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Vanessa Montfort

Donne che comprano fiori


Traduzione di Enrica Budetta
Titolo dell’opera originale
MUJERES QUE COMPRAN FLORES

Traduzione dallo spagnolo di


ENRICA BUDETTA

© 2016, Vanessa Montfort


© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
by arrangement with Il Caduceo Agenzia Letteraria
and Antonia Kerrigan Agencia Literaria
Prima edizione digitale 2017
da prima edizione ne “I Narratori” giugno 2017

La traduzione di Il gatto in un appartamento vuoto è tratta da


Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), a c. di P.
Marchesani, Adelphi, Milano 2009, pp. 523, 525.
© 2009 Wisława Szymborska
© 2009 Adelphi Edizioni S.p.A. Milano
La traduzione di Don Giovanni di Lord Byron è di V. Betteloni, I.E.I., Milano.
La traduzione delle righe conclusive della lettera di Don Chisciotte a Dulcinea è tratta da
M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, a c. di L. Falzone, Garzanti, Milano 2000,
vol. I, p. 199.
La traduzione dei versi di atto V, scena 5 di Macbeth è tratta da
W. Shakespeare, Macbeth, a c. di A. Lombardo, Feltrinelli, Milano 2016, p. 183.

Ebook ISBN: 9788858828823

In copertina: elaborazione dell’Ufficio grafico Feltrinelli da © Getty Images.

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
A Isa Borastero,
fata madrina di tutte noi
Con la libertà, i fiori, i libri e la
luna,
chi non sarebbe perfettamente
felice?
Oscar Wilde
Donne che comprano fiori

In un piccolo quartiere del centro di Madrid, popolato da attori, personaggi


all’avanguardia di ogni genere, coppie senza figli, deputati ambidestri che
condividono un vermut tra una seduta e l’altra; in questo microcosmo con il
suo Cristo miracoloso, la sua setta distruttiva, le sue muse, i suoi teatri e le sue
piccole gallerie, le sue manifestazioni quotidiane, le sue frasi di scrittori
famosi calpestate dai turisti, i vecchi abitanti, i ciclisti militanti, i jazzisti e gli
archeologi che cercano scrupolosamente le ossa di Cervantes... in questo
quartiere ci sono anche cinque donne che comprano fiori.
All’inizio nessuna lo fa per se stessa: una lo fa per il suo amore segreto, una
per il suo ufficio, la terza per dipingerli, un’altra per le sue clienti, un’altra
ancora... per un morto. Quest’ultima sono io e questa, suppongo, è la mia
storia.
Olivia è il nome di un angelo

Nel quartiere non c’era nessuno che fosse d’accordo quando si trattava di
stabilire da quanto tempo fosse lì. Chiesi ai camerieri della taverna La
Dolores e loro mi assicurarono che era da poco, invece quelli di Casa Alberto
erano sicuri che fosse lì da sempre. Ciò su cui concordavano tutti era che il
Giardino dell’Angelo era un negozio di fiori e si chiamava così da almeno
duecento anni, forse perché in quel posto ce n’era sempre stato uno e i vari
proprietari semplicemente si passavano il testimone. Quando Olivia fosse
andata via, sarebbe arrivato un altro angelo con un’altra missione. Era chiaro.
A chiunque lo si chiedesse, per gli abitanti del quartiere era come se Olivia
fosse sempre stata lì e quel cancello e i suoi fiori fossero sbocciati intorno a
lei a un certo punto del Ventesimo secolo. Cosa o chi fosse stata in precedenza
era difficile stabilirlo. Non lo sapeva nessuno. Oppure quelli che lo sapevano
proteggevano la sua intimità e il suo segreto. Nessuno sapeva se il negozio di
fiori fosse suo o affittato. Alcuni vociferavano che fosse stata una ricca ed
eccentrica ereditiera. Altri credevano che fosse l’amante di un uomo illustre o
forse un’attrice celebre che aveva raggiunto la fama all’estero. E in effetti
nella sua voce sbocciavano tracce di altri possibili paesi, come capita a chi
parla più di una lingua: le “s” le sibilavano tra i denti un po’ più del normale,
le vocali erano flautate come nei paesi francofoni, ma la sua pronuncia era
perfetta e la sua voce grave e serena come quella delle piante.

La prima volta che la vidi fu tre giorni dopo essere approdata nel quartiere.
Da quando avevo scoperto il Giardino dell’Angelo ci passavo davanti varie
volte al giorno, ma non mi decidevo mai a entrare. Il piccolo appartamento che
avevo affittato da poco mi opprimeva. Il caldo era insopportabile e rendeva
più intenso l’odore di pittura. Non avevo ancora l’aria condizionata e le
valigie piene e intatte mi facevano da tavolo e da sedia, oppure le usavo per
salirci quando non riuscivo ad arrivare alla manopola per chiudere il gas della
cucina. Perciò quelle passeggiate e la visione di quell’oasi mi aiutavano a
procurarmi la mia dose quotidiana di ossigeno.
Quella sera scesi in strada con addosso gli stessi vestiti con cui avevo fatto
le pulizie in casa: un paio di vecchi jeans, una canotta ancora più vecchia e le
ciabatte che usavo per uscire dalla doccia. Quando mi vidi nello specchio
dell’ascensore mi sembrò di essere tutta scolorita. Dalla scollatura si
vedevano le ossa che trasparivano sotto la pelle. I capelli neri e lisci erano
strozzati in una coda. Il viso era bianco, senza trucco; gli occhi gonfi per la
polvere.
Quando, trascinando i piedi, arrivai in piazza, mi sorprese trovare il negozio
ancora aperto. Era illuminato da lampadine colorate e piccole lanterne di carta
appese agli alberi che, insieme a un grillo che sembrava essersi installato su
un enorme olivo per tenere il suo concerto, regalavano alla scena un’atmosfera
da festa di paese. L’Olivo, robusto e centenario, occupava il centro del
giardino e ai suoi rami era appesa una rudimentale altalena di corda.
Superai il cancello con una certa circospezione seguendo un sentiero di
piastrelle di pietra con l’illusione che fossero gialle e con la segreta speranza,
adesso lo so, che alla fine di quel sentiero mi aspettasse il Mago di Oz. C’era
odore di terra bagnata. Tra le ombre dei rami e sotto un tendone bianco arrivai
a scorgere un tavolino di ferro battuto con sopra un calice di vino e un libro
aperto. La porta della serra era spalancata.
Quella fu la prima volta che la vidi. Perché tutte quelle cose erano già
Olivia. All’interno, un brano jazz anni quaranta accarezzava le foglie delle
piante, cullava le ceste di fiori appese, fuggiva via, sospinto dagli spruzzi
degli irrigatori. Qui e là farfalle colorate di cellofan che decoravano le
vetrate, acquerelli luminosi a tema floreale esposti in ogni angolo, contenitori
riciclati da altre vite con mazzi di fiori ai quali allora non sapevo dare un
nome. In fondo, dietro a una vetrata, una grande fontana antica di pietra
addossata al muro di mattoni a vista, al centro della quale la testa di uno strano
leone sputava acqua in una vasca piena di ninfee. In qualunque anfratto, con
qualunque pretesto, in quel negozio la vita sbocciava sotto forma di pianta.
Dal tetto spiovente pendevano decorazioni di vetro soffiato, corone intrecciate
con rami, fiori e pigne secche, messaggi allegri dipinti su cartelli di legno e un
bancone su cui erano esposte vecchie cartoline: il quartiere nell’Ottocento, nei
primi anni del Novecento, vecchi cartamodelli, quadri dei musei vicini, antichi
cartelloni del Teatro Español e di quello de la Comedia. Al centro, un libro
degli ospiti aperto su un messaggio in giapponese circondato da cuori. E un
altro libro foderato di velluto rosso sulla cui copertina era impresso un titolo:
Diario di campo.
Non riuscii a trattenermi. Lo aprii all’altezza della pagina dalla quale
spuntava il segnalibro di raso.
In lettere stilizzate, tracciate da una stilografica, un breve brano manoscritto
che si intitolava: Cicatrici.
“Mi sono sempre piaciute le persone che hanno delle cicatrici, come gli
alberi,” disse una voce alle mie spalle, che mi spinse a chiudere il libro di
scatto. “A dirla tutta non mi fido di quelli che, superati i quaranta, non ne
hanno neanche una.”
Mi voltai lentamente, senza dire nulla, con la stessa espressione di Capitán
dopo che si era affilato le unghie sul tappeto.
Dietro il bancone, mentre scostava una tendina a fili colorati che dava sul
retro, c’era lei, come se fosse appena entrata in scena.
Olivia possedeva quel tipo di bellezza che non aveva niente di
convenzionale: aveva trasformato la propria magrezza non voluta in eleganza,
compensava la mancanza di trucco con un semplice tocco di rosso sulle labbra
e anche i suoi vestiti consunti su di lei sembravano capi di alta moda. Uno stile
simile a quello delle donne che uscivano dalle fabbriche durante le due guerre
mondiali. Come tutte le vere dame aveva un’età indefinibile, anche se
sembrava sospesa tra i quaranta e i sessant’anni. Una Katharine Hepburn in
technicolor: alta e sottile, il busto lungo cinto da un vestito di seta con una
fantasia a foglie verdi e un paio di sandali di corda con un cinturino alla
caviglia. I capelli, raccolti in un semplice chignon alto, erano color mandarino
e davano l’impressione che fosse uscita da un vecchio fotogramma colorato a
mano.
“Mi aspettavo che fossi più giovane,” continuò con la sua voce rotonda,
cadenzata. “Non che sia un requisito preferenziale, intendiamoci: è solo che ti
avevo immaginato così.”
“Mi dispiace,” cercai di giustificarmi. Ma perché quella donna conosceva la
mia età?
A quel punto si portò un dito alle labbra sottili, vermiglie e un po’ rugose,
chiedendomi di fare silenzio. Mi si avvicinò. Un paio di occhi turchesi,
scintillanti, cercarono qualcosa nei miei, e poi con un cenno mi fece capire che
dovevo ascoltare. Adesso sembrava che il grillo del giardino fosse proprio lì
e il suo canto insistente facesse vibrare i vetri. Sorrise.
“Mia cara, tranquilla, la vita sporca ma non deturpa, anzi,” proseguì
sussurrando mentre mi prendeva per un braccio. “In fondo mi fa piacere che tu
non sia una ragazzina. La mia ultima aiutante mi ha mollato per un inglesino
abbrustolito dal sole che era venuto qui a fare l’Erasmus.”
Prese un enorme annaffiatoio rosso pieno d’acqua. Avanzammo guidate da
quel canto stridente mentre lei bagnava i vasi e si fermava ogni tanto come
cercando di individuare il nascondiglio dell’insetto.
“Vedrai,” proseguì avvolgendosi tra le dita una ciocca di capelli arancioni,
“la prova che sto per farti fare è molto semplice.”
“Una prova?” Mi allarmai.
Mi fece capire ancora una volta con un cenno del dito ossuto che dovevo
fare silenzio. Poi assunse un’espressione concentrata.
“È una domanda sola. E saprò se sei tu.” Fece una pausa teatrale. “Da
questo negozio di fiori passano uomini e donne che hanno bisogno di
comunicare un’emozione o inviare un messaggio per il quale non trovano le
parole: rispetto, gratitudine, ammirazione, disamore, perdita, amore, voglia di
festeggiare... Alcuni comprano fiori per una nascita e altri per una morte.
Alcuni li ordinano per smorzare la sobrietà dei loro uffici e altri per dare
allegria alle loro case. Alcuni li vogliono vivi, ancora attaccati alla terra, altri
morti o essiccati. In alcuni casi li preferiscono sul punto di aprirsi, perché
durino di più. E ad altri invece piacciono sul viale del tramonto, come le
margherite che iniziano a perdere i petali.” Il suo sguardo attraversò il vetro
della serra, dove il riflesso dei passanti assomigliava a una striscia lucida di
fotogrammi. “Uno alla volta o a centinaia... ogni tanto li consegniamo nel
camerino del Teatro Español, altri formano corone nella chiesa di San
Sebastián, o li comprano madri alle loro madri, traditori alle loro mogli,
amanti alle loro amanti, il Palace per le sue toilette, le anziane per i loro
balconi... Secondo la mia teoria, a ogni persona corrisponde un fiore. E anche
a ogni tappa della vita. Ci sono donne che comprano fiori e altre no. Questo è
quanto.”
Rimasi a fissarla e già in quell’istante, senza sapere perché, desiderai
appartenere a quella categoria più di qualunque altra cosa al mondo.
“E come sono queste donne?”
Lasciò andare il mio braccio come chi apre un lucchetto e si girò verso di
me aggrottando le sopracciglia sottili.
“Dimmi: oggi che fiore ti porteresti via tra quelli che sono qui?”
Non mi guardai neanche intorno. Avvertii la stessa stretta allo stomaco di
quando a scuola mi chiamavano alla lavagna.
“Non ho mai comprato fiori,” balbettai.
“Capisco... e quando te li hanno regalati, quali ti sono piaciuti?”
“Non me li hanno mai neanche regalati.”
Abbassai lo sguardo. Lei fece schioccare la lingua.
“E adesso? Non ne vedi qualcuno che può piacerti? Forza...”
Vedevo solo macchie di colore. Per colpa del nervosismo e del caldo ebbi
l’impressione che facessimo entrambe parte di un quadro di Monet. Dopo un
silenzio lunghissimo, risposi: “Quali sono i più adatti a un cimitero?”.
Olivia strabuzzò gli occhi, osservandomi senza battere ciglio.
“A dire il vero non lo so. Non conosco i gusti dei morti.” Poi mi sfiorò il
mento. “No, di sicuro non ne avevo neanche uno della tua specie nel mio
giardino.” Sorrise soddisfatta. “Allora, vieni domani? Con quest’ondata di
caldo ho bisogno che inizi il prima possibile, altrimenti mi appassiranno tutte
le piante in un giorno solo.”
“Vuoi che ti faccia da aiutante?”
“Immagino che, se sei qui, e soprattutto dopo il tuo messaggio, le condizioni
dell’annuncio ti vanno bene.”
Piegai la testa. Nascosi le mani nelle tasche dei jeans e riuscii a dire
soltanto: “Posso darti una risposta domani?”.
A quel punto lei aggrottò la fronte come se non capisse la mia lingua e si
asciugò il collo imperlato di sudore con un fazzoletto leggero di seta gialla.
“Mia cara, vivere è un compito urgente. Ed è già tardi. Perciò domani sarà
tardissimo. Se accetti, accetti adesso.”
Non so perché in quel momento non le dissi subito di sì. Be’, in realtà lo so.
Perché era la prima volta che nella mia vita si muoveva qualcosa dopo un
anno di paralisi.
Olivia finì di svuotare l’annaffiatoio in un vaso e il grillo smise di frinire.
Poi s’inginocchiò accanto alla pianta e aspettò. La terra iniziò a smuoversi e
l’insetto uscì stordito dal suo nascondiglio, trovò un dito di Olivia e ci salì
sopra come se fosse un ascensore.
“Allora eri qui, piccolo abusivo...” disse mentre lo accompagnava
cerimoniosamente all’uscita. Poi si girò: “E tu, se non ti dispiace, chiudi la
porta quando te ne vai”.
Qualcosa, però, m’impedì di muovermi. “Bisogna iniziare a vivere e
smettere di pensare a come farlo.” Era la frase con cui si concludevano
sempre le sedute con il mio psicoterapeuta.
“Accetto,” dissi seguendola in giardino. “Anche se non so niente di fiori.”
Lei si girò, scrollò un po’ l’abito di seta e incrociò le braccia. “Questo lo
so. Ma possiedi molte altre cose che mi interessano.” Si asciugò delicatamente
il sudore dalla fronte. “Adesso so che sei sincera e che non sai dire di no,
perché non mi hai mai contraddetto. So che fai fatica a prendere decisioni in
autonomia e a esprimere i tuoi gusti. So anche che sei appena arrivata nel
quartiere perché quest’angolo è un punto strategico, e poi ti ho visto passare
varie volte con i sacchetti della spesa, e siccome sono giorni che porti gli
stessi vestiti vuol dire che non hai ancora tirato fuori le tue cose dagli
scatoloni.” Mi scrutò dall’alto in basso con curiosità. “Non ti fai bella per
nessuno, neanche per te stessa... So che abiti da sola e non ci sei abituata
perché non stai mai in casa, che hai la pressione bassa per il tuo modo di
trascinare i piedi in discesa e che quello che hai appena fatto, qui, con me, è
un cambiamento. Perciò sì, ho capito anche che non sai niente di fiori.” Tornò
nella serra. “Vieni domani e vedremo cosa possiamo fare in proposito.”
Il nostro patto fu sancito da un mio cenno affermativo e sigillato da un suo
occhiolino. Al posto di un contratto, Olivia scelse per me delle violette
africane in un vaso minuscolo e poi mi chiese di non annegarle: dovevano
durarmi per tutto il tempo che fosse durato il mio lavoro al Giardino
dell’Angelo. “E quanto sarà?” le chiesi. Al che lei rispose ridendo: “Ma, mia
cara... come faccio a saperlo?”. Poi scomparve mimetizzandosi tra le piante
con il suo vestito vegetale.

Mentre scendevo lungo calle Huertas schivando gli spazzini che stavano
pulendo e chiedendomi cosa mi fosse appena successo, per la prima volta mi
resi conto che fino ad allora nella mia vita non avevo mai improvvisato. Per
qualche motivo avevo sempre pensato che la mia spontaneità sarebbe stata
pericolosa e il mio intuito fallace.
Ormai, però, sapevo che la vita era uno spettacolo senza prove, una prima
senza una seconda chance. Me lo aveva insegnato la tua scomparsa. E me lo ha
confermato quest’estate che mi ha cambiato la vita.
Si va in scena senza trucco e senza sapere la parte. E io avevo sempre avuto
il terrore del palcoscenico. Forse era questo il motivo per cui non avevo preso
mai molte decisioni. Per questo preferivo che le prendessi tu, mentre io ero la
tua comparsa. Era molto più facile affidare a un altro il ruolo da protagonista
della mia vita. Per non attirare troppo l’attenzione casomai avessi commesso
un errore in uno dei miei monologhi, per non farmi notare dalla critica:
toccava a chi aveva una parte importante cavarmi di impaccio. Non si trattava
più di essere la protagonista, ma un personaggio secondario nello spettacolo
della mia stessa vita.
Quando arrivai a casa mi sembrò di entrare in un forno crematorio. Mi
aggirai qui e là chiedendomi quale fosse il posto più adatto per le mie violette.
Avevano bisogno di luce, di acqua, di umidità, di freddo, di caldo? Non sarei
stata in grado di farle sopravvivere neanche una settimana, ne ero certa. Alla
fine le sistemai con cura sul davanzale della mia stanza. Il caldo secco,
asfissiante, e il frinire continuo di un grillo non mi lasciarono chiudere occhio
per tutta la notte.
Il metabolismo delle oasi

Chi ero io tre mesi fa?


La risposta è semplice. Quella che ero stata negli ultimi vent’anni.
Esattamente la metà della mia vita.
Voglio chiarire subito che per me è un tormento parlare di me stessa, l’ho già
detto. E ancor più erigermi a protagonista di una storia. Ma ho promesso di
fare uno sforzo. Ci riprovo.
Chi ero io tre mesi fa?
Una donna di quarant’anni che cammina stordita lungo i marciapiedi troppo
stretti del centro di Madrid durante quella che, a quanto si dice, è stata l’estate
più calda del secolo. Una donna che, qualche anno prima, non sarebbe mai
uscita di casa struccata, non per vanità, ma perché in fondo non le era mai
piaciuta la propria faccia, e che adesso non si ricorda quando è stata l’ultima
volta che si è lavata i capelli. Una che si trascina nelle corsie di un nuovo
supermercato che le appare come un labirinto inespugnabile, perché i latticini
non sono accanto alla cassa, e la frutta e la verdura non hanno la solita forma,
ma sono tagliate, sbucciate e disposte in vassoietti, come malefici cioccolatini.
Ci ero entrata portandomi dietro l’ultima valigia che era rimasta nella mia
vecchia casa, seguendo delle istruzioni, come al solito, con il bisogno
pressante di sentirmi al sicuro nel mio nuovo ambiente: un supermercato, una
lavanderia, una farmacia e una palestra. Questi, secondo la mia amica Lorena,
erano i quattro punti cardinali che mi sarebbero serviti per orientarmi nella
mia nuova vita. Perché non avevo mai vissuto da sola e sarebbe stata dura.
Perché era già passato un anno da quando Óscar se n’era andato e dovevo
provare a passare oltre. Perché i lutti non potevano durare più di un anno.
Punto e basta.
Mi chiamo Marina. E di tutte le certezze di Lorena ce n’era una
inoppugnabile: io non ero mai stata sola. Ero sempre stata con qualcuno. Ero
sempre stata con lui. Anzi, ora che mi decido a scrivere questa storia,
preferisco dire “con te”.
Non c’è neanche una foto in cui io sia sola. Con me c’eri sempre anche tu.
Oppure eri tu che mi guardavi dall’altro lato. O compariva la tua ombra. O una
parte del tuo dito che copriva l’obiettivo. Per quanto la foto ritraesse me, a
essere catturato era sempre il tuo sguardo. Non ero io da sola. Ero la io che
ero con te.
E, improvvisamente, vivere era diventato molto difficile.
Voglio dire, le cose semplici. Quelle che prima mi venivano automatiche,
adesso mi provocavano un grande dilemma interiore. Scegliere cosa mangiare,
per esempio. Me ne resi conto mentre tenevo in mano una confezione di uova
biologiche la cui etichetta diceva che provenivano da “galline libere”. Già
questo mi inquietò. Nel mio vecchio quartiere le uova erano uova e non si
specificava mai lo stato civile delle galline. Mi sentii solidale nei loro
confronti. Neanch’io volevo che si specificasse il mio stato civile da nessuna
parte.
Nubile?
Libera?
Sola?
No, non ero pronta. In ogni caso in quel momento capii che non avrei potuto
preparare un uovo. Mi sarei intristita. Sarei stata male. Perché ne avevo
sempre preparate due. E non avrei potuto farle sode, perché di sera le
mangiavamo così. Ed erano sempre due. Non era mai stato un uovo solo.
Lasciamo stare le uova, mi imposi. E anche le bietole. Perché prima non ci
piacevano, no, ma avevamo imparato ad apprezzarle insieme. Nello stesso
momento. Avevamo imparato a cucinarle insieme durante l’escursione in
quell’agriturismo a Guadalajara. Lasciamo stare anche le bietole.
E così persi un’ora, smarrita in un negozio che secondo le teorie della mia
amica avrebbe dovuto aiutarmi a trovare il mio posto, a cercare qualcosa che
potessi mettermi nello stomaco senza che il mio cervello lo vomitasse sotto
forma di ricordi che bruciavano e che ormai erano soltanto tali. Ricordi.
Quest’aneddoto, però, non è quello che segna l’inizio della mia storia. Senza
aver comprato niente uscii dal supermercato in cui regnava una temperatura da
obitorio, e fui investita da un caldo inconcepibile alle dieci di mattina
ritrovandomi nel cuore del barrio de las Letras, il quartiere delle Lettere.
La mia nuova casa.
Casa?
Lessi: calle Moratín, 8. Vergognandomi per il frastuono che producevo con
la valigia, salii lungo calle del Prado in cerca della mia nuova casa, senza
sospettare che stavo andando nella direzione opposta. Il senso
dell’orientamento non era mai stato il mio forte e in fondo ero stata in
quell’appartamento soltanto una volta. Poi imboccai calle del León fino ad
arrivare a calle Huertas, dove svoltai l’angolo, superai il caffè Populart, la cui
lavagna annunciava il concerto serale di jazz, schivai un uomo barbuto con
un’armonica che – lo avrei scoperto con il tempo – suonava ossessivamente
gli stessi due motivetti, calpestai le frasi famose degli scrittori ancora più
famosi con cui il comune aveva avuto la felice idea di adornare le strade,
finché, all’altezza della citazione di Pérez Galdós, e precisamente sopra la sua
firma, mi fermai. Proprio all’angolo con plaza del Ángel.
Mi sembrò un’oasi nel cuore della città. Era uno strano negozio di fiori, un
giardino urbano dietro un antico cancello di ferro con una serra. All’interno
del giardino, angoletti con panchine, fontane di pietra e altalene appese agli
alberi. Al centro un olivo centenario, che probabilmente aveva conosciuto tutti
gli antichi abitanti del quartiere. Accanto all’albero un cavalletto con un
quadro dipinto per metà e uno straccio macchiato a terra. Sotto la tenda bianca
del pergolato intravidi la figura di un uomo biondo, di spalle, che leggeva.
Riuscii a vederne soltanto frammenti: le mani che reggevano placidamente un
libro, la schiena appoggiata allo schienale di una sedia di ferro malconcia, le
gambe incrociate e una cartella a terra. Al di sopra della porta, un cartello con
dei caratteri sinuosi: NON SMETTERE DI SOGNARE. Per smettere dovrei iniziare a
farlo, pensai. Quella mattina non ebbi il coraggio di varcare il cancello, ma
l’odore fresco di terra bagnata mi fece respirare per la prima volta dopo molti
mesi.
Questo sì che a Lorena non è mai venuto in mente. Che, per ricostruirsi, ogni
essere umano ha bisogno di trovare la propria oasi personale. Un luogo che
racchiuda la pace anelata, in cui circondarsi delle cose che ci rendono felici
per isolarci in loro compagnia quando ne abbiamo bisogno. Una tana in cui
andare in letargo, per quanto sia estate. Una serra con un microclima perfetto
per crescere, trasformarci e tornare forti. La mia avrebbe avuto le sembianze
di un negozio di fiori e si chiamava il Giardino dell’Angelo.
Giorno 1
Lo strano destino delle onde

Questa è l’unica domanda alla quale non sei mai riuscito a rispondermi a
proposito di un mare di cui sapevi tutto. “Dove vanno le onde?” ti chiesi. E tu
rimanesti in silenzio per la prima volta in vent’anni. Il che è tutto dire.
Adesso che il vento mi ha dato tregua e sono sola su questa barca a vela in
mezzo all’acqua, ne ho approfittato per iniziare a mettere per iscritto tutto ciò
che mi è successo negli ultimi tre mesi, in attesa che il mare ricominci a
tormentarmi e che scenda la notte.
Il bollettino meteo che ho recuperato in porto non sembrava così
drammatico, ma il Mediterraneo è il mare più traditore che esista. Non lo vedi
arrivare. Lo dicevano già i greci. E anche tu.
Adesso navigo a cinque nodi e davanti a me si estende una superficie che
sembra mercurio. Dietro restano i monti carbonizzati dal sole rosso sangue e
dietro resta anche la mia storia. Tutta tranne la sua protagonista.
Io.
Questo come inizio suona troppo supponente. Artificioso. Io non parlo e non
penso così, inutile che mi prenda in giro. Sembra addirittura un romanzo. E
non lo è. Non sarei mai in grado di scriverne uno.
Olivia mi ha detto di mettere per iscritto tutto quello che mi è successo negli
ultimi tre mesi, da quando ci siamo conosciute, perché non mi resti dentro. Ma
devo cercare di farlo come se non dovesse leggerlo nessun altro. Liberamente,
dice. Che risate. Come se non sapesse ancora che è la cosa peggiore che possa
chiedermi.
Io non ho mai saputo essere libera.
Il punto è proprio questo.
E queste righe dovrebbero assomigliare a un diario di bordo della mia vita
destinato all’unica persona al mondo per la quale non sono abituata a fare
nulla: ancora una volta, me stessa.

Adesso ricomincia a muoversi. Lo scafo sbatte contro l’acqua e lo stomaco


mi ballonzola in corpo. Lo dicevi anche tu: chi esce a fare un giro in barca ha
sempre il vento a favore perché va a cercarlo. Ma io no. Per questo ho il vento
contro. Perché devo arrivare in un posto preciso. Ho una missione. Che
fortuna.
E di cosa parla questo racconto? Proprio di questo. La storia di come
Marina, una donna che è sempre stata terrorizzata dal mare, decida contro ogni
previsione di fare una traversata di otto giorni per arrivare dall’altra parte
dello stretto. Nientemeno. E per di più da sola. E su una barca che non sa
pilotare. Tutto molto coerente.
Ha istinti suicidi?
All’inizio no. Lo fa per tenere fede a una promessa. E per colpa di un
incontro avvenuto tre mesi prima. Sulla terraferma. In una città senza mare,
Madrid, ma in un quartiere custodito da Nettuno. Per quanto si tratti solo della
sua statua. Il motivo reale per cui fa questa pazzia Marina lo scoprirà durante
il viaggio e mentre scrive. O almeno così mi hanno detto. Un’odissea in piena
regola. Un’odissea che ha per protagonista una donna.
Liberamente.
Senza paura.
O quasi. Per una persona che, come me, ha sempre desiderato che la scena
successiva della sua vita fosse già scritta e che si dovesse limitare a
interpretarla, quest’incertezza è terrorizzante.
Rileggo varie volte i calcoli complessivi del viaggio: otto giorni, partendo
da Cartagena e arrivando a Tangeri. Per raggiungere il mio obiettivo devo
navigare dodici ore al giorno. Anche solo a pensarci muoio di paura e di
stanchezza. Victoria, che con i numeri non sbaglia mai, ha fatto un calcolo
basandosi su una velocità di crociera di quattro nodi, con più di un’ora di
ormeggio o ancoraggio a ogni tappa, e questo comporta altre venti ore. Mi
attende un totale di cento ore su questa barca e non posso sbagliare i miei
calcoli, altrimenti mi finirà il carburante. E i viveri. E l’acqua. E, per fare
questa pazzia, ho speso tutto quello che ho guadagnato in questi tre mesi al
Giardino dell’Angelo.
Al momento, come dicevo prima, so solo che inizio questa traversata senza
autorizzazione, quando io non ho neanche la patente di guida della mia stessa
vita.
Questa è la verità.
Ho sempre occupato il posto del copilota.
Forse è questo il motivo per cui ho disimparato come si prendevano le
decisioni o forse non ho mai saputo come si decideva quale rotta seguire.
Perché la rotta la decidevi tu. E io ero il tuo zaino. E adesso tu non ci sei più e
questa barca non ha più un capitano, e neanch’io.

Ecco un’altra domanda: il Peter Pan si sarà reso conto che naviga senza
comandante?
Non ancora, penso, per il momento avanza, lento, principesco, sebbene io
non abbia ancora osato spiegare le vele – non credo che ne valga la pena, con
così poco vento di bolina – e tra l’altro, non prendiamoci in giro, non ho
neanche il coraggio di spegnere il motore. Nel frattempo approfitto della
generosità del mare che ha deciso di rendermi le cose facili, almeno all’inizio.
Ma, se c’è una cosa che ho imparato da quando te ne sei andato, è che anche
l’eternità ha una data di scadenza. E che il tempo è un’illusione mentale.
Per questo è successo tutto così lentamente da quando mi hai abbandonato un
anno fa, ma così velocemente negli ultimi tre mesi: chiudere la casa;
trasferirmi in centro; decidermi a prendere il Peter Pan; tenere fede a questa
promessa.
Com’è strano il tempo.
E com’è poco scientifico.
Sono solo tre mesi che conosco Olivia? E le altre?
E mi sono imbarcata in questo casino per qualcuno che è appena entrato
nella mia vita? Ma veramente?

Sto ripassando mentalmente le provviste che ho con me: sei scatole di


fagiolini, dodici di tonno, pasta, latte in polvere, quattro confezioni di fette
biscottate, caffè, sei tavolette di cioccolata, otto buste di zuppa istantanea... ma
soprattutto l’acqua. La tanica dell’acqua. E il carburante. Continuo a essere
ossessionata dai calcoli del gasolio e dell’acqua.
Devo smettere di ripassare questo elenco, altrimenti impazzirò. Devo restare
vigile, ma anche tenere a freno la paura, altrimenti mi stancherò prima ancora
di iniziare.
“Dove vanno le onde?” ti chiesi un pomeriggio, quando ancora riuscivi a
trovare le forze per metterti al timone con il tuo impermeabile e il berretto
bianco, il fazzoletto blu annodato male intorno al collo. Che brutto segno,
Óscar, proprio brutto. Non mi facesti una lezioncina come sarebbe successo
normalmente. Rimanesti in silenzio. Un assaggio di quello in cui di lì a poco ti
saresti chiuso per sempre.
Lo stesso in cui sei chiuso adesso.
Neanche dopo che te ne sei andato hai smesso di darmi istruzioni. Hai vinto
tu. Ci sto andando. Ma devo avvisarti che non ho rispettato del tutto il nostro
accordo: non ci crederai, ma non ho cercato nessuno che mi ci portasse.
Ci vado da sola. Te l’ho già detto?
Che sono impazzita?
Magari.
Forza. Di’ quello che già temo. Che non ne sarò in grado. Per la prima volta,
però, se non ti dispiace, non ci penserò.
Per il momento e per tua informazione, sono riuscita a portare il Peter Pan
fino in mare aperto, con il vento contro, il mare contro, persino con la tua
memoria contro. È vero che sono stata sul punto di avere un incidente appena
uscita dal porto de la Duquesa e che mi sono chiesta perché avrei dovuto
prestare ascolto a una svitata dai capelli rossi che è appena entrata nella mia
vita e non a te, che in fin dei conti mi conosci da quando ero bambina. Anche
se è vero che, a volte, le persone che ci conoscono da grandi sono le uniche
capaci di vederci per ciò che siamo e non per ciò che siamo stati. Forse la
Marina che hai conosciuto tu non sarebbe stata in grado di compiere
quest’impresa da sola e quella che ha conosciuto Olivia sì. È questo che
voglio credere. Ed è quello che scoprirò nei prossimi otto giorni.
Non posso neppure smettere di ripensare in continuazione a tutto quello che
ho imparato in questi anni viaggiando con te. Elenchi di raccomandazioni tratte
dalla natura quando navigavamo insieme o dal manuale del comandante di
barche da diporto che ho studiato con Casandra durante quest’estate che
adesso finisce. Cose piccole. Cose semplici. Cose che sulla terraferma non
avrebbero importanza, ma che in mare possono salvarti la vita: le cime si
avvolgono sempre in senso orario. E bisogna sempre lasciarle fermate. Non
bisogna mai tuffarsi in acqua senza lanciare il salvagente e senza abbassare la
scaletta... altrimenti magari non si riesce a risalire, come in quel film
angosciante. Come s’intitolava? Non importa.
In ogni caso, ormai sono qui e tu non puoi proteggermi: seduta sulla coperta
della tua barca nel bel mezzo della notte e del mare. Un’imbecille che batte i
denti sotto un impermeabile con una splendida violetta ricamata sulla schiena
– la stessa che Aurora ha disegnato sulla randa e che non ho ancora visto –
chiedendosi perché sente tanto freddo se siamo solo alla fine di agosto. Chissà
se invece non è paura della vita.
Ma che strano destino il loro, non trovi? È un po’ che le osservo. Queste
onde femmine che corrono su un mare maschio: alcune nascono e si
precipitano a morire nella sicurezza della riva, altre scivolano in direzione
contraria e si dissolvono in alto mare. Direi che sono stata una delle prime e
che adesso mi fa paura far parte delle seconde.
Per questo viaggio da sola.
Per la prima volta.
Senza permesso.
Senza il tuo e senza quello delle autorità portuali. Lo so che non sono il
comandante della tua barca né di nessun’altra. Come non lo sono stata della
nostra vita.
E sono terrorizzata. L’ho già detto. Perché non mi sono mai data il permesso
di fare qualcosa che non fosse permesso. Anche tu, però, te ne sei andato senza
permesso, Óscar. O forse mi hai consultato? E le persone come te non
dovrebbero avere il diritto di scomparire così, di punto in bianco. Non lo
capisci? Mi hai lasciato portandoti dietro le mappe, le rotte, il timone, il
motore e la destinazione.
No, non ne avevi il diritto.
E men che meno di avanzare poi pretese.

Adesso sembra che il vento inizi a soffiare da sud. Un vento caldo e quasi
corporeo che mi porta tanti ricordi... il Peter Pan dondola alzando il muso un
po’ insolente, come facevi tu quando orientavi la prua in direzione del vento.
Forse adesso ha capito che non sei con noi, forse questa barca vendicativa ha
intenzione di sabotarmi. Non siamo mai andate d’accordo, perché si è sempre
messa in mezzo tra me e te. Ma ti dico una cosa: già che sono qui tenterò con
tutte le mie forze di portare a termine la traversata fino all’Africa e di tenere
fede a questa stupida promessa. Sto per incrociare un’imbarcazione che vedo a
dritta. Questo mi innervosisce, ma non posso pretendere che il mare sia
sgombro fino allo stretto. Solo per me. Ho grande rispetto per lo stretto. Lo
sapevi.
Occhio, quel peschereccio che vedo in lontananza ha le reti a strascico. Se
lo incrocio molto da vicino mi si possono impigliare le reti nell’elica e così
finirebbe tutto ancora prima di cominciare. Dio mio, come, dove e quando
dormirò in questi otto giorni?

Sembra che il vento sia tranquillo. Ma se inizia ad alzarsi, ti dico cosa farò:
tirerò con forza la cima, isserò la randa – sarò capace di spiegare la vela da
sola? – e spegnerò il motore. Lo farò con una certa apprensione, è vero, ma lo
farò, fino a sentire quel raschio nell’acqua. Non devo sprecare carburante. Tu
mi diresti di andare a vela finché posso, facendo bordi lungo la costa. Se
spengo il motore potrei farlo. Anche se significherebbe fare più miglia,
approfitterei del vento. Ma no, non ho ancora il coraggio di spegnerlo. E non
sto facendo una passeggiata, perciò non mi rimane altro da fare che affrontare
il vento. Mi piacerebbe poter spiegare la vela, questo sì, e vedere la grande
violetta che Aurora ci ha disegnato al centro.
Quanto mi mancano.
Ho approfittato di questo momento di pace anche per mettermi in contatto
con Madrid. Nonostante i problemi con il wi-fi della barca sono riuscita a far
funzionare Skype decentemente. Le ragazze hanno gridato tutte all’unisono
quando mi hanno visto: Casandra e Victoria in primo piano che si
contendevano il computer, Gala che si sistemava i capelli guardandosi nello
schermo senza tentare di nasconderlo e Aurora che si asciugava gli occhi con
un tovagliolo. Avevano i calici pronti per brindare e sembravano un po’
ubriache. “Sono riuscita a portare la barca fuori dal porto,” ho gridato loro. E
questo ha provocato un’ovazione. Alle loro spalle si intuivano le vetrate della
serra, i cestini di fiori appesi e, improvvisamente, ho avvertito una fitta di
nostalgia. Com’è possibile che in questo momento mi manchi di più un posto
appena trovato che tutta la nostra vita insieme?
Com’è strano anche l’amore.
E sì: com’è poco scientifico.
Ho chiesto di Olivia, ma non ha potuto o voluto farsi vedere. Conoscendola,
immagino che voglia farmi capire chiaramente che ha smesso di tenermi per
mano. Sa che se ho osato fare questa pazzia è stato grazie a lei o per colpa sua,
ancora non lo so. Chissà che non si stia già pentendo. Perciò stavolta ho
dovuto aggrapparmi ai ricordi per estrapolare una delle frasi che in questi
mesi mi hanno aiutato a sopportare l’ennesima nottata di solitudine: “Sai, mia
cara, è come quando vieni colpita da una freccia apache. Se non ti uccide a
poco a poco, con il passare del tempo starai sempre meglio,” mi disse un
giorno che mi sorprese a piangere in bagno.
Quando ho messo giù, le grida emozionate di quelle che ormai considero le
mie amiche sono rimaste a fluttuare nell’aria come comete sorrette dal vento.
Poi ho stretto questo timone che non mi sento ancora autorizzata a toccare.

Mi sta venendo il mal di mare.


Vent’anni passati a navigare con te e il mio stomaco non ha ancora imparato
a muoversi al ritmo delle onde. Dovrò prendere un’altra Biodramina. Ne ho
così tante confezioni che se mi fermano per un controllo penseranno che io sia
una narcotrafficante. Le terrò a portata di mano nello scompartimento sotto il
tavolo, ben chiuse in un sacchetto per evitare che si bagnino. Quante scatole ne
avevo? E di antibiotici? Facciamo un calcolo anche di questo: due di
antinfiammatori, due di ansiolitici, antistaminici, adrenalina, melatonina... tutto
omaggio di Victoria. Come dice lei stessa, è una mamma e si vede. E poi tutte
le pastiglie omeopatiche che mi ha dato Casandra: echinacea per le difese
immunitarie, unghia di gatto per purificare il sangue, capsule di mirtillo rosso
per prevenire le infezioni urinarie, potassio per i crampi, vitamina C per avere
più forze... Ma se il mare s’ingrossa, niente di tutto questo mi aiuterà. È così.
Sono sola per otto giorni.
Sola in mezzo al mare.
Ma era inevitabile. È inevitabile scoprire chi siamo senza gli altri. Chi
siamo, in sostanza. E non essere costretti a farlo quando ci lasciano veramente
soli. Me lo ripeto come un mantra. Anche questa, però, è una riflessione di
Olivia.
E adesso penso, sai cosa penso? Magari avessi scoperto chi ero quando
stavamo ancora insieme.
E tu? Chi eri tu?
Magari la io che ero davvero e il tu che eri davvero non avrebbero
continuato a stare insieme.
Mi restano otto giorni di viaggio per scoprirlo.
E a che scopo? Perché sia che io crepi durante questo viaggio, sia che esali
il mio ultimo respiro in un ospizio quando avrò cento anni, prima di morire
sarebbe bello scoprire chi cavolo sono stata veramente e poter dire: “Marina:
è stato un vero piacere conoscerti”. Anche questo me lo ha detto Olivia, credo
quel pomeriggio, mentre osservavamo la metamorfosi di una larva in farfalla.
E il fatto è che adesso lo so, sento che questa è la fine di un processo che è
iniziato tre mesi fa, lontano dal mare e dalla donna che sono ora, quella che
affronta un’avventura nella quale sta mettendo in gioco la propria vita. O
almeno come la vivrà.
Adesso che lo scrivo sembra reale per la prima volta.
Lo sto facendo davvero?
Devono essere passate due ore da quando ho preso il largo e le onde
continuano a essere benevole.
Ma tutto passa. Tu lo sapevi meglio di me: il mare non si ferma mai. È
sempre in movimento, come la vita. E bisogna essere continuamente pronti a
reagire. Sempre all’erta. Sempre in movimento.
Lo disse Olivia citando non so chi lo stesso giorno in cui raccontai a quel
gruppo di donne che conoscevo a stento la sfida che mi aspettava.
Il pessimista si lamenta del vento.
L’ottimista aspetta che cambi.
Il realista aggiusta le vele.
E questo è ciò che farò io. Aggiustare le vele.
È la differenza tra continuare a vivere e annegare.
Il gatto in un appartamento vuoto

Morire – questo a un gatto non si fa.


Perché cosa può fare un gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili...
Ricordo che questa era una poesia di Wisława Szymborska che
all’università mi aveva entusiasmato. All’epoca nessuno sapeva chi fosse, e
anche quando vinse il Nobel per la letteratura non c’era nessuno che riuscisse
a pronunciarne bene il nome senza impappinarsi. Immagino che questa poesia
mi piacesse perché tu non avevi ancora un gatto e il nostro appartamento non
era ancora vuoto. Non ci avevo più pensato fino alla mattina in cui andai a
chiudere casa nostra.
Entrai in punta di piedi come se avessi paura di risvegliare con i miei passi
il dolore e te dal riposino eterno che avevi deciso di fare. E a quel punto mi
arrivò alle orecchie il rumore delle sue zampette sul parquet e qualche istante
dopo il resto del suo corpicino grasso e stanco comparve alla fine del
corridoio, stagliandosi sullo sfondo illuminato dalla luce arancione del sole
che ardeva dietro le persiane socchiuse. Si sedette e sbadigliò. Che compisse
tutti i suoi rituali felini mi provocò una specie di allegria.

Qui niente sembra cambiato,


eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
“Ciao, Capitán.” Mi accovacciai. “Vieni qui, ciccione.” E lui mi osservò
con indolenza felina, stiracchiò il dorso bianco e nero e si lasciò cadere di
lato in modo poco elegante. Niente corse fino alla porta né miagolii. Non me li
aspettavo neanche. Si limitò a osservarmi, con la mascherina carnevalesca
nera che gli copriva gli occhi trasparenti, facendomi capire chiaramente che
lui era sempre stato il tuo gatto e io la tua consorte a cui non era necessario
fare le fusa, purché ci fosse mangime per gatti castrati nella ciotola.
Quando mi alzai sentii che la mia pressione crollava e chiudendo la porta mi
sembrò di essere in una sauna. Andai verso di lui e, arrivando in salotto, capii
il suo comportamento. Era lì, disteso dove era sempre stato il tappeto.
Circondato dai fantasmi dei quadri che adesso erano soltanto ombre annerite
sui muri. E al posto della tua poltrona da lettura c’era soltanto una selva di fili
senza lampada. Le mensole vuote. Le lampadine che penzolavano dal soffitto e
un odore insopportabile di urina che rendeva tutto ancora più irrespirabile.
L’unica cosa che era ancora al suo posto era il lettino di Capitán davanti al
termosifone spento.

Qualcosa qui non comincia


alla solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era
poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.
Mi osservò stancamente. Si alzò. Arcuò di nuovo il dorso e fece il gesto di
affilarsi le unghie su un tappeto immaginario. Io lo sgridai un po’ per rendermi
complice del suo tentativo di comportarsi normalmente e ciò fece sì che si
mettesse a correre in obliquo nel salotto per qualche istante. Poi mi avvicinai
e gli feci un grattino dietro le orecchie morbide e pelose. Si strofinò contro le
mie gambe. In realtà eravamo sempre andati piuttosto d’accordo. Per quanto
non mi facesse le stesse cerimonie di benvenuto. “Non ci vorrà molto prima
che ti vengano a prendere,” gli sussurrai sollevando in braccio i suoi sei chili
soffici di pelo e grasso, mentre sentivo il suo ronfare caldo vicino al mio
collo. A quel punto pensai che forse avrei dovuto rifletterci un po’ prima di
darlo a mia suocera. “Vorrei tenerlo, è tutto quello che mi resta di mio figlio,”
mi aveva supplicato, e davanti a quella richiesta con quel sovraccarico di
pathos le avevo risposto di sì. E adesso improvvisamente non riuscivo a
staccarmi da quel corpicino, perché era l’unica cosa della mia vita precedente
che ancora pulsava.
Quando riuscii a lasciarlo andare cadde in piedi come impone la sua
leggenda e mi seguì fino alla cucina a passo leggero come faceva sempre.
Verificai che avesse cibo a sufficienza. Poi lasciai scorrere l’acqua del
rubinetto per un’eternità, finché non uscì abbastanza fresca, sciacquai la sua
ciotola e quando la posai a terra mi guardò, ci immerse il muso di velluto
bianco e bevve muovendo la piccola lingua a velocità vertiginosa. Quell’atto
quotidiano di cui eravamo stati entrambi protagonisti per tante mattine mi
spezzò definitivamente in due. “Che lui provi solo a tornare,” gli dissi ad alta
voce recitando come potei il finale di quella poesia che improvvisamente
iniziavo a odiare, “che si faccia vedere... Imparerà allora che con un gatto così
non si fa...” E rimanemmo lì, entrambi, per molto tempo, guardandoci senza
capire niente, mentre io esercitavo per lui la stranissima facoltà umana del
pianto.
Independence day

“INDIPENDENZA.”
Quella fu l’unica parola, a caratteri cubitali, che lessi sul mio cellulare
quando mi svegliai madida di sudore su una poltrona che continuavo a non
riconoscere.
“Avere un lavoro ti darà l’INDIPENDENZA.”
Era la risposta di Lorena al mio messaggio della sera prima in cui le
annunciavo, senza soffermarmi sui particolari, il mio imminente ritorno al
lavoro. Lorena è l’unica amica che ho conservato dopo aver perso Óscar. O,
per meglio dire, l’unica che non era un’amica comune. Una di quelle persone
che ricorrevano alle maiuscole perché un messaggio ti rimanesse impresso in
testa.
“INDIPENDENZA: cosa significa? Chi sei quando sei indipendente dagli
altri?” mi chiesi mentre mi lavavo i denti davanti al riflesso della finestra.
“Chi sono io? Se sono indipendente...” mi ripetei mentre mi facevo una
doccia fredda e i miei peli pubici mi ricordavano a gran voce che non ero
abituata a segnare i rasoi sulla lista della spesa.
Quante parole abitavano nel nostro dizionario che non avevo mai
pronunciato in vita mia?
Quella mattina, mentre innaffiavo le violette con una fetta di pane tostato in
bocca, convinta che le avrei annegate – loro e il loro molesto inquilino –;
mentre mescolavo con una forchetta del caffè in polvere con un po’ di latte in
polvere; mentre mi rendevo conto che non avevo ancora inaugurato il letto, che
continuavo a dormire in poltrona e prendevo coscienza del fatto che, arrivata a
quarant’anni, avevo un nuovo lavoro che quanto a precarietà avrebbe
rivaleggiato con tutti quelli che avevo svolto prima, improvvisamente mi
angosciò il fatto di non essere in grado di discernere determinati concetti.
Per esempio: che differenza c’era tra indipendenza e libertà?
E tra libertà e solitudine?
Non mi era chiaro il significato delle parole.
L’immagine che mi restituiva lo specchio dell’ascensore nel quale avevo
preso l’abitudine di pettinarmi era quella di una donna... indipendente?
Libera? Sola?
Dopo aver lasciato in bianco quel test inutile, mi diressi verso il Giardino
dell’Angelo. Erano le nove di mattina e, a proposito di cose che non sapevo,
non sapevo neppure a che ora iniziasse la mia giornata lavorativa.
E perché ero così nervosa? Perché non sapevo assolutamente niente di fiori,
perché ero sempre stata piuttosto impacciata nei rapporti sociali e la parola
“pubblico” mi provocava addirittura la pressione bassa, perché negli ultimi
anni avevo saltellato da un lavoro all’altro, quasi sempre precario. Fino a
smettere di cercarlo. In realtà mi ero convinta molto in fretta che la mia laurea
in archeologia non mi sarebbe servita a niente, perché avrebbe comportato
molti viaggi e il tuo lavoro era a Madrid. Perché la cosa logica era puntare su
chi tra i due aveva le idee più chiare, guadagnava di più, aveva più
possibilità, più stabilità.
STABILITÀ: un’altra grande parola da scrivere in maiuscolo e che
improvvisamente risultava vuota. Avevo scelto male, questo è quanto.
Eppure tu cercavi sempre di convincermi del contrario. Mi iscrivevi a
giornate al museo, conferenze, seminari... Immagino che fosse un modo per
alleviare il senso di colpa per il fatto che davo priorità alla tua carriera
rispetto alla mia.
DARE PRIORITÀ: bene, adesso basta con le parole che non capisco.

Un salto della fede. Ecco cosa provavo mentre percorrevo la strada in


salita. Come in Indiana Jones e l’ultima crociata. “Devi credere,” diceva
Sean Connery a Harrison Ford prima che mettesse un piede nel vuoto. E
adesso ero io ad avere la certezza che ci fosse soltanto un abisso di fronte a
me, in attesa che mettessi un piede nel nulla con la speranza che sotto la mia
scarpa si disegnasse un valico che mi portasse dall’altra parte.
E dall’altra parte della strada c’era il negozio di fiori già con il cancello
aperto.
Nella serra, seduta su uno sgabello ed eretta come un’orchidea, scorsi il mio
nuovo capo che serviva due donne di età diverse. Portava un cappello di
paglia rosa, un vestito bianco di lino e un paio di piccoli occhiali in stile anni
sessanta dalla forma allungata, che facevano pendant con il cappello.
All’esterno una bambina bionda e selvaggia correva per il giardino
lanciando di tutto sotto gli occhi degli inermi genitori.
“Come devo dirtelo, mamma? Lo faccio per lui. Porterò soltanto un
mazzolino. Identico a quello che mi ha regalato quando me lo ha chiesto. È un
simbolo. Non m’importa che sia in Comune,” sentenziò la donna più giovane.
Era scheletrica, fasciata in un paio di shorts di jeans, camicia bianca e borsa
firmata sull’avambraccio, e sfilava per la serra con un disinteresse da
passerella.
“Lei ha mai sentito una cosa più assurda di questa?” replicò la madre
spalancando gli occhi in direzione di Olivia.
Era un clone della figlia passato attraverso gli anni, le gravidanze, gli
interventi chirurgici, con la stessa borsa appesa all’avambraccio, ma
considerevolmente più grande.
La fioraia le ascoltava con un sorriso concentrato mentre, armata di un paio
di forbicine, potava un bonsai con precisione chirurgica, fin quando la madre
non le si avvicinò.
“Lei che ne pensa?”
Olivia la guardò con i suoi occhi piccoli e azzurri al di sopra degli occhiali.
“Che un mazzo di camelie non fa male a nessuno, a meno che non si sia
allergici.” Si sistemò gli occhiali sul naso. “Tra l’altro significano ‘ti amerò
per sempre’. Come inizio non è male.”
La figlia trattenne un sorriso di gioia. La madre incrociò le braccia.
“Si sposa con rito civile solo per motivi fiscali.” Si rivolse alla sua
probabilmente unica figlia. “Perciò mi sembra proprio ridicolo fare la finta di
andarci con un bouquet in mano, ecco tutto.”
“Ridicolo? Tu trovi?” si preoccupò la figlia.
“Dio santo, non commettiamo l’errore di fare i romantici...” sussurrò Olivia.
A quel punto si accorse di me e mi salutò con un cenno della mano. Nascosi
le mie nelle tasche dei pantaloni e improvvisamente mi vergognai,
ricordandomi che ero vestita come il giorno prima.
“Ciao, cara... a proposito, come ti chiami?”
“Marina,” risposi dalla soglia.
“Bene, Marina. Puoi aiutarmi con questo?”
M’indicò il bonsai e mi fece posto accanto a sé. Mi mise le forbici da
potatura tra le mani. La guardai allarmata.
“Taglia con cautela dove ti dico io, è il bonsai di Lady Macbeth.” E poi,
rivolgendosi a un’altra cliente: “Buongiorno, da quanto tempo!”.
“Il bonsai di chi?” mi chiesi. Poi mi accorsi di un’altra donna che era
appena entrata: più o meno della mia età, indossava un tailleur impeccabile
color grigio perla, un portafoglio elegante e troppo pieno in una mano, e
osservava le altre due dietro un mazzo di rose rosse gigantesco senza
dissimularlo, sbuffando. Aveva i capelli folti e castani raccolti in una coda,
una bocca grande con il rossetto piegata in un sorriso sprezzante con un neo
espressivo al lato, gli occhi truccati in modo che lo si vedesse da lontano e un
corpo dalle ossa lunghe vestito con gusto e senza eccessi.
“Buongiorno,” rispose lei seccamente.
Per qualche motivo sembrò che Olivia fosse divertita dal suo ingresso in
scena. Aggrottò una delle sue quasi invisibili sopracciglia e disse: “Immagino
che siano per... lasciami indovinare... Casandra?”.
“Sì,” rispose la donna in carriera. Si guardò intorno. Appoggiò sul bancone
il mazzo, che si sciupò leggermente. “Al solito indirizzo.”
Olivia assunse un’espressione teatrale di stupore e m’indicò senza
guardarmi il punto in cui dovevo potare il ramo successivo. Infilai le dita nelle
forbici e ne appoggiai il filo sul legno. Poi strizzai gli occhi come se dovessi
sentire dolore e strinsi.
“Indirizzo?” chiese alzando la voce rotonda.
“Ho detto il solito,” rispose la cliente abbassando la sua e sventolandosi
con una mano.
L’altra sorrise e recitò mentre scriveva: “Ministero degli Affari esteri, plaza
de...”.
“Quello, sì,” si spazientì la donna.
Le altre due clienti si affrontavano ormai con le mani sui fianchi e un
atteggiamento un po’ bellicoso.
“Che tu lo voglia o no è un simbolo.” La madre tirò fuori uno spray dalla
borsa, se lo infilò nel naso e poi se lo soffiò rumorosamente.
“Un simbolo di cosa, mamma?”
“Non ti sembra che sia un po’ fuori luogo? Bruno non capisce il tipo di
donna con cui sta. Non sei una ragazzina e davanti ai tuoi dipendenti...”
“Cosa?”
“Be’, non sei una donna che si conquista con un mazzolino di fiori. Sta’ a
vedere che prima o poi compare in un programma televisivo per dichiararsi,”
disse congestionata.
La figlia iniziò a mordersi furiosamente l’unghia del mignolo.
La donna del mazzo di rose alzò gli occhi al cielo, ma improvvisamente
qualcosa all’esterno attirò la sua attenzione. Si portò una mano alla faccia e
subito dopo si sciolse i capelli.
“E cosa scriviamo a Casandra sul biglietto stavolta?” proseguì Olivia con
un accenno di ironia che non capii. “‘Con amore’, ‘Auguri’, un classico ‘Per
sempre tuo’, o qualcosa di più frizzante... ‘Mi è piaciuto mangiarti tutta...’.”
L’altra strinse i denti. Olivia estrasse una delle rose dal mazzo.
“Tredici mai. È meglio una dozzina...” Se la portò al naso affilato e mi
guardò con aria di complicità. “Una vera dichiarazione di intenti. Non so se lo
sai, Marina, ma non c’è niente di più complesso che regalare un mazzo di rose
rosse. Questo fiore è parente della stella a cinque punte, del pentacolo di
Venere, della rosa dei venti! In inglese, francese e tedesco si dice ‘rose’, che è
l’anagramma di Eros, il dio greco dell’amore sensuale. Se la trovi su un tavolo
impone il silenzio su ciò che si è detto e se te la regalano è un chiaro
messaggio di passione.” Avvolse intorno al mazzo una stoffa color sabbia e un
pezzo di spago. Spalancò il più possibile i suoi occhietti turchesi. “La rosa
rossa è il simbolo dell’amore segreto, perché è uno dei pochi fiori che si
rinchiudono nel proprio cuore e, quando apre la corolla, è già sul punto di
morire. Ti sembra che possa esserci qualcosa di più misterioso e pieno di
significato di una rosa rossa?”
Sembrava che avessero messo in pausa il mondo. Le clienti osservavano il
mazzo di fiori. Noi, le clienti. E le rose continuavano a essere concentrate
sulla loro vocazione misteriosa. Alla fine la donna in tailleur aprì il
portafoglio, che si spiegò come se fosse un campionario di carte di credito. Ne
sfilò una e me la offrì con aria quasi supplicante mentre sembrava sforzarsi in
tutti i modi per non guardare fuori.
“Non m’importa quanto costano, ma mi faccia pagare, per favore, ho fretta.”
Per colpa del discorso di Olivia mi ero distratta e avevo fatto un taglio non
autorizzato al bonsai, lasciandogli una brutta chierica.
La fioraia raccolse il ramo morto e me lo mostrò.
“Non fa niente, Marina. Non è altro che un piccolo olivo millenario. Ci
vorranno soltanto dieci anni perché gliene ricresca uno uguale. Dovrò
chiamare il teatro...”
Il teatro? Millenario? Guardai inorridita il ramo che aveva in mano come se
avessi appena amputato un arto per errore, ignorando le conseguenze del mio
gesto. La donna in tailleur, facendo finta di niente, spostò lo sguardo verso il
punto in cui la bambina correva tra le piante inseguita dai suoi genitori.
Improvvisamente i suoi grandi occhi color sabbia si erano riempiti di lacrime.
A quel punto lasciò cadere a terra il portafoglio pesante, si tolse la giacca e se
la mise sulle spalle, prese un biglietto dal bancone e iniziò a sventolarsi. Si
voltò verso la futura sposa.
“Per curiosità: la cosa così imperdonabile che ha fatto il signore in
questione è stato regalarle un mazzo di fiori?”
La ragazza assentì sbuffando e anche la madre si sventolò con energia.
“Sì, e capirà che non ho educato una figlia perché ceda di fronte alle stesse
scempiaggini di una segretaria qualunque senza cultura, non trova? Abbiamo
già perso abbastanza tempo.” Si soffiò di nuovo il naso. “Come me con tuo
padre.”
“Ci siamo,” replicò sua figlia e puntò il dito contro di lei.
“E se vuoi che ti dica la verità...” – la madre tornò all’attacco mentre la
figlia cercava di ignorarla – “non capisco perché ti sposi, figlia mia.”
“Benissimo, siamo arrivate al punto della questione. Allora, direi che mi
sposo perché lui me l’ha chiesto, mamma.”
“E se ti chiedesse di sbattere la testa contro il muro, faresti anche quello?”
“Accidenti! Lei è la regina delle metafore!” rise Olivia.
“Avrai chiesto la separazione dei beni, spero. Sposarsi! Ma sai la quantità
assurda di scartoffie che bisogna preparare per divorziare? Guarda me con tuo
padre.”
La donna in tailleur firmò meccanicamente, riprese il portafoglio, le cadde
la giacca a terra, lei la raccolse nervosa, la scrollò, o meglio la sculacciò
come se dentro ci fosse qualcuno, si mise la borsa in spalla e si girò verso
l’altra con un sorriso fiero.
“Senti, io non ti conosco per niente, ma ti consiglio di fare soltanto due
riflessioni: credi che valga la pena negoziare quando la decisione è già presa?
E due: credi che se tua madre fosse tanto straordinaria si sarebbe sposata con
tuo padre?”
Si rifece la coda con destrezza e con passo marziale uscì dalla serra sui suoi
tacchi, lasciando dietro di sé una scia di profumo vanigliato e quattro paia di
occhi spalancati come lucernai. Attraversando il giardino schivò i genitori
della bambina posseduta che continuava a dare manate all’altalena. A quel
punto l’uomo le lanciò un’occhiata furtiva, strana, e lei gliela restituì con un
dolore antico, mentre la moglie di lui, distratta, cercava di riprendere il
controllo della piccola. Poi anche lei smise di inseguire la figlia e rimase
immobile in mezzo al giardino, come se imitasse l’olivo, osservando la donna
in tailleur che si perdeva nella città, oltre le vetrate.
Olivia mi tolse dalle mani le forbici da potatura. “Ah...” sospirò. “Perché
non possiamo potare anche quello che è di troppo nella nostra vita?”
Più avanti avremmo saputo che quella mattina la sconosciuta che era ancora
per noi Casandra era uscita dal Giardino dell’Angelo con un nodo al centro
del petto, lì dove si tengono le emozioni.
Perché solo colui al quale una volta ha fatto male il cuore sa quanto può far
male.
Ma, rendendo omaggio alla sua fama di superdonna, alla sua pelle
apparentemente impermeabile, ai suoi occhi incapaci di piangere, alla sua
smorfia imperturbabile e alla razionalità dei suoi discorsi, salutò la guardia di
sicurezza del ministero degli Affari esteri, appoggiò la sua borsa di Chanel sul
nastro con un movimento meccanico e si lasciò scannerizzare dal varco di
sicurezza, che non scoprì la bomba in procinto di esplodere che portava
dentro. Quando recuperò la borsa la sentì vibrare molte volte, una era per il
messaggio che le stava inviando un uomo dal negozio di fiori – mentre la sua
bambina iperattiva di pochi anni si agitava stringendogli l’altra mano e sua
moglie gli chiedeva se come fiori di stagione preferisse piantare i crisantemi o
i tulipani. Poi salì nel suo ufficio mentre si asciugava il sudore dalle tempie
con il dorso della mano e lasciava che la giacca le scivolasse sulle braccia.
Salutò i suoi assistenti, i suoi colleghi Monzón e Bermejo si girarono per
guardarle il sedere, e quando arrivò da Paula, quest’ultima prese al volo la
giacca prima che le cadesse a terra e le offrì un caffè freddo e un fascicolo
pieno di documenti sul vertice di Bruxelles a cui avrebbe partecipato, a quanto
pareva, due giorni prima del previsto.
Chiuse la porta più delicatamente del solito. Si sedette alla sua scrivania
senza foto di famiglia, piacevolmente ordinata, sulla quale spiccavano soltanto
una pen drive di legno che sarebbe potuta appartenere a James Bond, un
barattolo dello stesso materiale pieno di gomme da masticare alla fragola e
una copia in inglese di Scritto sul corpo di Jeanette Winterson, nascosta sotto
una busta con un’etichetta rossa che annunciava a gran voce RISERVATO.
A quel punto tirò fuori il cellulare e lesse i messaggi.
Uno a uno e molte volte. Come se volesse impararli a memoria, senza
respirare. Come chi prende una medicina amara per non sentirne troppo il
sapore. Finché Paula non chiamò per annunciarle che era arrivato un fattorino.
E lo stesso controllo di sicurezza, gli stessi corridoi e le stesse occhiate dei
colleghi, fino ad arrivare alla meta sulla scrivania della sua segretaria, furono
attraversati da un enorme mazzo di rose rosse ordinate al Giardino
dell’Angelo per Casandra Vélez. Colei di cui si diceva che vivesse soltanto
per il lavoro, colei che non aveva una vita, colei che o non aveva un cuore
oppure che lo aveva ma nessuno si azzardava a cercarlo.

Nel frattempo, nel negozio di fiori in cui erano successe tante cose senza che
lo si sospettasse, c’ero io, di fronte al mio nuovo lavoro e al mio nuovo capo.
“Mi dispiace di essere arrivata in ritardo,” mi scusai. “Non mi era molto
chiaro a che ora...”
“Non preoccuparti,” mi interruppe lei mentre tirava fuori una cesta di vimini
dal bancone. “In effetti, stavo aspettando che arrivassi per uscire a fare
qualche commissione. Andiamo a portare questo mazzo di gigli a un’amica,”
disse scegliendo alcuni fiori aperti per metà che svennero sul suo braccio.
“Appena quella bambina nauseante laggiù verrà neutralizzata, usciamo.”
La bambina in questione cercava di liberarsi dalla mano forte di suo padre.
L’altra mano di lui, invece, quella che inviava messaggi con il pollice, era
debole, molto debole.
“Mi dispiace anche per il bonsai,” aggiunsi tirandomi i vestiti.
Lei saltò giù dallo sgabello, si calcò il cappello rosa in testa e prese le
chiavi.
“Chiedi scusa a Lady Macbeth, non a me.” E poi si mise le mani sui fianchi.
“Dici sempre ‘mi dispiace’ ogni due frasi?”
Prima di uscire appese un cartello di legno alla porta. Mi avvicinai. Era una
sorta di glossario del linguaggio dei fiori. Ogni specie, dipinta a olio in tutti i
particolari, era seguita da una spiegazione. In modo quasi istintivo cercai le
violette. Lessi: MODESTIA, PUDORE E ATTENZIONE.
Olivia mi invitò a uscire e chiuse la porta della serra con due mandate.
“Hai la faccia stanca,” osservò divertita. “Il nostro amico grillo non ti ha
fatto dormire?”
In realtà non ricordavo cosa significasse riposare. La poltrona mi provocava
contratture in tutto il corpo. Curiosamente sarei stata proprio io, tre mesi dopo
e prima di imbarcarmi, a lasciare dipinta su un pezzo di legno nel Giardino
dell’Angelo la frase: “Riposare non implica dormire, ma svegliarsi”. Chi
l’avrebbe detto che avrei iniziato a farlo cullata da quella balia brusca che è il
mare?
Giorno 2
La giovane e il mare

Da bambina avevo letto Il vecchio e il mare e incredibilmente l’ho appena


trovato nella tua cabina. Fra i tuoi libri. Ti giuro che non stavo ficcando il naso
tra le tue cose. Solo i tuoi libri: l’Odissea, Oceano mare di Baricco, Moby
Dick, L’isola del tesoro, Il lupo dei mari di Jack London, Il corsaro nero di
Salgari, Tifone di Conrad, La vera storia del pirata Long John Silver di
Björn Larsson e, ovviamente, Il vecchio e il mare, il tuo preferito. Mi dicevi
sempre che se il vecchio non avesse parlato con se stesso avrebbe lasciato
andare il pesce o sarebbe impazzito. “Un marinaio deve saper parlare con se
stesso, Mari.” Questo te l’ho sentito dire tante volte, come mi mordevo le
labbra trattenendo le risate quando ti sentivo imprecare sulla coperta dando
del figlio di puttana nientemeno che a Nettuno. Ma è anche vero che il vecchio
si batteva con tutte le sue forze contro gli elementi e adesso la mia battaglia
non è con il mare, ma con me stessa e con la mia paura di sopravvivere a
questo cambiamento. Forse dialogare con me stessa dopo tanto tempo mi
trascinerà verso la distruzione. Chissà. Paradossalmente adesso posso contare
soltanto sulla complicità degli elementi.
Ho lasciato a dritta il Golfo di Mazarrón che finisce con la Punta del Cerro.
Venti miglia di navigazione e neppure un gabbiano.
Venti miglia e neppure un pesce, neppure una medusa triste e scivolosa.
Cosa provo? Solitudine? Libertà? Indipendenza?
Il mare si è trasformato in una gelatina blu senza vita che il Peter Pan taglia
adesso come un coltello, facendogli accapponare la pelle come se il contatto
con lo scafo gli provocasse un brivido. Ma il vento si sta alzando.
“Tira la scotta, Mari.” Questo l’ho detto ad alta voce. “Quello che devi fare
è tirare la scotta e la vela non ti darà tanto fastidio.”
E stavolta, lo ammetto, me lo sono detto persino con lo stesso tono acido che
usavi quando volevi fare il comandante mio e non della barca.
In realtà questo non lo avevo detto. Sì, sono riuscita a spiegare una vela.
La randa. Non la smette di fileggiare, ma l’ho alzata, anche se continuo ad
aiutarmi con il motore. È pur sempre qualcosa. La vista di quella violetta
gigante scossa dal vento, più che tranquillizzarmi, mi angoscia. Sembra che
stia per perdere tutti i petali.
E poi questo. Neppure una barca. Neppure un pesce. Neppure un gabbiano
triste.
Credo che l’unica cosa che posso fare per contrastare questa indigestione di
mare sia, oltre che parlare da sola, ricordare la terraferma e quanto sono stati
strani quei primi giorni con Olivia, l’incontro con Casandra...
In un certo senso eravamo il positivo e il negativo di una stessa foto. Io e
Casandra, voglio dire. Forse per questo tra di noi è nato un affetto immediato:
indipendenza militante contro dipendenza patologica.
Penso molto a lei ogni volta che devo prendere decisioni in barca. E oggi
bisogna prenderle, perché si sta alzando il vento: navigare di bolina con la
randa spiegata per stabilizzare la barca. Ammainare le vele quando non
servono perché non mi frenino. Chiudere gli oblò quando il vento supera i
quindici nodi. A partire dai venti nodi le creste inizieranno a staccarsi dalle
onde e l’acqua si riverserà sulla coperta sotto forma di spruzzi. A partire dai
trenta l’albero correrebbe il rischio di spezzarsi e il tender volerebbe via.
Devo tirare fuori il tender? Perché il vento dovrebbe alzarsi fino a trenta nodi?
Anche se il vento cala il mare continuerà a salire, alzandosi sempre di più,
dalle profondità. Adesso bisogna soltanto aspettare e fare delle scelte.
Mi sono scottata. La faccia, le braccia, la schiena. Brucia da morire. È
impossibile non scottarsi con questo sole. Se spiego le vele non posso aprire
il tendalino perché con questo vento mi frenerebbe. Perciò mi sono imbrattata
di doposole e avvolta nei parei come un beduino. Questa è stata la mia prima
decisione: spiegare le vele adesso per avanzare, anche se potrei morire per
colpa di un melanoma tra dieci anni?: carpe diem. Casandra dice sempre che
nelle decisioni più importanti della vita si è sole e che per questo suo padre
l’ha educata a non dipendere da nessun uomo. Io, però, sono cresciuta in un
ambiente tradizionale; mi iscrissero a una scuola di suore quando andavano
già di moda quelle miste e mi consegnarono un messaggio in bottiglia: il
capitano era sempre l’uomo. Eppure, nella stessa bottiglia i miei genitori
infilarono anche un altro messaggio che era più in linea con i tempi: dovevo
studiare, portare un altro stipendio a casa, oppure avere la capacità di
governare la barca, “casomai”... Ma soltanto casomai. Se bisognava
sacrificare il tempo o la propria professione per seguire l’altro, lo si faceva.
Soprattutto quando arrivavano i figli, il suo equipaggio.
Ma cosa succede quando non ci sono figli e l’altro se ne va con la sua vita e
la tua? Quest’opzione non me l’avevano prospettata.
Era vero: io non avevo mai voluto decidere la rotta perché ero indecisa per
natura. Mi avevano inculcato questa paura.
Parlando di decisioni, non so se tirare fuori il tender e lasciarlo gonfio o
tenerlo ripiegato nel cassone. Tenerlo a prua è una seccatura. Ma se ne ho
bisogno urgentemente?
La paura...
Era stato solo questo che mi aveva spinto a cercare un capitano troppo
presto? Te. Tu lo sapevi meglio di chiunque altro. Che la mia reazione davanti
alla vita è sempre stata quella di non lanciarmi completamente in un lavoro né
andare all’estero né fare qualunque cambiamento significativo o vitale, per
paura che mi riuscisse male. E invece guardami adesso, mentre mi lancio in
mare in un viaggio suicida a quarant’anni. In fondo, adesso mi rendo conto che
niente e nessuno mi avevano mai costretto a prendere le mie decisioni finché
non ero arrivata in quella serra. Neppure la vita.
Ciò che so perfettamente è che non prendere decisioni è prenderne una molto
importante.
Adeguarsi alla vita altrui, anche.
È un investimento rischioso. Una scommessa su una sola carta.
Di chi è la colpa? Ho il diritto di lamentarmi? Di rinfacciarti che io stessa
ho deciso di dare priorità alla tua vita rispetto alla mia? Di serbarti questo
rancore per essere sparito portandola via con te e lasciandomi senza niente?
Era normale che te la portassi via. Era tua. La tua vita.

Sono passate diverse ore e il vento è calato del tutto, ma, come sospettavo,
il mare no. Secondo i calcoli di Victoria quattro miglia più a sud c’era
Águilas, perciò devo essere vicina. Il Peter Pan naviga con la randa che
sbatte violentemente, come se protestasse, come se volesse anche scrollarsi di
dosso la grande violetta che porta dipinta.
Mi sono decisa e sto gonfiando il maledetto tender. Adesso però non so
come agganciarvi il motore fuoribordo. Per colpa della posizione, quasi a
testa in giù mentre frugo nel cassone per tirare fuori tutto, ho di nuovo lo
stomaco sottosopra. Sento che sto per vomitare. Se tu fossi qui mi diresti che
si vomita sempre con il vento a favore, altrimenti mi sporcherò tutta e
sporcherò anche la barca. Ci viene incontro un’onda e quando riscendiamo
corro a poppa e mi libero. Le interiora mi si strizzano come se avessi ingoiato
una biscia. Avrò vomitato anche la pillola antinausea. Ne prendo un’altra e mi
stendo. Questo sudore freddo lo conosco. Ho bisogno che il pavimento sotto i
miei piedi smetta di muoversi, ma questo non succederà. Chiuderò gli occhi
per un attimo.

L’equilibrio non è tornato del tutto, ma finalmente sono riuscita a rimettermi


dritta. Ho settantacinque litri di gasolio per una settimana. E ogni ora con il
motore acceso me ne ha fatto consumare mezzo. Di questo passo lo consumerò
tutto in tre giorni. Dovrei risparmiare il carburante, ma ancora non mi azzardo
a spegnere il motore; mi fa sentire sicura. Così è più facile tenere la rotta e
non essere alla mercé del vento.
“È ora di ammainare la vela,” mi sono detta di nuovo ad alta voce e poi, al
vento: “Che ci possiamo fare. Io ci ho provato. Se non vuoi soffiare, non
soffiare!”.
Il mare inizia a confondersi con il cielo. A dritta distinguo già la rada che
c’è dietro l’Isola de los Terreros, un buon posto dove trascorrere la notte. Non
so se sarò capace di gettare l’ancora. Ho paura che, mentre dormo, la barca
vada alla deriva. Potrei ritrovarmi in un altro continente.
Forse dovrei proseguire fino a Vera o Villaricos. Villaricos ha due porti
minuscoli: di sicuro non c’è posto e la stanchezza prevale. Sarà meglio
dormire e proseguire domani fino a Garrucha.
A babordo, l’acqua s’insinua nel cielo e scompare o continua e diventano la
stessa cosa. Che diresti adesso se lo vedessi? Mi diresti: “Tesoro, approfitta
del mare e prosegui: stanotte ci sarà la luna piena fino alle quattro. Spiega le
vele e fatti cullare dalle onde, perché non sai cosa può succedere dopo”.
Credo di aver sorriso. Ho la sensazione che sia passato così tanto tempo
dall’ultima volta che mi sono guardata in uno specchio da aver dimenticato le
sensazioni muscolari del sorriso. Adesso però le labbra mi si stringono in una
smorfia, sì, questo sì che l’ho notato.
È perché ho ripensato all’ultima cosa che mi avevi detto. Un vero voto di
fiducia, nel tuo stile: “Mari, promettimi una cosa, solo una. Tutto il resto non
importa. Promettimi che non ti lascerai morire”. Questo è il sunto di ciò che
pensavi di me, immagino. Una dimostrazione di stima per la mia persona.
Che se non ci fossi stato tu avrei organizzato un funerale vichingo del cazzo
immolandomi con te? Questo pensavi?
Improvvisamente ho sentito il bisogno di alzarmi, ho dato due giri alla cima
del vang finché non si è bloccata, mi sono puntellata con i due talloni sulla
parete del pozzetto, ho sciolto le cime dell’altro lato e, come se mi stessi
dando istruzioni dal maledetto Olimpo di cui credevi di fare parte, ho tirato e
tirato finché la vela non si è avvolta completamente e sono riuscita a cazzare
di nuovo la cima. Non avevo mai fatto questa manovra così in fretta, senza
quasi pensarci e, soprattutto, non avevo mai fatto questa manovra senza di te.
E improvvisamente mi sono sentita sola. Più sola che mai.
Sola, libera o indipendente?
Forse anche quest’ultima cosa. Sì.
Mi sarebbe piaciuto che Olivia potesse vederlo. Lei ha sempre creduto che
sarei stata in grado di fare questo viaggio. Almeno sono riuscita a iniziarlo.
Anche se mi sembra un’iniziativa sempre più irresponsabile e mi è chiaro che
non arriverò alla fine. Non arriverò mai allo stretto.
Osservo il mare. Questo mare che ormai mi circonda completamente e che è
pieno di insidie. Sono passati soltanto tre giorni e sono già esausta. Non riesco
a dormire. Non riesco a recuperare le forze.

Quando ho acceso il cellulare ho trovato vari messaggi delle ragazze che mi


incoraggiavano: Victoria, che mi chiede le mie coordinate; Gala, che mi
domanda come riesco a sopravvivere in questa roulotte, come l’ha definita lei,
senza un phon; Aurora mi ha lasciato un messaggio vocale pieno di singhiozzi;
Casandra mi ricorda la promessa che ci siamo fatte quando ci siamo
conosciute.
E poi c’è il silenzio di Olivia.
Che messaggio racchiude il silenzio di Olivia? Lo stesso del suo giardino e
dei suoi alberi pieni di segreti?
Un altro dei suoi mantra: “È importante sapere quando parlare come sapere
quando tacere”.
Ho immortalato questo paesaggio pieno di mare con il mio cellulare e l’ho
inviato velocemente a terra: a est, al cielo è spuntato un neo bianco e rotondo e
al mare dei lividi rosa. Verso ovest il sole si nasconde per la prima volta dopo
molti mesi, limpido, dorato e liquido, come il grande occhio di un felino. E sì,
né un uccello né un pesce o qualunque altra cosa che galleggi sull’acqua.
Quasi meglio così, mi sono detta, adesso non so se a voce alta o bassa, quasi
meglio, perché ho fatto un sogno terribile. Un sogno che mi ricorda i deliri
apocalittici che avevi quando la malattia ti era arrivata al cervello.
Nel mio sogno stavo camminando lungo una striscia stretta di sabbia lasciata
scoperta dalla marea: assi di legno, sedie e animali morti si ammassavano tra
le alghe, uccelli, pesci, granchi e qualche pecora. L’odore pestilenziale delle
loro carcasse mischiato a quello dell’acqua salmastra mi dava la nausea. Il
momento peggiore, però, era stato senza dubbio quando cercavo di mettere in
moto la barca. Quando il motore si accendeva, emetteva un conato e
rimescolava l’acqua viva del fondale che risaliva piena di residui. Stavolta,
dalla poppa, riuscivo a vedere un viso gonfio in superficie, con i capelli del
colore delle alghe. Gli occhi ancora aperti e scoloriti. Poco più in là emergeva
dal fondo un altro corpo di spalle. Uno molto piccolo e bianco, come di un
nano o un bambino. E altri tronchi di alberi caduti e carbonizzati, e altri corpi
tra cui il Peter Pan si faceva largo, fino ad arrivare al mare aperto, come la
barca di Caronte. Improvvisamente mi rendevo conto che tutti i corpi erano il
tuo. Tu, a età diverse. E tutti morti. E navigavo, navigavo disperatamente verso
sud per lasciarmi alle spalle tutta quella morte, con il vento contro, la corrente
contro, il mare contro.
Per questo adesso mi sto godendo ancora di più lo spettacolo che ho davanti
agli occhi. Quello della luna che sporca il mare liscio e monotono. Senza vita,
è vero, ma anche senza morte. Non ricordo di aver mai visto prima di oggi il
mare senza neanche un’altra imbarcazione. Anche se, per come stanno le cose,
adesso mi terrorizzerebbe quasi di più incrociarne una da dover schivare. Mi
sono seduta a tribordo con le gambe a penzoloni, appoggiata a uno dei cavi di
cui dimentico sempre il nome. Sento le onde che mi leccano i piedi. A te
piaceva che lo facessi. “Metti le mani sulla draglia, Mari, che se arriva
un’ondata resti senza collo.” Ecco come si chiama. Draglia. Per questa volta ti
darò ascolto. Stringo il cavo tra i pugni e appoggio il mento sulle nocche.
Meno male che mi hai messo in guardia.
Ci sono molte cose che non ricordo.
Il sole di ruggine mi batte sul viso prima di morire almeno per oggi e il
Peter Pan, che adesso fa rotta verso sudest, ubbidisce al pilota automatico che
hai programmato all’epoca. Persino da morto mi hai fissato la rotta. “Ricorda,
Mari,” quasi ti sento dire, “devi correggere la rotta solo se ti ritrovi davanti un
ostacolo”, adesso mi sembra di sentirti chiaramente, “altrimenti lascia che sia
il Peter Pan a portarti. L’ho già istruito io.”
Il cellulare ha trillato. È un messaggio di Casandra. Una foto si apre per
restituirmi un istante del passato recente: noi due al Giardino dell’Angelo con
gli occhi arrossati per il vino e una promessa sulla bocca, la sera del giorno in
cui noi cinque ci siamo conosciute: un gruppo di donne che aveva una sola
cosa in comune, l’unica che serviva per costruire una catena.
Il corteggiamento dei gigli

“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?”
Questa fu la domanda che mi fece Olivia mentre mi metteva un mazzo di
gigli tra le braccia, chiudeva con due mandate il cancello del giardino e
appendeva un cartello che diceva perentorio:
TORNO SUBITO.
OPPURE NO.

