante e a base civile.
Le reazioni degli Stati Uniti di fronte a questo scenario si modificano nel corso del tempo. Kennedy
considera la sconfitta dei riformatori centristi come un’offesa personale, in quanto essi
promuovevano una forma di leadership che, secondo lui, avrebbe supportato i piani dell’Alleanza.
1. In risposta al colpo di stato in Perù del 1962, dove i militari impediscono l’elezione di Victor
Raul Haya de la Torre e del suo partito Aprista, Kennedy sospende ogni relazione diplomatica ed
ogni aiuto economico con lo stato peruviano, ordina al personale tecnico di non presentarsi al lavoro
e prende in considerazione l’idea di sospendere la quota sullo zucchero. Tuttavia, i governi in
Argentina, Messico e Brasile protestano contro le misure adottate dagli USA ed accusano Kennedy
di comportarsi come un monarca. La giunta peruviana lascia il potere dopo le elezioni del 1963,
dove si impedisce al partito Aprista di vincere.
2. Kennedy è in disaccordo con il rovesciamento di Ramon Villeda Morales, un civile moderato
eletto presidente dell’Honduras nel 1967. Morales propone un piano di riforma agraria in linea con
l’Alleanza per il Progresso che suscita l’ira dell’aristocrazia tradizionale e delle forze armate che lo
destituiscono dal suo ufficio nell’ottobre del 1963. Tuttavia, Kennedy non interviene direttamente.
- In risposta ai colpi di stato in America Latina, il Dipartimento di Stato americano inizia a pensare
ad un dialogo con i militari in America Latina in modo da invitarli ad assumere un ruolo
costruttivo per mantenere la sicurezza interna ed attuare programmi di azione civile e di stampo
liberale. L’obiettivo è quello di rafforzare i civili contro le influenze dei militari e spingere per
nuove elezioni attraverso le quali i paesi latinoamericani avrebbero sperimentato i benefici della
legittimità democratica.
Tuttavia, in seguito all’assassinio di Kennedy nel 1963, gli USA assumono posizioni sempre più di
destra. Johnson critica lo scompiglio creato dalle politiche di Kennedy in America Latina ed è
scettico verso qualunque programma di riforme sociali e di ideali politici. Il suo obiettivo è
impedire “una seconda Cuba” altrove nel mondo. Johnson teme, infatti, che la vittoria del
comunismo in Brasile avrebbe messo gli Stati Uniti davanti ad “un’altra Cina”. Perciò gli USA
devono diventare inflessibili.
Il comando del dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale passa a Thomas
C. Mann, ex segretario di stato per gli affari economici sotto Eisenhower ed ambasciatore in
Messico. Mann conosce i Latinoamericani e, per questo, nel marzo del 1964 indice una conferenza
per gli ambasciatori statunitensi in America Latina in cui espone i suoi obiettivi:
- sostenere la crescita economica rimanendo neutrali in merito alla questione sociale;
- proteggere gli investimenti privati statunitensi;
- sospendere sostegni di ogni tipo alle istituzioni democratiche;
- opporsi al comunismo.
Emerge la centralità della lotta al comunismo che si innalza su qualsiasi tipo di condotta morale o
politica dei governi in America Latina.

La dottrina inaugurata da Mann trova applicazione diretta in Brasile, dove il 1 aprile del 1964, gli
ufficiali militari hanno rovesciato il governo di centro-sinistra di Joao Goulart. La preoccupazione
di derive a sinistra del governo brasiliano spingono gli USA ad offrire aiuti (non necessari) ai
militari e a definire la loro vittoria in linea con la democrazia costituzionale in quanto hanno evitato
un conflitto civile. Johnson afferma infatti che Goulart ha lasciato la presidenza vacante e, quindi, i
requisiti per una successione sono stati rispettati. Il nuovo regime in Brasile viene sostenuto dagli
USA anche quando inizia a rivelarsi brutale: tra il 1964 ed il 1968 gli USA forniscono al Brasile più
di 1,5 miliardi di dollari in aiuti militari ed economici.
- Inoltre, gli Stati Uniti affermano di offrire riconoscimento diplomatico ai regimi militari a meno
che non rispettino apertamente i parametri base della condotta internazionale. Gli USA sarebbero
intervenuti direttamente nella politica degli stati latinoamericani solo per arginare il proliferarsi
di regimi comunisti. Ad esempio, Johnson appoggia il colpo di stato militare in Argentina
(giugno 1966). Il presidente Arturo Illia viene estromesso, al suo posto sale un generale, vengono
aboliti gli organi legislativi, banditi i partiti politici e viene intrapreso un programma economico
conservativo. Inoltre, il nuovo regime dichiara il rifiuto del comunismo internazionale.
- Gli USA forniscono prestiti al governo tirannico di François Duvalier ad Haiti, supportano la
dinastia Somoza in Nicaragua e cooperano con il regime autocratico di Stroessner in Paraguay.
- Sotto la presidenza di Nixon l’approccio alle dittature (di destra) diviene ancora più esplicito.
Dopo la sua elezione nel 1968, Nixon incarica il suo rivale Rockefeller di studiare a fondo le
relazioni tra gli USA e l’America Latina. Il report finale del 1969 registra come gli USA abbiano
deteriorato i rapporti con gli altri stati occidentali a causa di interessi particolari ristretti, priorità
contrastanti in politica estera, una retorica benintenzionata ma irrealistica ed un atteggiamento
paternalistico. In parte dovuto a ciò, l’America Latina costituisce un problema per gli interessi
statunitensi per la crescita della popolazione, l’urbanizzazione, la disoccupazione, atteggiamenti
nazionalistici, radicali, anarchici e l’avversione verso gli USA. Inoltre, spinte al cambiamento
sociale (anche da parte delle donne e della Chiesa Cattolica) rischiano di favorire l’avanzata di
idee marxiste. Vincente si rivela, quindi, il sostegno ai militari latinoamericani, che avrebbero
permesso un cambiamento sociale costruttivo. Tuttavia, come è avvenuto con il regime
indipendentista peruviano, vi è il rischio che i nuovi regimi militari siano inaffidabili e
abbraccino il nazionalismo estremista di matrice filo- o anti-americana. È, quindi, necessario
preparare meglio i funzionari latinoamericani nell’attuazione dei programmi sponsorizzati dagli
USA, rafforzare la cooperazione pragmatica e diversificare le forme di assistenza ai militari in
America Latina (nel 1973 Nixon appoggia il colpo di stato militare in Brasile e nel 1976 Gerald
Ford riconosce la giunta antidemocratica in Argentina).
- L’appoggio degli USA ai militari si interrompe con l’elezione di Jimmy Carter (unico
democratico alla presidenza fino alla fine della Guerra Fredda). L’attenzione di Carter è centrata
sui diritti umani, vengono così negati gli aiuti militari ed economici in Guatemala, Chile,
Argentina dove i cittadini vengono sfruttati.
Nel 1979 esplode la ribellione sandinista in Nicaragua e Carter sospende gli aiuti al regime
tirannico di Anastasio Somoza e ne determina il crollo.
Tuttavia, Carter si dimostra disposto a sorvolare sulle violazioni in ambito dei diritti umani per
favorire gli interessi statunitensi, come in Iran, sotto il dominio dello shah e nelle Filippine
governate dalla famiglia Marcos. In entrambi i casi Carter permette che movimenti ostili e totalitari
rimangano al potere (alla stregua di quanto accaduto in Cina prima della caduta di Chiang Kai-shek
e a Cuba prima di Castro) compromettendo la sicurezza statunitense nel continente.
In sintesi, Carter oppone solo i regimi dittatoriali che:
1. sono motivo di grande imbarazzo per gli USA
2. rischiano di essere rovesciati da movimenti comunisti o radicali
3. o entrambi i casi precedenti
La soluzione di Carter è spingere i dittatori a cedere il potere ad un centro fidato che con l’aiuto
degli USA impedirebbe una deriva comunista.

La ricerca di alleati politici


Durante la Guerra Fredda è fondamentale maturare delle alleanze ideologiche. Gli USA insistono
sul fatto che i loro alleati hanno aderito volontariamente alla loro causa e non sono stati costretti
come nel caso dell’Unione Sovietica. Gli alleati USA beneficiano di aiuti materiali, principalmente
economici ma non solo. L’America Latina si rivela un alleato imprescindibile per la continuazione
della politica realista statunitense, sia per la sua prossimità geografica sia per la sua funzione
strategica. Per questo motivo, gli Stati Uniti hanno sempre vacillato nel far fronte ai regimi
dittatoriali in A. L. Sono, infatti, passati dall’opposizione all’indomani del secondo conflitto
mondiale al favoreggiamento dei regimi dittatoriali anticomunisti (Truman ed Eisenhower). Con
Kennedy e l’Alleanza per il Progresso si assiste al tentativo di cercare un’alternativa riformista alle
dittature e soprattutto alle rivoluzioni di stampo marxista/comunista. L’idea di fondo è favorire la
democratizzazione a partire dal progresso economico e dal cambiamento sociale. La via
democratica viene ripercorsa da Carter, seppur con minore attivismo. Tuttavia, verso la fine del
1960 e all’inizio del 1980, la continua ricerca di alternative democratiche al comunismo cessa e gli
USA supportano direttamente i dittatori anticomunisti e filo-americani in A. L. per rafforzare il
proprio profilo politico agli occhi dell’Unione Sovietica.
Nonostante gli sforzi fatti, nel 1960 e nel 1970 l’Unione Sovietica interviene direttamente nella
politica statunitense:
1. Kennedy affronta e vince il regime di Khrushchev durante la crisi dei missili di Cuba.
2. La Guerra Fredda si espande e si intensifica per tutto il 1960 ed il 1970, soprattutto in Vietnam.
In conseguenza di tutto ciò, gli USA perdono interesse per l’America Latina e accettano i regimi
dittatoriali anticomunisti nella regione (le esigenze globali degli USA sono più importanti lo
sviluppo interno dell’America Latina).

CAPITOLO 7 – Crushing Enemies


Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno considerato assolutamente intollerabile la nascita di
regimi radical-socialista, marxista-leninista, o, in generale, “di sinistra" in America Latina.
Qualsiasi sviluppo di questo tipo avrebbe rappresentato un avanzamento della causa comunista e, al
contempo, una perdita vitale per l'Occidente. Nell’ottica della strategia sovietica, instaurare un
governo comunista/socialista nell’emisfero occidentale avrebbe significato una violazione della
Dottrina Monroe e, quindi, un attacco alla leadership degli USA. Per questo motivo, durante la
Guerra Fredda, diveniva vitale per la sicurezza nazionale degli USA reprimere qualsiasi possibilità
di un governo di sinistra nella sua area d’influenza. Le esigenze della Guerra Fredda hanno quindi
portato gli Stati Uniti a adottare una tacita, ma
consistente, politica interventista in America Latina, giustificando ogni intervento come singolare,
eccezionale e senza precedenti.
 CUBA, CASTRO, E LA BAIA DEI PORCI

La rivoluzione cubana è stata senza dubbio la sfida più dura che gli USA hanno affrontato durante
la Guerra Fredda. L’economia cubana dipendeva dalle esportazioni di zucchero, la società era
controllata da una ristretta élite, la sua storia era marcata dall’interventismo degli USA. Nel marzo
1952 Fulgencio Batista prese il potere con un colpo di stato, prevenendo la sua probabile dipartita
alle elezioni, e Fidel Castro, che in quel momento era in lista per un posto al Congresso, rispose
attuando un assalto paramilitare alla dittatura il 26 luglio 1953. Catturato ed imprigionato, Castro
fu rilasciato nel 1955 in seguito ad un’amnistia generale ed esiliato in Messico, dove iniziò ad
organizzare l’invasione di Cuba. Dopo un primo tentativo di sbarco fallito nel 1956, Castro iniziò
l’addestramento di una forza militare di guerriglia, chiamato Movimento 26 luglio (M-26) in
memoria del primo atto sovversivo. Nel luglio del 1957, Castro realizzò il suo “SIERRA
MAESTRA MANIFESTO”, in cui descriveva il suo riformismo politico e che gli fece guadagnare
un grande sostegno popolare. Il 1° gennaio 1959 Fidel Castro alla guida del suo fidato M-26 prese il
potere a Cuba.
In tutto questo, gli Stati Uniti sin da subito avevano supportato il governo dittatoriale di Fulgencio
Batista, in quanto agli inizi degli anni 50’ rappresentava l’unico argine al dilagare di tendenze
comuniste nell’isola. Fu definito come uno dei principali alleati degli USA nell’America Centrale
ed un fedele oppositore alla dottrina comunista. Il principale obiettivo statunitense era quello di
evitare la nascita di un governo Castrista, in quanto i suoi ideali erano considerati filocomunisti e
perciò pericolosi per i propri interessi. Tuttavia, l’errore statunitense fu quello di non focalizzare le
proprie energie alla ricerca di una valida alternativa governativa a Castro, in quanto mentre Batista
perdeva il consenso fra la popolazione cubana a causa del suo mal governo (brutali repressioni,
abolizione diritto di sciopero, ecc.), Castro ne acquisiva sempre di più.
Gli USA sin dai primi mesi di governo Castrista palesarono la loro ostilità, soprattutto quando
Castro attuò una radicale riforma agraria in cui confiscò tutti i terreni contenenti la produzione di
zucchero, compresi quelli appartenenti alle imprese statunitensi, dietro il pagamento di un
corrispettivo. L’aumento delle ostilità con Washington, consentirono a Castro di iniziare a fare
affari con l’URSS. Così, nel 1960 Cuba firmò un accordo economico con l'URSS, in cui questa
s’impegnava all'acquisto di 450.000 tonnellate di zucchero nel 1960 ed un milione di tonnellate
all'anno per i prossimi 4 anni. Inoltre, prestava 100 milioni di sterline al giovane governo Castrista
in difficoltà. La reazione di Eisenhower non si fece attendere, infatti, fu varato con la CIA un
“Programma di attività segrete contro il Regime di Castro” basato su quattro pilastri:
1. Rafforzamento dell’opposizione politica al di fuori dell’isola.
2. Potente propaganda diffamatoria nei confronti del regime.
3. Missioni di spionaggio all’interno dell’isola.
4. Creazione di forze paramilitari al di fuori di Cuba per una futura azione di guerriglia.
Dall’ottobre 1960 la CIA iniziò in Guatemala l’addestramento di 500 esuli cubani per sovvertire il
governo di Castro. Subito dopo, Eisenhower iniziò a progettare un’invasione vera e propria
dell’isola, forte di una strategia basata su due assunti:
1. L’arrivo dei ribelli avrebbe suscitato un forte consenso popolare e, secondo quest’assunto,
molti cubani si sarebbero uniti alla ribellione.
2. Un’agitazione popolare avrebbe dato agli USA il pretesto di intervenite militarmente per
sedare le agitazioni e mettere fine al governo Castrista.
Mentre negli USA si tenevano le elezioni presidenziali, da cui ne uscì vincitore Kennedy,
continuavano anche sul suolo americano i programmi di addestramento militare di esuli cubani per
l’imminente ribellione. Nel gennaio 1961, appena insediatosi alla presidenza, Kennedy si trovò a
gestire la scottante problematica lasciatagli da Eisenhower a fine mandato, ovvero, la rottura dei
rapporti diplomatici con Cuba. Nel marzo 1961 Kennedy inaugurava l’Alleanza per il Progresso,
come parte di un’unica strategia volta ad isolare e destabilizzare Cuba.
Il 14 aprile i ribelli cubani di istanza in Guatemala si imbarcarono verso Cuba. Il 15 aprile, degli
aerei ribelli partirono dal Nicaragua, grazie all’assenso di Luis Somoza, per bombardare gli
aeroporti strategici cubani. Tuttavia, i risultati furono infausti, in quanto i danni provocati furono
minimi e l’attacco mise in allarme Fidel Castro che, nel giro di pochi giorni, arrestò ben 100 000
persone sospettate di cospirare contro il regime. Questo provvedimento colpì duramente
l’opposizione interna all’isola (su cui puntava molto la strategia statunitense), in quanto furono
arrestati circa 2500 agenti della CIA e 20000 simpatizzanti. Il 16 aprile Castro definì esplicitamente
la sua rivoluzione di stampo socialista. Il 17 aprile gli USA tentarono l’assalto alla Baia dei Porci
(peculiare fu la scelta del luogo in cui tentarono lo sbarco, in quanto la popolazione della Baia
simpatizzava particolarmente per Castro e, quindi, più difficile sarebbe stato trovare l’appoggio
della popolazione). L’esito fu disastroso per gli USA, in quanto Kennedy esitò nel supportare le
navi statunitensi con l’aviazione, e Castro fece 1180 prigionieri su un corpo militare di 1297 soldati.
Questo esito fu un’umiliazione internazionale per gli USA e, di contro, una vittoria per Fidel Castro
ed il suo regime socialista. Nel dicembre dello stesso anno Castro dischiarò la sua assoluta fedeltà
alla dottrina marxista-leninista. Nel 1962 vi fu il momento di tensione più alto nella storia della
Guerra Fredda, in cui l’URSS installò delle basi missilistiche a Cuba e Kennedy rispose con un
blocco navale intorno all’isola. Dopo alcuni giorni di intensa negoziazione fra Kennedy e
Khrushchev, si arrivò ad un accordo in cui l’URSS s’impegnava a ritirare i missili dall’isola e gli
USA a non invadere Cuba. Paradossalmente, dopo quell’evento, i rapporti fra USA ed URSS
iniziarono a distendersi. Ciò non significa che gli USA non tentarono più volte di far capitolare il
regime di Castro (attentati al leader, traffico di armi alle opposizioni interne, ecc.).
 L’INVASIONE DOMINICANA

Dopo la rivoluzione cubana, l’ossessione statunitense divenne quella di prevenire a tutti i costi
“un’altra Cuba” nell’emisfero occidentale. L’attenzione si spostò sulla Repubblica Dominicana che
molto aveva in comune con Cuba: entrambe erano esportatrici di zucchero (prevalentemente sul
mercato USA); entrambe avevano sofferto in passato l’interventismo USA; in entrambe i lavoratori
venivano sfruttati nelle piantagioni di zucchero ed il livello d’ingiustizia sociale era altissimo.
Inoltre, entrambi i paesi avevano sofferto per un lungo periodo una dittatura, Batista a Cuba e
Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana. Tutte queste premesse misero in allarme
Washington, che provò a non replicare l’errore commesso con Cuba. Infatti, ritirò il suo sostegno a
Trujillo che si stava indebolendo, in modo tale da prevenire l’ascesa di una forte opposizione di
sinistra, e cercò un degno sostituto filostatunitense. Dopo l’assassinio di Trujillo nel maggio 1961,
l’amministrazione Kennedy inviò immediatamente una task force navale a circondare l’isola, per
prevenire una presa di potere da parte delle sinistre. Fu nominato dapprima un Consiglio di Stato,
approvato dagli USA, e nel dicembre 1962 vi furono le prime elezioni presidenziali democratiche
del paese che videro la vittoria del candidato Juan Bosch del Partito Rivoluzionario Dominicano.
Egli era uno stimato intellettuale ed un rispettato giornalista che provò a portare un cambiamento
sociale nella Repubblica, adottando una linea politica riformista. Tuttavia, non si dimostrò un abile
politico in quanto si alienò i settori chiave della società dominicana fra cui la classe militare, quella
imprenditoriale e l’élite politica. Nel settembre 1963 queste fazioni misero in atto un colpo di stato
guidato dai militari e Bosch si rifugiò a Porto Rico. Alla fine del 1963 la presidenza andò al
moderato ministro degli esteri Donald Reid Cabral che, tuttavia, fu spodestato da un gruppo di
giovani militari (sostenitori degli ideali di Bosh) nell’aprile 1965. Alla richiesta di aiuto di Cabral
agli USA, questi risposero con un sonoro rifiuto. Questo evento generò una divisione politica
all’interno delle forze armate fra due fazioni:
1. I COSTITUZIONALISTI chiedevano il ritorno di Bosch alla guida del Paese.
2. I LEALISTI, sostenitori del vecchio governo dittatoriale di Trujillo, chiedevano la nascita di
un governo retto da una giunta militare.
I due gruppi istituirono due governi rivali e si prepararono a far valere i propri ideali con la forza. Il
Paese era sull’orlo di una guerra civile. Gli USA definirono la loro posizione con cura: non
volevano un governo guidato da Bosch perché ritenuto inaffidabile e di sinistra, ma non
sostenevano neanche Cabral perché troppo impopolare. Serviva una terza via, una nuova tornata
elettorale che avrebbe dovuto impedire la vittoria di Bosch. Inizialmente molto cauti, gli USA
diedero il loro sostegno alla destra tradizionale dei lealisti appena i costituzionalisti iniziarono a
guadagnare terreno. Qualche giorno dopo l’ambasciatore USA riferì a Washington che fra le
conversazioni radio dei ribelli vi erano gruppi filocomunisti, armati ed organizzati. Il 28 aprile 1965
il colonnello Pedro Benoit, alla guida dei lealisti, trovandosi sotto assedio da parte dei
costituzionalisti, chiese aiuto agli USA per riportare la pace sull’isola, accusando la fazione nemica
di essere guidata dai comunisti. Lo stesso giorno, il presidente USA Lyndon Johnson decise di
invadere l’isola sotto consiglio del nuovo direttore della CIA William Raborn, che ribadì la reale
minaccia comunista sull’isola. In 10 giorni, 23000 soldati americani erano sull’isola (per capirci,
metà delle truppe stanziate in Vietnam). Questo poderoso schieramento serviva a prevenire
“un’altra Cuba”. Tuttavia, è importante notare che non esistono prove fondate riguardante la
cospirazione dei costituzionalisti dominicani con i comunisti. Infatti, gli USA agirono in preda
all’ossessione che un qualsiasi governo di sinistra nascondesse i suoi retroscena comunisti.
Ovviamente, gli USA chiesero l’appoggio dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) per
ricevere il consenso dell’intervento militare a livello internazionale, cosa che gli fu concessa il 6
maggio. Sotto la supervisione dell’OAS (influenzata in maniera preponderante dagli USA), il 3
settembre 1965 fu eletto alla presidenza della Repubblica Dominicana il moderato Hector Garcia
Godoy che, tuttavia, fu sostituito dopo appena un anno da un vecchio collaboratore di Trujillo,
Joaquin Balaguer, che contribuì a marginalizzare per sempre Juan Bosch dalla scena politica
dominicana. Gli USA ottennero ciò per cui si erano battuti, un governo filostatunitense.
 CILE: IL ROVESCIAMENTO DEL GOVERNO ALLENDE

Nel 1970 in Cile si tennero le elezioni presidenziali che videro una democratica competizione fra
partiti di destra, centro e sinistra. Questa volta, a differenza del passato, la destra ed il centro non
riuscirono ad evitare la vittoria di Salvador Allende, capo politico del Movimento di Unità Popolare
(Unidad Popular movement) sostenuto da socialisti e comunisti. Tuttavia, non avendo ottenuto la
maggioranza netta (Allende prese il 36.6%, il candidato della destra il 34.9%, quello democristiano
27.8%), la Costituzione cilena prevede un ballottaggio tramite una votazione nel Congresso
Nazionale. Si prospettava la vittoria di Allende. Per gli USA questo non poteva accadere, in quanto
secondo l’ideologia della Guerra Fredda era inconcepibile eleggere un governo comunista secondo
modalità democratiche ed in maniera legittima. Inoltre, vi erano degli interessi economici da
difendere (imprese statunitensi temevano la nazionalizzazione delle proprietà). Così, il direttore del
Consiglio di Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, sotto la presidenza Nixon, passò all’azione
elaborando due strategie:
1. TRACK I prevedeva il ripristino del governo democristiano uscente guidato da Eduardo
Frei, anche se tale manovra era incostituzionale, corrompendo i legislatori cileni e contando
sul beneplacito della classe militare.
2. TRACK II, invece, comportava la promozione di un golpe militare messo in atto da un
gruppo nazionalista cileno chiamato ‘Patria y Libertad’ e finanziato dalla CIA.
Nixon optò prontamente per l’attuazione della seconda strategia, senza considerare la ferma
opposizione che assunse il Generale delle forze armate cilene Rene Schneider, convinto sostenitore
e difensore dei principi costituzionali. Perciò, la CIA mise in atto un piano per rapire il Generale
che non andò a buon fine, ma causò la morte del Generale per le ferite riportate durante il
rapimento. Schneider divenne un martire dell’imperialismo statunitense e, nell’Ottobre del 1970,
Allende vinse il ballottaggio elettorale diventando il primo Presidente socialista durante la Guerra
Fredda ad essere eletto democraticamente.
Gli USA montarono una campagna diffamatoria nei confronti del neoeletto governo cileno in
quanto dovevano tutelare molteplici interessi:
1. ECONOMICI: le imprese americane avevano un investimento di 1 miliardo di dollari nel
Paese. Inoltre, vi erano importanti lobby che si occupavano del business del rame estratto
dal sottosuolo.
2. POLITICI: gli USA avevano costruito due stazioni di intelligence clandestine nel Cile per
monitorare gli spostamenti sovietici. Nixon temeva un effetto domino nell’area (diffusione
del comunismo in Centro America). Kissinger vedeva in Allende una minaccia di gran lunga
maggiore a quella rappresentata in passato da Castro, in quanto questa volta il socialismo si
era insediato senza l’uso della forza, della rivoluzione, ma in maniera democratica.
Rappresentava la prova esistente della possibilità di istaurare un socialismo democratico.
Perciò, gli USA attuarono un vero e proprio boicottaggio economico/finanziario per destabilizzare il
Cile, scoraggiando investimenti esteri nel Paese, eliminandola da ogni programma di assistenza
finanziaria a cui aveva accesso, boicottando il mercato del rame (principale risorsa di esportazione).
Tra il 1971 e 1972, la CIA ha finanziato tutti i possibili elementi “anti-Allende”, fra cui partiti di
opposizione, giornali, scioperi ecc. Alle elezioni di metà mandato del marzo 1973, la CIA finanziò
pesantemente i partiti di opposizione che, tuttavia, raggiunsero uniti il 56% contro il 46% di Unidad
Popular. Questa polarizzazione, e l’assenza di un chiaro mandato elettorale, tese a paralizzare il
governo di Allende. Nel frattempo, i militari insieme ai militanti di Patria y Libertad iniziarono a
cooperare per rivendicare delle pretese nazionaliste a scapito del governo. Nell’agosto 1973 salì a
capo delle forze armate il Generale Augusto Pinochet. Il 22 agosto il Congresso adottò una
risoluzione in cui denunciava il governo Allende di aver abitualmente violato la Costituzione e le
leggi nazionali ed invitò le forze armate a mettere fine al governo. L’11 settembre 1973 Allende si
suicidò nel palazzo presidenziale posto sotto assedio dalle forze armate. Seguì una brutale
repressione di tutti i sostenitori di Allende e della dottrina comunista. Inizialmente, gli USA
riconobbero la dittatura di Pinochet in quanto fermamente anticomunista, ma col tempo ne presero
le distanze come avevano fatto con Batista, Trujillo e Somoza in passato, soprattutto per le continue
violazioni dei diritti umani. Nel 1988 il Fondo Nazionale per la Democrazia finanziato dagli Stati
Uniti
ha apertamente lanciato il suo sostegno al voto "no" in un plebiscito sulla continuazione del
governo di Pinochet. L'opposizione trionfò.
 L’INVASIONE DI GRENADA

