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Capitolo 1 Il linguaggio verbale

-Linguistica, lingue, linguaggio, comunicazione


 La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua
 Lo studio della lingua si può dividere in due sottocampi: la linguistica generale (si occupa di che cosa sono, come sono fatte e come funzionano le
lingue) e la linguistica storica (si occupa dell’evoluzione delle lingue nel tempo e dei rapporti fra le lingue e fra lingua e cultura)
 Oggetto della linguistica sono le “lingue storico-naturali”, vale a dire le lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e usate ora
o nel passato
 Tutte le lingue storico-naturali sono espressione del linguaggio verbale umano; il linguaggio verbale è una facoltà innata nell’homo sapiens
 Tutti i sistemi linguistici esistenti ed esistiti sono manifestazione specifica del linguaggio verbale umano
 La distinzione fra lingue e dialetti è basata su considerazioni sociali e storico-culturali; si apre qui il campo della sociolinguistica, che studia
l’interazione fra lingua e società, la variazione dei comportamenti linguistici e come le lingue si articolano in varietà secondo diverse dimensioni
di variazione
 Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare questo qualcos’altro
 “comunicazione” equivale a “passaggio di informazione”; è più utile intendere “comunicazione” in senso più ristretto: esso ha come ingrediente
fondamentale l’intenzionalità
 Si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare dell’informazione e che viene percepito da un
ricevente come tale; altrimenti si ha un semplice passaggio di informazione
 Si potrebbero distinguere tre categorie all’interno del fenomeno della comunicazione, a seconda del carattere di chi produce il messaggio
(emittente) e chi lo riceve o interpreta (ricevente o interprete) e dell’intenzionalità del loro comportamento:
-comunicazione in senso stretto -> emittente intenzionale
-> ricevente intenzionale (linguaggio verbale umano, gesti, tutti i sistemi artificiali di comunicazione)
-passaggio di informazione -> emittente non intenzionale
-> ricevente intenzionale (parte della comunicazione umana non verbale)
-formulazione di inferenze -> nessun emittente (presenza di un “oggetto culturale” che viene interpretato come volto a fornire un’informazione)
-> interpretante (es. case dai tetti aguzzi e spioventi=qui nevica molto)
 Da A a B a C l’insieme di conoscenze di riferimento (il codice) che permette di interpretare correttamente l’informazione decodificando il valore
dei segni diventa via via meno forte, vago e indeterminato, e l’associazione fra un certo segnale e l’informazione che esso veicola è più lasca,
affidata all’attività dell’interpretante e passibile di fraintendimenti
 Comunicazione è da intendere come trasmissione intenzionale di informazione; le lingue sono una specificazione della comunicazione umana
naturale
-Segni, codici
 La singola identità che fa da supporto alla comunicazione o al passaggio di informazione è un “segno”
 “segno” è l’unità fondamentale della comunicazione; esistono diversi tipi di segni:
-indici (sintomi): motivati naturalmente/non intenzionali -> basati sul rapporto causa o condizione scatenante > effetto (nuvole scure=sta per
piovere)
-segnali: motivati naturalmente/usati intenzionalmente (sbadiglio volontario=sono annoiato)
-icone: motivati analogicamente/intenzionali -> basati sulla similarità di forma o struttura, riproducono proprietà dell’oggetto disegnato
-simboli: motivati culturalmente/intenzionali (colore nero/bianco=lutto)
-segni: non motivati/intenzionali (comunicazione gestuale come la “lingua dei segni”)
 Dalla categoria 1 alla 5 la motivazione che lega il “qualcosa” al “qualcos’altro” che viene comunicato diventa via via sempre più convenzionale o
immotivata; da 1 a 5 aumenta quindi anche in maniera decisiva la specificità culturale dei segni
 Nella comunicazione in senso stretto, c’è un emittente che emette, produce intenzionalmente un segno per un ricevente
 Per “codice” si intende l’insieme di corrispondenze, fissatesi per convenzione, fra qualcosa (insieme manifestante) e qualcos’altro (insieme
manifestato) che fornisce le regole di interpretazione dei segni; tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici
-Le proprietà della lingua
 Biplanarità
-costitutiva di tutti i segni e quindi anche di quelli linguistici
-in un segno ci sono due facce compresenti (il qualcosa e il qualcos’altro): il significante e il significato
-il significante è la parte fisicamente percepibile del segno (la parola “gatto” pronunciata o scritta)
-il significato, chiamato anche contenuto, è la parte non materiale percepibile, l’informazione veicolata dalla faccia percepibile (il concetto o idea
di gatto)
-il significante o espressione è ogni modificazione fisica a cui sia associabile un significato, un certo stato concettuale o mentale, quest’ultimo è il
contenuto
-un codice si può definire come un insieme di corrispondenze fra significanti e significati
 Arbitrarietà
-consiste nel fatto che non c’è alcun legame naturalmente motivato, connesso alla natura o all’essenza delle cose, derivabile per osservazione
empirica o per via di ragionamento logico, fra il significante e il significato di un segno
-il significante “gatto” non ha di per sé nulla a che vedere con l’animale “gatto”, nella sua natura di una cosa non c’è nulla che rimandi al suo
nome,
che faccia sì che quella cosa si debba o si possa chiamare così; vuol dire che i legami che ci sono e che costituiscono il codice sono posti per
convenzione e quindi arbitrari
-Saussure con il suo “corso di linguistica generale” è il fondatore della linguistica moderna e dello strutturalismo
-Hjelmslev ha distinto 4 tipi o livelli diversi di arbitrarietà
-in realtà nel funzionamento dei segni linguistici sono tre le entità in gioco (triangolo semiotico); ai tre vertici abbiamo le tre entità in gioco: un
significante, attraverso la mediazione di un significato con cui è associato e che esso veicola (e assieme al quale forma il segno), si riferisce a un
elemento della realtà esterna ovvero un referente; la linea di base del triangolo è tratteggiata perché il rapporto fra significante e referente non
è diretto, ma è mediato dal significato
-ad un primo livello, è arbitrario il rapporto tra segno nel suo complesso e referente: non c’è alcun legame naturale e concreto fra un elemento
della realtà esterna e il segno a cui questo è eventualmente associato, per esempio fra l’oggetto “sedia” e il segno “sedia” o tra una persona e il
suo nome
-a un secondo livello, è arbitrario il rapporto fra significante e significato: il significante “sedia”, come sequenza di lettere o suoni, non ha nulla a
che vedere con il significato “oggetto d’arredamento”
-a un terzo livello, è arbitrario il rapporto tra forma (struttura, organizzazione interna) e sostanza (materia, mero insieme di fatti
concettualizzabili)
del significato: ogni lingua ritaglia in un modo che le è proprio un certo spazio di significato distinguendo una o più entità; un esempio è quello
italiano di “bosco/legno/legna” a cui corrisponde in francese “bois”: l’italiano riconosce e designa tre entità
-ad un quarto livello è arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significante: ogni lingua organizza la scelta dei suoni pertinenti, distinguendo
le entità rilevanti della materia fonica; il significante dei segni linguistici è primariamente di carattere fonico-acustico, costituito da onde sonore
che viaggiano nell’aria: queste rappresentano la sostanza su cui ogni lingua effettua le sue pertinentizzazioni. Un esempio può essere dato dalla
quantità o durata delle vocali: laddove l’italiano ha una sola “a”, senza distinzione di lunghezza (“casa” pronunciata con una “a” breve o lunga
sono due realizzazioni della stessa parola con due durate diverse), mentre il tedesco o il latino distinguono due suoni diversi (“Stadt”=città,
“Staat”=stato)
-al principio dell’arbitrarietà radicale dei segni linguistici esistono alcune eccezioni: vi sono dei segni linguistici che appaiono almeno
parzialmente
motivati, come le onomatopee che riproducono o richiamano nel loro significante caratteri fisici di ciò che viene designato (tintinnio,
sussurrare),
imitano nella loro sostanza di significante il suono o rumore che designano e presentano un aspetto nettamente iconico
-più strettamente iconici sembrano i cosiddetti “ideòfoni”, cioè espressioni imitative o interiezioni descrittive che designano fenomeni naturali o
azioni, frequentemente usate nei fumetti (“boom”, “gluglu”)
-anche nella grammatica delle lingue esistono meccanismi iconici: la formazione del plurale attraverso l’aggiunta di materiale linguistico alla
forma
del singolare è molto diffusa; l’idea di pluralità, che implica più cose, sarebbe suggerita nella lingua dal fatto che la forma plurale contiene più
materiale fonico, linguistico, che non la forma del singolare (child/children); non è così in italiano, che ha un plurale formato con alternanza di
desinenza
-un’altra prospettiva che tende a vedere nei segni linguistici più motivazione è quella che sostiene l’importanza del fonosimbolismo, affermando
che certi suoni avrebbero per la loro stessa natura associati a sé certi significati (denotativi o connotativi); il suono “i”, vocale chiusa e
fonicamente
piccola, sarebbe connesso con cose piccole (little, piccino); affermazioni del genere incorrono in controesempi, sia che esistono parole
contenenti “i” o aventi “i” come vocale tonica che indicano grandezza (massiccio, big), sia nel senso che esistono parole che indicano piccolezza e
non
contengono “i” (corto, poco)
 Doppia articolazione
-consiste nel fatto che il significante di un segno linguistico è articolato a due livelli nettamente diversi
-a un primo livello, il significante di un segno linguistico è organizzato e scomponibile in unità portatrici di significato che vengono riutilizzate (con
lo stesso significato) per formare altri segni (prima articolazione): “gatto” è scomponibile in due pezzi, “gatt-“ e “-o”, che recano un proprio
significato (“felino domestico” e “uno solo”) e che sono suscettibili di comparire col medesimo significato in altre parole (gatt-i, gatt-ino); tali
pezzi costituiscono le unità minime di prima articolazione e non sono ulteriormente articolati (scomponibili) in elementi più piccoli che rechino
ancora un proprio significato
-le unità minime di prima articolazione, che chiameremo “morfemi” poiché sono associazioni di un significante e un significato, sono ancora
segni,
i più piccoli
-a un secondo livello (seconda articolazione), esse sono a loro volta scomponibili in unità più piccole che non sono più portatrici di significato
autonomo (sono meri pezzi di significante), che combinandosi insieme in successione danno alle entità di prima articolazione: il morfema
“gatt-“
è scomponibile nei suoni rappresentanti nella scrittura da lettere “g”, “a”, “t”, “t”
-tali elementi, che non sono più segni in quanto non hanno un significato e che chiameremo “fonemi”, costituiscono le unità minime di seconda
articolazione
-unità minime di prima e seconda articolazione possono coincidere nella loro forma, come “s-“ di “sforna” e “-a” di “nonna”, che sono
contemporaneamente unità minime di prima articolazione, se le consideriamo con il significato che recano nel contesto di occorrenza, e di
seconda articolazione, se le consideriamo unicamente come suoni (“s” di togliere e “a” di singolare
-la doppia articolazione è una proprietà del significante dei segni linguistici, costituisce una vera proprietà cardine del linguaggio verbale umano
-essa consente alla lingua una grande economicità di funzionamento: con un numero limitato di unità di seconda articolazione, si può costruire
un
numero grandissimo di unità dotate di significato
-è di conseguenza importante nella strutturazione della lingua il principio della combinatorietà: la lingua funziona combinando unità minori,
possedute in un inventario limitato, prive di significato proprio, per formare un numero indefinito di unità maggiori (segni)
-è tale principio che permette alla lingua la produttività illimitata
 Trasponibilità di mezzo
-il significante dei segni linguistici, oltre ad essere doppiamente articolato, possiede un’altra proprietà caratterizzante della lingua: può essere
trasmesso o realizzato sia attraverso il mezzo aria – il canale fonico-acustico sottoforma di sequenza di suoni e rumori prodotti dall’apparato
fonatorio umano che si propagano come onde sonore e vengono ricevuti dall’apparato uditivo – sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo-
grafico – sottoforma di segni tracciati sulla carta e ricevuti tramite l’apparato visivo; a tale proprietà si dà il nome di trasponibilità di mezzo
-il carattere orale è prioritario rispetto a quello visivo: una delle proprietà del linguaggio verbale umano è la fonicità
-il parlato (=realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso il mezzo fonico) è prioritario antropologicamente rispetto allo scritto (=
realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso il mezzo grafico)
-tutte le lingue che hanno una forma e un uso scritti sono o sono state anche parlate, mentre non tutte le lingue parlate hanno una forma e un
uso scritti
-la lingua parlato è impiegata in una gamma più ampia e differenziata di usi e funzioni
-c’è una priorità ontogenetica (relativa al singolo individuo) del parlato: ogni individuo impara prima, al momento della socializzazione primaria e
per via naturale, a parlare e solo in un secondo tempo, e attraverso addestramento guidato, a scrivere
-c’è poi la priorità filogenetica (relativa alla specie umana) del parlato: nella storia della nostra specie, la scrittura si è sviluppata molto tempo
dopo
il parlare; le prime attestazioni di una forma scritta risalgono a cinque millenni prima di Cristo (scritture pittografiche) e quelle di un sistema di
scrittura, la cosiddetta cuneiforme presso i Sumeri, a circa 3500 a.C.