Come avrei scoperto più avanti, quello era il suo antidoto contro la noia.
Quando si rendeva conto di non riuscire a rispondere a quella domanda era
un brutto segno e introduceva una piccola novità nella sua vita. Aveva bisogno
che quest’ultima fosse un miscuglio perfetto di routine e nuove scoperte, mi
disse, mentre attraversava il giardino evitando le buche tra una piastrella e
l’altra. Quello “scoprire” poteva significare qualunque cosa, da comprare un
biglietto della lotteria se non lo aveva mai fatto, fino a imboccare una strada
che non era la solita per arrivare alla boutique della sua amica Gala – e aveva
appena optato per questa soluzione.
Quando eravamo in procinto di uscire, sulla soglia del negozio si
materializzò una signora anziana con un sacchetto dal quale spuntavano dei
ferri da maglia.
“Olivia! Aspetta... non chiudere!”
Ci voltammo. Era minuta, con i capelli appena fatti che sembravano
zucchero filato, il sorriso intelligente rosso carminio, mani screpolate con due
fedi e ciabatte da casa.
“Sei scappata di nuovo, Celia?” chiese Olivia incrociando le braccia.
“Mi tratterrò soltanto un paio d’ore, te lo prometto. Mi occupo io del
negozio, casomai venisse qualcuno,” supplicò. “Altrimenti mi lasciano
un’altra volta i nipoti per tutto il pomeriggio e a essere sincera, figlia mia,
sono sfinita. Ho detto che andavo dal medico.”
“E non ti chiedono dove? Vorranno accompagnarti.”
“No, per questo non mi chiamano,” rispose l’anziana aggrottando un
sopracciglio. “E questa figliola? È tua?”
La salutai. Lei mi piantò due baci a schiocco sulle guance e Olivia le lasciò
le chiavi in mano.
“Ma non te ne andare prima che torniamo, va bene? E non innaffiare! Che
l’ultima volta mi si sono bruciacchiate tutte le piante da ombra.”
“Neanche quelle lì che sono tutte secche?”
“No!”
Quel personaggio singolare ebbe un sussulto, prese le chiavi come se
fossero quelle del paradiso e si affrettò ad andare a godersi la sua oasi.
A quel punto sentii uno strattone che mi indicava di attraversare la strada.
“Qualunque cosa ti sia successa, Marina,” mi disse affaticata, “ti assicuro
che adesso ti trovi in una situazione privilegiata.”
Mentre la seguivo quasi contro la mia volontà, strinsi le labbra, ma non
lasciai trapelare la mia indignazione. Ma chi si credeva di essere? Lei non
sapeva quello che stavo passando. Non sapeva niente di me. Non lo sapeva.
“Voglio dire che quando nella vita qualcosa ci colpisce duramente e ci
costringe a uscire dalla nostra zona di comfort, è tutto nuovo, che lo si voglia o
no, e la persona che sei può essere riscritta. Capisci il vantaggio che hai?”
proseguì mentre si sventolava con un ventaglio bianco come il suo vestito di
lino e sembrava che le due farfalle di vetro che aveva appese alle orecchie la
seguissero volando.
Improvvisamente si lanciò verso il punto in cui c’era un poliziotto in
procinto di rimuovere una bicicletta.
“Agente! Agente! È mia! È mia!” gridò mentre correva con il cappello rosa
in mano, in modo comico.
“Signora, hanno segnalato per la quarta volta che questa bicicletta è in una
zona riservata al consolato. Non può lasciarla qui.”
Lei fece una smorfia e addolcì il tono. “A dire il vero, non lo sapevo.
Pensavo che avessero bisogno del posto soltanto di pomeriggio. Non ci
parcheggia mai nessuno.”
“Ci hanno detto anche che la macchina del consolato è stata rigata. Lei ne sa
qualcosa?”
Olivia spalancò gli occhi al massimo.
“Davvero pensa che una donna come me sarebbe capace di una cosa del
genere? Al massimo posso averle fatto un graffietto con la bicicletta mentre la
spostavo, sono anziana e faccio manovra a fatica.”
L’agente, grosso e robusto come un rottweiler, trattenne le risate. Era
giovane, con i tratti spigolosi, come dipinti con l’aerografo. La bocca carnosa,
gli occhi nerissimi, gli zigomi pronunciati e la carnagione scura.
Olivia si scusò e gli lasciò il suo biglietto da visita perché si mettessero in
contatto con l’assicurazione: avrebbe risarcito qualunque danno e pagato la
multa molto volentieri. L’agente lesse ad alta voce: “Elena Ferre”, e si
congedò con un: “Grazie, le auguro una buona giornata, signora Ferre”. Olivia
prese un giglio dal mazzo e glielo porse con un: “Grazie, giovanotto, passi una
splendida giornata”, ed entrambi sembrarono molto soddisfatti.
Poi mi tirò per un braccio verso la strada in salita.
“Aspetti, signora!” lo sentimmo gridare dietro di noi. “Non ha spostato la
bicicletta!”
“Non ho le chiavi del lucchetto, agente! Ma non si preoccupi, torniamo
subito a prenderla!”
Quando svoltammo l’angolo di calle Atocha non potei impedirmi di
chiederle: “E quindi, non ti chiami Olivia?”.
Lei camminava in fretta ed era sul punto di perdere un sandalo.
“Dai retta a me, mia cara. Chiedi il biglietto da visita a tutti e fai un segno su
quelli delle persone che ti stanno antipatiche. Sono molto utili in queste
situazioni.”
A quanto pareva, quella certa Ferre era stata la padrona di casa di una sua
amica alla quale non aveva mai restituito la caparra. Quelle piccole vendette
da giustiziera la rendevano felice.
“E non sarebbe meglio se spostassimo la bici?”
“No, perché non è neanche mia.”
La seguii, sempre più perplessa. Ci lasciammo alle spalle il Teatro
Monumental, dove i musicisti fumavano stretti in un capannello intorno alle
custodie dei loro strumenti prima di entrare per le prove, e arrivammo davanti
a un edificio imponente al numero 34, un antico palazzo che dichiarava con
orgoglio il proprio passato ottocentesco.
Le scale ampie e malandate che odoravano di cantina ci condussero fino al
primo piano. Olivia premette il pulsante del campanello, che suonò afono. Una
targa di metallo annunciava un nome: “Colibrí”.
Dietro la porta comparve una donna dalla pelle trasparente come il vestito
di garza color lampone che copriva il suo corpo voluttuoso. Una ninfa di
Rubens.
“Ciao, mia cara...” Olivia le diede due baci a schiocco e l’altra ricambiò
baciando l’aria. “Sei dimagrita?”
Lei proruppe in una risata grande e rotonda come le sue curve.
“Tu sì che sai come farmi felice.” Tirò in dentro la pancia. “Non si è mai
troppo ricche. Né troppo magre.”
“Immagino che non sia una citazione di Byron.”
“No, ma avrebbe potuto esserlo. È di Coco Chanel.”
La conclusione a cui era giunta la milionaria e filiforme dea della moda era
un mantra per quella vichinga che gestiva uno degli showroom più importanti
della città.
“E che cos’è uno showroom?” mi chiesi io entrando.
“Lei è Marina, la mia nuova aiutante,” le spiegò Olivia mentre si toglieva il
cappello e avvicinava la faccia a un ventilatore. “L’ho scelta perché non sa
niente di fiori, le è successo qualcosa che non vuole raccontarmi e dobbiamo
aiutarla, ma non so ancora come. È appena arrivata nel quartiere.”
“Ciao, bella.” Mi diede due dei suoi baci aerei e poi mi girò intorno come
se fosse un satellite. “Accidenti, quanto poco grasso! E sembra che tu sia stata
investita da un treno. Piacere. Io sono Gala.”
“Piacere mio,” riuscii soltanto a dire di fronte alla critica che mi avevano
rivolto con tanta grazia mentre cercavo di ricordare cosa avessi addosso.
“Immagino che me la porti perché le scelga qualcosa,” disse alla fioraia, che
entrò fondendosi con la luce. “Vediamo che cosa possiamo fare con te.”
Seguii la vichinga in una stanza dai soffitti alti e le porte scorrevoli. I grandi
balconi facevano entrare la luce e, tutto intorno, in perfetta formazione
militare, centinaia di stampelle a cui erano appesi vestiti, camicette, gonne
dalle stoffe vaporose e colorate come caramelle. Alla fine della sala uno
specchio a figura intera che mi restituì la mia immagine ancora più monocroma
in mezzo a tanta bellezza, e una stravagante chaise-longue turchese su cui si
sedette Olivia.
Passando sfiorai quelle stoffe con la punta delle dita come se fossero ali di
farfalle. Gala portò a spasso per la stanza il suo generoso metro e ottanta,
scomparve e ricomparve con i gigli in un vaso che sistemò accanto alla
finestra. Era rimasta a bocca aperta di fronte ai fiori. Erano imponenti, disse.
Proprio quello che le serviva. All’epoca io non conoscevo ancora il
linguaggio dei fiori. Quelli però parlavano già della sua estrema civetteria.
Portava la chioma bionda raccolta di lato con una treccia giovanile che
rendeva impossibile indovinare i suoi quarant’anni. Aveva gli occhi verdi
incastonati in un viso da bambola come due ametiste, la faccia rotonda come
una nocciola e una bocca che sembrava sempre pronta a baciare. Il suo corpo
grande e carnoso, strategicamente splendido in tutti i punti cardinali che
annunciavano il suo essere femmina, era coperto con gusto ma lasciando
spuntare una spalla, le ginocchia o parte del seno florido. Nonostante questo,
sembrava sforzarsi costantemente di individuare ciascuno degli impercettibili
cambiamenti del proprio corpo e sospirava in continuazione per la giovinezza
perduta. Gala aveva lavorato facendo, come diceva lei, “di tutto un po’”, e uno
dei suoi lavori come modella per taglie forti l’aveva fatta entrare in contatto
con lo stilista di Colibrí. Per un periodo erano stati soci, ma quando era
iniziata la crisi Gala aveva finito per vendere la propria parte dell’attività e
tornare a fare la dipendente. Da allora gestiva l’unico showroom della firma a
Madrid. Così prestava abiti per feste ed eventi ad attrici, presentatrici
televisive e vip di ogni tipo. Più tardi scoprii che Olivia riforniva di fiori
Gala in cambio dei vestiti che lei le prestava. La stessa operazione che si
preparava a fare con me quella mattina in cambio di un mazzo di gigli bianchi
a forma di stella marina sul punto di aprirsi.
“Perché non ti provi questo?” mi suggerì venendo verso di me con un vestito
aderente verde mela svenuto tra le braccia.
“Ma io non posso pagarlo,” mi affrettai a dire. “Mi sono appena trasferita
e...”
“Forza, mia cara. Ti chiedo soltanto di averne cura, di dire di che marca è se
qualcuno te lo chiede e di riportarmelo entro una settimana per cambiarlo con
un altro.” Mi appoggiò il modello addosso come se fossi una figurina da
ritagliare. “Sei fortunata, sei magra come un chiodo. Ti ci vorranno i modelli
da sfilata che non possiamo vendere. Se io volessi entrare in uno di quei
vestiti dovrei limarmi le ossa. Non c’è niente che mi piaccia di più al mondo
di un vestito verde.”
Gala mi spinse dolcemente verso un angolo e tirò una tenda spessa di velluto
rosso, dietro la quale mi fece scomparire come se fosse una maga. Mentre mi
toglievo i vestiti attaccati al corpo per colpa del sudore come se mi stessi
scuoiando – jeans, maglietta di un colore indefinito che era stato marrone e
sandali rovinati – le sentivo parlottare all’esterno.
“Questo è il tuo bell’avvocato?” le chiese Olivia.
“In questa foto non è tanto bello.” Un’altra volta la sua risata fragorosa. “In
questa sì. Ma non ti ci affezionare.”
“Capisco. È già passato un mese. Ti angoscia tanta stabilità?”
“Il fatto è che ha già iniziato a trasformarsi in Otello. È una piaga. L’altro
giorno si è arrabbiato solo perché mi ha sorpreso a mandare questa foto al mio
ex.”
Ci fu un silenzio rotto soltanto dalle pale del ventilatore.
“Forse non gli avrebbe dato tanto fastidio se tu non fossi mezza nuda.”
“Perché mi si vede un po’ il fianco? Il poveretto diceva che gli mancavo. La
considero una missione umanitaria.”
“Mia cara, sei una di cuore. Una vera Ong per gli uomini accecati
dall’amore.”
“Amore...?” Un’altra delle sue risate. “Chi ha parlato d’amore?”
Riuscii a infilarmi quel vestito che odorava di nuovo e prima di uscire mi
annusai le ascelle e verificai terrorizzata lo stato delle unghie dei piedi,
rovinate e con lo smalto rosa sbreccato. Uscii dal camerino sulle punte.
Le due donne mi osservarono.
“No,” sentenziò Gala. “Chiaramente il verde non è il suo colore. Con quella
pelle e i capelli così scuri sembra uno zombie.”
Attraversò a grandi falcate la stanza con una cinquantina di stampelle e un
paio di espadrillas bianche con la zeppa.
Entrai di nuovo in camerino un po’ demoralizzata e, quando per infilarmi le
scarpe mi appoggiai al muro, questo si mosse. Era una porta. La aprii.
Comunicava con un’altra stanza più stretta ma che, invece che di vestiti, era
piena di libri, come se fosse una piccola biblioteca. Accanto alla finestra, una
scrivania con un ventilatore acceso. E un divano... con sopra un uomo nudo
che dormicchiava. Supino. Aveva i capelli biondo cenere. Il corpo lungo e
privo di peli o nei e un preservativo grinzoso e flaccido ancora infilato.
Chiusi con discrezione la porta e mi affrettai a provarmi i vestiti. Ne scelsi
uno con una fantasia a fiori arancioni che entrambe applaudirono all’unisono.
“Tieni anche le scarpe,” mi disse Gala appena mi vide uscire. “Sono mie e
mi fanno male. Stanno meglio a te.”
Quando finimmo insistettero perché me lo tenessi addosso e Gala infilò i
miei vecchi vestiti in un sacchetto sgualcito di Dior.
“Dove la porti adesso?” chiese a Olivia.
Lei tirò fuori un portamonete dal suo cestino e spiegò un paio di banconote.
“Vediamo il budget delle mance...” Contò anche le monete. “Quindici euro e
trenta centesimi! Siamo ricche!”
Gala ci salutò sulla soglia rammaricandosi di non poterci accompagnare: a
quanto pareva andava pazza per il posto in cui Olivia mi stava portando, e
scomparve dietro una delle sue risate smisurate.
Percorremmo calle Huertas in discesa, poi calle del León fino all’angolo
con Cervantes dove Olivia salutò un uomo giovane con il pizzetto che
osservava come scaricavano un camion. Venne fuori che era lo stilista di
Ulises Mérida, il cui atelier era un po’ più giù e i cui vestiti erano il sogno di
Gala e di tutte le altre donne del paese. Poi svoltammo in calle Lope de Vega
mentre io mi sforzavo di non rompermi una caviglia su quell’acciottolato.
Scoprii che avevo dimenticato come si camminava sui tacchi. In quel periodo
mi sarei fatta ferrare i piedi come un cavallo pur di non dover pensare a quali
scarpe mettere. Mentre scendevamo lungo calle Lope de Vega, Olivia
continuava a salutare gente a destra e a manca: la padrona dell’erboristeria
con le sue occhiaie perenni, Alejandro, il simpatico proprietario di un negozio
di delicatessen, che disse “arrivederci” con accento venezuelano e che era,
secondo Olivia, il più bravo a tagliare il prosciutto in tutta Madrid, e quando
arrivammo all’altezza del convento delle Trinitarie una voce dietro un
polverone arancione ci fece fermare. Dopo un attimo comparve la persona a
cui apparteneva, un uomo canuto con una mascherina.
“Buongiorno, Olivia,” disse sfregandosi gli occhi. “State attente a non
sporcarvi.”
“Come va, Francisco? Ormai possiamo dire: ‘In un punto del convento di
cui voglio ricordare il nome...’.”
“Non so che dirti... Lì dentro abbiamo un mucchio di ossa che al massimo ci
servono per giocare agli aliossi.”
“Senti, lei è la mia nuova aiutante, Marina.”
Lui si tolse la mascherina e comparve il sorriso più affascinante che avessi
mai visto.
“Piacere,” dissi tossendo.
“Per ora dice solo ‘piacere’ e ‘mi dispiace’,” precisò Olivia, “ma presto
imparerà a dire anche altro.”
Non diedi a vedere che il suo commento mi aveva infastidito e sorrisi. Forse
per questo mi azzardai a chiedere: “State restaurando l’edificio?”.
Lui socchiuse gli occhi saggi e, quando lo fece, gli si disegnarono delle
rughe espressive tutto intorno.
“Be’, direi piuttosto che stiamo riscrivendo la nostra Storia.”
Francisco Ibáñez, che decise di scortarci per un tratto della strada in
discesa, era una specie di cercatore di celebrità scomparse ed era a capo,
nientemeno, del gruppo di archeologi che cercavano ossessivamente le ossa di
Cervantes da due anni. Portava un camice bianco sporco di terra e un
cartellino di riconoscimento al collo. Aveva i capelli canuti e spettinati, era
altissimo, magro e con le ossa grandi, camminava come se gli pesasse la testa
e di tanto in tanto starnutiva, secondo lui per colpa dell’allergia. Quando si
tolse i guanti da chirurgo e se li infilò in tasca, si pulì la fede con il camice.
Durante quella passeggiata ci raccontò che, per uno scherzo del destino,
Cervantes e il suo grande rivale dell’epoca, Lope de Vega, erano vissuti in
strade parallele che adesso si ritrovavano i nomi scambiati – quella in cui
aveva abitato uno prendeva il nome dell’altro –, entrambi avevano avuto una
figlia suora al convento delle Trinitarie, entrambi erano stati seppelliti nel
quartiere e i corpi di entrambi erano scomparsi.
“Io ho una teoria interessante in proposito,” disse Olivia mentre si
sventolava la nuca.
“Tu hai teorie interessanti quasi per tutto,” le rispose lui con complicità e
quasi interrompendola.
“Soprattutto riguardo a te.” Olivia cercò qualcosa dentro i suoi occhi. “Non
sei passato dal mio negozio. Forse vuoi ordinarmi qualcosa per qualcuno o
magari hai qualcosa per me...”
Lui si portò la mano al mento e se lo accarezzò per qualche secondo. Poi
fece per dire qualcosa, ma mi guardò come se la mia presenza lo mettesse a
disagio e preferì proseguire con la sua lezione di storia: “Sai, Marina? Noi
madrileni siamo stati particolarmente sbadati, perché in un solo quartiere
siamo riusciti a perdere le tracce dei resti mortali di cinque geni della
letteratura universale: Quevedo, Calderón, Cervantes, Lope de Vega e
Góngora, addirittura”.
Olivia scoppiò a ridere.
“Non si sa dove sono le loro tombe? Di nessuno?” chiesi stupefatta. E
inciampai per l’ennesima volta grazie ai miei sandali nuovi.
Secondo Olivia, dopo tanta disattenzione, se potevamo vegliare i loro libri,
perché dovevamo dissotterrare le loro ossa?
Mi sarebbe piaciuto osare dire che avevo studiato storia, che l’archeologia
era stata la mia passione e che morivo dalla voglia di visitare quegli scavi, ma
quando ero sul punto di farlo, Francisco disse che preferiva congedarsi da noi
sulla soglia dell’albergo perché non era, a suo parere, adeguatamente
abbigliato. Lo accompagnammo allora fino a plaza de la Independencia, la
parola che mi aveva perseguitato per tutto il giorno, e lì ci salutò con un cenno
della mano per non sporcarci di polvere. Poi si incamminò languidamente
sotto il sole che a quell’ora già bruciava.
Quando scendemmo di nuovo fino a plaza de la Lealtad – non c’è che dire,
quel quartiere era pieno di nobili ideali – e arrivammo alla nostra meta, rimasi
paralizzata sulla soglia del giardino. Dentro, la cascata di un piano, il fresco
di un’altra oasi, le poltrone di vimini bianco, le balaustre di pietra, i camerieri
guantati. Olivia mi diede una piccola spinta.
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?
Forza. Abbiamo dieci euro e ci bastano giusto giusto per due caffè freddi
all’hotel Ritz. Ce lo meritiamo.”

Quel giorno lasciò soltanto che la osservassi e la accompagnassi. E quel


giorno scoprii molte cose su di lei, ma anche qualcuna su di me. Innanzitutto
che, a quanto pareva, non la smettevo di chiedere scusa. Sembrava che mi
scusassi per essere entrata al Ritz soltanto con il mio atteggiamento. Non mi
ero mai posta il problema di quanto costasse un caffè in un posto del genere.
Semplicemente avevo immaginato che non fosse un posto per me. Un posto che
io meritassi. E che qualcuno se ne sarebbe accorto, senz’altro. Ma no... i
camerieri ci servirono il caffè dentro bellissime tazzine di porcellana così
sottile che sembravano fatte di gusci d’uovo. Al tavolo accanto c’era una
coppia francese che faceva colazione con un neonato quasi albino, bruttissimo,
secondo Olivia. Mi divertì il suo commento perché era fatto senza malizia, ma
era molto vero. Un po’ più in là due giapponesi la facevano con i loro
computer portatili.
Olivia iniziava a piacermi. Anche se è vero che in alcuni momenti i suoi
commenti su di me mi infastidivano, mi piaceva il suo modo di essere, o
meglio di esistere: i suoi occhi da uccello quando osservava, i suoi capelli di
un rosso sbiadito dagli anni, le pause che lasciava tra le parole quando
pensava e, soprattutto, l’impatto che aveva sulle persone. Devo riconoscere
che ogni tanto allora mi dissi che era pazza. Soprattutto quando scoprii che
firmava le ricevute della carta di credito con nomi inverosimili di celebrità
defunte. In un solo giorno la vidi apporre una firma al Ritz come Marilyn
Monroe, alla farmacia di plaza de Santa Ana come Judy Garland e siglare una
notifica del tribunale come il Mago di Oz in persona.
Era chiaro. Le regole e Olivia non andavano d’accordo.
“Non ho intenzione di seguire un fuso orario assurdo e d’estate cenare
quando è ancora giorno solo perché i tedeschi hanno deciso che così si
risparmia energia,” sentenziò quando, sempre nel giardino del Ritz, i francesi
con il neonato brutto le chiesero l’ora e lei, invece delle undici, decise che era
mezzogiorno, secondo il suo criterio. Olivia aveva deciso di seguire la luce,
come i suoi fiori, senza spostare le lancette all’arrivo dell’autunno o della
primavera. Secondo lei non si poteva cambiare l’ora ai nostri orologi
biologici circadiani né alterare come se niente fosse i cicli del sonno.
Smettendo di seguire i ritmi di luce e buio la nostra qualità della vita
diminuiva ed eravamo quasi sempre nervosi.
Devo ammettere che all’inizio queste sue abitudini mi spiazzavano: io, la
regina del consentito, la guardiana dell’appropriato, la schiava della regola e
di quello che ci si aspettava da me.
Ciò che ricordo bene di quel giorno è che Olivia mi si rivelò subito come
una lettrice di persone. Le catalogava, come faceva con le sue piante. Uno dei
suoi passatempi era immaginarsi la vita e le abitudini dei passanti anonimi che
sfilavano dall’altra parte dell’enorme vetrata del suo negozio. In effetti la
serra era un osservatorio perfetto. Una scatola di vetro da cui osservare la vita
appostandosi dietro le foglie delle sue piante. E proprio come catalogava i
fiori, Olivia catalogava con affetto le persone che la circondavano. In
particolare credeva che noi donne avessimo una grande somiglianza con i fiori
e per questo cercava di cogliere, soprattutto in quelle della mia generazione,
un catalogo variegato che poteva studiare sulla base del loro habitat, della
loro crescita, evoluzione e, perché no, delle loro sindromi. Dove per
“sindrome” intendeva quel complesso di sintomi che si presentano insieme,
fenomeni che si raggruppano e che caratterizzano una determinata situazione.
Molti degli esemplari che teneva sotto osservazione avevano già varcato la
porta della sua serra. “In effetti è possibilissimo che oggi tu ne conosca più di
uno,” azzardò divertita.

Mentre mi godevo quel concerto per piano e automobili dell’hotel nascosta


dentro il mio vestito stampato, non potei fare a meno di chiederle di Gala e
della sua biblioteca segreta. Secondo Olivia, lei era un chiaro esempio di
quella che aveva definito la “sindrome di Galatea”. Vale a dire colei che
pensava che oggi la donna avesse tutti i diritti, tutti tranne quello di
invecchiare. E che era capace di fare qualunque cosa per ingannare il tempo.
“Bada, però, non si tratta tanto di piacere agli uomini come vuole far
credere lei, quanto piuttosto di piacere a se stessa,” chiarì mentre
mordicchiava un cioccolatino sciolto.
Gala aveva un grande paravento per nascondersi: la sua frivolezza.
Avrebbe civettato con un semaforo e sarebbe riuscita a farlo diventare
rosso, assicurò Olivia ridendo. Perciò la bionda Gala, per quanto attirasse
maschi alfa apparentemente sicuri di se stessi, non ne aveva ancora trovato
uno che lo fosse abbastanza e che sopportasse il suo modo di essere senza
ammalarsi di gelosia dopo pochi mesi.
E cosa nascondeva dietro quel paravento?
Be’, al momento, anche se più avanti avrei scoperto che era un pozzo molto
più profondo di quanto io potessi immaginare, sapevo già che nascondeva una
stanza segreta piena di quelli che chiamava “i suoi tesori”. Tra i quali, proprio
in quel momento, iniziava a stiracchiarsi il suo nuovo amante: un dirigente
francese della Renault che era appena stato destinato a Madrid per un paio di
mesi. Per Gala, la situazione ideale: sposato e con data di scadenza nel paese.
Era entrato nella sua boutique qualche giorno prima perché alcuni suoi amici
gli avevano detto che lì si affittavano smoking e lui doveva andare a una festa
all’ambasciata francese. Lei gli fece da confessore attraverso la tenda del
camerino e, quando gli allisciò i pantaloni e osservò che gli andavano un po’
piccoli, si accorse anche che il motivo era un’erezione promettente. Cosa
doveva farci? Le risultava quasi impossibile mettere da parte il suo istinto di
cacciatrice. Poteva essere vero, ammise davanti a noi qualche volta, che in
realtà fosse un modo per verificare che continuava a possedere le sue armi
femminili. Fatto sta che quella mattina, prima che arrivassimo noi, lo guardò
con un’espressione molto seria dentro il camerino e lasciò cadere a terra il
suo vestito di garza.
Quando noi ce ne andammo, siccome era una lettrice incallita di Byron e dei
romantici, decise di concludere una mattinata troppo tranquilla combinando
due dei suoi hobby: il sesso e la lettura. Prese il libro che aveva appena
comprato alla Cuesta de Moyano, si distese davanti al ventilatore usando come
leggio il corpo sudato del suo nuovo amante e si pizzicò l’addome con
disgusto. Prima non avrebbe potuto farlo. Era un fatto. Adesso però quella
pancetta non spariva per quanti esercizi per gli addominali facesse. Se
pensava a quello che era stata...
A quel punto lui si svegliò e lei continuò a leggere per un po’, giocando a
concentrarsi mentre l’altro baciava ogni centimetro della sua generosa
anatomia con quelle labbra piccole disegnate per pronunciare le vocali
galliche finché, ormai nuda e bianca, imitando i suoi gigli, iniziò ad aprirsi
petalo dopo petalo e a emanare un aroma noto, dolce come il polline.
Mentre il francese si dedicava con devozione a leccarle l’ombelico, Gala –
trattenendo il respiro e tirando in dentro la pancia – faceva una mappa mentale
della sua agenda di quel pomeriggio. Non c’era niente che la facesse
arrabbiare di più degli uomini ossessionati dagli orifizi. E dire che aveva
iniziato bene. Ma sì, se avesse provato a infilarle la lingua nell’orecchio,
sarebbe finito tutto, si disse, mentre fissava una tabella di marcia per quella
nuova avventura: in primo luogo, niente intimità. Avevano a disposizione solo
due mesi e non aveva senso che sapessero molto di più l’uno dell’altra. Non
gli avrebbe raccontato che due ore dopo sarebbe andata, come sempre, a
leggere favole nel reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale di Madrid.
Agli uomini non piaceva il dramma e li eccitava pensare di essere la tua unica
ragione di vita, o almeno la prima. Anche solo per un paio di mesi. “Sono
tua,” gemette guardandolo negli occhi e mettendogli le mani sulle tempie per
allontanarlo una buona volta dal suo ombelico. “Prendimi tutta,” supplicò
quasi cercando di trasmettergli quel messaggio subliminale. “Sono TUTTA tua.”
A quel punto il francese sembrò impazzire e finalmente si lanciò su di lei. Gala
sorrise. Che creature strane erano gli uomini. Erano così buffamente
prevedibili. E, una volta che lo ebbe sotto controllo tra le sue cosce forti,
fantasticò su quali potessero essere le passioni del suo francesino. Mentre lui
si avventava fieramente su di lei, pensò che potesse essere uno sportivo.
Aveva una buona muscolatura. Quello poteva essere un inconveniente. Il suo
ultimo amante faceva parapendio e passavano tutti i fine settimana lanciandosi
dalle rupi e scopando. Non era mai stata così indolenzita.
E in effetti quella era un’altra delle regole della nostra Galatea, come lei
stessa mi disse una volta. Era un camaleonte. Cambiava colore politico, hobby
e gusti in funzione del suo compagno. Così non c’era rischio di sbagliare.
Diventava un’esperta assaggiatrice di vini con la stessa rapidità con cui si
metteva a esultare in uno stadio di calcio. E spesso affermava che si sarebbe
sposata soltanto se avesse incontrato il principe azzurro, ovviamente dotato di
castello.
Quel tizio non lo era, ma come amante, se lo guidava, non era male, pensò
mentre lui si lasciava cadere arreso e sudato su di lei. Lo spostò un po’ di lato
e fece per alzarsi dalla poltrona. Lui cercò di trattenerla e stringerla a sé, ma
Gala gli fece capire con la mimica di riposare – ecco un’altra cosa: non
parlava una parola di francese. Prese il Don Giovanni di Byron, così diverso
dall’originale, così incline a farsi sedurre e così tenero, e lo aprì di nuovo
dove lo aveva lasciato.
Lesse: “Oh l’amor della donna! A lei nessuna / Cosa torna più cara e più
tremenda; / Gioca sopra quel dado ogni fortuna, / E persa, nulla ha più che la
difenda / Dal lungo scherno che su lei s’aduna. / Ben sua vendetta è, qual tigre,
orrenda: / Ma ciò che val? Quelle ferite istesse / Porta da prima nel proprio
fianco impresse”. Rimase a pensare lasciando l’indice incastrato tra le pagine
e si immaginò l’altro don Giovanni, quello spagnolo e più canaglia, e dall’alto
della propria eterosessualità convinta, pensò a quanto dovesse essere eccitante
sedurre una novizia.
In breve tempo avrei scoperto quanto a Gala piacesse condividere le sue
avventure sessuali. Lo faceva con la stessa naturalezza e dovizia di particolari
con cui si racconta un viaggio. Esibiva i suoi trofei di caccia con la fierezza di
un gatto.
“La sua guerra contro il tempo è tale che, a furia di togliersi gli anni, presto
arriverà all’adolescenza,” osservò Olivia ridendo tra un sorso e l’altro di
caffè mentre uno dei camerieri imbronciati del Ritz allontanava da noi con un
tovagliolo una vespa stordita dal caldo.
Gala proveniva da una famiglia con molti fratelli di un villaggio montuoso
delle Asturie e, come diceva lei tra le risate, era passata dal dare il mangime
ai polli a dare i vestiti alle vip e sosteneva con convinzione che non si poteva
soccombere all’amore. Eppure, il giorno in cui Olivia l’aveva conosciuta,
l’aveva trovata abbracciata all’olivo del suo giardino dopo la sua ultima
rottura perché sentiva di aver bisogno di un pezzetto di campagna. Da piccola
suo padre le aveva insegnato che i vecchi alberi possedevano un’energia
vitale che ti trasmettevano quando ne avevi bisogno. Quel giorno Gala aveva
scoperto che era parecchio tempo che il cuore non le batteva con tanta forza e
aveva scritto una frase sul libro degli ospiti del negozio: “Non amo meno gli
uomini, ma più la natura”. Firmato: Lord Byron.
Rimasi ipnotizzata mentre giravo il cucchiaino d’argento nel mio caffè.
Sembrava che ruotasse tutto intorno allo stesso asse.
Olivia osservò i tavoli che avevamo intorno: i genitori del piccolo albino, i
camerieri che si aggiravano al rallentatore tra i tavoli, due signore
ottuagenarie con i capelli di zucchero filato, una donna indiana con un sari che
mandava messaggi con il cellulare e che ci restituì subito l’occhiata con un
sorriso cordiale...
“A volte penso che noi esseri umani siamo invisibili gli uni per gli altri,”
disse Olivia. “Ci sono tante versioni di ciascuna persona quanti sono quelli
che la guardano, non trovi?”
Per un attimo provai a immaginare come potesse vedermi quella donna
arrivata da un altro continente, avvolta nel mio vestito arancione mentre
prendevo un caffè al Ritz. Olivia si appoggiò allo schienale della sua poltrona
di vimini scricchiolante come se si aspettasse che dicessi qualcosa. Misi i
gomiti sul tavolo.
“E perché arriviamo sempre alla conclusione che mostrarci come ci
sentiamo ci renda meno ‘amabili’ agli occhi degli altri?”
Rimanemmo tutte e due a pensare. La Gala di cui mi parlava Olivia, quella
che non si mostrava ai “suoi uomini”, ma alle sue amiche sì, non era forse una
creatura di cui innamorarsi? Forse il problema era solo che non stava
cercando nel posto giusto. Adesso che ripenso a lei durante il nostro primo
incontro, mi rendo conto di quanto quella versione fosse differente da quella
che avrei conosciuto pochissimo tempo dopo. Era vero ciò che diceva
Francisco, il cacciatore di geni scomparsi: Olivia aveva teorie interessanti
quasi per tutto.
La tristezza delle calendule

Quando tornammo al negozio di fiori trovammo il cancello aperto. Olivia,


però, non sembrò allarmarsi. Al contrario, sorrise vedendo la bicicletta della
discordia all’interno e in giardino un cavalletto aperto che sembrava avere
cinque gambe, due delle quali dalle cosce scheletriche e dalle ginocchia
ossute. Dietro a quello si sentivano dei singhiozzi interrotti da rumorose
soffiate di naso.
Un viso sporco di pittura si affacciò dietro la tela.
“E Celia?” le chiese Olivia entrando.
“Se n’è andata. Mi ha detto di ricordarmi che lei non è stata qui,” rispose
con la voce rotta. “Hai saputo quello che è successo ai parrocchetti monaci?”
La fioraia lasciò il suo cappello rosa e il ventaglio sopra la sedia di ferro
arrugginita e si sedette sull’altra, come se aspettasse una funzione. Io feci per
entrare nella serra, ma lei mi fermò.
“Aurora, voglio presentarti Marina.” E, indicando il quadro: “Marina,
Aurora è la persona che dipinge gli acquerelli incredibili che vendiamo qui. E
dico incredibili perché in teoria viene per prendere spunto dalla natura ma
poi, come potrai verificare, dipinge quello che le va”.
La pittrice fece di nuovo capolino dietro la tela con l’espressione di chi
soffre di acidità di stomaco. Non era alta. Aveva i capelli neri e corti alla
maschietta che le incorniciavano il viso piccolo, affilato, bello; una parte della
testa era protetta da un fazzoletto, macchie di vernice acrilica sostituivano il
trucco, le gambe simili a zampe di gatto e una maglietta ampia da uomo come
unico vestito.
Quando feci per salutarla mi interruppe: “Sei del quartiere? Dico davvero,
la faccenda dei parrocchetti è allarmante. In teoria avrebbero dovuto
attraversare il paese nella loro migrazione verso il Nord, ma sono rimasti.
Qui”.
“Sì,” sbuffò Olivia. “L’altro giorno ho pensato di essere dentro un sogno
assurdo: ho sentito uno stridio in giardino e ho visto l’olivo invaso dai
parrocchetti. Il bel poliziotto dell’angolo mi ha detto che oggi libereranno dei
falchi addestrati per dare loro la caccia.”
L’altra uscì definitivamente dalla trincea del suo cavalletto e buttò il
pennello a terra.
“Vogliono dare loro la caccia?”
“Aurora... si riproducono molto in fretta e stanno distruggendo gli alberi.”
“Ma sono rifugiati! Profughi! Iniziamo così e finiamo con...”
“Con un olocausto, non aggiungere altro,” rispose Olivia sospirando.
“Com’è l’essere umano! Vi rendete conto? La colpa di tutto questo è nostra e
quando facciamo una cazzata ci viene in mente soltanto di sterminare,
sterminare, sterminare... Come quello che sta succedendo con le tartarughe
cannibali della stazione di Atocha. Lo sapevi?” Scossi la testa. “A un
imbecille viene in mente di buttare via una tartaruga, subito dopo un altro
imbecille fa la stessa cosa e adesso abbiamo uno stagno sovrappopolato di
tartarughe della California che stanno raggiungendo dimensioni mai viste. Le
povere bestie hanno finito per mangiarsi tra di loro per autoregolarsi. Il
pianeta si è rincretinito. Dovrebbero sopprimerci.”
I suoi occhi grandissimi si riempirono di lacrime. Mi accorsi che le
occupavano quasi un terzo della faccia. Mi sembrò un personaggio di un
manga.
“E piangevi per questo, mia cara?” proseguì Olivia con un sorriso
comprensivo.
“No! Ho l’allergia, cazzo! E non riesco a capire a quale pianta!”
Si soffiò di nuovo rumorosamente il naso. Si asciugò due grandi lacrimoni
con la parte più pulita del braccio. Olivia si alzò, le diede un bacio tenero
sulla fronte, recuperò la sua cesta e il suo cappello e si avviò lentamente verso
l’interno. La seguii confusa.

Mentre la aiutavo a preparare cinquanta cestini di margherite per un


battesimo, osservammo Aurora dipingere per ore. Olivia mi raccontò che un
giorno era arrivata al negozio e le aveva chiesto di poter dipingere dei fiori
dal vivo. In quel periodo aveva deciso di ricominciare a studiare belle arti di
pomeriggio, mentre di mattina guidava un taxi. Nascondeva entrambe le
occupazioni ai suoi genitori, perché secondo lei ne sarebbero rimasti
ugualmente delusi. Proveniva da una famiglia di impiegati, che non avevano
mai capito né appoggiato la sua vocazione artistica. Quando era piccola
l’avevano già messa in guardia dicendole che essere così bella sarebbe stato
un handicap terribile.
Olivia accese i ventilatori e sembrò che le margherite prendessero vita. Si
asciugò il sudore dalle tempie con un fazzoletto di seta.
“Siccome l’hanno convinta che la sua bellezza è una specie di maledizione
gitana,” spiegò, “cerca di dissimularla a ogni costo.”

Aurora, a tredici anni, seduta su una panchina con una gonna troppo corta e
le gambe rilassate, leggermente aperte: “Non sei più una bambina”, manata
sulla coscia da parte di sua madre, “non puoi stare seduta così. Non sai che
messaggio mandi? Te lo dico io: che sei una puttana”. E la piccola e bella
Aurora, chiudendo le ginocchia come una tagliola, cercava di capire in fretta e
furia per quale strana mutazione si passasse da bambina a puttana senza stadi
intermedi. Aurora che tornava a casa per cenare in famiglia all’ora in cui le
sue amiche uscivano per andare in discoteca. Aurora che si tagliava i capelli
perché secondo sua madre erano più pratici e che li aveva ispidi come il pelo
delle capre.
E così aveva superato la trentina: cercando di sfuggire all’invidia delle
donne – soprattutto quella della sua genitrice – e al desiderio degli uomini.
Quella che avrebbe potuto essere una virtù, per lei era un problema di
autostima che si trascinava dietro nella vita come una palla al piede da
duecento chili.
Adesso sopravviveva dando pennellate ai suoi quadri e facendoli passare
per souvenir turistici, tagliandosi i capelli a occhio sopra il lavandino rotto
del suo appartamento in affitto, condividendo la casa come un’eterna
adolescente e giudicando con severità ogni uomo che mostrasse interesse ad
aprire quella cintura di castità che le aveva messo sua madre buttandone via la
chiave. A quasi quarant’anni non aveva mai realizzato un lavoro che avesse
suscitato un interesse tale da far decollare la sua carriera, né avuto una
relazione soddisfacente. Aurora aveva bisogno di motivi per soffrire: sia il
fatto che i suoi quadri non le dessero abbastanza da vivere, sia il morire
costantemente di disamore erano il suo carburante. Per questo e per il suo
nome Olivia aveva battezzato quel patimento come la “sindrome della Bella
Sofferente”.
Perciò, fissata con il luogo comune “gli uomini vogliono tutti la stessa cosa”
e convinta che nessuno la prendesse sul serio come artista, diffidava a priori
di qualunque proposta che provenisse dall’altro sesso. Il suo massimo terrore:
sentirsi usata come le aveva profetizzato suo padre. Perciò si era rifiutata di
andare a Firenze con Bruno Cotello, uno dei galleristi più importanti
d’Europa. Convinta che il vero interesse dell’uomo nei suoi confronti fosse di
natura sessuale, non si era presentata all’appuntamento.
Olivia alzò gli occhi al cielo. “E pensa: due anni dopo, Cotello, che era un
mio buon cliente, è entrato al Giardino dell’Angelo mano nella mano con il
suo partner. Un bell’uomo di colore in giacca e cravatta a cui regalò un mazzo
di rose bianche per il suo compleanno. Aurora era fuori a dipingere e rimase
così sconcertata che non lo salutò neanche.”
Eppure da quell’esperienza non aveva imparato niente. Invece di chiedersi
se non fosse arrivato il momento di cambiare una volta per tutte, ciò che
faceva disperare Olivia era che insisteva con lo stesso atteggiamento:
boicottare la sua vita e poi lamentarsene. Per questo motivo quel pomeriggio
stava dipingendo al Giardino dell’Angelo e non nel Museo del Prado o al
Thyssen, dove sarebbe stata visibile per altri artisti o professionisti dell’arte.
E sempre per questo si teneva in casa uno come Maxi, il suo attuale compagno:
un altro artista – nel suo caso convertitosi in grafico – con cui aveva iniziato a
fare incontri di cineforum in casa, per poi passare a condividere
l’appartamento e infine anche il letto e lo spazzolino.
Olivia non aveva mai capito come era nato quel rapporto. Ricordava quando
Aurora le aveva raccontato con fastidio che Maxi si presentava a casa sua –
che, per ironia della sorte, si trovava in calle Costanilla de los Desamparados
– con qualunque scusa: “Non mi funziona più il wi-fi e questa settimana devo
consegnare alcuni lavori. Posso usare il tuo?”.
E dire che all’epoca non erano neanche così amici. Aurora era lì, in tuta, che
lavava i piatti mentre aspettava che lui lasciasse la rete libera, perché
altrimenti sarebbe andata in sovraccarico. E già che stava cucinando, un
giorno, con il grembiule stretto in vita, gli aveva chiesto se volesse fermarsi a
mangiare un piatto di lenticchie. Lui le aveva risposto con un’espressione da
cagnolino piena di gratitudine: “Non voglio darti altro disturbo”. In quel
momento a lei era sembrato un sintomo di educazione. E anche di generosità.
Era successo che Maxi aveva finito per mangiare le lenticchie e lodarle per
giorni. Perciò Aurora gliele preparava una volta a settimana, solo per ricevere
i suoi complimenti.
Maxi in realtà era mini, un uomo piccolo in tutti i sensi, ma aveva il grande
asso nella manica di essere un esperto di Pavlov. “Stimolo e risposta.”
Secondo Olivia non era facile descriverlo, perché il suo viso era anonimo. Ti
restava impresso nella memoria come un miscuglio di tratti che non
spiccavano né insieme né separatamente. All’inizio Aurora si sentiva soffocata
ad avercelo seduto a qualunque ora sul suo divano, con il suo computer sulle
ginocchia. Quello di lei. Poi però pian piano si era abituata. Come se fosse un
mobile. Proprio come si finisce per abituarsi a una macchia che ti è spuntata
sulla faccia e che non se ne va. E lui se ne andava ogni giorno sempre più
tardi. Usava la casa con sempre maggiore libertà: le birre nel frigorifero, il
bagnoschiuma nella doccia, i fogli nella stampante, che non rimetteva mai al
loro posto... compreso il computer di Aurora, perché il suo era rotto. C’era
qualcosa in Maxi che colpiva la nostra Bella Sofferente ed era che,
invariabilmente, quando arrivava, chiedeva di poter andare in bagno e
defecava. Perché lo faceva?, si chiedeva mentre lo raccontava a Olivia. Non
ha un bagno? Che sia un modo per marcare il territorio? E anche se
quell’abitudine escatologica la infastidiva da morire, siccome non aveva il
coraggio di dirglielo, a poco a poco si era abituata anche a quello. Aveva
messo un profumatore per ambienti in bagno ed erano andati avanti con la loro
routine.
E una notte lui non se n’era andato.
E quella notte non avevano dormito.
E non esattamente perché avessero scopato fino all’alba. Ma perché lui
aveva fatto cilecca. Si sentiva così insicuro con una donna così incredibile,
che senz’altro non meritava, le aveva spiegato, e lei si era commossa al punto
che aveva passato il resto della nottata a consolarlo.
Adesso Maxi faceva parte della sua vita.
Dipingeva a casa sua, dormiva a casa sua, defecava a casa sua... ma non
pagava l’affitto. Mangiava quello che Aurora cucinava, dormiva attaccato alla
sua schiena e di tanto in tanto si davano poco più di una strusciatina non
troppo soddisfacente per lei. Lui però non l’assillava neanche con il sesso. E
questo nell’immaginario di Aurora era un buon segno. Maxi la apprezzava in
un altro modo. Non “si approfittava di lei” per scopare. Questo, senza dubbio,
la tranquillizzava. Anche se si approfittava di lei per tutto il resto.
Insomma, si era abituata alla sua presenza. E una coppia non era
precisamente quello?, aveva chiesto un giorno a Olivia lasciandola stupefatta.
Lui aveva tanto bisogno di lei... L’amore non era forse quello? E,
approfittando di tutta quella confusione, adesso Maxi si permetteva di farle
notare quando mancava un pizzico di sale nelle lenticchie, quando la musica lo
infastidiva perché stava guardando la televisione, quando lei non si truccava o
la trovava brutta, e quando lo innervosiva che la sua, per così dire,
“compagna” gli chiedesse conto del perché tornasse così tardi, ubriaco e con
addosso un profumo femminile. Per non parlare del fatto che Aurora sentiva di
avere l’“obbligo morale” di portarsi dietro i quadri di Maxi ovunque avesse
avuto qualche occasione di vendere i propri.
Maxi si era infiltrato nella sua vita a poco a poco come il veleno sottile di
un fuso. E la nostra Bella Sofferente era caduta in un letargo che le impediva
di vedere anche solo un po’ più in là. La sua unica ossessione era che le cose
andassero bene a Maxi. Ormai non riusciva a immaginarsi in un altro modo.

Perciò Aurora, insieme agli anni, continuava ad accumulare frustrazioni.


“Ma non è giusto,” mi azzardai a dire mentre Olivia mi aiutava a legarmi un
grembiule nero in vita che mi aveva appena offerto per non farmi sporcare il
vestito.
“Non è giusta, vorrai dire. No, non lo è. Non è giusta con se stessa.”
Tagliò un altro po’ di cellofan. Io sollevai l’ennesimo cestino di margherite.
Lei lo avvolse con destrezza e improvvisamente si fermò. Seguii il suo
sguardo. Nel giardino era entrato un uomo giovane che portava un paio di
pantaloni eleganti e una camicia bianca. La faccia pulita, la mascella
importante, pizzetto biondo e sorriso sonnolento. Non lo riconobbi finché non
salutò Olivia con un cenno della mano, disse qualcosa ad Aurora, appoggiò la
sua cartella sul tavolo sotto il pergolato, tirò fuori un libro e si sedette a
leggere placidamente su una delle sedie di ferro del giardino. La stessa cosa
che avrebbe fatto una volta a settimana nei tre mesi successivi.
Olivia si riscosse e ricominciò a tagliare un pezzo di plastica trasparente.
“Dovrebbe richiamare quel Cotello. Sono bellissimi,” ripresi. “Se avessi i
soldi ne comprerei qualcuno per casa mia. Magari sapessi dipingere così.”
Rimasi a guardare gli acquerelli appesi ai fili trasparenti sulla vetrata della
serra; altri aspettavano la loro occasione appoggiati a terra accanto ai vasi,
imitando la natura, confondendosi con essa. Fiori inventati dalla stessa Aurora
e dotati di vita propria. Che sembravano sul punto di schiudersi ed emanare
fragranze miracolose.
Olivia, invece, osservava Aurora dal suo belvedere di vetro: come intingeva
il pennello nell’acqua, poi eliminava l’eccesso di colore e si asciugava le
lacrime di quell’allergia alla felicità con lo stesso straccio con cui scacciava
un paio di mosche.
“So che è difficile da capire, Marina,” disse con lo sguardo perso, “ma a
volte mi chiedo se non abbia bisogno di soffrire proprio come Gala ha bisogno
di collezionare uomini. Sono arrivata a credere che riesca ad
autocommiserarsi anche per questi attacchi di allergia. A te sembra normale
che si ostini a dipingere in un vivaio se è allergica alle piante?”
Si mise le mani sui fianchi e prorompemmo entrambe in una risata un po’
amara. Che fosse il suo modo di affrontare il mondo? L’infelicità poteva dare
un senso alla vita che conduceva?
In effetti adesso la priorità di Aurora era Maxi.
Olivia mise un nastro bianco iridato intorno al cestino, tagliandone e
arricciandone le estremità con un paio di forbici.
“È un fatto. Preferisce dedicare il suo tempo a essere una sostenitrice cieca
di altre cause perse che non siano la sua,” continuò. “Immagino che pensi che
cercare di alleviare i problemi di Maxi diminuisca quelli che ha lei.”
“Ma questo non risolve niente.”
“No,” disse alzandosi. “La verità è che non risolve niente.”
Si stiracchiò con le mani sulle reni. Aveva i capelli arancioni raccolti con un
rametto in una crocchia bassa un po’ spettinata e il vestito bianco spiegazzato
per colpa del caldo. Tutto questo le dava un aspetto un po’ da hippy. Squillò un
telefono. Controllò il suo orologio, scostò la tendina con i fili colorati e
scomparve misteriosamente nel buio della stanza sul retro.
In quel momento Aurora entrò sfregandosi i capelli neri corti sulla nuca e,
dopo aver gironzolato un po’ nella serra, mi chiese un mazzetto di calendule.
“Mi porto sempre via qualche fiore che voglia posare per me,” mi spiegò
con gli occhi grandi di cioccolata fondente sul punto di sciogliersi, la pelle
come di gomma, il corpo minuto perso in quella maglietta enorme.
Scelsi per lei delle calendule fucsia che riconobbi per aver visto Monsoon
Wedding.
“È vero che si possono mangiare?” le chiesi ricordando il film.
Lei piegò la testa di lato come un cagnolino e sorrise sorpresa.
“Be’, certo che sì, se sei una capra.”
Le restituii il sorriso. Selezionai i fiori con l’attenzione di una responsabile
del casting. In fin dei conti sarebbero stati i suoi modelli. Poi, imitando Olivia,
ci misi intorno goffamente un nastro che strinsi come se volessi strangolarli.
Non a caso, che Aurora lo sapesse o meno, la calendula era il fiore della
sofferenza.
La tentazione dei fiori di pesco

Iniziò a fare buio: Olivia accese le lanterne del giardino, che


improvvisamente sembrò invaso da uno sciame di lucciole; Aurora iniziò a
raccogliere i suoi barattoli di vernice; io continuavo a essere persa in un
campo di margherite e cellofan all’interno della serra, spazzando i residui,
stordita dal loro odore dolciastro... e fu in quel momento che mi resi conto che
c’era una ninfa bionda avvinta come un’edera al nostro olivo. Era Gala, che se
ne stava lì quasi fosse germogliata dal tronco, assorbendone l’energia.
Nel frattempo, al cancello d’ingresso, Olivia parlava con qualcuno.
“E quindi non ti ha lasciato niente per me?”
Sotto la luce della lanterna e fra le piante, riuscivo a distinguere soltanto una
chioma dalla lunghezza intermedia che si agitava nervosa.
“No, oggi no, Victoria.” La fioraia rimase in silenzio. “Hai intenzione di
continuare così? Tu sai cosa provi. E anche lui...”
“Accidenti, Olivia, magari fosse così facile.”
“Lo è.”
“Lui potrebbe essere un po’ più chiaro.”
“Lo è.”
“No, no... Devo essere sicura e analizzare bene la situazione e non posso
nemmeno fare tutto io, no?” protestò la proprietaria di quell’angoscia con la
voce energica ma un po’ roca.
“Victoria,” la interruppe l’altra con più calma, “pensi di poter mettere questi
dati in un foglio Excel per ordinarli? Chiamami romantica, ma a me sembra
che sui sentimenti non si possa ragionare, non trovi? Quando si pensa non si
sente e quando si sente non si pensa. Ma insomma... perché non entri e non
bevi un bicchiere di vino con noi? Ci sono le ragazze.”
Ci fu un silenzio rotto solo dall’irrigatore che aveva iniziato a innaffiare le
piante dell’ingresso.
“E va bene, ma solo uno, che poi Pablo si arrabbia.” Il suo tono si fece più
concitato.
“Che si arrabbi pure.”
Le due donne avanzarono a braccetto fino alla parte interna del giardino e io
mi nascosi di nuovo tra le margherite. Quasi immediatamente scoppiò un certo
trambusto tra saluti e risate. Olivia andò sul retro e tirò fuori una bottiglia di
vino con vari bicchieri. Quando ormai mi preparavo a congedarmi, me la
ritrovai di fronte che si toglieva il grembiule e si scioglieva i capelli.
“Marina, forza, smettila di curiosare e aiutami con questo, se non ti dispiace.
Ti voglio presentare alcune care amiche.”
Penso che non avessi mai conosciuto una persona accelerata quanto Victoria.
Era come se si muovesse in time-lapse. Aveva una chioma castana e ispida e si
spostava la frangetta dalla faccia soffiando, i lineamenti marcati e duri, gli
zigomi alti, la bocca grande, il seno piccolo, una corporatura minuta e atletica,
in abiti da ufficio comprati al Corte Inglés.
“Oggi non posso trattenermi troppo. Ho una fretta del diavolo.” Posò il
computer portatile e la borsa su una sedia di ferro, ci frugò dentro, controllò il
telefono e si sedette. “Ho promesso ai bambini che darò loro un bacio prima
che vadano a dormire, se no poi Pablo dice che non arrivo mai in tempo, e
devo lasciare il budino pronto per la cena con mia suocera, vi giuro che sono
stufa che mi critichi perché non cucino, quella strega, se sapesse che Pablo va
a trovarla soltanto perché insisto io, insomma...” Alzò lo sguardo, cercò
qualcosa nella propria testa e tornò con noi. “Sapete? Oggi ho letto un articolo
sulle donne sandwich. È terribile. Sento di essere una di loro: devo ancora
dare da mangiare ai miei figli e già inizio a dare da mangiare ai miei genitori e
a mia suocera... E poi, prima di andare a dormire devo inviare qualche email e
correggere il documento che presenterò alla riunione di domani... Poi ci sono
quegli stronzi dei cinesi, sapete che hanno detto? Che non trattano con una
donna!” Si soffiò la frangetta per spostarsela dalla faccia e guardò il cellulare.
“E il mio capo gli ha risposto: ‘Be’, è la migliore, perciò dovrete trattare con
lei’, e insomma ho deciso di portarmi dietro il mio vice che ha il pisellino
come loro, casomai li trovassi molto ostili, che ve ne pare? Ah, e non posso
assolutamente dimenticarmene, Dio santo, devo anche chiamare mia madre, le
hanno diagnosticato il diabete, poveretta, e devo portarla a fare le analisi
perché se non vado io lei non se le fa, che vi dicevo, una donna sandwich, e
poi, quando esco dal lavoro, devo andare a una riunione dei genitori della
scuola per decidere che travestimenti faremo per i bambini per San Patrizio.
Vi ho detto che li ho spostati in una scuola inglese? Il grande errore della mia
vita! Fanno lavorare più me che loro. Tutte le madri sono ricche, belle e sanno
fare marmellate e biscotti dalle forme assurde, perciò con un po’ di fortuna gli
farò un po’ di pena.”
Credo che tutto questo lo disse senza prendere fiato e fece rimanere senza
fiato anche noi. Iniziò a mandare un messaggio a velocità supersonica.
“Vicky, se continui così ti verrà un colpo,” la avvisò Gala senza guardarla
mentre sfogliava svogliatamente una rivista di arredamento.
Poi la ninfa si tolse le scarpe, appoggiò i piedi bianchi sulla sedia di
Aurora, che si stava rollando una sigaretta, e iniziò a dondolarsi.
“E non può aiutarti Pablo?” le chiese la pittrice-tassista accendendola, e poi
si portò la mano alla bocca. “Cazzo! Vedete? Ho detto ‘aiutare’. Siamo noi le
prime a tradirci...”
“Forza, smettila di flagellarti,” sbuffò Olivia alzandosi. I capelli le
cadevano adesso in fili sottili sulle spalle. Svolse il tubo per l’irrigazione.
“Quello che serve a Victoria per scaricare tutto questo stress è trovare
qualcosa di interessante fuori di casa e fuori dall’ufficio.”
“Non dire ‘qualcosa’, di’ ‘qualcuno’,” aggiunse Gala scherzosamente. La
nostra Galatea e la fioraia si scambiarono occhiate furtive come se sapessero
di cosa stavano parlando.
“Qualcuno?” chiese Aurora dopo una boccata di fumo.
Victoria si grattò la zazzera.
“Non iniziamo. È solo una fantasia e ne ho abbastanza. Tra l’altro questa
settimana, per l’ennesima volta, non ho avuto il tempo di andare in palestra.”
Sbuffò in tre tempi e si guardò le unghie. “Non fa niente, a chi importa essere
perfetta dopo il parto?”
“A te!” si lasciò scappare Gala con i suoi occhi da bambola spalancati come
finestre. “Essere perfetta no, Dio santo, ma combattere un po’ contro la legge
di gravità sì! C’è l’‘operazione bikini’ e l’‘operazione amante’...”
Si sentì la risatina di Olivia tra gli alberi. L’acqua del tubo inzuppava la
terra. L’odore di natura invase tutto.
“Voi non siete nella mia situazione, va bene? Io ho una famiglia.”
Consultò il cellulare. Si sentì da lontano la sirena di un’ambulanza che diede
all’affermazione un sottofondo drammatico.
“È vero.” La voce di Olivia adesso stava innaffiando il muro in fondo.
“Dovrebbe motivarti il fatto che un tizio voglia toglierti di dosso tutta questa
tensione, mia cara, e tu non ne approfitti.”
“Ma poi, che cosa sappiamo di lui?” chiese Gala facendo girare il vino nel
suo bicchiere. “La faccenda è andata avanti?”
La vittima di quelle chiacchiere si voltò verso di lei come per dirle
qualcosa, ma non lo fece. Poi si versò altro vino e lo offrì anche a me.
“Stai attenta con loro, Marina. Sono una pessima compagnia.”
Io sorrisi. Credo che fosse la cosa più rigenerante che avessi sentito da
molto tempo a quella parte. Poi Olivia ci schizzò i piedi con l’acqua del tubo
per finire di toglierci il caldo e il giardino fu sorvolato da vari improperi e
risate.

Più tardi Victoria mi raccontò di essere un ingegnere informatico, anche se


una sua affermazione me lo aveva fatto sospettare.
“Il problema è che noi donne di oggi siamo come un software rivoluzionario
che è stato installato su un computer obsoleto, e per questo non fa altro che
bloccarsi, bloccarsi e impallarsi.”
Riteneva di avere un buon lavoro, ma viveva prigioniera della prospettiva
incombente di un avanzamento di carriera che non sarebbe arrivato se non
avesse lasciato la Spagna.
Quando parlava, di solito tendeva le mani in un modo particolare. Erano
piccole, come se si fossero evolute per battere su un computer portatile, con le
unghie mangiucchiate e piene di cuticole. Viveva viaggiando tra Madrid e
Tokyo, dove si trovava la sede della sua azienda, e secondo lei, se non fosse
stato per suo marito e i suoi figli, non avrebbe vissuto in Spagna. Aveva due
bambini, Raúl e Eduardo, di sette e quattro anni, allergici quasi a tutto come il
loro padre, diceva, e, anche se preferiva non pensarci, sapeva che non lasciare
il paese stava frenando la sua carriera.
“E il colmo è che mi hanno appena offerto di trasferirci per un periodo a
New York.” Tutte applaudirono e le fecero i complimenti. “Non brindate
ancora.”
“Perché?” chiese Aurora soffiando un cerchio di fumo in aria.
“Secondo Pablo non è una buona idea,” rispose lei a denti stretti.
“Perché lui non ha niente da perdere e tu invece sì?” protestò Gala.
“No, Pablo sta solo pensando ai bambini,” lo difese. “Ritiene che non sia un
posto adatto a una famiglia. E in parte ha ragione. Ma sarebbe anche una
grande esperienza per i bambini... Non lo so.”
Gala perse allo stesso tempo la pazienza e l’equilibrio sulla sedia. Olivia la
sostenne.
“Ma tu non volevi neanche cambiare quartiere!” si indignò la bionda. “E se
non ricordo male è stato lui che ha insistito perché andaste a stare in quel
sobborgo a casa di Dio.”
“E lui preferisce la posizione del missionario... e lei stare sopra, che è
molto più grave,” concluse Olivia con mio stupore.
“Smettetela!”
Victoria rivolse loro un’occhiata assassina e continuò a togliersi lo smalto
dall’indice in modo compulsivo.
“Pablo è un padre meraviglioso.”
Gala chiuse la rivista.
“Questa è una notizia fantastica per i tuoi figli, tesoro, ma mi sembrava che
stessimo parlando di te.”
“È vero che siamo molto diversi,” continuò l’informatica, “ma c’è una cosa
su cui siamo d’accordo... ed è che non faccio abbastanza.”
“Ma Dio santo!” protestò Aurora. “Perché alla fine siamo sempre noi ad
avere la colpa di tutto?”
“Be’, lui non me lo dice, ma so che lo pensa,” si corresse. “Ed è vero,
ragazze, non ci arrivo. Me lo diceva anche mia madre, che quando ero piccola
e mi chiedeva: ‘Cosa vuoi fare da grande?’, rispondevo come David Bowie:
‘Io voglio essere tutto’. E ovviamente è questo che mi merito.”
Olivia lasciò il tubo nel vaso di un albero e si mise le mani sui fianchi.
“Che idea folle, mia cara. Voler avere una famiglia e un lavoro!”
“Come un uomo,” continuò Gala. “Tu sì che sei strana.”
“Ah sì?” biascicò lei sorridendo a mezza bocca, mentre controllava
furtivamente il cellulare.
Ci furono altre risate.
Stavolta fui io a versare un altro giro di vino. Per Olivia, Victoria era un
chiaro esempio della “sindrome dell’onnipotente”. Aveva deciso che poteva
fare tutto, ma questo progetto non ammetteva passi falsi: la madre migliore, la
professionista migliore, la compagna migliore, la figlia migliore, la nuora
migliore... non buona, no, perfetta. Così il suo capo non avrebbe potuto
rinfacciarle che trascurava l’azienda perché aveva due figli, né suo marito che
era una madre assente. Il risultato? “Accidenti! Adesso mando un messaggio a
casa. Sono le dieci. Mi beccherò una sgridata... E se non ho il tempo di
correggere quel file domani mi danno il benservito.”
A quel punto Olivia le tolse delicatamente il telefono di mano e le fece una
carezza sulla guancia.
“Per una volta pensa un po’ a te stessa, va bene?” le sussurrò e sembrò
congelarla per qualche istante. “Te lo meriti.”

L’unica formula che aveva trovato per calmare l’ansia che le provocava tutto
ciò che la frustrava della sua vita era essere perennemente occupata e vittima
di uno stress che per lei era vitale. Per questo, quando fosse arrivata a casa
quella sera, invece di farsi una doccia e rilassarsi un po’ bevendo un bicchiere
di vino davanti alla televisione – come avrebbe fatto nel suo appartamento da
single –, si sarebbe accontentata di mettersi un paio di ciabatte, sarebbe andata
a tentoni fino alla stanza dei bambini e avrebbe trascorso lo stesso tempo nel
letto di ciascuno dei due. Poi avrebbe riorganizzato le loro cartelle per la
scuola. Sarebbe andata in cucina, avrebbe tirato fuori burro, pane e tre tipi di
insaccati e avrebbe preparato loro dei panini per la ricreazione. Avrebbe
sistemato le tazze della colazione e i cereali di tre tipi sempre sopra il tavolo
– al cioccolato per Eduardo, al miele per Raúl e muesli per Pablo –, avrebbe
lasciato a sobbollire sui fornelli un sugo con la carne con cui condire la pasta
per la cena del giorno dopo e, ormai a notte fonda, nel letto e con il portatile
che le bruciava sulle ginocchia, i suoi occhi iniettati di sangue si sarebbero
riflessi sullo schermo del computer mentre controllava le email e i file per il
giorno dopo. Un giorno dopo in cui Pablo, che avrebbe abbracciato in modo
sincero dopo aver lasciato il portatile a terra, aveva già iniziato a russare. Si
sarebbe occupato lui di mettere i piatti in lavastoviglie e di portare i bambini a
scuola prima di andare al lavoro. E quando si fossero rivisti quella sera,
mentre i due bambini mangiavano la pasta con la carne, Pablo le avrebbe dato
un bacio sulla fronte e le avrebbe chiesto sorridendo dov’era stata fino a così
tardi la sera prima.
Più avanti seppi che Victoria era cresciuta con una madre dipendente dagli
antidepressivi e della quale lei si era assunta come al solito la responsabilità
quando non le toccava. A un certo punto aveva deciso che non voleva soffrire
di nuovo. Che le stava bene una felicità piccola, purché fosse stabile. Proprio
come Gala era dipendente dall’incertezza, Victoria era capace di
lobotomizzarsi pur di non infrangere la stabilità tanto anelata. Si sarebbe
raccontata una bugia e l’avrebbe raccontata a loro.

“Amo Pablo. Abbiamo un progetto comune. Il problema è che... non so... è


come se fossimo diventati fornitori di alimenti per i bambini.”
“Cazzo, che affermazione...” Gala si scolò il resto del suo vino in un sorso.
“Ma con Francisco non è successo e non succederà niente,” assicurò
abbassando la voce. “Non siate maligne!”
In quel momento non unii i puntini. E non immaginai a cosa avrebbe portato
tutta quella storia.
“Ma perché no?” contrattaccò Gala. “Non fai altro che lavorare, porti avanti
una famiglia...”
“E tuo marito è splendido, ma non si accorge neanche di te!” muggì Olivia.
“Ma che cattiva che sei, Oli,” la riprese Aurora. “Perché non la lasciate in
pace?”
“Sì che si accorge di me,” lo giustificò Victoria. “Solo che i suoi bioritmi
sono diversi e io torno sempre a casa distrutta. Mi spalmo una crema per le
vene varicose e me ne vado a dormire.” Si stiracchiò la schiena, che
scricchiolò come se fosse di vimini. “Vedete? Sono piena di contratture.”
“Certo, perché non fai sesso, mia cara.” Olivia si sedette tutta impettita.
Noialtre trattenemmo le risate. “Se ti concedessi qualche gioia, il tuo rapporto
di coppia migliorerebbe. Ti vedresti più bella, più soddisfatta, con la pelle
più luminosa...”
“Questo è un mito proprio stupido...” assicurò Gala.
“La storia della pelle luminosa?” si sorprese Olivia. “Che delusione.”
“Quale?” chiese Victoria.
“Che migliorerebbe il rapporto di coppia.” Galatea aggrottò la fronte. “Io
sto spesso con uomini sposati e il fatto che si adattino non vuol dire
propriamente che un’amante ‘migliori il loro rapporto di coppia’.”
Aurora contemplava la scena come se fosse al cinema.
“E non hai la coscienza sporca?” chiese all’improvviso con un’espressione
innocente.
“Io?” sorrise Gala. “Sei pazza? Chi è impegnato? Non certo io. Anzi, è
proprio per questo che non m’impegno. Do grande importanza alla mia
indipendenza, e così non vogliono mai andare oltre.” Si sventagliò con la
rivista. “Io mi prendo la parte migliore. Purché non abbia contatti con la
moglie va tutto bene. Per questo quando sto con uno sposato non mi piace
fermarmi a casa sua. Ma è vero che altre ne sono eccitate.”
“Eccitate? Alla faccia della solidarietà femminile!” si scandalizzò la Bella
Sofferente.
“Io non credo nell’amicizia cromosomica,” intervenne Victoria mentre
mandava distrattamente un messaggio. “Noi donne possiamo essere grandi
amiche, ma non perché siamo donne.”
“Sono d’accordo con te,” continuò Gala. “Ma è vero che vedere le foto,
usare i loro asciugamani, farlo nel loro letto... devo ammettere che questo già
mi fa raffreddare. Ma non si tratta di senso di colpa. Sapete cos’ha fatto una
volta un tipo? Quando sono uscita dalla doccia lui ha aperto l’armadietto e mi
ha offerto il contorno occhi di sua moglie. Vi rendete conto?”
“Il contorno occhi! Questo è imperdonabile!” s’infuriò Victoria
scherzosamente. “Ma che stronzo!”

La prima volta che Victoria era entrata nel negozio di fiori era stato per
perdere un po’ di tempo e non aveva comprato niente, ma Olivia aveva capito
che aveva appuntamento con un uomo per pranzo. Poi si era scoperto che si
trattava dell’affascinante archeologo che qualche via più in là era sulle tracce
di Cervantes. Lo aveva conosciuto quando alla sua azienda era stato richiesto
un programma sofisticato per localizzare resti umani.
Un giorno in cui Victoria aspettava il suo nuovo amico in giardino, siccome
era appena stata a una mostra di Antonio López al museo Thyssen, aveva
chiesto a Olivia quale fosse il fiore che l’artista dipingeva con assoluto
iperrealismo. Era rimasta per ore davanti a quel quadro ipnotizzata dai fiori e,
per qualche motivo, aveva bisogno di continuare ad averli davanti agli occhi.
Olivia le aveva risposto che si trattava del fiore di pesco. Così lei glieli aveva
ordinati, senza sapere che crescevano su un albero. Quando era tornata una
settimana più tardi aveva introdotto in casa sua, senza sospettarlo, un paio di
rami su cui era sbocciato il fiore della tentazione.
Era stato allora che a Olivia era venuto in mente di appendere alla porta
della serra una tavola con il significato dei fiori. E, chiunque fosse tra
Francisco e Victoria quello che aspettava nella serra, trovava ad attenderlo un
fiore che comunicava un messaggio. È vero che era stata Olivia a dare inizio
al gioco, anche se loro non lo avevano mai scoperto. In quel modo avevano
iniziato uno strano dialogo basato sui fiori: attraverso di essi osavano dirsi ciò
per cui le parole risultavano troppo imbarazzanti e, ovviamente, comportava
meno rischi rispetto ai messaggi sul cellulare. Victoria ci aveva preso gusto
con le viole del pensiero: all’inizio aveva optato per la cautela e gliene aveva
lasciata una multicolore: “Pensa a me come io a te”. Lui aveva risposto con
una peonia rosa: “Mi piaci ma sono troppo timido per dirtelo”. E lei aveva
contrattaccato con una viola del pensiero bianca: “Ti rispetto”. A cui lui aveva
risposto con una peonia bianca: “Sono fortunato ad averti”, e lei con una viola
del pensiero blu: “Crederei nel tuo amore”, a cui lui aveva potuto aggiungere
soltanto un enorme girasole per dimostrare la sua “adorazione”, e lei aveva
osato con una viola del pensiero gialla come un “desiderio pieno di poesia”,
al che lui, senza pensare troppo alle conseguenze, aveva risposto con una
arancione: “desiderio fisico intenso”.
E lì si erano fermati.
Anche se Victoria, sebbene i suoi figli starnutissero come pazzi ogni volta
che vi si avvicinavano, a casa sua portava invariabilmente dei fiori di pesco.
“Secondo me, Victoria,” disse Gala scalza e in punta di piedi osservando la
tavola del linguaggio dei fiori, “visto quanto siete eccitati, a questa faccenda
potete dare un taglio solo con un enorme gladiolo rosso.”
“Ah... mi piacciono moltissimo i gladioli,” sospirò Aurora. “Ne devo
dipingere uno. E che messaggio trasmette?”
“È un invito chiaro e perentorio al sesso,” rispose Olivia, seduta
sull’altalena dell’olivo, davanti all’euforia generale. “Dammi retta, Vicky, il
sesso è terapeutico: aumenta le difese immunitarie e la felicità con la
serotonina e la tranquillità con la dopamina e fa affluire più sangue al cervello
e fa battere il cuore...” Si dondolò civettuola. “Io non sono mai riuscita a stare
senza sesso e ho una salute di ferro, a dire la verità.”
E io non riuscivo a smettere di ascoltarle mentre pensavo a come intervenire
in una conversazione che sentivo tanto distante da me. Dov’ero stata negli
ultimi anni? Cercavo di ricordare gli incontri sessuali che avevo avuto con te
prima della tua malattia. Non sapevo se mi faceva piacere che mi
costringessero a rimuginare su cose del genere. Stavo pensando a questo,
quando, più o meno alle undici, nel momento in cui il tono di voce del gruppo
iniziava ad alzarsi a furia di vino, successe qualcosa di inatteso. Si aprì il
cancello e una voce tra le foglie chiese se era aperto.
La serenità delle orchidee

Nell’oscurità si disegnò a tratti rapidi la donna dal tailleur grigio perla, che
tornava con il mascara colato e il suo mazzo di rose, l’espressione fiera di una
statua e una busta in mano.
Olivia le si avvicinò sorpresa camminando scalza sulle piastrelle bagnate.
“Buonasera, mia cara, entra... come possiamo aiutarti?”
“Potreste aiutarmi davvero soltanto se mi diceste dove posso assoldare un
sicario discreto... ma sì, volevo chiederti un favore.” Il suo tono era
estremamente deciso. Si rivolse a me. “Voglio cambiare l’indirizzo e la
destinataria del mazzo di rose.”
“Non sono più per la fortunata Casandra?” chiese Olivia ancora più
sorpresa.
L’altra fece una smorfia ironica e mi guardò.
“Lei ha l’indirizzo e il nome della coppia che era qui stamattina con una
bambina?”
“Sì,” risposi titubante. “Hanno fatto un ordine. Degli alberi da frutto per un
giardino.”
“Per un giardino...” Sorrise pensosa. “Ovvio, avrei dovuto immaginare che
avessero un giardino del cazzo... Ebbene, voglio mandarle a ‘lei’,” enfatizzò la
destinataria, “con questo messaggio.”
Ci consegnò la busta. Olivia la aprì con due delle sue dita sottili. La
osservammo senza battere ciglio. Dentro c’era un biglietto. Leggemmo a bassa
voce:
Questo lo ha dimenticato tuo marito a casa mia.
E attaccato al biglietto c’era un preservativo.
A quel punto ci diede un’altra busta chiusa.
“E quest’altra è perché la conserviate casomai in futuro mi venga voglia di
mandare un mazzo di fiori anche a lui. Se ne avrò l’occasione.”
Non avremmo scoperto prima di due mesi cosa c’era dentro e quanto era
complicata in realtà quella storia, per Casandra e il suo rapporto con il
mondo.
“Eh... Casandra... ma davvero?” chiese Olivia mettendo da parte la busta e
appoggiandole una mano sulla spalla. “Perché non ti rilassi con noi e bevi un
po’? Abbiamo improvvisato una festicciola in giardino.”

Secondo Olivia non era la prima volta che Casandra mandava fiori al
proprio ufficio. Lo faceva spesso e sempre con messaggi diversi:
appassionati, civettuoli, febbrili, pieni di desiderio, cavallereschi. Non era
pazza. Ci spiegò che voleva soltanto che in ufficio pensassero che aveva una
vita. Si trattava di una strategia lavorativa. Il suo capo le aveva lasciato
intendere che, nonostante la sua brillante carriera costellata di successi, la sua
“immagine” ne avrebbe beneficiato...
“Se avessi una relazione stabile... ovvero, un marito. E anche una famiglia.”
Casandra ci guardò a turno negli occhi. “E solo perché l’ho interrotto, perché
se no mi avrebbe detto anche la razza del cane che avrei dovuto comprarmi!”
“È il colmo,” si indignò Aurora.
“Ma che cretino...” sentimmo dire a Gala.
Un uccello notturno volò fino all’olivo e lo sentimmo scavarci dentro. Da
plaza de Santa Ana arrivavano gli accordi ripetitivi di un fisarmonicista.
Sembrò che quella melodia calmasse Casandra.
Il fatto era che non aveva avuto tempo per niente di tutto questo. Per la vita,
in generale. Invece era un brillante diplomatico, votata al suo lavoro, o per
meglio dire, ostaggio di quest’ultimo. A trentacinque anni era già eurodeputata
ed era cresciuta con le seguenti consegne paterne: “Io voglio che le mie figlie
abbiano un lavoro, siano emancipate e non dipendano mai e poi mai da un
uomo”. E aveva ribadito il concetto dicendo una di quelle frasi che sua figlia
aveva giurato di incidere sul suo epitaffio: “L’unico uomo che non ti ingannerà
mai è tuo padre”. Pertanto in lei convivevano in parti uguali una specie di
disprezzo e una grande fascinazione per gli uomini, provocati dal sospetto che
non avrebbe mai trovato quello che stava cercando.
“Questo non puoi saperlo,” argomentò Olivia.
“Certo che posso,” rispose lei assaggiando il vino con un’espressione
ironica. “Perché l’uomo in questione è uno solo ed è sposato con mia madre.”
Una donna bellissima. Una buona madre, precisò. Che le ricordava sempre
che era la migliore. E questo, essere all’altezza delle sue aspettative, era già
una pressione enorme. Quest’educazione aveva anche la responsabilità di aver
trasformato Casandra nel maggiore dei trofei per gli esemplari di maschio
alfa: la donna di successo che bisogna conquistare, ma con la quale non
avrebbero mai condiviso la loro vita, per paura di quell’arma temibile che
teneva in borsa e che avrebbe potuto usare per lasciarli quando ne avesse
avuto voglia: la sua indipendenza.
E chi erano i cacciatori di donne come Casandra?
Uomini che provavano eccitazione nel domare una belva feroce, vale a dire
facendola innamorare: Peter Pan dalla vita spericolata, sposati perennemente
infedeli o...
“O tutto insieme, come quest’ultimo,” confessò addolorata mentre domava la
sua chioma per rifarsi la coda. “Dopo molti rifiuti, perché ovviamente mi
risuonavano in testa tutte quelle raccomandazioni paterne e quelle delle suore
della scuola, compresi i consigli di quel simpaticone del mio capo, ho
ceduto.”
“Sei diventata la sua amante,” s’intromise Gala.
Casandra annuì e poi scosse la testa: “La cosa peggiore è che sono caduta
come una cogliona nel vecchio trucco del ‘sono infelice nel mio matrimonio e
quello che mi piacerebbe è che qualcuno mi facesse provare il vero amore’”.
“E ti sei sforzata di compiacerlo per portare a termine questo compito del
‘fargli provare il vero amore’, per non deluderlo, come fai con tutti,” concluse
Olivia mentre ci portava i bicchieri.
Casandra la guardò quasi sorpresa dalla propria prevedibilità.
“Mi sento così ridicola. Ho comprato persino dei libri di tecniche di
seduzione!” gemette mentre si rinfrescava la fronte con il bicchiere. “Il tempo
che non passavamo insieme lo usavo per preparare l’incontro successivo,
trascurando la mia salute, i miei amici, finché...”
Qualcosa la spinse a interrompersi. Un’informazione ancora riservata. Si
accarezzò il piccolo neo che aveva al lato della bocca.
“Finché non ti sei resa conto che il poco tempo che stavate insieme lui lo
voleva passare a scopare,” azzardò Gala, esperta della vita altrui, mentre il
suo corpo da ninfa robusta tornava a fare equilibrismi su due gambe della
sedia.
Casandra sciolse l’elastico della sua coda lasciando che la chioma le
cadesse finalmente libera sulle spalle.
Quasi non riusciva a credere in che pasticcio si era infilata; era stata così
occupata a ideare nuovi modi per compiacerlo che era arrivata a dimenticare
un fatto essenziale: lui era sposato. Fino al momento in cui, quella mattina,
quando lo aveva incrociato in giardino in compagnia di sua moglie e sua figlia,
aveva fatto indigestione della brutale realtà e aveva avvertito un dolore al
petto che non la lasciava respirare.
“Ma sapevi che lo era...” disse Aurora dopo un paio di starnuti.
“È molto complicato,” sospirò Casandra. “Oggi, vedendoli, è successa una
cosa che... insomma, è una storia molto complicata, difficile da spiegare in una
sola sera.”
Non riuscì a continuare. Si versò altro vino e lo buttò giù con difficoltà.
“Che stronzo,” sentenziò Gala. “Capite cosa vi dico? L’amore è
sopravvalutato.”
“Non si tratta soltanto di questo... hai detto che ti chiami Gala, vero?”
Casandra fece una pausa e l’altra annuì.
“Il problema è che ci sono manipolatori che usano parole troppo grandi per
loro,” osservò Aurora.
Victoria, che aveva ascoltato con grande attenzione tutta questa storia come
se vedesse il suo futuro oscuro in 3D, si spellava l’unica unghia su cui aveva
ancora lo smalto. Poi lasciò vagare lo sguardo.
“E voi volete che io m’infili in un casino del genere?”
Anche Casandra rimase a pensare: adesso immagino che completasse nella
propria testa il resto del puzzle complicato del suo segreto. Si aprì un paio di
bottoni della camicia. Lasciò la giacca appesa alla sedia. Si tolse gli orecchini
piccoli e brillanti, l’anello e l’orologio e li infilò in borsa. Come se
improvvisamente tutto la infastidisse o tutto le facesse tornare alla mente dei
ricordi.

Il giorno dopo io e Olivia avremmo battezzato il quadro clinico di Casandra


come la “sindrome della superwoman”. Tutto il suo linguaggio del corpo, la
sicurezza dei gesti, il suo modo di brandire la carta di credito o di maneggiare
il trapano e le parolacce che si lasciava sfuggire per infarcire un discorso
elegantemente ordito sfociavano in un: “Non ho nessun bisogno degli uomini”
che omaggiava la memoria di suo padre. Anche per questo preferiva
concentrarsi sul lavoro. Sapeva che quando si dava agli altri si dava troppo e
le pretese feroci che aveva nei propri confronti la portavano a chiedere tanto a
se stessa sia in amore sia in tutto il resto.
“Ma non essere così severa, mia cara. Ti assicuro che ci sono uomini
meravigliosi...” le fece notare Olivia. “Non sarà che ti fanno paura e scegli
quelli che darebbero ragione a quel santo di tuo padre?”
Casandra le si rivolse con un’espressione spavalda.
“Paura io? Di loro? Ah! Dovresti vedere come mi guardano al ministero. I
miei colleghi se la fanno sotto anche solo a vedermi entrare in sala negoziati.”
Una superwoman, secondo Olivia, era stata progettata con cura da quelle
madri femministe – più o meno della sua età – che avevano lottato per la
libertà ma che non avevano potuto sperimentarla: “Non ti innamorare. Non ti
sposare. Non fare figli”.
Il caso di Casandra ci risultò chiaro dopo che Gala, quando avevamo già
fatto fuori la terza bottiglia di vino, e in un momento di ubriachezza che si
addiceva più a un pigiama party, chiese alle presenti com’era stata la nostra
“prima volta”. E adesso che questa strana e lunga estate sta finendo posso dire
che nella vita di una donna ci sono due adolescenze, le quali coincidono con i
momenti “crisalide” di cui parlerò più avanti: i quindici e i quarant’anni.
Alla domanda di Gala la prima a rispondere, contro ogni previsione, fu
Aurora.
“In realtà fu la mia ‘quasi’ prima volta, perché non successe del tutto,” disse
un po’ timida, sbattendo quelle ciglia nere perennemente bagnate.
In quel periodo la Bella Sofferente aveva un fidanzato molto devoto con cui
era andata a scuola. Piaceva moltissimo a sua madre perché era assennato e a
suo padre perché riteneva che avesse davanti un futuro promettente. La sua
simpatia per l’Opus Dei non era un segreto, perciò parlarono subito di
matrimonio – confessò quasi vergognandosene – anche se ovviamente lui
voleva “rispettare” la sua verginità. Olivia si portò la mano alla fronte: ma
esistevano ancora persone del genere? Il resto di noi le chiese di fare silenzio.
“Fatto sta che un giorno eravamo da soli in casa mia, ormai quasi nudi, e ci
stavamo divorando a vicenda, quando lui mi propose una soluzione ingegnosa.
Mi disse: ‘Tesoro, che te ne pare se ti penetro da dietro? Così continuerai a
essere vergine’.” Aurora fece un gesto con le mani come a indicare l’ovvietà
di quella considerazione. “Da allora tutto ciò che ha a che fare con la chiesa
mi confonde un po’...”
“Tuo padre sì che aveva ragione! Era un uomo pieno di risorse!”
Ci fu qualche espressione sorpresa e qualche esclamazione sguaiata frutto
del vino.
Casandra, che si stava togliendo i residui di mascara sopra le occhiaie
dietro un piccolo portacipria di Christian Dior, prese la parola: “A me mia
madre, dandosi arie da liberale, suggerì di farmi sverginare da un chirurgo con
la seguente argomentazione: ‘Così non sarai un trofeo per nessun uomo’.”.
Chiuse di scatto il piccolo portacipria. “Mi date altro vino?”
Ammutolimmo tutte.
“Dico sul serio, ho un problemino con mio padre,” proseguì. “E adesso che
ho raggiunto gran parte dei miei traguardi professionali mi rendo conto che
continua a pensare che posso fare di più. Non otterrò mai un riconoscimento
completo da parte sua, ve lo garantisco. La mia indipendenza, tanto sospirata
da mia madre, agli uomini fa paura e alle mie stagiste... pena. Sapete cosa ho
sentito dire a Paula, la mia segretaria, l’altro giorno?” Sospirò. “‘Non ha una
vita.’ Non ha una vita!, così ha detto, quella grandissima iena, solo perché mi
ha visto attaccata al computer un venerdì sera con la febbre a quaranta. E dire
che non l’ho neanche costretta a rimanere!”
“Ma se sei uno schianto!” protestò Gala. “Davvero non capisco come una
donna come te non abbia un esercito di uomini che le sbavano dietro.”
La osservai. Le sue gambe lunghe. Il suo corpo ben fatto. I capelli lucidi.
Quel neo che enfatizzava la bocca grande e sexy. Il tutto vestito e truccato con
gusto e in modo non eccessivo.
“E se ti aprissi un account su un sito di incontri cool?” suggerì Victoria
mentre accendeva il suo tablet.
“Sito di incontri e cool sono due parole incompatibili,” commentò Gala.
“Non credere,” la contraddisse Victoria. “Alcuni funzionano molto bene per
le persone con il suo profilo.”
Casandra la guardò inorridita.
“Con il mio profilo? Ma sei pazza?” Si alzò e si staccò i pantaloni larghi e
la blusa dalla pelle sudata. “Ho un incarico pubblico! Non posso proprio
farlo. A volte penso che sarebbe più intelligente scambiare tutto il mio
curriculum con un paio di tette ben messe, dico sul serio.”
E sì che, a quanto ci disse, la sua lista di amanti nell’ultimo anno era più
lunga della sua biografia su LinkedIn – aveva molto da recuperare per essere
una persona normale, ci spiegò. Era sempre stata così schifosamente
responsabile e rispettosa di ciò che era “giusto”, che avrebbe potuto fare un
migliaio di malefatte e le sarebbero state comunque condonate al cospetto
delle autorità celesti. Ma la verità era che, quando dava inizio a qualcosa che
assomigliava a un rapporto di cui le importava, presto o tardi dopo un primo e
appassionato corteggiamento, i messaggi iniziavano a diradarsi e, come diceva
lei, “diventavano così ovattati che sembravano rivestiti di moquette”, per poi
scomparire del tutto.
“Non sei sposata, Casandra? Ma come mai non hai figli, Casandra? Dovresti
pensarci, Casandra... C’è qualcosa che non va, Casandra?” Sbuffò. “Come se
uno potesse mettere in agenda queste decisioni di vita! Guarda, adesso lo
chiedo alla mia segretaria.”
“Per quanto mi riguarda, non ho i soldi per fare di questi progetti. E neanche
una segretaria,” disse Aurora, improvvisamente un po’ infastidita.
Osservai Casandra che frugava nella sua borsa firmata in cerca di un enorme
portapillole che le avrei visto tirare fuori tre volte al giorno per ingurgitare
ogni tipo di vitamine, probiotici e integratori per le difese immunitarie. Ecco
la nostra superwoman che cercava di controllare a tutti i costi ciò che la
circondava: immersa in un mondo impregnato di testosterone e costumi
conservatori, inviava al proprio ufficio un mazzo di fiori che arrivava sempre
all’ora di punta, sotto gli occhi di tutti.
“Non credo che tu debba giustificarti, mia cara,” osservò Olivia, che aveva
ricominciato a innaffiare.
“Be’, io invece purtroppo credo di sì,” insistette Casandra. “Nel mio
mondo, ragazze, e temo che valga anche per il vostro, a una donna continuano a
chiedere spiegazioni a sproposito, sul lavoro e persino dal parrucchiere:
quando sei giovane vogliono sapere se ti riprodurrai presto, perché può essere
un problema. Se sarà dentro o fuori dal matrimonio, perché può essere
inappropriato. Ma a partire da una certa età è il contrario! Se non hai figli né
un uomo accanto, allora hai qualche problema. ‘Non può...’ Ma vaffanculo...”
Casandra allungò le braccia sopra la testa. E quando lo fece, dalla sua blusa
spuntò una medaglietta con una Madonna. Poi si alzò e si mise a curiosare
nella serra fino a fermarsi davanti a un’orchidea blu spigata, come se fosse
stata quest’ultima a scegliere lei e non il contrario. Rimasero una di fronte
all’altra, Casandra imitando la sua immobilità e l’altra guardandola fissa con
il suo allora unico grande fiore aperto.
Una macchina slittò in lontananza. Due gatti soffiavano contendendosi un
pezzo di strada. Il camion della spazzatura iniziò a scaricare i cassonetti e si
sentì un frastuono di vetri rotti.
Non dovrebbe essere tutto più facile?, pensai mentre aiutavo Olivia ad
arrotolare il lungo tubo. Qual era l’anello mancante della catena? In teoria
toccava a noi.
E invece eccoci.
Donne di quarant’anni con titoli di studio, grandi successi, sulla carta libere,
con possibilità di scelta.
E il problema era proprio quello. Che dovevamo scegliere.
Lavoro? Famiglia? Sembrava che tutto non fosse possibile. O almeno non
tutto insieme. Perché?
Olivia sbadigliò e a poco a poco il suo sbadiglio si propagò di bocca in
bocca fino a inumidirci gli occhi. Successe anche alla notte con il suo odore di
terra bagnata.
L’umiltà delle violette

