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Collana «Sociologia della vita quotidiana»

promossa dalla sezione «Vita quotidiana»


dell’Associazione Italiana di Sociologia
diretta da Carmen Leccardi

Coordinamento editoriale: Maurizio Ghisleni


1. Nicoletta Bosco, Dilemmi del welfare. Politiche assistenziali e comunicazione
pubblica
2. Marita Rampazi (a cura di), L’incertezza quotidiana. Politica, lavoro, relazioni
nella società del rischio
3. Carmen Leccardi (a cura di), Tra i generi. Rileggendo le differenze di genere,
di generazione, di orientamento sessuale
4. Rita Palidda (a cura di), Fare sociologia. Paradigmi conoscitivi ed esperienze sul
campo
5. Chiara Bertone, Alessandro Casiccia, Chiara Saraceno, Paola Torrioni, Di-
versi da chi? Gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, a cura di Chia-
ra Saraceno
SOCIOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

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© 2003 Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA
viale Filippetti, 28 – 20122 Milano
http://www.guerini.it
e-mail: info@guerini.it

Prima edizione: gennaio 2003

Ristampa: V IV III II I 2003 2004 2005 2006 2007

Printed in Italy

ISBN 88-8335-377-3

Le riproduzioni a uso differente da quello personale potranno avvenire,


per un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume, solo
a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, via delle Erbe, 2 –
20121 Milano, tel. e fax 02 809506, e-mail: aidro@iol.it.
Chiara Bertone, Alessandro Casiccia,
Chiara Saraceno, Paola Torrioni

DIVERSI DA CHI?

Gay, lesbiche, transessuali


in un’area metropolitana

a cura di Chiara Saraceno


INDICE

9 Avvertenza

11 CAPITOLO PRIMO
Complicati come tutti
1. Un’esperienza plurale, p. 11 – 2. Sessualità, identità sessuale, iden-
tità di genere come fenomeni storico-sociali, p. 17 – 3. Quale ruolo
per le politiche pubbliche?, p. 22

27 CAPITOLO SECONDO
Definirsi
1. Definire il proprio orientamento sessuale, p. 29 – 2. Il processo di
«scoperta» dell’omosessualità, p. 37 – 3. Differenze di genere e di
coorte nella formazione di un’identità omosessuale, p. 63

65 CAPITOLO TERZO
Le relazioni con la famiglia di origine:
strategie di visibilità ed effetti sui rapporti familiari
1. Strategie di visibilità, p. 66 – 2. Effetti della visibilità in famiglia,
p. 73 – 3. I parenti, p. 82 – 4. Senza modelli, p. 83

85 CAPITOLO QUARTO
Scuola e posto di lavoro: situazioni a rischio?
1. La scuola, p. 86 – 2. Il contesto e i rapporti di lavoro, p. 95

117 CAPITOLO QUINTO


Sessualità, rapporti di coppia, convivenze
1. Relazioni stabili o occasionali? Differenze di genere, p. 117 – 2. Re-
lazioni di coppia, p. 127 – 3. Le convivenze omosessuali, p. 131 –
4. Le attese rispetto al riconoscimento giuridico delle coppie omo-
sessuali, p. 138 – 5. Relazioni di coppia eterosessuali, p. 144 – 6. I fi-
gli: una questione non marginale, p. 145 – 7. Coppie «in progress»?,
p. 151
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153 CAPITOLO SESTO


Forme di coinvolgimento in comunità omosessuali
1. Il «commitment» come dimensione peculiare dell’esperienza
omosessuale, p. 154 – 2. «Coming out» e «commitment»: quale il le-
game?, p. 178 – 3. La complessità delle forme di coinvolgimento nel
mondo omosessuale e delle loro relazioni con le strategie di visibi-
lità, p. 185

187 CAPITOLO SETTIMO


Omofobia ed eterosessismo nelle vite di gay e lesbiche
1. Un incerto vocabolario di accettazione, p. 187 – 2. Esperienze di
violenza e discriminazioni, p. 191 – 3. I suicidi, p. 195 – 4. Il ruolo de-
legittimante di Stato e Chiesa, p. 197

201 CAPITOLO OTTAVO


Vivere da transessuali
1. Tra norme mediche e norme giuridiche, p. 204 – 2. Riconoscersi
transessuali, p. 207 – 3. Il percorso di cambiamento di sesso, p. 217 –
4. Il contesto sociale del percorso, p. 223 – 5. Sessualità e relazioni af-
fettive, p. 233 – 6. Uno statuto da apolidi, p. 237

239 CAPITOLO NONO


Orientamento sessuale e identità nella società dell’incertezza
1. Contraddizioni socioculturali e lacerazioni esistenziali. Gestire
l’incertezza, p. 239 – 2. Interiorizzazione dello stigma e degli ste-
reotipi della devianza, p. 243 – 3. Incongruenze tra autodefinizione
e comportamenti, p. 244 – 4. Avere un’identità. Costruirsi un’iden-
tità, p. 246

251 Postfazione
di Paola Pozzi

253 Appendice metodologica


1. La «survey» e l’elaborazione dei dati quantitativi, p. 253 – 2. Le in-
terviste in profondità, p. 259 – 3. I «focus groups», p. 260

261 Bibliografia
AVVERTENZA

La ricerca qui presentata è stata commissionata al Dipartimento di


Scienze Sociali dell’Università di Torino dal Comune di Torino, su
richiesta del Coordinamento gay, lesbiche, transessuali di Torino. È
stata diretta da Alessandro Casiccia e Chiara Saraceno. Chiara Ber-
tone ha coordinato la ricerca sul campo.
Questo volume è frutto del lavoro comune degli autori. In par-
ticolare Chiara Bertone ha scritto i capitoli secondo, quinto, setti-
mo e ottavo e, in collaborazione con Chiara Saraceno, i capitoli ter-
zo e quarto. Alessandro Casiccia ha elaborato il capitolo nono. Pao-
la Torrioni ha scritto il capitolo sesto e l’«Appendice metodologi-
ca», oltre ad aver effettuato l’elaborazione statistica dei dati della
survey. Chiara Saraceno è autrice del capitolo primo e curatrice del-
l’intero volume.
Gli autori ringraziano il Coordinamento gay, lesbiche, transessua-
li di Torino che ha collaborato in molti modi con il gruppo di ricer-
ca: offrendo le proprie conoscenze, mettendo a disposizione la pro-
pria esperienza come individui e come associazioni, accompagnando
quando necessario gli intervistatori e garantendo per loro. Senza ta-
le collaborazione questa ricerca non avrebbe potuto essere effettua-
ta. Ringraziano, inoltre, il Comitato organizzatore del Festival Inter-
nazionale di Film con Tematiche Omosessuali; la Fondazione San-
dro Penna e l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere per la
disponibilità nella fase della raccolta dei dati; Vittoria Colonna e Die-
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go Iracà per le loro osservazioni su una prima stesura di questo libro.


Gli autori ringraziano anche Marzio Barbagli e Asher Colombo
per aver condiviso con loro gli strumenti e i microdati della propria
ricerca. Ciò ha infatti consentito di utilizzare la loro esperienza, in-
tegrandola dove sembrava necessario, e di elaborare così un archi-
vio di dati largamente confrontabile con quello da loro costruito su
base nazionale.
Il ringraziamento finale va a tutte/i coloro che hanno parteci-
pato alla ricerca, dedicando generosamente tempo ed energie alla
compilazione del questionario e alle interviste.
CAPITOLO PRIMO

COMPLICATI COME TUTTI

1. Un’esperienza plurale

Ciò che colpisce immediatamente nei dati di questa ricerca è l’im-


possibilità di tracciare un profilo unitario delle persone che si defi-
niscono totalmente o parzialmente omosessuali. Esattamente come
succede per le persone eterosessuali, differenze di età e coorte, di
circostanze sociali e soprattutto di genere (tra gay e lesbiche, ma
anche tra omosessuali gay e lesbiche da un lato e transessuali dal-
l’altro) sembrano largamente decisive nel modo in cui si sperimen-
ta il proprio essere omosessuale. Inoltre, le somiglianze di espe-
rienza e di percezione, che pure esistono e sono forti, sembrano
avere a che fare più con il modo in cui l’intorno sociale definisce la
normalità sessuale, i tratti ritenuti appropriati di orientamento ses-
suale in base al corpo che si possiede e le identità di genere che vi
corrispondono, che con caratteristiche, per così dire, intrinseche al-
l’omosessualità stessa. Sono proprio questi modi che forniscono al-
le persone omosessuali il linguaggio, i codici, per rappresentare a
se stessi la propria esperienza di sé. Come segnalano anche Barba-
gli e Colombo (2001) nella loro ricostruzione storica delle modalità
con le quali l’omosessualità è stata rappresentata e si è rappresen-
tata nei secoli scorsi fino all’epoca attuale, sono esistiti modelli di
omosessualità fortemente diversificati nel corso del tempo, analoga-
mente e in larga misura intrecciati ai modelli di eterosessualità. Ta-
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li modelli rappresentano insieme pratiche sessuali (chi fa che cosa),


modalità di rapporto (quale partner si sceglie) e profili di identità
(chi è virile e chi femminile sia tra gli uomini sia tra le donne). Si
potrebbe persino suggerire che solo quando i modelli di genere –
maschile e femminile – si fanno meno rigidi e più paritari non solo
l’omosessualità diviene maggiormente accettata a livello sociale, ma
appare anche meno rigida nelle forme in cui si esprime: meno le-
gata ai modelli di un’eterosessualità fortemente asimmetrica e –
verrebbe da dire – radicata in una rigida divisione del lavoro ses-
suale tra maschile e femminile. Diviene quindi più paritaria essa
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stessa, maggiormente orientata da attese di reciprocità e uguaglian-


za anche nei comportamenti dell’intimità.
Si tratta di un processo storico di cui rimangono tracce nella se-
dimentazione dei modelli culturali e nelle mappe cognitive attra-
verso le quali i singoli individui e il loro intorno sociale reagiscono
al fenomeno dell’omosessualità, negli altri, ma anche in se stessi/e.
Così, ancora oggi, si può trovare chi parla degli omosessuali come
«invertiti» o individua i segnali di un’emergente omosessualità nel
rifiuto di modelli tradizionali di comportamento di genere (il bam-
bino cui non piace giocare al pallone, la bambina cui non piace
giocare con le bambole). O, ancora, c’è chi ritiene che gli omoses-
suali siano necessariamente effeminati, o si dividano nettamente tra
chi nel rapporto sessuale è «attivo» e chi invece è «passivo». Per non
parlare di chi, tra i non omosessuali, assimila l’omosessualità alla
pederastia, cioè all’attrazione asimmetrica di un adulto per un fan-
ciullo. Tale identificazione – tra le più radicalmente contestate da-
gli omosessuali stessi non solo perché non corrisponde all’immagi-
ne, oggi prevalente, di una sessualità che si esprime entro rapporti
di reciprocità e uguaglianza, ma perché riconduce l’omosessualità
alla perversione che più ripugna alla coscienza collettiva, in quanto
implica violenza e sopraffazione – tra omosessualità e pederastia
sembra inoltre ignorare che quest’ultima non riguarda esclusiva-
mente rapporti omosessuali, ma anche rapporti eterosessuali dal
punto di vista dell’appartenenza di sesso dei soggetti coinvolti. L’uo-
mo, spesso un familiare, che stupra una bambina, il turista del ses-
so che si reca in Paesi noti per i loro piccoli bambini schiavi im-
messi nel mercato del sesso: queste persone non sono omosessuali,
ma pedofili, attratti dall’asimmetria dei corpi e del potere che sui
corpi/persone più piccoli essa consente di esercitare e, prima an-
cora, di immaginare.
Le tracce di queste tradizionali immagini dell’omosessualità so-
no visibili anche nei modi in cui alcuni gay e lesbiche torinesi da
noi intervistati rappresentano la propria biografia, oltre che nei
modi in cui alcuni operatori sociali e culturali (insegnanti, medici,
assistenti sociali, sacerdoti) parlano dell’omosessualità. Soprattutto,
ci sembra, gran parte della sofferenza espressa da coloro che rifiu-
tano la propria omosessualità, o da coloro che hanno dovuto attra-
versare fasi molto difficili prima di accettarla, non è solo conse-
guenza della mancata approvazione sociale, o di episodi di discri-
minazione o condanna espliciti. Tale sofferenza dipende anche dal
non potersi riconoscere nell’immagine di omosessuale condivisa dal
proprio intorno culturale, che sia l’immagine di un invertito, di un
effeminato, di un pederasta o altro.
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Da questo punto di vista, le comunità e le associazioni omoses-


suali sembrano giocare un importante ruolo non solo di sostegno re-
lazionale, ma di decostruzione degli stereotipi e di pluralizzazione
dell’identità omosessuale. Un analogo ruolo ha la crescente percepi-
bilità di persone omosessuali «insospettabili» e che appartengono a
un ampio spettro di condizioni sociali e professionali. In altri termi-
ni, la visibilità di persone e di luoghi sociali omosessuali consente di
mettere in opera meccanismi di disconferma di stereotipi cristalliz-
zati e di ampliamento dei modi di autoidentificazione possibili.
Proprio perché vivono in un contesto, come quello torinese, ric-
co non solo di varietà e articolazione degli spazi e delle esperienze
proprie di una civile città europea, ma specificamente anche di as-
sociazioni, luoghi di incontro, manifestazioni culturali organizzate
da omosessuali, e in cui alcune figure di rilievo pubblico sono omo-
sessuali dichiarati, gli omosessuali torinesi presentano in modo qua-
si esemplare i tratti che Barbagli e Colombo hanno individuato co-
me caratteristici degli «omosessuali moderni». Al tempo stesso, ne
mostrano forse più esplicitamente le sotterranee tensioni, o meglio
le sfide, che quella che chiameremo provvisoriamente identità omo-
sessuale contemporanea pone alle teorie e alle forme di definizione
dell’identità sessuale, inclusa quella omosessuale stessa.
Nel processo di ridefinizione di sé rispetto ai modelli, o agli ste-
reotipi, tradizionali sembra che gli «omosessuali moderni» operino
un distacco più netto di un tempo tra orientamento sessuale e iden-
tità di genere: un uomo che è attratto da un altro uomo continua a
definirsi come uomo, a prescindere dalle posizioni che assume nel
rapporto sessuale; una donna che è attratta da un’altra donna non
si definisce per tale motivo più maschile o più femminile a seconda
della posizione che assume nel rapporto. In altri termini, si è at-
tratti da un altro uomo o da un’altra donna rimanendo uomini e
donne, senza trasformare l’oggetto della propria attrazione in una
persona sia dell’altro sesso sia dell’altro genere. Dall’altro lato, ver-
rebbe da dire che proprio per questo gli omosessuali assumono
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comportamenti e sviluppano attese sempre più simili a quelli degli


eterosessuali: un desiderio e una pratica di rapporti affettivi stabili,
di «fare famiglia», pur esposti alla crescente fragilità delle relazioni
di coppia che caratterizza anche i rapporti eterosessuali. Potremmo
persino dire che negli ultimi decenni il comportamento e le attese
delle persone eterosessuali e omosessuali si sono sviluppati all’in-
terno di due processi opposti che sono sfociati in un fenomeno di
avvicinamento tra i due. Mentre tra le persone eterosessuali, in par-
ticolare a seguito dei mutamenti della condizione e dei comporta-
menti delle donne, i rapporti si sono fatti più fluidi, la sessualità
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meno vincolata al matrimonio e quest’ultimo è divenuto più insta-


bile, oltre che più frequentemente sostituibile dalla convivenza, tra
le persone omosessuali si sono verificati in larga misura fenomeni
contrari. Man mano che hanno acquisito più ampia legittimità e vi-
sibilità, gli omosessuali hanno anche sviluppato in misura maggiore
desideri e comportamenti tesi a costruire rapporti più stabili, a non
scindere sessualità da affettività e da condivisione di vita.
In questo processo emergono due aspetti, chiaramente evidenzia-
ti dalla nostra ricerca. Il primo riguarda l’importanza sia della fami-
glia sia della scuola nel definire la qualità dell’esperienza gay o lesbi-
ca. In effetti, l’assunto che, almeno in parte, l’identità sessuale sia og-
getto di scoperta e costruzione, a partire da dati corporei, ma anche
relazionali e culturali, disegna complessi ambiti e compiti di respon-
sabilità sia per i genitori e le famiglie, sia per gli insegnanti, gli edu-
catori e gli adulti in genere che esercitano un qualche potere nella
distribuzione di risorse, di attribuzione di valore e significato, di ri-
conoscimento o disconoscimento. Assegna responsabilità agli/alle
adolescenti stessi, nella misura in cui questi ultimi tra i compiti evo-
lutivi che devono assolvere hanno anche quello di abbozzare una più
o meno provvisoria identità sessuale, e non solo (o non più) di fare
coincidere tout court il proprio corpo, che sta delineando le forme
adulte, con le identità sessuali e di genere «date in natura».
Questo compito evolutivo ha di fronte due obiettivi e problemi
distinti che, tuttavia, sono stati presentati a lungo, e spesso lo sono
tuttora, come interdipendenti, se non come coincidenti: quello del-
l’orientamento sessuale e quello dei ruoli e delle competenze sociali.
Storicamente i ruoli e le competenze sociali sono stati attribuiti in
base all’appartenenza di sesso (sia pure con tutte le disuguaglianze
di classe, cultura ecc.) e da questa veniva (e in larga misura viene)
automaticamente fatto dipendere anche l’orientamento sessuale. Si
capisce come – data l’ancora solo parziale disarticolazione delle tre
dimensioni – il compito, sia per gli educatori sia per gli adolescenti,
risulti tutt’altro che facile: i segnali possono essere fraintesi, gli «ec-
cessi» sollecitati o anche resi necessari per rendersi visibili, salvo non
sempre poterne controllare le conseguenze nel sistema di relazioni e
comunicazioni intersoggettive. Se una ragazza rifiuta lo stereotipo
femminile vorrà dire che è mascolina e forse un po’ lesbica? Se un
ragazzo non si riconosce nei comportamenti da macho sarà forse ec-
cessivamente femminile? E se un ragazzo mostra un orientamento
omosessuale vorrà dire che rinnega l’identità di genere maschile o
che rifiuta la sessualità maschile eterosessuale? E ancora, a quale mo-
dello sia di genere sia di sessualità maschile o femminile ci si riferisce
quando li si accetta, rifiuta o si rimane perplessi?
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Questi problemi sono stati sempre presenti nei processi formati-


vi e sono stati tradizionalmente risolti, appunto, con la contempora-
nea attribuzione dell’identità sociale (genere) e sessuale, unitamen-
te non solo alla condanna dell’omosessualità, ma alla «confusione
dei sessi». Anche se ciò poteva avere come strumento un po’ para-
dossale l’omosocialità: la costruzione di comunità monosessuate (e
anche omogenee dal punto di vista sociale), tanto formalmente de-
sessualizzate (per proteggersi dal rischio dell’omosessualità), quanto
implicitamente attraversate da tensioni erotiche. Tuttavia, nella so-
cietà ove l’eterosocialità sembra divenuta la norma (perché in linea
di principio non devono più esserci barriere all’accesso a risorse,
competenze, spazi nei confronti di un sesso) e, contemporaneamen-
te, il significato sociale dell’appartenenza di sesso è divenuto meno
certo, meno legittimamente univoco, le soluzioni tradizionali non
funzionano più. E quando funzionano, talvolta danno esiti iperreali-
sti di dubbio valore, generando atteggiamenti di genere stereotipati
al limite della violenza e/o del masochismo.
Paradossalmente questi problemi indurrebbero a suggerire che
alla domanda – e al compito evolutivo – di definizione di una pro-
pria identità nell’adolescenza si rispondesse accentuando la dimen-
sione di provvisorietà e di in progress, piuttosto che quella di com-
piutezza (auto)definitoria. Si tratta, in effetti, di una risposta di dif-
ficile praticabilità, non solo per gli adulti e per le istituzioni, ma per
gli adolescenti stessi. I conflitti sui comportamenti e sugli atteggia-
menti che fanno parte delle relazioni tra gli adolescenti e le istitu-
zioni e il mondo degli adulti – certamente oggi insieme accettati e
resi espliciti in misura sconosciuta anche solo pochi decenni fa – so-
no in effetti strumenti e mosse del più importante conflitto che si
gioca nel processo, insieme individuale e intersoggettivo, di defini-
zione e conferma dell’identità.
La seconda questione riguarda le differenze di genere. Omoses-
suali e lesbiche sembrano altrettanto diversi tra loro che eteroses-
suali e omosessuali, sia nei comportamenti sia nelle forme di iden-
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tificazione. La ricerca torinese, l’unica a nostra conoscenza ad avere


un campione equilibrato di gay e lesbiche, conferma e approfondi-
sce i suggerimenti emersi da altri studi che, tuttavia, avevano cam-
pioni di indagine fortemente squilibrati a favore dei gay (si vedano
ad esempio Cavailhes, Dutey, Bach-Ignasse, 1984; Fiore, a cura di,
1991; Barbagli, Colombo, 2001). Non solo le donne lesbiche sem-
brano più plastiche, meno univocamente identificate con la propria
omosessualità in quanto più orientate a valorizzare le relazioni af-
fettive che di volta in volta costruiscono, ma sembrano anche con-
dividere una forte identificazione di genere non già nel senso di es-
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sere stereotipicamente femminili, ma nel sapersi, in quanto donne,