Nel 1980 Ronald Regan assunse la presidenza degli USA prevalendo sul rivale Jimmy Carter e rese
chiaro sin da subito che avrebbe affrontato la minaccia comunista in tutto il mondo, per porre fine a
ciò che lui stesso definì “l’impero del diavolo”. Un’opportunità d’azione arrivò nel 1983 nello Stato
anglofono di Grenada, formato da tre piccole isole nella zona caraibica con circa 90000 abitanti.
Nel 1974 ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna (anche se formalmente rimaneva una
monarchia sotto la Regina Elisabetta, praticamente era uno Stato sovrano). Durante gli anni 50’ e
60’ il Grenada fu governato da un dittatore eccentrico e megalomane Eric Matthew Gairy, pronto a
reprimere ogni possibile opposizione al suo potere. Nel 1972 nacque un movimento di opposizione
chiamato JEWEL (Join Endeavour for the Welfare, Education and Liberation of the People). Un
anno dopo questo movimento unì le forze col ‘Movement for the Assemblies of the People’ per
creare il ‘New JEWEL Movement’. Guidato da Maurice Bishop e Bernard Coard, il NJM iniziò ad
assumere un’ideologia marxista-leninista a metà anni 70’. Nel 1979, mentre Gairy era a New York
(per convincere le Nazioni Unite a creare un’agenzia per l’investigazione sugli UFO), il NJM prese
il potere con un colpo di Stato. Nacque il People’s Revolutionary Government (PRG) con Bishop
primo ministro e Coard al ministero della finanza che, a differenza di come si potrebbe pensare,
adottò una linea politica moderata: diversificazione dell’economia con la costruzione di
infrastrutture, strade; redazione di un codice del lavoro e creazione di sindacati; investimenti nel
settore del turismo. Quindi, anche se Bishop ed i suoi consiglieri aumentarono il ruolo dello Stato in
un’economia mista, non imposero né un regime socialista, né fecero una radicale riforma agraria. Il
PRG sotto la guida di Bishop era nazionaldemocratico, riformista ed antimperialista. Fu proprio
questa moderazione e quest’attitudine al compromesso di Bishop, che attirò le critiche dell’altro
leader Coard. Nel settembre 1983 il PRG si divise sull’affidamento della leadership fra i due
contendenti. Coard e i suoi sostenitori arrestarono Bishop e lo giustiziarono il 19 ottobre 1983. In
poche ore il PRG fu sostituito dal Consiglio Militare Rivoluzionario. Lo stesso giorno
l’ambasciatore americano a Grenada propose a Washington l’evacuazione dei cittadini americani
dal Paese e i microstati dell’Organisation of Eastern Carribean States chiesero l’intervento militare
degli USA a Grenada. Il 22 ottobre the Carribean Community sospese Grenada dall’organizzazione
e le impose sanzioni economiche. Lo stesso giorno Regan diede l’ordine di procedere all’invasione
del Paese, che capitolò in un paio di giorni. Anche in questo caso Regan giustificò l’invasione
dell’isola attribuendole delle tendenze comuniste e sospetti infondati. Il restò del mondo non fu
d’accordo col presidente statunitense. Addirittura, l’ambasciatore messicano nel Consiglio
dell’ONU condannò espressamente l’invasione statunitense ritenendola una chiara violazione delle
regole del diritto internazionale, in totale assenza di giustificazioni. L’invasione fu condannata
anche dall’ONU e dalla Thatcher, in particolare, che lamentava l’invasione di un paese del
Commonwealth. Nel 1984 si tennero nuove elezioni a Grenada che portarono al governo il
National Party, un partito moderato e per Regan questo fu, a suo modo, un successo.
 AMERICA CENTRALE: LA GUERRA DEI CONTRAS

Mentre la situazione a Grenada si risolse relativamente con facilità, ciò che impegnò duramente
l’amministrazione Regan durante gli anni 80’ furono gli eventi dell’America Centrale e, in
particolare, le minacce all’ordine politico esistente nate ad EL SALVADOR ed in Nicaragua.
EL SALVADOR
El Salvador era un Paese di 5 milioni di abitanti governato da un’alleanza stabile fra grandi
latifondisti e le forze militari. L’economia si basava principalmente sull’esportazione di caffè,
principale risorsa dell’isola. Con l’incrementare delle esportazioni negli anni 70’, la maggior parte
delle terre erano detenute da pochi proprietari di grandi aziende rurali. Una sfida allo status quo fu
posta dal Partito Democristiano sotto la guida di Jose Napoleon Duarte, forte del sostegno di
intellettuali, professionisti ed altri gruppi della classe media. Alle elezioni fraudolente del 1977
prese il potere il Generale Carlos Humberto Romero che fece imprigionare, torturare ed esiliare
Duarte. Nell’ottobre 1979 un gruppo di giovani ufficiali militari spodestò Romero ed iniziò ad
attuare delle riforme politiche. La giunta militare cercò il sostegno popolare ed invitò i
democristiani a partecipare al governo, anche se continuarono ad attuare dure repressioni ed
uccisioni degli oppositori. Il 24 marzo 1980, l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero fu assassinato
per aver denunciato pubblicamente le violenze compiute nel Paese. Dopo le accese proteste popolari
e la diserzione dei democristiani dal governo, Duarte assunse le redini del governo alla fine del
1980.
Per l’appunto, mentre l'amministrazione Carter aveva ritirato l'assistenza al regime militare a causa
delle sue violazioni dei diritti umani, Reagan, al contrario, diede pieno sostegno alle forze armate
nella loro lotta contro i ribelli (a conferma della diversa visione politica dei due presidenti, uno più
attento ai diritti umani, l’altro più attento a prevenire la diffusione del comunismo a qualsiasi costo).
NICARAGUA
Anastasio Somoza Junior, Presidente del Nicaragua dal 1966 al 1972 e dal 1974 al 1979, causò la
fine del lungo regno della famiglia Somoza in Nicaragua a causa del suo malgoverno. Infatti,
utilizzò il suo potere per raggiungere esclusivamente i suoi interessi personali ed economici
attirandosi il malcontento dei nicaraguensi che versavano in condizioni di povertà e, non dimeno,
dell’élite tradizionale che fu esclusa dagli affari imprenditoriali del dittatore. A differenza di El
Salvador, dove l'esistenza di istituzioni giuridiche avevano incoraggiato un'opzione riformista,
l'assenza quasi completa di istituzioni rappresentative in Nicaragua significava che l'opposizione a
Somoza poteva assumere una sola forma: la resistenza armata. Negli anni '60 emerse un movimento
di guerriglia noto come il Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista (FSLN), che prese il nome
dall'eroe nazionalista Augusto Cesar Sandino. Dopo anni di combattimenti, il regime di Somoza
crollò improvvisamente nel 1979, proprio come Batista aveva ceduto a Cuba due decenni prima.
Una volta al potere, i giovani sandinisti proclamarono l’adozione di due obiettivi politici:
1. La creazione di un’economia mista per soddisfare il bisogno di giustizia sociale.
2. L’adozione di una politica estera indipendente e “non allineata”.
Per raggiungere tali obiettivi, i sandinisti chiesero aiuti economici a tutti i paesi dell’America
Latina, Europa, USA ed URSS, ricevendo assistenza principalmente da Messico, America Latina e
paesi socialisti. L’amministrazione Regan dichiarò sin da subito le sue ostilità nei confronti del
nuovo governo, in quanto gli si attribuiva la vicinanza alla dottrina socialista/comunista. Infatti,
appena insediatosi alla Casa Bianca nel 1981, Regan sospese gli aiuti finanziari al Paese e diede il
via ad un’operazione della CIA che prevedeva l’addestramento di un corpo paramilitare in
Guatemala, volto ad interdire il traffico di armi dei comunisti nell’istmo. Questo evento diede
origine al movimento controrivoluzionario dei “Contras”. L’azione destabilizzatrice di alcuni
Contras in Nicaragua, diede a Regan l’idea di sostenere in maniera più consistente la causa dei
Contras non solo per interdire il traffico di armi, ma, soprattutto, per rovesciare il governo
sandinista. Regan trovò degli ostacoli sia interni che esterni nell’attuazione di tali politiche, in
quanto sia il Congresso degli USA che i principali paesi dell’America Latina chiedevano un’azione
diplomatica più proficua in America Centrale, senza l’uso di mezzi coercitivi. In risposta, Regan
cercò di acquisire il consenso popolare facendo appello alle minacce alla sicurezza nazionale,
derivanti dall’esistenza di un paese socialista nella propria area d’influenza, ed alla credibilità che
gli USA avrebbero perso agli occhi della comunità internazionale nell’accettare il governo
sandinista in Nicaragua. Nel 1984, per ottenere un maggiore consenso politico nel Congresso,
Regan creò una Commissione composta dai repubblicani più flessibili e dai democratici più
conservatori allo scopo di far coincidere l’adozione di una linea politica comune verso il Nicaragua.
Fu ribadito il fatto che per gli USA erano in gioco interessi vitali nell’area dell’istmo, come la
protezione del Canale di Panama; erano in pericolo le democrazie dell’istmo, come il Costa Rica
che non aveva un esercito in grado di fronteggiare la minaccia nicaraguense; si temeva l’effetto
domino. Anche senza il sostegno del Congresso, Regan continuò a svolgere operazioni segrete
nell’istmo fino a quando nell’ottobre del 1986 un agente della CIA fu catturato dai sandinisti e,
sotto tortura, rivelò dei finanziamenti che Washington assegnava ai Contras con i fondi derivanti
dalla vendita illegale di armi ai gruppi moderati iraniani. L’accusa di aver violato la legge
statunitense causò le dimissioni di alcuni alti funzionari della Casa Bianca che si assunsero le
responsabilità imputategli.
Nel 1987 il Presidente della Costa Rica Oscar Arias iniziò un’intensa opera di mediazione, fra i
leader politici dei Paesi dell’America Centrale, che mise fine alle ostilità nell’area con la firma di un
documento che imponeva di cessare il fuoco a tutte le parti in gioco. Questo risultato gli valse il
premio Nobel per la pace.
Nel febbraio del 1989, il governo sandinista annunciò libere elezioni per l’anno successivo. Il
Nicaragua era un paese devastato dai combattimenti interni, che le avevano imposto di versare il
40% delle entrate nazionali per la difesa a scapito degli investimenti in un’economia al collasso.
Infatti, non fu una sorpresa la vittoria dell’opposizione nelle elezioni del 1990, che portò
all’estromissione dei sandinisti dal governo. In poche parole, ancora una volta Regan ottenne ciò
che voleva.

CAPITOLO VIII - LATIN AMERICA: FIGHTING THE COLD WAR


Una volta emersi come superpotenza dalla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano
intenzionati ad imporre la propria egemonia sull’emisfero occidentale: con l’avvento della guerra
fredda, questa necessità di difendere il modello liberal-capitalista si fa ancora più marcata, e viene
declinata in una lotta globale contro l’avanzata del comunismo, in cui l’America Latina viene
invariabilmente coinvolta. Il continente diviene infatti un vero e proprio campo di battaglia nel
contesto della lotta bipolare, con interventi da parte degli Stati Uniti sempre più invasivi.
Reagire all’interventismo nord-americano sembrava più complicato in quel periodo: non era più
plausibile ricorrere alla protezione da parte di uno stato europeo; era inutile formulare dottrine
diplomatiche basate sul diritto internazionale e/o appellarsi ad un’azione restrittiva ad opera delle
organizzazioni internazionali; allo stesso tempo, non si poteva ambire al raggiungimento di
un’egemonia sub-regionale per garantirsi sicurezza e stabilità.
Quindi, rimanevano tre strategie per far fronte alla guerra fredda:
1) Sfidare gli Usa e intraprendere la strada del socialismo;
2) Cercare il supporto degli Stati Uniti, appellandosi a una solidarietà anticomunista;
3) Tentare una terza strategia, evitando l’allineamento o con l’Est o con l’Ovest così da potersi
assicurare l’indipendenza economica, politica e culturale.
Opzione 1: la strada socialista
Vi sono vari motivi che spiegano il successo dell’ideologia marxista in America Latina:
- Il conflitto di classe era facilmente applicabile alle disuguaglianze della regione;
- Il riferimento all’azione rivoluzionaria dava speranza ai lavoratori e contadini oppressi;
- I marxisti e i nazionalisti latino-americani avevano un nemico in comune, ovvero gli Stati
Uniti, leader del capitalismo mondiale e potenza dominante nell’emisfero occidentale;
- Le attenzioni verso la condizione degli oppressi del pensiero marxista-leninista si sposavano
bene con le tradizioni di resistenza latino-americane.
Partiti ed elezioni
Durante gli anni ’20, cominciarono a comparire primi partiti ispirati al marxismo, sostenitori di un
approccio pacifico piuttosto che insurrezionale. Durante gli anni ’30, questi partiti svilupparono
relazioni quasi servili con l’Unione Sovietica, e, con l’avvento della Guerra Fredda, i partiti si
divisero ancor di più, si indebolirono, oppure persero contatti con le proprie basi elettorali. In
particolare, si dimostrarono più interessati a confermare il proprio appoggio all’Unione Sovietica
piuttosto che al portar avanti una lotta al potere a livello nazionale. Tra gli anni ’60 e ’70 i partiti
comunisti erano diventati osservatori passivi della politica nazionale.
Fu solo in Guatemala (amministrazione Arbenz) che i partiti comunisti esercitarono una forte
influenza sulle politiche nazionali. In altri paesi, i partiti comunisti esercitavano un ruolo marginale
all’interno dei governi, e o non erano partecipi dei movimenti rivoluzionari oppure vi si
opponevano attivamente. La sfortuna dei partiti comunisti è anche legata al contesto della
competizione bipolare, dove la moderazione era svantaggiosa: per la destra, era impossibile fidarsi
della moderazione dei partiti comunisti; allo stesso modo, a causa di questa moderazione, non era
possibile per la sinistra estremista allearsi con i partiti comunisti.
Al contrario, i partiti socialisti riuscirono a giocare un ruolo più importante nel dopoguerra. Questi
partiti risultavano più credibili ed affidabili dei partiti comunisti, perché coniugavano l’analisi della
lotta di classe marxista con le istanza nazionaliste di difesa della sovranità e di denuncia
dell’imperialismo statunitense.
I più grandi successi dei partiti socialisti si verificarono nel Guatemala di Arbenz e nel Cile di
Allende. La sorte di questi paesi dimostrò, però, l’impossibilità di giungere pacificamente al
socialismo. In collaborazione con alleati locali, gli Stati Uniti rovesciarono Arbenz nel ’54 e
Allende nel ’73: questi avvenimenti confermarono come le elezioni non potessero essere una
modalità valida per l’affermazione del socialismo, l’unica possibilità era la rivoluzione armata.

Guerrilla movements (movimenti di lotta armata)


Tra gli anni ‘50 e ‘80, in America Latina, nacquero circa trenta movimenti di guerriglia, tutti
dichiaratamente marxisti, e molti, tra questi, sostenitori della causa nazionalista/ populista. Spicca
tra tutti il movimento fidelista cubano, cui si sono poi ispirati molti altri movementi di lotta armata.
Esempi di questi guerrilla movements erano presenti negli anni 60 in Guatemala, Venezuela,
Colombia, e Bolivia. Fu proprio in Bolivia che, con la morte di Che, ebbe fine la prima ondata dei
movimenti di lotta armata in America Latina. Nonostante la sconfitta in Bolivia, la rivoluzione
Cubana continuò ad rappresentare un’ispirazione per la sinistra continentale: la rivoluzione cubana
aveva infatti dimostrato che i movimenti radicali potevano abbracciare l’ideologia marxista e al
contempo prendere potere; contrastare gli USA e al contempo sopravvivere – il tutto continuando a
promuovere l’avvento della rivoluzione socialista in America Latina. Seguire l’esempio di Cuba
però voleva dire ispirarsi alle tattiche di guerriglia di Che degli anni ’60, e non replicare l’enfasi di
Castro su riforme politiche.
Una seconda ondata di guerriglie si ebbe tra gli anni ‘70 e ‘80 in Guatemala, Colombia (Movimento
del 19 Aprile), Perù (Sendero Luminoso). Particolarmente rilevanti in questo periodo sono i
movimenti di guerriglia che si sviluppano in America centrale.
- In El Salvador, l’alleanza tra l’oligarchia locale e i governanti militari generava malcontento
e, a partire dagli anni ’70, si vennero a formare diversi guerrilla movements (Farabundo
Martì, FARN, ERP) che poi si unirono nel Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo
Martì. La resistenza divenne ancora più forte dopo che una giunta militare riformista salì al
potere nel ’79, ma non riuscì a realizzare le proprie promesse: l’attacco finale da parte dei
gruppi di guerriglia non riuscì a rovesciare il governo, causando uno stallo che fu poi risolto
solo grazie all’intervento delle Nazioni Unite. Questa situazione è paradigmatica.
- In Nicaragua, si creò un’opposizione armata contro la famiglia Somoza, che deteneva il
potere da 30 anni. Negli anni ’60 la resistenza è guidata dal Sadinista National Liberation
Front (FSNL), che però si divide in tre fazioni separate negli anni ’70. Durante quegli ani,
persino apparteneti ai ceti medi e imprenditori risultavano scontenti di Somoza, e il fronte di
opposizione divenne quasi unitario. Con l’aumento di pressioni dal basso e il proseguimento
dell’insurrezione armata, Samoza fu costretto all’esilio nel 1979. Lo stesso anno, i sadinisti
entravano nella capitale, Managua.
Di tutti i movimenti di guerriglia nati in America Latina durante la guerra fredda, solo due
riuscirono a prendere il potere: i sadinisti e i fidelisti. Il loro successo si spiega attraverso diversi
fattori: il livello di supporto che questi movimenti di lotta armata riuscivano ad ottenere; la forza
militare dei governi cui si opponevano; la natura dei governi al potere, in entrambi i casi dittature
corrotte e basate su un sistema patrimoniale, che avevano perso il supporto di imprenditori,
proprietari terrieri, e persino degli Stati Uniti (disposti solo ad un appoggio di facciata).
Stati rivoluzionari
Sarebbe stato perfettamente possibile per i governi rivoluzionari raggiungere accordi con gli USA: i
nuovi regimi a Cuba e in Nicaragua non rappresentavano una minaccia per gli USA; inoltre, Cuba e
Nicaragua potevano giovare da relazioni economiche con gli USA. Istaurare legami positivi con gli
Stati Uniti si rivelò però impossibile: i movimenti rivoluzionari nella regione erano anche anti-
imperialisti, e quindi necessariamente opposti agli USA - Cuba e Nicaragua, per di più, avevamo
subito la dominazione statunitense. Questi movimenti, inoltre, erano dichiaratamente marxisti, e in
quanto tali, pronti a supportare il blocco comunista: anti-imperialismo e marxismo comportavano
appoggiare l’Unione Sovietica.
Fu anche l’azione degli USA a portare questi stati a sostenere sempre di più le forze di sinistra e
cadere sempre di più tra le braccia dell’Unione Sovietica. A Cuba, prima ancora che Castro si
dichiarasse apertamente socialista, Eisenhower tentò di tenere Batista al potere; poi trattò Fidel con
ostilità, utilizzando la CIA per portare avanti missioni segrete di destabilizzazione (tra queste si
ricorda l’invasione della baia dei porci del 1961). In Nicaragua, i sadinisti, che vollero mantenere il
monopolio sul potere politico, provarono a creare un’economia mista e perseguire una politica
estera. In entrambi i casi, il tentativo statunitense di isolare, spaventare e tormentare i governi
rivoluzionari in America Latina ebbe effetti controproducenti perché spinse quei governi ad
affidarsi e allearsi con l’Unione Sovietica.
Opzione 2: la crociata anti-comunista
La guerra fredda rinforzò non solo le forze estremiste di sinistra, ma anche la destra autoritaria nella
regione. Dopo la seconda guerra mondiale, la strategia statunitense si concentrava sulla promozione
del modello democratico: nel ’45, il segretario di stato di Truman, Byrnes, dichiarò che la politica di
non intervento non prevedeva l’accettazione delle tirannie locali; lo stesso Byrnes, sottoscrisse la
richiesta uruguayana di azione contro i regimi autocratici; sempre all’interno del governo
statunitense si faceva strada l’idea che gli Stati Uniti dovessero sostenere governi democratici. La
Guerra Fredda offriva alle forze della destra autoritaria una nuova possibilità di garantirsi
l’appoggio statunitense: la crociata anti-comunista. Non solo opponendosi all’avanzata del
comunismo, i dittatori in America Latina avevano la possibilità di mantenere/istaurare rapporti con
gli Stati Uniti, ma potevano persino liberarsi di nemici interni. Le dinamiche della guerra fredda
portarono quindi ad una ridefinizione dei termini della lotta politica: non si trattava più di dittatura
vs democrazia (come sembrava alla fine della seconda guerra mondiale), ma di comunismo vs
anticomunismo.
Regimi dittatoriali
Diverse dittature nel paese beneficiarono della situazione:
- Somoza in Nicaragua. Qui inizialmente il governo statunitense tendeva per un cambio di
regime, e voleva riuscire a facilitare una svolta democratica nel paese. Un’operazione che
riuscì solo in parte, perche pochi giorni dopo l’inizio del governo di Arguello, Somoza
riprese il potere e i rapporti con gli Stati Uniti vennero momentaneamente interrotti. Con lo
scoppio della guerra fredda, Somoza divenne un ferventi anti-comunista nonché sostenitore
degli Stati Uniti nei forum internazionali, riguadagnandosi così il loro favore e
riconoscimento de facto. Nel 1954, Somoza aiutò gli Stati Uniti a rovesciare il governo
Arbenz in Guatemala, confermando l’appoggio agli Stati Uniti, le proprie convinzioni anti-
comuniste e, allo stesso tempo, indebolendo una potenziale minaccia a livello regionale.
- Batista a Cuba. Batista prese potere nel ’52, garantendo immediatamente a Washington che
avrebbe tutelato gli interessi (anti-comunisti) statunitensi. Per fare ciò, interruppe le
relazioni con l’Unione Sovietica; dichiarò illegale il partito comunista; nel 1953, denunciò
attacco alla Moncada di Fidel Castro come comunista ed antiamericano.
- Trujillo nella Repubblica Dominicana. Inizialmente vi furono pressioni verso la
liberalizzazione del regime, ma con l’avvento della guerra fredda si schierò anche lui contro
il comunismo, utilizzando questa posizione sia per guadagnarsi il favore degli Stati Uniti (e
di alcuni membri del Congresso) sia per isolare nemici politici nel contesto locale.
Durante la guerra fredda, quindi, i governi autoritari in America Latina interessati a mantenere il
proprio potere dovevano agire in un determinato modo:
- Dichiarare la propria opposizione al comunismo;
- Abbracciare la dottrina Monroe;
- Denunciare gli oppositori come comunisti e mettere fuorilegge i partiti comunisti;
- Aprire la propria economia al commercio con gli Usa e tutelarne gli interessi;
- Supportare le forze militari statunitensi e le loro missioni segrete contro le minacce del
comunismo;
- Mantenere un rapporto di amicizia con i membri del Congresso;
- Coltivare relazioni personali con gli ambasciatori statunitensi.
Nonostante molti governi autoritari della regione si siano alleati con gli Stati Uniti, in molti casi
sono stati gli stessi USA a determinarne la fine. A Cuba, nella Repubblica Dominicana e in
Nicaragua, fu sempre Washington a persuadere il governo in carica a lasciare il potere, proprio
quando quest’ultimo si trovava in difficoltà. Questi ‘tradimenti’ vanno letti alla luce delle
dinamiche di potere bipolare: in questi casi, infatti, il proseguimento del regime dittatoriale avrebbe
significato un incremento dei consensi per il fronte comunista, mentre la rimozione dei regimi li
avrebbe tenuti a bada.
Dottrine sulla sicurezza nazionale
In America Latina, tra il 1960 e il 1980, si formarono anche ‘governi burocratici autoritari,’
composti da forze armate e che rappresentavano gli interessi di multinazionali, capitale locale e
interessi statali. Questi reprimevano con la forza e con tattiche oppressive qualsiasi tipo di ribellione
da parte della classe lavoratrice, e rappresentavano pertanto importanti alleati nella lotta statunitense
contro l’avanzata del comunismo. Per giustificare queste politiche, i governi burocratici-autoritari
hanno formulato delle dottrine di sicurezza nazionali che enfatizzavano le minacce interne e le
rivoluzioni. Tre casi:
 Brasile: qui il generale Golbery do Couto e Silva (che prese potere nel ‘64) cominciò a parlare
della possibilità di un attacco indiretto da parte dell’Unione Sovietica, e coniò l’idea di una
guerra permanente, per cui i nemici del Brasile avrebbe utilizzato la sovversione domestica e la
guerriglia rivoluzionaria. Per portare avanti quest’ultima non sarebbe stato necessario utilizzare
la forza armata; i nemici del Brasile si sarebbero serviti di armi psicologiche molto più subdole.
Alla luce di quest’interpretazione l’unico modo per garantire la sicurezza nazionale era di
concentrarsi sulla sicurezza interna. Golbery introdusse anche due novità: l’idea che il Brasile
fosse il paese più importante dell’America Latina (e che potesse in quanto tale sviluppare una
politica estera propria e indipendente), e la centralità dell’industrializzazione, vista come chiave
per la sovranità e l’indipendenza del paese perché lo sviluppo economico poteva garantire
l’integrazione e la promozione del territorio nazionale. Una volta al potere, la giunta militare
centralizzò l’autorità politica, eliminò l’immunità parlamentare, e lanciò indagini contro i
sospetti rivoluzionari (ex: Operation Cleanup).
 Cile: qui nel ’73 avviene il colpo di stato da parte del generale Pinochet, sempre giustificato
dalla necessità di salvare il paese dal marxismo attraverso una guerra permanente. Durante il
regime di Pinochet l’anti-comunismo assunse un aspetto quasi religioso, e nel ’74 venne creata
l’agenzia di intelligence DINA, con lo scopo di sterminare il marxismo.
 Argentina: nel ’76, un colpo di stato militare prese il potere al posto di Peron, promettendo di
combattere contro la sovversione, attraverso una ‘dirty war.’ I generali argentini decisero di
portare avanti una campagna di repressione contro tutti i civili, anche se innocenti e non armati,
con lo scopo di intimidire un’intera società; tantissimi (alcuni parlano di 20,000) scomparirono
e/o vennero uccisi arbitrariamente – si tratta dei desaparecidos.
In tutti questi casi, i governi portavano avanti politiche autoritarie repressive e violente
presentandole come necessarie per fermare avanzata del comunismo, e guadagnandosi l’appoggio
degli Stati Uniti. In generale, quindi, la Guerra Fredda incoraggiò la radicalizzazione di forze
estremiste a spese di quelle centriste.
Diritti umani e Stati Uniti
La politica degli USA durante la Guerra Fredda fu piuttosto contraddittoria, in quanto perseguiva
due obiettivi spesso in contraddizione l’uno con l’altro – anticomunismo e democrazia. Solo in un
secondo momento, a partire dagli anni ’70, i diritti umani divennero un aspetto centrale della sua
politica. Questo cambiamento fu dovuto a due fattori. Il primo è legato agli scandali del Vietnam e
Watergate, che portarono ad un forte attivismo nel Congresso. Nel 1975, fu varata una modifica ad
un emendamento che portò alla sospensione degli aiuti economici ai paesi soggetti a grosse
violazioni dei diritti umani. Il secondo fattore fu l’elezione di Carter, fortemente impegnato nella
tutela dei diritti umani (“our committment to HR must be absolute”), ripetutamente violati in diversi
paesi dell’AL. L’attenzione verso gli standard democratici in America Latina aumentava: al
contempo, i governi autoritari nella regione mettevano in chiaro di essere disposti a rinunciare
all’alleanza con gli Stati Uniti pur di portar avanti politiche anti-comuniste.

