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Che cosa distingue il sapere scientifico dalla conoscenza comune?

O, in altre parole, quali condizioni deve


rispettare una conoscenza che si pretenda scientifica? Come possiamo accertarci della verità di una proposizione
scientifica? E’ possibile raggiungere una certezza assoluta in campo scientifico? Qual è il metodo proprio della
scienza? Quale rapporto può esistere tra procedimenti matematici e scienze della natura?

1. La filosofia della scienza

1.1 Ambito e definizione della filosofia della scienza (o epistemologia)

I problemi elencati sono tipici un particolare settore della ricerca filosofica: la filosofia della scienza o
epistemologia.

Definizione. Si chiama filosofia della scienza l’ambito filosofico che ha per oggetto la natura del sapere
scientifico, le sue pretese di verità, il suo metodo. Tale ambito è detto anche epistemologia: questo termine è di
conio moderno ed è composto dai due vocaboli greci episteme (“scienza”) e logos (“studio di…”, “sapere intorno
a…”, “ragionamento su…”)

La filosofia della scienza assume un rilievo centrale nell’età moderna, in corrispondenza della profonda
trasformazione del metodo e delle caratteristiche della scienza, che chiamiamo rivoluzione scientifica. Alle origini
di questo fenomeno, vi è la profonda insoddisfazione nei confronti delle dottrine tradizionali, e in primo luogo
dell’aristotelismo scolastico. I principi metodologici e la concezione della scienza dell’aristotelismo appaiono,
infatti, inadeguati a render ragione di fenomeni naturali mai osservati in precedenza e a dar soluzione ai
problemi emergenti dalle tecniche o sollevati dall’affermarsi impetuoso di nuove, più complesse forme di
organizzazione politica. Ogni riflessione seicentesca sul metodo ha dunque come suo decisivo momento la critica
del sapere tradizionale, e in primo luogo dei principi e dei procedimenti della filosofia aristotelico-scolastica.
Dalla riconosciuta insufficienza della cultura tradizionale – e dalla necessità di rispondere alle obiezioni scettiche
che revocano in dubbio la possibilità stessa di un sapere certo e intersoggettivamente valido – deriva la spinta a
ricercare, prima ancora che conoscenze nuove, nuovi e più sicuri criteri e regole del conoscere. In questa breve
presentazione dell’epistemologia, affronteremo in particolare due questioni tra di loro collegate, che sono
centrali nella prima età moderna.

a) La prima riguarda la giustificazione filosofica della nuova scienza matematico sperimentale e del suo metodo;

b) la seconda, riguarda il rapporto - nel metodo della scienza moderna - tra conoscenze a priori, esperienza,
ipotesi e leggi esplicative dei fenomeni.

2. Quale giustificazione della fisica moderna, matematico sperimentale?

2.1 Il significato di “giustificazione”

La prima questione riguarda la giustificazione della nuova fisica matematico-sperimentale. Quest’ultima a noi
sembra priva di alternative, dopo secoli che “fisica” significa esperimenti e formule o leggi espresse
matematicamente. Non era così però all’inizio dell’età moderna. Aristotele aveva insegnato che non si può
“passare da un genere all’altro”, negando la legittimità metabasis eis allo genos. Per lo stagirita, cioè, non era
ammesso trasferire principi e procedimenti propri di una scienza alle altre: in base a questa dottrina – fatta
propria dall’aristotelismo medioevale e rinascimentale – principi e procedimenti matematici non erano ammessi
nello studio della realtà fisica. Potremmo dire allora che – agli occhi di Aristotele - una fisica matematica non è
giustificata: essa è illegittima e infondata, perché incompatibile con la concezione peripatetica, qualitativa e non
quantitativa, del mondo fisico. Ora, la fisica moderna si basa invece proprio sulla matematizzazione della fisica. Si
tratta dunque per gli scienziati e i filosofi moderni di giustificare l’applicazione della matematica alla fisica,
mostrando per quali ragioni essa sia legittima, nonostante il divieto di Aristotele. Proponiamo una definizione
molto ampia e comprensiva della giustificazione (nell’epistemologia contemporanea, il termine assume anche
significati più tecnici e ristretti, su cui non ci soffermiamo).
Definizione. Per giustificazione s’intende l’operazione – tipicamente filosofica ed epistemologica – volta
esplicitare con opportuni argomenti le ragioni per cui una scienza e suoi procedimenti sono legittimi e ben
fondati. In questo senso, possiamo considerare come sinonimi di giustificazione anche termini come
legittimazione o fondazione filosofica di un certo sapere scientifico.

