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La FONETICA

La fonetica studia i suoni fisici, la costituzione fisica del suono, chiamato FONO. La fonetica fa attenzione
soprattutto al modo in cui diciamo le parole, diverso dalla fonologia che studia il fonema. Il fono ha una
capacità di unirsi ad altri elementi capaci di farci dire la parola, in base all’articolazione abbiamo suoni sordi
o sonori, dipende dalla vibrazione delle pliche (corde) vocali. Le pliche sono membrane che una volta chiuse
producono il suono sonoro, quando sono aperte producono il suono sordo.

Qual è la distinzione tra fono e fonema? il fonema consente di distinguere le parole: cane- pane/ rana-
lana/ pizzo- pozzo (chiamate coppie minime), il fonema l'unità minima della lingua non dotata di proprio
significato ma in grado di distinguere significati. la fonetica studia i foni, lo studio dei fonemi. La fonologia
si occupa del modo in cui una lingua oppone i suoi fonemi gli uni agli altri. la fonetica invece ti occupa della
descrizione fisica dei suoni ed è ovvio che fonetica e fonologia sono strettamente correlate

La rappresentazione del suono reale dei foni è detta " trascrizione fonetica". punto per descrivere le vocali
e le consonanti dell'italiano adotteremo il sistema di trascrizione fonetica internazionale detto "IPA"
(International Phonetic Alphabet).

L’italiano contiene 21 fonemi consonantici, 7 vocalici e 2 approssimanti (o semivocali). Tutte le lingue hanno
un numero limitato di fonemi ma possibile di creare illimitate parole. I linguaggi possono essere tutti (gesti,
musica) mentre la lingua è UNO dei linguaggi, ossia quello verbale.

Vocali e consonanti

La descrizione dei foni si basa essenzialmente sulla loro articolazione, cioè sulla maniera con cui il nostro
apparato fonatorio li produce, seguendo dei particolari movimenti con gli organi articolatori.

La principale suddivisione che si adotta in fonetica distingue classi di foni, entrambi prodotti durante fase di
espirazione, cioè mentre espelliamo l'aria dai polmoni.

 Le vocali sono prodotte con la vibrazione delle pliche vocali (o corde vocali) all'interno della laringe.
Questa vibrazione uguale per tutte le vocali è accompagnata da diverse posizioni assunte dalla
lingua, dalle labbra e dal palato molle, che conferiscono a ogni vocale il suo specifico timbro. Le
vocali sono tutte sonore;
 Le consonanti, al contrario delle vocali, si dividono in sonore e sorde, a seconda che vi sia o meno
anche la vibrazione delle pliche vocali (sonore se c'è vibrazione, sorde se non c'è); Inoltre le
consonanti classificano in funzione del punto in cui l'aria incontra l'ostacolo (luogo di articolazione)
e del tipo di ostacolo che essa incontra (modo di articolazione);

Sistema vocalico

Nell’analizzare le vocali dell’italiano è importante saper distinguere il sistema delle vocali toniche e quelle
delle vocali atone. Una vocale si definisce tonica se su di esso cade l’accento di parola (come per esempio,
la prima vocale della parola àbito) mentre tutte le altre vocali che non portano l’accento sono definite
atone (come le vocali non sottolineate nella parola appena citata).

In sillaba tonica l’italiano standard presenta un vocalismo formato da sette elementi, ossia un sistema
eptavocalico che viene rappresentato in forma triangolare.
Vocalismo tonico dell’italiano comprende le vocali distinte per grado di apertura, che si lega anche
all’altezza* che determina una maggiore apertura o una maggiore chiusura (per rappresentare
graficamente l’altezza dove le vocali vengono raffigurate lungo questo triangolo vocalico), più solleviamo e
più chiudiamo il passaggio dell’aria, ecco perché parliamo di una “vocale centrale bassa” dove l’apertura è
totale quindi la [a], di “vocale anteriore medio-bassa” [ɛ], di “vocale posteriore medio-bassa” [ɔ]
posteriore, di “vocale anteriore medio-alta” [e], di “vocale posteriore medio-alta” [o], infine il grado
massimo di chiusura rappresentato dalla [i] “vocale anteriore alta” e dalla [u] “vocale posteriore alta”.

Quindi in conclusione abbiamo in italiano 7 vocali toniche (o suoni vocalici) e 4 gradi di apertura: alto,
medio-basso, medio- alto, basso.