Opzione 3: cercare una terza via


La terza alternativa per i paesi dell’America Latina consisteva nello sfuggire alle dinamiche della
guerra fredda, focalizzandosi sullo sviluppo economico oppure sulla politica estera.
Lo sviluppo economico era divenuto un ambito centrale per molti paesi che, dopo la
decolonizzazione avevano raggiunto l’indipendenza; e, proprio in quest’area l’America Latina
comincia a giocare un ruolo più attivo. Nel 1948 l’ONU creò la Commissione Economica per
l’America Latina (CEPAL). Questa, sotto la leadership del brillante economista argentino Prébisch,
formulò un’interessante interpretazione dell’economia mondiale. Secondo Prébisch, la divisione
internazionale del lavoro, dove i paesi in via di sviluppo esportavano materie prime e i paesi
sviluppati importavano prodotti manifatturieri, era svantaggiosa per tutti i paesi nella periferia
mondiale, inclusa l’America Latina. Le soluzioni al problema erano due:
a. Industrializzazione: due guerre mondiali e la crisi economica avevano fatto sì che
l’industrializzazione si fosse imposta sui paesi in via di sviluppo. Questi ultimi, attraverso
una pianificazione statale, potevano eliminare le perdite dovute a termini di scambio
svantaggiosi, stimolare l’occupazione, e incrementare la propria sovranità economica.
b. Integrazione regionale: a questo proposito, nel 1960, venne creata un area per il libero
scambio a livello regionale, la LAFTA (poi divenuta ALADI). L’integrazione regionale non
ebbe però mai un elevato successo.
Gli studi di Prébisch erano focalizzati solo sulla regione dell’America Latina, ma potevano essere
applicati a tutti i paesi in via sviluppo. Le divergenze tra paesi in via di sviluppo e industrializzati
continuavano a divenire sempre più evidenti, e grazie all’azione dei delegati latino-americani, nel
1964 si tenne la prima Conferenza delle Nazioni Unite per lo sviluppo a Ginevra. I paesi in via di
sviluppo decisero poi di affermare ulteriormente la loro unità costituendo il Gruppo 77,
un’organizzazione degli stati in via di sviluppo che si ponevano come obiettivo il perseguimento
della giustizia sociale e lo sviluppo economico. Tra i primi membri del Gruppo 77 (che poi si
allargò fino ad integrare circa 100 membri) vi erano tutti i paesi dell’America Latina.
Con l’arrivo degli anni ’70, le crisi petrolifere, e la disdetta degli accordi di Bretton Woods, i paesi
del terzo mondo raggiunsero un consenso: la giustizia economica poteva essere raggiunta solo
attraverso una redistribuzione globale di risorse e ricchezza. Con questo spirito, il G-77 adottò nel
‘74 la dichiarazione per stabilire un nuovo ordine economico internazionale, il cui obiettivo era di
modificare i pattern della distribuzione della ricchezza e far convergere quest’ultima nelle nazioni
povere del sud del mondo.
Queste iniziative internazionali non conobbero un vasto successo sia a causa delle differenze tra i
100 membri del gruppo che impedivano di raggiungere un consenso, sia perché i membri del G-77
avevano rapporti variabili con le grandi potenze e livelli variabili di integrazione nel sistema
economico mondiale – più erano integrati e vicini a grandi potenze, meno erano interessati a
sovvertire l’ordine esistente.
Non-allineamento e politica estera
Uno degli obiettivi dei paesi dell’America Latina era quello di evitare di rimanere incastrati, dal
punto di vista diplomatico, nelle dinamiche della guerra fredda. Prendere posizione significava
subordinarsi ad una delle due grandi potenze, rinunciando alla propria sovranità ed alla possibilità
di formulare una politica estera indipendente. Intorno a questi propositi, e con la conferenza di
Bandung del ’55 si formò il movimento dei paesi non-allineati. Il MNA rappresentava la voce
politica del Gruppo 77, e gli obiettivi erano:
- non allineamento con Est o Ovest;
- affermazione internazionale degli ex paesi coloniali;
- anticolonialismo: questo tema venne presentato in una conferenza al Cairo nel 1964, e da
allora assunse un’importanza fondamentale.
Il ruolo dell’America Latina all’interno di questo movimento si fece più prominente nel corso degli
anni: il partecipante più attivo fu Cuba (che con Castro tentò di presentare l’Unione Sovietica come
alleato naturale del MNA, fallendo), poi si aggiunsero Perù, Nicaragua, Bolivia e Colombia. Gli
unici Paesi dell’America Latina che decisero di non aderire furono il Brasile e Messico.
Probabilmente il contributo più significativo del MNA per l’America Latina è stato il supporto nei
confronti del NIEO (il programma per un nuovo ordine economico internazionale, promosso dal
Gruppo 77). Con questo appoggio, il MNA andava a trattare argomenti economici, sempre
ribadendo la necessità di unità tra paesi nel sud del mondo e lamentando lo sperperamento delle
risorse nel contesto della competizione bipolare – risorse che sarebbe stato saggio spendere per
sostenere le economie dei paesi in via sviluppo.
Negli anni ‘80, il MNA aveva circa 100 membri, e questo ampliamento rappresentava, come per il
Gruppo 77, un’arma a doppio taglio: se da un lato donava maggiore potere nelle arene della
diplomazia internazionale, dall’altro determinava anche la necessità di giungere a compromessi
politici. Inoltre, il MNA non fu mai in grado di agire come blocco unico e imporre le proprie
posizioni politiche.
I paesi dell’America latina non formulavano però le proprie politiche estere solo nel contesto del
MNA: il Brasile intensificò unilateralmente le relazioni con il Giappone, mentre il Messico cercò di
creare solidarietà con i paesi arabi e del terzo mondo.
From Contadora to Esquipulas
Nel Dicembre 1982, il presidente messicano Miguel de la Madrid propose un piano per avviare la
negoziazione multilaterale e nel 1983, il Messico assieme al Contadora Group, composto da
Colombia, Panama, Venezuela, per valutare possibilità di mediazione regionale per i conflitti del
Centro America. Il grupo de apoyo (Argentina, Perù, Brasile, Uruguay) diede il suo supporto e
contribuì alla riflessione e al raggiungimento di accordi pacifici nella regione.
Questi sforzi comunitari a livello regionale non erano ben visti dall’amministrazione Reagan, che
lanciò il suo programma per il perseguimento della pace e l’instaurazione della democrazia con
l’auspicio di Honduras e Costa Rica. Nonostante la mancanza di supporto regionale determinò però
il fallimento dello sforzo statunitense, gli Stati Uniti si rifiutarono di riconoscere i meriti del
Contadora group, e non sembravano disposti a delegare la risoluzione dei conflitti ad attori
regionali: “the US cannot use the Contadora Group as a substitute for its own policies.”
Il Contadora Group continuava però il proprio lavoro, e, nel 1983, il gruppo adottò un documento
che ne specificava gli obiettivi. A questo seguì, nel 1984, il Contadora Act for Peace and
Cooperation in Central America, con cui si dichiarava l'intenzione di promuovere la
democratizzazione e di metter fine al conflitto armato nella regione, di agire nel rispetto del diritto
internazionale, per rivitalizzare e ripristinare lo sviluppo economico e la cooperazione in America
Centrale, e di negoziare un migliore accesso ai mercati internazionali.
In altre parole, con il trattato Contadora si stabiliva che il Nicaragua doveva rimpatriare i militari
cubani e permettere un’ispezione interna da parte delle proprie istituzioni militari; che Honduras
avrebbe dovuto vietare manovre e presidi americani; che El Salvador avrebbe dovuto espellere i
militari statunitensi presenti sul proprio territorio. Quindi, il trattato Contadora chiedeva il ritiro
dall’America centrale da parte di Cuba, Unione Sovietica e Usa.
Il trattavo sembrava avere buone possibilità di riuscita: era stato accettato da Guatemala, Costa
Rica, Honduras, Nicaragua, ed era supportato da Nazioni Unite. Comunità Europea e OAS. Gli Stati
Uniti, che da sempre si erano opposti al gruppo, riuscirono però a bloccare l’accordo esercitando
pressioni su Costa Rica e Honduras. Il vero motivo dietro l’opposizione al gruppo è di natura
politica: l’accordo di Contadora implicava accettare il potere sadinista e rappresentava quindi una
minaccia all’egemonia statunitense nella regione.
Quando l’accordo del gruppo Contadora entrò in una fase di stallo, gli Stati Uniti intesificarono le
proprie attività di interferenza: incrementarono l’aiuto militare a El Salvador, cominciarono
programmi di training militare a Panama e Honduras, e in Nicaragua rafforzaro l’appoggio ai gruppi
di opposizione. Arias Sanchez, eletto presidente della Costa Rica nell’86, decise di affrontare la
situazione, e, con determinazione e grande abilità diplomatica, riuscì a convincere i presidenti
dell’America Centrale a continuare la negoziazione. Il risultato fu l’accordo Esquipulas, che
chiedeva ai paesi coinvolti di:
- cessare il fuoco
- dialogare con i movimenti di opposizione
- prevenire l’uso del proprio territorio per l’aggressione di altri Stati
- cessare e proibire l’aiuto da parte di forze irregolari o da parte di movimenti insurrezionali
- elezioni libere e la democratizzazione di tutte le nazioni.
Si trattava di un accordo ambizioso, che incorporava i principi dei documenti del gruppo Contadora
e che aveva il merito di presentare soluzioni regionali a problemi dell’America centrale. In qualche
modo, riuscì a facilitare il processo di pace nella regione.

Capitolo 9 – Gli anni ’90: Egemonia e geo-economia


La caduta del muro di Berlino, la liberazione dell’Europa dell’Est, il declino del mondo sovietico e
il consolidamento del potere americano resero gli anni ’90 un periodo di grandi cambiamenti, non
solo per l’Europa ma anche per l’intero sistema internazionale.
Post-guerra fredda
La fine della guerra fredda fu interpretata come un trionfo da parte del liberal-capitalismo:
Fukuyama sosteneva che, con la caduta del muro, si stava assistendo alla fine della storia, alla
vittoria assoluta del liberalismo politico ed economico, e quindi alla morte del comunismo e di
dottrine e tendenze autoritarie. Queste tesi trovavano un largo consenso nonostante potessero essere
applicate solo nel contesto europeo: Cina e Corea del Nord rimanevano stati comunisti, e sia USA
che Russia mantenevano una forte presenza militare nella regione asiatica.
Questi sviluppi portarono ad un riallineamento nel sistema internazionale. Dal punto di vista
geopolitico, la scomparsa dell’URSS significava per gli USA l’assenza di qualsiasi rivale sul
campo, e determinava l’ascesa statunitense a superpotenza mondiale.
Per quanto riguarda l’economia, invece, gli anni ’90 videro l’emergere della multipolarità: solo
pochi anni prima, alla fine della seconda guerra mondiale, gli USA producevano più della metà dei
manufatti del mondo, un terzo dei beni e servizi e possedevano la maggior parte delle risorse auree
del mondo. Già durante gli anni ’50 e ’60, l’Europa aveva potuto giovare degli aiuti forniti dal
piano Marshall e cominciava ad avviare un processo di integrazione regionale. Negli anni ’90, dopo
la riunificazione della Germania e la creazione della Comunità Europea, l’Europa contava una
popolazione ed un PIL superiore a quelli statunitensi. Nel corso dello stesso periodo, anche l’Asia
aveva acquisito potere economico: negli anni ‘60-‘70, il Giappone entrò nel rango dei paesi
industrialmente più sviluppati; la Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong fecero notevoli
progressi nei due decenni successivi; la Cina adottò una serie di riforme di liberalizzazione
economica verso la fine degli anni ’70 e riuscì ad emergere come una potenza economica mondiale.
Altri sviluppi sono rappresentati dall’importanza che hanno acquisito attori non-statali, come
multinazionali, organizzazioni internazionali, traders internazionali, organizzazioni private,
lavoratori migranti, attività transazionali illecite e illegali, organizzazioni criminali. Tutti questi
attori non-tradizionali agiscono in un contesto di interdipendenza globale, nell’ambito di catene di
produzione ormai internazionali.
Questo contesto caotico viene ben descritto dalle parole di Nye: “non esiste nessuna gerarchia in
grado di descrivere adeguatamente una politica mondiale caratterizzata dalla stratificazione di
diverse strutture di potere.” Se il potere militare è unilateralmente nelle mani degli Stati Uniti, nel
campo economico e nella sfera dell’interdipendenza il potere è condiviso tra molti stati. È anche per
questo motivo che le nazioni si sono sempre più concentrate sulla ‘geo-economia,’ ovvero sulla
propria posizione relativa nel mercato globale.
Vi era un panorama mondiale all’insegna del caos. Le questioni economiche divennero
fondamentali nell’agenda globale. Le nazioni focalizzarono la propria attenzione sulle questioni
geo-economiche, ovvero sulla propria posizione nel mercato internazionale.
Hegemony by default
La supremazia politica degli Stati Uniti rimaneva però indiscussa, specialmente nell’emisfero
occidentale. Nonostante, nel 1990, la popolazione dell’America Latina superasse del 75% quella
degli Stati Uniti, l’output della regione rimaneva notevolmente più basso (PIL US era cinque volte
più alto rispetto a quello dell’intera regione latino-americana). Anche la configurazione degli
scambi commerciali lasciava intendere la superiorità degli Stati Uniti: con la scomparsa dell’Unione
Sovietica, questi ultimi rappresentavano infatti il maggior partner di commercio di qualsiasi paese
della regione (rilevanti, in questo senso, sono le relazioni tra US e Messico), seguiti dalla Comunità
Europea e dal Giappone – la cui presenza non minacciava però l’egemonia economica americana.
Tutto questo in un periodo in cui l’importanza relativa della regione per gli Stati Uniti era in
declino: gli scambi con la regione erano diminuiti nel corso degli anni, assieme alla quantità di
investimenti esteri statunitensi – questi si concentrava in altre regioni. In sostanza, nel corso del
tempo, gli Stati Uniti avevano sempre meno interessi in America Latina, mentre i paesi della
regione erano sempre più interessati ad intrecciare rapporti con gli Stati Uniti. Quest’asimmetria
dava agli Stati Uniti ancora più potere sulla regione, in un momento in cui il disinteresse di
potenziali rivali cresceva. Gli Stati Uniti in America Latina avevano raggiunto una posizione
egemonica ‘by default.’ Il soft power che gli Stati Uniti stavano acquisendo in quel periodo
consolidò ulteriormente questa configurazione di potenza. La passività con cui gli USA avevano
ottenuto questa preponderanza di potere, implicava anche che non avessero idea di come sfruttarla a
loro vantaggio. Questa situazione destava preoccupazione nei paesi dell’America Latina, perché
rendeva ancora più imperscrutabili le intenzioni della superpotenza.
Verso una nuova agenda economica
Negli anni ’80, la ‘crisi del debito’ ridefinì le relazioni economiche tra America Latina e USA. In
uno sforzo per incrementare i propri profitti e potere politico, i membri dell’OPEC fermarono la
produzione di petrolio nel 73-74 e di nuovo nel 79-81. In entrambi i casi, la carenza di petrolio
determinò un arricchimento dei paesi produttori che, incapaci di assorbire tutti i loro profitti,
depositarono i propri profitti nelle banche europee e statunitensi. Queste banche, obbligate a pagare
gli interessi sui depositi, si rivolsero a debitori in grado di pagare tassi di interesse redditizi.
Visto che la maggior parte dei paesi più sviluppati stavano affrontando una recessione, i finanziatori
si rivolsero ai paesi dell’America latina, considerati debitori con meno pretese, e disposti ad
accettare tassi di interesse più alti rispetto ai paesi industrializzati. Le banche si sentivano fiduciose
nel trattare con stati ed agenzie pubbliche, perché si riteneva che gli enti pubblici offrissero garanzie
più solide (anche se non fossero stati in grado di ripagare, non potevano certo scomparire). I bassi
tassi di interesse incoraggiarono i paesi dell’America latina a chiedere in prestito denaro, e il debito
straniero in America latina crebbe da 30 milioni di dollari nel 1970 a 240 miliardi di dollari nel
1980.
Nel frattempo, il valore delle esportazioni latino-americane cominciava a diminuire rapidamente,
diminuendo i guadagni dei paesi provenienti dalle esportazioni. Il costo del debito aumentava e la
capacità di questi paesi di ripagarlo diminuiva. All’inizio degli anni ’80 divenne chiaro che paesi
debitori e banche creditrici erano sovraccarichi: in particolare, i paesi indebitati erano entrati in un
circolo vizioso per cui il valore delle esportazioni diminuiva e quello dei tassi di interesse
aumentava. Questo li portava a richiedere sempre più prestiti solo per stare al passo con il
pagamento dei debiti.
Nel 1982, il Messico dichiarò di non poter più far fronte al proprio debito. Venne raggiunto un
accordo che prevedeva l’ammortizzazione del debito messicano nei confronti delle banche
commerciali, e un pacchetto internazionale di presti emergenziali. La strategia dietro questo piano si
basava su tre obiettivi:
- rafforzare le riserve di scambio per far in modo che il Messico potesse continuare a pagare gli
interessi;
- rendere disponibili finanziamenti a lungo termine in cambio di programmi interni per
combattere l’inflazione;
- rinegoziare i termini e i tempi di pagamento.
Il programma sembrava essere un successo, finché anche altri paesi in America Latina
annunciarono un’insolvenza imminente sui propri debiti, spingendo le autorità internazionale a
lavorare per arginare la crisi. Le banche e i debitori inizialmente tentavano di risolvere i problemi di
liquidità, assieme al FMI. Successivamente, quando diveniva evidente che il paese non poteva
pagare i propri debiti, il FMI negoziava delle misure di austerità volte ad attaccare l’inflazione e i
difetti del settore pubblico. Le misure di austerità servivano anche a convincere le banche creditrici
a fornire nuovi prestiti, che permettevano in turno ai paesi di rimanere al passo con i pagamenti.
Il segretario del tesoro americano Baker contribuì in questo periodo a cambiare la definizione e
concettualizzazione della crisi: metteva in evidenza la necessità di crescita economica per i paesi
indebitati, riconoscendo come questi non solo avessero problemi di liquidità, ma anche di
insolvenza. Il suo successore Brady produsse un piano per la riduzione del debito che prevedeva il
supporto americano per i paesi che adottavano politiche di liberalizzazione economica. Durante
l’amministrazione Reagan si fece strada l’idea che la riduzione del debito fosse necessaria, e
legittimata perché poteva produrre guadagni sia per le banche che per i paesi creditori.
Gli anni ’80 sono ricordati in America Latina come il ‘decennio perduto,’ un periodo in cui il
progresso economico e sociale è stato stagno, se non assente. Le rinegoziazioni del debito
determinarono anche prestiti continui, la crescita del valore del debito estero a 431 miliardi di
dollari negli anni ’90. Per pagare i propri debiti, i paesi dell’America latina trasferirono 200 miliardi
di dollari verso i paesi industrializzati, con conseguenze sociali di incremento di povertà e
disuguaglianza devastanti.
Washington consensus
Mentre le banche dovettero far i conti con le conseguenze pratiche della crisi del debito, gli
economisti tentarono di capirne le cause e designare delle soluzioni a lungo termine  la soluzione
sembrava essere una riforma economica sostanziale. In particolare, l’import substitution
industrialization (ISI), per cui i paesi dell’America Latina si occupavano della manifattura di beni
importati dall’estero, veniva additato come uno dei principali problemi della regione. Se negli anni
’70 questa modalità di industrializzazione sotto protezione statali aveva prodotto i miracoli
economici di Brasile e Messico, negli anni ’80 la comunità finanziaria internazionale cominciò a
notare diversi difetti nel modello di industrializzazione ISI – tra questi: l’eccessivo attaccamento
allo stato, ai mercati domestici e alla protezione del settore privato.
Si era venuto infatti a creare un nuovo consenso (il Washington Consensus) sulla strada per lo
sviluppo che i paesi in via di sviluppo avrebbero dovuto intraprendere, che comprendeva tre
prescrizioni:
a) riduzione e revisione del ruolo dello stato in economia, il quale doveva mettere in pratica una
buona disciplina fiscale, concentrando i propri investimenti in settori economicamente produttivi
come la salute, educazione e investimenti infrastrutturali.
b) supporto al settore privato: lo stato avrebbe dovuto vendere le imprese statali a privati, e
ridurne in questo modo i deficit pubblici. Il governo doveva anche ridurre i limiti al settore degli
investimenti privati.
c) revisione delle politiche commerciali: i paesi dell’America Latina dovevano concentrarsi
sempre di più sui mercati esteri. In particolar modo, si volevano ridurre gli ostacoli alle
importazioni, garantendo l’accesso a prodotti intermedi a basso costo e diminuendo quindi il prezzo
delle esportazioni, che potevano essere finalmente competitive sul mercato globale.
Il WC Consisteva in una lista di misure economiche per far fronte alla crisi, un pacchetto di riforma
perfettamente in linea con gli interessi americani, che volevano espandere i propri interessi
commerciali ed erano più liberi di farlo con paesi economicamente liberalizzati. La visione
neoliberale conteneva però un paradosso: anche se le riforme richiedevano la riduzione del ruolo
dello stato in economia, per la realizzazione di queste politiche era necessario uno stato forte. La
contraddizione veniva risolta solo superficialmente, attraverso formule e idee vuote, come quella di
uno stato ‘lean and mean.’