diverse dagli uomini nei comportamenti e negli stili di vita. Vice-
versa, gli uomini gay sembrano condividere in molti modi i com-
portamenti «tipicamente maschili». In effetti il mondo di gay e le-
sbiche, da questo punto di vista, sembra quasi più segregato secon-
do il genere di quanto non sia attualmente quello di uomini e don-
ne eterosessuali. Non solo il mondo delle associazioni, dei luoghi di
incontro ecc., che articola lo spazio sociale omosessuale è prevalen-
temente maschile, ma anche lo stile dei rapporti, le modalità di in-
contro, le reti sociali di gay e lesbiche sembrano molto diversi e più
simili a quelli del genere di appartenenza. Se il primo fenomeno
può essere spiegato con il fatto che gli uomini gay, come quelli ete-
rosessuali, hanno in media accesso a più risorse rispetto alle donne,
lesbiche o eterosessuali che siano, il secondo fenomeno segnala che
siamo di fronte, in realtà, a modelli di comportamento di genere so-
cialmente strutturati. Peraltro, anche la maggiore «normalità» con
cui le lesbiche sembra esprimano il proprio essere tali in pubblico e
la maggiore accettazione che sembra sperimentino sono legate in
modo complesso alla loro identità di genere. Da un lato, infatti, nel-
la nostra cultura le affettuosità tra donne sono meno nettamente di-
stinte dalle affettuosità tra uomini e donne: baciarsi, abbracciarsi,
tenersi per mano sono atteggiamenti che le ragazze e le donne an-
che eterosessuali agiscono più spesso degli uomini e senza suscitare
illazioni sul loro orientamento sessuale. Quindi, un rapporto eroti-
co tra donne rimane più facilmente celato (talvolta anche a loro
stesse), proprio perché per diventare visibile deve superare una so-
glia di visibilità e di intenzionalità più alta di quella che tocca agli
uomini. Dall’altro lato, per quanto possa apparire difficile da accet-
tare per una rigida cultura eterosessuale che una donna possa pre-
ferire una propria simile a un uomo, tuttavia il rapporto lesbico vio-
la in minor grado i due assunti fondamentali della norma eteroses-
suale: la netta distinzione tra chi penetra e chi è penetrato e quella
tra atti naturali e atti «contro natura». L’uomo che si fa penetrare
rompe simultaneamente questo duplice tabù, ancor più se lo fa en-
tro un sistema di reciprocità e uguaglianza che impedisce ad alme-
no uno dei due di preservare il tradizionale ruolo virile. Potremmo
quindi affermare che è la minor forza sociale dell’identità di gene-
re femminile, il fatto che si tratta pur sempre di un sesso «fatto per
essere penetrato» e che non può penetrare se non in forma «surro-
gata», a rendere meno intollerabile il lesbismo alla cultura eteroses-
suale, salvo esporre le lesbiche al rischio di «punizioni» maschili per
riaffermare, appunto, la superiorità del sesso maschile, ma anche
questo è un rischio che condividono con le donne eterosessuali.
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Queste differenze di genere tra gay e lesbiche, tuttavia, costrin-


gono ancora una volta a riformulare l’ormai classica distinzione tra
sesso e genere, oltre che tra sesso (configurazione anatomica) e ses-
sualità. Nonostante le critiche poststrutturaliste a tale distinzione e
alla dicotomia tra natura e cultura che evoca (si veda ad esempio
Nicholson, 1996), l’essere al mondo con corpi sessuati maschili o
femminili sembra continuare a immettere in mondi di significati e
in sistemi di relazioni e di risorse differenti, indipendentemente da
ciò che con quel corpo si fa dal punto di vista della sessualità.

2. Sessualità, identità sessuale, identità di genere


come fenomeni storico-sociali

Il discorso e la preoccupazione intorno alla «sessualità normale» e


all’acquisizione di una corretta identità sessuale sono fortemente
intrecciati con la storia della modernità e del processo di civilizza-
zione, per usare la definizione di Elias (1982; 1983), come parte del
processo di razionalizzazione e di allargamento del controllo (in-
nanzitutto intellettuale e conoscitivo) su sfere di esperienza e di
comportamento prima considerate come «date per scontate» e con-
trollabili solo dall’esterno, ex post (Foucault, 1976), come elemento
dello sviluppo di un’identità nazionale (Mosse, 1984; Yuval Davis,
1991; Anthias, Yuval Davis, 1992; Williams, 1995), come elemento di
identificazione e stabilizzazione della classe borghese prima e dei
ceti medi poi (ancora Mosse, 1984 e Tosh, 1996). Paradossalmente,
lo stesso processo per cui sessualità e identità sessuale venivano in-
tegrate nel discorso della modernità e divenivano parte di ciò che,
di volta in volta, veniva definito come rispettabile, nazionale, de-
cente, morale, evoluto e così via dava il via a una complessa opera
di «naturalizzazione» della sessualità e delle identità sessuali «nor-
mali». O, se si vuole, la «normalizzazione» della sessualità e delle
identità sessuali ha coinciso anche con una loro naturalizzazione:
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una sovrapposizione tra ciò che è definito e percepito come «nor-


male» (un costrutto in effetti altamente sociale) e ciò che è defini-
to e percepito come «naturale».
Si tratta di un processo lungo, oltre che contraddittorio, di cui
non è il caso di dare conto in questa sede e documentato da un’am-
pia letteratura soprattutto di tipo storico. Esso coinvolge molti am-
biti di vita e di relazione, in primis la famiglia, vera e propria «isti-
tuzione della normalità». I suoi esiti – la naturalizzazione della nor-
malità sociale appunto – sono evidenti forse solo verso la metà del
XX secolo, allorché, ad esempio, le distinzioni tra maschile e fem-
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minile appaiono così consolidate da non essere messe in discussio-


ne né nei comportamenti privati (si pensi ai diversi percorsi di vita
e di attività aperti a uomini e donne e alla cosiddetta «domestica-
zione» delle donne nella famiglia), né nelle loro conseguenze so-
ciali. Lungo il processo, tuttavia, le tensioni implicite in questa pro-
gressiva sovrapposizione e identificazione di naturalità e normalità
nonché l’opera attiva di costruzione sociale della realtà che ha com-
portato sono bene evidenti e le contraddizioni spesso esplicite. Co-
sì, ad esempio, i bambini e i «selvaggi» o anche solo gli abitanti del
Mezzogiorno europeo vengono per tutto l’Ottocento percepiti in-
sieme come più vicini alla natura e (proprio per questo) meno civi-
lizzati, più naturali e più trasgressivi; e la «natura» stessa viene con-
trapposta alla civiltà e alla modernità, non solo da Freud.
Filogenesi e ontogenesi fanno parte di un unico processo di ci-
vilizzazione che ha al suo culmine la rispettabilità dell’adulto mo-
derno, soprattutto maschio, e che si fonda tanto su un attento con-
trollo della sessualità quanto sulla netta distinzione dei ruoli di ge-
nere. Confondere i ruoli di genere (i comportamenti, i destini, gli
spazi assegnati agli uomini e alle donne) significa automaticamente
confondere i ruoli sessuali e aprire la strada al degrado, alla regres-
sione. Non a caso le donne, definite come più degli uomini vicine
alla natura, venivano (e spesso tuttora vengono) definite anche co-
me meno razionali, potenzialmente meno civilizzate. Allo stesso
tempo, tutto ciò che va contro il modello di normalità – dal com-
portamento sessuale al comportamento sociale di genere – viene
definito come «contro natura». È contro natura l’omosessualità, ma
anche la masturbazione e ogni pratica sessuale eterosessuale che
neghi la fecondazione o anche che suggerisca rapporti uomo-don-
na che non rispecchiano il modello della subordinazione della se-
conda al primo. Ma è anche contro natura che una donna abbia
potere, o in alcuni ceti anche solo un lavoro (e le donne che han-
no un lavoro significativamente appartengono tutte alle classi infe-
riori, «meno civilizzate»), o che un uomo si mostri vulnerabile ai
sentimenti. E tutto ciò che è «contro natura» è contro non solo la
«normalità» e la rispettabilità, ma la stessa integrazione sociale.
Non a caso i «diversi» vengono di solito accusati anche delle più
grandi trasgressioni sessuali, o di un’incapacità di controllare la
propria sessualità: l’equiparazione di ebrei e omosessuali, ricorda
ad esempio Mosse, fa parte della storia della cultura nazionalistica
tedesca ben prima del nazismo. Allo stesso tempo, l’accusa di omo-
sessualità (intesa come comportamento riprovevole e socialmente
pericoloso) è stata ed è utilizzata sia dai movimenti di destra sia, in
minor misura, da quelli di sinistra per attaccare e screditare gli av-
19

versari politici. Analogamente si evoca la trasgressione sessuale per


«mettere a posto» le donne che oltrepassano i confini sociali loro
assegnati o che comunque rappresentano un fattore di disturbo.
La contrapposizione e, viceversa, l’identificazione tra natura e
cultura vengono di volta in volta strumentalizzate a seconda delle
convenienze: di fatto esse rimangono sostanzialmente irrisolte, an-
che quando sembrano pacificate. Peraltro, tale tensione e tale oscil-
lazione tra il concetto di natura e il concetto di cultura sono ancora
oggi ravvisabili, non solo nelle posizioni «tradizionali» di coloro che
sono così sicuri di che cosa sia la normalità da sentirsi in diritto di
prescriverla come naturale (una forma di ingiunzione paradossale,
direbbe Bateson), ma anche in molti movimenti che si oppongono ai
contenuti specifici di tale prescrizione in nome, tuttavia, di una di-
versa, ma non meno cogente (e totalizzante, oltre che a-sociale e a-
storica) concezione della natura. Parte del movimento delle donne e
parte del movimento omosessuale, infatti, legittimano la propria op-
posizione alle concezioni di normalità di genere e di comportamen-
to sessuale prevalenti puntando i propri strali più sull’idea di ciò che
è contro natura che queste contengono piuttosto che sul concetto di
natura stessa, come dimensione assolutamente a- o pre-sociale e a-
storica. Tant’è vero che poi l’assumono come fondante l’identità
complessiva, a livello sia individuale sia collettivo. Si parla così di
un’identità e di una cultura femminile, o omosessuale, trasversali al-
la storia e alle culture: in un certo senso ontologicamente fondate.
All’estremo opposto vi è invece chi, come ad esempio Giddens
(1995, pp. 212-213), riflettendo sulla situazione «postmoderna», so-
stiene: «Più l’anatomia cessa di essere una fatalità, più l’identità ses-
suale diventa una questione di stile di vita […]. L’identità sessuale
potrebbe essere il prodotto di diverse combinazioni di tratti anato-
mici e di comportamento». Ovvero, non ha senso mantenere i con-
flitti di definizione nel campo della normalità così come in quello
della naturalità. Non solo perché entrambe, anche la seconda, sono
costrutti sociali e storici, ed è proprio l’autoriflessione storica sulla
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modernità a svelarcelo, ma perché nella cultura postmoderna, che


eredita e sviluppa l’atteggiamento autoriflessivo e la valorizzazione
dell’intenzionalità individuale, la natura – il corpo, la sessualità – ha
perso definitivamente lo statuto di realtà che esiste oggettivamente
«là fuori». Al contrario, è divenuta – nei modi in cui la sperimen-
tiamo e nei significati che le attribuiamo – l’esito di un progetto in-
sieme individuale e intersoggettivo: non solo «fatto sociale», per ri-
prendere la lezione di Durkheim – cioè costrutto sociale, certo, ma
talmente cristallizzato e istituzionalizzato da presentarsi, appunto,
come dato naturale –, ma oggetto di attribuzione intenzionale di si-
20

gnificati e anche di opzioni soggettive. A questo proposito la teori-


ca femminista Linda Nicholson (1996) sostiene che la dicotomia
natura/cultura nasconde il fatto che la natura stessa – inclusa la
«nostra» – nel modo in cui la sperimentiamo e in cui vi attribuiamo
senso, valori, contenuti – è essa stessa sociale, e che non possiamo
sperimentarla al di fuori della società. Ciò costringerebbe a rivede-
re la stessa distinzione tra sesso – modalità d’essere fisico-corporea –
e genere – attribuzione sociale di significati, competenze, capacità a
quella modalità d’essere.
Il riconoscimento della presenza di una dimensione insieme in-
tenzionale e intersoggettiva nel processo costitutivo dell’identità ses-
suale contemporanea aumenta non solo i gradi di libertà, ma anche
quelli di responsabilità: verso se stessi e verso gli altri. Da un lato,
infatti, vi è il fenomeno su cui, di nuovo, richiama l’attenzione Gid-
dens (1995, p. 87):

Oggi la «sessualità» è stata scoperta, rivelata e resa accessibile allo svi-


luppo di vari stili di vita. È diventata qualcosa che ciascuno di noi «ha»
o coltiva, piuttosto che una condizione naturale che l’individuo accetta
come un dato di fatto. In qualche modo, e ciò deve ancora essere stu-
diato, la sessualità funziona come un tratto malleabile dell’essere, un
nesso primario tra il corpo, l’identità di sé e le regole sociali. [...] Quan-
do vaste aree della vita di un individuo non vengono più organizzate da
modelli e abitudini preesistenti, l’individuo è obbligato continuamente
a contrattare le scelte che riguardano il proprio stile di vita. Inoltre [...]
queste scelte non sono degli aspetti semplicemente esterni, o marginali
del comportamento dell’individuo, ma definiscono ciò che esso è. In al-
tre parole, le scelte sullo stile.

Dall’altro lato vi è la responsabilità di ciò che le proprie scelte pro-


ducono nelle relazioni con, e nella vita delle, altre persone.
L’idea della sessualità come tratto malleabile e insieme media-
zione tra il sé e le regole sociali, quindi anche come mediazione
dell’identità di genere, è quanto di più lontano vi sia non solo da
una visione naturalistica, ma anche da una visione della stessa iden-
tità di genere come dicotomica e alternativa. È una posizione soste-
nuta fortemente da chi rivendica la possibilità di «identità nomadi»
anche dal punto di vista delle identità di genere: al di là della bi-
sessualità. Il modello è il trans-genderismo, il rifiuto cioè di fissarsi
in un’unica identità di genere (Butler, 1993; 1996; Nadotti, 1996;
Braidotti, 2000; Petersen, 1998). Si tratta di un approccio che ha
avuto molta fortuna negli ultimi anni sia nella letteratura femmini-
sta sia, forse soprattutto, in quella omosessuale, o meglio nel pas-
saggio da una letteratura omosessuale, nell’ambito della quale si ve-
21

deva il rischio di avvallare una forma di naturalizzazione e omoge-


neizzazione, alla cosiddetta teoria queer, che rifiuta il genere come
categoria centrale sia del pensiero sia dell’esperienza.
Come segnalavamo qui sopra, tuttavia, sembra che per la mag-
gior parte degli omosessuali da noi intervistati, così come, proba-
bilmente, anche per gli eterosessuali, l’identità di genere sia molto
più stabile e univoca di quanto queste teorie riconoscano, anche se
forse ciò è reso possibile dalla pluralizzazione dei modelli di gene-
re maschili e femminili stessi, che quindi si presentano come mag-
giormente flessibili e adattabili alla propria esperienza.
Una sfida ulteriore sia alle concezioni classiche dell’identità di
genere, sia al modello transgender o queer è rappresentata dalla tran-
sessualità. Accorpata tradizionalmente alle forme di sessualità non
standard, quindi all’omosessualità, essa in realtà non è assoluta-
mente assimilabile a quest’ultima né tantomeno all’«omosessualità
moderna». Se un tempo poteva essere rintracciabile una somiglian-
za con la figura tradizionale dell’«invertito», oggi ciò non è più pos-
sibile. I/le transessuali, come ha dichiarato una di loro nel corso di
questa ricerca, sono persone eterosessuali il cui corpo «di nascita»
non corrisponde né all’identità sessuale né all’identità di genere. Si
tratta, perciò, di persone che devono trasformare il proprio corpo
per farlo corrispondere sia all’una sia all’altra identità. Il fatto che
vi possano essere anche transessuali omosessuali complica ulterior-
mente, ma non cambia, il dato che nella transessualità c’è una ri-
chiesta di far aderire il corpo all’identità, sia di genere sia sessuale,
percepita come autenticamente propria.
Tale esigenza può apparire incomprensibile in un’epoca di iden-
tità, sia sessuali sia di genere, fluide e ancor più in un’ottica trans-
gender : che bisogno c’è di cambiare il proprio corpo se i suoi signifi-
cati sono sempre più l’esito di un progetto su di sé? La domanda di
trasformazione fisica potrebbe rappresentare una forma estrema di
essenzialismo, secondo il quale orientamento sessuale, identità ses-
suale e identità di genere hanno tutti origine nel corpo e ad esso pos-
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sono essere ricondotti. Perciò, se questo è «sbagliato» va ricondotto


alla norma, o alla «verità». Oppure, al contrario, le persone transes-
suali, la loro richiesta di adeguamento del corpo e la loro disponibi-
lità ad affrontare – oltre tutto in pubblico – un lungo e difficile pro-
cesso di cambiamento radicale della propria identità insieme corpo-
rea e sociale possono apparire come le protagoniste di una forma
estrema di adesione alla tesi di Giddens (1995), secondo cui l’iden-
tità sessuale è l’esito di un processo autoriflessivo di costruzione del
sé: non solo l’identità, ma anche il corpo possono essere fatti corri-
spondere all’immagine che si ha di sé, come dice Amparo, la prota-
22

gonista transessuale del film Tutto su mia madre di Almodovar. Peral-


tro, plasmare il proprio corpo per farlo corrispondere all’ideale di
sé, oltre che all’ideale sociale, è un fenomeno radicato nella storia
dell’umanità, sia per le donne sia per gli uomini, e conosce una par-
ticolare vitalità proprio nelle società contemporanee più sviluppate,
ove anabolizzanti, impianti di silicone, chirurgie estetiche varie of-
frono apparentemente una possibilità infinita di modellarsi.
In effetti, anche tra i transessuali esistono modalità diverse di
rappresentare la propria esperienza e il proprio percorso; proprio
l’emergere di approcci transgender ha evidenziato come non tutti
desiderino percorrere fino in fondo e irreversibilmente il percorso
di trasformazione del sesso. Paradossalmente, potremmo dire, pro-
prio il fatto che l’unico modo di cambiare legalmente identità so-
ciale è trasformare irreversibilmente il corpo costringe alcuni/e a
scelte meno flessibili di quanto non desidererebbero.
In ogni caso, assimilare le persone transessuali a quelle omoses-
suali solo perché non rientrano nei canoni standard significa can-
cellarne l’esperienza e anche ignorarne le specifiche problematiche
insieme soggettive e sociali, oltre a nascondere il fatto che le perso-
ne transessuali possono a loro volta essere eterosessuali o omoses-
suali. Nella ricerca qui presentata perciò i/le transessuali sono stati
oggetto di un’indagine ad hoc, separata.