-la scrittura alfabetica che darà luogo al nostro alfabeto nasce probabilmente presso i Fenici attorno al 1300 a.C.; da essa derivano nel corso del
primo millennio a.C. l’alfabeto ebraico, l’alfabeto aramaico e quello greco, da cui evolveranno l’alfabeto cirillico e quello latino, usato nelle
lingue europee occidentali
-per una classificazione dei sistemi di scrittura, occorre distinguere sistemi semasiografici e sistemi glottografici: i primi non fanno uso di simboli
linguistici, i secondi sì
-sono esempi di sistemi semasiografici le pittografie, che adottano come elementi di scrittura dei disegni motivati analogicamente; e le
ideografie,
che assumono come elementi di scrittura dei simboli grafici che rappresentano iconicamente concetti o idee
-i sistemi glottografici si suddividono ulteriormente in sistemi non fonetici o logografici, e sistemi fonografici o fonetici
-i primi non hanno, se non parzialmente, basi fonetiche; fanno riferimento a unità non di significante ma di significato e a unità minime di prima
articolazione, i morfemi
-i secondi rappresentano i suoni del linguaggio, fanno quindi riferimento a unità di seconda articolazione; si richiamano all’inventario fonematico
di una certa lingua
-così ci sono sistemi fonografici basati su sillabe, altri su consonanti o consonanti e vocali, altri ancora su tratti articolatori
-è ipotizzabile che qualche forma embrionale di comunicazione orale con segni linguistici fosse presente nell’Homo habilis e poi nell’Homo
erectus;
sicuramento il linguaggio verbale era presente nell’Homo neanderthalensis
-il canale fonico-acustico e l’uso parlato della lingua presentano una serie di vantaggi biologici e funzionali rispetto al canale visivo e all’uso
scritto: non ostacolano altre attività, possono essere usati in concomitanza con altre prestazioni fisiche e intellettive; permettono la
localizzazione
della fonte di emittenza del messaggio; la ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio; l’esecuzione parlata è più rapida di quella
scritta; il messaggio può essere trasmesso simultaneamente a un gruppo di destinatari diversi e può essere colto da ogni direzione; il messaggio
è evanescente, ha rapida dissolvenza, non permane a ingombrare il canale ma lascia libero il passaggio ad altri messaggi
-nelle società moderne lo scritto ha priorità sociale, ha maggior prestigio e utilità sociale e culturale; è lo strumento di fissazione e trasmissione
della tradizione culturale e letteraria e del sapere scientifico; è il veicolo fondamentale dell’istruzione scolastica
 Linearità e discretezza
-un’ulteriore proprietà dei segni linguistici, che è più propriamente anch’essa una caratteristica del significante, è la linearità
-per “linearità del segno” si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio
-non possiamo decodificare il segno se non dopo che siano stati attualizzati l’uno dopo l’altro tutti gli elementi che lo costituiscono
-molti altri tipi di segni sono “globali”, vengono percepiti come un tutto simultaneamente (segni stradali, il colore del semaforo)
-l’ordine in cui si susseguono le parti del segno è pertinente in modo fondamentale per il significato del segno medesimo (Gianni chiama Maria
=/=
Maria chiama Gianni)
-la linearità implica anche monodimensionalità del segno, giacché il significante si sviluppa in una sola direzione
-sempre relativa al significante è la proprietà dei segni linguistici di essere discreti; per “discretezza” si intende il fatto che la differenza fra gli
elementi, le unità della lingua, è assolutamente non quantitativa o relativa: le unità della lingua non costituiscono una materia continua, senza
limiti netti al proprio interno, ma c’è un confine preciso fra un elemento e un altro, che sono distinti e ben separabili
-le classi di suoni sono ben separate le une dalle altre (“pollo” con la “p” e “bollo” con la “b”)
-una conseguenza interessante della discretezza è che nella lingua non possiamo intensificare il significante per intensificare
corrispondentemente
il significato allo stesso modo in cui lo facciamo per esempio con grida o interiezioni (“ahi!” detto piano a voce bassa indica un dolore minore)
-l’intensificazione trasmette valori pragmatici ed emotivi, ma non tocca l’identificazione del referente designato
-nella lingua, il significato non varia in proporzione al variare del significante
 Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività
-l’onnipotenza semantica consiste nel fatto che con la lingua è possibile dare un’espressione a qualsiasi contenuto, per lo meno nel senso che un
messaggio formulato in qualunque altro codice o sistema di segni sarebbe sempre traducibile in lingua, ma non viceversa
-l’onnipotenza semantica si riferisce dunque al fatto che con la lingua si può parlare di tutto; poiché risulta difficilmente provabile, è più prudente
Parlare piuttosto di pluri-funzionalità come proprietà tipica e spiccata della lingua
-per pluri-funzionalità si intende che la lingua permette di adempiere a una lista molto più ampia di funzioni diverse
-le funzioni a cui serve la lingua formano una lista aperta -> l’esprimere il pensiero (dando una forma esterna a contenuti mentali)
-> il trasmettere informazioni
-> l’instaurare, mantenere, regolare attività e rapporti sociali
-> il risolvere problemi
-> il creare mondi possibili
-lo schema proposto da Jakobson identifica sei classi di funzioni; l’instaurarsi della comunicazione implica la presenza di 6 fattori e a ciascuno di
essi può essere collegata una funzione
-ogni funzione sarebbe incentrata su uno dei 6 fattori, che costituisce anche il criterio di riconoscimento della funzione: un messaggio linguistico
volto ad esprimere sensazioni del parlante avrebbe prevalentemente funzione emotiva ( che bella sorpresa!) ; uno volto a specificare aspetti del
codice o a calibrare il messaggio sul codice avrebbe funzione metalinguistica (Gianni è il soggetto della frase “Gianni corre”); uno volto a fornire
informazioni sulla realtà esterna avrebbe prevalentemente funzione referenziale o denotativa; uno volto a far agire il ricevente, ottenendo da lui
un certo comportamento avrebbe funzione conativa; uno volto a verificare e sottolineare il canale di comunicazione e/o il contatto fisico o
psicologico fra i parlanti avrebbe funzione fàtica; uno volto ad esplicitare, mettere in rilievo e sfruttare le potenzialità insite nel messaggio
avrebbe
funzione poetica
-con la lingua si può parlare della lingua stessa: si può usare come metalingua; la lingua di cui parla la metalingua viene in tal caso chiamata
“lingua-
oggetto” (“gatto” è un termine della lingua-oggetto che diventa nella metalingua segno di sé stesso); a tale proprietà viene dato il nome di
riflessività
-la riflessività è caratterizzante del linguaggio verbale umano: non sembra che esistano altri codici di comunicazione che consentano di formulare
messaggi su sé stessi, che abbiano come oggetto il codice di comunicazione medesimo
 Produttività e ricorsività
-un’altra proprietà della lingua è la produttività: si allude al fatto che con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi, mai prodotti prima,
e parlare di cose nuove e nuove esperienze mai sperimentate prima, o anche di cose inesistenti
-la produttività è resa possibile in prima istanza dalla doppia articolazione, che permette una combinatorietà illimitata di unità più piccole
-la produttività o apertura del sistema linguistico prende la forma di quella che è stata chiamata “creatività regolare”, vale a dire una produttività
infinita basata su un numero limitato di principi e regole in genere dalla forma semplice applicabili ricorsivamente
-il limite che fa sì che di fatto non si costruiscano parole o frasi al di là di un certo grado di lunghezza e complessità – cioè, che contengano più
di un certo numero di riapplicazioni dello stesso procedimento -, sta nell’utente e non nel sistema linguistico
 Distanziamento e libertà da stimoli
-un’altra proprietà del linguaggio verbale umano è il distanziamento: si tratta di una proprietà che riguarda il modo di significazione della lingua
e che ha una notevole importanza, soprattutto per quanto concerne la differenza fra il linguaggio umano e i sistemi comunicazione animali
-per distanziamento si intende la possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o in entrambi dal
momento e dal luogo in cui si svolge l’interazione comunicativa o viene prodotto il messaggio
-il distanziamento consiste nella possibilità di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza, o dello stimolo che ha provocato tale
esperienza
-con questo la nozione di distanziamento viene a coincidere con un altro aspetto, vale a dire la libertà da stimoli: essa consiste nel fatto che i
segni
linguistici rimandano a un’elaborazione concettuale della realtà esterna e non semplicemente stati dell’emittente che inducano ad emettere
messaggi
 Trasmissibilità culturale
-dal punto di vista antropologico, ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società e cultura
-noi impariamo la lingua propria dell’ambiente in cui cresciamo e che non necessariamente è quella dei nostri genitori biologici
-anche in questo caso il linguaggio verbale è diverso dai linguaggi degli animali, i cui segnali sono per lo più istintivi, trasmessi geneticamente
-questo non vuol dire che il linguaggio verbale umano sia un fatto unicamente culturale
-al contrario, la componente innata, facente parte del patrimonio genetico della specie umana, è importante nel linguaggio verbale: in esso vi è
sia una componente culturale-ambientale (che specifica quale lingua impariamo e parliamo), sia una componente innata, che fornisce la “facoltà
del linguaggio”, cioè la predisposizione a comunicare mediante una lingua e le strutture portanti del linguaggio verbale
-l’interazione fra componente naturale innata e componente culturale appresa, fa sì che abbia un ruolo particolare nel processo di acquisizione/
apprendimento della lingua non solo nella prima infanzia, ma anche il periodo della “prepubertà linguistica” (detto periodo critico)
-se entro l’età di 11-12 anni un essere umano non è stato esposte a stimoli linguistici provenienti dall’ambiente culturale in cui vive, lo sviluppo
della lingua è in pratica bloccato; d’altra parte, entro tale età l’apprendimento di una lingua avviene in maniera rapida e agevole, mentre
imparare
una seconda lingua più tardi diventa arduo e faticoso
 Complessità sintattica
-vi sono due proprietà della lingua meno legate alla natura materiale dei segni e più inerenti alla natura e configurazione interna del sistema
Linguistico
-una di queste consiste nel fatto che i messaggi linguistici possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale, con una ricca gerarchia di
rapporti di concatenazione e funzionali fra gli elementi disposti linearmente
-i rapporti fra gli elementi o parti del segno danno luogo a una fitta trama plurima, percepibile nella sintassi del messaggio; questa proprietà si
può
definire complessità sintattica
-fra gli elementi che hanno rilevanza nella trama sintattica vi sono
1. l’ordine degli elementi contigui, le posizioni lineari in cui essi si combinano: solo l’ordine ci permette di capire chi è che picchia e chi è che
viene
picchiato (Gianni picchia Giorgio.)
2. le relazioni strutturali e le dipendenze che vigono fra elementi non contigui; i rapporti gerarchici fra gli elementi che costituiscono una frase
rappresentano una seconda trama della strutturazione sintattica che si sovrappone alla successione lineare ed è indipendente da essa; la
capacità degli elementi costitutivi di una struttura di intrattenere relazioni a distanza, è proprietà ignota ad altri sistemi cognitivi
3. le incassature: in “cavallo che corre senza fantino sta vincendo il palio” la parte del messaggio “che corre senza fantino” è incassata
4. la ricorsività: combinata con la discontinuità dei rapporti sintattici, conferisce alle strutture linguistiche un particolare carattere di complessità
interna
5. la presenza di parti del messaggio che danno informazioni sulla sua strutturazione sintattica (congiunzioni coordinanti “e, ma” e subordinanti
“che, perché”)
6. la possibilità di discontinuità nella strutturazione sintattica: le costruzioni ammesse dalla lingua possono ammettere o richiedere che elementi
o parti strettamente unite dal punto di vista semantico e sintattico non siano linearmente adiacenti
 Equivocità
-la lingua possiede una proprietà in quanto codice, in quanto insieme di corrispondenze, di regole che associano significati fonico-acustici e
significati concettuali
-la lingua è un codice tipicamente equivoco; è equivoco un codice che pone corrispondenze plurivoche fra gli elementi di una lista e quelli della
lista associata
-a un unico significante possono corrispondere più significati, così a un significato possono corrispondere più significanti
-l’equivocità del codice lingua contribuisce a consentire l’eccezionale flessibilità dello strumento linguistico e la sua adattabilità ad esprimere
contenuti ed esperienze nuove
 Lingua solo umana?
-solo l’uomo possiede le precondizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale, vale
a dire:
1. adeguato volume del cervello, quantità delle circonvoluzioni della corteccia cerebrale, quantità e plasticità dei collegamenti interneuronali
2. conformazione del canale fonatorio cosiddetta “a due canne”
-la prima condizione rende possibile la memorizzazione, l’elaborazione e la processazione di un sistema così complesso
-la seconda consente le distinzioni articolatorie e sfumature nella produzione fonica necessarie per la comunicazione orale
 Definizione di lingua
-potremmo dire che la lingua è “(a) un codice (b) che organizza un sistema di segni (c) dal significante primariamente fonico-acustico, (d)
fondamentalmente arbitrari ad ogni loro livello e (e) doppiamente articolati, (f) capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, (g) posseduti
come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi”
-Principi generali per l’analisi della lingua
 Sincronia e diacronia
-i termini di sincronia e diacronia si impiegano per indicare due diverse condizioni con le quali si può guardare alle lingue e ai fatti linguistici in
relazione all’asse del tempo
-per diacronia si intende la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua lungo lo sviluppo temporale, nella loro evoluzione storica
-per sincronia si intende la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua facendo un “taglio” sull’asse del tempo, e guardando a come
essi si presentano in un determinato agli occhi e all’esperienza dell’osservatore, nel loro stato presente e nei rapporti in cui si trovano in quello
stato, prescindendo da quella che è stata la loro evoluzione temporale e i mutamenti che in questa si sono avuti
-l’etimologia di una parola, cioè trovare la parola di un’altra lingua precedentemente esistente da cui essa deriva, e cercare di ricostruirne la
storia e spiegare le modifiche eventualmente avvenute nel significante e nel significato, è un’operazione di linguistica diacronica
-è la linguistica diacronica che ci dice che “duomo” deriva dal latino “domus”, che voleva dire “casa”, attraverso il latino medievale “domu(m)
episcopi” (=casa del vescovo)
-è impossibile separare nettamente la dimensione sincronica da quella diacronica: un qualunque elemento della lingua in un certo momento è
quello che è sia in virtù delle relazioni che intrattiene con gli altri elementi del sistema linguistico (visuale sincronica) sia in virtù della sua storia
precedente che lo ha portato alla condizione attuale (visuale diacronica)
-la linguistica sincronica spiega com’è fatta e come funziona la lingua; la linguistica diacronica spiega perché le forme di una determinata lingua
sono fatte così
 Langue e parole
-un’importante distinzione è quella fra sistema astratto e realizzazione concreta; la distinzione si è ripresentata nella linguistica moderna
secondo
tre terminologie principali: la coppia oppositiva langue e parole, l’opposizione fra sistema e uso; l’opposizione fra competenza ed esecuzione
tipica
della linguistica generativa
-con il primo termine di tutte e tre le copie (langue, sistema, competenza) si intende l’insieme di conoscenze mentali, di regole interiorizzate
insite
nel codice lingua, che costituiscono la nostra capacità di produrre messaggi in una certa lingua e sono possedute in ugual misura come sapere
astratto e in genere inconscio, da tutti i membri di una comunità linguistica
-la coppia “langue e parole” comprende una triplice opposizione fra “astratto”, “sociale” e “stabile” da un lato, e “concreto”, “individuale” e
“mutevole” dall’altro
-la norma costituirebbe una sorta di filtro tra l’uno e l’altro, specificando quali sono le possibilità del sistema che vengono utilizzate nell’uso dei
parlanti di una lingua in un certo momento storico
-ciò che interessa al linguista è la langue: per studiare e svelare la langue il linguista deve partire dalla “parole”, che gli fornisce i dati osservabili
-porre al centro dell’attenzione del linguista la langue significa porre l’astrazione e l’idealizzazione come momento necessario dell’analisi
scientifica
 Paradigmatico e sintagmatico
-la terza distinzione preliminare è quella fra asse paradigmatico e asse sintagmatico: tale distinzione concerne un duplice instaurarsi di rapporti
nel funzionamento del sistema linguistico e nella produzione di messaggi verbali
-ogni attuazione di un elemento del sistema di segni in una certa posizione del messaggio implica una scelta in un paradigma di elementi
selezionabili in quella posizione: l’elemento che compare esclude tutti gli altri elementi che pur potrebbero comparire in quella posizione, e coi
quali quel dato elemento ha rapporti sull’asse paradigmatico (detto “asse delle scelte”)
-d’altra parte, l’attuazione di quell’elemento in una certa posizione implica la pressa in conto degli elementi che compaiono nelle posizioni
precedenti e susseguenti dello stesso messaggio, coi quali quel dato elemento ha rapporti sull’asse sintagmatico (detto “asse delle
combinazioni”)
e coi quali deve sussistere una coerenza sintagmatica, lungo lo sviluppo lineare del messaggio
-si può anche dire che l’asse paradigmatico riguarda le relazioni a livello del sistema, l’asse sintagmatico riguarda le relazioni a livello delle
strutture
che realizzano le potenzialità del sistema
-dimensione paradigmatica e sintagmatica costituiscono la duplice prospettiva secondo cui funzionano le strutture, le combinazioni di segni
Linguistici
-la prima fornisce i serbatoi da cui attingere le singole unità linguistiche, la seconda assicura che le combinazioni di unità siano formate in base
alle
restrizioni adeguate a ogni lingua
-*il mangia gatto*, *gatto il mangia*, *il gatto mangiano* sono esempi di frasi mal formate perché non rispettano la coerenza sintagmatica o le