NAFTA: NORTH AMERICA FREE TRADE AREA


Il Washington Consensus contribuì a creare un consenso attorno al libero commercio, e alla
necessità di un’integrazione economica regionale, con la quale si intendeva rimuovere le barriere
statali allo scambio di beni, servizi, capitale e persone. Si riteneva, inoltre, che l’eliminazione delle
barriere allo scambio di beni fosse sufficiente a creare un’area di libero scambio (FTA). Secondo la
stessa logica, per stabilire un mercato comune bisognava rimuovere le barriere che impedivano il
libero scambio di tutti i fattori di produzione. Il North American Free Trade Agreement tra Canada,
USA, e Messico, firmato nel ’92 ed entrato in vigore nel ’94, rappresenta il più ambizioso piano
neoliberale dell’epoca. Il NAFTA venne creato a partire da un accordo preesistente tra Stati Uniti e
Canada, e creò uno dei più grandi blocchi commerciali nel mondo. Questo accordo prevedeva
l’abolizione di dazi, tariffe e barriere al commercio tra i paesi firmatari, con eccezioni previste per
beni particolarmente sensibili come il mais per il Messico o lo zucchero e il succo d’arancia per gli
USA. Un aspetto molto importante fu che il NAFTA aprì il Messico a investimenti statunitensi di
varia natura: le banche USA potevano stabilire filiali in Messico, i cittadini statunitensi potevano
decidere di investire in banche messicane; le compagnie americane potevano competere nel mercato
petrolifero messicano. Una questione particolarmente spinosa, e che quindi non fu trattata
all’interno dell’accordo perché non si pensava fosse possibile raggiungere un compromesso, fu
quella dei lavoratori migranti.
Per quanto riguarda la politica interna statunitense, il NAFTA accese un dibattito interno dai toni
molto accesi. Nella campagna presidenziale del 1992, Bill Clinton offrì il proprio supporto al
NAFTA, ma dovette cedere alle pressioni per inserire salvaguardie che coinvolgessero lavoratori e
ambienti. Questo non era considerato sufficiente da ampi strati dell’elettorato e da personalità
politiche, che ritenevano l’accordo pericoloso per i lavoratori americani.
Nella sua forma finale, il trattato presentava 3 caratteristiche:
- il NAFTA non era soltanto un accordo di libero scambio di beni, ma liberalizzava e si
concentrava più ampiamente sugli investimenti. Attraverso il trattato, il Messico sperava di attirare
flussi di investimenti diretti statunitensi; gli Stati Uniti, invece, speravano di utilizzare la forza
lavoro messicana per abbassare i costi di produzione e tornare a vendere prodotti competitivi sul
mercato mondiale;
- il NAFTA era un accordo intergovernativo, differente da quello della Comunità Europea, con
grosse incongruenze tra l’elevato livello di integrazione economica e il basso livello di integrazione
economica;
- il NAFTA aveva un forte peso politico per Usa e Messico, meno per il Canada.
 Canada: si unì all’accordo per paura che Messico e Usa potessero danneggiare i propri interessi.
 Gli USA volevano raggiungere 4 obiettivi: preservare la stabilità lungo i confini con il sud,
stimolando la crescita economica e quindi la pressione dal basso verso la democratizzazione del
Messico; guadagnare leverage con i competitori (EU, Giappone) minacciando di creare un blocco
economico americano ed esclusivo; assicurarsi l’accesso al petrolio messicano; consolidare i
rapporti diplomatici con il Messico, e assicurarsi l’appoggio di quest’ultimo sulla politica estera
perseguita dagli USA (“from a foreign policy perspective, an FTA would istitutionalize acceptance
of a North American orientation to Mexico’s foreign relations”)
 Il Messico, invece, cercava anzitutto di preservare stabilità e pace sociale. La speranza era che la
NAFTA avrebbe attratto investimenti esteri nel paese e stimolato l’occupazione creando nuovi posti
di lavoro. Ciò avrebbe alleviato la povertà, ridotto le tensioni sociali e rafforzato politicamente il
regime. In secondo luogo, il trattato avrebbe offerto al Presidente Salinas un’opportunità per
istituzionalizzare e perpetuare le sue riforme economiche – inserite all’interno dell’accordo. Queste
prevedevano una liberalizzazione del commercio e del settore parastatale, un incoraggiamento degli
investimenti esteri, una riduzione delle tensioni sociali, e un rafforzamento del regime. Poiché le
riforme non tenevano conto di una serie di interessi di vecchia data, causarono molto malcontento.
Come terzo punto, il NAFTA avrebbe permesso al Messico di ricevere un’approvazione a livello
internazionale del proprio regime, non ancora solidamente democratico. Infine, il Messico pensava
che entrare nel NAFTA gli avrebbe permesso di guadagnare leverage diplomatico con il resto dei
paesi della regione, e con i paesi del terzo mondo in generale. Si trattava di un’occasione per essere
associato a paesi del primo mondo, e divenire quindi un ponte tra paesi sviluppati e paesi in via di
sviluppo.
Gli sviluppi in Messico resero tutti questi calcoli e aspettative inutili.
Nel ’94, nella zona più povera del Paese (Chiapas), nacque un movimento di guerriglia (Zapatista
National Liberation Army) che si opponeva all’accordo di libero commercio, alle riforme
economiche di Salinas e il carattere antidemocratico del regime, e che riuscì ad ottenere incontri e
negoziazioni con le autorità di governo. Nel corso di questo periodo, il Messico fu macchiato da
violenza politica: fu assassinato il prescelto di Salinas e futuro candidato appunto alle presidenziali
del partito PRI, Colosio; e fu ucciso anche Massieu, dello stesso partito e tra i maggiori alleati di
Zedillo, altro prescelto di Salinas. L’alto livello di violenza politica creò un’immagine negativa del
Messico, e spazzò via la possibilità di ascrivere il paese al rango di grandi potenze mondiali come
USA e Canada.
Un barlume di speranza arrivò nel ’94, quando Zedillo vinse le elezioni, divenendo presidente. A
breve, però, il paese si ritrovò a far fronte ad una crisi del pesos messicano, che subì un crollo nei
confronti del dollaro, aggravato dalla speculazione; gli investitori internazionali, infatti,
abbandonarono rapidamente i titoli di debito del Governo messicano, i Tesobonos. La crisi che
risultò dalla svalutazione della moneta messicana poteva mettere a rischio il pattern di crescita
messicano, nonché fermarne la liberalizzazione e intaccarne la credibilità. Washington aveva
investito troppo nel NAFTA e in Messico, per poterne permettere il collasso: gli Stati Uniti
vararono quindi un pacchetto di 50 miliardi di dollari. Fu però anche necessario l’intervento del
governo messicano, il quale intraprese programmi di aggiustamento rigorosi e dagli elevati costi –
l’output si contrasse; la disoccupazione aumentò; il valore degli stipendi diminuì. I costi sociali
della riforma resero impopolare il governo di Zedillo, e l’economia messicana diede segni di ripresa
solo nel 1996/97. Il destino del Messico rimaneva comunque incerto.
From NAFTA to FTAA?
Il Nafta, fin dal principio, era stato visto non solo come un accordo tra tre paesi ma come il primo
passo verso la creazione di un accordo per l’intero emisfero occidentale – un FTAA, Free Trade
Area of the Americas. Le aspettative erano quindi molto alte. Gli USA avevano forti interessi in
America Latina, sia negli investimenti che nel commercio, e il mercato latino-americano aveva
grandi possibilità di espansione; l’America latina, dal canto proprio, vedeva il NAFTA come uno
step necessario per intraprendere la strada dello sviluppo. Questi paesi si stava liberalizzando
sempre di più, e ritenevano un accordo più ampio, che inglobasse tutti i paesi della regione (un
FTAA), un’occasione unica per acquisire reciprocità commerciale con gli USA. Il passaggio dal
NAFTA al FTAA poteva avvenire in svariati modi, ma si trovò ad affrontare numerosi ostacoli sia
economici che politici. In particolare, dal punto di vista economico, un FTAA non era tanto
conveniente quanto il NAFTA perché le relazioni economiche tra Stati Uniti e i paesi dell’America
latina (con l’eccezione del Messico) erano in declino.
Nel 1994, a Miami, il presidente Clinton ospita il primo ‘Summit delle Americhe,’ per auspicare la
creazione di un FTAA, che avrebbe permesso ai paesi dell’America Latina di ottenere qualcosa in
cambio dalla liberalizzazione del commercio, nonché di velocizzare il proprio processo di
integrazione regionale. Mentre però alla base della NAFTA vi erano forti motivazioni politiche,
queste risultavano assenti nell’ FTAA. Nonostante l’entusiasmo del presidente americano, e gli
accordi presi dai governi latino-americani nel ‘Summit delle Americhe,’ il pubblico rimase scettico.
Nel ’97, Clinton sottomise al Congresso una proposta per rinnovare la procedura ‘fast track’
dell’approvazione di accordi commerciali. Questa procedura permetteva non solo di raggiungere
decisioni velocemente, ma impediva al Congresso di richiedere ammendamenti, permettendo di
votare solamente SI/NO.
(Cos’è il fast track: La Costituzione USA dà al Congresso il potere esclusivo di stabilire le tariffe
commerciali e approvare altre legislazioni che disciplinano il commercio internazionale. Il
presidente ha l'autorità costituzionale di negoziare accordi internazionali. Ma se il Presidente
negozia un accordo commerciale che richiede cambiamenti delle tariffe USA o di altre leggi
nazionali, il presidente deve avere l'approvazione anticipata del Congresso per tali cambiamenti, il
quale voterà l’accordo positivamente o negativamente senza emendamenti.)
Questa proposta divenne presto una sorta di referendum per il NAFTA, e, anche a causa dello
scetticismo nei confronti dell’accordo di libero scambio, non venne approvato.
Fu organizzato un altro incontro con i paesi latino-americani nel 1998, a Santiago, Cile. Nonostante
Clinton avesse assicurato l’interesse statunitense nel portare avanti i negoziati per l’FTAA, gli USA
avevano perso credibilità. Con il meeting si stabilì di: fare progressi concreti verso l’approvazione
dell’FTA; riunirsi periodicamente; creare un processo multilaterale per analizzare il progresso fatto
nel campo della lotta al traffico di droga.
Geoeconomia
Tutte le varie manovre realizzate in questo periodo e relative al commercio tale ambito si basavano
su considerazione di carattere geoeconomico, fondate non sul potere militare (come avviene nel
campo della geopolitica), ma sulle capacità produttive, finanziarie e tecnologiche. Durante gli anni
’90 la preminenza commerciale assume un’importanza primaria: le nazioni erano disposte ad
entrare in conflitti commerciali pur di ottenerla. Cambiano quindi le regole del gioco, non più
geopolitico, ma geoeconomico.
Il principale obiettivo per ogni paese era incrementare e migliorare i benefici economici ottenuti, ed
il fine ultimo quello di aumentare la propria ricchezza o capacità produttiva. Il gioco sembrava
essere a somma positiva: gli obiettivi erano quelli di incrementare i propri guadagni economici, e
così facendo aumentare quelli degli altri. Si trattava di una competizione molto inclusiva,
perfettamente coerente con la narrativa di un mondo sempre più globalizzato e interdipendente.
Nessuna nazione aveva intenzione di distruggere e impoverire l’altra, la guerra era troppo costosa e
la stabilità globale e politica sembrava fondamentale.
La presunzione di tutte queste considerazioni risiede anche nelle loro velleità apolitiche: i promotori
della globalizzazione presentavano la geoeconomia come una non-ideologia, come un gioco tra stati
che trascendeva i dogmi politici, e l’idea stessa di stato. Molti stati, per competere, decisero di
unirsi attraverso l’integrazione economica delle proprie regioni – è il caso di EU, NAFTA, APEC.
Le dinamiche di potere classiche però permanevano in maniera subdola: l’integrazione regionale
veniva utilizzata da stati forti per ribadire il proprio primato nelle relazioni internazionali, mentre
gli stati più deboli si univano per evitare di rimanere esclusi dal mercato globale. Si venivano quindi
a creare le stesse asimmetrie di potere, solo in campo economico.
Le regole geoeconomiche subirono un’ulteriore evoluzione durante gli anni ’90, e soprattutto dopo
l’11/09, quando cominciarono a coesistere con quelle geopolitiche della guerra al terrore.

Capitolo 10 – The New Economic Agenda


All’inizio del 1990 si diffuse un certo ottimismo sia negli USA che nei Paesi dell’America Latina.
Entrambe le parti concordarono sul fatto che la Guerra Fredda aveva fortemente distorto le relazioni
internazionali fra le due aree rendendole deleterie, estranee ed artificiose a causa dei fattori
ideologici che le guidavano. In questa nuova ottica, doveva essere l’economia a trainare la politica;
perciò, gli interessi economici dell’America Latina e degli USA dovevano convergere, in modo tale
da rendere i rapporti più armoniosi e proficui. Il profitto economico avrebbe creato i presupposti per
un’integrazione più stretta fra i Paesi americani. Quattro fattori hanno determinato il quadro delle
relazioni economiche inter-Americana:
1. Ascesa dell’Europa e del Giappone nell’arena internazionale, con il conseguente impatto
sugli accordi di potere.
2. Il lascito della crisi debito che aveva afflitto l’America Latina durante gli anni 80’.
3. Un diffuso consenso ideologico nella comunità finanziaria internazionale verso i principi del
libero mercato.
4. Diffusa preoccupazione riguardo la conciliazione dello sviluppo economico con la necessità
di tutelare l’ambiente.

 LA CRISI DEL DEBITO

Quella che è diventata nota come "la crisi del debito" fu una conseguenza di ciò che accadde negli
anni '70. Infatti, allo scopo di aumentare i profitti ed esercitare potere politico, i membri
dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ne bloccarono la produzione nel 1973-
74 e di nuovo nel 1979-81 provocando due shock petroliferi. In breve, vi fu un generale aumento
dei prezzi ed un esponenziale aumento della domanda di petrolio che causò ingenti profitti ai Paesi
dell’OPEC. Tali profitti li depositarono nelle banche europee e statunitensi, che si trovarono a dover
pagare ingenti interessi sulle somme depositate. Da vere imprenditrici (speculatrici), le banche
crearono delle linee di credito con tassi d’interesse elevati e, coscienti della loro debolezza
economica, le girarono ai paesi dell’America Latina che si dimostrarono disposti ad accettare
qualunque tasso d’interesse pur di ottenere dei prestiti. I banchieri erano abbastanza rassicurati nel
trattare con le agenzie pubbliche e le imprese statali, in quanto erano convinti che i governi
avrebbero coperto il pagamento di tali debiti; Secondo questa logica, anche se i Paesi non fossero
riuscite a ripagare il debito, comunque questo non si sarebbe estinto ed in qualche modo sarebbe
stato saldato.
Durante gli anni 60’ i tassi d’interesse molto favorevoli indussero i Paesi dell’America Latina ad
aprire molteplici linee di credito (la previsione di una costante crescita economica annua creò un
diffuso ottimismo) certi che tale crescita avrebbe permesso loro di ripagare il debito. Negli anni 70’,
tali previsioni si rivelarono errate, in quanto la stagnazione industriale dovuta agli shock petroliferi
portò ad un calo delle importazioni di materie prime nei paesi industrializzati che, perciò, colpì
duramente le economie dei Paesi Latinoamericani dipendenti dalle entrate finanziarie derivanti dalle
esportazioni. Alla metà degli anni 80’ i prezzi delle materie prime toccarono i minimi storici dalla
fine della Seconda Guerra Mondiale ed il vertiginoso aumento dei tassi d’interesse, causò ben
presto l’insostenibilità dei debiti contratti. I Paesi dell’America Latina entrarono in un vorticoso
circolo vizioso in cui facevano debiti per pagare debiti e sostenere il processo di industrializzazione.
Per intenderci, tra il 1975 e il 1985 il debito estero dell'America latina crebbe vertiginosamente da
99 miliardi di dollari a 384 miliardi di dollari.

 LA CRISI MESSICANA

Il 12 agosto 1982 il ministro delle finanze Jesus Silva Herzog avvisò la banca centrale (Federal
Reserve) ed il ministero del tesoro degli USA che il Messico non sarebbe più riuscito a soddisfare i
suoi obblighi di debito. Qualche giorno dopo i negoziatori trovarono un accordo basato su due
punti:
1. Una moratoria sull’ammortamento del debito del Messico contratto con le banche
commerciali.
2. Un pacchetto internazionale di prestiti di emergenza.
Il punto principale era implicito: il Messico avrebbe dovuto continuare a pagare gli interessi come
da programma. La negoziazione fra il Paese e le banche creditrici (circa 900) portò alla creazione di
un comitato centrale che ebbe perlopiù la funzione di coordinare la posizione negoziale delle
banche, in modo tale da formare un vero e proprio cartello. La situazione si complicò ulteriormente
quando il presidente Jose Lopez Portillo annunciò bruscamente la nazionalizzazione delle banche
messicane per fermare la fuga dei capitali finanziari attuata dagli speculatori.
I negoziati ripresero presto, partendo dall’idea che la crisi economica messicana era dovuta ad una
crisi di liquidità piuttosto che ad una crisi di solvibilità (l’incapacità di pagare). Il primo passo fu
quello di rafforzare le riserve valutarie straniere del Messico in modo tale da consentire il
pagamento degli interessi (gli USA pagarono 1 miliardo in anticipo per la fornitura di petrolio,
acquisto di prodotti agricoli, ecc.). Il secondo passo fu quello di elargire al Messico dei
finanziamenti a lungo termine, soprattutto tramite il Fondo Monetario Internazionale. Infine, il terzo
step prevedeva la rinegoziazione dei termini e dei tempi del rimborso del debito. In breve, questi
negoziati furono considerati un successo tanto dal governo messicano quanto dalle banche creditrici
che tirarono un sospiro di sollievo per la mancata perdita dei prestiti.

 IN CERCA DI SOLUZIONI

In una prima fase, dal 1982 al 1985, un ruolo molto importante durante “la crisi del debito” è stato
svolto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, quando i Paesi dichiaravano l’incapacità di
pagare il proprio debito, creava un pacchetto di austerità volto a ridurre nello specifico l’inflazione
ed il deficit nel settore pubblico. Si partiva dal presupposto che le crisi fossero dovute alla
mancanza di liquidità e non ad una crisi di solvibilità. Inoltre, la supervisione del FMI dava la
possibilità ai Paesi coinvolti di accedere a nuove linee di credito per migliorare la propria
situazione. Le banche creditrici negoziavano con ogni Paese singolarmente, in modo tale da evitare
la creazione di un cartello di debitori. Il loro obiettivo era evitare il panico finanziario (che avrebbe
causato la loro disfatta) e, soprattutto, riscuotere i tassi d’interesse sui prestiti elargiti.
Nel 1985 iniziò la seconda fase, quando il segretare del tesoro USA, James A. Baker, riconobbe nei
Paesi latinoamericani una crisi di solvibilità (non solo liquidità) e l’importanza di stimolare la
crescita economica. Per questo, Baker chiese un’iniezione da 20 miliardi di dollari nelle casse dei
paesi in via di sviluppo disposti ad attuare riforme del mercato. Un ruolo centrale fu attribuito alla
Banca Mondiale che fino ad allora era stata ai margini della problematica riguardante la crisi del
debito. Tuttavia, il piano Baker portò a scarsi risultati pratici a causa della mancanza dei 20 miliardi
promessi, ma comunque segnò un cambiamento nella concettualizzazione della crisi. Il successore,
Nicholas F. Brady, varò il piano Brady volto principalmente ad una riduzione del debito ed al
sostegno economico degli USA per quei Paesi che avessero attuato riforme economiche.
Caratteristiche fondamentali di tale piano erano l’estrema flessibilità di opzioni proposte a debitori e
creditori per trovare accordi comuni e la centralità data all’obiettivo della riduzione del debito. Con
l’eccezione del Messico e della Costa Rica, questo piano non portò i risultati sperati negli altri paesi
latinoamericani.
 IL WASHINGTON CONSENSUS

Il problema dell’economie dei Paesi latinoamericani fu individuato nelle distorsioni strutturali


causate dal modello economico ‘Import Substitution Industrialization’ (ISI, una politica
commerciale ed economica che sostiene la sostituzione delle importazioni con la produzione
interna) dominante dagli anni 50’ in poi. Tale modello aveva prodotto anche discreti risultati fino
agli anni 70’. Tuttavia, durante gli anni 80’ alcuni esperti ravvisarono delle inefficienze in questo
modello che si fondava sull’importante ruolo dello Stato, la dipendenza dal mercato interno e la
protezione dal settore privato. Perciò, i finanziamenti concessi durante la crisi del debito furono
connessi ad una ristrutturazione dell’economia latino-americana. Nacque il cosiddetto Washington
Consensus fondato su tre pilastri:
1. RIDUZIONE E REVISIONE DEL RUOLO DELLO STATO NELL’ECONOMIA: attuare
un’efficiente disciplina fiscale; investire le risorse nei settori produttivi come salute,
educazione e infrastrutture (e non in sussidi); liberalizzazione del mercato tramite una
deregolarizzazione dei processi burocratici.
2. SOSTEGNO AL SETTORE PRIVATO: vendita delle numerose imprese statali (così da
ottenere proventi per ridurre il deficit) e rimozione delle restrizioni sul capitale straniero.
3. REVISIONE DELLE POLITICHE COMMERCIALI: rimozione delle barriere e tariffe
doganali sia all’import che all’export per aumentare l’efficienza e la competitività dei
mercati.
Queste linee guida erano molto convenienti agli USA che in quel periodo era in cerca di nuovi
mercati nei quali iniziare nuovi business, per rimanere competitiva. Non a caso tale modello è stato
ribattezzato come il Washington Consensus. Tuttavia, questa visione neoliberale conteneva un
paradosso. Innanzitutto, l’attuazione di riforme politiche così radicali prevedeva certamente un
minor ruolo dello Stato nell’economia, ma necessitava di uno Stato forte in grado di resistere alle
pressioni che ne sarebbero scaturite come rivendicazioni sociali, sindacati, gruppi di imprenditori
ecc. Inoltre, gli esperti erano convinti che una liberalizzazione dell’economia avrebbe creato i
presupposti per una conseguente ondata di democratizzazione, dato lo smantellamento dei monopoli
statali e la nascita di nuove classi produttive che avrebbero visto nella democrazia l’unica via
possibile per coltivare lo sviluppo economico. Tuttavia, questo diffuso ottimismo negli anni 90’
rimandava molto a quello che vi era stato negli anni 60’, in quanto s’immaginava che tutto sarebbe
andato bene.
 IL MANTRA DEL LIBERO COMMERCIO

Con l’obiettivo di superare le conseguenze derivate dalla crisi degli anni 80’, i Paesi latino-
americani compresero che l’unica soluzione di lunga durata in grado di rafforzare l’economia dei
singoli Paesi (e la competitività a livello internazionale) era la creazione di aree di libero scambio.
Nacque così l’idea di incentivare un’integrazione economica regionale rimuovendo le barriere
statali e favorendo il libero scambio di beni, servizi, capitali e persone.
 NORTH AMERICAN FREE TRADE (NAFTA)

L'esempio più ambizioso di integrazione regionale è stato l'accordo di libero scambio


nordamericano (NAFTA). Presentato nell'agosto 1992, il patto è stato firmato ad ottobre dello
stesso anno dal Canada, dal Messico e dagli USA. Dopo la ratifica da parte delle legislature dei tre
governi, l’accordo è entrato in vigore nel gennaio 1994. Il NAFTA ha creato uno dei due più grandi
blocchi commerciali al mondo (con l’UE), con una popolazione di 370 milioni ed una produzione
economica combinata di circa 6 trilioni di dollari nel 1992. Esso ha promosso la libera circolazione
dei beni fra gli Stati membri tramite la graduale rimozione delle barriere e delle tariffe doganali, che
sono rimaste attive solo su alcune produzioni sensibili dei rispettivi Paesi (ad esempio mais e fagioli
in Messico, succo d’arancia e zucchero negli USA). Un elemento che è stato completamente
tralasciato dai negoziatori del trattato è stata l’immigrazione della bassa manovalanza. Infatti,
l’assenza di compromessi ragionevoli ha contribuito a non trattare questa questione, pur lasciando
una ferita aperta nelle relazioni bilaterali fra USA e Messico, visto il via vai di messicani che ogni
anno varcano il confine senza documenti e senza la possibilità di essere regolarizzati.
Nel 1993 Bill Clinton associò la ratifica del trattato all’esistenza di tutele per l’ambiente e per i
diritti dei lavoratori nei tre Paesi. Tuttavia, questo non bastò a placare il dibattito nato negli USA, ed
in misura minore in Canada, fra chi interpretava il Trattato come una possibilità per gli imprenditori
statunitensi di attingere alla classe operaia messicana pagando bassi salari (questo avrebbe
rappresentato il licenziamento di milioni di lavoratori statunitensi) e chi sosteneva che il NAFTA
avrebbe aumentato le esportazioni USA, raggiungendo le economie di scala e guadagnandone in
competitività. Alla fine, la spuntarono Clinton ed i democratici a favore del Trattato. In definitiva,
l’accordo presentava tre caratteristiche fondamentali:
1. Il suo impegno implicito per attuare l’integrazione economica regionale. Infatti, la
rimozione delle barriere era solo un aspetto del Trattato, visto che nel 1990 le tariffe
doganali erano già molto basse. Il Messico, con la firma degli USA sul Trattato, aspirava ad
attirare maggiori investimenti esteri anche dall’Europa e dal Giappone. Gli USA vedevano
nel Messico una piattaforma per l’esportazione di beni manifatturieri ed un serbatoio di
lavoro a basso costo.
2. Il NAFTA è un accordo intergovernativo fra i tre Stati membri, e non vi è stata la creazione
di un’autentica autorità sovranazionale come in Europa. Ne consegue un’incoerenza tra il
profondo livello d’integrazione economica prevista dall’accordo e la superficialità
dell’integrazione politica.
3. In terzo luogo, NAFTA possiede una logica politica di fondo tipica di tutti gli schemi
d’integrazione duraturi nel tempo.

 LA DIMENSIONE POLITICA DEL NAFTA

Il Canada, soddisfatto degli accordi bilaterali stipulati con gli USA nel 1988, rimase delusa alla
notizia delle negoziazioni avviate alla metà del 1990 fra USA e Messico. Infatti, il Canada partecipò
all’accordo non tanto per un guadagno economico, quanto per non essere esclusa dalle relazioni
politiche dell’area e poter tutelare i propri interessi.
Al contrario, gli USA avevano quattro obiettivi politici da raggiungere:
1. Il mantenimento della stabilità lungo i confini meridionali. L’idea di fondo era che il
NAFTA avrebbe stimolato la crescita economica in Messico, allentando la pressione sociale
e sostenendo il regime. Nonostante la retorica, l’obiettivo principale statunitense non era la
transizione democratica del governo, ma il mantenimento della pace.
2. Il NAFTA rappresentava un aumento del potere negoziale degli USA nelle negoziazioni
commerciali con altre importanti realtà economiche come l’Unione Europea ed il Giappone.
3. Gli USA hanno provato ad assicurarsi l’accesso al petrolio messicano, una delle principali
fonti d’importazione statunitensi. Infatti, durante i negoziati NAFTA, Washington ha tentato
strenuamente di assicurarsi impegni messicani per garantire forniture di petrolio costanti ed
ottenere i diritti degli scavi per le aziende USA.
4. Infine, gli USA volevano consolidare il sostegno del Messico sulla politica estera in
generale. Con il NAFTA sarebbe stato molto improbabile un disaccordo sulle azioni
internazionali degli USA.
D’altra parte, il Messico cercava innanzitutto di preservare la pace sociale all’interno del Paese. La
speranza era che il NAFTA attirasse gli investimenti, stimolasse l’occupazione e creasse
significative opportunità per i giovani messicani entranti nel mondo del lavoro. Questo avrebbe
alleviato la povertà, ridotto le tensioni sociali e rafforzato il regime. In questo senso, l’obiettivo del
Partido Revolucionario Institucional (PRI) era compatibile col desiderio degli USA di garantire la
stabilità al Messico.
In secondo luogo, il NAFTA offriva al presidente Carlos Salinas de Gortari la possibilità di
istituzionalizzare e perpetuare le sue riforme economiche che seguivano fedelmente i precetti del
Washington Consensus. Questa politica innovatrice andava contro gli interessi delle classi
tradizionali. Perciò, per evitare che i suoi sforzi venissero vanificati una volta conclusa la sua
presidenza, con il NAFTA il programma salinista di “aggiustamento strutturale" divenne parte di un
trattato internazionale sottoscritto dall'unica superpotenza rimasta al mondo (quindi difficilmente
eliminabile). In terzo luogo, mentre negli altri Paesi dell’America Latina erano processi di
democratizzazione, il Messico cercava legittimazione a livello internazionale per il suo regime
dittatoriale. Da tempo era nato il dibattito sulla democrazia. Gli scettici vedevano nella ratifica del
NAFTA il rafforzamento del regime, mentre gli ottimisti liberali vedevano nell’accordo il primo
passo del processo democratico. Infine, il Messico credeva che con la firma del NAFTA avrebbe
assunto la leadership dell’area sudamericana.
Tutti questi calcoli furono improvvisamente sconvolti il 1° gennaio 1994, giorno dell’entrata in
vigore del Trattato, quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) diede vita ad un
movimento di guerriglia nella povera regione del Chiapas. Essi denunciavano l’accordo di libero
scambio, il modello economico salinista e il carattere non democratico del regime. Dopo un tragico
periodo segnato da attentati ed assassinii, alle elezioni dell’agosto del 1994 prevalse Ernesto Zedillo
del PRI, successore designato da Salinas come suo successore alla guida del Paese. Anche se il
paese rimase nelle mani del PRI, questi eventi crearono dell’incertezza fra i Paesi sottoscriventi del
NAFTA.