Parliamo ora della distinzione della [ɛ] e della [e], della [ɔ] e della [o]. Queste due coppie di vocali
nell’ortografia italiana non hanno simboli differenziati: ai due foni vocalici [e] ed [ɛ], che rappresentano
suoni ben distinti e corrispondono sempre la lettera <E>, così come ai foni vocalici [o] e [ɔ] corrisponde alla
lettera <O>. Si pensi alle parole pesca e botte: ciascuna di queste ha nell’italiano standard due diverse
pronunce, che producono significati completamente diversi. Infatti:
/pɛsca/ (frutto) /pesca/ (attività del pescare);
/bɔtte/ (plurale di botta) /botta/ ( recipiente per il vino);

Oltre alla posizione della lingua, le vocali italiane si differenziano poi anche per la posizione delle labbra,
che possono assumere due diversi atteggiamenti: infatti, le vocali anteriori tra parentesi [i e ɛ] e la centrale
[a] sono realizzate mantenendo le labbra in posizione distesa, e sono dette pertanto “vocali non
labializzate” o “non arrotondate” o “aprochèile”. Mentre le vocali posteriori [ɔ o u] presentano un
arrotondamento e una protrusione delle labbra, e sono perciò definite “vocali labializzate” o “arrotondate”
o “prochèile”:

Vocali non labializzate [i e ɛ a]

Vocali labializzate [ɔ o u]

Vocalismo atono

In sillaba atona, il sistema vocalico si riduce a soli cinque elementi (in questo caso si parla semplicemente di
vocali medie). Il vocalismo atono pentavocalico dell’italiano standard è rappresentato nel seguente
schema:
Anteriore Centrale Posteriori

Alte i u

Medie e o

Bassa a
In ogni lingua esistono delle restrizioni fonetiche, nel senso che non tutte le combinazioni di suoni sono
possibili in una lingua, neanche tutte le collocazioni dei suoni per esempio, per quanto riguarda le vocali in
italiano, non esiste nessuna parola con la u atona finale, tranne nel caso in cui non sia tonica (più, tribù,
ecc.)

Ricapitolando le due restrizioni sono:

1. L’impossibilità di avere una u finale atona (in fine di parola la u atona non può esserci);

2. La o chiusa non ricorre mai in fine di parola dove si trova solo la /ɔ/

Per quanto riguarda le vocali dobbiamo imparare a distinguere tra Iato e Dittongo

Uno iato è la sequenza di due vocali che sono pronunciate in due sillabe diverse:
le-ò-ne pa-è-se

si può produrre anche tra parole due diverse, per esempio tra l’articolo e la parola che segue, per evitare lo
iato, spesso cade la vocale finale della prima parola (es. la entrata / l’entrata);
Quando parliamo le parole sono legate le une alle altre perché esiste il cosiddetto “Continuum”. La
difficoltà maggiore che si incontra ad esempio nell’ascolto di una lingua straniera è riuscire a separare al
punto giusto le parole che dicono i nostri interlocutori; L’inglese ad esempio ha parole più brevi che noi
tendiamo a separare quando ancora non siamo molto esperti, oltre il confine delle parole. Lo stesso vale
per gli stranieri quando ascoltano l’italiano: loro invece tendono a spezzare le parole dato che sono molto
lunghe; questo perché quando noi parliamo non ci interrompiamo. È evidente quindi che il nostro parlare è
fatto di un’emissione continua. A volte però capita che viene fatta una pausa laddove non dovrebbe esserci,
ad esempio quando stiamo pensando oppure all’interno di parole perché ci correggiamo, rimoduliamo o
torniamo indietro. Il “continuum fonico” comporta anche il fatto che si verifichino fenomeni fonetici anche
per l’incontro di parole. Quindi “lo amico” produce uno iato che non ci piace, che non suona bene. Lo Iato
anche da un punto di vista storico delle trasformazioni della grammatica storica (ossia trasformazioni che la
lingua ha subito dal passaggio dal latino all’italiano) ha prodotto tantissime modifiche per il fatto che
“disturba”. Questo perché sono due sillabe separate e dobbiamo fare una lievissima, impercettibile
interruzione e questo iato che si produce nell’incontro tra due parole produce l’elisione (come nel caso del
“lo amico”, tra articolo e la parola successiva)

Lo amico -> elisione -> L’amico

Si ha quindi la perdita della vocale (“O”) per evitare lo Iato.

Ci sono dei trucchi per riuscire a capire quando c’è lo IATO.

Le-one; Co-eso -> sono parole con uno iato

Faida; Causa -> sono Dittonghi

Per il DITTONGO un trucco è quello di ricordare che c’è sempre il coinvolgimento di una “i” o di una “u”.
Quindi quando le due vocali vicine non sono né una “i” né una “u” è uno IATO (Beato, Coeso, Leale, Eroe).