scelte paradigmatiche dell’italiano (l’asterisco si usa per contrassegnare forme non esistenti)
-l’organizzazione secondo i due principi dell’asse paradigmatico e sintagmatico da luogo alla diversa distribuzione degli elementi della lingua,
permettendo di riconoscere classi di elementi che condividono le stesse proprietà distribuzionali in opposizione a quelli che hanno distribuzione
diversa
 Livelli d’analisi
-esistono nella lingua quattro livelli di analisi, stabiliti in base alle due proprietà della biplanarità e della doppia articolazione, che identificano tre
strati diversi del segno linguistico: lo strato del significante inteso come mero significante, lo strato del significante in quanto portatore di
significato, e lo strato del significato
-tre livelli d’analisi sono relativi al piano del significante: uno per la seconda articolazione, che consiste nella fonetica e fonologia; due per la
prima
articolazione, che riguardano entrambi l’organizzazione del significante in quanto portatore di significato, e consistono nella morfologia e
sintassi;
un ulteriore livello è relativo solo al piano del significato e consiste nella semantica
-vi sono livelli sottolivelli secondari di analisi della lingua: la grafematica (che riguarda i modi in cui la realtà fonica è tradotta nella scrittura), la
pragmatica e testualità (che riguardano l’organizzazione dei testi)
-la fonetica/fonologia e la semantica rappresentano i livelli o componenti più esterni, in quanto sono le interfacce del sistema linguistico con la
realtà esterna: da un lato, con la sostanza materiale che fa da supporto e veicolo fisico della comunicazione linguistica (fonetica), dall’altro, con
la concettualizzazione e categorizzazione cognitiva che l’uomo compie del mondo in cui vive (semantica)
-morfologia e sintassi rappresentano i livelli o componenti interni, in cui il sistema si organizza secondo i principi che governano la facoltà del
linguaggio in quanto competenza specifica dell’uomo
-Capitolo 2 Fonetica e fonologia
-Fonetica
 Il significante primario della lingua è di carattere fonico-acustico: suoni e rumori, onde sonore; occorre rendersi conto di come sono fatti
fisicamente i suoni di cui le lingue si servono
 La parte della linguistica che si occupa di questi aspetti si chiama “fonetica”, che tratta la componente fisica, materiale della comunicazione
verbale
 La fonetica si suddistingue in tre campi principali: la “fonetica articolatoria” che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono
articolati, cioè i prodotti dall’apparato fonatorio umano; la “fonetica acustica” che studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica
e modalità di trasmissione; la “fonetica uditiva” che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dall’apparato
uditivo umano e decodificati dal cervello
 Apparato fonatorio e meccanismo di fondazione
-i suoni del linguaggio vengono prodotti mediante l’espirazione, quindi con un flusso d’aria “egressivo”: l’aria muovendo dai polmoni attraverso i
bronchi e la trachea raggiunge la laringe
-esistono i suoni che si realizzano mediante inspirazione (flusso d’aria ingressivo) o senza la partecipazione di polmoni, apneumonici, che
vengono prodotti indipendentemente dalla respirazione: questi ultimi sono avulsivi
-nella laringe l’aria incontra le corde vocali, o pliche laringe (la parte della laringe dove stanno le corde vocali è detta glottide); quest’ultime sono
due pieghe della mucosa laringea che durante la normale respirazione restano separate e rilassate, mentre nella fonazione possono contrarsi e
tendersi avvicinandosi o accostandosi l’una all’altra
-lo spazio fra le corde vocali è detto rima vocale
-cicli rapidissimi di chiusure e aperture della rima vocale, provocati dalla pressione dell’aria che proviene dai polmoni attraverso la trachea,
costituiscono le cosiddette vibrazioni delle corde vocali; a tale insieme di fenomeni si dà il nome di “meccanismo laringeo”, esso rappresenta il
momento fondamentale della produzione dei suoni del linguaggio
-il numero dei cicli di chiusura e apertura della rima vocale che caratterizza l’onda sonora emessa ne costituisce la cosiddetta “frequenza
fondamentale”, un parametro acustico misurato in Hertz
-il flusso d’aria passa poi nella faringe e da questa nella cavità orale
-nella parte superiore della faringe, la parte superiore del palato (o “velo”) da cui pende l’ugola, può a questo punto lasciare aperto oppure
chiudere, spostandosi all’indietro, il passaggio che mette in comunicazione la faringe con la cavità nasale
-nella cavità orale, svolgono una funzione importante alcuni organi mobili o fissi: la lingua, in cui si distinguono una radice (parte posteriore), un
dorso (parte centrale) e un apice (punta della lingua che assieme alla lamina costituisce la parte anteriore della lingua, detta nel suo insieme
“corona”); il palato in cui occorre considerare separatamente il velo (o palato molle); gli alveoli, vale a dire la zona retrostante ai denti; i denti;
le labbra
-anche la cavità nasale può partecipare al meccanismo di fonazione, quando il velo e l’ugola si trovano in posizione di riposo e permettono quindi
il passaggio d’aria attraverso il naso
-il punto in cui viene articolato un suono costituisce un primo parametro fondamentale per la classificazione e identificazione dei suoni del
linguaggio; un secondo parametro fondamentale è dato dal modo di articolazione, cioè dalla conformazione degli organi fonatori e dal
restringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o no al passaggio del flusso d’aria
-un terzo parametro è dato dal contributo della mobilità di singoli organi all’articolazione dei suoni
 Consonanti
-le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vi è frapposizione di un ostacolo al passaggio dell’aria
-si riconoscono due classi: le occlusive e le fricative, così chiamate perché l’avvicinamento degli organi articolatori provoca un rumore di frizione
-occorre distinguere dalle fricative le cosiddette “approssimanti”, in cui l’avvicinamento degli organi articolatori non arriva a provocare una
frizione
o un fruscio così sensibile; sono approssimanti le semiconsonanti e semivocali
-esistono suoni consonantici la cui articolazione inizia come un’occlusiva (con una rapidissima occlusione del canale) e termina come una fricativa
(l’occlusione appena iniziata si trasforma in un restringimento del canale); si tratta di consonanti “composte”, costituite da due fasi fuse assieme
che vengono chiamate “affricate”
-abbiamo consonanti “laterali” quando l’aria passa solo ai due lati della lingua, e “vibranti” quando si hanno rapidi contatti intermittenti tra la
lingua e un altro organo articolatorio
-si hanno consonanti nasali quando vi è passaggio dell’aria anche attraverso la cavità nasale
-un altro parametro, che può riguardare le occlusive e le affricate davanti una vocale, è la presenza di aspirazione, vale a dire di un intervallo di
tempo fra il rilascio dell’occlusione o della tenuta della consonante e l’inizio della vibrazione delle corde vocali caratteristica delle vocali: le
consonanti così prodotte vengono dette “aspirate”
-le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate
-abbiamo le consonanti “bilabiali”, prodotte dalle labbra o tra le labbra; poi le consonanti “labiodentali” prodotte fra l’arcata dentaria superiore
e il labbro inferiore; le consonanti “dentali” prodotte a livello dei denti (esse comprendono anche le alveolari, prodotte dalla lingua contro o
vicino
agli alveoli); le consonanti “palatali” prodotte dalla lingua contro o vicino al palato duro (o nella zona fra gli alveoli e il palato duro, in tal caso si
tratta di post alveolari); le consonanti “velari” prodotte dalla lingua contro o vicino al velo; le consonanti “uvulari” prodotte dalla lingua contro o
vicino all’ugola; le consonanti “faringali” prodotte fra la base della lingua e la parte posteriore della faringe; le consonanti “glottidali” prodotte
direttamente nella glottide a livello delle corde vocali
-esistono ancora altri modi e luoghi di articolazione, fra cui le consonanti “retroflesse” che vengono articolate flettendo all’indietro la punta della
lingua verso la parte anteriore del palato
-se non c’è passaggio d’aria nella cavità nasale, poiché l’ugola chiude il passaggio e la lingua va a toccare il velo, abbiamo un’occlusiva velare che
può essere la sorda [k] o la sonora [g]
-se l’ugola fosse abbassata in modo tale che passi l’aria egressiva nella cavità nasale, avremmo la nasale velare [n]
-con chiusura dell’ugola, la lingua si avvicina alle gengive e alla parte posteriore dei denti senza toccarle (il passaggio d’aria non viene bloccato):
abbiamo quindi una fricativa alveolare, sorda [s] o sonora [z]
 Vocali
-le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al flusso dell’aria nel canale orale
-le diverse vocali sono caratterizzate dalle diverse conformazioni che assume la cavità orale a seconda delle posizioni che prendono gli organi
mobili, e in particolare la lingua, al passaggio dell’aria proveniente dalla glottide
-per classificare e identificare i suoni vocalici occorre far riferimento alla posizione della lingua, e precisamente al suo grado a) di avanzamento o
arretramento e b) di innalzamento o abbassamento
-in base al primo parametro le vocali possono essere anteriori (se vengono articolate con la lingua in posizione avanzata), posteriori (se vengono
articolate con la lingua in posizione arretrata) e centrali
-si usano anche i termini “palatali” invece che anteriori e “velari” invece che posteriori
-in base al secondo parametro, cioè lo spostamento relativo della lingua verso l’alto, le vocali possono essere alte, medie (con ulteriore
distinzione
fra medio-alte e medio-basse) e basse
-fra le vocali medio-alte e quelle alte e quelle medio-basse e basse, si può introdurre un gradino diverso e allora avremo vocali rispettivamente
“semi alte” e “semi basse”
-la posizione in cui vengono articolate le vocali secondo il duplice asse orizzontale e verticale può essere rappresentato da uno schema: trapezio
vocalico
-un altro parametro importante nella classificazione dei suoni vocalici è la posizione delle labbra durante l’articolazione
-le labbra possono trovarsi distese, formanti una fessura, oppure possono essere tese e protruse, cioè sporgere in avanti
-le vocali prodotte con le labbra protruse si chiamano “arrotondate” o “procheliche”, le vocali prodotte senza protrusione e arrotondamento
delle
labbra si chiamano “non arrotondate” o “aprocheliche”
-normalmente le vocali anteriori tendono a essere non arrotondate, le vocali posteriori tendono ad essere arrotondate
-esistono però anche vocali anteriori arrotondate e vocali posteriori non arrotondate
-i suoni vocalici possono essere realizzati con o senza passaggio contemporaneo dell’aria nella cavità nasale: nel primo caso le vocali sono dette
“nasali”
 Approssimanti
-vi sono suoni con modo di articolazione intermedio fra vocali e consonanti fricative, e quindi prodotti con un inizio di restringimento del canale
orale, cioè con la frapposizione di un ostacolo appena percettibile al flusso dell’aria, detti “approssimanti”
-fra le approssimanti vi sono suoni assai vicini alle vocali, di cui condividono la localizzazione articolatoria, che vengono chiamati “semivocali” o
anche “semiconsonanti”
-a differenza delle vocali, le semivocali non possono costituire apice di sillaba e assieme alla vocale a cui sono sempre contigue nella catena
fonica
costituiscono un dittongo o trittongo
-una classificazione fondamentale delle semivocali può limitarsi a distinguere quelle anteriori (o palatali) da quelle posteriori (o velari)
 Trascrizione fonetica
-nei sistemi alfabetici tipici delle lingue europee ogni singolo suono viene reso in linea di principio da un particolare simbolo grafico
-le grafie alfabetiche formatesi storicamente per convenzione sono tutt’altro che univoche e coerenti
-non c’è rapporto biunivoco tra suoni e unità grafiche (o grafemi: le lettere dell’alfabeto)
-allo stesso singolo suono possono corrispondere nella stessa lingua o lingue diverse più grafemi differenti: in italiano il primo suono della parola
“cane” può essere reso, oltre che dalla lettera “c” anche dalla “q”
-viceversa, uno stesso grafema può rendere suoni diversi: in italiano è il caso sempre di “c” che in certe parole rende il suono iniziale della parola
“cane” e in altre parole rende invece il suono iniziale della parola “cena”
-un singolo suono può essere reso da più grafemi combinati: in italiano è il caso della combinazione di tre lettere “sci” (esse, ci, i)
-l’ortografia italiana si può definire abbastanza fonografica: siamo abituati ad associare a ogni suono, per rappresentarlo, una singola lettera;
quindi siamo abituati a leggere e pronunciare come si scrive
-mentre la grafia dell’italiano è nell’insieme non troppo lontana dalla realtà fonica
-i linguisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica, in cui c’è corrispondenza biunivoca fra suoni rappresentati e segni grafici che li
rappresentano: il più diffuso è l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA)
-l’IPA permette di riprodurre qualunque suono di qualunque lingua, acquista la definizione articolatoria del fono rappresentato, di pronunciare
parole anche di lingue che non conosciamo
 Consonanti
-occlusive -> bilabiali: [p] sorda come in “pollo”, [b] sonora come in “bocca”
-> dentali: [t] come in ”topo”, [d] come in “dito”
-> velari: [k] come in “cane”, [g] come in “gatto”
-> uvulari: [q] sorda come in “Iraq”
-fricative -> labiodentali: [f] come in “filo”, [v] come in “vino”
-> dentali: [s] come in “sano”, [z] alveolare come in “sbaglio”
-> palatali: [∫] come in “sci”
-> velari: [x] come in tedesco “Buch” o in spagnolo “hijo”
-affricate -> labiodentali: [pf] sorda come in tedesco “Apfel”
-> dentali: [ts] come in “pazzo”, [dz] come in “zona”
-> palatali: [t∫] come in “cibo”, [dȝ] come in “gelo”
-nasali -> bilabiale: [m] come in “mano”
-> labiodentale: [ɱ] come in “invito”
-> dentale: [n] come in “nave”
-> palatale: [ɲ] come in “gnocco”
-> velare: [ɳ] come in “fango”
-laterali -> dentale: [l] come in “lana”
-> palatale: [ʎ] come in “gli”
-vibranti -> dentale: [r] come in “riva”
-> uvulare [R] come in ”rosa”
 Vocali e approssimanti
-anteriori (non arrotondate) -> semiconsonante o semivocale: [j] come in “piano”
-> vocali: [i] alta come in “vino”, [i] fra alta e medio-alta. [e] medio-alta come in “meno”, [Ɛ] medio-bassa come in
“bene”
-centrali -> medio-alta: [ɘ] come in francese “je” (=io), [a] bassa come in “mano”
-posteriori arrotondate -> semiconsonante o semivocale: [w] come in “uomo”
-> vocali: [u] alta come in “muro”, [o] medio-alta come in “bocca”
-le vocali possono essere realizzate come nasali: in questo caso si trascrivono come una tilde (˜) sovrapposta
-Fonologia
 Foni, fonemi, allofoni
-ogni suono producibile dell’apparato fonatorio umano rappresenta un potenziale suono del linguaggio, un “fono”
-un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio; può indicare sia un singolo suono concretamente realizzato in una
certa circostanza da un certo parlante, sia la classe di suoni concreti che condividono le stesse caratteristiche articolatorie particolari
-quando i foni hanno valore distintivo, cioè si oppongono sistematicamente ad altri foni nel distinguere e formare le parole di quella lingua, si
dice
che funzionano da fonemi
-i foni sono le unità minime in fonetica; i fonemi sono le unità minime in “fonologia”
-la fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico
-mentre la trascrizione fonetica può essere larga o stretta, la trascrizione fonematica riproduce per sua natura solo le caratteristiche pertinenti
della realizzazione fonetica, trascurando le particolarità e le differenze che non hanno valore distintivo
-ciascun fonema è identificato per opposizione, mediante un procedimento di scoperta che consiste nel confrontare un’unità un cui compaia il
fono di cui vogliamo dimostrare se è o no fonema con altre unità della lingua che siano uguali in tutto tranne che nella posizione in cui sta il fono
in oggetto: tale procedimento di chiama “prova di commutazione”
-va notato che vocali e consonanti non sono mai in opposizione fra di loro, ma vocali si oppongono a vocali e consonanti (e semivocali) si
oppongono
a consonanti (e semivocali); vocali e consonanti sono in opposizione sintagmatica, o contrasto, mentre all’interno delle due classi, cioè fra le
consonanti e semivocali da un lato, e fra le vocali dall’altro, c’è opposizione paradigmatica
-“fonema” è dunque l’unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico; un fonema è una classe astratta di foni, dotata di valore
distintivo, tale da opporre una parola ad un’altra in una data lingua
-foni diversi che costituiscano realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema, ma prive di valore distintivo, si chiamano “allofoni” di
un fonema: in italiano [n] e [ɳ] sono due allofoni dello stesso fonema dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a
parole
diverse
-gli allofoni di un fonema che siano condizionati dal contesto fonotattico in cui occorrono, si dicono “varianti combinatorie”
-una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione forma una
“coppia
minima”; essa identifica sempre due fonemi: [‘mare] costituisce con [‘pare] e [‘kare] una coppia minima
-per dimostrare che un fono è fonema in una data lingua, bisogna trovare in quella lingua delle coppie minime che lo oppongano a un altro
fonema
-il fonema non è un segno perché, per definizione, non ha significato
 Fonemi e tratti distintivi
-i fonemi non sono ulteriormente scomponibili in segmenti più piccoli
-i fonemi si possono però analizzare sulla base delle caratteristiche articolatorie che li contrassegnano: potremmo identificare /t/ come occlusiva
dentale sorda, /d/ come occlusiva dentale sonora; un fonema, da questo punto di vista, si può ulteriormente definire come costituito da un
fascio di proprietà articolatorie che si realizzano in simultaneità
-le caratteristiche articolatorie diventano, sul piano della fonologia, proprietà che permettono di analizzare, definire e rappresentare i fonemi in
termini di diverse combinazioni possibili di tratti facenti parte di un inventario comune
-due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico pertinente binario
-la correlazione di sonorità o sordità è importante perché in molte lingue interviene a differenziare parecchie coppie di fonemi uguali per gli altri
tratti
-partendo da queste considerazioni, è stata sviluppata la teoria dei tratti distintivi, che consente di rappresentare economicamente tutti i fonemi
come un fascio di alcuni tratti distintivi con un determinato valore + o – grazie anche all’utilizzazione di proprietà acustiche anziché soltanto