2.2 L’evidenza dei concetti e il rigore del metodo matematico

Nei filosofi della prima età moderna, lo studio matematico della realtà fisica riceve una duplice giustificazione.
Innanzitutto, sul piano del metodo, agli occhi degli scienziati moderni la matematica offre un modello
ineguagliabile di rigore e chiarezza, al quale dovrebbero tendere tutte le altre discipline scientifiche e in
particolare le scienze della natura. Nella geometria, e in generale nella matematica, filosofi e scienziati come
Galilei, Cartesio, Hobbes e Newton individuano dunque un paradigma di conoscenza rigorosa, cui guardare per la
riforma del metodo scientifico. Il valore paradigmatico della matematica e della geometria viene però
diversamente giustificato in rapporto alle differenti prospettive filosofiche. Per esempio, in Cartesio, come in
Galilei, l’accento è posto sull’inoppugnabile evidenza dei concetti e sulla “necessità” dei procedimenti
matematici. Per Hobbes, invece, matematica e geometria s’impongono come modello sia per il rigore necessario
dei loro procedimenti (Hobbes parla del ragionamento scientifico come di un “calcolo”), sia a causa del
significato univoco e senza ambiguità delle definizioni, conseguenza della loro origine convenzionale.

Definizione. E’ detta evidenza la proprietà di una conoscenza indubitabile. Si parla di evidenza razionale, a
proposito di una nozione o di un concetto presenti alla mente. Di genere diverso è l’evidenza sensibile, che
riguarda l’esperienza dei sensi.

Definizione. Il termine convenzione (e l’aggettivo convenzionale) si riferiscono all’accordo che si realizza tra i
membri della comunità scientifica (in questo caso tra i matematici) sul significato delle definizioni. Questo
significato in matematica è univoco, proprio perché concordato, e non dà adito ad ambiguità

2.3 I caratteri matematici del mondo fisico

Per quanto rigorosa sia la matematica dal punto di vista dei procedimenti e dei concetti, resta il problema di
giustificarne l’applicazione allo studio del mondo fisico. Per molti dei i filosofi moderni, è la stessa natura ad
esser caratterizzata - nella sua essenza - da proprietà matematiche o geometrico meccaniche. E questa è per
molti loro – ma non per empiristi come Locke e Hume - una conoscenza che precede qualsiasi concreta
esperienza, dunque una conoscenza a priori, sulla base della quale procedere poi allo studio dei differenti e
molteplici fenomeni naturali.

Definizione. Chiamiamo a priori le conoscenze che non derivano dall’esperienza e sono dunque logicamente
“prima” di essa: così la conoscenza delle proprietà matematiche e geometriche della natura precede per gli
autori che stiamo studiando l’esperienza che abbiamo dei fenomeni naturali. Chiamiamo invece a posteriori le
conoscenze che derivano dall’esperienza e stanno dunque logicamente “dopo” di essa.

Ma su che cosa si basa tale conoscenza a priori? come si giustifica? Galilei dice che per leggere il libro della
natura, noi dobbiamo conoscerne il linguaggio, che è matematico: i caratteri del libro della natura sono infatti
cerchi, triangoli, ecc. e ciò significa che è matematica la struttura stessa del mondo. In questa pagina del
Saggiatore, l’idea che la natura abbia proprietà quantitative, studiabili solo matematicamente - e dunque la
giustificazione della fisica matematica - è affidata alla forza di un straordinaria metafora. Sempre nel Saggiatore,
però, troviamo una giustificazione più complessa la struttura matematica e meccanica della natura e dello studio
matematico della fisica, che vengono fondati sulla base di un ’evidenza razionale. Quando penso a una realtà
fisica - scrive infatti Galilei – sono costretto da un’evidenza incoercibile ad attribuirle proprietà quantitative,
geometrico-meccaniche (dimensioni, forma, posizione nello spazio e nel tempo, ecc..). Non è pensabile un corpo
fisico senza queste caratteristiche, che sono dunque “oggettive” e costituiscono la struttura della realtà fisica (a
differenza delle qualità, come odori, sapori, che non si darebbero se non ci fosse qualcuno che li percepisce).
2.4. Evidenza razionale e/o convenzione?