3. Quale ruolo per le politiche pubbliche?

Non vi è dubbio che gran parte delle trasformazioni culturali neces-


sarie per rendere meno accidentata e insieme più libera la definizio-
ne di sé come omosessuale devono avvenire, appunto, in società e
non tramite provvedimenti normativi. Per certi versi il contesto tori-
nese, in cui è stata realizzata la ricerca, mostra sotto questo aspetto
una situazione di forte maturazione, probabilmente anche grazie al-
la radicata presenza di associazioni e gruppi che hanno contribuito a
presentare e legittimare l’omosessualità come vicenda insieme priva-
ta, diversificata e culturalmente ricca. Il fatto stesso che questa ricer-
ca sia nata dalla risposta positiva data dall’amministrazione comuna-
le alle richieste delle associazioni di omosessuali e transessuali di co-
noscere meglio le esperienze di chi vive problematiche simili, anche
al fine di contrastare fenomeni di discriminazione e abuso, testimo-
nia una notevole ricchezza e sensibilità. Dall’iniziativa dell’ammini-
strazione nasce anche la decisione, contemporanea a quella di com-
missionare e finanziare la ricerca, di costituire un osservatorio co-
munale contro le discriminazioni.
23

Anche le interviste (o meglio i focus groups) con gli operatori so-


ciali e culturali restituiscono l’immagine di una popolazione che, al-
meno tra coloro che hanno funzioni di interpreti e mediatori cul-
turali di base, non solo non ritiene più legittimo esprimere giudizi
negativi, ma ha un buon grado di accettazione della normalità del
fenomeno. Da segnalare, in particolare, è l’elevato grado di accet-
tazione della presenza di insegnanti omosessuali, che va oltre una
superficiale, ancorché da non sottovalutare, adesione a una sorta di
codice del politically correct. I fenomeni di violenza contro omoses-
suali che hanno punteggiato la primavera successiva alla discesa sul
campo per questa ricerca, la persistenza di piccole e grandi anghe-
rie su cui tali episodi hanno aperto per un momento uno squarcio
di visibilità segnalano tuttavia come sia ancora lunga la strada verso
una totale accettazione del fenomeno e quanto ancora l’adesione a
un modello di normalità sessuale sia strumentalizzata per rafforzare
identità altrimenti fragili e, al tempo stesso, per squalificare chi si
percepisce come diverso da sé.
Proprio le caratteristiche favorevoli del contesto torinese, peral-
tro, evidenziano come, accanto alle iniziative di sensibilizzazione
promosse dalla società civile, al lavoro di maturazione culturale e ci-
vile che è responsabilità di ciascuno, singolo e organizzato con altri,
vi sia uno spazio per politiche pubbliche: dal punto di vista sia del-
le attività di sorveglianza e repressione dei fenomeni di discrimina-
zione e violenza nonché, viceversa, di incentivazione di buone pra-
tiche, sia degli interventi normativi stessi.
Per quanto riguarda il primo aspetto, il rilievo che ha il contesto
scolastico – gli insegnanti, i contenuti dell’insegnamento, ma anche
il gruppo dei coetanei – segnala che vi è grande spazio, e anche ne-
cessità, per un lavoro di riflessione, di messa a punto di strumenti e
metodi. La sessualità, etero o omosessuale che sia, non ha grande
spazio di ascolto ed esercizio autoriflessivo nel contesto scolastico in
cui pure i ragazzi passano molto tempo della propria vita. L’imba-
razzo, la difesa della privacy, il timore di scontrarsi con i genitori, la
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mancanza di strumenti adeguati coprono con il silenzio una di-


mensione importante della personalità proprio nel delicato proces-
so di crescita. Tutto ciò lascia senza strumenti sia rispetto alle do-
mande su di sé, sia rispetto ai drammi che si sviluppano attorno a
tali domande e alle risposte, più o meno improprie e aggressive,
che si ricevono a livello informale. Qua e là, anche a Torino, qual-
che consultorio ha avviato collaborazioni con le scuole, fornendo
anche uno spazio neutro – rispetto alla scuola e alla famiglia – in
cui gli adolescenti possono formulare domande ed elaborare rispo-
ste. Si tratta, tuttavia, di esperienze ancora molto limitate e perlopiù
24

frutto di iniziative volontarie. Per questo va segnalato positivamente


il lavoro iniziato dall’Osservatorio sulla discriminazione promosso
dal Comune di Torino, che ha tra i propri obiettivi anche quello di
produrre materiali utilizzabili nelle scuole, intesi a favorire una
maggiore autocriticità e riflessività sui temi delicati delle identità sia
di genere sia sessuali e, più in generale, a lavorare con insegnanti e
genitori su questi temi.
Anche la promozione di eventi culturali in cui la matrice omo-
sessuale non sia censurata – si pensi al Festival del cinema omoses-
suale, altro esempio con cui la città di Torino ha mostrato una sen-
sibilità più alta della media – non merita di essere sottovalutata,
benché qui ci si possa interrogare, e interrogare le associazioni
omosessuali, se sia più opportuno organizzare iniziative separate o
se non sia invece meglio, anche se non solo, lavorare in direzione di
un mainstreaming. È una questione ben nota all’interno del dibatti-
to femminista e che si presenta con caratteristiche molto simili in
quello omosessuale.
Peraltro, molti degli intervistati hanno formulato questa stessa
provocazione in relazione all’appartenenza ad associazioni omoses-
suali e in particolare all’opportunità o meno di separare le amici-
zie, le attività, i luoghi dell’appartenenza che si hanno come omo-
sessuali da quelli che si hanno nelle altre dimensioni di sé.
Per quanto riguarda più specificamente le innovazioni normati-
ve, in Italia il reato di sodomia (non esiste un reato analogo al fem-
minile) è stato cancellato molto prima che in altri Paesi. Ciò non si-
gnifica che siano state superate le discriminazioni sociali né le pos-
sibilità di piccole o grandi vessazioni che avvengono al riparo della
legge. Di più, l’eliminazione della definizione di reato non com-
porta automaticamente il riconoscimento di diritti: innanzitutto
perché sarebbe necessaria una simmetrica attribuzione della quali-
fica di reato non solo a chi esplicitamente discrimina, ma a chi uti-
lizza il riferimento all’omosessualità effettiva o presunta come in-
sulto, motivo di vessazione minuta, forma di disprezzo legittimo; in
secondo luogo, la non discriminazione non può esaurirsi nella le-
gittimazione del fatto che ciascuno in privato può fare quello che
vuole, purché non rechi danno agli altri. In realtà, nella vita quoti-
diana i rapporti «privati» tra persone hanno spesso un riconosci-
mento e un rilievo diversi a seconda che siano oppure non siano
sanciti in modo istituzionale: i diritti di visita in ospedale o in car-
cere, il diritto ad avere vicino una persona di fiducia in situazioni di
grande vulnerabilità, fino ai diritti di condivisione maturati nel cor-
so di una vita non scaturiscono «naturalmente» dai rapporti privati.
Viceversa sono attentamente, e restrittivamente, regolati dalle nor-
25

me legislative o istituzionali1. È un fenomeno che, in Italia, riguar-


da anche i rapporti di coppia eterosessuali non mediati dal matri-
monio. Nel caso dei rapporti omosessuali appare tanto più ingiusto
in quanto a questi, almeno per ora, non è aperta in alcun modo la
via dell’istituzionalizzazione matrimoniale. Ovvero, non si può dire
loro, come si fa un po’ sbrigativamente con le coppie eterosessuali,
che se rifiutano di sposarsi non possono poi pretendere diritti ana-
loghi alle coppie sposate.
La questione del riconoscimento dello statuto di coppia alle cop-
pie omosessuali, peraltro, non potrà essere dilazionato troppo a lun-
go. La definizione anagrafica di famiglia già ora include le coppie
omosessuali, e tale definizione può essere fatta valere dagli interessa-
ti per ottenere un’abitazione di edilizia popolare, ma soprattutto dal-
le amministrazioni locali per definire l’importo delle tariffe nella
fruizione dei servizi. In alcune norme del diritto amministrativo e
penale anche alla coppia omosessuale sono riconosciuti alcuni dei
diritti assegnati alla coppia eterosessuale (sposata o meno). Alcune
forme di assicurazione privata o casse pensionistiche (ad esempio
quella dei giornalisti) riconoscono al compagno o alla compagna
omosessuale gli stessi diritti del coniuge. Perciò, proprio per evitare
abusi e per non affidarsi alla testimonianza di vicini e vigili urbani,
sarebbe opportuno istituire un registro civile in cui le coppie omo-
(e anche etero-) sessuali che lo desiderano possano iscriversi per po-
ter certificare la propria esistenza quando richiesto. Il mancato rico-
noscimento delle coppie omosessuali (e talvolta anche di quelle ete-
rosessuali) può persino dar luogo a una paradossale discriminazione
a danno delle coppie eterosessuali sposate, in tutti i casi in cui viene
applicato un test dei mezzi familiari per accedere ai benefici o per
definire le tariffe. Oppure, se vengono riconosciute come coppie in
questi casi, non si capisce perché non debbano esserlo quando chie-
dono di venire registrate come tali. Infine, il riconoscimento del va-
lore e della rilevanza delle relazioni tra persone omosessuali non è
solo un sostanziale diritto soggettivo delle persone, che può trovare
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fondamento anche nell’art. 2 della Costituzione, là dove si parla di

1 Nel momento in cui scriviamo, in alcune regioni sono in discussione leggi che

cercano di aggirare questo ostacolo a livello delle politiche e dei diritti sociali e sanita-
ri, tramite forme di non discriminazione «positive», cioè norme che riconoscano il di-
ritto degli omosessuali e dei transessuali a vedere riconosciuti i propri legami affettivi
e di solidarietà nel contesto ospedaliero e più in generale a rendere visibili e manife-
stabili i bisogni e i diritti di omosessuali e transessuali negli ambiti propri delle politi-
che regionali: le politiche sanitarie, della formazione, del tempo libero. Si vedano le
proposte di legge regionale «Applicazione del principio del divieto di discriminazione
nelle materie di competenza regionale» presentate in Toscana e in Piemonte.
26

riconoscimento delle «formazioni sociali in cui si svolge la propria


personalità», è anche un bene sociale da tutelare e incoraggiare, nel-
la misura in cui «fare legame», assumere pubblicamente responsabi-
lità di reciprocità e di solidarietà costituiscono la base minima del-
l’integrazione e della riproduzione sociale.
Per quanto riguarda, infine, le persone transessuali, il fatto che
la legge consenta loro di mutare il proprio sesso è un dato essen-
ziale, indispensabile, ma lontano dall’essere sufficiente; può persino
trasformarsi in una trappola disperante. La legge, infatti, ammette
la legittimità di avviare il percorso di trasformazione del proprio
sesso e ne riconosce formalmente l’esito finale, ma lascia in un lim-
bo rischioso tutta la lunga fase intermedia, in cui il corpo inizia a
cambiare, ma l’evento radicale non è ancora avvenuto. È un limbo
costosissimo, psicologicamente ed economicamente, ma è anche un
limbo in cui di fatto le persone sono deprivate di un’identità so-
cialmente riconosciuta: letteralmente, i loro documenti di identità
non corrispondono più a ciò che sono (oltre che a ciò che sentono
di essere). In un Paese come il nostro, in cui il documento di iden-
tità è richiesto per ogni più piccola cosa, ciò significa non poter vi-
vere se non nella clandestinità, quando non nell’illegalità. Baste-
rebbe pensare di fornire un documento di identità provvisorio in
questo passaggio, o anche definitivo, per chi non desidera effettua-
re il passaggio fino in fondo. In un’epoca in cui esistono forme più
sofisticate di identificazione che non una foto segnaletica e l’indi-
cazione del sesso di appartenenza, si potrebbe accettare che sulla
carta di identità venga segnata l’appartenenza di sesso cui ci si sen-
te più vicini, o verso cui si sta andando. Ad esempio, l’Università di
Torino, su richiesta del Comitato per le Pari Opportunità, oggi for-
nisce ai propri studenti in fase di trasformazione dell’appartenenza
di sesso un tesserino universitario che riporta il sesso (e l’apparen-
za fisica) di elezione. Ciò eviterà a queste persone esperienze e do-
mande sgradevoli, garantendo almeno entro l’università una sorta
di zona franca in cui completare il proprio percorso. Ma perché
questo non potrebbe essere fatto dalla pubblica amministrazione
per i documenti di identità ufficiali?
CAPITOLO SECONDO

DEFINIRSI

Io non solo mi definisco adesso omosessuale, ma lo sono sempre stato,


anche quando ero sposato e non avevo rapporti con uomini. Non ero
consapevole di quale fosse la mia natura o vocazione (Marco, 56 anni).

Non me lo dico neanche adesso se sono omosessuale; perché, a diffe-


renza di molte altre persone che lo sono perché provano sentimenti di
amore solo verso persone del proprio sesso o attrazione, io in realtà no,
nel senso che […] sono stata con ragazzi di cui sono stata innamorata
e se io adesso mi lasciassi con la persona con cui sto, la mia compagna,
sono più portata a pensare che potrei avere un’altra storia con un ra-
gazzo, piuttosto che con una ragazza. Quindi non riesco molto a defi-
nirmi (Tiziana, 26 anni).

Definire il proprio orientamento sessuale coinvolge dimensioni di-


verse, che riguardano l’attrazione o il desiderio sessuale, i compor-
tamenti e le esperienze sessuali, la definizione di sé (l’identità). Le
posizioni «categoriche» circa l’orientamento sessuale, secondo cui
«eterosessuale» e «omosessuale» sono considerate due classi dai
confini ben definiti e reciprocamente esclusive, assumono che vi sia
coincidenza tra le diverse componenti della persona coinvolte: una
donna attratta dalle donne ha sempre relazioni sessuali con donne
e si definisce lesbica. Variazioni nella corrispondenza tra compo-
nenti sono concepite come forme di incoerenza, o di falsa coscien-
za, rispetto al proprio «vero» orientamento sessuale1.
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1 La formazione dell’identità omosessuale è stata spesso descritta come una se-

quenza di fasi in cui si passa da sensazioni di diversità e confusione di identità a una


sempre maggiore accettazione e integrazione della propria identità sessuale e a una
maggiore congruenza tra identità e comportamenti (si veda ad esempio Cass, 1979).
Tra i più classici modelli di queste sequenze si può citare quello di Troiden (1988),
che individua quattro fasi: sensitization, o acquisizione di esperienze nell’infanzia co-
me potenziali basi per successive reinterpretazioni; identity confusion, tipicamente col-
locata durante l’adolescenza; identity assumption, caratteristica della tarda adolescenza,
in cui avviene la definizione di sé come omosessuale e un primo coming out, o mani-
28

L’esistenza di persone che si definiscono e si comportano come


bisessuali ha contribuito a mettere in discussione queste definizioni
dicotomiche. Alcuni studi hanno mostrato, infatti, combinazioni
molto varie, instabili e niente affatto gerarchicamente ordinate se-
condo una sequenza, tra orientamenti del desiderio sessuale, com-
portamenti e autodefinizioni. Hanno inoltre messo in discussione la
stessa rilevanza dell’appartenenza di genere rispetto alla scelta del
partner (Rust, 2001).
Ancora più radicalmente le teorie queer e transgender negano non
solo la fissità dell’orientamento sessuale e la dimensione esclusiva-
mente binaria del genere, ma l’opportunità (se non la possibilità) di
fondare l’identità sull’orientamento sessuale, etero-, omo- o bi-ses-
suale che sia (Butler, 1993; 1996; Petersen, 1998). Anche le ricerche
sulle differenze di genere nei modi di definire e vivere l’omosessua-
lità, e più in generale la sessualità, inducono a mettere in discussione
definizioni basate su rigide dicotomie e su altrettanto rigide corri-
spondenze tra orientamenti, comportamenti e forme di identità (ad
esempio si vedano Peplau, Garnets, 2000; Rothblum, 2000). Ciò è
quanto emerge anche dai dati della ricerca torinese che presentiamo
in questo volume. Essi segnalano non solo l’esistenza di un ventaglio
di situazioni nella definizione del proprio orientamento sessuale da
parte di gay e lesbiche, oltre che nella combinazione delle sue diver-
se componenti (attrazione, comportamenti, identità) e dei significa-
ti a queste attribuibili, ma anche di importanti differenze tra uomini
e donne nel modo in cui rappresentano se stessi e la propria biogra-
fia in quanto (più o meno esclusivamente) omosessuali.
Gli/le stessi/e intervistati/e si dividono tra coloro che a poste-
riori leggono la propria biografia, sotto questo aspetto, come un
processo lineare, ancorché talvolta accidentato, verso la definizione
di un’identità omosessuale coerente – come Marco – e, viceversa,
coloro – come Tiziana – che vi colgono piuttosto il segno di una
non univocità, del rifiuto, o dell’impossibilità, a stabilizzarsi una vol-
ta per tutte o tantomeno a priori.

festazione agli altri di questa identità; commitment, ovvero l’assunzione dell’omoses-


sualità come stile di vita. Si tratta di un modello controverso e criticato, perché più
prescrittivo che analitico, oltre che unilateralmente orientato alla prevalente espe-
rienza maschile. Per una rassegna di alcuni dei modelli di formazione dell’identità
omosessuale più utilizzati, si vedano Gonsiorek, Weinrich 1991; Montano, 2000.
29

1. Definire il proprio orientamento sessuale

Le prime evidenti differenze tra uomini e donne sono emerse quan-


do si è chiesto loro di definire il proprio orientamento sessuale in
base alla principale direzione della loro attrazione, verso gli uomini
o verso le donne (tabella 1). Il punto di partenza comune era una
definizione di omosessualità volutamente ampia: il questionario si
rivolgeva infatti «ai gay e alle lesbiche e a tutti/e coloro che hanno
o hanno avuto o desiderano avere relazioni con persone del pro-
prio sesso, indipendentemente dal fatto che abbiano, o abbiano
avuto, anche rapporti eterosessuali»2.
Un’ampia maggioranza di uomini (69%) si definisce esclusiva-
mente omosessuale. Nella stessa categoria si ritrova invece solo po-
co più di un terzo delle donne (35%), mentre numerose intervista-
te (39%) sono piuttosto orientate a dichiarare di essere attratte nor-
malmente dal proprio sesso, ma eccezionalmente anche dall’altro
sesso, oppure, anche se in misura molto minore, a descriversi come
bisessuali.
Le differenze tra uomini e donne riguardano anche il significa-
to stesso assegnato a queste definizioni e, in particolare, le loro con-
nessioni con comportamenti e identità.
Nei racconti degli uomini intervistati in profondità è la consa-
pevolezza della generale direzione del proprio desiderio, piuttosto
che l’esperienza di concrete relazioni, a fondare la definizione di sé
come omosessuale. È il caso di Vincenzo, 42 anni:

Non esiste una persona che per il fatto, che so io, di avermi avvicinato, di
esserci andato a letto insieme ha causato questo processo. Il processo è
avvenuto ed è stato influenzato da una miriade di fattori sociali, non per-
sone specifiche. Il mio processo di autodefinizione è avvenuto in assolu-
ta e completa solitudine e in un ambiente potenzialmente ostile.

Il proprio orientamento sessuale tende a essere rappresentato come


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stabile e, se non esclusivo, con una chiara gerarchia tra omosessua-


lità ed eterosessualità. Infatti, a una definizione di sé come omoses-
suale corrisponde un generale rifiuto della bisessualità, rappresen-
tata come frutto di autoinganno o mancata accettazione di sé, una
«patetica cortina di fumo» (Roberto, 33 anni).

2 Questa definizione è stata ripresa da quella utilizzata nell’indagine di Barbagli

e Colombo (2001).
Tabella 1 – Definizione dell’orientamento sessuale per sesso e classi di età (valori percentuali). 30

Totale 19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni
Mi sento attratto/a
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini
Da persone dello stesso sesso 69 35 68 26 65 35 61 28 77 41 58 31 79 45 77

Eccezionalmente da persone
20 39 23 43 22 27 2 48 17 39 25 42 16 34 19
dell’altro sesso

Frequentemente da persone
4 6 5 13 4 8 5 3 4 8 8 4 – – 4
dell’altro sesso

Da persone dello stesso


4 8 5 9 4 12 6 5 2 10 4 8 – 8 –
e dell’altro sesso

Frequentemente da persone
1 4 – – 4 8 2 5 – 2 – 8 – 3 –
dello stesso sesso

Eccezionalmente da persone
2 7 – 4 2 10 3 9 – – – 8 5 11 –
dello stesso sesso

Non saprei 0,4 0,8 – 4 – – – 2 – – 4 – – – –

Totale 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100

N. casi (260) (251) (22) (22) (55) (51) (62) (57) (48) (51) (24) (28) (19) (38) (26)

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.


31

La bisessualità introduce elementi di incertezza che, come per Raf-


faele, sono spesso considerati incompatibili con la ricerca di un
equilibrio:
Io fondamentalmente poi ho una bruttissima idea della bisessualità, nel
senso che non è un pregiudizio, ma io penso che se mi sentissi bises-
suale, so benissimo che non riuscirei mai a sopportarlo. Non riuscirei
mai. Adesso io sto facendo pulizia e l’eventuale bisessualità sarebbe uno
squadramento continuo, non è possibile.

A questo schema aderiscono solitamente anche gli uomini che han-


no avuto, non solo nell’adolescenza, ma anche nell’età adulta, di-
verse esperienze eterosessuali, non riconosciute come espressioni
della propria «vera» sessualità.
Esemplare è la storia di Marco, 56 anni, le cui parole sono ri-
prese all’inizio di questo capitolo, che ha scoperto di desiderare re-
lazioni sessuali con altri uomini in età matura, dopo molti anni di
matrimonio, ma che reinterpreta tutta la sua vita secondo la nuova
identità.
Per le donne avviene più facilmente che la centralità attribuita
alle concrete relazioni renda più instabile, se non addirittura im-
possibile, una definizione del proprio orientamento sessuale, come
nell’esperienza di Tiziana, 26 anni, anch’essa riportata in apertura
del capitolo.
La storia di Grazia, 21 anni, mostra d’altra parte come una defi-
nizione più univoca, basata sulla relazione presente, possa convive-
re con una dimensione di incertezza legata all’instabilità nel tempo,
all’apertura a tutte le possibilità di relazione:
R: Insomma alle elementari mi piacevano le bambine, poi dalle medie
fino al liceo mi ero fatta la convinzione di essere bisessuale più che le-
sbica […]. E tuttora io penso così: sto vivendo un periodo lesbico, che
non so quanto andrà avanti, dipende penso da quanto durerà la rela-
zione che ho adesso con la mia compagna. Ciò non toglie che io non ri-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

fiuto un contatto con un uomo […]. È una cosa che, dovesse capita-
re, non la rifiuterei.
D: Quindi se io ti chiedessi una definizione: lesbica o bisessuale?
R: Adesso lesbica, però, ripeto, in un futuro io non rifiuto una relazio-
ne con un uomo. Certo è che è una cosa improbabile. Ci sono troppe
cose delle donne che mi piacciono e cose degli uomini o che non ca-
pisco, o che non mi piacciono, o che, comunque, non mi hanno mai at-
tratta tanto da desiderare di avere una storia con un uomo.

L’incertezza può essere percepita come uno svantaggio rispetto a


un’identità omosessuale o eterosessuale immaginata come più sta-
32

bile, oppure come un elemento di libertà rispetto alle scelte future


possibili.
La letteratura e le ricerche sperimentali sull’orientamento ses-
suale delle donne realizzate negli ultimi anni, soprattutto in ambito
anglosassone, spiegano le differenze tra lesbiche e gay facendo rife-
rimento a una maggiore «fluidità» della sessualità femminile rispet-
to a quella maschile, nel senso di una maggiore «capacità di dipen-
denza situazionale in alcune delle reazioni erotiche delle donne»
(Diamond, Savin-Williams, 2000, p. 302) o di maggiore apertura a
definizioni multiple della propria identità sessuale3 e al suo muta-
mento nel tempo (Peplau, Garnets, 2000). In altre parole, la ses-
sualità femminile appare non tanto determinata da elementi biolo-
gici o dalle esperienze dell’infanzia, quanto continuamente ridefi-
nita in base al contesto culturale e sociale e alle concrete situazioni
e relazioni affettive in cui viene vissuta. A questa maggiore fluidità
è associata una minore corrispondenza fra le diverse componenti
dell’orientamento sessuale, ossia l’attrazione, i comportamenti e
l’identità.
Tutto ciò è stato spesso interpretato come segno di una maggiore
«incoerenza» nell’identità sessuale femminile, prodotto di una più
debole integrazione psicologica o di una socializzazione femminile
più eterodiretta, che non consentirebbe alle donne di agire seguen-
do i propri desideri. Ma questo, è la critica ad esempio di Rust (2000,
p. 215), è dovuto al fatto che si assume come modello di coerenza un
modo prevalentemente maschile di definire la propria identità ses-
suale: un modello che sarebbe appunto fondato su dicotomie e di-
stinzioni nette, mutuamente esclusive. Secondo Rust, si tratta piutto-
sto, nel caso delle donne, di «una diversa forma di coerenza», ricon-
ducibile alla maggiore riflessività delle donne sulla propria identità
sessuale, alla maggiore disponibilità a modificarne la definizione in
base alle proprie emozioni ed esperienze, sessuali come anche socia-
li e politiche. In tale prospettiva, la direzione della propria attrazione
dipende maggiormente dalla situazione, e quindi anche dal legame
emozionale stabilito con persone concrete, più che, a priori, dal loro
sesso (Ponse, 1978; Peplau, Garnets, 2000). Sarebbe così l’interesse
per l’altro/a, per quello specifico rapporto, piuttosto che la dipen-
denza dal giudizio altrui, a «far scattare la scintilla» dell’attrazione.