articolatorie
-coronali sono foni prodotti con la corona, cioè la parte anteriore della lingua, apice e lamina, sollevata rispetto alla posizione di riposo
-sonoranti sono foni prodotti a canale vocale aperto e libero, senza turbolenze del flusso d’aria dovute alla differenza di pressione fra l’interno
della cavità orale e l’esterno: come le vocali, le approssimanti e le consonanti liquide
-foni non sonoranti sono detti “ostruenti”
-sillabici sono foni che possano costituire nucleo di sillaba
-il tratto ATR contraddistingue i foni prodotti con la radice della lingua spostata in avanti, per esempio [i], [e], [u] e [o]
 I fonemi dell’italiano
-non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi, né tutte hanno lo stesso numero di fonemi; gli inventari fonematici delle diverse lingue del mondo
sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi
-l’italiano standard ha 30 fonemi, o 28 secondo alcuni autori che non considerano fonemi a sé approssimanti; si arriva peraltro a 45 se calcoliamo
come fonemi a sé le consonanti lunghe (<copia> <coppia>)
-per trascrivere foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata, e non sul modo in cui essa è scritta (sulla fonia e non
sulla
grafia)
-uno stesso simbolo può indicare due cose diverse nell’alfabeto italiano e in IPA: la lettera “z” vale /ts/ o /dz/ (affricate alveolari) nella grafia
normale, ma in IPA “z” rappresenta la fricativa alveolare vale appunto /z/
-nella parola “giglio” abbiamo 3 problemi -> la lettera “g” in italiano è usata sia per indicare il fonema /g/ - davanti a vocali centrali e posteriori –
che il fonema /dȝ/ - davanti a vocali anteriori; la pronuncia ci dice che qui è in gioco il secondo,
affricata palatale sonora
-> il trigramma “gli” rende, davanti a vocali diverse da “i”, il fonema /ʎ/, laterale palatale (nella parola
“giglio” non ci sono due /i/, ma una sola, la prima: la seconda lettera /i/ è un segno grafico)
-> la consonante laterale palatale in italiano standard quando è in posizione intervocalica, cioè
preceduta
e seguita da vocale è sempre lunga o doppia
-> trascrizione standard di “giglio” è [‘dȝiʎʎo]
-un fenomeno da menzionare è il “raddoppiamento (fono)sintattico” che consiste nell’allungamento della consonante iniziale di una parola
quando
questa sia preceduta da una delle parole di una serie che appunto provoca il fenomeno (si tratta di parole con l’accento sull’ultima sillaba di
molti
monosillabi e di alcuni bisillabi)
 Sillabe e fatti fonotattici
-un ruolo importante nella strutturazione della catena parlata è svolto dalle proprietà “fonotattiche” dei foni e dalle combinazioni contestuali in
cui i singoli foni possono occorrere
-in italiano e nella maggioranza delle lingue una “sillaba” è sempre costruita attorno a una vocale: una consonante o un approssimante ha
sempre
bisogno di appoggiarsi a un nucleo fonico, in genere una vocale, che costituisce il picco sonoro detto “perno” o “apice” o “nucleo “ della sillaba
-ogni sillaba è formata da almeno una, e non più di una, vocale o consonante che possa fare da apice e da un certo numero – da zero a qualche
unità – di consonanti o approssimanti
-una vocale da sola può pertanto costituire sillaba; se in una sillaba ci sono più consonanti contigue, non tutte le consonanti possono combinarsi
liberamente
-con terminologia tecnica, in una sillaba la parte che eventualmente precede la vocale è detta “attacco”, la vocale stessa è il nucleo e la parte che
eventualmente segue la vocale è la “coda”; sillabe con coda (che cioè finiscono con una consonante o una semivocale) si chiamano “chiuse”,
sillabe senza coda si chiamano “aperte”, nucleo e coda assieme costituiscono quella che viene definita “rima”
-la rima cioè l’insieme del nucleo e della coda determina il peso di una sillaba; è detta “pesante” una sillaba che abbia una coda o che abbia come
nucleo una vocale lunga; negli altri casi le sillabe sono dette “leggere”
-una combinazione interessante di fonemi, che può sia fungere da sillaba a sé stante, sia per far parte di una sillaba più ampia, è il dittongo
-un dittongo è la combinazione di un approssimante e una vocale; la vocale costituisce sempre l’apice sillabico
-se la sequenza è V+Appr, avremo un dittongo discendente (come in [‘awto]=[aw]+[to]), se la sequenza è invece Appr+V avremo un dittongo
ascendente (come in [‘pjƐ:no]=[pjƐ]+[no])
-si possono anche dare combinazioni di due semivocali e una vocale: si avrà allora un trittongo
 Fatti prosodici (o soprasegmentali)
-vi è una serie di fenomeni fonetici e fonologici rilevanti che riguardano la catena parlata nella sua successione lineare; all’insieme di tali
fenomeni
si dà il nome di fatti o tratti “soprasegmentali” perché agiscono al di sopra del singolo segmento minimo, riguardando le relazioni fra foni
sull’asse
sintagmatico – o “prosodici” perché concernono nel complesso l’aspetto melodico della catena parlata e ne determinano l’andamento ritmico
-i fondamentali tra di essi sono l’accento, il tono e l’intonazione, e la lunghezza o durata relativa
 Accento
-l’accento è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba (e in primo luogo quindi della vocale che fa da apice sillabico) relativamente
ad altre sillabe, che fa sì che in ogni parola plurisillabica, o in ogni gruppo di parole prodotto con un’unica emissione di voce (gruppo tonale), una
sillaba (detta sillaba tonica) presenti una prominenza fonica rispetto alle altre (dette sillabe atone)
-l’accento come fondamentale tratto prosodico non va confuso con l’accento grafico, un simbolo diacritico che in italiano è impiegato per
indicare
nella grafia la posizione dell’accento fonico nelle parole ossitone (nelle quali l’ortografia italiana prevede che l’accento sia sempre segnato: così,
città)
-la posizione dell’accento può essere libera o fissa
-in italiano l’accento è tipicamente libero e può trovarsi sull’ultima sillaba di una parola ([kwali’ta]), la parola allora si dice tronca; sulla penultima
([pja’t∫e:re]), allora si dice piana; la posizione più frequente in italiano è sulla terzultima ([‘ka:mera]), la parola si dice sdrucciola; più raramente
sulla quartultima ([‘ka:pitano]), si dice allora bisdrucciola
-la successione nella catena parlata si sillabe atone e sillabe toniche, dà luogo al ritmo; da questo punto di vista l’italiano è una lingua a
“isocronismo
sillabico”, vale a dire che in una parola viene assegnata durata analoga alle sillabe atone
-dal punto di vista fonologico, viene riconosciuta come unità ritmica di base il cosiddetto “piede”; un piede è l’associazione di una sillaba forte
(tonica) e una sillaba debole (atona)
 Tono e intonazione
-i fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con cui le sillabe sono pronunciate e la curva melodica a cui la loro successione
dà luogo
-tono è precisamente l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba, dipendente dalla tensione delle corde vocali e della laringe, e quindi dalla
velocità
e frequenza delle vibrazioni delle corde vocali; queste determinano la frequenza fondamentale, che è il principale parametro dei fenomeni di
tonalità
-in molte lingue, dette lingue tonali o lingue a toni, il tono può avere valore distintivo pertinente a livello di parola, cioè può distinguere da solo
parole diverse per il resto foneticamente del tutto eguali
-l’intonazione è l’andamento melodico con cui è pronunciato un gruppo tonale o gruppo ritmico; è in sostanza una sequenza di toni che
conferisce
all’emissione fonica nel suo complesso una certa curva melodica
 Lunghezza
-la lunghezza riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti
-la quantità delle vocali o delle consonanti può avere valore distintivo; in italiano, la quantità o durata o lunghezza delle consonanti non ha
funzione
distintiva
-per le consonanti affricate la lunghezza in IPA si segnala o ripetendo il primo simbolo del digramma che le rappresenta, o coi due punto dopo di
esso: “pazzo” sarà [‘pattso] oppure [‘pat:so]
-per le vocali, la durata in italiano non è pertinente
-Capitolo 3 Morfologia
 Parole e morfemi
-l’ambito di azione della morfologia è la forma, o meglio la struttura della parola
-definiremo “parola” la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi (costituita almeno da un morfema), costruita
spesso (ma non sempre) attorno a una base lessicale che funzioni come entità autonoma della lingua e possa quindi rappresentare isolatamente
un segno linguistico compiuto
-fra i criteri che ne permettono una definizione e individuazione più precisa, possiamo menzionare:
1. il fatto che all’interno della parola l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido e fisso, inscindibile – ovvero i morfemi non possono
essere
invertiti o cambiati di posizione: gatto (gatt-o), ma non *ogatt (o-gatt)
2. il fatto che i confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso
3. il fatto che la parola è di solito separata/separabile nella scrittura
4. il fatto che foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario
-se proviamo a scomporre parole, che appartengono alla prima articolazione della lingua, in pezzi più piccoli di prima articolazione troviamo dei
morfemi
-“dentale” possiamo scomporlo in tre pezzi -> “dent-“ col significato “organo della masticazione”
-> “-al-” col significato “aggettivo relativo a”
-> “-e” col significato “singolare”
-ciascuno dei tre morfemi è suscettibile di entrare come componente di altre parole, in cui si ripresenta portando naturalmente lo stesso
significato:
troviamo “dent-“ in dente, dentatura, dentista, dentiera, dentifricio, addentare, sdentato…
-la presenza di parti di significante identiche nelle parole non vuol dire che si tratti di un(o stesso) morfema: in “studente” non c’è un morfema
“-dent”, la parola si scompone in “stud-ent-e”
-un procedimento per scomporre una parola in morfemi è il seguente: data la parola (in questo caso “dentale”), la si confronta via via con parole
simili, dalla forma molto vicina, che contengano uno per uno i morfemi che vogliamo individuare; conviene cominciare dunque con la forma più
vicina che ci sia “dentali”, il confronto ci permette di individuare il morfema “-e” con il valore di singolare; confrontando “dentale” con per
esempio
“stradale” abbiamo che “-al-“ e “dent-“ sono due altri morfemi; l’analisi viene confermata confrontando “dentale” con “dente”
-tale procedimento viene chiamato prova di commutazione
-morfema è l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio, di un valore
e una funzione precisi e individuabili, e riusabile come tale
-possiamo anche dire che il morfema è la minima associazione di un significante e significato
-il significato di una parola è dato dalla somma e combinazione dei significati dei singoli morfemi che la compongono
-un termine sinonimo di morfema è “monema”; gli autori che usano monema distinguono due grandi classi di monemi, che chiamano
“semantemi”
quando sono elementi lessicali, e “morfemi” quando sono elementi grammaticali
-il morfema è l’unità pertinente a livello di sistema; il “morfo” è un morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, prima e
indipendentemente dalla sua analisi funzionale e strutturale
-l’allomorfo è la variante formale di un morfema, è ciascuna delle forme diverse in cui si può presentare uno stesso morfema, che sia suscettibile
di comparire sotto forme parzialmente diverse
-il criterio in base a cui possiamo dire che si tratti dello stesso morfema (e quindi stabilirne gli allomorfi) è che l’elemento individuato abbia
sempre
lo stesso significato e si trovi nella medesima posizione nella struttura della parola
-le cause dei fenomeni di allomorfia sono solitamente da cercare nella diacronia, da riportare a trasformazioni avvenute nella forma delle parole
e dei morfemi, spesso per ragioni fonetiche, lungo l’asse del tempo: gran parte dei fonemi di allomorfia è dovuta ai mutamenti fonetici e alle
diverse trafile con le quali le parole si sono trasmesse dall’origine latina all’italiano
-perché si possa parlare di allomorfia occorre che ci sia una certa affinità fonetica tra i diversi morfi che realizzano lo stesso morfema
-tale vicinanza fonica è dovuta alla stessa origine, da un punto di vista diacronico, o anche in sincronia, a modificazioni fonetiche derivanti dall’
incontro di determinati foni
“in-” in inutile e “il-” in illecito sono allomorfi dello stesso morfema, il prefisso con valore di negazione “in-”: davanti a consonanti laterali,
vibranti
e nasali la [n] si assimila alla consonante iniziale della parola a cui il prefisso si applica; “in-” più “lecito” da “illecito” e non “inlecito”
-si danno anche casi in cui un morfema lessicale in certe parole derivate viene sostituito da un morfema (e quindi rappresentato da un morfo)
dalla
forma totalmente diversa ma ovviamente con lo stesso significato: nel nome “acqua” e nell’aggettivo “idrico” troviamo che il morfema lessicale
per acqua si manifesta in due forme completamente diverse, acqu- e idr-, l’una proveniente dal latino e l’altra dal greco
-a tale fenomeno si dà il nome di “suppletivismo”; in questa stessa categoria si fanno rientrare anche i casi in cui l’origine della base lessicale è
in diacronia la stessa, ma per stratificazione storica si hanno due morfi diversi
 Tipi di morfemi
-esistono due tipi di vista principali per individuare differenti tipi di morfemi: la prima è la classificazione funzionale, in base alla funzione svolta,
al tipo di valore che i morfemi recano nel contribuire al significato delle parole; la seconda è una classificazione posizionale, basata sulla
posizione
che i morfemi assumono all’interno della parola è sul modo in cui essi contribuiscono alla sua struttura
 Tipi funzionali di morfemi
-dal primo punto di vista, in “dentale” abbiamo che “dent-” è un morfema che reca significato referenziale, fa riferimento alla realtà esterna
rappresentata nella lingua: è un morfema lessicale sulla cui base è costruita una parola piena
-invece “-al-” e “-e” recano un significato o valore interno al sistema : -al- serve a formare parole derivandole da altre parole già esistenti,
attaccandosi a un morfema lessicale o base di cui modifica il significato, è un morfema derivazionale
-infine “-e” serve ad attualizzare una delle varie forme in cui una parola può comparire, recando il significato previsto dal sistema grammaticale
di
una lingua (ha valore di marcare flessionalmente la parola, indicando che si tratta di una forma al singolare, ma non modifica il significato di
base):
è un morfema flessionale
-nella classificazione funzionale, la prima distinzione da fare è tra morfemi “lessicali” e “grammaticali”; i morfemi grammaticali a loro volta si
suddividono in morfemi “derivazionali” e “flessionali”
-i morfemi lessicali costituiscono una classe aperta, arricchibile di nuovi elementi; mentre i morfemi grammaticali costituiscono una classe chiusa
-pur ignorando il significato di un morfema lessicale, sappiamo sempre qual è il contributo di significato che portano i morfemi grammaticali ad
esso aggiunti
-non sempre la distinzione fra morfemi lessicali e grammaticali è del tutto chiara e applicabile senza problemi; in italiano è questo il caso di molte
“parole funzionali”, come gli articoli, i pronomi personali, le preposizioni, le congiunzioni, che formano classi grammaticali chiuse ma che
difficilmente si possono definire morfemi grammaticali chiuse ma che difficilmente si possono definire morfemi grammaticali a pieno titolo;
alcuni
degli elementi di queste classi di parole sono scomponibili in morfemi, per esempio l’articolo “lo”, “uno”
-una distinzione che si fa di solito è quella fra morfemi “liberi” (≈ morfemi lessicali) e morfemi legati (≈ morfemi grammaticali): i secondi non
possono mai comparire in isolamento, ma solo legati con altri morfemi
-la derivazione, che dà luogo a parole regolandone i processi di formazione, e la flessione, che dà luogo a forme di una parola regolandone il
modo
in cui si attualizzano nelle frasi, costituiscono i due grandi ambiti della morfologia
-a partire da determinate radici o basi lessicali, la derivazione agisce prime della flessione: prima costruiamo parole, a cui poi applichiamo le
dovute
flessioni; questa priorità della derivazione, unita alla caratteristica di “non interrompibilità” delle parole, ha come conseguenza che di solito i
morfemi flessionali stanno più lontano dalla radice lessicale rispetto ai morfemi derivazionali, che invece tendono a disporsi contigui alla radice
-mentre la derivazione non è obbligatoria, la flessione lo è, cioè si applica invariabilmente a qualunque base lessicale ad essa soggetta
 Tipi posizionali di morfemi
-i morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono rispetto al morfema lessicale o radice
-una parola “piena” non è tale se non contiene un morfema lessicale; un morfema lessicale da solo può costituire una parola piena autonoma
-quando siano considerati dal punto di vista posizionale, i morfemi grammaticali possono essere chiamati “affissi”: un affisso è ogni morfema che
si combini con una radice
-esistono diversi tipi di affissi: gli affissi che, nella struttura della parola, stanno prima della radice si chiamano “prefissi”; quelli che stanno dopo
la
radice si chiamano “suffissi”
-i suffissi con valore flessionale, che in lingue come l’italiano stanno sempre nell’ultima posizione, dopo la radice e gli eventuali suffissi
derivazionali,
si chiamano “desinenze”
-i prefissi in italiano sono solamente derivazionali
-abbiamo degli “infissi” che sono quegli affissi che sono inseriti dentro la radice: “-ic-” in “cuoricino”
-un altro tipo di morfemi discontinui sono i “circonfissi”, affissi che sono formati da due parti, una che sta prima della radice e l’altra che sta dopo
la radice, e che quindi contengono al loro interno la radice
-a un livello di maggior precisione, può essere fatta una trascrizione morfemica, in cui la forma dei morfemi si può scrivere tra graffe, indicando
nella riga sottostante, con opportune sigle e abbreviazioni in maiuscoletto (glosse) nel caso dei morfemi grammaticali, il loro significato e valore:
{dent} - {al} - {e}
“dente” agg sg
 Altri tipi di morfemi
-esistono anche morfemi i cui morfi non sono isolabili segmentalmente: di questo genere sono i morfemi “sostitutivi”, perché si manifestano con
la sostituzione di un fono ad un altro fono; tali morfemi consistono in mutamenti fonici della radice e quindi sono da essa inseparabili: è il caso di
plurali come “foot – feet”
-si parla in certi casi anche di morfema zero, laddove una distinzione obbligatoriamente marcata nella grammatica di una certa lingua viene a non
essere rappresentata in alcun modo nel significante: un esempio è quello dei plurali invariabili
-esistono anche morfemi soprasegmentali in cui un determinato valore morfologico si manifesta attraverso un tratto soprasegmentale come la