Oppure se in questo incontro di due vocali c’è una “i” tonica (ossia accentata come nel caso di “mìo;
riabilitate”) c’è uno iato, anche quando c’era un antico ricordo di accento.

Diverso invece è per i DITTONGHI.

Per alcuni dei dittonghi bisogna parlare prima delle approssimanti che sono suoni a metà tra le vocali e le
consonanti. Sono rappresentate dal punto di vista dell’alfabeto fonetico con 4 possibilità, anche se
normalmente vengono rappresentate sempre con /J/ e /W/. Le approssimanti (chiamate così perché è una
sorta di approssimazione del suono che non è né consonantico né vocalico) sono caratterizzate da una forte
restrizione del canale che è più forte ed accentuata rispetto a quella che abbiamo con le vocali, e da uno
schiacciamento dell’aria.

Le fricative sono realizzate con una frizione dell’aria “F” “V”; quando pronunciamo le occlusive “P” “B”
chiudiamo completamente il canale per poi riaprirlo quasi come un’esplosione (infatti alcune sono
chiamate proprio “esplosive”). Con le fricative invece chiudiamo inizialmente il canale, ma poi schiacciamo
l’aria. Invece con le approssimanti facciamo passare l’aria senza però frizionarla (Piede; Fuoco). Nella parola
“buono” si parla di semiconsonante perché precede la vocale. Invece parliamo di Semivocale quando segue
la vocale. Tuttavia questa è una distinzione specialistica. Per questo le chiamiamo in generale
Approssimanti indicandole con la /J/ e con /W/.

Con le approssimanti quindi abbiamo i DITTONGHI che possono essere:

Ascendenti cioè accentati sul secondo elemento vocalico:

Discendenti cioè accentati sul primo elemento vocalico;

La trascrizione può essere Fonologica, che indica i fonemi / ɛ /

La Trascrizione Fonetica che indica il Fono [ɛ].

Noi ci occupiamo di quella fonologica. -> /’pjɛde/

Si usano le oblique / per indicare l’insieme dei fonemi; si usa l’apice per indicare che l’accento cade su
quella sillaba che segue; ed infine per indicare la successione del dittongo si usa la rappresentazione della
semiconsonante (j) e la “E” aperta. “Piede” così come “buono”, “fuoco” sono dittonghi ascendenti perché
l’accento cade sulla seconda vocale. Il DITTONGO è la successione di due suoni vocalici che si pronunciano
con un’unica emissione d’aria formando un’unica sillaba. La presenza dei dittonghi in italiano è molto
frequente e ne sono molti più rispetto a quelli che di solito percepiamo.

È Più facile riconoscere come dittonghi quelli ascendenti con la semiconsonante seguita dalla vocale.
Peraltro questi ultimi hanno una storia molto antica con carattere tipico del Fiorentino del 300, perché dal
passaggio dal latino al volgare, la “e” è prima diventata una “e” aperta e successivamente c’è stato il
dittongo. Proprio la presenza di questo dittongo nell’italiano è una delle 5 prove fonetiche dalla derivazione
dell’italiano dal Fiorentino del 300. Oggi però il dittongo “UO” a Firenze non c’è più, così come non c’è in
tante altre parti d’Italia. Nell’aria Meridionale c’è un dittongo di origine diversa, metafonetico, che in alcune
parti sembra coincidere con il Fiorentino trecentesco (nel dialetto napoletano “Buono” per il femminile
diventa “Bona”). Questo per capire che si tratta di un fenomeno fonetico che abbiamo ereditato grazie
all’unificazione linguistica che fu decisa ed accolta da tutti man mano che scrivevano e comunicavano nel
1500 e che si fondava sul Fiorentino letterario del 300.

Sistema consonantico

Per descrivere ogni consonate dovremo sempre specificare i 3 parametri:

1. Modo di articolazione  quale tipo di ostacolo viene a formarsi;


2. Luogo di articolazione  quale punto dell’apparato fonatorio viene coinvolto;
3. Sordità / Sonorità  se è presente o meno la vibrazione delle pliche;
Definiamo ora i diversi modi di articolazione:

 Il modo di articolazione occlusivo prevede una brevissima ma completa chiusura del canale
fonatorio, detta appunto “occlusione”, seguita da una brusca riapertura detta “esplosione”. In
italiano standard sono presenti sei consonati occlusive, che possono essere suddivise in tre coppie
formate ciascuna da una sorda e una sonora:
1) Le consonanti occlusive bilabiali [p] e [b]: l’occlusione si produce mettendo in stretto
contatto le due labbra e poi allontanandole bruscamente: ape, oboe;
2) Le consonanti occlusive dentali [t] e [d]: l’occlusione si produce mettendo a contatto la
punta della lingua con i denti incisivi superiori: auto, Ada;
3) Le consonanti occlusive velari [k] e [g]: l’occlusione si produce mettendo a contatto il dorso
della lingua con il palato molle o velo del palato: eco, ago;

 Il modo di articolazione fricativo prevede che si crei nel canale fonatorio uno stretto passaggio,
cosa che permette sì all’area di attraversarlo ma con una certa difficoltà. Nel passaggio dell’aria
attraverso la stretta fessura prodotta, si genera infatti, un rumore di frizione. Le fricative
dell’italiano standard sono:
1) Le consonanti fricative labiodentali [f] e [v]: in cui la frizione si produce tra labbro inferiore
e i denti superiori: afa, Eva;
2) Le consonanti fricative dentali (o alveolari) [s] e [z]: la frizione si produce tra la punta della
lingua e i denti: la sorda [s] casa e scuola; la sonora [z] rosa e sveglio;

ATTENZIONE! il simbolo fonetico [z] dell’alfabeto IPA non corrisponde al suono affricato della lettera <Z>
ma a quello fricativo dentale sonoro della lettera <S>.

3) Le consonanti fricativa palatale sorda [ʃ], in cui la frizione si produce tra il dorso della lingua
e il palato: scemo, ascia, pesce. La fricativa palatale sonora [ʒ] tipica della varietà regionale
del fiorentino, appare in italiano sono in prestiti del francese: garage, fusion;

 Le consonanti prodotte con il modo di articolazione affricato sono quelle che presentano il
meccanismo di produzione più complesso. Infatti, esse prevedono un momento di totale chiusura,
detto in anche questo caso “occlusione”, a cui segue però non una brusca riapertura come nelle
occlusive, bensì una frase di frizione come quelle delle fricative. A causa della loro articolazione
(occlusione + frizione) anche la rappresentazione fonetica delle affricate è costituita da simboli
formati da due caratteri, uno corrispondente alla fase di occlusione e uno a quella di frizione.
L’italiano standard presenta due coppie di consonanti affricate:
1) Le consonanti affricate dentali: [ts] e [dz]: in cui l’occlusione e la frizione si producono tra la
punta della lingua e i denti. La sorda [ts]: pezzo, zio; La sonora [dz]: mezzo, zero;
2) Le consonanti affricate palatali: [tʃ] e [dʒ]: sono articolate tra dorso della lingua e palato
duro. La sorda [tʃ]: ciao, bacio. La sonora [dʒ]: giallo, oggi;

 Il modo di articolazione nasale consiste in una completa ostruzione orale, esattamente come per le
occlusive, ma nel caso delle nasali il velo del palato si trova in posizione abbassata e l’aria può di
conseguenza fuoriuscire attraverso il naso aggirando l’occlusione orale. Le consonanti nasali sono
tutte sonore e ne sono 3:
1) La consonante nasale bilabiale [m]: prevede un’ostruzione a livello delle labbra, mentre
l’aria viene deviata verso il naso grazie all’abbassamento del velo del palato: mamma;
2) La consonante nasale dentale [n]: prevede un’ostruzione tar la punta della lingua e i denti
superiori, con l’uscita dell’aria attraverso il naso: nonna;
3) La consonante nasale palatale [ɲ]: che prevede un’ostruzione tra dorso della lingua e
palato, sempre con il passaggio dell’aria attraverso il naso: ogni, gnocchi;

 Anche il modo di articolazione laterale prevede un’ostruzione analoga a quella delle occlusive. Tale
ostruzione avviene soltanto nella parte centrale del cavo orale, lasciando libero il passaggio per
l’aria ai due lati della stessa ostruzione. Anche le consonanti laterali sono tutte sonore:
1) La consonante laterale dentale [l]: prevede un’ostruzione tra punta della lingua e
denti superiori, con l’uscita dell’aria ai due lati dell’ostruzione: ella, lilla;
2) La consonante laterale palatale [ʎ]: prevede un’ostruzione tra dorso della lingua e
palato, sempre con il passaggio laterale dell’aria verso l’esterno: egli, aglio;

 Il modo di articolazione vibrante ne è solo una ed è la [r];

Possiamo inoltre avere diversi tipi di trascrizione:

• TRASCRIZIONE FONOLOGICA: che indica i fonemi /w/

• TRASCRIZIONE FONETICA: che indica il fono [w]

• TRASCRIZIONE GRAFICA <W>

Abbiamo questo segno grafico quando il suono /K/

La lingua è prima di tutto uno strumento di comunicazione sociale, l'autorità che governa sulla lingua è
sempre la comunità parlante ed esistono sempre due forze contrapposte:

•una che sorveglia sulla continuità e stabilità della grammatica morfologia e sintassi, elemento importante
ed è costituta da istituzioni che sono deputate a trasmettere tutto questo, come la scuola e le università.