3 L’identità sessuale è stata definita come «il permanente senso di sé come esse-

re sessuato da parte di un individuo, senso che si conforma a una categoria costrui-


ta culturalmente e rende conto delle proprie fantasie, attrazioni e dei propri com-
portamenti sessuali» (Savin-Williams, 1995, p. 166).
33

A partire da questo approccio, la differenza tra i modelli di omo-


sessualità di uomini e donne è stata descritta da alcuni (ad esempio
Murray, 2000) come differenza tra una visione più deterministica
dell’omosessualità (o più naturalistica, si potrebbe dire) da parte
degli uomini e più fondata sulla scelta e la qualità delle relazioni da
parte delle donne. Del resto, la letteratura sulle differenze di gene-
re ha mostrato come l’identità femminile si costruisca più di quella
maschile in termini relazionali: la rilevanza attribuita ai rapporti e
alla loro qualità entra nella definizione di sé, mantenendola in
qualche modo aperta, flessibile4.
La minore propensione a riconoscersi in una definizione univo-
ca è rispecchiata dalla maggiore percentuale, nel campione dell’in-
dagine quantitativa, di donne che si dichiarano bisessuali. Tra que-
ste sembra particolarmente forte la tendenza a definirsi a partire
dalle relazioni presenti o passate, ma anche da quelle immaginate
come possibili: infatti, la definizione di bisessuale è percepita come
più adeguata anche da chi non ha mai avuto relazioni eterosessuali
(o, viceversa, omosessuali). Così, ci si definisce bisessuali anche per
rifiutare un’identità lesbica percepita come troppo rigida, inade-
guata a rappresentare la propria esperienza.
L’adesione a una definizione stabile e univoca come lesbica sem-
bra essere diffusa soprattutto, anche se non soltanto, tra le donne
nelle fasce centrali di età. Dalle interviste in profondità appare che
per molte di loro l’identità lesbica ha un significato forte, non sol-
tanto di appartenenza a una comunità, ma di adesione a una visio-
ne politica, ed è spesso collegata al contatto con il movimento fem-
minista. In questa prospettiva, rifiutare la definizione di lesbica in
nome di un’apertura alle diverse possibilità di relazioni può essere
interpretato come un autoinganno, legato alla mancata accettazio-
ne del proprio «vero» orientamento sessuale.

È stato un percorso, un processo di crescita e di presa di consapevolez-


za, nel senso che all’inizio, quando ho iniziato ad avere le mie prime
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

storie d’amore con delle donne non mi definivo né lesbica, né omoses-


suale. Normalmente le etichette non mi piacciono e ho sentito sempre
queste definizioni un po’ strette, perché le facevo rientrare in una logi-
ca dell’incontro, nel senso: oggi ho incontrato questa persona e me ne
sono innamorata, ma domani chi lo sa, potrebbe essere un uomo. Que-
sto punto di domanda c’è ancora in qualche modo, anche se mi pare
improbabile, dal momento che sono ormai dieci anni che tutta la mia
vita affettiva la condivido con delle donne. In realtà, non mi sono mai

4 Per una discussione di questa letteratura si veda Saraceno, 1992.


34

definita bisessuale, ma non mi definivo omosessuale o lesbica, poi, col


tempo, mi sono resa conto che era un problema di accettazione fino in
fondo da parte mia del mio essere omosessuale, del mio lesbismo (Bar-
bara, 35 anni).

Le differenze tra uomini e donne si ritrovano anche nell’espressio-


ne del proprio orientamento sessuale ideale, quello che si vorrebbe
avere se si potesse rinascere (tabella 2). Sono le donne a scegliere
più frequentemente la bisessualità come orientamento ideale (il
23% rispetto al 14% degli uomini nel campione dell’indagine quan-
titativa), non soltanto come condizione di maggiore libertà ed espe-
rienza più completa (argomenti ripresi anche dagli uomini), ma an-
che perché indica un’attrazione non dipendente dal sesso della
persona: «Vorrei vivere in un mondo dove si può desiderare una
persona, indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una don-
na, o meglio perché è quell’uomo o quella donna»5.
Inoltre, è dalle donne che provengono valutazioni positive di
un’identità in costante mutamento: «Il ‘divenire’ è la condizione
che preferisco. Infatti ritengo positivo e arricchente passare da una
condizione a un’altra (ad esempio da etero a lesbica)».
Infine, anche tra chi dichiara che vorrebbe rinascere omoses-
suale, le donne tendono a proporre una visione dell’omosessualità
come scelta («perché mi sento bene», oppure «è il modo in cui rag-
giungo il mio equilibrio sentimentale»). Tra gli uomini, invece, pre-
vale l’accettazione dell’omosessualità come destino («perché non
posso essere altro», «perché non si cambia la realtà»).
Scelta o destino che sia, uomini e donne intervistati sono acco-
munati dall’essere pochi e poche (15% degli uomini, 13% delle
donne nel campione dell’indagine quantitativa) quelli che cambie-
rebbero il proprio orientamento sessuale «diverso» per rinascere
eterosessuali. La percentuale è un poco più alta tra uomini e don-
ne cattolici (20%). Le ragioni indicate sono prevalentemente di or-
dine pratico, riferite alla stigmatizzazione sociale dell’omosessualità
e ai costi del nascondimento che una vita eterosessuale consenti-
rebbe di evitare, oltre al desiderio di maternità o paternità.
Non ci sono peraltro solo differenze di genere, né sono stabili
nel tempo le forme e i significati che uomini e donne attribuiscono
al proprio orientamento sessuale. Emergono, in effetti, alcune rile-

5 Questa citazione e le seguenti, in cui non è indicato il nome della persona che

racconta, provengono dalle risposte alla domanda aperta, presente nell’indagine


quantitativa, nella quale è stato chiesto di motivare la scelta dell’orientamento ses-
suale desiderato in un’ipotetica nuova vita.
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Tabella 2 – Come si vorrebbe rinascere (valori percentuali).

Totale 19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni
Desidereresti rinascere…?
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini
Omosessuale, gay/lesbica 36 30 45 30 40 29 20 25 40 27 38 23 37 47 42

Eterosessuale 15 13 14 17 17 16 15 14 9 6 13 12 32 13 21

Bisessuale 14 23 5 17 15 14 18 26 11 25 21 38 16 21 8

Non saprei 35 33 33 30 28 39 48 35 40 40 29 27 16 18 29

Altro – 1 – 4 – 2 – – – 2 – – – – –

Totale 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100 100

N. casi (253) (241) (21) (23) (53) (49) (61) (57) (47) (48) (24) (26) (19) (38) (24)

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.


35
36

vanti differenze tra le diverse classi di età, tuttavia non facili da in-
terpretare: dipendono, da un lato, dalle esperienze di coorte e dal
contesto sociale in cui sono state vissute le diverse tappe dell’espe-
rienza di omosessuali o bisessuali, dall’altro dalla fase della vita in
cui ciascuno/a oggi si trova. Solo un’indagine longitudinale con-
sentirebbe di verificare con qualche precisione quale di queste due
dimensioni segnalate – l’appartenenza di coorte e la fase della vita –
ha rilevanza per le differenze che abbiamo riscontrato tra persone
di età diverse6.
Una maggiore propensione a definire in modo univoco il pro-
prio orientamento sessuale si ritrova nella fascia d’età più matura
(oltre i 44 anni): gli uomini si definiscono esclusivamente omoses-
suali, le donne si polarizzano tra esclusiva omosessualità e una so-
stanziale eterosessualità in cui l’attrazione per altre donne rappre-
senta un’eccezione (tabella 1).
D’altra parte, non si può parlare di un processo lineare da defi-
nizioni più sfumate a identificazioni più nette. È fra uomini e don-
ne di età compresa tra i 39 e i 43 anni, e non tra i/le più giovani,
che sono maggiormente diffuse definizioni più vicine alla bisessua-
lità e quest’ultima è più frequentemente indicata come l’orienta-
mento ideale. Tale specificità potrebbe essere legata, almeno in par-
te, alla comune esperienza di coorte: si tratta di persone diventate
adulte in un periodo di progressiva apertura del discorso pubblico
sull’omosessualità e comunque di liberalizzazione dei costumi ses-
suali, che possono perciò aver sperimentato diverse possibilità di
definizione di sé.
Il fatto, poi, che anche gli effetti vuoi di coorte, vuoi di fase del-
la vita siano differenziati per genere appare con maggiore evidenza
tra i più giovani. Gli uomini sotto i 23 anni manifestano una più evi-
dente tendenza alla definizione univoca. Tale esigenza si può riferi-
re alla scelta di appropriarsi di un’identità omosessuale oggi più so-
cialmente riconosciuta di un tempo, ma è anche un elemento ca-
ratteristico del processo di formazione dell’identità maschile (Kim-
mel, ed., 1987; Connell, 1995). Inoltre tra gli uomini risultano nu-
merosi coloro che più frequentemente dichiarano di voler rinasce-
re omosessuali (45%) (tabella 2). Tra le giovani donne, invece, si ri-

6 Gran parte degli studi sulla formazione dell’identità omosessuale, incluso il

presente, hanno le caratteristiche e i limiti delle indagini retrospettive. Rari sono gli
studi longitudinali, che hanno cioè seguito le persone durante le diverse fasi della lo-
ro vita, finalizzati a cogliere gli effetti e le interazioni del tempo storico e dei conte-
sti socioculturali sullo sviluppo individuale. Per una discussione su questi studi si ve-
da Boxer, Cohler, 1989.
37

scontra la tendenza opposta: solo un quinto, la quota più bassa tra


tutte le fasce di età, si definisce univocamente omosessuale. Non si
può quindi parlare, per le donne, di un processo di polarizzazione
tra omosessualità ed eterosessualità nelle nuove generazioni.

2. Il processo di «scoperta» dell’omosessualità

Barbara, 35 anni, oggi si definisce lesbica. Fino all’età adulta ha sol-


tanto relazioni eterosessuali, l’ultima durata diversi anni, anche se
ricorda nell’adolescenza «forti amicizie femminili che poi riguar-
dandole avevano le caratteristiche di relazioni d’amore, ma mai agi-
te». A 23 anni si innamora di una donna con cui instaura un inten-
so rapporto di amicizia. È questo il momento in cui dice a se stessa
di provare sentimenti di attrazione verso una donna, ed è anche
l’occasione per la prima confidenza, in primo luogo alla donna di
cui si è innamorata, ma anche ad altri: «È come se non potessi più
mentirmi sul tipo di emozioni che questa donna mi trasmetteva,
per cui a un certo punto l’ho nominato così, e l’ho nominato an-
che a un amico e a un’amica».
Questo è comunque soltanto l’inizio di un processo nel corso del
quale, dopo una lunga fase in cui rifiuta di dare etichette e definizio-
ni alle proprie storie di amore con donne, decide, dopo diversi anni
di relazioni soltanto omosessuali, di definirsi lesbica, come un modo
per accettare completamente la propria omosessualità.
Roberto, 33 anni, si definisce omosessuale e non ha mai consi-
derato la possibilità di chiamarsi bisessuale. Ricorda di essere sem-
pre stato attratto dagli uomini, e di aver «focalizzato» a 14-15 anni
che «mi interessava non la donna, ma l’uomo». Descrive le proprie
limitate esperienze eterosessuali come «maldestri tentativi di cerca-
re comunque di capire se per caso non mi sbagliavo». In quegli an-
ni era attratto da un coetaneo, ma non lo ha manifestato perché
non voleva farlo con una persona non omosessuale.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Nello stesso periodo, gradualmente, da solo, ma con l’aiuto del-


la musica e di riviste gay, è arrivato a definirsi omosessuale:

La mia totale autoconsapevolezza la possiamo segnare nell’84, ed è le-


gata non a caso a un episodio musicale, a un disco che era uscito nel-
l’autunno-inverno […]. Io avevo visto il video […]. Mi ha dato un pu-
gno nello stomaco, perché mi ha fatto vedere trasportato, vissuto da al-
tri, quindi ho avuto uno specchio dell’esterno e parimenti è stata la
conferma che comunque ci sono gli stessi problemi di capire il resto
del mondo, da parte di altri.
38

Qualche tempo dopo aver detto a se stesso di essere omosessuale, a


17 anni, ne parla con la madre e la sorella. Avrà il primo rapporto
sessuale con un uomo, con cui inizierà una relazione, alcuni anni
più tardi.
Queste due storie ci presentano esempi di possibili articolazioni
dei percorsi di formazione dell’identità omosessuale e alcune delle
differenze tra uomini e donne che approfondiremo nei prossimi
paragrafi.
La nostra esplorazione di tali percorsi si concentra su eventi che
riguardano i tre elementi dell’orientamento sessuale:

– la prima attrazione sessuale verso una persona dello stesso sesso;


– il primo rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso
(ma anche le prime esperienze eterosessuali);
– la definizione di sé come omosessuale, gay/lesbica o bisessuale e
la prima confidenza, ossia la prima volta in cui si è detto ad altri
di provare attrazione sessuale verso persone dello stesso sesso.

Le età medie dichiarate in cui sono stati sperimentati questi eventi,


riportate nella tabella 3 e complessivamente simili a quelle indivi-
duate nel campione nazionale della ricerca di Barbagli e Colombo
(2001), indicano anche come questo processo si svolga, solitamen-
te, nel periodo dell’adolescenza, intrecciandosi quindi con il gene-
rale processo di formazione dell’identità adulta.
Dai dati riportati nella figura 1 sembrano emergere sequenze ti-
piche, diverse per uomini e donne. Si tratta però, appunto, di ten-
denze medie, risultanti, come si vedrà, di percorsi molto diversi, in
cui questi eventi si presentano in ordine variabile.
Inoltre, sono state chieste età puntuali per eventi che tendono
ad avere piuttosto le caratteristiche di processi, dei quali non è sem-
pre facile indicare il momento iniziale. Le singole persone possono
utilizzare indicatori diversi per segnalare quando sono state attratte
sessualmente da qualcuno, o quando c’è stata intimità fisica. Si trat-
ta, infatti, di esperienze e valutazioni estremamente soggettive, per
gli omosessuali come per gli eterosessuali (oltre che valutate retro-
spettivamente). Per qualcuno persino stringersi la mano, farsi una
carezza sono gesti di forte intimità; per altri occorre che vi siano
coinvolte parti del corpo specifiche. Per alcuni contano pure le
esperienze infantili; per altri non si può parlare di vera e propria at-
trazione sessuale se non quando si è più grandi e consapevoli. Infi-
ne, i resoconti degli intervistati sono qui utilizzati in primo luogo
per ricostruire la percezione soggettiva, i modi in cui i soggetti or-
ganizzano il racconto della propria storia di vita e mantengono un
39

Figura 1 – Età medie dichiarate per alcuni eventi significativi dell’esperienza


omosessuale.
25

20

15

10

0
Età media della prima
attrazione sessuale
verso una persona
dello stesso sesso

Età media
del primo rapporto
omosessuale

Età media
del primo rapporto
eterosessuale

Età media della prima


autodefinizione
come omosessuale

Età media della prima


confidenza della propria
omosessualità
Uomini
Donne

senso di coerenza nella propria biografia in relazione alla loro iden-


tità presente (Olagnero, Saraceno, 1993).

2.1. L’attrazione

Il momento della prima attrazione omosessuale viene solitamente


collocato nel periodo dell’adolescenza, in un’età mediamente più
giovane per gli uomini (12,6 anni) rispetto alle donne (15,3 anni)
nel campione dell’indagine quantitativa. Tuttavia, più di un terzo
degli uomini e circa un quinto delle donne riconduce il momento
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della prima attrazione all’età infantile, prima dei 12 anni. È invece


più raro (rarissimo per gli uomini, intorno al 4% dei casi; più dif-
fuso per le donne, intorno al 12%) che la prima attrazione venga
collocata dopo i 20 anni. L’età media della prima attrazione cresce
tra le donne progressivamente all’aumentare dell’età al momento
dell’intervista (da 13,8 a 16,2 anni), mentre varia in modo meno li-
neare tra gli uomini: l’età media più alta (14,9 anni) si rileva tra chi
ha oggi 44-49 anni, la più bassa (12 anni) tra chi ha oggi 34-38 anni.
Questo momento tende a coincidere comunque con gli anni di
scuola: ricorda di essere stato/a attratto/a da coetanei durante que-
40

gli anni l’86% degli uomini e il 76% delle donne. Tali variazioni nel-
l’età in cui si colloca la prima attrazione omosessuale devono tuttavia
essere interpretate alla luce di visioni anche molto diverse su cosa si-
gnifichi cominciare a provare attrazione sessuale verso persone dello
stesso sesso. I racconti di Marco e di Elsa sono due esempi in cui si ri-
trovano alcune differenze ricorrenti tra uomini e donne.

Fin da piccolo ero decisamente attratto dai bambini maschi come me e


mi ricordo più storie fin dai tempi dell’asilo (ho cominciato l’asilo a tre
anni), più con maschi che con femmine, ma capitava anche normal-
mente di far cose di gruppo, o in vacanza con cugini o amici dei cugi-
ni: si giocava al dottore, ci si toccava e ci si guardava. Ero oggettiva-
mente attratto dai bambini della mia età (Marco, 56 anni).

Verso i 13-14 anni […] non è che mi rendessi bene conto, però mi ri-
cordo di una professoressa, la professoressa di italiano che mi piaceva
tantissimo. Mi ero proprio innamorata, come ci s’innamora a quell’età.
Non è che pensassi al sesso, però sentivo un impulso verso di lei, ero
molto confusa. […]. [Ho poi provato attrazione sessuale] a diciassette
anni. Avevo conosciuto una donna più grande di me, che poi è stata la
mia prima amante (Elsa, 46 anni).

Si possono distinguere innanzitutto due forme in cui viene descrit-


to l’inizio dell’attrazione omosessuale. La prima fa riferimento a un
generale orientamento dell’attrazione sessuale (che può essere as-
sociata in modi e gradi diversi all’attaccamento emotivo) verso per-
sone del proprio sesso, il cui inizio è collocato nell’infanzia o nel-
l’adolescenza. La seconda si riferisce a uno specifico evento, l’attra-
zione verso una particolare persona del proprio sesso, che può an-
che avvenire nell’età adulta.
Spesso, queste due forme coesistono nella ricostruzione della
propria biografia: il momento in cui si è avuta consapevolezza di
provare attrazione verso una particolare persona viene successiva-
mente collocato all’interno di interpretazioni della propria infanzia
e adolescenza nelle quali si mette in luce l’esistenza di segni pre-
monitori, alla ricerca di una continuità biografica. Rispetto a ciò
emergono tuttavia importanti differenze tra uomini e donne.
Sono soprattutto le donne a riferire a una particolare persona il
momento della consapevolezza dell’attrazione omosessuale, e a de-
scrivere tale relazione piuttosto in termini di innamoramento che
di esclusiva attrazione fisica. Inoltre, non sempre ne cercano segni
premonitori; a volte questo evento è semplicemente considerato co-
me un cambiamento rispetto alle forme di attrazione provate pri-
ma: «A un certo punto mi è successo di provare attrazione per una
41

persona e che questa era appunto un individuo del mio sesso» (Lo-
rena, 26 anni).
Sono, invece, soprattutto gli uomini a far risalire all’adolescenza,
ma spesso anche all’infanzia, un orientamento generale dell’attra-
zione coerente con quello presente, cercando ciò che «è rimasto
per capire già allora come sarei diventato» (Enzo, 48 anni).
Al di là di queste differenze, ricostruiamo in modo più appro-
fondito quali esperienze sono indicate, nei racconti degli uomini e
delle donne che abbiamo intervistato in profondità, come «segni
premonitori» della propria identità sessuale adulta, come «basi per
percepire l’omosessualità come personalmente rilevante» (Troiden,
1988, p. 276). Possono essere esperienze sociali (interessi non con-
formi ai ruoli di genere socialmente riconosciuti), emotive (attacca-
mento emotivo a persone dello stesso sesso) o sessuali (attività ses-
suali con persone dello stesso sesso) (Plummer, 1975).
Riguardo agli aspetti sociali, gli intervistati ricordano, anche se
non frequentemente, un’associazione tra la percezione di una pro-
pria «diversità» nell’orientamento sessuale e di una «diversità» più
generale rispetto ai coetanei dello stesso sesso. Può essere un senso
di diversità indifferenziato, il sentirsi «fuori posto», ma in alcuni ca-
si viene anche descritto esplicitamente come inadeguatezza rispetto
alle aspettative di ruolo del proprio genere, perché non si è confor-
mi al requisito dell’eterosessualità. L’omosessualità appare così, ma
soltanto in alcuni dei racconti, come un disagio rispetto alla fre-
quentazione di persone del proprio sesso e ai comportamenti di ge-
nere prevalenti, prima che come attrazione omosessuale.
L’inadeguatezza rispetto al ruolo di genere è stata vissuta dagli
uomini come pericolo, in quanto potenziale o reale causa di deri-
sione da parte dei coetanei, come se lo stigma invisibile dell’omo-
sessualità potesse trapelare in qualunque gesto o comportamento,
dallo stile con cui si scriveva un tema al modo di camminare, e ri-
chiedesse un continuo controllo di conformità al modello «virile»:
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Sentivo la differenza con gli altri ragazzi e con gli altri bambini […]. A
volte per esempio mi accorgevo di modificare la mia andatura perché
avevo paura che mi prendessero per femminuccia, perché sculettavo, fa-
cevo i passetti piccoli ecc. Anche se, comunque, io nell’infanzia ho sem-
pre fatto giochi abbastanza violenti […] però mi sentivo, forse, meno vi-
rile degli altri… forse perché ero attratto dagli altri… In particolare al-
cuni miei amici […] quando li vedevo mi sentivo il famoso tuffo al cuo-
re (Matteo, 51 anni).