Quasi senza che ce ne accorgessimo si era fatta notte fonda e, durante quelle
ore, dietro il cancello della nostra piccola oasi, fummo acclamate con grida e
schiamazzi da mandrie di turisti biondi e beoni che tornavano all’ostello della
gioventù di Huertas, salutate dai pierre dei locali vicini e riprese dagli
inquilini del piano di sopra ogni volta che prorompevamo in una risata
isterica.
Aurora aveva iniziato a piangere, adesso sì, raccontando a Gala dell’ultimo
sgarbo di Maxi. La bionda la abbracciava facendole coraggio mentre infarciva
il suo monologo con qualche citazione tratta da un libro, in Olivia si notava già
una certa risatina stridula che, come seppi poi, il vino bianco le provocava
sempre, io continuavo a sembrare autistica e Victoria controllò per l’ennesima
volta il cellulare.
“Che orrore... le due di notte.” Sbuffò. “Sono una persona orribile e una
madre snaturata.”
“Vuoi smetterla di dire cose del genere?” protestò Gala.
“Soprattutto, mia cara, perché tu hai i tuoi figli con te.” A Olivia si disegnò
sul viso un’espressione piena di tenerezza. “Non immagini quanto sia
importante.”
Victoria appoggiò i gomiti sul tavolo con un’espressione che probabilmente
i suoi figli avevano ereditato.
“È vero! Mi sento in colpa per tutto! Sono una rompipalle!”
Iniziò a contare sulle dita: si sentiva in colpa quando tornava e i bambini
stavano già dormendo, per non aver chiesto il famoso part-time e non aver
affrontato le possibili rappresaglie, persino perché non preparava quelle
maledette marmellate per San Patrizio! Buttò il cellulare in borsa e la chiuse
stretta come se volesse imprigionarlo.
“A saperlo ti avrei portato un cilicio dal convento delle Trinitarie.” La
bionda fece l’occhiolino a Olivia e si sistemò il seno generoso dentro il
vestito.
“No, dalle Trinitarie bisognerebbe portarle qualche altra cosa,” scherzò
Olivia. “E poi, a cosa ti serve?”
“Fare marmellate? Mi servirebbe per non essere la madre disadattata
dell’associazione dei genitori, per esempio.”
Improvvisamente sembrò che si ricordasse di qualcosa. Aprì di nuovo la
borsa, tirò fuori un enorme libretto nero e scrisse un paio di righe.
“Signora onnipotente, persino i supereroi hanno la loro criptonite.” Olivia
mise la mano sull’agenda, cosa che fece visibilmente spazientire l’informatica.
“E per darti il permesso di sbagliare,” disse Aurora con le lacrime agli
occhi.
“E di scopare,” aggiunse Casandra alzando il calice. “Un po’. Approfittane,
tu hai già fatto tutto il resto.”
Gala fece per dare alla Bella Sofferente un fazzoletto, ma poi decise di
metterle in mano l’intero pacchetto.
“Certo che il femminismo ci ha teso una trappola perfetta,” disse la bionda,
che aveva cominciato a non pronunciare le erre.
“Come puoi dirlo?” si scandalizzò Aurora allontanandosi da lei.
“Ma guarda Victoria!” insistette l’altra.
Strappò di mano l’agenda alla sua proprietaria cogliendola di sorpresa e la
brandì in aria: erano le due di notte, stava bevendo un po’ di vino con qualche
amica dopo aver lavorato come una dannata e non la smetteva di controllare il
cellulare e di rimpinguare liste interminabili di compiti giornalieri che erano
impossibili da portare a termine a meno di non essere Flash Gordon e passava
da una giornata all’altra fino a crollare esausta di sera, in preda alla tensione
muscolare e ai disturbi gastrici. Gala le restituì l’agenda e Victoria se la ficcò
in borsa con ancora più furia rispetto al cellulare. Sospirò.
“E prendendo dosi da cavallo di ansiolitici, o mi sbaglio?” azzardò
Casandra, e l’informatica annuì con lo sguardo basso. “Hai una depressione
alla giapponese,” concluse.
“Una che?” si allarmò l’informatica.
“Sì, così la chiama il mio psicoterapeuta. Ci sono persone che si deprimono
e non si alzano dal letto e ci sono persone come noi, che siamo così ingenue da
avere voglia di lavorare fino a stramazzare per non pensare alle nostre vite e
nel frattempo portiamo anche avanti il paese!” E concluse quella spiegazione
sbattendo rapidamente le palpebre.
“E chi ti ringrazia per tutto questo?” aggiunse Gala. “Se non ti consenti
neanche di provare un minimo di piacere fisico!”
“Mi state facendo deprimere, cazzo!” protestò Victoria.
Poi si alzò e cominciò a passeggiare tra gli alberi. Sentivamo la sua voce
contagiata dalla fresca oscurità della nostra oasi: eravamo tutte odiose,
odiose... ma in fondo avevamo ragione, riconobbe. Aveva seguito tutte le
regole per essere una donna realizzata. Ma la realtà era inoppugnabile,
balbettò cercando di disincastrare uno dei tacchi da un buco tra le piastrelle, e
non era neanche colpa di Pablo, ma era così. In casa, per quanto una donna
fosse una dirigente, mamma poteva essere disturbata e papà no. Il tempo di
papà era suo e quello di mamma era di tutti. Papà aveva il suo studio e mamma
tentava di rimettere in riga i bambini, mentre cercava di leggere in salotto
Virginia Woolf.
“Virginia Woolf, appunto! Hai proprio un bel coraggio,” esclamò Gala
ridendo.
“E parlando della Woolf, mi viene in mente un esperimento,” suggerì Olivia.
“Vediamo... Attenzione: quante di voi, quando hanno vissuto in coppia, hanno
avuto una stanza tutta per sé?”
Scese un silenzio di riflessione alcolica.
“Ti riferisci a uno studio?” chiese Casandra. “Be’, io non conto perché non
ho mai convissuto.”
“Fa lo stesso. Che sia anche un bagno. Uno stanzino tutto per sé. Qualunque
cosa. Un angolo della casa dove rifugiarsi che non appartenga a nessun altro.”
Ci guardammo tutte senza battere ciglio. Olivia annuì soddisfatta. “Be’,
bisognerebbe iniziare da qui, non trovate?”
E improvvisamente io mi ricordai dello studio in cui tu ti chiudevi a leggere
o a finire cose di lavoro o a curiosare su Internet, e anche del Peter Pan, che
era il tuo territorio. Era strano, considerando che in teoria ero io quella che
passava più tempo in casa. Victoria ci raccontò che, pur avendo una casa di
duecento metri quadri, Pablo aveva uno studio e i bambini la loro stanza dei
giochi, mentre lei non riusciva a riconoscere come propria nessuna stanza
della casa in particolare. E così tutte le altre: Gala si guardò indietro e ci
portò fino all’unico momento in cui, secondo lei, era stata sul punto di
sposarsi. Lui non voleva quasi mai che si vedessero a casa sua, in generale i
loro incontri avvenivano in un albergo o nell’appartamento di lei. Il caso di
Aurora era il più estremo. Maxi si era impossessato di tutta la sua casa...
“Che strano,” rifletté Victoria. “Tutte preoccupatissime di conquistare il
nostro posto negli uffici, ma dove non ci siamo ancora ritagliate uno spazio è
in casa nostra.”
“Be’,” disse Olivia tornando di nuovo a parlare del possibile amante di
Victoria, “tu adesso puoi cercare quest’oasi in un’altra persona...”
“Non ho intenzione di mettere in pericolo la stabilità della mia famiglia,”
argomentò l’altra.
“Se è questo che conta per te, perfetto.” Olivia sorrise appoggiando i gomiti
sul tavolo. “In fondo hai scelto l’opzione più intelligente per una persona come
te: hai sposato un uomo che sai che non ti lascerà.”
“Ma che bruta che sei a volte!” protestò l’informatica.
“Scusa, mia cara. È il vino.”
In ogni caso, proseguì la fioraia, mentre appoggiava la testa su una mano
perché non le cadesse, era convinta che nessuna di noi volesse tornare alla
preistoria da cui proveniva lei: dover chiedere il permesso per aprire un conto
in banca o per andare all’estero. E occhio: lei non era una femminista.
“E va bene, va bene... questo ormai è un luogo comune, Olivia,” disse
Casandra alzando gli occhi al cielo.
“Be’, io credo che occorra liberarsi anche dalle consegne del vecchio
femminismo!” proclamò Gala.
“Proprio per un cazzo!” si indignò Aurora. “Non sai di cosa parli. Bisogna
continuare a esserlo. Femministe. Più che mai. Tanto per cominciare, se non
fosse perché altre se lo sono sudato, Casandra, tu non potresti fare la
diplomatica.”
Sembrò che la superwoman, che apriva con disinvoltura un’altra bottiglia di
vino, trovasse divertentissimo questo commento.
“E va bene, ma adesso che posso farlo, dove lo trovo un uomo che, per
prima cosa, sappia tenermi testa e, secondo poi, mi segua da una destinazione
all’altra, eh?” Proruppe in una risata malinconica. “Certo, sarei potuta
diventare funzionaria del ministero degli Affari esteri e non mi sarei più mossa
da qui. Ma se non attraverso l’oceano almeno quattro volte l’anno mi viene la
claustrofobia continentale.”
“Ma perché non sei un uomo?” si lamentò Gala. “A me sembra la situazione
ideale.”
“Be’, per loro non lo è,” sentenziò sciogliendosi di nuovo i capelli. “Non
sono un buon partito, no. A quanto pare, sono un problema.”
Victoria smise di staccarsi lo smalto dall’indice. Aurora ricominciò a
piangere. Gala finse di strozzarla, anche se finì per farle una carezza sui
capelli.
“Un bel problema lo avrebbe il tuo fidanzato, o qualunque cosa sia quel tipo
che ti è cresciuto in casa come un fungo, se dovessi incontrarlo io. Lo
insulterei, ma ci ha già pensato la natura.”
“Lascialo stare! Ha dei problemi, ma può superarli...” piagnucolò la Bella
Sofferente, ormai sconsolata.
“Quando ti libererai di quel tipo?” si spazientì Olivia.
“Non voglio liberarmi di lui. Vorrei soltanto che si impegnasse un po’ di più
nel nostro rapporto...” Lasciò vagare lo sguardo. “Perché non posso avere un
compagno normale? Ho quarant’anni... vorrei che la smettessimo di vivere
come due adolescenti. Magari avere un figlio...”
“Con Maxi?” ululò Gala, e poi la annusò. “Ma hai fumato qualcosa?”
Olivia si mise le mani in faccia.
“Pensaci molto bene,” intervenne l’informatica. “Perché con i bambini la
merce venduta non si cambia.”
“E congela,” esclamò Casandra imperiosamente. La guardammo senza
capire. “Sì,” proseguì. “Io ho così tanti ovuli congelati che posso mettere su
una fattoria. Potrei ripopolare da sola l’intero continente europeo. Così non
corro il rischio di farmi inseminare in un momento di angoscia dal primo che
passa se non ha un corredo genetico adeguato,” disse annuendo; poi tirò fuori
lo scontrino di qualcosa che aveva comprato, ci scrisse sopra il nome di un
sito e glielo allungò. “Dammi retta. Congela. Subito!”
Aurora lo lesse alla luce di una delle lanterne.
“Che meraviglia...” disse Olivia tra sé e sé.
“Refrigerare ovuli come se fossero uova di merluzzo?” si meravigliò Gala.
“No,” riprese Olivia affascinata, “poter essere madre da sola e quando se ne
ha voglia.”
Aurora le osservava con gli occhi spalancati.
“Mi dispiace, ma queste idee non mi entrano proprio in testa.” Restituì
l’indirizzo a Casandra.
“Sarà perché nessuno ce le ha messe, tesoro,” le fece notare Victoria, “ma
sei ancora in tempo.”
E più avanti seppi che lo schema che Aurora seguiva era sempre lo stesso e,
in effetti, era condizionato da come era stata programmata: iniziava a uscire
con un uomo che diceva di adorarla. Qualcuno che aveva sofferto come lei. Un
animale ferito. Un orfano. L’obiettivo: curarlo con il suo amore. Dimostrargli
che la vita poteva essere un’altra cosa al suo fianco. Salvarlo. Quando Aurora
era ossessionata da un uomo iniziava a chiamarlo “amore”. Alla fine
s’inventava una fantasia in cui le risultasse più facile vivere... e in una fantasia
del genere viveva, male, in quel momento. La tomba di dolore in cui la Bella
Sofferente aspettava immobile che il suo uomo finalmente cambiasse, si
trasformasse in un padre di famiglia ideale, in un compagno devoto, e la
svegliasse con un bacio d’amore per mangiare cacciagione e vivere per
sempre felici e contenti. Cose così.
“Voi non lo conoscete bene.” Qualcuna si lasciò scappare un: “Meglio così”
che lei non sentì. “Ci sono momenti in cui è meraviglioso. È un cavaliere. Mi
scrive lettere bellissime ed è molto educato con me, mi cede il passo...”
“Vuoi dire quando entrate in una stanza?” la interruppe Gala. “Una
ricompensa molto piccola, se consideri che nel resto della vita sei tu a cedere
il passo a lui. E anche i tuoi contatti lavorativi e i soldi del tuo conto corrente,
diciamolo en passant.”
Ci fu un silenzio interrotto soltanto dall’assolo del nostro grillo.
“Vedete? L’amore fa schifo.” Casandra si strinse nella sua giacca. “Dammi
retta: congela! Subito! E non dipendere da nessuno.”
Aurora si soffiò rumorosamente il naso e Gala la guardò esasperata.
“Tesoro, devi liberarti da questa brutta abitudine. Non è possibile che tu
pianga per tutto.”
“Ma adesso non sto piangendo, accidenti,” sbottò Aurora. “Ho l’allergia!”
Trattenemmo le risate.
“E anch’io,” aggiunse Casandra. “Sono allergica alla pressione sociale.”
“Ma quello non c’entra niente con l’amore...” Adesso Olivia sorrideva in
modo strano. “A dirla tutta, Casandra, forse dovresti darti il permesso di
innamorarti veramente.”
“Io? Io non mi do più neanche il permesso di guardare un uomo,” grugnì
Casandra.
“Voglio dire ‘veramente’,” insistette la fioraia. “Non sempre va bene, ma ne
vale sempre la pena.”
“Veramente? E cosa vuol dire veramente, Olivia?” L’informatica le rivolse
un’occhiata scettica.
“Be’, veramente per me significa... quando è inatteso, direi. Inevitabile.” Si
sfregò il lungo collo. I capelli arancioni le si arricciavano sulla nuca. “Quando
addirittura ti innervosisce provare ciò che provi per quella persona. Ti fa
paura. Perché sai che non rientrava nei tuoi piani, ma non puoi farci niente.
Perché non arriva quando avevi previsto che arrivasse. L’amore vero ti
sorprende e ogni tanto ti fa perdere il controllo. La contropartita, però, è che
se ti lasci andare e hai il coraggio di godertelo senza paura, non c’è niente al
mondo che ti faccia sentire più vivo.”
Victoria lasciò vagare lo sguardo sotto la luce delle lanterne.
La diplomatica si protesse di nuovo dietro un’espressione imperturbabile.
“Be’, quello che chiederei io nella mia letterina ai Re Magi è un uomo che si
innamori perdutamente di me e che mi piaccia molto, ma senza farmi perdere
la testa. Questa per me sarebbe la condizione ideale.”
Cosa poteva fare, si lamentava con aria ironica, assumere una posizione più
umile per trovare un compagno? Quella del missionario? Fare un figlio da
sola? O trovare dei nomi per le sue borse di Louis Vuitton e iniziare a cullarle
per tutta la notte?
“È il tuo atteggiamento che li fa sentire insicuri,” osservò Gala mentre
giocava con la cera di una candela. “E ti dico soltanto che anno dopo anno
invecchiamo. E pian piano perdiamo possibilità di condividerci. Sia noi che
loro.”
Sembrò che improvvisamente Victoria si rianimasse e alzò la testa, che per
un po’ aveva tenuto appoggiata sulle braccia.
“Ascoltate, se si sentono insicuri, che se ne vadano a fanculo,” protestò.
“Dimmi solo una cosa, Casandra,” continuò la bionda avvicinandole la
fiamma. “Tu staresti con qualcuno che ti comunicasse continuamente il
messaggio che è migliore di te, che ti può lasciare in qualunque momento e che
non ha nessun bisogno di te? Pensaci.”
Casandra sorrise. “Il fatto è che io non ho nessun bisogno di loro.” Spense la
candela con un soffio.
Gala la appoggiò sul tavolo e le due donne si guardarono negli occhi.
“Questo Pablo lo vive male,” confessò Victoria. “Voglio dire, che io abbia
uno stipendio più alto, che viaggi tanto... e che sia autonoma nella vita.”
“E non sarà anche per questo, inconsciamente, che non vuole andare a New
York?” Gala enfatizzò la sua tesi aggrottando un sopracciglio. “In fondo, per la
prima volta saresti tu a decidere la rotta... e lui dovrebbe adeguarsi.”
L’informatica si agitò sulla sedia, evidentemente a disagio.
“No, non credo che sia per questo.”
“E allora sentite, sapete cosa vi dico?” ruggì Casandra mentre si alzava e si
metteva a camminare per il giardino. “Che se ne vadano a fanculo. A me non
piacciono le mezze misure, che ci posso fare, e non posso certo cambiare a
quarant’anni: preferisco lo zucchero al dolcificante, il vino rosso a quello
bianco, il caffè al cappuccino, e se devo chiamare quel tizio figlio di puttana e
mandargli un preservativo pieno di bagnoschiuma per sentirmi soddisfatta, lo
faccio. E se agli uomini questo fa paura, be’, mi dispiace. E se resto da sola,
resto da sola.”
Gala, che non aveva l’aria di una che si scandalizzava facilmente, guardava
Casandra con gli occhi spalancati.
“Lo vuoi riempire di bagnoschiuma? Il preservativo? E lo vuoi mandare a
lei?” La seguì in giardino saltellando per non bagnarsi. “Lo vedi? È questo il
tuo problema. Se un uomo ti sentisse parlare così in questo momento lo faresti
cacare sotto.”
“No, tesoro, il problema forse ce l’hai anche tu ed è che, proprio come me,
reggi il gioco agli uomini della nostra generazione che o hanno una sindrome
di Peter Pan che non riescono a superare o continuano a pensare che due
capitani siano troppi per una sola barca.” Tutto questo lo diceva alla bionda,
le mani sui fianchi. “Ma chi di noi, sapendo navigare, sceglierebbe il posto del
copilota, eh?”
Fu in quel momento che mi risvegliai dal mio letargo eterno recuperando il
dono della voce.
“Io,” dissi.
Scese il silenzio.
“Allora parla!” esultò Casandra, beffarda.
Mi allisciai la gonna stampata sulle cosce. Sentii che il rossore mi saliva su
fino alle guance.
“Sono stata io a voler prendere il posto del copilota,” ripetei.
Olivia mi versò un altro bicchiere di vino e me lo offrì.
“Forse è arrivato il momento che Marina ci racconti la sua storia,” suggerì
girando la sua sedia e accomodandosi come se si aspettasse una conferenza.
Bevvi un sorso di vino. Unii le ginocchia e allisciai varie volte il bosco del
mio vestito.
“In realtà è molto noiosa in confronto alle vostre,” mi scusai con la voce
flebile. “Voglio dire che io non devo combattere per conciliare il mio lavoro e
la mia famiglia perché non ho nessuna delle due cose e non ho neanche il
dubbio se trovarmi un amante o meno. Non devo lottare contro uomini che
hanno paura di me, perché non gli faccio paura; non ho neanche sofferto per
amore perché sono sempre stata in coppia e non sono preoccupata all’idea di
smettere di piacere agli uomini perché sono convinta che non gli piaccio.”
Feci una pausa e fui sul punto di smettere di parlare, ma poi proseguii. “E ho
solo cercato un capitano troppo presto e ho deciso di seguirlo. E adesso lui se
n’è andato e si è portato via tutto.”
Il quartiere era piombato nel silenzio. Persino il grillo era ammutolito e al
suo posto si sentivano passi lontani sul vecchio marciapiede e qualche uccello
notturno. Ebbi la sensazione che le mie parole fossero rimaste attaccate alla
mia bocca, alle piante e alle piastrelle.

Non so perché lo feci, ma in quel momento, protetta dall’intimità della mia


oasi appena scoperta, raccontai molte cose a un gruppo di complete
sconosciute. Cose intime. Di noi due. Di te. Che mi sentivo persa in quel
quartiere. Che tu eri la mia casa, il rifugio che per molto tempo mi aveva
permesso di non dovermi occupare di me stessa. Che quel cambiamento era
arrivato molto tardi e adesso mi sentivo una cenerentola, o meglio la sua
stupida zucca. Goffa, senza la grazia che serviva per muoversi nel mondo,
senza passioni, senza iniziativa, senza speranze. Piccola, assetata e insonne
come le mie violette. Che mi spaventava non tornare ad amare o a essere
amata, non tornare ad avere una casa, non tornare a festeggiare un Natale...
Che avevo sempre pensato che a quarant’anni avrei avuto dei figli e una casa a
Madrid e che d’estate avremmo affittato un appartamento per andare al mare
con i bambini e che tu avresti insegnato loro a navigare con il Peter Pan... Che
mi ritenevo incapace di affrontare quella perdita perché ero imprigionata nel
passato con te per non aver mantenuto la promessa che ti avevo fatto prima
della tua morte: trovare uno skipper, prendere per l’ultima volta il Peter Pan e
navigare fino al tuo posto preferito al mondo, per disperdere lì le tue ceneri.
“Be’, è una grande storia, Marina,” disse alla fine Olivia guardandomi negli
occhi e sorridendo un po’. “È una grande storia soprattutto perché ti libererai.”
Alzai lo sguardo sorpresa.
“Liberarmi?” chiesi. “Da che cosa devo...?”
“Immagino che tu non abbia intenzione di seguire le istruzioni di quel
comandino del tuo defunto marito,” mi interruppe Casandra. “Scusa se te lo
dico così...”
“Ed è proprio questo che mi tortura,” la interruppi a mia volta, “ma perché
non sarei neanche in grado di far uscire la barca dal porto.”
“E cercare qualcuno che ti accompagni?” chiese Gala alle mie spalle,
appoggiandosi allo schienale della mia sedia.
“Adesso non è questo il problema, il problema è che non sono in grado di
salire a bordo della sua barca, non riesco neppure a salire a bordo della mia
vita,” sussurrai spostandomi i capelli dietro le orecchie in modo compulsivo.
“E allo stesso tempo ti angoscia l’idea di non stare mantenendo l’ultima
promessa fatta a un morto,” suggerì Aurora dietro un anello di fumo disfatto.
Mi sentii in trappola. Come se stessi sopportando una pressione di mille
atmosfere. Avevano ragione. Qualunque cosa facessi non mi sarei liberata.
“A meno che tu...” continuò Olivia mentre cercava qualcosa nella propria
testa, “non approfitti di questo viaggio... e lo faccia tuo. Alle tue condizioni.
Per te stessa.”
La guardai come avrei sempre fatto nei due mesi seguenti, quando non si
poteva fare altro che crederle.
“Penso che possiamo aiutarti a salire su quella barca, Marina,” continuò.
“Ma a una condizione: che tu lo faccia da sola.”
Il nostro grillo riprese il suo assolo e il mondo si mise di nuovo in moto.
Adesso, dall’alto dei tre mesi appena trascorsi, posso dire che cominciò
tutto lì.
Un processo che si sarebbe concluso in mezzo al mare.
In questo momento.
Ricordo che il cuore cominciò a battermi forte per la prima volta dopo
molto tempo. Di paura. Di angoscia. Di emozione. Di vita. Ricordo anche che
in quel momento non mi sentivo in grado di intraprendere quell’avventura e
anche oggi, che ormai mi ci sono imbarcata, non so se riuscirò a portarla a
termine.
Ma che quella notte ricominciò a battere... è un fatto.
Prima di andarcene Olivia prese per mano Casandra e la fece entrare nella
serra. Con lo sguardo trasognato di una fata che prepara un incantesimo tirò
fuori, come se fosse la sua barite, un’orchidea di un blu intenso di cui avrebbe
dovuto avere molta cura, proprio come di se stessa. Un invito in piena regola e
il simbolo della pace e del relax di cui Casandra aveva un disperato bisogno.
Quando l’ebbe tra le mani ci scattammo una foto, con gli occhi accesi dal vino
e una promessa sulla bocca: l’avrebbe conservata sul cellulare e me l’avrebbe
inviata soltanto quando mi fossi imbarcata nel mio viaggio verso la libertà.
Giorno 3
La genesi della paura

Un’altra notte senza luna mi cancella il mondo: non si vede la costa, non ci
sono stelle in cielo, né nessun’altra luce a parte quella del Peter Pan che si
addentra nell’oscurità. Frugo nelle tasche dell’impermeabile e trovo il
cellulare. Quando lo accendo la sua luce fredda mi brucia gli occhi. In che
cosa ci assomigliavamo io e Casandra?, mi chiedo mentre osservo
quell’istantanea con le nostre facce ubriache a destra e a sinistra
dell’orchidea. Una foto di quando eravamo adolescenti, cioè tre mesi fa, prima
di avere uno scatto di crescita. Me l’ha appena mandata. Casandra mantiene
sempre le sue promesse.
Pensandoci adesso, con il senno di poi, credo che ci assomigliassimo nel
nostro rapporto con la felicità. Per questo avevamo provato un’empatia
immediata. In fondo entrambe pensavamo di non meritarla del tutto. Mentre
Aurora pensava che fosse una chimera e Gala la associava all’idea di
condividerla con il proprio principe azzurro, Casandra pensava di doversi
guadagnare il diritto di godersi la vita con il sudore della fronte e io, a un
certo punto, avevo deciso che la mia felicità non mi apparteneva neanche. Era
negli altri.
Ripongo il cellulare e mi concentro sul mio viaggio, per quanto non ne abbia
voglia. Non mi è mai piaciuto navigare nell’oscurità. La notte si preannuncia
lunga e tranquilla. Perciò mi farà bene continuare a scrivere per distrarmi.
Sono su questa barca da tre giorni e mi sembrano tre settimane.
Come passa lentamente il tempo sul mare, lo dicevi sempre anche tu.
Nell’ultimo anno non pensavi ad altro che alla barca. Ricordo la tua
fissazione di prenderla anche con il maltempo quando non ti rimanevano quasi
più le forze per tirare una cima, prima che la malattia ti consumasse con i suoi
incubi. Era come se qualcosa dentro di te ti spingesse verso il mare, come se
sospettassi che era la tua unica via d’uscita. Adesso la interpreto in un altro
modo: non accettavi di provare dolore fisico. Non eri in grado di fare una
passeggiata con me sulla terraferma perché ti sfiniva, ma il Peter Pan
sostituiva le tue gambe e le tue braccia. In quei giorni facevo quasi tutto io, ma
cercavo di non darlo a vedere, per evitare che ti rendessi conto di quanto eri
debole.
Mi ero trasformata nella perfetta copilota.
Avevi deciso che alla fine della tua vita il Peter Pan sarebbe stato le tue
gambe, il vento la tua forza, e la tua vita non si sarebbe misurata più in ore, ma
in lente miglia marine. La vita sul mare passava più lentamente, era vero. Il
mare, in definitiva, allungava la vita.

Adesso ho il vento in poppa, perciò ho deciso di ammainare la randa e di


spiegare per la prima volta il genoa. Si è gonfiato a prua come un petalo
bianco e morbido che si staglia nella notte. Improvvisamente mi è sembrato
uno spettacolo meraviglioso. In breve tempo la velocità è arrivata a cinque
nodi. Che te ne pare, eh? Per colpa di questa momentanea euforia ho
barcollato un po’ e per poco non sono finita con la faccia sul pavimento.
Questa è una novità. Congratularmi ad alta voce con me stessa per i miei
piccoli successi. Mi sono sentita orgogliosa quando mi sono resa conto che era
la prima volta che spiegavo il genoa da sola. “E adesso queste cime bisogna
lasciarle arrotolate, Mari, vedi di non inciampare perché stanotte ti
serviranno”, ma stavolta me lo sono detto con molta pazienza e con la mia
voce, senza imitare le tue espressioni o il tuo tono.
Il Peter Pan mi sta decisamente insegnando molte cose.
Per esempio mi ha insegnato a non rimanere ancorata, ormeggiata, in secca
nel bacino di carenaggio per tutta la vita. Perché una barca che resta molto in
porto si arrugginisce e marcisce.
Il Peter Pan mi ha insegnato ieri pomeriggio quanto è importante orzare
puntando la prua verso la direzione da cui spira il vento. Prima bisogna
aspettare il momento giusto in cui lo si ha a favore, per spiegare le vele senza
tanto sforzo e tirando con decisione. Poi bisogna solo lasciare che il vento ti
spinga. Se invece non approfitti di quel momento peggio per te. È possibile
che non ne avrai un altro.
Il Peter Pan mi ha insegnato il primo giorno che quando hai tutto contro – il
mare contro, il vento contro – è meglio spegnere il motore e non prendere
decisioni importanti. Lasciare che il temporale ti porti, aspettare, non insistere
nel seguire la rotta prestabilita, procedere a zigzag, prendendo piccole raffiche
di vento, osservare molto, improvvisare molto, aspettando che il temporale
passi e che torni la calma.
Il Peter Pan mi ha insegnato poco fa che issare tutte le vele quando non c’è
abbastanza vento mi farà sprecare le energie e non servirà a niente perché non
avanzerò come voglio.
E quel momento non è ancora arrivato, quello di navigare a vele spiegate,
ma spero che arrivi prima della fine del mio viaggio.
In questo momento ripenso a Olivia e alle sue metafore. Fa fresco. Dovrò
scendere a recuperare un paio di pantaloni lunghi. Non mi sono cambiata
sperando di avere un momento per fare una doccia, ma non ce n’è stato modo.
Avrei dovuto farmela anche solo con il tubo della coperta, ma sono stata
troppo indaffarata. Su una barca c’è sempre qualcosa da fare. Mi sento sporca
e mi pizzica tutto. Domani dovrò farmela per forza. È strano come a bordo di
una barca si disimparino tutte le regole da persona civilizzata. A Madrid non
avrei mai lasciato passare tre giorni senza farmi una doccia.
Mi torna di nuovo in mente l’odore di terra bagnata di quella prima sera.
Come avrei potuto sapere ciò che quel gruppo scalcinato di donne, afflitte
dalle sindromi più varie, avrebbe significato nella mia vita?
Nella catalogazione di Olivia tutte le donne della nostra generazione si
erano polarizzate in due grandi gruppi a seconda del loro grado di
indipendenza. A quanto pareva, io e Casandra eravamo gli esemplari di
ciascun estremo: da un lato c’erano quelle che soffrivano della “sindrome
della copilota”, cioè io. E dall’altro le “superwoman”, ovvero Casandra.
Storicamente eravamo state tutte copiloti. Le nostre nonne, per esempio, ma
loro non avevano alternativa. Il problema era quando si avevano altre opzioni
e, come me, si insisteva con quell’inerzia anacronistica. Le superwoman erano
per Olivia le figlie di quelle femministe che avevano ottenuto i loro diritti solo
sulla carta e che erano state educate dalle loro madri affinché li mettessero in
pratica. Ma siccome la società continuava a non essere pronta, “erano un
software troppo rivoluzionario che cercava di installarsi su un dispositivo già
obsoleto”, Victoria dixit.
Diciamo che una copilota trasmetteva costantemente questo messaggio:
“Valgo meno di un uomo, da sola non ce la faccio, dipendo da te e per questo
devi prenderti cura di me”. O piuttosto: “Mi sono sacrificata per te, ti ho dato
tutta la mia vita...”. S’immolava spontaneamente e poi passava la vita a
colpevolizzarsi senza vergogna perché in fondo covava un grande rancore nei
confronti del capitano. E questo finiva per angosciarlo e distruggerlo.
Una superwoman, invece, lanciava il messaggio opposto: “Sono meglio di
un uomo, sono totalmente indipendente, non sono tanto femminile, non ho
bisogno di nessuno e perciò se paghi il conto ti cavo un occhio; adesso vai e
ficcati dove sai i tuoi fiori e i tuoi ‘ti amo’”. E questo faceva paura.
Curiosamente, come diceva Olivia, nessuna delle due comunicava il
messaggio del: “Sono uguale a te”. Ovvero: “Potrei sopravvivere senza di te,
non voglio che tu ti faccia carico di questo peso, ma mi renderebbe tanto felice
vivere al tuo fianco”.
Fatto sta che è normale che una come me, una copilota senza capitano, in
queste circostanze sia sull’orlo di una crisi d’ansia.
Cammino lungo la passerella di babordo fino alla prua.
Soprattutto perché adesso sto vedendo qualcosa che mi galleggia davanti e
non so bene cos’è. Sembra una boa. Improvvisamente temo che possa
segnalare la presenza di nasse per la pesca dei frutti di mare.
Dio mio, non si vede niente.
Ho la fantasia catastrofica che prima o poi finirò contro una boa o una
tonnara. Mi preoccupano entrambe perché non compaiono sulle mappe.
Neanche le reti dei pescherecci. Sono imprevisti del genere, quelli non
contemplati nel programma di Victoria, a preoccuparmi. Quelli che possono
farmi naufragare.
E poi... quando e come dormirò. Sono tre giorni che non chiudo occhio. Solo
qualche pisolino alla luce del sole. Non sono mai stata neanche tutto questo
tempo senza dormire.
Mi fanno male gli zigomi, ho le palpebre gonfie e le caviglie piene di lividi.
Se avessi Internet cercherei su Google quanto tempo può passare un essere
umano senza dormire. Cosa può succedermi se non lo faccio per otto giorni?
Una volta ho letto un articolo che parlava di un uomo che non dormiva da
vent’anni. Ed era ancora vivo. Se riesco a superare questi otto giorni forse
svolterò e non dormirò mai più.
La sindrome della copilota... che strana malattia la mia. Oggi ci ho pensato
molto e, odio ammetterlo, ma è così: continuo ad avere bisogno di ubbidire
alle tue istruzioni. Non mi tranquillizzo finché non riproduco la tua voce nella
mia testa, finché non mi immagino quello che mi diresti tu. Qualunque cosa pur
di eludere la responsabilità di una manovra su questa barca del cazzo o nella
vita, vero, Marina?
Bene, basta flagellarsi. Non aiuta affatto, Óscar, se lo scopo è che un
copilota smetta di esserlo. No. Non dico che sia stata colpa tua, ma è come
offrire in continuazione da bere a un alcolizzato.
Mi dicevi che dovevo essere più indipendente.
Che bello.
Che volevi che avessi una vita e delle ambizioni tutte mie.
Adesso però improvvisamente penso che non sia vero. Anche tu, come disse
Olivia a Victoria quel giorno, ti sei cercato una donna che sapevi non avrebbe
mai potuto abbandonarti.
E a quanto pare hai fatto un buon casting, perché guardami: sono ancora qui,
che mi do istruzioni con la tua voce anche se tu non ci sei.

Le prime ore sono passate come stelle cadenti e fuggitive. Sulla costa solo
poche luci segnalano quella che una volta era Almería e che adesso forse è
scomparsa, perché nulla può essere più lo stesso senza di te. Improvvisamente
cullo la fantasia che la terra sia svanita per sempre. I miei occhi distinguono
soltanto il porto come un tizzone nero con qualche luce disordinata
all’orizzonte. Mi tranquillizza vedere la luce del faro. Sembra che sia ancora
in piedi. Proseguo lasciandomi a dritta Mojácar, che si distingue
perfettamente, il paese vecchio in alto, un lego di casette bianche. E completo
la cartolina ricordando le nostre passeggiate per le strade vuote all’ora della
siesta, le buganvillee rosa che si arrampicavano sui muri a calce e i turisti che
bevevano mojito nei beach club sul mare. Sono passata anche davanti alla
spiaggia di Carboneras e a quella de los Muertos, che facevano più che mai
onore ai loro nomi. Buie, deserte, senza ombrelloni né barchette a motore, né
uccelli... Mesa Roldán, Agua Amarga, l’albergo abusivo, Las Negras,
Rodalquilar, le scogliere de los Escullos con le loro feste perenni e le loro
tende sulla spiaggia.
Ricordo quando, passandoci, molti anni fa, ormeggiavamo il Peter Pan e
raggiungevamo la spiaggia con il tender per mangiare. Se non era ancora estate
e non c’era nessuno, facevamo l’amore sulla sabbia e poi la siesta. Non so più
se questo ricordo è reale. Mi sembra troppo idilliaco perché possa
appartenere a noi. Ma ci sono ricordi che neanche il sale può cancellare.

Questa notte la sto passando seduta sul dorso del Peter Pan con lo sguardo
fisso sull’orizzonte, cercando qualcosa da riconoscere. Ti sembrerà assurdo,
ma mi è venuta voglia di portare su l’urna con le tue ceneri, e così l’ho
sistemata dietro il timone. Mi tranquillizza mentre studio le mappe: la costa
bassa – secondo i tuoi appunti e il programma di Victoria – in direzione
sudovest fino a San José.
Improvvisamente mi è sembrato di vedere delle luci azzurre. Tremolano
parallele alla costa.
Che siano due imbarcazioni?
Che ne pensi?
Trasporteranno le ceneri di una vita come me?
O forse c’è ancora qualche pescatore al lavoro. Saranno i pescherecci del
porto. Due miglia più in là ci sono una buona baia, una rada e poi viene il
Morro Genovés. E se non restasse più nessuno sulla terraferma come in quel
tuo incubo? In mare, naturalmente, non si muove niente di vivo. Cosa darei
adesso per avere la compagnia brillante di un delfino come spesso ci capitava.

Sono passate due ore e l’umidità sta ammollando i fogli del quaderno. Il
mare ammorbidisce tutto. Cosa darei per portarmi alla bocca un pezzo di pane
tostato croccante, per tornare a sentire i capelli asciutti, il contatto con un
asciugamano che non odori di grotta. Il mare ammorbidisce tutto, persino la
ragione, per questo adesso mi rimetto a scrivere, per lasciare traccia di
qualcosa che mi è appena successo e che potrei stare sognando. Ho invocato
così tanto i delfini che, per un istante, mi è sembrato che le onde prendessero
la forma di pinne. Ho creduto di veder emergere i dorsi brillanti e curvi di un
branco, il loro movimento ondulante che rastrellava il mare, finché
improvvisamente sono comparsi a pelo d’acqua. E se stavolta è
un’allucinazione, ha una consistenza di realtà tale che vorrebbe dire che ormai
sono impazzita. È una superficie argentata e tersa che galleggia sul mare. Ho
spento il motore come facevamo sempre per farli avvicinare.
Il Peter Pan si è accostato silenziosamente finché non me lo sono ritrovato a
babordo. Ed eccolo qui. Non riesco quasi a credere a ciò che sto vedendo. È
un palloncino a forma di delfino che galleggia sulla superficie del mare,
fuggito da qualche festa di paese o dalle dita maldestre di un bambino. Almeno
è un residuo di felicità e di infanzia che è naufragato da Dio solo sa dove e che
rende omaggio alle mie creature del mare invisibili.

Sono le sette di mattina e mi sono svegliata perché il mare mi stava


sbattendo da una parte e dall’altra con violenza. Credo di aver dormito
mezz’ora. Finché l’urna non è rotolata a terra. L’ho riportata nella tua cabina e
l’ho lasciata sul tuo letto.
Finalmente la costa si staglia con chiarezza davanti a me.
Distinguo perfettamente le serre disposte secondo schemi precisi, che
formano terrazze sulla montagna. Mi chiedo se conterranno avocado o
asparagi. Si sente odore di caffè. Adesso improvvisamente non c’è niente che
mi conforti di più dell’odore del caffè. E dire che non mi è mai piaciuto.
Ma il suo odore significa che è mattina.
Che è passato un altro giorno.
Che sono più vicina al mio obiettivo.
Il vento continua a spingere da poppa, ma adesso sembra che stia cambiando
a bolina. Se si mantiene così, potrò issare tutte le vele per la prima volta.
Osservo la superficie dietro di me. Il dorso del mare si inarca morbido e
rotondo formando alte montagne d’acqua. Il mare è mosso e sai che mi fa
paura avere le onde alte alle spalle. Cazzo. Ma comunque è così. Devo
impostare nuovamente il pilota automatico. Sono fuori rotta di tre miglia. Che
volevi, eh? Farmi avvicinare alla costa senza che me ne accorgessi? Che vuoi,
maledetta barca? Ammazzarmi? Perché mi fai questo?
Mi fa paura accorgermi che sto gridando.
Non ho mai saputo gridare al momento giusto. Prima un grido significava
qualcosa, ma adesso no, perché nessuno mi sente e non cambierà niente,
adesso è indifferente che io gridi o prenda a calci la porta della dinette. Credo
di essermi rotta il mignolo del piede perché non lo sento più. Non riesco a
smettere di gridare: “Magari non lo rendevo felice!”. “Ma non l’ho ucciso io,
capito?” “Anch’io preferirei stare con lui piuttosto che con te!”
Sono riuscita a calmarmi quando il Peter Pan è salito su uno di quei
massicci d’acqua per poi precipitarsi giù come una vettura delle montagne
russe. Lo scafo ha sbattuto contro la superficie del mare con una forza tale che
sono finita per terra. Quando è successo, il pilota automatico ha ritrovato la
rotta, e la prua ha smesso lentamente di puntare verso la costa. Sembra che
finalmente iniziamo a capirci.

Oggi pomeriggio la calma del mare si è fatta più inquietante. E ancora più
inquietante è che abbia il cellulare scarico. Il problema è che per qualche
motivo non si carica più. Maledico la mia sfortuna. Ho cambiato la presa.
Preferisco non pensare che potrei essere isolata, allora sono salita in coperta
per osservare il tramonto. Il sole ha allungato una lamina sottile di plastica
sull’acqua. Sono ore che non vedo la costa. Secondo i calcoli del programma
di Victoria e le tue mappe dovrei stare superando la baia di Malaga, ma i miei
occhi non riescono a vedere altro che acqua liscia e circolare come un
vassoio. Dove diavolo tenevi il binocolo? Forse è il momento che mi faccia
una doccia, ma ho scoperto che i canali di scolo di sotto si otturano. No,
meglio qui, con il tubo, in coperta. Potrei anche approfittare di questa calma
per spegnere il motore e buttarmi in acqua. E poi farmi la doccia. Questo mi
rilasserebbe. Ho molto caldo e mi sento tutta attaccaticcia.
Mi sporgo dal bordo. L’acqua sembra solida. Non è trasparente. Controllo il
profondimetro. Trenta metri d’acqua sotto i miei piedi e non so cosa c’è in
fondo. Tra l’altro, devo ricordarmi di abbassare la scaletta. E di lanciare il
salvagente. E di verificare varie volte che la cima sia ben annodata alla barca.
E poi c’è quel film. Quello del gruppo che si tuffa in acqua da un veliero e
annegano tutti perché non riescono a risalire. Perché mi hai portato a vedere
quel maledetto film?
No, mi farò un bagno quando l’acqua sarà trasparente.
Cosa darei in questo momento per una chiacchierata con le ragazze anche
solo via Skype! Berrei un bicchiere di vino con loro ignorando la distanza e il
pericolo. Una delle riflessioni di Olivia mi rimetterebbe in ordine i pensieri.
Le vite di cinque donne possono fare un giro di centottanta gradi
contemporaneamente?
Credo di sì.
Adesso so che la risposta è sì.
Noi donne agiamo per contagio, almeno questo è ciò che pensa Gala. Quello
che è certo è che noi cinque siamo entrate nella stessa inerzia, nello stesso
tornado che ha pian piano inghiottito le nostre vite, le nostre frustrazioni, i
nostri sogni, girando e girando sempre più veloce. Durante questi tre mesi è
diventata anche sempre più grande e potente la sua capacità di trasformarci.
Chi ha dato inizio a questa tempesta?
In realtà, se ci penso, nella nostra storia non ci è mancato proprio niente.
Abbiamo avuto una Maga di Oz tutta nostra e anche una Strega dell’Ovest. Chi
di noi era Dorothy e chi le sue accompagnatrici?
Penso di nuovo a Olivia e alle sue teorie secondo cui ci trovavamo alle
porte di una grande seconda rivoluzione femminile. La fine di un’“era di donne
copilota” e l’inizio dell’“era delle superwoman”. Queste affermazioni
rendevano Aurora euforica.
Superwoman e copilota...
Alzo lo sguardo. In lontananza, il sole ha tracciato una linea di gesso
all’orizzonte che si sfuma come se qualcuno ci avesse passato sopra il dito
seguendone la scia. Continuo a essere ossessionata dall’idea che potrei essere
l’ultima creatura viva del pianeta, ma un punto nero in acqua mi ha appena
dato torto. A poco a poco si è avvicinato fino a uscire dal bianco. È un
gabbiano. Deve venire da sud perché sembra stanco. Vola e ogni tanto ammara
come un piccolo idrovolante. Spegnerò il motore in modo che l’inerzia stessa
della barca mi porti da lui.
Ho bisogno che qualcosa di vivo mi guardi.
Constatare che esisto ancora.
Galleggia sull’acqua come una papera in un laghetto. Ha il becco un po’
aperto, non so se per la sete o per la fatica.
“Vuoi mangiare, gabbiano?”
Continuo a fare in modo che lo sguardo dell’uccello incroci il mio.
Finalmente mi guarda. Il primo segnale di vita che vedo dopo molto tempo.
Scenderò nella dinette per prendere un pezzetto di pane, ma... no! Riprende il
volo verso la costa!
“Ma dove vai, idiota? Lì c’è solo morte!”
Le mie grida vengono inghiottite dal mare. Il mare inghiottisce tutto.
D’un tratto ho un pensiero che mi spaventa per la sua concretezza: ho la
certezza che non uscirò mai di qui. Da questa barca. Non arriverò a Tangeri e
non calpesterò di nuovo la terra.
Lo dicevano già i greci: il Mediterraneo è il mare più traditore che esista.
E se scoppia una tempesta? E se finisco contro gli scogli? E se
semplicemente mi sento male e non posso chiedere aiuto? Non l’ho detto. Non
mi funziona neanche la radio. Credo che il sistema elettrico della barca stia
andando in tilt.
Mi guardo intorno e vedo soltanto acqua. Di nuovo acqua che si confonde
con il cielo quasi bianco. Senza vita. Senza niente.
Perché la fuga di quell’uccellaccio mi ha provocato una tale angoscia?
Forse avrei potuto usarlo per mandare un messaggio alle ragazze: non è
quello che fanno i piccioni viaggiatori? Forse sto impazzendo.
La linea di gesso all’orizzonte adesso è più sfumata. Grido di nuovo, ma
credo di farlo dentro di me: “Da quella parte c’è solo morte, bestiaccia
imbecille!”.
Un bruciore conosciuto che mi torna negli occhi.
“Da quella parte c’è solo morte e da questa... da questa uguale, ci
inghiottisce il mare.”
Questo nodo che mi stringe la gola mi fa ricordare com’ero nel mese di
giugno. Non l’avevo più sentito finché il gabbiano non ha ripreso il volo. Ho
condiviso con lui solo cinque minuti, ma è stato un frammento di tempo
importante per me, che sembra pesare tonnellate nel complesso di quei mesi.
La perdita.
L’abbandono.
Io, che finalmente aprivo gli scatoloni del mio passato nel mio minuscolo
appartamento. Che dormivo storta facendomi venire il torcicollo su una
poltrona, senza riuscire a inaugurare il letto. Che cercavo di accettare di dover
trovare un altro posto a ciascuna delle mie cose, svestirle del passato, situarle
come te in un posto dove non ci fosse uno strappo.
La malinconia è quel dolore a cui noi adulti non sappiamo sfuggire.
Conviene saperlo.
Il complotto degli elettrodomestici

Erano passate due settimane e il mio appartamento stava prendendo forma al


rallentatore: prima la lavatrice aveva iniziato a perdere acqua, poi si era
bloccato il wi-fi. Infine il frigorifero aveva smesso di raffreddare. Così,
vivevo nel centro di Madrid imitando le consuetudini da villaggio della mia
nonna paterna, le cui tecniche stavo iniziando a padroneggiare: lavavo i panni
nel lavandino con il sapone di Marsiglia, compravo cibi in scatola che poi
mescolavo tra di loro in una scodella per prepararmi le insalate e buttavo con
tutte le mie forze una secchiata d’acqua nel gabinetto dopo aver svuotato la
vescica e gli intestini.
Perlomeno Aurora mi aveva prestato alcuni dei suoi quadri floreali più
vivaci che, appoggiati a terra, aspettavano ancora pazientemente di essere
appesi e il mio padrone di casa finalmente mi aveva installato l’aria
condizionata. Grazie a questo ero riuscita a dormire un po’ meglio – sempre
sulla poltrona – finché l’impianto non aveva iniziato, e ti pareva, a emettere un
lamento infernale che mi provocava incubi stranissimi.
Anche la mia vita al Giardino dell’Angelo aveva preso un certo slancio:
Victoria e Casandra, unite dal loro superwomanismo, erano diventate intime
dopo quella serata di confessioni, Gala mi aveva prestato un altro paio di
vestiti e adesso aveva sviluppato un’ossessione per il lavoro a maglia –
l’ultimo grido in fatto di relax – che, ovviamente, era anche l’hobby del suo
nuovo amante, il giovane dirigente francese della Renault. Quella che
sembrava avere qualcosa che bolliva in pentola era Olivia: parlava al telefono
a tutte le ore nella stanza sul retro e passava molto più tempo del solito seduta
sull’“altalena della riflessione”, come definiva lei il sedile con le corde
appeso all’olivo.
Tra i vari incarichi che mi aveva perentoriamente assegnato, uno era stato di
non presentarmi al Giardino dell’Angelo finché non mi avessero riparato tutti
gli elettrodomestici e non avessi aperto tutte le mie scatole e valigie. “La
paura conduce all’immobilità,” mi aveva detto con grande serietà. Ed era
chiarissimo che io non volevo sentirmi a mio agio nella mia nuova casa. Alla
luce di tutto quello che so oggi, capisco che in realtà non volevo avere una
nuova casa. Né una nuova vita. In definitiva, non volevo altri cambiamenti.
Perciò quella mattina, armata di un taglierino, aprivo a uno a uno gli
scatoloni che contenevano il mio passato e cercavo un altro posto per scarpe,
gonne, intimo... Tutti i miei effetti personali comparivano a mano a mano sotto
lo sguardo curioso di svariati operai: il tecnico della lavatrice armato di tubi,
quello che inseriva un catetere di fibra ottica nelle pareti e un muratore che
frantumava il pavimento del bagno sudando sette camicie.
In quel mentre ricevetti una telefonata da parte di mio padre. Bastò solo un:
“Come sta la mia bambina?”, perché quel peso nel petto chiamato malinconia
ricomparisse.
“Be’, così, papà.”
“Fa molto caldo a Madrid?”
Mi ha sempre incuriosito il fatto che una delle prime domande che i genitori
rivolgono ai figli che vivono lontani miri a ottenere informazioni
meteorologiche.
“Fa così caldo che si sciolgono i marciapiedi.”
“Ma tu come stai, figlia mia?” mi chiese con l’inopportunità dei genitori.
Continuo a essere vedova a quarant’anni, papà. Continuo a essere sola.
Continuo a essere triste, sconfortata, terrorizzata.
“Non preoccuparti, papà. Tutto va come deve andare. Mi sto abituando alla
nuova casa. Anzi, oggi mi stanno riparando un po’ di cose,” lo informai con un
certo orgoglio nella voce.
Dall’altro capo della linea ci fu un sospiro di sollievo. E poi passò a
recitarmi una lista di assurdità che mia madre lo aveva incaricato di dirmi: di
stare attenta ai furti nel quartiere, di farmi montare un chiavistello Fac, che
sono i più sicuri, che una loro vicina le aveva detto non so cosa a proposito
dei colpi di calore, di stare attenta alle uova, perché c’era stato un aumento dei
casi di salmonellosi, che c’era un’allerta perché con le temperature alte era
arrivata una zanzara tigre dall’Africa, molto pericolosa, di stare lontana
dall’acqua stagnante, che era meglio non andare al parco del Retiro perché bla
bla bla... Io lo ascoltai mentre continuavo a piegare con calma i reggiseni e mi
domandavo perché mia madre non mi chiamasse direttamente per dirmi tutte
quelle cose.
E credo che ne conoscessi il motivo.
Non sopportava il mio dolore.
Per lei era troppo. Vedere una figlia soffrire “è la cosa peggiore che possa
capitarti” ed era insopportabile. In altre parole, il mio dolore faceva più male
a lei che a me. Per questo mio padre aveva sempre deciso di nasconderle la
maggior parte dei problemi, sia economici sia personali. Mia madre,
imperatrice delle donne copilota, aveva delegato tutto a mio padre fino al
punto di non accorgersi di metà delle cose che ci erano successe. Lui le
avrebbe nascosto anche la tua morte se non fosse stato che poi avrebbe notato
la tua assenza a Natale. Non lo sapevi? Al tuo funerale ha pianto più di me.
Ma sì che lo sai. Eppure non è riuscita a venire a trovarti in ospedale neanche
una volta quando io passavo le notti a vegliarti. Per lei era troppo.
Iniziavo a capire perché noi donne copilota siamo come siamo. Siamo state
educate come donne paurose. Non codarde, ma timorose, con una capacità
illimitata di soffrire e piene di paure che le nostre madri ci hanno inculcato
tramite il cordone ombelicale. Ipersensibili, suscettibili, introverse, instabili,
indecise, pessimiste, insicure... così siamo, secondo Olivia, noi donne
copilota. Ovvero un identikit di mia madre.
Perciò mio padre, circondato com’era da donne copilota, ci aveva protetto
tutte.
“Hai bisogno di qualcosa, figlia mia?”
Óscar. Ho bisogno di Óscar, papà. L’uomo chiamato a essere il tuo sostituto.
“No, papà. Sto bene, davvero. Tra l’altro sto conoscendo delle persone che
mi stanno aiutando molto nel mio nuovo lavoro.”
“Ti pagano bene?”
“Questo è il meno.”
“No, figliola, che adesso sei sola...”
“Sei sola” e non “vivi da sola”: due espressioni apparentemente così simili,
tra cui mio padre aveva scelto di proposito la prima per dire che “esistevo da
sola”, una circostanza non transitoria. Definitiva.
“E alla fine che cosa farai con le ceneri?”
“Questo te lo ha chiesto mamma?”
Ci fu silenzio. Sì, glielo aveva chiesto lei.
Per un attimo pensai al suggerimento che mi aveva dato Olivia. In quel
momento mi sembrava una pazzia tale che non lo prendevo neanche seriamente
in considerazione. Poi pensai all’isteria di mia madre e al rapporto di amore-
odio di mio padre con il mare.
“Non so ancora cosa farò.”
“Ma dove sono?”
“Le tengo in casa. Sono ancora imballate.”
Si sentì un lungo sospiro.
“Figlia mia, non voglio impicciarmi, ma tua madre è molto preoccupata per
questa faccenda. Me lo chiede tutti i giorni. Sai com’è fatta. Non le sembra
normale. Che non sia sepolto. In un luogo appropriato. Non posso dirle che lo
tieni imballato con il resto degli scatoloni. Mettiamoci d’accordo su qualcosa
da dirle, te lo chiedo per favore.”
In realtà fui sul punto di scoppiare a ridere. Quando il dramma tocca il suo
apice spesso sconfina nella commedia. Era vero. Me n’ero persino
dimenticata. Tu eri imballato, ti tenevo in sospeso con il resto dei miei vestiti,
i miei libri, i documenti e le scarpe. Una vera e propria metafora del mio
dolore. Questo, però, adesso che ci penso, era molto meglio che raccontargli
della promessa che avevo fatto a te e che avevo appena fatto a quella pazza di
Olivia.

Povero papà. Non aveva mai voluto che mi avvicinassi troppo al mare.
Immagino che succeda a tutti i figli dei marinai. E che per questo lui non lo
volle diventare e si trasferì da un paese costiero a Madrid per farsi una
famiglia. Per tenerci lontani. Nonostante tutto, credo che il mare gli sia sempre
mancato, perché fu lui a volermi chiamare Marina. Forse se non mi fossi
chiamata così tu non ti saresti mai accorto di me e adesso non starei
affrontando la tua perdita. Forse il mare continuava a essere una maledizione
per la mia famiglia.
Io non sono mai stata molto bella. I vicini del paese di mio padre erano
soliti ricordargli in mia presenza quanto fossi migliorata con il tempo:
“Quando era piccola non era tanto graziosa, ma guarda adesso com’è
cambiata”. Ed era vero. All’epoca tu eri il ragazzo ricco di Madrid che
passava l’estate ad Alicante nella villetta della sua anziana nonna, mentre i
suoi genitori festaioli se la spassavano con i nuovi ricchi di Marbella. Io ero
la ragazzina povera di Madrid che tutti gli anni villeggiava in un appartamento
preso in affitto, la figlia di Ruedas, un camionista dalla mascella robusta e gli
occhi da cane buono che ammirava le persone come tuo padre. “Uno sveglio,”
lo sentivo dire. “Quello sì che se la gode. Guarda dove è arrivato servendo
cocktail. Ma il figlio gli è venuto studioso. Dice che vuole diventare capitano
di nave”, e aggrottava il suo unico sopracciglio bianco, “bah, che ne saprà
quel ragazzino del mare, se vive a Londra...”
Fatto sta che mio padre non volle mai che mi avvicinassi a un porto e
soffriva ogni volta che gli raccontavo che saremmo usciti con il Peter Pan.
Ancora gli penetrava i ricordi la cascata di gemiti di mia nonna, tante notti
incinta e da sola, tante gravidanze quanti lunghi viaggi in mare aveva fatto suo
marito. Da lì traevano la loro forza i marinai, diceva sempre, dalla necessità
di sopravvivere a ogni costo quando avevano seminato un nuovo embrione di
vita. Mio padre non aveva avuto bisogno di mettere incinta mia madre così
tante volte. Quando nacqui io, con i capelli così neri che sembravano blu,
scelse il mio nome. E decise che quello sarebbe stato l’unico mare che
avrebbero visto i suoi occhi ogni sera, quando mi avesse messo a letto.
Nonostante ciò, non riuscì a liberarsi dalla maledizione familiare: una donna
che lo salutava in preda ai pianti e alle paure ogni volta che si metteva in
viaggio. Anche quando era in casa. Una “drogata della sofferenza”, come
avrebbe detto Olivia.
“Papà, di’ a mamma che sto bene. Dille di non soffrire per me. E che l’urna
con le ceneri l’ho portata al cimitero dell’Almudena.”
“Benissimo, figlia mia. Così sto più tranquillo.”
Così lei starà più tranquilla, voleva dire.
Anch’io.
Riagganciai e osservai gli ultimi tre scatoloni che non avevo ancora aperto,
chiedendomi in quale fossi tu, e improvvisamente l’aria diventò solida e non
riuscii a respirarla. Poi pensai a mia madre e al fatto che le avevo negato la
sua dose. In quel momento sentii una voce flemmatica dietro di me.
“Signora, adesso il frigorifero funziona.”
Mi girai. Era giovane, con il naso storto attraversato da un piercing a forma
di cerchio e una tuta blu che gli andava grande, ma io lo vidi come un angelo
che teneva in mano una chiave inglese come se fosse quella del paradiso:
addio alle scatolette, al latte in polvere, al cibo da asporto, alle cene da sola
nei bar del quartiere circondata da coppie o gruppi che ridevano tra un
bicchiere di vino e l’altro. Benvenuti acqua fresca, ghiaccio, frutta, burro da
spalmare sul pane tostato di prima mattina, cene mentre guardo la televisione
dopo il lavoro. Improvvisamente ero tornata nel Ventunesimo secolo. Mi
avvicinai a lui e lo abbracciai per essere stato in grado di compiere quel
miracolo, finché non mi resi conto che il ragazzo era paralizzato e teso.
Quando finalmente lo lasciai andare, mi diede una ricevuta perché la firmassi
e uscì di casa sconcertato.
Entrai in cucina. Aprii il frigorifero e il freddo mi si attaccò alla pelle.
Quell’elettrodomestico benevolo mi restituì una cosa che mia madre mi aveva
portato via quella mattina: l’aria tornò a contenere ossigeno.
La teoria della crisalide

La mattina seguente m’incamminai verso il Giardino del​l’Angelo con


un’altra energia. Devo ammetterlo, avevo bisogno di raccontare a Olivia i
miei piccoli successi. Forse avevo anche bisogno della sua approvazione.
Imboccai calle del Prado cercando di schivare la procacciatrice di adepti di
Scientology, che come tutte le mattine insistette per darmi un volantino.
Sembrava una marionetta bionda con i ricci, che era invecchiata per un
incantesimo. Aveva la voce da fata urlatrice. L’insieme era spaventoso. Mi
chiesi che cosa avessero in mente i suoi capi quando avevano stabilito che
sarebbe stata brava a intercettare nuovi possibili adepti.
D’altro canto: mi offriva il volantino di qualcosa di speciale? Lo slogan ti
invitava soltanto a entrare e a fare un test per scoprire come potevi potenziare
la tua mente e raggiungere la conoscenza. Di solito però si dice che le sette
cercano di intercettare persone fragili in un momento di crisi.
Era così evidente che lo fossi?
Perché non mi offrivano qualcosa per potenziare la mia felicità? Così sì che
sarei stata una preda facile.
Quella mattina avevo optato per una gonna a ruota piena di minuscole torri
Eiffel, omaggio di Gala, e mentre camminavo cercavo di muoverla. Forse per
questo il cameriere della Brown Bear Bakery mi aveva guardato in quel modo,
pensai. La panetteria si trovava proprio sotto casa della bionda e resistere alla
tentazione del profumo di pane appena sfornato quando si trovava nel suo
attico era, secondo lei, un efficacissimo esercizio di controllo mentale. Ero
entrata per comprarmi una sfoglia al cioccolato e, venendo accolta dal sorriso
del commesso, mi vergognai perché immaginai che mi trovasse ridicola con i
miei quarant’anni, la mia gonnellina e la mia merendina.
Mi sentii così fuori luogo che quando uscii cercai di regalarla senza
successo a un bambino piccolo molto peloso, attaccato alla mano della madre,
a sua volta attaccata al cellulare sulla soglia dell’erboristeria. Il piccolo alzò
la manina con una faccia da scimmiotto affamato, ma la madre lo tirò indietro
con uno strattone. “Che ti ho detto? Non accettare cibo dagli sconosciuti,
soprattutto se vogliono darti grassi saturi!” E lasciai lì a sbavare quella
creatura e la sua genitrice emaciata, la cui espressione faceva pensare a un
lassativo.
Di sicuro ai miei occhi Madrid d’estate si trasformava in una città diversa
che io, essendo sempre andata in vacanza, fino a quel momento non avevo
conosciuto. Le strade ardevano sotto un sole apocalittico, svuotate dagli
ingorghi e dalla fretta, gli abitanti erano tutti più magri, più belli, senza quel
solito colorito grigio-verdastro, e le strade portavano in vita le specie più
straordinarie che restavano nascoste durante il resto dell’anno. Mi faceva
tornare in mente uno dei miei libri preferiti di quando ero piccola, Magia
d’inverno. Nel libro, il troll Mumin, il più piccolo della famiglia, si svegliava
all’improvviso durante il letargo e, mentre tutti gli altri continuavano a
dormire, iniziava a conoscere il suo mondo in un’altra stagione: una stagione
popolata da creature che altrimenti non avrebbe mai conosciuto. Adesso che ci
penso è più o meno ciò che stava succedendo a me.
E chi sopravviveva a temperature così alte? Le superwoman che non erano
capaci di smettere di lavorare, quelle che non potevano permettersi una
vacanza come Aurora, quelle che erano state colpite dalla crisi come Gala e
passeggiavano battendo i tacchi tra le vetrine che esponevano gli ultimi saldi,
con borse griffate retaggio di momenti migliori; gli archeologi che scavavano
conventi, i muratori che aprivano e chiudevano le stesse buche tutti gli anni. E
poi c’erano le creature non classificabili come Olivia.
D’un tratto ebbi la certezza che Olivia esistesse soltanto d’estate.
Stavo pensando a questo quando mi fermai sulla soglia dell’Euforia, un
vecchio locale notturno ormai chiuso dove ricordavo di essere stata qualche
volta nel periodo universitario. Sotto l’insegna arrugginita c’erano due coperte
e un cartello:
COPPIA SFRATTATA, DUE FIGLI, SIAMO
PER STRADA E CHIEDIAMO SOLTANTO DA MANGIARE

Lasciai una moneta in quella stanza da letto familiare improvvisata. Il mio


luogo di villeggiatura mi avrebbe offerto anche altre cartoline.
Quando arrivai al negozio di fiori trovai Celia che lavorava a maglia in
time-lapse sotto il pergolato e Olivia dentro, con indosso una camicia e un
paio di pantaloni ampi di lino verde, che guardava da sopra i suoi occhiali
rosa una donna che sembrava mummificata: la pelle secca da tartaruga bruciata
dal sole, gli occhi freddi da pesce e un completino gonna e giacca azzurro
mare che le dava un aspetto da impiegata di un obitorio.
“Senta, non dubito che abbia tutti i documenti in regola, signora...”
“Olivia. Mi chiami solo Olivia.”
La donna lanciò un’occhiata a una cartellina grigia dalla quale spuntavano
alcuni documenti. I suoi movimenti erano taglienti come ghigliottine. Olivia la
osservava con le mani sui fianchi, allungando il busto come fanno gli animali
quando vogliono sembrare più grossi. L’impiegata dell’obitorio proseguì: “Il
mio cliente ha preso la decisione di mettere in vendita il terreno ed è suo
diritto”. Non batté gli occhi rotondi e inespressivi da pesce.
“Naturalmente.”
“Pensi che si trova in un’enclave unica nel barrio de las Letras...”
“Lo so perfettamente,” rispose la fioraia appoggiando le mani sul bancone.
“Questo vivaio esiste da tre secoli.”
“E in seguito alla crisi i proprietari devono pagare alcuni debiti.”
“Spero solo che non siano con Dio.”
Olivia sembrò divertita dal suo stesso commento.
“E io spero soltanto che lei non crei impedimenti quando porterò potenziali
clienti a visitarlo...”
“Assolutamente no.”
“Come? Vuole rifiutarsi?”
“No. Al contrario. Anzi, la ringrazio. Potrò sempre vendere loro dei fiori.
Questi sono per lei.” In quel momento le tese un mazzolino di fiori bianchi.
L’impiegata dell’obitorio sbatté le palpebre molto rapidamente una sola
volta e li accettò sconcertata. A quel punto Olivia si alzò di scatto e la
affrontò: “Cosa le succede? La sorprende il mio atteggiamento? Mi hanno
assicurato che non poteva essere venduto e che non era edificabile. Cosa si
aspetta? Che le dica che è giusto? Che le dica che è corretto?”.
La donna strinse le labbra sottili e inespressive e si lasciò scappare solo un:
“Le cose stanno così”, al che Olivia rispose soltanto con un: “Se vuole
scusarmi, devo dare un po’ di insetticida alle mie piante, il livello di
inquinamento è appena salito, non lo nota?”, prima di spruzzare il prodotto
sulla donna e i suoi fiori e che quest’ultima imboccasse il sentiero di piastrelle
proprio come la Strega dell’Ovest.
“E stia attenta se ha un gatto,” sussurrò. “E non le consiglio neanche di usare
quei fiori per farsi delle tisane...”
Non potei trattenermi dal sorridere quando mi accorsi che quello che aveva
tra le mani era un mazzetto di oleandri velenosi, anche se mi passò la voglia
quando vidi l’espressione preoccupata che era rimasta tatuata sulla fronte di
Olivia.
“Non dire neanche una parola ai clienti di quello che hai appena sentito,
chiaro?” disse.
E scomparve dopo aver dato una manata alla tendina a fili del retro
facendola tintinnare.

Passai quasi un’ora a servire una coppia gay che era intenzionata a comprare
un albero da frutto che non gelasse con le temperature estreme di Madrid e che
non si seccasse se cresceva in un vaso. In realtà le domande dei clienti erano
più o meno sempre le stesse: se si trattava di una pianta da sole o da ombra, se
aveva bisogno di più o meno acqua, come bisognava orientarla per farla
crescere meglio... A quel punto io mi limitavo a osservare dov’era collocata la
pianta al Giardino dell’Angelo e il problema era risolto: se c’era un piatto
sotto il vaso significava che aveva bisogno di più umidità, se era sotto il
pergolato, che aveva bisogno di ombra. E così pian piano mi si imprimevano
in testa decine di informazioni che mi facevano sembrare un po’ più esperta di
quanto fossi in realtà.
Anche Olivia serviva alcuni clienti con evidente malumore e di tanto in tanto
si avvicinava a Celia per provarsi il gilet a maglia che le stava facendo.
A un certo punto sentii una signora che dalla soglia le chiedeva se il bambù
avrebbe resistito sulla sua terrazza orientata a nord. Al che lei rispose: “Sì, a
meno che non abbia un panda. In quel caso non durerà neanche
ventiquattr’ore”.
Fui sul punto di scoppiare a ridere.
Per la domanda della mia coppietta, però, non ero preparata: “Sai se
secondo il feng shui un albero di limoni deve stare all’ingresso della terrazza
oppure è meglio che stia lontano dalla zona notte?”.
Osservai i limoni con assoluta concentrazione. E subito dopo assicurai loro
che era indispensabile tenere un albero di limoni all’ingresso della terrazza.
Così vendetti il mio primo albero.
Quando entrai di nuovo nella serra trovai Olivia tutta assorta che osservava
con attenzione scientifica un’orchidea. Mi avvicinai. Attaccato a una delle
foglie c’era qualcosa di appiccicoso che aveva la forma di un fagiolino verde.
Lo osservai disgustata.
“Porto lo spray?” le chiesi con la stessa espressione drammatica di Dana
Wynter ne L’invasione degli ultracorpi.
Lei mi guardò come se avessi commesso un sacrilegio.
“Sei pazza? È un baco da seta! Al momento è nello stadio di crisalide.
Interromperesti uno dei fenomeni naturali più radicali ed emozionanti del
mondo animale.”
Mi sentii una bestia. O piuttosto un essere distruttivo e abietto per il quale
non trovai un nome. Osservai più attentamente quella guaina verde iridescente.
Olivia inforcò gli occhiali e prese con cautela l’orchidea. La girò per
osservare da tutte le prospettive quel piccolo miracolo. Mi guardò emozionata.
“Sai cosa succede lì dentro?” Io scossi la testa e lei socchiuse gli occhi. “Il
baco inizia a rilasciare enzimi che ne disgregano i tessuti fino a trasformarli in
una specie di brodo proteico, lasciando intatti solo alcuni organi. E quelle
cellule, proprio quelle, verranno riciclate per creare l’insetto adulto: i nuovi
occhi, la testa, le ali...” La sua voce sempre rotonda si ruppe un po’. “In poche
settimane si sarà ricostruito diventando una farfalla, non è incredibile? Avrà
lasciato la sua precedente esistenza che lo costringeva a strisciare a terra... E
inizierà a volare!” Alzò le mani e poi strinse le mie sollevandole. “Capisci
cosa voglio dirti?”
Mi grattai i polsi, come facevo sempre quando mi innervosivo.
“Io? Diventare una crisalide?”
Olivia lasciò l’orchidea sul bancone e vi si appoggiò.
“Ah, cara Marina... ho vissuto abbastanza da sapere che c’è un momento
nella vita di ogni persona in cui quest’ultima ha la possibilità di fare un
cambiamento radicale, a centottanta gradi. Un’unica e grande opportunità per
crescere. La pienezza. Il grande giro di boa della storia della tua vita. E sì, ci
sono persone che ne approfittano e altre no.”
“E credi che io non ne stia approfittando?”
Lei mi guardò oltre il bordo degli occhiali rosa come se si aspettasse di
trovare parte di quel guscio verdastro che mi si formava sulla pelle, che
accarezzò con il dorso della mano destra.
“Questo dipende da te, mia cara.”
E tornò a concentrarsi sull’insetto in silenzio. Io la imitai. Adesso non mi
sembrava più così nauseante e ne apprezzai anche la forma e il colore.
“E per farlo devo diventare un brodo di proteine?”
Olivia aggrottò un sopracciglio, divertita.
“Detto così suona un po’ traumatico, vero? Ma se anche lo fosse, credi che
non ne varrebbe la pena? Immagina quanto sarebbe emozionante!” Si sfregò il
naso adunco. “Io credo che a me piacerebbe, sì, credo proprio di sì. Rinascere
trasformata in qualcosa di molto diverso, ma conservando la mia essenza. O
anche elevandola alla sua ennesima potenza per essere, più che mai, me
stessa... Sai, Marina? C’è una cosa che mi ha sempre fatto paura. Le persone
che muoiono senza essere mai passate per la fase della crisalide muoiono
senza conoscere se stesse. Il minimo che si può fare è arrivare alla fine della
nostra vita e dire a noi stessi: ‘Conoscerti è stato un vero piacere’. Non
trovi?”
La ascoltai concentrandomi sul suo modo di muovere le mani, flessuose,
piene di membrane, sottili e forti, come le ali di quella futura farfalla. E seppi
che avrei ripensato spesso a quella frase. Nei momenti difficili. E che mi
avrebbe dato forza. Come adesso.
“E la capsula in cui devo rinchiudermi è la barca?”
“No, mia cara.” Sorrise con aria misteriosa. “Quello sarà soltanto il
processo finale, quando uscirai dal bozzolo e spiegherai le ali. Pensa che tu
sei arrivata in questa serra molto prima di questa larva.”
Mi grattai di nuovo i polsi e sentii per qualche istante le ossa molli, come se
il processo fosse già cominciato. Osservai quel baco con ammirazione. Anche
con empatia.
A quel punto lei mi si avvicinò e mi strinse le spalle con forza.
“Marina, non dimenticare mai questo: se noi donne conoscessimo la nostra
vera capacità di cambiare, il nostro micidiale istinto di sopravvivenza e di
recupero, ci sentiremmo quasi indistruttibili.”
Non so perché, ma le credetti. Le credevo sempre, per quanto la conoscessi
appena. A quel punto mi resi conto che in quelle due settimane non avevo
saputo da dove proveniva, né se i suoi genitori erano vivi, né se aveva figli o
qualche malattia. Olivia si dispiegava di fronte a me come un immenso
presente continuo che si era materializzato all’improvviso in quel quartiere.
Un misterioso incidente di natura, come i fiori silvestri. Per questo non potei
fare a meno di chiederle: “A te è successo?”. Davanti al suo silenzio
riformulai la domanda: “Sei mai passata per lo stadio della crisalide?”.
Si sentì qualche colpetto sulla vetrata della serra. Celia, la “nonna schiava”,
ci salutava e indicava l’orologio per farci capire quanto era tardi. Olivia la
salutò con la mano e poi mi guardò con i suoi occhi piccoli e saggi, che mi
restituirono uno scintillio azzurrino.
“Non importa cosa è successo a me.” Raddrizzò il collo, tirò fuori un
fazzoletto e si asciugò il sudore dalla nuca. “Arriva un momento, cara Marina,
in cui devi chiederti che donna vuoi essere. Il mio è stato un processo molto
lungo. Diciamo che ho deciso di cambiare la mia vita senza dire una parola,
perché nessuno potesse impedirmelo. E questo ha avuto il suo prezzo. Un
prezzo altissimo.” Rimase in silenzio, un silenzio che sembrava pieno di
significato. “È sempre così... Ma mi ha dato anche tante soddisfazioni. Io non
sono un modello o un esempio per nessuno. Né voglio esserlo.”
Capii che non dovevo chiedere altro perché si voltò. Avevo scoperto che era
quello che faceva sempre per troncare una conversazione. Prese l’orchidea
con due mani e camminò, o meglio scivolò, fino a un angolo della stanza dove
sarebbe stata protetta dalla luce e dai clienti maleducati che si ostinavano a
toccare tutto. La depositò su un tavolino come se fosse di cristallo sottilissimo
e il nostro piccolo alieno rimase lì a riposare, dandosi da fare a smontare e
rimontare le catene complesse del suo Dna.

Ciò che avremmo scoperto più tardi fu che non solo io e il nostro alieno
avevamo iniziato la nostra trasformazione. E in parte quella prima riunione in
giardino ne era stata inconsapevolmente la causa scatenante. Qualche strada
più in là, al ministero degli Affari esteri, Casandra Vélez stava innaffiando la
fiammante orchidea blu che adesso dominava la sua scrivania e della quale
Paula, sorpresa, aveva chiesto la provenienza.
“No, non è un regalo,” rispose orgogliosamente il suo capo. “Me la sono
comprata da sola.”
Continuava a sentire l’eco di una frase di Olivia nella propria testa:
“L’amore vero è inatteso. Inevitabile. Quando addirittura provare ciò che si
prova per una persona infastidisce. E fa paura. La contropartita, però, è che se
ci si lascia trascinare e si ha il coraggio di goderselo senza paura, non c’è
niente al mondo che faccia sentire più vivi”.
Di punto in bianco prese il telefono e chiese a Paula di annullare il resto
delle sue riunioni del mattino, cosa che avrebbe senz’altro sconcertato il suo
gregge di timide stagiste, che avrebbero iniziato ad almanaccare su quel
cambiamento con le loro vocine insolenti e stucchevoli quando fossero scese a
fumare. Quel pensiero la irritò parecchio, ma comunque inspirò ed espirò due
volte e uscì battendo i tacchi per i corridoi, lasciando dietro di sé una scia di
profumo alla vaniglia. Non volle rispondere ai messaggi del suo amante
preoccupato. Dopo lo spiacevole episodio del giardino, lui cercava di vederla
a tutti i costi. Invece lei avrebbe incontrato una donna nel bar dell’hotel Villa
Real, in piena plaza de las Cortes. Un posto forse troppo affollato per dare
appuntamento a colei che possedeva, senza saperlo, la chiave della
trasformazione di Casandra.

Nello stesso quartiere e alla stessa ora, la bella e sofferente Aurora, con
indosso un ampio sari arancione sdrucito e un paio di sandali, aveva
cominciato un nuovo quadro con pennellate più sciolte del solito. Nel quadro
non c’erano fiori. O almeno non ancora. Si intuiva per la prima volta una
figura umana. Quando Maxi attraversò il salotto lo guardò da lontano con
disinteresse e le chiese perché avesse deciso di essere così poco coerente
rispetto al suo stile. Lo fece nel suo solito modo, con il tono scherzoso e
offensivo con cui camuffava i suoi insulti. Non si fece neanche sfuggire
l’occasione di fare la forse inevitabile osservazione che la vedeva strana, non
sapeva bene cosa fosse, forse le erano cresciuti troppo i capelli, sembravano
una parrucca. Le facevano sembrare la testa grande, troppo per essere così
bassina. Subito dopo si stese sul divano con una ciotola di cereali e si mise a
guardare un programma di approfondimento giornalistico, finché non si
addormentò. E per la prima volta Aurora – che non aveva potuto impedire che
quel commento le facesse male – fece un esercizio di astrazione e lo ignorò. A
quel punto nella sua testa risuonò la voce di Casandra: “Congela... non essere
stupida, congela”. Aurora si sfregò la nuca. “Così non correrai il rischio di
farti inseminare a caso da un tizio che non ha un patrimonio genetico
adeguato.”
La Bella Sofferente osservò Maxi che russava sul divano. La maglietta
sporca, la pancetta incipiente su cui saliva e scendeva la ciotola di cereali, il
posacenere pieno di mozziconi su un cuscino della poltrona. A quel punto si
asciugò le grandi ciglia nere e si concentrò sulle macchie di colore che
iniziavano a comparire mentre, di tanto in tanto, strappava qualche petalo dalle
sue calendule per portarselo alla bocca.

Dal canto suo, quella mattina Galatea era affacciata al balcone dello
showroom di Colibrí e chiacchierava con sua madre. Stava aspettando che
arrivasse l’attrice Clara Olmedo, che doveva trovare un vestito per la prima di
un film al Festival del cinema di San Sebastián. Era passato un bel po’ di
tempo dall’ultima volta che madre e figlia si erano concesse una delle loro
lunghe chiacchierate al telefono. La madre della vichinga non era quasi mai
uscita dal paese, ma era anche una donna dalla sensualità innata e parlava di
sesso con la stessa disinvoltura della figlia, cosa che faceva disperare suo
marito. Su un lato del balcone i grandi gigli bianchi si erano aperti quasi tutti
cercando la luce. E Gala era proprio lì. Aveva raccontato alla madre della
tresca con il francese. E che c’era qualcosa che la inquietava. All’improvviso
non aveva più voglia di vederlo. A dirla tutta, andava a letto con lui per
levarselo dai piedi e concludere la serata il prima possibile.
Non riusciva a togliersi dalla testa una cosa che le aveva detto
quell’insolente di Casandra: “Il problema forse ce l’hai anche tu ed è che,
proprio come me, reggi il gioco agli uomini che hanno una sindrome di Peter
Pan che non riescono a superare”.
“Mamma,” disse a un certo punto mentre coglieva uno dei grandi fiori e se
lo appuntava dietro un orecchio, “tu sei innamorata di papà?”
Dall’altro lato ci fu silenzio.
“Io sono scappata di casa per stare con tuo padre, tesoro.” Fece una risatina.
“Certo che ne sono innamorata.”
La storia dei suoi genitori aveva sempre meravigliato Gala. Così diversi,
eppure insieme da così tanto tempo. Quel modo malizioso di guardarsi.
Quando lei gli dava uno schiaffetto oppure lui le slacciava per scherzo un
bottone della camicia. Un monumento all’amore che era quasi impossibile
uguagliare.
“E perché lo ami?”
A quel punto ci fu un silenzio molto breve che poteva nascondere un sorriso.
“Perché è lui.”

In una zona industriale alla periferia sud di Madrid, Victoria era seduta
davanti al suo computer e stava cercando su Internet che aspetto avesse un
gladiolo rosso. Quella mattina Pablo e i bambini erano rimasti a casa, perché
si erano svegliati vomitando. Un virus tipico della gastroenterite estiva, si era
lamentato Pablo con la voce agonizzante di quando aveva qualche linea di
febbre che, suo malgrado, lo alterava. Era appena andato dal medico, aveva
aggiunto lasciando un sospeso pieno di respiri affannosi. Ovviamente a
un’onnipotente come lei il virus non si era neppure avvicinato. Ciò che però
faceva maggiormente agitare l’informatica in quella mattinata di postumi da
sbronza era non riuscire a togliersi dalla testa la serata al Giardino
dell’Angelo. Una frase, in quel momento non ricordava di chi, le era rimasta
dentro. “Te lo meriti.”
Il fiore comparve sul suo schermo. Anche solo vedendolo sentì che la
biancheria intima le si inumidiva. Poi cercò sul cellulare l’unica foto che
aveva con Francisco e fece scivolare la mano sotto la gonna. La prossima
mossa toccava a lei. Rispondere o non rispondere alla sua proposta?

Qualche tempo dopo tutte noi avremmo riconosciuto che quella settimana,
probabilmente quello stesso giorno, un meccanismo perfetto e inarrestabile si
era messo in moto dentro ciascuna di noi. E questo provocava il movimento di
tutte le altre. Improvvisamente iniziarono a funzionare degli ingranaggi che in
alcuni casi erano rotti, in altri arrugginiti...
E perciò anch’io quella mattina, in ginocchio, guardavo assorta il nostro
nuovo inquilino che adesso si dondolava dolcemente cullato dall’aria dei
ventilatori e dalla voce roca di Billie Holiday, senza riuscire a togliermi dalla
testa l’insegnamento che mi riguardava: “Se segui le istruzioni di tuo marito,
sarai una copilota fino alla fine”.
Mi alzai. Mi sistemai il grembiule all’altezza di quella cintura sempre più
stretta. Infilai nella tasca anteriore un paio di piccole forbici da potatura, un
paio di guanti da giardiniera e un po’ di filo per avvolgere qualche ramo, e
diedi inizio alla mia giornata.
Paralisi per colpa dell’analisi

Il cervello è quello che evolve e invecchia, ma il cuore continua a essere


sempre bambino fino a quando non smette di battere. Per questo ci si può
innamorare di nuovo, perché è il cuore che comanda. Quando qualcosa ci
ferisce, in realtà è il cervello che lo registra, che subisce il trauma, che
dimentica oppure no, che razionalizza l’accaduto per superarlo.
Il cuore soffre e basta. Non impara. Quando non ci concediamo la
possibilità di innamorarci è perché la ragione ci frena e fa fallire la missione
ancora prima che succeda. Ma il cuore no. Il cuore si basa su altri parametri.
Quelli delle emozioni. Le emozioni sono le cellule del cuore, come i neuroni
sono quelle del cervello. Per questo quando il cuore mette in moto le emozioni
e comincia questa reazione a catena, è quasi impossibile frenarla. La ragione
può creare degli ostacoli. Molti. Ma, proprio come non possiamo costringerci
a essere attratti da un quadro o a emozionarci per una canzone, non possiamo
forzare con la ragione ciò su cui comanda il cuore.
Per questo, secondo Olivia, Francisco e Victoria erano in una situazione di
paralisi per colpa dell’analisi. Due menti calcolatrici e razionali che
cercavano di negare la luce che si accendeva nei loro occhi quando si
incontravano o anche solo quando sentivano il nome dell’altro. Come quel
giorno all’ora di pranzo, quando l’affascinante e languido archeologo entrò nel
negozio di fiori con i capelli pieni di polvere e gli occhi, come sempre, attenti
a dove avrebbe messo il piede per fare il passo successivo.
“Buongiorno, signore,” ci salutò con il suo tono compassato da professore.
“Come vanno le cose, Marina? Hai già scoperto tutti i segreti di questo
giardino?”
Si avvicinò e mi baciò la mano.
“Per il momento ho scoperto che abbiamo un alieno nella serra.”
Lui socchiuse gli occhi.
“Non male come inizio.”
Olivia uscì da dietro al bancone.
“Buongiorno, Francisco. Dimmi che sei venuto a portarmi qualcosa e giuro
che ti ricompenserò. Ho avuto una mattinata molto difficile...”
Lui tirò fuori dalla sua cartella di cuoio malconcia un fascicolo nero con la
copertina rigida e un’etichetta rossa. Lei lo prese tra le mani senza smettere di
guardarlo, come se fossero due spie che si scambiavano un’informativa che
avrebbe rovesciato un governo.
“Grazie mille, mio caro, c’è tutto?” chiese lasciando pause misteriose tra le
parole.
L’altro annuì.
“Ma non ho capito che cosa hai intenzione di fare con queste informazioni,
Olivia,” disse lui preoccupato.
“Ciò che è giusto,” rispose lei molto sorridente e scomparve nella stanza sul
retro con passo deciso.
“Ciò che è giusto,” sospirò l’altro ad alta voce, oppure lo disse a me, non lo
capii bene. “Mi fa paura.”
Dopo pochi secondi Olivia ritornò senza le scartoffie, ma con un
impressionante gladiolo rosso in mano, a cui era appeso un biglietto.
“Questo lo hanno lasciato per te,” mentì. “Ti avevo promesso che ti avrei
ricompensato.”
E glielo consegnò come se fosse un Oscar.
Credo di non aver mai visto una trasformazione del genere sul viso di un
essere umano. Io, che facevo finta di niente e cambiavo l’acqua ai vasi, rimasi
abbagliata da quel sorriso accecante. Non c’era bisogno che mi avvicinassi
alla nostra tavola per interpretare quel geroglifico. E credo che anche lui non
avesse bisogno di farlo.
Avvertii una sferzata di emozione alle mie spalle. Sospettai immediatamente
che si trattasse di una delle manovre di Olivia e che Victoria non sarebbe stata
capace di lasciare un messaggio così eloquente. Per l’archeologo, però, fu un
colpo preciso da campione olimpionico. Per questo fu altrettanto sorprendente
la nebbia che cancellò dal suo viso tutta quella luce, lasciandolo sfocato e
opaco.
“Che succede?” domandò Olivia.
Lui scosse la testa.
“Lo sai. Sai cosa succede.” Abbassò la voce. “Devo ancora capire cosa
provo, cosa provo per mia moglie, prima di fare altri passi.”
“Devi ‘capire’? Da quando un sentimento ‘si capisce’?”
Lui continuava a scuotere la testa come per inerzia.
“Non capisci. Adesso è di nuovo molto fragile. Non è il momento.”
Lasciò il gladiolo sul bancone. Si passò le dita tra i capelli. Si scrollò la
polvere di dosso.
“E non è sempre ‘fragile’ quando ti allontani? Almeno da quando ti conosco.
E da quando ti conosco ci hai provato. A troncare il rapporto. Non sarà mai il
momento.”
“È depressa.”
“Ovvio, perché sente che non ci sei più. Vive soltanto con il tuo fantasma.”
“Devo essere certo che abbiamo smesso di amarci prima di...”
Si nascose le mani nelle tasche. Si esaminò le scarpe. All’improvviso
Olivia si accorse che Gala era fuori e stava per entrare, ma quando notò
l’archeologo di spalle e il gladiolo, indietreggiò e si mise a fare smorfie
meravigliate dall’altra parte del cancello. Le feci capire che doveva dileguarsi
e poi le feci quel gesto stupidissimo con il mignolo per dirle che l’avremmo
chiamata più tardi.
“Francisco,” lo interruppe Olivia cercando di ignorare la bionda e
appoggiandogli una mano sul petto. “Non si tratta di amare o no, ma di amare
bene o amare male. Si tratta di trovare la persona che ci ami come vogliamo
essere amati.”
Lui alzò lo sguardo supplicante. Come se chiedesse una tregua.
“Ma se già mi consumano i sensi di colpa e non è successo niente!”
Olivia gli mise il gladiolo tra le mani e lo prese per un braccio, materna.
“Perché voi uomini parlate di senso di colpa quando volete dire paura?” E
andò con lui verso il giardino. “Senti, mio caro: magari mi sbaglio, ma non
credo che il tuo sia un capriccio. Non è facile innamorarsi così. E neanche
consumarsi per il desiderio. E, quando succede, è un miracolo. Hai quasi
l’obbligo di viverlo. Ma ti dirò un segreto: non si può vivere il vero amore se
si ha paura. Decidi tu.”
“Cosa?”
“Con cosa vuoi rispondere al gladiolo rosso, ovviamente.”
Lui rimase a pensare mentre accarezzava il fiore con il dorso del dito, forse
immaginando la guancia di Victoria, la bocca di Victoria, la coscia di Victoria,
il sesso di Victoria. Lo osservai rapita. Ricordo che mi dissi che mi sarebbe
piaciuto che qualcuno pensasse così a me qualche volta. Che tu avessi pensato
così a me qualche volta.
“Quando la vedo,” ammise schiarendosi la voce, “sento di essere
abbastanza forte da affrontare il mondo intero. Anche solo condividendo un
caffè con lei scopro più cose su me stesso che in tutti questi anni di
matrimonio. Mi legge come un libro che conosce a memoria.” Si scrollò la
polvere dai capelli. Tossì come se volesse strapparsi delle ragnatele dalla
gola. “Non avevo mai confessato a nessuno le mie paure in questo modo. E
anche le mie paure sono parte di me. Finalmente non devo fare finta di essere
forte. Non mi ero mai mostrato così vulnerabile e mai nessuno mi aveva fatto
sentire così invulnerabile. Prima un caffè non era mai durato cinque ore e non
avevo mai desiderato che durasse per sempre.”
Olivia gli strinse il braccio.
“E allora perché vuoi farla soffrire?”
L’archeologo raddrizzò di scatto la schiena, sorpreso.
“Perché dici questo?”
“Perché sono vari giorni che non rispondi al suo ultimo messaggio. Perché
le parli di tua moglie quando non c’entra niente. Perché non le stai facendo
capire cosa provi e cosa saresti pronto a mettere in gioco per lei. E adesso hai
dubbi che prima non avevi.”
Francisco rimase a pensare in mezzo al giardino, guardando il suo fiore. Io
mi davo da fare mettendo in ordine i vasi delle piante aromatiche. Olivia
sosteneva il suo sguardo, aggrappata al suo braccio, e lui si era trasformato
nell’ennesima statua del quartiere.
“Francisco, non so... forse bisogna cercare di vivere e poi riflettere su ciò
che si è vissuto, non il contrario.” Gli indicò il giardino. “Ogni cosa ha il suo
momento, come questi fiori. Oggi sono in piena fioritura e magari domani
saranno appassiti.”
“Immagino,” riuscì a dire lui alla fine, “immagino di non essere abituato al
fatto che qualcuno metta in gioco così tanto per me.”
Scese il silenzio. Anche il quartiere si ammutolì per qualche secondo.
Finché non tornarono di nuovo dentro. Lei si avvicinò al bancone e scelse una
vecchia cartolina del quartiere che ritraeva una coppia in posa davanti a una
carrozza, proprio a plaza del Ángel. Lui tirò fuori una penna mezza rotta e
scrisse un biglietto. Infilò la cartolina in una busta e la chiuse.
“E allora: quale fiore scegli tra tutti questi?”
Lui fece un giro nella serra. Poi consultò la tavola. Tornò a cercare nei vasi,
ma non trovò quello che voleva, finché improvvisamente non si fermò.
“Potresti procurarmi un tulipano?”
Lei sorrise compiaciuta.
“Di che colore?”
“Rosso. Naturalmente.”
Il sorriso di Olivia si fece ancora più grande e lui le consegnò il suo
biglietto, anche se il vero messaggio lo conteneva quel fiore.
Fu quello il momento che scelsi per materializzarmi e, dissimulando la mia
emozione, gli chiesi se voleva che glielo avvolgessi nel cellofan trasparente.
Mi guardarono entrambi come se si fossero dimenticati della mia esistenza.
Olivia mi oltrepassò letteralmente con lo sguardo come se fossi incorporea,
finché non mi girai e vidi che dietro le vetrate stava passando l’uomo
misterioso con il pizzetto biondo, che la salutò con un cenno del capo. Lei
ricambiò e poi lo seguì con lo sguardo ipnotizzato. Subito dopo si scusò con
Francisco perché doveva uscire a portare qualcosa ad alcuni amici. Afferrò
frettolosamente un cestino della spesa pieno di cose da mangiare e un
sacchetto della farmacia all’angolo carico di medicine. Prima di andarsene e
con mio grande stupore, disse a Francisco che avevo studiato archeologia e
che mi avrebbe fatto sicuramente piacere se mi avesse raccontato qualche
aneddoto del quartiere.
Lui accolse la notizia con sorpresa e si rallegrò di conoscere una collega.
Quel titolo mi fece salire un rossore fino alle guance di cui attribuii la colpa al
sole, che a quell’ora era ormai insopportabile. Io avevo fatto soltanto un po’ di
pratica catalogando reperti al museo, non avevo mai lavorato in un sito
archeologico...
“Finora, vorrai dire,” m’interruppe.
“No,” ribattei grattandomi i polsi. “Adesso lavoro qui, con Olivia.”
Lui mi sorrise con aria un po’ paternalistica.
“Be’, se mi offri un caffè ti racconto dove lavori veramente.”
Quasi levitai fino alla macchinetta sul retro e in una frazione di secondo
uscii con due tazzine rosse, pronta ad ascoltare una lezione.