posizione dell’accento o il tono, come in “record” [‘rƐko:d] (=registrazione) vs. [ri’ko:d] (=registrare)
-certi valori morfologici in certe lingue vengono affidati a processi, non riducibili a specifici morfemi segmentali: per esempio la reduplicazione,
che consiste nella ripetizione della radice lessicale o di una sua parte
-spesso morfemi grammaticali creano contemporaneamente più di un significato o valore: così nella forma di parola italiana “buone” {e} vale
insieme femminile e plurale; si parla in tal caso di morfemi cumulativi
 Derivazione e formazione delle parole
-i morfemi derivazionali mutano il significato della base cui si applicano, aggiungendo nuova informazione rilevante, modificando la classe di
appartenenza della parola e la sua funzione semantica, o sfumandone il senso
-i morfemi derivazionali svolgono la funzione di permettere, attraverso processi soprattutto di prefissazione e suffissazione, la formazione di un
numero teoricamente infinito di parole a partire da una certa base lessicale
-in ogni lingua esiste una lista finita di moduli di derivazione che danno luogo a famiglie di parole; una famiglia di parole è formata da tutte le
parole derivate da una stessa radice lessicale
-nella grande maggioranza delle forme verbali e deverbali (parole derivate da verbi) si pone in italiano il problema della “vocale tematica”, la
vocale
iniziale della desinenza dell’infinito dei verbi: mangiare, vedere, partire; poiché si può ritenere che la vocale tematica abbia un suo significato, in
quanto indica l’appartenenza della forma ad una determinata classe di forme della lingua (-a- = verbo della prima coniugazione)
-i morfemi che sono allo stesso tempo morfemi lessicali e derivazionali, radici e prefissi, sono detti “prefissoidi”; esistono anche i “suffissoidi”
cioè
morfemi con significato lessicale, come le radici, ma che si comportano come suffissi nella formazione delle parole: -logi(-a)
-prefissoidi e suffissoidi, che per lo più provengono da parole delle lingue classiche, e che funzionano in sincronia come affissi, morfemi
derivazionali
ma recano il significato tipico dei morfemi lessicali ereditato dalle parole piene da cui sono tratti, vengono anche chiamati nel loro complesso
“semiparole”
-le parole composte hanno due radici lessicali che coesistono nella stessa parola ma mantengono entrambe il valore che avrebbero se utilizzate
come parole autonome
-non vanno confuse con le parole composte le unità lessicali plurilessematiche o polilessematiche o plurilessicali, costituite da sintagmi fissi che
rappresentano un’unica entità di significato, non corrispondente alla semplice somma dei significati delle parole componenti, comportandosi
come se fossero una parola unica: “gatto selvatico” che non è un comune gatto che sia selvatico, ma è una specie felina
-le unità lessicali plurilessematiche costituiscono una categoria molto più ampia e variegata che può comprendere classi diverse di elementi, fra
cui i cosiddetti verbi sintagmatici (andare via, portare fuori) o quelli che vengono chiamati binomi coordinati (sale e pepe, usa e getta)
-una posizione intermedia fra le parole composte e le unità plurilessematiche hanno informazioni bimembri (scuola guida), unità lessicali in cui il
rapporto tra le due parole costitutive non ha raggiunto il grado di fusione tipico delle vere parole composte e i due elementi vengono
rappresentati
separatamente nello scritto
-le sigle (o acronimi) sono formate dalle lettere iniziali delle parole piene che costituiscono un’unità plurilessematica
-l’unione con accorciamento dà luogo alle parole macedonia: cantautore (cantante+autore)
-in italiano il più importante dei procedimenti di formazione della parola è la suffissazione; fra i suffissi derivazionali più comuni ricordiamo -zion-
(con allomorfi -azion-, -izion-, -uzion) e -ment- (con allomorfi -iment-, -ument-)
-in italiano è anche assai produttiva la prefissazione, che in italiano non muta la classe grammaticale di appartenenza della parola
-nella categoria della derivazione suffissale può rientrare un altro procedimento, l’alterazione: con i suffissi alterativi si creano parole che
aggiungono al significato della base lessicale un valore generalmente valutativo e associato a particolari contesti pragmatici, che può essere,
secondo la terminologia tradizionale diminutivo (gattino) o accrescitivo (librone)
-nei meccanismi della formazione di parola rientra anche il fenomeno della “conversione”, vale a dire la presenza di coppie di parole aventi la
stessa radice lessicale ed entrambi privi di suffisso, fra i quali non è possibile stabilire quale sia la parola primitiva e quale la parola derivazionale:
lavoro-lavorare, fiore-fiorire; tuttavia quando la coppia è costituita da un verbo e da un nome è spesso da assumere che la base sia il verbo, in
quanto il nome designa l’atto indicato dal verbo, da qui la definizione di “derivazione zero”; invece quando la coppia è costituita da un verbo e
da
un aggettivo si può intendere che il termine primitivo sia l’aggettivo, in quanto il verbo indica l’azione di far assumere lo stato o la qualità
denotata
dall’aggettivo
 Flessione e categorie grammaticali
-i morfemi flessionali non modificano il significato della radice lessicale su cui operano: la attualizzano nel contesto di enunciazione,
specificandone
la concretizzazione in quel particolare contesto
-i morfemi flessionali intervengono solamente nelle parole che possono assumere tali specificazioni: operano sulle classi cosiddette variabili di
parole, suscettibili di accogliere la flessione
-i morfemi flessionali realizzano valori delle categorie grammaticali; un determinato morfema realizza un valore di una determinata categoria
grammaticale, è la marca di quel valore
-le categorie grammaticali a loro volta pertinentizzano e danno espressione ad alcuni significati fondamentali di portata generale, che diventano
categorici per una determinata lingua e che devono essere espressi
-fra le categorie grammaticali vi sono quelle flessionali, che riguardano il livello dei morfemi stessi
-in generale si distinguono le categorie flessionali in due grandi classi: quelle che operano sui nomi e quelle che operano sui verbi
-in lingue come l’italiano, la morfologia nominale ha come categorie fondamentali il genere e il numero; in italiano la categoria del genere si
esprime coi due morfemi del maschile e femminile
-la categoria del numero è marcata in italiano con i due morfemi del singolare e plurale
-un’altra categoria flessionale per i nominali è il caso, che svolge la funzione di mettere in relazione la forma della parola con la funzione
sintattica
che essa, o meglio il sintagma di cui essa fa parte, ricopre nella frase
-il processo attraverso il quale un verbo assegna il caso al suo complemento viene chiamato “reggenza”
-in molte lingue gli aggettivi possono essere marcati per grado: comparativo, superlativo
-la morfologia verbale ha 5 categorie flessionali principali: modo, tempo, aspetto, diatesi, persona; il modo esprime la modalità, cioè la maniera
nella quale il parlante si pone nei confronti del contenuto di quanto viene detto e della realtà della scena o evento rappresentati nella frase; il
tempo colloca nel tempo assoluto e relativo quanto viene detto; l’aspetto riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati in relazione
al loro svolgimento l’azione o l’evento o il processo espressi dal verbo; la diatesi esprime il rapporto in cui viene rappresentata l’azione o
l’evento
rispetto ai partecipanti e in particolare rispetto al soggetto; la persona indica chi compie l’azione o più in generale riferisce e collega la forma
verbale al suo soggetto e si manifesta con morfemi deittici o di accordo
-categorie grammaticali a livello di parola, che classificano le parole raggruppandole in classi a seconda della natura del loro significato, del loro
comportamento nel discorso e delle loro caratteristiche flessionali e funzionali, sono parti del discorso, dette anche categorie o classi lessicali
-nella grammatica tradizionale le parti del discorso sono nove: nome o sostantivo, aggettivo, verbo, pronome, articolo, preposizione,
congiunzione,
avverbio e interiezione (accidenti!)
-l’assegnazione delle parole a categoria avviene in base a tre criteri: un criterio semantico, il tipo di significato; un criterio morfologico, dato dal
comportamento delle parole in relazione alle categorie morfologiche; un criterio semantico, dato dal contesto in cui le parole possono
comparire
e dalle funzioni sintattiche che esse possono svolgere
-l’insieme dei tre criteri consente di stabilire l’appartenenza di ogni parola a una determinata classe; non mancano le eccezioni e i casi di confine,
in cui una parola risponde in modo diverso ai tre criteri, dando luogo a sovrapposizioni di categoria lessicale
-anche le due classi fondamentali, nomi e verbi, a volte non sono ben differenziabili: anche in italiano ci sono sovrapposizioni delle due categorie,
con verbi che possono funzionare come nomi “Il mangiare qui costa molto”
-un altro esempio di sovrapposizione di categorie si ha nel caso dei partitivi: le preposizioni articolate possono funzionare sia come preposizioni
sia come articoli partitivi
-mentre le categorie grammaticali sinora viste sono definibili sull’asse pragmatico, altre categorie grammaticali si individuano sull’asse
sintagmatico, considerando le parole nel loro rapporto con le altre parole all’interno di un determinato messaggio; a queste categorie
grammaticali
sintagmatiche, che operano a livello di sintagma si può dare la definizione di “funzioni sintattiche”
-la stessa distinzione fra sintagmatico e paradigmatico è rilevante anche per distinguere due diversi modi di funzionamento della morfologia
flessionale: la flessione inerente e quella contestuale
-la flessione inerente riguarda la marcatura a cui viene assoggettata una parola in isolamento, a seconda della classe di appartenenza, per il solo
fatto di essere selezionata nel lessico e comparire in un messaggio: in italiano un nome viene attualizzato o come singolare o come plurale, e la
forma sotto cui esso compare deve presentare uno dei rispettivi morfemi flessionali, appunto inerenti, previsti dalle due lingue
-la flessione contestuale è quella che dipende dal contesto: specifica una forma e seleziona i relativi morfemi flessionali in relazione al contesto
sintattico in cui la parola viene usata, dipendendo quindi dai rapporti gerarchici che si instaurano fra le parole all’interno della frase; marca
rapporti
di natura sintattica
-più in generale, un meccanismo che opera in molte lingue è quello della marcatura di accordo, che prevede che tutti o alcuni elementi
suscettibili
di flessione all’interno di un costrutto prendano le marche delle categorie flessionali per le quali è marcato l’elemento a cui si riferiscono
Capitolo 4 Sintassi
 Analisi in costituenti
-la sintassi è il livello di analisi che si occupa della struttura delle frasi: l’oggetto di studio della sintassi è come si combinano fra loro le parole e
come sono organizzate in frasi
-la frase è quindi il costrutto che fa da unità di misura per la sintassi; una frase è identificata dal contenere una predicazione, un’affermazione
riguardo a qualcosa
-poiché normalmente il valore di predicare è affidato ai verbi, in genere ogni verbo autonomo coincide con una frase; vi possono essere frasi
senza
verbo, dette frasi nominali
-le parole non si combinano in frasi per semplice giustapposizione casuale, ma secondo rapporti e leggi strutturali a volte anche molto complessi,
che è appunto compito della sintassi di studiare
-con “frase” si designano anche costrutti dall’estensione più ampia e dalla composizione più complessa di una frase semplice costituita da
un’unica
predicazione: questa si può chiamare “proposizione”
-il principio impiegato per l’analisi delle frasi è basato sulla scomposizione o segmentazione; a un livello elementare è usato un tipo di analisi che
rappresenta le concatenazioni e le dipendenze fra gli elementi della frase scomponendola in pezzi più piccoli
-tale analisi va sotto il nome di “analisi in costituenti immediati”: essa individua diversi sottolivelli di analisi, e i costituenti che si isolano a ciascun
sottolivello costituiscono immediatamente il sottolivello di analisi superiore
-data una frase, il primo taglio si attua confrontando la frase con un’altra più semplice ma che abbia la stessa struttura: questo ci consente di
individuare i costituenti immediati della frase stessa; confrontando i costituenti così individuati con altri della stessa natura ma più semplici
possiamo via via motivare i successivi tagli, sino ad arrivare alle parole, termine ultimo minimo di pertinenza della sintassi e a cui di solito
l’analisi
in costituenti immediati si arresta
-esistono diversi modi per rappresentare schematicamente l’analisi di una frase nei suoi costituenti; il metodo più diffuso è quello degli alberi
etichettati: un albero è un grafo costituito da nodi da cui si dipartono rami; ogni nodo rappresenta un sottolivello di analisi della sintassi
-un albero del genere è l’indicatore sintagmatico della frase

 Sintagmi
-l’analisi in costituenti individua tre diversi sottolivelli di analisi sintattica: sottolivello delle frasi, dei sintagmi, delle singole entrate lessicali
(=parole)
-il più importante è il livello dei sintagmi
-un sintagma è definibile come la minima combinazione di parole che funzioni come un’unità della struttura frasale
-i sintagmi sono costruiti attorno a una testa: testa è la classe di parole che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire
sintagma,
funzionare da un determinato sintagma
-se si elimina l’elemento che fa da testa, il gruppo di parole considerato viene a perdere la natura di sintagma di quel tipo
-un sintagma nominale è costruito attorno a un nome: N è la testa di SN; testa di SV è V; testa di SPrep è Prep
 Funzioni sintattiche
-ai sintagmi che riempiono le posizioni strutturali di un indicatore sintagmatico vengono assegnati diversi valori; la categoria formale di sintagma
assume determinati valori funzionali richiesti e necessari per l’interpretazione semantica delle frasi
-occorre distinguere 3 ordini o classi di principi che intervengono nel determinare il funzionamento della sintassi
-la prima classe è interna alla sintassi stessa, dipende dalle reggenze del verbo: si tratta delle funzioni sintattiche; esse riguardano il ruolo che i
sintagmi assumono nella struttura sintattica della frase, in cui i sintagmi nominali possono valere da soggetto o complemento oggetto, i sintagmi
preposizionali possono valere da oggetto indiretto o da complemento, i sintagmi verbali possono valere da predicato
-soggetto, predicato e oggetto sono le tre funzioni sintattiche fondamentali
 Schemi valenziali
-le funzioni sintattiche vengono assegnate a partire da schemi valenziali che costituiscono l’embrione iniziale della strutturazione delle frasi e ne
configurano il quadro minimale
-quando dobbiamo enunciare qualcosa sotto forma di frase, è ragionevole pensare che partiamo dalla selezione di un verbo; questo verbo è
associato a delle valenze (o argomenti)
-da questo punto di vista i verbi sono monovalenti, bivalenti o trivalenti
-“camminare” o “piangere” sono verbi monovalenti, o a un solo argomento, implicano solamente un’unità ovvero qualcuno che cammini o che
pianga
-“lodare” e “interrogare” sono verbi bivalenti, implicano qualcuno che lodi o interroghi e qualcuno che venga lodato o interrogato
-“dare” e “spedire” sono verbi trivalenti, implicano qualcuno che dia o spedisca, qualcosa che sia dato o spedito, e qualcuno o qualcosa a cui si
dia
o si spedisca
-esistono anche verbi zerovalenti o avalenti: si tratta di verbi metereologici o atmosferici, che non hanno alcuna valenza
-esistono verbi tetravalenti, con quattro valenze, come “spostare” (qualcuno sposta qualcosa da un luogo a un altro), “tradurre” (qualcuno
traduce
qualcosa da una lingua a un’altra)
-le valenze costituiscono con il verbo gli elementi nucleari essenziali delle frasi
-sulla base degli elementi valenziali, il soggetto si potrebbe definire come la prima valenza di ogni verbo; la seconda valenza coincide con la
funzione sintattica di oggetto
-in una frase si possono trovare anche costituenti che realizzano altri elementi, che non fanno parte dello schema valenziale; questi sono detti
“circostanziali”, non essendo direttamente implicati dal significato del verbo non rientrano nelle configurazioni di valenza dei predicati verbali e
quindi non fanno parte delle funzioni sintattiche fondamentali; svolgono comunque una funzione semantica importante, in quanto
appartenendo
alla cornice degli eventi o specificandone le caratteristiche di svolgimento, aggiungono informazioni
 Ruoli semantici
-un altro ordine di principi che intervengono nella costruzione ed interpretazione di una frase è dato da principi semantici che concernono il
modo
in cui il referente di ogni sintagma contribuisce e partecipa all’evento rappresentato dalla frase
-per individuare tali funzioni, chiamate ruoli semantici, occorre guardare la frase come rappresentazione di una scena o un evento, in cui i diversi
elementi presenti hanno una certa relazione gli uni con gli altri in termini di che cosa succede nella scena
-la frase è vista dalla prospettiva del significato
-“agente” è il ruolo semantico dell’entità animata, che nell’evento o scena rappresentato dalla frase, si fa intenzionalmente parte attiva che
provoca ciò che accade: Gianni mangia una mela.
-“paziente” è il ruolo semantico dell’entità che è coinvolta senza intervento attivo, in quanto subisce: Gianni mangia una mela.
-“sperimentatore” è il ruolo semantico dell’entità toccata da un certo stato o processo psicologici: A Luisa piacciono i gelati.
-“beneficiario” è il ruolo semantico dell’entità che trae beneficio dell’azione: Gianni regala un libro a Luisa.
-“strumento” è il ruolo semantico dell’entità inanimata mediante la quale avviene ciò che accade: Gianni taglia la mela col coltello.
-“destinazione” è il ruolo semantico dell’entità verso la quale si dirige l’attività espressa dal predicato o che costituisce l’obiettivo o la meta di
uno spostamento: Luisa parte per le vacanze.
-“località” è il ruolo semantico dell’entità cui sono situati spazialmente l’azione, lo stato, il processo: Gianni abita in campagna.
-“provenienza” è il ruolo semantico dell’entità dalla quale un’entità si muove in relazione all’attività espressa dal predicato: Luisa preleva i soldi
dal conto.
-“dimensione” è il ruolo semantico dell’entità che indica una determinata estensione nel tempo, nello spazio, nella massa: Luisa pesa 60 chili.
-“comitativo” è il ruolo semantico dell’entità che partecipa all’attività svolta dall’agente: Luisa ha discusso la tesi col professore.