Vi sono anche casi in cui si indicano i primi segnali dell’omoses-


sualità nell’attrazione provata per il modello di genere opposto. È
42

soprattutto il caso di quelle donne che si descrivono nell’infanzia


come «maschiacci», come Loredana, 24 anni:

Mi sentivo diversa, ma per questioni di altri gusti rispetto alle bambine,


anche perché sono cresciuta in una famiglia dove le personalità trai-
nanti […] erano comunque personalità maschili. E io ad esempio quan-
do ero bambina sono stata sempre abituata a giocare a biglie, queste co-
se qua; per cui ad esempio se provavano a regalarmi le bambole io stac-
cavo le gambe per vedere com’erano costruite; perciò non mi sentivo
particolarmente affascinata dai giochi puramente femminili.

Non sono, tuttavia, questi ultimi i «segni premonitori» nominati più


frequentemente, o indicati come più importanti, a conferma di una
constatazione ormai consolidata nella letteratura sull’identità omo-
sessuale: si ricorre sempre meno al modello dell’«inversione» per
rappresentare il proprio orientamento sessuale (Risman, Schwartz,
1988; Schneider, 1989; Barbagli, Colombo 2001), anche se tale mo-
dello resta uno stereotipo sociale negativo con cui soprattutto, ma
non soltanto, i giovani uomini continuano a doversi confrontare
(Herdt, 1989; LaMar, Kite, 1998), come segnalano ad esempio i ti-
mori di Matteo di essere preso «per una femminuccia»7.
Maggiore importanza è invece assegnata alle esperienze emotive
e ai giochi sessuali. Compagni/e di classe e insegnanti sono molto
spesso citati come gli oggetti della prima attrazione, mettendo in lu-
ce come la scuola rappresenti un contesto fondamentale del pro-
cesso di definizione dell’orientamento sessuale.
Sono soprattutto le donne a considerare segni di prima attrazio-
ne omosessuale esperienze emotive legate al rapporto con l’«amica
del cuore» o all’ammirazione di figure femminili autorevoli, in pri-
mo luogo le insegnanti. Anche tra gli uomini, comunque, si trova-
no racconti simili di attrazione verso figure di adulti, anche non co-
nosciuti personalmente. Simone, 43 anni, ad esempio, come succe-
de a molti bambini e bambine che si «innamorano» di divi dello
schermo e talvolta di personaggi dei cartoni animati, si è preso la
sua prima «cotta» per Little Tony:

7 Peraltro, la persistenza di questo stereotipo, anche se non necessariamente con-

notato in modo negativo, è emersa anche nei focus groups che abbiamo realizzato, nel
contesto di questa ricerca, con alcuni operatori sociali e culturali di vario tipo (inse-
gnanti, assistenti sociali, medici, giornalisti, allenatori sportivi, sacerdoti, sindacalisti).
In particolare, riguardo ai gay sono frequenti i riferimenti, spesso contenuti nella de-
scrizione di una particolare «sensibilità», a caratteri «femminili» quali il senso esteti-
co, la creatività, l’attenzione per la cura della casa.
43

Penso di avere avuto dieci o undici anni quella volta lì ed è stata una
sensazione proprio nuova per me, perché ho passato due o tre giorni
quasi di mal d’amore […] sensazioni allo stomaco che non avevo mai
provato, mi struggevo proprio d’amore senza sapere che cosa mi stesse
succedendo, l’ho poi capito dopo, però in quel momento lì è stata una
cosa nuova per me e comunque difficile da gestire perché non sapevo
come fare… cioè a chi rivolgermi per avere delle informazioni.

Sono, queste, esperienze «del tutto platoniche», «che restano tutte


nella testa».
I racconti di esperienze di giochi sessuali sono invece soprattut-
to maschili, riferiti principalmente dai più vecchi tra i nostri inter-
vistati. Pur non completamente assenti nei racconti delle donne,
queste esperienze tendono a essere più limitate e collegate ad aspet-
ti di attaccamento emotivo, come i momenti di intimità con l’amica
del cuore.
Sia le esperienze emotive, sia quelle sessuali nel periodo prece-
dente alla pubertà sono quindi indicate come precedenti impor-
tanti; tuttavia, ne viene anche messa in luce la sostanziale differen-
za rispetto alle esperienze adulte.

2.2. Le prime esperienze sessuali

2.2.1. Il primo rapporto omosessuale. Il momento del primo rapporto


omosessuale è stato rilevato con la domanda: «Quanti anni avevi
quando hai avuto per la prima volta un rapporto di intimità fisica
(escluse le coccole infantili) con un/una partner del tuo stesso ses-
so?». Con tale definizione, volutamente ampia e generica, di rappor-
to sessuale si voleva cogliere il significato attribuito dall’intervistato/a
a questo rapporto, evitando di assumere a priori una definizione nor-
mativa di rapporto sessuale «completo». Questa, infatti, assegnereb-
be, implicitamente, una centralità ai rapporti genitali che appare
problematica, soprattutto, anche se non soltanto, per definire le for-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

me femminili della sessualità (Rich, 1980; Richardson, 1992; Rose,


2000)8. Così, si è lasciato che fossero gli intervistati a definire non so-
lo quando, ma anche quale sia stato il loro primo rapporto sessuale.

8 Questa definizione, peraltro, è stata il frutto di un’interessante discussione tra

il gruppo di ricerca e i rappresentanti del Coordinamento delle associazioni gay, le-


sbiche e transessuali torinesi con i quali è stato discusso il questionario. Proprio que-
sta discussione ha segnalato l’esistenza di percezioni diverse di intimità, e anche di
rapporto sessuale, tra le varie persone, eterosessuali e omosessuali, gay e lesbiche, uo-
mini e donne.
44

L’esperienza di quello che è stato percepito dagli intervistati co-


me il primo rapporto sessuale con persone dello stesso sesso è col-
locata, mediamente, diversi anni dopo il momento in cui per la pri-
ma volta si erano accorti di esserne attratti. Tale distanza di tempo
è maggiore per gli uomini (6,1 anni) rispetto alle donne (5,4 anni),
per le quali avviene più frequentemente che i due momenti siano
collocati nello stesso anno (nel 21% dei casi, rispetto al 15% degli
uomini). Queste differenze dipendono dai diversi modi in cui, co-
me si è visto, viene descritta la prima attrazione: gli uomini tendo-
no a collocarla, come orientamento generale dell’attrazione, nella
prima adolescenza se non nell’infanzia; per le donne è più facil-
mente collegata a una concreta relazione, riferita a età più avanza-
te, che può anche coincidere con il primo rapporto sessuale. Si trat-
ta, occorre ricordare, di differenze non soltanto caratteristiche del-
l’orientamento omosessuale, ma più in generale dei modi in cui uo-
mini e donne percepiscono e vivono la sessualità.
Come per la prima attrazione, l’età media dichiarata del primo
rapporto omosessuale resta comunque più bassa tra gli uomini (18,6
anni) rispetto alle donne (20,5 anni). L’età media del primo rap-
porto sessuale cambia poi nelle diverse fasce d’età; ma se per le
donne ha un andamento lineare (da 18,1 a 23,1 anni), per gli uo-
mini questo non avviene. Si nota, in particolare, che l’età più bassa
(16,7 anni) è dichiarata dagli uomini oggi tra i 39 e i 43 anni, la più
alta (22,2 anni) dagli uomini tra i 44 e i 49 anni (tabella 3).
Per capire cosa intendono gli intervistati per «primo rapporto di
intimità fisica», possiamo innanzitutto considerare gli eventi che so-
no indicati soltanto come dei precedenti rispetto al primo vero rap-
porto sessuale.
Questi eventi sono in primo luogo le esperienze sessuali infanti-
li. Pierluigi, 52 anni, indica una differenza tra la «prima esperienza

Tabella 3 – Età media del primo rapporto omosessuale distinta in base al ge-
nere degli intervistati e alla classe di età.

Classi di età Uomini N. casi Donne N. casi


19-23 anni 17,1 (20) 18,1 (20)
24-28 anni 17,8 (53) 19,3 (50)
29-33 anni 19,5 (60) 19,6 (53)
34-38 anni 17,9 (48) 21,4 (49)
39-43 anni 16,7 (23) 22,1 (23)
44-49 anni* 22,2 (17) 23,1 (36)
50-67 anni 20,7 (25) – –
Media totale 18,6 (250) 20,5 (231)
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.
45

sessuale», che fa risalire alla prima infanzia («credo avessi 3 o 4 an-


ni con mio cugino nel solaio di mia nonna d’estate») e il «primo
rapporto completo», avuto a 14-15 anni con una persona adulta. Si-
mile è la percezione di Enzo, 48 anni:

A parte qualche giochetto fra ragazzini e fra bambini, io quello ci pas-


serei sopra perché penso che siano esperienze che fanno tutti da quel-
lo che ho sentito, ma a livello proprio di toccatine, masturbazioni e co-
se così, infantili, anche magari con ragazzi che poi si sono rivelati ete-
rosessuali. Quindi quelle cose lì io non le conto come esperienze. La
prima esperienza, avevo quasi 18 anni.

La differenza fra giochi infantili e rapporto omosessuale sembra sta-


re nelle intenzioni, proprie o del partner.

C’era un mio compagno di classe che […] dichiarava apertamente che


gli interessavano i ragazzi, per cui io ebbi con lui un petting molto leg-
gero, una cosa proprio molto superficiale ma esplicita e chiara, non
equivoca, che mi causò fortissimi sensi di colpa (Vincenzo, 42 anni).

Per alcuni il primo rapporto omosessuale è stato preceduto da mole-


stie da parte di adulti. In effetti, l’esperienza di molestie subite da
persone più grandi durante gli anni di scuola non è affatto rara: è ri-
portata da una porzione rilevante del nostro campione dell’indagine
quantitativa. Si tratta soprattutto di molestie da parte di uomini, sia
verso gli intervistati maschi (12%) sia verso le femmine (14%). Esiste
anche una piccola percentuale di uomini (il 7% del campione) che
denuncia molestie da parte di donne più grandi di loro.
Questi episodi, dalla mano allungata al cinema ad aperte pro-
poste di rapporti sessuali, sono raccontati dettagliatamente e le per-
sone coinvolte ne descrivono l’impressione profonda che hanno la-
sciato in loro. Riportiamo, come esempi, i ricordi di Enzo, 48 anni,
e di Domenico, 29 anni:
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

In un giardinetto […] sono stato avvicinato da un signore che era in


compagnia di un ragazzo che comunque mi aveva colpito perché io, co-
munque, magari, se vedevo un ragazzo bello lo guardavo tranquilla-
mente e questo ragazzo mi aveva colpito. Questo signore si è avvicinato,
forse magari proprio perché io guardavo, non ricordo bene perché, e
mi ha chiesto spudoratamente se volevo stare con questo qua, cioè l’al-
tro ragazzo e io, invece, spaventatissimo sono corso dai miei amici e
non è successo niente. Potevo avere tra i 9 e gli 11 anni.

Mi pare avessi 10 anni, il prete mi ha messo la mano sul culo e io gli ho


rotto il dito: ho preso il dito e gliel’ho girato fino a che ha fatto «crack».
46

Non si doveva permettere, assolutamente, anche perché non capivo, mi


dava fastidio la mano addosso, poi ho capito dopo cosa volesse dire.

2.2.2. Trovare e conoscere il/la partner. Per gli uomini, nella prima
esperienza come nelle seguenti, il rapporto sessuale segna spesso
l’inizio di una relazione, oppure è un rapporto occasionale; per le
donne, invece, sembra piuttosto collocarsi in un momento successi-
vo rispetto all’inizio di una relazione sentimentale.
La maggior parte degli uomini racconta infatti di aver conosciu-
to il partner del primo rapporto da meno di un mese e il 32% lo
aveva «appena conosciuto» (tabella 4). Vi sono tuttavia interessanti
differenze tra le diverse fasce d’età: se oltre la metà degli uomini di
44 o più anni e il 42% dei giovani tra i 19 e i 23 anni aveva appena
conosciuto il partner, la maggior parte degli uomini nelle fasce cen-
trali, tra i 29 e i 43 anni, lo conosceva da più di un mese.
I rapporti occasionali sono esito a volte di incontri casuali, ma
più spesso della ricerca di un partner in quelli che si conoscono co-
me luoghi anonimi di incontri omosessuali: il cinema «hard», i ri-
trovi conosciuti nei parchi cittadini, i bagni pubblici.
Questa prima esperienza è vissuta in modi diversi, con senti-
menti non sempre positivi, come nel racconto di Mauro, 25 anni:
Io ho avuto la storia di tutti. Mi ricordo che la prima volta, ma lì non
era legata a una questione di omosessualità, era una questione di ses-
sualità, allora io avevo compiuto 18 anni e avevo voglia di scoprire il ses-
so e l’ho fatto in un cinema hard, come tutti (cioè, come molti). L’ho
vissuto come un momento squallidissimo. Perché poi mi ricordo di que-
sto ragazzo che mi aveva toccato e io avevo una doppia posizione, per-
ché io da una parte volevo scoprire una cosa che non mi apparteneva,
dall’altra parte avevo paura, ma non osavo dirgli di no, perché a me
sembrava così esperta questa persona, così capace, cercavo di non… So
soltanto che quando è finito questo momento io sono andato a casa e
ho fatto una doccia di due ore, perché mi sentivo sporchissimo.

Tabella 4 – Tempo trascorso dal momento in cui gli intervistati hanno cono-
sciuto il partner e l’inizio della relazione (valori percentuali).

Da quanto tempo conoscevi il tuo partner? Uomini Donne


Appena conosciuto 32 3
Meno di un mese 21 22
Meno di un anno 14 31
Oltre un anno 30 41
Non ricordo 3 3
Totale 100 100
N. casi (248) (233)
47

Il fatto che, per gli uomini, il primo rapporto avvenga sovente con
partner appena conosciuti non significa necessariamente che si trat-
ti di rapporti anonimi o occasionali: spesso il primo rapporto, co-
minciato in modo «casuale», rappresenta l’inizio di una relazione
affettiva, di maggiore o minore durata.
La ricerca di una prima esperienza, solitamente esito di incontri
avvenuti in locali omosessuali, sovente è anche l’occasione per af-
facciarsi alla comunità omosessuale. Per chi vive in provincia, sono
i locali, i luoghi di aggregazione e le associazioni di Torino il punto
di riferimento fondamentale. Un’altra frequente strategia è quella
di utilizzare i canali di comunicazione della comunità omosessuale:
un tempo soprattutto gli annunci su giornali omosessuali, oggi prin-
cipalmente le chat su Internet. Vincenzo, 42 anni, ha scelto di pro-
vare con una rivista:

Il problema è che non è che uno che abita in un paese di provincia


possa schioccare le dita e trovare dietro l’angolo un partner. Per cui,
con mille fatiche, mi comprai un giornale gay e andai a leggermi gli an-
nunci e risposi ad alcuni annunci. A uno di questi annunci rispose un
ragazzo che abitava molto vicino a dove abitavo io. Ci vedemmo e avem-
mo la mia prima relazione.

Succede anche, comunque, che il primo partner sia una persona


conosciuta all’esterno dell’ambiente omosessuale, attraverso reti di
amici, a scuola o sul luogo di lavoro. Leonardo, 41 anni, racconta
ad esempio di un amore, ricambiato, per un suo compagno di scuo-
la, quasi un colpo di fulmine:

Sono stato fortunatissimo. Io avevo iniziato le scuole superiori e il pri-


mo giorno di scuola ho visto questo ragazzo che mi è piaciuto da mori-
re. E lì c’era già la coscienza… non era un «oddìo che è?», ma era pro-
prio «oddìo quanto è bono», anche se non avevo avuto ancora nessun
rapporto sessuale. Insomma mi sono perdutamente innamorato di que-
sto ragazzo. La cosa estremamente strepitosa è stata che contempora-
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neamente lui si è innamorato di me.

Soprattutto per gli uomini, in diversi casi il primo rapporto avviene


con partner di età molto più elevata: per il 10% degli uomini inter-
vistati nell’indagine quantitativa il primo partner aveva dai 10 ai 23
anni in più.
Tra questi casi, un discorso a parte richiedono i rapporti occasio-
nali avuti nell’adolescenza con persone adulte, raccontati in partico-
lare dai nostri intervistati con oltre 40 anni. Alcuni di questi racconti
presentano situazioni che possiamo interpretare più chiaramente co-
48

me molestie o violenze da parte di adulti; in altri viene messo in evi-


denza il proprio consenso a questi rapporti, pur nell’asimmetria di
potere e controllo legata alla differenza di età.
Pierluigi, 52 anni, che racconta di un commerciante che un
giorno lo ha invitato nel negozio sulla strada per la scuola, parla dei
propri confusi sentimenti: «Io ci sono [andato] più volte insomma
con un sacco di paure, di problemi. Però c’era questa grossissima
attrazione, che credo, in qualche modo, fosse l’attrazione per una
persona adulta».
Maurizio, 49 anni, evoca in termini molto più positivi l’espe-
rienza, vissuta a 15 anni, con il datore di lavoro:

Con una scusa qualsiasi una sera mi ha invitato a casa sua, complice un
feroce temporale. Sono restato da lui, e diciamo che io ho avuto il mio
primo rapporto completo con un uomo nel senso che io ho fatto la par-
te attiva. Era bellissimo, per me era una novità, per me… c’era tutto. Mi
sono reso conto […] che la gran paura che io avevo era motivata dal sem-
plice fatto che mi piacevano gli uomini, i ragazzi, il mio stesso sesso.

I racconti femminili della «prima volta» omosessuale sono diversi


sotto molti aspetti.
Innanzitutto, il primo rapporto avviene solitamente con una
donna conosciuta da molto tempo (nel 41% dei casi da più di un
anno), con la quale è iniziata una relazione sentimentale.
Anche i luoghi di incontro sono spesso diversi: più che in loca-
li omosessuali, le partner vengono conosciute attraverso reti di re-
lazioni, la scuola, l’ambiente di lavoro, lo sport, l’attività politica, i
viaggi. Spesso anche le partner sono donne che non hanno avuto
altre esperienze omosessuali: il primo rapporto diventa così un
percorso di scoperta per entrambe e per alcune di queste donne
resta poi un’eccezione rispetto alle successive relazioni, che saran-
no eterosessuali.
Rita, 34 anni, dopo alcuni anni di fidanzamento con un uomo e
altre storie eterosessuali, a quasi 30 anni si innamora di una sua
amica e compagna di sport:

È stata una cosa ipergrandiosa e graduale. Era la prima volta quindi


ogni gesto era una scoperta e anche uno sconvolgimento. Anche lei
aveva avuto solo storie eterosessuali quindi è stato un casino affrontare
questa cosa. E l’unica parola che mi viene in mente adesso è la gioia, è
stata la gioia della scoperta del mondo della sessualità che fino a quel
momento io… un conto è l’aver avuto storie con uomini, ma io fino a
quel momento non avevo capito. Mi si era rivelato un mondo.
49

C’è, tuttavia, un ambito specifico che, per alcune delle donne nelle
fasce di età centrali, ha rappresentato il contesto della scoperta del-
le relazioni sessuali tra donne e della prima esperienza: sono il fem-
minismo e il movimento di liberazione sessuale degli anni Settanta,
che a Torino hanno avuto uno dei centri principali di aggregazione
e azione (Hellman, 1987; Zumaglino, 1996).
Così, per Carla, 43 anni, i primi rapporti omosessuali sono stati
«una cosa consequenziale ai gruppi di autocoscienza che noi face-
vamo […]. Era un po’ una sperimentazione, inizialmente», e Lucia,
43 anni, ha conosciuto la donna con cui ha avuto la sua prima re-
lazione a una manifestazione femminista.