 RISULTATI INIZIALI, RECENSIONI CONTRASTANTI

Dopo l’entrata in vigore del NAFTA, il commercio fra USA e Messico è aumentato
vertiginosamente. Basti pensare che da un business totale di 83 miliardi di dollari nel 1993, si arrivò
a 157 miliardi nel 1997. Tuttavia, sin da subito il NAFTA si trovò ad affrontare alcune
problematiche, fra cui una crisi valutaria. Alla fine del 1994, il governo Zedillo svalutò
inaspettatamente il pesos rispetto al dollaro, dando carta bianca agli speculatori finanziari. La crisi
minacciava di decimare gli investimenti esteri nel Paese, deragliare il modello di crescita del
Messico e distruggere la credibilità del NAFTA, delegittimando di conseguenza i principi del libero
mercato. L’amministrazione Clinton che tanto aveva insistito sulla ratifica del NAFTA non poteva
permettersi il collasso finanziario del Messico, e perciò mise assieme un pacchetto di finanziario di
50 miliardi. Per combattere l'inflazione e soddisfare le esigenze dei creditori internazionali, il
governo messicano adottò rigorosi programmi di aggiustamento strutturale, esponendosi ad elevati
costi sociali: la contrazione della produzione, un aumento della disoccupazione ed il crollo dei
salari. Nel 1995 il PIL del Messico era diminuito di oltre il 6%. A livello internazionale si ebbe il
cosiddetto “effetto tequila”, ovvero, ripercussioni economiche sui mercati emergenti, soprattutto
Argentina e Brasile che si ripresero entro la fine dell’anno. Nel frattempo, il governo di Zedillo
continuò a consolidare il suo potere anche durante un periodo così turbolento ed il Messico riprese
la sua crescita economica nel 1996.
 DA NAFTA A WHFTA?

Quasi fin dall’inizio, la NAFTA fu intesa come un trampolino di lancio verso un accordo emisferico
comprendente tutti i Paesi delle Americhe, il cosiddetto WHFTA (Western Hemisphere Free Trade
Area). Sia Bush che poi Clinton si mostrarono favorevoli al processo di espansione del Trattato
nordamericano. Gli USA avevano nell’America Latina degli interessi da difendere. Inoltre, tutti gli
analisti attribuivano al mercato latino-americano un alto potenziale di espansione. D’altra parte,
anche i Paesi dell’America Latina intravedevano nell’adesione al NAFTA un’opportunità da non
perdere per raggiungere un certo grado di reciprocità commerciale con gli USA ed assicurarsi
l’accesso al mercato nordamericano. Ancor più importante era il fatto che l’adesione al WHFTA
avrebbe fornito ai nuovi membri un riconoscimento internazionale, un sigillo di approvazione
destinato ad attirare investimenti esteri. Tuttavia, la formazione di un accordo di tale portata
incontrò ostacoli insormontabili, sia di tipo economico che di tipo politico. Innanzitutto, all’infuori
del Messico, dopo la fine della Guerra Fredda le relazioni commerciali fra USA ed America Latina
stavano diminuendo. Inoltre, il NAFTA prevedeva la possibile estensione dell’accordo ad altri
Paesi, ma senza stabilire dei criteri definiti per consentirlo praticamente (l’arbitrarietà con cui era
stato scritto il paragrafo dedicato all’estensione dell’accordo era sinonimo della mancanza di
volontà politica). Inoltre, per approvare nuovi membri era necessario l’unanimità dei tre Paesi: il
Canada, già restio all’approvazione del Messico, non avrebbe consentito l’estensione del Trattato ad
altri Paesi latino americani; il Messico voleva essere l’unico paese latino-americano all’interno
dell’accordo, in modo tale da attrarre gli tutti gli investimenti nel proprio territorio; gli USA
avrebbero certamente potuto consolidare la propria area d’influenza nel Sud America, ma questo
avrebbe comportato delle ripercussioni negative sulle partnership commerciali instaurate con
Europa e Giappone. Inoltre, dopo la rivolta in Chiapas, sia Washington che Ottawa erano totalmente
restie ad espandere i rischi del Trattato a nuovi aderenti. In conclusione, la valutazione dei costi
dell’integrazione (compresi i rischi) superavano di gran lunga i benefici.
Tuttavia, la strategia adottata da Washington fu quella di fornire importanti garanzie ai Paesi
dell’America Latina sul fatto che non sarebbero stati né trascurati e né abbandonati dagli USA. A
tal proposito, Bill Clinton diede inizio ad una trafila di summit con tutti i leader dell’emisfero.

 IL VERTICE DI MIAMI: 1994

Nel 1994, l’amministrazione Clinton promosse ed ospitò a Miami il “Summit of the Americas” a
cui parteciparono ben trentaquattro capi di Stato, ovvero, tutti ad eccezione di Fidel Castro.
L’obiettivo apparente del vertice era quello di sviluppare un progetto per la collaborazione
emisferica nel XXI secolo. Con l’avvicinarsi della data dell’incontro, gli USA stilarono un’agenda
politica composta da quattordici punti/obiettivi che si sarebbero dovuti discutere durante il vertice,
tra cui: la lotta alla corruzione ed al narcotraffico; il rafforzamento dei collegamenti finanziari e la
promozione del libero scambio; la promozione di un modello di sviluppo sostenibile per ridurre
l’impatto ambientale; la promozione di condizioni di parità fra le industrie operanti nell’emisfero;
armonizzazione delle norme ambientali fra i Paesi americani e così via. Tuttavia, i leader
latinoamericani considerarono invasiva ed irrilevante l’agenda di Clinton, quanto invece si
concentrarono principalmente sull’integrazione emisferica e sull’accordo di libero scambio. Come
risultato di questa pressione, i capi di Stato accettarono la formazione di una ‘Free Trade Area of
Americas’ (FTAA). In segno di buona fede, i membri del NAFTA invitarono il Cile ad avviare i
negoziati sull’adesione al Trattato. Clinton definì l’accordo raggiunto come “uno spartiacque nella
storia dell’emisfero”. Tuttavia, i firmatari dell’accordo di Miami designarono il 2005 come l’anno
entro il quale tutti i Paesi firmatari sarebbero dovuti entrare a far parte del FTAA. In breve, il
risultato del summit fu alquanto ambiguo, in quanto un decennio sembrava un periodo troppo lungo
per preparare un’integrazione economica regionale, un periodo nel quale si sarebbero potute erodere
le basi sulla quale era stato formulato l’accordo. A dettare i tempi fu decisiva la volontà degli USA
(non dell’amministrazione Clinton, ma del Congresso e di molte volontà politiche statunitensi in
generale), non pienamente convinti dei benefici derivanti dall’integrazione.
 FALLING OFF THE FAST TRACK: 1997

Tre anni dopo il vertice di Miami, Clinton presentò al Congresso la proposta per il rilancio degli
esami “Fast Track” riguardo agli accordi commerciali internazionali. Questo modello era stato alla
base di tutti gli accordi commerciali stipulati durante gli anni 70’ e prevedeva il voto, nel
Congresso, di accordi commerciali intesi come pacchetti completi (approvato o meno), senza la
possibilità di modifica (che avrebbe comportato un allungamento dei tempi). Questo era un ulteriore
tentativo da parte di Clinton di velocizzare il processo d’integrazione del FTAA. Tuttavia, questa
proposta diede vita ad un acceso dibattito che arrivò a discutere anche l’esistenza del NAFTA.
Come nel dibattito su tale accordo, i sindacati misero in piedi una campagna promozionale contro
l’FTAA, in quanto prevedevano un peggioramento delle condizioni dei lavoratori statunitensi
costretti a competere con la manodopera di Paesi più poveri, un aumento della disoccupazione ed un
calo dei salari. Il presidente Clinton vide l’opposizione di ampi strati del Paese ed alcune sue
affermazioni pubbliche misero in mostra l’amarezza per la sconfitta politica imminente. Infatti,
sindacati, gruppi ambientalisti, democratici scontenti e Repubblicani tradizionali demolirono
l’approccio dell’Amministrazione Clinton verso l’America Latina. In assenza della spinta degli
USA, l’FTAA è stato condannato ad essere ciò che ha rappresentato fino ad ora: un obiettivo intriso
di retorica, ma privo di risultati concreti.

 IL VERTICE DI SANTIAGO: 1998

Il fallimento del “Fast Track” divenne chiaramente visibile durante il vertice di Santiago, in Cile.
Esso rappresentava il seguito del vertice di Miami e serviva a fare il punto della situazione
sull’avanzamento generale dell’accordo FTAA. Le rassicurazioni di Clinton questa volta non
servirono a placare i dubbi degli altri leader americani sull’effettivo impegno USA nella creazione
di un’area di libero scambio. In questo vertice si stabilì di compiere dei “progressi concreti” verso la
creazione del FTAA entro la fine del 2007. Inoltre, fu deciso d’istituire un processo multilaterale
per la valutazione dei progressi contro il narcotraffico e la periodicità dei summit fra i leader
americani (per intensificare il processo d’integrazione). All’indomani del vertice di Santiago erano
ipotizzabili tre strade:
1. Il mantenimento dello status quo con un NAFTA a tre membri come unico accordo
commerciale. Il fallimento del “Fast Track” presumeva questa come la sola scelta plausibile.
2. “NAFTA-plus”, ovvero, uno scenario in cui nell’organizzazione sarebbero entrati giusto tre
o quattro candidati dell’America Latina (i più eleggibili) a partire dal Cile.
3. Meno plausibile, prevedeva il raggiungimento del FTAA grazie all’autorizzazione del
Congresso USA tramite una improbabile condivisione all’utilizzo “Fast Track”.
Ovviamente, nel breve-medio periodo, la strada più percorribile e realistica era la 1. Per molti Paesi
in America Latina, questo summit fu una grande delusione.

 EREDITA’ DELLA RIFORMA NEOLIBERISTA: UNA VALUTAZIONE


INTERMEDIA
Di fronte alle pressioni internazionali e alle minacce di marginalizzazione economica, i leader
dell’America Latina si affrettarono a condurre una politica riformista durante gli anni 80’ e 90’,
seguendo rigorosamente i precetti neoliberali del Washington Consensus: diminuirono le barriere
doganali, aprirono le porte ad investimenti esteri, privatizzarono le imprese nazionali e ridussero il
ruolo dello Stato nell’economia. Quali sono stati i risultati?
Come abbiamo visto in precedenza, gli anni 80’ furono un incubo per i Paesi dell’America Latina,
tanto che verrà ricordato come “il decennio perduto”. Il progresso economico fu trascurabile nella
migliore delle ipotesi. Basti pensare che il debito estero della regione salì da 242 miliardi di dollari
del 1980 a 431 miliardi nel 1990. I paesi adempirono ai loro obblighi contrattuali, versando agli
investitori esteri oltre 200 miliardi di dollari. Questi adempimenti furono possibili solo affrontando
dei costi sociali elevatissimi: netti tagli alla spesa pubblica, diminuzione della produzione pro-
capite, aumento della disoccupazione. Solo con l’attuazione delle riforme liberali dal 1991 al 1998
si registrò una crescita costante in tutti i Paesi latinoamericani, seppur con diversa intensità.
Tuttavia, crebbero due indicatori sociali (anche durante gli anni 90’) che fanno dubitare sui reali
effetti positivi del riformismo economico: aumento del tasso di povertà e aumento delle
disuguaglianze sociali. Infatti, secondo le stime CEPAL, l’indice di povertà è aumentato dal 35%
degli anni 80’ al 39% negli anni 90’ (rapportato al considerevole aumento della popolazione si parla
di numeri enormi). Inoltre, è da notare come i benefici delle riforme economiche hanno giovato una
piccolissima parte della popolazione, aumentando ulteriormente il divario fra le classi sociali agiate
e quelle medio-basse (contadini, artigiani, operai). Complessivamente, l’America Latina si distingue
a livello internazionale per i più alti tassi di disuguaglianza al mondo. Il peggioramento della
situazione economica della maggior parte della popolazione ha posto in discussione i precetti
neoliberali identificati nel Washington Consensus e, quindi, acuito i sentimenti antiamericani in
alcuni strati sociali dei Paesi. Inoltre, appena superata la crisi del debito, i Paesi latinoamericani
hanno ripreso ad indebitarsi per sostenere la propria crescita. Basti pensare che Messico e Brasile
(ciascuno con più di 150 miliardi di dollari di debito), insieme, detengono il 15% dei debiti contratti
da tutti i Paesi con basso-medio reddito al mondo. Infine, il problema principale dei Paesi
latinoamericani rimane l’estrema dipendenza delle loro economie dalle esportazioni nei mercati
esteri. Perciò, rimane viva la paura di un possibile remake di ciò che è accaduto negli anni 80’.
 PROTEZIONE AMBIENTALE

Fra gli anni 80’ e 90’ alcuni eventi, come il disastro di Chernobyl nel 1986 e la fuoriuscita di
petrolio da una petroliera nel 1989, crearono i presupposti per la nascita di movimenti ed organismi
internazionali volti a prevenire il degrado ambientale e correggere i comportamenti dei Paesi del
Terzo Mondo.
 DIMENSIONE DEL PROBLEMA

Il riconoscimento dell’importanza nella tutela dell’ambiente va di pari passo con la consapevolezza


che lo sviluppo economico e l’industrializzazione perpetuati durante XX secolo non erano più eco-
sostenibili. L’erosione dello strato di ozono, e la conseguente penetrazione dei raggi ultravioletti, ha
causato l’aumento dei tumori della pelle ed ha inflitto danni irreversibili alla fauna marina e
terrestre. Il riscaldamento globale e l’effetto serra hanno causato un cambiamento climatico
considerevole (di cui lo scioglimento dei ghiacciai è una drammatica conseguenza). Il problema
della deforestazione affligge in primo luogo l’America Latina, in quanto questo fenomeno ha avuto
un tragico impatto sulla biodiversità ambientale di Paesi considerati “ecologicamente mega diversi”
come Brasile, Colombia, Messico, Perù ed Ecuador. Inoltre, l’inquinamento delle grandi metropoli
come Città del Messico, San Paolo, Santiago del Cile e le scarse norme igienico-sanitarie, hanno
causato enormi problemi sia alla salute pubblica che all’ambiente stesso. Un altro problema molto
ricorrente in questi Paesi è la desertificazione dei terreni agricoli dovuti all’utilizzo di pesticidi
dichiarati illegali e nocivi nella maggior parte dei Paesi industrializzati. Gli USA (uno dei maggiori
Paesi inquinanti) hanno trattato la questione ambientale come un problema di carattere nazionale.
 DIBATTITI E DISACCORDI

Le questioni ambientali hanno suscitato vari dibattiti e controversie fra le diverse prospettive dei
Paesi industrializzati del Nord ed i Paesi in via di sviluppo del Sud. I Paesi industrializzati
accusavano quelli del Sud di essere responsabili della deforestazione, del cambiamento climatico e
del riscaldamento globale, a causa dell’assenza di limiti al modello di sviluppo. Inoltre, chiedevano
un controllo al numero della popolazione in costante crescita. I Paesi del Sud, d’altra parte,
accusavano quelli del Nord che la causa principale dei problemi ambientali era l’ingordo
consumismo delle loro popolazioni (gli USA da soli producono molto più inquinamento
dell’America Latina avendo una popolazione minore) e che l’inquinamento e lo sfruttamento di
risorse da parte dei Paesi del Terzo Mondo era dovuto soprattutto ad affrontare la piaga della
povertà. Nel 1987, la Commissione per l’ambiente e lo sviluppo dell’ONU ha articolato la nozione
di ‘sviluppo sostenibile’, definito come quello “sviluppo economico che soddisfa le esigenze del
presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Il
principale problema di questa definizione è la vacuità e la libera interpretazione alla quale si pone.
 IL VERTICE DI RIO: 1992

Nel 1992 si tenne la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo a Rio de Janeiro.
Questo summit si rivelò la conferenza internazionale più grande mai organizzata fino ad allora,
comprendente 100 capi di Stato, 8000 delegati ecc. Il suo principale compito fu l’adozione
dell’Agenda 21, ovvero, un piano d’azione globale che avrebbe dovuto guidare le politiche dei
governi per il resto del XX secolo e per quello successivo. L’Agenda 21 poneva all’attenzione della
comunità internazionale le varie problematiche per lo sviluppo, l’atmosfera, il suolo, le foreste, gli
oceani, il consumo e lo smaltimento dei rifiuti tossici. Il suo obiettivo era quello di creare una
partnership fra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo per coordinare uno sforzo comune
alla ricerca dello “sviluppo sostenibile”. Tuttavia, il grande limite dell’Agenda era che per ogni
misura trattata serviva l’unanimità di tutti gli Stati presenti (ne erano presenti 178). Ciò significa
che tutti i Paesi si opponevano alle risoluzioni che intaccavano i propri interessi economici: i Paesi
dell’OPEC si opposero alla transizione all’energia rinnovabile; la Santa Sede insieme ai paesi
cattolici si opposero ai capitoli sulla pianificazione familiare e l’uso dei contraccettivi volti a
limitare l’aumento della popolazione. Il gruppo dei Paesi in via di sviluppo, compresi i Paesi
dell’America Latina, tennero un profilo molto moderato ed accondiscendente durante la conferenza,
allo scopo di attirarsi i finanziamenti assistenziali (dato l’ampliamento dei contendenti alla lista dei
paesi bisognosi composto dagli Stati dell’ex blocco sovietico). Altri problemi sorsero quando gli
USA si rifiutarono di finanziare il progetto per aiutare i Paesi in via di sviluppo a adempire agli
obiettivi dell’Agenda. Lo scontro fu evitato grazie all’intercessione della Banca Mondiale che si
assunse gli impegni di finanziare il programma. Nonostante il suo debole sostegno politici e
l’esiguo finanziamento, molti esperti hanno ritenuto l’Agenda 21 come un buon inizio per una
cooperazione di lunga durata.
 IL VERTICE DI SANTA CRUZ: 1996

Nel dicembre 1996 il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada ospitò un summit delle
Americhe a Santa Cruz, un incontro destinato a proseguire la strada battuta durante la Conferenza di
Rio (1992) ed il vertice di Miami (1994). Il suo obiettivo era quello di stabilire un’agenda per la
cooperazione ambientale interamericana in vista del Summit del 1998 a Santiago del Cile. I risultati
furono modesti. Solo 14 su 34 capi di Stato parteciparono. Fu varato un Piano d’Azione redatto
principalmente da tecnici, contenente iniziative sulla salute, istruzione, agricoltura, città e comunità,
risorse idriche e aree costiere ecc. Tuttavia, non fu stabilita alcuna chiara priorità, nessun obiettivo
d’azione, nessun calendario per l’attuazione delle misure e nessuna disposizione per il
finanziamento. Fu affidato all’ Organizzazione degli Stati Americani (OAS) la responsabilità di
coordinare gli sforzi dei singoli Paesi, senza affidargli un chiaro mandato e gli strumenti per farlo.
Ancora una volta, gli Stati latinoamericani fecero emergere come la dilagante povertà diffusa nei
propri Paesi non lasciava alcuno spazio alla tutela delle risorse ambientali. In conclusione, gli sforzi
per salvaguardare l’ambiente durante gli anni 90’, portarono risultati minimi e nuova sfide per da
affrontare nel XXI secolo.
CAPITOLO 11 – Flussi illeciti e forza militare

I temi spiccano il traffico di droga e l'immigrazione clandestina. Il traffico di droga rispondeva alla
domanda dei consumatori di sostanze allucinogene, la migrazione rifletteva la ricerca di lavoro per
l'occupazione. Entrambi furono dichiarati illegali e divennero il casus belli per l’invasione
statunitense di Panama e dell’occupazione armata di Haiti.

Droga e traffico di droga

Negli anni ’90 le vendite annuali negli USA si avvicinavano ai 60 miliardi di dollari all'anno, pari al
costo economico dell'abuso di droga. Ogni anno nascevano circa 200.000 bambini da madri
tossicodipendenti, la metà era dipendente dalla droga.
Dimensioni della domanda

La fonte della droga era la domanda dei consumatori. La vendita e l'uso del tabacco e dell'alcool
erano permessi dalla legge statunitense, diversamente erano vietate: marijuana, cocaina, eroina,
PCP o LSD.

C'era incertezza sulla domanda dei consumatori di droghe illecite negli Stati Uniti. I dati risultanti
hanno mostrato un declino nel numero degli attuali consumatori da più di 25 milioni nel 1979 a 13,5
milioni nel 1990, 12,0 milioni nel 1992 e 13,0 milioni nel 1996. Ciò ha comportato un calo di quasi
il 50% del consumo complessivo di droga. Il consumo di marijuana è diminuito da quasi 19 milioni
nel 1985 a 10 milioni negli anni '90. Quello di cocaina è diminuito da 5,7 milioni nel 1985 fino alla
fascia da 1,4 milioni a 1,7 milioni. Il numero stimato di consumatori settimanali si aggirava intorno
ai 600.000. Alcuni studi indipendenti hanno misurato il numero di consumatori pesanti di cocaina
intorno ai 2 milioni e in aumento nei primi anni '90. Tra la popolazione adolescente, il numero
complessivo dei consumatori di droga è diminuito da 4,1 milioni nel 1979, a 1,3 milioni nel 1992,
poi fino a 2 milioni nel 1996.

Fonti di approvvigionamento

Tra gli anni '70 e gli anni '90, gli Stati Uniti hanno tentato di eliminare le fonti di
approvvigionamento e i laboratori, poi hanno interdetto le navi destinate agli USA. Durante gli
anni '80 la preoccupazione dell'opinione pubblica per l'abuso di droga portò le amministrazioni
Reagan/Bush a dichiarare "guerra alla droga”. Si trattava di una questione di sovranità nazionale a
causa del costo estremo che l’abuso di sostanze “esterne” provocava nel paese.

Il contrasto alla droga si concentrò in America Latina dove i paesi producevano o più dell'80% della
cocaina e il 90% della marijuana che entrava negli Stati Uniti. Secondo le stime ufficiali, la
produzione di cocaina è cresciuta da 291.100 tonnellate nel 1987 a più di 305.000 tonnellate nel
1990 e a più di 333.000 tonnellate nel 1992. Le campagne di sradicamento hanno avuto un effetto
sostanziale sulla marijuana, ma nessuno sulla cocaina. Nel 1992 si stima che dei 217.808 ettari
producevano coca, meno del 3% fu sradicata. All'inizio degli anni Novanta, i governi stranieri hanno
sequestrato dall'8 al 12% della cocaina destinata al mercato americano. Le autorità federali
sequestrarono un ulteriore 15-20%, i ¾ rimanenti raggiungevano comunque il mercato.

I guadagni da cocaina ed eroina tendevano a concentrarsi nelle mani dei cartelli; i profitti da
marijuana erano più dispersi. La maggior parte dei profitti non è maturata in America Latina, ma
alla fine del mercato al dettaglio, il che suggerisce che una grande quantità di denaro proveniente
dalla droga è rimasta negli Stati Uniti. Infine, le rotte del traffico e della distribuzione sono diventate
estremamente flessibili.
I trafficanti hanno trasformato completamente la scena della droga in Messico, con il moltiplicarsi
dei profitti e del potere delle organizzazioni locali. Intorno al 1990 i funzionari statunitensi
credevano che circa ¾ delle spedizioni di cocaina sudamericane entrassero negli Stati Uniti
attraverso il Messico. I colombiani utilizzavano i Caraibi, specialmente alle Bahamas e alla
Repubblica Dominicana, dove gli stati erano deboli e lassisti nell'applicazione della legge.

Politiche e guerre

La politica statunitense ha provato a controllare l'offerta, soprattutto attraverso


1) la soppressione della produzione, compresa l'eradicazione delle colture
2) l'interdizione delle spedizioni, soprattutto al confine statunitense
3) l'incoraggiamento ad altre nazioni ad unirsi a questi sforzi, di solito attraverso accordi
bilaterali ma anche attraverso trattati multilaterali.
Gli USA hanno penalizzato i consumatori di droghe illecite. Nel 1992 avevano il tasso più alto di
incarcerazione al mondo, con il 60% dei prigionieri per droga. Le spese federali per il controllo
della droga passarono da 4,7 miliardi di dollari nel 1988 a quasi 12 miliardi di dollari nel 1992.

