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DIRITTO ROMANO.

Si hanno tre periodizzazioni economico-sociali. La prima periodizzazione parte dal IX-VII a.C. con
la comunità gentilizia, la seconda va dal III sec. a.C. con il nome l’economia del mondo, e la terza
va dalla seconda metà del III sec. a.C. alla caduta dell’impero.
La comunità gentilizia si basa su una serie di comunità che si incontrano per creare poi la città di
Roma, è solo coi gents che si crea la società romana dando vita anche ai patrizi; l’economia del
mondo, invece, tratta delle connotazioni che si creano nei commerci internazionali portando anche
all’invasione da parte dei romani sul mediterraneo; per ultimo si ha la caduta dell’impero romano
d’occidente, momento di crisi nel quale si volgarizza il diritto, si perde la raffinatezza del diritto
creatasi nel tempo.

SOCIETA’ GENTILIZIA.
È un’età precivica, nella quale si da origine alla città di Roma grazie al re, portando ad una
caratterizzazione prettamente monarchica passando poi alla repubblica, nominando i consoli. Anche
qua si hanno tre sotto-formazioni: età precivica, monarchica e repubblicana. Le differenze si basano
sul fatto che si ha una società che mutua nel tempo, inizia a variare sino a creare rapporti sempre più
sviluppati anche dal punto di vista commerciale; nonostante ciò si ha comunque una società
primitiva e chiusa, nella quale l’espansione inizia dal territorio laziale per poi nella seconda fase
della periodizzazione portare alle guerre di conquista esterne all’Italia.
In questo periodo il diritto è interno solo alla popolazione del territorio, erano regole dei clan che
con un sinecismo si incontrano e convergono verso un obiettivo unitario  le gents si uniscono per
essere più forti e protette, portano alla creazione poi di Roma, identificando uno spazio cinto da
mura per tutela. Non si ha più un nomadismo, si inizia l’attività agricola.
Nell’età repubblicana dopo le lotte patrizio-plebee, i patrizi cedono alle volontà dei plebei di
mettere per iscritto delle leggi che potessero essere messe in atto da parte di tutti i cittadini: si da
vita alle leggi delle dodici tavole applicabili a chiunque (prima su legno e poi su marmo,
successivamente ad un incendio che le porta ad essere perse); con queste tavole si voleva dare
certezza, ossia assicurare come certa una determinata conseguenza se ci si comportava in una
determinata maniera. Inizialmente non si aveva la certezza del diritto, questo perché i patrizi
avevano delle consuetudini (mores) che seguivano che però non erano applicabili ai plebei, e quindi
il diritto non era scritto  solo con il diritto scritto si arriva alla certezza.
Nonostante l’applicazione dei mores patrizi, i plebei non erano abituati ad essi, ed è per questo che
le consuetudini vennero reinterpretate e modificate, al fine di poter creare una società mista: il
diritto muta e si modifica.

Tab. 5.4: se qualcuno muore, senza aver fatto testamento, e non ci sta almeno un figlio da poter
essere suo erede, il patrimonio deve essere dato al parente in linea maschile più vicino.
Tab. 5.5: se non ci sta neanche un parente in linea maschile prossimo (laniato) i gentili possono
avere il patrimonio.
Stiamo trattando di una successione legittima, con una libertà di testare che deve essere garantita
fino all’ultimo momento di vita; se il de quius non lascia un testamento orale (solenne
accompagnato con testimoni) si devono stabilire delle regole per la successione, queste regole
vengono poste dalle tavole, più precisamente dalla tavola 5.4 e 5.5, si ha una precisa divisione tra
successione legittima e illegittima, imposta dalle regole.
Ma come facciamo a sapere quale famiglia di gentili è più giusta per affidare il patrimonio del
plebeo? I gentili non avevano i gradi di parentela, e questa assenza fa saltare i rapporti tipici di
mater, pater e filio, assomigliando sempre di più all’ideale aborigeno. Negli aborigeni i matrimoni
avvenivano per classi, sempre appartenenti alla gents in questo caso, ma di famiglie differenti,
elevando la visione della mater, quindi della linea discendente femminile, uguagliandola a quella
maschile: è per questo che non si ha più la differenziazione in gradi.
Quando si avverte la necessità di creare una discendenza per gradi? Nel momento in cui si vuole
tutelare la prole, portando alla visione di un pater familia: PATER e MATER; emerge la parentela
per gradi e nascono le forme di una parentela madre, padre, figlio nella quale se si aggiungono altri
individui (nipoti, zii e così via) fino ad arrivare alla sesta generazione.
Nel momento in cui la famiglia accresce quantitativamente fino alla sesta generazione, gli storici
identificano essa come una familia comune iure.
Ogni gruppo gentilizio ha dei sacra, affianco alle consuetudini, delle divinità da venerare nelle loro
feste religiose; queste feste sono individuali per ogni gruppo di patrizi che avevano dato origine alla
creazione di Roma, e poi, successivamente ai propri riti, si dava vita a dei riti comuni in tutta la città
 si da vita ai sette colli.

Nel momento in cui le gens si stabiliscono su un territorio, si passa dall’allevamento all’agricoltura,


principalmente alla tecnica dell’ager gentilitius, attraverso strumenti che li porterà poi ad espandersi
sempre di più. Questo ager gentilitius si basa sull’ideale della collettività, senza alcun tipo di diritto
di proprietà, la comunità può curare territori in comune, tuttavia, si arriva ad un momento in cui la
gens non riesce più a portare avanti il lavoro da sola, ed è per questo che ci si avvale
successivamente dei Cliens, i quali erano privati individui che arrivavano a contatto con le gens per
chiedere protezione, la loro caratteristica è quindi quella di non appartenere ad un gruppo, una
classe: i patrizi non li fanno entrare nei loro gruppi, ma li tutelano in cambio di mano d’opera.
Come sono i rapporti tra padrone e cliente? Su cosa si fondano? Questi rapporti si fondavano su un
rapporto di fiducia, la fides, e, nel momento in cui il patrizio si leva al cliente con la fiducia, egli
diventava patrono.
Ma se i rapporti venivano meno come si faceva? Questi rapporti erano antichissimi, e, nel momento
in cui da ambe le parti avveniva il tradimento, si puniva con la sacertà, ovvero la capacità da parte
del tradito di potersi arrogare la possibilità di uccidere il traditore senza alcun tipo di punizione 
LEGGE DI ROMOLO.
Più tardi, però, si modifica questa regola delle dodici tavole, in quanto sarà solo il patrono a
sottoporsi a sacertà da parte del cliens e non viceversa, non si avrà ambivalenza, ma perché punire
solo coloro che sono sovraordinati di classe?
Per rispondere alla domanda bisogna sempre rifarsi a quella che è la volontà iniziale di creazione
delle dodici tavole, create per dare maggiori diritti ai plebei e attutire le continue lamentale degli
ultimi: con l’ideale di punire solo i patroni si cerca di dare una sorta di premio di consolazione ai
cliens (plebei).
 Una delle forme più antiche dei rapporti è quella della sodalitates, rapporti tra patrizi sullo stesso
piano, che portano il patrono a cercare al di fuori del territorio, in maniera violenta, risorse per la
tutela delle cliens; questi atti, in età successiva, vengono trasformati in gruppi e partiti politici,
infatti fino a quanto non andavano ad intaccare l’amministrazione esse erano attuabili; per chiudere
il cerchio della struttura si hanno i pacta e i delicta.

PACTA: patti, accordi tra diverse gentes che potevano avere carattere economico o religioso (es.
septimontium) ed erano patti come fenomeno associativo.

DELICTA: erano i delitti, i torti, azioni che vengono compiute da un componente di una gens nei
confronti di un’altra gens, si arreca una lesione, un danno, e per riparare vi erano poi due modi:
 La gens consegna il colpevole alla gens dell’offeso al fine di poterne fare ciò che si ritiene
più adatto NOXAE DEDICTIO (consegna nossale)
 La seconda possibilità è pagare, si ripari in maniera pecuniaria con il risarcimento.

Tipico delle gens è quindi l’ideale collettivista, studiato da parte di Gaio, il quale ci lascia un
manuale semplice ma dettagliato utilizzato poi successivamente dagli studenti, nel quale si tratta
delle istituzioni dall’età di Adriano.
È l’unico manuale che ci è pervenuto in maniera integra ed è stato rinvenuto nella libreria di Verona
ed è definito come codice pergamenaceo ossia sottoposto a cancellature sulle quale si riscrive.
Secondo Gaio, una volta morto il pater familia, si viene a creare una successione collettiva, cadendo
nel consorzio, nel quale si gestiscono dei beni comuni in maniera condivisa. Morto il pater familia
si viene a costruire una società identificata come CONSORTIUM ERCTO NON CITO.
NON CITO: appartenenza collettiva;
ERCTUM: dominio.
Ma cosa significa la gestione collettiva?
Secondo questa società bastava che anche solo uno dei soci manomettesse uno schiavo comune
rendendolo libero per chiunque; essi potevano essere liberati dai padroni (manomissione appunto)
facendo entrare così in gioco la disciplina giuridica.

Si inizia in questo periodo ad elevare la necessità delle res, gli oggetti utili ed essenziali che si
distinguono da quelli non necessari: res mancipi et res nec mancipi.
Si ha questa distinzione nella quale elevano le res mancipi, dando vita alla mancipium ossia il
potere detenuto nelle mani dei romani il quale regolava anche i rapporti individuali e aveva la
capacità di poter trasferire le cose da un negotium ad un altro  MANCIPATIO (trasferimento
delle res).
Le res nec mancipi invece sono dei poteri detenuti nelle mani del pater familia dal quale
distinguiamo proprietà e possesso:
 Proprietà: è la signoria di diritto, io sono proprietario di diritto di un bene.
 Possesso: è una signoria di fatto, mi comporto come se fossi proprietario di un qualcosa ma
di fatto non lo sono.
Si richiama questa distinzione perché una parte della dottrina quando va a definire la res nec
mancipi parla di possesso, e non di proprietà, e non ha la mancipium.
Quali sono le res mancipi?
Secondo il testo di Gaio le res mancipi sono quattro e sono le res pretiosores, ossia le fondamentali
e preziose per l’economia agricola:
 Fondi: che si ritrovano sul suolo italico;
 Animali: che possono essere aggiogati;
 Servitù previali: diritti su un fondo a vantaggio di un altro fondo (condivisione di una
striscia di terra su cui passare);
 Schiavi.
Ovviamente Gaio ci da delle altre informazioni, utilizzando i flashback sul diritto più antico; in uno
di questi excursus egli ci descrive la mancipatio, non più utilizzata nell’età gaia, ma molto presa in
considerazione nell’età studiata da questo.
Come funziona la mancipatio?
Per Gaio la mancipatio è una immaginaria venditio, ossia un istituto che viene utilizzato anche per
altri obiettivi, infatti per esempio, se il figlio veniva venduto dal padre ad un altro pater familia,
ovviamente, s utilizzata la mancipatio: avvenimento molto frequente soprattutto tra le famiglie
povere nelle quali il padre cercava di sopravvivere.
Si definisce immaginaria venditio in quanto si va a perdere lo scambio della mancipatio, lo scambio
di cose contro le res; è un istituto proprio romano di ius civile che funzionava grazie a cinque
testimoni (cittadini romani puberi, ossia che avevano raggiunto la pubertà ed erano in grado di
capire), ci dovevano essere le due parti, ossia l’acquirente (mancipio) e il venditore, ed inoltre ci
doveva essere qualcuno che tenesse la bilancia, al fine di poter pesare il bronzo (inizialmente non
coniato) che veniva utilizzato come moneta: il bronzo veniva usato come merce di scambio.
Colui che acquistava il bene pronunciava “io affermo che questo uomo (schiavo) è mio secondo il
diritto civile dei romani”, è quindi una sorta di rituale che comporta la presenza di tutte le parti
presentate prima unite ad una serie di formule con le quali poter approvare lo scambio; la formula
pronunciata dall’acquirente è una formula performativa, ossia senza di essa non avviene il processo
in quanto crea il diritto.
 Inizialmente la mancipatio venne a crearsi per il trasferimento delle res, nell’età di Gaio, invece,
è un negozio che si fonda sulla mancipatio ma con ideali differenti, utilizzata per il trasferimento
delle persone libere, schiavi, fondi, animali, per esempio; si inizia a modificare quindi questo
potere, e, con l’avvento della immaginaria venditio automaticamente non si scambiano più le cose
ma iniziano anche gli uomini di libera appartenenza ad essere venduti.