2.2.3. Il primo rapporto eterosessuale. Le esperienze sessuali dei nostri


intervistati non sono sempre iniziate con un rapporto omosessuale.
Anzi, per la maggioranza delle donne (56%) e una buona quota de-
gli uomini (29%) del campione dell’indagine quantitativa, la «pri-
ma volta» è stata con una persona dell’altro sesso. Tali percentuali
scendono, ma non drasticamente, se consideriamo soltanto chi si
dichiara esclusivamente omosessuale: anche tra questi, per il 22%
degli uomini e il 40% delle donne il primo rapporto è stato etero-
sessuale. L’età media in cui è avvenuto è di 17,6 anni per gli uomi-
ni e 17,8 anni per le donne, e non pare discostarsi in modo rile-
vante rispetto alle età medie del primo rapporto sessuale rilevate
nella popolazione italiana (Castiglioni, Della Zuanna, 1997).
Se il primo rapporto eterosessuale, soprattutto tra i/le più gio-
vani del campione, avviene perlopiù nell’adolescenza, relazioni con
persone dell’altro sesso continuano spesso a coesistere con rappor-
ti omosessuali anche nell’età adulta. Infatti, se si considera l’intero
corso di vita, soltanto una minoranza – più grande per gli uomini
(37%), più limitata per le donne (15%) – ha avuto esclusivamente
esperienza di rapporti omosessuali9. Anche tra chi si definisce esclu-
sivamente attratto/a da persone dello stesso sesso, la maggioranza
ha avuto rapporti eterosessuali (il 59% delle donne e il 53% degli
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uomini).
Questi dati, che confermano del resto risultati consolidati nelle
ricerche sul tema (Laumann et al., 1994), mostrano come non esista
una stretta corrispondenza, lungo il corso di vita, ma anche in ogni
fase della vita, tra direzioni del desiderio, identità e comportamenti.

9 La proporzione di chi ha avuto rapporti con persone dell’altro sesso è più alta

nel campione torinese rispetto al 60% complessivo rilevato nella ricerca nazionale di
Barbagli e Colombo (2001).
50

Tabella 5 – Giudizio sul primo rapporto eterosessuale (valori percentuali).

Il primo rapporto eterosessuale Uomini Donne


Fortemente desiderato 36 46
È capitato 45 42
Mi sono sentito/a costretto/a 17 10
Ho subito violenza 1 1
Negativo 0,6 0,5
Positivo 1 –
Totale 100 100
N. casi (157) (204)

Uomini e donne, tuttavia, sembrano diversamente interessati a stabi-


lire comunque una coerenza tra questi elementi, come segnalano an-
che i giudizi espressi sul primo rapporto eterosessuale (tabella 5).
Gli uomini tendono a stabilire più chiaramente una gerarchia
tra esperienze omosessuali ed eterosessuali, dove soltanto le prime
sono riconosciute come espressione della propria vera sessualità. Il
primo rapporto eterosessuale è così descritto sovente, nelle intervi-
ste in profondità, come qualcosa che «è capitato» e che si è rivela-
to poco soddisfacente; oppure come forzato, una risposta alla pres-
sione sociale del gruppo di coetanei («L’esigenza di avere una com-
pagna, perché tutti quanti si facevano la compagna e quindi anche
io era giusto che facessi la stessa cosa»); o ancora come una speri-
mentazione o «verifica» del proprio orientamento sessuale («Io ero
già conscio della mia sessualità, ma sai, quel provare per avere la
conferma effettiva»). Armando, 29 anni, spiega così la differenza:

L’attrazione verso l’altro sesso è diversa, in realtà non nasce mai spon-
tanea. Anche durante la relazione con quella ragazza, la sessualità veni-
va fuori, nel senso che provavo un appagamento fisico, ma era un qual-
cosa di «provocato» nel senso che non partiva mai da me l’impulso. È
questa la differenza: essere attivi nella scelta.

Accanto a questi, comunque, non mancano tra gli uomini racconti


di primi rapporti eterosessuali intensi e soddisfacenti. È il caso, ad
esempio, di Mauro, 25 anni, che si definisce «omosessuale convin-
to», ma rievoca la sua relazione di due anni con una ragazza, di cui
era «innamoratissimo», come una storia importante: «Mi piaceva
stare con lei e non ho mai avuto assolutamente il bisogno, la ne-
cessità di avere una relazione fisica o anche sentimentale con una
persona del mio stesso sesso, durante quel periodo».
Nelle rappresentazioni da parte delle donne del primo rapporto
eterosessuale è più spesso assente una chiara gerarchia tra il rap-
51

porto «veramente» desiderato, quello omosessuale, e i rapporti ete-


rosessuali percepiti come rapporti di «ripiego» e sperimentazione.
Carla, che oggi ha 43 anni e si definisce omosessuale, rievoca la
sua esperienza a partire dai primi rapporti eterosessuali e omoses-
suali, avuti nello stesso periodo:

La mia sessualità era una sessualità secondo me completa, nel senso che
mi piaceva la sessualità clitoridea che era il baluardo delle donne lesbi-
che dell’epoca e mi piaceva anche quella vaginale per cui non riuscivo a
mettere insieme queste cose per cui altalenavo tra le donne che però ne-
gavano una cosa e gli uomini che, in generale, negavano anche l’altra.

Questo atteggiamento neutrale, o meglio ugualmente positivo nei


confronti di entrambi i tipi di rapporto è, ovviamente, più presente
tra le donne che si definiscono bisessuali.
Tuttavia anche tra le donne si ritrovano racconti di prime espe-
rienze eterosessuali poco desiderate, descritte come verifiche del
proprio orientamento sessuale o come reazione alla pressione so-
ciale che, nel caso delle donne, spesso prevede la risposta al cor-
teggiamento maschile. Così Agnese, 40 anni, rievoca il proprio at-
teggiamento: «Nel momento in cui qualcuno mi diceva ‘Ti voglio
bene’, ‘Mi sono innamorato di te’, ‘Ti desidero’, allora scattava au-
tomaticamente anche il mio desiderio: era dipendente da quello
degli altri!».
In alcuni casi, il primo rapporto eterosessuale viene denunciato,
non soltanto dalle donne ma anche dagli uomini, come una vera e
propria violenza subita (tabella 5).

2.3. L’identità: riconoscersi e farsi riconoscere

2.3.1. Riconoscersi omosessuali, gay/lesbiche o bisessuali. Arrivare a dirsi


omosessuali, gay/lesbiche o bisessuali non è quindi un processo sem-
plice, ma spesso lungo e doloroso, vissuto come una profonda rottu-
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ra rispetto a una prospettiva di vita in cui si dava per scontata l’etero-


sessualità. Si devono fare i conti con lo stigma sociale associato a que-
sta identità (Herdt, 1989); occorre ridefinirla per potersene appro-
priare in modo positivo (Dank, 1971)10. Come ciò avvenga dipende

10 La prospettiva prevalente con cui questo processo è stato interpretato, soprat-

tutto nel corso degli anni Settanta, è stata quella della teoria dell’etichettamento: è
stato quindi studiato come transizione dalla devianza primaria alla devianza seconda-
ria, in cui al comportamento deviante, quale esito della reazione sociale a esso, segue
l’assunzione di un’identità deviante (Dank, 1971). Tuttavia, come si è visto, le rela-
zioni tra assunzione di un’identità omosessuale ed esperienze omosessuali appaiono
52

dai significati disponibili: le immagini dell’omosessualità con cui ci si


confronta nel proprio contesto sociale, la conoscenza di altre perso-
ne omosessuali, le possibilità di entrare in contatto e inserirsi in una
comunità omosessuale con cui condividere definizioni alternative,
positive, di cosa vuole dire essere omosessuali.
Alla richiesta di indicare quando ci si è riconosciuti per la prima
volta come omosessuali, i nostri intervistati dell’indagine quantitati-
va collocano tale momento mediamente 5 anni più tardi rispetto al-
l’evento della prima attrazione omosessuale. L’età media è più ele-
vata per le donne (20,3 anni) rispetto agli uomini (18,3 anni). Essa
si abbassa nelle coorti più giovani, fino ad arrivare, tra ragazzi e ra-
gazze dai 19 ai 23 anni, a 15,7 anni per gli uomini e 16,2 anni per
le donne (tabella 6).
Dirsi omosessuali, gay/lesbiche o bisessuali è quindi solitamente
l’esito di un processo che si compie alla fine dell’adolescenza e che
si intreccia con il più generale processo di formazione dell’identità,
non solo sessuale (Schneider, 1989). Nei modi in cui viene descrit-
to questo processo, nell’indagine quantitativa e nelle interviste in
profondità, si trova conferma delle differenze di genere rispetto al-
la definizione del proprio orientamento sessuale discusse all’inizio
di questo capitolo.
Ad esempio, si può notare come il momento della definizione di
sé e la prima esperienza sessuale con una persona dello stesso sesso
coincidano più frequentemente tra le donne che tra gli uomini, so-
prattutto tra coloro che si definiscono in diversa misura bisessuali
(il 36% di queste colloca i due momenti nello stesso anno).

Tabella 6 – Età media del proprio primo riconoscimento come omosessuale,


gay/lesbica o bisessuale, distinta in base al genere e alla classe di età.

Classi di età Uomini N. casi Donne N. casi


19-23 anni 15,7 (19) 16,2 (21)
24-28 anni 18,3 (53) 18,4 (44)
29-33 anni 18,6 (60) 19,5 (56)
34-38 anni 16,6 (47) 22,9 (51)
39-43 anni 17,9 (23) 21,0 (26)
44-49 anni* 19,4 (18) 22,5 (32)
50-67 anni 22,1 (26) – –
Media totale 18,3 (250) 20,3 (233)

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

più articolate e spesso la prima precede le seconde. Per una rassegna della letteratu-
ra sul tema, si veda Nardi, Schneider, eds, 1998.
53

Cinzia, 33 anni, racconta di avere ammesso a se stessa di essere omo-


sessuale quando si è trovata a letto con una donna, a 19 anni:

La mattina dopo la mia prima esperienza mi sono guardata allo spec-


chio e ho detto: «Ok, sei lesbica, adesso vai a lavorare». Fino alla sera
prima qualche volta ci avevo pensato: stai a vedere che ti piacciono le
donne…

Per gli uomini si tratta più spesso di un processo di riconoscimento


del proprio orientamento, anche descritto come un percorso di
progressiva accettazione, che tende a precedere il primo «vero» rap-
porto sessuale. Si cercano le parole per nominare ciò che si sente,
parole che sembrano essere più facilmente disponibili per i più gio-
vani. Leonardo, 41 anni, si è accorto molto presto di essere attratto
dagli uomini:

Ma non conoscevo la parola. Vuol dire alle elementari (e lì ho immagi-


nato che non mi sarei mai sposato e queste cose qua, ma non c’era una
parola per definire questo); poi in I e II superiore me lo sono proprio
detto: «Leo… non ti piacerà, ma tu sei proprio omosessuale!».

Sia tra gli uomini sia tra le donne, coloro che non si definiscono
esclusivamente omosessuali tendono a collocare il momento in cui
si sono riconosciuti come omosessuali o bisessuali mediamente più
tardi rispetto al primo rapporto omosessuale (quasi 5 anni dopo) ri-
spetto a chi dà di sé una definizione più univoca.

2.3.2. La conoscenza di persone omosessuali. Non solo la disponibilità di


un immaginario e di un vocabolario sociale, ma anche la conoscenza
personale di omosessuali dichiarati/e può svolgere un ruolo impor-
tante nel processo di definizione della propria identità sessuale. Ciò
risulta evidente quando queste figure siano state effettivamente pre-
senti nel corso del processo di socializzazione e autoidentificazione.
L’assenza di figure di riferimento, d’altra parte, pesa come una
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

carenza di possibilità di identificazione, di visibilità di modi possibi-


li di essere, quindi anche di occasioni per riconoscersi. Molti per-
corsi di formazione di un’identità omosessuale si compiono in ef-
fetti in solitudine, anche se comunque l’esistenza, oggi, di forme
culturali e di espressione dichiaratamente omosessuali possono, se
non altro, fornire un vocabolario e forme indirette di legittimazio-
ne a esperienze e sentimenti altrimenti vissuti in isolamento. Ritro-
viamo ad esempio Roberto, 33 anni, che ha potuto ricorrere alla
musica e ai media per trovare le parole per dirsi, ma ha vissuto que-
sto processo da solo: «Io non ho fatto confronti con altre persone
54

gay fino intorno ai 22 anni. Cioè l’ho ragionata tutta dentro me


stesso, sono andato a capirla questa situazione».
Nella tabella 7 è riportata la frequenza di conoscenze omosessuali
in alcuni ambiti di relazioni centrali dell’infanzia o dell’adolescenza.
I casi di persone omosessuali conosciute durante l’infanzia e
l’adolescenza riguardano poco frequentemente familiari o inse-
gnanti. È tra i compagni di scuola o di università, tra i colleghi di
lavoro, ma soprattutto tra gli amici e i conoscenti che la maggior
parte degli intervistati ricorda la presenza di persone omosessuali
dichiarate. Severino, 53 anni, racconta la sua particolare esperienza:
«Eravamo un gruppetto di dieci ragazzi e dentro i dieci eravamo in
quattro, addirittura in cinque che avevano queste tendenze ed era-
vamo tutti vicini di casa».
Anche per questo aspetto, possiamo riscontrare alcune differen-
ze tra uomini e donne. Queste ultime nominano, oltre ad altre don-
ne lesbiche o bisessuali, anche uomini omosessuali, che per alcune
di loro sono le prime persone omosessuali incontrate. Gli uomini
invece raccontano primariamente di altri uomini omosessuali. Inol-
tre, sono soprattutto le donne a indicare come prima conoscenza
omosessuale la persona con cui iniziano la prima relazione.
Generalmente, gli atteggiamenti verso queste persone sono ri-
cordati come positivi, di complicità o curiosità. Succede però anche
che chi racconta di attrazione e relazioni omosessuali iniziate nel-
l’età adulta ricordi giudizi precedenti meno positivi. Rita, 34 anni,
descrive il suo primo impatto con una coppia di lesbiche, prima di
essere lei stessa «folgorata» da una donna qualche anno dopo:

Mi ricordo che, vedendole, io ero incuriosita, ma anche rigida. Non che


le giudicassi ma mi dicevo: ma che stranezza, non mi apparterrà mai. Io
ero fidanzata con questo ragazzo. Ma poi in realtà loro avevano uno
schema, che è lo schema che io rifiuto: io le avevo viste tutte e due in
una casa e una delle due era molto uomo e l’altra era molto donna e
questo mi era sembrato una stranezza. Mi era sembrata una cosa buffa,
ecco, molto distante da me.

La presenza di omosessuali dichiarati/e viene spesso indicata come


fondamentale soprattutto in passaggi successivi rispetto alla defini-
zione di sé come omosessuale, gay/lesbica o bisessuale.
Queste conoscenze sono importanti in particolare per la piena
accettazione della propria omosessualità e le scelte rispetto alla visi-
bilità, anche se si tratta di passaggi spesso strettamente connessi al
momento della prima definizione per sé. Franca, 38 anni, spiega ad
esempio il fatto di aver facilmente accettato la propria omosessua-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Tabella 7 – Persone che dichiarano di aver conosciuto omosessuali dichiarati/e in diversi contesti, distinte per classi di età (va-
lori percentuali).

Parenti Compagni scuole medie Compagni dopo Nell’ambiente Amiche/


In famiglia Insegnanti Conoscenti N. casi
Classi di età prossimi o superiori le superiori di lavoro amici
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
19-23 anni 9 4 14 4 10 22 29 35 38 22 19 13 48 87 52 57 (22) (23)
24-28 anni 2 6 4 8 17 12 20 28 46 41 33 27 73 84 51 64 (56) (52)
29-33 anni 2 7 8 9 11 10 24 26 39 21 29 16 69 76 63 59 (62) (58)
34-38 anni 2 4 12 12 12 6 18 29 31 16 25 26 57 73 55 53 (49) (51)
39-43 anni 9 12 8 4 – 4 29 31 25 24 33 19 71 69 79 46 (24) (26)
44-49 anni* – 3 – 3 11 3 11 11 17 11 42 21 47 74 47 47 (19) (38)
50-67 anni – – 12 – 4 – 15 – 12 – 31 – 62 – 46 – (26) –
Totale 3 6 9 7 11 9 21 26 33 22 22 18 66 76 57 55 (258) (248)

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.


55
56

lità anche grazie all’esperienza di avere nella propria famiglia uno


zio omosessuale.
Più frequenti sono esperienze come quella di Lucia, 43 anni,
che trova nell’amicizia con una coetanea lesbica la possibilità di
condividere e di vivere in modo meno pesante il proprio percorso:

Intorno ai 15-16 anni avevo incontrato una ragazza e, per fortuna, an-
che lei viveva le cose in modo analogo a me. Quindi, avevamo la stessa
età, ci siamo parlate di queste cose, intanto non ero sola a vivermi que-
sta situazione qua. Prima indubbiamente era pesante perché ti sentivi
comunque sola rispetto alle altre tue amiche e con lei invece…

Quale tipo di influenza abbia la presenza di altri omosessuali di-


pende tuttavia, almeno in parte, dalla reazione sociale che essi su-
scitano, soprattutto tra i familiari (Savin-Williams, 1989). Tale rea-
zione può rendere evidente, infatti, il grado di stigmatizzazione del-
l’omosessualità.

Mi ricordo un vicino di casa, molto più grande di me, che era omoses-
suale e mio padre me ne parlava malissimo. A me sembrava uno tanto
per bene, ma insomma. Per cui giravo al largo, non lo salutavo, lo evi-
tavo in tutti i modi; un po’ per le cose che mi diceva mio padre, un po’
perché non ero tranquillo io. Per cui era una situazione decisamente
complicata (Pierluigi, 52 anni).

Anche Marco, 56 anni, resta segnato dal giorno in cui, quando era
bambino, in seguito all’approccio di un ragazzo omosessuale verso
il fratello, si è parlato di omosessualità nella sua famiglia come di
«una cosa non vergognosa, non da condannare, ma comunque una
perversione e uno sviluppo non naturale della sessualità».

2.3.3. La prima confidenza. Il momento della prima confidenza segna


anche l’inizio delle scelte relative al coming out, al rendere nota e vi-
sibile la propria omosessualità. Si tratta di decisioni che una perso-
na omosessuale affronta lungo tutto il corso della propria vita e
non una volta per sempre. Di questo aspetto, che sarà ripreso in
modo più approfondito nei prossimi capitoli, analizzeremo qui solo
l’intreccio con gli altri eventi del processo di scoperta e definizione
del proprio orientamento sessuale e metteremo nuovamente in lu-
ce le differenze tra uomini e donne.
La prima volta in cui si è detto a qualcuno di provare attrazione
sessuale verso persone del proprio sesso nel campione dell’indagine
quantitativa è collocata, mediamente, nello stesso periodo del pri-
mo rapporto sessuale e del momento in cui ci si riconosce omoses-
57

suali o bisessuali, cioè alla fine dell’adolescenza. L’età media per


questo evento (tabella 8) aumenta abbastanza regolarmente con
l’età dei rispondenti, sia per gli uomini (da 17,5 a 25,7 anni), sia
per le donne (da 16,2 a 23,3 anni).
Sia per gli uomini sia per le donne, la persona indicata come
primo confidente (tabella 9) è più spesso un amico o un’amica ete-
rosessuale, ma frequentemente anche omosessuale, oppure la ma-
dre o la sorella. I gruppi e le linee telefoniche gay e lesbici non rap-

Tabella 8 – Età media della prima confidenza della propria omosessualità di-
stinta per sesso e classi di età.

Classi di età Uomini N. casi Donne N. casi


19-23 anni 17,5 (18) 16,2 (20)
24-28 anni 18,5 (50) 18,4 (48)
29-33 anni 19,9 (50) 19,6 (53)
34-38 anni 19 (46) 20,7 (45)
39-43 anni 19,6 (21) 19,5 (21)
44-49 anni* 21,2 (16) 23,3 (27)
50-67 anni 25,7 (25) – –
Media totale 19,9 (229) 19,6 (218)
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

Tabella 9 – Le prime persone con le quali ci si è confidati/e (valori percentuali


dei casi in cui sono state indicate)*.

Primi confidenti Uomini Donne


Amico/a eterosessuale 64 68
Amico/a omosessuale 27 30
Madre 15 14
Padre 7 7
Fratello 4 7
Sorella 12 11
Altro parente 0,8 1
Fidanzato dell’altro sesso/coniuge 5 11
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Insegnante 3 5
Medico di fiducia 5 2
Psicologo 7 6
Ministro religioso 10 6
Gruppo gay/lesbico, in un incontro 6 5
Linea telefonica gay/lesbica 3 1
Contatto Internet 1 0,4
Persona verso cui si era attratti 20 33
Altro 2 –
N. casi (239) (229)
* La somma dei valori percentuali è maggiore di 100 perché la domanda permetteva più di una
risposta.
58

presentano invece un punto di riferimento frequente per la prima


confidenza, o comunque non sono considerati un contesto vero e
proprio di coming out, dato che si tratta di luoghi virtuali, in cui si
può mantenere l’anonimato. Così riferisce Luca, 22 anni:

Escluderei l’ambiente della chat perché lì, vabbé, lo siamo tutti e quin-
di ho poco da nascondere. La prima persona eterosessuale alla quale
l’ho detto è stata una mia amica.

Tra gli elementi che differenziano uomini e donne vi è la maggiore


propensione di queste ultime a indicare come prima confidente la
donna da cui sono state attratte, ma anche i partner eterosessuali,
fidanzato o coniuge. Gli uomini ricorrono invece un po’ più fre-
quentemente a figure di esperti, quali il ministro religioso, il medi-
co, lo psicologo, ma anche le linee telefoniche gay e lesbiche.
È chiaro che gran parte delle differenze può essere ricondotta
alla percezione di che cosa significhi «confidare». È ovvio che ci si
espone al/alla partner nel momento in cui si decide di avere con
lui/lei un rapporto sessuale, o comunque di comunicargli/le la
propria attrazione.
Tuttavia, per le donne tale modo di esporsi è più spesso perce-
pito anche come fatto comunicativo su di sé, forse anche perché
più donne che uomini si scoprono omosessuali proprio quando ac-
cettano, o propongono, un rapporto con una persona dello stesso
sesso.
Così, Bruna, 46 anni, si è confidata con la migliore amica, di cui
si era innamorata:

Le ho detto che le volevo particolarmente bene e anche un po’ di più.