Anche Cartesio fonda sull’evidenza razionale la propria concezione della realtà fisica, la res extensa: noi intuiamo
con chiarezza e distinzione che essa ha come suoi fondamentali attributi l’estensione geometrica e il movimento,
ossia le “proprietà oggettive” di Galileo; anche per Cartesio, del mondo fisico conosciamo con certezza soltanto
questi attributi. In parte differente è la giustificazione dell’applicazione della matematica alla fisica offerta da
Hobbes. Da un lato, al pari dei filosofi prima citati, egli afferma come qualcosa di evidente a tutti che la natura è
costituita di corpi materiali in movimento. D’altro lato, però per Hobbes il fatto che i corpi abbiano proprietà
geometriche e quantitative (siano cioè in termini cartesiani “estensione”) non dipende da una conoscenza
evidente di proprietà “oggettive” della natura, ma da una convenzione tra in membri della comunità scientifica, i
quali concordano nel definire le entità materiali in termini quantitativi e geometrici. La giustificazione della fisica
matematica è dunque in Hobbes di tipo convenzionalista, e non fondata come in Galileo e Cartesio sull’
intuizione evidente di caratteristiche proprie del mondo esterno.

2.5. Principia matematica e “rivoluzione copernicana”

Anche per Isaac Newton, il quale pure assegna un’importanza centrale all’esperienza, la base della scienza della
natura sta in alcune definizioni e principi (i “principi matematici” di cui parla il titolo dell’opera maggiore) che
costituiscono l’ossatura generale della realtà naturale e per questo la premessa di ogni ricerca particolare in
ambito fisico. Alla fine del Settecento, Immanuel Kant constata che - per opera tra gli altri di Galileo e Newton -
la nuova fisica matematico-sperimentale ha ormai assunto le caratteristiche di una compiuta disciplina
scientifica, essendo i suoi enunciati universalmente validi e necessari, oltre che estensivi del sapere. Egli si
interroga allora sul fondamento di questa scienza, chiedendosi che cosa la renda possibile, e con la sua
“rivoluzione copernicana” offre una risposta originale, proponendo una giustificazione trascendentale della
fisica. Per Kant, in altre parole, l’ossatura e le leggi più generali geometrico-meccaniche del sapere scientifico
non corrispondono a caratteri assoluti della realtà naturale, oggetto dell’indagine fisica, ma esprimono invece
“principi dell’intelletto”: hanno in breve il loro fondamento nel soggetto trascendentale, nel nostro modo di
conoscere.

3. Conoscenza a priori, esperienza e ipotesi nella fisica moderna

3.1. L’ossatura generale del sapere scientifico moderno

Come abbiamo visto fin qui, quale che sia il tipo di giustificazione offerta dai diversi filosofi, l’applicazione della
geometria e della matematica all’indagine sul mondo naturale determina una caratteristica comune a gran parte
delle epistemologie sei/settecentesche. La natura viene a esserne caratterizzata come un insieme di parti di
materia, dotate di proprietà quantitative e geometriche, in movimento (di qui la metafora ricorrente del mondo
come grande meccanismo o orologio) e dalla scienza fisica vengono conseguentemente escluse tutte le
spiegazioni di carattere diverso: il nuovo “stile” dell’indagine fisica non ammetterà spiegazioni dei fenomeni
naturali di tipo magico o animistico o organicistico, come quelle proposte dai naturalisti rinascimentali.