Ci sedemmo sotto il pergolato del giardino, su quelle minuscole sedie di


ferro bianco arrugginito su cui a Olivia piaceva moltissimo accomodarsi a
leggere, quasi quanto le piaceva osservare il nostro misterioso lettore godersi
i suoi momenti di pace nell’oasi. Non erano ancora le undici di mattina e il
caldo si poteva tollerare soltanto in quell’angolo in cui c’era ombra e arrivava
il fresco della piccola fontana, che era sempre accesa. Francisco si tolse
l’orologio come se anche quello gli facesse sentire caldo o fatica e mise il
cellulare in modalità “silenzioso”. Entrambi i gesti mi fecero sentire
importante. Fu allora che l’archeologo mi raccontò che il Giardino
dell’Angelo era l’antico cimitero della chiesa di San Sebastián, che si trovava
alle sue spalle. Per questo motivo era sopravvissuto per secoli alla
speculazione edilizia. Quello sì che era un miracolo! Quando, nel Sedicesimo
secolo, il quartiere era stato occupato dalla corporazione degli attori, lo
chiamarono “il cimitero dei comici”, perché era il posto in cui venivano
sepolti. Quel camposanto ispirò a Cadalso la sua opera Notti lugubri, una
terribile storia d’amore gotica, in cui un uomo disperato riesumava il cadavere
della sua amata.
Contemplai il giardino colorato sotto il sole luminoso del nostro secolo e
cercai di immaginarlo in quella notte lugubre del romanticismo vissuta da
Cadalso, con le tombe ritorte di pietra al posto delle fontane e dei fiori; con
l’edera che invadeva un vecchio mausoleo di marmo invece di inerpicarsi sul
pergolato, ceri accesi al posto delle lanterne indiane colorate.
L’archeologo versò una bustina di dolcificante nel caffè e alzò lo sguardo
verso il muro di cinta della chiesa su cui si arrampicavano i nostri gelsomini e
le nostre edere.
“A dire il vero in questa chiesa fu battezzato il grande rivale del mio cliente:
Lope de Vega. E lo seppellirono all’interno della chiesa.”
Aggrottai la fronte.
“Mi era sembrato di capire che avessi detto che anche il suo corpo era
andato perduto.”
Lui annuì e sorseggiò rumorosamente il caffè.
“Dopo qualche tempo un suo discendente preferì smettere di pagare il debito
con la chiesa, perciò il buon Lope finì al cimitero.” E indicò con un cenno la
terra che avevamo sotto i piedi. “Un secolo più tardi, quando Carlo III ordinò
che tutti i morti fossero spostati nei cimiteri fuori Madrid, se ne persero per
sempre le tracce, come di quelle di Cervantes.” Seguì un silenzio eloquente di
cui Francisco approfittò per pulirsi la bocca. “Nel Diciannovesimo secolo la
famiglia Martín prese in affitto il terreno dalla chiesa per trasformarlo in un
vivaio e costruì questa serra di vetro. Da allora è un negozio di fiori.”
Io lo ascoltavo sconcertata, ricordando l’episodio dell’impiegata
dell’obitorio che avevo incrociato al mio arrivo e le due o tre frasi minacciose
che avevo captato al volo e, senza uscire dal mio limbo, dissi ad alta voce: “A
pensarci bene, in quale luogo sarebbe potuto crescere meglio un fiore?”.
Quella considerazione lo fece scoppiare in una risata roca che sembrava non
uscirgli di bocca da tanto tempo. Si appoggiò allo schienale avendo cura di
non spaccare la sua precaria seduta. Chiuse gli occhi. Si riempì i polmoni con
l’ossigeno della nostra oasi.
Lo osservai per qualche istante. Era davvero un bell’uomo. Dentro e fuori.
Mi piacevano la sua robustezza e quel suo modo di camminare un po’ sbadato.
Quell’intelligenza di cui non si vantava, ma che appariva evidente nella sua
maniera di ascoltare e nella precisione con cui metteva ogni parola al proprio
posto. Con cura. Con gusto. Gli occhi color dell’argilla, intensi, cangianti. Non
ho problemi a dirlo: invidiai Victoria. Molto. E non capii come potesse avere
dubbi sull’opportunità di iniziare una relazione con quell’uomo. Forse era
vero quello che gli aveva fatto notare Olivia, e cioè che Victoria faceva suoi i
dubbi di lui. Quelli che prima non aveva.
Guardai la terra sotto i miei sandali, che improvvisamente mi sembrò di un
altro substrato.
“Lope de Vega fu seppellito al Giardino dell’Angelo?” gli chiesi incredula.
“E lo hanno cercato qui?”
Lui scosse la testa. Si dava per assunto che non ci fossero più resti in quel
posto.
E io avevo scelto come mia oasi un vecchio cimitero?, domandai a me
stessa.
La vita a volte era così ironica che sembrava scritta da Quevedo, a
proposito di prestigiose ossa perdute.
Quando finì il caffè, Francisco mi lasciò con il cuore galoppante e lo
sguardo perso. Sì, il cuore continuava a essere sempre bambino e il mio era
appena stato scosso da un lampo di emozione dopo troppo tempo.
Improvvisamente sotto i miei piedi riposavano geni della letteratura,
presidenti del governo come Mateo Sagasta o noti banditi come Luis Candelas.
Forse la loro essenza continuava ad alimentare il nostro olivo che, senza
dubbio, nella sua vita aveva conosciuto tutti i vecchi abitanti del quartiere. Un
olivo che, silenziosamente, occupava un luogo centrale nella storia del
Giardino dell’Angelo, in quella del barrio de las Letras e, presto, nella mia,
nella nostra. Allora io non sapevo che anche gli alberi da fiore avessero un
loro significato. E quello dell’olivo, ovviamente, era la pace.
Madwoman

Per il resto del pomeriggio rimasi da sola, seduta sull’altalena della


riflessione. Era come se fossi un ventilatore umano. Il mio stesso movimento
generava una brezza che mi provocava un brivido sulla pelle, mi spostava i
capelli bagnati dalle tempie e, di conseguenza, mi rinfrescava il cervello.
Funzionava così. Ero giunta alla conclusione che tutti avrebbero dovuto avere
un’altalena della riflessione appesa a un olivo centenario. Arrivai anche a
convincermi che il giardino avesse attivato il suo metabolismo da oasi
dispiegando una forza espulsiva nei confronti dei clienti per lasciarmi sola con
tutti quei nuovi pensieri e fantasmi. Olivia chiamò intorno alle sette per dirmi
che non sarebbe tornata a chiudere, aveva delle faccende urgenti da sbrigare, e
che mi lasciava l’incarico di consegnare a Victoria il suo “messaggio”, se
fosse passata.
E lo fece. Prima, però, ricevetti una visita tanto curiosa quanto inattesa.
Mentre mi dondolavo con gli occhi chiusi, arrivò qualcuno che mi risvegliò
dal mio letargo con una richiesta un po’ surreale.
“Buonasera, vengo a prendere il bonsai di Lady Macbeth.”
Aprii gli occhi. Davanti a me un ragazzo con barba nera, sorriso sorpreso,
jeans corti e una camicia dalla fantasia ardita come i nostri fiori.
All’improvviso avvertii un sudore freddo. Mi ricordai di quell’alberello
millenario a cui avevo amputato un ramo durante il mio primo giorno di
lavoro.
Il curioso e simpatico proprietario di quel bonsai era il regista teatrale José
Martret, che dirigeva sempre lì a calle Huertas un teatro alternativo chiamato
La Pensión de las Pulgas. Più tardi seppi che nella versione del Macbeth di
Martret – che s’intitolava MacBig e che aveva avuto già più di trecento
repliche – Lady Macbeth nella sua prima scena aveva in mano un bonsai.
Secondo il regista evidentemente il povero alberello assorbiva tutta la
malvagità del personaggio, perché tutti quelli che avevano usato fino a quel
momento si erano seccati dopo poco tempo e, quelli che non morivano,
finivano a casa dell’attrice, come se fosse un centro di riabilitazione. Erano
circa le otto e mezza e Martret aveva già imboccato calle Huertas in discesa
con l’ennesimo bonsai, quando sentii le voci di Victoria e Casandra dietro la
magnolia dell’ingresso. La seconda stava imprecando. L’asfalto iniziava a
emanare il caldo della giornata e io mi preparavo a iniziare a innaffiare, tubo
alla mano.
“Per me è disgustoso,” protestava Casandra, che entrò sfogliando una copia
di “Elle”. “Perché queste riviste contengono sempre articoli di questo genere?:
‘Come evitare che il tuo uomo cada nella monotonia’, ‘Come ottenere una
buona comunicazione con il proprio compagno’... Ti immagini una rivista per
uomini con un articolo che dica: ‘Come far sì che la tua fidanzata si interessi
alle tue cose’, ‘Come riuscire a far venire la tua donna più di una volta’,
‘Come affrontare con la tua fidanzata la sua infedeltà’?” L’informatica
rispondeva soltanto con una breve risata. “Perché noi donne siamo così
profondamente attratte dall’idea di trasformare un tizio infelice, malato o
strambo nel nostro compagno ideale?”
“Questa la so!” rispose Victoria alzando la mano divertita. “Morale
giudaico-cristiana. Aiutare chi è meno fortunato di noi. La generosità, la
compassione, cose così...”
E il sacrificio, pensai chiudendo l’acqua, si stava dimenticando del
sacrificio... e andai loro incontro nella serra.
“Per questo siamo fottute,” concluse Casandra dandomi due baci. “Ciao,
bocciolo di rosa. Ma guardati... come sei bella!”
Ammirò a lungo la mia gonna con le torri Eiffel. Lei sì che era bella:
portava un paio di jeans aderenti, tacchi a spillo e una camicia verde militare
del colore delle sue occhiaie. Ma stava molto bene senza tailleur. Sembrava
arrabbiata, questo sì.
Victoria mi salutò morta dalle risate.
“Ah, che seratina che mi sta facendo passare...”
Stringeva al petto il suo inseparabile computer portatile e indossava un
vestito di lino beige molto sgualcito che non rendeva giustizia al suo fisico
atletico e minuto. Appoggiò il suo pesante carico sul bancone.
“Siamo venute a vedere se ti va un bicchiere di vino... e a portarti questo,”
disse Casandra con l’aria furbetta, e mi consegnò un libro.
“Corso teorico per comandanti di imbarcazioni da diporto?” mi sorpresi.
“Hai letto bene. Proprio così. Lo studieremo insieme. Io ho fatto l’esame
anni fa e non mi ricordo quasi più niente. Mi farà bene rinfrescarmi la
memoria, casomai mi venga voglia di prendere il largo e non tornare mai più.”
Inspirai. Anche quella aveva tutta l’aria di essere una delle macchinazioni di
Olivia. Per questo iniziai a tirarmi indietro: le assicurai che le ero molto,
molto grata, ma che avevo detto quelle cose sotto l’effetto dell’alcol, non
parlavo sul serio... insomma, non ne sarei mai stata in grado. Lei mi ascoltò
con grande attenzione, in silenzio e senza reagire, finché non iniziò a scuotere
vigorosamente la testa.
“Marina, non so se ti rendi conto che non ci hai neanche provato.” Sciolse le
braccia conserte, mi appoggiò una mano sulla spalla e adottò un tono da
trattativa. “Lo studieremo insieme per un paio di mesi e quando finirà l’estate
vedremo. Che te ne pare? Tra l’altro, ho bisogno di tenere la testa occupata.”
Iniziavo a capire perché era tanto brava nel suo lavoro. Aveva beccato il
mio punto debole come evidentemente faceva con i suoi avversari. Per questo
mi sembrò un piano sensato, perché in fondo non implicava che prendessi
nessuna decisione immediata. Una cosa che mi sollevava sempre a priori. Non
decidere.
“Bene, ragazze,” disse Victoria tutta allegra. “Andiamo, devo approfittarne
perché sto bigiando. Pablo ha portato i bambini al mare con i nonni per una
settimana. Perciò usciamo a divertirci!”
Casandra aggrottò la fronte.
“Te lo traduco: Vicky vuol dire che ha una settimana di libertà condizionale
vigilata, o piuttosto ‘condizionata’.”
L’altra le diede un colpetto sul braccio con il dorso della mano.
“Condizionata?” chiesi io, pensando al fiore che la aspettava sul bancone.
“Appunto, condizionata da cosa?” protestò lei.
“Condizionata dal fatto che loro ritornino, ovviamente, e così sarà finito
tutto, perciò sì, bisogna approfittarne.”
Pensando che bisognava approfittare della situazione, appunto, decisi che
era il momento di consegnarle il suo messaggio: “Ho qualcosa per te da parte
di qualcuno,” le dissi, consapevole di quanto fosse farraginosa la frase, e poi
sparii dietro il bancone per riemergerne con quello spettacolare tulipano rosso
che era arrivato nel corso del pomeriggio. Lei lo osservò sulle prime da
lontano, con la cautela riservata a qualcosa con cui avrebbe potuto pungersi.
Era liscio, diritto, fresco e il colore si diffondeva sui suoi petali come se fosse
dipinto a olio. Attaccato al gambo, il biglietto.
Casandra osservò la busta. Fece per prenderla.
“Stai buona!” gridò Victoria come un’adolescente.
“E allora aprilo, figlia mia! Sembra che tu abbia ricevuto una comunicazione
dall’Agenzia delle Entrate invece di un fiore.” E poi corse verso
l’abbecedario della porta. “Un tulipano rosso... Mmm... Che cosa ardita!”
Victoria sapeva già qual era il suo significato: una chiara, nitida,
inconfutabile dichiarazione d’amore.
Si spostò la frangetta dagli occhi. Staccò la busta dal gambo. La aprì
strappandone con cautela un’estremità e lesse varie volte le due righe del
messaggio.
“È un invito?” chiese Casandra.
Victoria annuì senza dire una parola.
“E non a pranzo...” aggiunsi io.
Victoria scosse la testa.
“In realtà è una citazione. Una citazione letteraria.”
Casandra sbuffò.
“Ma pensa tu...”
Victoria lesse con la voce che le tremava: “Se ti piacesse di soccorrermi,
son tuo; altrimenti fa’ come più ti aggrada, ché ponendo fine alla mia vita avrò
soddisfatto alla tua crudeltà e ai miei desideri. Tuo fino alla morte, il
Cavaliere dalla Triste Figura”.
Io e Casandra ci lanciammo un’occhiata complice.
“E adesso questo che vuol dire?” chiesi impaziente.
“Traduco,” intervenne Casandra, “in castigliano antico vuol dire ‘che muore
d’amore’.”
“Non dice neanche questo.” L’altra ridacchiò come una bambina.
“Dice: ‘Tuo fino alla morte’,” citai io.
“Che uomo complicato... ma è carino!” Casandra si rifece la coda. “Bene, e
tu cosa farai?”
Victoria si portò il biglietto al naso. Lo stesso scintillio. Lo stesso sorriso di
fuoco. Una luce nuova che arrivava per contagio. Immerse il viso in quel fiore
come se improvvisamente fosse la sua oasi e da lì la sentimmo dire: “Non lo
so, ragazze. Non lo so”.

Uscimmo dal Giardino dell’Angelo impazienti di divertirci. Casandra aveva


specificato che non voleva pensare né decidere: “Ho bisogno di un locale dal
menu corto e con un cameriere autoritario”. Perciò percorremmo calle
Medinaceli fino a Santa María e lì trovammo aperto il Dos Gardenias, un
piccolo locale dalla luce calda, i vecchi divani decorati con sete color
caramello e piccole lavagne che ricordavano la casa di una nonna. Victoria
andava pazza per quel posto perché lì si servivano i migliori vodka tonic del
quartiere, e si scoprivano anche voci nuove che nessuno conosceva e che
riempivano il bar di parole emozionanti e accordi ricercati.
Ci sedemmo lì, su un paio di poltrone ottocentesche a mo’ di studio medico,
con i nostri bicchieri in mano. Nel frattempo mandammo un messaggio a Gala
– che era molto incuriosita dall’idillio Francisco-Victoria da quando quel
pomeriggio aveva visto l’archeologo con il fiore in mano –, ma dopo un po’
rispose che era ancora a casa e stava terminando una scenografia proprio per
MacBig, che Martret le aveva ordinato. La nostra Bella Sofferente non la
chiamammo neanche. Sapevamo che era un po’ confusa. A quanto pareva in
quei giorni aveva chattato con Casandra, chiedendole informazioni sul
congelamento degli ovuli. Quella notizia ci sorprese e ci rallegrò allo stesso
tempo. Ma, a quanto ci disse Casandra, si era buttata giù quando aveva
scoperto il costo della procedura. Nonostante questo, quella sera stessa ne
avrebbe parlato con sua madre, per vedere se poteva darle una mano.
“E sappiamo come sono andate le cose?” chiesi piena di speranza.
Casandra scosse la testa.
“Accidenti, io credo che non ci sia nessuno che possa capire quest’esigenza
più di una madre,” rifletté Victoria.
Entrarono due uomini che fecero per sedersi al tavolo accanto al nostro, ma
Casandra vi aveva lasciato di proposito la borsa e loro andarono sconcertati
verso il bancone. La superwoman, dall’alto della sua esperienza, credeva che
per quanto i genitori di Aurora fossero tradizionalisti – e non pensava che lo
fossero più dei suoi – alla fine sarebbero stati felici di sapere di poter
diventare nonni quando avevano ormai perso le speranze. Fece schioccare la
lingua e incrociò le gambe. In ogni caso, la interruppi, faceva rabbia che
proprio lei che aveva quell’istinto non potesse soddisfarlo solo per una
questione di soldi. Rimanemmo a riflettere per qualche secondo. Nella sala
riecheggiò una versione di La vie en rose di Louis Armstrong. Il fatto era che i
figli erano diventati un lusso, che assurdità, sbuffava Victoria. E poi mi guardò
con curiosità mentre prendeva il bicchiere.
“E a te come vanno le cose con Olivia al negozio? È proprio un
personaggio, vero?”
“Sì...” ammisi con un sorriso. “Ma mi sta aiutando molto.”
“La conoscevi da prima?” s’interessò l’informatica.
Scossi la testa.
“A dirla tutta, non so ancora assolutamente nulla della sua vita.”
“Be’, fa parte del suo fascino. Come tutti i grandi personaggi, ha lati in luce
e lati in ombra.” Sorrise.
“In realtà all’inizio io pensavo che fosse fuori come un balcone,” confessò
Casandra disincrociando le gambe. “Ma naturalmente lei deve aver pensato lo
stesso di me quando entravo e uscivo dal suo negozio mandando fiori a me
stessa.”
Sorrisi. Sì, la verità era che, quando ci eravamo conosciute, Olivia avrebbe
potuto diagnosticare anche a me una depressione istrionica. La nostra
informatica onnipotente stava zitta guardando il suo fiore, ma si capiva che
nella sua testa non regnava certo il silenzio. Quando si accorse di come la
guardavamo, bevve un primo sorso del suo cocktail e lo lasciò a metà.
“So cosa dovrei fare, ma mi dà tanta rabbia doverlo fare...”
Casandra sorseggiava con una cannuccia un daiquiri alla fragola.
“E cioè?” chiesi io, lasciandomi cadere sulla poltrona.
“Disinstallare questo software dalla mia testa.”
La guardammo entrambe impassibili.
“Vediamo, vediamo... prima di disinstallare qualunque cosa, facciamo un po’
d’ordine,” disse Casandra. “Cosa provi per quest’uomo?”
Victoria toglieva meccanicamente con un dito la condensa dal suo bicchiere.
“Non riesco a smettere di pensare a lui.”
“E allora non te lo scopare,” sentenziò l’altra.
Mi buttai addosso parte del cocktail per colpa di un cubetto di ghiaccio.
Guardammo entrambe Casandra senza capire.
“Ma se prima dicevi il contrario!” argomentai asciugandomi con un
tovagliolino.
“Vero, ma adesso è diverso. Potrebbe innamorarsene. E lui è sposato.”
Allungò le gambe, poi le piegò stando in equilibrio sui tacchi e si rivolse a lei.
“Quello di cui hai bisogno è un toyboy, capisci? Ed è possibile che con questo
tizio tu abbia soltanto una tensione sessuale che, una volta sfogata, cambierà
tutto, ma se vuoi che ti dica la mia opinione...”
“Dimmela.”
“Non gliela dire.”
“...la vedo proprio male.”
Mentre mi pulivo il mento e parte della gonna francese con il tovagliolino
avrei voluto dire loro che un amore o un desiderio corrisposto non poteva
essere una cosa brutta; che io avevo passato molti anni vivendo in una
relazione in stand-by e che questo non significava “stabilità”, ma coma
profondo che avevo indotto io stessa; avrei voluto far notare a Victoria che
non si rendeva conto della fortuna che aveva, e invece continuai a bere.
“Questo è il problema,” continuò lei. “Che se inizio una storia con lui, so
che non sarà un episodio. Né per lui né per me.”
“Non sai cosa sarà finché non lo vivrai,” le feci notare.
“Non è così semplice, Marina... abbiamo entrambi una famiglia.” Ammirò il
suo fiore. “Ma, d’altro canto... sarebbe così bello viverlo. Nessuno mi ha mai
guardato come mi guarda lui.”
Non è mai successo neanche a me!, gridai interiormente. E ricordai lo
sguardo di Francisco mentre parlava di Victoria e la invidiai così tanto che fui
quasi sul punto di odiarla, ma mi trattenni, perché stavo disprezzando
stupidamente ciò che io non avevo mai avuto. Bevvi pure il mio cocktail
pressoché d’un sorso e decisi di parlare prima di ripensarci. Questo semplice
fatto bastò a calamitare l’attenzione delle mie amiche.
“Senti, Victoria,” iniziai, “siamo state educate al sacrificio, è vero. Quello
che dicevi prima sulla morale giudaico-cristiana... non potrei essere più
d’accordo e credimi se ti dico che so di cosa parlo, ma... non pensi di
meritartelo?” Un’altra volta quella frase che sembrava avere sulla mia amica
l’effetto di una pozione magica. “Non so... pensa a questa cosa come a un
regalo che ti ha fatto la vita.”
Casandra annuì vigorosamente.
“Ben detto! Sono d’accordissimo. Sentiamo: quando è stata l’ultima volta
che ti sei fatta un regalo?” la sfidò.
Lei si mise a pensare. E anch’io. Non sapevo neanche cosa volesse dire. Ma
ero messa davvero così male? Ordinai un altro cocktail.
“Questo è vero...” riconobbe Victoria. “Lascio sempre me stessa da parte in
attesa di un momento migliore.”
“E se per una volta tu non lo facessi?” le chiesi io dal bancone.
Scese un silenzio che, all’improvviso, rinfrescò l’ambiente più dell’aria
condizionata.
I due tipi al bancone ci ascoltavano senza neanche tentare di dissimularlo.
Uno era bassino, con una faccia da bambino calvo e, secondo Casandra, aveva
l’aria di chi sapeva raccontare bene le barzellette. L’altro era il suo amico
bello, ma di poche parole perché aveva i denti storti. Per lei l’accoppiata era
chiara.
Victoria si strinse le braccia intorno al busto.
“In realtà mi piacerebbe passare una sola notte con Francisco per sapere
com’è fare l’amore con uno come lui.”
“Per scopare e basta,” mise in chiaro la nostra sempre meno diplomatica.
“Voglio dire con qualcuno che si senta completo con me e che mi veda per
quello che sono: che veda la mia parte più folle, più passionale, più
divertente. Fosse anche solo per una notte.”
Le si era illuminata persino la voce. Anche Casandra aveva gli occhi che le
brillavano. Io incombevo come un uccello rapace sul mio secondo cocktail.
Qualcosa vibrò nella borsa di Victoria e Casandra le proibì di prendere il
cellulare, ma lei lo fece ugualmente. La stessa nebbia che aveva offuscato il
viso di Francisco qualche ora prima spense anche la mia amica. Sul suo
cellulare intravidi una foto che arrivava dal mare: due bambini che
sorridevano senza i denti davanti. Prese fiato e si mise a rispondere al
messaggio mentre ci raccontava di aver proposto a Pablo di iniziare una
terapia di coppia, ma lui non voleva perché o negava che stesse succedendo
loro qualcosa o attribuiva tutto al faticosissimo lavoro della sua onnipotente
moglie e alla stanchezza di lei, diceva mentre rispondeva quasi
meccanicamente al messaggio.
“A volte mi fa dubitare di me e penso di vedere problemi dove non ci sono.
Altre volte penso che abbia un’altra perché passano i mesi e non fa neanche il
minimo tentativo di toccarmi. E questo è un brutto segno.”
“Mesi?” gridò Casandra, e alcune teste si voltarono. Poi abbassò la voce.
“Tesoro, quando il sesso finisce non è un segno, né brutto né bello, è un
collasso di tutto il sistema. Fa lo stesso se succede perché ha un’altra oppure
no. Ritiro quello che ho detto. Concediti una torrida avventura.”
“Vuoi deciderti oppure no?” protestai io.
“Ma non posso. Non so perché mi sento così in colpa...”
Scoppiai a ridere in modo quasi teatrale e mi resi conto che stavo iniziando
a essere ubriaca.
“Be’, è ovvio,” sentenziai come se parlassi con me stessa. “Ti senti in colpa
perché è la prima volta che fai qualcosa per te e soltanto per te.”
Lei continuava a darsi da fare a scrivere qualcosa sulla condensa del suo
bicchiere.
“Se analizzassi ciò che provo per Pablo, potrei conoscere il vero pericolo
che ho davanti.”
“Senti, Vicky,” dissi, “io non sono la persona più adatta a spingerti ad avere
una storia come questa perché io non ho mai avuto il coraggio di... fare niente,
in generale...”
“E neanch’io ho intenzione di spingerti a farlo,” mi interruppe Casandra,
“perché in questo momento sono allergica agli uomini sposati e ancora di più a
quelli che dicono di avere dei ‘principi’.”
La superwoman alzò il suo bicchiere.
“...quello che so, però,” continuai dove mi ero interrotta, “è che sui
sentimenti non si ragiona. O si hanno o non si hanno.” Improvvisamente trovai
l’impronta di un’altra voce nelle mie parole. “Non credi che nel momento in
cui ci si ragiona su, si smetta di sentire? È il bello dei sentimenti. Che sono
imprevedibili. E incontrollabili...”
Casandra scattò come una molla e disincrociò le gambe.
“Esci da questo corpo!” mi gridò. “Ti sei mangiata Olivia?”
Poi guardò con aria inquisitoria i due sfigati al bancone che avevano iniziato
a farci delle smorfie e questo ci provocò un tale attacco di ridarella che
finimmo quasi per rotolarci sulle poltrone di raso, finché il cocktail di
Casandra non finì a terra con un tonfo e ne approfittammo per calmarci un po’.
Con grande aplomb la diplomatica si avvicinò al bancone e insistette con il
cameriere per pulire lei stessa quel disastro. Di certo io e Victoria avremmo
pagato per vedere lo spettacolo di Casandra, con le sue scarpe con i tacchi
firmate e i suoi jeans aderenti, che asciugava la vodka con lo straccio e lo
spazzolone, mentre si lanciava in un vero e proprio monologo sul motivo per
cui alle persone come lei non piaceva esternare i propri sentimenti. A dirla
tutta, non le piaceva neanche averli, assicurò mentre faceva scivolare
distrattamente sotto la poltrona qualche spicchio di limone. Era un’esperta
quando si trattava di inibirli. Controllo. Molto controllo. E, di conseguenza,
molta solitudine, che portava a una mancanza di esperienze che, alla fine... non
era forse una mancanza di vita?, concluse con l’espressione di chi sta dicendo
un’ovvietà.
Victoria la ascoltava con attenzione e un certo scetticismo. Secondo lei non
era possibile non avere sentimenti e, siccome non c’era modo di non averli, lei
ce li aveva eccome, ma se li teneva tutti dentro.
“Ecco appunto,” la interruppe Casandra appoggiandosi allo spazzolone. “Va
a finire che diventi una cazzo di pentola a pressione. E il giorno che decidi di
toglierti il coperchio, boom!, salta tutto per aria e con tutto quel sentimento
ustioni gli altri che fuggono a gambe levate. È la storia della mia vita.”
Restituì lo spazzolone al cameriere sotto gli sguardi divertiti di quelli al
bancone e guardò noi: perciò, ecco che si rimetteva il coperchio ed era pronta
a dire: “I sentimenti sono uno schifo, lo dicevo io, bla bla bla...”, ma la verità
era che, secondo lei, e naturalmente le bruciava ammetterlo nella sua
situazione, non c’era niente che ti facesse sentire più viva. Si rifece la coda e
tirò fuori dalla borsa un gel disinfettante che si applicò diligentemente sulle
mani. Poi si sedette sul bracciolo della poltrona e ce lo offrì. Scuotemmo la
testa. Lei appoggiò una mano sulla spalla di Victoria.
“Senti, per me sarebbe molto più facile dirti che l’amore fa schifo, perché a
me è andata male, ma sarebbe molto egoista da parte mia, perché tu potresti
essere di fronte all’occasione della tua vita.” Le accarezzò i capelli.
Lei stessa aveva ammesso che con Pablo viveva anestetizzata, le ricordò,
commento che non fu accolto bene da Victoria che, raddrizzando la schiena,
negò di aver mai detto una cosa simile. Per Victoria una coppia era avere un
progetto. Casandra aggrottò un sopracciglio. E una coppia non era anche avere
passione? Passione l’uno per l’altro in tutti i sensi? In quel momento sentii che
mi rianimavo, preda di un’illuminazione, e con la bocca impastata giunsi alla
conclusione che quella era una definizione cazzuta: una coppia era passione
più progetto, considerazione che le mie amiche applaudirono e a cui Casandra
aggiunse che, in ogni caso, secondo lei, quando scompariva una delle due
cose, una coppia non serviva più. Era un’affermazione molto netta, le fece
notare Victoria mentre mordicchiava un pezzo di arancia del suo cocktail. Be’,
precisò Casandra, almeno non serviva a un certo tipo di donna. Dal suo punto
di vista ammirava che Victoria lottasse così per il proprio matrimonio...
“Ma, e non fa niente se ti dà fastidio sentirtelo dire,” Casandra fece una
pausa, come se stesse scegliendo attentamente le parole, “forse questa è la tua
occasione per verificare se stai giustificando Pablo per tutte le delusioni che ti
ha dato, esagerando le sue qualità o quelle della squadra che formate, per
rendere verosimile questa, in realtà, lunga bugia verso te stessa.”
Per un attimo pensai che Victoria si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata.
Nel locale iniziò a risuonare la voce di Bublé con una canzone che diceva:
“Tú eres única”. Il cameriere ci fece segno dal bancone che se volevamo
potevamo ordinare l’ultimo giro. Victoria s’irrigidì mentre con un dito
accarezzava un petalo appassito del tulipano. Mi fece tenerezza.
“Quello che Casandra vuole dire è che forse è la tua occasione di creare una
crisalide,” mormorai come ipnotizzata, ed entrambe mi rivolsero un’occhiata
interrogativa. “Voglio dire che è possibile che sia la tua occasione di fare un
cambiamento radicale nella tua vita e scoprire chi sei davvero.”
Victoria si scompigliò la frangetta, come faceva sempre quando era nervosa.
“Un attimo, un attimo. Io non ho detto di voler fare un cambiamento radicale
proprio di niente,” si protesse.
“È vero, Marina, per il momento stiamo tentando di capire se deve farsi una
scopata con Francisco, non drammatizziamo.”
“Non drammatizziamo?” protestai indignata. “Non drammatizziamo... dopo
il tuo discorsetto!”
Questo la fece ridere e finii per essere contagiata dalla sua risata.
“Tra l’altro,” aggiunse Casandra sgranando gli occhi, “può essere che
Francisco sia soltanto il suo ‘uomo leva’.”
“Il mio ‘uomo leva’?” si meravigliò l’altra.
“Sì, potrebbe aiutarti a risollevare il rapporto con tuo marito. Una cosa che,
è evidente, non riesci a fare da sola.” Si sciolse i capelli. “Fosse anche solo
questo, ne varrebbe la pena.”
“Non c’è che dire, ragazza mia, sei proprio una romanticona,” protestai con
una smorfia.
“Anch’io sono delusa,” assicurò Victoria con un sorriso ironico. “Questa
faccenda dell’uomo leva mi sembrava... suggestiva.”
“Dammi una leva e solleverò il mondo!” esclamò Casandra alzando il suo
bicchiere.
E brindammo una, due, molte volte. Passò quasi un’ora durante la quale
dicemmo soltanto sciocchezze e il cameriere abbassò la saracinesca con noi
ancora dentro, purché non gridassimo troppo mentre lui risistemava. E durante
quel frammento di serata Victoria – che l’alcol aveva liberato dalla sua feroce
iper-responsabilità – regredì a mano a mano fino ad arrivare all’adolescenza,
da dove ci chiedeva che cosa doveva fare secondo noi, e poi volle sapere
come mi era sembrato Francisco, che cosa aveva detto a Olivia, come aveva
scelto i fiori... Io, ovviamente, omisi la faccenda del gladiolo rosso che in
teoria gli aveva regalato lei, lo avrebbe scoperto a suo tempo, e in quel
momento, più che mai, sospettai che l’idea fosse stata di qualcun altro.
“E in fondo ti invidio,” confessò una Casandra a cui ormai le parole si
appiccicavano le une alle altre. “Perché io non so cosa significhi avere un
rapporto così lungo. Né so cos’è l’amore corrisposto o almeno uno possibile.
Hai molte cose.”
“Hai i figli,” aggiunsi all’improvviso e persino io ne fui sorpresa. “Io non so
cosa significhi. E, come succede ad Aurora, adesso temo che probabilmente
non li avrò mai...”
“Congela!” esclamò Casandra, forse troppo ad alta voce, perché fu ripresa
dal cameriere. “Ma è vero, Vicky, tu hai già ‘ottenuto dei risultati’, come
direbbero quei personaggi assurdi del mio ufficio,” proseguì abbassando la
voce. “Perciò adesso vai a cercare la tua felicità.”
“Vi garantisco che avere figli è sopravvalutato,” ci assicurò Victoria contro
ogni previsione.
“Lo dici perché li hai avuti,” argomentai io.
“Se volete che vi dica la verità,” sospirò Casandra, “ormai io, in questa fase
di odio nei confronti dell’umanità nella quale mi ritrovo, non so se voglio
contribuire a ingrossare le fila di ciò che detesto.”
“O anche ingrassare tu, non so se ne varrebbe la pena,” la prese in giro
Victoria.
Entrambe scoppiarono a ridere di fronte a un commento così frivolo che era
quasi un omaggio alla nostra Galatea.
E, non so perché, improvvisamente sentii un calore sconosciuto che, adesso
lo so, corrispondeva a un sentimento: l’ira. Mi alzai per andare in bagno e,
quando il cameriere mi fermò per dirmi che quei due tipi del bancone – che
continuavano a starci attaccati come cozze a uno scoglio – volevano offrirci un
giro, risposi fermamente di no, cosa che divertì moltissimo le mie amiche, e
voltai loro le spalle. E adesso credo di sapere perché mi sentissi così
furibonda. Perché mi resi conto, Óscar, che in fondo mi ero adeguata alla tua
volontà anche da questo punto di vista. Era vero che non avevo voluto avere
figli? Certo, tu in fondo eri più grande di me, perciò non ti preoccupava
invecchiare da solo e senza famiglia: avevi immaginato fin dall’inizio che ti
avrei accompagnato io fino alla fine, stringendoti la mano tremante mentre
morivi in casa. Però era successo tutto con un certo anticipo. Io invece, in quel
momento, nel bel mezzo di un locale di Huertas, mi immaginai agonizzante e
mezza cieca in un ospizio per il quale forse avrei già dovuto iniziare a mettere
da parte i soldi, dopo che la mia badante mi aveva ripulito la casa e il conto
corrente perché nessuno la sorvegliava, mentre io non potevo far altro che
stare chiusa lì dentro a fissare i muri. Senza amici, senza familiari, senza
nessuno al mondo a cui lasciare i miei ricordi o a cui importasse tenermi per
mano e darmi un po’ di calore nei miei ultimi istanti.
In sottofondo sentivo le altre due chiacchierare: nel migliore dei casi un
figlio era un incidente, assicurava Victoria mentre si mangiucchiava le
pellicine. La osservai nel suo abito di lino del Corte Inglés. Il suo fisico non
aveva sofferto tanto per le gravidanze, anche se era evidente che si era lasciata
un po’ andare. Ma la invidiai. Perché incidente, investimento sulla felicità o
pienezza a lungo termine che fosse, lei non lo avrebbe mai saputo: che un
figlio era una cosa di cui alcune persone avevano bisogno e altre no, ma di cui
si sarebbe sempre sentita la mancanza negli ultimi istanti di una vita o nella
solitudine della vecchiaia. E io? Avrei sentito la mancanza dei legami di
sangue e della protezione della tribù quando fosse arrivato l’autunno?
Sentii che avevo la testa surriscaldata e so soltanto che lì, in piedi, da quella
posizione di potere, iniziai a parlare: “Senti, Victoria,” cominciai, “abbiamo
tutti paura che le cose finiscano. Che cambino. A volte finiscono da sole.
Muoiono. Io sono stata costretta a cambiare”. Mi si ruppe la voce. “Almeno tu
puoi prendere una decisione. Io no. Come sempre, ho lasciato che la vita
decidesse per me. E, come puoi vedere, mi ritrovo in una comunissima crisi
dei quarant’anni, senza poter far altro che ricostruire la mia vita. Sola. E senza
niente.”
Victoria mi guardò con i suoi occhi vivaci e scuri, dal basso, ormai quasi
trasformata in una bambina. Mi prese una mano e la strinse. Casandra mi fece
una carezza sulla gamba.
“Mi dispiace, Marina,” si scusò. “Credo che a volte ci dimentichiamo cosa
stai passando.”
Respirai profondamente. Le strinsi la mano e poi la lasciai andare per
prendere la borsa.
“Come dice Olivia,” proseguii lottando contro un nodo che avevo in gola,
“l’unica cosa che ci separa dalla felicità è la paura del cambiamento.”
Si alzarono, mi misero il bicchiere in mano e levammo i calici
energicamente per dire in coro: “Perché vivere è un compito urgente!”.
E questo sì che ci fece scoppiare a ridere come delle stupide. Poi
dedicammo vari altri brindisi a Olivia, che ci servirono come scusa per
ordinare un altro cocktail, far disperare il cameriere e renderci conto di come
un personaggio così sfuggente potesse monopolizzare a tal punto una
conversazione senza essere presente.
Più tardi Casandra ci disse della sua decisione di non inviare il
preservativo con il mazzo di rose alla moglie del suo amante. Lo considerava
un gesto di cattivo gusto e lei era una persona educata, ma voleva troncare
quella relazione. Il più presto possibile.
“Prima o poi vi racconterò le proporzioni del casino in cui mi sono infilata.”
E fece una delle sue solite pause. “Non ve lo potete neanche immaginare. Ma
vi giuro che è una follia.”
Ed era vero. La storia di Casandra riservava molti colpi di scena che ancora
non intuivamo, ma che avrebbero fatto nascere la crisalide più grande di tutte.
Il problema, secondo Victoria, era che aveva già detto così tante volte che lo
avrebbe lasciato che ormai sembrava un ritornello, al che l’interessata
protestò che quella era la volta definitiva. Il suo era un chiaro esempio di
quello che Olivia definiva un “uomo-elastico”. Quello che compariva nella tua
vita supplicando di farlo innamorare e che poi iniziava una manipolazione
basata sull’intermittenza.
“Ti fa credere che potrebbe essere innamorato, poi aspetta che sia tu ad
aprirgli il cuore e, quando crolli, si tira indietro.” Si strinse la folta chioma in
uno chignon. “A quel punto sei già finita, perché sei automaticamente in una
condizione di inferiorità.”
Quello, secondo Olivia, era il metodo più crudele e più efficace per
conquistare qualcuno. E pur avendo dissezionato il processo con il proprio
psicoterapeuta, Casandra non riusciva a evitare di ricascarci. Più ci provava,
più la sua autostima si abbassava e più lui la teneva legata. La sua forza era
l’ambiguità, e la debolezza di Casandra l’ansia che ogni minima aspettativa
dell’amante suscitava in lei. “Ciò che al mondo più ci attrae è l’incostanza,”
diceva sempre Olivia. Destabilizzava chiunque. Quando Casandra tentava di
allontanarsi, lui la cercava e metteva in campo tutta la sua dolcezza. E quando
lei cercava di fare un passo in più, lui si mostrava distante e le parlava di sua
moglie. Di quanto si sentiva in colpa nei suoi confronti, perché in fondo era
una donna meravigliosa.
E noi la ascoltavamo sapendo di poter fare soltanto questo, ascoltare. E che
per Casandra l’unico modo per liberarsi era smettere di amare. Che la
delusione facesse il suo dovere e spezzasse l’incantesimo.
Dalla mia prospettiva di allora, non riuscivo a capire come una donna
eccezionale come Casandra potesse essere imprigionata in un vortice simile. E
questo dipendeva dal fatto che non ne conoscevo le dimensioni e la natura.
Non potevo immaginare che alla fine il suo amante era il minore dei suoi
problemi, che ciò che la legava a lui era molto più complesso e non era
precisamente l’amore nei confronti di quell’uomo. Io mi reputavo così
insignificante in confronto alla sua intelligenza, ai suoi tacchi a spillo, al suo
stile anche solo nell’abbinare una semplice camicia con un paio di jeans,
quando parlava delle trattative che conduceva sul lavoro in varie lingue... non
riuscivo a capire come quell’uomo scialbo che avevo conosciuto al Giardino
durante il mio primo giorno di lavoro e che non era capace neanche di tenere
per mano sua figlia o di guardare la sua bella moglie negli occhi potesse
sminuirla.
“Sapete, ragazze? Sono stufa di essere quella forte,” sospirò Casandra,
giocando con la fragola del suo cocktail. “A volte ho l’impressione di esistere
solo per far sentire meglio gli altri: a partire da mia madre, dalle mie sorelle,
dall’ufficio... Ciao, sono Casandra, non preoccuparti, non ti darò problemi,
anzi, non ne ho, ma puoi darmi i tuoi. Te li risolvo io. Mi sento come un parco
giochi per adulti insoddisfatti che vengono soltanto a divertirsi e poi se ne
vanno. O meglio, una stazione termale.” Si lasciò scappare una risata amara.
“Vengono a curare i loro problemi, la loro autostima, e quando questa si è
ristabilita e se lo possono permettere, non solo se ne vanno senza darmi niente
in cambio, ma mi lesinano addirittura un gesto d’affetto, un ‘ti voglio bene’, si
permettono di dirmi ‘le cose stanno così’, ‘sinceramente’, cioè mi parlano in
modo brutale, senza cercare di infiocchettare la verità, perché si dà per
scontato che a me non farà male. Cazzo, sei una superwoman. Tu puoi
sopportare questo e altro.”
“Ooodio quella frase,” concluse Victoria sul punto di addormentarsi sul suo
cocktail.
La serata terminò con la nostra superwoman che ideava una nuova strategia
per lasciare “definitivamente” il suo uomo-elastico e con la nostra
onnipresente che cercava di esserlo più che mai e che si chiedeva come
avrebbe fatto a tenere nascosti i suoi incontri con Francisco quando la sua
famiglia fosse rientrata. Era convinta di aver totalmente perso l’istinto della
seduzione, era fuori allenamento, non aveva neppure biancheria intima carina.
Casandra le mise a disposizione casa sua per quella notte perché, le spiegò, si
abituasse a dormire fuori ogni tanto. E io le lasciai così, che si allontanavano a
braccetto tentando di camminare diritte verso l’elegante appartamento di paseo
del Prado che si affacciava sul giardino botanico.
Salii fino al negozio di fiori perché mi ricordai che Olivia mi aveva chiesto
di chiudere il cancello con due mandate quando fossi uscita e di portarmi via
le chiavi. La mattina seguente avrei aperto io. Prima di andarmene lanciai
un’ultima occhiata alla quiete da camposanto che il Giardino dell’Angelo
aveva a quell’ora e sorrisi. In quel momento sospettai per la prima volta che
Olivia fosse un’altra testimone silenziosa, come i suoi morti, come i suoi fiori.
Giorno 4
La testardaggine dei fantasmi

Il sole è sorto a est come ogni giorno. Ha tracciato un sentiero preciso sul
mare e il Peter Pan ci sta sfilando sopra come una stella del cinema alla
prima di un film. Mi tranquillizza vedere il mare di nuovo calmo, ma sono
anche consapevole del fatto che avrò il vento sul naso fino al Cabo de Gata e
questo mi sposserà. Bisogna stare attenti con le sporgenze della costa, questo
lo dicevi sempre tu. Hanno una grande influenza e, quando le superi, non sai
come troverai il mare. Perciò ne approfitterò per scrivere e prepararmi la
colazione. Non sia mai che...
Consulto il portatile di Victoria: a quanto dice, la costa cambia in direzione
sudovest fino al Cabo de Gata. Ricordo che è sempre stato uno dei miei tratti
preferiti. Quella successione di calette poco note in cui saltavano i delfini. Poi
all’altezza del Golfo di Almería bisogna allontanarsi dalla costa per quasi
dieci miglia. Insomma. Andiamo.
Oggi ho dormito un po’ di più, quasi due ore in totale, calcolo, e faccio
fatica a svegliarmi. Ho sognato molto quella prima conversazione con le
ragazze. È stata il germe di tante cose... Se ci avessero detto allora dove
sarebbe finita ciascuna di noi nel giro di soli tre mesi, non ci avremmo
creduto.
Mi sto guardando le gambe sotto la prima luce del giorno. Continuano a
essere magre e ossute, ma all’altezza delle ginocchia mi si accumulava sempre
un cuscinetto di carne che adesso è sparito per lasciare qualche ruga scura e
marcata. Gala direbbe che è un sintomo di vecchiaia. Che si possono scoprire
gli anni di una donna solo guardandole i gomiti e le ginocchia. Sulla mia
coscia destra ho trovato anche un rosario di piccoli lividi che vanno dalla
parte esterna fino al polpaccio. Su una barca non si fa altro che sbattere contro
tutto. Immagino che sia una conseguenza dell’instabilità. Come nella vita.
Sì, quella conversazione fu cruciale per me, perché di lì iniziai a pormi per
la prima volta alcune domande. Sul nostro rapporto. A metterlo in discussione.
Tanto per cominciare, mi resi conto che non lo avevo mai messo neanche
minimamente in discussione. Semplicemente “era” o piuttosto “eravamo”.
Come adesso sono consapevole del fatto che, da quando ti eri ammalato,
avevo smesso di osservare il mio corpo. Non che arrivata a questo punto stia
per sviluppare una sindrome di Galatea come la nostra vichinga, ma sono
invecchiata, questo è certo, e i miei capelli folti e neri iniziano ad avere
qualche riflesso argentato.
“Continuano a essere blu,” ti sento dire alle mie spalle, “blu e neri, come
diceva tuo padre, come il mare di notte.”
Evidentemente sto ancora dormendo, perché so che questo non l’ho detto io.
Ho sentito la tua voce, molto chiara, probabilmente dentro la mia testa.
Stavolta però ti ho sentito dire una cosa che non hai mai detto. Che strano. In
ogni caso, grazie. A quanto pare il mio cervello ha deciso di immaginarti. Di
darmi ciò che ho bisogno di sentire. È vero che sei sempre stato vanitoso per
tutti e due. Perciò è verosimile che potessi dire una cosa del genere. Ti
rifiutavi di ammettere il tuo decadimento fisico ma anche gli aspetti propri
della mia età, a cui estendevi la soggettività del tuo sguardo.
Be’, permettimi di dirti che non è vero. La faccenda dei miei capelli. Mi
sono appena presa una ciocca a caso tra le dita ed è piena di capelli grigi e
duri come fili di ferro. Si dice che sono i dispiaceri a farti venire i capelli
bianchi. Così si dice.
“Questo è come dire che il mare può diventare giallo, Mari. Stai... sei
bellissima.”
Forse sto impazzendo, perché ti ho appena sentito che mi abbracciavi da
dietro. Potrebbe essere la carezza del vento, ma non c’è vento. In ogni caso,
permettimi di dirti anche che non è un bene ammirare qualcuno per quello che
non è. No, non sono bellissima in generale e di certo non lo sono in questo
momento. Forse lo sono stata. Questo è possibile, anche se mi sembra un
termine non esatto. Esagerato. Mi ammiravi sempre per le cose più stupide.
“E questo ti infastidiva?”
Mi giro, ma non ti vedo.
Che dico? Ovvio che non ti vedo!
Non c’è! Marina: non c’è.
Il sole mi acceca. Io e la barca siamo intrappolate in un controluce dorato.
Sento la tua voce, chiaramente adesso, fuori da me, con il mare in sottofondo.
Forse ieri ho preso un’insolazione, perché mi fa male la testa. Ma comunque
non posso fare a meno di risponderti: “Il fatto è che ti sforzavi di ammirarmi
per cose in cui io non mi riconoscevo, Óscar. La mia sensibilità, il mio
temperamento artistico... L’unica cosa che mi mancava era lo spirito di
iniziativa, così dicevi. Che sarei stata brillante nel lavoro se lo avessi preso
sul serio, se mi fossi impegnata, che ero colta... Dicevi anche che ero una
brava donna di mare perché ce l’avevo nel sangue, che sarebbe stato un bene
che imparassi a navigare da sola. Non ti accorgevi che mi lodavi soltanto per
le caratteristiche che volevi che io avessi?”.
Mi guardo intorno. Il dorso bianco del Peter Pan continua a essere sgombro.
Oggi non ho issato le vele. Solo io in mezzo al mare e la tua voce.
“Ma Mari, è vero che ti ammiravo per questo.”
Guardo da una parte e dall’altra, dietro di me, attraverso scalza la coperta
stringendo i cavi della draglia lungo il lato di tribordo senza sapere in quale
direzione rivolgermi a te.
“Davvero? E che cosa ho fatto io a parte andare a rimorchio del tuo lavoro,
della tua vita e persino della tua felicità? Sentiamo!”
“La tua tristezza era parte di te, come lo è del mare,” continui con un
accenno di brezza. “Un giorno il sole risplende e il giorno dopo arriva il
temporale. E questo non ho cercato di cambiarlo. Cercare di cambiare questo
era come cercare di cambiare il mare.”
“E adesso ti metti addirittura a fare quello poetico?”
Sulla barca, stretta all’albero, do un calcio alle cime avvolte ai miei piedi e
inizio a addugliarle compulsivamente usando l’avambraccio.
“Be’, sai cosa penso? Che tu hai sempre cercato di cambiarmi e quando non
ci sei riuscito mi hai inventato, come ha fatto Victoria con Pablo, per poter
convivere con me per tutti questi anni. Questa è la verità.”
Per quanto io sia furiosa, so di esserlo perché sono consapevole del fatto
che tutto il discorso poetico di prima era troppo tuo per non essere tuo e che la
tua voce non mi risuona più nelle orecchie, ma fuori di esse. Forse dovrei
approfittare di quest’allucinazione per parlare di quello di cui non abbiamo
mai parlato. Cosa c’è di male? Questo il vecchio di Hemingway non lo faceva.
Parlare con un fantasma. Credo che sia una buona innovazione teorica. Forse
questo è davvero il confine della pazzia, ma in questo momento m’importa
poco se mi dà sollievo.
D’un tratto qualcosa eclissa il sole a prua e ti vedo.
Ti vedo chiaramente.
In carne e ossa, non come il fantasma di un film, ma come la persona che sei
stato: con il tuo berretto bianco, il tuo fazzoletto blu al collo, la barba di tre
giorni. Porti un paio di bermuda e sei scalzo per non scivolare sulla coperta
per colpa della rugiada del mattino. Avanzi a passi pesanti lungo il lato di
babordo, passi davanti a me diretto a poppa e ti siedi a capotavola, come se
aspettassi la colazione. Non sembri stanco. Né malato. La brezza ti sfiora il
viso.
Decido di parlarti, già che sei qui. Dalla parte più alta del Peter Pan, come
se fossi un altro albero, ti affronto: “Non hai mai voluto avere un figlio”.
“Non ne avevamo bisogno.”
“Tu no.”
Mi osservi con un sorriso perenne che non riesco a decifrare. Forse è così
che ho deciso di ricordarti.
“Il mio sogno era stare con te,” mi dici. “Non mi importava nient’altro. Il
mio sogno era invecchiare insieme.”
Mi avvicino con cautela. Mi siedo all’altro capo del tavolo.
Il sole ci unisce sullo stesso piano della realtà con una luce da flash.
“E adesso?” Appoggio i gomiti sul tavolo. “Perché mi hai lasciato? Adesso
di te mi resta soltanto questa barca senza vita e il tuo fantasma. Non mi resta
niente di te che sia vivo.”
“Non ho mai pensato che volessi...”
“No, non lo abbiamo mai pensato.”
Giro la faccia affinché il vento soffiando si porti via le mie lacrime. Forse,
in fin dei conti, per quanto io fossi una tua fantasia, tu l’hai amata come io non
ho mai amato me stessa.

Sono passate due ore e tu sei ancora qui.


Il vento si è alzato e cerco di fare in modo che la barca stia dritta finché non
avrò digerito la colazione. Oggi ho provato a non prendere la Biodramina. Sta
andando bene. Credo che dovrei sciogliere la scotta della randa. Mi è
sembrato di vedere che la guardavi con la coda dell’occhio. Quanto più è tesa,
più il vento la spingerà e più la barca si piegherà. Non voglio fare altri
esperimenti e se il vento continua ad alzarsi a breve sarò completamente
inclinata.
Cerco di ignorare la tua “presenza” o qualunque cosa sia ciò che sei e che si
proietta accanto a me. Non hai fatto altro che stare seduto dietro il timone
guardando il mare. Se non ti guardo non mi guardi. Interagisci con me soltanto
se ti invoco, di questo mi sono accorta. Perciò ho deciso di ignorarti così
scomparirai. Devo ritrovare il senno, altrimenti colerò a picco. Forse è perché
non parlo con nessuno da giorni o per una dose eccessiva di Biodramina. Il
cellulare continua a non ricaricarsi, perciò sono due giorni che non ho contatti
con il mondo esterno, con il mondo reale. Qualcosa che serva da àncora alla
mia ragione.
Cerco di concentrarmi sul paesaggio. Sulle carte nautiche che Victoria mi ha
caricato sul computer. Speriamo che quando virerò a San José mi aiuterà il
vento, visto che tu, mare, non mi aiuti per niente.
Osservo infastidita le onde che provengono dal mare aperto e da ovest e
tagliano la strada al Peter Pan, che adesso sciaborda sulla superficie del
mare.
I profili della costa sfumano in controluce e sul mare ricominciano a
crepitare fuochi bianchi. Alzo lo sguardo al cielo. È meravigliosamente
limpido. Solo una spessa fascia di nubi spunta dal capo e si perde
all’orizzonte verso l’Africa.
Fantastico, cullando l’idea che questo sia l’unico capo che unisce l’Europa
all’Africa e che, quando verrà tagliato, il vecchio continente si ritroverà alla
completa deriva, abbandonato alla sua sorte, perso nell’elemento liquido e
ancestrale.

Passa un’ora e sei ancora qui.


Forse al mio cervello mancano gli zuccheri. Deve essere questo. Non metto
niente nello stomaco da ieri pomeriggio.
Mi alzo per contemplare le montagne che sono diventate pezzi di pan di
Spagna. Sotto una di esse spunta una grande roccia bianca, prodotto di un
distacco preistorico.
“Non puoi immaginare l’influenza incredibile che hanno i capi, Mari,” dici
seduto dietro il timone.
Sì, è quello che dicevi sempre. E so perché me lo dici adesso: perché ho
ammainato le vele. Ma il fatto è che non servivano a niente. Ed è possibile che
le dovrò spiegare di nuovo. Una fatica inutile. E mi mancano le forze.
Naturalmente è un avvertimento che do a me stessa dandogli le sembianze di
un fantasma, ma hai ragione, devo approfittare di questa calma provvisoria che
mi concede il vento per fare colazione. Un tè nero per svegliarmi, qualche
biscotto ai cereali ammorbidito che mi terrà in forze e una mela, perché ho
visto che sta per guastarsi.
Preparo la colazione nella dinette e torno in coperta con la tazza in mano. Mi
guardi con un’espressione severa.
“Quante volte ti ho detto che quando sali o scendi devi avere le mani
libere?”
Storco la bocca in un sorriso sbilenco, lascio la tazza con i biscotti a terra e
salgo gli ultimi due gradini.
“Neanche da morto mi lascerai in pace.” Anche se non lo ammetto, mi
mancavano molto queste piccole sgridate.
A questo punto scorgo chiaramente per la prima volta il Cabo de Gata. Il
faro che si innalza bianco ed eretto sulla roccia. E su una linea dritta che parte
dal capo, un cambiamento nel colore del mare, come se fosse una meta, una
linea invisibile che taglia l’azzurro. Come se alle sirene fosse finita la lana di
quel colore e avessero dovuto continuare a lavorare con un gomitolo più
grezzo e scuro.

Mezz’ora dopo raggiungo quel confine adesso perfettamente visibile e sono


pronta: ho lasciato la tazza nel lavandino, ho bagnato la coperta con la Coca-
Cola per non scivolare – un vecchio trucco che ho imparato da un marinaio – e
mi sono infilata le scarpe, facendomi il doppio nodo ai lacci di pelle, solo per
non sentirti. Quando sono salita, però, eri scomparso.
La frontiera d’acqua adesso è davanti ai miei occhi e di fronte a me si
disegna una scala di acqua infinita che si perde all’orizzonte.
Il Peter Pan, senza vacillare neanche un attimo, inizia a salirla a fatica, per
quanto ogni gradino si dissolva quando la barca lo raggiunge, come su una
scala mobile che funziona all’inverso.
“Con me il mare fa sempre il bastian contrario, come te,” ho detto senza
riuscire a trattenermi.
Un’affermazione a cui non rispondi. Non ti fai neanche vedere.
Il vento inizia a soffiare da dritta e la lancetta rossa dell’anemometro trema
fino a raggiungere i trenta gradi, ne approfitto per spiegare la randa e, quando
finalmente la prua è di nuovo abbastanza dritta e il vento gonfia la vela, faccio
rotta verso sudovest per spiegare anche il genoa dopo la sorella maggiore, che
si gonfia subito e lancia il Peter Pan verso la parte inferiore del mondo, con il
vento stretto a tribordo.
Adesso sì, oso.
Tendo la vela. Anche se non mi sono ancora decisa a spegnere il motore.
Appoggio i talloni nel pozzetto, mi reggo all’imbracatura e la barca si inclina.
Inizia a correre, trenta, quaranta, cinquanta nodi, e per la prima volta, adesso
sì, navigo a vele spiegate. Sopra una barca inclinata sul mare che mi lancia
spruzzi freschi sulle dita dei piedi.
“Guarda, sembra che io cammini sull’acqua!”
A questa gioia hai risposto eccome. Ho sentito chiaramente un singhiozzo
che mi ha provocato una forte mareggiata.

All’improvviso mi torna in mente la prima volta che mi hai costretto a


decidere una manovra in barca. Successe un mese prima della tua morte. Persi
la testa. “Che faccio?” strillavo angosciata davanti a una barca in rotta di
collisione che sembrava volerci tagliare la strada. “Quello che vuoi, Mari,
purché non andiamo a sbattere contro quel bestione,” rispondesti con una
calma incredibile e un sorriso stanco. “Prendi tu la decisione. Oggi sei tu il
comandante.”
“E questo chi lo ha deciso? Io non so cosa fare. Non sono il comandante!” E
da un’affermazione all’altra, la mia supplica si trasformò in uno scoppio d’ira
contro di te, perché, era chiaro, avevi in mente di abbandonarmi. Mi obbligavi
a farmi carico di quello che fino ad allora era il tuo feudo esclusivo. Prendere
quella barca, quel timone che mi offrivi, significava firmare la tua condanna a
morte. Il tuo diritto ad andartene in pace. Io mi rifiutavo di darti quella pace,
ma quando il traghetto diventò sempre più grande e ce lo ritrovammo quasi a
prua, quando il muso del Peter Pan ormai ne sfiorava lo scafo, quando sentii
sotto i miei piedi la poderosa scia dell’imbarcazione che andava dal Peter
Pan fino agli abissi, ti scostai con uno spintone, presi il timone per la prima
volta e virai con così tanta forza a dritta che la barca quasi girò su se stessa di
centottanta gradi.
“E questo perché non sapevi cosa fare, eh?” dicesti con un sorriso fiacco.
Spensi il motore, tremando. E la tua espressione era di pace, di congedo.
Avevi appena deciso la tua nuova rotta. Capii che avresti spento i motori.
Levavi l’àncora. Ti lasciavi andare alla deriva in un mare oscuro e
sconosciuto. Senza vento. Senza pesci. Senza nulla.

Questo ricordo mi ha spinto a domandarmi se avresti voluto lasciarmi


prima, quando eri vivo, o se ciò che ti teneva legato a me era il senso di
responsabilità che provavi nei miei confronti, come succedeva a Victoria con
suo marito, come succedeva a Francisco con sua moglie.
Mi amavi ancora?
Come capirlo adesso?
Ripenso alle parole di Olivia che tanta perplessità avevano suscitato in
Victoria durante quel nostro primo incontro: “Scegliere qualcuno che sai che
non ti lascerà è la strategia più intelligente per chi ha paura dell’abbandono”.
Che tu avessi paura dell’abbandono? Mi hai scelto per questo?
In realtà il nostro rapporto ha finito per essere più un rapporto padre-figlia
che altro. Per te era diventato una trappola? Perché c’è un dato di fatto:
nessuno abbandonerebbe un bambino indifeso di fronte al mondo, ma un adulto
che sa farsi valere sì.
Che io abbia fatto questo? Che tu mi considerassi un’eterna bambina che non
sarebbe sopravvissuta senza di te? Era questa la mia strategia? In fin dei conti
quello era esattamente il modello che avevo visto in azione a casa mia. Perciò
purtroppo ha una sua logica.
Tu sapevi che io non avrei potuto abbandonarti perché avevo bisogno di te.
Io sapevo che tu non avresti potuto abbandonarmi perché sapevi che avevo
bisogno di te.
Eravamo uniti dall’amore o intrappolati dal bisogno?
Se riapparirai ho intenzione di domandartelo.
Non mi importa se non sarai tu a rispondere. Mi sta bene che sia io stessa a
rispondere attraverso il tuo fantasma.
Lo spazio-tempo dei madrileni

“Vivo in centro.”
Quando era passato soltanto un mese dal mio trasloco iniziò a piacermi
molto dirlo. Lo sostenevo con convinzione. Persino con orgoglio.
Essere madrileno ha le proprie peculiarità.
Una delle più curiose è che per noi tutto è a cinque minuti di distanza, anche
se per arrivare a destinazione bisogna fare tre cambi di metropolitana.
Un’altra è che tutti, immancabilmente, abitiamo “in centro”, sebbene il più
delle volte ciò significhi vivere dentro l’anello della M-30.
Un’altra caratteristica ancora più curiosa che contraddice le leggi della
fisica è la nostra teoria della relatività applicata allo spazio-tempo.
Il famoso: “Sto arrivando”.
Comporta un esercizio dell’ottimismo che va oltre l’immaginabile, perché
vuol dire che, come me quella mattina, avendo preso appuntamento con Aurora
alla fermata dei taxi del Palace ed essendo dall’altra parte del quartiere, stavo
uscendo dalla doccia e, allo stesso tempo, stavo arrivando.
“Aurora, sto arrivando,” digitai in un messaggio mentre scivolavo con i
piedi scalzi e ancora bagnati sul pavimento di casa mia. Devo ammetterlo,
quella mattina presi consapevolezza del fatto che quest’ultima aveva subìto
qualche cambiamento, sebbene io continuassi a dormire in poltrona
appallottolata come uno straccio. Tanto per iniziare, i quadri ora erano appesi
e riempivano di colore le pareti. Sul balcone avevo fissato alla ringhiera di
ferro alcuni vasi, ovviamente pieni di violette – adesso sapevo che volevano
l’ombra, perciò ci avevo sistemato sopra due ombrellini cinesi –, e il resto
dell’arredamento consisteva in due sedioline pieghevoli arancioni che mi
aveva prestato Olivia.
Ultimamente sembrava preoccupata.
Mi mandava in continuazione a fare commissioni, e quando tornavo in
negozio la trovavo in giardino a esaminare tonnellate di documenti. Quella
mattina, per esempio, mi aveva incaricato di andare a prendere dei semi in un
vivaio nei sobborghi – probabilmente oltre la M-40, che per chi viveva “in
centro” significava partire alla volta di una galassia lontana lontana. Io, però,
avevo anche un altro piano segreto.
Avevo ceduto alle pressioni di mia madre. Non ho problemi a dirlo.
Avevo ceduto a una serie di ricatti emotivi sotto forma di pianti che mi
arrivavano in differita attraverso il canale di mio padre, il quale mi chiedeva a
giorni alterni che fine avessero fatto i tuoi famosi resti mortali.
Alla fine avevo deciso di portare le tue ceneri al cimitero dell’Almudena.
Mi avrebbe sollevato dal senso di colpa per non aver accontentato mia madre,
avrebbe salvato la mia anima cristiana e, una volta che le tue ceneri fossero
state sigillate dietro una lapide in una nicchia, non ci sarebbe stato bisogno né
possibilità di imbarcarmi in quel viaggio insensato per mare.
Avrei venduto il Peter Pan e risolto il problema.
Infilai l’urna di marmo in uno zaino. Tua madre per te aveva scelto la più
cara e, purtroppo per la mia schiena, anche la più pesante.
Qualcosa alla tua altezza.
Non come me.

Quando arrivai, Aurora era in terza posizione nella lunga carovana di taxi in
fila davanti all’hotel Palace. Mentre tutti gli altri tassisti erano riuniti in
piccoli capannelli a fumare e chiacchierare del loro sindacato e del sindaco,
la Bella Sofferente era a bordo del proprio taxi, a disegnare dei bozzetti sul
volante: i finestrini alzati, l’aria condizionata al massimo e le sicure
abbassate. Secondo lei quei bruti non facevano altro che ascoltare la radio,
fare battute maschiliste che lei si rifiutava di assecondare e guardarla in un
modo che le faceva venire voglia di farsi una doccia e sfregarsi con un guanto
di crine.
Bussai con le nocche sul vetro del suo finestrino. Lei alzò lo sguardo ed
ebbe un sussulto. Si portò la mano al petto e respirò profondamente. Disse
qualcosa che non sentii e mi fece capire con un cenno di fare in fretta. Aprì le
sicure. Io salii a bordo. Sul cruscotto c’era un’immaginetta solitaria del Cristo
di Medinaceli, la cui chiesa era su quella stessa strada. Si sentiva un odore di
campagna. Sul lunotto posteriore c’era qualche ramo secco di lavanda. Feci
mente locale e mi ricordai che era il fiore della sfiducia e quello che, a quanto
pareva, leniva gli effetti del morso di un serpente. Subito dopo mi chiesi a che
cosa mi servisse quell’informazione.
“Mi dispiace,” mi scusai e giurai di non farlo più per il resto della giornata.
“Se fossi arrivata a essere la prima della fila e fosse arrivato un cliente, me
ne sarei andata,” disse perentoria. “Non posso permettermi di perdere
mezz’ora, Marina. Ti ricordo che il taxi non è mio.”
“Mi dispiace, davvero.” E mi detestai per averlo ripetuto, tanto che mi sarei
tagliata la lingua se lo avessi detto di nuovo.
Poi pensai di raccontarle il mio piano perché mi compatisse un po’. Avrei
voluto confessarle che avevo le tue ceneri con me, lì, sul sedile posteriore del
suo taxi, che avevo il cuore stretto, che volevo piangere e non ci riuscivo, ma
improvvisamente lei mise in moto e accelerò fino al semaforo della fontana di
Nettuno come se ci stesse inseguendo la polizia, per poi fermarsi con una
brusca frenata.
Osservai i suoi occhi nello specchietto retrovisore. Erano infossati in due
occhiaie color malva, le ciglia appiccicate, e stringeva il volante come se
fosse una mitragliatrice. In quel momento il suo sguardo incontrò il mio.
“Mi ha lasciato,” dichiarò.
A quel punto si allagarono. I suoi occhi.
Mi tirai su, afferrai il suo sedile e le strinsi la spalla. Come al mio solito,
non seppi cosa dire. O meglio non mi azzardai a dire niente. Una persona con
una paura patologica di essere abbandonata come me e che portava il
responsabile del proprio abbandono nello zaino capiva molto bene cosa
provava Aurora.
“So cosa stai pensando,” continuò lei. “E quello che mi direte tutte. Che è
meglio così. Che non mi merita. Che mi faceva del male. Che ho riposto troppe
aspettative su di lui. Che si approfittava di me. Che la mia era un’ossessione.
Ma la verità è che io volevo con tutto il cuore che questo rapporto funzionasse,
Marina. Perché Maxi è una persona che soffre come me. E io avrei saputo
renderlo felice. Ma lui non vuole.”
“Cos’è che non vuole?”
Deglutì.
“Esserlo.”
Rimasi a pensare mentre schizzavamo lungo il paseo de la Castellana con
tutti i semafori verdi. Una cosa insolita a Madrid se non si è in un sogno o nel
mese di luglio.
“Cos’è successo?”
Lei sospirò. Si asciugò una lacrima con un dito. Poi la lasciò sul volante.
“Adesso vuole che la nostra diventi una relazione aperta.”
Scese il silenzio.
“Cioè che andiate a letto con altre persone?”
E a quel punto mi raccontò che la settimana prima Maxi aveva lasciato il
cellulare – il cui abbonamento veniva pagato da Aurora – sul comodino e che
gli era arrivato un messaggio.
“Una puttana,” disse con enfasi lei, “che gli ricordava il pomeriggio
eccitante che avevano trascorso insieme a scopare. Nel mio letto.”
Quando lui era tornato dalla cucina con una lattina di birra – e sì che lei gli
aveva detto mille volte che la disturbava che mangiasse e bevesse in camera
da letto – Aurora glielo aveva sbattuto in faccia, al che Maxi aveva reagito
con assoluta tranquillità. “Ma se la cosa bella del nostro rapporto è che non è
basato sul sesso. Che è molto puro. Non hai sempre detto così?” Lei, distesa
su un cuscino, con il suo libro di autoaiuto in mano e addosso una maglietta di
Superman come pigiama, non aveva saputo come reagire. “Perché non provi a
essere più femminile?” le aveva detto lui indicando la sua tenuta. “Ti starebbe
meglio un completino intimo per dormire.” Lei aveva guardato il suo torso
nudo e quelle brutte mutande sdrucite e si era resa conto che non le avrebbe
fatto neanche piacere se l’avesse toccata senza prima farsi una doccia.
Sterzò e rivolse un’occhiata assassina a un motociclista che le era appena
passato accanto facendole il gesto dell’ombrello.
“Ma immagino che nei tuoi progetti non rientrasse che lui andasse a letto con
altre donne...” indagai.
“Dice che lui è abituato ad avere relazioni molto aperte. Che credeva che
fossimo d’accordo su questo. E che chiedendogli di fare diversamente limito
la sua libertà. Che non colgo l’essenza: che lui mi ama. E che se non lo
capisco sono una retrograda. Siccome gli ho detto che non penso di essere in
grado di avere un rapporto del genere, mi ha lasciato. Non ci capisco niente.”
Adesso le dita le tremavano per il dolore.
Mi ricordai dell’“uomo-elastico” di Casandra. E per questo mi azzardai a
dire ciò che dissi: “Ti sta mettendo alla prova”.
“In che senso?”
“Ti sta mettendo alla prova, Aurora. Per vedere fin dove sei capace di
arrivare. Voglio dire, di sopportare.”
Lei mi guardò senza capire.
“Mi ha lasciato, capisci?” Ci fu un silenzio molto lungo. “Forse è vero.
Forse sono una retrograda e un’insicura e se mi dice che mi ama dovrei
smettere di dare importanza a una cosa così banale come il fatto che vada a
letto con altre donne, perché vuole che il nostro rapporto sia diverso... non lo
so... Non so più cosa siamo. Non so più niente.”
“Ma non capisco... Cosa c’è di male se fate sesso?”
“Non capisci...” Lasciò le labbra di gomma socchiuse per qualche secondo.
“È che io non l’ho ancora fatto con nessuno.”
“Con nessuno?” mi sorpresi.
Lei scosse la testa.
“Sesso?”
Aurora appoggiò la testa sul volante. Poi mi guardò con la coda dell’occhio.
“Questo non l’ho confidato a nessuno. Solo a lui. E a te. E la cosa più
assurda di tutta questa storia è che lo avevo scelto perché...”
“...perché sembrava che lui non avesse interesse,” sentenziai.
Quello sì che mi fece infuriare. Aurora era bella. Forse non era una donna
appariscente, ma era graziosa. I suoi capelli corti e nerissimi come gli occhi,
il contrasto con la pelle così chiara. Sembrava una Betty Boop senza trucco.
La Bella Sofferente rimase in silenzio mentre dei lacrimoni perfetti da
cartone animato le scendevano lungo le guance e premeva furiosamente
l’acceleratore ogni volta che intravedeva all’orizzonte un semaforo verde,
come se volesse che le ore passassero alla stessa velocità.
Perché nessuno ci insegnava a mangiare con gusto, a scopare con gusto, ad
amare senza paura? Questo sì che significava proteggere qualcuno, non quello
che avevano fatto ad Aurora.
M’infuriai con me stessa, con lei e con tutti quelli che ci avevano rese così.
Finché, quando arrivammo al semaforo di calle María de Molina, prima di
imboccare l’autostrada, scesi e mi sedetti accanto a lei. Al posto che mi si
confaceva: il sedile del copilota.
Lei mi guardò sfinita.
“Senti, Aurora,” cominciai senza sapere come avrei continuato, “so che è
tanto tempo che ti dedichi anima e corpo a far funzionare questo rapporto e che
non riesci a guardare oltre, ma perché per un attimo non cerchi di rifletterci
sopra? Non fai altro che chiederti che cosa significhi tu per lui, ma ti sei mai
chiesta cosa significa lui per te? Cosa provi tu? So che è faticoso, ma perché
non esprimere ad alta voce i tuoi bisogni? Non so... non c’è niente di male se
alzi i tuoi muri per proteggerti, quelli che nessuno deve superare, perché se li
superano ti fanno male. Non avere paura che smettano di volerti bene per
questo.” Tirai fuori una gomma, la divisi a metà con un morso e gliene diedi
una parte. Se la infilò in bocca. “Non sei tanto strana, sai? A dire il vero è
normalissimo che una persona non voglia che il suo partner vada a letto con
altri, fosse anche solo per una questione igienica, ma in ogni caso, fa lo stesso.
Il punto è che non rende felice te. E basta. Perciò devi chiederti se è lui quello
che vuoi e quello che cerchi.”
La guardai attraverso il riflesso del parabrezza. La sentii masticare
rabbiosamente. Le lacrime ricominciarono a spuntarle con più forza.
“Sai, Marina? Io ho sempre sognato di avere una famiglia...” Il suo riflesso
sorrise tristemente. “Fin da bambina ho desiderato essere madre. Ma non ho
mai più di mille euro in banca né un uomo nella mia vita per più di due mesi.
Invece quello che ho sono quasi quarant’anni. Ho sempre avuto paura che mi
facessero del male. E Maxi è entrato nella mia vita senza chiedere niente. Io
ho alzato la guardia. Ho sentito che era una persona che cercava una
compagna. Devo scegliere qualcuno, altrimenti non sarò mai madre.”
“E quella faccenda del congelare gli ovuli?” le chiesi senza sapere bene se
era una buona idea.
“Sì, certo! Congela, mi dice quella riccona di Casandra.” Alzò l’aria
condizionata come se volesse iniziare a congelare in quello stesso istante. “Sai
quanto costa? Lo sai? Non solo congelare, ma il trattamento per farlo.”
“Non volevi chiedere aiuto a tua madre?”
Superò un passaggio pedonale e una coppia attraversò terrorizzata dall’altro
lato della strada, insultandoci.
“Be’, per essere una diplomatica è il colmo della discrezione.” Sbuffò.
“Mia madre mi ha fatto notare che se non sono stata capace di condurre una
vita normale finora, e neppure capace, perché ha ripetuto l’aggettivo, di
trovare un uomo che voglia avere un figlio con me o che almeno mi ami, non
c’è ragione per cui debba essere capace di tirare su un bambino.” Si schiarì la
voce con forza e abbassò l’aria. “Poi mi ha chiesto di prometterle che non
avrei mai raccontato a mio padre un’idea così assurda. Ecco cosa mi ha
detto.”
La macchina continuò a scivolare lungo strade sempre più sgombre. Lei, con
lo sguardo fisso davanti a sé, le gambe magre, in tensione, che premevano
l’acceleratore. Quando finalmente ci fermammo al semaforo, guardò il
cellulare in cerca di un messaggio che non arrivava e poi me lo affidò con
l’ordine di non farglielo più guardare.
“Sai, mi aveva detto che voleva condividere la sua vita con me. Ciò che non
ha precisato è stato come.” Sorrise controvoglia. “Sarebbe stato tutto così
facile... Niente ovuli in congelatore, né storie strane con i miei genitori...
Adesso però salta su e mi dice che gli dispiace che io non accetti il suo stile di
vita. Che vuole provare per me qualcosa di simile a quello che provo io, ma
che ancora non ci riesce. Che ha bisogno di tempo. Sai quanto è frustrante tutto
questo?”
Sbuffai. No, non lo sapevo. Era vero. Il mio caso era l’opposto. Avevo
vissuto per quasi tutta la vita con qualcuno che mi assicurava di provare per
me quello che io iniziavo a sospettare che avesse smesso di provare. Che si
fosse preso in giro da solo. E che temevo di non aver reso neanche felice. E in
quel preciso istante lo portavo nel mio maledetto zaino, quando io sentivo di
essere stata il suo per anni.
Cazzo, che ironia della sorte.
“Senti,” le dissi con il cuore in mano, “io credo che ci siano molti modi di
relazionarsi con gli altri, ma l’importante è che ti amino come tu vuoi che ti
amino. È più facile di quanto sembri. Lui sa cosa ti fa male e te lo ha fatto, e
adesso la parte di quello addolorato la recita lui. E ora, siccome riceve il
primo no, gioca a fare a braccio di ferro dicendo che se ne va. Credimi, sono
un’esperta quando si tratta di individuare un tentativo di coercizione...”
“Ma tuo marito non era così.”
“Ma mia madre sì, Aurora. Fare l’offesa è la sua specialità, quando, in
realtà, è stata lei a farti del male. Va bene che tu ti chieda cosa rende felici gli
altri, ma qualche volta ti chiedi cosa rende felice te?”
E mentre le dicevo queste cose mi resi conto che non sapevo se io stessa mi
ero mai posta quella domanda. E penso che fu in quel preciso istante che le
raccontai che stavo per portare le tue ceneri al cimitero dell’Almudena perché
mia madre, appunto, era angosciata da quella faccenda.
“E quindi non farai il tuo viaggio in barca?”
Sembrava delusa.
In quel momento le confessai che da un lato mi faceva paura e che,
dall’altro, mia madre mi stava dando il tormento. Aurora mi ascoltava
attentamente mentre s’infilava un altro paio di gomme in bocca. Gliene chiesi
una e continuai: in realtà mi ero sposata per lo stesso motivo. Per non sentirla.
Ricordavo benissimo la voce di mio padre un giorno che mi aveva portato
fuori a pranzo vicino casa e mi aveva detto: “Insomma, figlia mia, che ti
cambia? Se è tanto importante per tua madre e la rende tanto felice...”.
“Bada, ho pensato anche di avere un figlio per darle un nipote.”
Rimase a pensare. E quando stava per cambiare la marcia mi prese per
mano.
“Era tuo marito, Marina,” sentenziò perentoria, “e dovrai essere tu a
decidere come vuoi conservare le sue ceneri. Io la penso così. Nessuno deve
metterci bocca.”
Capii che aveva ragione. Ed era semplicissimo, come sentire una voce che
te lo diceva dall’esterno. Forse fu in quel momento e grazie a qualcuno a cui io
avevo appena finito di dare lo stesso consiglio che decisi che mi sarei
imbarcata sul Peter Pan. E capii che mia madre sarebbe stata male all’idea
che non ti dessi una sepoltura cristiana, che questo l’avrebbe turbata molto,
così come mio padre sarebbe stato turbato all’idea che mi lanciassi in quel
mare dal quale ci aveva sempre protetto, ma non avrebbero mai sofferto tanto
quanto me se non avessi tenuto fede a quella promessa, non con te, ma con me
stessa.
Aurora fece inversione appena le fu possibile, quando in fondo alla strada
già si intravedeva il grande muro bianco dietro il quale avevo intenzione di
depositarti.
Marcare i nostri confini. Mettere in chiaro cosa permetti agli altri e cosa no.
Perché era così difficile?
Chi ci aveva fatto così?

Durante quel viaggio sul suo taxi mi raccontò che i suoi genitori erano
diventati per lei un monumento al matrimonio perfetto che pesava tonnellate.
Ma era basato tutto su una bugia. Persino lei e sua sorella, rispettivamente
all’età di nove e otto anni, erano state in grado di vederlo. Suo padre era un
uomo distante e severo, osservante delle regole e della religione, che lavorava
in un ufficio di registro brevetti, e sua madre aveva frequentato il magistero,
ma non aveva mai insegnato. Avevano una vita regolare, non avevano mai dato
scandalo, ogni domenica andavano alla messa di mezzogiorno e poi
pranzavano alternativamente con i nonni materni e paterni, che dagli undici
anni fino al presente avevano chiesto alle nipoti soltanto due cose: se avevano
un fidanzato e perché erano così magroline. Così la vita delle bambine
passava da casa a scuola e da scuola a casa senza sussulti. La loro madre
lodava sempre la dedizione al lavoro di suo marito, che aveva dato loro
sicurezza e possibilità di studiare, e sottolineava che bravo padre fosse. Lei
adempiva ai suoi doveri coniugali tutte le volte che le veniva richiesto e si
rifugiava nella religione e nella paura del peccato, per non dover ammettere
l’incapacità del marito di tollerare anche i minimi cambiamenti.
Suo padre che entra in bagno e scopre che gli asciugamani non sono piegati
in quattro nel solito mobile. I suoi passi in corridoio. Sua madre che sussurra
una richiesta di scuse in cucina, mentre prepara la cena per quella sera. Un
paio di schiaffi che schioccano in aria. Un colpo più forte. Una madre che il
giorno dopo dice in camicia da notte, quasi al buio, che le fa male la testa e
che è meglio che scendano da sole per prendere lo scuolabus. E poi
l’immobilità della casa per vari giorni.
Perciò, instaurata quella legge del silenzio, la piccola Aurora diceva a se
stessa che ciò che succedeva era normale. E nel frattempo trasformava suo
padre in un uomo che suscitava la sua ammirazione per quanto lavorava e per
tutto quello che dava loro invece di suscitare la sua ira e la sua vergogna se
avesse guardato in faccia la realtà. Era come se con Maxi mettesse in atto un
meccanismo identico. Creare una fantasia, come diceva Olivia, in cui le
risultava più facile vivere. Senza volerlo la madre di Aurora aveva instillato
nelle figlie un timore degli uomini che proveniva dal terrore che le suscitava il
suo marito perfetto. Se avesse potuto convincerle a farsi suore lo avrebbe fatto
pur di evitare che qualcuno si avvicinasse a loro: le metteva a dieta se
sviluppavano le curve, tagliava loro i capelli prima che ricrescessero,
reprimeva qualunque accenno di egocentrismo e recitava loro i peccati
capitali alla minima occasione.
Era possibile che Aurora avesse scelto la persona con cui poteva ricreare
l’atmosfera della sua infanzia: un uomo di cui non riusciva ad attirare
l’attenzione. Essere la sua priorità. Conquistare il suo amore incondizionato.
Un uomo del quale sopportare in silenzio un abuso psicologico per ottenere,
magari nel presente, quello che non aveva avuto nel passato.