E lei prima ha aperto la porta e mi ha detto «Esci!». Allora io le ho pro-
messo che non le avrei più detto nulla del genere. E lei mi è sempre
stata molto vicina, in tutti i miei travagli.

Anche Elsa, 46 anni, innamoratasi di un’insegnante, glielo ha detto:

La prima persona a cui l’ho detto è stata la mia insegnante. Non è che
le ho detto: «Sono lesbica», perché non era così chiaro neanche a me;
però le ho detto che ero innamorata di lei.

Per gli uomini, invece, confidarsi implica più spesso un atto comu-
nicativo esplicito, intenzionale, a un terzo; la prima confidenza è
spesso intesa come comunicazione della consapevolezza a cui si è
arrivati rispetto al proprio orientamento sessuale in generale.
59

Leonardo, 41 anni, lo ha detto per prima alla sua amica del cuo-
re, intorno ai 15 anni:

Erano gli anni Settanta: tutti compagni, le comuni, le canne ecc. Lei si
faceva le canne a 14 anni, aveva già fatto sesso, per cui era orgogliosis-
sima di dire in giro, soprattutto per scandalizzare, che aveva degli ami-
ci gay. La seconda volta che lo ha detto io le ho detto: «Beh, ne hai uno
in più». E lei ha sofferto tantissimo.

Anche Pierluigi, 52 anni, si confida con un’amica, senza prevedere


che sarebbe stato un coming out reciproco:

La prima volta in assoluto è stata divertentissima ed è stata intorno ai


vent’anni […]. L’ho detto a una mia amica con cui ci trovavamo bene.
Ci vedevamo spesso e una sera, dopo avere bevuto qualcosetta in più, in
vena di confidenze ho detto questa cosa e la cosa divertente è che lei
mi ha detto che era omosessuale.

Vi sono anche casi in cui la prima confidenza è legata a una relazio-


ne ritenuta importante, quando ci si innamora e viene «una voglia
matta di dirlo» (Mauro, 25 anni). Si rivedono così, come racconta
Armando, 29 anni, anche i propri intenti astratti di nascondimento:

Teoricamente, quando ero più giovane ho sempre pensato, per la pau-


ra di essere mal giudicato o per le paure che tutti noi conosciamo,
«non lo dirò mai a nessuno, mi farò una vita». Ma in realtà quelli era-
no discorsi teorici legati al fatto che io fino a quel momento non avevo
mai avuto nessun tipo di relazione […]. Nel momento in cui c’è stata
una relazione più importante […] l’ho detto ai miei amici più stretti.

Per gli uomini, il momento in cui ci si riconosce omosessuali pre-


cede mediamente, anche se di poco, la prima confidenza, mentre
per le donne avviene il contrario. Inoltre, sono le donne (il 39% ri-
spetto al 25% degli uomini nel campione dell’indagine quantitati-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

va) a indicare una coincidenza tra i due momenti, anche perché,


come abbiamo visto, sono loro a indicare più spesso come prima
confidente la stessa persona con cui hanno la prima relazione o a
cui si vorrebbero proporre.
Non vi sono differenze rilevanti, invece, rispetto alle fasce di età.
Per le donne, sembra che la propensione a rivelare la propria omo-
sessualità in primo luogo alla madre, e anche al padre, sia partico-
larmente diffusa tra le più giovani (19-23 anni). Tra gli uomini si
nota una maggiore propensione, nelle fasce d’età più giovani, a
confidarsi con l’amico o amica eterosessuale.
60

Vi è peraltro un certo numero, limitato, di persone che non lo


ha mai detto a nessuno: il 5% degli uomini e il 6% delle donne. Si
tratta di persone perlopiù tra i 39 e i 49 anni, anche se la bassa nu-
merosità richiede cautela nell’interpretazione di questo dato. Infi-
ne, sono proporzionalmente più presenti tra chi non si dichiara
esclusivamente omosessuale.
Non sono necessariamente persone che nessuno pensa siano
omosessuali; come vedremo rispetto alla famiglia e al posto di lavo-
ro in molti casi «le cose si sanno ma non si dicono»:

Non ho memoria di avere detto a qualcuno «io sono omosessuale». An-


che perché per dire questo a una persona, perlomeno secondo il mio
modo di vedere le cose, dobbiamo essere in molta confidenza; ma se tu
sei in confidenza con una persona non hai bisogno di dire queste cose,
se no non è una confidenza, è una conoscenza e neanche tanto vicina,
neanche tanto intima (Severino, 53 anni).

2.3.4. Richieste di aiuto. Circa un terzo dei rispondenti dichiara di


aver chiesto aiuto dopo essersi detto/a di essere omosessuale, gay/
lesbica o bisessuale (tabella 10).
La frequenza di donne che lo ha fatto tocca la punta massima
nella fascia di coloro che attualmente hanno 24-28 anni e si riduce
sensibilmente a partire dai 34 anni. Per gli uomini, invece, i valori
percentuali più bassi riguardano i più giovani e salgono fino ai 33
anni, per poi scendere, anche se meno che tra le donne. Dato che
la domanda riguardava l’intero corso di vita, questa differenza di
età non può essere spiegata in termini di fase della vita, ovvero con
il fatto che il timing con cui donne e uomini sperimentano le più
forti pressioni a mettersi in coppia (eterosessuale) è anticipato per

Tabella 10 – Persone che hanno chiesto aiuto, distinte per classi di età (valori
percentuali)*.

Classi di età Uomini N. casi Donne N. casi


19-23 anni 16 (22) 38 (21)
24-28 anni 37 (54) 47 (45)
29-33 anni 39 (59) 38 (55)
34-38 anni 26 (46) 10 (48)
39-43 anni 22 (23) 19 (26)
44-49 anni** 32 (19) 16 (31)
50-67 anni 23 (26) – –

* La somma dei valori percentuali è maggiore di 100 perché la domanda permetteva più di una
risposta.
** Classe 44-65 anni per il campione femminile.
61

le prime rispetto ai secondi. Tale differenza, piuttosto, può derivare


da una diversa percezione – tra uomini e donne di età differente –
della vulnerabilità cui ci si espone dichiarandosi omosessuali. Le
persone in età più matura, e in particolare le donne, potrebbero
non aver chiesto aiuto in passato non perché non ne avessero biso-
gno, ma perché ritenevano di non poter mettere a rischio, facen-
dolo, la propria immagine sociale o il senso di adeguatezza perso-
nale in un contesto culturale ancora largamente ostile. Quando il
clima culturale è cambiato, ed è divenuto più facile ipotizzare un
aiuto non censorio o non «curativo», i più maturi/le più mature
avevano ormai trovato il proprio equilibrio.
Come per la prima confidenza, gli amici, soprattutto eteroses-
suali, sono il punto di riferimento principale. È tuttavia anche fre-
quente il ricorso a «esperti»: vengono citati lo psicologo, in un ter-
zo dei casi, e, soprattutto dagli uomini, un sacerdote o altro mini-
stro religioso.
Il ricorso allo psicologo è in alcuni casi legato alla speranza del-
la persona di poter «guarire», o della famiglia di «far guarire» dal-
l’omosessualità. È un’aspettativa che può comportare esperienze
negative nel rapporto con lo psicologo, o trasformarsi in un pro-
cesso diverso, vissuto come percorso di accettazione.
Luca, 22 anni, descrive il cambiamento tra l’intento iniziale e
l’esito finale del suo ricorso alla psicologa:

Le prime volte che andai dalla psicologa le chiesi aiuto nel senso di
guarirmi dall’omosessualità. Dicevo: «Faccia un lavoro, la psicologa è
lei, faccia tutto un lavoro e mi guarisca, mi faccia ritornare etero». [Ma
alla fine] la cosa mi ha aiutato a farmi chiarezza e a prendere più co-
scienza di ciò che sentivo e che sento.

Anche Domenico, 29 anni, racconta un percorso simile, non solo


suo ma anche dei suoi familiari:
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Ho chiesto [a mia madre] se pensava che mandarmi in analisi potesse


servire. Lei […] ha accettato di mandarmi in analisi con lo scopo ine-
spresso che questa cosa mi curasse. Dopo di che, quando ha capito che
da un punto di vista terapeutico non mi sarebbe servito assolutamente
a nulla far curare l’omosessualità in analisi, ha continuato a mandarmi
perché ha visto che stavo meglio.

Il ricorso allo psicologo può anche essere dovuto alla necessità di


affrontare rapporti familiari difficili dopo la dichiarazione della
propria omosessualità, come nel caso di Rita, 34 anni:
62

Speravo di essere accolta un po’ di più. In realtà ho capito che [per mia
madre] era un dramma, una vergogna, una disgrazia e mi sono sentita
dire: «Mi doveva capitare anche questo?». È stato questo uno dei moti-
vi per cui, un anno dopo la mia scoperta, sono andata in analisi.

In alcuni casi è l’atto stesso del nominare la propria «diversità» di


fronte ad altri senza provocare una reazione negativa a essere de-
scritto di per sé un passo importante verso l’accettazione:

L’ho detto a lei [mia madre], che in un certo senso mi ha costretto a


dirglielo, ma in un certo senso è stato anche facile tirarlo fuori. Ne ho
parlato poi con un amico e da lì è stato un processo di crescita. Da quel
momento ho capito di esserlo e che non aveva più senso stare male per
questa cosa, era così e per me era giusto (Raffaele, 32 anni).

Tra le forme di sostegno nel processo di definizione della propria


identità, anche i gruppi gay e lesbici hanno un ruolo importante:
sono citati dal 15% degli intervistati, e con maggiore frequenza dai
più giovani11. Torino, in questo caso, è indicato come un punto di
riferimento fondamentale per chi viveva o tuttora vive nelle cittadi-
ne o nei paesi della provincia, ma anche per chi si è trasferito in
questa città da altre parti d’Italia. La sua importanza non è dovuta
soltanto alla presenza di locali e altri luoghi di aggregazione tra
omosessuali, ma anche alle risorse disponibili, in primo luogo asso-
ciazioni omosessuali, per chi cerca sostegno per le proprie difficoltà
e vuole affacciarsi alla comunità omosessuale, o semplicemente co-
noscere altre persone omosessuali, in un contesto protetto come
quello di una relazione di aiuto.
Le linee di ascolto telefonico attivate dalle associazioni presenti
in città sono tra queste risorse. Il responsabile di uno di questi ser-
vizi ne descrive il funzionamento tipico:

La dinamica classica è: giovane omosessuale, sia maschio sia femmina,


inizia a telefonare, ma quando l’operatore risponde riaggancia. Lo ri-
pete n volte, poi la prima volta parla, parla per pochi minuti, poi viene
preso dall’ansia, dalla congestione emotiva e riattacca improvvisamente,

11 È qui opportuno ricordare che la frequenza con cui sono indicati i gruppi gay

e lesbici deve essere considerata alla luce delle forme di reclutamento del campione
utilizzate in questa ricerca. Per accostare le persone sono stati infatti in parte utiliz-
zati i circoli e gli incontri di gay e lesbiche, anche se si è cercato di evitare di inclu-
dere nel campione, sia quantitativo sia qualitativo, le persone dichiaratamente «mili-
tanti», o i responsabili dei gruppi, che sono stati piuttosto utilizzati come testimoni
privilegiati.
63

oppure viene sorpreso al telefono dai genitori o da persone che non


sanno della sua omosessualità e quindi riattacca. Dopo un po’ di tempo
richiama, chiede quali sono le attività del circolo e dopo altrettanto
tempo (possono passare anche dei mesi) approda un sabato pomerig-
gio o una sera in cui magari c’è una presentazione di un libro, una fe-
sta o una cena.

Appare invece molto marginale il ruolo dei familiari, che sarà ap-
profondito nel prossimo capitolo.

3. Differenze di genere e di coorte nella formazione


di un’identità omosessuale

Sia per quanto concerne la modalità con la quale viene definito il


proprio orientamento sessuale non eterosessuale, sia per quanto ri-
guarda i modi in cui si collocano nella biografia gli eventi che han-
no segnato l’apparire delle sue varie componenti (l’attrazione, le
esperienze sessuali e l’attribuzione a sé di un’identità omosessuale o
bisessuale), emergono profonde differenze tra uomini e donne, ri-
conducibili a più generali differenze di genere nei processi di for-
mazione dell’identità. Ne riassumiamo qui alcuni tratti salienti.
Elementi che ricorrono più frequentemente tra gli uomini sono
il riferimento a un generale orientamento dell’attrazione sessuale
già presente nell’infanzia o nella prima adolescenza; una definizio-
ne per sé della propria omosessualità precedente, e più indipen-
dente, rispetto al primo rapporto omosessuale; una chiara gerarchia
tra rapporti sessuali con uomini e con donne, dato che soltanto i
primi sono riconosciuti come espressione della propria vera sessua-
lità; la prima confidenza come comunicazione ad altri di un pro-
cesso di definizione di sé già avvenuto.
Tra le donne, la maggiore importanza attribuita alle singole re-
lazioni affettive e sessuali nel definire il proprio orientamento ses-
suale si riflette nel più frequente riferimento alla prima attrazione
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omosessuale come a un evento puntuale (l’attrazione per una par-


ticolare donna), che può anche avvenire nell’età adulta, e nella più
frequente coincidenza temporale tra prima relazione, definizione
per sé e comunicazione ad altri del proprio orientamento sessuale.
Inoltre, spesso rapporti sessuali omosessuali ed eterosessuali non so-
no inseriti in una chiara gerarchia. È solo tra le donne oltre i 44 an-
ni che si nota una polarizzazione nel definirsi, come esclusivamen-
te lesbiche o prevalentemente eterosessuali. Tale polarizzazione po-
trebbe essere un processo legato al percorso biografico delle coorti
più mature, che sono state direttamente o indirettamente coinvolte
64

dal femminismo e dal discorso pubblico da esso promosso sulla ses-


sualità e sulla necessità di uscire da atteggiamenti eterodiretti e
orientati al desiderio maschile, in questo come in altri campi. Le
storie di vita raccolte mostrano, in effetti, un impatto importante
del movimento femminista degli anni Settanta sulla biografia di al-
cune di queste donne, complessivamente, e specificamente per
quanto riguarda una maggiore disponibilità a sperimentare sul pia-
no dei comportamenti e delle relazioni sessuali.
Un effetto analogo, questa volta sulla coorte maschile tra i 39 e i
43 anni, potrebbe avere avuto la nascita e lo sviluppo del movimento
omosessuale torinese, databile all’inizio degli anni Settanta: periodo
in cui tale coorte stava attraversando l’adolescenza e i più vecchi al
suo interno si affacciavano all’età adulta. In effetti, si tratta della co-
orte che ha la più bassa età media al primo rapporto omosessuale.
Verrebbe da pensare che l’aprirsi di un discorso pubblico sull’omo-
sessualità, il divenire orgogliosamente visibili dei gay proprio in coin-
cidenza con il periodo in cui questa coorte faceva i primi seri conti
con la propria sessualità, abbia avuto un effetto facilitatore.
Salvo che per queste due coorti, e limitatamente ad aspetti circo-
scritti, appare in generale difficile individuare mutamenti rispetto al-
le diverse coorti. La coesistenza di diversi modelli non solo tra le di-
verse classi di età, ma all’interno di ciascuna, riguarda non soltanto
la definizione del proprio orientamento sessuale oggi, ma anche i
percorsi passati di «scoperta» della propria omosessualità. Forse ciò
che è «nuovo», nelle coorti più giovani, è la maggiore ovvietà con cui
si dà conto di questa varietà e la si accetta in sé e negli altri.
Si possono individuare, tuttavia, alcune tendenze che indicano
possibili mutamenti. Nei racconti degli uomini più giovani compaio-
no più raramente esperienze di giochi sessuali o di rapporti con per-
sone adulte nell’infanzia o nella prima adolescenza, e viene attribui-
ta maggiore importanza agli aspetti emotivi dell’attrazione verso altri
uomini. Inoltre, seppure anche tra i giovani uomini il partner del
primo rapporto frequentemente sia appena conosciuto, sembrano
prevalere descrizioni della «prima volta» con un uomo come inizio
di una relazione, più che come un rapporto anonimo o occasionale.
Emergono, infine, alcuni elementi che indicherebbero l’atte-
nuarsi, nella percezione degli/delle intervistati/e, della pressione so-
ciale a conformarsi al modello eterosessuale: ad esempio, il fatto che
tra i/le giovani il primo rapporto sessuale eterosessuale sia meno fre-
quentemente descritto come esclusivamente prodotto da questa
pressione. Tale differenza è particolarmente evidente tra gli uomini.
CAPITOLO TERZO

LE RELAZIONI CON LA FAMIGLIA DI ORIGINE:


STRATEGIE DI VISIBILITÀ ED EFFETTI SUI RAPPORTI FAMILIARI

La mattina mi sono trovato la mamma con un muso terribile […] mi ha


detto subito «Mi fai schifo, non ti voglio più vedere», cose terribili che
mi hanno fatto malissimo […]. Questo chiaramente per lei è stato il
primo impulso, poi mi ha chiesto scusa, mi ha abbracciato, mi ha con-
solato e comunque poi è passata e ne ho parlato anche con lei di que-
sta cosa (Enzo, 48 anni).

Io non sono andata a dire a nessuno che sono omosessuale, però sono
sette anni che vivo con Letizia. Magari le mie sorelle da sole l’hanno
ben capito; comunque io non è che mi nascondo, fuggo o dico le palle
e gli racconto le bugie. Non racconto, semplicemente. Non gli dico i
particolari (Cinzia, 33 anni).

La famiglia di origine è per molti il primo contesto, e per tutti un


contesto fondamentale, nel quale vengono compiute difficili scelte
di visibilità e ci si confronta con le reazioni suscitate dalla manife-
stazione del proprio orientamento sessuale.
I modi in cui si nasconde l’omosessualità ai familiari, o la si ren-
de visibile e si ridefiniscono di conseguenza le relazioni familiari in
seguito alla comunicazione dell’omosessualità, sono processi tanto
importanti per il percorso di accettazione, personale e sociale, del-
l’omosessualità, quanto complessi1.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

1 Questo è un campo di indagine largamente inesplorato in Italia. I pochi studi

che hanno indagato le relazioni di gay, lesbiche e bisessuali con le famiglie di origi-
ne, come quello di Barbagli e Colombo (2001) e la stessa ricerca qui presentata, so-
no basati sui racconti delle persone divenute visibili in famiglia, mentre manca la vo-
ce dei familiari stessi. Fa eccezione il manuale-testimonianza scritto da madre e figlio
(Dall’Orto, Dall’Orto, 1991). Ricerche che hanno coinvolto i familiari sono state rea-
lizzate soprattutto negli Stati Uniti (Beeler, DiProva, 1999). Appare però problemati-
co utilizzare per l’Italia studi riferiti a Paesi molto diversi non soltanto per percezio-
ne sociale dell’omosessualità e modi di vita delle persone omosessuali, ma anche per
culture familiari. Per compensare almeno in parte questa assenza abbiamo raccolto
documentazione e testimonianze presso l’AGEDO (Associazione genitori, parenti e
amici di omosessuali).
66

In primo luogo, occorre differenziare tra le posizioni dei singo-


li familiari e riconoscere l’importanza, oltre che dei genitori, anche
dei fratelli e delle sorelle. I familiari, infatti, non soltanto hanno
spesso reazioni molto diverse, ma anche gradi differenti di cono-
scenza dell’omosessualità del figlio o del fratello o della sorella. An-
che il ruolo della parentela appare spesso non marginale.
In secondo luogo, tra dichiarare e, viceversa, tenere nascosta la
propria omosessualità si ritrovano tutte le sfumature delle strategie
di visibilità. La scelta è spesso quella di lasciare la questione nel non
detto. Questo può comportare, anche se non necessariamente, una
situazione di incertezza nelle relazioni familiari, ma consente alla
famiglia di evitare, con la negazione, la potenziale minaccia all’im-
magine di sé costituita dalla violazione dell’aspettativa dell’eteroses-
sualità del familiare.
Infine, il processo di ridefinizione delle relazioni familiari, dopo
che è stata scoperta l’omosessualità di un membro della famiglia,
ha tempi lunghi e può orientarsi in direzioni anche molto diverse
dalla reazione iniziale.
Nell’indagare le strategie di visibilità dei soggetti e le reazioni
dei familiari, usciremo parzialmente dal contesto torinese, dato che
le famiglie di origine si trovavano o si trovano sovente in luoghi di-
versi dalla provincia di Torino. Infatti, più della metà del campione
è nato fuori Torino e più del 20% è nato fuori del Piemonte.