Le res mancipi vengono viste come beni di uso collettivo, a differenza delle res nec mancipi viste
come delle traditio, dei trasferimenti di cose individuali che non detiene l’indivisibilità e preziosità
delle res mancipi; è in questo periodo che le famiglie all’interno delle gens iniziano a far accrescere
i nuclei familiari di iura propria elevando la differenza tra le res, trattando di una fase precivica o
immediatamente precedente alla fondazione di Roma.

LA FONDAZIONE DI ROMA.
Perché i romani chiamano Roma Urbs e Civitas?
Per i romani, le mura cittadine nonostante siano iura propria, ossia qualcosa di collettivo, vengono
viste come delle res preziose, sacre, che non possono essere sorpassate, lì dove verranno sorpassate
e beffeggiate, allora, l’individuo sarà ripagato con la sacernitas: Remo, secondo la leggenda, si
prese gioco dei confini romani imposti da Romolo, portandolo alla morta da parte di un seguace del
re di Roma.
Quando si dice civitas, si intende l’insieme dei cittadini romani a differenza dell’urbs, visto come
la creazione della città di Roma, identificando degli spazi in cui poter agire liberamente; quali sono
i componenti dell’urbs? Le gentes, le famiglie patrizie successivamente alla formazione di Roma,
che decidono di unirsi in una comunità più ampia al fine di potersi tutelare e creare una sorta di
difesa nei confronti dei barbari, proteggendosi con le cinte murarie rifugiandosi sui sette colli. Ci
sta, quindi, un lasso di tempo che suddivide inizialmente la civitas dall’urbs, in quanto non subito i
patrizi unendosi portano alla creazione della città, ma solo di una comunità.
Alle famiglie patrizie si contrappongono i plebei, coloro che non fanno parte della gentes e che
entrano a far parte della comunità romana per via di un sentore di tutela e protezione da parte di
essa; il legame stretto tra la struttura gentilizia e la prima creazione di Roma porta ad una visione
monarchica della città.
I rapporti gentilizi hanno un potere elevato e schiacciante, creatore della nuova realtà romana,
identificatore del periodo latino in contrapposizione col periodo etrusco: esso si viene a creare
quando i re latini vengono sconfitti sul campo da parte degli etruschi stessi, che conquistando il
territorio introducono la loro concezione di potere completamente diverso, non basato sulla
suddivisione in gentes, in quanto il loro modello è un modello molto simile al tiranno greco (quindi
differente dalla gentilezza ed eleganza dei gens).
Roma inizia quindi ad essere limitata dall’ideale tiranno dei greci, tutelando i plebei attraverso un
intento demagogico, contro le richieste dei patrizi che entrano in tilt, in quanto non identificano
come accettabile la presa di potere della classe inferiore  comunità non solo dei patrizi ma di
patrizi e plebei.
Il secondo re etrusco, Servio Tullio, crea un istituto giuridico molto importante nel futuro in quanto
strettamente legato alla volontà della plebe, in quanto identifica al fianco dei comizi curiati, ossia
istituzioni dove potevano far parte solo le gens per linea di sangue, i comizi centuriati, così da
poter dare possibilità a tutti di prendere parte alle istituzioni giuridiche: per entrare in esso
bisognava basarsi sul reddito e potevano prenderne parte non solo i plebei ma anche i patrizi stessi.
Questo comizio centuriato diventava l’esercito della città nel momento di invasione, questo perché
era espressione della massima partecipazione cittadina, formata da componenti di sesso maschile,
mentre in tempo di pace diveniva un consiglio cittadino.
Per decidere le leggi importanti per la città i cittadini vengono suddivisi in centurie, ed ogni
centuria esprime un voto, e si decide poi sulla regola della maggioranza; per far parte, come ho
detto prima, ai comizi e quindi alla centuria era il censo, Servio Tullio, quindi, suddivide diverse
classi basate sul reddito:
 18 centurie di equites equo publico: coloro che detengono un cavallo e sono i patrizi;
 I classe: reddito superiore a 100.000 assi e ci sono 80 centurie, se per esempio nella prima
classe si hanno 500 individui, questi vengono suddivisi nelle 80 centurie;
 II classe: reddito compreso tra i 100.000 e i 75.000 assi, ogni cinque anni andava fatto uno
studio del reddito e si avevano 20 centurie;
 III classe: reddito compreso tra i 75.000 e i 50.000 assi e ci sono 20 centurie;
 IV classe: reddito compreso tra i 50.000 e i 25.000 assi e ci sono 20 centurie;
 V classe: reddito compreso tra i 25.000 e i 11.000 assi e ci sono 30 centurie;
 Capite censi: una sola centuria per coloro senza reddito.

LA PRIMA REPUBBLICA.
Nel momento in cui gli etruschi iniziano a perdere potere nel territorio romano vengono sconfitti e
cacciati, rilevando nella figura di Tarquinio la ripresa del potere nelle mani della popolazione
romana, attribuendogli l’attributo di “Superbo”.
In questa nuova visione della comunità, si abbandona la monarchia per dare spazio alla Repubblica:
nel 509 si ha la prima repubblica di Roma, molto accesa e avvertita in questo periodo è la lotta tra
patrizi e plebei, tanto che questa conflittualità verrà identificata poi come permanente. In questo
momento, si abbandona la figura del monarca per dare spazio ai consoli, due, i quali sono detentori
dell’imperium, potere importato dagli etruschi, e duravano in carica per un solo anno, garantendo
una continua variazione e cambiamento del comando nella res publica per limitare la possibilità di
detenzione del potere in un’unica mano, rischiando di cadere nella tirannia.
Come si è detto prima, la guerra tra plebei e patrizi continua, fino a quando i plebei non iniziano ad
allontanarsi da Roma creando la prima SECESSIONE, arrivando sui colli per creare una comunità
autonoma, creando dei problemi di equilibrio a Roma: Agrippa, col monologo secondo cui i plebei
fanno parte dello stesso corpo il quale senza loro non può funzionare, fa rientrare essi a Roma,
richiedendo però dei diritti, come per esempio la possibilità di creare i propri magistrati, una forma
politica parallela a quella già presente nel territorio.
Nascono così i tributi della plebe che portarono alla formazione dei concilia plebes; la plebe inizia a
prendere le proprie decisioni fino a quando nel 492 si creano questi tributi che tutelano la piccola
comunità, richiedendo l’entrata in vigore della sacertà, nella visione di un patrizio che offende o
uccide un plebeo nel mentre delle sue funzioni: sono funzioni che vengono prese attraverso lo
studio delle leggi sacrali (create sul monte sacro) che sono importantissime in quanto giurate da
parte del romani, solo col giuramento le leggi sacrali entrano in vigore nella comunità plebea, la
quale giura appunto di osservare le decisioni della magistratura da loro voluta. Queste novità che i
plebei hanno adottate durante la secessione, vengono riconosciute nella comunità romana, ma dopo
qualche anno, ci troviamo di fronte ad un altro punto fondamentale della prima repubblica romana:
le dodici tavole, in quanto emerge l’esigenza delle rivendicazioni plebee che piano piano vengono
prese in considerazione dando origine alla civitas.
Cosa accade nelle dodici tavole? Sono norme richieste volute dai plebei che si sentono estranei ai
mores (comportamenti) gentilizi, in quanto anche i plebei vogliono sapere come comportarsi
all’interno di questa nuova visione di comunità: si mettono così per iscritto le consuetudini
gentilizie, sospendendo per due anni le attività magistrature si da origine ad un decenvirato che è
incaricato di mettere per iscritto queste norme  I mores vengono riadattati.
Viene assicurata la certezza del diritto da parte delle dodici tavole, nelle quali si tratta di ius e lex,
differenti in quanto si tratta di lex, ossia di legge come accordo e condivisione patrizio-plebeo della
scrittura delle dodici tavole, un’espressione popolare, a differenza dello ius, consuetudini gentilizie.
Ogni norma veniva interpretata, si ha il fenomeno dell’interpretazione del diritto, che inizialmente è
pontificale (all’inizio di Roma, religione e città erano strettamente legati l’uno all’altro, infatti il
giuramento per esempio viene preso come vincolo sacrale nei confronti della divinità) in quanto si
ha questa unione tra collegio sacerdotale e politico; il collegio più importante era quello del
pontefice (costruzione di ponti per via del termine pontefice = pons-ponti) in quanto il pontefice
doveva legare la divinità con la comunità; il pontefice aveva il compito di mantenere la pace con la
divinità.
I pontefici dovevano stabilire i calendari coi giorni fasti e nefasti, ossia giorni in cui si potesse
andare in giudizio dinnanzi al magistrato, correlandosi alla volontà della divinità; erano molto
potenti, dovevano controllare le attività politiche soprattutto, infatti si poteva prendere parte alle
riunioni dei comizi centuriati solo se, attraverso dei riti religiosi, si garantisse l’auspicio divino.
I pontefici dovevano interpretare il diritto, sono patrizi che interpretano le dodici tavole e
costruiscono i formulari giudiziari, ossia il metodo di iniziativa del processo che doveva essere
preso in considerazione affinché esso potesse avvenire, rispetto al diritto sono i primi che
interpretano la legge e la applicano nel patriziato.

Le dodici tavole vengono definite come fonte di ogni diritto, stabiliscono le norme fondamentali,
che prevalgono su tutte le altre norme, infatti per Livio è solo dalle dodici tavole che derivano le
altre leggi, in quanto esse viste come FONTE, un RUSCELLO di creazione di esse.
Successivamente alle leggi fondamentali, sono poi le leggi che si vengono a creare
dall’interpretazione, importanti che portano alla creazione dello ius civile.
A lungo andare, le leggi delle dodici tavole, vengono meno, portando alla creazione di nuove leggi,
si ha una visione differente del processo basandosi sul caso, ossia sull’ideale e la volontà di un
giurista, che, portando la sua interpretazione in processo inizierà una discussione su essa, creando
una concatenazione di casi.
Molte delle norme delle dodici tavole hanno dei punti di contatto con le leggi di Solone, che aveva
promulgato con l’ideale con cui governare e tutelare i rapporti tra i cittadini di Atene: i mores che
vengono riadattati trovano un punto di contatto con le norme soloniane.