A quel punto, per un meccanismo inquietante della mia coscienza, mi venne


in mente un’immagine: mio padre, con i suoi lineamenti duri e il suo sguardo
tenero, che mi dava un bacio in fronte prima che mi addormentassi. E,
all’improvviso, questa stessa sequenza, ma con te, come se foste due attori che
interpretavano la stessa scena nel film della mia vita. Entrambi impegnati ad
attribuirmi qualità che non avevo per potermi amare di più.
Mi venne voglia di vomitare.
Abbassai il finestrino. Faceva ancora fresco.
Mi girai per vedere dal lunotto posteriore il cimitero che si allontanava da
noi e strinsi l’urna tra le mie braccia. Cosa sto facendo?, mi chiesi sollevata e
terrorizzata al tempo stesso. Cosa sto facendo?
Respirai profondamente.
“Sai una cosa, Aurora?” le dissi quando concluse il suo racconto. “Se ti va,
io e te possiamo compilare una lista di cose che dobbiamo fare tassativamente.
Le chiameremo ‘I piaceri capitali’.”
Perché nessuno si era preso la briga di elencarli e perché non era un obbligo
per ogni essere umano sperimentarli prima di morire?
Lei mi guardò con la coda dell’occhio senza perdere di vista la strada.
E iniziammo a farla insieme, promettendoci che prima della fine dell’anno
avremmo sperimentato intensamente ciascuna di quelle cose e le avremmo
spuntate dalla lista. A partire da quel momento avremmo chiamato la lussuria,
desiderio; la gola, gusto; l’avarizia, ambizione; l’ira, sfogo; l’accidia, riposo;
l’invidia, ammirazione; e la superbia, orgoglio.
In quel momento arrivò un messaggio di Olivia che mi chiedeva dove fossi
finita. Io e Aurora ci guardammo con complicità, credo improvvisamente
felici, trovando una forza nuova l’una nell’altra. Anche se non sapevamo che
le decisioni che avremmo preso a breve sarebbero state una battaglia enorme
che avremmo dovuto combattere da sole.
“Sto arrivando,” mi affrettai a scrivere, mentre il mio corpo si catapultava
ancora lungo un’autostrada carica di macchine che viaggiavano verso il mare e
altre, nella mia direzione, che si facevano catturare dal buco nero della città in
estate.
Il mercato delle rane

“Io preferisco essere donna, fosse anche solo per portare i tacchi.”
Questa era una di quelle affermazioni che facevano di Gala una degna
rappresentante della sua sindrome.
Io e Olivia l’avevamo vista arrivare da lontano ondeggiando sui tacchi come
un’equilibrista lungo lo strettissimo marciapiede di calle Fúcar fino al bar El
Azul, così chiamato per essere interamente decapato nei toni mediterranei e
davanti alla cui vetrina divoravamo quella che Olivia giudicava la migliore
torta di carote di Madrid.
Le novità di quella mattina erano state due: che Aurora e Maxi erano tornati
insieme – o meglio, che lui era tornato da lei – e che dal negozio di fiori era
passata la moglie dell’amante di Casandra... chiedendo di lei. Entrambe le
cose avevano gettato me e Olivia in una grande agitazione.
La famosa Laura era entrata direttamente nella serra senza guardare gli
alberi da frutto né tentare in alcun modo di far finta di niente. Si era raccolta il
caschetto biondo in una coda bassa, portava un paio di pantaloni alla zuava di
seta color verde militare, una maglietta di cotone e un paio di sandali alla
schiava. Avanzò quasi scivolando fino al bancone e con un’espressione
innocente mi chiese se conoscessi Casandra. “So che viene spesso qui,” mi
disse con un sorriso che non mi sembrò ostile, date le circostanze. Poi mi
pregò di riferirle che era passata. “Abbiamo una conoscenza in comune... e sto
cercando di localizzarla per questo motivo.”
Olivia era emersa dal retro proprio mentre Laura usciva ondeggiando sui
suoi sandali con un’andatura uguale a quella che avrebbe avuto se avesse
portato i tacchi; la donna, prima di superare la soglia della serra, si voltò per
ringraziarla: quell’edera che le aveva suggerito aveva attecchito
splendidamente nel suo giardino. Mentre ripensavo a quell’episodio che ci
aveva fatto gelare il sangue, mi resi conto che l’edera era il simbolo della
fedeltà coniugale. Osservai Olivia, che sbriciolava il suo pezzo di torta per
scartare l’uvetta e sorrisi a mezza bocca. Che personaggio era quella donna.
Che personaggio...
Ricordo che in quel momento dentro El Azul risuonava Fever, una canzone
che non smisi di canticchiare per tutto il giorno senza sapere che omaggiava il
clima e il registro che avrebbero dominato quella giornata fino alla sera. El
Azul mi piaceva moltissimo, perché mi bastava passare a prendere un caffè
per sentire di aver fatto una mini-vacanza: le vecchie travi decapate, i
ventilatori che giravano al rallentatore, i muri di mattoni a vista dipinti di
bianco e i paralumi di vetro che viravano al turchese ci immergevano in un
sogno a occhi aperti mattutino da cui non volevamo svegliarci. E poi, i libri.
Da tutte le parti. Era vero che il barrio de las Letras rendeva davvero giustizia
al proprio nome perché non avevo mai visto un altro posto dove un maggior
numero di negozi esponesse libri a caso. Si accumulavano sulle mensole dei
bar, nei saloni dei parrucchieri o nelle panetterie, a disposizione dei clienti.
Anche se avrebbe potuto chiamarsi pure il barrio del jazz: oltre che nei suoi
due grandi templi, il Populart e il Café Central, era possibile ascoltare i grandi
jazzisti dall’ora della colazione fino a tarda notte.
E al ritmo di Fever la bionda spingeva uno stand carico di grucce e abiti per
il mercato. Portava una gonna a ruota celeste in pendant con le sue unghie e
una camicia bianca sbottonata fino al punto esatto da cui la fantasia di
qualunque uomo poteva continuare a disegnare il suo corpo. Ed era proprio
questo che, senza dubbio, stavano facendo tutti i tizi, nessuno escluso, che si
voltavano rapiti al suo passaggio.
Quel sabato fu il mio primo “mercato delle rane”. Allora pensavo che fosse
un avvenimento unico e non un appuntamento che si ripeteva il primo sabato di
ogni mese come se seguisse il ciclo lunare. Quella mattina feci un giro per le
strade mentre le varie attività commerciali subivano un processo di
ibridazione. Gallerie, bar, saloni di parrucchieri e negozi di abbigliamento
decoravano i locali in modo diverso approfittando della tregua di una giornata
che consentiva loro di allestire minuscoli spazi all’aperto nel proprio
frammento di marciapiede e vendere articoli che non erano quelli abituali: la
Brown Bear Bakery, che era esattamente sotto l’attico di Gala, vendeva dischi
tra i suoi dolcetti, dal parrucchiere si compravano bigiotteria e pasticcini, e
nella galleria di Blanca Soto, oltre ai quadri, ci si preparava a vendere fiori.
L’intero quartiere viveva per strada immerso in una specie di enorme
sinestesia, che facesse freddo o caldo. Quell’atmosfera da paese carica di
libertà mi sembrò contagiosa.
La galleria era dietro il CaixaForum. L’idea era di riempirla di piante che si
amalgamassero con le opere in esposizione in quel momento: i quadri di
Kiddy Citny, l’artista noto come il pittore del muro di Berlino.
Io e Olivia, però, avevamo anche un piano: approfittarne per portarvi altri
fiori dipinti, quelli dei quadri di Aurora. Anche se, ovviamente, l’artista non
era stata avvisata per evitare possibili autoboicottaggi da parte sua.
Quando Gala ci raggiunse, senza quasi salutare, tirò fuori il telefono con un
sorriso goloso e disse soltanto: “Questa è stata la mia colazione di oggi”.
Dal suo telefono arrivò una voce ancora più dolce della nostra torta,
melodiosa, maschile, una voce che avrebbe potuto intonare un bolero. “Ma ti
rendi conto di quanto sei morbida?” sussurrava. “Mi fai venire voglia di
rimanere per sempre nella tua pelle.” Le si disegnò sul viso un sorriso quasi
virginale e iniziò a rifarsi varie volte la lunga treccia bionda. Olivia scrollava
le mollichine di torta dalla tavola con un’espressione concentrata.
Gala era sparita da una settimana. Anche il suo francese della Renault era
passato dal negozio per comprarle dei gigli e ne aveva approfittato per
chiedere di lei. Erano giorni che non dava segni di vita, aveva detto con
l’espressione di un bambino abbandonato davanti al portone di una scuola. Il
fatto era che Gala era entrata nel salone di parrucchiere Corta Cabezas – si
chiamava veramente così – per sottoporre i suoi lunghi capelli a un trattamento
idratante e non ne era praticamente più uscita. L’hair stylist, un ragazzo
colombiano vestito come se fosse un personaggio di Matrix, le aveva rivolto
un sorriso allo specchio, uno di quelli con le fossette ai lati della bocca, e
aveva dovuto dire soltanto: “Rilassati, adesso ci penso io a coccolarti”. Erano
state due ore in cui le mani miracolose di quell’uomo avevano massaggiato la
testa di Gala, idratato ciascuno dei suoi lunghi capelli dorati, incorniciato il
suo viso in una frangetta giovanile e più tardi erano scese lungo il suo collo
bianco per farlo rilassare. Le avevano massaggiato i piedi morbidi, li avevano
immersi in acqua e petali di rosa, le avevano limato e pulito le unghie. La
sessione di coccole era proseguita a casa di quell’angelo. Un bellissimo
appartamento sopra l’Érase una Vez, uno dei suoi bar preferiti, quello sì
davvero invaso dai libri.
“Sei consapevole di quello che sei?” le aveva chiesto retoricamente mentre
la svestiva come chi scarta una caramella e la faceva distendere sul suo letto.
“Carezzevole. Amabile...” Gala non aveva dovuto neanche parlare, né
preparare nessuna strategia, né un set con candeline e aromaterapia per
ricevere il suo amante. Aveva lasciato fare tutto a lui. Perché quel completo
estraneo aveva scoperto il segreto di Gala, che non era farle avere tre orgasmi,
né mantenere l’erezione per un’ora e mezza. Gala doveva essere accarezzata
come si accarezza un gatto. Perché non se ne andasse, perché volesse restare,
perché volesse tornare. E così aveva fatto lui. Mentre lei pensava ad altro, le
aveva accarezzato tutto il corpo, rapito dal suo bel modo di ignorarlo.
“Adesso riesco a pensare soltanto alla tua schiena. Sai l’effetto che mi fa la
tua schiena?” sussurrava, godendosi ogni centimetro della sua pelle. “Sei
consapevole del potere del tuo sorriso? Illumina tutto. Quando ti vedevo nello
specchio mentre ti toccavo i capelli pensavo: quanto mi piace, quanto sorride.
E poi non ho visto più niente. Se avessi saputo cosa sarebbe successo ti avrei
portato via dal salone molto prima. Per seppellirmi tra le tue gambe, per
berti.”
E poi aveva deciso di degustare anche il frutto delle sue carezze.
La bionda interruppe la registrazione, io ingurgitai in un solo boccone ciò
che restava della torta e poi attaccai con le uvette che Olivia aveva
collezionato in un angolo del piatto. Osservai Gala. Come si mordeva un
labbro, come si appoggiava sul tavolo con tutte e due le mani, la schiena
inarcata, i muscoli delle gambe in tensione per il ricordo.
“Se gli uomini sapessero...” commentò Olivia dopo aver ascoltato la sua
storia.
“Cosa?” chiese Galatea.
“Se sapessero che per noi... l’amante migliore del mondo è quello che dopo
ti gratta la schiena!”
Scoppiammo a ridere tutte e tre.
“Perciò il tuo dirigente della Renault è già storia... come si chiamava?”
chiesi.
“André... e questo si chiama Andrés.”
“Benissimo, così non ci confondiamo,” esultò Olivia sventolandosi.
Gala fece una smorfia ironica, si tirò su e sfiorò con una mano i capi appesi
alle grucce come se fossero un’arpa. Mi sembrò più che mai una creatura
mitologica.
“Sapete cosa mi ha detto quando se n’è andato?”
Olivia si alzò e lasciò qualche moneta sul tavolo.
“Ti ha chiesto se finalmente gli permettevi di vestirsi.”
Lei arricciò il naso camuso.
“No. Mi ha detto: ‘Ti ho trovata libera e ti lascerò libera’...” Sospirò.
“Penso che sia l’uomo della mia vita!”
“Che dici? È l’uomo della vita di ogni donna!” aggiunsi io. “Ti fa il
pedicure!”
E con quell’affermazione, che fu accolta con entusiasmo dalle mie amiche,
ci avviammo verso la galleria schivando bancarelle con pezzi di antiquariato,
mobili di design, fino ad arrivare a calle de Almadén. Questa era stata coperta
da un sentiero di rane psichedeliche incollate all’asfalto che conducevano fino
alla galleria di Blanca Soto. Quando entrammo la trovammo seduta dietro il
computer con una delle sue assistenti, una giapponese dai capelli lunghi e lisci
con l’aspetto di una ballerina che stava terminando la lista delle opere
esposte.
“Ma che bella sorpresa!” esclamò la gallerista quando vide Olivia.
Le due donne si strinsero in un abbraccio.
“Ma se lo sapevi che saremmo venute, Blanca,” replicò l’altra, divertita.
“Ah, permettimi di lasciarmi sorprendere anche dall’ovvio. Così tutto mi
rende più felice.”
Di Blanca arrivava prima il sorriso e poi il resto di un corpo minuto,
elegante, che aveva fatto della semplicità la propria cifra stilistica. Portava
una camiciola di seta color piombo, un paio di pantaloni neri ed era in bilico
su due tacchi altissimi dello stesso colore con la suola argentata.
“Che splendido ciondolo,” esclamò Gala esaminandolo.
Il gioiello aveva attirato anche la mia attenzione: due cerchi d’acciaio che
sembravano fusi l’uno nell’altro. Come se avesse trasformato il proprio corpo
in un’altra galleria di lusso in cui veniva esposta quella scultura.
“È di uno dei miei artisti,” aggiunse orgogliosa. “Non è bellissimo? Dentro
ce ne sono altri. Dobbiamo venderli tutti! Questi ragazzi devono mangiare!”
Era mora, simpatica, con un paio di occhi scuri che emanavano un’energia
quasi solare. Blanca Soto aveva la fama di essere la fata madrina dei grandi
artisti spagnoli dell’ultima generazione. Una vera e propria talent scout che
faceva di tutto per dare loro visibilità nel suo spazio e fuori dalle nostre
frontiere. Per questo Olivia cercava in tutti i modi di sottoporle i quadri della
nostra Bella Sofferente.
“Senti, Blanca, lei è Marina. La mia nuova aiutante.”
Blanca mi accolse con affetto: aveva sentito parlare molto di me, disse, e
lodò la mia mise. Una tuta di lino un po’ safari con un motivo di margherite
gialle molto anni sessanta. Credo di ricordare che fu quella la settimana in cui
smisi per sempre di essere sobria.
Collocammo lo stand con gli abiti di Gala davanti alla porta e all’interno
della galleria iniziammo a sistemare un gelsomino rampicante, il fiore della
sensualità, che per un paio d’ore trasformò i muri in un giardino verticale.
L’idea era creare una versione in miniatura di quello che si arrampicava
all’ingresso del CaixaForum e che, quando ci passavamo davanti, ipnotizzava
sempre me e Olivia. Una vera e propria installazione da cui spuntavano i nudi
pieni di colore della mostra di Kiddy Citny: “Nature vive”. Erano quasi tutte
donne, i contorni dai tratti rapidi e pieni di movimento tracciavano corpi nudi,
aerei, su uno sfondo dai colori vividi. Altri erano ritratti sempre di donne
incoronate. Trionfanti. Sorridenti. Sensuali.
Uscii e a entrambi i lati della galleria sistemai con cura gli acquerelli della
nostra amica come se facessero da spalla alle opere dell’interno,
un’anticamera di fiori che avrebbero potuto certamente essere acquistati da
tutte le donne che il pittore tedesco aveva dipinto quando era ancora
imprigionato dietro la cortina di ferro.
Quando la gallerista uscì, mi trovò ferma in mezzo alla strada con una delle
opere di Aurora in mano, come se mi fossi trasformata in un cavalletto.
“Ti piace quel quadro?” mi chiese mentre mi offriva un bicchiere.
“Sì,” le risposi senza esitazioni. “A dirla tutta mi piace così tanto che ci ho
appena rinunciato. Finora ce lo avevo in casa.”
Lei alzò il viso incuriosita, incrociò le braccia pensosa e si picchiettò il
mento con la penna.
“E allora perché desideri che lo vendiamo?” volle sapere.
“Perché penso che sia bello,” assicurai. “E per l’artista è più importante
venderlo che tenerlo appeso al muro di casa mia.”
Lei mi guardò riflessiva.
“Tu credi?” si sorprese. “E perché ti piace?”
Lo osservammo con attenzione in mezzo alla strada ripida sgombra di
macchine.
“Perché sono fiori immaginari. Sono nature inventate.”
Blanca si aggirò tra i fiori di Aurora che erano impilati a terra, fermandosi
in continuazione, con un’andatura da processione.
“Be’, sarebbe un bel titolo per una mostra: ‘Natura inventata’,” disse tra sé e
sé, e poi osservò di nuovo il mio quadro. “Ti faccio una proposta: quello
tienilo. E di’ all’artista che l’ho comprato io. Te lo regalo. Così prendiamo due
piccioni con una fava. Lei vende il quadro e siamo entrambe sicure che lo
tenga qualcuno che ne riconosce il valore tanto quanto te.”
Il petto mi fu invaso da un’allegria inaspettata che non riuscii a dissimulare
e la abbracciai. Lei mi fece l’occhiolino e attaccò un bollino rosso su un
angolo del quadro per indicare che era stato venduto.
Poi vidi che Olivia mi osservava dalla porta con un’espressione che
assomigliava all’orgoglio.
“Che colpaccio oggi!” esclamò Blanca portando fuori delle sedie pieghevoli
colorate. “Tutte ragazze in galleria... Ci divertiremo tantissimo. Sono un po’
stufa di tutto questo testosterone.”
Un’ora più tardi, quando stavamo finendo di allestire, comparve Kiddy
Citny in persona. Un uomo alto, con un cranio che la mancanza di capelli
faceva risaltare ancora di più, sguardo intelligente e affamato di esperienze.
Quando vide Olivia, prese il suo viso con due mani e le diede un bacio sulla
guancia come avrebbe fatto un vecchio amico. Non si vedevano dai tempi di
New York, disse, lasciandomi la curiosità di sapere cosa aveva fatto Olivia
laggiù; senz’altro non vendere fiori. Fu lei a presentarmi il pittore e insieme
visitammo la mostra, un quadro dopo l’altro, mentre lui lodava la nostra idea
di far spuntare le sue opere tra le piante rampicanti e mi raccontava di come
avesse deciso di iniziare a dipingere sul muro di Berlino per dare colore a un
mondo grigio.
Era stata la sua reazione contro la disperazione, mi spiegò. I berlinesi
dell’Est si svegliavano con quei visi giganti e vivacissimi che rivolgevano
loro un sorriso dal simbolo della loro prigionia portando colori e corone,
cuori immensi, bei corpi in costante movimento. Una volta caduto il muro, la
sua opera era stata divisa in migliaia di frammenti e disseminata nell’intero
pianeta, com’era successo al nome di Kiddy, che adesso dipingeva su tela ed
esponeva in tutto il mondo. Non riuscii a trattenermi e glielo chiesi. Se gli
mancava dipingere sul muro.
Lui mi rivolse soltanto un sorriso malinconico.

Era quasi mezzogiorno quando, una volta che il pittore se ne fu andato,


riuscimmo a sederci per bere una sangria bianca inventata da Olivia che più
tardi avremmo battezzato “la bomba molotov” e iniziammo a ubriacarci con
l’aroma voluttuoso dei gelsomini.
E stavamo lì, sedute in fila ai due lati della porta come si usava nei paesi,
vedendo la vita passare: Gala faceva sentire a Blanca la registrazione della
sua ultima conquista e Olivia faceva tintinnare dei braccialetti sottilissimi
d’argento sventolandosi con un ventaglio, mentre mi leggeva alcune recensioni
della mostra. Portava una camicia bianca con ricami ibizenchi, un paio di
pantaloni verdi e un cappello che imitava dei petali bianchi. L’insieme la
faceva sembrare una margherita gigante.
Avvicinò le labbra rosse e sottili al mio orecchio.
“Sono l’unica ad aver notato che Gala sembra particolarmente felice di
questa storia?”
“Dici?” La guardai anch’io.
Di sicuro arricciava il naso quando parlava di lui. Era una cosa che non le
avevo mai visto fare. Olivia nascose la faccia dietro il giornale e mi fece
notare anche che era tutto il giorno che mangiava dolci.
Mi misi a pensare. Era vero. Neanche un accenno alle sue diete, ai suoi
fianchi o all’ingiustizia della legge di gravità che, secondo lei, stava iniziando
a farle crollare il contorno del viso. Al contrario, aveva appena confessato che
il loro prossimo appuntamento sarebbe stato all’Ouh Babbo, il suo ristorante
preferito, le cui pizze bianche al tartufo avevano un potere afrodisiaco che era
stato empiricamente dimostrato.
La guardammo entrambe con aria sospettosa. Lei parlottava senza sosta e
faceva un’analisi quasi grammaticale dei messaggi, che arrivavano a
ripetizione, dondolandosi sulla sedia, finché Olivia non fece una pallina con la
carta di giornale e cercò di fare canestro nel suo bicchiere. La bionda protestò
energicamente.
“Io e Marina stavamo commentando...” iniziò a dire Olivia, “che sembra che
quest’uomo abbia attirato la tua attenzione.”
Blanca bevve un sorsetto minuscolo della sua sangria e ci guardò con
complicità.
“State insinuando che l’invincibile Gala sta crollando?...”
La vichinga cercava di pescare senza successo un pezzo di mela tra i cubetti
di ghiaccio del suo bicchiere.
“Vediamo... Ma a me in fondo quello che piace è il sesso. Ormai mi
conoscete.” Si protesse con un tono giocoso e questo indusse la gallerista a
sbattere le palpebre meravigliata. “Non voglio drammi. Né gelosie. Non
voglio che un uomo mi salvi da me stessa. Né impegni per la vita. Tutto questo
è per le altre. Io voglio solo che sia benestante e che gli piaccia il sesso tanto
quanto a me. Non credo di pretendere troppo.”
“E di cosa hai detto che si occupa?” chiesi io e sì, era una domanda
trabocchetto.
Lei sorrise di nuovo mentre piegava di lato la testa.
“Fa il parrucchiere!” Si spazientì, ma poi la sua voce si addolcì di nuovo.
“E dice che quando sta con me è un rabdomante. Un cercatore d’acqua. E per
questo ha capito subito che, secondo lui, il mio corpo è una fonte di piacere.
Dice che gli faccio venire ‘sete’. Avreste dovuto vederlo! Poi abbiamo letto
nudi Apollinaire. Le undicimila verghe. Ce l’aveva nella sua biblioteca! E poi
dicono che è appena uscito un nuovo romanzo erotico. Sono storielle per
bambini. Mentre leggevo, mi ha detto che avrebbe cercato l’acqua, nella mia
bocca, tra le mie gambe.” E tirò rumorosamente su con una cannuccia ciò che
restava della sua bevanda.
Olivia aggrottò un sopracciglio. “Un rabdomante...” ripeté. “Sì, un
rabdomante,” le fece eco Blanca mentre ricambiava l’occhiata con la stessa
espressione e io non riuscivo a smettere di osservare Gala. La sua nuova luce.
Il suo modo di ottenere piacere dal ricordo del piacere, tra il sorpreso e
l’emozionato.
“Be’, credo che dovrò chiederti di prestarmi qualche opera di Apollinaire,”
dissi alla fine.
Questo provocò uno scoppio di risate che si allearono con il profumo del
gelsomino e attirarono l’attenzione di vari clienti.
Fu in quel momento che vedemmo comparire Victoria che trottava in discesa
con un paio di shorts di jeans cortissimi che le lasciavano scoperte le gambe
atletiche, coda di cavallo, scarpe da ginnastica e una maglietta che diceva
“Trouble Maker”. Una vera dichiarazione di intenti, sottolineò Gala quando la
vide. Ma non era niente in confronto alla dichiarazione che stava per fare
entrando.
Victoria riprese fiato e assunse un’espressione di soddisfazione assoluta.
“Ragazze, ho scoperto la sottomissione,” disse fermandosi davanti a noi, le
mani sui fianchi.
La osservammo con gli occhi spalancati. Lei si soffiò la frangetta.
“Ho scoperto che a letto non mi piace comandare,” proseguì convinta. “È
vero. Sto tutto il giorno a comandare. È fantastico che in quel quadrilatero di
lenzuola non sia così. Dov’è Casandra? Glielo devo dire.”
“Ma che succede oggi?” esclamò Gala offrendole un bicchiere.
“Che siete arrivate ai quaranta,” concluse Olivia alzando il suo calice.
E al grido di “Vivere è un compito urgente!” brindammo tutte con la sangria
di vino bianco che, adesso lo sapevamo, era ancora più pericolosa di quella di
rosso.

Durante quelle settimane avevamo seguito con interesse l’inizio dell’idillio


tra Francisco e Victoria. Da quando avevano iniziato i loro incontri, Olivia
lasciava loro le chiavi della serra una volta a settimana e passavano qualche
ora insieme folleggiando sul retro sopra il futon che tenevamo lì per i
sonnellini pomeridiani, con l’unico compito di respirare insieme i pollini dei
fiori e aggiungere altra condensa ai vetri.
Ovviamente era molto più discreto così che se li avessero visti entrare
insieme in un albergo.
E, forse perché lo sapevo, il martedì mattina mi sembrava di distinguere un
odore dolciastro come quello di un fiore che si era appena schiuso e che non
assomigliava a nessun altro. Per me, l’odore di quella nuova passione.
“Quanto ti fa bene il tuo archeologo, mia cara. Hai la pelle così luminosa...”
osservò Olivia.
Lei scoppiò a ridere.
“Il fatto è che sono meno stressata,” rispose scompigliandosi i capelli.
“Lui invece sembra più stanco, a dire il vero,” scherzò Gala.
“E distratto,” aggiunsi io.
E a quel punto mi venne in mente di raccontare tra le risate che il venerdì
precedente, quando Francisco era venuto a lasciare il suo messaggio sotto
forma di fiore per la sua amante, aveva anche dimenticato sul bancone alcuni
fascicoli pieni di documenti. E siccome non sapevo di chi fossero, li avevo
aperti. Sembravano disegni di alberi, con indicazioni numeriche in scala.
C’erano anche alcuni documenti antichi scannerizzati. Ciò sembrò destare
l’interesse di Olivia.
“Perché non me lo hai detto prima? Non credo che li abbia dimenticati.
Forse sono per me,” mi avvisò a bassa voce e mi chiese di non restituirglieli
prima che avesse avuto modo di verificare che non erano cose che “le
spettavano”.
Ricordo che quel commento mi sembrò strano e vidi comparire di nuovo
quell’unica ruga sulla fronte che le si disegnava quando era all’erta.
Con tanto sesso nell’aria, la conversazione di quel pomeriggio ruotò intorno
al tema degli amanti. Per Gala la condizione ideale era la clandestinità. Era
quello che, secondo la bionda, garantiva che non le facessero perdere le staffe.
“Preferisco che mi facciano perdere la testa a letto,” aggiunse con decisione.
“Ma anche così finiscono sempre per cercare di metterti un anello al dito,”
le dissi io.
“E immaginati se fossero liberi! Mi si piazzerebbero in casa com’è successo
alla povera Aurora.”
In galleria entrò una coppia. Non si capiva bene chi fosse l’uomo e chi la
donna perché entrambi i ragazzi portavano i capelli corti e il ciuffo pettinato
nello stesso modo e spostato su un lato. Inoltre ciascuno dei due aveva un
bulldog nano sotto il braccio.
“Ma il tuo rabdomante non è sposato, no?”
A Gala si arricciò il naso. In quel momento me ne accorsi chiaramente.
“Perché io smetta di cacciare, il tipo deve...”
“Farti innamorare,” si lasciò scappare Olivia. “Deve proprio farti
innamorare.”
Gala esagerò una delle sue risate fragorose. Uno degli asessuati con il ciuffo
fece capolino e chiese quali fiori avessero un profumo così buono. Olivia si
alzò e disse che ne avrebbe preparato loro un mazzetto.
Dal canto suo Victoria, che non la smetteva di mandare messaggi con il
cellulare, sosteneva con tono sconcertato che quando c’era vero amore si
provava il bisogno di condividere la propria vita con quella persona,
commento che non ci sfuggì, data la sua situazione.
“Un compagno,” disse con convinzione. “Che condivida la tua vita con
passione.”
Olivia, che contro ogni previsione ci ascoltava da dentro, sembrò
scandalizzarsi per i nostri discorsi. A quel punto fu lei a fare capolino.
“Ma guarda come siete rigide,” commentò mentre agghindava il mazzetto.
“Essere amanti non ha a che vedere con la clandestinità, ma con
l’atteggiamento.”
Perché ci sforzavamo tanto di separare i nostri sentimenti?, proseguì. Un
amante poteva essere clandestino, ma da quando il tuo amante non poteva
essere anche il tuo compagno di vita?, borbottava mentre dietro di lei quei due
cloni annuivano come se eseguissero una coreografia. Nel frattempo io
ritagliavo le recensioni della mostra che passavo a Blanca e che lei infilava in
una cartellina.
Gala parve divertita da quel commento.
“Mi sembra tutto molto giusto, ma alla fine la cosa più importante è piacersi
tanto,” sentenziò. “È una cosa semplicissima. Io credo che sia una reazione
animale. La natura comanda. Ti riconosci. Ti annusi. Sapete che il bacio è un
modo per analizzare l’altro?”
“Come fargli le analisi del sangue?” domandò Victoria disgustata.
Più o meno, proseguì la bionda mentre accarezzava uno dei bulldog, che
aveva deciso di illustrare il suo discorso leccandole i piedi bianchi e
rinascimentali. Era un modo di annusare e assaporare la compatibilità
dell’altro con te. Le tue possibili patologie. Per questo alcune persone non
riuscivamo a smettere di baciarle. E poi, dopo quell’analisi, siccome eravamo
umani, cercavamo una compatibilità emotiva, intellettuale.
“I miei nonni lo facevano ancora a ottant’anni.” Sorrise teneramente. “Era
commovente. Anzi, un giorno io e mia madre trovammo addirittura dei
preservativi sul loro comodino.”
Persino il cane sembrò sorprendersi e la guardò stupito. Anch’io alzai lo
sguardo dal giornale.
“Questo significa essere giovani di spirito e il resto sono sciocchezze...”
sentenziai.
“Be’, per me è come se il sesso fosse un sistema operativo,” affermò
Victoria. “Se non hai lo stesso sistema non sei compatibile.”
“Molto romantico, miss Gates,” la prese in giro Gala.
A quel punto Olivia uscì dalla galleria scortata da quei due con altrettanti
mazzolini.
“Questo mi ricorda una teoria molto bella di uno psichiatra che ho
conosciuto.”
Ci fu un silenzio di suspense e i cloni si congedarono un po’ incuriositi.
“E che dice?” chiesi io mentre seguivo l’avanzata di una lucertola lungo il
muro.
Lo chiesi, anche se in realtà non ci era mai chiaro se quelle teorie fossero
dei pensatori e degli scienziati che citava oppure se le inventasse lei. La verità
era che ci divertivano così tanto che quasi non ci importava. Anche se
confesso che adesso che mi sono imbarcata nel mio viaggio, mi piacerebbe
davvero sapere con certezza se almeno una delle sue storie era vera. Adesso
che conosco il suo segreto.
Fatto sta che il resto del pomeriggio si trasformò in una di quelle riunioni
curative in cui l’aria sembrava contenere più ossigeno e durante la quale
Olivia ci illustrò la sua teoria sull’amore, che mi spinse a domandarmi cosa
fossimo stati io e te, Óscar. Cosa eravamo stati io e te?
Quando capimmo che stava per fare buio, formammo un capannello
all’interno della galleria, con le luci basse e le porte di ferro aperte perché
entrasse il fresco.
Ricordo che mi sentii felice. Improvvisamente tutto odorava di colori e di
natura.
Teoria dei compatibili al cento per cento

Credo che non fosse passato molto tempo da quel giorno quando lessi un
articolo di Luis Rojas Marcos in cui veniva spiegato che la donna spagnola
era la terza più longeva del mondo. E la cosa più divertente e scioccante era
che, secondo il suo ragionamento, ciò era dovuto al fatto che parlavamo molto.
Se la sua teoria fosse vera, tenendo presente quanto abbiamo parlato anche
solo in quei giorni, adesso noi cinque dovremmo essere praticamente
immortali. Lo psichiatra sosteneva che, esprimendoci, esternavamo i nostri
sentimenti attraverso la parola. In poche parole, appunto, secondo lui
dovevamo la nostra estrema longevità alla nostra espansività: una terapia per
attivare le nostre difese e sopportare le avversità. Quando lessi quell’articolo
ripensai immediatamente a quella lunga giornata alla galleria e alle molte altre
che sono venute dopo. Perché sono state, letteralmente, un’iniezione di vita.
Prima io non ero mai stata così ma, come diceva Rojas Marcos, “farsi sentire,
esprimersi e trovare chi ascolti e si esprima a sua volta” è stato il mio modo
di risorgere.
Resurrezione attraverso un’ammissione, devo dire. Perché se una cosa mi
appariva chiara dietro la teoria di Olivia era ciò che eravamo stati io e te, fin
dall’inizio.
“È un altro modo di spiegare quello che alcune culture definiscono ‘anima
gemella’,” chiarì Olivia mentre andavamo verso l’interno della galleria.
“Non mi dire che la grande Olivia crede alla storia della mezza mela,” la
prese in giro Victoria.
“Non è una teoria nuova,” la interruppe Blanca. “In Oriente dicono che
esiste un filo rosso che, secondo una leggenda cinese, è legato al mignolo di
due persone che camminano per il mondo, com’era, Li?” chiese alla propria
assistente, che annuì con la sua faccia lunare illuminata dallo schermo del
portatile.
La ragazza si girò sullo sgabello.
“Sì, le due persone camminano da quando nascono arrotolando il filo mentre
cercano di incontrarsi,” spiegò con una voce infantile e un accento così
impeccabile che era quasi difficile capirla. “Non sempre ci riescono, ma
tendono a farlo, come i due poli di una calamita.” Unì le dita sottili. “Quella
persona che, secondo il buddismo, cerca di ricongiungersi a te nella vita
successiva e in quella ancora dopo, e accanto alla quale la tua anima si
perfezionerà per raggiungere la prossima reincarnazione: l’oro degli
alchimisti, lo yin e lo yang.”
“Che bello...” sussurrò Gala.
“Stai attenta che sei già ai limiti della sdolcinatezza,” la presi in giro io.
Li sorrise e si girò sullo sgabello per concentrarsi nuovamente sullo
schermo.
Quelli compatibili al cento per cento, però, non erano nell’essenza anime
gemelle, continuò Olivia mentre recuperava i quadri di Aurora e li impilava
con cura all’interno della galleria, ma avevano un’alta percentuale di
somiglianze, in gran parte virtù – l’ottimismo, l’energia, il modo di amare –, e
le loro differenze potevano essere complementari.
Gala, che si aggirava raccogliendo i vestiti rimasti invenduti, si chiedeva
adesso preoccupata se per caso avesse incrociato il suo compatibile al cento
per cento e non ci avesse intavolato neanche una conversazione, dato il ritmo
al quale era passata da un amante all’altro. Quello sì che sarebbe stato un
guaio terribile!
In quello stesso momento un uomo affascinante con la barba bianca che
spingeva una bici del bikesharing accennò a entrare nella galleria, ma Blanca
gli fece cortesemente notare che era chiusa.
Poi si voltò verso di noi sorridendo: “Un momento... e se fosse Lui?”.
Ci furono vari scoppi di risate quando la gallerista scherzò prospettando la
possibilità di inseguirlo lungo la salita per chiedergli di tornare indietro,
casomai avesse in mano un’estremità del filo rosso di qualcuna delle presenti.
Olivia colse un ramo di gelsomino e iniziò a intrecciarlo fabbricando una
specie di corona. Forse era possibile, proseguì con il suo ragionamento,
incontrare la persona che era compatibile con te e non riconoscerla a prima
vista, ma era d’accordo con Gala che, in quei casi, la natura aveva previsto
alcuni meccanismi per individuarsi a vicenda. Naturalmente, se due
compatibili al cento per cento non si riconoscevano era perché qualcosa ne
atrofizzava il radar, al che Victoria aggiunse sbuffando: “Come lo stress, avere
altri partner, la pressione sociale, i figli e le suocere, per fare qualche
esempio?...”.
“Fa tanta rabbia...” Olivia terminò la corona con aria pensosa. “Quando ti
rendi conto che ciò che ti tiene lontano da una possibilità è soltanto la paura...
e non riesci a vincerla.”
Gala gonfiò la camicia per staccarsela dalla pelle. Si attorcigliò la treccia
come se volesse strizzarla.
“È vero che a volte conosci un uomo che vuoi avere vicino a tutti i costi,
anche se all’inizio non sai nemmeno perché.”
Olivia si avvicinò a Victoria e le mise la corona di fiori in testa. Lei sospirò
guardando il proprio cellulare e non capii se volesse vedere se era ora di
tornare “alla realtà” di casa sua o se cercasse un messaggio del suo amante
che non arrivava. Poi alzò lo sguardo.
“Perciò la formula è questa. Non è 1 + 1 = 2, ma 1 x 1 = 1 al quadrato.”
“Adesso sì che mi sei arrivata dritta al cuore...” scherzò Gala dietro una
montagna di abiti dalla soglia della galleria.
Eppure, nonostante fossi una donna di lettere, pensai che non avrebbe potuto
spiegarlo in modo più chiaro: le due nature non si sommavano, ma
moltiplicavano le loro energie facendo diminuire le debolezze, aiutandosi a
riscoprirsi e aumentando i punti di forza di ciascuno... era una bella teoria,
pensai mentre sciacquavo i bicchieri e li passavo a Blanca perché li rimettesse
a posto.
Restammo per un po’ in silenzio, probabilmente facendo un elenco mentale
di amanti e mariti, amici, avventure furtive di una notte, conoscenti, compagni
di banco, professori, vicini, il medico che ci aveva assistito durante
un’emergenza, il nostro farmacista, quel tassista che avevamo incrociato
stranamente varie volte, persino il passeggero con cui di solito ci
incontravamo in metropolitana e con il quale non avevamo mai scambiato una
parola, ma certo decine di occhiate a raffica... E probabilmente in quei minuti
tutte noi ci chiedemmo in che misura ciascuno di quegli uomini potesse essere
stato un potenziale compatibile al cento per cento nella nostra vita.
Forse per questo qualche minuto dopo mi azzardai a chiedere a Victoria
come fosse avere un amante. Era bella e diversa dal solito, con le sue gambe
atletiche scoperte, gli tagliati con le forbici, la maglietta che avvertiva che era
dispostissima a creare problemi e quella corona che odorava di sesso. Mentre
le altre all’interno facevano un riepilogo di ciò che era stato venduto, la trovai
pensosa all’ingresso della galleria, seduta su una delle due sedie pieghevoli
che dovevamo riportare in giardino. Quando glielo chiesi, si accarezzò il
braccio nudo come per calmare un brivido. Mi sedetti accanto a lei.
“Be’... è come avere un’oasi di carne, baci, pelle... dove tutto ciò che conta
è ottenere e dare piacere.” Continuò a tenere le labbra socchiuse e cercò con
lo sguardo lo spicchio di luna arancione che galleggiava sui tetti. “E fuori il
mondo si ferma. Perché i tuoi cinque sensi sono occupati dal corpo dell’altro.
Dal suo odore. Dal suo modo di guardarti. È lasciare briglia sciolta alle tue
fantasie e azzardarti a fantasticare con altre nuove.”
La ascoltai quasi senza respirare. Lei mi sfiorò il ginocchio divertita.
“E tu non hai mai avuto un amante in tutti quegli anni?”
Quell’idea mi fece ridere.
“No. Io no,” ammisi.
La mia fedeltà m’inorgogliva. Avevo avuto qualche occasione, le confessai,
e per un po’ feci vagare lo sguardo sulle crepe dell’asfalto, ma... era come se
il mio rapporto con Óscar mi avesse anestetizzato sotto quel punto di vista. I
nostri corpi non dialogavano. Questo è quanto. Non seppi bene come
spiegarglielo, eppure sentii che mi aveva capito.
“Da un determinato momento in poi non si accorgeva neanche più di quando
un uomo mi guardava in un certo modo,” ripresi.
Victoria annuì. Secondo lei con Francisco si stava riscoprendo, come donna,
alla sua età. C’erano tante cose di se stessa che non conosceva, riconobbe, e si
sfregò di nuovo le braccia come se avesse appena sentito la sua carezza.
“Il problema è...” S’interruppe pensierosa avvicinandosi un po’ a me, in
cerca di intimità. “Il problema è che, quando siamo abbracciati e nudi, mi
chiedo perché siamo sempre più inseparabili. Ogni volta ci costa più fatica
abbandonare quell’oasi e tornare al mondo reale.”
“E come fai a sapere che quello non è il ‘mondo reale’, e invece quello finto
non è l’altro?” la interruppe Olivia.
Scese un lungo silenzio. La lucertola scorrazzava adesso all’interno tra i
fiori rampicanti e i quadri, mentre Olivia e Blanca si davano da fare cercando
di acchiapparla, ciascuna armata di un bicchiere.
“E tu diresti che Francisco è il tuo compatibile al cento per cento?” chiesi a
Victoria.
Mi guardò negli occhi. Una coppia scese abbracciata lungo la strada. Una
donna anziana in vestaglia prendeva il fresco con un’espressione annoiata sul
balcone di un primo piano, un cagnolino piuttosto brutto ai suoi piedi. Dietro
di lei si intuiva la sagoma di qualcuno seduto su una poltrona e illuminato
dalla luce intermittente di un televisore.
“Non lo so ancora, ma mi è chiaro che Pablo non lo è.”
Credo che quel commento mi sorprese, non perché arrivata a quel punto non
immaginassi che lo pensava, ma perché era stata in grado di verbalizzarlo.
La osservai con tenerezza. Tanta felicità unita a tanta confusione.
“Immagino che rendersene conto sia triste,” riflettei. “Hai due figli con lui.”
“Tu credi?” intervenne Olivia, che ci aveva ascoltato in piedi su uno
sgabello, montando la guardia per vedere se il rettile nascosto tra le foglie si
muoveva. “La cosa triste sarebbe non rendersene conto. Perché un rapporto
che ha iniziato la sua parabola discendente non deve per forza essere un
fallimento. Quei figli sono un fallimento?”
Victoria si voltò verso di me, un po’ contrariata dall’intervento di Olivia.
“E tu pensi che con Óscar avessi questa compatibilità?” mi chiese infilando
tutto il dito nella piaga.
Non seppi cosa rispondere. Oppure in quel momento non volevo sentire
quella domanda. Di sicuro non mi fece piacere che me l’avesse fatta.
Sentimmo Olivia esclamare qualcosa di incomprensibile e la lucertola si
infilò nel bicchiere di vetro. Uscì dalla galleria e ci guardò tutta soddisfatta.
Era ora di restituirla alla natura.

Non potei impedirmelo. Durante tutta quella serata pensai molto a te. A noi.
Perché, secondo quella teoria tanto scientifica quanto emozionante, io e te non
saremmo andati oltre una compatibilità del trenta per cento. Quella era la parte
brutta della storia. No, io non avevo sentito il mio corpo chiamare un altro
corpo in modo tanto istintivo o che tutto succedesse in fretta in modo
armonioso seguendo codici non appresi. No, io non avevo avvertito la tua
fretta di toccarmi, di sentirmi, o che incontrarmi ti provocasse quella felicità
istintiva. Pura. Il piacere.
La felicità, in fin dei conti.
E che cos’era la felicità?
Ti rendevo felice?
Quest’ultima domanda dovetti pormela ad alta voce, perché Olivia mi
guardò sorpresa.
“E tu credi che la felicità dovesse dartela lui o tutto il contrario? Non lo
so... non sono convinta che la felicità possa dartela qualcun altro che non sia tu
stesso.”
“Su questo sono d’accordo. Neppure i figli. Che invece t’insegnano molto,
questo sì,” confessò Victoria. “Per loro è tutto molto più facile. Al posto di
farsi domande su concetti grandi come la felicità, ‘cosa mi rende più felice’,
‘chi mi rende più felice’, si chiedono invece ‘a cosa mi piace di più giocare’,
‘con chi mi piace di più giocare’, e a posto così!”
Quanto era complicato il mondo razionale degli adulti, pensai mentre
piegavo le sedie, e il suo modo di allontanarci dalle emozioni pure. Per un
motivo molto semplice: sulle emozioni non si ragiona, lo avevo già detto quel
giorno a Victoria, quando cercava di capire cosa provasse per Francisco.
Rimasi a pensare. Forse in quel modo, tornando a essere bambini, avremmo
trovato una risposta rapida a quasi tutte le domande.
Con chi mi piaceva di più giocare? Provai a pormi quella domanda
riformulata. E improvvisamente mi resi conto di una cosa terribile: non
riuscivo neanche a rispondermi. Perché non avevo più nessuno con cui
giocare. Perché avevo dimenticato come si giocava.
Mi si formò un nodo nel petto che si disfece un po’ quando Gala iniziò a
parlare della buffa teoria di un fisico con cui aveva avuto una breve avventura
l’anno prima.
Erano nell’attico di Gala, era inverno, lei lo aveva riempito tutto di candele
scaldavivande e avevano alzato il riscaldamento al massimo. Lui era uno di
quegli uomini dalle mani belle, i movimenti studiati e un apparente
autocontrollo che si consentiva di perdere solo tra le lenzuola della signora
giusta. Quando si era lasciato cadere su di lei, zuppo di sudore, con i capelli
scompigliati e dopo una scopata memorabile che aveva fatto saltare la
corrente di casa, le aveva assicurato che, se si potesse isolare l’energia
sprigionata da due innamorati che fanno sesso, essa equivarrebbe a una bomba
capace di distruggere dalle fondamenta un edificio di due piani.
“E vi dico una cosa,” concluse la vichinga, “non eravamo neanche
innamorati, ma quel giorno avremmo potuto illuminare tutto il quartiere.” Tale
era stato il suo orgasmo.
Le osservai con ammirazione. Se una cosa ci apparve chiara in quelle serate
di complicità cromosomica era che noi donne avevamo molti modi di amare:
alcune soffrivano come Aurora, altre fuggivano dall’amore come Casandra e
altre facevano una scommessa per ritrovare la passione come Victoria o
lottavano per non perderla come Gala. Ma valeva la pena viverlo, l’amore
come diceva Olivia. Chi l’aveva trovato, assicurò, aveva tutto. Ma una
domanda sorgeva spontanea: chi sapeva come amava Olivia?
La osservai mentre imballava con delicatezza i quadri di Aurora: con i suoi
circa sessanta luminosi anni, la camicia bianca ricamata e il fusto slanciato, le
poche rughe che incorniciavano il turchese brillante degli occhi, i capelli
arancioni come nei fotogrammi colorati manualmente degli anni quaranta, i
gesti cadenzati delle mani abituate ad avere a che fare con la fragilità dei fiori
e delle persone che andavano a comprarli.
Chi aveva amato Olivia?
Perché di certo doveva essere stata amata. Era impossibile che non fosse
stato così. E una persona che non aveva amato non poteva essere l’autrice di
frasi come: “L’amore è una malattia quando lo si perde e una cura quando lo si
ha”.
Mentre stavamo finendo di risistemare tutto e i cani del quartiere ululavano
in coro, Victoria mi si avvicinò e mi prese sottobraccio. Voleva scusarsi per
avermi chiesto dei miei sentimenti nei confronti di mio marito. Non aveva il
diritto, mi disse, a spingermi ad avere ripensamenti adesso che lui non c’era
più. Io le assicurai che non doveva preoccuparsi, ma non ammisi quanto mi
avesse ferito quella domanda.
“Sai?” disse. “A volte mi chiedo da quanto tempo sto ingannando me stessa
a proposito di Pablo. E questo mi fa paura.”
“Probabilmente è inutile.” Mi protessi e, all’improvviso, mi sentii un po’
aggressiva.
Ma no, per lei non era inutile, e io lo capivo molto bene, perché moriva di
paura alla prospettiva di aver edificato sulle fondamenta di suo marito un
uomo inventato che, per quanto fosse un buon compagno e un buon padre, a suo
parere non era compatibile con lei per più di un venti per cento. E adesso,
conoscendo Francisco, era finalmente riuscita a capirlo.
“Posso chiederti perché lui?”
Lei tenne le labbra socchiuse per qualche secondo. Poi sorrise nostalgica.
“Perché è l’unico uomo che ha osato dirmi che mi amava. E farmelo
sentire.”
Non c’è niente come vivere una relazione in cui tutto è impossibile per
toccare con mano il potere dell’inevitabile, rifletté. E dire che da quando lo
aveva conosciuto non aveva fatto altro che metterlo alla prova,
autoconvincersi che non doveva, che non poteva essere, eppure, continuavano
a stare insieme, sempre più uniti, e ad abbattere muri.
“Vicky.” La guardai negli occhi. “Non sono brava a dare consigli, ma...
fidati di te stessa. Altrimenti di chi ti puoi fidare?”
Senza concordarlo piombammo entrambe nel silenzio. Perché adesso mi era
chiaro che a me era successo il contrario. Credo che sia stato tu, Óscar, a
costruire su di me affinità che non esistevano o che forse non sono mai esistite,
sforzandoti di far sì che io cambiassi o di cambiare tu stesso pur di non dover
affrontare il senso di colpa di lasciarmi. E mi chiesi per la prima volta, come
mi chiedo adesso in alto mare e come chiederò al tuo fantasma quando lo
vedrò, cosa sarebbe successo se non fossi morto. Se avremmo continuato a
stare insieme solo per dimostrare a noi stessi che il nostro matrimonio
“durava”. In sintesi: avrei preferito che ingannassi me piuttosto che te stesso.
Alzai il bicchiere senza dire una parola e Victoria brindò con me. Credo che
lo facemmo per due cadaveri emotivi: per suo marito vivo e per il mio morto.
Blanca chiuse solennemente la porta di ferro della galleria e, dopo aver
agitato la mano con la stessa grazia di chi saluta una barca sul molo, lasciò la
ripida calle de Almadén fluttuando sui suoi tacchi e chiedendosi tra le risate
dove accidenti avesse lasciato la macchina.
Il fatto era che nessuno ci aiutava a distinguere i concetti di amore,
abitudine, necessità, dipendenza e ossessione... stava dicendo Gala a Olivia
mentre imboccavamo la stessa strada in salita, con i suoi balconi decorati con
piccoli mulini a vento immobili nei vasi di fiori e bombole di butano che
avrebbero potuto quasi essere vendute nei negozi di antiquariato dei piani di
sotto: la forza dell’abitudine di Quintanar e della Presidentessa non era amore,
stava dicendo la bionda frugando mentalmente tra le proprie letture; la
necessità versus l’ossessione tra Lolita e Humbert non era amore; la
dipendenza ne L’amante di Marguerite Duras non era amore. Eppure la Natura
con la “n” maiuscola non si confondeva tanto facilmente.
Mentre passavamo per calle San Pedro, Gala alzò furtivamente gli occhi
verso un secondo piano in cui il giorno prima aveva trascorso due delle ore
più emozionanti della sua vita. Ma si fece forza e non chiamò. Continuammo a
camminare, adesso in silenzio, accompagnate dal gracchiare di qualche
uccello nottambulo, fino a che, quando avevamo già raggiunto calle Huertas,
Olivia si fermò improvvisamente in mezzo alla strada stringendo lo stand di
vestiti, e le grucce vuote improvvisarono una melodia urtando le une contro le
altre. Si sciolse per la prima volta i lunghi capelli arancioni sulle spalle come
se dovesse interpretare un flashback.
“Se ne sente la mancanza, sapete, mie care?” disse annuendo lentamente.
“Per questo, se succede il miracolo, bisogna viverlo. Si sente qui.” Si portò la
lunga mano al petto. “Capirlo è facilissimo. Quella pressione intermittente nel
punto in cui i buddisti collocano il chakra delle emozioni. Quel dolore di
fronte all’impossibilità di stare con l’essere amato, o di fronte alla possibilità
di perderlo, che si allevia soltanto quando lui è vicino o sappiamo che non si
allontanerà molto.”
Immagino che pensammo tutte la stessa cosa sentendola parlare così. E che
tutte provammo il desiderio di sapere a chi stesse pensando. Soltanto una di
noi però, come avrei scoperto più avanti, conosceva quella storia custodita a
lungo dalla sua proprietaria.
Gala allungò le braccia con aria trasognata, quello era ciò che i romantici
chiamavano il mal d’amore, disse con un sospiro, e poi ripeté: il mal
d’amore... Victoria la seguiva a breve distanza sbadigliando in continuazione
attaccata al cellulare: “Dio mio, in che cosa mi sto infilando?” la sentii dire.
“Questo processo sarà reversibile?”, al che Olivia, avvicinandosi a lei,
rispose: “Dimmelo tu, mia cara. Potresti apprezzare uno spettacolo brutto
dopo averne visto uno molto bello?”.
“No,” rispose per lei Gala dall’angolo. “Potresti soltanto accontentarti.”
“Ti odio, lo sai?” disse l’informatica staccandosi la frangetta dalla fronte.
E riprendemmo ad avanzare in salita.
Durante quella camminata in comitiva lungo calle Huertas verso il Giardino
dell’Angelo, mentre i locali abbassavano le saracinesche al nostro passaggio,
sentii Victoria che faceva altrettanto e tornava a installarsi saldamente,
attraverso uno dei suoi monologhi peculiari, e non senza alcune sbandate, nella
sua sindrome dell’onnipotente: doveva essere in grado di controllare quella
situazione, ne stava prendendo coscienza, essere responsabile della felicità
della sua famiglia, ma allo stesso tempo... come riuscire a tornare a casa,
chiudere le persiane e dimenticare la luce che aveva visto fuori? Come
avrebbe fatto a lasciare Francisco? Il suo odore... Non tornare a baciarlo, non
tornare a provare quello che provava con lui. Non tornare a stare tra le sue
braccia.
E io, mentre la ascoltavo a due passi da lei, sentivo che quella era
un’aberrazione. Perché nel caso di Victoria il miracolo era successo. Molto
probabilmente i compatibili al cento per cento si erano incontrati. Si erano
riconosciuti. Erano stati anche fortunati e potevano verificare ciò che erano in
grado di far provare l’uno all’altra. Lo aveva ammesso. Che su Pablo aveva
costruito una persona inventata. Quella sera sarebbe andata a dormire accanto
a lui, con il computer che le bruciava sulle ginocchia, e avrebbe lavorato fino
a crollare addormentata. Il giorno dopo avrebbe portato i suoi figli a casa di
Andrea, sua suocera, e questa l’avrebbe ricevuta in vestaglia ricordandole che
aveva l’aria distrutta, che lavorava troppo e che quello – senza precisare
quale – non era il modo di educare i bambini. Garantito... E Pablo, quando
sarebbe andato a trovarla? Povero figlio suo... quanto lavorava... Poi sarebbe
salita di nuovo in macchina mordendosi ancora la lingua, avrebbe alzato i
finestrini e la musica al massimo e avrebbe iniziato a cantare per ritrovarsi a
gridare, molto, e quando finalmente avesse iniziato a calmarsi, avrebbe aperto
la sua agenda, da cui le sarebbe caduto opportunamente tra le gambe un fiore
di pesco schiacciato.
Dopo la catena di saluti sulla soglia del nostro giardino, andammo tutte a
letto – o meglio in poltrona – con la conversazione di quella sera in testa. Più
tardi scoprimmo che nessuna riuscì ad addormentarsi e, se successe, non fu
nella propria stanza. Gala passò la notte vegliando sul dondolo della terrazza
circondata dai suoi gigli, che aveva deciso di portarsi a casa, e dai sempre più
molesti fantasmi dei suoi amanti; Olivia si addormentò sul futon nel retro
mentre rivedeva tonnellate di documenti; Casandra, dopo aver dato alla sua
orchidea delle vitamine perché restasse blu, rimase sveglia vedendo per
l’ennesima volta I ponti di Madison County e per l’ennesima volta finì anche
per piangere come una fontana e dare dell’imbecille e della pusillanime alla
povera Meryl Streep; Victoria crollò sul tavolo della cucina dove si era seduta
un attimo per lasciare la colazione pronta e si risvegliò all’alba; qualcosa
impedì ad Aurora di infilarsi nel letto accanto a Maxi, quindi si accoccolò
sulla poltrona mentre contemplava la figura della donna che aveva preso forma
tra le macchie della sua tela. E io... siccome finalmente avevo disimballato la
tua urna e non sapevo cosa farci, dopo averle cercato un posto sul tavolo del
salotto, aver provato in un armadietto della cucina e dietro la tenda della
vasca da bagno, decisi di sistemarla in camera da letto, sul comodino. In modo
che, una volta per tutte, non avrei dormito lì. Sorrisi irritata con me stessa: tu
avevi di nuovo una stanza tutta tua e io no. Le cose stavano così. Almeno per il
momento.
Innaffiai bene le mie violette, accesi il ventilatore del salotto, mi distesi in
poltrona e, come ogni notte, mi misi sotto la testa uno di quegli scomodi
cuscini indiani. La luce arancione della luna calante di luglio entrava dal
balcone. Chiusi gli occhi.
Affrontare la paura e l’incertezza e, soprattutto, affrontare il cambiamento e
quel muro così alto e solido chiamato “senso di colpa”. Compatibilità fisica,
psichica o di atteggiamento di fronte alla vita; vite passate, reincarnazioni, fili
rossi... qualsiasi spiegazione era valida se ce ne serviva una, o forse erano
valide tutte se ne servivano tante, per constatare un fatto solo: che quella sera
avevo scoperto che non ero mai stata innamorata così. In modo inevitabile.
Neanche di te. Né tu di me, probabilmente.
Ti volevo bene?
Molto. Moltissimo. E forse quello bastava. Di certo bastava a te. O almeno
così sembrava. Ma a me?
Dice un vecchio proverbio che Olivia aveva sempre sulla bocca che
“quando si sente non si pensa, ma quando si pensa non si sente”. Continuava a
sembrarmi ironico che in questa società razionalista che tu difendevi a spada
tratta e che dava più valore alla ragione che al sentimento, fossimo stati
costretti a dimenticare che nei momenti più critici la sopravvivenza dipendeva
sempre dall’istinto e dalle emozioni.
Senza saperlo e anche, perché non riconoscerlo, grazie a te... il mio viaggio
a bordo del Peter Pan avrebbe risvegliato in me entrambe le cose.
Giorno 5
Il tuo orizzonte e il mio “verticante”

Non dimenticherò mai l’espressione di orgoglio con cui Olivia disse a


Victoria che era una delle persone più coraggiose che avesse mai conosciuto.
Aveva riconosciuto l’amore.
E alla fine ci si era buttata.
In quel momento provai il desiderio di meritarmi che prima o poi guardasse
così anche me.
“Non è facile rinunciare a una piccola felicità per cercare la felicità
completa,” così le disse. Ed è vero che era un salto senza rete. Un salto che io
non avevo mai voluto fare. Ho sempre avuto paura di lasciar andare il mio
trapezio, casomai non avessi raggiunto l’altro e fossi caduta nel vuoto. Perciò,
per tutte le evenienze, ho sempre preferito non saltare.
Oggi non sono in vena di metafore. Oggi pomeriggio mi piacerebbe potermi
aggrappare a un luogo comune e dire che il mare è azzurro e che le sue onde,
quando si increspa, sembrano pecorelle. Ma passando davanti a Salobreña il
mare è diventato una zuppa bollente. I mulinelli che arrivano da tutti i punti
cardinali si scontrano tra loro e il Peter Pan viene sbatacchiato come uno
shaker. Il vento ha prodotto per tutta la notte ululati polifonici che sembravano
uscire dalla bocca di una donna. Sono stata molto felice di non essere un
uomo. Se lo fossi stata, mi avrebbero senz’altro trascinato fino alle profondità
del mare.
Fatto sta che secondo i calcoli del programma di Victoria quella deve essere
la costa di Granada. Salobreña s’innalza come se la rupe fosse stata immersa
in un bagno d’argento. Laggiù, tra Punta Velilla e Almuñécar, c’è una buona
rada. Il porto di Marina del Este è piccolo e l’ingresso è disagevole, ma è
molto protetto in caso di temporale. È un’opzione. Ma preferisco evitare i
porti. Se ci entro, salterò giù dalla barca e non ci salirò più. Lo so.
Sai? Continua a sorprendermi che il mondo sembri lo stesso senza di te. Le
case sono ancora bianche e gli alti cespugli di pelo verde della costa sono
sempre lì. Anche se non si vedono né persone, né macchine in autostrada, né
bagnanti, né gabbiani.
In realtà oggi ci ho dato dentro: da Cabo Sacratif ho lasciato a dritta Castell
de Ferro e Calahonda. Sono stata angosciata per tutto il giorno al pensiero di
passare davanti al porto di Motril. Il ricordo delle sue gigantesche navi cargo
mi atterrisce. Lì sì che la crisi si vede. In un altro momento le navi mercantili
sarebbero state in procinto di avvicinarsi alla costa per entrare in porto, i
piloti sarebbero usciti dall’imboccatura per facilitare loro la manovra, i
velieri sarebbero scivolati lungo la linea delle boe, a pelo d’acqua, come
giganteschi uccelli preistorici.
“Oggi c’è vento di ponente, Mari, guarda l’anemometro, quasi venti nodi. Il
vento di levante cala quando tramonta il sole, ma ricorda che quello di ponente
non si ferma mai, continua ad aumentare, sarebbe importante che...”
“Ma vedi un po’,” ti interrompo. “Allora sei tornato.”
Mi guardi come se fosse una cosa ovvia. Hai sempre gli stessi vestiti. Quelli
che ho messo al tuo fantasma come se fosse il mio bambolotto. Forse sono
quelli con cui ti vedo più bello. Mi chiedo quanto ti assomigli veramente la
mia fantasia e, soprattutto, quanto tempo ha vissuto con me quella fantasia
mentre tu eri ancora vivo.
“Sono sempre lì. Le navi cargo. Stacci molto attenta, a meno che non siano
ormeggiate,” mi avverti con un sorriso pacato.
E va bene. Mi giro e sì, sono lì. Le grandi navi cargo addormentate dentro il
porto. Sicuramente senza combustibile. Galleggiano sulla superficie del mare
come lattine vuote. Sembra che l’alta marea della notte abbia sospinto i
pescherecci nell’ala est del porto e uno di essi giace incastrato contro il
pennello. Un po’ più in là si vedono alcune guglie bianche conficcate nel
monte, i mulini immobili gli danno l’aspetto di un gigantesco puntaspilli.
Più dietro si distingue chiaramente la Sierra Nevada. Riconosco il
massiccio grazie agli unici due ghiacciai che ancora resistono sulle cime più
alte e che lottano per non scomparire. Eppure, quella che sembra innevata
adesso è la costa, perché vi brillano le placche bianche e uniformi delle serre.
Ti osservo seduto dietro il timone con la luce ambrata del pomeriggio
mentre controlli i livelli di gasolio, la bussola e la forza del vento. Poi resti a
guardare come sempre l’orizzonte.
Il tuo orizzonte. Calcolando dove dobbiamo arrivare oggi.
Il punto che vuoi raggiungere, che hai deciso per tutti e due.
Di sicuro avevo voglia di vederti di nuovo dopo aver ripensato alla serata
alla galleria con le sue confessioni e le sue teorie sull’amore. O meglio di
sentirti. Di verificare cosa provo.
Giro la faccia per cercare il vento. E punto in quella direzione con il naso,
come se il mio corpo fosse una bussola.
“Stamattina viene da est. È vento di levante.”
“Molto bene,” rispondi dietro di me, e quando mi giro ti vedo sorridente con
una tazza vuota in mano. “E questo vuol dire che...”
“Che soffierà,” ti interrompo, “e si alzerà finché il sole sarà nel punto più
alto, ma anche che inizierà a calare con lui.”
“Notevole,” esclami, credo più contento che se fossi stato reale.
È una giornata prevedibile, più o meno. Il vento caldo di sudest mi
accarezza le guance. Il mare si sta divertendo a tessere piccole onde bianche
che posso seguire con lo sguardo nella loro folle corsa fino alla costa.
“Vuoi?” ti chiedo sollevando la teiera.
Rispondi scuotendo fiaccamente la testa.
“No. Non bevo più tè,” mi dici.
E ti porti la tazza vuota alle labbra come se provassi un immenso e nuovo
piacere nel bere il vento.

Ricordo quando mi insegnasti a navigare.


Io sapevo che per te era importante che condividessi quella passione. Ti
divertivi a vedermi addugliare le cime con le mie mani piccole e diligenti
simili alle zampe di un gatto, ti affascinava la mia agilità quando camminavo
lungo la coperta e scopristi che avevo la vista di un cannocchiale. Una cosa
molto utile in un equipaggio. “Cos’è quella, Mari? Una barca o una boa?” A
quel punto io facevo capolino dall’oblò di prua come un cagnolino in un prato,
aguzzavo la vista fino a unire le ciglia e assicuravo: “Una barca, Óscar, una
barca, e ha le reti da strascico”.
E tu mi osservavi con ammirazione, lì sì, come chi sa di aver scoperto una
creatura magica e mi chiedevi, a quel punto, per scherzare: “E il marinaio sta
fumando?”. E io ti venivo sempre dietro nello scherzo: “Non fuma, è tabacco
da masticare, e ha un’enorme verruca chiara tra gli occhi”.
Questi giochini mi facevano ridere. Erano i nostri momenti più dolci. Ti
vedevo felice e ciò mi rendeva felice. E questo secondo Olivia rientrava nel
mio modo perverso di amare. Caricare gli altri del peso di rendermi felice
invece di cercare da sola la mia felicità.
E io ero felice perché improvvisamente mi sentivo utile a bordo del Peter
Pan e per te. Con quella legittimazione e il compito importante di gridare
“Terra in vista” o “Rotta di collisione”, per quanto fosse contro una tonnara e
non un iceberg. Eppure fosti tu a veder arrivare lo scontro frontale tra di noi e
anche chi lo espresse in termini marinareschi una sera d’estate. “Voglio
navigare con te per il resto della mia vita,” mi dicesti. Fino a quel momento
eri stato l’amico delle estati della mia infanzia. La tua sicurezza mi diede
sicurezza. Mi sentii protetta. Ti volevo tanto bene. Perché continuare a
cercare?

Per qualche motivo mentre pensavo a tutto questo sei sparito.


Il tuo ricordo avrà accesso ai miei ricordi?
Forse le mie riflessioni ti hanno infastidito. Improvvisamente, con uno
schiaffo del vento, mi arriva di nuovo alle narici l’odore dei gelsomini. E mi
domando perché siamo stati tanto tempo aggrappati l’uno all’altra se era
chiaro che non ci consideravamo una coppia. Mi rendo anche conto di non
averti fatto la domanda che volevo farti.
Hai mai pensato di lasciarmi?
E, che la risposta sia positiva o negativa: perché non lo hai fatto?
Mi distendo sulla coperta e poi mi lascio cullare fino a mettermi in
posizione fetale. È strano perché da questa prospettiva l’orizzonte smette di
essere un punto al quale arrivare.
Credo che lo chiamerò “verticante”.
Improvvisamente il mondo si divide in destra e sinistra anziché sopra e
sotto. Un muro d’acqua a sinistra e il cielo a destra, senza punti di riferimento,
né di arrivo, un infinito senza via di scampo ma anche un unico e grande punto
di fuga. Avverto con urgenza il bisogno che i miei occhi s’infilino in quella
crepa, ma all’improvviso mi viene la nausea e abbasso lo sguardo. Appoggio i
palmi sul dorso della barca e lotto per trovare stabilità. Faccio fatica a
respirare.
Mi metto una mano tra le gambe. Mi accarezzo. Cerco di calmarmi e cerco
anche di introdurti nella mia fantasia, come se fosse l’ultima volta, ma non
funziona. Poi immagino il poliziotto che fa la ronda al Giardino dell’Angelo, e
persino Francisco! Lo cancello subito dalla mia mente che non trova ancora
l’uomo che fa sognare il mio corpo. Alla fine faccio entrare in scena Brais, il
sassofonista che mi fu presentato da Gala la sera del Café Central. E sì,
funziona. Mi alzo come se fosse il mio amante a tirarmi su, fino a sedermi sul
dorso del Peter Pan con le gambe aperte, lasciandomi penetrare dalle raffiche
di vento. Mi lecca il collo e dice: “Sei salata al punto giusto”. Sulla sua bocca
suona molto più verosimile. Il vento mi accarezza la pelle, trasformato in
migliaia di mani, che adesso sono le sue mani. “Vieni, sali qui,” mi dice. E mi
siedo a cavalcioni sul dorso del Peter Pan, che adesso ho trasformato nel suo
corpo disteso, lattiginoso e tonico. Le sue labbra carnose dello stesso colore
del resto della pelle, gli occhi grigi, i capelli lucidi, lisci, lunghi e sciolti,
come un indiano apache. Stringo con forza le due cime appese alla draglia
come se tirassi le redini di un destriero al galoppo. Sento gli schizzi delle
onde sui miei piedi, che mi leccano le gambe. Il vento mi scuote i capelli.
“Adesso, bella. Lasciati portare. Rilassa i fianchi e segui il movimento delle
onde. Sciogli le braccia e la schiena. Galoppa.” E cerco il mio piacere come
quella notte. Custodito così segretamente per troppo tempo.
Il giorno prima del giorno dopo

Quando si sente l’espressione “il giorno dopo”, si suppone sempre che si


tratti di un “dopo” rispetto a qualcosa di importante: il giorno dopo un esame,
il giorno dopo una catastrofe, il giorno dopo essere andata a letto con qualcuno
per la prima volta, ma in quel caso fu “il giorno dopo” aver avuto un
“incidente amoroso” con il suo amante sposato. Quello fu “il giorno dopo” di
Casandra, l’ultimo della sua relazione e il primo della sua nuova vita. Con il
tempo sarebbe arrivata quasi alla conclusione che quella pillola del “giorno
dopo” che si fece prescrivere al pronto soccorso dell’ospedale, in realtà ebbe
effetti sul suo cervello perché improvvisamente dentro di lei scattò qualcosa
che le permise di vedere ciò che prima non era in grado di vedere. Il dato
inoppugnabile era che alla galleria avevamo sentito la sua mancanza e che non
rispondeva ai nostri messaggi, perciò io e Victoria immaginammo che non solo
non avesse chiuso con il famoso uomo-elastico, ma che in quel momento stesse
amoreggiando con lui nel suo appartamento che affacciava sul giardino
botanico.
Quando chiamò era mezzogiorno e avevamo un appuntamento al Giardino
dell’Angelo per andare avanti con il nostro corso per comandanti di
imbarcazioni da diporto che si era fissata di farmi imparare a memoria. Mi
accorsi del suo tono lagnoso. Era un registro comunicativo che denotava
debolezza e che era inconsueto per lei. La conoscevo da quasi due mesi, ma
potevo già essere certa di quando la nostra superwoman stava cercando di
dissimulare il proprio dolore.
La cosa che più mi colpì fu vederla entrare. Olivia non era ancora arrivata.
Era uscita come altre volte, carica di quel cestino pieno di viveri e un
sacchetto della farmacia, e mi aveva detto che doveva andare a fare una
commissione. Io mi stavo intrattenendo cercando di studiare i cambiamenti del
nostro piccolo alieno, che continuava a stare attaccato all’orchidea su cui
aveva deciso di attuare la propria metamorfosi. Appariva più scuro e rigido,
come se il guscio si fosse seccato. Una vera e propria manovra di distrazione
per dissimulare il trambusto interiore di quel piccolo essere impegnato nel suo
miracolo.
Quando entrò lo fece discreta come un fantasma. Non so da quanto tempo
fosse lì, ma so che era pallida e aveva i capelli sporchi. Portava un tailleur
nero che faceva pendant con le sue occhiaie, così sgualcito che poteva
benissimo averci dormito. La borsa di Chanel che le pendeva mollemente da
una mano. Il cellulare nell’altra.
Ebbi un sussulto. Mi portai la mano al petto.
“Da quanto sei qui?”
Lei mi guardò sfinita e disse soltanto: “Non lo so”.
Adesso, quando ricordiamo quella mattinata, siamo entrambe sicure che fu
in quell’istante che Casandra costruì la propria crisalide.
È curioso come a volte un evento fortuito possa risvegliarti un istinto
animale. Una reazione a catena.
Le proposi di chiudere per un attimo il negozio e di andare a prendere un
caffè. Percorremmo calle Huertas in discesa fino a calle del León ed entrammo
nella Brown Bear Bakery. Proposi di chiamare Gala per vedere se voleva
scendere, ma a Casandra non sembrò una buona idea. Cercammo un tavolino
appartato in quella sala anni settanta con uno stile da casa della nonna e,
circondate da sfoglie al cioccolato, madeleine giganti e biscotti da tè, decisi
che qualunque fosse il peso che la mia amica si portava dentro, avrei cercato
di addolcirlo un po’.
“Che ti è successo?” le chiesi prendendole la mano fredda nonostante il
caldo soffocante di quella mattina.
“Che cosa non mi è successo, Marina, e che cosa non mi succederà mai,”
precisò.
E apparentemente, solo apparentemente, ciò che era accaduto a Casandra era
qualcosa di molto normale, anche se alla luce della sua ossessione per il
controllo lei lo giudicò come adolescenziale e inammissibile.

La sera prima era stata con il suo amante, a sentir lei, un po’ controvoglia.
Ancora una volta l’uomo-elastico aveva agito secondo la propria natura
dell’“ora mi faccio avanti ora mi tiro indietro”, finché non era riuscito a
riacciuffare la propria preda: quasi comportandosi con dolcezza, quasi
dicendo che le voleva bene, quasi facendole credere di essere innamorato di
lei. Quasi.
Casandra, più tradizionalista di Gala e Victoria nel proprio rapporto con il
sesso, faceva fatica a disinibirsi, ma con quell’uomo si era sforzata come non
mai. Anche se in realtà qualcosa mi sfuggiva quando cercavo di comprendere
le ragioni reali di quell’ossessione. Ciò che invece mi confessò era che dal
giorno in cui lo aveva visto con la sua famiglia era cambiato tutto. Faceva
fatica a eccitarsi con lui. Fatto sta che Íñigo, messo davanti a quella dieta di
sesso, era sempre più focoso e quella sera Casandra aveva ceduto ma,
improvvisamente, a causa della frizione eccessiva, il preservativo era
scomparso dentro di lei nel momento meno opportuno. All’inizio ci avevano
scherzato sopra entrambi e lei, cercando di dissimulare la tragedia che un
piccolo incidente di quel tipo rappresentava per una maniaca del controllo, lo
aveva tranquillizzato dicendo che sarebbe andata al pronto soccorso per
farselo togliere e che avrebbe preso la pillola del giorno dopo.
Fin lì era solo un aneddoto, mi raccontava Casandra fingendosi forte mentre
continuava a girare il cucchiaino nella tazza senza assaggiare il caffè. Lui le
aveva detto che l’avrebbe chiamata per sapere com’era andata e le aveva
chiesto se voleva che la accompagnasse in ospedale. Anche se non sarebbe
potuto entrare con lei, le aveva detto, perché qualcuno avrebbe potuto vederli
e come avrebbe fatto a spiegare...
Casandra bevve un sorso d’acqua. Le mani le tremarono un po’. Si mise i
capelli dietro le orecchie.
“Devo dargliene atto, mi ha chiesto venti volte se stavo e se sarei stata bene.
Per rispondere alla seconda domanda ho dovuto fare ricorso ai miei poteri
divinatori.” Socchiuse gli occhi addolorata. “Mi ha detto che mi avrebbe
chiamato. Ha voluto sapere quali erano gli effetti della pillola per non sentirsi
in colpa e, soprattutto, ha voluto essere certo che l’avrei presa quanto prima...
per togliersi la preoccupazione.” Rimase in silenzio. “E io che ho fatto?
Ovviamente gli ho tolto la preoccupazione. Gli ho detto che potevo prendere
un taxi, che era una sciocchezza e che la pillola in questione la prendevano
anche le adolescenti...”
Ed era vero, aggiunse sfinita, perché quando era arrivata in ospedale si era
sentita un’assurda adolescente di quarant’anni, che faceva ciò che non aveva
mai fatto a quell’età. Andare quasi di nascosto in pronto soccorso per paura di
restare incinta, per paura che qualcuno la vedesse, che i suoi genitori lo
scoprissero.
“Motivo dell’urgenza?” disse Casandra imitando la receptionist
dell’ospedale. “Buongiorno, mi è rimasto dentro un preservativo.” Si coprì la
faccia con le mani. “Mi sento così ridicola, Marina. Così assurda e ridicola.”
All’interno, aveva aperto la tenda bianca un’infermiera giovane dall’accento
andaluso che sembrava aver provato mille volte il sorriso più dolce del
mondo. Le aveva chiesto di spogliarsi dalla vita in giù e di distendersi sul
lettino a gambe aperte, e aveva preso un paio di pinze. Mentre Casandra –
vestita dalla vita in su con i suoi abiti da lavoro – imparava a memoria le
macchie del soffitto, aveva sentito che ancora una volta quel giorno qualcuno
frugava scrupolosamente dentro di lei. In quella parte interna che era ancora
infiammata e in cui non avrebbe avuto voglia di far entrare nessuno per
qualche mese. Un’altra che passa di qui oggi, aveva pensato. E poi si era
portata la mano al ventre come se volesse auscultare la possibile vita che ci
batteva dentro. Era arrivata a fantasticare su cosa sarebbe successo se fosse
rimasta incinta. Aveva immaginato il suo uomo-elastico – ora mi faccio
vedere, ora mi nascondo – che andava a trovare assurdamente in segreto
quella bambina che non avrebbero mai avuto...
Il cameriere si era avvicinato al tavolo per offrirci una degustazione di torta
di mele appena sfornata. Lei scosse la testa, mentre io ne presi qualche
pezzettino e lo appoggiai nel piatto. Su un tavolino alto, una coppia di giovani
turisti americani cercava di far capire al cameriere che volevano dei pancake,
ma con lo sciroppo d’acero. Casandra dal nostro tavolo spiegò loro che in
Spagna non avevamo quello sciroppo schifoso. L’aggettivo lo riservò a me, a
bassa voce. Ordinammo altri due caffè. Forti. Molto forti, per favore.
“Ma tu avresti voluto avere un figlio?” Mi sorpresi. “Con lui?”
“No! Neanche morta, Marina, per questo è così assurdo! Io non ho mai
voluto avere figli! Né con lui né con nessun altro,” mi assicurò visibilmente
alterata mentre si raccoglieva i capelli in una crocchia. “E continuo a non
volerli. Ma mi sento male persino per questo! Per un attimo ho pensato che ho
quarant’anni e mi comporto come se avessi molte altre occasioni per essere
madre, prendendo una pillola per interrompere una possibile inseminazione
per cui molta gente paga o mette da parte i soldi, come Aurora per esempio, e
io qui, a perdere tempo con un uomo che invece ha tutto o almeno ha raggiunto
i suoi obiettivi ‘sociali’: un lavoro, una famiglia, una casa, una moglie e
adesso un’amante che gli fa ritrovare l’entusiasmo e non gli dà problemi e non
chiede nient’altro e gli fa addirittura il favore di lasciargli la coscienza
tranquilla con la sua autosufficienza.” Colpì con forza il tavolo facendo
sussultare i turisti. Cercò qualcosa in borsa.
Tirò fuori degli orecchini e un anello dal borsellino. Se li mise
nervosamente.
“Dovrei fare come Clara, che è una delle mie amiche che si ritirano per
avere un figlio come chi sta per fare un’opera d’arte.” Proruppe in una risata
asciutta. “Cercare un candidato o fare l’inseminazione artificiale. Chiedere
un’aspettativa. Restare incinta. Organizzare un baby shower. Invitare le mie
conoscenti più ricche sperando che portino una di quelle torte orride fatte di
pannolini o, meglio, che mi regalino ore di lavoro di quelle infermiere
specializzate che adesso vanno di moda e che per un migliaio di euro a
settimana possono fare tutto, da dargli il biberon fino a praticargli una
tracheotomia se si strozza. Poi io me ne andrei a fare un seminario sulle
‘colichette’ a Londra e d’estate uno di yoga per neonati a Formentera. E
iscriverei il feto a una scuola inglese prima che nasca perché possa esservi
ammesso a quattro anni dopo un’interminabile lista di attesa...”
Un paio di signore anziane entrarono a prendere il loro caffè con
l’ensaimada come tutte le mattine quando scendevano a comprare il pane.
Riconobbi Celia, quella che io e Olivia avevamo soprannominato “la nonna
schiava”, con la sua cesta della maglia, i suoi occhi truccati e le sue pantofole
da casa. In fondo, una coppia di turisti inglesi spazzava via le briciole di
croissant da una mappa del quartiere mentre il cameriere indicava loro con
una penna le case di Lope de Vega e di Cervantes.
E Casandra non la smetteva di parlare mentre continuava a muovere il
cucchiaino, ritmicamente, senza guardarmi, come se si vergognasse di
ammettere che era scoppiata. Perché era scoppiata. Lo aveva fatto quando la
giovane infermiera andalusa dalla voce dolce aveva visto che le tremavano le
gambe, l’aveva fatta sedere e aveva chiesto a un’altra infermiera di lasciarle
da sole per qualche minuto.
“Le è bastato dirmi soltanto una frase,” mi raccontò prendendo aria. “Mi ha
detto semplicemente: ‘Anch’io mi sono sentita così. Tranquilla’.”
E quello era bastato perché Casandra scoppiasse a piangere.
Lo fece anche, più sommessamente, in quel bar. Di fronte a me. Perché fu
allora che mi raccontò il motivo per cui il giorno in cui l’avevamo conosciuta
era uscita cambiata dal Giardino dell’Angelo.
C’era una cosa che le faceva perdere le staffe di Íñigo, mi confessò, mentre
tirava fuori un nécessaire pieno di pillole, ed era quella brutta abitudine tipica
dell’uomo sposato di proteggersi parlando della propria moglie all’amante.
Spesso gli uomini lo facevano per lamentarsi delle loro mogli, ma anche per
lodarne le virtù – quello che cucinavano, i loro successi professionali, che
brave mamme erano, arrivando addirittura a dire che le amavano – in modo da
alzare un muro invisibile ma invalicabile con un’insegna luminosa degna di un
teatro di Broadway che annunciava: NON HO INTENZIONE DI LASCIARLA. Fatto
sta che Íñigo parlava in continuazione della bellezza di Laura, di quanto in
Laura fosse tutto meraviglioso, di quanto fosse decisa e brillante, e Casandra
non riusciva proprio a capire che ci facesse allora con un’amante quel
brav’uomo, potendo stare con Laura! Quello che ancora non sapeva era quanto
lo facesse sentire insignificante Laura.
Io la ascoltavo terrorizzata, chiedendomi quale fosse il momento giusto – se
mai ci fosse stato – per raccontare alla mia amica che la grande Laura era
passata al negozio chiedendo di lei. Mi trovavo in quell’impasse quando sentii
Casandra commentare che quando l’aveva incontrata aveva potuto constatare
che era vero. Ci fu un attimo di silenzio e poi un rumore di piatti che
sbattevano e qualche colpo di clacson impaziente per strada. In che senso era
vero?, le chiesi confusa con la bocca piena di torta di mele. Che Laura era una
donna straordinaria, chiarì Casandra con le pupille che improvvisamente si
dilatavano. La donna straordinaria che inseguiva la figlia nel Giardino
dell’Angelo sotto lo sguardo annoiato del marito.
“Be’,” dissi soffiando sul mio caffè bollente, “è bella, sì, ma non sai se è
veramente così straordinaria.”
“Tu non capisci,” insistette accarezzandosi il neo della bocca. “Quel giorno
ho capito che la moglie di Íñigo era meravigliosa perché era stata la mia
amante anche lei.”
Mi strozzai con il caffè e fui sul punto di dovermi fare io una tracheotomia
con il cucchiaino.
“Come?”
“Lo so, lo so...”
“Vuoi dire che sei contemporaneamente l’amante di Íñigo e di sua moglie?”
“Esatto. Be’, non contemporaneamente.”
“Ma non sapevo che fossi attratta dalle donne.”
“Neanch’io. Mi è successo solo con lei.”
Ordinò un altro caffè e io un infuso di tiglio. E mi tornò in mente l’eterea
Laura, mentre camminava tra gli alberi del giardino qualche giorno prima,
dopo averci lasciato il suo messaggio.
Casandra l’aveva conosciuta durante un viaggio a Bruxelles. Lei era un
medico ed era la direttrice della Ong Sorrisi per tutti, che sosteneva missioni
di medici che operavano bambini in diverse parti del mondo. Era andata lì a
tenere alcune conferenze. Era successo che un amico parlamentare spagnolo le
aveva presentate e si erano ritrovate da sole a cercare un posto in cui
rifugiarsi per proteggersi dal freddo e bere qualcosa. Siccome non lo avevano
trovato, erano finite nella stanza della diplomatica, a parlare distese sul letto.
“Io non riuscivo a smettere di guardarla, Marina. La passione con cui
parlava era davvero straordinaria. E quello che faceva davvero incredibile.
Ricordo che c’è stato un momento in cui si è scoperta la nuca e mi ha chiesto
se potevo aiutarla a togliersi un ciondolo che le dava fastidio.” Arrossì e
giunse le mani come se dovesse mettersi a pregare. “E non so perché l’ho
fatto, ma l’ho baciata. Sul collo. E quando ero sul punto di scusarmi, lei mi ha
guardato, mi ha preso la faccia tra le mani e mi ha baciato sulla bocca con una
naturalezza tale che abbiamo continuato ad accarezzarci e a baciarci come se
niente fosse.”
Credo che, nella mia sorpresa, mi si dipinse in faccia un sorriso idiota.
Fatto sta che il giorno seguente, come si fa di solito in questi casi, dopo
essersi svegliata e aver ricordato ciò che era successo, una Casandra molto
confusa aveva scritto a Laura un messaggio per ridimensionare l’accaduto: “È
stato carino esserci incrociate. Per me è tutto a posto. Grazie per la
chiacchierata. Un abbraccio”. A cui lei aveva risposto con un appuntamento. E
tra una cena e l’altra e le loro notti infuocate si erano raccontate molte cose.
Casandra le aveva confessato di avere un amante. E lei aveva ricambiato
rivelandole di non amare il marito e che anzi sospettava che avesse un’altra.
“Ti assicuro che l’identikit che avremmo fornito noi due non sarebbe stato
dello stesso uomo,” commentò con ironia.
“Ma era lo stesso uomo,” dissi io.
Casandra annuì.
“E invece il ritratto che mi aveva fornito Íñigo della sua meravigliosa
moglie, per una volta, lo era eccome. Quanto mai realistico.”
Aveva potuto verificarlo il giorno in cui si erano rincontrate al Giardino
dell’Angelo: alta, con il collo slanciato e un’eleganza innata. I capelli biondi e
corti, la gonna lunga che strizzava l’occhio a uno stile bohémien. Era truccata
pochissimo, solo con un tocco di mascara e di lucidalabbra. Cosa ancora più
speciale, era una di quelle donne luminose capaci di farti sentire importante.
Ci riusciva con chiunque tranne che, e quella era la sua grande frustrazione,
con suo marito. E in effetti la nostra superwoman si era sentita importante
eccome al suo fianco e per questo non era riuscita a smettere di pensare a lei.
Forse adesso, oltre a dover sopportare la pressione sociale per il fatto di non
avere un rapporto stabile, doveva presumere che le piacevano le donne?
E la realtà era che non sapeva se le piacevano in generale, ma si era
innamorata, stavolta sì, di quella in particolare.
Per questo era tornata al negozio di fiori. All’inizio, non voleva negarlo, per
vendicarla e smascherare il marito. Ma anche per farsi dare i suoi recapiti.
“E non l’hai più vista?”
“Le prime volte che l’ho chiamata lei ha tergiversato. E per questo ho
continuato a frequentare lui.” Incrociò le braccia appoggiandosi allo schienale
della sedia. Sorrise con tristezza. “Non è perverso? Vado a letto con suo
marito solo per avere sue notizie. Per averla vicino.” Sospirò. “Ma l’altro
giorno finalmente siamo andate a pranzo insieme.”
“E le hai raccontato tutto?”
“No, all’inizio volevo sapere se avremmo continuato a vederci. Neanche lei
è riuscita a dimenticare quello che c’è stato tra noi.”
La osservai commossa. La sua bellezza e la sua forza nascoste sotto i capelli
sporchi, i vestiti sgualciti, la borsa da lavoro. Perché ci complicavamo tanto la
vita? Venivamo educate alla repressione dei sentimenti per proteggerci dagli
altri, eppure questo ci proteggeva da tutto tranne che da noi stesse. E
Casandra, trascinandosi dietro la sua “sindrome della donna trofeo”, aveva
paura che se avesse smesso di mostrarsi inaccessibile e forte, se avesse aperto
il suo cuore una volta “conquistata”, si sarebbe infranto l’incantesimo per chi
la desiderava. Quando per me Casandra non era mai stata così bella come
quella mattina, mentre mostrava tutta la sua fragile umanità.
“E non credi che dovresti dirglielo? Meglio prima che poi, penso io.”
Lei annuì e gli occhi le si iniziarono a riempire di lacrime. Perché sentiva
che sarebbe stata la fine di quella cosa così bella che finalmente aveva
trovato.
“Be’,” le feci coraggio asciugandole una lacrima ribelle con un tovagliolino
del bar, “spero che tu sappia che avrai qualcosa da raccontarci quando ci
vedremo con le ragazze.”
Lei sembrò allarmata.
“Non penserai che io abbia intenzione di raccontare questa storia a tutte?”
Sorrisi.
“Mi riferivo al momento in cui sei arrivata tutta seria all’accettazione del
pronto soccorso per spiegare che avevi un preservativo perso dentro.”
Casandra mi fissò ed ebbi il dubbio che volesse schiaffeggiarmi. Ma, a poco
a poco e con molto sforzo, mi fece un sorriso. E da quel sorriso passammo a
un sogghigno e dal sogghigno a una risata finché non ci ritrovammo in balìa di
un attacco di ilarità incontenibile che contagiò le nonnine e la coppietta dei
tavoli vicini.
Quando uscimmo dal bar Casandra stava riflettendo sul nostro istinto
materno sopito.
“Ti rendi conto?” mi disse prendendomi sottobraccio. “Alla nostra
generazione è stato strappato tutto dalle nostre madri per diverse ragioni.”
“Sì, nel mio caso per la paura di diventare lei,” affermai senza riuscire a
credere di averlo appena verbalizzato.
“E nel mio perché mi hanno marchiato a fuoco addosso la convinzione che
dovessi avere successo nel lavoro. Ma ovviamente,” argomentava cercando di
mantenere l’equilibrio sui suoi tacchi, “la realtà è che a un certo punto fanno sì
che tu ti senta incompleta. Ti rendi conto? Siamo delle poverette! Sanguiniamo
ogni mese perché l’umanità possa esistere! È un vero promemoria del fatto che
soffriremo per niente per tutta la vita.”
“Il nostro utero è il tempio della divinità!” esclamai ridendo.
Ma la risata mi morì in gola quando ci venne incontro la strega di
Scientology che ci aveva visto percorrere la strada in discesa.
Subito dopo consegnò a Casandra un volantino che diceva: “Entra e non
sarai mai più la stessa persona”. Detto così e in quel preciso istante non ci
sembrò una cattiva idea.
“No! Non accetto che il mio maledetto orologio biologico si metta a
ticchettare all’impazzata proprio adesso,” assicurò con un sorriso addolorato.
“Ma, cazzo, deve succedere proprio nel momento in cui sto dicendo a me
stessa che non amo l’uomo che pensavo di amare, mentre amo sua moglie?”
Schivai con un “no, grazie” una ragazza che cercava di farci provare gratis
le creme di un negozio e poi un cameriere con la divisa di un locale che
insisteva perché accettassimo un bicchierino di gazpacho gratis.
Improvvisamente era tutto gratis: persino dirle di non essere catastrofista in
quel momento sarebbe stato gratuito. Perciò non lo feci, perché il pasticcio in
cui si ritrovava era gigantesco. La delusione faceva male e l’incertezza
spaventava. Era così. Ma l’unico modo per sfuggire al dolore era passarci in
mezzo e, per quanto riguardava l’incertezza, andare avanti.
Io all’epoca non lo sapevo.
Cercavo di sfuggire al dolore come Casandra.
E alla delusione.
Per questo credo che ascoltare la sua storia quella mattina mi insegnò tante
cose. A me, immersa senza saperlo nella mia crisalide.
Avanzammo lungo calle del León finché non smise di profumare di dolci e
mi arrivò alle narici l’odore della lavanderia, e all’angolo con l’università mi
fermai e, per quanto sapessi che sarebbe rimasta rigida come un palo, la
abbracciai. Poi presi il suo viso stanco dai tratti belli e delicati tra le mani.
“Senti, Casandra. Sei una donna che colpisce. Hai quasi tutto. Ti meriti
qualcuno a cui questo non faccia paura. Lui non è alla tua altezza e lo sa. Lei
forse sì. Io al tuo posto mi darei un’occasione per scoprirmi.” Feci una pausa.
“E vaffanculo a quello che pensano gli altri!”
Lei annuì piano e si staccò dal mio abbraccio altrettanto lentamente.
Il suo cellulare squillò. Non lo guardò. Non ce ne fu bisogno. Sapeva già che
doveva essere uno dei due.
“Senti,” le dissi mentre ci stavamo salutando. “Lei... Laura è venuta al
negozio a chiedere di te un paio di giorni fa. Non sapevamo come dirtelo.”
Le feci l’occhiolino. E le successe di nuovo. Le si dilatarono le pupille
come se si preparasse per vedere al buio.
“Sai che cosa è strano, Marina?” Mi studiò spostando l’equilibrio da una
gamba all’altra con aria maliziosa. “Che quanto più mi piace quella donna, più
donna mi sento.”
E dopo aver scrollato la chioma, il gesto più brioso che le avessi visto fare
quella mattina, s’incamminò malferma sulle gambe lungo calle del Prado verso
l’ingresso del parcheggio del Palazzo delle Corti.
Più tardi mi avrebbe raccontato che prima di scendere sottoterra il cellulare
le aveva vibrato in borsa. Le sirene delle macchine di scorta che si dirigevano
verso il parlamento ululavano dietro di lei. Un gruppo di manifestanti gridava
davanti all’edificio: “Meno polizia e più poesia”, a pochi centimetri dagli
agenti in divisa che formavano una sola linea. La superwoman aveva fatto
vagare lo sguardo. Era senza dubbio una delle cartoline più belle della sua
città: la statua di Cervantes che vegliava sul Palazzo delle Corti, la fontana di
Nettuno in fondo e alla fine, in alto, la chiesa di San Jerónimo el Real
circondata dalla luce infuocata che proveniva dal parco del Retiro.
Aveva scavato nella borsa finché non aveva trovato il cellulare. Aveva visto
la chiamata persa e aveva sorriso. Aveva inquadrato la sua cartolina, aveva
scattato una foto e l’aveva inviata con un messaggio: “Mi manchi”.