•poi esiste un'altra forza estrema che tende a mutare: come oggi alcuni mezzi di comunicazione di massa,
la scrittura sui social.

La comunità invece sta un po' in mezzo: un po' conservatrice ed un po' aperta ai mutamenti. In questo caso
la stabilità di questa duplice grafia è sempre rimasta.
L'italiano, rispetto alle altre lingue europee, presenta un numero minore di incongruenze. La ragione
principale di queste incongruenze sta nel fatto che la nostra lingua alfabeto concepito per soddisfare le
esigenze del latino. il sistema fonetico del vocalismo italiano in sillaba tonica prevede 7 elementi [], dispone
soltanto di 5 elementi vocalici A E I O U.

Di conseguenza le lettere <E> e <O> corrispondono ciascuna diversi foni.

I simboli vocalici <I> e <U> sono utilizzati per rendere, che le vocali [i] e [u], anche le approssimanti [j] e [w],
come in ieri ['jɛri] è in buono['bwɔno].

Nel consonantismo sono presenti diversi esempi di mancata corrispondenza tra lettere e foni:

1. velari o palatali.
 <C> e <G> corrisponde diversi foni. In particolare la <C> corrisponde a volte al fono occlusivo velare
sordo [k], in casa, eco, cubo; e a volte al fono affricato palatale sordo [tʃ] come in cinese cembalo.
Parallelamente la lettera <G> corrisponde a volte all'occlusiva velare sonora [g], come in gatto,
gonna, gufo; e a volte all'affricata palatale sonora [dʒ] come in gente e giro;

 <K> e <Q> la lettera <K> che non fa parte dell'alfabeto italiano, è presente i numerosissimi prestiti
da altre lingue, come koala, Punk, karate ecc. e corrisponde sempre al suono della fricativa velare
sorda [k]. La lettera <Q> che nell'ortografia italiana appare sempre e solo davanti alla lettera <U>
come in quando, equo, acqua, qui ecc. corrisponde anch'essa alla consonante [k], seguita in questi
casi dall’approssimante [w].
 <CH> e <GH> Questi diagrammi (cioè combinazione di due lettere) corrispondono sempre ai foni
occlusivi velari sordo e sonoro[k] e [g], come in che, chi e in ghetto ghiro. Si osservi che la lettera
<H> non ha alcun valore fonetico indipendente. Nelle trascrizioni di queste parole, infatti, appaiono
solo le occlusive: Che [ke], chi [ki], ghetto [getto], ghiro [giro].
 <CI> e <GI> seguiti da una vocale come in ciao, cielo, giallo, giù ecc. corrispondono sempre alle
affricate palatali sorda e sonora [tʃ] [dʒ]. In questi casi la lettera <I> non corrisponde al suono della
vocale [i] né ad alcun altro suono e, infatti, nelle trascrizioni non appare...

2. sonore o sorde: ciascuna delle due lettere dell'alfabeto italiano <S> e <Z> corrisponde due diversi
foni, dei quali uno è sordo e uno è sonoro. La lettera <S> corrisponde alle fricative dentali sorda e
sonora [s] e [z], come in casa [kasa], rosa[rɔza], stentato [stentato], sdentato [zdentato]. La lettera
<Z> corrisponde alle affricate dentali sorda e sonora [ts] e [dz], come in pezzo ['pɛttso], mezzo
[mɛddzo].

3. diagrammi e trigrammi: ciascuno dei tre digrammi <SC>, <GN>, <GL> corrisponde ha una diversa
consonante palatale, [ʃ] [ɲ] [ʎ]. in base a complesse regole ortografiche molto spesso questi foni
sono presentati nella grafia dei trigrammi <SCI>, <GNI>, <GLI> nei quali la lettera <I> non
corrisponde alla vocale [i], né ad alcun altro suono, come in: usciamo [uʃʃamo], sogniamo
[soɲɲamo], pigiamo [piʎʎamo]. In altri casi quando non è seguita da un altro simbolo vocalico, la
lettera <I> corrisponde alla vocale piena come in esci [ɛʃʃi], sogni [soɲi], pigli[piʎʎi]

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