Nel 449 a.C., le rivendicazioni plebee si fanno sentire nuovamente, portando alla creazione delle
leggi valerie orazie, volute dai consoli dell’anno di riferimento e prendono il nome dai consoli
roganti, quindi nominato così in quanto volute da consoli della gens Valeria e la gens Orazi.
Quali sono queste leggi?
1. Ciò che la plebe aveva deciso all’interno dei suoi organi assembleari deve avere validità per tutto
il popolo romano, quindi ciò che la plebe ha definito nei consigli plebei dovevano avere efficacia di
legge per tutti gli individui come se esse, le leggi, fossero state volute nei comizi centuriati.
2. Non si può creare nessun tipo di magistratura che sia priva del diritto di provocatio ad popolum,
ossia che nessun console poteva essere nominato senza che ci sia la possibilità da parte del cittadino
di appellarsi alla decisione stabilita; la provocatio ad popolum è una sorta di tentativo di limitare il
potere dei magistrati e tutelare i plebei.
3. Se qualcuno ha leso, o offeso, un tributo della plebe o un cittadino plebeo, è legato con un
rapporto a Giove, è quindi soggetto a sacertà.
4. Assicura il connubium tra patrizi e plebei, per contrarre un matrimonio i romani richiedevano un
connubium, ossia il requisito che consente ai coniugi di contrarre un matrimonio legittimo, infatti se
non si ha esso allora il matrimonio può avvenire ma non è legittimo. Se un matrimonio è illegittimo
significa che il pater non accettava l’unione del figlio/a, infatti il pater era il detentore del potere sui
figli; il connubium non era legittimo neanche quando un cittadino romano si voleva sposare con un
popolo esterno, era possibilmente legittimo solo nel momento in cui Roma esprimeva in maniera
esplicita la possibilità di unirsi in matrimonio. Tra patrizi e plebei non ci si poteva unire in
matrimonio se non nel 445 a.C. con la legge canuleia.
Perché a distanza di anni si ribadisce sempre la stessa inviolabilità dei plebei?
Cambia la forma anche se il contenuto è il medesimo, questo perché ora le leggi devono essere
accettate ed applicate a tutti i cittadini romani.

LA SECONDA REPUBBLICA.
La plebe inizia ad acquisire un suo peso politico, sociale, un ruolo nella comunità, in quanto
riescono a sedersi al fianco dei patrizi nei comizi centuriati, questo perché alcune famiglie riescono
ad accrescere la propria economia con commerci, dando origine alla classe patrizio-plebea, ossia la
nobilitas: non hanno discendenza di sangue ai patrizi ma hanno lo stesso tenore di vita dei patrizi
stessi.
Tutta l’età repubblicana è sottoposta a questi conflitti tra patrizi e plebei, dando origine al 367 a.C.
alle leggi Licinie-Sestie, leggi create al fine di poter dare stabilità e fine ai conflitti, definite sature:
1. debiti: dedotto ciò che era stato già pagato come restituzione del debito, il resto del debito
doveva essere considerato in conto capitale su tre rate, si toglieva quanto già pagato ed il residuo era
rateizzato in tre rate diverse nel corso del tempo.
2. modus agri: limite della terra, ossia ogni pater familias poteva avere al massimo 500 iugeri di
terra, ma quale terra? Oltre ai 7 iugeri di terra attribuiti durante la fondazione di Roma, identificati
come fondi privati, si hanno anche delle fazioni di terra pubblica, che nascono successivamente alla
conquista delle terre nemiche, fondamentalmente è quindi una terra pubblica che verrà poi spartita
tra patrizi e plebei (non si avevano divieti normativi), ovviamente veniva occupata dai pater
familias ma non si avevano limitazioni di classi; a differenza della terra privata che poteva essere
tramandata in eredità la terra pubblica poteva solo essere coltivata, infatti su essa vigeva il possesso
e non la proprietà, a differenza di quello privato, questo perché la proprietà sulla terra era della
società romana, il proprietario non era un soggetto individuale, bensì la comunità. Nel momento in
cui patrizi e plebei potevano prendere possesso indistintamente dell’ager publicus, ovviamente si
iniziarono ad avere nuovi conflitti, in quanto le gens ovviamente erano più forti economicamente,
detenevano schiavi, animali, strumenti, coi quali poter lavorare la terra, aumentare il proprio reddito
e diventare sempre più potenti: il possesso dei patrizi diventa così ampio che i plebei non avranno
nessuna terra da poter coltivare.
I plebei richiedono quindi, in questo periodo, di porre dei limiti all’applicazione del potere dei
patrizi sull’ager publicus: legge licinie-sestia. Cosa significa porre il limite? Ridurre il loro
possesso sulle terre porta a degli effetti, è una legge interdetta, ossia che pone sanzioni ma non
presuppone conseguenze: molti pater familias iniziano ad emancipare i loro figli, ossia “rompere” i
rapporti figlio-padre eliminando l’obbligo di sottoporre i figli al potere del padre, così facendo si
moltiplicano così i pater familias aumentando comunque le ricchezze delle famiglie patrizie.
3. console plebeo: i plebei ricchi richiedono di entrare al consolato.

Successivamente alle leggi Licinie-Sestie, i patrizi richiedono un nuovo ruolo, quello del pretore, in
quanto è colui che si inventa il diritto della seconda formazione: non è più un diritto interno, diventa
un diritto esterno, prendendo in considerazione anche i rapporti con gli uomini esterni al territorio
romano. Il pretore ha il ruolo di occuparsi dell’attività giurisdizionale, ossia si occupa del processo,
delle liti tra i cittadini romani regolamentando le leggi che possano portare ad una pace tra essi.
Al fine di equiparare plebei e patrizi, nel 287 a.C. si promulgano le leggi Hortensia, che equipara i
plebisciti: ultima legge di equiparazione.
Durante questo periodo di esaltazione della figura del pretore, si elevano anche altre figure come
quella del pater familia il quale avrà potere sulle persone libere (moglie e figli), schiavi (dominica
potestas) e cose (dominum); la potestas applicata sugli schiavi è una podestas che si avvicina a
quella delle cose. Lo schema indicato fu realizzato da Gaio al fine dell’educazione dei futuri
giuristi, esponendo anche le condizioni di applicazione di questo potere da parte del pater sulla
moglie: per trattare del potere che viene esercitato sulla moglie bisogna prima identificare cosa era
il matrimonio; i romani non avevano un vero e proprio matrimonio tradizionale, tranne per il fatto
che la donna veniva accompagnata a casa del futuro marito e iniziava la convivenza stabile. Il
potere sulla donna era esercitato dal pater familia, quindi dal suocero, tranne nel momento in cui il
figlio era sui familia, ovvero era stato emancipato. Il presupposto del matrimonio era la richiesta
della mano da parte del futuro marito o del suocero facendo le veci del figlio: le donne potevano
essere sottoposte in tre modi diversi, attraverso la conventium in manum, che convenivano nella
sfera di potere del marito o del suocero, ma qual era l’accesso a questo convetium?
Fondamentalmente la donna doveva portare la sua dote, al fine di sostenere l’onere economico del
matrimonio; la dote, però, era vista anche come un metodo di prescindere dalla famiglia nel
momento in cui il padre moriva, così che la donna non dovesse sottostare al potere del pater familia
nel quale è sottoposta la manus  la manus prescinde il rapporto podestativo della figlia col suo
pater familia. Per via della manus, la figlia taglia i rapporti col proprio pater dal punto di vista di
sottomissione, quindi, quando le viene attribuita una dote essa potrà essere indipendente dal punto
di vista economico nel momento in cui il padre morisse.
La mano poteva convenire in tre modi:
 attraverso la coabitazione per un anno, ossia per usus, in quanto avveniva l’usucapione e la
donna veniva identificata come una figlia anche rispetto al marito (figlia loco), se si voleva
evitare la sottoposizione alla manus la donna doveva allontanarsi per tre notti al fine di
rompere la convivenza continuativa (con l’integrazione delle dodici tavole);
 Farreo che si riferisce alle nozze confarreate, in quanto durante la cerimonia del matrimonio
si veniva a creare una focaccia con farina di farro che sarebbe poi stata concessa in sacrificio
alla divinità di Giove, contestualmente alla cerimonia si aveva l’acquisizione della manus (i
figli che nascevano dal matrimonio confarreato potevano prendere parte al collegio
sacerdotale);
 coemptio che è una sorta di mancipatio, è come se il pater cedesse il proprio potere di pater
familia sulla figlia al fine di darla in mano (vendita della figlia-immaginaria venditio).
Dopo aver esaminato la manus, ossia il potere che l’uomo ha sulla moglie, si deve distinguere il
potere che il padre ha sui figli naturali (ossia i figli che nascono dal matrimonio legittimo) e i figli
illegittimi; la differenza sta nel momento in cui nei figli naturali il pater doveva automaticamente
applicare la patria podestas su essi, mentre, nei figli illegittimi il pater familias adotta un individuo
libero, ossia un altro pater familias in quanto non sottoposti al potere del padre naturale in quanto
morto.
Cosa comporta l’adrogatio? Bisogna degradare il proprio grado, il pater adottato diviene così filius,
e si sottopone al potere di colui che lo ha adottato: un pater adotta un altro pater (in quanto
cittadino libero senza superiori) e il pater adottato torna ad essere un filius con un declassamento.
In questo caso si tratta di capitus deminutio, ossia il degradare, che può essere suddiviso in capitus
maxima, con la trasformazione da cittadino libero a schiavo, capitus media, con la perdita della
cittadinanza romana, e la capitus minima, col passaggio da pater familias a filius.
La capitus avveniva in rituali solenni, nei comizi curiati, prendendo in considerazione il
passaggio di stato e il passaggio di potere tra i due pater inglobando l’adottato il quale ci
guadagnava l’eredità; era nel comizio che si stipulava il testamento nel quale si trattavano le forme
di eredità dell’adottato e dei figli naturali del pater nel momento in cui questo moriva.
Con l’adoptio invece si adotta un figlio assoggettato al potere di un altro pater: si devono
interrompere i rapporti con il padre naturale. Ma come si caratterizza questo processo? Si
presuppone una norma decenvirale nella quale si recita di come se il padre vende il figlio per tre
volte esso può essere liberato dal padre stesso e diventare cittadino libero; questa legge viene messa
in atto dal legislatore successivamente alla continuativa vendita del figlio per la forza lavoro.
Questa norma viene utilizzata anche nella procedura dell’adoptio in maniera formale in quanto non
si hanno volontà economiche, si ha una vendita fittizia tra il compratore e il venditore, ossia si
restituiscono il figlio fino a recidere i rapporti tra figlio e padre naturale: si ha una finzione della
vendita per tre volte attraverso il rimpallo dell’individuo fino a quando, dopo la terza vendita, si
vengono ad eliminare i rapporti di patria podestas.
SE L’ADOTTATO A SUA VOLTA AVEVA FIGLI, ALLORA ANCH’ESSI VENIVANO
SOTTOPOSTI AL POTERE DEL PATER FAMILIAS CHE ADOTTA.

La patria podestas ha un periodo di CESSAZIONE, quale più famosa causa è la morte del padre,
ma si ha anche la vendita del figlio, la deduzione coloniaria, ossia nel momento in cui Roma
inizia ad espandersi e a generare guerre di conquista, trasforma le località preesistenti in municipi,
ossia li sottopone al potere romano ponendo in punti strategici delle colonie al fine di poter
controllare il territorio (serie di colonie sulle coste del Lazio per controllare l’avvicinamento dei
nemici dal mare), una delle offerte che i cittadini romani fanno è quella che i fili familias, che
dovevano andare a colonizzare le terre, dovevano diventare sui iuris, ossia dovevano diventare dei
cittadini liberi e non più sottoposti al potere del padre, ultima forma è l’emancipazione, quindi il
recidere i rapporti tra padre e figlio per volontà del padre stesso.
Quattro sono le cause, le quali più importanti ovviamente sono le prime due.
La SOSPENSIONE si realizza quando il pater familias viene catturato in guerra, ossia diventa
schiavo dei nemici e passa da uomo libero a sottomesso; questa azione avviene nel momento in cui
si fa riferimento allo ius gentium, ossia il diritto comune a tutti i popoli che vede come legge la
possibilità di sottomettere i cittadini del popolo sconfitto e la supremazia sulle terre dal popolo
vincitore.
Se un cittadino viene catturato in guerra, esso diventa schiavo del popolo vincente, si ha una
prigionia di guerra e i suoi rapporti in patria dovranno poi essere sospesi da parte della città stessa
fino a quando il pater familias tornerà a Roma, si tratta del diritto di postliminium, ossia torna
cittadino romano come se nulla fosse successo tranne per i diritti del possesso e del matrimonio,
questo perché il matrimonio presuppone una continuativa coabitazione così come per il possesso
che presuppone una continuativa applicazione di potere su un determinato fondo; non si ha un
limite temporale alla sospensione.

