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La proposta pro-resa

Il coraggio di arrendersi
Piero Sansonetti — 12 Marzo 2022

 più di vent’anni di battaglie furiose, perse e vinte, con


Dopo  
il
corpo e il volto carichi di cicatrici, il 19 luglio del 1881 Toro
Seduto si arrese all’esercito degli invasori. Cioè agli
americani. Lo fece per salvare il suo popolo, perché aveva
capito che ormai non poteva più sconfiggere i soldati blu, e
poteva solo provocare altre morti tra i suoi. Fece bene? Non
so, dal momento che poi i vincitori non furono molto
generosi, sicuramente si comportò da capo. Si fece arrestare
per salvare vite umane.

Quasi duemila anni prima, più o meno nel cinquanta avanti


Cristo, un grande guerriero francese, che veniva chiamato
Vercingetorige, dopo avere più volte sconfitto le legioni
romane, guidate da Giulio Cesare, vedendosi chiuso
nell’assedio della città di Alesia, e capendo che non avrebbe
più potuto vincere, si arrese e chiese pietà a Giulio Cesare per
il suo popolo, si gettò in ginocchio e offrì la sua vita in cambio
della salvezza dei Galli. Cesare accettò, lo fece prigioniero, lo
usò per rendere più sfarzose le sue feste, mostrandolo in
catene, lo umiliò in ogni modo e poi lo fece strangolare. Oggi
però i francesi vanno orgogliosi di quel loro antico eroe, che,
in fondo, fu proprio il primo eroe della futura Francia e della
futura Europa. Si diceva che fosse il capo dei barbari. Ma
forse il barbaro era Cesare. Nessuno, immagino, vorrà dirmi
che Toro Seduto o Vercingetorige fossero dei vigliacchi.
Erano dei guerrieri. Coraggiosissimi e anche geniali. Dicono
gli storici che avevano doti strategiche e militari sconosciute e
straordinarie.

Vercingetorige, se ho capito bene, è l’inventore della


guerriglia. Toro Seduto della sorpresa e dell’agguato. Non
erano mica dei perdenti. Cesare più volte fu costretto alla fuga.
E il generale Custer era convinto di travolgere i Sioux e poi,
con una medaglia sul petto, di partecipare alle elezioni del
presidente degli Stati Uniti del 1876. Sognava la Casa Bianca.
Così li attaccò a Little Big Horn, in luglio, vigilia elettorale. Ma
i sioux, a sorpresa, contrattaccarono, sterminarono il settimo
cavalleggeri e uccisero Custer. Alla Casa Bianca andò il
pacifico governatore dell’Ohio. Si chiamava Rutheford
Hayes. Eppure questi due grandi guerrieri – il francese e il
Sioux – si arresero. La resa è viltà? È vergogna? È rinuncia?
Naturalmente non esiste un principio generale. Alle volte la
resa è rinuncia e sconfitta. Alle volte no. Nel settembre del
1943 l’Italia si arrese agli anglo-americani e fece benissimo ad
arrendersi. Sebbene lo fece in modo poco onorevole, con la
precipitosa fuga da Roma del Re e dei generali e con
l’abbandono di un esercito e di un popolo allo sbando. Il
contrario di quello che avevano fatto Vercingetorige e Toro
seduto. Loro avevano offerto se stessi e i propri corpi per la
salvezza dei loro soldati e del popolo. I Savoia offrirono al
nuovo nemico, ai tedeschi, il proprio popolo in cambio della
loro salvezza.

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Ieri Alberto Cisterna, magistrato prestigioso ed esperto,


intellettuale, collaboratore molto attivo del nostro giornale, ha
avanzato l’ipotesi che in certe condizioni la resa sia un dovere.
E il riferimento esplicito era all’Ucraina. Forse proprio la
crudezza della parola ha creato molte polemiche. “Resa”.
Resa è una parola impronunciabile nella retorica secolare e
corrente. È la fine della dignità, o della virilità, del coraggio,
del patriottismo. Io non ho alcun disprezzo – anche se non li
ho mai sentiti miei – per valori come quelli della dignità, del
coraggio, del patriottismo, e non ho mai pensato che chi li
pone al vertice del proprio pantheon etico sia una persona
che non merita rispetto e ammirazione. Così come continuo
sinceramente a stimare le persone che vorrebbero una
soluzione di forza e di guerra per l’Ucraina, e che pensano che
la sconfitta dei russi, la più dura possibile, sia l’unica via
d’uscita dalla crisi. Quando le questioni delle quali si discute
sono così complesse e tragiche non c’è niente di più sciocco
che dividersi in squadre e indicare come utile idiota chi non la
pensa come te. Pubblichiamo un articolo molto bello di Paolo
Guzzanti, che sostiene tesi opposte alle mie. E Bobo Craxi
dà un giudizio ancora più severo sull’ipotesi della resa. Beh, vi
assicuro che Bobo, e Paolo ed io possiamo continuare a
discutere di queste cose per tutto il tempo necessario senza
perdere un grammo di stima l’uno verso l’altro.

Io chiedo solo che tutte le posizioni siano considerate


legittime. Anche quella estrema che ha espresso Alberto
Cisterna e che io condivido in pieno. Dalla prima all’ultima
riga. E chiedo che l’idea di chi pensa che risparmiare qualche
centinaio o qualche migliaio di morti sia, in questo frangente,
non un’opzione ma un dovere, e che talvolta le ragioni
supreme della politica e degli stati, e anche dei popoli intesi
come “indefinito collettivo”, siano meno supreme di quelle
della difesa della vita di singole persone umane, sia
considerata una idea possibile. Le ragioni di questa mia
posizione risiedono, più o meno, nel vecchio e glorioso
pensiero pacifista. Del quale l’Italia è stata una delle culle. Il
pensiero di San Francesco, di Teodoro Moneta, di Primo
Mazzolari, di Aldo Capitini, di Alex Langher. È il pensiero di
vecchi utopisti? Può darsi. O forse invece è il cemento della
civiltà moderna. Io sono più per la seconda ipotesi.

P.S. Paolo Mieli, persona che conosco più o meno da mezzo


secolo, e che più o meno da mezzo secolo stimo, ieri mi ha
preso un po’ in giro, alla radio, sostenendo che ho finito per
abbracciare le posizioni di Marco Travaglio. Se Travaglio ed
io abbiamo le stesse posizioni sulla guerra son contento. Io
sono pacifista dagli anni Sessanta, lui, credo, da qualche mese.
O da qualche giorno. Va benissimo così. Benvenuto. Sempre
che non sia un pacifismo nato solo dall’idiosincrasia per
Draghi…

GUARDA IL VIDEO

Piero Sansonetti
Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30
anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore.
Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora
dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi
approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29
ottobre 2019.

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presso il Tribunale di Napoli, n. 24 del 29 maggio 2019 - ISSN 2704-8039

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