3.2 L’esperienza e le ipotesi esplicative

Tuttavia, se noi sappiamo che il mondo è “scritto in caratteri matematici”, ovvero che tutta la fisica discende da
pochi generalissimi principi a priori, geometrico meccanici, ciò non significa che le spiegazioni di tutti i fenomeni
fisici particolari siano integralmente deducibili da quei principi, come invece avviene per i teoremi della
geometria dai suoi assiomi e dai suoi postulati. Infatti, avremo bisogno dell’esperienza, per conoscere gli specifici
fenomeni che intendiamo spiegare (che dunque saranno conosciuti a posteriori); e inoltre di specifiche teorie e
leggi, per spiegare come essi si producano e si svolgano: naturalmente, tali teorie dovranno essere coerenti con i
principi e le leggi generali della fisica, valide per tutti i fenomeni: ogni singola spiegazione dei fenomeni naturali –
per essere scientifica – dovrà dunque implicare soltanto il movimento di parti di materia o – da Newton in poi –
l’azione di forze materiali.
à) testi Hobbes, Cartesio, Kant (critica del Giudizio)

3.3. Ipotesi e verità scientifica

Tutti i filosofi che stiamo studiando sono consapevoli, in maggiore o minor grado, del carattere ipotetico delle
teorie elaborate per spiegare i fenomeni naturali. Le spiegazioni ipotetiche, in precedenza prerogativa
dell’astronomia, vengono a caratterizzare dunque anche la ricerca fisica. In questo passaggio, viene meno il
carattere accentuatamente congetturale che avevano le ipotesi dell’astronomia antica e medievale. Sono
ipotetiche tutte le teorie e le leggi messe a punto per spiegare scientificamente i fenomeni osservati, nel senso
che nessuna teoria fisica può pretendersi come verità assoluta. Ma le spiegazioni dei fenomeni naturali che esse
forniscono – a differenza delle ipotesi degli astronomi antichi e medievali – hanno un elevatissimo grado di
verosimiglianza, o di probabilità, che è tanto maggiore quanto più esse siano corroborate da un’adeguata messe
di convalide sperimentali.

à) Rivoluzione copernicana

3.4. Il problema della verifica sperimentale

Su questo punto, le posizioni dei filosofi si distinguono: vi è chi, per esempio, come Galilei, tende fiduciosamente
ad ammettere la verità (scientifica) delle ipotesi convalidate da alcuni esperimenti – spesso neppure effettuati
concretamente, ma ideali (sul rapporto tra teoria e convalida sperimentale secondo Galilei, vedi il testo x).
Cartesio insiste invece sulla necessità che le ipotesi, per esser verificate, siano convalidate nel maggior numero
di esperienze possibili, possibilmente relative a generi di fenomeni diversi tra loro, appartenenti ad ambiti
d’indagine distinti (per esempio riguardanti fenomeni sia fenomeni celesti, sia fenomeni che si svolgono sulla
terra). E Cartesio accusa per questo Galilei di scarsa sistematicità. Da parte sua Newton – preoccupato di liberare
la ricerca scientifica da congetture fantasiose e prive di verosimiglianza (“hipotheses non fingo”) – insiste sulla
necessità che le teorie siano costruite sulla base di un’accurata indagine empirica del fenomeno studiato e
scaturiscano per così dire dalla stessa sperimentazione.

Applicazioni

Ti proponiamo di riflettere sull’ esperienza di studio delle materie scientifico-naturali, affrontando le seguenti
questioni. Avevi riflettuto, in precedenza, sul fatto che l’applicazione della matematica allo studio della natura è
relativamente recente, risalendo a solo “quattrocento” anni fa (dopo duemila anni circa di fisica non
matematica)? Quali materie del tuo programma di studi oltre la fisica hanno - per dirla con Galileo - “caratteri
matematici”? La scienza moderna della natura è non solo matematica, ma anche sperimentale, cioè - come
abbiamo visto – basa le proprie teorie e leggi (matematiche) sull’osservazione sensibile e ne ricerca la verifica
costruendo appositi esperimenti. Il tuo studio delle materie scientifiche riflette questo carattere sperimentale?
In altre parole, nelle ore di fisica o di scienze ti capita di andare in laboratorio, di fare osservazioni, di formulare
ipotesi di spiegazione di quanto osservato, di realizzare esperimenti per verificare le tue ipotesi? Oppure lo
studio delle scienze è soprattutto teorico?

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