Quella sarebbe stata una mattinata di piccole e grandi rivelazioni, perché


salendo lungo calle Huertas vidi Olivia inginocchiata accanto a un portone.
Salii con l’intenzione di dirle qualcosa, ma mi fermai quando vidi cosa stava
facendo. Lasciava vari sacchetti della spesa e uno della farmacia sul
materasso della famiglia sfrattata. Lo fece con discrezione e poi coprì tutto con
la coperta. Infine recuperò il suo cestino e salì lungo calle Huertas in direzione
del negozio di fiori a passo leggero. A quanto pareva avevamo tutte i nostri
piccoli segreti e quelli di Olivia avevo appena iniziato a scoprirli.
Entrai quasi subito dopo di lei. La porta era aperta e la sentii parlare al
telefono sul retro. Aveva lasciato il suo cestino di vimini sulla sedia del
giardino come sempre, e come sempre lo misi in salvo dietro il bancone.
Secondo lei i ladri del quartiere non derubavano mai i vicini. Era una specie
di legge non scritta.
Mi sedetti sull’altalena della riflessione mentre cercavo di digerire tutte le
rivelazioni di quella mattina. Uno dei parrocchetti che avevano invaso il
quartiere mi osservava dall’olivo. Era verde ed esotico, con l’espressione da
vecchia pettegola.
Pensai a Casandra. Era vero che una relazione con una superwoman era
complicata. La sua chiusura era così efficace che causava una distanza enorme
tra ciò che lei era e ciò che gli altri percepivano che fosse. Per questo alcune
persone, per paura di non essere all’altezza o di deludere una donna così,
quando avevano la possibilità reale di stare con lei, sparivano.
Ma come sarebbe stato un rapporto con una donna che invece era alla sua
altezza? Avrebbe cambiato le cose? O avrebbe continuato a suscitare le stesse
paure?
Improvvisamente ricordai quanto era stata in imbarazzo durante quella prima
bevuta con le ragazze quando Gala aveva esclamato: “Perché non sei un
uomo? Sei un ottimo partito!”. Avrebbe continuato a essere un ottimo partito
per un’altra donna? O il maschilismo era una marea che travolgeva anche noi?
Secondo Gala il suo problema era che il fatto di esigere troppo da se stessa
non le permetteva di sentirsi come la vedevano gli altri. Pertanto non agiva
neanche in accordo con l’immagine che dava di sé.
“Sei una donna bella che si comporta come se fosse brutta,” le aveva detto
un giorno Gala regalandoci una di quelle frasi da ricordare. E anche se in quel
momento mi era sembrato un commento frivolo, un po’ di ragione ce l’aveva.
Una superwoman come Casandra poteva affannarsi tentando di convincere il
proprio amante di essere innamorata, dirgli che era un dio a letto, lodarne
l’intelligenza, pompargli l’ego, ma non avrebbe fatto differenza. Lui non le
avrebbe mai creduto del tutto. Per questo, per paura di avere troppa
concorrenza o di non essere all’altezza delle sue aspettative, preferivano
ritirarsi e squagliarsela o, semplicemente, non impegnarsi fino in fondo con
una donna così.
Se a questo aggiungevamo che una superwoman era una donna che metteva
in discussione tutto, perfezionista, abituata a esigere da se stessa ciò che
esigeva dagli altri... era meglio non presentarsi all’esame per evitare di essere
bocciati. Non sarebbe stato meglio stare insieme a una donna che ti vedeva
come un dio piuttosto che come un suo pari?
Forse l’unione di due superwoman con lo stesso problema, Laura e
Casandra, avrebbe fatto implodere il cosmo.

Quando Olivia uscì in giardino era in compagnia di una donna che aveva in
mano un meraviglioso fascio di camelie bianche. Non aveva altri ornamenti.
Solo le piccole camelie delicate e aperte al punto giusto, luce e verità che
contagiavano chi le possedeva. O forse erano i fiori che si stavano
mimetizzando con il suo spirito. “Lo sai... se decidi, conta pure su di me per
qualunque cosa,” stava dicendo con un tono forte e risoluto alla fioraia. “Non
permetteremo che succeda. Non preoccuparti.” Aveva la stessa atemporalità di
Olivia: più piccola, gioviale e con un sorriso a denti stretti che sembrava
essere il frutto di una marachella appena combinata. Portava i capelli corti che
le stavano molto bene, una camicia di seta rossa, ampia ed elegante, e sopra
una lunga collana di perline color osso che, lo scoprii dopo, erano piccoli
teschi. “Grazie, cara Rosa. Se ne ho bisogno te lo dirò.” Mi ci volle ancora
qualche secondo per capire chi era. Ma la cosa più sconcertante fu che invece
lei sapeva chi ero io. Mi si avvicinò guardandomi con curiosità, come se
avesse scoperto un fiore in giardino che non ricordava.
“E tu devi essere Marina...” ipotizzò la donna arricciando graziosamente il
naso.
Olivia si preparava a fare le presentazioni quando mi alzai dall’altalena con
un balzo e mi avvicinai.
“E tu sei...” risposi, e il cuore mi accelerò, “una delle mie scrittrici
preferite?”
Lei accettò il complimento con naturalezza, quasi con tenerezza. Olivia ci
osservava con un caffè in mano alle nostre spalle.
Avevo letto Rosa Montero dai tempi della mia adolescenza. A dirla tutta, per
me possedeva la magia di aver fatto coincidere ciascuno dei suoi romanzi con
un momento preciso della mia vita. Mi erano arrivati tra le mani come un
diario parallelo, per offrirmi sotto forma di letteratura proprio ciò che avevo
bisogno di leggere. Perciò, senza tanti complimenti, la abbracciai con un
calore tale che per poco non schiacciai le sue preziose camelie. E a quel punto
capii cosa succedeva a Gala con il nostro olivo, perché ricevetti
immediatamente una scarica di energia vitale che emanava dalla sua persona.
Lei ricambiò con sorpresa e generosità l’abbraccio e rise.
“Bene... Olivia mi ha parlato molto di te e della tua avventura.” Rivolse alla
sua amica un’occhiata complice. “Ti auguro davvero tutta la fortuna del
mondo.”
A quel punto estrasse una camelia dal suo fascio e mi diede qualche colpetto
di bacchetta magica sulla testa.
“Ma hai ancora un gran bisogno di svegliarti, tesoro!” E me la porse. “Se fai
quel viaggio seguendo tutte le sue indicazioni, continuerai a essere una
copilota fino alla fine.”
Io presi il fiore, confusa, con la sensazione di aver appena ricevuto una
specie di sgridata da qualcuno che mi conosceva troppo. Subito dopo lei diede
a Olivia un bacio sulla guancia stringendole frattanto con forza la mano, e si
avviò lungo il sentiero di piastrelle verso l’esterno, dove plaza del Ángel andò
prendendo vita al suo passaggio, contagiata dall’energia pura e luminosa della
sua esistenza.
Sì, pensai mentre la vedevo scomparire tra la gente. Iniziavo a darmi una
risposta alla domanda che avevo fatto a Olivia il giorno in cui l’avevo
conosciuta. Iniziavo a sospettare chi fossero quelle donne che compravano
fiori.
Lei, Olivia, continuava a stare appoggiata allo stipite della porta della serra
con il suo caffè e fu in quel momento che riconobbi il fascicolo che aveva
sottobraccio. Ne aveva condiviso il contenuto con Rosa? E per che cosa
quest’ultima le aveva offerto il proprio aiuto? Era lo stesso fascicolo, ne ero
sicura, che avevo pensato che Francisco avesse dimenticato in negozio
qualche giorno prima. A quanto pareva Olivia aveva un appuntamento con lui.
Si era messa un rossetto color corallo che faceva pendant con i suoi capelli.
Portava un paio di pantaloni ampi color sabbia, una camicia bianca e un
cappellino da safari che la trasformava in un personaggio di Mogambo. Aveva
l’aria stanca e parlava più in fretta del solito.
Non potei evitare di raccontarle della conversazione con Casandra, anche se
omisi alcuni particolari, ma il verdetto di Olivia fu duro e chiaro. Ciò che
doveva fare quella ragazza era smettere di cercare uomini che non potevano
competere con lei e cercare qualcuno per cui non fosse un problema essere
alla sua altezza. Quella, che sembrava un’ovvietà, secondo lei non lo era.
“Vale a dire che dovrebbe cercare qualcuno che non si senta inferiore non
potendosi sentire superiore a lei, non so se mi spiego.”
Ricordo che mi sembrò troppo perentoria nelle sue affermazioni e non
riuscii a trattenermi: “In ogni caso Casandra saprà quello che vuole”.
“Casandra?” disse battendo le mani e facendomi sussultare. “Casandra
vuole quello che vogliamo tutti. Essere amata.”
La sagacia delle vittime

Ci sono momenti in cui si ha la certezza che una conversazione con una


persona cambierà per sempre il tuo rapporto con lei. E anche il tuo rapporto
con te stessa. E cerchi di frenarti per non iniziare a parlare, ma una forza
potente ti spinge, ti fa aprire la bocca e praticamente vomitare le parole.
Ricordo che il modo in cui Olivia aveva liquidato la faccenda di Casandra mi
era sembrato stranamente freddo, quando invece io ne ero rimasta
particolarmente turbata. Era vero che io avevo più informazioni e anche una
tendenza ad assorbire come un aspirapolvere i drammi degli altri e viverli
come se fossero miei perdendo completamente l’oggettività. Forse godere
della sofferenza altrui anestetizzava un po’ il mio dolore, come succedeva ad
Aurora. E la goccia che fece traboccare il vaso fu quando Olivia entrò dietro
di me nella serra con il suo stravagante aspetto da esploratrice degli anni
quaranta a rinfacciarmi che avevamo lasciato il negozio chiuso per venti
minuti.
“Sarebbe potuto venire qualcuno,” mi rimproverò con un’espressione severa
mentre accendeva i ventilatori, “anzi, per la verità stavo aspettando dei
documenti importanti.” Sollevò la cartellina nera di Francisco. “Meno male
che sono arrivata in tempo.”
Io, che all’epoca non sospettavo neppure quali macchinazioni stesse
ordendo, non capii bene il motivo della sgridata. “Si trattava di Casandra,” le
dissi. Era disperata e avevo pensato che le facesse bene fare colazione.
D’altro canto eravamo ormai quasi ad agosto, la clientela era diminuita e...
“E avreste potuto piangere insieme in giardino prendendo un caffè senza
trascurare il mio negozio, o no?” m’interruppe lei.
Poi si sedette rigida sullo sgabello di sempre, in silenzio, guardandomi
immobile come se fosse dipinta.
Io abbassai lo sguardo. Non avevo mai saputo gestire la delusione altrui.
Non volevo piangere. Ma era quello che facevo sempre quando mi sentivo in
trappola.
Olivia si girò per dichiarare conclusa la conversazione. Allungò un dito
ossuto e cercò una playlist sul computer. Un brano jazz iniziò a risuonare
dentro le vetrate quasi al ritmo delle pale dei ventilatori e delle foglie delle
piante mosse dall’aria. Avrei voluto ricordarle che era stato tutto molto
rapido, difficile e sconcertante, che non sapevo neanche perché mi ritrovassi a
lavorare in un vivaio, che avevo cambiato casa per la prima volta dopo
quindici anni, che mi sentivo sola a quarant’anni quando non lo ero stata da
quando ne avevo venti, che adesso mi chiedevo perché non avessi avuto figli e
che sospettavo che non li avrei avuti mai, che mi ero dedicata al mio
matrimonio e ad adattarmi alla vita altrui e adesso... e adesso non avevo
risparmi, ma molti problemi ad arrivare alla fine del mese, e che per questo
non avevo né la forza né il coraggio di mollare gli ormeggi di quella maledetta
barca perché...
“Ho perso la mia vita, cazzo!” gridai riassumendo quell’escalation di
angoscia, senza riuscire a evitare né il grido né il pianto che ne seguì. “È
normale che io sia a pezzi, che commetta errori e che non abbia le forze per
fare niente in questo momento, o no?”
E piansi. Tra l’altro senza contenermi. Presa dalla mia teatralità, mi andai
anche ad accoccolare in un angolo e quando alzavo lo sguardo vedevo che
Olivia continuava a stare nella stessa posizione, la fronte aggrottata. Non so se
aspettava che passasse la tempesta o se non sapeva come reagire. Ma sì, lo
fece. Si alzò e avanzò verso il punto in cui mi ero accucciata, proprio accanto
all’alieno metamorfizzato.
“Vuoi smetterla di fare la vittima?”
La guardai sorpresa, da terra, senza riuscire a credere che avesse detto una
cosa del genere.
“Sei nata con tutti gli strumenti per essere libera, Marina, eppure ti sei
costruita una prigione di carne e ossa: tu stessa. Per una volta reagisci, per
l’amor di Dio!”
Ciascuna di quelle parole mi colpì come uno schiaffo. Il sole che filtrava dai
vetri dava ai suoi capelli la luminosità di una torcia accesa.
Fece schioccare la lingua infastidita e continuò: “Sì, Marina, da brava
copilota continui a vivere alla luce del famoso ‘gli ho dedicato tutta la mia
vita’”. Alzò le mani come se si trattasse davvero di una predica. “Che concetto
antiquato, Dio mio! Questa, mia cara, poteva essere un’argomentazione valida
agli inizi del Ventesimo secolo. Al giorno d’oggi provoca un ‘ma come
accidenti ti è venuto in mente’ o un ‘potevi benissimo non farlo’. È come
investire tutti i tuoi risparmi in borsa o in un fondo ad alto rischio. Il pericolo
era elevatissimo e nonostante questo hai deciso di entrarci? Ebbene... al
giorno d’oggi avevi altre opzioni, Marina, con me non attacca. E comunque
ormai è fatta. Hai rischiato tutto e hai perso tutto. Adesso non serve lamentarsi,
ma cercare di rimediare.” Mi mise una delle sue mani calde e affusolate sulla
spalla. “Quello che ti è successo è molto triste, tesoro, ma non cancella la
realtà: che hai una dipendenza emotiva e tanto vale che lo accetti e che ti liberi
da quel fantasma affinché tu non corra a cercare un altro uomo a cui
aggrapparti nello stesso modo e non torni a dimenticarti di te stessa.”
Indicò l’orchidea a cui era attaccato il nostro insetto-crisalide. Lì avevo una
piccola guida verso la libertà, mi disse. I suoi occhi azzurri brillavano come
un vetro intagliato. Per un attimo sentii che si stava emozionando. Si mise in
ginocchio accanto a me.
“Marina, per favore, sii libera. È la cosa più bella che abbiamo. Le farfalle
affrontano una lunga fase larvale e la fatica di diventare crisalidi per volare
soltanto un giorno. Sai perché? Perché ne vale la pena.” Mi prese il mento.
“Non avere paura di essere libera. Spiega le ali, mia cara. Ce le hai. Ce le
abbiamo tutti, anche se sono ripiegate e ce le dimentichiamo. Smettila di
trovare scuse. Sii libera.”
La osservai zuppa di lacrime. Mi soffiai il naso. Mi pettinai i capelli con le
dita. Presi i libri del corso da comandante da terra e glieli allungai.
“Non posso, Olivia... Davvero, non posso. Questo viaggio è sempre stato
un’assurdità, ma adesso penso anche che Casandra non sia in condizione di
aiutarmi con questa faccenda.”
Lei prese i libri. Si alzò. Si scrollò i pantaloni. Salutò con un cenno
qualcuno che passava per strada e che non riuscii a vedere. Lasciò i libri sul
bancone. Si tolse il cappello e lo usò per sventolarsi.
“Mia cara, mi fai molta pena. E non il tuo lutto, ma tu.” Si mise le mani sui
fianchi. “Ti sei fermata a pensare se ti meriti ciò che stai chiedendo? La
compassione. Che hai fatto per meritartela? Per buttarti a terra e perché altri ti
tirino su come un peso morto? Molte persone ti stanno offrendo il loro aiuto in
modo disinteressato e tu pretendi ancora di più. Credi che serva a qualcosa
fare pena? È così che vuoi ottenere le cose?”
Forse era proprio quello che volevo, continuò con la sua voce rotonda,
tranquilla, serena, mentre risistemava i fiori dentro i vasi alti di vetro. La
compassione era molto utile per la sopravvivenza quotidiana, ma ben poco
proficua sulla lunga distanza. Andando avanti così sarei diventata una persona
proprio assurda che nessuno, io per prima, avrebbe ammirato. Ero sicura di
voler percorrere la stessa strada della moglie di Francisco? O di Maxi? O di
Aurora, se si trascurava?
Staccò qualche petalo secco dalle rose. Sistemò i gigli separandoli tra di
loro. Scrollò una ragnatela da una palma.
“Adesso hai la possibilità di valutarti per quello che sei: puoi prendere
quella barca e portarla a destinazione grazie ai tuoi meriti, con le tue forze e
non per mezzo della pena che fai. Al mare non ne farai. E sarebbe bello che lo
facessi per una promessa che non hai fatto a nessun altro, se non a te stessa.”
Si sfregò le mani e si guardò i palmi, come se leggesse in qualcuna delle loro
linee il passato. “Magari capissi quanto è triste ciò a cui ti esponi se non lo
fai.”
Anch’io, che ero riuscita a smettere di piangere, mi alzai e cercai di
ritrovare calma e compostezza. Mi sentivo un po’ arrabbiata e un po’ ridicola.
Lei andò verso il retro, accese la fontana e il leone di pietra iniziò a
vomitare acqua; ne uscì di nuovo con i nostri grembiuli da lavoro. Me ne offrì
uno.
Lo presi e me lo legai al collo. Poi in vita. Mi raccolsi i capelli con una
pinza. Presi un respiro profondo.
“Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me in questi due mesi,”
sussurrai mentre deglutivo, “ma non siamo tutti come te, né abbiamo un
catalogo di sentenze sulla bocca che ci aiutino a vivere. La mia vita è andata in
pezzi.”
“Marina,” mi disse mettendosi a sua volta il grembiule. “Io ho sbagliato
molto. E alcuni di quegli errori li ho pagati molto cari. Ho avuto paura come
te. E ho perso delle persone come te.” Si fermò in controluce a guardare la
strada, dietro le vetrate che ci separavano dal mondo. “Per questo so anche
che non si può osservare il lutto per un dio. Solo per un essere umano. E finché
non capirai che Óscar non era così perfetto, che probabilmente ha sbagliato
con te in molte cose come capita a tutti, e anche che ti ha fatto del male, e non
lo perdonerai... non riuscirai a lasciarlo andare. Né a liberarti. Ci sono
momenti in cui dobbiamo smetterla di fustigarci. Accettare una cosa molto più
dolorosa dell’aver deluso gli altri. Ed è che sono gli altri ad aver deluso noi.”
Rimasi in silenzio e provai il desiderio di odiarla. O forse in quel momento
la odiai. Come osava parlare di lui in quel modo? Come osava parlare di te in
quel modo?
“Questi sono fatti miei,” risposi alla fine alzando la voce. “Tu non lo
conoscevi, chiaro?”
Strinse le labbra come se volesse trattenere la frase che stava per dirmi.
Prese l’enorme annaffiatoio rosso e iniziò a dare da bere alle piante con molta
calma. Io mi avviai verso la zona esterna per iniziare la mia giornata
lavorativa.
“Benissimo. Ma se non approfitti di questo momento vitale per reagire ti
pentirai molto,” la sentii dire.
Mi girai e strinsi i pugni tanto che mi conficcai le unghie nella carne.
“Ma non sei stufa di sapere sempre tutto?”
Lei sorrise stancamente. Ci fu un silenzio rotto da un suono di passi
all’esterno. Era l’uomo misterioso con il pizzetto biondo. Si sedette come
sempre al tavolo del giardino. Olivia lo salutò da dentro con la mano e lui
ricambiò con un sorriso. Si appoggiò allo schienale, aprì il suo libro e si
immerse nella sua oasi per qualche minuto. Senza smettere di guardarlo,
Olivia proseguì con la voce un po’ rotta: “Chiedi molto, Marina. Vuoi il mio
aiuto, figlia mia? Allora vedi di meritartelo”. Prese i suoi guanti da
giardinaggio. “È ora di smetterla di piangere. Reagire. E andare avanti.”
Attraversò la serra a piccoli passi mentre controllava i clienti del giardino che
si aggiravano curiosando tra gli alberi.
Mi aveva asciugato le lacrime per un mese, continuò, ma a partire da quel
momento non lo avrebbe più fatto. Si infilò nella crocchia un rametto che trovò
da qualche parte. Inforcò gli occhiali. Per essere chiara, ciò che non avrebbe
più accettato era cedere ai miei ricatti emotivi, questo me lo poteva
assicurare. Ricatti emotivi?, mi indignai mentre la seguivo per la serra come
un pulcino. No, non accettavo che mi accusasse di fare ricatti emotivi. Li
conoscevo molto bene.
Lei si fermò improvvisamente in mezzo al suo negozio.
“Voglio dire che se lavori male ti manderò via,” mi assicurò con freddezza
lasciando l’annaffiatoio a terra. “E se provi di nuovo a toccarmi il cuore
facendo leva sulla pietà, smetterò di ascoltarti, mia cara. E sai perché? Perché
non ti farei affatto bene.”
Andò verso il bancone, frugò nel suo cestino di vimini, tirò fuori il rossetto
color corallo e se lo riapplicò alla bell’e meglio senza smettere di guardarmi.
“Perciò cerca un’altra strategia. O meglio, non usare strategie con me.”
Prese la cartellina con i documenti. “E concentrati su ciò che hai e non su ciò
che perdi. Se vuoi dimenticarti di tutta questa sfilza di noiose ‘sentenze’ che ho
proclamato finora, fallo, ma almeno ricordati questa. È il consiglio migliore di
tutti quelli che ti ho potuto dare.”
Ciò detto, mi sorrise e, dopo aver lasciato il suo mazzo di chiavi sopra il
ripiano, mi disse che non sarebbe tornata per tutto il pomeriggio.
Prima di scomparire, rimase a chiacchierare per un po’ con il lettore e
sembrò illuminarsi di nuovo, come una lampadina attaccata a un cavo elettrico.
La osservai attraverso il vetro, sul punto di scoppiare a piangere. Dov’era la
donna che aveva appena finito di parlare con me?
Gli versò una limonata che aveva preparato il giorno prima e lui la ringraziò
baciandole la mano. Dopo avergli lasciato la brocca e un sorriso diverso,
sentii i suoi passi rapidi che si perdevano lungo il sentiero di pietra del
giardino.
L’impossibilità di dire “ti amo”

“La vita non è che un’ombra / Che cammina, un povero attore / Che si
pavoneggia e si agita per la sua ora / Sulla scena e del quale poi / Non si ode
più nulla: è una storia / Raccontata da un idiota, piena di rumore / E furia, che
non significa nulla.” Queste erano le parole disperate di un Macbeth
trasformato in MacBig per opera e grazia di José Martret. Sedute sugli
sgabelli che circondavano un salone pieno di specchi, a una distanza tale
dall’attore che quasi riuscivamo a vedergli le otturazioni, io e Gala
ascoltavamo piene di emozione.
Ciò che era inaccettabile, secondo lei, era che io stessi lavorando
nell’antico cimitero dei comici, nel quartiere con più teatri di Madrid, e che
quell’estate non avessi ancora messo piede in uno di essi. Sebbene accanto al
negozio di fiori ci fossero il grande Teatro Español e un po’ più in là quello de
la Comedia, uno dei posti preferiti di Gala era La Pensión de las Pulgas: la
vecchia casa della Bella Chelito, una cantante di couplet e grande impresaria
teatrale, che era stata trasformata dal regista in uno spazio scenico unico dove
un pubblico mai più numeroso di venti spettatori si godeva uno spettacolo
seguendo gli attori da una stanza all’altra, inebriati dalla vicinanza come api
con il polline.
Non avevo mai visto un posto del genere: aspettammo in un portone antico e
imponente finché una bigliettaia in cima alle scale non staccò i nostri biglietti.
Gala mi raccontò con ammirazione che ai suoi tempi la famosa Chelito aveva
un gran numero di amanti, perciò aveva cercato una casa con ingresso
indipendente – quel portone su calle Huertas –, mentre tutti gli altri vicini
entravano dalla strada sul retro.
All’ingresso della casa ci accolse un ritratto dell’artista che ci sorrideva
maliziosa con un seno scoperto alla Isadora Duncan: quella mancanza di
inibizioni era la sua caratteristica quando recitava, continuò Gala mentre
seguivamo il resto del gruppo, e proprio a questa secondo lei si doveva la
fama della Chelito. Una ragazza dai capelli ricci ci accompagnò lungo un
corridoio stretto e ricoperto di tende fino a un salone vintage dove ci
attendevano gli attori, pronti a offrirci un Macbeth atterrato in America negli
anni sessanta.
Il regista, Martret, amico di Gala e Olivia – e che a quanto pareva aveva
finalmente deciso con suo grande rammarico di comprare un bonsai finto –,
aveva commissionato alla nostra vichinga una parte della scenografia. Quando
terminò la rappresentazione, ancora scosse da ogni tipo di emozione e da
qualche incidente – il signore che avevo accanto era svenuto per un calo di
pressione durante il secondo atto –, lo aspettammo per omaggiarlo con un
mazzo di tulipani bianchi. Il fiore della fama.
“Signora mia!” esclamò il regista quando ebbe raggiunto Gala. “Ma che
lavorone che hai fatto! Finalmente il sangue sembra sangue!”
“In effetti ne abbiamo avuto una conferma,” si preoccupò Gala ripensando
allo svenimento dello spettatore durante il monologo del pugnale.
Martret scoppiò in una risata tonante, per poi interrompersi con
un’espressione un po’ contrita.
“Ringrazia la mia Olivia. Non si dimentica mai dei miei fiori.”
Si abbracciarono, poi lui mi diede due baci e ci avviammo verso calle
Medinaceli. Lo osservai divertita: José era minuto e conservava un’aria
infantile molto accattivante. Barba nera, occhi scuri e spalancati con cui
inghiottiva il mondo, voce elettrica e peculiare, di quelle che ti facevano
venire voglia di muoverti. Portava una maglietta anni sessanta, un paio di jeans
e delle scarpe da ginnastica moderne di un verde molto acceso.
Ci accompagnò fino alla taverna La Dolores, dove ancora prima di ordinare
erano già comparsi sul bancone tre Riberas del Duero e qualche tapas di
prosciutto d’oca, e continuammo a parlare dell’opera e del forte impatto che
aveva avuto su di noi.
“A proposito di impatto, la paura si è portata via quel povero signore.” E mi
ricordai del mio vicino di poltrona, quello che avevo visto sventolarsi
all’inizio della scena e poi cadere lungo disteso in avanti per finire sul letto
dove i due attori stavano rappresentando un atto sessuale molto esplicito.
Anche il regista si sventolò con il menu della taverna.
“Dio santo... che pasticcio quando ci sviene qualcuno. E sempre durante il
secondo atto, eh, come un orologio.”
“Sempre?” mi sorpresi.
“Sempre,” confermò lui. “In questo allestimento abbiamo già avuto diciotto
svenimenti, sempre durante il secondo atto, e il malcapitato finisce sempre
steso sul letto con gli attori che gli fanno aria. E la cosa peggiore è che poi
devono riprendere la scopata da dove l’avevano interrotta!”
“Ovvio! E a quel punto come lo ritiri su?” esclamò Gala senza malizia
mentre assaggiava il vino e, vedendo le nostre espressioni divertite, precisò:
“Il pathos della scena, malpensanti! Mi riferivo al pathos...”.
Scoppiammo a ridere.
Di certo, a giudicare dall’impatto emotivo sul pubblico, si poteva dire che
la scenografia di Gala era un successo, si complimentò Martret
abbracciandola e dandole un bacio sulla guancia che la bionda ricambiò con
gratitudine con uno molto affettuoso sul naso.
“Ma alla fine come lo hai ottenuto?” s’interessò mentre salutava con un
cenno della mano alcune persone in fondo al locale.
“Il sangue?” chiese lei. “Ho fatto varie prove, ma alla fine ho optato per lo
sciroppo di mais e un colorante per dolci ‘rosso Natale’.”
Lui spalancò ancora di più gli occhi. Era un genio!, non ero d’accordo? Io
non riuscii a trattenere le risate: colorante “rosso Natale”?
“Ridi, ridi...” disse divertito il regista. “Sapessi quanti soldi ho buttato in
questo spettacolo solo per il sangue e i bonsai...”
L’allestimento aveva avuto più di trecento repliche e ottime critiche, ed era
stato anche portato in tournée in vari teatri. Erano tempi difficili per il teatro, è
vero, ma non si poteva lamentare. Gala si complimentò varie volte, mentre io
continuavo a pensare a quella inquietante Lady Macbeth che potava con cura il
suo alberello adesso artificialmente immortale.
“E allora, Marina, a te è piaciuto?” volle sapere mentre salutava
praticamente tutti quelli che entravano nel locale.
Riflettei per qualche istante e osai dire: “Mi stavo chiedendo se Macbeth e
la sua Lady siano compatibili al cento per cento...”.
Martret mi guardò senza capire e la bionda fu sul punto di strozzarsi con il
vino.
Poi fui più precisa e aggiunsi che ovviamente non mi aveva lasciato
indifferente essere testimone di tutte quelle passioni che si dispiegavano a un
paio di metri da me. Era impressionante.
“Sarei rimasta a vivere lì dentro se non fosse stata una tragedia,” assicurai.
“Accidenti...” si rallegrò lui con un sorriso birichino. “Credo che sia il
complimento più bello che potessi farmi.”

Quando Martret andò a chiudere la sua sala, noi decidemmo di continuare il


nostro giro nelle taverne della zona. La Dolores era la nostra preferita perché
conservava quell’atmosfera caratteristica con le mattonelle sulla facciata e il
bancone di legno dietro il quale i camerieri gridavano le ordinazioni che a
volte sembravano recepire telepaticamente.
E così, tra un bicchiere di vino e l’altro, raccontai a Gala le novità: il crollo
“del giorno dopo” di Casandra – senza entrare nei dettagli del suo triangolo
involontario –, la discussione con Olivia e la mia sensazione che non sarei mai
stata in grado di prendere il Peter Pan.
“Non arrabbiarti con lei,” mi suggerì Gala con tenerezza. “So che a volte
sembra che parli ex cathedra, che la sua aria da guru può essere esasperante e
lei risultare molto severa. Ma ti assicuro che da quando la conosco non si è
mai sbagliata su una persona. Se pensa che puoi fare questo viaggio vuol dire
che ne sei in grado.”
“E invece io penso che si sbagli,” protestai.
Gala scosse la testa.
Sbocconcellai una tartina al prosciutto appoggiata sul ripiano che dava
sull’esterno. La serata era piacevole e fresca, come se da un momento all’altro
dovesse scoppiare un temporale estivo. E, in effetti, qualcosa di simile a un
temporale si stava preparando.
“Ieri a un certo punto mi ha detto che nella vita ha commesso tanti errori,”
ricordai senza smettere di guardare fuori. “In realtà non mi ha mai parlato di
sé. Cerca in tutti i modi di far sì che chiunque entri al Giardino dell’Angelo la
veda soltanto come la donna che gli vende un fiore.”
“E in effetti è quello che è,” si affrettò a dire lei, come per difenderla.
Mi fermai a riflettere. Feci girare il vino nel calice e lo annusai imitando la
mia amica.
“Non penso. Deve aver avuto una vita molto interessante,” decisi.
No, non era normale. Da quando ero arrivata al negozio di fiori avevo visto
passare da lì politici, impresari, artisti di ogni parte del mondo. Poche ore
prima Rosa Montero, con cui Olivia sembrava essere piuttosto in confidenza.
E Citny le aveva ricordato che non si vedevano dai tempi di New York... e
all’improvviso mi venne in mente una cosa.
“Per esempio, quel tipo che viene a leggere in giardino. Come lo conosce?
Tu sei sua amica da tanto tempo.”
“Ma che pettegola che sei!”
“Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sul suo conto, ecco tutto.”
Gala sembrò sorprendersi.
Ma se sapevo già la cosa più importante – la bionda sbatté varie volte le
palpebre –, conoscevo il suo “superpotere”, perché secondo lei me lo stava
rivelando, mi sembrava poco? Rubai uno sgabello ai tizi accanto a noi. Il suo
superpotere? Gala gettò nel cestino il nocciolo di un’oliva: il superpotere di
Olivia era che sapeva leggere dentro alle persone e le aiutava a trasformarsi.
E detto questo trangugiò una tartina in un sol boccone e continuò a masticare
con la bocca aperta, ma con molta grazia. Fuori suonava un sassofono che
ripeteva in continuazione il ritornello di Strangers in the Night e un
capannello di gente fumava sulla porta parlando a voce troppo alta. E non
sapeva niente della sua famiglia?, insistetti io, a cosa si dedicava prima? La
bionda, che di tanto in tanto si guardava distrattamente allo specchio, stava
chiaramente cercando di evitare quella conversazione. Secondo lei Olivia
riteneva che la sua storia non avesse importanza, punto e basta, e si sistemò la
frangetta. Aveva scelto di essere una testimone muta della vita degli altri,
come i suoi fiori. E, come loro, agiva sulle emozioni delle persone.
“A me è stata di grande aiuto,” aggiunse Gala a sostegno della sua tesi, “e da
quando la conosco sono una persona migliore.”
La osservai in silenzio. In quel momento capii chiaramente che aveva più
informazioni di quelle che mi dava, anche se è vero che non immaginai
neanche per un attimo la storia che custodiva Olivia. Né lei né il suo giardino.
“È strano,” confessai, “la conosco appena e per qualche motivo ho paura di
deluderla...”
Gala mi fece una carezza sulla spalla.
“Be’, non averne. È da tanto tempo che non si aspetta più niente da nessuno,
tesoro.”
Si mise il rossetto guardandosi allo specchio, prese un tovagliolino dal
dispenser e lo usò per ritoccarlo. Osservai la sua bocca rossa tatuata su quel
tovagliolino, come una reliquia, sopra il bancone. A quel punto fece una pausa
e mi guardò dritto negli occhi.
“Ha la sensazione di dover saldare un debito e lo fa aiutando gli altri.”
Sorrise. “Per questo ogni tanto ha quegli scatti da giustiziera...”
“Come rigare le macchine del consolato.” Feci una smorfia ironica.
“...diciamo che lei denuncia l’ingiustizia senza considerare se la vittima è un
uomo, una donna, un bambino o un fiore reciso nel momento sbagliato.”
Appoggiò i gomiti sul bancone. Inarcò la schiena. “Sei fortunata a poterle stare
così vicino in questi mesi. Non lo aveva mai fatto prima.”
Mi sorpresi.
“Cosa? Avere un’aiutante?”
“No,” rispose. “Lasciare il Giardino dell’Angelo nelle mani di un’altra
persona.”
Improvvisamente passai dall’essere arrabbiata al sentirmi lusingata.
Che Olivia mi avesse scelto?
Gala sembrò ricordarsi di qualcosa, aprì la gigantesca borsa bianca di
vernice che era piena di abiti di scena e tirò fuori un pacchetto avvolto nella
carta velina: “Questo è per te,” disse. Lo aprii piano: un berretto bianco da
marinaio, un impermeabile turchese, un paio di pantaloni bianchi da arrotolare
in fondo in stile pirata e una maglietta su cui era disegnata una violetta.
“Per il tuo viaggio. Il disegno è di Aurora. Credo che abbia anche un’altra
sorpresa per te... Ma io non ti ho detto niente!” Mi fece l’occhiolino.
La osservai appoggiata al bancone mentre accettava i complimenti dei
camerieri con il distacco di un animale che sa di essere unico. Era vestita tutta
di bianco, con un abito leggero e corto, quasi una tunica che le lasciava
scoperta la schiena. Capii perché i suoi partner impazzivano di gelosia.
Accettai il regalo abbracciandola forte, per quanto me lo permise il suo seno
abbondante.

Quella sera scoprii una Gala diversa. Una che aveva strane stanze nascoste
come quella dietro il suo camerino. All’inizio della serata si comportò da
Galatea: si lamentò perché le erano comparse tre macchie della vecchiaia
sulla fronte – me le mostrò e io riuscii appena a intravederle – e un pelo
bianco sul pube!, riuscivo a crederci? Quello sì che era un brutto segno. E
quando le chiesi del suo parrucchiere colombiano mi rispose che andava tutto
molto bene, perché per lei era imprescindibile che un uomo fosse bravo a fare
il cunnilingus. La conversazione era iniziata così. E grazie a questo, secondo
lei, insieme ad altri talenti, quasi tutti legati al sesso, lui l’aveva conquistata.
“E come sai che non è qualcosa di più?” le chiesi mentre mi riempiva, da
sola e senza permesso, il terzo calice di vino.
Lei si lasciò cadere la lunga chioma bionda su una spalla con aria innocente.
“A cosa ti riferisci?” Fece una smorfia. “Non c’è mai niente di più.”
La osservai con scetticismo.
“Perché ti metti tanto sulla difensiva?”
“Perché è vero, Marina. L’amore lo inventiamo noi. O meglio, lo hanno
inventato i trovatori nel Medioevo. Improvvisamente iniziarono a recitare una
grande poesia in cui potevano coesistere carne e sentimento. E siccome è una
bella poesia l’abbiamo imparata a memoria.” Rimase in silenzio. Si attorcigliò
intorno a un dito una ciocca dei miei capelli. “Ma non esiste. Vedo che ti ha
colpito la teoria dei compatibili di Olivia...”
Proruppe in una delle sue risate sonore. Poi si portò un cetriolino alla bocca
e gli diede un piccolo morso che sembrò sexy persino a me. Desiderai parlarle
di Casandra. E della mia conversazione con Victoria.
“E se questa teoria fosse vera e il tuo rabdomante fosse quello che regge
l’altra estremità del tuo filo rosso?”
Lei continuò a tenere gli occhi da bambola fissi sullo specchio.
“Magari, ma mi sembra improbabile,” disse al suo riflesso.

E quello fu il preambolo perché Gala mi raccontasse una storia. La causa


della sua sindrome di Galatea che, a quanto pareva, conosceva soltanto Olivia.
Circa cinque anni prima aveva intrapreso una relazione con un famoso
scrittore più grande di lei di vent’anni, che aveva soprannominato
“l’innominabile”, in omaggio, a quanto disse, a un’opera di Samuel Beckett.
Lei, da divoratrice di libri quale era, era caduta nelle sue reti dopo un
elaborato corteggiamento intellettuale.
“Ricordo che la sera della galleria, parlando di Aurora, Olivia ha
commentato che c’erano persone che avevano un talento che non erano in
grado di gestire e tu hai detto: ‘Come deve essere dura’. Te lo ricordi?” Io
annuii. “Be, c’è una cosa ben peggiore, Marina: avere una capacità di amare
che ti fa paura usare.”
Gala spostò all’indietro lo sguardo insieme alla sua chioma per ricordare
quell’uomo che si cullava nell’orgoglio e nella sfiducia provocata dalla
solitudine della sua fama. Un uomo, continuò, che poteva ottenere quasi tutto
quello che si proponeva, tutto tranne ciò che secondo lei ci faceva essere sani
di mente: aprirsi emotivamente alle poche persone che lo amavano davvero.
Non poteva negare che lei, trapiantata in città da un umile paesino, fosse
attratta dai suoi incontri letterari, dalle cene nei ristoranti speciali, dai viaggi
di andata e ritorno da Parigi per accompagnarlo a una conferenza o dal leggere
insieme i manoscritti che poi sarebbero stati pubblicati in tutto il mondo. E chi
non lo sarebbe stato? Ma poteva assicurarmi anche che, disse giocherellando
con un filo del suo vestito, in quel momento avvertiva come una necessità
vitale “darsi all’amore”, se arrivava in modo naturale, come aveva visto fare
ai suoi genitori. In sintesi, ciò che la attraeva di quell’uomo non era la sua
fama, ma quello che le aveva confessato un pomeriggio d’inverno davanti a un
camino nel quale era rimasto soltanto qualche tizzone di brace, metafora pura
di colui che aveva davanti: “Mai nessuno mi ha insegnato a condividermi,”
aveva riconosciuto per la prima volta con un tono umile, “ma poche persone si
avvicinano a me se non per interesse, Gala”. E a quel punto l’aveva fatta
alzare dalla poltrona su cui era seduta e l’aveva baciata. E quel bacio era stato
una richiesta di aiuto e una prima analisi di compatibilità, i cui risultati Gala
non aveva tenuto in considerazione, perché quel primo bacio non lo ricordava
emozionante. Solo cinematografico. Impostato. Come parte di una sequenza
che doveva essere stata provata molte volte. Ma era vero che la prospettiva di
ripeterlo durante l’appuntamento successivo non le aveva fatto battere il cuore.
“Io all’epoca avevo un ‘superpotere’ molto importante,” mi assicurò molto
seria mentre ordinava un’altra bottiglia. “Che come tutti i ‘superpoteri’ non
svelavo mai: avevo la capacità di amare potentemente, Marina. Senza limiti.
Senza condizioni. Senza paura. In modo istintivo. Mia madre me lo aveva
sempre detto. Che quella mia capacità di amare avrebbe reso molto felice me
e chi mi stava accanto.”
Io la ascoltai con attenzione mentre asciugavo la condensa dei calici con un
tovagliolo e provai anche un certo pudore. Mi colpiva ascoltarla parlare
dell’amore, perché le avevo sentito dire molte volte che era sopravvalutato.
Che non si poteva soccombere all’amore. Che era un cattivo affare.
“Ecco tutto,” concluse.
“Ma allora... cos’è andato storto?”
Lei sospirò e si appoggiò al muro oscillando sui suoi tacchi.
“Adesso farò un po’ la parte di Olivia, solo per un attimo. C’è una cosa che
ho imparato, Marina, e te la dico casomai ti servisse in futuro, quando tornerai
sul mercato: stai lontana dalle persone frustrate nelle loro emozioni. Quanto
meno amano se stesse, meno sapranno amare gli altri. Quanto più hanno paura,
tanto più si scaglieranno contro di te.” La sua voce morbida s’indurì
improvvisamente come una pietra pomice e continuò: “Sono menomati. E si
avvicinano alle persone che hanno quel ‘superpotere’ per nutrirsene senza dare
niente o molto poco in cambio”.
Io scossi la testa senza capire.
“Ma... perché?”
Perché ne avevano paura, continuò con la voce ancora più aspra, perché in
quel modo credevano di proteggersi. Ed era il contrario. Era giunta alla
conclusione che facevano passare per orgoglio e spavalderia la loro paura di
sentirsi dire un no. E quando era un “forse”, come nel suo caso, avevano una
tale paura di perderti che finivano per farti del male cercando di sembrare
invulnerabili. Ma non lo erano. Come non lo era nessuno di noi. Gala prese
fiato e strappò il filo con i suoi piccoli denti. Paura, continuò. Per paura non si
sarebbero mai tolti l’armatura e avrebbero minimizzato i loro sentimenti nei
tuoi confronti, facendoti capire chiaramente che eri una delle tante.
Bevve una lunga sorsata di vino. Io la osservai senza crederle: quella donna
alfa con la faccia da bambola che emanava tanta sensualità quanta intelligenza.
Com’era possibile che quel tizio l’avesse trattata così?
“E ti ha fatto del male...” Tirai un altro filo meravigliata dalla sua sincerità.
“Mi ha fatto più di questo. Mi ha rubato qualcosa di molto prezioso.”
Fece una pausa a effetto. I camerieri decisero di offrirci un altro giro. Sì,
ripeté lei, le aveva rubato qualcosa di molto importante, ma non era successo
all’improvviso. Era stato così graduale che quasi non se n’era accorta.
“Ma siete arrivati a vivere insieme, a essere una coppia... voglio dire...?”
“Normale?” Sorrise con tristezza. “Non so bene cosa siamo stati. Tanto per
iniziare non mi ha mai presentato come la sua donna. Non osava farlo.”
“Perché?”
Lei scosse la testa.
“A dire il vero non lo so, Marina. Per orgoglio o forse perché prima voleva
essere sicuro che non lo avrei lasciato e, siccome non lo era mai, preferiva
non dire che stavamo insieme, nel caso avesse dovuto ritrattare. Non lo so...
Magari semplicemente voleva avere tutto: me al suo fianco, in quella
situazione ambigua, e continuare a essere uno ‘scapolo d’oro’ per, diciamo,
non smettere di essere libero agli occhi delle altre donne... Insomma, io potevo
essere tutto, dalla sua amante alla sua assistente a un’amica speciale. I suoi
amici mi conoscevano tutti e alcuni davano per scontato che stessimo insieme,
ma in pubblico limitava qualunque manifestazione d’affetto che agli occhi
degli altri potesse qualificarmi come una persona speciale nella sua vita. E
questo, quando lo permetti, e quando in privato sai di essere un’altra cosa,
finisce per distruggerti.”
“Ma se sei la donna che sognano tutti gli uomini che ti conoscono!” dissi
indignata al punto da strozzarmi quasi mortalmente con il nocciolo di un’oliva.
“Grazie, tesoro... ma questo ormai mi lascia indifferente. È chiaro che non
ho saputo proteggermi... e ho deciso che non mi sarei data mai più in quel
modo. A meno che io non m’innamorassi così profondamente da non poter fare
in modo diverso, non tornerei mai più a correre un rischio del genere.” Mi
guardò dritto negli occhi. “Riesci a immaginare quanto sia frustrante? La
confusione e l’umiliazione che prova il tuo cuore? In privato io ero il suo
rifugio. Il suo sostegno. La sua compagna. La sua felicità. E cerco di capire se
sia stata la paura o semplicemente l’egoismo a impedirgli di riflettere su come
mi sentissi io ogni volta che mi rinnegava in pubblico.”
“Ogni volta che ti rinnegava in pubblico rinnegava se stesso,” aggiunsi.
E lei continuò il suo monologo, come se non mi avesse sentito: “Era più
importante il suo orgoglio. Era più forte la sua insicurezza. La sua paura. Al
punto che non gli lasciava vedere neanche che mi stava perdendo...”. Diede le
spalle nude a un gruppo di uomini che la guardavano dal bancone. “Perché io
avevo iniziato a pensare che ci fosse qualche motivo per cui si vergognava
della nostra storia. E questo cominciava a farmi davvero male. Eppure,
recentemente ho scoperto che si trattava di una cosa molto più complessa:
aveva paura di imbarcarsi in una storia con una donna che gli interessava
veramente e che lo amava per quello che era e non per chi era. Non per i suoi
meriti. Non per quello che aveva realizzato. Aveva il terrore di avere qualcuno
così, per la prima volta, e di perderlo. Era meglio non averlo e basta.
Curiosamente, forse era il terrore di deludermi. Non so se quello che dico ha
un senso...”
“Lo hai scoperto? Come?” le chiesi io.
Non sentì neanche questo, credo, perché proseguì mentre si guardava allo
specchio, e nello stesso riflesso si mescolavano le facce degli altri uomini, il
ritmo dei ventilatori, le tenui luci ambrate della taverna.
“Paura che andasse male... Perché finché non verbalizzi qualcosa, Marina,
non esiste.” Si sfregò le ciglia bionde sfinita. “Perciò immagino che, fintanto
che la nostra relazione per gli altri non esisteva, lui non sentiva quella
pressione. Io però, per andare avanti, avevo bisogno che mi dicesse cosa
provava. Senza dolore. Senza paura. E che lo lasciasse trapelare all’esterno.
Con naturalezza. E quella era precisamente la sua incapacità. Lo capisci?”
C’era stata soltanto una serata in cui erano stati felici.
Lasciò volare il suo sguardo pieno di ferite come un palloncino riempito
d’elio fino al soffitto del locale, annerito dal tempo.

L’unico giorno in cui le sue difese erano cadute.


Scavò nella sua memoria fino a tirare fuori un’immagine: un ristorante, sotto
gli occhi di tutti, per la prima volta senza séparé, senza paraventi, senza tende
o porte che li nascondessero. Erano seduti uno di fronte all’altra. Lui aveva un
abbigliamento più informale del solito e sembrava rilassato, contento. L’aveva
guardata in un modo che lei non gli conosceva e le aveva detto le parole: “Mi
costa ammetterlo, ma mi sono innamorato di te”. E a Gala quella frase sulla
sua bocca non sarebbe potuta sembrare più strana. Poi le aveva chiesto cosa
provasse per lui.
Stretta in un abito rosso aderente ed elegante e scioccata da quelle parole
che lui aveva fatto così tanta fatica a pronunciare, Gala si era concentrata sul
vino che aveva nel calice mentre apprezzava lo sforzo che lui diceva di stare
facendo e aveva voluto credergli. Aveva voluto anche provare il medesimo
sentimento. Grande errore. Gli aveva fatto un regalo che non si meritava.
Aveva attivato il suo superpotere. Quella notte avrebbero potuto illuminare
l’intera città. Quella notte lui aveva provato – per la prima e ultima volta, per
quanto non potesse sospettare che carte aveva in mano – cosa si sentiva a
essere amati da qualcuno che sapeva amare.
Gala si strinse intorno al busto le braccia bianche e senza nei e ricordò
come il giorno dopo, mentre si allungava tra le sue lenzuola, contenta e piena
di tenerezza, ancora con l’umore della sera prima, lo aveva visto andare avanti
e indietro per la stanza come un pazzo senza guardarla, ed era riuscita a
sentirla. A sentire cosa? La paura. Come la paura gli faceva fare marcia
indietro. Perché non le aveva proposto neanche di fare colazione insieme.
Anzi, le aveva detto che doveva scrivere e che preferiva rimanere solo in
casa, se non le dispiaceva. Mentre si vestiva, lo aveva visto fare tutti i suoi
rituali mattutini come se lei non fosse già più lì: aveva sistemato
metodicamente le sue penne sulla scrivania; aveva messo la musica, un
noiosissimo canto gregoriano che secondo lui lo faceva andare in trance, e
quando lei aveva tentato di rammentargli della sera prima, si era scusato
dicendo di non ricordare quasi niente. Che avesse bevuto troppo? In quel
momento aveva iniziato a nascere Galatea, dallo sconcerto, dalla delusione e
dal dolore. Quello era il suo Pigmalione, che stava finendo di scolpire la sua
statua disorientata e ormai fredda, che si era infilata in bagno per vestirsi e,
senza aggiungere altro, se n’era andata.
“In quel momento ho preso la decisione più intelligente della mia vita,”
assicurò Gala incrociando le braccia. “Lasciarlo.”
“Così all’improvviso?” Mi sorpresi.
Lei annuì.
“Sono scappata prima che mi procurasse altri danni.” Si accarezzò la
chioma. “Immagino che lui non avesse mai pensato che lo avrei fatto e
certamente non così in fretta, ma si sbagliava. Ero andata a sbattere contro un
soffitto di vetro e lo sapevo. Non avevo bisogno di sapere nient’altro. Mi
aveva deluso. Molto.”
“E lui cos’ha fatto?”
Gala proruppe in una risata stanca.
“Niente.”
O molto poco. All’inizio faceva finta di incontrarla per caso, proseguì.
Forse pensava di poterla far tornare usando gli stessi metodi con cui l’aveva
sedotta. Ma c’era una nuova variabile con cui fare i conti: la delusione. Ci
sarebbe voluto un lavoro di riconquista molto più certosino e, soprattutto, nel
momento giusto. Avevano continuato a fare quel tira e molla finché alla fine,
una sera, apparentemente lui aveva capito qual era la strada giusta e le aveva
confessato che non era riuscito a dormire pensando a lei, continuò a raccontare
la bionda mentre tirava di nuovo un filo del suo vestito. Lei non voleva più
tornare con lui, ma in fondo le aveva fatto piacere. Per lui. Finalmente si
consentiva di mostrare la propria vulnerabilità. Questo gli avrebbe ridato la
pace perduta. Ma il destino aveva voluto che Gala si ritrovasse con il telefono
scarico e ci mettesse qualche ora a rispondergli, cosa che l’insicurezza di lui
non era riuscita a sopportare.
“Quando alla fine sono arrivata a casa e ho potuto ricaricarlo ho ricevuto un
altro messaggio. Diceva soltanto: ‘Falso allarme: credo che fosse il mio cazzo
a sentire la tua mancanza’.”
A Gala si disegnò di nuovo in faccia il solito sorriso freddo e distante e
chiese il conto. Come omaggio ci portarono altri due bicchieri di vino, che
accettammo senza opporci.
“Che cosa assurda,” non potei evitare di dire.
A lei, però, faceva soltanto pena. Ma quello che la preoccupava di più in
realtà era che aveva la certezza che a partire da quel momento si fosse
innescato in lei un lungo processo di desensibilizzazione.
“Non me ne sono resa conto finché non è successo. Durante il tempo in cui
eravamo stati insieme, a poco a poco, parola dopo parola, sgarbo dopo
sgarbo, la sua freddezza aveva distrutto quei sentimenti appena nati dentro di
me. Era stata un’operazione chirurgica non calcolata, il cui obiettivo era
imprigionarmi nell’ossessione di fargli provare qualcosa, di legarlo a me.”
La ascoltai con tenerezza e cercai di abbracciarla, ma me lo impedì.
“Mi sarebbe piaciuto dirglielo, ma non mi sono mai azzardata a farlo.” Si
morse le labbra. “Che ci lasciasse vivere in modo sano ciò che avevamo, che
lo lasciasse crescere, solo per provare, senza bugie, senza ambiguità, senza
nasconderlo, anche se poi sarebbe finito comunque. Qualunque cosa sarebbe
stata meglio che dover sopportare quell’‘aborto sentimentale’ di qualcosa a
cui non avevamo permesso di esistere. Ma non l’ho fatto quando dovevo. E il
momento era quello. Da allora ho paura di essere diventata emotivamente
sterile.”
Presi fiato. Provai pena per lei. Tirò fuori il portafoglio, ma glielo impedii.
Diedi una banconota al cameriere mentre tappavo i nostri calici per evitare
che si avvicinasse di nuovo con la bottiglia.
“Ma, Gala,” le dissi mentre prendevo il resto, “forse tu non te ne accorgi,
ma da quando conosci Andrés hai un altro sorriso. Non puoi rinunciare a una
cosa così bella, soltanto perché...”
“Non è che non creda più che esista quel modo di amare,” m’interruppe. “Il
punto non è se voglio innamorarmi oppure no. Non lo capisci? Il fatto è che
credo di non esserne più capace,” confessò, lo sguardo imperturbabile, come
di ghiaccio. “Da allora ho avuto altre storie. Alcune con uomini meravigliosi.
Ma non c’è più. Il mio ‘superpotere’. La mia capacità. Non c’è più da tanto
tempo.”
Rimasi a pensare. Così si passava da essere una romantica a essere una
Galatea? Era il risultato di un incidente? Perché sì, un uomo poteva essere un
incidente, pensai. In quel caso lo era stato.
“Nonostante questo e siccome mi è stato insegnato così, penso ancora che
vivere innamorati sia la condizione migliore del mondo,” riconobbe Gala
cercando di nuovo la luce nei propri occhi. “Perciò quando mi chiedi del mio
rabdomante, ti dico: magari. Magari qualcuno mi baciasse sulla bocca e
spezzasse l’incantesimo.”
“E lo hai rivisto?”
“L’innominabile?”
E, con mia sorpresa, lei annuì: “Sì, contro ogni previsione mi ha chiamato
una settimana fa e l’ho visto ieri”.
“Come?” Mi sorpresi ancora di più. “Dopo tutti questi anni lo hai visto ieri
e me lo dici adesso?”
“Sì,” rispose con freddezza.
“E stai bene?”
“Perfettamente.” Rimase in silenzio. “Mi ha dato appuntamento a casa sua,
in quella biblioteca in cui avevamo passato tante ore insieme.”
“E cosa è successo?”
“Per un’ora abbiamo parlato tranquillamente di altre persone, abbiamo
ricordato momenti frivoli e abbiamo bevuto insieme, whisky, che, lo sai, a me
non piace. Ho osservato quel camino in cui un tempo aveva bruciato un fuoco
vero e in cui adesso scintillavano degli assurdi tronchi artificiali. E per un
momento sono stata catapultata a sei anni prima, su quella stessa poltrona di
pelle bordeaux, quando parlavamo dei suoi romanzi, quando per me lui
continuava a essere un’incognita che m’incuriosiva decifrare.”
Gala mangiucchiava un’oliva a piccoli morsi, come io la sua storia: a un
certo punto lui, con indosso una camicia a quadri che lo faceva sembrare
vecchio e un paio di jeans con cui cercava di dissimularlo, le aveva detto di
avere una cosa per lei e aveva accennato ad alzarsi. Gala aveva notato una
scatolina di velluto strategicamente sistemata sul tavolino e glielo aveva
impedito. Per pura generosità aveva voluto risparmiargli una scena che, dopo
tanto tempo, sarebbe stata quasi patetica. Perciò lui aveva cambiato direzione
ed era ricorso ad altre offerte. Ne aveva preparato un nutrito catalogo, come
uno stratega in una battaglia. Aveva previsto tutto... tranne la sua ritirata.
I camerieri avevano iniziato a mettere gli sgabelli sopra il bancone e
tiravano fuori le tapas dagli espositori. Uno di loro ci fece l’occhiolino e ci
esortò a finire tranquillamente il vino. Loro avrebbero continuato a sistemare.
Gala gli regalò un sorriso riconoscente e all’improvviso si mise a ridere. Con
assoluta tristezza.
“Ah... com’è strana a volte la vita, Marina. È curioso come la stessa scena
cambi quando si svolge fuori tempo massimo. Ti immagini tutto quello che ho
dovuto sentire ieri sera?” Sbatté le palpebre perplessa. “Che aveva cercato di
negare i suoi sentimenti nei miei confronti... E che di conseguenza li aveva
negati a me... Che io gli avevo insegnato ad amare.” Si tappò la bocca con le
dita come a imporsi il silenzio. “E sai la cosa più incredibile, Marina? Che
ciò che un tempo avevo desiderato sentire con tutto il mio cuore mi è caduto
addosso come una lapide di tristezza. Era come ascoltare un cadavere che
sosteneva di essere vivo. Credo che lui lo abbia colto nel mio sguardo perché
è scoppiato a piangere.”
Mi immaginai la scena: lei in piedi, impassibile, ormai trasformata nella sua
Galatea. Abbracciato ai suoi fianchi, piangente, prima per la malinconia, poi
per la disperazione, il suo Pigmalione, che si pentiva di averla scolpita così, o
meglio di averla disprezzata così, a furia di sgarbi. E lei che lo lasciava
parlare, sapendo che non si poteva riportare indietro il cuore senza
distruggerlo, proprio come un buon orologio. Aveva sentito la sua lunga gonna
di tulle che si bagnava di quelle lacrime così amare, che emanavano tanta
solitudine, mentre, sconcertata, cercava di rintracciare qualche residuo di tutta
quella passione, quel conato di amore, quell’aborto di sentimenti che era
durato troppo tempo... e si era ritrovata a ricordare all’improvviso che non
aveva ritirato la trapunta in lavanderia.
“Ho cercato dentro di me e non ho trovato niente, è questa la verità,”
concluse tagliente. “Se ha pianto tanto è stato perché si è reso conto che non si
trattava più di cercare qualcosa che avevamo dimenticato in una strada del
passato. Ha pianto così perché credo che si sia reso conto che sarebbe stato
tanto semplice... e che negarsi ciò che avevamo non era stata una punizione nei
miei confronti, in realtà era stata una punizione nei suoi, per l’odio che in
fondo provava verso se stesso. E non era neppure così cattivo come pensava
di essere o voleva sembrare.”
Ed era vero, pensai. Considerando quanto è difficile incontrarsi in un
momento magico. Era così difficile viverlo e basta? Senza orgogli stupidi,
senza paure, senza “e se...”, riflettevo io a bassa voce, perché in fondo lo
dicevo a me stessa. “La paura conduce all’immobilità,” mi aveva detto Olivia
quando io lasciavo passare i giorni senza riparare gli elettrodomestici né
aprire le valigie. La paura ci faceva perdere le occasioni più belle e
importanti della vita.
Anche se proprio quella serata era sul punto di dimostrarmi che persino io
ero capace di iniziare a vivere senza pensare tanto a come farlo. Quando
uscimmo da La Dolores avevamo ormai la lingua attaccata al palato e per
questo a Gala, che continuava ad avere voglia di parlare, venne in mente che
potevamo berci il bicchiere della staffa al Café Central. All’interno la Cool
Street Band aveva concluso il suo concerto e i musicisti stavano ordinando i
primi cocktail e sistemando gli strumenti nelle custodie. Ci sedemmo al
bancone e ordinammo due gin tonic, la bevanda obbligatoria di quell’estate.
“Infedeltà?” continuò lei. “Che lo lasciassi? La sua ossessione che tutti mi
guardassero in questo o in quell’altro modo, una cosa che mi ha perseguitato
come una maledizione con tutti i miei uomini.” Si sollevò la cascata di capelli
mentre si sventolava con il menu del bar. “A me non sarebbe pesato stare
soltanto con lui, se però non mi avesse relegato in quella clandestinità così
dannosa, così ingiusta.”
Perché amare era semplice, continuò quasi in un sussurro, mentre io non
riuscivo a togliere gli occhi di dosso al sassofonista con i capelli lisci e lucidi
che in quel momento strimpellava qualche accordo accanto a un suo collega.
Quando due persone si incontravano con tutti gli ingredienti in mano, amare lo
era davvero.
E la vidi. Chiaramente. Si affacciò sul suo viso una scintilla di quella luce
che ancora cercava di attecchirle dentro: “Ah, Marina... se gli uomini
sapessero che riconoscendo i loro sentimenti in pubblico o in privato non
perdono la loro virilità, anzi, la accrescono...”. Osservò quasi con tenerezza
un gruppetto di ragazzi che avevano dato il cambio a quelli de La Dolores e
che bisbigliavano guardandoci come adolescenti. “Che li rende grandi, non
piccoli. Forti e non vulnerabili. Chiunque abbia vissuto con naturalezza un
sentimento così sa che ti fa scrivere meglio di sempre, essere più luminoso di
sempre, più felice, più forte, più indistruttibile... Chi ha saputo amare così sa
che non ti rende schiavo, ma più libero, non ti rende debole, ma potente.
Aggiunge, non toglie. Chi non sa amare così dovrebbe chiamarlo in un altro
modo.”
Spinsi con il dito i cubetti di ghiaccio dentro il mio bicchiere come se
volessi annegarli. Il sassofonista aveva smesso di suonare e si spostava
all’indietro la magnifica tenda dei suoi capelli, come se si facesse la doccia
con la luce del palco. Guardò nella mia direzione. Varie volte. Io mi girai e
non trovai altro che il mio riflesso. Gala sembrò divertita da quel gioco di
sguardi. Poi frenò un tentativo di approccio da parte del gruppo di “babies”,
come li definì, con una frase che non avrebbe potuto sorprendermi di più sulla
sua bocca: “Bambini,” disse loro, “un po’ di rispetto per i nostri capelli
bianchi”. E persino il cameriere scoppiò a ridere.
Quanto era difficile esprimere ciò che si aveva dentro... Per questo Aurora,
mentre assestava pennellate alla sua nuova serie di dipinti sulle donne, con
Maxi che tornava a dormicchiare sulla sua poltrona, si chiedeva perché non
avesse mai sentito dire a suo padre un “ti voglio bene”. Per questo Casandra
stava coniugando il verbo amare senza paura per la prima volta in vita sua.
Perché ci aveva messo tutto quel tempo? Per questo Victoria lo stava
scrivendo in un messaggio a quell’ora, senza sapere se sarebbe stata
ricambiata, o se dall’altra parte avrebbe provocato una fuga precipitosa, ma lo
fece mentre accarezzava i suoi figli addormentati, senza sentirsi in colpa per la
prima volta dopo tanto tempo.
I miei occhi si riempirono come i calici di vino de La Dolores. Senza
avvertire e senza permesso. In un altro momento quelle lacrime sarebbero state
provocate dalla tristezza di constatare che nessuno mi aveva fatto ancora
sentire così. Neanche tu. Eppure in quel momento provai una nuova speranza,
la stessa elettricità che se mi avessero rivelato che esisteva la vita dopo la
morte e su altri pianeti, le fate, la magia e Babbo Natale. L’amore esisteva e
me lo aveva rivelato un’agnostica. Esisteva quella forma d’amore. E questo
bastava.
Giorno 6
Scritto nella nebbia

Stanotte si è cancellato il mondo. Ho navigato senza vento e senza vele, a


due nodi, finché l’acqua non è scomparsa pian piano sotto una densa cappa di
nubi: prima ha inghiottito lo scafo del Peter Pan, poi l’ho vista entrare
attraverso gli oblò e adesso, se allungo completamente le braccia verso l’alto,
mi scompaiono persino le mani.
“La morte deve essere questo.”
L’ho detto ad alta voce, ma molto piano e la nebbia si è incaricata di disfare
le sillabe, come se fossero fatte di zucchero filato.
In teoria dovrei essere di fronte alla baia di Malaga. Ho navigato alla cieca
confidando nei tuoi appunti e nel programma di Victoria. E adesso prego
soltanto che nessuno di voi due abbia commesso neanche il minimo errore:
“Sempre a dritta in direzione nordest fino alla spiaggia di La Herradura”, che
ho più o meno individuato, ma poi da lì... più nulla. In teoria ho superato Nerja
arrivando fino alla Punta de Torrox, ma sono consapevole che è un pio
desiderio.
Non ho visto nient’altro.
Non so cosa mi abbia fatto ricordare proprio adesso quella conversazione
tremenda con Gala, o meglio, il suo monologo. E anche che quella sera, dietro
sua insistenza, finì per presentarmi Brais, il sassofonista galiziano con cui
passai la notte. Prima di fargli un cenno per dirgli di avvicinarsi Gala mi
chiese se mi ero depilata, mi assicurò che quell’uomo era un tesoro, mi fece
una lista dei vantaggi che aveva la bocca esperta di un sassofonista e di quello
in particolare, che era già stato “testato” da una sua amica. Ne valeva davvero
la pena, proseguì mentre sembrava divertita dal mio imbarazzo: pulito, gentile
e senza pretese.
Sento la mia risata. Quella Gala... È buffo. Che proprio ora mi torni in mente
il ricordo della prima notte che ho passato con un uomo che non eri tu. Che
sensazione stupida, quella di stare facendo una birichinata, e che boccata
d’aria fresca. Curiosamente fu anche la prima notte che non dormii in poltrona,
ma nel mio nuovo letto. Dovetti abbracciare un estraneo, percepire il suo fiato
sulla nuca, per sentirmi a mio agio nel mio letto. Per non parlare del momento
in cui feci cadere un asciugamano sopra la tua urna per portarla fuori dalla
stanza di nascosto, poi la lasciai sul balcone dopo aver chiuso la porta. E mi
ritorna in mente proprio oggi, la notte in cui forse mi sto perdendo in mare per
sempre o sto per andare a sbattere contro qualcosa che non vedo. Quella
conversazione con Gala, lo ammetto, non si è mai cancellata dalla mia
memoria. Perché mi ha lasciato completamente persa, come lo è ora il Peter
Pan.
Tra la nebbia.
Da allora non sono più riuscita a identificare chiaramente ciò che provavo
per te.
Né per nessun altro.
Posso amare molto, questo lo so, e darmi, ma quella capacità potente di cui
parlava lei, che comunque non era riuscita a vivere pienamente; quella bomba
molotov di passione animale mescolata all’ammirazione, al romanticismo, alla
complicità, all’amicizia, alla generosità... quella reazione a catena che ti
strappava la paura dal corpo, che ti faceva sentire più viva che mai, che
provocava quell’esplosione atomica così potente di felicità, allegria, che ti
trasformava in un aereo a reazione, ti rendeva luminosa e capace di qualunque
cosa se avevi vicino la persona amata, quello, quello di cui parlava Olivia con
i suoi compatibili al cento per cento e che era successo a Victoria, quello che
avrebbe potuto vivere Gala, ma le era mancato un ingrediente per buttarsi,
quello che non era arrivato a essere perché lo aveva abortito...
Io non lo avevo mai vissuto.
Ma esisteva.
Che brutta notizia e che splendida notizia allo stesso tempo, non trovi?
Be’, ormai per te è indifferente, perché sei morto. E in fondo mi sento in
colpa per averti negato questa possibilità. La possibilità di vivere una cosa
del genere. Con un’altra donna.
Perché non sei qui adesso che ho paura?
Ho bisogno di chiedertelo: è questa la morte?
Niente.
Non mi rispondi.
Non lo fa neanche il tuo ricordo. Lo capisco. L’unica cosa che hai adesso è
il diritto di osservare il silenzio dei morti.
Sono passate cinque ore e navigo stretta nell’impermeabile turchese che mi
ha regalato Gala. Ho dovuto mettermi due maglioni, uno mio e uno tuo. Ho
trovato anche un berretto di lana tra le cui maglie è infilato ancora qualche tuo
capello.
In teoria devo virare per avvicinarmi alla terraferma all’altezza di
Benalmádena e Fuengirola. Se si fosse visto qualcosa avrei potuto tentare di
ormeggiare nel porticciolo di Cabopino, ma dicevi sempre che non era
sufficientemente profondo per entrarvi con tranquillità.
Lo ammetto. Ho il terrore di restare incagliata.
È una fantasia catastrofica che ho sempre avuto navigando. Anche quando
eri tu il capitano.
Sento le ginocchia serrate per il freddo e l’umidità. Il silenzio dell’acqua
sotto i piedi. Il naso mi gocciola come un rubinetto chiuso male. Devo avere
un aspetto terribile. Prima sono addirittura caduta in coperta. La superficie
della barca era bagnata da un sudore freddo e scivoloso. Non mi sono fatta
niente, credo, ma domani avrò un bel livido sulla gamba da aggiungere al
rosario di colpi che ho preso sui polpacci. Perlomeno non mi sono spaccata la
testa.
“Chiudi l’oblò, Mari, altrimenti darai una bella botta,” mi hai detto mentre
mi alzavo. E avevi ragione. È stata colpa del maledetto oblò della cabina di
prua. Mi sono ricordata di quanto ti faceva innervosire scivolare in coperta.
Adesso improvvisamente mi viene da ridere. Ti imbufalivi. Soprattutto quando
davi una testata contro l’architrave delle porte delle cabine che, secondo te,
era per pigmei. “Un chiaro esempio di discriminazione!”
Siccome non ci sei, mi sono seduta al timone per la prima volta da quando
mi sono imbarcata. Finora tutte le manovre le ho fatte in piedi. Quasi in
obliquo, per non toglierti il posto. Il timone corregge costantemente la rotta
sotto le mie mani. “Il capitano fantasma”, così chiamavi di solito il pilota
automatico: non riuscivi ad abituarti all’idea che in certi momenti fosse una
macchina e non tu a governare la barca. Eppure, poco prima di morire, quando
mi avevi già confessato che sapevi cosa sarebbe successo, e che volevi che
portassi le tue ceneri a Tangeri, quando ti pregai di non chiedermi una cosa del
genere, che non ne sarei stata in grado... mi dicesti strozzato dal dolore:
“Lascia che sia il Peter Pan a condurti. Sei più sicura con lui che con
qualunque capitano. Più che con me”.
Qualunque “capitano”? Improvvisamente ci sono parole che faccio fatica a
ricordare. Che mi indignano, addirittura.
E poi ti sforzasti di ritrovare il tuo solito tono ironico: “Sai, Marina, i
vantaggi di un pilota automatico rispetto a un marinaio in carne e ossa sono
molti: non si ammutina, non mangia, non fa la pipì e non guarda il sedere alla
moglie del capitano della barca”. Poi avesti un conato e ti uscì dalla bocca una
bile che veniva già dall’altro mondo. Girasti la faccia per non farmela vedere.
Ti asciugasti la bocca con il lenzuolo come potesti e mi tatuasti delle parole
nella memoria: “A volte il dolore, Mari, non ci permette di vedere che il
nostro mondo continua a essere meraviglioso. Tu avrai almeno otto giorni per
vederlo. Viaggerò con te. Te lo prometto. Disperdi le mie ceneri a Tangeri.
Dopo, fai quello che vuoi”.
Fai quello che vuoi... Sì, certo...
E dove sei adesso, eh, adesso che ho paura?
Cazzo!
Non avrei mai dovuto prometterti che avrei disperso le tue ceneri a Tangeri.
Ecco. Sono sempre stata debole. Non ho mai saputo dire di no.
E guarda che è facile.
No!
NO!
Non avrei mai dovuto mettere a repentaglio le mie forze correndo un rischio
così alto.

Sono davvero sfinita... Non posso continuare a non dormire per qualche ora
di seguito. Sono così sfinita, Óscar, che non so più chi sono stata e chi sono.
Dovrei appiccare il fuoco alla barca in questo istante e fare quel funerale
vichingo.
Abbracciare le tue ceneri e sprofondare con te nella nebbia. Come una brava
copilota con il mio capitano, fino alla fine.
In fondo la vita è nebbia.
È quello che saremo tutti.
Maledetto testone manipolatore!
Sì!
Sto gridando!
Ti odio! Mi senti? TI ODIO!

Sono scesa nella dinette. La nebbia si è insinuata nelle cabine e non mi


permette di vedere i cassetti della cucina. Ma sono riuscita a trovare dei
fiammiferi e della carta di giornale. Ho cercato di accenderli, prima uno, poi
un altro e un altro ancora, ma hanno perso la capocchia perché il fosforo è
umido e molle e non prende fuoco. Adesso è tutto umido e si disfa in questa
solitudine.
Non so cosa mi abbia spinto a entrare nella tua cabina.
Non so cosa cercassi. Risposte. Quelle che non mi dai perché non appari.
Fatto sta che mi sono messa a frugare tra i tuoi libri, ho aperto i cassetti e
alla fine ho sollevato il materasso per aprire lo scompartimento sottostante.
Scatole di vecchie scarpe, asciugamani usati, cime rotte e, dentro una delle
scatole, un libro. Un libro che non avevo mai visto: Racconto di un naufrago.
Una bella edizione. Con la copertina rigida. Non di quelle economiche che di
solito si portano in barca.
Aprendolo ho scoperto una lunga dedica: le parole di una canzone che non
riesco a credere ti piacesse e che per me ha sempre avuto l’odore di una notte
mediterranea su una spiaggia fresca. Notti che non hai condiviso con me.
Cantos de sirena al dormirme, si sé que me despierto con tu amor.
Cantos de sirena al dormirme, si sé que me despierta tu calor.1
Dentro c’è quasi la stessa nebbia di fuori, ma riesco a continuare a leggere.
È scritta a mano.
Disfruto cada segundo y no lo cambio por años, porque
eres tú la alegría sembrada en mi corazón.2
La grafia è bella, con le aste alte, i tratti fermi, sicuri.
Si al caminar por las calles no hay árbol que me haga sombra,
si mi sonrisa ilumina de noche más que un farol.
Y sé que cuando te marches, podré sentirme dichosa
sabiendo que me has querido lo mismo te quiero yo.3
È firmata da Amalia a Malaga cinque anni fa. Gli ultimi cinque anni della
tua vita, durante i quali avevi lavorato per due giorni alla settimana in quella
città, dove ogni tanto scendevi in barca per staccare la spina se dovevi essere
lì di lunedì.
Chiudo il libro e mi impongo di non pensarci finché non si sarà fatto giorno.

Quando ho recuperato il fiato e la ragione sono salita di nuovo in coperta e


mi sono seduta in mezzo alla nebbia.
Ed eccomi qui.
Avvolta in una coperta come se fossi una crisalide gigantesca e bavosa,
smoccicando sotto il cappuccio del mio impermeabile.
Chissà cosa uscirà da qui. In che stato e con quale metamorfosi. Non avrei
dovuto curiosare tra le tue cose.
Si arriva sempre a conclusioni che poi non sono vere. E tu non sei qui, così
non posso farti domande. Ma ho detto che non ci penserò e non lo farò.
Mi scatterei una foto e la manderei a Olivia se il maledetto telefono mi
funzionasse e se lei avesse un cellulare, tanto per cominciare. La
accompagnerei con una semplice didascalia: “Ecco la tua crisalide, maledetta
pazza. Ti farò visita dall’altro mondo. Marina”.
Ogni volta che ripenso a quella serata mi rendo conto che è stata quella a
farmi imbarcare in questo viaggio assurdo: “Sii coraggiosa, Marina”, “Non
compatirti, Marina”, “Non fare la vittima, Marina”. “Sii libera, apri le ali...”,
e per il momento l’unica cosa che ho aperto sono le scatolette di tonno
sott’olio e di sardine. E un libro del cazzo, la cui firma, dedica e data non mi
escono dalla testa.
Perché la nebbia non cancella anche questo? Perché non cancella anche
quella dedica che non avrei dovuto leggere?
Adesso non è il momento di pensare alle stupidaggini. Sto mettendo a
repentaglio la mia vita, cazzo. Concentrati sulla rotta, Marina. Metti a fuoco il
tuo obiettivo.
Quanto mi conoscevi bene, Óscar. Come ti sei assicurato che avrei
mantenuto la mia promessa. Perché per te era chiaro. Che se c’era qualcosa
che non avrei mai deciso di lasciar perdere sarebbe stato ciò che ti avrei
promesso sul tuo letto di morte.
Avrei continuato a vivere un altro po’ per te. Non per me. Per te. E avrei
fatto questo viaggio perché me lo avevi chiesto tu.
La mia unica prodezza è farlo da sola, se riesco ad arrivare, ovviamente.
Perché ho dovuto aprire quel libro adesso e non alla fine del viaggio?
Adesso ho bisogno di tutta la mia forza.
Evidentemente non significa nulla. Sei rimasto con me.
Perché sei rimasto con me?
Perché non lo hai nascosto meglio? O non lo hai distrutto? Volevi che lo
trovassi quando non ci saresti più stato? Eri così codardo?
E adesso che il Gps è impazzito sono sicura che prima o poi andrò a sbattere
contro gli scogli.
E va bene, ancora tre giorni e riposerò per sempre.
Devo tranquillizzarmi. È di vitale importanza. Sono seduta dietro il timone.
Stringo le mani sulla ruota anche se gira da sola, governandosi da sé.
A questo punto guardo il profondimetro e non riesco a credere ai miei occhi.
Solo fino a pochi minuti fa segnava quaranta metri.
Adesso improvvisamente ne segna solo tre.
Com’è possibile?
Lo resetto. Ma segna di nuovo cinque, quattro, tre metri...
Dio mio, sarà uno scoglio? O sarò così vicina alla spiaggia che è sabbia?
Dio santo, adesso mi incaglio. So che sto per incagliarmi.
E che cos’è quello? C’è qualcosa che spunta dalla prua della barca.
Un’ombra che inizia a profilarsi velocemente, enorme e oscura.
Sembra restare sospesa nella nebbia.
Devo reagire in fretta per non investirla.
Starò sognando?
No, non è un sogno. Niente lo è. Fa tutto parte della stessa realtà.
NON SMETTERE DI SOGNARE, mi viene in mente il cartello che accoglieva i
clienti al Giardino dell’Angelo. Non smettere di sognare, Marina, non smettere
di sognare...

1 Canti di sirena quando mi addormento, se so che mi sveglio con il tuo amore. / Canti di sirena quando
mi addormento, se so che mi sveglia il tuo calore.
2 Mi godo ogni secondo e non faccio a cambio con anni, perché / sei tu la felicità seminata nel mio
cuore.
3 Se camminando per le strade non c’è un albero che mi faccia ombra, / se di notte il mio sorriso
illumina più di un lampione. / E so che quando te ne andrai, potrò sentirmi fortunata / sapendo che mi hai
amato quanto ti amo io.
Gatto con quadro sullo sfondo

Più ripenso a quest’anno di lutto, più mi rendo conto di quanto non sappiamo
affrontare il dolore. Tentiamo di alleviarlo. Cerchiamo il modo migliore per
dare una notizia, gradualmente, nel momento giusto, in quello appropriato,
tentando di evitarlo, ritardarlo o minimizzarlo. Cerchiamo di essere forti e
questo equivale a voltare le spalle ai nostri sentimenti. A non dar loro voce.
E non ci rendiamo conto che l’unico modo per sfuggire al dolore è passarci
in mezzo.
Una buona volta.
Affrontarlo il più in fretta possibile perché smetta di fare male il prima
possibile. Lo stesso succede con la delusione. Cerchiamo di ritardarla, di non
esprimerla, di voltarle le spalle, di edulcorarla... perché fa troppo male.

Io non avevo affrontato il dolore finché quel giorno Olivia non mi diede una
scossa, impedendomi di fare la vittima, obbligandomi a reagire. Quello fu
l’inizio del mio cambiamento.
Una delle prime misure che adottai quella settimana fu affittare la mia
vecchia casa. Gli inquilini erano una coppietta che si era appena trasferita a
Madrid. Era perfetta per avere un bambino, disse lei: bionda, graziosa, di
corporatura maneggevole, ordinata, una di quelle che avrebbe preso un buon
voto all’esame di turno con la sua grafia impeccabile e gli appunti sottolineati
con colori diversi. Quella che Casandra avrebbe definito “una dolce”,
categoria che trionfava tra gli uomini della nostra generazione perché veniva
reputata “adatta” a vivere in coppia e a formare una famiglia stabile.
La osservai aggirarsi per la casa con le sue ballerine firmate, i suoi jeans
stirati e un paio di semplici perle alle orecchie. Lui la seguiva a breve
distanza mentre la ascoltava spiegare dove avrebbe messo un certo mobile o
dove avrebbe buttato giù un certo muro e, di tanto in tanto, le dava un bacio
sulla guancia.
Trovavo particolarmente buffa la catalogazione di Olivia per donne del
genere. Diceva che avevano la “sindrome della sposina”. In effetti al negozio
ne venivano varie, a comprare sempre fiori per i fidanzamenti.
Erano donne che avevano deciso di trasformarsi in una reincarnazione di
quella che di solito viene definita “una donna come quelle di un tempo”. La
loro priorità continuava a essere sposarsi e avere figli. Sì, sceglievano
l’indirizzo di studi con pragmatismo per avere un buono stipendio e una
carriera non vocazionale che non sarebbe stato un dramma mettere in secondo
piano per dedicarsi alla famiglia se fosse stato necessario. Consapevoli del
fatto che l’uomo contemporaneo, arrivato a una certa età, dopo molte
scorribande, avrebbe ucciso pur di trovare una donna come la propria madre
per mettere la testa a posto, quelle donnine sceglievano il padre dei loro figli,
ovvero un toro da monta, e in cambio avrebbero dato stabilità e ordine alla sua
vita.
Mentre si aggirava per la mia vecchia casa, la mia “dolce”, nello specifico,
aveva organizzato un viaggio, e affermato che si trasferivano perché lui
potesse stare più vicino al suo lavoro e che lei avrebbe continuato a portare a
casa uno stipendio finché non fossero nati i figli; poi avrebbe dato la priorità
ai bambini, ovviamente!, vale a dire: che era felice di riposare all’ombra di
lui.
La osservai prendere per mano il suo maritino con un gesto infantile. Quale
uomo sano di mente avrebbe voluto tenere in casa una donna affascinante?,
pensai mentre mi scrollavo la polvere dalla gonna gialla anni cinquanta che
avevo osato mettermi. Quella “dolce” mirava a sposarsi giovane, ad avere un
paio di figli, una vita comoda e una casa al mare con vista su un campo da
golf. Ma l’altra faccia della medaglia, secondo Olivia e in base alla sua
esperienza, era che “la dolce” non lasciava nulla al caso. Avrebbe avuto una
vita molto ben organizzata e sarebbe stata ragionevolmente felice. Ma sarebbe
stata anche capacissima di lasciargli le valigie davanti alla porta senza battere
ciglio con una richiesta di divorzio e il biglietto da visita di un avvocato se
l’avessero fatta incazzare.
Ero immersa nelle mie riflessioni e stavo osservando con tenerezza
quell’uomo che sembrava così annoiato ma che evidentemente si sentiva al
sicuro perché faceva “la cosa giusta” con “la donna giusta”, quando lei decise
qual era la stanza del suo futuro figlio – o “futuri”, puntualizzò. Poi rivolse
un’occhiata complice al suo uomo che lui ricambiò in maniera automatica e io
riuscii a stento a dissimulare la mia tristezza. Perché io avevo avuto tutti gli
svantaggi e non mi ero neanche goduta i vantaggi di “una dolce”: copilota,
senza documenti, senza diritti, senza figli, senza lavoro, senza te, senza niente.
Ero sul punto di cadere nel mio solito vittimismo quando mi ricordai di
Olivia, respirai profondamente, lasciai le chiavi nella manina con tanto di fede
della “dolce” e mi diressi con passo deciso verso l’ingresso. Misi Capitán nel
suo trasportino e chiusi solennemente quella porta, volendo sentire che non
l’avrei riaperta mai più.
Quello ormai era il passato, pensai. E noi non eravamo fatti di passato. Non
potevamo essere soltanto il prodotto dell’educazione dei nostri genitori, né del
rapporto con i nostri compagni, né di ciò che avevamo perso. Mi rifiutavo di
accettare che fosse così. Doveva esserci qualcosa della Marina che avevo
costruito io, di cui io ero l’unica responsabile.
E in caso contrario, dovevo costruirla.
Era urgente.