 Struttura pragmatico-informativa
-una frase collega la rappresentazione di un evento o stato di cose del mondo esterno, la realtà effettiva o immaginata com’è filtrata
dall’intelletto
umano a una catena fonica, costituita dai suoni del linguaggio
-nel governare la strutturazione del prodotto finale della sintassi, le frasi, vi è oltre all’intervento delle valenze, dei ruoli semantici e delle funzioni
sintattiche, ancora un altro piano, quello dell’organizzazione pragmatico-informativa
-dal punto di vista del valore con cui le frasi nel loro complesso possono essere usate nella comunicazione, e di ciò che il parlante vuol fare
producendole; si distinguono cinque tipi di frase: dichiarative, interrogative, esclamative, imperative e ottative
-dal punto di vista della strutturazione dell’informazione veicolata, una frase può essere vista come un’affermazione fatta attorno a qualche cosa
-di qui, un’importante distinzione fra la parte della frase che identifica e isola il qualcosa sul quale verte l’affermazione e la parte della frase che
rappresenta l’affermazione fatta, l’informazione propriamente fornita: cioè fra “tema” e “rema”
-il tema è ciò su cui si fa un’affermazione, l’entità attorno a cui si predica qualcosa; il rema è la predicazione che viene fatta, l’informazione che
viene fornita a proposito del tema
-un’opposizione che spesso viene considerata corrispondente a tema/rema, è quella fra “dato” e “nuovo”; dato è l’elemento della frase da
considerare noto o precedentemente introdotto nel discorso, nuovo è l’elemento portato come informazione non nota
-la distinzione fra tema/rema e dato/nuovo riflette due aspetti diversi del processo di elaborazione concettuale che porta alla produzione di una
frase: da un lato si sceglie ciò di cui si vuol parlare (tema) e si afferma qualcosa a proposito di questo (rema), dall’altro si tiene conto della
differenza fra informazione già conosciuta (dato) e informazione che si ritiene non nota (nuovo)
-nelle frasi normali, soggetto, agente e tema tendono spesso a coincidere sullo stesso costituente frasale, quello in prima posizione; così in “un
gatto insegue il topo” (che ha un ordine lineare SVO), “un gatto” è contemporaneamente soggetto, agente, tema e “il topo” oggetto, paziente,
e parte del rema
-le lingue però possiedono dispositivi per separare le tre funzioni e mutare o invertire l’ordine non marcato dei costituenti; in italiano per
esempio
possono svolgere tale compito le costruzioni note come “dislocazioni a sinistra”, che spostano davanti alla frase, cioè alla sua sinistra, uno degli
elementi che la costituiscono
-con la dislocazione a sinistra si può mandare nella posizione di tema che l’oggetto o un altro complemento rematico, e mandare a rema il
soggetto:
“il topo lo (O – tema) insegue (V - rema) un gatto (S – rema)”
-due altri tipi di frasi marcate per spostamento di costituenti sono la “dislocazione a destra”, che consiste nell’isolare sulla destra un costituente,
(lo vuole un caffè?) e la frase scissa che consiste nello spezzare una frase in due parti, portando all’inizio della frase, introdotto dal verbo
“essere”,
un costituente e facendolo seguire da una frase (è il gatto che insegue il topo)
-la frase scissa serve per evidenziare un elemento della frase dotato del maggior carico informativo; tale elemento svolge un’altra funzione,
quella
di focus
-per focus si intende il punto di maggior salienza comunicativa della frase; in genere il focus fa parte del rema
-in conclusione possiamo analizzare sintatticamente una frase secondo 4 diverse prospettive, quattro punti di vista che interagiscono fra loro e
ci permettono di comprendere appieno, in tutti i suoi aspetti, la struttura della frase:
1. La prospettiva configurazionale, relativa alla struttura in costituenti
2. La prospettiva sintattica propriamente detta, relativa alle funzioni sintattiche
3. La prospettiva semantica, relativa ai ruoli semantici
4. La prospettiva pragmatico-informativa, relativa all’articolazione in tema/rema
 Frasi complesse
-spesso le frasi non vengono realizzate come unità isolate, ma si combinano in sequenze strutturate anche lunghe, frasi complesse o periodi: la
sintassi del periodo è un ulteriore sottolivello di analisi del sistema linguistico
-la coordinazione si ha quando diverse proposizioni vengono accostate l’una all’altra senza che si ponga tra esse un rapporto di dipendenza
-si ha subordinazione quando vi è un rapporto di dipendenza tra le proposizioni, in quanto una si presenta come gerarchicamente inferiore ad
un’altra e la presuppone
-gli elementi che realizzano i rapporti di coordinazione o subordinazione tra le frasi sono chiamati connettivi o connettori
-la coordinazione è realizzata con congiunzioni coordinanti come “e”, “o”, “ma”… o anche attraverso la giustapposizione di proposizioni: “Luisa
legge e Gianni scrive” oppure “Luisa legge, Gianni scrive”
-la subordinazione è realizzata con congiunzioni subordinanti come “che”, “perché”, “quando”, “mentre”, “benchè”, “affinchè” o mediante modi
verbali non finiti (“ti chiedo di andare”)
-le subordinate si dicono esplicite quando il loro verbo è di modo finito, e implicite quando il loro verbo è all’infinito, al gerundio o al participio
-le frasi subordinate si possono distinguere in tre principali categorie a seconda del modo strutturale in cui si agganciano alla frase principale:
sono
“avverbiali”, “completive”, “relative”
-le frasi avverbiali (dette anche circostanziali, perché svolgono funzione analoga a quella che nella sintassi di frase hanno sintagmi preposizionali,
o anche nominali, che non facciano parte dello schema valenziale dei predicati) sono frasi subordinate che modificano l’intera frase da cui
dipendono: “esco, benchè piova”
-le completive sono subordinate che sostituiscono un costituente nominale maggiore (cioè il soggetto o l’oggetto, o anche il predicato nominale
o l’oggetto indiretto) della frase; o meglio, riempiono una valenza o argomento del predicato verbale: “sembra che faccia bel tempo”
-le relative sono frasi subordinate che modificano un costituente nominale della frase, hanno sempre un nome o pronome come testa: “non ho
più visto lo studente a cui ho dato il libro”
-l’unione di una frase o proposizione principale con una frase o subordinata dà luogo a una frase complessa
 Testi
-al di sopra dell’unità frase bisogna riconoscere un altro livello di analisi della sintassi, il livello dei testi
-dal punto di vista linguistico, un testo è definibile come una combinazione di frasi (costituita quindi da almeno una frase) più il contesto in cui
essa
funziona da unità comunicativa
-per contesto si deve intendere sia il contesto linguistico, vale a dire la parte di comunicazione verbale che precede e che eventualmente segue il
testo in oggetto, sia il contesto extralinguistico, la situazione specifica in cui la combinazione di frasi è prodotta
-il contesto linguistico è spesso chiamato più tecnicamente “cotesto”
-entriamo qui nell’ambito della linguistica testuale e della pragmatica linguistica
-fenomeni di questo genere, vale a dire la presenza di elementi per la cui interpretazione è necessario far riferimento al contesto linguistico
precedente, si chiamano tecnicamente “anafore”; il fenomeno simmetrico e contrario, per cui occorra far riferimento al contesto linguistico
seguente si chiama “catafora”
-le anafore e catafore individuano elementi coreferenti, cioè che rimandano a un’identica entità designata
-i pronomi hanno o valore anaforico o cataforico come nel caso precedente, o deittico quando per la loro interpretazione occorra far riferimento
al contesto situazionale: col termine “deissi” si designa la proprietà di una parte dei segni linguistici di indicare, o far riferimento a, cose o
elementi
presenti nella situazione extralinguistica e in particolare nello spazio o nel tempo in cui essa si situa, in maniera tale che l’interpretazione
specifica
di ciò a cui il segno si riferisce dipende interamente dalla situazione di enunciazione
-vi sono tre tipi principali di deissi: personale, spaziale e temporale
-la deissi personale codifica il riferimento al parlante, all’interlocutore e alle terze persone e che ha come centro il parlante stesso, chi dice “io” in
una determinata situazione; esprimono deissi personale i pronomi personali (io, tu, lui…), le persone verbali, i possessivi
-la deissi spaziale codifica le posizioni delle entità chiamate in causa rispetto al luogo in cui si trovano i partecipanti all’interazione; esprimono
deissi spaziali i dimostrativi (questo, quello), avverbi di luogo (qui, qua, là), verbi come andare e venire, espressioni come “a destra”
-fra i deittici spaziali si possono distinguere le due sottoclassi dei deittici prossimali, che indicano prossimità, vicinanza rispetto all’origine del
riferimento spaziale, cioè chi sta parlando (questo, qui); e dei deittici distali, che indicano invece distanza, lontananza (quello, là)
-la deissi temporale codifica e specifica la localizzazione degli eventi nel tempo rispetto al momento dell’enunciazione; è espressa da avverbi
come
“oggi”, “ieri”, “subito”, dai tempi verbali e sintagmi come “dieci anni”, “fra tre settimane”
-si parla di estensione anche di deissi sociale per designare gli elementi allocutivi, usati per codificare le relazioni sociali dei partecipanti
all’interazione
-un altro fenomeno che può essere tipicamente spiegato solo superando i confini delle singole frasi è la cosiddetta “ellissi”, consistente nella
mancanza od omissione, in una frase, di elementi che sarebbero indispensabili per dare luogo a una struttura frasale completa, e che sono
ricuperabili, per l’interpretazione della frase, dal contesto linguistico; è il caso di coppie domanda-risposta, in cui la risposta solitamente è
ellittica, data l’immediata ricuperabilità degli elementi omessi come in: “dove vai?” “a casa”, dove il frammento “a casa” è automaticamente
integrato nella struttura frasale fornita dalla frase precedente
-un ruolo rilevante nella strutturazione dei testi e non riportabile alla sintassi frasale è ricoperto dai “segnali discorsivi”, quegli elementi estranei
alla strutturazione sintattica della frase che svolgono il compito di esplicitare l’articolazione interna al discorso come: allora, senti, guardi, no?,
insomma, sai, anzitutto, in primo luogo, scusa…
-meccanismi anaforici e segnali discorsivi contribuiscono a conferire coesione al testo, istituendovi una rete di collegamenti al di là dei confini
delle
singole frasi
Capitolo 5 Semantica, lessico e pragmatica
 Il significato
-la parte della linguistica che si occupa del piano del significato è la semantica
-il primo problema con cui si scontra la semantica è la definizione stessa di che cosa sia il significato: esso non è visibile, è il punto di sutura fra la
lingua, la mente e il mondo esterno
-dall’altro lato ci sono strutture di carattere cognitivista che vedono il significato come struttura cognitiva basata sul complesso dell’esperienza
umana, con particolare riguardo ai suoi aspetti fisico-percettivi
-possiamo dire che esistono due modi di concepirlo; c’è una concezione referenziale, o concettuale del significato: il significato è visto come un
concetto, un’immagine mentale, un’idea o operazione creata dalla nostra mente, corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua
-in un’altra prospettiva, vi è una concezione operazionale del significato, secondo cui esso è funzione dell’uso che si fa dei segni, vale a dire ciò
che
accomuna i contesti d’impiego di un segno e ne permette l’uso appropriato
-il significato come “l’informazione veicolata da un segno o elemento linguistico”
-significato denotativo (detto anche concettuale, referenziale) e connotativo (detto anche associativo, espressivo)
-il significato denotativo è quello inteso nel senso oggettivo, di ciò che il segno descrive e rappresenta; corrisponde cioè al valore di
identificazione
di un elemento della realtà esterna
-il significato connotativo è invece il significato indotto, soggettivo, connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso dà
luogo; non ha valore di identificazione di referenti
-“gatto” ha come significato denotativo “felino domestico di piccole dimensioni” e come significati connotativi “animale grazioso, furbo, pigro,
che
può graffiare”
-un’altra distinzione è quella fra significato “linguistico” e “sociale”: mentre il significato linguistico è il significato che un termine ha in quanto
elemento di un sistema linguistico codificante una rappresentazione mentale, il significato sociale è il significato che un segno può avere in
relazione ai rapporti fra i parlanti
-“buongiorno” ha come significato linguistico “auguro una buona giornata” ma ha come significato sociale “riconosco colui, colei o coloro a cui
indirizzo il saluto come persona; instauro un’atmosfera cooperativa di possibile interazione”
-un’altra distinzione è quella fra significato “lessicale” e “grammaticale”; hanno significato lessicale i termini che rappresentano oggetti concreti o
astratti, entità, fatti o concetti del mondo esterno (gatto, buono, lavoro, idea); hanno significato grammaticale i termini che rappresentano
concetti o rapporti interni al sistema linguistico (benchè=congiunzione concessiva)
-i termini dal significato lessicale vengono chiamati “parole piene”, quelli dal significato grammaticale “parole vuote”
-un’altra distinzione è quella fra significato e senso
-per “senso” si intende il significato contestuale, vale a dire la specificazione e concretizzazione che il contenuto di un termine assume ogni volta
che viene usato in una produzione linguistica in un certo contesto: “finestra” ha come significato “apertura in una parete”, ma viene usato sia
per
designare le aperture verso l’esterno sulle pareti di un edificio per dare luce, sia per designare i riquadri che si aprono sulla parete rappresentata
da uno schermo di computer
-a un significato possono corrispondere diversi sensi, la questione è pertanto connessa con quella della polisemia
-i nomi propri sono etichette, termini a referente unico, che designano un individuo e non una classe e che hanno solo estensione e non
intensione
-intensione ed estensione valgono l’insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da un termine e l’insieme degli individui
(oggetti) a cui il termine si può applicare
 Il lessico
-anche per il livello semantico il linguista pone un’unità d’analisi basilare: il lessema
-un lessema corrisponde a una parola considerata dal punto di vista del significato
-l’insieme dei lessemi di una lingua costituisce il suo lessico; lo studio dei vari aspetti del lessico è compito della lessicologia, che si pone fra
semantica e morfologia derivazionale
-da un lato, il lessico è uno dei due componenti essenziali di una lingua; senza lessico non esisterebbe una lingua
-allo stesso tempo però il lessico è lo strato più esterno e superficiale di un sistema linguistico, più esposta alle varie circostanze extralinguistiche
-il lessico è inoltre lo strato della lingua più ampio, comprendente un inventario più numeroso di elementi
-è inoltre la parte aperta e fluttuante del sistema
 Omonimia e polisemia
-una prima nozione che si incontra è quella di “omonimia”; sono omonimi lessemi che abbiano lo stesso significante ma a cui corrispondano
significati diversi, non imparentati fra di loro e non derivabili l’uno dall’altro: “riso”=l’atto di ridere/cereale
-a seconda che l’omonimia concerna solo la grafia oppure la pronuncia; possiamo distinguere fra termini omografi (“pesca”=atto di
pescare/frutto)
e i termini omofoni (“pianta”=albero/mappa)
-se i diversi significati associati a uno stesso significante sono imparentati fra loro e derivati l’uno dall’altro, abbiamo la polisemia: “corno”=
protuberanza del capo di molti animali/strumento musicale a fiato/cima aguzza di una montagna
-un caso speciale della polisemia è dato dall’enantiosemia, che si ha quando significati diversi dello stesso termine sono tra di loro in un rapporto
di opposizione: “tirare” può avere i due sensi di “lanciare” e di “trarre, attrarre verso di se”
 Rapporti di similarità
-alcuni rapporti sono basati sulla compatibilità o somiglianza semantica fra lessemi
-il primo di questi è la sinonimia: sono sinonimi lessemi diversi aventi lo stesso significato: pietra/sasso, iniziare/cominciare, cortese/gentile
-spesso la sostituzione di un termine con il suo sinonimo crea delle sfumature diverse di significato, aggiungendo valori connotativi
-un altro importante rapporto di somiglianza semantica è quello noto come iponimia: si tratta di una relazione di inclusione semantica; il
significato
di un lessema rientra in un significato più ampio e generico rappresentato da un altro lessema
-si ha iponimia fra due lessemi x e y quando “tutti gli x sono y ma non tutti gli y sono x”; in questo caso x è l’iponimo di y, il quale è iperonimo
-“armadio” è iponimo di “mobile”, che è iperonimo di rispetto ad armadio
-l’iponimo ha un’intensione più ampia (il suo significato contiene più proprietà) ma, proprio per questo, un’estensione minore che il suo
iperonimo
-non va confusa con l’iponimia la relazione semantica basata sul rapporto fra la parte e il tutto, detta meronimia; è il rapporto che si ha fra i
termini
che designano una parte specifica di un tutto unico e il termine che designa il tutto: braccio, testa, piede sono meronimi di corpo umano
-mentre la sinonimia e l’iponimia sono rapporti di carattere paradigmatico, esistono anche rapporti di compatibilità semantica sull’asse
sintagmatico; uno di questi è la solidarietà semantica, basata sulla cooccorrenza obbligatoria di un lessema con un altro, nel senso che la
selezione
dell’un termine è dipendente dall’altro
-il significato di un lessema risulta predeterminato dall’altro, dato che il lessema in questione può riferirsi nel discorso solo a questo secondo
Significato: miagolare/gatto, raffermo/pane
-rapporti fra lessemi fondati su cooccorrenze regolari nel discorso, ma meno semanticamente determinante che non nel caso delle solidarietà,
si hanno anche in quelle che sono chiamate collocazioni, come bandiere/concorso, porta/scorrevole
 Rapporti di opposizione
-mentre nelle relazioni paradigmatiche di compatibilità un lessema è sostituibile nel discorso dal lessema con cui instaura la data relazione,
esistono
relazioni semantiche in cui ciò non può avvenire
-fra i rapporti di incompatibilità semantica va menzionata l’antonimia: sono antonimi due lessemi di significato contrario nel senso che designano
i poli opposti di una scala, i due estremi di una dimensione graduale
-il criterio per stabilire che due termini siano antonimi si può formulare così: x è antonimo di y se x implica non-y, ma non-y non implica x;
ad esempio alto/basso, essere alto implica non essere basso, ma non essere basso non implica essere alto
-due altre relazioni di incompatibilità sono la complementarità e l’inversione
-sono complementari due lessemi di cui uno è la negazione dell’altro: x implica non-y e non-y implica x (vivo/morto, maschio/femmina)
-sono inversi due lessemi di significato relazionale che esprimono la stessa relazione semantica vista da due direzioni opposte, secondo la
prospettiva dell’una o dell’altra parte: dare/ricevere, comprare/vendere (se x dà y a z, è anche che z riceve y da x)
 Insiemi lessicali
-è possibile individuare insiemi o sottoinsiemi lessicali, gruppi di lessemi che costituiscano complessi organizzati, in cui ogni elemento è unito agli
altri da rapporti di significato
-il concetto più noto e più usato è quello di campo semantico; esso è un termine polisemico, usato a volte con valori diversi rispetto a quello più
tecnico che stiamo definendo: per esempio si può trovare “campo semantico” per indicare l’insieme dei significati che un certo lessema può
assumere
-un campo semantico è comunque l’insieme dei lessemi che coprono le diverse sezioni di un determinato spazio semantico, le partizioni
codificate
di una data sostanza di significato: ogni termine corrisponde a una delle sezioni in cui lo spazio semantico in oggetto è suddiviso in una data
lingua
-con maggiore precisione tecnica si può definire un campo semantico come l’insieme di coiponimi diretti di uno stesso sovraordinato, vale a dire
l’insieme dei lessemi che hanno tutti uno stesso iperonimo immediato: ad esempio gli aggettivi di età, i termini di colore, i termini di parentela, i
nomi di felini, i verbi di movimento
-una nozione più generica rispetto a quella di campo semantico è quella di sfera semantica, termine con il quale si può designare ogni insieme di
lessemi che abbiano in comune il riferimento a un certo ambito semantico: ad esempio l’insieme delle parole della moda o della musica
-le sfere semantiche per la loro natura sono in parziale sovrapposizione fra loro, e contengono sempre numerosissimi termini
-una famiglia semantica è un insieme di lessemi imparentati nel significato e imparentati nel significante; si tratta dell’insieme delle parole
derivate da una stessa radice lessicale
-una gerarchia semantica è invece costituita da un insieme in cui ogni termine è una parte determinata di un termine che nell’insieme lo segue in
una certa scala di misura: i nomi delle unità di misura del tempo (secondi, minuti, ore)
-il rapporto semantico che sta alla base di questo tipo di sottosistema lessicale è quello della parte al tutto, cioè la meronimia
-molti lessemi sono suscettibili di assumere significati traslati che si allontanano dal normale significato primario; i processi su cui si basano tali
spostamenti di significato sono la metafora, fondata sulla somiglianza concettuale: “coniglio” per indicare una persona molto paurosa; e la
metonimia, fondata sulla contiguità concettuale: “bottiglia” come liquido contenuto in una bottiglia
 Cenni di semantica frasale
-un enunciato è una frase considerata dal punto di vista del suo concreto impiego in una situazione comunicativa, come segmento di discorso in
atto; è dunque il corrispettivo nel quadro dell’uso della lingua, della frase, unità del sistema linguistico
-elementi cruciali per l’interpretazione del valore degli enunciati sono i connettivi, come molte congiunzioni coordinanti e subordinanti che
hanno
spesso il valore di operatori logici: “e” è operatore di congiunzione, “o” di disgiunzione
-così, funzionano da operatori logici i quantificatori (tutti, nessuno, ogni, qualche) e la negazione
-ricerche di semantica hanno messo in evidenza la questione della composizionalità del significato, vale a dire dell’importanza dell’interazione fra
i significati e le proprietà semantiche dei singoli lessemi negli enunciati
-Pustejovsky un autore che esamina il significato lessicale secondo una prospettiva generativista, mirata a prevedere in maniera dinamica le
modifiche che un significato di base di un lessema può assumere nel contesto linguistico in cui è attivato, ha individuato 4 principi
-il primo principio è la composizione: il significato della frase è la somma dei significati di base di ogni singolo elemento (Gianni mangia una
mela=
Gianni + mangia + una + mela)
-il secondo principio è la co-composizione, in base a cui il significato degli argomenti di un verbo contribuisce a definire il significato del verbo: in
“Gianni ha cotto la carne” e “Gianni ha cotto il pane”, “cuocere” indica rispettivamente un’attività che porta a un cambiamento di stato e
un’attività che porta alla produzione di qualcosa
-il terzo principio è chiamato coercizione e riguarda i casi in cui è il significato del verbo a condizionare il significato di un suo argomento: in “ho
comprato un nuovo libro” e “ho iniziato un nuovo libro”, libro assume rispettivamente il significato di oggetto fisico e di testo scritto
-abbiamo infine il legamento selettivo, in cui un nome seleziona e determina il valore di un aggettivo dal significato non specifico: in “un treno
veloce” veloce significa “che va velocemente”, mentre in “un lavoro veloce” significa “che si esegue rapidamente”
 Elementi di pragmatica
-il significato pragmatico riguarda che cosa si fa, con la produzione di un enunciato, e chiama in causa l’intenzionalità del parlante
-in questa visuale, la lingua è studiata come modo d’agire e non come sistema di comunicazione: il criterio di analisi è “che cosa si fa, che azione
si
compie quando si dice qualcosa?”