Gaio ci parla anche della dominica podestas, ossia della posizione degli schiavi, studiando però i
poteri che un pater familias esercita su un soggetto libero che vive nel nucleo familiare A
appartenendo però a B; pur continuando ad essere sottoposte al potere del pater familia si
allontanando dalla famiglia originaria per poi tornare, cosa succede in quel frangente quando si
trova in un altro nucleo familiare?
Introduce figli sottoposti al pater podestas, la madre sottoposta alla manus e altri individui
sottoposti alla mancipium.
Se un soggetto appartenente alla patria podestas in A che lavora in B per la forza lavoro sarà
sottoposto momentaneamente alla in mancipium in esse, pur conservando la sua podestas il padre.
Si allarga la visione della patria podestativa, identificando anche i noxae dediti, ossia il pater
familias del figlio che ha provocato un danno dovrà o ripagare il danno in denaro o dovrà
consegnare il figlio alla famiglia della vittima; la consegna presuppone il passaggio dalla famiglia
naturale ad un’altra famiglia, quella dell’offeso, al fine di poter essere sottoposto alla volontà di
quest’ultima. A volte succedeva che per vendicarsi, la famiglia vittima, poteva anche uccidere il
figlio “adottato”.
Una situazione più articolata però erano i nexi (liberati poi nel 326), ossia se si presuppone un
debito pubblico di un cittadino nei confronti di un altro, ovviamente dovrà avvenire una sorta di
contratto nel quale si garantisce una data di scadenza al fine di poter ridare i soldi prestati al
mutuante; se non si riesce a garantire la ridistribuzione dei soldi nei tempi stabiliti, ci si auto-
pignora, ossia si da in cambio la sua forza lavoro.
si chiede un prestito ad un creditore e si stabilisce una data di scadenza al fine di ridare la
somma di denaro prestata, se non si riesce a ridare i soldi allora in cambio si da la sua forza
lavoro, ci si auto-vincola, al fine di poter poi rimettersi in paro col mutuante.
Il prestito viene chiesto da un pater familias ad un altro pater familias, si ha il MANCIPIO, ossia si
trasferisce dal mutuante pater familias al fine di ripagare il debito con la sua forza lavoro, si
sottopone al suo potere.
il vincolo che lega un soggetto ad un altro al fine di poter svolgere azioni in grado di poter dare
qualcosa è l’obbligazione, ossia un vincolo giuridico esposto da parte da Mucio secondo cui ci si
assume un obbligo che si prospetta in una visione temporale futura, ponendo le basi per il mutuo
che prevede un lasso di tempo prima di poter ridistribuire il denaro; si introduce l’obligatio in
quanto si rinvia nel tempo il compito del mutuatario a ripagare il debito.
Varrone spesso esprime delle para etimologie, esprimendo di come ciò che i giuristi dicevano era
esatto, ossia riporta i pareri di Mucio e Manilio, spiegando di come sia solo grazie al termine
NEXUM che si può definire la non proprietà nei confronti di colui che svolge la propria forza lavoro
per sdebitarsi da parte del “padrone”, in questo caso si tende a sottolineare di come nexum derivi da
“nec suum” ossia negare il possesso e quindi colui che si sottopone al mancipium del mutuante non
diventa proprietà di esso, si trova solo in una posizione di mancipio esse che porta alla creazione
della terminologia nexum.
Dalla macipatio si passa al nexum, dalla vendita di un qualcosa alla vendita di una persona al
fine di potersi sdebitare; nel caso del nexum però il debitore non diventa proprio di colui che è
sottoposto alla forza lavoro.

A differenza del nexus che sa che non potrà restituire la somma di denaro preso in prestito,
l’addicto si sforza di restituire il denaro ma non ci si riesce, a quel punto si fa ricorso al tribunale
chiedendo al giudice di riconoscere al giudice il fatto ponendo le basi per una sentenza
dichiarativa, in cui si dichiara il rapporto intercorso tra le parti, chiedendo di stabilire se bisogna
che il mutuatario dovrà restituire il denaro: ricorso alla sentenza in cui il mutuante che vince chiede
di potersi impossessare del debitore, portandolo dinnanzi al pretore; nel caso dell’addictio Gellio ci
descrive il rituale.
Una volta il debitore viene attribuito al creditore, essi potevano accordarsi su modalità di rientro
rispetto al prestito ottenuto, magari ci stava un garante che si era reso disponibile a pagare il debito
e quindi si poteva arrivare ad un accordo, ma nel momento in cui non si trovava un accordo allora il
debitore rimaneva incatenato nella casa del creditore per 60 giorni; il creditore lo può portare per tre
mercati conseguitivi nel mercato al fine di far sapere a tutti la somma di denaro che il debitore
doveva restituirgli così da cercare un qualcuno che potesse accollarsi il debito e ripagare subito il
debito svolto per mano dell’uomo in catene, tuttavia, se non si trovava nessuno disposto allora il
creditore aveva la possibilità di ucciderlo impunemente oppure poteva venderlo oltre il Tevere
come schiavo, ciò significa che non era identificato dentro Roma come uno schiavo totale, era
ancora in qualche modo un uomo libero,
 a differenza del nexus che sapeva di non poter ripagare il debito dava la sua forza lavoro,
l’addictus credeva di poter ripagare ma non ce la fa e quindi viene legato nella casa del creditore
che dovrà ricercare qualcuno che possa ripagarne il debito sennò sarebbe stato venduto il debitore
come schiavo o addirittura ucciderlo.

L’addictus è uno schiavo o no? Si alternano due scuole di pensiero, chi sosteneva che lo fosse e chi
no, sfidandosi al fine di tutelare la sua posizione; alcuni credevano che fosse uomo non schiavo,
avevano concezione larga della schiavitù in quanto schiavo era solo colui che veniva definito tale,
mentre invece alcuni credevano che la servitù fosse un concetto talmente ampio da riuscire a
ricoprire la carica dell’addictus, quindi avevano una concezione più stretta.
Si conia così l’espressione di qui servitutem servit che viene indicata nelle fonti per definire
l’addictus: colui a cui serve servitù.
o Il servus, ossia prigioniero di guerra, una volta manomesso diventata libertino (o liberto)
ossia che è un cittadino romano libero sulla quale situazione ovviamente pesa la condizione
precedente; egli aveva degli obblighi nei confronti del dominus, come prestare il proprio
lavoro ad esso, ma aveva comunque la libertà; la servitus era regolamentata solo dalla gens e
non si avevano delle vere e proprie leggi generali; lo schiavo deteneva solamente il
prenomen al fine di poterlo chiamare ma non ha la possibilità di avere i sistemi onomastici
del paese.
o La sua differenza con l’addictus è che egli una volta liberato non è più dovuto a sottoporsi al
dominus, anzi può ribellarsi successivamente all’accollarsi dell’addebito da parte di un
qualcun altro; la figura dell’addictus era regolamentata dalle leggi delle dodici tavole;
detiene nomen, prenomen e cognomen in quanto originario cittadino romano.
La figura dell’addictus è a metà fra il mancipio esse e la schiavitù; come veniva trattata la
schiavitù?
La categoria dello schiavo si formalizza su tre condizioni fondamentali, tra cui quella dell’addictus
di passaggio; la concezione della servitus è connessa con la visione dello ius gentium ossia la legge
applicabile a tutti i popoli di usanze differenti, era un prigioniero di guerra che veniva portato a
Roma al fine di poter essere utilizzato come forza lavoro, non detiene diritti e viene visto a pari
delle altre cose. La schiavitù varia col tempo, inizialmente si aveva una schiavitù domestica in
quanto la sua dimensione era abbastanza limitata per via dei numeri, ciò comportava che gli schiavi
venivano visti al pari non delle cose ma delle persone in quanto parte integrante della famiglia nel
quale si aveva la visione dello schiavo come persona libera (anche se non detiene comunque diritti),
solo nella seconda formazione si parificherà lo schiavo agli animali, tanto che si diceva che se si
lesionava un animale o uno schiavo allora se ne sarebbero pagate le conseguenze (quinto secolo).
Nel corso di due secoli quindi non si ha più la visione di una persona libera bensì si ha la visione
dello schiavo come animale, ma è sempre un prigioniero di guerra, si ha una differenza tra il servus
e il servus hostium in quanto non è più il prigioniero di guerra ma inizia ad essere catturato un
cittadino romano che viene catturato in altre terre.
SERVUS: cittadino straniero catturato in guerra e portato a Roma.
SERVUS HOSTIUM: cittadino romano catturato e imprigionato in terre nemiche.
Cosa succedeva al servus hostium? I giuristi potevano o da un punto di vista giuridico la schiavitù
come schiavitù di fatto, ossia senza far perdere i diritti a Roma, oppure non pensare che sia un fatto
ma considerare la schiavitù in terra nemica come schiavitù di diritto, ossia portare la sua condizione
di schiavitù in altre terre anche a Roma; la schiavitù di diritto comporta ad una capitis deminutio
ossia comporta la perdita della sua libertà nell’ordinamento romano.