L'amministrazione Clinton annunciò la sua politica antidroga nel 1994 con un piano da 13,2
miliardi annui. Pose meno enfasi sull'interdizione delle droghe, tranne che lungo il confine tra Stati
Uniti e Messico, e attaccò i cartelli. L'abuso di droga passò da fallimento morale a una risposta alla
povertà e alla mancanza di speranza.
Le priorità del programma Clinton hanno anche riassunto le loro posizioni storiche: la riduzione
della domanda ha rappresentato solo 1/3 delle spese, come negli anni di Reagan/Bush, mentre le
forze dell'ordine sono risalite fino a 2/3 del totale.
Le politiche di Clinton provocarono tensioni con i governi latinoamericani. Washington espresse
frustrazione verso Alberto Fujimori in Perù, che si è rifiutato di condurre campagne di
sradicamento contro i contadini delle Ande, contro Cesar Gaviria in Colombia, che ha negoziato i
termini dell'amnistia con i principali imprenditori della droga, contro Ernesto Zedillo in Messico e
contro Ernesto Samper in Colombia (eletto grazie al denaro dei narcos)

Negli Stati Uniti, le ripetute dichiarazioni di una "guerra" alla droga hanno portato a richieste di
"vittoria totale", incoraggiato l’arruolamento dei militari e hanno portato all'ostracismo di coloro
che non erano d'accordo con il governo. In America Latina, le campagne di repressione sono
esplose nella violenza organizzata tra gruppi armati, compresi i militari e la polizia.
7 tipi simultanei di guerre per la droga combattute in tutta la regione negli anni '80 e '90.
1) Gli Stati Uniti hanno affrontato i fornitori di droga attraverso agenti della Drug Enforcement
Administration.
2) I governi latinoamericani hanno risposto alle sfide dei "narcoterroristi", agenti dei cartelli
della droga che hanno usato il terrore, la violenza e l'intimidazione per affermare il potere
politico.
3) I governi latinoamericani si sono impegnati in lotte con movimenti di guerriglia armata che
hanno formato alleanze con i trafficanti.
4) I governi latinoamericani hanno condotto campagne armate contro i narcotrafficanti
5) I cartelli della droga combatterono tra loro, di solito per la quota di mercato.
6) Nel sesto scontro, i narcotrafficanti si sono scontrati con i loro alleati, gruppi di guerriglieri
armati; ciò è avvenuto spesso quando i traficantes hanno iniziato a utilizzare i loro profitti
per acquistare terreni e unirsi all'establishment socioeconomico, contro il quale i guerriglieri
avevano imbracciato le armi
7) Colombia anni ’80, i narcotrafficanti dichiararono guerra agli avversari politici, i partiti di
sinistra. Per la maggior parte le operazioni di narcotraffico non obbedivano a nessuna

ideologia.

Il "problema della droga" in Colombia era molto diverso dal "problema della droga" in Perù, Bolivia
o Messico.

La guerra alla droga americana non ridusse l'offerta delle droghe nel mercato americano ma ebbe
gravi effetti sulla società e sulla politica latino-americana. I Paesi furono sottoposti a violenza e
intimidazione, in Colombia, in Perù e in Messico. Vi fu un drastico aumento della corruzione nelle
forze dell’ordine. La militarizzazione ha posto le autorità latinoamericane in una condizione di
guerra permanente minaccia per le democrazie.

Si crearono degli attriti tra i governi latino-americani e quello USA a causa del processo annuale di
"certificazione", imposto dal Congresso con la legge sull'assistenza all'estero del 1986 secondo cui i
governi che non cooperano con la strategia antidroga degli Stati Uniti perderebbero l'assistenza
economica e si troverebbero di fronte all'opposizione degli Stati Uniti nelle organizzazioni
multilaterali di prestito. Nel 1996 e nel 1997 la Colombia si è vista negare la certificazione.

I paesi latinoamericani furono accusati dei problemi legati alla droga in America, i latini diedero la
colpa alla domanda degli Stati Uniti. I latino-americani volevano "impedire ai trafficanti di droga di
confrontarsi direttamente con l'autorità statale", di ostacolare la formazione di "stati all'interno dello
stato" e diminuire la minaccia del narcoterrorismo. Il governo degli Stati Uniti chiedeva ai governi
latinoamericani di unirsi in una guerra contro i narcotrafficanti, e quindi di stringere un'alleanza con
gli Stati Uniti. (In termini di tabella 2, una combinazione della guerra n. 1, combattuta dagli Stati
Uniti, con la guerra n. 4, combattuta dall'America Latina).

Panama: L'operazione Just Cause

Panama deve la sua esistenza agli Stati Uniti, che nel 1903 promossero apertamente una ribellione
secessionista contro il governo della Colombia. Il Canale di Panama divenne un importante asset
economico e politico per gli Stati Uniti. Il trattato originale stabiliva il controllo statunitense del
canale e della zona ad esso associata "in eterno"; Carter firmò un accordo per cui vi sarebbe stato il
trasferimento entro il 1999. L'influenza statunitense ha permeato praticamente ogni strato della
società e della politica panamense.

Il capo panamense de facto Manuel Antonio Noriega, aveva stretti legami con gli Stati Uniti. Fu
capo dei servizi segreti nel 1970, divenne capo dei servizi segreti della Guardia Nazionale nel 1970.
Dopo la morte di Torrijos in un incidente aereo nel 1981, prese il potere nel 1983. Iniziò a
collaborare con l'amministrazione Reagan, permettendo agli Stati Uniti di utilizzare Panama come
area di sosta per le operazioni militari in Nicaragua e in El Salvador e assistendo la CIA nei suoi
sforzi per rafforzare la resistenza dei Contra al regime sandinista. Noriega riciclò denaro sporco per
i profitti della droga, protetto dalle leggi di stretta segretezza della nazione per le banche, e ha
stabilito un rapporto di lavoro con il cartello di Medellin, Washington avrebbe ignorato il suo
business della droga finché avesse sostenuto le politiche anticomuniste statunitensi in America
Centrale.

Noriega era comandante della Guardia Nazionale, Forze di difesa panamense (PDF), ed esercitava il
potere politico supremo. La sua situazione cominciò a disfarsi nel giugno 1987, quando il
colonnello Herrera denunciò Noriega per aver partecipato a brogli elettorali, corruzione personale
e assassinio di oppositori. Nel 1988 Noriega fu imputato di 12 capi d’accusa sulla base allo statuto
di cospirazione noto come RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act). Le accuse
erano narcotraffico e riclaggio, oltre a corruzione.

Alla fine del febbraio 1988 il presidente Eric Arturo Delvalle, sollevò Noriega dalle sue funzioni.
Un'Assemblea nazionale pro-Noriega licenziò improvvisamente Delvalle e installò il flessibile
Manuel Solis Palma. Gli USA non riconobbero Palma e continuarono ad appoggiare Delvalle che
esautorò Noriega da un punto di vista economico, ottenendo che tutti i soldi da pagare a Panama
fossero depositati in garanzia e che il suo governo non riconoscesse alcun pagamento effettuato al
regime controllato da Noriega. Questo causò il crollo del prodotto interno lordo panamense del
15,8% nel 1988.

Nel maggio 1988 Reagan sostenne la rimozione di Noriega. Nel maggio 1989 si tennero le elezioni
a Panama. Noriega non si candidò ma presentò il suo vice Carlos Duque. L'opposizione sostenne
una coalizione guidata da Guillermo Endara e sostenuta da Ricardo Arias Calderon e Guillermo
"Billy" Ford come candidati alla vicepresidenza. Duque stava perdendo con un margine di 3 a 1
quando cominciarono i brogli elettorali. Billy Ford fu pestato a sangue dalle brigate di Noriega e
l’ex leader militare prese il potere con le armi, reprimendo nel sangue le proteste.
A maggio l'OSA condannò "gli abusi del generale Noriega nel processo elettorale a Panama", e
inviò una missione per negoziare un pacifico trasferimento di potere. Denunciando l'interferenza
degli Stati Uniti nella politica panamense, Noriega ha rifiutato di collaborare con la delegazione
dell'OSA.

Bush, nel settembre 1989, definì la droga la "più grave minaccia interna del Paese". Il 64% del
popolo americano vedeva la droga come il problema N.1 della nazione. Il 15 dicembre l'Assemblea
nazionale controllata da Noriega ha proclamato lo "stato di guerra" con gli Stati Uniti e ha nominato
Noriega per la prima volta come capo del governo. I membri del PDF il giorno dopo hanno aperto il
fuoco su un'auto che trasportava quattro ufficiali dell'esercito americano che non si fermarono a un
posto di blocco. Un ufficiale morì, un secondo fu ferito e un terzo arrestato. Bush approvò i piani di
invasione.

All'attacco! – Operation Just Cause

All'una di notte di venerdì 20 dicembre, gli Stati Uniti attaccarono Panama. Sostenuti da elicotteri
da combattimento e aerei, 13.000 truppe volarono a Panama per raggiungere i 13.000 già presenti
nelle basi statunitensi nella zona del canale. Le fiamme inghiottirono i quartieri poveri di Chorillo e
San Miguelito, baluardi pro-Noriega. Gli USA vinsero in cinque giorni, fecero 5.000 prigionieri.

Gli obiettivi erano la cattura di Noriega, l'insediamento del governo di Guillermo Endara, eletto a
maggio, e la protezione dei cittadini americani. Noriega fuggì e chiese asilo alla Nunziatura papale
che si rifiutò di consegnarlo agli USA. Le forze americane assediarono allora la Nunziatura. Il 4
gennaio Noriega offrì la sua resa al generale Maxwell Thurman.
La reazione latino-americana fu negativa, Bush non aveva consultato alcun leader. Il 22 dicembre
l'Osa ha approvato una risoluzione che "deplora profondamente l'intervento militare a Panama" e ha
sollecitato il ritiro delle truppe americane. 20 nazioni votarno a favore della risoluzione, 7 si
astennero, e gli Stati Uniti sono stati i soli ad opporsi.
L'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una nuova risoluzione, condannando l'intervento con
un voto di 70-20-40.
L'operazione di Panama ottenne un ampio sostegno da parte del popolo americano. Il Pentagono
rilasciò le cifre ufficiali: 23 soldati americani morti e oltre 100 feriti; 314 militari panamensi uccisi
e 125 feriti; e 202 civili panamensi uccisi. Americas Watch ha stimato a 300 il numero di civili
uccisi, con ben 3.000 feriti.

I postumi di un incidente

L'operazione Just Cause non ha avuto praticamente alcun impatto sul traffico di droga. Il processo
Noriega ebbe un impatto maggiore: la difesa affermò che il suo arresto era illegale, che il suo status
di capo di Stato lo rendeva immune da procedimenti giudiziari, che era un prigioniero politico
catturato in un'invasione che violava il diritto internazionale. A metà del 1992 una giuria ha
finalmente condannato Noriega per otto accuse di traffico di droga e racket, ed egli ottenne una
sentenza di 40 anni di carcere. Panama rimase incontrollata, Endara non aveva una leadership
solida. Un anno dopo l'assunzione dell'incarico dovette ricorrere alle truppe statunitensi per sedare
una rivolta militare del colonnelo Eduardo Herrera, poi destituito e poi imprigionato dal governo.
L’economia panamense crollò e la popolarità di Endara passò dal 73% dell’89 al 17% nel marzo
1991. Le elezioni presidenziali del maggio 1994 videro trionfare Ernesto Perez Balladares, un ex
cronista di Noriega che ottenne il 33,3% dei voti facendo appello alla frustrazione diffusa. Durante
la campagna Perez Balladares si fece erede di Omar Torrijos ma con lui tornò al potere il partito di
Noriega. Arrivò seconda Mireya Moscoso, vedova dell’ex presidente Arnulfo Arias, con il 29,1%;
terzo Ruben Blades, 17%, seguito da Ruben Dario Caries, con il 16,1%. Se avessero unito le forze,
avrebbero sconfitto Balladares. Il nuovo presidente diede rifugio temporaneo a migliaia di emigranti
cubani collaborò con Washington in una crisi con Haiti, abolì il PDF, lasciando una "forza
pubblica" civile.

L'economia di Panama migliorò con una crescita media annua del PIL del 4,7% dal 1991 al 1998.
La disoccupazione rimase elevatissima. Nuove elezioni vi furono a maggio 1999, quando
un'elezione presidenziale avrebbe determinato la leadership del Paese. Perez Balladares non poteva
candidarsi per un altro mandato. A dicembre 1999, il controllo formale del Canale di Panama passò
dagli Stati Uniti a Panama, in conformità con gli accordi del trattato del 1977. La proposta degli
Stati Uniti fu un contratto a lungo termine (12 anni) rinnovabile che avrebbe lasciato 2.000 soldati
americani alla base aerea di Howards Air Force e avrebbe fornito un reddito annuo di 200 milioni di
dollari a Panama

Il processo di migrazione

Gli Stati Uniti tra il 1900 e il 1910 accettarono 8,8 milioni di nuovi immigrati, per lo più
dall'Europa, e tra i ‘20s e i ‘30s ne accettarono altri 10. Questo afflusso si è quasi arrestato negli
anni '30, sotto la pressione della Grande Depressione, ed è ripreso dopo la fine della Seconda
Guerra Mondiale.
Dagli anni ’50 agli anni ‘80, periodo attraverso il quale gli Stati Uniti ha tentato di fissare limiti
rigorosi ai flussi migratori.:
1) Costante aumento del volume della migrazione legale, da 2,5 milioni di persone negli anni
'50 a 6,0 milioni negli anni '80: la cifra più alta del mondo.
2) Declino della percentuale di immigrati provenienti dall'Europa e dal Canada, dal 66% negli
anni '50 al 14% negli anni '80, e il concomitante aumento dell'immigrazione asiatica dal 6%
al 44%.
3) L'immigrazione legale dal Messico è costante, dal 12% al 14% del totale,
4) I flussi provenienti da altre parti dell'America Latina sono aumentati notevolmente negli
anni Sessanta e successivamente si sono attestati intorno al 26% al 27% del totale.
Esiste un importante volume di immigrazione legale dal Messico e dall'America Latina verso gli
Stati Uniti che ha causato reazioni xenofobe da parte degli americani. In più, molti di questi, sono
entrati illegalmente sul territorio americano (stimati tra i 4 e i 6 milioni negli anni ’90, 60%
Messicani)

Trend nella politica migratoria degli Stati Uniti

Fino agli anni ‘30 la politica di "frontiera aperta" verso il Messico ha permesso lo sfruttamento della
manodopera messicana. A causa della grande depressione vi furono delle restrizioni fino alla
deportazione forzata di mezzo milione di messicani.

Con la Seconda guerra mondiale iniziò un secondo ciclo di immigrazione messicana. Il governo
degli Stati Uniti nel 1942 propose un accordo formale per l'utilizzo di lavoratori messicani.
Legiferato formalmente come legge pubblica 45 degli Stati Uniti (programma bracero) questo
accordo temporaneo tra il Messico e gli Stati Uniti iniziò come misura d'emergenza per reintegrare
la manodopera persa a causa del servizio militare. L'accordo continuò senza interruzioni fino al
1964.

Il Walter-McCarran Immigration Act del 1952 continuò e rese più rigoroso il sistema di quote
stabilito per la prima volta negli anni ‘20. Furono stabilite delle preferenze sulla base delle
competenze degli immigrati, con il principio secondo cui l'immigrazione doveva essere coordinata
con la domanda di lavoro negli Stati Uniti. Vi erano delle contraddizioni come la Texas Proviso,
che permise ai coltivatori texani di assumere mano d'opera senza documenti dal Messico  non si
poteva essere sul suolo americano senza documenti ma ci si poteva lavorare.
 Riforma del 1965. Furono raddoppiate le quote annuali da 158.000 a 290.000, 170.000 ad
est e 120.000 ad ovest; fu data maggiore importanza al ricongiungimento familiare. La
legislazione originale fissava un massimo di 20.000 visti per gli stati dell’est, ma non
poneva limiti a quelli dell’ovest, una disposizione che consentiva al Messico di acquisire
una quota sproporzionata. Nel 1976 una nuova riforma applicò il limite di 20.000 visti alle
nazioni dell’ovest, a diretto danno del Messico.

Impatti dell'IRCA
La legge di riforma e controllo dell'immigrazione del 1986 è culminata in una serie di tentativi di
limitare l'immigrazione clandestina. Il disegno di legge conteneva tre disposizioni principali:
- sanzioni economiche contro i datori di lavoro statunitensi che "consapevolmente assumono,
reclutano, o fanno riferimento a pagamento" lavoratori privi di documenti
- amnistia permanente per i lavoratori privi di documenti che potrebbero dimostrare la
residenza continua negli Stati Uniti da qualsiasi momento prima del 1° gennaio 1982
- l'amnistia parziale per i lavoratori senza documenti del settore agricolo che hanno lavorato
per almeno novanta giorni consecutivi nei tre anni consecutivi precedenti al maggio 1986
(SAW I) o nell'anno tra il maggio 1985 e il maggio 1986 (SAW II); e una disposizione per
la riammissione dei "lavoratori agricoli di riapprovvigionamento" (RAW) nel 1990-92.

Ottenne risultati contrastanti, i datori di lavoro riuscivano ugualmente a rispettare la legge e


continuare ad assumere lavoratori privi di documenti.
Le cifre tra gli anni ’70 e ‘90 suggeriscono che l'IRCA ha rappresentato un deterrente temporaneo
all'immigrazione clandestina, poiché il numero totale di arresti è diminuito da 1,76 milioni nel 1986
a 1,2 milioni nel 1987 e meno di 1 milione nel 1989, con un calo del 45%; ma poi hanno cominciato
a salire 1,2 milioni nel 1991 e 1,3 milioni nel 1993. L'IRCA sembrava avere un duplice impatto
sull'immigrazione clandestina: in primo luogo, ha portato ad un aumento dei flussi non autorizzati
nel 1985 e soprattutto nel 1986, e in secondo luogo, ha portato ad una temporanea riduzione degli
attraversamenti illeciti nel 1987-89.
Il Servizio di naturalizzazione (INS) gestì un volume di circa 3 milioni di richieste. Oltre il 90%
dei richiedenti precedenti al 1982 ha subito l'adeguamento del proprio status da residente
temporaneo a residente permanente.

Nel corso degli anni Novanta gli Stati Uniti hanno raddoppiato gli sforzi per scoraggiare
l'immigrazione clandestina. Cercando di adottare una linea dura su questo tema, l'amministrazione
Clinton ha aumentato il bilancio dell'INS da 1,4 a 2,6 miliardi di dollari nel 1996. Ha notevolmente
ampliato le dimensioni della pattuglia di frontiera e ha lanciato le Operazioni Hold-the-Line a El
Paso, nel 1994 la Gatekeeper a San Diego, nel 1997 la Rio Grande a McAllen, Texas. Tra il 1990
e il 1995 non vi sono state grosse differenze in termini migrazione e nei flussi stagionali. Il primo
semestre del 1995 ha mostrato un aumento del 30%.

I paesi esportatori di manodopera avrebbero probabilmente tollerato, se non favorito, questi flussi in
uscita: le rimesse annuali di dollari verso il solo Messico ammontavano a 4,5 miliardi di dollari a
metà degli anni '90. Gli immigrati messicani erano un problema per gli Stati Uniti su tre fronti:

1) Simbolico (politico): la costruzione di un muro lungo il confine tra Stati Uniti e Messico
sembrava incoerente con lo spirito di un nuovo partenariato economico (nel 1997 gli USA
stavano entrando nel NAFTA).

2) Livello procedurale e istituzionale: sebbene il NAFTA non prevedesse alcuna disposizione


per la migrazione dei lavoratori, l'enfasi posta dagli Stati Uniti sull'affermazione unilaterale
ha minato i principi di cooperazione e consultazione sanciti dall'accordo di libero scambio.

3) Livello sostanziale: l'integrazione economica favorisce l'integrazione sociale. Il libero


scambio incoraggiava gli investimenti transnazionali, che in genere stimolavano
l'interazione culturale e, in ultima analisi, la migrazione dei lavoratori.

La questione dei rifugiati

Un alto flusso di stranieri arrivò negli Stati Uniti come rifugiati riconosciuti come tali se vi era "un
fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un
particolare gruppo sociale o opinione politica". Il governo degli Stati Uniti fu rapido nel concedere
asilo a persone che fuggivano da regimi ostili, e si mostrò restio a dare asilo a persone che
fuggivano da paesi alleati. Durante la Guerra Fredda, Washington accolse i rifugiati dell'URSS,
della Cina o di Cuba, da Cuba e Nicaragua, ma non accolse dal Guatemala, El Salvador, dal Cile
sotto Pinochet".

All'inizio degli anni Novanta solo la Cuba di Castro è rimasta nemica degli Stati Uniti. E mentre
altre nazioni dell'America Latina stavano attraversando processi di "democratizzazione"
continuavano a verificarsi abusi dei diritti umani, alcuni figli della lotta alla droga come Colombia e
in Messico. I rifugiati politici dell'America Latina hanno incontrato lo stesso tipo di rancore,
resistenza e reazione dei migranti economici. Con l'aumento della xenofobia, anche la questione dei
rifugiati è diventata una questione migratoria.

Haiti: Operazione Sostieni la democrazia


Uno degli atti più cinici della Guerra Fredda fu un patto del 1981 tra l'amministrazione Reagan e il
regime di destra di Jean Claude ("Baby Doc") Duvalier, un accordo in base al quale la Guardia
Costiera degli Stati Uniti avrebbe rimpatriato i cittadini haitiani soccorsi in mare. In dieci anni
furono 22.716 a tentare l’accesso negli USA ma solo 28 furono ammessi. Gli haitiani erano
indesiderati, poveri e “portatori di AIDS”. Negli anni ‘90 si credeva che il 9% della popolazione di
Haiti fosse sieropositiva.

Dopo la caduta di Duvalier nel 1986, Haiti ha finalmente tenuto elezioni libere nel dicembre 1990.
Le vinse Jean-Bertrand Aristide, sacerdote di 37 anni che esprimeva un profondo risentimento nei
confronti dell'élite mulatta, delle forze armate e del ruolo storico degli Stati Uniti. Si insediò nel
febbraio 1991. A settembre fu costretto all'esilio dal colpo di Stato militare del generale Raoul
Cedras.

L’organizzazione degli Stati americani chiese la reintegrazione di Aristide e impose l’embargo


commerciale nel novembre 1991, dopo aver denunciato le violazioni dei diritti umani. Con
l'aumento della repressione, gli haitiani sono partiti per gli Stati Uniti. Nel gennaio 1992 la Guardia
Costiera statunitense aveva preso in custodia in mare almeno 12.600 haitiani, fornendo un "porto
sicuro" a migliaia di persone a Camp Guantanamo (Cuba). Nel maggio 1992 le autorità statunitensi
avevano trattato 34.000 richieste di asilo, concedendone 1/3, mentre Guantanamo era in piena
espansione. Bush ordinò alla Guardia Costiera di prelevare tutti gli haitiani in mare e di riportarli in
patria.

Per giustificare il rimpatrio forzato, avrebbero dovuto negare l'asilo politico sostenendo che gli
haitiani stavano prendendo il mare per motivi economici e non avevano "un fondato timore di
persecuzione" da parte del regime di Cedras. Nel farlo avrebbero ammesso che non vi fu una
negazione dei diritti umani ad Haiti. 200.000 haitiani tentato di entrare negli USA dopo l’elezione
di Clinton nel 1992, il quale proseguì la politica di rimpatrio forzato di Bush.

Nel giugno 1993 il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha imposto un embargo mondiale sulle
spedizioni di petrolio ad Haiti e si ottenne un compromesso: Aristide avrebbe riconquistato la
presidenza entro il 30 ottobre, Cedras si sarebbe dimesso da capo dell'esercito, Aristide avrebbe
nominato un primo ministro (con l'approvazione del parlamento haitiano), e ci sarebbe stata
un'amnistia generale per il coinvolgimento nel colpo di stato del settembre 1991. Firmati nel luglio
1993, i cosiddetti accordi di Governor’s Island sembravano offrire una soluzione praticabile ma
Cedras si rese conto che la Casa Bianca di Clinton non era in grado di far rispettare il piano
dell'Onu. Il 3 ottobre 18 soldati americani erano stati uccisi durante una missione di pace in Somalia
 l’opinione pubblica chiedeva il ritiro delle truppe in terra straniera. L’11 ottobre 200 truppe della
marina americana furono fermate da una folla di civili armati e, non volendo rischiare uno scontro,
Washington ordinò alle truppe di ritirarsi.

L'obiettivo degli Stati Uniti era quello di trovare una soluzione centrista che risolvesse la crisi senza
riportare Aristide al potere. Clinton annunciò che le autorità statunitensi avrebbero offerto asilo alle
vittime della repressione politica. Washington ha poi fatto pressioni per una risoluzione del
Consiglio di sicurezza dell'Onu che imponesse nuove sanzioni economiche e condannasse "ogni
tentativo di rimuovere illegalmente l'autorità legale" da Aristide e dichiarasse "che avrebbe
considerato illegittimo ogni proposta di governo derivante da un tale tentativo". La Guardia
Costiera degli Stati Uniti raccoglieva 2.000 haitiani al giorno. Guantanamo fu riaperta, e
l'amministrazione ha iniziato a cercare altri Paesi per fornire un "porto sicuro" fino al ripristino di
Aristide.