-gli enunciati prodotti nella normale interazione verbale costituiscono, da questo punto di vista, degli atti linguistici
-un atto linguistico è l’unità di base dell’analisi pragmatica, e consta di tre distinti livelli o componenti
-produrre un enunciato equivale a fare contemporaneamente tre cose distinte, a compiere tre atti in uno:
1. Un atto locutivo, che consiste nel formare una frase in una data lingua, una proposizione con la sua struttura fonetica, grammaticale,
lessicale: “Gianni scappa” come struttura SN + SV costituita da due parole fatte di certi fonemi, e con un suo significato denotativo, ecc
2. Un atto illocutivo che consiste nell’intenzione con la quale e per la quale si produce la frase, nell’azione che si intende compiere
proferendo quell’enunciato: “Gianni scappa” nel suo valore di “dare un’informazione, descrivere, fare un’affermazione”
3. Un atto perlocutivo che consiste nell’effetto che si vuol provocare nel destinatario del messaggio, nel risultato concreto effettivamente
ottenibile da un enunciato prodotto in una determinata situazione: “Gianni scappa” può avere l’effetto di “allarme alla polizia”,
“chiamata di soccorso”
Capitolo 6 Le lingue del mondo
 Le lingue del mondo
-numero minimo di 2200 lingue storico-naturali, a un numero più che triplo
-il sito “Languages of the world” del Summer Institute of Linguistics di Dallas, censisce a settembre 2016 più di 7000 lingue
-è tutt’altro che semplice stabilire se diverse parlate tra loro simili sono da considerare varietà o dialetti di una stessa lingua, oppure sono lingue
a
sè stanti
-bisogna tenere conto non solo della lingua nazionale comune, ma anche delle lingue delle minoranze parlate da gruppi più o meno consistenti di
parlanti in alcune aree o areole del paese
-in Italia è dubbio lo statuto dei vari dialetti italiani, che avrebbero le carte in regola per essere considerati sistemi linguistici a sé stanti, autonomi
rispetto all’italiano e non sue semplici varietà
-se li calcoliamo ciascuno come lingua a sé, arriviamo ad almeno una trentina di lingue indigene presenti in Italia
-anche le lingue romanze o neolatine, derivate dal latino, vengono considerate ciascuna una lingua a sé stante, mentre in altri gruppi linguistici
sistemi con una distanza strutturale del tutto analoga a quella fra le diverse lingue romanze vengono a volte considerati varietà della stessa
lingua
-le lingue del mondo sono alcune migliaia; la maniera principale per mettere ordine in questo coacervo di sistemi linguistici consiste nel
raggrupparli
in famiglie secondo criteri di parentela genealogica, che si basano sulla possibilità di riportare le lingue ad un antenato comune
-un metodo semplice è quello basato sul cosiddetto lessico fondamentale: un insieme di circa 200 termini designanti nozioni comuni da
considerare
non esposti a interferenze fra le lingue e quindi diagnostici per il lessico ereditario indigeno
-l’assunzione di base è che se per questi termini troviamo lo stesso o simile significante vorrà dire che questo rimanda a una forma originaria
condivisa, e che quindi le lingue che le presentano hanno un antenato comune
-la ricostruzione linguistica (la descrizione di stadi precedenti di una lingua non documentati), la comparazione fra le lingue e il riconoscimento di
parentele più o meno strette rappresentano un compito assai più complesso, basato non solo sulle somiglianze dei significanti, ma anche su
affinità e differenze lessicali, morfologiche e sintattiche
-si deve tenere conto anche delle culture che le lingue rappresentano
-un ruolo importante nella linguistica comparata e ricostruttiva e per il riconoscimento delle famiglie linguistiche e delle loro articolazioni interne
è svolto dalle leggi fonetiche
-l’italiano ha stretti rapporti di parentela con tutte le lingue provenienti dalla comune base del latino, e costituisce assieme a queste il ramo delle
lingue romanze (o neolatine) che comprende: italiano, francese, spagnolo castigliano, portoghese, romeno e altre lingue minori come gallego,
catalano, provenzale… nonché svariate varietà dialettali
-il ramo romanzo, assieme ad altri rami con cui le lingue romanze hanno una parentela come le lingue germaniche (tedesco, inglese,
neerlandese,
svedese, norvegese, danese), le lingue slave (russo, polacco, serbo-croato, sloveno, ucraino, ceco, bulgaro, macedone), le lingue baltiche
(lituano,
lettone), le lingue celtiche (bretone, gaelico, gallese), le lingue indoarie (hindi, bengali, singalese, nepali), le lingue iraniche (persiano, curdo) e
tre
lingue isolate (il neo greco, l’albanese e l’armeno), forma la grande famiglia delle lingue indoeuropee
-il livello della famiglia rappresenta il più alto livello di parentela ricostruibile con i mezzi della linguistica storico-comparativa
-all’interno di una famiglia di lingue si possono riconoscere dei rami o sottofamiglie, che a loro volta si possono dividere in gruppi a seconda del
grado sempre più stretto di parentela fra le lingue
-l’italiano si può classificare come una lingua del sottogruppo italo-romanzo del gruppo occidentale
-la linguistica comparativa riconosce oggi fino a un massimo di 18 famiglie linguistiche, più alcune lingue singole isolate, di cui non si è riusciti a
provare la parentela con altre lingue
-a queste andrebbero aggiunte alcune decine di lingue pidgin e creole, nate dall’incontro e mescolanza in situazioni particolari di lingue per lo più
tra loro assai diverse e distanti
-un pidgin, sistema linguistico semplificato che non ha parlanti nativi, si sviluppa in un creolo quando diventa lingua materna in una comunità; fra
i pidgin più noti vi sono il tok pisin (parlato in Papua Nuova Guinea), il WAPE (West African Pidgin English, parlato in Nigeria, Camerun, Ghana), il
Chinese Pidgin English (parlato un tempo in località della Cina meridionale), il russenorsk (parlato sulle coste del Mare Artico), il fanakalo o
fanagalò
(parlato in Sudafrica, Namibia, Zimbawe)
-fra i creoli: lo sranan (Suriname), il krio (Sierra Leone), il giamaicano (Giamaica), il creolo haitiano (Haiti), il mauriziano (isola di Maurituis), il
seicellese (isole Seychelles)
-delle migliaia di lingue esistenti, soltanto alcune decine possono essere considerate grandi lingue, con un numero sostanzioso di parlanti
-secondo stime relative al 2003, risultavano esserci al mondo 64 lingue con più di 10 milioni di parlanti nativi, e 125 con più di 3 milioni
-per parlanti nativi di una lingua si intendono i parlanti di una lingua che hanno imparato quella lingua nella socializzazione primaria e quindi la
possiedono come lingua materna
-molte lingue si stanno estinguendo: si calcola che a inizio del terzo millennio circa il 20% delle lingue esistenti al mondo siano in imminente
pericolo
di scomparsa
-occorre tener conto che il dato demografico, il numero dei parlanti, è solo uno dei criteri coi quali giudicare dell’importanza delle lingue: sono
forse più rilevanti criteri come: il numero di paesi e nazioni in cui una lingua è lingua ufficiale; l’impiego della lingua nei rapporti internazionali,
nella scienza, nella tecnica, nel commercio; l’importanza politica e il peso economico dei paesi dove la lingua è parlata; la tradizione letteraria e
culturale e il relativo prestigio di cui gode la lingua; l’insegnamento della lingua nella scuola come lingua straniera
-dal punto di vista demografico ha molto peso anche il numero dei parlanti non nativi, che parlano una certa lingua come lingua seconda o
straniera
-in Europa sono tradizionalmente parlate lingue di 5 diverse famiglie linguistiche: oltre alle lingue indoeuropee, troviamo: lingue uraliche del
ramo
ugrofinnico (l’ungherese, il finlandese, l’estone, il lappone, il mordvino); lingue altaiche (il turco, il tataro); lingue caucasiche (il georgiano, il
ceceno); lingue semitiche (ramo della famiglia afro-asiatica: il maltese, che ha grammatica semitica ma parte del lessico di provenienza italo-
siciliana); oltre a una lingua isolata, il basco
 Tipologia linguistica
-più interessante è la classificazione delle lingue secondo una prospettiva tipologica
-la tipologia linguistica si occupa di individuare che cosa c’è di uguale e che cosa c’è di differente nel modo in cui, a partire dai princìpi generali
che
governano le lingue possibili, le diverse lingue storico-naturali sono organizzate e strutturate
-la tipologia è connessa con lo studio degli universali linguistici, proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue sia sottoforma di invarianti
possedute dalle lingue in quanto tali sia sotto forma di un repertorio di possibilità a cui le lingue si rifanno in maniera diversa l’una dall’altra
-un universale può trovare il suo fondamento nelle proprietà che caratterizzano il linguaggio verbale umano come sistema semiotico o nelle
restrizioni connesse alla base materiale, fisica del linguaggio, ma anche essere frutto dell’osservazione empirica
-nel primo caso, un universale dipende dall’assioma “non può esistere una lingua senza X”, nel secondo caso un universale discende dalla
constatazione “tutte le lingue note possiedono X”
-sulla base di tratti strutturali comuni si possono classificare le lingue dal punto di vista della loro appartenenza a tipi diversi e della somiglianza
relativa della loro organizzazione strutturale
-un tipo linguistico si può definire come un insieme di tratti strutturali correlati gli uni con gli altri; in concreto equivale a un raggruppamento di
sistemi linguistici aventi molti caratteri comuni
-“tipo” è un concetto molto idealizzato, a un livello più alto di astrazione che non “sistema”: una singola lingua non corrisponde mai totalmente a
un tipo particolare e in genere in una lingua determinata si trovano assieme a caratteristiche tipologiche prevalenti di un tipo, anche caratteri
propri di altri tipi
-un sistema linguistico realizza un certo tipo linguistico, mescolando a questo caratteri di altri tipo linguistici ideali
 Tipologia morfologica
-un primo modo di individuare tipi linguistici diversi e di classificare tipologicamente le lingue è basato sulla morfologia, e più precisamente sulla
struttura della parola
-a seconda di com’è fatta una parola in una data lingua, del rapporto che c’è fra parole e morfemi e del tipo e natura dei morfemi che
costituiscono
le parole, si distinguono 4 tipi morfologici fondamentali di lingua
-un primo tipo morfologico è dato dalle lingue isolanti; è isolante una lingua in cui la struttura della parola è la più semplice possibile: ogni parola
è tendenzialmente costituita da un solo morfema (la radice lessicale), e dunque il rapporto morfemi-parole (detto indice di sintesi) è
generalmente
1:1
-l’indice di sintesi, che rappresenta il numero di morfemi per parola, si ottiene dividendo in un dato testo il numero dei morfemi per il numero
delle parole; più basso è tale indice in un qualunque testo in quella lingua, e più quindi il numero dei morfemi tende a coincidere con quello
delle
parole, più la lingua è detta analitica; al contrario, più è alto l’indice, più la lingua è sintetica
-il nome isolanti si giustifica col fatto che, approssimativamente, tali lingue non solo isolano in blocchi unitari inscindibili le singole parole, ma
anche esprimono spesso significanti complessi scindendoli, isolandoli, in lessemi semplici giustapposti
-le lingue isolanti non presentano tendenzialmente morfologia flessionale, e hanno poca o nulla morfologia derivazionale
-i significati e valori di varia natura codificanti nelle lingue di altro tipo dalla morfologia sono, nelle lingue isolanti, affidati al lessico
-nel tipo isolante le parole sono anche spesso monosillabiche
-sono riportabili a questo tipo e vengono classificate come lingue isolanti: il vietnamita, il cinese, il thailandese, l’hawaiano…
-l’inglese presenta alcuni caratteri di lingua isolante, grazie soprattutto alla morfologia flessionale assai ridotta che possiede; i morfemi flessionali
dell’inglese non raggiungono propriamente la decina: il suffisso del plurale dei sostantivi, i suffissi del comparativo di maggioranza e del
superlativo
relativo, la terza persona del presente, le marcature (mediante suffissi o modifiche della radice) del passato e del participio passato, il suffisso
del
participio presente -ing…
-un secondo tipo morfologico è dato dalle lingue agglutinanti; è agglutinante una lingua in cui le parole hanno una struttura complessa, sono
formate dalla giustapposizione di più morfemi, che danno luogo a una catena di morfemi anche lunga; tali lingue presentano un alto indice di
sintesi, spesso attorno o superiore a 3:1
-inoltre, nelle lingue agglutinanti i morfemi di solito hanno un valore univoco e una sola funzione: ogni affisso marca biunivocamente solo una
categoria grammaticale
-sono lingue agglutinanti: il turco, l’ungherese, il finlandese, il basco, il giapponese…
-in una lingua agglutinante le parole possono essere anche molto lunghe e sono costituite da una radice lessicale
-un terzo tipo morfologico è dato dalle lingue flessive (o fusive); sono flessive le lingue che presentano parole internamente abbastanza
complesse,
costituite da una base lessicale semplice (una radice) o derivata e da uno o anche più affissi flessionali che spesso sono morfemi cumulativi,
veicolando ciascuno più valori grammaticali assieme e assommando diverse funzioni
-rispetto alle lingue agglutinanti, hanno un indice di sintesi minore; le parole hanno una struttura meno complessa e sono composte da una
catena meno lunga di morfemi; ma per converso vi sono molti fenomeni di allomorfia e di fusione, che amalgamano spesso i singoli morfemi e li
rendono non ben separati e identificabili con qualche difficoltà
-l’analisi morfematica delle lingue flessive è resa a volte disagevole dal fatto che non sono rari fenomeni di omonimia, sinonimia e polisemia di
morfemi: nel complesso, la morfologia di queste lingue presenta molte irregolarità e idiosincrasie
-proprio per la caratteristica di riunire più significati su un solo morfema flessionale e di fondere assieme i morfemi rendendo spesso poco
trasparente la struttura interna della parxola, tali lingue vengono anche chiamate fusive; mentre il termine flessive si riferisce alla presenza in
esse
di molta morfologia flessionale che da luogo a più forme flesse della stessa parola: le parole si presentano nelle frasi tipicamente in una forma
flessa, che modula in un certo senso la radice lessicale
-sono lingue flessive in genere le lingue indoeuropee, quindi le principali lingue parlate in Europa
-nel tipo morfologico flessivo si distingue un sottotipo introflessivo, caratterizzato dal fatto che i fenomeni di flessione avvengono anche dentro la
radice lessicale: i morfemi flessionali ed eventualmente derivazionali sono in parte dei transfissi vocalici che si inseriscono all’interno di una base
discontinua triconsonantica, intercalandosi fra le consonanti di questa; esempio tipico di lingua introflessiva è l’arabo
-il quarto tipo morfologico, quello polisintetico; le lingue polisintetiche sono quelle che hanno la struttura della parola più complessa
-come le lingue agglutinanti, hanno la parola formata da più morfemi attaccati assieme, ma presentano la peculiarità che in una stessa parola
compaiono due o più radici lessicali, morfemi pieni