Il pater familia detiene un’appartenenza alle cose, e questi modi di appartenenza sono:
 Ager compascuus: ossia una terra destinata al pascolo degli animali per coloro che
confinano con quella terra stessa, non è aperta a tutti quindi, anche se è uno sfruttamento
collettivo.
 Ager gentilicius;
 Heredium: attribuzione a ciascun pater familia di 7 iugeri di terra trasmissibili in eredità al
successore, si tratta di proprietà.
 Ager publicus: non può essere considerato trasmissibile da parte del pater familia in quanto
non si ha proprietà ma possesso, sul quale è impossibile svolgere l’usucapione.
 Mancipium: funzionalmente diviso in quanto insieme ad un’altra persona io possono
condividere l’appartenenza di un determinato bene, non è però un consorzio, ma una forma
di co-appartenenza in cui entrambi i soggetti utilizzano l’oggetto condiviso per ideali
differenti e concreti.
USUCAPIONE: richiesta di passaggio da possesso a proprietà su un fondo dopo un determinato
periodo di tempo.
Come i romani concepiscono le servitù prediali?
Vengono identificate come rustiche quelle più antiche le quali sono legate ad una concezione
materiale della striscia di terra sulla quale si transita, è un diritto reale che vede un soggetto avere
un peso, un dover sopportare e supportare il passaggio del co-appartenente sul fondo di
appartenenza di un altro soggetto.
Si hanno le servitù rustiche che si vengono a costituire su territorio di campagna, sono
principalmente agricole che servono alla coltivazione dei fondi, sono legate quindi ad una
concezione prettamente materiale nel quale si vede la co-appartenenza su una terra anche se però
non sono solo servitù di passaggio ma anche di acqua, ossia solo grazie ad esse si ha la possibilità di
consentire al mio vicino di fare irrigare la terra di mia appartenenza: res mancipi; servitù urbane
che si vengono a creare tra i palazzi della città.
Le servitù urbane sono le servitù di acqua nella quale si tratta dell’acquedoctus ossia un diritto
grazie al quale poter garantire il passaggio dell’acqua tra vicini: si creano dei canali nel fondo del
vicino al fine di irrigare il mio fondo, oppure si ha la possibilità di passare per il fondo del vicino
per arrivare al ruscello.
Quando si tratta di servitù di passaggio formalmente si parla di due giuristi severiani che rinviano
ad una configurazione antichissima attraverso una serie di elementi; sono letture che devono essere
svolte in maniera stratificata identificando la loro appartenenza non al momento storico di cui
trattano, ma molto più tardiva. Le loro testimonianze sono ritrovate nel titolo terzo del Digesto e
trattano dell’actus, iter e via.
 Iter: diritto di passare a piedi ed è la servitù più piccola; è il diritto di passare su una striscia
di terra su cui si può camminare esclusivamente a piedi.
 Actus: è un cerchio che comprende anche l’iter e tratta il passaggio dei carri e degli animali.
 Via: detiene i due cerchi più piccoli dell’iter e actus ed è il più importante e grande; ha una
differenza dal punto di vista funzionale.
Qual è la distinzione tra queste tre figure?
Paolo tratta della differenziazione specifica, spiegando di come bisogni prendere in considerazione i
casi limite, ossia iniziare dalla definizione per arrivare ad un’interpretazione di fattispecie al
confine. Egli ci spiega prima cosa è l’iter, l’actus e spiega di come non si abbiano delle funzioni
specifiche di esse, trattando i limiti e le differenze, principalmente anche con la via, in quanto dice
di come nell’actus possano passare solo animali e carri mentre invece nella via anche l’asta retta,
pietre e legna; egli rinvia ad una serie di caratteristiche specifiche della via al fine di identificare la
differenza e forza di questa a differenza con iter e actus, nonostante actus e via siano molto simili
tra di loro.
Guardando nelle fonti si ha una norma antichissima nelle dodici tavole trattanti le caratteristiche
della via, si tratta di una norma decemvirale in cui si studia di come le vie possano essere vie
consolari e pubbliche in cui possono camminare tutti e vie private in cui possono passare solo i
proprietari; le vie private devono essere larghe 8 piedi sulla base della legge e del diritto, mentre le
vie pubbliche possono essere larghe quanto richiede il mezzo di passaggio.
 Le vie private devono in rettilineo essere ampie otto mentre nei punti di svolta essere il doppio,
ossia sedici in quanto così si consente il passaggio del carro in funzione di curva, inoltre dovevano
essere lastricate (munite) per consentire agevolmente il passaggio dei mezzi senza alcun tipo di
possibilità di rottura della strada stessa, tuttavia, nel caso non fosse lastricata, il proprietario del
fondo dominante poteva far passare il carro (iumento prima carro e poi animale) ovunque volesse.

Nel momento in cui un soggetto è proprietario di due fondi e ne vende uno può costituire una
servitù prediale d’acqua sul fondo venduto il quale deterrà la sorgente: nel momento in cui ciò
succede il proprietario del fondo venduto potrà riservare il potere anche sull’altro fondo immettendo
una servitù d’acqua. Il proprietario originario, da qui in poi, avrà anche un diritto su una striscia di
terra larga 10 piedi intorno alla sorgente, si prevede il diritto di usare l’acqua e il diritto di potere su
un cerchio concentrico intorno alla fonte; è il proprietario originario riconosciuto della proprietà di
questo anello o è consentito al proprietario titolare della servitù di passare sull’anello? Ovviamente
si ha un uso della sorgente da parte di entrambi; il proprietario originario quindi ha una proprietà o
un diritto di passaggio? Secondo le leggi al venditore spetta solo l’iter con una configurazione
giuridica differente, osservando una configurazione astratta della servitù nella quale si aveva un
condividere la fonte e la striscia di terra fra i due proprietari.
Quando si hanno due terre e se ne vende una, ovviamente vanno distinti il proprietario originario di
entrambe le terre, il quale deterrà il diritto di possesso del lembo di terra concentrico, e il
proprietario della servitù prediale d’acqua, ossia colui che compra la terra del proprietario
originario.
In questa servitù è d’acqua la fonte si viene a creare in quanto appunto non si ha un acquedotto né
tantomeno si ha un’opera di canalizzazione.
La concezione astratta che si viene a creare al posto di quella materiale nelle servitù rustiche sarà
l’unica possibile nella seconda formazione nella servitù urbana.

Il negotium è un’attività diretta a sistemare e costituire un assetto di interesse economica tra due
parti attraverso una forma giuridica idonea a far sorgere vincoli giuridici, quindi se si hanno degli
accordi tre le due parti che garantiscono dei favori ad entrambi allora si ha il negozio giuridico. cosa
è per noi moderni il negozio giuridico? non è altro che un atto destinato a creare un assetto di
interessi, a differenza dei romani però questi non hanno creato la categoria del negozio giuridico,
utilizzano il termine negotium in maniera assolutamente tipica nel quale si potevano mettere i patti
bilaterali, i testamenti, quindi non si ha la voglia di creare delle categorie generali a differenza della
definizione moderna di negozio che deriva dal volere della dottrina.
Il profilo della sistematica inoltre non è conosciuto da parte dei romani i quali non distribuiscono le
diverse categorie del negozio, non si aveva infatti il negozio di scambio, di credito, di garanzia o
associativi, non si aveva una formazione generale di contratto, non lo definivano in quanto lavorano
sui singoli tipi di contratto e sui singoli tipi di fatti: si ha un’opera di semplificazione.

 Andando per ordine, trattiamo prima del negozio di scambio: inizialmente si basava lo scambio
sul baratto nel quale non si ha la moneta, anzi, si ha uno scambio di cosa contro cosa, schiavo
contro animale, è un negozio antichissimo che precede la mancipatio con la bilancia probabilmente
in quanto nella mancipatio si aveva il dovere si scambiare contro il prezzo una determinata cosa, si
aveva in questo caso un rituale solenne con testimoni nel quale si riusciva a scambiare una cosa
attraverso l’utilizzo del bronzo; il bronzo verrà poi coniato per diventare moneta ma comunque il
Libripens rimarrà comunque nonostante la caratterizzazione della moneta, infatti rimane la
tradizione della figura e il rigido conservatorismo dei romani. Con la mancipatio si aveva il potere
podestativo del pater sulla cosa, si trasferisce fondamentalmente il potere sulla cosa, mancipium
sulla res mancipi, ma nel momento in cui si trasferiva il potere su una res nec mancipi allora si
stabilisce un nuovo modo di diventarne proprietari, ossia attraverso la traditio che stabiliva la
consegna materiale della cosa; che tipo di situazione giuridica si trasferisce? che potere ho se non è
mancipium dato che non tratto di una res mancipi?
Si discute se è una signoria di diritto o una signoria di fatto analoga al possesso, ovviamente non si
ha una risposta a questo quesito, anche se si pensava più che altro che si trasferisse un potere simile
al mancipio.

 I negozi di credito: rispetto al mutuo non si hanno molte notizie, si realizzava attraverso una
mancipatio o una consegna della somma di denaro, anche se noi abbiamo una formazione del mutuo
in maniera dettagliata solo nella seconda formazione, in quanto nella prima si prevedeva il prestito
della somma di denaro da parte del mutuatario che poi ne avrebbe ricevuto l’equivalente da parte
del debitore entro tre mesi. Si discute se effettivamente il mutuo si concluda soltanto con la
consegna della somma di denaro, ossia, il mutuo si ottiene attraverso l’accordo delle parti o
successivamente alla consegna? non si hanno risposte e fonti, anche se alcuni riferimenti ai modelli
dei giuristi della seconda formazione ci fanno pensare che il contratto di mutuo sia possibile solo
attraverso la consegna, senza questa non si ha mutuo e di conseguenza non si ha l’obbligo del
debitore.
Dalla consegna della somma di denaro nasce il mutuo e di conseguenza nasce anche il vincolo
giuridico ossia l’obbligazione, nel caso specifico il debitore ha l’obbligo e il compito di
riconsegnare la somma di denaro entro i termini consentiti dal contratto, solitamente tre mesi; nel
caso del mutuo bisogna essere vincolati nella restituzione della somma di denaro che è stata data in
prestito senza interessi, solo l’equivalente monetario di ciò che ci è stato prestato, se si vogliono
aggiungere gli interessi bisognava configurare un nuovo contratto accessorio al mutuo.

 I negozi di garanzia: per garanzia si intende cercare di ottenere da parte del creditore (sempre
nell’ambito del mutuo) la restituzione di denaro. Nel momento in cui il venditore non si sente sicuro
chiede di garantire il prestito fatto ad un’altra persona, 1/3 del debito deve essere sborsato da un
altro individuo; si ha una sorta di garanzia personale nella quale si cerca di tutelare sé stessi nel
recupero del denaro offerto attraverso l’aiuto di un terzo definito come garante che garantisce la
restituzione del denaro: interviene nel momento in cui il debitore non paga; si hanno tre forme di
garanzia personale: vades, praedes e sponsores.
Nei romani inizialmente la logica era più semplificata in quanto il garante era sempre necessario,
ciò perché il creditore per essere sicuro che la somma di denaro gli sarà ridistribuita richiede che ci
sia sempre un garante che rimarrà a casa del debitore al fine di controllare che questo poi ripagherà
il suo mutuo; la responsabilità del risarcimento è in capo al garante che sarà poi vincolato a ripagare
il debito che il debitore non svolge. Si hanno due figure quindi: mutuatario e garante, deciso da
parte del creditore stesso sennò l’accordo non avrà fine, quindi si ha una sorta di etero garanzia; il
creditore non può prendersela con il debitore se non paga ma col garante stesso.
La dottrina tedesca ha visto questa distinzione come fonte di studio, in particolare la pandettistica
tedesca, che porta a distinguere tra shuld, ossia debitore, e haftung ossia responsabilità del garante.
Accanto alle garanzie personali si hanno anche le garanzie reali, ossia il creditore si prende un
bene del debitore al fine di rivendicarsi sul bene nel momento in cui non si ripaga il debito; si ha la
fiducia cum creditore nel momento in cui si ha un rapporto in cui si ottiene il bene del mutuatario e
si restituisce nel momento in cui il pagamento viene adempiuto, pignus datum e conventum invece
trattano del pignoramento di una res nec mancipi invece che di una res mancipi, ma qual è la loro
differenza? nel pigno dato si tratta della consegna materiale del bene, quando è conventum invece è
solo concordato.