E così quella mattina m’incamminai, gravata dal peso dei sette chili di
Capitán che piagnucolava nella sua gabbietta, probabilmente temendo di
tornare da mia suocera – che invece si era decisa a lasciarmelo – o che lo
portassi dal veterinario, anche se in realtà stavo andando a versare il mio terzo
affitto. Ciò significava che eravamo già ad agosto. E ciò significava anche che
mancava meno di un mese al momento in cui avrei intrapreso il mio ipotetico
viaggio.
Ormai mi accorgevo che pian piano i preparativi si acceleravano: Casandra
trovava due ore al giorno dopo il lavoro per studiare con me il corso per
comandanti di imbarcazioni da diporto e nel frattempo Victoria perfezionava il
programma informatico in cui aveva trasferito tutti i dati con i quali, secondo i
suoi calcoli e i tuoi, sarei potuta arrivare facilmente a Tangeri.
Naturalmente, però, non avevi mai immaginato che ci sarei andata da sola.
Avevi preparato quelle mappe pensando che le avrebbe seguite un navigante
esperto, non un mozzo. Un piccolo particolare senza importanza...
In quei giorni ci furono anche altre novità: avevamo reclutato la nostra
“nonna schiava” perché tenesse un seminario di punto croce agli stressati del
quartiere. Quella che all’inizio era stata una delle idee bislacche di Olivia con
lo scopo di dare a Celia una scusa per fuggire di casa, era stata raccolta da
Gala come un’opportunità di business: aveva preparato dei volantini e aperto
una pagina Facebook, così adesso avevamo un gruppo di dieci persone in
giardino che facevano sciarpe, cappelli e borse a maglia. Victoria si unì quasi
immediatamente agli altri allievi ed era l’unico momento in cui riusciva a
lasciare il telefono in modalità “silenzioso”. Anzi, si rilassava così tanto che
un pomeriggio, tra le risate, ammise di aver dimenticato di andare a prendere i
suoi figli a scuola e per la prima volta le sentimmo dire: “Be’, che ci vada il
padre, non casca di certo il mondo”. L’ultimo a unirsi al gruppo fu il nostro
lettore misterioso, che adesso stava facendo i suoi primi passi nell’intricato
mondo dell’uncinetto.
Un’altra delle iniziative del Giardino dell’Angelo per combattere il caldo
soffocante era stata mettere un banchetto in cui servivamo acqua, spremuta
fresca e frutta a chiunque lo desiderasse. Non ci volle molto perché arrivasse
la cadaverica agente immobiliare – che avevamo battezzato la Strega
dell’Ovest – portandosi dietro la polizia. A quanto disse, i vicini ci avevano
denunciato per aver installato quella che avevano definito una “mensa dei
poveri”.
Anche se sospettavamo che la denuncia non fosse vera, per precauzione
Olivia era passata nei palazzi delle vicinanze disseminando nelle cassette
della posta i biglietti da visita di Elena Ferre, casomai volessero denunciarla.
Fatto sta che era successo un bel pasticcio.
“Cercavo solo di evitare che gli abitanti del quartiere e i turisti si
disidratassero,” argomentò Olivia quando vennero il solito poliziotto
rottweiler e la stampa: “In fondo sto facendo risparmiare una fortuna alla
previdenza sociale,” riportarono alcuni titoli di giornale.
In verità quelli che passavano dal giardino erano soprattutto la famiglia
sfrattata dell’Euforia – una donna mora con il marito dagli occhiali mezzi rotti
e i loro due figli adolescenti, che credo sospettassero già chi era la loro
benefattrice –, il mendicante barbuto che suonava sempre lo stesso motivo con
il flauto sotto la statua di Cervantes e un mimo che si trasformava nella statua
di un fauno argentato seminudo, che se ne stava sempre rigido e con
un’espressione folle all’ingresso del Museo del Prado.
Io stavo passando proprio davanti alla statua del celebre scrittore, sulla cui
testa si era piazzato un piccione che sembrava una strana acconciatura e gli
dava un’aria un po’ da vedette. Quando Capitán lo vide, si agitò e allungò tra
le sbarre una delle sue zampette guantate. Pensando a Cervantes, e per una
pura associazione di idee, mi chiesi se Francisco avesse individuato il luogo
di sepoltura dello scrittore e come stesse andando la sua storia d’amore con
Victoria. Era una settimana che non li vedevo ed era strano. Tra l’altro,
l’ultima volta che era successo, diciamo che li avevo visti “troppo”.
Come facevo a sapere che sarebbero arrivati così presto? Ero rimasta sola
nella serra e la strada era deserta, perciò avevo chiuso il cancello e abbassato
le luci. Ero seduta a terra tra i ficus e stavo osservando il mio piccolo alieno,
cercando di immaginare a che punto della sua trasformazione fosse. Secondo
Olivia gli restavano solo tre settimane, più o meno come a me, per lanciarsi
nel mondo.
A quel punto sentii la chiave nel cancello e qualche risata. Poi la porta si
aprì. Non accesero le luci e per questo pensai che avrei potuto far prendere
loro uno spavento, perciò non dissi niente. Il mio piano era uscire
silenziosamente, quando fossero entrati nella stanza sul retro. Ma loro non lo
fecero, almeno non immediatamente: subito dopo essere entrati, lui la prese in
braccio come se fosse una piuma. Lei non indossava i suoi soliti vestiti
semplici, ma uno che assomigliava molto al primo che avevo provato nello
showroom di Gala: verde e ricamato, con una gonna a corolla, che lui
approfittò per sollevarle dopo che la ebbe depositata sul bancone.
Lei gli sbottonò la camicia con impazienza. Era strano quanto una persona
cambiasse quando faceva sesso. Victoria, che non mi era mai sembrata sexy, i
cui tratti duri non erano particolarmente femminili, in quel momento sembrava
una dea. Prese una margherita con lo stelo lungo da un vaso che aveva accanto
e se la mise tra le gambe. I petali le accarezzavano la pelle come un preludio
delle dita del suo amante. L’archeologo goffo e cavalleresco sembrava il
corteggiatore di un romanzo erotico. Quasi nudo, le tolse con un solo
movimento la biancheria intima e scomparve sotto la sua gonna finché non la
fece impazzire.
È vero che il sesso reale, senza luci, senza attori con movimenti
coreografati, senza una telecamera che inquadri solo i particolari più validi
dal punto di vista estetico, risulta uno spettacolo piuttosto noioso, ma il carico
affettivo che attribuii a quella storia che conoscevo e la luce che si incaricò di
regalare loro la luna dietro le vetrate lo trasformarono in una sequenza
emozionante. In quel momento l’insaziabile Francisco la prese di nuovo in
braccio e la spinse contro il muro per poi lanciarsi su di lei e coprirla di baci,
lasciando l’impronta di tutto il corpo della mia amica sul vetro. Rimasero
insieme due ore nutrendosi l’uno dell’altra finché non caddero stremati su un
letto di margherite che lei aveva sparpagliato sul futon del retro in un momento
di estrema civetteria.
E io li lasciai lì, placidamente addormentati sul fiore dell’innocenza.
Devo ammettere che il ricordo della mia prima esperienza da voyeur mi fece
soffocare. Non fu il caldo. Anche perché quello era il primo giorno nuvoloso
dell’estate.
Che coppia quella. Era tempo che non vedevo qualcosa di così puro, così
naturale, così perfetto come ciò che legava quei due. Com’era possibile che
avessero ancora dubbi sul futuro del loro rapporto?
Lasciai il trasportino a terra e osservai il musetto bianco e nero di Capitán
dietro le sbarre del suo presidio portatile. Infilò il muso in una fessura e io gli
accarezzai il nasino umido. Era meglio che mi concentrassi sui miei problemi,
che in quel momento erano tanti.
Per esempio: cosa avrei fatto se il mio padrone di casa avesse scoperto il
gatto? Mi aveva detto molto chiaramente che in casa non era permesso tenere
animali. Come spiegargli che Capitán rientrava piuttosto nella categoria dei
peluche animati? Era pulito, silenzioso e se la prendeva soltanto con le scatole
di cartone e i rotoli di carta igienica, che trasformava in coriandoli nel giro di
pochi minuti. Credo che Capitán comprese telepaticamente la mia
preoccupazione, perché contrasse le pupille e assunse l’espressione di chi non
aveva mai fatto male a un topo. Cosa che di sicuro non era in grado di fare.
Siccome ormai era ora di andare al lavoro, decisi di portarlo con me e di
tenerlo chiuso nella stanza sul retro fino al termine della giornata. Gli avrei
messo un po’ di terra del giardino come lettiera e poi lo avrei fatto entrare in
casa a tradimento approfittando del buio della notte.

Quando arrivai, Olivia indossava una tuta bianca e uno scafandro dello
stesso colore, come se dovesse partecipare alla scena della morte di E.T.
Aurora era con lei e stava raccogliendo tutti i suoi quadri in gran fretta.
“Cosa succede?” chiesi io.
Lei sbuffò e aprì il suo ventaglio.
“Cosa non succede, vorrai dire,” protestò.
“Parassiti,” spiegò Aurora andando avanti e indietro.
Nel giardino c’era un gruppo di persone bardate con la stessa divisa che
ispezionavano le piante girando ogni foglia, prendendo campioni, smuovendo
la terra dei vasi.
“Abbiamo un’invasione di ragnetti rossi,” sospirò Olivia.
“Ed è molto grave?” mi allarmai, lasciando a terra il trasportino.
“Se disinfestiamo no. Aurora era più propensa a liberare delle coccinelle,
che è un metodo più ecologico, ma non gliel’ho permesso. Bisogna agire in
fretta.”
“Liberare delle coccinelle?” chiesi frastornata.
“Sì, mangiano i ragnetti,” spiegò la Bella Sofferente passando di nuovo
come una stella cometa. “Ma è vero che dopo te le ritrovi dappertutto. Vanno
via quando ne hanno voglia.” Posò una pila di quadri ai miei piedi e poi
sussurrò: “Li lascio sul retro coperti, va bene, Olivia?”. Mi diede due baci,
sembrava contenta e poi si accorse del mio accompagnatore. “E questo
piccoletto chi è?”
Lasciai la gabbietta sul bancone e aprii lo sportellino. Capitán fece capolino
alzando il muso e annusando timidamente l’aria.
“Si chiama Capitán. Era il gatto di... be’, è il mio gatto. Pensavo di portarlo
a casa nottetempo perché è vietato, ma se dobbiamo disinfestare non posso
lasciarlo qui.”
Olivia gli si avvicinò e appoggiò il naso su quello del gatto. Si annusarono
reciprocamente per qualche secondo. Poi lo tirò fuori dalla gabbietta e lo
prese in braccio.
“Vieni qui, splendore,” disse stringendolo, gesto che Capitán apprezzò
socchiudendo gli occhi e ronfando come un motore.
Poi avvicinò il gatto a uno dei quadri di Aurora e glielo mostrò. Capitán lo
osservava con lo stesso interesse con cui guardava la televisione. Olivia
s’immerse nei suoi occhi. Il quadro presentava un motivo floreale e si
rifletteva nelle sue pupille assorte. Olivia lasciò il dipinto a terra e poi anche
il gatto, che vagò per la serra fermandosi davanti ad alcune tele e ad alcuni
fiori veri mentre sembrava tracciare la sua mappa mentale di quel nuovo
spazio. Poi si fermò a contemplare una delle opere come se fosse ipnotizzato.
Guardava alternativamente noi e il quadro, quasi a chiedere un consenso. Alla
fine si alzò e vi sfregò il muso contro. Il gesto con cui decideva che qualcosa
era suo.
Olivia sorrise e lasciò lo scafandro su uno sgabello.
“Ho un’idea,” ci annunciò decisa. “Siccome oggi non potremo lavorare qui e
il nostro amichetto s’intossicherebbe, perché non ne approfittiamo per andare
al Museo del Prado? Hanno inaugurato una nuova mostra.”
“E Capitán?” chiesi io.
“Ce lo portiamo dietro, ovviamente,” esclamò. “Ci andiamo soprattutto per
farla vedere a lui.”
Mi avvicinai ad Aurora. La presi per un braccio.
“Sei sicura che non abbia inalato quella sostanza?”
La Bella Sofferente scoppiò a ridere. Una cosa non molto frequente. Olivia
afferrò Capitán, che si lasciò prendere tranquillamente e le diede una testata
affettuosa prima che lei lo infilasse nel suo cestino di vimini. Poi si tolse la
tuta sfoggiando un paio di pantaloni a sigaretta neri e una maglietta rossa. Con
quella mise sembrava una Audrey Hepburn cresciutella. Aurora prese la sua
borsa a tracolla, io il mio zaino e la seguimmo verso il museo. Capitán faceva
capolino come se fosse dentro il cesto di una mongolfiera, osservando il
mondo di fuori che fino a quel momento gli era sconosciuto.
Quando arrivammo all’ingresso, Olivia lo coprì con il suo scialle e chiese
di chiamare la responsabile eventi. A quanto ci disse era una sua cara amica.
“Bisogna evitare che al povero Capitán facciano una radiografia al controllo
di sicurezza,” ci spiegò molto seria.
La responsabile eventi era una donna bella, grassa e dall’espressione dolce
che indossava un tailleur color champagne. Aveva i capelli neri e lucidi con
una frangetta da bambola. Olivia le spiegò che volevamo fare un esperimento
con Capitán. Avremmo portato il gatto in giro per l’esposizione permanente
per verificare che effetto gli facevano i quadri. Tra i molti superpoteri dei gatti
– uno degli olfatti più sviluppati del mondo animale, baffi e coda che
servivano loro come antenne per l’equilibrio e per determinare le distanze –
c’era la capacità di vedere i raggi ultravioletti.
“Sono piccoli miracoli viventi,” esclamò Olivia, e Capitán sembrò capire
perché sbatté le palpebre lentamente e con orgoglio. “I felini sono in grado di
vedere strani motivi sulle piante che per noi non esistono, l’energia che
emanano i nostri corpi sotto forma di raggi che escono dalle nostre teste e,
probabilmente, le pennellate nascoste nei quadri dei grandi maestri...”
Io e Aurora la ascoltavamo rapite. Secondo la teoria di Olivia, proprio
come i restauratori usavano i raggi ultravioletti per scoprire se c’erano strati
di pittura sottostanti o quale fosse l’aspetto originale di un dipinto, Capitán
aveva il privilegio di vedere Las Meninas come lo aveva dipinto Velázquez,
senza i restauri successivi.
Poi ci fermammo davanti a Las Hilanderas. Sedute su una panchina con un
gatto in un cestino che sembrava concentrato sul movimento di quei corpi e
dell’arcolaio.
Ricordo che lo guardai con rispetto, con orgoglio e persino con
ammirazione. A quanto pareva in casa nostra non ero l’unica a essere stata
sottovalutata.
Lì, in quel tempio dell’arte, mentre camminavamo sul marmo lucido
circondate dalla bellezza e Olivia cercava di fare in modo che Capitán le
rivelasse i segreti dei grandi maestri, Aurora li rivelava a me: come Velázquez
avesse iniziato a dipingere l’aria che c’era tra le figure, come un Goya in
preda alla follia avesse inventato senza volerlo l’Impressionismo con qualche
secolo di anticipo e in quel momento mi svelò anche perché era tanto contenta.
Blanca Soto l’aveva chiamata per comunicarle che aveva venduto sei delle sue
opere. Era incredibile, disse spostandosi nervosamente i capelli dietro le
orecchie. A dirla tutta, c’era la possibilità che decidesse di mandarla con altri
artisti spagnoli a una fiera dell’arte a Francoforte.
Non l’avevo mai vista così bella: si era lasciata crescere un po’ i capelli e
adesso poteva raccoglierli con delle mollette o in una coda. Portava un paio di
jeans strappati e una camicia a pois neri presa a un mercatino, ma sembrava
più giovane e piena di vita. Quando rideva sul suo viso struccato comparivano
delle rughe sottilissime che addirittura le donavano. A quel punto mi
abbracciò.
“Olivia mi ha detto che è stata un’idea tua.” I suoi grandissimi occhi da
cartone animato si riempirono di lacrime. Odorava di colonia da bagno e
tabacco.
“Mia? No...” mi smarcai nervosamente. “A Blanca sono piaciuti. E non le ho
detto...”
“Davvero. Grazie mille per aver portato i miei quadri alla galleria senza
chiedermelo,” mi interruppe. “Io non lo avrei fatto. Anzi, non te lo avrei
permesso.”
A quel punto aprì la borsa e ne estrasse una cartellina. Dentro c’era una
serie di bozzetti. Uno era un veliero a due alberi, molto simile al Peter Pan.
Sull’albero maestro c’era una bandiera bianca con al centro una violetta. Infilò
di nuovo la piccola mano in borsa e ne estrasse un pezzo di stoffa bianca
piegato.
“Prendi,” disse consegnandomelo solennemente. “È per te. Così sapranno da
lontano chi sta arrivando. E capiranno che è meglio scansarsi!”
Accettai la bandiera piegata con la stessa emozione della moglie di un
caduto e la abbracciai di nuovo. E continuammo a camminare a braccetto
dietro un’Olivia che era già alla fine della sala, sebbene si fermasse davanti ai
quadri che attiravano maggiormente l’attenzione di un concentratissimo
Capitán, sotto lo sguardo stupefatto di custodi e turisti.
Quando uscimmo dalle sale fresche del museo lo schiaffo del caldo fu tale
che ci comprammo un gelato e finimmo per sederci sulla fontana che si trova
all’ingresso del giardino botanico.
“E quando vai a Francoforte?” m’informai.
Aurora stava offrendo a Capitán il suo gelato al latte meringato, che lui
leccava con la linguetta a velocità supersonica, e a quel punto disse ciò che
disse senza guardarci: “Il fatto è che non credo di andarci...”.
Scese un silenzio eterno.
A me e a Olivia passò la fame.
“Come?” si indignò Olivia.
Aurora continuò a parlare mentre accarezzava Capitán.
“In questo momento devo concentrarmi sul mio rapporto con Maxi, ragazze.
Da quando è tornato, la situazione è molto delicata.” Tirò un po’ su con il naso.
“A me basta sapere che mi hanno scelto, dico sul serio. Ci saranno altre
occasioni.”
Olivia si alzò di scatto.
“Marina, ecco una grande lezione. Non aiutare mai qualcuno che non te lo ha
chiesto.”
Lasciò Capitán tra le mie braccia e buttò il suo gelato nel cestino.
Aurora esplose all’improvviso: “Non mi giudicare! Tu hai deciso di non
avere un compagno, né figli e neanche un cane che ti faccia compagnia. Ma io
non voglio questo! Io non sono forte come te, Olivia”.
L’altra si girò con le pupille dilatate e poi chiuse gli occhi come se le
avessero dato un ceffone. Né io né Aurora in quel momento riuscimmo a
soppesare la violenza di quel colpo. Lei non disse niente. Ci voltò le spalle e
la vedemmo attraversare le strisce pedonali in direzione del barrio de las
Letras.
Aurora la seguì con lo sguardo vitreo, che stavolta non era frutto soltanto
della sua allergia.
“Lo vedi come fa? Sapevo che sarebbe andata così,” si lamentò con la voce
roca. “Lei non lo capisce. Non mi ha dato neanche il tempo di spiegarle che ne
ho parlato con lui.”
“È nervosa,” la giustificai. “In questi giorni alcuni possibili compratori sono
venuti a visitare il negozio. Se le cose vanno avanti così, è molto probabile
che dopo l’estate debba chiudere.”
Aurora arricciò le sue labbra da personaggio dei fumetti.
“Allora,” dissi cambiando argomento, “che problema c’è se vai alla fiera?”
Lei prese fiato come se la spiegazione dovesse essere lunga.
“Quando Maxi è tornato io ho accettato di non controllarlo tanto, ma gli ho
detto anche che doveva darsi una mossa e che non potevamo continuare così.”
Si alzò e strinse i pugni. “E lui lo ha capito. Gli ho anche detto che se ha
intenzione di restare deve pagare la metà delle spese di casa. Ma la realtà è
che adesso lui non può darmi nessun contributo. Che faccio? Lo butto in mezzo
a una strada? Dipendiamo solo da quello che guadagno io con il taxi! Non mi
posso permettere di perdere vari giorni di lavoro.”
Alcuni turisti ci chiesero se potevamo scattare loro una foto, che
evidentemente inquadrai malissimo, perché la guardarono con un’espressione
delusa e non me ne chiesero un’altra.
“Sei sicura che non sia una scusa?” le chiesi quando mi risedetti.
“No! È vero che non ha neanche un euro.”
“Mi riferivo alla scusa che trovi tu per non andare. Quanto a lui, che si dia
da fare,” insistetti arrabbiata.
“Se stai insinuando che non ci vado per paura, non è così.”
Si lasciò cadere sulla panchina di pietra. La sua mano tremante non la
smetteva di accarezzare Capitán.
“Passa molto tempo fuori casa. E torna ubriaco, strafatto... E io so che è un
momento e che è molto difficile trovare lavoro,” proseguì. “Ma so anche che
quando si stabilizzerà forse questa cosa potrà funzionare. In questo momento
ho paura che possa lasciarmi di nuovo.”
Strinsi Capitán, che si stava preparando a saltare all’inseguimento di un
piccione.
“Che possa lasciarti?” sbraitai. “Per caso non è tornato? Come potrebbe
volerti lasciare, Aurora, se stare con te gli conviene?”
Non appena ebbi detto quelle parole iniziai a pentirmene.
Lei mi guardò, adesso sì, con un’espressione tra il sorpreso e l’adirato.
“Non so cosa tu voglia dire, ma lui dice che mi ama. A modo suo.”
“E allora che lo dimostri senza condizionarti.”
“Adesso non può appoggiarmi più di così, punto e basta.”
Alzai lo sguardo. La luce plumbea della giornata filtrava attraverso le
chiome degli alberi del paseo del Prado.
“E ci sta male,” la sentii dire. “Immagino che per lui sia molto duro che a
me capiti un’occasione del genere, mentre lui...”
“Te lo immagini o te lo ha detto?”
“Me lo ha fatto capire.”
Non riuscii più a trattenermi. E a partire da quel momento tutto ciò che dissi
disegnò sul volto della mia amica sempre più ombre, come se le mie parole le
assestassero dei colpi invisibili. La delusione le piombò addosso
gradualmente come un bagno di cenere. Ma qualcosa mi disse che dovevo
farlo.
Forse la certezza che quelle ombre si potevano ripulire.
Che quella cenere si poteva eliminare.
Perché io stessa lo stavo facendo.
Non riesco a ricordare esattamente tutto ciò che le dissi in quell’arringa. Mi
limitai a fare un ritratto di Maxi perché lo vedesse dall’esterno, o meglio un
collage costruito a partire da tutti i ritagli che ci aveva lasciato intravedere di
lui: un uomo di quasi quarant’anni che non si pagava neanche il telefono, che
non andava a letto con lei ma che le chiedeva di accettare con nonchalance che
lui avesse rapporti con altre donne, che le riempiva la casa di amici fattoni,
che quando lei accennava anche solo un interesse per qualcos’altro si
mostrava debole e indifeso per evitare che lo buttasse fuori di casa. Come
avrebbe potuto lasciarla?
“Devi farlo uscire da casa tua.”
Lei mi ascoltò. Non trovò neanche le forze per ribattere. E, con il fiato
corto, rispose soltanto: “Non posso...”.
La presi per mano. Le assicurai che i quadri che stava dipingendo
ultimamente mi sembravano pazzeschi, checché ne dicesse Maxi. E che si
meritava quell’occasione. E anche se mi accorsi della tensione di tutti i suoi
muscoli, lei non si stava preparando a saltare come Capitán. Non poteva. Era
solo la tensione provocata dal dolore. La Bella Sofferente non riuscì a
piangere come altre volte. Forse per questo Capitán, schiacciato tra di noi,
iniziò a fare di nuovo le fusa, consapevole di quell’altro superpotere
anestetico felino con cui i gatti sono capaci di alleviare i nostri momenti
peggiori.

In quell’ora che dedicammo a vagare lungo il viale del paseo del Prado, tra
chitarristi, pittori e venditori di ventagli decorati con i quadri del museo,
Aurora si confessò.
Non aveva così tanto la testa tra le nuvole come credevamo noi, mi rivelò
mentre camminava malferma sulle gambe. Era consapevole del fatto che Maxi
si approfittava di lei, ma si era installato nella sua vita in un modo così
profondo che adesso le risultava impossibile sbatterlo fuori.
“Mi dice sempre che sono una donna complicata. E che per questo è difficile
che io trovi qualcuno che mi ami come mi ama lui.”
E a furia di sbatterle in faccia quello slogan, lei ci aveva creduto. O aveva
voluto crederci.
Però, mentre la nostra Bella Sofferente continuava a comportarsi come tale,
rimaneva addormentata nella sua bara di dolore davanti a tante altre
possibilità: poco tempo prima, con la scusa di vendergli un quadro, Casandra
le aveva presentato un amico diplomatico. Era un uomo affascinante, sensibile
e cortese, era appassionato di arte e avrebbe potuto portarla in giro per mezzo
mondo mentre lei continuava a dipingere. Al terzo appuntamento, però, le era
venuto in mente di dirgli che viveva con il suo fidanzato. E lui, perplesso, si
era tirato indietro. Il suo fidanzato?
Come le aveva detto Olivia: un uomo che volesse amarla non rappresentava
una sfida. Non era un violento o un egoista da dover giustificare di fronte agli
amici. Non era uno che la sminuiva. In breve: non poteva aggiustare un uomo
che stava bene come stava. Se doveva amare senza sofferenza non sapeva
come amarlo. Un uomo che pensava già che lei fosse meravigliosa non era un
uomo da dover convincere che lo era. Non era come suo padre.
“E che ne è stato della nostra lista dei piaceri capitali dell’altro giorno? Il
desiderio, l’ambizione, l’orgoglio...” Le feci l’occhiolino.
“Al momento posso spuntare dalla lista lo sfogo,” disse lei con un mezzo
sorriso, che a me sembrò di sollievo. “A poco a poco.”
Mentre passeggiavamo, di tanto in tanto Capitán faceva capolino con il suo
musetto morbido e ci regalava qualche leccatina con la lingua ruvida. Fin
quando non mi fermai all’altezza della fontana di Nettuno e con il dio come
testimone – adesso penso che non fu un caso – mi venne in mente di proporle
un patto: “Io non salirò sulla barca, Aurora, se tu non sali su quell’aereo per
Francoforte. E se prima di partire non dici a Maxi di non farsi trovare a casa
quando tornerai”.
Le tesi la mano per siglare il nostro accordo. Lei mi guardò attanagliata da
un senso di colpa a priori.
“Non ce la farò.”
“Sì che ce la farai,” le assicurai. “Non sei sola.”
Tremava di freddo, anche se il termometro segnava trentatré gradi in una
giornata nuvolosa.
Lei credeva in me e io credevo in lei quanto non eravamo capaci di credere
in noi stesse. E noi donne agiamo per contagio, come diceva Olivia. Troviamo
la nostra forza nella forza delle altre. Come una catena.

Quando arrivammo al negozio di fiori, Olivia era sulla soglia e stava


osservando con interesse la facciata di fronte.
Tutto il muro era dipinto di blu a pennellate vive piene di movimento. Al
centro di quel mulinello di colore, una figura, una donna con un braccio alzato,
sospesa su qualcosa di bianco che poteva essere tanto la schiuma di un’onda
quanto il vento.
Inginocchiato a terra e con le mani coperte di vernice c’era Kiddy Citny, con
indosso una camicia sporca di colori e un paio di jeans. Aurora e Capitán
avevano lo stesso sguardo, come se fossero entrambi capaci di vedere quei
raggi ultravioletti. Il pittore si alzò quando ci vide arrivare. Mi rivolse il suo
sguardo sorridente, sicuro, e mi disse: “Sei tu, Marina, che voli sul mare. Che
voli”.
Teoria del parassita

Neanche un angelo caduto dal cielo nel nostro giardino sarebbe stato più
opportuno quel pomeriggio della visita inaspettata di un pittore tedesco di
grande fama conosciuto per la sua dedizione alle nobili cause: due ingredienti
ideali per catturare la nostra Bella Sofferente.
Per questo, prima che Aurora fuggisse, glielo presentammo e subito dopo
suggerimmo loro di aspettarci prendendo qualcosa da bere in un locale del
quartiere. Lui poteva darle qualche indicazione di prima mano sulla mostra di
Francoforte alla quale era stata invitata, e nel frattempo io e Olivia avremmo
ripulito i residui della mattanza di parassiti che aveva avuto luogo nel negozio.
Non ho mai saputo che percentuale delle cose incredibili che succedevano
intorno a quella donna fosse orchestrata da lei, o se semplicemente
succedevano grazie alla vicinanza al suo campo energetico. Fatto sta che, in un
modo o nell’altro, succedevano.

Mi stavo appunto chiedendo questo quando entrammo nella serra. Mi


guardai intorno disgustata: un tappeto di piccoli insetti scricchiolanti copriva
il suolo come se si trattasse di caviale rosso. Ci infilammo dei guanti,
lasciammo Capitán chiuso nella sua gabbietta in giardino e ci mettemmo a
spazzare quel disastro.
Non bisognava essere dei grandi osservatori per capire che Olivia aveva la
preoccupazione stampata negli occhi stanchi, nelle labbra strette, nella sua
andatura, meno decisa del solito. Si era congedata dalla nostra Bella
Sofferente con un secco: “Ci vediamo”, e non aveva praticamente voluto
guardarla in faccia. Quasi nello stesso momento scorsi Francisco che usciva
dalla porta sul retro del giardino. Da cosa dipendeva quella preoccupazione?
Era per Aurora? O aveva a che vedere con il rischio della chiusura del
negozio? Cosa tramavano quei due?
Mi sembrò che anche lui non avesse un bell’aspetto. Non si era fatto la
barba e due grandi borse sotto gli occhi indicavano che non dormiva da giorni.
Soprattutto, però, uscì dal negozio come quando lo avevo conosciuto, lo
sguardo basso, e non come lo avevo visto ultimamente, con il mento in alto e
la luce negli occhi.

Quando entrai, un altro particolare più inequivocabile mi annunciò la


tragedia: c’era un mazzo di chiavi sul bancone. Con un portachiavi a forma di
margherita. Il mazzo di chiavi che avevamo lasciato a Victoria e Francisco per
i loro incontri.
Olivia lo prese e me lo mostrò: “Tu lo capisci?”. Mi limitai a scuotere
lentamente la testa. Lei fece schioccare la lingua e disse: “Perché gli uomini
chiamano senso di colpa quella che in realtà è paura?”.
Mi dispiacque per Victoria. Perché intuii che non sapesse ancora che quando
sarebbe tornata alla serra non l’avrebbe attesa un nuovo incontro con il suo
amante, l’uomo di cui era innamorata, ma un semplice garofano rosso: il fiore
dell’addio.
“L’ha lasciata?” chiesi incredula mentre seguivo Olivia in giardino.
Si avvicinò al gelsomino rampicante che saliva lungo il muro della chiesa e
gli diede vari colpi con lo straccio, mentre gli insetti, per quanto morti,
continuavano a stare ostinatamente attaccati alle sue foglie. Ne staccò una e me
la mostrò.
“Vedi come continuano a starsene conficcati nelle vene in cui circola la
linfa? Ebbene, a Francisco succede la stessa cosa con sua moglie.”
Devo riconoscere che, per quanto fossi abituata ai modi duri di Olivia e per
quanto ogni tanto le sue allegorie mi stancassero, quel commento mi sembrò
particolarmente crudele.
“Ma cosa è successo?” mi spazientii.
“Che si è innamorato di Victoria, questo è successo,” rispose mentre
spazzava.
“E per questo la vuole lasciare?”
Adesso sì che non capivo niente. A quanto pareva Francisco le aveva
raccontato che due giorni prima una vicina lo aveva chiamato mentre era al
lavoro per dirgli che sua moglie era al pronto soccorso per una specie di crisi.
Quando era arrivato in ospedale aveva trovato Aída con la flebo, che appena
lo aveva visto aveva allungato la mano tremante ed era scoppiata a piangere.
Dopo molte analisi, un medico che secondo lui lo aveva guardato con
un’espressione severa – questa era con ogni probabilità la parte in cui
Francisco o il suo senso di colpa romanzavano il racconto –, gli aveva
spiegato che sua moglie era depressa. Che aveva bisogno solo di riposo,
medicine, terapia, pazienza e che le si dovevano risparmiare i dispiaceri. Il
medico aveva ritenuto anche opportuno riferirgli che Aída aveva fatto capire a
un’infermiera che durante i suoi picchi di angoscia aveva pensato di fare “una
pazzia”. Così Francisco aveva capito l’antifona: le aveva messo un braccio
sulle spalle e l’aveva accompagnata a casa mentre lei si scusava con la voce
rotta per averlo fatto spaventare e lo guardava con gli occhi da cucciolo
riconoscente. Quella notte aveva dormito tenendogli stretta la mano come una
manetta. Il giorno dopo era andata dal suo psichiatra. Praticamente da quando
si erano sposati ne frequentava lo studio a momenti alterni per la sua tendenza
alla depressione.
“...visite che coincidono con i momenti in cui lui ha tentato di lasciarla,”
spiegò Olivia. “E adesso, per di più, lo ha informato che il suo medico
consiglia di tenerla d’occhio finché sarà sotto cura perché non controlla bene
le pillole che prende... Insomma...” Si mise un fazzoletto in testa per coprirsi i
capelli. “Passami un altro straccio, forza.”
Glielo lanciai e lei lo prese al volo. Iniziò a spostare gli insetti che
ricoprivano il tavolo di ferro.
“Ma il loro rapporto non migliorerà,” dissi irritata.
“Certo che no,” esclamò Olivia. “Ma lei preferisce avere un rapporto
zombie. Morto. È meglio che dover cercare un altro organismo che le fornisca
il nutrimento.”
“Bene, ne ha il diritto. Ma lui? Sa che il suo matrimonio è finito. Perché
rinuncia a quello che ha con Victoria?” dissi sconcertata.
Olivia scrollò lo straccio sulla ringhiera.
“Alcuni fanno così.” Pulì rabbiosamente le sedie. “Hanno molta paura.
Paura del cambiamento. Paura di affrontare la realtà, paura anche della
felicità. Ritardano l’inevitabile e finiscono per provocare un grande dolore. A
se stessi e agli altri.”
Era arrabbiata, disse mentre spazzava con impeto le piastrelle del giardino,
no, era furiosa. E la storia di Aurora? Cosa ne pensavo? Quelli come il suo
fidanzato seguivano lo stesso modello di Aída: adulti che non accettavano le
decisioni altrui e che si trasformavano in bambini rabbiosi.
“È una regola,” sentenziò salendo su una sedia per pulire la tenda del
pergolato. “Una settimana fa Francisco le ha detto che forse avrebbero dovuto
prendersi una pausa. E, bada, me lo aspettavo: proprio oggi, con un tempismo
ammirevole, lo psichiatra di quella brava donna afferma che non supererà la
depressione senza il sostegno di suo marito. Ti rendi conto?”
Perse un po’ l’equilibrio e corsi a reggerla tenendola per le gambe.
“E se questo lo facessi fare a me?” le suggerii, ma lei finse di non avermi
sentito. Alzai la voce: “E immagino che queste cose lo psichiatra non le abbia
dette direttamente a Francisco”.
“Ovvio,” proseguì stancamente dall’alto dello sgabello. “Ma se pure lo
avesse fatto, lui potrebbe aiutarla anche non stando con lei. In conclusione, è
la solita solfa: se mi lasci, avrai la mia salute sulla coscienza, bello mio. E
poi, en passant, gli ha detto anche che aveva sognato che stava con ‘un’altra’.”
“E lui avrà negato, ovviamente.”
“Certo che ha negato! Dammi una mano, mia cara.” La aiutai a scendere.
Sorrise malinconicamente. “Ma è lo stesso. Siamo donne, Marina. Quando una
donna chiede al suo compagno se c’è un’altra è perché sa che c’è un’altra. E
delle due una: se la donna in questione è un parassita, l’unica cosa che vuole è
che lui si senta in colpa per il fatto di frustrare il suo tentativo di essere felice;
e se non lo è gli starebbe dando la possibilità di lasciarla libera. E invece lui
cosa fa? Nega come se fosse questione di vita o di morte e lascia Victoria.
Tutto molto coerente.”

E adesso ricordo che quel discorso, non so perché, mi fece pensare a te.
Cosa sarebbe successo nel mio caso? Se io avessi saputo che tu avevi un’altra
vita, Óscar, non avrei potuto continuare a stare con te. Non riesco a
immaginarmi mentre ti trattengo contro la tua volontà con vittimismi e ricatti.
O forse invece lo avrei fatto? Era così forte la mia dipendenza da te?
Il caso di Maxi o della moglie di Francisco lo battezzammo quel pomeriggio
“sindrome del parassita”: ovvero un copilota elevato all’ennesima potenza.
Una persona che si nutriva della vita dell’altro, della sua energia vitale,
emotiva, e che trasformava la propria debolezza in forza per trattenerlo.
Poteva nutrirsi, come nel caso di Aurora, dei suoi soldi, dei suoi contatti,
persino avendo un’ascesa professionale attraverso il talento dell’altro, o, nel
caso di Francisco, approfittando della vita piena di viaggi ed eventi
interessanti del partner. Per Aída lui era il suo “nutrimento”. Le bastavano le
briciole della sua felicità e non aveva intenzione di rinunciarci. Era più
comodo che costruirsi una vita propria. E, arrivata a quel punto, pensava di
non potersi permettere di perdere il proprio investimento, la propria
assicurazione.
“Francisco mi ha raccontato che in questi anni è successo di tutto: da
gravidanze indesiderate a tentativi di suicidio, finte malattie...” Olivia iniziò a
riempire l’annaffiatoio rosso con la pompa. “Va bene tutto pur di farlo sentire
in colpa e frenare la sua fuga.”
“Perciò Francisco, pur essendo la vittima, parla di lei come se lui fosse il
suo carnefice.”
Mentre scrollavo le coperture di plastica delle sedie in giardino, ricordai
l’angoscia di Aurora anche solo all’idea di chiedere a Maxi di andarsene da
casa sua. Che pensava al suo dolore. Incapace di causargli quel dolore.
Incapace di pensare al proprio.
La aiutai a trascinare un vaso che pesava tonnellate.
“Io l’ho detto a Francisco. O reagisce una volta per tutte o è possibile che
resti prigioniero per tutta la vita.” Si tirò su sfinita. “Lasciamo qui
quest’albero. Che fa ombra.”
“E cosa pensi che farà?”
“Francisco?” chiese, e io annuii. “Purtroppo penso che non farà niente.
Niente salvo lamentarsi.”
Dopo averla pulita mi sedetti sull’altalena della riflessione. Mi venne in
mente quella malaticcia di Aída. Non l’avevo mai vista, ma me la immaginavo
grigia, come un Maxi in versione femminile, che incaricava il marito di
assurde incombenze domestiche per tenerlo occupato, facendo la vittima
quando lui rincasava pieno della luce e dell’odore di Victoria. Visualizzai il
carcere in cui sentiva di essere rinchiuso. Quando leggeva in salotto finché lei
non si addormentava. Quando si masturbava in bagno. Quando s’infilava a
letto e dormiva tutta la notte in un angolo. Immaginai che questo fosse successo
a te, con me. Che in qualche momento io fossi stata la tua prigione e non me ne
fossi resa conto. E che tu mi avessi usata come scusa con te stesso per fare “la
cosa giusta” invece di affrontare la realtà. Che mi considerassi troppo
dipendente e che questo fosse ciò che ti univa a me. “Il parassita resta o chiede
protezione adducendo come scusa la propria piccolezza, questa è la sua
forza”, era stata l’ultima cosa che avevo sentito dire a quella guru travestita da
fioraia.
Improvvisamente gli occhi mi si riempirono di lacrime, al ritmo con cui
quell’annaffiatoio traboccava d’acqua. E non osavo chiedermi né chiederle
cosa stesse iniziando ad attanagliarmi la gola. Lei sembrò sorpresa e, come se
comprendesse i miei dubbi verso me stessa, mi si avvicinò e mi mise una
mano sulla schiena per farmi forza. La guardai con aria supplicante. Con
quell’aspetto, i capelli arancioni che le sfuggivano dal fazzoletto, sembrava
una strega buona. A quel punto, con mia sorpresa, scoppiò a ridere.
“Mia cara,” disse appoggiandosi alla sua scopa magica, “so cosa stai
pensando. Ma tu non sei così. Dimmi, perché ti fidi sempre più di ciò che
possono pensare gli altri e non inizi a fidarti di te stessa? Credi di esserlo
stata? Io di te so soltanto che sei una persona generosa e... un po’ poco critica
con te stessa, questo è vero, cosa che ogni tanto mi fa perdere le staffe.”
Sorrise ironica. “Io non ho conosciuto te e Óscar insieme, ma so che non sei
una persona egoista, Marina. Lo vedo nel modo in cui ti dai agli altri da
quando sei qui.” Osservò quel mucchio di piccoli cadaveri sulla paletta. “Il
caso di Maxi o di Aída è diverso. Entrambi si rifiutano di non essere più in
primo piano perché in fondo, più di ogni altra cosa, amano se stessi.”
“Ma Maxi deve sapere che lei non è felice.”
“Cara Marina...” disse mentre si risistemava il fazzoletto. “Tu credi che a
questi insetti interessasse anche solo un po’ la salute della pianta alla quale si
erano attaccati?”
“E allora... cosa vuole?”
“Vuole soltanto che lei ci sia. Punto e basta.”
Se ne andò con la scopa in mano, e io ero convinta che ci sarebbe salita
sopra e si sarebbe levata in volo e invece scomparve entrando nella serra.
Mi dondolai sulla mia altalena. I rami forti e antichi dell’olivo si
lamentarono un po’. E anche se cercai di evitarlo, mi venne in mente mia
madre e tutto il suo catalogo di ricatti emotivi quando me n’ero andata di casa.
Tutti i meccanismi di autocommiserazione che usava con ogni membro della
famiglia. Era anche un modo per essere certa che non l’avremmo mai
abbandonata?

Finimmo che ormai era sera e ne approfittammo per innaffiare e far finire
nello scarico dell’acqua i residui dei parassiti e del veleno. Quel rituale di
pulizia mi sembrò purificatore. Non ci sforzammo di localizzare Aurora e ci
augurammo con tutto il cuore che l’artista tedesco avesse risvegliato in lei il
germe della speranza quanto bastava almeno per compiere quell’atto di forza
necessario a strappare via dalla sua vita un rapporto tanto tossico.
Ma ciò con cui si concluse quella serata di pulizie fu una visita
dell’ultim’ora.
Stavamo bevendo entrambe un bicchiere di vino bianco sotto il pergolato,
rallegrandoci per come avevamo gestito quella crisi, quando nella serra si
sentirono dei passi. Mi sorprese l’espressione di attenzione felina di Olivia,
perciò mi girai anch’io.
E a quel punto la vidi.
Riuscivo a scorgerla appena tra le vetrate, me lo impedivano le farfalle di
cellofan che le decoravano e i grandi vasi di fiori che si fermava a osservare.
Era alta, capelli rossi, più o meno mia coetanea, ed era tutta vestita di nero,
con una specie di tuta dai pantaloni ampi che le lasciava le spalle scoperte.
Olivia rimase seduta. Si limitò a osservarla con attenzione da dove ci
trovavamo, come se si fosse imboscata, con un miscuglio di fascinazione e
circospezione. Dietro di lei entrò un ragazzo biondo dal sorriso aperto e
luminoso, che portava un paio di jeans e una camicia a strisce.
“La conosci?” chiesi a Olivia.
Lei si portò lentamente il calice alle labbra.
“Sì e no,” rispose misteriosamente. “So chi è, ma non ci siamo ancora
incrociate.”
La donna continuò ad aggirarsi per la serra senza scegliere nessun fiore, ma
scattò delle foto con il suo cellulare. L’uomo biondo faceva qualche commento
mentre esaminava con lei il negozio.
Era lei, la scrittrice, ne era sicura, disse Olivia abbassando la voce.
Da qualche mese Vanessa Montfort, così disse che si chiamava, si era
trasferita nel quartiere e tra i vicini si vociferava che il suo nuovo romanzo
sarebbe stato ambientato in quelle strade. Piena di impazienza, le chiesi allora
perché continuasse a non servirla.
“Non voglio ancora intervenire, sono curiosa di vedere che fiori sceglie.”
Allungò le gambe sulla sedia che aveva di fronte e poi socchiuse gli occhi.
“Da quello che so di lei, se è venuta a quest’ora e visto che sono vestiti così,
staranno andando a una prima teatrale qui accanto. I fiori saranno per l’attore o
l’attrice. È già venuta qualche volta quando c’era Aurora, sempre di mattina e
durante il fine settimana, è allora che compra i fiori per casa sua. Quello che è
entrato con lei deve essere il suo editore, Alberto Marcos, perché commentano
le foto che sta scattando, probabilmente per documentarsi.”
Ascoltai affascinata le sue elucubrazioni su quei due personaggi. Il Giardino
dell’Angelo sarebbe comparso in un romanzo?
Il suo cellulare squillò e la vidi rispondere. Diede qualche rapida
indicazione al suo interlocutore e poi si mise a ridere divertita. Fu allora che
il suo sguardo incrociò il nostro e, accorgendosi di noi, si avviò decisa verso
il giardino. Ci rivolse un sorriso curioso color lampone. La pelle pallidissima
contrastava con la sua mise scura. La fioraia si alzò.
“Buonasera, posso aiutarti?” disse Olivia, con un tono un po’ più formale
del solito.
Lei piegò la testa e fece una pausa di riflessione. Ci osservava con i suoi
occhi castani come se ci stesse disegnando.
“Tu sei Olivia, non è vero?”
La fioraia annuì.
“Allora... credo che tu mi abbia già aiutato.”
Io e Olivia ci scambiammo un’occhiata fugace senza capire. In quel
momento la raggiunse il suo editore, dicendo che era ora di andare a teatro. Il
suo sguardo perspicace, quando si accorse di noi, sembrò sorprendersi e
rallegrarsi nello stesso tempo.
“Guarda, Alberto, loro sono Olivia e Marina.” E ci presentò come se ci
conoscesse da tempo, come se lui dovesse sapere chi eravamo.
“Ma pensa...” esclamò lui con un entusiasmo quasi infantile per poi
prorompere in una risata allegra e contagiosa. “Sul serio? È un piacere
immenso... dico davvero.”
A quel punto la scrittrice, senza perderci di vista neanche un attimo, si
aggirò curiosando per il giardino: girò intorno all’olivo, sfiorò l’altalena della
riflessione, mise le dita sotto il getto di una delle fontane, come faceva Capitán
quando riconosceva un nuovo territorio che aveva deciso di conquistare.
Olivia si limitò a seguirla con lo sguardo finché Alberto non salutò con un
cenno della mano qualcuno che arrivava in lontananza. “Guarda chi c’è...”
esclamò. “Meno male... visto quanto ci perdiamo in chiacchiere noi due, non
arriviamo mai in tempo.” La scrittrice sorrise e io guardai nella stessa
direzione verso cui era rivolto il suo sguardo. L’uomo attraversò la piazza con
il passo energico e a testa alta; indossava un paio di jeans e una camicia
bianca. Quando arrivò sulla soglia del giardino frenò di botto, come se quello
che aveva appena trovato catturasse improvvisamente tutta la sua attenzione.
Per quanto scrittrice ed editore lo osservassero divertiti, lui non ricambiò
ancora il loro saluto. Lo sguardo verde e trasparente dietro i piccoli occhiali
si muoveva con la lentezza di una telecamera in funzione. Biondino, con
qualche luccichio color cenere e un’aria vagamente anglosassone.
“Sapevamo che ti sarebbe piaciuto,” si rallegrò lei quando lui si avvicinò
per darle un bacio. “Gireresti qui senza nessun problema, o mi sbaglio?”
“Sì, sì, sì...” rispose lui pensoso. “Non mi dispiacerebbe affatto, no...”
Subito dopo strinse la mano all’editore e ci rivolse un’occhiata complice.
“Questo succede perché non chiudete la porta. Vi si può infilare nel negozio la
fauna pericolosa di questo quartiere: scrittori, editori, registi cinematografici...
personaggi così.”
Gli altri due accolsero il commento con un sorriso mentre io e Olivia
continuavamo a osservarli stupite. Anche se avevano detto che erano in ritardo
per il teatro, quello che poi scoprimmo essere il regista Miguel Ángel Lamata
– anche lui arrivato da poco nel quartiere – fece un giro simile a quello che
aveva fatto lei, ma con un ritmo più lento, cercando i punti di luce e di fuga, e
uscì anche un attimo per osservare il giardino da dietro il cancello per poi
rientrare.
Fu allora che chiese alla scrittrice ciò che Olivia voleva tanto sapere: quali
fiori avrebbe scelto.
“In realtà anch’io sono curiosa di sapere quali sono i tuoi fiori,” non poté
evitare di confessare Olivia.
Lei si spostò il ciuffo di capelli rossi dietro un orecchio e rimase in
equilibrio su una gamba. Socchiuse gli occhi.
“Hai le rose blu?” disse alla fine, come se fosse la domanda di un esame.
Olivia sorrise soddisfatta. Alberto si chiese divertito perché non le fosse
venuto in mente qualcosa di più semplice. Il regista gli lanciò un’occhiata
come a dire: è ovvio.
“Oggi no, ma posso ordinarle,” rispose Olivia.
“Ma esistono?” chiese lei.
“Se non esistono, dovrebbero esistere,” sentenziò il regista con uno sguardo
complice.
Neanch’io le avevo mai viste, ma sapevo che esistevano perché ne avevo
letto il significato sulla tavola della porta. Simbolo dell’eternità, erano il
risultato di un innesto e dell’incrocio minuzioso di un gran numero di rose di
dimensioni e colori diversi. Un monumento alla ricerca della bellezza.
“Ma non sono naturali,” le feci notare io. “Voglio dire che nascono di quel
colore perché sono state create dall’uomo.”
Lei spalancò gli occhi.
“In questo caso sono proprio quello che mi serve,” assicurò entusiasta.
“Fiori inventati... rose create dall’immaginazione.”
Poi lasciò il suo biglietto sul tavolo, ci ringraziò e volle sapere quando
sarebbero arrivate le sue rose. Doveva ordinarne molte. Ne aveva bisogno, a
quanto ci disse, per una scena importante.
I due uomini si congedarono, l’editore con un inchino galante e il regista con
un baciamano a Olivia, e uscirono dal giardino dirigendosi verso il Teatro
Español nella piazza accanto. Lei si fermò sulla soglia ancora per qualche
secondo, respirando l’odore di terra bagnata della nostra oasi, sotto le piccole
lanterne colorate.
“Marina... Olivia...” pronunciò i nostri nomi come se ci stesse battezzando.
“Conoscervi è stato meraviglioso.”
E vedemmo uscire dal Giardino dell’Angelo quella donna e, per qualche
motivo che ancora non capisco, ebbi la fantasia che una volta andata oltre il
nostro cancello di ferro sarebbe rimasta fuori dalla mia portata, in un altro
mondo dal quale non era così facile tornare. Noi due ci versammo un ultimo
bicchiere di vino e brindammo a quello strano incontro con cui si concludeva
la serata. Non ne abbiamo mai parlato dopo, ma credo che provammo
entrambe un sentimento simile: la strana nostalgia per qualcuno con cui sai di
non condividere un passato e che non incontrerai di nuovo in futuro, ma a cui ti
sei sentito magicamente legato in un istante del presente.
Poco dopo salutai Olivia e percorsi calle Huertas in discesa reggendo il
trasportino di un Capitán placidamente addormentato dopo una giornata carica
di emozioni per un gatto domestico. Quasi alla fine di Huertas mi resi conto di
aver dimenticato le chiavi, perciò salii di nuovo. Il giardino era ancora aperto,
anche se le luci erano già spente. A quel punto la vidi in piedi, accanto
all’olivo, con un bicchiere di vino in mano. Sembrava che stesse parlando con
lui. Poi depositò qualcosa di scuro e rettangolare nella cavità del tronco che di
solito era chiusa da una rete metallica per evitare che ci entrassero gli insetti.
Recuperai le mie chiavi in silenzio e volli lasciarla da sola con il suo
rituale, qualunque cosa significasse.
Quando attraversai calle Medinaceli la mia attenzione fu attirata
dall’immensa coda di fedeli che aspettavano il suo miracolo. Di tanto in tanto
arrivava gente da ogni angolo del paese per chiedere una grazia al Cristo o
fare una penitenza. Mi sembrò buffo che proprio di fronte ci fosse una coda
anche per entrare alla taverna La Dolores, per affogare le pene o le coscienze
in altre acque benedette. Ciascuno alleviava il proprio peso come meglio
poteva.
Non so cosa mi spinse a entrare in chiesa e a sedermi in un banco. In fondo
il bel Cristo dai capelli veri accoglieva paziente i suoi figlioli. Gradii il
fresco dell’interno della chiesa, l’odore di incenso, il silenzio rotto dall’eco
dei passi sul marmo e le fusa di Capitán.
Il mio telefono si illuminò con la parola “mamma”. Eccola lì, prigioniera
dello schermo, come la vittima di un’invocazione. Che cercava sempre di
riempire con le nostre vite un’insoddisfazione esistenziale che proveniva da
altrove. Perché non era vero che l’amore di una madre era sempre
incondizionato o disinteressato. Quello era un grande luogo comune.
Il suo modo di amare era asfissiante.
E per continuare a volerle bene dovevo accettarlo.
Capirlo.
E, soprattutto, non permettere più che fagocitasse la mia vita o le mie
decisioni, che poi era la stessa cosa. Nessuno ci insegnava ad amare bene,
come diceva Fromm. E riuscirci era un lavoro molto faticoso. Una sfida
impossibile se non ami te stesso. E questo non era il contrario di ciò che
proclamava la nostra cultura giudaico-cristiana?
Osservai il Cristo con le mani incrociate sul petto, che accoglieva i suoi
fedeli in difficoltà, si suppone, dando amore senza chiedere niente in cambio.
Mamma no.
Lei chiedeva in continuazione.
Tanto per cominciare aveva sempre proiettato le sue insicurezze su di me.
Fin da piccola: stai attenta a quello che mangi; stai attenta che non si
approfittino di te; stai attenta a non diventare una persona cattiva, una poco di
buono. Tutto per riaffermare se stessa ed esercitare un controllo sulla mia vita
e su quella di mio padre.
Come diceva Olivia, si trattava di saper amare. Sempre da Fromm: “Una
persona che non sa amare se stessa, non sa amare in generale”. Si poteva
amare bene o amare male. In un modo costruttivo che ti facesse crescere, come
Victoria e Francisco, o in un modo egoista e tossico che poteva essere
distruttivo.
Aprii la gabbietta di Capitán e sentii il suo respiro caldo e regolare. Gli
accarezzai la testolina. Mi suscitò una tenerezza immensa che prima di allora
non avevo mai provato nei suoi confronti.
Credo che il mio rapporto con te fosse più simile a quello.
E io te l’ho lasciato credere. Mi accarezzavi i capelli. Mi baciavi sulla
fronte. E quella era una forma di amore. Forse incompleta per una coppia. Ma
lo era.
Sorrisi. Adesso so che quel pensiero mi sollevò.
Credo che solidarizzai con quel Cristo immobile e sereno. Che
responsabilità ingiusta quella della povera statua.
La persona amata non dovrebbe mai essere un’àncora di salvezza.
Se amavi bene non potevi caricare nessuno di quella responsabilità.
Era ingiusto.
Pensai alle mie nuove amiche.
Aurora, che quella sera l’avrebbe trascorsa in poltrona senza smettere di
guardare i suoi quadri come Maxi di solito guardava la televisione, perché
improvvisamente una delle sue affermazioni le era diventata insopportabile.
L’aveva osservata mentre passava per il salotto con i suoi sandali di cuoio e
una camicia araba bianca a mo’ di vestito e le aveva detto: “Potresti essere più
femminile; perché non ti compri un paio di tacchi come la tua amica Gala?”.
Lei era stata sul punto di scoppiare a piangere, ma invece di farlo si era
voltata, lo aveva osservato con la sua canottiera piena di patacche e gli aveva
risposto senza pensare: “Io, invece, mi accontenterei che tu fossi pulito”. E lo
aveva lasciato così, attaccato alla televisione, che tentava di digerire quella
frase mentre era alle prese con la nausea causata dalla marijuana.
Neanche Casandra sapeva che avrebbe chiuso il suo ufficio alle sette per la
prima volta dopo anni, che uscendo avrebbe detto a Paula che non si sentiva
bene mentre le lasciava una tonnellata di faldoni affinché si portasse avanti in
sua assenza, perché intuiva che sarebbe stata male anche il giorno dopo.
Quando era entrata in ascensore, il suo viso si era riflesso con un luccichio
d’acciaio nel sorriso e aveva riletto quel sms che conteneva una proposta
troppo accattivante.
Il mio ultimo pensiero di quella sera fu per la mia amica Victoria e il triste
portachiavi custodito nella serra. Lei, ignorando il proprio dramma, si trovava
in quel momento nel bel mezzo di una grande rivelazione, nella sua villetta di
Pozuelo, seduta di fronte al marito che mangiava pasta al pomodoro: il loro
rapporto funzionava solo perché era lei che si adeguava a lui, a vivere dove
non voleva e al suo modo di dimostrare l’affetto.
E a quel punto le sfuggì un: “Pablo, non sono felice”.
Lui alzò lo sguardo come se improvvisamente non capisse la lingua che
parlava. La felicità era ciò che aveva davanti: sua moglie, i suoi figli che
vedevano la televisione e quel piatto di pasta al pomodoro.
Gala era seduta sul pavimento di casa sua in mezzo a una montagna di
vestiti, scarpe e scatole vuote. Si sentiva come quando faceva il cambio degli
armadi, solo che l’autunno non era ancora arrivato. Ma, senza che lei lo
sospettasse, si trovava di fronte a un cambio di stagione. Improvvisamente
aveva sentito il bisogno di cercare tutto ciò che aveva indossato con
“l’innominabile”. Si spostò i lunghi capelli dietro le orecchie, si inginocchiò,
respirò profondamente e si mise a infilare in grandi sacchi della spazzatura
ciascuno dei vestiti, reggiseni, sandali o diademi che le ricordavano le serate
con lui. Perché ognuno di quei capi – fotografati dalla sua memoria in tutti i
particolari – era un ricordo ancora più vivido di una lettera. Chiuse quattro
sacchetti e altrettante valigie e li lasciò all’ingresso per portarli a una Ong la
mattina seguente.

Come mi aveva detto lei stessa quella sera alla taverna La Dolores: “Quanto
è difficile incontrarsi in un momento magico”. Pensai di nuovo a Victoria e
Francisco. E proseguendo con i motti cristiani: che cosa triste che non
amassero se stessi almeno come il loro prossimo.
In quel momento, qualcosa o qualcuno che mi passò accanto come un fulmine
mi scosse dai miei pensieri. Era un anziano ricurvo che, nonostante ciò,
avanzava a gran velocità lungo la navata centrale della chiesa, appoggiato a un
ombrello. Quando stava ormai salendo i gradini verso il Cristo miracoloso, un
sacerdote corse verso di lui con l’intenzione di fermarlo e, mettendosi tra il
vecchio e la statua, si prese il cazzotto che era senza dubbio destinato al
Cristo. In un batter d’occhi portarono fuori quasi a spalla l’anziano che
continuava a sbraitare lungo la navata sotto il mio sguardo attonito.
Chiaramente le preghiere di quell’uomo non erano state ascoltate dal Cristo
miracoloso.
“Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa...” sussurrai guardandolo
mentre mi battevo delicatamente il petto all’altezza del cuore. Quel gesto
appreso e ingiusto che ci obbligavano a fare quando non ci erano ancora
spuntati i denti. Quel messaggio che avevamo inciso nel cervello in tutto
l’Occidente.
Nascevamo con la bontà ipotecata.
Portavamo il peso di una colpa enorme e millenaria acquisita per il
semplice fatto di essere nati e ce ne facevamo carico per troppo tempo sulle
nostre piccole spalle.
Improvvisamente proruppi in una risata che riecheggiò nella chiesa quando
mi ricordai di una cosa che mi diceva sempre Casandra: “Marina, io e te
abbiamo molto da recuperare per essere persone normali. Siamo state così
schifosamente responsabili che potremmo fare un migliaio di malefatte e ci
verrebbero comunque condonate”.
La paura di essere cattivo. La paura di peccare. Sempre la paura.
Mi alzai dalla panca. Presi il trasportino con un Capitán addormentato e mi
avviai con decisione verso l’uscita della chiesa.
Sulla porta incrociai una donna carica di sacchetti della spesa: li lasciò
cadere bruscamente ai piedi dell’acquasantiera e iniziò a farsi il segno della
croce, stanchissima, con l’acqua benedetta.
Ma perché diavolo nessuno ci aveva insegnato che si poteva peccare anche
essendo ingiusti con se stessi?
La tirannia dei deboli

Cosa fu che quella sera mi spinse a incamminarmi in direzione del convento


delle Trinitarie, non lo so. Forse fu una crisi mistica che mi colse nella chiesa
di Medinaceli. Fatto sta che percorsi calle Huertas in discesa portandomi
dietro il mio gatto e, senza pensarci due volte, superai la recinzione che
annunciava i lavori archeologici in corso e chiesi al vigilante del professor
Ibáñez, con la certezza che fosse lì.
Il buonsenso mi diceva che avrebbe tentato di prolungare le sue giornate di
lavoro per arrivare a casa il più tardi possibile.
“Che possiamo farci?” Quando mi vide mi salutò con un sorriso per niente
sorpreso. “Bisogna accettarlo, Marina. Ci troviamo di fronte a una questione
evolutiva.”
Io lo guardai senza capire. Lui si abbassò la mascherina. Gli diedi due baci.
Mi fece cenno di entrare. Aveva in testa una cuffietta tipo chirurgo e una di
quelle tute bianche di cellulosa sopra i vestiti.
“Evolutiva? Il sito archeologico?” chiesi mentre mi appendeva al collo un
cartellino di riconoscimento.
“No, mi riferisco alle donne.” Aprì la porta pesante del convento. “Questa è
la mia vera scoperta di questo mese. Proprio come non possiamo sforzarci di
conoscere un tirannosauro perché ci è toccato vivere, probabilmente, tra due
glaciazioni, a voi donne è toccato vivere in un’epoca nella quale siete più
evolute degli uomini.”
Trovai il suo commento piuttosto buffo. A quanto pareva, il vittimismo era
un virus contagioso.
“Dai, Francisco, sai perfettamente che non è così.”
“È vero!” protestò lui. “Io insegno all’università. Siete più sveglie, le vostre
tesine sono migliori, siete più preparate emotivamente... e per la
sopravvivenza, non ne parliamo neanche.”
Lo lasciai continuare mentre lo seguivo con una torcia in chiesa, con il
battito accelerato per quello che stava per mostrarmi. A quel punto si accorse
del trasportino. Non voleva sapere cosa ci tenessi dentro e mi rivolse un
sorriso malizioso ma, a meno che non potessimo mettergli una mascherina, era
meglio che restasse nel suo ufficio. E così fu. Lasciammo Capitán
addormentato nel suo presidio su alcune piantine del quartiere nel Sedicesimo
secolo.
“Non finirai nei guai per avermi fatto entrare?”
Strizzò gli occhi e mi puntò addosso la torcia.
“Sono già nei guai fino al collo, Marina. Nel guaio più grosso di tutti.”
“Sai per quale motivo sono venuta?”
“Immagino che un’archeologa, che tu ne dica, non smette mai di essere tale e
che tu vuoi frugare in questa tomba.” Poi indicò le scale e mi sorrise
mestamente. “Sì, immagino per quale motivo sei venuta. Ma le cose stanno
come stanno, Marina. Ti ho già detto che si tratta di una questione evolutiva.
Non aspettarti che un uomo sia in grado di fare certe cose. Perché noi uomini
di quest’epoca non siamo così. No, non siamo così...”
C’era odore di gesso. Di pietra. Di terra smossa e tubature. Gli tagliai la
strada sulle scale che portavano alla cripta.
“Mi sorprendi,” assicurai da qualche gradino più giù. “E non mi quadra. È
un discorso molto banale per un uomo che considero brillante.”
Lui non disse niente. Sentii soltanto il suo respiro affannoso nell’oscurità.
Poi mi schivò e continuò a scendere le scale.
Arrivammo alla cripta. C’erano varie tombe aperte nel pavimento e qualche
nicchia sulle pareti. La numero 1 era contrassegnata da etichette. Accanto, una
barella con resti disposti come un corpo, quasi schegge. Per ricostruirne la
figura serviva una linea tratteggiata. Poco più in là, un’altra con pezzi di legno
e guarnizioni metalliche. Francisco illuminò con la torcia uno di quei pezzi. Il
cuore iniziò a battermi all’impazzata nel petto. Si leggevano molto chiaramente
due iniziali incise con delle borchie ossidate:
M.C.
Mi voltai verso di lui e lo illuminai con la torcia.
“È lui?”
I suoi occhi brillavano per l’emozione e non era per il monco di Lepanto.
“Sì. È lui. E probabilmente altre quattordici persone, compresa sua moglie.”
Lasciò la torcia sulla barella e adesso vedevo soltanto dei frammenti del suo
viso. Incrociò le braccia. “Non abbiamo detto ancora niente alla stampa.
Prima vogliamo cercare di individuare con precisione i suoi resti.”
E così ce ne rimanemmo lì, ognuno a un lato della barella, vegliando ciò che
restava dell’autore del personaggio dall’innamoramento più facile della storia.
“Fu sepolto il 23 aprile del 1616 e quattro secoli più tardi ce l’abbiamo
davanti agli occhi.” Mi ascoltai pronunciare queste parole tanto solenni che
stentavo ad articolarle.
Con un movimento rapido Francisco si infilò i guanti e prese a indicare le
varie parti del corpo come se lo vedesse: “Qui ci sono tracce dell’atrofia
delle ossa del metacarpo della mano sinistra...”, mi accorsi che le sue mani si
muovevano stancamente, aveva i capelli più lunghi del solito, le guance
scavate... “Sono stati trovati alcuni resti metallici,” proseguì schiarendosi
varie volte la gola, “probabilmente in corrispondenza dei punti di impatto
delle pallottole di archibugio quando partecipò alla battaglia di Lepanto, solo
sei denti, l’artrosi che gli deformò la colonna vertebrale, e ancora cerchiamo i
resti del sudario francescano con cui fu seppellito. Quando morì aveva
sessantanove anni.”
“E si conserva qualche traccia del suo cuore?” chiesi improvvisamente.
Fece una pausa.
“Il cuore non lascia tracce,” sussurrò. “Scompare.”
Prese la torcia. Alzò lo sguardo. Aveva una barba di vari giorni. Di tanto in
tanto stringeva le labbra come se fosse un tic, o una parola che lottava per
uscire, o un inizio di pianto. Respirò profondamente.
“Io non mi merito Victoria, capisci? Lei è più forte di me. Questo mi sta
causando un dolore insopportabile.”
Lo guardai senza battere ciglio.
“Stai cercando di dirmi che fa più male a te che a lei?”
Lui lasciò vagare lo sguardo sul soffitto come se volesse superarlo, per
cercare di prendere più aria.
“No. Non lo so. So soltanto che lei è più pronta di me a fare questo passo.”
Quelle parole mi fecero infuriare.
“E per questo la lasci? Perché pensi che riuscirà a sopportarlo?”
Ma dai, era il colmo, pensai. Persino Francisco faceva pagare a Victoria la
sua sindrome dell’onnipotente. E a quel punto pensai a Gala e alle
conseguenze che aveva avuto per lei quell’“aborto emotivo”. Ad Aurora e al
suo parassita. A Casandra e al suo uomo-elastico. A Casandra e al suo amore
impossibile. E a me e al fatto che tu eri morto e che non era giusto che a quei
due le cose andassero male, quando avevano ancora un’occasione di farle
andare bene. All’improvviso i possibili pezzi di quella storia iniziavano a
incastrarsi sotto i miei occhi. Per provare a capire perché fossero arrivati a
quel punto morto, feci un esercizio mentale nel più puro stile di Olivia:
vediamo, magari lui ha paura di essere il suo “uomo leva”, quel “Cambio la
mia vita per te, tu fai leva con me sul tuo rapporto e poi... chi si è visto si è
visto” tanto temuto dagli uomini. Lei potrebbe avere paura di essere per lui
una donna trofeo, ovvero: “Non mi do per vinto finché non ti conquisto perché
apparentemente sei impossibile, ma una volta che sei mia... finisce la sfida”.
Ma almeno nessuno dei due era morto. Adesso basta con le sciocchezze,
pensai.
“Mi sembra triste,” mi scappò ad alta voce.
“Sì, è tristissimo e sono distrutto, ma la realtà è che non sono capace di fare
diversamente.”
“No, adesso mi riferivo a questo.” Indicai la barella. “Che uno dei grandi
geni della letteratura sia ridotto a un mucchio di schegge sotto i miei occhi e
che non restino tracce di tutte le sue passioni, tutti i suoi segreti, le sue paure e
la sua fantasia.”
Lui sembrò sorprendersi e scosse la testa.
“Pensi questo?” Abbozzò un sorriso. “E che cosa sono le sue opere allora?”
Ammetto che quell’idea mi meravigliò e pensai che avremmo dovuto
cercare tutti un supporto su cui lasciare impresse le nostre emozioni.
Qualunque esso fosse. Forse tutta quella memoria emotiva ci avrebbe aiutato a
non inciampare, secolo dopo secolo, nelle stesse pietre. E più ancora a non
affezionarci, come Aurora, a quelle pietre. Sono certa che proprio per tale
motivo quando Olivia mi ha regalato questo diario di bordo mi è sembrata una
buona idea. Magari non lo leggerà mai nessuno o finirà per disfarsi in mare o...
chissà, è possibile che qualcuno lo trovi e sappia quali sono state le mie
paure, avventure e conquiste.
In ogni caso il mio archeologo terrorizzato si preparava a farmi strada fuori
dalla cripta quando lo costrinsi a fermarsi.
“Senti, Francisco.” Lo scrutai dalla penombra. “Probabilmente sto dando
un’opinione non richiesta, ma voglio soltanto che tu sappia che è più facile
ricostruire il cuore quando si è in vita.” Ingoiai la saliva. “Per il mio è più
difficile. Non posso rompere con un morto. Sarebbe stato meraviglioso sapere
tutto quello che so adesso a proposito del mio matrimonio quando lui era
ancora vivo. Forse avremmo avuto il tempo di riscoprirci con altre persone,
non lo so, di essere amici nel futuro e adesso non mi porterei addosso questa
sensazione di fallimento.”
Distolsi lo sguardo. Un lacrimone di proporzioni gigantesche iniziò a
rotolarmi lungo la guancia e fui felice che in quel momento ci fossimo ridotti a
voci nell’oscurità.
“Sono terrorizzato, Marina,” lo ascoltai dire.
Non aveva mai immaginato di potersi sentire così. Con nessuno. E per
questo improvvisamente si sentiva l’uomo più felice dell’universo e allo
stesso tempo il più angosciato, perché ciò che scopriva di se stesso al fianco
di Victoria dimostrava quanto fosse morta la sua vita.
“La morte è sempre brutta, Francisco. Come lo è una rottura, che non è altro
che una specie di morte. Uccidi l’amore. O meglio: è morto da solo.”
Camminò tra le tombe e io lo seguii con la mia torcia. Alcune erano state
aperte per cercare i resti dello scrittore. Mi avvertì di non muovermi, per
evitare di caderci dentro. Lui ormai conosceva il percorso a memoria.
“Ma provocherebbe così tanto dolore...” continuò.
“Certo,” lo interruppi. “Ma a te non fa male? Si parla sempre di quanto è
doloroso essere lasciati...”
Era vero, continuò. Nessuno parlava mai di quanto fosse difficile essere
consapevole del fatto che qualcosa stava morendo e dover prendere la
decisione di praticargli l’eutanasia. Lo illuminai con la torcia: aveva gli occhi
chiusi. Lo sentii di nuovo, sì, di quello non parlava mai nessuno.
“Tu immagini, Marina, quanto faccia male mettere una data, giorno e ora, a
quel finale?”
No, in realtà io non sapevo cosa significasse comunicare all’altra metà di
quella vita in comune che qualcosa stava morendo o che era già spacciato e
che sarebbe morto comunque, che già lo era. Sentire lo sconcerto di chi non
capisce le parole che pronunci, disse. Quel: “È finita”. Sentire come crollava
quel castello, quel progetto di vita, quella casa...
“Ti trasformi per sempre in un’altra persona,” assicurò. Aprì gli occhi e li
schermò dalla luce.
“E chissà che non sia una persona migliore, Francisco. Proprio come quando
si vive una morte.”
“Per questo devo pensarci bene prima. E farlo lentamente.”
“E cosa vuol dire farlo lentamente?”
Scese il silenzio. Sì, era terrorizzato e pronto, senza saperlo e senza volerlo,
a infliggere più dolore del necessario. Adesso intuivo soltanto il suo camice
bianco senza corpo che galleggiava nell’oscurità come un fantasma.
“Sai, Marina?” Fece una pausa. “Ho la sensazione di aver perso l’innocenza
adesso. Alla mia età. Una tacca sulla pistola.”
“A me sono sempre piaciute le persone che hanno delle cicatrici,” dissi
all’improvviso.
E sì, ultimamente avevo imparato molte cose. E anche verificato il valore di
alcune di quelle frasi. Il suo viso apparve di nuovo nell’oscurità e capii che
era vero. Che la vita poteva sporcare, ma vivere non deturpava.
Perché non ebbi il coraggio di dire tutte quelle cose a Francisco? Forse
perché qualcosa dentro di me mi fece provare empatia per la sua situazione.
Soltanto adesso capisco fino a che punto mi avrebbe aiutato conoscere la sua
storia. In quel momento pensai che mi unisse a lui il lutto, che io ero la
dimostrazione vivente del fatto che non ci insegnavano ad accettare una
perdita, che fosse la morte o il disamore. E adesso sapevo che questo ci
lasciava indifesi di fronte al mondo. E il mondo avrebbe dovuto avere più Don
Chisciotte capaci di innamorarsi follemente, per quanto di Dulcinee
irraggiungibili. Quella considerazione lo fece ridere e rimanemmo per un po’
in silenzio vegliando ancora un po’ il suo autore.
“Concentrati su ciò che hai e non su ciò che perdi,” questa era la lezione più
grande che avevo imparato, applicabile a Francisco e a molti altri. Io avevo
dovuto iniziare a umanizzare mio marito, te, perché non mi potevo
disinnamorare di un dio. Né osservare il lutto per lui. Per una ragione
semplice. Adesso lo sapevo: perché gli dei erano immortali.
Improvvisamente sembrò che Francisco si spazientisse. Il suo cellulare
aveva vibrato. Probabilmente un messaggio da casa. Immaginai quella stessa
situazione quando era con Victoria. Il divorzio tra i sentimenti e la ragione che
poteva provocargli un semplice e scarno messaggio da casa. Come quello che
era arrivato a Victoria con una foto dei suoi figli dal mare la sera in cui aveva
ricevuto la dichiarazione d’amore del suo futuro amante.
L’archeologo alzò lo sguardo annebbiato.
“Sai, lei è stata il mio primo amore,” sussurrò.
“E questo è meraviglioso...” convenni. “Ma quello che importa, Francisco,
non è soltanto il primo amore. Ma il grande amore. O l’ultimo.”
Lui rimase piantato al centro della cripta come se fosse una colonna.
Io lo sapevo. Ci ero passata. L’autoinganno. Aveva bisogno di pensare che il
suo matrimonio stesse attraversando una crisi. Ma lo sapevamo tutti e due. Che
quando scompariva il bisogno di toccare l’altro, di sentire il suo odore, di un
bacio, non era solo un brutto sintomo, ma significava che si era rotto tutto il
resto. I vari infarti avevano portato a un collasso dell’intero sistema, come
diceva Casandra. E per quanto si cercasse di intubare il rapporto, di
sottoporlo a continui elettrochoc, era già morto e iniziava a decomporsi più o
meno lentamente, come il corpo che avevamo davanti.

Per quanto tempo quei due erano stati una coppia zombie?
Quanto tempo avevano passato Victoria e Pablo a cercare di convincere tutti
che erano una coppia stabile e solida? Ma non era vero. Camminavano su due
rette parallele a breve distanza l’uno dall’altra. Questo sì. Ma, come Francisco
e sua moglie, come io e te, puzzavano di morte da lontano.
Nonostante tutto Francisco aveva preso la sua decisione: un portachiavi e un
biglietto stavano per spezzare il cuore alla mia amica. E subito dopo anche
quello di lui sarebbe andato in mille pezzi. Mi venne voglia di dirgli che li
avevo visti insieme. La loro elettricità. Che quell’amore aveva il battito
dell’inevitabile. I compatibili al cento per cento... Avevo voglia di gridare
loro: imbecilli!, disgraziati!, non perdete l’occasione di essere felici, perché è
un insulto alla vita.
A quel punto lui, di nuovo nell’oscurità, pronunciò la frase che, secondo
Gala, tutte noi donne avevamo sentito uscire dalla bocca di uomini spaventati:
“Devo fare le cose per bene. Devo fare ciò che è giusto”.
“Fantastico...” mi sorpresi a rispondere e non capii perché mi irritasse tanto.
“Ma fammi un favore, cerca di non ritrovarti tra qualche anno a disperdere le
ceneri di quella che, ormai da tanto tempo, non era più la tua compagna.
Questo sì che è triste, te lo assicuro.”
E lasciammo laggiù quelle schegge che di lì a qualche giorno sarebbero
state acclamate a livello mondiale, mentre l’autore continuava a riposare nella
tomba svalutata delle sue opere. Poi salii le scale seguendo quell’uomo che
avrebbe voluto essere più Don Chisciotte e meno umano.
Uscimmo dal convento. La serata era fresca e gli uccelli notturni facevano la
loro ronda verso il parco del Retiro. Osservai la croce di pietra sulla porta.
L’immenso muro di vecchi mattoni che a quell’ora proteggeva il sonno delle
monache. Quel luogo che presto sarebbe stato visitato dai turisti di mezzo
mondo.
Francisco mi diede un bacio sulla guancia in segno di congedo, ma qualcosa
mi spinse a usare la mia ultima cartuccia. Che in fondo, adesso lo so, lanciavo
contro me stessa.
“Sai una cosa?” dissi restituendogli il mio cartellino. “Per tutta la vita ho
avuto paura di essere molto felice temendo che il cosmo lo avrebbe
controbilanciato con una bella dose di sfortuna. Così non ho mai fatto suonare
le campane a festa per niente: né per un ottimo voto, né per una conquista, né
per un compleanno. Non mi sono mai concessa un’esplosione di felicità
totale.” Respirai profondamente. “E adesso so che la disgrazia arriva da sola.
Anche per me, che ho passato molto tempo compressa in una felicità tiepida:
essere una brava moglie, non dare pensieri alla famiglia, fare tutto quello che
ci si aspettava da me nella convinzione che questo mi avrebbe tenuto al sicuro.
Fare quello che tu definisci ‘ciò che è giusto’. Sì... ‘fare le cose per bene’. Ma
il cosmo, Francisco, non ti ricompensa. E adesso mi chiedo perché non sia
stata più spontanea e pazzamente felice tutte le volte che ne ho avuto
l’occasione. Se fossi al posto tuo, mi godrei la felicità di vivere l’amore
adesso che ce l’hai. Senza limiti.”
Lui mi consegnò Capitán, che continuava a sognare quei topi che cacciava
soltanto nei suoi sogni, e lasciai lì l’umile professor Ibáñez. Fermo nel punto
in cui qualche giorno più tardi le autorità avrebbero collocato una targa per
annunciare la grande scoperta. Una molto più modesta di quella che lo stesso
archeologo, senza saperlo, aveva dissotterrato nel proprio cuore.
Sì, pensai, vivere era un compito urgente, certo che lo era. E vivere
cercando incessantemente colui o coloro che ci rendevano felici. Quello
avrebbe dovuto essere il mio obiettivo da lì in poi: tenere stretta la felicità e
metterla da parte. Una riserva che mi sarebbe servita per affrontare le
disgrazie, se fossero arrivate.
Camminai a passi pesanti per le strade vuote. Capitán adesso era sveglio e
miagolava alla luna. E credo che fu la prima volta che mi sentii in grado di
compiere questo viaggio, proprio perché aveva la consistenza
dell’impossibile. E iniziavo a odiare la paura. La paura e le sue conseguenze.
Mi faceva venire l’allergia. Eppure, sembrava che l’idealismo fosse
contagioso, pensai mentre salivo le scale di casa mia. Forse avrei dovuto
mettermi una mascherina prima di entrare in quella tomba.
Giorno 7
La forza dell’impossibile

Tenere stretta la felicità, ho ripetuto varie volte mentalmente. “Tenere stretta


la felicità,” ho sentito che dicevo ad alta voce... tenere stretta, stretta... e a quel
punto ho aperto gli occhi.
Ho sviluppato una nuova capacità: quella di dormire in coperta con una
mano stretta come un grimaldello al cavo della draglia. Durante la notte ho
sognato che mi cadevano addosso numerosi spruzzi d’acqua. Adesso credo che
forse non è stato un sogno, perché mi sono svegliata stesa su un fianco sulla
coperta e, quando mi sono tirata su, la pelle e i vestiti hanno scricchiolato. Un
sottile strato di sale copriva il mio corpo e la superficie della barca come se
ci avesse guardato negli occhi la Medusa in persona.
E a proposito di lei, quando mi sono affacciata dal bordo ho scoperto che
non è venuta, ma mi ha mandato i suoi soldati. Sulla superficie liquida e
turchese si muovono centinaia di creature piccole e gelatinose che fluttuano
come spermatozoi all’interno del grande ovulo marino, fecondandolo con il
loro veleno. Ha fatto molto caldo. E quando il mare si riscalda tanto la
corrente porta sempre banchi di meduse e uragani.
Uragani...
Adesso non voglio pensarci. Alzo lo sguardo. Il cielo è limpido...
Che nottata...
No, non ero sul punto di incagliarmi. Quando stavo ormai perdendo le staffe
mi sono ricordata che una volta ci era successa una cosa simile e tu mi avevi
detto: “Quando il profondimetro segna improvvisamente un metro di
profondità e poi trenta è perché abbiamo qualcosa di grande sotto lo scafo. Un
tonno o un dentice”. Non che nel cuore della notte e in mezzo alla nebbia quel
pensiero mi rendesse molto felice, a dire il vero. La possibilità di avere una
balena o un grampo che nuotava all’ombra del Peter Pan mi ha fatto venire la
pelle d’oca, ma era meglio che incagliarsi tra gli scogli o in un banco di
sabbia.
Il resto invece è stato suggestione.
Lo riconosco.
L’ombra che ho creduto di vedere davanti alla barca: erano le mie stesse
luci che rimbalzavano nella nebbia solidificandola a tratti e creando volumi
che poi si disfacevano quando li sfioravo con la prua come se fossero vascelli
fantasma.
Mi siedo sulla coperta e mi proteggo le gambe dal sole avvolgendole in un
pareo color sabbia. La mia camicia bianca si gonfia come un’altra vela.
Mi ero anche imposta di non pensare durante la notte, finché non mi avesse
raggiunto il primo raggio di sole, con la speranza che me ne sarei dimenticata.
E, forse come una sostituzione metaforica, ho sognato Francisco e quella
conversazione. Questo non me lo ero impedito. E ci sono ricordi che neanche
il sale riesce a cancellare.
Allo stesso modo non si può contrastare qualcosa che nasce con la forza
dell’impossibile. E l’amore, l’attrazione tra quei due, era così. Non è forse la
stessa cosa che tiene a galla questa barca e me in vita?
Questo sì che è buffo, era ciò che avevo cercato di spiegare a Francisco
senza sapere che io stessa, in casa mia e senza che lo sospettassi, avevo avuto
accanto un caso forse identico. Che ironia.

Senza neppure fare colazione mi sono armata di coraggio e sono scesa di


nuovo nella tua cabina. Era tutto bagnato per colpa della nebbia e sono
scivolata due volte, tanto che per poco non mi sono spaccata la testa.
Ed era ancora lì.
Il libro aperto.
Con la dedica di Amalia. Amalia di Malaga.
E c’era anche la lettera: una tua, che evidentemente non hai mai inviato alla
sua destinataria. Il contenuto di questo pezzo di carta senza vita, che tu ci
creda o no, non mi ha fatto male. Né mi ha spezzato in due il fatto che la
chiamassi “amore mio”. E neppure che ti congedassi con tanta passione.
Quello che farò fatica a perdonarti, Óscar, è che tu sia rimasto con me.
Che mi abbia usato come scusa.
Che tu abbia nascosto la tua paura dietro quell’odioso, noioso, assurdo “fare
ciò che è giusto”.
Che ti rifugiassi nell’idea di “non farmi del male” per nascondere la tua
incapacità di prendere decisioni.
E, soprattutto, che facessi di me la responsabile della tua infelicità.
Farò fatica a perdonarti per esserti rinchiuso con me in quella convivenza
tiepida a cui avevi condannato entrambi. Non lasciandomi mi hai rubato
tempo, tanto tempo, e la possibilità di trovare e provare, anch’io, qualcosa di
simile a ciò che descrivi in quella lettera.
Prima poteva non importarmi perché il tempo era elastico.
Ma adesso ha un limite, è finito. Come te.
Sono salita di nuovo in coperta con la lettera in mano e le carte di
navigazione, quelle che so di non poter continuare a seguire perché ho appena
controllato l’indicatore del carburante e non me ne resta neanche una goccia.
Colpa mia. Non tua. Non preoccuparti.
I tuoi calcoli erano corretti per un capitano che fosse in grado di non aiutarsi
con il motore. Voglio dire che puoi continuare a essere morto in pace.
Il problema ce l’ho io, che sono ancora viva e adesso so che non arriverò
mai ad attraversare lo stretto. Quando finirà il carburante, a breve, il motore si
ingolferà.
Controllo il tratto di rotta che ancora mi manca. Mi sembra allucinante
essere arrivata fin qui. Un solo giorno per arrivare fino al mio obiettivo. E
potrei farlo soltanto se avessi tutto a favore e l’abilità di destreggiarmi tra le
correnti, approfittare del vento navigando senza altro ausilio che la vela.
Ripasso con il dito la rotta sullo schermo del portatile. Ho le unghie sporche e
spezzate a furia di tirare le cime e pulire tutto il giorno. Mi guardo le mani:
piccole, piene di vene e adesso abbronzate. Non sono mai state molto belle.
Una brezza calda mi percuote la faccia.
Di prima mattina ho navigato senza perdere di vista la costa in direzione sud
superando Sotogrande e ormai sono in dirittura d’arrivo con la rocca in vista.
Ironia della sorte, mentre dormicchiavo in coperta sono passata di fronte a
Malaga, la città dove tutto indica che avevi trovato l’amore.
Perché non me lo hai detto, Óscar?
Perché non mi hai liberato?
Avresti lasciato vedova lei e sarebbe stata lei a dover portare a termine
questo tuo stupido incarico.
Ti dirò una cosa, anche se non hai le palle di farti vedere: non si è crudeli
per il fatto di essere innamorati. Si è crudeli se non si agisce di conseguenza.
E ti racconterò anche un segreto: dopo questi mesi ho capito che noi donne
siamo molto più preparate di quanto pensiate alla sincerità. E apprezziamo
l’onestà e il coraggio più di molte altre cose. Sappilo.
Faccio vagare lo sguardo in orizzontale fin dove arriva la mia vista. Le onde
si appiattiscono e il dolce movimento della barca mi fa venire di nuovo sonno.
Ma è ora di andare avanti. Fin dove arriverò. Penso ancora a quei tuoi viaggi,
quando tornavi stanco ma così vivo, ben rasato, con addosso un nuovo
profumo che avevi comprato mentre eri fuori. Cambiamenti...
Chiacchieravamo un po’ e poi passavi ore al computer, rispondendo alle mail
durante il fine settimana. La porta del tuo studio sempre chiusa. Quel modo che
avevi furtivo e costante di controllare il cellulare, a volte in orari improbabili
durante la notte. La distanza del tuo corpo nel letto. La distanza.
È vero quello che diceva Olivia: una donna sa sempre quando il suo
compagno non è più tale. E anche quando lo è di un’altra donna. Se ti chiede
cosa sta succedendo è perché ti sta dando l’opportunità di liberarla. E quando
è molto evidente e non lo vuole sapere è perché non può, o meglio crede, di
non potere sopravvivere da sola, o ancora le fa comodo prolungare quella
bugia per continuare a ricevere regali a Natale, proprio come non vogliamo
sapere chi sono i Re Magi. È il caso della moglie di Francisco. Perciò il tuo
comportamento dimostra soltanto quanto in fondo mi sottovalutassi e quanto
avessi un’alta considerazione di te stesso. In fondo, ammettilo, pensavi che
sarei stata persa senza di te. Che non avrei mai trovato nessuno che mi amasse
più di te.
E sai la cosa peggiore, Óscar?
Che dopo questi tre mesi, e soprattutto da quando sono a bordo di questa tua
barca, mi sono resa conto che non eravamo più una coppia da moltissimo
tempo. Che io ti volevo tanto, tanto bene... ma neanch’io ero innamorata di te.
Non più.
E per me non è più un problema dirtelo.
Perché non si è crudeli neanche per il fatto di smettere di essere innamorati.
Tu mi amavi a modo tuo, che non era il mio. Questo è tutto. Mi ero solo
convinta che la felicità fosse quello. Perché? Forse per non causare un
conflitto. Per non dovermi prendere il disturbo di trovare un altro capitano o
per non dover pilotare io stessa la barca. Non lo so... Non so se eravamo
felici, Óscar. Quando stavi bene. All’inizio. Ma a questo punto del mio
viaggio so che non era un rapporto pieno. Per nessuno dei due.
L’unica cosa buona di tutto questo, Óscar, è che adesso so che potrò
liberarmi. Perché è vero. Superare la perdita di un dio è impossibile. Dovevi
trasformarti in un uomo con i tuoi difetti, altrimenti non mi sarei mai liberata
della tua ombra. Adesso so che eri umano. Molto. Perché hai sbagliato. Molto.
Con me.
E adesso lo vedi. Sto sopravvivendo senza di te.
Almeno per ora.
Sto sopravvivendo senza di te. Che risate, eh? Chi lo avrebbe detto? Tu no.
Sì, che risate.
Ti dico cosa ho pensato. Il primo passo sarà poter disperdere le tue ceneri
domani e ammettere che non è stata la morte a portarsi via i miei sentimenti.
E adesso lascerò che le onde inghiottiscano anche questa lettera. La butto.
Resto a guardare come cerca di riprendere il volo per qualche istante, per poi
imprimersi sulla superficie del mare come se fosse un sigillo. Mi allontano da
lei e lei da me. Come ti allontani all’improvviso tu, o almeno la persona che
sei stato con Amalia e che io quasi non conoscevo.
Mi sporgo di nuovo dal bordo. L’acqua è trasparente e Medusa ha fatto
ripiegare i suoi soldati. E improvvisamente sento un impulso che mi fa
spegnere il motore, lanciare il salvagente in acqua e mi spoglio in tutta fretta,
quasi con urgenza, come se mi aspettasse il mio amante. Abbasso la scaletta.
L’alito caldo del Mediterraneo mi accarezza tutta la pelle. Mi sciolgo i
capelli, che sento cadere freschi e pesanti sulle spalle.
E mi tuffo.
Il ventre del mare mi accoglie come se fosse un battesimo o una nascita al
contrario, una rinascita. Mi lascio galleggiare dentro questo placido universo
senza rumori, nuda e in posizione fetale. Raziono l’ossigeno che ho nei
polmoni finché Nettuno non mi costringe a risalire in superficie. A questo
punto riemergo con forza. Pulita. Euforica. Sguazzo nell’acqua come una
bambina. Grido. Il Peter Pan oscilla accanto a me. Stringo il salvagente e
contemplo il mare a pelo d’acqua. E un po’ più in là, qualcosa che rastrella
l’acqua dorata di queste ore.
Adesso sì.
I dorsi brillanti del branco che si dirige verso la barca. Finalmente,
l’allegria dei delfini.