-le parole di queste lingue tendono a corrispondere spesso a ciò che nelle altre lingue sarebbero delle frasi intere: all’opposto delle lingue
isolanti,
le lingue polisintetiche realizzano nella morfologia valori semantici che di solito sono affidati al lessico
-l’indice di sintesi medio nelle lingue polisintetiche è 4:1 o superiore
-rispetto alle lingue agglutinanti, le lingue polisintetiche presentano fenomeni di fusione che rendono poco trasparente la struttura della parola,
come nel tipo flessivo
-sono lingue polisintetiche molte lingue amerinde (le lingue del gruppo eschimese), quelle della famiglia paleosiberiana, molte lingue australiane
-poiché in molte di queste lingue si vengono ad avere parole nella cui struttura si trovano una radice verbale e la radice nominale che in una
proposizione rappresenterebbe il complemento oggetto o un complemento diretto di questa, le lingue polisintetiche sono a volte anche
chiamate
incorporanti
-passando dal tipo linguistico isolante a quello polisintetico vi è un progressivo complicarsi della struttura della parola: le lingue isolanti sono
lingue
tipicamente analitiche (che spezzano il contenuto da codificare e trasmettere in blocchi unitari semplici), le lingue agglutinanti e ancora più le
lingue polisintetiche sono lingue sintetiche (che sintetizzano assieme più blocchi di contenuto, ottenendo entità complesse)
-il tipo flessivo o fusivo occupa da questo punto di vista una posizione intermedia tra l’analiticità e la sinteticità
-l’italiano è una lingua flessiva; in certi settori della formazione delle parole troviamo la presenza di fenomeni o meccanismi degli altri tipi
morfologici: isolante, come in auto civetta; agglutinante, come nei cumuli di suffissi e/o prefissi: ristrutturazione, probabilisticamente;
polisintetico: capostazione, retrocederemmo
 Tipologia sintattica
-un secondo criterio per classificare le lingue è basato sulla sintassi e sull’ordine basico dei costituenti principali della frase, quello che si ha nelle
frasi dichiarative canoniche
-i costituenti sintattici fondamentali della classificazione tipologica sono quelli che realizzano il soggetto, il verbo o predicato verbale e il
complemento oggetto o complemento diretto
-dal punto di vista delle possibilità teoriche di combinazione, sono possibili sei ordini diversi: SVO, SOV, VSO, VOS, OVS, OSV
-l’italiano, come tutte le altre lingue romanze, è lingua SVO
Capitolo 7 Mutamento e variazione nelle lingue
-La lingua lungo l’asse del tempo
 Il mutamento linguistico
-una proprietà empiricamente molto evidente delle lingue quando le si considera come entità calate negli usi di una concreta comunità sociale, è
costituita dalla variazione
-una lingua si presenta sotto forme diverse e mostra sempre un rilevante ammontare di possibilità e modi diversi di realizzazione delle unità del
sistema
-tale differenziazione che si manifesta in ogni lingua è visibile lungo l’asse del tempo, nella diacronia
-ogni lingua conosce cambiamenti nel suo lessico e nelle sue strutture in relazione al passare del tempo e alle modificazioni che parallelamente
avvengono nella storia della cultura e della società; le strutture e i paradigmi si modificano
-all’insieme di tali cambiamenti si dà il nome di mutamento linguistico e il settore della linguistica che si occupa del mutamento è la linguistica
storica
-un mutamento per essere completamente avvenuto richiede lo spazio di più di una generazione
-cambiamenti locali multipli in parti diverse del sistema possono sommarsi e ingrandire le differenze fra uno stato di lingua e l’altro, al punto tale
che ad un certo momento, quando uno stato di lingua risulti così cambiato rispetto ai precedenti da non essere più riconoscibile dai parlanti, si è
in presenza di una nuova lingua
-il meccanismo dei mutamenti segue una trafila che inizia con un’innovazione e prosegue con una fase in cui l’innovazione si diffonde e
l’elemento
innovante coesiste nel sistema con l’elemento preesistente
-l’innovazione può essere accettata dalla comunità parlante ed avere successo fino a soppiantare totalmente l’elemento vecchio
-ogni cambiamento significativo nell’ambiente, nell’evoluzione economica, nello sviluppo socioculturale può essere un fattore extralinguistico,
una
causa esterna scatenante di mutamenti linguistici, comprese la decadenza, estinzione o morte di una lingua
-una lingua muore quando non ha più parlanti e nell’uso di una comunità viene sostituita totalmente da un’altra lingua
-spesso la lingua che si estingue lascia tracce sulla lingua che subentra: si tratta di fenomeni di sostrato; sostrato è il termine che si impiega per
indicare l’influenza di una lingua precedente sulla lingua successiva in una comunità parlante
-fattori interni del mutamento linguistico sono sia le tendenze del sistema a regolarizzare, acquistare coerenza e simmetria, ottimizzare le
strutture,
sia le operazioni inconsce del parlante volte a semplificare, sia nella produzione, sia nella ricezione le strutture della lingua
-l’economia del sistema e l’agevolezza di processazione da parte del parlante si ritrovano in molti dei fenomeni concreti del mutamento
linguistico
-i singoli mutamenti che avvengono sembrano seguire una logica interna, un percorso dinamico che collega i vari mutamenti nei diversi settori
della lingua
-tale direzione tendenziale del mutamento linguistico è stata chiamata deriva (drift)
 Fenomeni del mutamento
-i simboli > e < valgono in linguistica storica a “diventa/dà luogo a” e “proviene da”
-la forma che sta dal lato aperto della freccia è l’etimo, vale a dire la forma originaria più antica da cui la forma attuale o più recente proviene
-nel mutamento fonetico, sono molto frequenti fenomeni di assimilazione: due foni articolatoriamente diversi nel corpo della parola tendono a
diventare simili o uguali mediante l’acquisizione da parte di uno dei foni o di uno o più tratti comuni con l’altro fono
-l’assimilazione avviene frequentemente nei nessi consonantici: lat. nocte(m) > ital. notte
-è un caso di assimilazione anche la cosiddetta palatizzazione delle consonanti velari davanti a vocali anteriori: la consonante velare si sposta
avanti
nello spazio articolatorio acquisendo il tratto di anteriorità della vocale che la segue (lat. gente(m) [‘gente] > ital. gente [‘dȝente]
-l’assimilazione può avvenire anche tra foni non contigui nella catena parlata, come nella metafonia, termine che indica la modificazione del
timbro
di una vocale interna per effetto della vocale finale
-esiste anche il fenomeno contrario all’assimilazione, la dissimilazione, differenziazione tra foni che si ha quando due foni simili o uguali non
contigui in una parola diventano diversi: lat. venenu(m) > ital. veleno, con dissimilazione regressiva delle due [n] dell’etimo latino;
-altri fenomeni di mutamento fonetico, frequenti anche nel passaggio dal latino alle lingue romanze sono:
1. la metatesi, spostamento dell’ordine dei foni di una parola: spag. peligro “pericolo” < lat. periculu(m) con inversione della posizione di r e l
2. la soppressione o caduta di foni, in particolare di vocali, in una parola; queste possono avvenire in posizione interna, le aferesi: lat.
apotheca(m)
> ital. bottega; in posizione interna, sincope: lat. domina(m) > ital. donna; in posizione finale, apocope: lat- civitate(m) > ital. città
3. l’inserzione o aggiunta di foni: epentesi, nel copro di una parola (lat. baptismum > ital. battesimo); protesi, all’inizio (lat. statum > spag.
estado);
epitesi, alla fine (lat. cor > ital. cuore)
-in linguistica storica hanno avuto molta importanza le leggi fonetiche, su cui si è basata la linguistica di fine 800 per ricostruire nei dettagli, le
parentele fra le lingue e la loro classificazione in famiglie, rami, gruppi
-per leggi fonetiche si intendono mutamenti fonetici regolari che nell’evoluzione delle lingue toccano intere serie di parole, nelle quali un fono si
trasforma sistematicamente in un altro fono
-i mutamenti fonetici-fonologici possono anche consistere in spostamenti a catena, che coinvolgono intere serie di foni o fonemi; fra gli esempi
più noti di mutamento a catena vi sono le cosiddette rotazioni consonantiche
-la prima di queste (nota come legge di Grimm) riguarda il passaggio delle occlusive sorde a fricative sorde, delle occlusive sonore a occlusive
sorde
e delle occlusive sonore aspirate a occlusive o fricative sonore, e caratterizza il ramo germanico delle lingue indoeuropee rispetto agli altri rami
-la seconda rotazione consonantica caratterizza l’evoluzione del tedesco fra le lingue germaniche: le occlusive sorde p, t, k diventano affricate in
inizio parola e in posizione postconsonantica (“zehn”, “Herz” rispetto a “ten”, “heart” dell’inglese), e fricative in posizione postvocalica
(“Wasser”
contro “water”)
-i fenomeni più rilevanti nel mutamento sintattico concernono di solito l’ordine dei costituenti; il mutamento sintattico coincide quindi spesso
con
un mutamento tipologico
-nella semantica lessicale, il mutamento si manifesta in primo luogo come arricchimento del lessico, vale a dire con l’ingresso nell’inventario dei
lessemi di una lingua di nuove unità (neologismi); l’arricchimento del lessico può avvenire con materiali e mezzi interni alla lingua, utilizzando
meccanismi di formazione di parola a partire da lessemi già esistenti
-spesso quello che cambia è l’area semantica coperta da una parola, così si hanno estensioni o generalizzazioni (lat. domina “signora, padrona di
casa” > ital. donna), o al contrario restringimenti (lat. domus “casa” > ital. duomo)
-ci sono anche mutamenti semantici per tabuizzazione che riguardano l’interdizione di parole relative a determinate sfere semantiche e ai
concetti
a esse attinenti, che vengono sostituite da altre parole di significato non diretto (dette eufemismi)
 La variazione sincronica
-la proprietà di variare insita nella lingua è altrettanto evidente in sincronia, in un dato periodo temporale
-la lingua si adatta a tutti i vari contesti e permette di esprimere anche significati sociali e valore simbolici di varia natura
-la ragione ultima della variazione linguistica sta quindi nel suo essere funzionale ai diversi bisogni comunicativi e più ampiamente sociali a cui
per
i suoi parlanti una lingua deve rispondere in un certo periodo storico in una certa comunità
-la variazione interna della lingua è il campo specifico di azione della sociolinguistica; la sociolinguistica, che presuppone la descrizione del
sistema
linguistico fornita dalla linguistica generale, studia che cosa accade quando un sistema linguistico è calato nella realtà concreta degli usi che ne
fanno i parlanti nelle loro interazioni verbali
-varietà di lingua è un concetto essenziale nella prospettiva sociolinguistica: una lingua si presenta o manifesta sempre, nei concreti usi
comunicativi in una certa comunità sociale, sotto forma di una determinata varietà
-dal punto di vista sociolinguistico una lingua va considerata come una somma di varietà
-dal punto di vista strettamente linguistico, una varietà di lingua è costituita da un insieme di varianti tra loro solidali (dotate dello stesso grado e
natura di marcatezza sociolinguistica, in quanto tendono a comparire assieme in contesti simili)
-una variabile sociolinguistica è un punto o un’unità del sistema linguistico che ammette realizzazioni diverse equipollenti (cioè che non mutano il
valore di quell’unità del sistema e non ne cambiano il significato) ciascuna delle quali è in correlazione con qualche fatto extralinguistico
-le differenti realizzazioni regionali di certi fonemi dell’italiano sono tutti esempi di variabili sociolinguistiche a livello fonologico
-a livello morfologico è una variabile sociolinguistica la forma del pronome clitico di terza persona obliquo (dativo): al singolare “gli” maschile,
“le”
femminile in italiano standard, “ci” in varietà non colte di italiano
-a livello lessicale possono essere considerate variabili sociolinguistiche le coppie o serie di lessemi sinonimici per quanto riguardo il significato
denotativo ma collegati a diversi ambiti di uso della lingua: per designare il significato denotativo “genitore di sesso maschile” si possono trovare
padre/papà/babbo; padre è formale e neutro, papà è di usi informali e affettivi, babbo è dell’italiano di Toscana e in parte Emilia
 Repertori linguistici
-l’insieme delle varietà di lingua presenti presso una certa comunità sociale costituisce il repertorio linguistico di quella comunità
-le varietà che formano il repertorio possono essere varietà della stessa lingua, o varietà di più lingue diverse: si hanno quindi repertori
monolingui
e repertori plurilingui
-una lingua standard è una lingua codificata, dotata di una norma prescrittiva, con un repertorio di manuali di riferimento
-dialetto è un concetto meno univoco; il termine viene utilizzato per designare casi di almeno due tipi diversi
-possono essere dialetti sistemi linguistici strettamente imparentati con la lingua standard, ma aventi una loro struttura e storia autonoma: è il
caso dei dialetti italiani che non sono propriamente varietà diatopiche dell’italiano, ma sono per così dire lingue sorelle dell’italiano
-possono ugualmente essere dialetti varietà risultanti dalla diversificazione su base territoriale di una certa lingua dopo che questa si è diffusa in
un paese (è il caso dei dialetti inglesi d’America)
-in un repertorio spesso vi sono anche lingue di minoranza: queste sono per lo più varietà di lingua non imparentate con la lingua standard e
rappresentanti una cultura e una tradizione etnica diverse da quella ridotta rispetto al resto della popolazione del paese, che costituiscono
minoranze linguistiche
-in Italia esistono tre minoranze linguistiche ufficialmente riconosciute fin dalla fine della seconda guerra mondiale: tedescofona in Alto Adige/
Sudtirol; francofona in Valle d’Aosta; slovena in provincia di Trieste e Gorizia
 Il contatto linguistico
-fra i principali fenomeni e conseguenze del contatto linguistico vanno menzionati l’interferenza e i prestiti
-la nozione di interferenza riguarda l’influenza e l’azione che un sistema linguistico può avere su un altro; consiste nel trasporto di materiali
linguistici (elementi, parole, regole, tratti, costrutti, categorie) da una lingua ad un’altra
-quando ciò che viaggia da una lingua a un’altra è materiale linguistico di superficie (fonemi, morfemi, parole, locuzioni) e in particolare quando
si
tratta di elementi lessicale, si parla di prestito
-l’uso dei prestiti, elementi del lessico presi da un’altra lingua, non necessariamente implica il bilinguismo dei parlanti
-i prestiti subiscono quasi sempre un adattamento nella fonetica e non raramente nella morfologia e nel significato, diventando così integrati
nella
lingua che li accoglie
-quando ciò che passa da una lingua a un’altra non è una parola o espressione nei suoi aspetti formali, ma il suo significato, o la sua struttura
interna, resi con mezzi propri della lingua ricevente, si parla di calchi: ferrovia riproduce il tedesco “Eisenbahn” letteralmente “strada di ferro”,
grattacielo dall’inglese “sky-scraper” letteralmente “raschiatore del cielo”

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