I romani distinguono tra delicta e crimina, entrambi atti illeciti che portano lesioni ai cittadini ma
le differenze si trovano nella pericolosità di essi, ossia i delicta sono meno socialmente dannosi
mentre i crimina presuppongono una conseguenza molto grave voluta dal popolus.
L’oggetto di interesse delle sanzioni sono i delicta e si basano su le regole del diritto privato a
differenza dei crimen che segue il diritto pubblico: il delictum è quindi ciò che interessa a noi. Nelle
norme decemvirali le ipotesi di delicta che presentano una contaminazione con i crimen sono molte,
primo frammento da studiare è quello relativo all’incendio: in questo caso la norma viene ricostruita
grazie ad un lavoro di Gaio, non quello istituzionale ma quello del convitto alle istituzioni delle
dodici tavole; secondo lui chi abbia incendiato un edificio o un comune di grano affianco ad un
edificio deve essere legato, bastonato e il pretore può esercitare questa sua funzione, e poi fatto
morire nel fuoco colui che appicca il fuoco, ma qual è la condizione in forza della quale si applica la
pena capitale?
Si svolge l’atto della pena capitale solo nel momento in cui l’individuo svolge il danno
dolosamente, quindi volontariamente, a differenza della colpa secondo cui invece si incendia per
negligenza senza aver preso tutte le precauzioni del caso, in questo caso l’incendiario è tenuto a
risarcire il danno alla famiglia dell’offeso oppure, se impossibilitato, sarà castigato con punizione
fisica più lieve rifacendosi all’ideale della nossa; la norma decemvirale deve tenere il termine edes,
specificando di cosa non esprima solo gli edifici in maniera generale ma proprio la casa.
Un’altra ipotesi di delictum viene scritta da Plinio nella sua enciclopedia alla quale interno della
descrizione di scienza tratta di queste norme decemvirali, il suo frammento tratta un danno dovuto
alla potatura degli alberi, spiegando di come nelle antiche leggi fosse prevista la cura degli alberi:
chi tagliava ingiustamente gli alberi altrui doveva pagare 25 assi per pianta, E’ una norma molto
semplice che sarà poi tradotta successivamente in maniera laica, la quale spiega di come, in linea di
massina, dinnanzi ad un affronto si tratta di delitto.
Si parla anche di pascolo abusivo e di distribuzione di messi, in sostanza quando qualcuno entra
abusivamente nel campo di un individuo per crearne un danno attraverso il taglio della pianta non
facendolo poi fiorire successivamente: si ha una distruzione del raccolto, quindi l’impossibilità di
raccogliere i frutti che ho curato. In questo caso si distinguono delicta e crimen, e, secondo le dodici
tavole, era stabilito che non si poteva essere sanzionati da questa norma se si svolgeva l’atto di
giorno e non si era puberi, inoltre il danno si provocava nel momento in cui si faceva pascolare il
proprio bestiame su campo altrui o nel momento in cui si distruggevano le messi di un campo
coltivato: la pena era capitale e si svolgeva con l’impiccagione e il sacrificio del corpo e Cerere;
nell’ipotesi in cui si passa da crimen, quindi da pena capitale, a delictum, il soggetto vandalo deve
essere non pubere ma comunque verrà punito con frustate e risarcimento del danno (che poteva
essere doppio).
 Nelle norme delle dodici tavole, oltre le norme di danneggiamento, si notano altre forme di
delictum in cui non si ha l’influenza del crimen, nelle quali si tratta di lesioni fisiche a persone:
 tab. 8, 2: se un cittadino rompe un arto o lo amputa, e non si sia accordato con l’offeso
allora si avrà l’azione di occhio per occhio, ossia si applica la pena del taglione. La sanzione
prevede due possibilità, di cui una residuale rispetto all’altra, fondamentalmente si passa
prima in rassegna la prima ipotesi di pena pecuniaria, nel momento in cui l’accordo non
avviene si passa al taglione, ossia si taglia lo stesso arto o si danneggia quello del colpevole.
 tab. 8, 3: se viene rotto un osso ad una persona libera la pena è uguale a 300 sesterzi, se si
rompe un osso ad una persona schiava allora si paga 150 sesterzi; in questo caso lo schiavo
non viene parificato ad una cosa ma ad una persona libera vista la sua natura umana, anche
se la pena sarà dimezzata.
Si fa riferimento alle norme greche in quanto in questo periodo la parificazione sociale è già
compiuta, a Roma ci si inizia ad avvicinare ad un livellamento sociale con questa norma, in
quanto i 300 sesterzi dovevano essere pagati dai plebei nei confronti del patrizio o da un
patrizio nei confronti del plebeo, non si fanno più differenze di tipo economico; ovviamente
tra patrizio e plebeo si potevano creare accordi al fine di pagare il risarcimento.
 tab. 8, 4: se qualcuno ha fatto un iniuria (?) in maniera ingiusta la pena sarà pari a 25 assi. Il
compito del giurista è capire l’intenzione di questa norma, principalmente ciò che è ritenuto
ingiusto; per far ciò utilizza un criterio sistematico ovvero sulla base dell’ultima norma
possiamo riuscire a capire la sanzione.
Ma qual è la sanzione in questo caso? Qui vengono riportati 25 sesterzi mentre, nelle
precedenti norme, ritroviamo sanzioni pecuniarie molto più gravi, quindi da questa legge si
ricava l’ideale secondo cui l’ingiustizia deve essere lieve e non pesante: si esclude l’offesa
verbale in quanto per i romani la dignità e l’onore erano molto più importanti di lesioni
fisiche. La vera caratteristica di questa norma è che non viene applicata allo schiavo in
quanto i 25 sesterzi dovrebbero essere pagati ugualmente sia per il libero che per lo schiavo
idea impensabile a Roma.

Sono tre le norme delle dodici tavole che riguardano il furto manifesto, sono ipotesi che si rifanno
alla configurazione del furto e alla configurazione del ladro nel suo stato sociale:
 quando si realizza di notte nella casa di un terzo, nel momento in cui questo lo sorprende lo
può uccidere per legittima difesa e non viene incriminato per omicidio;
 quando si realizza il furto di giorno il ladro può essere ucciso nel momento in cui questo
porta un’arma, creando nel derubato un timore portando alla convinzione che si possa essere
sottoposti a gravi lesioni: l’uccisione è legittima ma solo se si hanno testimoni che possano
confermare la scena d’azione.
 nel momento in cui è giorno ma il ladro non ha nessuna arma, come mi comporto? il
derubato secondo la terza norma può fustigare il ladro stesso e far diventare questo un
addictus, non possono però essere uccisi in maniera illecita (è il derubato a chiedere
l’addixio del ladro in caso sia persona libera, se invece si trattava di schiavo allora il ladro
veniva buttato dalla rupe Tarpea dopo essere stato fustigato).
Le dodici tavole ci riportano anche la norma relativa al furto non manifesto, ossia il ladro non
colto in flagrante; è una norma che esordisce con periodo ipotetico, in cui se si agisce nei confronti
del ladro che non sia stato colto nel momento allora questo sarà tenuto a risarcire il danno per il
doppio delle lesioni che sono state provocate, si ha una sanzione pecuniaria quindi che porta ad un
pagamento della perdita patrimoniale della vittima: intento sanzionatorio.
La pena e il risarcimento sono due cose differenti, quando si parla di risarcimento si ha una
sanzione che porta al recupero del materiale perso, principalmente patrimoniale che garantisce un
recupero, e, nel momento in cui prevedo il doppio affianco al risarcimento trovo anche un intento
penale di punizione; le altre forme di furto vengono ricordate nelle Istituzioni di gaio in cui si
descrivono come una pena in cui bisogna risarcire il triplo del danno provocato: tab. 8, 15.
Questi tipi di furto sono i furti conceptum, nel quale il ladro che ruba un qualcosa pone nella casa
di un individuo straniero il bene rubato, facendo incolpare qualcun altro, questo qualcun altro però
dato che è stato messo in mezzo alla questione dovrà ripagare al derubato il triplo della somma
rubata, ma cosa può fare colui che non è il ladro ma è messo in mezzo? col furto oblatum può
richiedere al derubato che si ristabilisca l’equilibrio e che quindi venga ripagato a sua volta: sono
due furti strettamente collegati fra di loro che prevedono una pena pecuniaria del triplo del denaro
rubato in cui il terzo è sottoposto ad un furto del quale non è ne vittima ne ladro.
Cosa è la pena privata?
La pena presuppone sempre una sanzione in cui si ha un’unione tra due individui, un rapporto tra
soggetti, nel quale il ladro sarà sottoposto a risarcire privatamente alla vittima, ma quali sono nello
specifico le caratteristiche?
 intrasmissibilità passiva, ossia se il ladro muore prima del risarcimento del doppio alla
vittima l’obbligazione non si trasmette agli eredi dato che per natura è una pena e non
risarcimento, non si ha un intento sanzionatorio nel risarcimento a differenza della pena
nella quale si cerca di affliggere una pena al ladro stesso, e quindi deve rimanere nei
confronti dell’individuo che commette il crimine: non si può sottoporre ad una pena
qualcuno che non ha svolto l’azione dannosa.
Se muore l’autore dell’illecito non si può ottenere dall’erede il risarcimento.
 cumulatività, ossia se la lesione fisica è stata determinata da due/tre persone durante una
rissa, tutte le persone coinvolte sono tenute a pagare la pena, quindi ciascuno è tenuto a
pagare i 300 cc (sesterzi); si fa si che ogni individuo che faccia parte di un’azione illecita
che provoca danno allora sarà tenuto a risarcire il danno.
In questo caso non si regione in termini di proporzionalità, nel momento in cui uno schiavo
viene ucciso da un barbiere che viene spinto, il padrone dello schiavo dovrà essere risarcito
100, ma se anche lo schiavo è stato illecito nelle sue azioni di farsi rasare in una strada
pericolosa allora il padrone non otterrà alcun risarcimento in quanto anche lo schiavo
prenderà parte al concorso di pena e dato che non si ragione in termini proporzionali allora il
signore non otterrà nulla perché sarà parte del pagamento stesso nei confronti del delitto
svolto dallo schiavo.
 nossabilità, nell’ipotesi in cui il delitto è causato da una persona che è figlio o schiavo, il
signore può decidere tra il pagamento del crimine come risarcimento e la consegna nossale.
 tra pena e risarcimento, con risarcimento si pone l’attenzione nel rimborso e
nell’equilibrio economico mentre la pena si esce dalla logica risarcitoria per andare a punire
il colpevole.
I rapporti di responsabilità vengono trattati da Max Kaser, nel quale parla di come il ladro sia
responsabile nei confronti del derubato che ha l’aspettativa del risarcimento del danno provocato
con conseguenza svantaggiose per il ladro lì dove non si verifichi il risarcimento; si ha una
distinzione in cui si ha il rapporto di responsabilità modellato su dei vincoli di doveri che nascono
dalle XII tavole.
Qual è stata la forma più antica di rapporto di responsabilità? è una domanda che non prevede una
risposta, è molto complesso determinare ciò anche se però vediamo dai Delicta i primi rapporti di
responsabilità a noi pervenuti, pure se non tutti i rapporti sono di responsabilità in quanto per
esempio quando il ladro viene colto in flagrante di giorno si ha l’addixio e non una forma di
responsabilità.
Quando le parti arrivano ad un accordo, allora esse si incontrano e cercano di trovare un
compromesso su una somma di denaro che viene prevista come pena: si ha una logica dell’actum
ferentis, ossia una proiezione nel futuro del risarcimento accordato fra i privati.
Non tutte le sanzioni sono actum ferentis, possono essere differenti e la scelta tra queste dipende
dalla struttura del delitto, del crimine, cercando di abbandonare nel tempo le sanzioni fisiche del
taglione.