L'unica scelta era quella di rimuovere Cedras e reintegrare Aristide. Il 31 luglio, dopo che Haiti
aveva espulso un team di osservatori dei diritti umani dell'ONU, il Consiglio di sicurezza ha
approvato una nuova risoluzione che autorizza gli Stati Uniti "a usare tutti i mezzi necessari per
facilitare l'allontanamento da Haiti della leadership militare". Alla fine di agosto Cedras ha rifiutato
di accettare un altro sforzo di mediazione dell'Onu. La Casa Bianca stava già pianificando
attivamente un'invasione, e gli Stati Uniti iniziarono ad aumentare la pressione militare. All'inizio di
settembre 1994 le navi militari e le altre forze erano pronte ad avvicinarsi ad Haiti. I repubblicani
hanno chiesto un voto del Congresso sulla possibile invasione, il 73% degli americani si opponeva.
Clinton denunciò il governo Cedras come "il regime più violento del nostro emisfero", mettendo in
luce la questione dei rifugiati: se non fossero intervenuti si sarebbero stimati oltre 300.000 rifugiati
haitiani negli USA. Domenica 18 settembre, alle 13.00, Clinton ha dato ordine che l'invasione
iniziasse un minuto dopo la mezzanotte. Carter continuò le trattative e presentò agli haitiani una
bozza di accordo che chiedeva il ritorno al potere di Aristide entro il 15 ottobre e l'amnistia per i
governanti militari. Alle 17.30 uno dei leader haitiani ha fatto irruzione nella stanza con la notizia
della mobilitazione dei paracadutisti americani a Fort Bragg, North Carolina, e ha denunciato la
missione Carter come una trappola ingannevole. Alle 18.45 i comandanti americani hanno lanciato
61 aerei verso Haiti con truppe a bordo. Anche se Cedras e il suo capo di stato maggiore si
rifiutarono di firmare il documento, l'accordo fu comunque concluso con il presidente della
repubblica Émile Jonassaint. Clinton annullò l’invasione.
Il giorno dopo le truppe statunitensi avrebbero occupato il paese senza alcuna resistenza armata, con
15.000 soldati americani. L’intervento iniziò come una limitata occupazione militare ma, anche
dopo l'insediamento di Aristide a metà ottobre 1994, si sviluppò in una temporanea presa di
possesso dell'apparato governativo. Alla fine di marzo 1995 un contento presidente Clinton
festeggiava la sostituzione delle truppe statunitensi con una forza di pace dell'Onu di 6.000 uomini,
con 2.400 soldati americani. A metà del 1996 la "Missione delle Nazioni Unite ad Haiti" è stata
ridotta a 600 soldati e posta sotto la guida del Canada. Un anno fu sostituita da una "Missione di
transizione dell'ONU ad Haiti", che ha iniziato ad addestrare circa 6.000 reclute per la polizia
nazionale haitiana. Le forze furono smobilitate. Non erano state abolite costituzionalmente come a
Panama, ma esistevano solo sulla carta. Le elezioni si svolsero in modo ordinato. Aristide non si
candidò e René Preval, uno dei suoi ex collaboratori ed ex primo ministro, vinse le elezioni del
dicembre 1995 insediandosi nel febbraio 1996. Preval cercò di imporre riforme economiche
liberiste attirando le ire di Aristide che si mosse in opposizione e assumendo la guida del partito
Lavalas, con una maggioranza in entrambe le camere del parlamento. Haiti fu in stallo per più di un
anno, senza un primo ministro e un governo attivo poiché Preval non ottenne l'approvazione di
nessuno dei suoi candidati dal parlamento guidato da Aristide. Vi furono scioperi e manifestazioni
violente, che portarono la morte di personaggi dell'opposizione. L'economia era in fermento, dopo
anni devastanti nel 1993 e nel 1994, sotto il peso dell'embargo sponsorizzato dagli Stati Uniti, Haiti
crebbe nel 1995 (+ 5% PIL), nel 1996 si ridusse al 2,8%, fino all’1% del 1997. ¾ della popolazione
viveva in condizioni di povertà estrema. Meno della metà della popolazione adulta era alfabetizzata.
La disoccupazione si aggirava intorno al 60%.
Riflessioni: Al potere e l'egemonia

Just Cause and Uphold Democracy hanno dimostrato l'assenza di regole del gioco internazionali.
Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno lanciato interventi sistematici contro governi
percepiti come di sinistra, socialisti, pro-comunisti o comunisti. Le operazioni di Panama e Haiti
assomigliavano molto a quegli interventi dell'epoca imperiale passata, ma in un altro senso
rappresentavano applicazioni di potere grezzo, non vincolate dal protocollo internazionale.

In secondo luogo, Just Cause and Uphold Democracy sono state intraprese in nome della
restaurazione democratica, eppure la restituzione della democrazia stessa non era una causa
sufficiente per un'azione militare. Tali azioni sono state intraprese sotto politiche urgenti come la
guerra contro la droga e l’immigrazione clandestina.

In terzo luogo, si raggiunsero elezioni relativamente libere ed eque e pacifici trasferimenti di potere.
Le due operazioni hanno sottolineato la portata e il carattere dell'egemonia degli Stati Uniti
all'interno dell'emisfero occidentale. Nonostante le risoluzioni internazionali, (OSA, ONU) non ci
sono state ritorsioni significative contro gli USA  la comunità internazionale ha accettato
tacitamente il dominio USA incontestato nelle Americhe.
Allo stesso tempo, Just Cause and Uphold Democracy hanno rivelato i limiti di potere degli Stati
Uniti.  non fermarono i flussi transnazionali illeciti che volevano dissuadere. Molto tempo dopo
l'invasione di Panama, il narcotraffico continuò senza alcun abbattimento; e mentre l'occupazione
militare portò una brusca riduzione dell’immigrazione haitiana non offrì una ricetta per bloccare
l'immigrazione clandestina da tutta l'America Latina.

12. Latin America: In Quest of Alternatives

La fine della Guerra Fredda comporta delle conquiste di varia entità per l’America Latina:
3. essa non è più un terreno di battaglia tra due superpotenze
4. questo permette di allentare le contese ideologiche al suo interno, indebolendo le forze di destra
e di sinistra e riducendo i livelli di polarizzazione della politica interna.
5. il rafforzamento del centro permette all’America Latina di rafforzare il processo di
liberalizzazione nel corso del 1980 e nutre le speranze per un consolidamento democratico.
6. l’America Latina spera di apprezzata dagli USA ottenendo il rispetto delle aspirazioni regionali
ed il supporto degli sforzi locali per avviare lo sviluppo sociale e politico.
7. L’America Latina spera di poter espandere la gamma di opzioni politiche (di policy), ma rischia
di rimanere delusa. Nel 1990 infatti le questioni più urgenti sono:
a. conquistarsi un posto nell’emergente economia globale (per garantire uno sviluppo ed una
crescita duraturi)
b. trovare una risposta ai cambiamenti nella distribuzione del potere a livello internazionale
(soprattutto in seguito al rafforzarsi dell’egemonia USA in occidente

- Come affrontare, quindi, queste problematiche? Quali scelte ha l’America Latina? Su quali stati
deve concentrarsi?
Restringendo le opzioni
Mentre le grandi potenze sono in lotta tra di loro per la riconfigurazione della comunità mondiale e
faticano a stabilire le nuove regole del gioco, l’America Latina si trova altri svantaggi. Non essendo
una superpotenza, non ha un ruolo determinante nello scenario geopolitico del dopoguerra e questo
comporta una riduzione delle possibilità di azione.
Nel 1990 diventa evidente (contrariamente alle aspettative di Bolivar) che l’America Latina non
può ricevere aiuti al di fuori del continente a causa della divisione unipolare del potere mondiali
(nelle mani degli USA) e della concentrazione degli interessi internazionali su altri fronti:
- l’Unione Sovietica è caduta
- l’Europa occidentale sta cercando di riabilitare ed incorporare l’Europa orientale
- il Giappone è concentrato sulla sua contrazione economica, sulle condizioni avverse dei vicini
asiatici e sul suo rapporto bilaterale con gli States.
- i paesi del Terzo Mondo non sono un valido sostituto delle grandi potenze. La loro
frammentazione interna (che comprende parte del tradizionale Terzo Mondo ed un nuovo
altamente povero e sottosviluppato “Quarto Mondo”, di cui fanno parte, per esempio, l’Etiopia,
il Burkina Faso ed il Bangladesh). Al contrario, i redditi dell’America Latina (con l’eccezione di
Haiti che presenta livelli bassi di entrate per capita) risultano essere al di sopra della media
internazionale: con livelli medio-alti (Venezuela, Brasile) e medi (Messico, Argentina).
- A partire dal 1970 gli interessi economici e strategici dell’America Latina divergono da quelli
dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa.
- Nel 1989, l’Argentina, il Brasile, il Messico ed il Perù si alleano con altri paesi prominenti del
Terzo Mondo e formano il G-15. Tuttavia, a causa degli enormi debiti, il destino economico
dell’America Latina è legato al nord anche se non è più possibile attirare l’attenzione degli
Stati Uniti tramite il richiamo di una minaccia sovietica).

L’addio alla Rivoluzione


La fine della Guerra Fredda congeda anche ogni aspirazione rivoluzionaria dell’America Latina. La
caduta dell’Unione Sovietica e della sua funzione di garante, le idee marxista/leniniste perdono
legittimità, in quanto rappresentano la diagnosi e la cura di malattie sociali. Questo scenario è ,
quindi, privo di ostacoli per l’avanzata degli USA contro i gruppi rivoluzionari e gli stati socialisti a
livello internazionale. I movimenti di guerriglia mondiali si indeboliscono velocemente, in quanto,
di norma, solo i gruppi con entrate fisse (in genere provenienti da narcotrafficanti come il Perù e la
Colombia) continuano ad operare.
- In Colombia, il Movimento 19 Aprile (M-19) abbandona le armi per entrare nella scena elettorale,
concorrendo alle presidenziali del 1994 con il suo leader Antonio Navarro Wolf.
- In Perù il partito Sendero Luminoso perde il sostegno elettorale in seguito alla cattura del leader
enigmatico Abimael Guzman.
- L’unico movimento guerrigliero significativo degli anni ’90 si trova in Messico, nello stato di
Chiapas e promuove un progetto di riforme.
Da questi avvenimenti emerge come la rivoluzione armata non sia più un cammino percorribile per
ottenere la redenzione.

Anche gli stati socialisti si trovano in difficoltà:


8. in Nicaragua il governo sandinista rimane vittima della Guerra Fredda: le campagne incessanti
contro i Contras (supportati dagli Stati Uniti) costringono il governo a spendere metà delle sue
finanze nella difesa, ad imporre la leva militare e altre misure di guerra. In parte dovuto a ciò,
l’economia nicaraguense tracolla e soffre di una pesante inflazione. Le elezioni presidenziali del
1990 vengono vinte da Violeta Barrios de Chamorro dell’Unione Nazionale d’Opposizione
(Unión Nacional Opositora) contro il sandinista Daniel Ortega che cessa la rivoluzione.
9. Gli effetti decisivi della fine della Guerra Fredda si hanno a Cuba. L’Unione Sovietica riduce
drasticamente i legami commerciali, i sussidi economici (al contrario, durante la Guerra Cuba
veniva strapagata per lo zucchero e avvantaggiata nei pagamenti di petrolio verso l’URSS) e le
importazioni di materiale grezzo, industriale e degli alimentari verso Cuba. Ne consegue la
distruzione dell’economia cubana che è schiacciata da un “doppio embargo” da parte
dell’URSS e degli USA. Tra il 1989 ed il 1994, il prodotto interno lordo cubana continua a
diminuire e la popolazione è in povertà estrema.
- La reazione di Fidel Castro a questo scenario oscilla tra la liberalizzazione e l’inasprimento
delle decisioni. Per farsi spazio nell’economia globale, il governo di Castro inizia ad attrarre
capitale, tecnologia e turismo stranieri e a stimolare esportazioni non convenzionali. Nel 1993 il
regime permette di detenere valute forti, ammette lavoratori autonomi nel commercio e
nell’artigianato e crea cooperative autonome per la produzione agricola e dello zucchero. Le nuove
politiche sono benefiche ma incontrano dei limiti: Castro è convinto che il fallimento di Gorbachev
sia dovuto alle troppe riforme. Per tale ragione, in occasione della riunione della National Assembly
of People’s Power (dicembre 1993), Castro ribadisce la avversione verso il capitalismo (con la
costituzione del 1992 l’economia cubana si basa sulla “proprietà socialista dei mezzi di
produzione”) e sembra intraprendere un approccio di mercato di tipo leninista come la Cina dopo
Mao. Dal punto di vista politico Castro è impassibile verso i dissidenti ma media tra tre gruppi
riformisti, il centro e i suoi sostenitori più rigidi.
I cittadini cubani possono sopportare le difficoltà, protestare (come nell’aprile del 1994) o fuggire
negli Stati Uniti (migliaia di Cubani tentarono di attraversare lo Stretto della Florida fino a
costringere il governatore Lawton Chiles a dichiarare lo stato di emergenza e a chiedere aiuto a Bill
Clinton). Nell’agosto del 1994 Clinton fa sospendere gli aiuti ai rifugiati cubani e li dirige a
Guantanamo e in Florida. Clinton vuole, infatti, impedire a Castro di dirigere la politica
sull’immigrazione degli USA e mostrare come la sua economia chiusa ed il suo governo anti-
democratico siano dannosi.
Tuttavia nel settembre del 1994 Clinton a Castro giungono ad un accordo provvisorio: gli States
accolgono 20,000 Cubani all’anno su base regolamentata e, per un anno, accettano tutti i Cubani
presenti sulla lista d’attesa della missione diplomatica americana in Havana (tra i 4,000 e i 6,000).
Cuba avrebbe, invece, utilizzato mezzi persuasivi per impedire esodi non sicuri. Nel maggio del
1995 Clinton annuncia che avrebbe ammesso i Cubani a Guantanamo ma che avrebbe anche
rispedito a Cuba i fuggiaschi ritrovati in mare. Dopo decenni i migranti cubani non vengono più
considerati come rifugiati degli Stati Uniti.
Nel febbraio del 1996 le trattative si arrestano: la flotta aerea di Castro spara a due aerei civili
disarmati dei “Brothers to the Rescue” (un gruppo di volontari esiliati residente a Miami),
nonostante si trovino in territorio internazionale. Clinton si infuria e denuncia l’atto come
violazione del diritto internazionale. In seguito, nonostante le esitazioni, il 12 marzo 1996, Clinton
firma il Cuban Liberty and Democratic Solidarity Act (noto anche come Helms-Burton Act),
autorizzando, i procedimenti legali contro le agenzie di altre nazioni che “trafficano” proprietà di
cittadini statunitensi confiscate da Cuba a partire dal 1959.
Nel 1999 Clinton annuncia una serie di iniziative per aiutare i cittadini cubani: aumenta i voli, le
rimesse, le licenze per beni alimentari ed agricoli e concede un permesso per due partire di baseball.
Con queste concessioni Clinton delude la proposta dei Repubblicani di creare una commissione
bipartitica per rivedere l’embargo gravante su Cuba ed il rapporto stilato dal Council of Foreign
Relations. Pressioni di cambiamento arrivano anche dal Papa: sembra che Castro si trovi in una
situazione ingestibile e stia per soccombere, nonostante la sua resilienza (è riuscito a trarre
vantaggio all’embargo statunitense grazie alla resistenza interna ed estera).

- Esauritasi l’attrazione per il modello rivoluzionario cubano, l’America Latina abbandona il


progetto di una rivoluzione e dà spazio a movimenti sociali di partigiani. Inoltre, i soprusi e la
crisi finanziaria hanno indotto i cittadini a non fidarsi né dello Stato né delle ideologie, si
affidano a movimenti rurali locali e cercano soluzioni pratiche in autonomia.

- Che ruolo può occupare l’America Latina nella nuova economia globale?

Nel dopoguerra l’America Latina ha, infatti, intensificato le relazioni economiche a scapito di
quelle politiche, non potendo guadagnare abbastanza con il traffico di migranti e di droga e temendo
l’intervento statunitense nelle tensioni ad Haiti e a Panama. L’America Latina può cercare di
inserirsi nel mercato mondiale in vari modi.

Commerciando

1. Cooperazione economica con i maggiori centri di potere (tra cui l’Europa ed il Giappone) e libero
commercio (tenendo più o meno in considerazione il Washington Consensus). L’abbassamento
delle barriere commerciali apporta benefici e l’azione unilaterale mantiene la flessibilità. Inoltre, la
strategia di sviluppo basata sulle esportazioni permette di diversificare i partners e i prodotti
commerciali, di cercare l’investimento straniero da varie fonti e di evitare situazioni restrittive. In
sintesi, l’America Latina si lancia in un progetto unilaterale liberalizzando il commercio.
a. Il Cile mostra la massima dedizione nella realizzazione del progetto: dal 1930 al 1970 adotta
politiche commerciali protezionistiche. Dal 1974 Pinochet impone un cambiamento drastico di
indirizzo: entro il 1979, la maggior parte delle barriere non tariffarie vengono eliminate e le tariffe
vengono abbassate ad un tasso fisso del 10% su quasi tutti i prodotti. Nel 1984 le tariffe vengono
alzate del 35%, per far fronte al debito pubblico e riabbassate entro l’inizio degli anni Novanta.
La liberalizzazione economica continua anche sotto il governo di Patricio Aylwin e di Eduardo Frei
Junior (a metà del 1991 il tasso tariffario viene abbassato dal 15 all’11 %).
Gli effetti della liberalizzazione si hanno sull’aumento straordinario delle esportazioni, facenti parte
del prodotto interno lordo (dal 31% nel 1974 al 71% nel 1990). La crescita economica raggiunge
livelli solidi e stabili (tranne qualche calo nel 1980) ed il Cile diversifica progressivamente i suoi
partner commerciali con il Giappone in testa. Aumentano le importazioni dalla Comunità Europea
(soprattutto dalla Germania).
Inoltre, lo stato cileno perde potere. Tra il 1970 ed il 1980 Pinochet vende circa 550 imprese statali
e , tranne un periodo di stallo tra il 1982 ed il 1983 dovuto alla crisi economica, il regime cileno
continua con la privatizzazione. La più grande novità è la riforma sulla sicurezza sociale: da un
sistema di pagamenti simultanei (“pay-as-you-go arrangement”, come negli USA) ad un sistema
basato su risparmi individuali e finanziamenti di istituzioni ad investimento privato. Sopravvivono
solo due monopoli statali: la compagnia di rame dello Stato (CODELCO) e le imprese petrolifere
(ENAP). Sia la imprese pubbliche sia quelle private sono regolate dal governo cileno e questa prassi
viene mantenuta anche nei successivi governi democratici.
Nonostante i successi ottenuti, il Cile rimane una sorta di manifesto del libero mercato e del
Washington Consensus.
Verso la fine degli anni Novanta il Cile deve decidere se concludere gli accordi di libero commercio
con gli Stati Uniti (NAFTA) o stringere i rapporti con gli altri stati dell’America Latina. Inoltre,
deve pensare a come far fronte alle potenze europee e della costa del Pacifico. Ciò nonostante, la
strategia generale elaborata dal Cile si rivela vincente e produttiva, in quanto non lo fa dipendere da
nessun partner commerciale in maniera esclusiva, gli permette di avere un ruolo di comando in A.
L. e lo rende un modello da imitare per aver restaurato la democrazia.
Riassumendo, a differenza di altri paesi il Cile è riuscito a trarre vantaggio da:
- benefici economici
10. assenza di grandi partner commerciali
11. posizione isolata
12. risorse naturali abbondanti
13. dimensioni geografiche e popolazione ridotte
- e politici:
14. dal momento della transizione alla democrazia si è registrato un forte consenso verso
un’apertura unilaterale (Pinochet aveva pagato i costi di aggiustamento, i benefici economici
erano evidenti e vi era necessità di garantire l’armonia interna con la caduta del regime).

Alleandosi con il nord [con gli USA]


Nei primi anni Novanta gli Stati Uniti spingono per un’alleanza con l’America Latina, forse per
volersi confrontare con i suoi avversari commerciali nel mondo (specialmente l’Europa ed il
Giappone). L’America Latina decide, quindi, di stringere alleanze economiche con gli USA
accettando:
- di aderire ai principi economici del Washington Consensus
- l’interferenza dell’investimento straniero nei mercati locali secondo il modello liberale (?)
- concessioni vantaggiose per accesso alle materie prime
- manodopera a basso costo per (favorire) l’investimento straniero
- cooperazione leale in politica estera
Fare un’offerta è rischioso per l’America Latina perché porterebbe ad aumentare le differenze
interne e soffocare la solidarietà tra gli stati. Il Messico potrebbe, infatti, approfittare della
situazione godendo di depositi di petrolio in zone strategiche, di una forza lavoro abbastanza
qualificata e di un mercato in grande espansione. Con la negoziazione del FTA il Messico si allea
con il centro dinamico del capitalismo mondiale, pur rimanendo un partner commerciale minore. In
cambio, il Messico deve abbandonare le sue pretese di leadership indipendente in America Latina e
nel Terzo Mondo e dovrà far fronte alla scarsità di potere e di risorse (rispetto agli USA) nei
contrasti che emergeranno per l’integrazione economica. Per tali ragioni, la NAFTA non ha
rappresentato la prima scelta del Messico, il quale ha tentato di adottare una strategia plurilaterale
che coinvolgesse più centri di potere economico ma ha fallito (i finanzieri europei sono investono
in Europa orientale e i Giapponesi sono riluttanti a collaborare con gli USA).

- Verso la metà degli anni Novanta le altre nazioni del continente americano devono decidere se
questo tipo di alleanza istituzionalizzata con gli USA sia l’ipotesi più vantaggiosa. Questa è
l’idea fondante l’Impresa per l’Iniziativa delle Americhe. A favore del libero commercio con gli
USA ci sono il Cile, l’Argentina, la Costa Rica e la Colombia per costi e benefici favorevoli, per
l’utilità della NAFTA rispetto ad un accordo bilaterale separato e perché è molto probabile che
gli USA ratifichino l’accordo.
- Svantaggi della NAFTA:
1. possibili deviazioni commerciali soprattutto per chi commercia oltreoceano perciò il Cile insiste
affinché ogni accordo con gli USA non interferisca con i suoi rapporti economici con l’Europa e
con il Giappone (è quindi necessario un abbassare le barriere unilaterale alle importazioni e
privilegiare il commercio con gli USA). Il Brasile non vuole trattare con gli USA per non
danneggiare i suoi contatti con l’Europa e per mantenere le sue barriere alle importazioni.
2. Il trattato della NAFTA è altamente specializzante, contiene previsioni speciali ed accordi
supplementari riguardo legati all’ambiente e alla manodopera. Pur accontentando i suoi tre membri,
sembra favorire accessi dall’esterno.
3. Incertezze riguardo agli Stati Uniti. Firmano l’accordo per consentire il libero commercio con il
Messico ma il Congresso è comunque riluttante. La crisi che segue le rivolte a Chiapas nel 1994,
l’assassinio del candidato alle presidenziali Luis Donaldo Colosio e l’assassinio del leader del PRI
Jose Francisco Ruiz Massieu porterà gli USA a rivedere la loro posizione rispetto al Messico. Lo
stereotipo dell’America Latina come paese di masse popolari instabili viene rafforzato dalla crisi
estiva di Haiti. Non sia ha quindi la certezza dell’approvazione finale della NAFTA da parte del
Congresso ed un rifiuto degli USA comporterebbe costi politici enormi per tutti. Tra il 1997 ed il
1998 l’impresa della NAFTA viene resa ancora più difficile dalla mancata rapidità della sua
legislazione (il Brasile e l’Argentina possono così decidere di non aprire i loro mercati, a meno che
gli USA non eliminino le restrizioni che limitano la competizione interna).

Affermando la fiducia in se stessi

La terza alternativa per l’America Latina è continuare il suo progetto storico di integrazione
economica su base regionale o subregionale. Tentativi analoghi sono stati intrapresi nel 1960 con la
creazione della Latin American Free Trade Area e del Mercato Unico dell’America Centrale,
l’Andean Pact (1969) e al Carribean Common Market (1972). Dietro questi sforzi vi è la volontà di
promuovere lo sviluppo industriale tramite l’espansione dei mercati e la creazione di barriere
protezionistiche. Tuttavia, a causa dell’eccessiva competizione, i mercati regionali hanno un ruolo
marginale.
Per questa ragione, dopo la Guerra Fredda i leader latinoamericani cercano di ideare nuove forme di
integrazione regionale promuovendo l’integrazione tramite l’economia globale. L’attenzione si
sposta, quindi, verso l’esterno e l’obiettivo è ridurre la marginalizzazione nell’ambito dei processi
economici globali.
Il nuovo programma di integrazione regionale soddisfa in particolare le aspirazioni di unificazione
di Simon Bolivar e potrebbe evitare la formazione di un asse nord-nord che isolerebbe l’America
Latina. Il progetto di unificazione continentale è, infatti, ben lontano. Non tutte le nazioni vogliono
parteciparvi: al Cile ed al Messico conviene scegliere la via unilaterale della NAFTA. Tuttavia, non
tutti i paesi sono pronti a seguire una strategia regionale (nel 1990 il Perù è considerato come
economicamente disastrato). L’America Latina si concentra su programmi di integrazione
subregionale e di cooperazione economica rivolti a gruppi di paesi latinoamericani (piuttosto che al
continente intero) . Per farlo ci sono tre strategie distinte (a volte complementari):
1. l’integrazione subregionale come una parte di un’integrazione maggiore
2. l’integrazione subregionale come mezzo di consolidare i mercati e le economie di scala
3. schemi di azione subregionali come mezzo per far sviluppare gli interessi geopolitici.

I percorsi che portano all’integrazione

Alla fine degli anni Novanta l’America Latina ha creato più di trenta strategie collettivi o
“minilaterali” per la cooperazione economica. Molti sono accordi bilaterali, altri comprendono tre o
quattro paesi. Tutti vogliono evitare l’esclusione dall’economia globale. Per questo, il Mercato
Comune dell’America Centrale è restabilito, il Carribean Common Market rinvigorito e l’Andean
Pact riformato. L’obiettivo principale è accedere, tramite queste strategie, a collettivi più grandi
come la NAFTA e l’FTAA. Si crede di poterlo realizzare sottostando alle regole degli accordi
internazionali e consolidando i mercati ed i processi di produzione.
L’Andean Pact, ad esempio, non ha soddisfatto le mire economiche dei suoi membri ma ha
rafforzato le loro abilità nel negoziare con altre realtà subnazionali e nel contemplare possibili
prospettive per l’FFTA. Tutto ciò non è stato facile. La Costa Rica, in particolare, ha rappresentato
un problema poiché nel 1990 i suoi leader decisero di negoziare con attori esterni tramite il Mercato
Comune dell’America Centrale. La Costa Rica non è infatti consapevole di essere in grado da sola
di entrare a far parte della NAFTA.