C’è una cicala che mi annuncia il mezzogiorno. Come se fosse una sveglia.
Si è posata sul genoa e fa il suo lavoro, come una piccola polena. Viaggia con
me da ieri. Mi rilassa condividere questo giorno con qualcosa di vivo, di
nuovo. Anche i delfini hanno giocherellato a lungo con il Peter Pan. Quando
sono salita a bordo, mi sono asciugata all’aria e ancora nuda ho condiviso il
caffè con loro, mentre mi dedicavano grandi salti a prua o passavano
velocemente sotto lo scafo. Con l’acqua così trasparente riuscivo a vederli
spettegolare. Guardavano verso l’alto con quell’apparente sorriso. Molti di
loro si stavano accoppiando perché nuotavano affiancati eseguendo
coreografie complicate.
Ora di vestirsi. Finalmente sono arrivata a Gibilterra. Potrei spiegare la
randa perché il vento viene da ponente e così navigherei di bolina.
A babordo scorgo sei cargo verdi. Sono ormeggiati perché la prua punta
verso la costa. Uno di loro, il Rachel, sembra abbandonato. Il Peter Pan si
avvicina adesso alla rocca a vele spiegate e la velocità aumenta a mano a
mano: otto, nove, dieci nodi... Bisognerà ammainare un po’ la vela oppure la
barca s’inclinerà del tutto.
Passo ora vicinissima allo scafo del Rachel. È impressionante constatarne le
dimensioni da così vicino e dal basso. È ancorato e adesso riesco a
distinguere la parte della carena dipinta di rosso. Galleggia quasi tutto sopra
la linea dell’acqua e questo lo fa sembrare alto il doppio. Ciò vuol dire che
non è carico, perciò oggi non si muove di qui. Potrei ormeggiare alla sua
ombra e trascorrere la notte sotto la sua protezione. Ma il vento sale a venti
nodi da prua e il Peter Pan ha iniziato a beccheggiare ostinatamente. La vela
d’un tratto non prende vento. Se non ammaino la vela resterò senza e mi ci
manca solo questo. Sono scesa a chiudere gli oblò e sono risalita a passi
pesanti per sedermi al timone. Varie boe circondano una draga di fronte alla
rocca.
Per fortuna non è notte, per fortuna.
Adesso il Peter Pan sembra un cavallo bianco che galoppa sulle onde. A
tribordo si alzano grandi schizzi d’acqua che mi schiaffeggiano come se
volessero svegliarmi una volta per tutte. Ti sembra, maledetto mare, che io non
sia sufficientemente sveglia? Cazzo! La vela sbatte con violenza. Tendo la
scotta.
Non mi piace quando fai così, Peter Pan, non mi piace per niente. Mi
aspetta qualche altra ora fino a Tarifa. Si sente già la marineria che parla in un
bell’inglese e i marinai che rispondono con un’insalata di dialetti anglofoni.
Forza, andiamo.
La rocca inizia a combinarne una delle sue. Il vento ha cominciato a soffiare
e gli schizzi cadono rumorosamente sulla barca. La randa sbatte con forza da
una parte all’altra.
Dio mio, non riuscirò a dominare la barca. Dio mio...

Mi sono svegliata da qualche minuto. A terra. Credo di aver perso


conoscenza solo per un momento. Per colpa del vento si è allentata la scotta
della randa e mi è finito addosso il boma. La testa mi sta per scoppiare. Ho
messo a soqquadro tutti i cassetti della cucina. Dove avrò cacciato
l’ibuprofene? Almeno non me l’ha spaccata. Cullo l’idea di avere un coagulo
sanguigno che tra qualche giorno scoppierà all’improvviso e mi farà
stramazzare morta non appena metterò piede a terra. Ci sono molte leggende
metropolitane in proposito. In ogni caso adesso l’importante è proprio questo,
arrivare a terra.
Dall’altro lato dello stretto.
In Africa.
Sto superando la Punta de Europa, il punto più meridionale del continente.
Secondo gli inglesi, ovviamente. Mi sembra di sentirti: “Gli inglesi hanno la
mania di dare il nome a tutto prima di tutti gli altri. Il punto più meridionale
d’Europa è Tarifa, e basta. Ma in tanti anni da pirati non hanno imparato a
leggere neanche una mappa?”.
La verità è che tu a modo tuo eri buffo.
All’improvviso penso che sono contenta per te. Mi rallegra pensare che tu
sia stato capace di nutrire quei sentimenti per qualcuno. Perché sei morto e mi
fa piacere che tu abbia vissuto una cosa del genere prima di morire. In fondo
mi fa sperare. Mi riempie il cuore il pensiero che forse possa trovare la mia
Amalia, io, che sono viva. Per il momento... Devo solo provare a perdonarti
per aver fatto perdere tanto tempo a tutti e due. Chissà com’era. Di sicuro
molto diversa da me. O magari era una versione di me migliorata: moretta, più
alta, più giovane, più indipendente... No, ormai non ha più senso tornare alla
vecchia Marina. A quella che provava un certo piacere nel farsi del male.

Ci ho messo ore a destreggiarmi tra le correnti in cui mi sono imbattuta


all’altezza della rocca.
Ore in cui ho desiderato che comparissi per darmi spiegazioni, istruzioni o
almeno un consiglio. Ma è chiaro che in questo momento non comparirai. Mi
sei stato appiccicato per tutti quegli anni pensando a un’altra e adesso che ho
davvero bisogno di te te ne stai muto come un pesce. Che bravo, Óscar, che
bravo. La vela ondeggia e la corrente del mare è contraria al vento, cosa che
non aiuta per niente. Il tachimetro indica che la velocità del Peter Pan sta
aumentando. “Ogni salto è una frenata,” mi sembra di sentire. Faccio un bordo
per prendere un po’ più di vento. Non voglio spegnere il motore anche se so
che non mi resta quasi più carburante, perché adesso sono più vicina
all’Africa che alla Spagna e la radio ha iniziato a captare gli avvisi in inglese
della Marina reale marocchina che avverte che qualunque imbarcazione superi
il limite delle loro acque territoriali deve uscirne immediatamente.
I radar mi avranno già intercettato?
Cosa faranno se non mi identifico?
Navigo senza permesso. Una scafista in direzione contraria.
Non devo farmi prendere dal panico. Devo tenere soltanto lo sguardo fisso
sulla mia rotta e andare avanti. A Punta de Europa ho virato verso sudovest
passando con grande cautela per la baia di Algeciras, dove c’è molto traffico e
presto, molto presto, arriverò fino a Punta Carnero, dove inizieranno a
incontrarsi i due mari, il Mediterraneo e l’Atlantico. La violenza delle loro
onde renderà molto lunghe le dieci miglia che mi dividono da Tarifa.

Quanti bei ricordi che ho di Tarifa.


E sono tutti con te, devo ammetterlo.
A dritta si profila già il dito di scogli con l’unghia lunga su cui di notte il
faro brillerà come un anello di fidanzamento. Dall’altro lato si staglia
l’Africa, rosata e distesa sul mare come una vecchia donna nuda.
Non c’è altro posto al mondo dove il cielo abbia questi colori.
Il vento è calato, ma sotto la barca il mare si muove come se l’acqua avesse
iniziato a bollire.
Ciò vuol dire che le correnti marine del Mediterraneo e dell’Atlantico si
sono avvicinate fino a baciarsi sulla bocca. Le sento agitarsi sotto i miei piedi.
Le loro lingue intrecciate sotto lo scafo mi fanno tremare di uno strano pudore.
Ma le bestie non hanno alcun pudore ad accoppiarsi di fronte a una creatura
insignificante come me. Lo fanno gli astri, le balene, lo hanno fatto gli dei. In
un altro momento avrei avuto una certa fretta di superare il porto perché ogni
mezz’ora si sente il bramire selvaggio di un traghetto che inizia a muoversi e
so perfettamente che quando mettono il muso fuori dall’imboccatura del porto
prendono una grande velocità.
Quando questo succedeva osservavo la tua faccia: se avevi i denti stretti o
se al contrario univi le labbra rilassato. Quando vedevi che ti analizzavo, con
quell’espressione allarmata, di solito mi dicevi: “Non preoccuparti, Mari, se
manteniamo una rotta fissa, virerà”. E poi con un sorriso ironico: “Altrimenti...
be’, ci travolgerà senza scampo”. A quel punto io potevo rilassarmi perché
sapevo che ci sarebbe passato vicino, probabilmente a poppa, e che la sua
scia ci avrebbe solo fatto ballare un po’.
Eppure in questo momento, chissà perché, non mi preoccupano tanto quei
giganti veloci. Sono occupata, per la prima volta, a godermi il panorama: il
movimento dei mulini sulla costa e le migliaia di aquiloni che svolazzano
come colorate farfalle preistoriche sulla spiaggia. Il faro bianco che osserva
con il suo unico occhio triste fisso sul Peter Pan.
La sua fuga.
Il suo viaggio.
La vecchia fortezza all’improvviso mi sembra un budino di sabbia fatto da
un bambino gigante dopo una giornata in spiaggia. Adesso non difende più
niente e nessuno. Adesso non resta più niente da difendere. Che bellezza.
Ha iniziato a soffiare il vento di bolina e l’Atlantico mi dà il benvenuto con
uno sbadiglio lungo e freddo.
“Bisogna spiegare la randa, Mari,” dico ad alta voce. “Bisogna spiegare la
randa,” ti sento ripetere al mio orecchio, “così prenderai il vento che viene da
sud e ti aiuterà ad andare più veloce.” Chiudo gli occhi e ti sento di nuovo,
adesso chiaramente e tutto d’un fiato: “Devi superare Tarifa prima che faccia
notte, Mari, perché queste acque sono molto capricciose e non avrai altri porti
dove ripararti finché non passerai lo stretto. Dall’altro lato della punta potrai
trascorrere la notte a distanza di sicurezza dalla costa e dormire un po’
gettando l’ancora. E se non è molto profondo, mangiare qualcosa e prima
dell’alba puntare verso l’Africa, a qualche chilometro da Tangeri. Puoi
riuscirci, tesoro. Ho sempre saputo che potevi farcela”.
E improvvisamente sento che è vero.
Che ci siamo voluti profondamente bene con qualcosa che assomigliava alla
tenerezza. Eravamo soliti dirlo con orgoglio, ti ricordi? Gli anni che avevamo
passato insieme. Come se fosse una medaglia olimpica. Perché in genere
suscitava ammirazione.
Quello era il nostro biglietto da visita.
La nostra grande conquista.
E lo era: la persistenza.
Perché noi andavamo molto d’accordo. Eravamo grandi compagni e
complici e questo non ce lo toglierà mai nessuno. Non voglio pensare che
abbiamo fallito solo perché non abbiamo avuto il coraggio di smettere di
vivere insieme. Di dirci la verità. Di lasciarci liberi. Immaginerò che abbiamo
finito entrambi per essere grandi amici, una famiglia, cosa che eravamo, e che
abbiamo trovato l’amore altrove. Tu lo hai fatto con Amalia. E sicuramente
persino io avrei imparato a volerle bene. E lo farò anch’io. Trovare qualcuno
da amare. Per te. E quando lo troverò te lo presenterò.
Tarifa, sì... che grandi ricordi.

L’assenza di peso. Ho pensato che stavo impazzendo, ma la sentivo


perfettamente. È successo un attimo fa quando ero stesa nella tua cabina. Sono
uscita in coperta convinta che in uno dei salti del Peter Pan, quando pattinava
sugli avvallamenti del mare, improvvisamente avessi preso il volo. Ho smesso
di sentire il contatto dello scafo con l’acqua e mi sono immaginata l’elica che
si muoveva in aria come un elicottero e il Peter Pan che iniziava a volare,
trasformato in un dirigibile bianco. Qualcosa di simile alla risalita di quel
gabbiano sull’acqua. Uno sbattere di ali deciso, un primo impulso, e la
ingluvie bianca si stacca dal mare e percorre così, a pelo d’acqua, il primo
metro finché non si innalza, con le sue vele bianche spiegate e tese. Da un blu
all’altro.
Eppure, quando sono uscita in coperta, la barca continuava a solcare il mare
senza fatica. Era scesa la sera e le onde erano lunghe, profonde e sembravano
muoversi al rallentatore.
Non so se sia stata quella nuova sensazione o l’aver verificato di essere in
riserva a farmi stringere con determinazione il timone, individuare un punto
immaginario all’orizzonte che mi portasse verso sud e premere con forza il
pulsante, che ha liberato per la prima volta dalle sue responsabilità il pilota
automatico. Ed eccomi qui, sul punto di fare ciò che non ho ancora osato fare
da quando mi sono imbarcata. O ciò che in realtà non ho mai fatto in tutta la
mia vita.
Stringo con forza la leva argentata dell’acceleratore e la tiro finché, con un
lamento rauco, il motore si ingolfa.
Passa qualche secondo che mi sembra eterno in cui il Peter Pan si ferma
quasi del tutto sfidando il movimento delle onde con le vele spiegate.
Una corrente di vento le gonfia e, al centro, la grande violetta sembra
aprirsi.
Il timone pesa per la prima volta nelle mie mani.
E la barca comincia a procedere, all’inizio lentamente, poi sempre più in
fretta, tre nodi, quattro, sei e sì, posso sentirlo, in un silenzio palpabile il
Peter Pan si mette per la prima volta nelle mani piccole ma salde del suo
capitano.
“È una sensazione incredibile di libertà, vero?”
Adesso sì, sei tu.
Per la prima volta ti vedo davanti e non dietro il timone.
Mi guardi come un crepuscolo diverso, qualcosa di bello e incontrollabile.
Porti sempre lo stesso impermeabile, ma il tuo viso è cambiato. È più umano.
Adesso sì che inizio davvero a sentire la tua mancanza. Gli occhi mi si
sciolgono nel pianto e il vento fa virare un po’ la barca, movimento che
correggo con le due mani salde sul timone, mentre domo i tentativi della marea
di portarmi fuori rotta. Consulto la bussola.
“Sud, sempre sud,” dico, con l’autorevolezza che ho appena inaugurato.
Indirizzo la prua nel senso delle lancette dell’orologio, con il vento di traverso
che soffia sulle vele, e mi viene in mente una frase: “Vola, Marina. Non avere
paura di essere libera. Spiega le ali, mia cara. Ce le hai. Smettila di trovare
scuse. Sii libera. Fosse anche solo per un giorno. Ne vale la pena”.
Per la prima volta dopo molto tempo mi viene da ridere. Sento la mia risata
e la mia voce rimbalza contro il muro di vento e acqua.
Perché sì, sto volando.
Galoppo sulla mia prateria blu.
“Grazie,” dico a questo punto, recuperando il fiato, accompagnando con i
fianchi il movimento delle onde. “Grazie.”
E adesso lo so. Sono assolutamente consapevole di ciò che Olivia ha
seminato tanto generosamente quel giorno davanti a una piccola crisalide che
iniziava il suo processo, lo sto raccogliendo in questo istante.
“Cosa faccio se...?” dico cercandoti con lo sguardo, ma adesso ti vedo
girato all’indietro con quell’espressione che andava oltre l’orizzonte: una luna
gigante e rossa d’agosto è comparsa a poppa sopra l’ombra bianca di Tarifa e
a prua il sole sprofonda nel mare in gran fretta come fa soltanto in
quest’angolo di mondo, fino a che la grande sfera non scoppia sull’acqua,
tingendola di sangue.
La natura imprevedibile della pioggia

Perché farsi portare da un motore artificiale nella direzione in cui bisogna


andare invece di godersi una traversata verso il luogo in cui ti spinge
naturalmente il vento?
Adesso che mi ricordo i giorni che hanno preceduto il mio viaggio sono più
consapevole del fatto che per anni avevo perso la spontaneità. Non si trattava
di rinunciare ad andare in una direzione concreta, ma di aspettare il momento
preciso e non imporsi un itinerario fisso e senza possibilità di cambiamenti,
così rigido da non permettere di godersi il viaggio o di scoprire le altre
direzioni di cui s’ignora addirittura l’esistenza e che la vita offre.
La rigidità sequestra le emozioni.
La paura conduce all’immobilità.
E credo che quel pomeriggio feci il mio primo tentativo di essere spontanea.
Camminando senza una meta ero arrivata fino al parco del Retiro, dove mi
trovavo in quel momento, di fronte al lago del colonnato, a lanciare popcorn
alle papere che li ingurgitavano sguazzando con i loro becchi sull’acqua. E
forse la stravagante riflessione in cui ero immersa dipendeva dall’atmosfera
del parco.
Da quando l’avevo conosciuta e fino a quel pomeriggio, ricordo di aver
pensato che Olivia fosse come Mary Poppins. Un personaggio saputello e un
po’ ruvido che entrava nella vita delle persone con la missione di migliorarla.
Era quello, senza dubbio, l’unico significato della sua esistenza. E se esisteva
solo durante quel frammento di vita in cui incrociava la nostra strada, quando
la sua missione fosse terminata avrebbe aperto una margherita gigante e
spiccato il volo verso un altro posto in cui un’anima disorientata come me
avesse bisogno di aiuto.
“In questo momento la mia storia non ha importanza,” era solita dire. E forse
non ce l’aveva perché le mancava una storia, un passato, una famiglia... viveva
soltanto nel presente, come diceva Gala, un presente in cui altri individui
altrettanto straordinari e stereotipati dicevano di essere felici di vederla di
nuovo, senza dare troppi dettagli a proposito di quello che, in realtà,
probabilmente esisteva soltanto nella fantasia che popolavano.
Riflettevo su tutto questo mentre osservavo impassibile un pittore – che
avrebbe potuto benissimo essere l’alter ego di Dick Van Dyke – che
riproduceva Saturno che divora i propri figli sul pavimento del paseo de
Carruajes. L’artista in questione aveva il corpo asciutto di uno yogi e la testa
straordinariamente piccola, e si era dotato di ginocchiere da pattinatore per
ridurre i rischi articolari legati alla sua postura. Passandogli accanto, un padre
con l’aria da divorziato che portava a passeggio i suoi figli chiassosi di
domenica si avvicinò per osservarlo e io fantasticai sulla possibilità che la
sua reale intenzione fosse infilarsi in quel quadro per offrire la sua prole in
sacrificio al dio affamato.
Faceva caldo. O meglio, era afosissimo. Eppure le piante del parco non si
erano seccate. Era l’ultima settimana prima che io intraprendessi il mio
viaggio. È strano, è passato pochissimo tempo, eppure mi sembra che questi
episodi appartengano ormai a un’altra vita. Mi aggiravo per il parco alle dieci
di mattina di un giorno di agosto. Un giorno plumbeo senza nuvole, ma con un
caldo umido insolito per una città dell’interno il cui unico mare era quel lago
ottocentesco, con le sue scalinate bianche che sprofondavano misteriosamente
nell’acqua, custodite da feroci e inerti leoni di pietra. Un paio di barche
dondolavano aprendosi un varco nello specchio d’acqua verde con a bordo
coppie che avevano passato la notte in bianco. Una ragazza leggeva scalza
sull’erba. E io schivavo ciclisti, pattinatori e turisti appollaiati in piedi su
assurdi veicoli che sembravano usciti da Il quinto elemento, fino ad arrivare
all’altro lago, sorvegliato da un branco di oche alte e aggressive, dove
regnava per diritto dinastico una coppia di cigni neri. Quel piccolo stagno si
estendeva ai piedi del Palacio de Cristal, la serra gigantesca che sembrava lo
scenario per un racconto di fate e che custodiva sempre nel suo interno
caleidoscopico qualche stravagante esposizione. Quel giorno erano appesi al
soffitto con fili trasparenti burattini interi o a pezzi, come se avessero catturato
l’istante dello scoppio di una bomba in un negozio di giocattoli.
Era domenica, come dicevo prima, questo me lo ricordo. Una domenica in
cui la mia teoria su Olivia e la sua natura di personaggio inventato avrebbe
iniziato a fare acqua da tutte le parti, sotto un improvviso temporale estivo che
era solo un anticipo della tempesta interiore che l’avrebbe fatta uscire per
qualche istante dalla sua tana, dal suo personaggio, per mostrare l’essere
umano che era e che, sospetto, pochissime persone hanno conosciuto.
Abbandonai il lago, mi feci il segno della croce al contrario passando
davanti al monumento eretto all’Angelo Caduto – lo spirito ribelle di questa
città non aveva limiti –, uscii dal parco sorvegliata da un corridoio di statue
silenti, attraversai il paseo del Prado e salii, come sempre, lungo calle
Huertas, che ancora odorava dell’alcol che avevano ingerito e urinato gli
avventori della sera prima. A quel punto capii che più di ogni altra cosa avrei
sentito la mancanza del quartiere di domenica: gli anziani che passeggiavano
in ciabatte, i gruppetti di turisti appostati davanti alla casa di Lope de Vega
mentre una guida in costume recitava loro un monologo da Il cane
dell’ortolano, lo stridio acuto dei rondoni, un pianoforte che provava al primo
piano... Forse mi invase la nostalgia perché in fondo pensavo che dopo il mio
viaggio non sarei tornata. O non sarei potuta tornare perché sarei stata
impegnata a giocare a carte con Nettuno in fondo al mare. E mi resi anche
conto che, per la prima volta, non stavo sentendo la mancanza della mia
vecchia casa.
Mentre procedevo in salita mi chiesi se al mondo ci fosse una strada così
corta che contenesse un tale cocktail di spazi ed esercizi commerciali. Si
sarebbe potuta vivere una vita piena senza uscire mai da quella strada. Feci un
conteggio a mano a mano che salivo lungo i sessanta numeri civici di Huertas
fino a plaza del Ángel. Vediamo... tre piazze, cinque taverne, otto locali da
ballo, tre cocktail bar, un karaoke, venti ristoranti, tre locali di musica dal
vivo, due sale da tè, quattro pasticcerie, tre caffè, un commissariato, un parco,
un convento di clausura, la tomba di uno scrittore geniale, tre negozi di
abbigliamento, due supermercati, tre alberghi, due librerie, tre antiquari, un
teatro e il cimitero di una chiesa trasformato in negozio di fiori.
Quando ero quasi sulla soglia, mi venne fugacemente in testa l’ultima
immagine di Olivia la sera prima. Nell’oscurità del suo giardino, con un
bicchiere di vino in mano, come se conversasse con l’olivo.
Mi colpì.
Perché credo che vidi in lei qualcosa che prima non ero riuscita a vedere.
La sua solitudine.
Una traccia di debolezza umana che la divideva dalla provocatoria e
infallibile Mary Poppins. Quella notte avevo cercato di immaginare la sua
storia: se Olivia avesse deciso di avere un figlio, lo avrebbe avuto. Non vi
aveva mai fatto cenno, ma parlava della maternità come se l’avesse vissuta.
Allo stesso modo, parlava della libertà come chi l’ha messa in pratica.
Secondo lei, una donna felice era quella che mangiava di gusto, scopava di
gusto, rideva di gusto, aveva avuto vari amanti il cui sesso era indifferente. Me
la immaginavo che saltellava da una vita all’altra, oggi in un negozio di fiori
che forse avrebbe lasciato per mettere in piedi un’azienda esportatrice di caffè
panamensi o una Ong per salvare balene nell’Oceano Indiano. Olivia, per la
libertà del suo pensiero, perché sembrava avere tutte le risposte, era la donna
che ognuno di noi avrebbe voluto essere.
Ciò che ancora non sapevo era che non era sempre stato così. Come a tutte,
le era costata una grande fatica smantellare a uno a uno quei condizionamenti,
catena dopo catena, maglia dopo maglia. E il prezzo che aveva avuto la sua
libertà ero sul punto di conoscerlo.
Era sola? No, una donna come lei non avrebbe mai potuto esserlo, pensai
ormai all’altezza del convento delle Trinitarie, che non era più delimitato
dalla recinzione degli scavi ed era sprangato. Anche se dal suo sguardo si
intuiva un’anima antica e la sofferenza di qualunque essere umano che avesse
vissuto molto, non avevo mai immaginato che a forse sessanta o settant’anni
molto ben portati – in realtà non l’ho mai saputo – Olivia avesse deciso di
aprire quel negozio di fiori in quel posto preciso per un motivo molto concreto
e ben calcolato.
Improvvisamente mi scoppiò un tuono sulla testa e subito dopo iniziò a
piovere.
Non capii da dove venisse quella nuvola che sembrava inseguirmi come nei
cartoni animati. Corsi quasi perdendo le mie infradito e arrivai al giardino con
il vestito di jeans bagnato come se mi avessero rovesciato in testa un secchio
d’acqua.
Mi sorprese trovarlo chiuso. Con la pioggia che mi si riversava addosso
violentemente tirai fuori le chiavi dalla borsa con una certa difficoltà ed entrai
correndo e incespicando lungo il sentiero di piastrelle di pietra. Un calice
solitario si riempiva di pioggia sul tavolo di ferro.
La porta della serra, invece, era spalancata.
Dentro una musica jazz sussurrava quasi impercettibile per il ticchettio della
pioggia sul tetto di lamiera e sulle vetrate. Fuori i passanti correvano da una
parte all’altra con l’allegria che provoca un temporale estivo. C’era odore di
umidità tropicale, di legno bagnato.
Lasciai la mia borsa sul bancone. Mi scrollai i capelli. E quando stavo per
entrare nella stanza sul retro in cerca di un asciugamano, la vidi. Anche lei
zuppa. Seduta a terra su un cuscinone del giardino accanto alla fontana di
pietra spenta. Portava gli stessi vestiti del giorno prima. I capelli sciolti e
attaccati alle spalle. Lo sguardo perso e un sorriso sfinito e imperturbabile. Mi
avvicinai.
“Olivia?” la chiamai. “Olivia... stai bene?”
Lei annuì senza cambiare espressione e senza guardarmi.
A quel punto scoprii perché fosse così obnubilata.
Il nostro alieno.
Non c’era più.
O meglio c’era il suo involucro, come se fosse un fagiolino verde aperto e
vuoto.
Lei allungò una mano reclamando la mia. Gliela diedi e la tirò un po’ fino a
che non mi ritrovai seduta al suo fianco.
“Tempo di spiccare il volo, mia cara,” sussurrò. “Vedi? Tutto finisce. La
gioia e il dolore.”
Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma continuava a sorridere.
“Starò fuori soltanto otto giorni.” La osservai con tenerezza. “Se fai così mi
viene da pensare che sospetti che non ritornerò viva da questo viaggio.”
Fece una smorfia. Ma a quel punto lo capii. Che non aveva a che fare con
me. Che il volo era quello di un’altra persona. Iniziai a collegare tutto quando
seguii la direzione del suo sguardo: accanto al bicchiere del giardino si
disfaceva sotto la pioggia un libro dato in prestito che di solito, nell’ultima
parte di quell’estate, era nelle mani del nostro lettore biondo.
“Se n’è andato anche lui?” chiesi.
Lei si girò verso di me.
“Sì, è venuto a salutare ieri. Mi ha detto che lo hanno destinato a Miami. Ma
io lo sapevo già... Lavora in televisione, sai?” disse con una scintilla di
orgoglio azzurro negli occhi. “Ha passato due anni molto difficili perché qui, e
tu lo sai meglio di chiunque altro, non c’è lavoro. Qualche settimana fa sono
riuscita a farlo chiamare da un’amica di Casandra che ha un incarico molto
importante in una casa di produzione laggiù.” Sembrò addolorata. “Le ho
chiesto anche di non dire che era stata una mia idea.”
Li percepii in lei. Felicità e dolore allo stesso tempo. Ricordo di aver
cercato di ordinare quell’informazione e i miei ricordi su quell’uomo come se
si trattasse di un puzzle con mille pezzi piccolissimi: Olivia che gli lasciava
dei libri scelti, come dimenticati, sul tavolino di ferro tutti i giovedì, libri che
poi lui chiedeva in prestito e leggeva in giardino. Olivia che usciva
precipitosamente con una scusa quando lo vedeva passare. Olivia che faceva
finta di andare per caso sotto il pergolato e, mentre sistemava le piante, lo
coinvolgeva in una discussione su quello che stava leggendo. Olivia che gli
preparava un tè freddo con una fogliolina di menta. Il suo modo delicato e
attento di scegliere quella foglia...
“Chi è?” osai chiedere.
Lei alzò lo sguardo. Si attorcigliò i capelli bianchi e arancioni fino a farli
diventare una chiocciola in cui infilò un bastoncino di sandalo.
“Mia nonna diceva sempre: ‘Che il Signore non ci dia tutto quello che
possiamo sopportare’.” Scosse la testa. “Io non parlo più di Dio, Marina. Che
nessuno ci dia tutto quello che possiamo sopportare.”
Dopo molti anni, continuò con la voce sconfitta, e dopo aver conosciuto
individui molto diversi in diversi paesi, era giunta alla conclusione che noi
persone forti – e lo disse usando il plurale – lo eravamo soltanto perché
avevamo la disgrazia di sopportare una quantità maggiore di dolore senza
crollare. La nostra soglia del dolore era più alta. Ma ciò non voleva dire che
soffrissimo di meno.
La pioggia iniziò a scuotere la porta. Un passerotto s’infilò dentro
saltellando e si scrollò le piume varie volte. Poi, con un breve volo, attraversò
la serra e si posò sulla fontana. Olivia seguì la sua traiettoria e sorrise stanca.
“Sai qual è il nostro vero dramma, Marina? Che la nostra sofferenza non si
nota. O almeno non tanto quanto quella degli altri.” Mi chiese il braccio per
alzarsi; sembrava abbattuta.
Lo avevo visto con la moglie di Francisco, per esempio. Si era giocata
benissimo la sua partita con la sola arma della debolezza. Il debole si
strozzava con un nonnulla e otteneva la compassione e l’aiuto degli altri, e il
forte lo consolava mentre sopportava un’operazione senza anestesia
mordendosi le labbra. Il forte, quando soffriva molto, si rinchiudeva nel suo
guscio per superarlo, fosse mai che avesse fatto preoccupare qualcuno o
infastidito gli altri con il proprio dolore.
Spalancò gli occhi. Si accarezzò la nuca. Dall’altro lato della vetrata
comparivano i primi ombrelli, funghi multicolori con le zampe che alzavano il
passo in salita. Si era materializzato anche un ragazzo cinese che li vendeva
all’angolo.
A quel punto Olivia, in piedi, mi ricordò la prima serata che avevamo
passato insieme in giardino. Me la ricordavo bene? Annuii. Quella sera Gala
ci aveva chiesto com’era stata la nostra prima volta...
“Io non ho voluto raccontare la mia.” Scosse la testa mentre cercava
inutilmente di stirarsi i vestiti. “Avrei rovinato la festa. Lo sai com’è stata? La
mia prima volta?”
Aveva quindici anni, cominciò mentre disponeva nei vasi delle enormi
margherite. Quindici anni in una scuola di suore e sotto una dittatura. Stava
tornando a casa dopo aver comprato all’emporio alcune cose che servivano a
sua madre e quando era entrata nel portone ci aveva trovato un uomo. Fece una
pausa. Prese uno dei fiori. Se lo portò al naso e chiuse gli occhi. Ricordava
tutto come in una nebulosa. Ciò che invece ricordava chiaramente era la sua
stazza, imponente: era molto più forte di lei e odorava di anice. “Non sono mai
più riuscita a sopportare l’odore dell’anice,” ripeté due volte. E si appoggiò
al bancone per continuare il suo racconto: quando l’uomo si era saziato del
tutto, l’aveva lasciata andare, e lei aveva salito le scale quanto più
rapidamente le aveva consentito il tremore delle gambe deboli ed era entrata
in cucina con il sacchetto della spesa. Sua madre, senza guardarla, l’aveva
sgridata perché la cena si stava freddando.
“E cosa ho fatto io?” Sembrava che i suoi occhi azzurri stessero per
rompersi. “Sono stata zitta. Quando li ho visti seduti tutti intorno al tavolo, mio
padre, le mie tre sorelle e mia madre in piedi in procinto di servire i tagliolini
in brodo, non ho voluto rompere quell’armonia. Quella stabilità. Quella pace.
Non ho voluto avvelenarli con il mio dolore. È iniziato tutto lì.”
Mi guardò negli occhi implorante.
“Dammi retta, Marina. Impara a gridare quando qualcosa ti fa male e fa’ che
il grido sia proporzionale al tuo dolore. Altrimenti ti faranno soffrire molto.
Moltissimo.”
Io la osservai sorpresa, appoggiata alla porta di vetro, senza avvicinarmi,
senza capire.
“Ma se io non sono forte...”
Le sfuggì un sorriso spento e alzò la testa.
“Tu sei più forte di quanto pensi.”

Ciò che mi raccontò Olivia quel pomeriggio dentro la nostra bolla


trasparente che ci proteggeva dalla pioggia mi fece conoscere la donna che
era. Una che non sempre aveva comprato fiori per se stessa né li aveva
venduti, una che aveva dovuto prendere decisioni molto difficili e cambiare a
poco a poco, creando la propria crisalide senza fare rumore affinché nessuno
potesse impedirglielo.
“Tre anni più tardi ho conosciuto lui. Io ero molto giovane e lui...” cominciò
mentre passava in rassegna i suoi fiori, “lui era il mio professore. Lo
ammiravamo tutti.”
Lei voleva andare all’università, voleva fare il medico e le mancava un anno
per sostenere l’esame di maturità. Lui si sentiva in colpa per essersi
innamorato di lei. Si considerava un mostro. Era sposato e sua moglie non
poteva dargli figli.
“Sua moglie...” ripeté, “perché io invece sì.”
Si portò le mani ai reni e prese un poncho all’uncinetto con cui
probabilmente si era coperta durante la notte.
“Il giorno in cui lo concepimmo me ne accorsi, sai?” Aprì gli occhi
meravigliata. “Fui io a voler fare l’amore. Non mi costrinse nessuno. È quello
che avrebbero detto gli altri. Ma non era vero.”
Aveva un disperato bisogno di sapere cosa significasse darsi a qualcuno che
amava e che la amava. Non era forse naturale?, si chiese mentre si sedeva
sulla fontana di pietra. Non era naturale che avesse bisogno di chiudere quella
ferita? E tale era stata la passione e tanto l’impegno che i loro corpi ci
avevano messo che aveva capito in quell’istante che qualcosa sarebbe
cresciuto dentro di lei, come quando la pioggia cade sulla terra per
risvegliarla.
“La verità è che io non avevo mai voluto avere figli,” riconobbe. “E quando
lo scoprii fu uno choc. La mia famiglia impazzì. Cercarono di estorcermi il
nome del padre per denunciarlo alla polizia perché io ero minorenne. Per un
anno... ma lo ero.”
Infilò una mano nell’acqua stagnante della fontana. Il suo viso ringiovanì
improvvisamente battezzato da quel ricordo, la sua pelle si tese finché le
poche rughe che il tempo le aveva lasciato intorno allo sguardo e al sorriso le
si allisciarono, i capelli si saturarono di arancione, un paio di pantaloni
bianchi a zampa d’elefante le coprirono le gambe e dei fiorellini rosa le si
stamparono su tutta la camicia. E io, dal presente, osai domandarle che cosa ne
era stato del suo amante e del bambino...
Lei, che era tornata ai suoi diciassette anni slanciati, proseguì: “Lui?”.
Sorrise. “Lui era pazzo di me. Quando seppe che mi sarei trasferita con la mia
famiglia al nord prima che la gravidanza fosse evidente e che avrei dato il
bambino in adozione, mi propose di fuggire insieme. Di andare in Sudamerica.
Mi disse che lì nessuno ci avrebbe trovato.”
“E perché non lo facesti?”
“Perché ebbi paura, Marina. Perché come sempre volli essere forte,
proteggere lui e i miei, quando chi aveva bisogno di protezione ero io. Ti rendi
conto?”
Si portò le mani alla testa e scavò tra i suoi capelli arancioni come se
cercasse altri ricordi. Mi sedetti al suo fianco. Lasciai vagare lo sguardo sulle
ninfee che galleggiavano dentro la vasca di pietra.
Lei proseguì, con un tono duro, come se ancora si rimproverasse qualcosa o
cercasse di giustificarsi con se stessa: che lui sarebbe andato in prigione per
aver abusato di una minorenne... che non voleva fare ancora più male alla sua
famiglia – suo padre aveva un incarico pubblico e una cosa del genere
avrebbe stroncato la sua carriera. E lei, la verità era che lei... ancora sognava
di viaggiare, andare all’università. Non era normale? Era ancora una bambina.
E a quell’epoca una donna doveva scegliere, non poteva essere una ragazza
madre e condurre una vita normale. I suoi occhi, adesso sì, furono contagiati
dalla pioggia che aumentò all’improvviso colpendo il tetto di lamiera.
“No, io non avevo mai voluto essere madre, ma quando nacque...” Tirò fuori
il suo fazzoletto di seta blu e si asciugò il sudore dal collo, dalla fronte.
“Chiesi di stare con lui soltanto una settimana. Non chiesi nient’altro.”
Improvvisamente mi sorrise. “E in quella settimana lo circondai di ciò che più
mi piaceva al mondo: libri e fiori.”
Rimase per un po’ a contemplare il fazzoletto sulle sue mani aperte. Sedute
l’una accanto all’altra sulla pietra fredda della vasca, lasciammo i piedi a
penzoloni. I suoi, scalzi e sottili, con le unghie color mandarino. Lasciai
cadere a terra le scarpe.
“E non hai mai pensato di dire la verità?”
“Ma perché vogliamo raccontare sempre la verità?” s’indignò
improvvisamente, e io avrei voluto non aver formulato quella domanda.
“Perché dobbiamo denudarci con legittimazioni assurde di fronte a una società
così insensibile e crudele? Senti, figlia mia, io ho dovuto raccontare molte
bugie e mezze verità nel corso della mia esistenza per poter avere una vita
normale. Questo ha un prezzo.” Mi guardò dritto negli occhi. “Ma a volte,
Marina, la gente non si merita la verità. La vogliono soltanto per giudicarti.”
All’esterno il mondo si distorceva dietro le vetrate sempre più appannate.
Ma riuscii a distinguere il punto in cui si disfaceva quel libro, allo stesso
ritmo degli occhi di Olivia e dei suoi ricordi.
Per questo, mi disse, era importante che approfittassi dei vantaggi del
mondo in cui ero nata. Allungò la mia mano sulla pietra. Era molto importante,
ripeté, che non lasciassi mai che nessuno mi dicesse se dovevo avere un figlio
o non averlo né quando né con chi. “Fai quello che ti senti,” la ascoltai dire
mentre faceva vagare lo sguardo su un sole liquido che iniziava a riversarsi
sulla piazza, “è meraviglioso che adesso sia tutto nelle vostre mani.
“Non permettere a nessuno di giudicarti per questo. E non lo fare neanche
tu,” mi sollecitò, lasciando che quella luce sommergesse anche il suo viso.
“Siete sulla soglia di una nuova e definitiva rivoluzione e non ve ne rendete
neanche conto.”
Avevamo la chiave della vita e la libertà di decidere senza essere
condizionate da niente e da nessuno. Non sarebbe stato un processo facile, ma
senza dubbio la strada era quella.
Si lasciò scivolare fino a terra, si avvicinò al vetro che ci separava dal
giardino e che era coperto da un sottile strato di vapore. Ci appoggiò la fronte
come se cercasse di rinfrescarsi. Il suo riflesso appariva adesso attraversato
dalle piante e dai fiori, che ricevevano l’allegria della pioggia.
“E dopo cosa successe?” le chiesi.
“Che passarono gli anni.” Prese fiato. “E la vita. Mi sposai con un
brav’uomo e divorziai. Mi sposai con un altro uomo addirittura migliore e
morì... Ma mi ripromisi due cose: che nessuno mi avrebbe mai più detto cosa
fare con il mio corpo né con il mio cuore. Avevo pagato un prezzo troppo
alto...”
E io la ascoltai, seduta su quella fontana, senza sapere che ciò che mi
aspettava alla fine di quella storia, di quel periplo, era ancora più
inimmaginabile. Siccome non aveva potuto tenere Marco, aveva deciso di
prendere la pillola di nascosto e mentire ai suoi mariti dicendo loro che era
sterile. Aveva viaggiato in tutto il mondo, aveva lavorato in quasi tutti i
campi...
“Ma soprattutto, Marina,” sottolineò alzando la voce, “ho lavorato sulla mia
felicità. Senza tregua. Ho lavorato per trovare il mio posto nel mondo.”
Il temporale iniziava a placarsi. La luce entrava adesso furiosa attraverso
tutte le facce della nostra scatola di vetro.
“E ci sei riuscita?” volli sapere. E desiderai, ebbi bisogno che mi
rispondesse di sì. Che tutto quello che aveva passato aveva avuto un senso.
Che non mi avrebbe recitato una versione contemporanea del monologo di
Macbeth.
Lei mi rivolse un’occhiata complice e annuì.
“Aiutare quelli che si sentono persi come mi sono sentita io. Questo è il mio
posto nel mondo.” Appoggiò una mano aperta sul vetro. “E sì, non mi sono
sbagliata: so che l’altra estremità del mio filo rosso continua a essere attaccata
al mio compatibile al cento per cento, colui che ho incontrato troppo presto e
in un mondo che rendeva le cose così difficili.”
Sorrise stanca. Rimanemmo per un po’ in silenzio. Il fantasma della sua
mano rimase tatuato sul vetro e da quella finestra scorsi il bicchiere e il libro,
adesso sotto il sole.
“E lo hai cercato?” le chiesi alzandomi e andando verso di lei.
“Lui no, non aveva più senso, ma Marco... per anni. Sai? È strano. Proprio
come ero sempre stata sicura che sarebbe nato sano, ho sempre saputo che se
ne avessi avuto bisogno lo avrei trovato.”
E dopo cinque anni di ricerca era successo.
Aveva scoperto che era sposato, che sua moglie si chiamava Lidia ed era
incinta, e che vivevano nel barrio de las Letras... Era venuta a sapere anche
che avevano dei problemi. Doveva fare qualcosa.
“A quel punto ho avuto un’illuminazione. Ho calcolato i miei risparmi e ho
trovato un posto che era molto vicino, nella sua stessa strada, e che lo avrebbe
attratto come un faro nell’oscurità.” Il suo viso s’illuminò improvvisamente.
“Avrei costruito per lui un altro grembo materno, in cui proteggerlo perché
formasse la sua crisalide per un certo periodo di tempo, che fosse un’oasi
dove tornare a respirare, diventare più forte, un luogo in cui potessi
circondarlo di tutte le cose che ci piacevano...” Trattenni un singhiozzo. Lo
dissimulai girandomi per guardare fuori dalla finestra. “Per favore, non
provare pietà per me. Le cose stanno così. Sono stata vittima di un’epoca che
ha avuto le sue conseguenze e io le ho accettate. Mi accontento di sapere che
mi sono presa di nuovo cura di lui prima di mandarlo un’altra volta nel mondo
e di rimanere nel suo ricordo come la donna sorridente che aveva l’abitudine
di prestargli libri e regalargli fiori.”
Sentii la sua mano da farfalla, morbida e forte, atterrare delicatamente sulla
mia spalla e tremai un po’. Dietro di me c’era l’impassibile Olivia, che lottava
per non crollare, mentre la pioggia tornava a riempire il calice in giardino
sotto un sole coraggioso, il calice che il nostro lettore biondo aveva condiviso
con sua madre per l’ultima volta, senza saperlo.
Ricordo di aver sentito in quel momento un’esplosione di ira: com’era
ingiusto essere donna, quasi sempre. Costrette a lottare in ogni istante contro
un gigante diverso. Che cosa assurda e quanto dolore aveva provocato dover
combattere contro il rifiuto di una società il cui unico interesse era sapere se
avevi o meno un uomo al tuo fianco.
“È vero,” dissi ancora di spalle, cercandola di nuovo nel riflesso del vetro.
“Stigmatizzare una donna per aver messo al mondo un bambino è proprio di
una società malata e crudele.”
Mi girai. Lei mi accarezzò teneramente la guancia.
Poi andò decisa verso la stanza sul retro. Rimasi a pensare. Che cosa
incredibile. Era vero. Quella che prima era una macchia stava iniziando a
essere considerata un atto d’amore. Donne come Casandra o Aurora stavano
aprendo la strada perché, nonostante tutto e come diceva la prima, i suoi
genitori molto tradizionalisti erano contenti di avere un nipotino quando ormai
avevano perso tutte le speranze. Mentre Olivia aveva dovuto scegliere tra
fuggire in un altro continente e dare in adozione il suo bambino.
Oggi noi donne possiamo farci inseminare per essere madri non più solo da
nubili, ma addirittura da vergini, come Aurora...
Era questa, come vaticinava Olivia, la vera rivoluzione?
La strada verso la libertà?
Innamorarti di un uomo pensando a te stessa e non al fatto che dovesse
essere il padre dei tuoi figli. Poter anche separare le due cose. Ché se
coincidevano era meraviglioso, ma non doveva per forza essere così. Ché
nessuno aveva mai il diritto di decidere quando, come e con chi dovevamo
dare la vita. O se dovevamo riprodurci oppure no.
La sentii muoversi nella parte interna della serra, aprire e chiudere cassetti,
frugarci dentro, e qualcosa di pesante cadde a terra. Protestò un po’. E io
continuai a pensare, immergendomi in quella luce nuova che filtrava setacciata
dal vapore, agitata da quella visione che mi aveva regalato Olivia, tra le
ultime brume della sua ubriacatura. Aveva una sua logica. Non ci restava altro
da fare? Se la società non era stata in grado di aiutarci a far coesistere le
nostre famiglie e i nostri lavori, lo avremmo fatto noi. Ma... cosa sarebbe
successo dopo? Quali sarebbero state le conseguenze di quel cambiamento?
Non volevo smontare il suo momento di lucida euforia, per questo non volli
rivelarle il mio timore: che alla fine avremmo continuato a dover scegliere,
perché la maggior parte di noi non avrebbe potuto permettersi economicamente
di essere madre da single. E se fosse stato così, entro vent’anni secondo la
teoria di Olivia ci sarebbero stati migliaia di figli di madri single e sarebbe
sembrato normale, come essere figlio di genitori divorziati. Ma questo in che
posizione avrebbe messo i nostri uomini? E noi? Che preferissimo avere un
figlio da sole invece che con un uomo inadatto non significava che non
sognassimo di formare una famiglia, di condividere quel progetto con un
compagno... D’altro canto: sarebbe stato giusto che dovessimo sopportare da
sole tutto il peso di mettere al mondo ed educare gli uomini e le donne del
futuro? Era quella la libertà di cui parlava Olivia?
Quando tornò mi lanciò un asciugamano e stringeva una cartellina che
conoscevo. Era quella che portava sempre con sé Francisco, con la copertina
nera rigida e, sopra, un adesivo rosso.
“Sai che cos’è questa?”
Io scossi la testa. Non volli ammettere che quel giorno avevo visto le
planimetrie del giardino che stava per mostrarmi e il disegno in scala
dell’olivo.
“Sono dei documenti che voglio che tu custodisca. Casomai dovesse
succedermi qualcosa,” sussurrò con aria cospiratoria. “Sono molto importanti.
Se questi documenti venissero alla luce si presenterebbe qui un esercito di
archeologi e la sovrintendenza impedirebbe la vendita e l’affitto del terreno.
Li ho inviati ai proprietari. Credevano che non avrei avuto il coraggio di
tirarli fuori, ma dopo il casino che abbiamo messo su con la stampa per la
faccenda della mensa dei poveri, credo che inizino a temere che faccia sul
serio con le mie minacce.” Prese il cestino e le sue chiavi, tirò fuori
l’ombrello e si diresse verso la porta. “Se chiudono il Giardino dell’Angelo
non sarà per costruirci un condominio di appartamenti destinati ai turisti, te lo
assicuro. Delle due una: o continua a essere un negozio di fiori oppure lo
vedranno trasformato in un luogo di culto e bucherellato come se ci fosse
passato un branco di talpe gigantesche, fattacci loro. Con Cervantes hanno
passato tre anni a scavare.”
E, detto questo, aprì la porta di vetro dalla quale entrò odore di campo, di
lavanda e di terra. Verificò che aveva smesso di piovere. Lasciò l’ombrello
appoggiato alla porta e quella Mary Poppins camminò, ormai trasformata in un
essere umano, calpestando tutte le pozzanghere che trovava sul suo cammino.
Io rimasi stretta a quella cartellina come se fosse una tavola in mezzo al
mare. Anche se è vero che, finché non mi decisi ad aprirla qualche secondo
dopo, non sospettai che si trattasse dell’assicurazione sulla vita del Giardino
dell’Angelo e che Olivia l’aveva appena lasciata nelle mie mani.
Come tutta la sua umanità.
Come tutta la sua storia.
Giorno 8
Cavalcare la tempesta

NON SMETTERE DI SOGNARE diceva il cartello del Giardino dell’Angelo, quel


motto, quella richiesta o supplica fu ciò che mi accolse, che mi diede il
benvenuto nella mia oasi.
E adesso ho più che mai bisogno di sognare.
Ho lo stretto di fronte a me.
La pericolosa frontiera d’acqua che mi separa dalla fine del mio viaggio.
Quella breccia stretta ma ampia tra due continenti in cui ogni anno annegano
centinaia di migranti cercando di attraversarne le acque fredde e inclementi,
che svolgono il loro lavoro come implacabili funzionari della dogana. Un
passaggio tra due mari che viene continuamente attraversato da branchi di
grandi cetacei marini. Adesso però sono le navi cargo che passano accanto al
Peter Pan.
Da Tarifa, in direzione sud, devo attraversare lo stretto in perpendicolare
rispetto al senso del traffico marino per raggiungere la Punta del Ksar, una
piccola spiaggia con una rada poco protetta, ma che mi potrebbe servire per
riposare se il vento continua a essere tanto forte. Prego gli dèi arabi e cristiani
di non farmi avere sorprese. Da lì proseguirò verso Punta Ferdiguá in
direzione ovest. E continuerò fino a Punta Malabata per cominciare a scendere
verso Tangeri, che a quel punto vedrò chiaramente a babordo.
Sento che gli occhi mi si riempiono di lacrime. Sono vicina a riuscirci come
a naufragare.
“Devo continuare a sognare!” grido.
E sì che stanotte ho sognato.
Molto.
Olivia quel pomeriggio del temporale. I suoi occhi contagiati dalla pioggia.
La pioggia che riempiva i calici vuoti che non si sarebbero più riempiti e che
non sarebbero più stati condivisi. Il suo dolore ma anche la sua conquista.
Quella sofferenza che non aveva mai espresso e che aveva lasciato fiorire per
qualche ora prima che iniziasse ad appassire. Il suo cedimento ma anche il suo
rimanere ancorata. La sua accettazione ma anche la sua lotta. Il suo realismo
ma anche la sua speranza.
Che sfortuna non poter comunicare con loro.
Non poter parlare con Olivia. Ho bisogno di sentire la sua voce. Dirle
quanto mi abbia aiutato in quei mesi. Farle sapere che sono arrivata fin qui,
casomai io non riesca ad attraversare lo stretto. Che mi sono riconciliata con
Óscar. Che adesso sono pronta a disperdere le sue ceneri. Ma, soprattutto, non
posso vedere i bollettini meteo. E c’è un’afa simile a quella di quel
pomeriggio. Forse sono un po’ suggestionata dal mio sogno, ma sento odore di
pioggia. E non ho i bollettini. Se scoppia una tempesta non la vedrò arrivare.
La barca inizia a sbandare. Il vento la scuote e fa sì che le onde la ricoprano
riversandosi sulla coperta.
“Bisogna spiegare la randa, Mari.” Ti sento gridare sotto gli schizzi
d’acqua, ma non ti vedo.
Hai ragione. So che è così. Perciò preparo la manovra. Punto la prua in
direzione del vento come meglio posso mentre cerco di aprire gli occhi pieni
di sale. Mi butto sulla coperta. Srotolo le cime della randa. Alzo gli stopper
che mordono le cime e dopo aver incastrato la manovella nel winch la giro
quanto più possibile, con tutte le mie energie. Ma la vela si ferma a metà e non
ho più la forza per continuare a tirare.
“Orza di nuovo, Mari,” mi gridi.
“Non ci riesco,” strillo. “Non vedi che non ci riesco?”
Vieni verso di me avanzando lungo la coperta reggendoti alle cime sotto il
tuo impermeabile.
“Ma quanto sei diventata debole!” Inciampi e per poco non finisci in acqua.
“Adesso non è il momento di perdersi in chiacchiere. Vai avanti!”
E così vado al timone, furiosa, giro la barca finché non sento che ho il vento
sul naso e stringo di nuovo la manovella con entrambe le mani. Così riesco a
girarla con meno sforzo, finché la vela non si gonfia come un pallone, adesso
completamente spiegata.

È passata quasi un’ora. Un’ora in cui non ho fatto altro che fare manovre per
cercare di prendere il vento. Con il mare contro. Ma con il tuo ricordo, per la
prima volta, a favore.
Improvvisamente inizio a sentire che la corrente mi è favorevole e vedo la
costa africana più vicina di quella spagnola.
“Hai attraversato lo stretto, Mari, e non ti sei neanche spettinata.”
Quasi non riesco a reagire a questa affermazione. Quando digerisco quello
che mi hai detto, scendo con un balzo le scale e consulto la carta.
Vedo i tuoi mocassini blu scendere un gradino e fai capolino dalla porta
della dinette.
“Ti sei lasciata alle spalle Tarifa, Mari. Complimenti, tesoro.”
Salgo le scale e tu sei scomparso.
Mi arrampico sul dorso della barca e stringo l’albero maestro.
“Urrà!” grido.
Il sole cade a babordo sulle onde cicatrizzate.
“Urrà! Urrà!”
Scendo con un salto e stringo con forza il timone in direzione Tangeri.
“Urrà! Urrà! Urrà!”

Non sai mai come può cambiare il Mediterraneo nel giro di qualche ora.
Questo me lo dicevi sempre. È il mare più traditore che esista. Sono passate
soltanto due maledette ore da quando ho sentito di avercela fatta. Senza una
goccia di carburante, sul punto di svenire, però ce l’avrei fatta. E adesso cerco
di recitare preghiere che non ricordo a dèi in cui non credo. La pioggia cade
sullo scafo della barca, il vento muggisce come uno sciame di fantasmi e vedo
i fulmini che si conficcano nel mare come spade laser. Sono passate soltanto
due ore da quando mi hai detto di alzare il genoa per navigare a vele spiegate
e concludere la mia traversata. “Il vento viene da poppa,” mi hai detto.
“Approfittane e ti spingerà fino alla costa.” Io non ero d’accordo. “Il vento
soffia a raffiche e se lo alzo cambierà lato e non ho così tanta forza da poter
spiegare e ammainare la vela ogni dieci minuti. Tra l’altro, se non fossi morto
l’avresti spiegata tu tirando due volte la cima. Sì, se non fossi morto. Ma
siccome sei morto... stai zitto.”
A quel punto mi hai osservato con le braccia conserte sulla soglia della
dinette e un’espressione corrucciata da bambino arrabbiato. “Agli ordini,
capitano,” hai detto tra la rabbia e l’orgoglio. E la tua immagine si è dissolta
nell’ultimo raggio di sole.
Da allora non sei più comparso. E non è proprio il momento di vendicarti
con uno dei tuoi scatti di orgoglio. Adesso ho davvero bisogno di te e non è
uno scherzo!
Sto per naufragare, credo.
Una delle pattuglie del porto si accorgerà di me? Non m’importa se mi
arrestano. Non mi funziona la radio. Se ne ho bisogno non potrò chiamare il
soccorso marittimo. È tutto buio e con il temporale vedo a stento le luci del
porto.
Perché?
Perché adesso?
Perché devi distruggermi, maledetta barca senza vita? Dovrei demolirti una
volta arrivata in porto. Per avermi tolto mio marito. Per essere stata sua
complice.
Le raffiche di vento sono sempre più forti.
Ripasso a memoria le mie conoscenze sul vento apprese dal manuale: a
partire dai ventidue nodi è vento fresco, dopo i trentaquattro è burrasca
moderata, poi c’è la burrasca forte, la tempesta, il fortunale, l’uragano...
quarantuno nodi, quarantotto, cinquantasei... Ma questo non succederà. In ogni
caso potrei annegare a pochi metri dalla costa senza bisogno che sia un
uragano.
Che sia un uragano?
Siamo alla fine di agosto e ha fatto troppo caldo.
Che sia la cosiddetta “goccia fredda”? Non devo andare nel panico. Penso
alle ragazze. Devono essere preoccupate per la mancanza di notizie. Perché
Olivia non è con loro?

Ho sentito un forte scricchiolio. Simile al rumore di un fulmine quando


colpisce qualcosa. Sono salita in coperta e una delle sartie di prua, diventata
una frusta di corda e ferro, ha iniziato a colpire la coperta lasciando enormi
graffi sul dorso del Peter Pan. La schivo varie volte. Schianterà l’albero, se
avessi le forze cercherei di abbatterlo prima che il vento spezzi in due la
barca.
Mi tolgo l’acqua dalla faccia. Apro come posso il cassone, ma le onde mi
fanno rotolare per terra. Riesco ad arrivarci di nuovo, scavo tra le cime, i tubi
e i vari oggetti inutili che danno più fastidio che mai, fino a trovare una cesoia.
Poi, reggendomi alla bell’e meglio, lancio una cima sull’albero, facendo
attenzione a non farmi colpire dalla sartia sciolta che si agita impazzita
nell’aria. Striscio lungo la coperta fino all’albero. Una volta lì, afferro con
forza la cesoia e taglio la sartia di tribordo.
Se la taglio solo da una parte, la barca si rovescerà verso l’altra, mi ricorda
il mio cervello scosso, e prima che possa terminare la frase l’albero
scricchiola come una pianta ferita e precipita verso babordo. Taglio con forza
le due sartie a cui è ancora agganciato l’albero, ormai in acqua, e vedo come
viene definitivamente inghiottito dalle onde. Lo osservo conficcarsi in
verticale nel mare, come se un mulinello lo portasse verso il fondo, e poi
ritorno trascinandomi all’interno della dinette.
Dov’è il giubbotto salvagente?
Devo trovare il giubbotto salvagente.
Finalmente lo trovo sotto i sedili del salotto. Me lo allaccio ed esco di
nuovo. Libri, cuscini, scarpe e pentole rotolano per terra. La pioggia cade con
tanta violenza che fa male. Stringo forte il tavolo. Mi sanguina un ginocchio.
Le onde frustano la coperta, sentendosi vincitrici nell’assalto. Uno schizzo
entra dall’oblò del salottino schiantandosi sul ripiano della cucina. Cerco di
scendere, ma cado dalle scale sul pavimento pieno d’acqua. Chiudo a uno a
uno gli oblò.
“Dove sei?” grido. “Dove sei adesso?”
E non riesco a smettere di gridare, stretta al tavolo del salottino, preparata a
cavalcare la tempesta. È quello che dicono sempre i marinai. Che quando il
mare si agita in questo modo e non ci si riesce a difendere non bisogna
opporgli resistenza. Perché ogni movimento provocherà una reazione violenta
per contrasto. Bisogna lasciarsi portare. Per questo, anche se sto battendo i
denti per il freddo e la paura, mi sono seduta di nuovo. E sono qui. Stretta al
ripiano del tavolo su una barca senz’albero. In mezzo al mare e al buio. Per la
prima volta alla deriva.
Ballare su un cimitero

È curioso come ci tornino in mente i ricordi. A volte, nei momenti estremi,


appaiono come cartoline luminose che ci inviamo perché ci aiutino a
continuare a lottare. E la mia mente ha scelto, nel bel mezzo della tempesta che
sta per strapparmi la vita, quello dell’ultima sera al Giardino dell’Angelo.
Arrivai al negozio di fiori con l’urna delle tue ceneri in una mano e il
trasportino di Capitán nell’altra. Tutto intorno risuonava Feeling Good di Nina
Simone. Olivia era salita su uno sgabello in giardino e stava accendendo le
candele nelle lanterne colorate che sembravano sospese nella notte, come
vittime di un incantesimo.
La salutai. Poi guardai il grande olivo illuminato. I nodi e le vene del suo
tronco sembravano ritorcersi tra luci e ombre. Ci scambiammo un’occhiata
complice. Lasciai la mia borsa a terra e mi sedetti sull’altalena della
riflessione. Senza che riuscissi a evitarlo, la mia memoria tornò al momento
del pomeriggio precedente in cui avevo aperto quella cartellina.
Il primo documento era quasi un disegno.
Una serie di dati numerici indicava un punto, la base su cui era piantato
l’olivo. Sotto le sue radici, a essere precisi. Ero andata in giardino, avevo
chiuso il cancello e mi ci ero fermata davanti.
Dopo la pioggia odorava tutto di nuovo.
Di natura.
I passanti iniziavano a popolare nuovamente la strada. Una luce dorata
cadeva sulle sue foglie. E a quel punto mi ero ricordata di Olivia la sera
prima, che introduceva qualcosa nella cavità dell’albero. Quella che avevamo
chiuso perché non ci si infilassero gli uccelli e gli insetti. Mi ero arrampicata
su uno dei nodi dell’albero. Avevo tolto la copertura di maglia. Avevo infilato
la mano e sfiorato qualcosa di duro sotto uno strato di plastica. Quando lo
avevo tirato fuori mi ero seduta con quella scatola di legno tra le mani, grande
quanto un grosso tomo, che qualcuno aveva messo dentro un sacchetto della
spazzatura. La scatola era marcia, un piccolo scrigno con inserti metallici.
L’avevo aperta con cautela. Dentro, schegge di legno e qualche osso. Sopra,
una placca ossidata su cui si intravedeva una croce di Malta. Con le mani
tremanti avevo aperto di nuovo la cartellina e avevo letto il contenuto del
documento che accompagnava la mappa:
Con la presente dichiaro che esistono indizi possano fondati per ritenere che i resti di
Lope de Vega possano trovarsi ancora sepolti nell’antico cimitero della chiesa di San
Sebastián, posto in plaza del Ángel, all’angolo con calle Huertas, a Madrid. Chiedo
l’autorizzazione per iniziare le analisi relative e i permessi per cominciare gli scavi.
Francisco Ibáñez, ricercatore del Consiglio superiore
delle ricerche scientifiche
I rondoni avevano cominciato a stridere mentre volavano in tondo sopra i
tetti. Alcune scintille di acqua dorata mi si erano riversate di nuovo sulla testa.
L’olivo aveva scricchiolato un po’, come se le sue viscere reclamassero quel
tesoro che avevo ancora tra le mani. Avevo richiuso la scatola con grande
cautela, l’avevo infilata nel sacchetto e l’avevo lasciata di nuovo nel ventre di
quell’albero. Poi avevo chiuso la cartellina e me l’ero stretta al petto. Se quel
documento era vero o solo un favore che Francisco faceva a Olivia per
salvaguardare la sua oasi, se avevano trovato davvero i resti di Lope, se erano
sempre stati dentro quell’albero centenario, a tutt’oggi continuo a non saperlo.
Mi riscossi dai miei ricordi. Improvvisamente tutto il giardino era
illuminato dalle candele e dalle lanterne. E mentre mi dondolavo sull’altalena
iniziarono ad arrivare loro.
Le donne che compravano fiori.
Varcarono a una a una il cancello del nostro antico cimitero sotto il cartello
a forma di pergamena che mi aveva spinto ad affacciarmi alla mia oasi per la
prima volta: NON SMETTERE DI SOGNARE.

Per prima comparve Gala, con un vestito rosa cipria come i suoi gigli, che
le lasciava scoperta una spalla tornita. Si era tagliata i capelli. Adesso le
arrivavano appena sotto il mento e la facevano assomigliare a una di quelle
donne dei quadri di Klimt. Dopo poco arrivò Casandra, carica di bevande, in
jeans e scarpe da ginnastica; mi sembrò una ragazzina. A un certo punto si
materializzò letteralmente Aurora, che portava un prezioso kimono rosso con
sopra stampati dei fiori di loto e si trascinava dietro un’enorme tela avvolta
nella carta da imballaggio che lasciò appoggiata all’olivo come se fosse un
cavalletto improvvisato. L’ultima ad arrivare fu Victoria, stretta in un paio di
jeans con gli strass, tacchi, bocca rossa e una maglietta che proclamava: “Ho
quarant’anni. E allora?”.
Quella sera arrivammo tutte con i compiti fatti. Ripensandoci adesso, sono
giunta alla conclusione che forse avevamo inteso quella serata non solo come
un addio, ma anche come la fine di un processo di apprendimento che era
durato un’estate intera.
Gala, per la prima volta nella sua lunga storia con gli uomini, si era
presentata a casa del suo “rabdomante” senza strategie, senza avvisare, senza
truccarsi, ovvero senza le sue armi da Galatea. Quando lui le aveva aperto la
porta, lo aveva guardato negli occhi e lo aveva abbracciato, come aveva fatto
soltanto con il nostro olivo. Eppure si era sorpresa nel sentire lo stesso
travaso di energia di cui le parlava suo padre. Poi era entrata, si era presa tra
le mani la lunga treccia bionda e gli aveva detto soltanto: “Tagliamela”.
Quel simbolo così taurino l’aveva fatta sentire immediatamente libera.
Soprattutto perché, dopo quel taglio che metteva fine a molti anni di cure
infinite che Gala aveva dedicato alla sua chioma come se fosse destinata a che
un principe vi si arrampicasse, forse era giunta alla conclusione che il
principe era già arrivato e per il momento non voleva lasciare appesa quella
“scala” alla finestra permettendo a qualche altro noiosone di arrampicarvisi.
Poi avevano giocato sul letto per ore e, secondo quella che stava iniziando a
essere la loro abitudine, si erano accarezzati fino a consumarsi la pelle.

Anche la nostra superwoman aveva avuto una giornata movimentata. Era


arrivata al ministero in scarpe da ginnastica e jeans portando un mazzo di rose
lilla, simbolo dell’amore intenso, e, quando aveva raggiunto la porta del suo
ufficio, Paula era rimasta sorpresa non essendo stata allertata come al solito
dal rumore dei suoi tacchi. Quando era riuscita a riconoscerla dietro quella
nuova espressione di soddisfazione profonda e il mazzo che per la prima volta
portava lei stessa, tanto per dire qualcosa le aveva chiesto: “Che belle.
Stavolta non sono rosse. Un ammiratore?”.
Casandra aveva posato i fiori sulla scrivania della sua segretaria.
“Ammiratrice,” aveva risposto raggiante. “Mettile nell’acqua. Voglio che
restino fresche. Mi serviranno per una cosa molto importante.”
E quelle rose, che la sua segretaria aveva messo in acqua e la cui
provenienza aveva fatto circolare da una stagista all’altra, sarebbero servite a
Casandra e Laura per fare un invio molto speciale. Sarebbero arrivate quello
stesso pomeriggio a casa della seconda con un messaggio da parte di entrambe
per l’uomo che suo malgrado le aveva unite:
Caro Íñigo,
grazie per aver avuto tanto buon gusto.
In bocca al lupo.
Laura e Casandra
Prima di concludere la sua giornata, Casandra aveva fatto una cosa
importante: aveva chiesto di essere destinata a una sede diplomatica estera.
Possibilmente in un paese in via di sviluppo. Sarebbe partita con la sua
famiglia? Sì, aveva risposto. Con la mia compagna. È un medico e potrà
sviluppare un progetto importante con le Ong locali.
Nello stesso momento la Bella Sofferente, con un sorriso a trentadue denti,
varcava la soglia della casa dei suoi genitori. L’odore dei calamari in
guazzetto che la madre stava preparando in cucina arrivava fino alle scale.
Quando era entrata, aveva trovato il padre stravaccato come sempre sulla sua
poltrona con le orecchie, l’espressione crucciata, che guardava il telegiornale.
“Ciao, papà,” gli aveva detto lei e si era avvicinata per dargli un bacio sulla
guancia.
“Di’ a tua madre di muoversi a portare il pranzo a tavola, accidenti. Che tra
poco è ora di cena,” aveva grugnito per tutta risposta.
Aurora era andata in cucina e sua madre le aveva rivolto un’espressione
esausta e l’aveva avvisata che se avesse continuato a dimagrire non avrebbe
mai trovato un uomo. Sua figlia aveva fatto finta di non averla sentita – o forse
per la prima volta non l’aveva sentita davvero – e le aveva chiesto di
raggiungerli in salotto perché doveva fare un annuncio importante.
Sua madre si era seduta sul bracciolo della poltrona del marito mentre lui
continuava a guardare il telegiornale. Aurora si era riempita i polmoni d’aria
come se dovesse tuffarsi sott’acqua.
“Volevo solo annunciarvi una cosa, così non me lo chiederete più: grazie a
voi a trentacinque anni sono ancora vergine. Perciò no, non ho un compagno.”
Aveva sbattuto le lunghe ciglia come un cartone animato. “Ma la buona notizia
è che diventerò madre grazie all’inseminazione artificiale. Verrò finanziata da
una coppia di amiche lesbiche che saranno le madrine del bambino. Dovete
esserne felici. Sarò una versione contemporanea della vostra tanto venerata
Vergine Maria. Ho immaginato che vi avrebbe fatto piacere saperlo.”
La madre non era riuscita a portare a tavola il vassoio con i calamari. Il
padre a quel punto aveva smesso di guardare il telegiornale. Aurora si era
girata e aveva sceso le scale tre alla volta e non aveva smesso di camminare
finché non era arrivata a casa sua, dove le cose di Maxi avevano lasciato
buchi ossigenanti sulle mensole, in bagno e soprattutto nel suo letto, sul quale
si era buttata lunga distesa occupando tutto il suo spazio sotto il ventilatore,
che continuava a essere acceso dalla notte precedente.

Victoria, dal canto suo, era arrivata a casa della suocera più puntuale del
solito tenendo un bambino con la mano destra e l’altro con la sinistra. Prima di
entrare si era messa un rossetto rosso elettrico di Chanel e si era scompigliata
la frangetta. Quando la donna aveva aperto la porta, sua nuora le aveva
consegnato un mazzo di vivaci girasoli.
“Sono per te,” le aveva detto. “Oggi Pablo non potrà venire. È... be’, non lo
so. È occupato, immagino.”
Lei era sembrata sconcertata. L’aveva guardata dall’alto in basso.
“Sei andata a prendere i bambini vestita così? È ridicolo alla tua età.”
Victoria le aveva sorriso e aveva mandato i suoi figli a giocare in terrazza.
“Sai qual è il problema, Andrea?” L’altra aveva alzato il mento, con
espressione interrogativa. “Che per piacere a te devo smettere di piacere a me
stessa. Ma non preoccuparti. A partire da adesso sarà sempre Pablo a portarti
i bambini. Così lo vedrai di più. E vedrai meno me. Ci siamo separati.”

Sì... ricordo le risate di quella sera. Le sento adesso e per un attimo riesco a
far sì che si impongano sui ruggiti della tempesta. Incoraggiata da Aurora, osai
liberare Capitán, che si dedicò a cercare il grillo che iniziava puntuale a
cantare in mezzo all’edera. Olivia tirò fuori la sua bomba molotov, che iniziò a
riversarsi nei bicchieri a ripetizione, mentre condividevamo i dettagli di tutto
ciò che era successo quel giorno.
“Avreste dovuto vedere la faccia del mio capo quando gli ho detto che
chiedevo di essere destinata all’estero insieme alla mia compagna.” Casandra
arricciò il naso. “Ho pensato che stesse per implodere come il Big Bang!”
Scoppiammo tutte a ridere.
“È andato in loop. Non la smetteva di correggermi: ‘Vorrai dire con il tuo
compagno’, e io no, e lui ogni volta con l’espressione più corrucciata, e
continuava a insistere. Finché non mi sono stufata e, per mettere a profitto tutti
i soldi che ho speso dallo psicoterapeuta in questi anni, gli ho chiesto:
‘Ignacio, sai che differenza c’è tra un nevrotico e uno schizofrenico?’. Lui ha
sbarrato gli occhi. E a quel punto io gli ho spiegato che mentre uno
schizofrenico pensa che due per due fa venticinque e vive in quella realtà, il
nevrotico sa che due per due fa quattro, ma questo lo fa incazzare tanto...
‘Perciò Ignacio, ascolta quello che ti sto dicendo. Parto. Con una donna. E
smettila di sbattere come una mosca contro un vetro, altrimenti dovrò pensare
che sei pazzo. Non volevate che avessi una vita? Un rapporto di coppia
stabile? Ebbene, ce l’ho!’.”
Per poco non ci strozzammo dalle risate immaginando Casandra che
attraversava quei corridoi sotto gli sguardi di tutti coloro che ormai la
consideravano lo scandalo della professione.
Olivia era seduta sull’altalena della riflessione e si dondolava sorridente,
osservandoci come chi contempla la sua grande opera. Era vestita di lino
bianco, come il mio primo giorno di lavoro, e aveva sistemato delle lanterne
con le candele a delimitare i sentieri che davano al giardino un’atmosfera da
sogno.
Alzammo di nuovo i nostri calici e brindammo. Stavolta per Victoria e la
sua decisione coraggiosa. E per Francisco e la sua scoperta, che ormai era su
tutti i giornali. Ammetto che lo facemmo senza troppo entusiasmo perché
immaginavamo che il portachiavi rosso traditore fosse ancora all’interno in
attesa della nostra sfortunata amica. A quel punto però fu Olivia a chiederci un
momento di attenzione. Prese Victoria per mano e la trascinò nella serra. Le
chiese di chiudere gli occhi. La seguimmo tutte andando a sbattere l’una contro
l’altra. Quando entrammo, Olivia disse: “Questo me lo hanno lasciato stanotte
per te”.

E nel punto in cui si trovava la fontana di pietra, dietro la porta di vetro, non
si vedeva il pavimento. Era tutto invaso da centinaia di magiche rose blu. I
loro steli lunghi spuntavano dai vasi, dai tre piani della fontana, fiorivano
dalla bocca del leone di pietra. Era la prima volta che le vedevo ma sì, ne
conoscevo il messaggio: l’eternità, il simbolo dell’amore eterno o l’attesa
eterna di un amore che sembra impossibile. Quello però non lo era. Non più.
Victoria avanzò lentamente e s’introdusse in quella splendida lettera del suo
amato.
“Adesso sì,” disse Gala alzando il calice. “A Victoria e Francisco.”
E brindammo di nuovo mentre il nostro grillo jazzista riprendeva la sua jam
session e Capitán, che si era raggomitolato su una sedia, saltava a terra per
individuarlo con fare da detective.
A quel punto arrivò il turno di Aurora. Stavamo per brindare alla sua
partenza per la fiera di Francoforte quando ci interruppe.
“Un momento, ragazze,” disse in procinto di scoppiare a piangere. “Voglio
che prima vediate un esempio della serie che porterò. E l’ultimo quadro, il
riassunto di tutta la serie, vorrei lasciarlo qui, al Giardino dell’Angelo, dove
ci siamo conosciute. Perché non avrei mai potuto fare tutto questo senza di
voi.”
A quel punto andò verso l’albero, dov’era appoggiato il suo quadro
misterioso, e chiese a Olivia di aiutarla a reggerlo.
S’inginocchiò da un lato e strappò la carta che lo nascondeva.
Lo contemplammo tutte meravigliate.
Eravamo noi, sedute intorno al tavolo di ferro dove ci eravamo conosciute e
dove eravamo in quel momento, sotto il pergolato, come se ci stessimo
vedendo in uno specchio. I calici di vino bianco sul tavolo. Le lanterne
colorate appese sopra le nostre teste. C’era Casandra, il busto eretto come il
gambo dell’orchidea blu che teneva sul tavolo. Accanto a lei Victoria, tra le
mani decine di fiori di pesco, poi c’ero io, con una cesta di violette ai miei
piedi. Gala, che si dondolava sulla sua sedia, in procinto di mettersi un giglio
tra i capelli. Poi la stessa Aurora, stretta a un mazzo di calendule arancioni. E
dietro di noi, seduta sull’altalena della riflessione e sotto il grande albero
della pace, c’era Olivia, con il suo calice di vino in mano, vestita di lino
bianco, come in quel momento.
“Il quadro s’intitola Donne che comprano fiori,” ci rivelò lei deglutendo.
“E sono molto orgogliosa di essere una di loro.”
In quel momento Olivia si alzò dall’altalena e l’abbracciò. E, dopo aver
posato il bicchiere, Gala fece lo stesso. A una a una formammo un capannello
intorno ad Aurora, che per la prima volta vedevamo piangere di felicità e che
spinse più di una di noi a trattenere i singhiozzi. Fu in quel momento, quando
eravamo testa contro testa e sentivamo i nostri corpi intrecciati, che Casandra
gridò: “E adesso... perché vivere è un compito urgente!”. Lo ripetemmo tutte.
“Al viaggio di Marina!”
E tutte fecero eco a quel grido, ripetendolo varie volte, saltando unite in
quel capannello. Aurora corse ad alzare la musica e iniziammo a ballare.
Ricordo di averlo fatto pazzamente, scoppiando di felicità senza nessun
ritegno, euforica, e senza sapere come passarono le ore, con le canzoni che si
susseguivano e le bottiglie che si svuotavano.
Ci fu un momento in cui iniziò a risuonare It’s my life, un vero e proprio
revival per la nostra generazione, e come se qualcuno avesse premuto un
interruttore saltammo dalle nostre sedie intonando in coro le parole di quella
canzone come se fosse un inno.
“Ragazze!” gridò Gala tra le risate. “Con questa abbiamo dimostrato
chiaramente quanti anni abbiamo...”
A quel punto mi avvicinai a te, che avevo lasciato nella tua urna sotto
l’olivo, che quella sera sembrava un albero di Natale e tu uno dei suoi regali.
E volli brindare anche con te. “Sto andando,” dissi. “La tua copilota sta per
partire. Manterrò questa promessa, Óscar. Lo farò.”
Le osservai ballare.
Alcune, come Gala e Olivia, scalze. Lasciando che l’acqua degli irrigatori
bagnasse loro le caviglie. Victoria era addirittura salita su una sedia. Aurora
accendeva la sigaretta con una candela.
E improvvisamente smisi di avere paura.
Importava soltanto che fosse estate e che stessimo ballando su un cimitero.
Che reclamassimo per la prima volta il nostro diritto a non prendere la vita
tanto sul serio. Perché ogni giorno siamo più vicini alla morte, dovunque essa
ci attenda. Che sia domani o tra dieci anni...
...o potrebbe essere adesso, in mezzo al mare, su questa barca senz’albero in
procinto di affondare. Che importa? Adesso lo so. Bisogna imparare a ballare
su un cimitero. A far sbocciare i fiori sui morti. Ad accettare il fallimento,
perché il fallimento non esiste. Esiste soltanto la fine delle cose. Non ci
insegnano ad accettare la caducità di ciò che è importante. Non ci insegnano
che a volte l’unico fallimento è l’inerzia di farle continuare.
Ma la realtà è che tutto finisce, come mi disse Olivia, le cose belle e quelle
brutte. L’amore e la sofferenza.
Stringo forte la tua urna e penso che una vita che finisce non è un fallimento.
Dipende tutto da come la si è vissuta. E se la mia finisse stanotte, dopo questo
viaggio, sarebbe già un successo. Un rapporto che finisce non è un fallimento,
dipende da quello che ci ha dato, da quanto ci ha arricchito, da ciò che ci ha
lasciato.
Se ci ha dato qualcosa, è un successo.
Non vivere o soltanto pensare di farlo non lo è.
Bisogna amare. E amare bene. Intensamente. Anche se poi finisce.
Chiudo gli occhi. Sento che la bocca della tempesta si apre e inghiottisce il
Peter Pan in un sol boccone e nella mia memoria gli abbracci di saluto, i
passi delle mie amiche che si perdevano traballanti e felici nelle diverse
strade del barrio de las Letras, il sonno placido di Capitán sul sedile
dell’altalena che a partire da quel momento sarebbe diventata il suo
giocattolo... E Olivia, che lasciava il suo calice vuoto sul tavolo e mi
abbracciava forte.
“Tornerò presto,” le promisi trattenendo le lacrime, “e non permetterò che
chiudano il Giardino dell’Angelo.”
Lei mi guardò come chi non ti rivedrà più e, con molto sforzo, sussurrò:
“Ricorda, mia cara amica: ‘Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno
mai la primavera’.”
E dopo questa frase che aveva chiesto in prestito al grande Neruda per
congedarsi, si voltò come ogni volta che voleva dare per conclusa una
conversazione e scomparve nella fresca oscurità della nostra oasi contagiata
dal silenzio dei suoi abitanti.

Apro gli occhi.


Intorno a me una montagna inzuppata di cuscini, scatole, pentole, libri... e
continuo a essere abbracciata alle tue ceneri. Tutto dondola sommessamente.
Salgo le scale scalza per non scivolare e quando faccio capolino la luce da
flash dell’alba mi acceca, come se il paesaggio mi avesse scattato una foto.
Scendo, recupero l’urna e salgo di nuovo, appoggiandola per terra con cautela.
Il mare è azzurro e sulla sua superficie galleggiano le alghe strappate dalla
tempesta. Salgo fino al punto in cui prima c’era l’albero, di cui restano
soltanto la base troncata e un brandello di vela su cui ancora si distingue
qualche petalo di violetta. A dritta scorgo la costa e un porto circondato dalle
case bianche.
Tangeri.
Sono arrivata a Tangeri...
Improvvisamente sento un trillo proveniente dal mio cellulare. E un altro. E
un altro ancora. Senza sosta.
Non può essere. Ho nuovamente batteria e copertura.
Scendo di nuovo a grandi falcate e lo sblocco. Ci sono molti messaggi.
Alcuni di mio padre, che mi crede a Madrid a lavorare. La maggior parte è
delle ragazze. Chiedono come sto e di farmi viva. Dicono di essere
preoccupate. Che capiscono che io voglia stare da sola, ma che almeno mandi
un ok.
Salgo di nuovo con il cellulare in mano. Inquadro la costa e scatto una foto.
“Ce l’ho fatta,” scrivo.
E immediatamente inizio a ricevere risposte da Casandra, poi una foto di
Aurora dalla Germania, un altro messaggio di Gala con un rosario di cuori,
uno di Victoria con un “evviva”, circondato da punti esclamativi, ma nessuno
di Olivia. Così scrivo a Gala chiedendole sue notizie. E mi risponde con un
asciutto: “Olivia è andata via. Ma mi ha lasciato una cosa molto bella per te”.
Mi siedo in coperta. O meglio mi lascio cadere con lo sguardo fisso sulla
costa che si avvicina lentamente a me. Contemplo per un po’ il mare e il suo
movimento costante.
Improvvisamente avverto una fitta al cuore. Quel dolore a cui noi adulti non
sappiamo sfuggire e che chiamiamo nostalgia. Ma è mescolato a un’euforia che
mi permette, con uno scatto finale, di recuperare le tue ceneri e cercare un
punto della barca in cui non abbia il vento in faccia. Sulla prua di un Peter
Pan ferito ma che continua a stare a galla, penso per la prima volta a me,
indipendentemente da te. A me come capitano di questa barca che sta per
compiere un rituale di distacco necessario. E penso che sono felice di aver
condiviso il mio tempo con te. Mi riconcilio con entrambi perché ci siamo
amati. Molto. E adesso siamo pronti a proseguire ciascuno per la propria
strada.
“Te lo avevo promesso e ci sono riuscita. Ma l’ho fatto a modo mio,” ti
dico. “Buon viaggio, tesoro.”
Apro l’urna di metallo, allungo le braccia e disperdo la cenere, che si
rimescola un po’ in aria prima di cadere nel mare. Ma a questo punto vedo
cadere qualcosa di strano e pesante davanti ai miei occhi. E per un attimo
arrivo a riconoscere una croce di Malta ossidata che sprofonda nel blu dietro
ai celebri resti del suo proprietario.
M’inginocchio sul muso del Peter Pan, sconcertata, e improvvisamente
scoppio a ridere. E mi torna in mente quell’ultima serata, durante la quale
l’urna era rimasta ai piedi dell’albero. E mi chiedo in quale momento Olivia
abbia potuto fare lo scambio e perché. Mi chiedo anche se rivedrò quella
pazza meravigliosa che è riuscita a fare in modo che io facessi questo viaggio
da sola e per me stessa, senza saperlo.
Seduta sulla prua di questa barca senza governo, sporgo le gambe dal bordo
e lascio che le onde mi spruzzino i piedi. Mi tocco le gambe per riconoscerle,
mi accarezzo le braccia, che adesso hanno un luccichio ocra che mi è
sconosciuto, e so che il mio corpo sentirà la mancanza dell’umidità e del sale
e che questa vita lo ha tenuto per otto giorni in costante movimento, dipendente
dal ritmo dell’avventura.
Cosa farò adesso?
E a questo punto vedo che qualcosa si stacca dalla superficie del mare.
Come se fosse un pezzo del suo azzurro che spicca il volo. Ma di sicuro vola
verso di me. Una farfalla svolazza fino alla barca, la sorvola per qualche
istante, la segue e, lottando contro il vento con le sue ali forti e traslucide,
riesce a posarsi sulla vela che è sopravvissuta alla tempesta.
Resto ipnotizzata per qualche secondo finché non sento di nuovo la voce di
Olivia. “Vola, Marina, vola...” E improvvisamente penso che non lascerò il
Peter Pan a terra. E non lo demolirò. Faccio un calcolo mentale dei miei
viveri. Mi resta ancora una vela. Sulla costa, sempre più vicina, fanno la loro
comparsa alcuni pescherecci circondati da una nuvola di gabbiani.
“Concentrati su ciò che hai e non su ciò che perdi,” sussurro a me stessa.
Spiegherò il genoa, mi prefiggerò una rotta possibile e avanzerò,
improvvisando, a seconda di dove soffia il vento. Ecco cosa farò.
Giro su me stessa come una bussola finché non sento il vento in faccia.
Srotolo le cime, punto i piedi e tiro, tiro, tiro con tutto il peso del mio corpo
finché la vela non si spiega completamente e si gonfia.
Mi metto in piedi davanti al timone, ci appoggio le mani e mi oriento
cercando il punto in cui è sorto il sole.
La mia frontiera è lì.
Riesco a vederla.
Una visione regalata dal sole.
No. Non abbandonerò questa barca.
Il cuore mi batte all’impazzata. Riconosco questa sensazione che crea
dipendenza pur essendo così nuova: il Peter Pan inizia a beccheggiare con
determinazione e taglia le onde sempre più velocemente finché non galoppa
verso il punto in cui quell’intensa luce dorata che si riversa sul cielo e sul
mare mi annuncia l’arrivo luminoso dell’autunno.
Donne che comprano fiori

In un piccolo quartiere del centro di Madrid, popolato da attori, personaggi


all’avanguardia che facevano terapia di uncinetto per rilassarsi, deputati
incapaci di raggiungere un accordo sul governo ma che condividevano un
vermut tra una seduta e l’altra; in questo microcosmo con il suo Cristo
maltrattato, la sua setta comunale, le sue muse insonni, i suoi teatri nascosti in
appartamenti e portoni, le sue manifestazioni quotidiane, le sue frasi di
scrittori famosi calpestate da anziani in pantofole, ciclisti militanti, jazzisti
mercenari e turisti che peregrinavano, ubriachi di morbosità e feticismo, fino
al luogo in cui riposavano, una volta per tutte, le ossa di Cervantes... in questo
quartiere c’erano anche quattro donne che compravano fiori.
Lo facevano tutte per se stesse.
E s’incontravano ogni giovedì sera per condividere un bicchiere di vino
bianco e rilassarsi in quel negozio di fiori speciale chiamato il Giardino
dell’Angelo.
Un pomeriggio qualsiasi entrò nella serra una ragazza appena arrivata nel
quartiere. Si avvicinò al bancone su cui c’era un libro degli ospiti. Lo aprì
facendo finta di niente e lesse un appunto manoscritto: “Cicatrici”.
Dietro di lei la sorprese una voce: “Mi sono sempre piaciute le persone che
hanno delle cicatrici”. Suonava sicura, forte. “A dirla tutta non mi fido di
quelli che, superati i quaranta, non ne hanno neanche una.”
Sulla porta che dava sul retro comparve una donna dal sorriso sereno, un
luminoso vestito di seta gialla anni cinquanta con un cappellino in pendant, e i
capelli scuri come il mare di notte. Teneva in braccio un gatto bianco e nero
che la osservava, curioso, dietro la sua mascherina.
“Mi chiamo Marina,” si presentò la fioraia mentre si tuffava negli occhi
sorpresi della nuova arrivata. “Per curiosità: se dovessi scegliere un fiore tra
tutti questi, quale sarebbe?”
Terminato a Madrid, barrio de las Letras, 29 maggio 2016
Ringraziamenti

A Diego Mollinedo e al Pride per avermi insegnato a navigare.


A Jorge Eduardo Benavides per aver stretto tutte le cime senza lasciare
niente in sospeso.
Alle mie amiche, quelle che hanno continuato ad aspettarmi a terra quando
ho dovuto attraversare il mare.
A tutte le donne complici e coraggiose che sono salite su questa nave per
parlare di chi siamo o chi avremmo voluto essere: alla musa di Amancio, alla
settima delle sette muse, a quella che ha dato alla luce una vita in solitudine, a
quella di cui non sospettavamo che ne portasse una in grembo, a quella che mi
ha fatto conoscere la Costa de los Piratas, a quella che fugge sempre dal sole,
a quella che aiuta il mondo a comunicare, a quella che cerca artisti tra
l’asfalto, all’onnipotente fan della Coca-Cola, all’isolana che non si isola mai,
alla Sirena che salva i marinai...
A mia madre, vento forte che ha sospinto questa barca nel cuore della notte.
A Miguel Ángel Lamata per averle dato un ormeggio in mezzo alla burrasca
con osservazioni sul testo e sui personaggi che hanno colto nel segno.
Al mio editor Alberto Marcos, per avermi dato l’impulso, la forza e il
tempo di spiegare tutte le vele e per aver fatto sì che questa storia arrivasse in
porto.
Indice

Donne che comprano fiori


Olivia è il nome di un angelo
Il metabolismo delle oasi
Giorno 1 Lo strano destino delle onde
Il gatto in un appartamento vuoto
Independence day
Giorno 2 La giovane e il mare
Il corteggiamento dei gigli
La tristezza delle calendule
La tentazione dei fiori di pesco
La serenità delle orchidee
L’umiltà delle violette
Giorno 3 La genesi della paura
Il complotto degli elettrodomestici
La teoria della crisalide
Paralisi per colpa dell’analisi
Madwoman
Giorno 4 La testardaggine dei fantasmi
Lo spazio-tempo dei madrileni
Il mercato delle rane
Teoria dei compatibili al cento per cento
Giorno 5 Il tuo orizzonte e il mio “verticante”
Il giorno prima del giorno dopo
La sagacia delle vittime
L’impossibilità di dire “ti amo”
Giorno 6 Scritto nella nebbia
Gatto con quadro sullo sfondo
Teoria del parassita
La tirannia dei deboli
Giorno 7 La forza dell’impossibile
La natura imprevedibile della pioggia
Giorno 8 Cavalcare la tempesta
Ballare su un cimitero
Donne che comprano fiori
Ringraziamenti