Le successioni vengono trattate nelle XII tavole con delle leggi sontuarie, leggi con le quali si
prendono misure contro un’eccessiva lussuosità nell’atto del funerale: perché il legislatore
decemvirale si è preoccupato di fissare questi limiti? queste leggi sono abbastanza comuni in questo
periodo della prima formazione di Roma, Cicerone aveva l’intento di ricostruire sulla base dei
modelli originari della prima repubblica la moralità e il senso civico dei suoi concittadini nel secolo
buio, ossia l’ultima fase dell’età repubblicana.
Le leggi sontuarie vengono create per compattare i cittadini nella limitazione del lusso, ponendo
l’uguaglianza tra patrizi e plebei anche dinnanzi alla morte, ritualizzando il funerale per far
accrescere il consolidamento della società:
 tab. 10, 3: bisogna fissare un tetto monetario corrispondente a tre lenzuoli, il morto doveva
essere vestito con tunica e si doveva avere il suono delle trombe all’accompagnamento;
bisognava far rientrare tutto in una determinata somma di denaro.
 tab. 10, 4: non bisognava pagare donne che enfatizzassero il momento e non dovevano
graffiarsi le guance, bisognava limitarsi nella condotta, per un’esigenza di eguaglianza.
Cosa vuol dire il termine hereditas? i romani, nelle loro fonti, qualificano come ereditas sia la
situazione che si determina alla morte di un soggetto che il trasferimento del patrimonio, si tratta di
un assetto dinamico che si apre nel momento della morte del cittadino romano, tuttavia si trova una
seconda concezione, più statica, vista come l’insieme dei rapporti giuridici; tra la fine dell’800 il
dibattito sulla natura dell’hereditas ha avuto un ruolo fondamentale, essa infatti veniva vista con due
concezioni:
 una potestativa che si basava sulla successione del potere al momento della morte,
principalmente sui rapporti giuridici e si fa ricorso al patrimonio che prevede la scelta di un
successore, un’interpretazione molto sentita da parte di Bonfante, romanista che ha fornito
una distinzione tra res mancipi e res nec mancipi, che vedeva una prevalenza della
concezione testamentaria piuttosto che quella legittima, due successioni che non concorrono
l’una con l’altra: nel momento in cui il de cuius non svolgeva testamento allora definiva
l’apertura della successione legittima, nel momento in cui svolgeva il testamento allora non
ci si rifaceva al legittimo successore.
 L’altra concezione viene espressa in maniera meramente patrimoniale, ossia una natura di
eredità materiale secondo cui un individuo, recandosi al legislatore, rivendicava i beni che
gli erano stati lasciati e li reclamava, volendo solo la materialità di essi e non il potere del
morto, basandosi su una successione legittima, senza testamento. È una teoria fortemente
difesa da parte di Perozzi alla fine dell’’800 e da Arangio-Ruiz, il quale introduce questa
nozione così come la conosciamo noi.
Quale delle due concezioni è più verisimile? Non abbiamo una risposta precisa.
I due profili, potestativo e patrimoniale si mescolano, vengono considerati coesistenti a seconda del
punto di vista dal quale si guarda il fenomeno.
Se si parla di una successione patrizia, questi avranno a cuore la possibilità di individuare il loro
successore politico e quindi si rifaranno ad un ideale potestativo; al contrario, ai plebei interessa
trasferire il bene in termini materiali.
Quindi entrambe le concezioni sono vere ma bisogna adattarle alla situazione specifica, se si parla
quindi di una successione patrizia (quando essi erano prevalenti come gruppo politico) o nel
momento in cui i plebei iniziano ad assumere un ruolo (età dei re etruschi e poi nella repubblica) qui
la successione inizia ad assumere un carattere diverso.
La successione inizia ad assumere un carattere diverso nel momento in cui i plebei sono in potere di
maggior spazio e maggiori diritti, infatti iniziano ad esistere diverse successioni in base alle
necessità dei gruppi sociali:
 mancipatio familie: disposizioni relative a parte o a tutto il patrimonio; probabilmente non
è una forma di testamento in quanto in quel periodo per essere definito tale deve avere
un’istituzione di erede specifica che non valeva solo per Roma, ma anche in Grecia, e data la
mancanza di erede in questa modalità allora non può definirsi tale, ma quindi cosa è se non
un testamento? secondo Gaio si ha una vendita, un trasferimento dei beni, che vede il de
cuius come venditore e un esecutore testamentario, familia rector, come colui che accoglie il
patrimonio. Nella mancipatio tradizionale parla solo l’acquirente, mentre in questo caso si
ha un dialogo da parte di entrambi, che vede il venditore dire le sue ultime volontà mentre
colui che acquisirà i beni dovrà ripetere la frase citata da Gaio nella norma 2.104, nella quale
si tratta di come questo si impegni a tutelare e a prendere in custodia il patrimonio: è un
negozio fiduciario che si viene a caratterizzare precedentemente alla morte al fine di
stabilire le divisioni del patrimonio che verrà custodito ma non preso di proprietà. A seguito
della morte dell’individuo, l’ereditario deterrà l’intero patrimonio o la metà/una parte di
esso, il legatario sarà il destinatario di un bene specifico, non risponde al patrimonio ma
detiene un solo bene che gli viene lasciato; dato che manca l’erede si ha la possibilità nella
mancipatio di frammentare i beni e distribuirli ai legatari, senza un legame forte di adgnatus;
il de cuius toglie all’asse patrimoniale un paio di beni che verranno controllati e protetti dai
legatari, mentre il resto del patrimonio sarà dato in eredità ai figli o l’adgnatus proximus (si
doveva sempre porre un tetto, ossia una certa quantità di patrimonio da dover
obbligatoriamente dare agli eredi legittimi).
 testamentum per aes et libram: si deve avere un individuo ed indicarlo come erede, unica
novità nella sua struttura in quanto detiene le stesse caratteristiche della mancipatio familie;
si ha una logica tipicamente materiale.
 contrapposizione tra testamento patrizio e testamento plebeo
I presupposti affinché si possa aprire la successione legittima sono trascritti nelle prime due norme
delle dodici tavole, tab. 5.4 e 5.5, tuttavia la norma 5.3 anche contiene un passaggio importante in
quanto spiega di come bisogna lavorare seguendo il diritto, applicando le indicazioni fissate dal de
cuius: è una norma nuova, espressione di una sorta di prima applicazione del testamento, in cui il
pater familia dinnanzi ai comizi curiati esplicitava chi sarebbe stato il suo erede, è una sorta di
istituzione dell’erede, quindi l’heredis institutio, che però vedeva solo i patrizi essere in grado di
lavorare in questa direzione, come facevano i plebei quindi?
I plebei introdussero la norma 5.3, al fine di poter essere in grado di poter fare testamento: prima
solo i patrizi dinnanzi ai comizi centuriati, successivamente anche i plebei; inizialmente infatti solo
i patrizi col testamentum calatis comitis vedevano il pater familia, dinnanzi ai comiti (calati
curiati), esprimere una preferenza su chi sarebbe diventato suo successore una volta morto. E’ una
forma di testamento che si viene a caratterizzare precedentemente alle dodici tavole che vede,
appunto, il problema dei plebei, i quali, successi mente per rivendicarsi, promulgano la terza norma
in loro favore; il problema che questa terza norma desta è che si esprime solo in favore dell’heredes
suus, quindi di un erede legittimo in linea di successione e non parla dell’adgnatus proximo, quindi,
è questo un erede o no?

Gli istituti di assestamento del sistema successorio sono quattro:


 Usucapio pro herede: si acquista l’abilità di essere erede nel momento in cui manca un
heres suus e, colui che ne deterrà l’intero patrimonio, avrà il potere di detenere i beni
materiali per un anno, mentre quelli immobili per due; serve sostanzialmente a far prendere
il titolo di erede da parte dell’adgnatus o dei gentili.
 In iure cessio hereditatis: si ha la possibilità di accettare o non accettare l’eredità da parte
dell’erede legittimo, nel momento in cui l’erede legittimo prima di accettare trasferisce il
patrimonio ad un’altra persona, allora quest’ultimo diventerà heres. Se il trasferimento dei
beni si verifica dopo l’accettazione dei beni da parte dell’erede legittimo, il figlio (heres
suus) conserva la qualità di erede ma perde la sua disponibilità dei beni; è un caso che può
succedere in casi di debito nei quali bisogna pagare il creditore. Si parla di una cessione
dell’eredità sia per le res mancipi che per le res nec mancipi.
 Heres testamentario: in questo caso l’heres testamentario deve necessariamente non
accettare il patrimonio prima di passarlo ad un altro individuo in quanto sennò la cessione
sarebbe inesistente; se invece viene prima ad accettare e poi si cede allora si segue il regime
dell’erede legittimo.
 Hereditas petitio: si ha la rivendica su un bene; nel momento in cui ho un bene e viene
detenuto da un terzo allora posso richiedere che il bene ritorni nelle mie mani, tuttavia in
questo caso bisogna rifarsi ad un pretore. Questa rivendica è stata creata per rivendicare il
proprio patrimonio ereditario, è quindi un’azione specifica, uno strumento rimediario.