Il MERCOSUR
Un secondo tipo di schema subregionale riguarda la creazione di mercati fine a se stessa, come il
Mercato Comune del Sud o MERCOSUR. Il processo inizia con la firma di accordi bilaterali tra il
Brasile e l’Argentina ai quali si unirono il Paraguay e l’Uruguay. Con il Treaty of Asunción (marzo
1991) si formalizza l’impegno di formare, entro il dicembre 1994, una corporazione con una tariffa
esterna comune (CET) e di creare un nuovo mercato comune. Tuttavia, l’Argentina ed il Brasile
alzarono alcune tariffe in risposta all’”effetto tequila” e alla crisi asiatica del 1997. Il MERCOSUR
rappresenta un ammirevole progresso. I paesi che lo formano costituiscono quasi la metà del
prodotto interno lordo di tutta l’America Latina ed con esso aumentano il commercio interno e le
esportazioni. Nel 1995 il MERCOSUR è diventato il più grande mercato integrato dopo la NAFTA,
l’Unione Europea ed il Giappone.
Dal punto di vista politico il MERCOSUR vuole consolidare la democrazia (viene stabilito nel
1992) e mantenere la pace nel Cono Sud (infatti, gli accordi tra Argentina e Brasile sono anche di
tipo nucleare. Inoltre, a differenza della NAFTA, il MERCOSUR sviluppa una complessa struttura
per i processi decisionali:
15. l’organo esecutivo è il Gruppo del Mercato Comune coordinato dai ministeri degli esteri
16. il Consiglio del Mercato Comune stabilisce l’indirizzo generale sotto il controllo dei ministeri
degli esteri e dell’economia (i presidenti si riuniscono ogni due anni).
17. Commissione Parlamentare Comune con i membri dei rispettivi parlamenti nazionali
Ciò nonostante il MERCOSUR rimane un accordo intergovernativo che agisce su base bilaterale
(dipende dal Brasile e dall’Argentina) e dona centralità alle decisioni presidenziali (in assenza di
una burocrazia sovranazionale).
Gli ideatori del MERCOSUR auspicano che esso possa cristallizzare le relazioni con le economie
del nord. Annunciato l’EAI da parte di Bush, il MERCOSUR diventa uno strumento di accordo
collettivo, anche all’interno dell’Unione Europea. Tuttavia non mancano le avversioni: l’Argentina
preferisce negoziare il suo FTA con gli Stati Uniti (e/o) cercare di entrare nella NAFTA, cosa che
potrebbe minare l’esistenza stessa del MERCOSUR.

Il modello a raggiera
Gli accorsi integrazionisti del 1990 conducono inevitabilmente a formazioni a raggiera dove un
paese si trova al centro e gode di una posizione privilegiata nei mercati che sono disposti sui raggi,
rischiando di generare la competizione tra questi ultimi che vogliono essere scelti dal centro. Ciò
che beneficia il centro non beneficia necessariamente i raggi.
Inizialmente si teme che gli stati uniti vogliano posizionarsi al centro di una struttura a raggiera che
veda ai lati il Canada ed il Messico. Tuttavia, gli sforzi per prevenire le idee centriste statunitensi
non impediscono al Cile, al Messico ed al Brasile di stringere accordi nell’ottica del modello a
raggiera con al centro vantaggi economici e politici.
18. Dal 1990 in poi il Cile abbandona i suoi progetti unilaterali e crea una rete selettiva di FTA
bilaterali e si accorda con il Messico per raggiungere un FTA entro il 1996. Nel 1993 si accorda
con la Colombia per rendere operativo un FTA entro il 1994 e con il Venezuela per
liberalizzare il commercio entro il 1999. Inoltre, il governo cileno stringe accordi minori con
Argentina, Bolivia, Uruguay, Canada, Ecuador e Costa Rica per aprire nuovi mercati, assicurare
rifornimento di prodotti cruciali, diventare un leader continentale e proteggersi dalle incertezze.
19. Il Messico vuole imporsi come interlocutore centrale degli Stati Uniti in America Latina. Così
facendo il Messico potrebbe compensare la perdita di autonomia in alcune zone ed esercitare il
veto sulle domande di ammissione alla NAFTA. Il M. inizia quindi una serie di negoziati
subregionali:
a. il patto bilaterale con il Cile (1991)
b. il patto bilaterale con la Costa Rica (1992)
c. patti con altri stati dell’America Centrale (1992)
d. accordo trilaterale con il Venezuela e la Colombia (1993)
L’obiettivo politico di questi accordi è chiaro: finché la NAFTA sarebbe rimasta la via
preferenziale per arrivare ad una WHFTA, il progetto di integrazione emisferica (e il mercato degli
USA) sarebbe dovuto passare per il Messico. Tuttavia, negoziazioni all’interno dell’emisfero per la
FTAA avrebbero diminuito il ruolo del Messico.

3. Il Brasile cerca di affermarsi come più egemone subregionale che come tramite con gli USA.
Essendo il paese dominante del MERCOSUR, nell’Aprile del 1994 il Brasile propone la creazione
di un’area di libero commercio tra i paesi dell’America meridionale (South American Free Trade
Area o SAFTA) che avrebbe garantito la libertà degli scambi commerciali di ogni tipo tranne sui
prodotti di sensibile interesse nazionale. Il progetto di liberalizzazione progressiva si sarebbe
snodato tra il 1995 e il 2005 ed avrebbe abbattuto le barriere tariffarie e di altro genere. La SAFTA
prevede però solo la circolazione di beni e non di manodopera o servizi. L’obiettivo è trarre
vantaggio dall’esperienza del MERCOSUR, raggiungere i paesi vicini, accumulare capacità di
negoziazione per maneggiare programmi di integrazione più ampi nelle Americhe.
Dal punto di vista politico la SAFTA deve assicurare al Brasile l’egemonia continentale e regionale
e rafforzare la sua posizione sul piano internazionale.
Nel 1996 il Cile diventa membro associato del MERCOSUR ma si rifiuta di aderire alla tariffa di
commercio comune; il Brasile soddisfa le sue ambizioni di espansione.
Nel 1998 il MERCOSUR intrattiene negoziazioni con la Andean Community.
Nel novembre del 1999 il Brasile ottiene un prestito di 41,5 miliardi dal Fondo Monetario
Internazionale per limitare all’inflazione, proteggere i tassi di cambio e riguadagnarsi credibilità tra
i creditori. Infatti, sotto la presidenza di Cardoso la valuta in Brasile aveva perso il 40 % del suo
valore rispetto al dollaro, non potendo più competere nei mercati internazionali. Cardoso non riesce
a difendere il valore reale della valuta brasiliana, nonostante sia stata raggiunta la piena
occupazione. Il Brasile deve concentrarsi sulla sua situazione interna e fermare i suoi progetti
all’interno della SAFTA, anche se continua a svolgere un ruolo centrale. Infine, crescono i
disaccordi tra gli USA (che vogliono elevare la SAFTA al di sopra della WTO) ed il Brasile che
invita alla cautela. Per tale ragione, il summit di Santiago stabilisce che il Brasile e gli Stati Uniti
dovranno presiedere le ultime tappe del processo FTAA tra il 2003 ed il 2005.

Cercando collaborazioni oltre il continente americano

Intorno al 1990 sembra che l’America Latina non abbia altra scelta che accordarsi con le potenze
maggiori del continente americano e controbilanciare le spinte egemoniche degli USA. Tuttavia,
verso la metà degli anni Novanta, i leader regionali stavano stringendo solide alleanze politiche ed
economiche con potenze esterne avanzate (l’Unione Europea e la regione asiatica, in particolare il
Giappone)
a. La campagna Europea
- Nel 1974 l’Europa organizza incontri biennali di parlamentari in America Latina.
- Nel 1984 l’Europa si oppone all’amministrazione Reagan tramite il dialogo di San José.
- A partire dal 1990 l’Unione Europea intrattiene relazioni stabili con il Gruppo di Rio.
- Sono sempre esisti legami economici tra l’America Latina e l’Europa:
1. circa il 20% delle esportazioni latinoamericane sono dirette all’UE
2. l’ UE è il secondo maggiore investitore diretto (nel 1980 gli investimenti dell’UE superano
quelli degli USA)
3. l’UE fornisce aiuti economici all’America Latina (più del Giappone e degli USA nel 1993), in
quanto essa fornisce terreno favorevole per il commercio di prodotti europei.
- L’UE non appoggia i piani statunitensi in America Latina, in quanto ripropongono la Dottrina
Monroe.
- l’UE di assomigliare all’America Latina dal punto di vista culturale e linguistico e nel
risentimento storico verso gli Stati Uniti.
- Dal 1986, con l’entrata della Spagna nell’UE, i legami (culturali ed economici) tra l’Europa e
l’America Latina si rafforzano. La Spagna rafforza la sua posizione all’interno dell’UE
comprando compagnie telefoniche, banche, hotel e compagnie aeree in Cile, Argentina, in
Messico, in Perù, in Venezuela e a Cuba (si crea così uno spazio “iberoamericano”). Tuttavia,
l’America Latina preferisce gestire i suoi rapporti con l’UE senza che la Spagna faccia da
tramite.
b. Promuovendo la riconciliazione
Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Europeo adotta una proposta generale di collaborazione con
l’America Latina.
Nel dicembre del 1995 l’UE firma un accordo strutturale (rivisto nel 1997) con il MERCOSUR per:
20. promuovere strette relazioni politiche, economiche, commerciali, industriali, scientifiche ed
istituzionali;
21. rafforzare il rispetto dei diritti umani
22. invitare ad un dialogo politico regolare e alla cooperazione economica
4. mirare alla creazione di un’Associazione Interregionale nel medio periodo
Tuttavia, negli anni successivi emergono ostacoli alla piena attuazione dell’accordo, soprattutto in
merito all’acquisto di prodotti agricoli latinoamericani da parte dell’UE.
L’UE inizia negoziazioni anche con i singoli paesi dell’America Latina:
23. nel 1996 raggiunge un accordo strutturale con il Cile (futuro membro associato del
MERCOSUR)
24. l’UE è interessata a commerciare con il Messico (uscito dalla crisi del peso del 1994-95) e a
sfruttare il suo accesso agli USA. Il Messico pensa di ridurre la dipendenza statunitense grazie
all’UE. La NAFTA stimola le negoziazioni tra il Messico e l’UE, sperando di poter inserire i
suoi membri latinoamericani nelle trattative.
25. Verso la fine del 1997 il Messico e l’UE si impegnano ad accordarsi in merito alle relazioni
economiche, alla cooperazione politica ed allo scambio culturale. Così facendo il Messico e
l’UE condannano indirettamente la legge di Helms-Burton (la posizione degli USA verso Cuba
incoraggia i legami tra il Messico e l’UE).
Tuttavia, l’approvazione degli accordi da parte del Congresso Messicano e del Parlamento
Europeo avviene solo nell’Aprile del 1998 (la crisi di Chiapas in Messico e i problemi umanitari
che ne sono conseguiti sono stati motivo di proteste in Europa).

La carta asiatica
Anticipando il “Secolo del Pacifico”, parte dell’America Latina cerca collaborazioni in Asia (la più
dinamica negli anni ’90 e con il miglior modello di sviluppo). L’America Latina stringe così accorti
bilaterali con il Giappone (per controbilanciare il ruolo degli USA ) e, in misura minore, con la
Cina.
26. il Perù, che scatena una “febbre Fujimori” in tutto il Giappone con l’elezione del presidente
Fujimori, di discendenza giapponese
27. il Brasile che accoglie la comunità di giapponesi più grande del mondo.
28. Il Messico intrattiene relazioni stabili con il Giappone tramite visite di Stato del Presidente
Ernesto Zedillo tra il 1996 ed il 1997. Stabilisce inoltri accordi bilaterali nel settore privato.
29. Viene creato il forum Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) che rappresenta il 40% della
popolazione mondiale, il 55% del benessere economico ed il 46% del commercio mondiale.
L’APEC è atipica: funziona tramite il consenso e la cooperazione unilaterale più che tramite
accordi diplomatici. La pressione degli USA obbliga l’APEC a formare un FTA entro il 2020.
L’APEC vuole creare un regionalismo aperto (integrazione regionale rivolta verso l’esterno con
l’aiuto dell’economia mondiale) tramite accordi volontari per liberalizzare il commercio:
a. le tariffe medie esterne di ogni membro non devono essere alzate a scapito dei paesi al di fuori
dell’FTA.
b. le opportunità di accesso degli esterno non devono essere evidenti.
- Nel 1993 in Messico entra nell’APEC sotto la protezione della NAFTA, seguito dal Cile (si
compie così il desiderio di Pinochet, il quale già negli anni ’80 aveva tentato di stabilire relazioni
con la costa del Pacifico).
L’APEC rappresenta una conquista dal punto di vista diplomatico ma all’inizio non sono chiari i
suoi benefici futuri (è un’organizzazione libera, non riesce ad ottenere accordi vincolanti da parte
dei suoi membri). Non riesce a contrastare in maniera efficace l’egemonia degli USA. Con la crisi
asiatica del 1997-98 l’APEC perde il suo valore pratico e simbolico.

Il problema delle asimmetrie [tra l’America Latina, l’Asia e l’Europa]

L’America Latina aveva buone ragioni per stringere rapporti significativi con le potenze europee ed
asiatiche. Fin dal 1990 il Messico aveva segnalato l’importanza di una diversificazione delle
relazioni economiche e diplomatiche. Il Brasile (con Cardoso) vuole rafforzare la sua figura di
commerciante globale ed espone i vantaggi dei legami euroasiatici per tutta l’America Latina.
Ciò nonostante l’America Latina non si rivela così importante per l’Asia e per l’Europa. Si
generano quindi delle asimmetrie nelle intenzioni tra l’America Latina e il blocco Asia-Europa.
Solo l’America Latina avrebbe dato alta priorità alle negoziazioni con l’Europa e l’Asia ed avrebbe
cercato accordi a lungo termine. L’Europa e l’Asia avrebbero fatto l’esatto opposto ed evitato
accordi che potessero minare le relazioni con altre potenze mondiali, Negli anni ’90 infatti, gli le
economie più potenti sono quelle degli USA, dell’UE e del Giappone, i quali commerciano tra di ed
investono più con i paesi industrializzati che con quelli in via di sviluppo. Inoltre, gli USA e l’UE
investono tra di loro ed il Giappone investe in entrambi (il doppio negli USA rispetto che in
Europa).
Le asimmetrie sono segno del fatto che l’America Latina non sarebbe riuscita a stringere relazioni
significative con le potenze esterne al continente americano. Inoltre, verso la fine degli anni ’90,
nessuno dei possibili partner dell’America Latina si rivela dinamico: l’Asia attraversa la crisi
economica del ’97-’98, mentre l’Europa deve far fronte ad una crescita modesta ed all’aumento
della disoccupazione. L’UE è occupata a risolvere i problemi dovuti al tracollo finanziario della
Russia nel 1998. Il potere mondiale diventa così unipolare ed è nelle mani degli Stati Uniti.

Passando in rassegna le opzioni

Le posizioni ottimistiche inerenti alla fine della Guerra Fredda sembrano essersi avverate:
l’America Latina ha varie soluzioni strategiche:
- liberalizzazione unilaterale per una politica commerciale aperta e plurilaterale
- allineamento formale con gli USA
- integrazione subregionale
- un approccio generale con tante sottocategorie
- collaborazioni con i maggiori partner al di fuori del continente americano
e vari mezzi per connettersi con l’economia globale.
30. Il Cile si apre alla liberalizzazione unilaterale (1970), cerca di entrare nella NAFTA (1980),
diventa membro associato del MERCOSUR, forma strutture subregionali a raggiera, diventa
membro a pieno titolo della APEC e negozia con l’UE.
31. Il Messico si allinea con gli Stati Uniti tramite la NAFTA e poi cerca di diversificare le sue
relazioni economiche e politiche attraverso la APEC e dialogando con l’UE.
32. Il Brasile si concentra sul consolidamento del MERCOSUR prima e della SAFTA poi
(fungendo da centro) e negozia con l’UE.
33. L’Argentina e la Colombia prendono in considerano l’idea di entrare nella NAFTA fino all
1994. In seguito l’Argentina apre negoziazioni con il MERCOSUR e l’EU-MERCOSUR e la
Colombia aiuta a modernizzare la Comunità Andina come mezzo di scambio collettivo con altri
gruppi (“blocs”). Inoltre, la Colombia ed il Perù tentano di aprirsi alla liberazione unilaterale
(negli anni ’90). Il Perù rientra nella Comunità Andina con aspirazioni trans-pacifiche.
34. Il Venezuela utilizza l’integrazione subregionale per ottenere l’accesso a gruppi più ampi, anche
se può negoziare anche solo con il petrolio.
35. I paesi caraibici reclamano un trattamento speciale all’interno della NAFTA e sottolineano la
loro importanza tramite il CARICOM e l’Assocation of Carribean States.
36. L’America Centrale cerca di rafforzarsi tramite l’integrazione subregionale
37. La Costa Rica fa progressi grazie alla sua liberalizzazione unilaterale e, per un certo periodo,
spera di poter entrare nella NAFTA.
Nonostante l’America Latina abbia varie opzioni politiche e strategiche, rimangono irrisolti alcuni
problemi:
a. le opportunità non sono distribuite uniformemente in tutto il territorio (il numero delle scelte
possibili è legato alla posizione geografica, alle risorse naturali, alle dimensioni ed al livello di
sviluppo di ogni stato)
b. l’abilità di approfittare delle opportunità è legato alle singole volontà politiche. Solo il Cile e, in
misura minore, la Colombia, il Perù e la Costa Rica hanno le risorse politiche ed economiche
per sfruttare la liberalizzazione unilaterale ed elaborare una strategia a lungo termine). Solo il
Messico riesce, grazie alla sua posizione ed alle sue dimensioni ad allearsi con gli Stati Uniti
tramite la NAFTA. Solo il MERCOSUR diventa una realtà autonoma e più o meno percorribile.
Solo il Brasile può aspirare, per forza e dimensioni, a diventare un egemone subregionale. Solo
il Mercosur, il Messico e il Cile attraggono abbastanza l’interesse dell’UE per poter iniziare le
trattative commerciali. Solo il Cile, il Messico ed il Perù entrano a far parte dell’APEC grazie a i
loro contatti speciali in Asia.
- Cuba sta affrontando una situazione molto critica: l’America Latina ha perso la fiducia
ideologica nella rivoluzione del 1959. Con il crollo dell’Unione Sovietica Cuba perde la sua
fonte di maggior sostegno e risorse. L’embargo statunitense, rafforzato dagli accordi Helms-
Burton, rendeva ancora più difficile la situazione economica. Fidel Castro percorre due opzioni:
1. coltiva il sostegno extracontinentale (soprattutto europeo) tramite l’espansione di opportunità
di investimento e di commercio
2. l’integrazione subregionale (soprattutto tramite l’Association of Carribean States che è però
un’organizzazione politica e non uno schema di integrazione economica)
Con l’aiuto di Papa Giovanni Paolo II, le relazioni mondiali con Cuba si distendono (soprattuto con
Granada e con i Caraibi). Tuttavia, la crisi economica cubana non cessa.

Manca la quinta opzione?


Un’opzione ulteriore per l’America Latina sarebbe la sua partecipazione a livello globale. Le
nazioni trarrebbero vantaggio da un sistema restrittivo a livello finanziario e commerciale che
favorirebbe la liberalizzazione a livello mondiale, garantirebbe accesso ai mercati e ai capitali e
restringerebbe il campo di azione economico (i piccole e grandi potenze sarebbero sottoposte a
regole uniformi). Per fare tutto ciò l’America Latina dovrebbe votare come un unico blocco
uniforme nelle grandi organizzazioni internazionali (come ha fatto in passato nell’ONU). Per fare
ciò servono coordinazione, consultazione, impegno, solidarietà all’interno del continente. Tuttavia,
questa strategia non è molto supportata negli anni ’90 a causa dei soliti problemi di azione collettiva
I paesi sono tentati di sfruttare le varie opzioni per il loro interesse individuale. Impediscono così la
coordinazione e creano una frammentazione interna ed una dispersione degli sforzi.
Nonostante l’ampia gamma di possibilità, l’America Latina non sembra avere davanti a sé un futuro
luminoso (le varie negoziazioni ed alleanze interne e con attori stranieri non promettono risultati
certi).
Punti di vista e atteggiamenti: accomodamenti e resistenze

La complessità e le fantasticherie all’indomani della Guerra Fredda causano un certo fermento


intellettuale ed attitudinale in America Latina che si apre a nuove idee e soluzioni e mette in
discussione i concetti di sinistra, destra e centro politico. A globale e continentale, nel 1990
l’America Latina distribuisce il proprio potere in maniera differente e rivede non gli accordi
diplomatici e commerciali ma modifica i suoi punti di vista e quelli del mondo nei suoi confronti.
Il cambiamento più importante è l’alleanza con gli Stati Uniti che crea nuove opportunità e speranze
(l’America Latina abbandona il risentimento passato ed accetta la leadership statunitense nel globo).
Questi cambiamenti sono dovuti ad un’interdipendenza sociale che va dal commercio, alla
migrazione, al cinema, alla musica ed allo sport. C’è una presa di coscienza pragmatica
dell’esistenza di realtà globali e forse il cambiamento è l’unica alternativa possibile.
All’interno le élite latinoamericane stanno abbandonando i vecchi nazionalismi di supremazia e di
autodeterminazione e cercano di ridefinire gli interessi nazionali per aprirsi a nuove opportunità
economiche ed all’integrazione regionale (cedendo parte della loro sovranità). Tuttavia, verso la
fine del secolo si recupereranno i nazionalismi antichi.
Al contrario dell’America Latina, gli USA stanno diventando sempre più nazionalisti: la NAFTA,
l’EAI e la FTAA servono solo a confermare la superiorità e la saggezza statunitensi. Gli USA
stanno preludendo ad un dominio unilaterale dell’emisfero occidentale che condurrà a scontri.
Tuttavia, l’America Latina è restia ad accettare alcune politiche degli USA, soprattutto l’embargo
di Cuba. Nel 1994 14 presidenti latinoamericani (del Gruppo di Rio) richiedono la sospensione
dell’embargo in cambio del passaggio pacifico ad un sistema democratico e pluralista da parte di
Cuba. Inoltre, gli USA non avranno sostegno internazionale per l’occupazione di Haiti (settembre
1994), come segno delle tensioni esistenti.

Le conseguenze in della liberalizzazione economica scatenano una serie di proteste sociali:


- nel 1989 esplode la protesta di Caracas contro il programma di “aggiustamento strutturale”
imposto dal presidente Perez. Il futuro presidente Hugo Chávez Frías (che aveva tentato un colpo
militare nel 1992) sospende i pagamenti del debito pubblico, attua una politica commerciale
protezionistica e riconsidera le concessioni fatte alle compagnie petrolifere straniere.
- Nel gennaio del 1994 i ribelli contadini di Chiapas (Messico) accusano la NAFTA di aver
causato le loro rivolte interne con le sue ingiustizie. In seguito alla crisi del ’94-’95, i debitori
della classe media messicana si riuniscono nel movimento “El Barzón”. Ovunque in Messico si
protesta contro l’élite finanziaria, gli esperti neoliberali del governo e le istituzioni finanziarie
internazionali per i debiti troppo alti da pagare. Le proteste aumentano nel 1997 con la crescita
della disoccupazione.
- Le proteste dei lavoratori sfociano anche in Brasile: aumenta la disoccupazione nel 1998 ed il
candidato presidenziale del Partito dei Lavoratori si rifiuta di intraprendere una politica
economica di stampo neoliberale (rifiutata anche in Uruguay e in altri stati).

Emergono dibatti sulle politiche [di mercato]

Nel contesto di incertezze e di proteste, l’America Latina cerca di trovare una soluzione plausibile
al “Washington Consensus”.
- Che ruolo deve svolgere lo Stato in questo processo?
Vengono rifiutate le idee tradizionali che vedono l’America Latina come un mero recettore di
influenze esterne (soprattutto dal punto di vista economico). Il mercato non è, infatti, sempre
dominato da influenze positive (come nel caso della crisi Messicana, 1994-1995 e del Brasile,
1998-’99). Quindi, è necessario che lo Stato regolamenti il mercato.
Seguendo il “Modello Asiatico”, nasce l’idea che servano stati forti e capaci e nuovi centri di potere
che possano dirigere il mercato verso la produttività e l’equità. Si pensa così ad una seconda
generazione di riforme che avrebbero continuato con la liberalizzazione economica e
l’aggiustamento neoliberale. Rimangono aperti i dibattiti sulle risoluzioni politiche e sulle strategie
di lungo periodo necessarie:
a. i mercati liberi propongono di estendere e completare le riforme degli anni ’80-’90, togliendo
ogni ostacolo alle forze del mercato e seguendo prescrizioni neoliberali.
b. c’è chi vuole prima risolvere il problema della povertà e della distribuzione dei redditi che ha
generato proteste sociali e ribellioni in tutta l’America Latina.
c. C’è chi vuole concentrarsi sulla democratizzazione, sulla creazione di istituzioni affidabili e sul
rafforzamento (“empowerment”) della popolazione civile.
All’interno della Commissione per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) emerge l’idea che la
competizione nazionale, generata dall’interno, serva a mobilizzare la società verso la
trasformazione economica ed il dinamismo per tradursi poi in competizione internazionale.
L’ECLAC è preoccupata per l’equità sociale e non solo per la crescita economica. È consapevole
che le strategie per lo sviluppo economico avrebbero avuto conseguenze sul piano politico e che se
da un lato è necessario rafforzare le nascenti strutture democratiche in America Latina, dall’altro
bisogna offrire supporto (dall’interno) alle economie nazionali per permettere la loro apertura al
sistema globale. Per raggiungere questi obiettivi è necessario investire nelle risorse umane e,
soprattutto, nell’educazione.
Il problema dell’identità

L’America Latina deve preservare la sua identità culturale. L’auto-identificazione nazionale si sta
infatti indebolendo. In alcune zone l’identità etnica e i vincoli di fedeltà locali danno vita a
movimenti sociali e a partiti politici (Messico meridionale, Bolivia ed Ecuador). Tutto ciò mette in
dubbio il senso di solidarietà regionale e di comunità. Inoltre alcuni stati seguono percorsi differenti
(aumenta la frammentazione interna):
- il Brasile si muove verso l’America meridionale
- il Cile verso la Costa del Pacifico
- e il Messico sta entrando in America settentrionale.
Per questa ragione, diviene necessario rivalutare il concetto di “America Latina” ed il suo
significato pratico che non sembra più essere ad un passato idealistico di unificazione continentale
(secondo il sogno di Bolivar). Molti ritengono che sia infatti necessario preservare l’autonomia e la
cultura dell’America Latina dalle forze disumane del mercato globale. L’America Latina sarà
sempre alla ricerca della propria identità, della propria dignità e del proprio potere
(“empowerment”).

Potrebbero piacerti anche