Il processo riguarda la fase patologica dei rapporti tra cives: sono atti volontari che cercano di
limitare i conflitti.
Il processo che deriva dalle leggi delle dodici tavole viene definito come legis actiones, delle
procedure, che le parti devono rigidamente seguire al fine di far valere le proprie posizioni; è un
momento di consapevolezza di essere una comunità tra i cittadini romani e che presuppone il
superamento di una difesa privata, ossia lo scontro privato e singolo fra due individui che sfociava a
volte anche nella legge del taglione, quindi, si ritiene che sia intervenuto il processo in un momento
in cui i romani sapevano di dover superare l’individualità e sostituirla con la comunità, attraverso
una livellazione dei rapporti.
Il processo di questa prima formazione, ma successivo alle primissime azioni, col tempo diventa
sempre più paritario tra le diverse classi sociali, tuttavia, una grande distinzione dalle azioni
precedenti dal punto di vista giuridico è che si ha una ripartizione in iure e apud iudicem.
IN IURE: svolta in tribunale dinnanzi alla figura del pretore, voluto dai plebei per essere più simili
ai patrizi; il pretore è una figura giuridica con poteri amministrativi, in grado di creare strumenti con
i quali poter far venire meno i conflitti fra le parti. Il convenuto non ha una voce specifica, deve
essere portato in giudizio e deve ascoltare il processo, è il pretore a stabilire l’azione che le parti
devono usare in relazione all’oggetto della controversia.
APUD IUDICEM: si svolge dinnanzi al giudice, che non è un organo pubblico come il pretore,
bensì è un privato cittadino scelto da parte dei due soggetti in conflitto; sono le parti ad accordarsi
sulla scelta di un giudice, cittadino privato senza competenza. Il giudice, dopo aver sentito le parti,
sa l’oggetto della controversia e deve aspettare le prove a favore della storia di entrambe le parti,
una volta che venga verificata la storia allora avverrà la decisione finale; è in questo periodo con
questa nuova visione del processo che si viene a caratterizzare la seconda formazione.
Il processo della legis actiones più antico non si basa solo su un’azione generale utilizzata su ogni
processo, anzi, si ha una specificità delle azioni da applicare ad ogni nuovo processo, infatti, come
sempre, si cerca di fra venire meno quelle che sono le classi generalizzatrici. Si vengono a creare
degli istituti tipici, anche se non sono troppi, fondamentalmente sono tre azioni dichiarative,
quindi azioni in cui si accetta il diritto dell’attore (torto o ragione):
1. legis actio sacramenti (in rem e in personam): le parti si sfidavano ad un giuramento sulla
veridicità della loro storia riguardante il conflitto; è un giuramento in quanto chiamando a
testimoniare le divinità e serviva a stabilire, attraverso il duello del giuramento di entrambi
convenuto e attore, quale dei due individui fosse nella parte della ragione. È un’azione
generale e la più antica, all’interno di questa legis actio si avevano due differenze: in rem,
che aveva come oggetto la rivendica del bene, si avevano due affermazioni uguali e
contrarie le quali di differenziavano solo dal fatto che una fosse vera e l’altra no, e in
personam, si ha per oggetto un vincolo obbligatorio. Nel momento in cui si agiva, si agiva
sulla base del sacramentum e attore e convenuto erano citati in giudizio, ma per poter
giurare dovevano pagare una somma di denaro a mo’ di permuta, solo la parte perdente sarà
poi trattenuta: solamente i ricchi erano in grado quindi di poter accedere a questa legis actio,
era un processo elitario che non considerava le necessità dei plebei.
-IN REM: secondo Gaio, se si agiva in Rem si agiva per rivendicare l’appartenenza di un
bene, se era un bene mobile e che quindi potesse essere portato in giudizio ciò succedeva e
veniva rivendicato nel tribunale attraverso la volontà del giudice privato che decideva quale
delle due parti in conflitto fosse nel torto e chi nel giusto, anche se non si ha mai una
decisione diretta ma solo sostanziale in quanto si giudicano i giuramenti (l’oggetto del
giudizio è la giustizia e la legittimità del giuramento). Chi vinceva il processo deteneva la
vestuca e poi si appropriava del bene e doveva citare “affermo che questa rem è mia sulla
base del diritto dei queriti” rifacendosi a quella che era la formula utilizzata anche nella
mancipatio. Nel momento del giudizio la cosa doveva essere attribuita ad una delle due parti
(viene attribuito il possesso, solo la disponibilità), inoltre, per essere sicuro vengono richiesti
dei garanti che possano garantire la restituzione del bene e dei suoi frutti oppure pagare una
restituzione della cosa; il giudizio passava poi al giudice privato che stabiliva chi sarebbe
stato conforme al diritto, quindi legittimo e iustum. Nell’ipotesi in cui si attribuisce il bene
alla parte che non viene riconosciuta come legittimo proprietario da parte del giudice, la
parte non realmente proprietaria del bene poteva o riconsegnare con le buone il bene oppure
poteva essere soggetto ad un’esecuzione dei garanti, ossia era soggetto a risarcire col denaro
il valore della cosa, o anche ad una manus iniexio.
Quando trattiamo della legis actio sacrament in personam, quindi, specifichiamo un
rapporto obbligatorio di debito/credito sia nell’ambito dei negozi che nell’ambito dei delicta;
in questo caso una somma di denaro dovrà essere consegnata al creditore da parte del
debitore, ma cosa succedeva se il debitore contestava questa cessione di denaro?
Gaio non specifica come si svolgeva la legis actio sacramenti in persona, l’unica cosa che
sappiamo è che le due parti si sfidavano attraverso due giuramenti uguali e contrari: il
creditore: “io giuro che il debitore mi deve 300 sesterzi”, il debitore: “io giuro che non
devo 300 sesterzi”; trascorsi 30 DIES IUSTI, se il debitore soccombente non avesse
spontaneamente pagato si sarebbe aperto la fase -ESECUTIVA: In questa fase una volta che
il debitore soccombente continua a non pagare si apre subito l’esecuzione e questo viene
sottoposto alla procedura esecutiva; è un’azione generale, antichissima, l’unica che
inizialmente conoscevano.
Nel processo di laicizzazione della giurisprudenza, e soprattutto del processo, gli interpreti
in prima battuta elaborano i formulari, le azioni, costruiscono le procedure, in concomitanza
con la laicizzazione della giurisprudenza, quando l’interpretazione non è più solo dei
pontefici ma è pubblico, in questo stesso momento comincia ad essere laicizzato il processo.
Viene eliminato il sacramnetum, che richiamava le divinità, la sacralità, così il processo
diventa laico.
2. legis actio per iudicis arbitrive postulationem: Un’azione di legge che si realizza attraverso
la richiesta di un giudice o di un arbitro; tuttavia giudice e arbitro hanno due funzioni
opposte: il giudice risolve qualsiasi tipo di controversia, l’arbitro risolve le controversie
apud iudicem ma è solo un tecnico, interviene solo sui fondi e misura un confine tra fondi
identificando quanto spetta a Tizio e quanto a Caio, identificando quindi le quote ereditarie,
poi può essere uguagliato al pari del giudice privato.
3. legis actio per condictionem (azione nata successivamente alla prima formazione
economico sociale): Gaio la definisce specialis, il rapporto di genere e specie prevede che la
cosa abbia lo stesso contenuto della legislazione generale ma che comunque abbia uno
spazio specifico. Ma qual è questo spazio specifico? quello di credito e di debito, e, la
specialità può essere usata solo quando c’è una quantità di denaro individuata o quando si
chiede la restituzione di una res individuata; ci possono essere somme non specificate nel
dettaglio, pensiamo ad un mutuo o alla stipulatio dove vi sono gli interessi che devono
ancora essere quantificati in questo caso la somma di denaro non è individuata.
CONDICERE= conditionem viene da condicere che significa darsi appuntamento, rivedersi
in tribunale perché le parti si rincontreranno dopo 30 giorni, dopo i 30 giorni esse si
rincontrano per decidere la controversia e poi Gaio specifica che, nel latino antico, condicere
significa DENUNCIARE nel senso di darsi appuntamento, diamo questa notizia del fatto
che la lite continuerà dopo 30 giorni.
Questa legis actio, rispetto alle altre, è una legge speciale perché ha un ambito di
applicazione più ridotto rispetto alle altre, e viene applicato solo alle ipotesi in cui ci sia una
CERTA PECUNIA O UNA CERTA RES; in questo senso è la legis actio più specifica che
copre un ambito più ridotto rispetto le precedenti.
e due esecutive, che si vengono a caratterizzare trenta giorni dopo la promulgazione della legge
dichiarativa, al fine di decifrare se la pronuncia fatta precedentemente fosse giusta o sbagliata:
1. legis actio per manus iniectionem: (manus inicere= mettere la mano su) ma da che cosa è
dato questo potere? È dato dalla sentenza dichiarativa che consente l’apertura della fase
esecutiva che ha stabilito che effettivamente Caio è debitore di tizio. Ci dice Gaio che il
soggetto che aveva vinto nella fase esecutiva diceva delle formule orali e faceva dei gesti,
non c’era ancora qualcosa di scritto: “dal momento che tu sei stato condannato a darmi
10.000 sesterzi (fa riferimento alla sentenza dichiarativa) e non hai pagato io MANUM
INICIO (ti prendo e metto la mano sulla base di un giudicato per i 10.000 sesterzi) anche
qui c’è una ritualizzazione della fase esecutiva.
La procedura esecutiva si basava su un processo in cui il creditore metteva la manus sul
debitore che poi diveniva ADDICTIO; non era consentito al convenuto togliere la MANUS
del creditore, e, in termini fisici significava che il debitore non poteva svincolarsi da questa
apprensione, mentre in termini simbolici significava che per potersi liberare doveva trovare
un garante che pagava per lui (il debitore) non poteva svincolarsi da solo e poteva farlo nei
30 dies iusti.
2. legis actio per pignoris capionem: si avvale della procedura del pignus capio in cui si ha un
dubbio sull’applicazione di un’azione; esse potevano essere svolte sia nei dias fasti che nei
giorn nefasti anche senza aiuto del pretore al di fuori del tribunale. È la seconda legge
esecutiva e specifica usata solo in casi determinati.
Quali sono i casi specifici per essere utilizzata? la legis actio è stata introdotta da due canali,
uno MORIBUS (introdotta sulla base delle consuetudini) e l’altro LEGES (sono intervenute
le leggi delle 12 tavole che ha esteso questa azione attraverso una previsione normativa di
altre fattispecie).
- Sono tre le ipotesi in cui la pignoris capio viene introdotta attraverso la moribus:
1. nel momento in cui chi doveva dare lo stipendio al soldato, non glielo avesse dato
egli poteva prendergli un bene e soddisfarsi di quello;
2. Nell’ipotesi in cui non venisse dato il denaro per l’acquisto del cavallo, anche in
questo caso si poteva procedere alla presa di un bene del debitore finalizzato
all’acquisto;
3. Nell’ipotesi in cui non venisse pagata la pecunia necessaria per il mangime del
cavallo.
- Anche nel secondo ambito di applicazione, introdotto dalle 12 tavole, si hanno tre ipotesi
estremamente tipizzate:
1. Le leggi delle 12 tavole stabiliscono che si potesse utilizzare una procedura contro
colui che avesse comprato una vittima sacrificale, un hostia, e non avesse pagato il
prezzo. In questo caso chi ha venduto può prendere un bene per rivalersi sul prezzo;
2. Si può utilizzare una procedura contro colui che aveva chiesto in locazione un
animale per un determinato periodo di tempo, non paga e poi utilizza quel canone di
locazione per realizzare un banchetto sacrificale. Nel momento in cui non si paga,
colui che deve ottenere il pagamento può utilizzare la pignoris prendendo un bene di
colui che ha effettuato il sacrificio;
3. Attraverso la legge censoria fu consentito ai pubblicani di andare a chiedere un
VECTICAL, ossia il tributo che i cittadini romani pagavano sulle terre provinciali
(non si pagava invece per l’ager pubblicus). Nel momento in cui cittadini non
riuscivano a pagare la tassa, i pubblicani potevano prendere un pegno di questi e
venderlo per soddisfarsi sul ricavato.

Il pretore in questa prima formazione ha un ruolo residuale, in quanto la magistratura maggiore


nasce solo nel 366 a.C.; tuttavia ha un ruolo di magistrato giusdicente e la sua funzione venne
schiacciata tra la LEX e lo IUS.
Il suo compito si limita a scegliere l’azione, la formula da usare che, però, praticamente trova già
sciolta, in quanto è stato creato un formulario di esse prima dai pontefici e poi dai laici; nella prima
formazione il pretore non è una mente creativa in quanto non crea le azioni le prende dal formulario
a differenza della seconda formazione in cui creerà le azioni.

 RECAP PRIMA FORMAZIONE: il pretore, ossia il magistrato che organizza il processo, sia
schiacciato dalla dialettica tra ius e lex; egli emerge verso la fine della prima formazione economico
sociale e viene richiesto come magistrato giusdicente da parte dei patrizi, al fine di garantire la
struttura del processo. Nella prima formazione, al fine di poter andare in giudizio, ci si rifaceva alle
dodici leggi che garantivano le regole e le strutture adatte; inizialmente non ha un grande
riconoscimento, non viene usato come figura principale così come invece verrà trattato
successivamente nella seconda formazione.
Inizialmente, la società era molto piccola, in cui i rapporti con gli stranieri non vengono presi molto
in considerazione, principalmente coi rapporti giuridici estranei, tanto che poi dominerà su tutti quei
territori stranieri e solo successivamente si verrà a caratterizzare un linguaggio giuridico totale e
internazionale col quale trattare con i greci.
Gli strumenti ausiliari utilizzati dal pretore vengono adottati nel momento in cui si avevano degli
scontri tra cittadini, primo fra tutti è il contrasto patrizi-plebei per via dell’ager publicus, anche se
però non venne mai assolto il contrasto attraverso strumenti particolari e specifici, si identifica
solamente la capacità del cittadino romano di avere possesso dell’ager, patrizi e plebei
indifferentemente, sul quale territorio però non poteva essere applicata la proprietà.
Con gli interdetti possessori, ossia uno strumento ausiliario, si garantisce la tutela nei confronti
dell’ager pubblicus, viene emanato dal pretore all’indirizzo del convenuto dove sollecita il secondo
occupante di abbandonare la terra; se il secondo occupante ritiene di dover difendere il proprio
terreno allora si incardina un normale giudizio in cui porta prove della sua idea: apre all’autonomia
dell’interpretazione del pretore in quanto consente di tutelare il possesso in maniera migliore, più
abile, rispetto al processo per legis actiones.
Le radici della città si basano su un assetto sociale di tipo gentilizio con una monarchia latina che
poi sarà spodestata dalla monarchia etrusca.

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