1. Strategie di visibilità

Si possono distinguere diverse strategie di comportamento rispetto


al far conoscere o meno la propria omosessualità ai familiari, ri-
conducibili a più generali «strategie di gestione dell’identità» omo-
sessuale (Whitman, Cormier, Boyd, 2000). A un estremo vi sono le
strategie di nascondimento, attraverso le quali il soggetto vuole evi-
tare che i familiari intuiscano il suo orientamento sessuale. Tali stra-
tegie possono anche implicare l’esibizione e il racconto di espe-
rienze con partner del sesso opposto. L’altro polo è rappresentato
dalla dichiarazione esplicita della propria omosessualità, il coming
out diretto. Tra questi due estremi, vi è un’ampia gamma di sfuma-
ture in cui, anche se non esplicitato, il proprio orientamento ses-
suale viene fatto capire, o non viene fatto nulla per nascondere le
proprie relazioni.
Ovviamente le strategie comunicative possono essere anche mol-
to diverse nei confronti dei vari componenti della famiglia e della
parentela più stretta: nei confronti del padre piuttosto che della
67

madre, di un fratello o di una sorella in particolare, di uno zio o di


una zia, rispetto agli altri. La scelta dipende dalle valutazioni ri-
guardo alle possibili reazioni e alle conseguenze sulla relazione, ma
anche dall’importanza attribuita al rapporto con quel familiare e al
suo potenziale ruolo di mediazione rispetto agli altri.
Infine, la conoscenza da parte dei familiari non è necessaria-
mente l’esito di una scelta intenzionale dell’interessato/a; può an-
che essere frutto di violazione della privacy o casuale scoperta di
«indizi», quando la persona cercava di tenere nascosto il proprio
orientamento o i rapporti omosessuali.
La tabella 1, in cui le forme di visibilità sono state semplificate
nella dicotomia conoscenza/non conoscenza2, mostra le variazioni
rispetto ai diversi membri della famiglia di origine. La madre è il fa-
miliare più frequentemente a conoscenza dell’omosessualità, men-
tre è il padre a restarne più all’oscuro. Questo risultato è conforme
a quanto emerge non soltanto nelle ricerche italiane, come quella
di Barbagli e Colombo (2001) i cui dati rilevati sul campione nazio-
nale sono riportati nella tabella 1, ma anche in quelle di altri Paesi
(Merighi, Grimes, 2000).
I fratelli appaiono complessivamente come i familiari maschi più
spesso a conoscenza dell’omosessualità. Occorre, peraltro, segnala-
re che anche se uomini e donne sono più visibili complessivamente
con i fratelli, è la sorella maggiore il familiare più spesso a cono-
scenza (per l’86% degli uomini e il 78% delle donne) della loro
omosessualità. Si tratta di differenze ridotte, che tuttavia indurreb-
bero a suggerire che madri e sorelle siano sentite come più vicine,
potenzialmente comprensive, da parte dei figli e fratelli piuttosto
che da parte delle figlie e sorelle omosessuali.
Se si considera in quale modo i familiari sono venuti a cono-
scenza dell’omosessualità dell’interessato/a (tabella 2), non si ri-
scontrano rilevanti differenze nella percentuale di uomini e donne
che hanno dichiarato spontaneamente la propria omosessualità alla
madre e alle sorelle (che, come abbiamo visto, si trovano più spes-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

so anche tra le prime confidenti). Sono più frequentemente le don-


ne rispetto agli uomini ad averlo comunicato direttamente ai fratel-
li. Le donne, tuttavia, più degli uomini hanno sperimentato una
violazione della privacy da parte della madre o hanno affrontato
domande dirette da quest’ultima. Sembrano cioè più vulnerabili al-

2 Sono compresi nella categoria «conoscenza» i seguenti gradi di conoscenza

proposti nel questionario: «è a conoscenza», «lo sa, ma fa finta di non saperlo», «cre-
do che lo sappia, ma non ne abbiamo mai parlato». Per una più approfondita di-
scussione sulla misurazione della visibilità, si veda l’«Appendice metodologica».
Tabella 1 – Persone visibili ai familiari, per sesso e classe di età degli intervistati (valori percentuali). 68

Totale campione
19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni Totale
nazionale**
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Madre 81 83 76 60 69 74 90 78 86 80 79 60 77 – 79 71 70 70
Padre 45 65 59 47 58 60 62 53 55 48 47 37 63 – 57 51 50 48
Fratelli*** 29 93 79 31 81 74 69 75 93 83 52 73 31 – 70 71 56 54
Sorelle*** 67 89 40 79 37 65 92 57 95 88 73 71 77 – 67 67 59 56

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.


** Elaborazione dei dati della ricerca di Barbagli e Colombo (2001).
*** Per il campione torinese, media calcolata sui valori percentuali analitici riferiti ai fratelli e alle sorelle indicati da ciascun intervistato.

Tabella 2 – Come i familiari sono venuti a conoscenza (valori percentuali).

Dichiarato Dichiarato Fatto capire Violazione Saputo da altro


Saputo da altri
spontaneamente su richiesta senza dire privacy familiare
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Madre 48 47 8 11 25 13 14 19 2 6 4 5
Padre 34 43 8 8 31 19 7 7 17 19 4 5
Fratelli* 48 60 11 8 29 22 2 1 16 13 5 4
Sorelle* 55 54 4 10 22 13 6 8 27 8 1 4

* Media calcolata sui valori percentuali analitici riferiti ai fratelli e alle sorelle indicati da ciascun intervistato.
69

l’indiscrezione, o alla violazione, anche ben intenzionata, dei confi-


ni della propria intimità.
Il padre, che è il familiare meno a conoscenza dell’omosessua-
lità dei figli (lo sa soltanto in circa un terzo dei casi nell’indagine
quantitativa), ne viene informato meno frequentemente rispetto al-
la madre attraverso una dichiarazione spontanea. È più consueto,
invece, che lo venga a sapere da un altro familiare3.
La madre pare quindi essere il referente principale per il coming
out in famiglia, ma emerge anche un ruolo importante di fratelli e
sorelle. Rispetto ai genitori, parlare del proprio orientamento ses-
suale con fratelli o sorelle sembra essere percepito come un passag-
gio meno obbligato, più scelto, che dipende maggiormente dal tipo
di relazione esistente con loro, più o meno intensa. Si può rilevare,
infatti, una grande variabilità delle strategie di visibilità o nascondi-
mento rispetto ai diversi fratelli e sorelle in una stessa famiglia.
Sovente, un fratello o una sorella rappresentano un interlocutore
privilegiato, che viene a conoscenza delle relazioni o in generale del-
l’orientamento sessuale degli/delle intervistati/e, per dichiarazione
esplicita o per intuizione, prima dei genitori; nella maggioranza dei
casi, viene dichiarato spontaneamente. A volte resta l’unico confi-
dente, ma più spesso, nel caso di una sua buona reazione, parlarne
con un fratello o una sorella è un primo passo per una visibilità più
ampia in famiglia. Succede, tuttavia, anche il contrario, cioè che a
fratelli e sorelle la notizia sia comunicata da altri familiari.
Come mostra la tabella 1, nel grado di visibilità esistono diffe-
renze tra le varie classi di età, in particolare rispetto ai genitori, che
si intrecciano con quelle di genere. Le donne più visibili ai genito-
ri sono le più giovani, dai 19 ai 23 anni; lo sono di più anche dei
coetanei, soprattutto rispetto ai padri. Per gli uomini la maggiore
visibilità si riscontra in classi di età più elevate (34-38 anni rispetto
alla madre, 50-67 anni rispetto al padre). Si potrebbe ipotizzare,
per la coorte di donne più giovani, un effetto di lungo periodo del
movimento di emancipazione femminile. Avendo contribuito a li-
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beralizzare e a rendere accettabili molti comportamenti femminili


in vari campi, incluso quello della sessualità, esso potrebbe avere
anche contribuito a diffondere tra le donne più giovani un senso di
maggiore legittimità del proprio comportamento, se non di fiducia
nel comunicarlo ai genitori. Viceversa l’attività sessuale è tradizio-

3 Questi risultati sono simili a quelli riportati da Barbagli e Colombo (2001). Vi

sono soltanto alcune piccole differenze, come la frequenza della dichiarazione spon-
tanea al padre, che nel campione nazionale risulta maggiore tra i figli che tra le fi-
glie, mentre si verifica la situazione contraria per il campione torinese.
70

nalmente più attesa tra gli uomini giovani. Proprio per questo tut-
tavia comunicare l’omosessualità al padre per un maschio nella fa-
se di definizione di sé come adulto può essere percepito come trop-
po rischioso, troppo destabilizzante il senso di sé.
In alcune ricerche sulle strategie di visibilità in famiglia, è stato
rilevato come, paradossalmente, proprio i giovani omosessuali che
mantengono buone relazioni familiari possono ritenere svantaggio-
so far conoscere il proprio orientamento sessuale. I costi percepiti
delle eventuali conseguenze negative sulle relazioni familiari sono
tanto più alti quanto minori risultano le altre risorse a cui si ritiene
di poter ricorrere, come una relazione di coppia o la partecipazio-
ne a una comunità omosessuale (Waldner, Magruder, 1999).
Nelle motivazioni dichiarate dai nostri intervistati, una ragione
importante per adottare strategie di nascondimento è in effetti la
paura che la reazione possa rovinare i rapporti familiari. Essa può
essere più sentita in una situazione di dipendenza o maggiore vici-
nanza, come quando si vive ancora con la famiglia di origine. Que-
sto rende il coming out in famiglia molto diverso rispetto ad altri
contesti, come sostiene Mauro, 25 anni:

Diversamente dal dirlo a un amico, è che se poi l’amico dopo che glie-
lo hai detto non ha più voglia di frequentarti, ci stai male, ma pazienza.
Nel senso che comunque l’amico un tempo prima non c’era, poi è di-
ventato tuo amico, può anche darsi che non ci sia più dopo. Invece la
famiglia è diversa. Per me la famiglia è un peso sociale importantissimo,
cioè ho un senso molto radicato, molto forte, io mi definisco un mafio-
so della famiglia, in questo senso. E allora l’idea che i miei non potes-
sero accettare questa cosa, mi ha molto pesato addosso, soprattutto se
poi io abito in casa con loro. Ho sempre avuto la paura che si creasse
un clima domestico pesante da sopportare. Allora, se già non era facile
vivere una determinata condizione, perché determinate persone non ti
capiscono, perché in determinati ambienti vieni discriminato […] ci
mancava ancora che a casa tua, dove speri di trovare l’appoggio ci fos-
se ancora un clima ostile. E allora mi sono sempre promesso che il gior-
no che sarei andato a vivere da solo glielo avrei detto.

D’altra parte, anche la distanza, reale o affettiva, è indicata come


un ostacolo allo svelamento della propria omosessualità. Sandro, 24
anni, racconta come il trasferimento a Torino dal paesino in cui vi-
veva con la famiglia gli abbia aperto quegli spazi di libertà di cui
aveva bisogno, senza rendere necessario farne partecipe la sua fa-
miglia. Al tempo stesso ciò ha reso la distanza tra l’immagine che la
famiglia ha mantenuto di lui e la sua vita presente sempre più dif-
ficile da colmare:
71

Soprattutto in questi ultimi anni in cui io ho accettato questa cosa, la


distanza tra me e loro aumenta; perché ogni volta che vado da loro, mi
rendo conto che loro continuano a vedermi come secondo loro dovrei
essere, come sono tutti, cioè eterosessuale. Quindi tutto ciò che io mi
sto costruendo qua, costruendo dentro poi alla fine, è sempre più di-
stante da come mi vedono loro e quindi è ancora più difficile riuscire a
parlare di questo.

In altri casi si fa riferimento al fatto che nella comunicazione fami-


liare in generale, o con alcuni familiari, è assente un codice per
parlare di questioni relative alle proprie esperienze affettive e ses-
suali. È un tema sollevato soprattutto dagli uomini. Come dice Si-
mone, 45 anni:

Forse c’è anche un motivo di imbarazzo perché non abbiamo mai avu-
to la confidenza di parlare di questa cosa. Però così come non mi met-
terei a parlare di questo magari non mi metterei a parlare di altre cose.
Proprio non c’è mai stato questo genere di confidenza.

Tali motivazioni – timore e imbarazzo – sono presenti anche quando


la scelta è di non nascondere ai familiari le proprie relazioni con per-
sone dello stesso sesso, lasciando però le caratteristiche di queste re-
lazioni e in generale la questione del proprio orientamento sessuale
nel «non detto». Peraltro, è una strategia utilizzata molto di frequen-
te nelle relazioni familiari, in particolare, anche se non esclusiva-
mente, tra genitori e figli. Può riguardare la sessualità, anche etero-
sessuale, specie delle figlie, ma anche la partecipazione religiosa, o le
scelte politiche e in generale tutto quello che si ritiene possa suscita-
re conflitti, o anche solo dispiacere. «Non dirlo» o «non saperlo» so-
no modi di proteggere insieme la relazione e la libertà di ciascuno.
Anche se, nel lungo periodo, ciò che non si dice può diventare un
peso nel rapporto, specie se una delle due parti vorrebbe viceversa
dire o sapere.
La strategia del silenzio più o meno collusivo o complice con-
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sente ai familiari, di fronte a un evento potenzialmente spiazzante


come la conoscenza dell’omosessualità di un membro della fami-
glia, di adottare strategie di negazione letterale, cioè la negazione
del fatto stesso, o della propria conoscenza del fatto (Cohen, 2002).
In assenza di un esplicito conflitto, queste strategie non si manife-
stano e possono non essere percepite come reazioni di rifiuto. È
possibile in questo modo evitare rotture relazionali, anzi, all’impe-
rativo del non detto possono corrispondere anche rapporti molto
intensi dei familiari con il compagno o la compagna, anche convi-
venti, dell’intervistato/a.
72

Ho portato Marco in famiglia senza dire assolutamente qual era il no-


stro rapporto perché la mia famiglia è una famiglia in cui non si deve
parlare. Lo avessi detto succedeva un dramma, se è un fatto normale e
naturale loro lo sanno, io lo so ma non se ne parla… è così. Non si può
neanche dire che sia un modo ipocrita, è un modo per difendersi (Pier-
luigi, 52 anni).

L’atteggiamento opposto alla negazione da parte dei familiari è quel-


lo di chi, colti alcuni segnali che provocano dubbi sull’eterosessua-
lità del familiare, ne chiede più o meno esplicitamente spiegazioni.
Sono soprattutto le donne a raccontare di richieste particolarmente
esplicite e pressanti. Barbara, 35 anni, ricorda i modi molto diretti di
sua madre:

Io avevo iniziato da alcuni mesi una storia importante, che è stata pe-
raltro la mia prima storia d’amore con una donna, vissuta completa-
mente, e lei dopo vari mesi che chiedeva «Dove sei?», «Cosa fai?» e si
sentiva dire «Sono qui con…» ecc., un giorno sono tornata a casa e mi
ha fatto una domanda pressoché diretta. Mi ha chiesto se mi piacevano
gli uomini, e io risposi «Sì»; lei mi disse «Però preferisci le donne», io
risposi «Sì»; «E hai una storia con…» e io risposi «Sì».

La scelta di dichiarare spontaneamente il proprio orientamento ses-


suale, soprattutto ai genitori, appare maggiormente diffusa tra i più
giovani. Questo potrebbe essere dovuto alla maggiore presenza di
un discorso pubblico sull’omosessualità e sul coming out come tappa
fondamentale per l’accettazione della propria condizione omoses-
suale, ma anche a una maggiore legittimità, nelle famiglie, della co-
municazione delle esperienze affettive e sessuali. In effetti, per qual-
cuno è chiaramente così, ed è motivato da un clima familiare per-
cepito come affettuoso e accogliente, da «un senso di fiducia», co-
me dice Luca, 22 anni.
La decisione di dichiararsi in famiglia, tuttavia, non sembra de-
terminata unicamente dall’aspettativa di una reazione positiva, o
quantomeno di non rifiuto. Spesso si tratta invece della volontà di
trasformare una situazione non soddisfacente, percepita come fon-
te di sofferenza. In alcuni casi può essere la volontà di esplicitare le
ragioni di un conflitto già presente in famiglia. Grazia, 21 anni, rac-
conta di essere stata indotta dalla rabbia: «Alla fine mi sono detta:
‘Vabbé, mi libero, gli dico questa cosa, così la fanno finita di scoc-
ciare, di rompere’».
In altri casi parlarne con i familiari è uno dei modi per chiede-
re aiuto in situazioni di crisi, quali la fine di una relazione affettiva
o la difficoltà di accettare un’identità omosessuale. A volte, come
73

nel caso di Maurizio, 49 anni, questa crisi è rappresentata da un


tentativo, più o meno effettivo, di suicidio. Quando i familiari han-
no cercato di capirne le cause «la cosa è dovuta saltare fuori».
Il coming out, infine, può coincidere con eventi che comportano
comunque una ridefinizione delle relazioni familiari, come andare
a vivere per conto proprio, tanto più se questo segna l’inizio di una
convivenza omosessuale.

2. Effetti della visibilità in famiglia

Per rappresentare e interpretare l’esperienza di chi scopre che un


membro della sua famiglia è omosessuale, soprattutto nel caso si sia
genitori o nonni, è stata proposta la metafora del lutto, come perdita
di una parte delle speranze e dei sogni che avevano per i loro figli o
nipoti (Savin-Williams, Dube, 1998). In realtà, se questo momento
sembra avere per tutti la caratteristica di uno shock (Montano, 2000),
di un evento spiazzante (Meo, 2000), perché è improvvisamente mes-
so in discussione l’assunto di eterosessualità rispetto a quel familiare
(Herdt, 1989), le reazioni che provoca sono molto variabili.
Gli studi disponibili, riferiti principalmente al contesto statuni-
tense, descrivono reazioni relativamente «idiosincratiche», in cui
tutte le varianti, dal sostegno incondizionato al totale rifiuto, si ri-
trovano in ogni ceto sociale così come in ogni gruppo etnico o raz-
ziale (Merighi, Grimes, 2000). Piuttosto che dipendere dalla posi-
zione sociale della famiglia, le reazioni sembrano variare in relazio-
ne a ciascuna particolare cultura familiare (Newman, Muzzonigro,
1993), ma soprattutto in base alle priorità definite nella propria sca-
la di valori. È quando al primo posto viene messo l’amore per il fa-
miliare e il suo benessere che si trovano atteggiamenti di maggiore
accettazione e sostegno e di superamento degli stereotipi. Impor-
tante sembra anche la capacità dei familiari di reinterpretare i valo-
ri condivisi, includendo ad esempio nel valore assegnato alla fami-
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glia anche forme di famiglia diverse quali quelle omosessuali (Trem-


ble, Schneider, Appathurai, 1989). Ciò può essere avvenuto anche
prima della scoperta dell’omosessualità di un familiare, attraverso la
conoscenza di altre persone omosessuali.
Le reazioni, inoltre, possono variare anche fortemente in una
stessa famiglia: è quindi necessario considerare per ogni nucleo fa-
miliare la particolare costellazione di posizioni espresse dai diversi
componenti (Savin-Williams, 2001).
Infine, occorre considerare la dimensione temporale, perché la
scoperta dell’omosessualità di un familiare può non essere legata a
74

un evento puntuale, ma avvenire gradualmente: rappresenta soltan-


to l’inizio di un processo di trasformazione delle relazioni familiari
che non è riducibile alla dicotomia accettazione/rifiuto (Beeler, Di-
Prova, 1999).
Distinguiamo quindi qui la prima reazione dai mutamenti di
lungo periodo che a essa sono seguiti nei rapporti familiari.

2.1. La prima reazione dei familiari

Le reazioni iniziali dei familiari spesso sono diverse da quelle attese.


Raffaele, 32 anni, ricorda la paura prima e lo stupore poi per la
reazione del padre, stupore non solo suo ma anche della madre,
che gli aveva consigliato di lasciarlo all’oscuro, rifiutandosi di fare
da mediatrice («Se gliene parli, sappi che io non ne so nulla!»):

Mio padre mi ha stupito. Mi ha detto: «E allora? Qual è il problema?».


Io gli ho detto che per me non lo era, ma non sapevo come avrebbe
reagito. E lui ha aggiunto: «Che genitori pensi che fossimo? Cosa pensi
di noi? Che non siamo in grado di capire questa cosa?».

Per mettere in luce le variazioni, le reazioni dei familiari ricordate


dai nostri intervistati sono state raggruppate in due poli: accettazio-
ne o indifferenza da un lato, rifiuto dall’altro4. Le reazioni negati-
ve, di rifiuto, sono riportate nella tabella 3. I risultati della ricerca
torinese sono inoltre confrontati con quelli ottenuti sul campione
nazionale da Barbagli e Colombo (2001).
Da questi dati emergono rilevanti differenze tra uomini e donne
riguardo alle reazioni dei familiari, che appaiono più frequente-
mente negative verso i maschi, soprattutto da parte dei padri. Ciò
conferma indirettamente la nostra ipotesi che i giovani maschi si ri-
velino meno ai padri rispetto alle giovani donne perché ne temono
più frequentemente il giudizio negativo. Questi risultati, come si
può osservare nella tabella 3, differiscono da quelli rilevati nel cam-
pione nazionale della ricerca di Barbagli e Colombo (2001); in es-
sa, infatti, nonostante complessivamente la percentuale di reazioni
negative non differisse sostanzialmente da quella rilevata per il cam-

4 La reazione di rifiuto comprende le seguenti modalità previste nel questionario

torinese: «mi ha cacciato/a di casa», «costrizione o violenza fisica o psicologica», «ri-


fiuto di ammetterlo», «mi ha proposto di andare dallo psicologo», «si è chiesto dove
avesse sbagliato con me». La reazione di indifferenza/accettazione comprende: «non
era contento/a ma ha accettato», «si è dimostrato/a molto comprensivo/a», «ha ac-
cettato senza problemi», «indifferenza», «non ne ha mai più voluto parlare».
75

Tabella 3 – Reazioni negative tra i familiari (valori percentuali).

Campione torinese Campione nazionale*


Uomini Donne Uomini Donne
Madre 52 48 40 51
Padre 52 30 35 35
Fratelli** 13 4 13 11
Sorelle** 7 9 13 16

* Elaborazione dei dati della ricerca di Barbagli e Colombo (2001).


** Per il campione torinese, media calcolata sui valori percentuali analitici riferiti ai fratelli e alle sorel-
le indicati da ciascun intervistato.

pione torinese, emergeva una maggiore frequenza di reazioni ne-


gative verso le figlie da parte delle madri e la stessa frequenza per
figli e figlie da parte dei padri. Tali differenze potrebbero essere in-
nanzitutto dovute alla diversa composizione e numerosità dei due
campioni, in particolare al fatto che il campione torinese è più
omogeneo, o equilibrato, nella composizione per genere, consen-
tendo confronti tra uomini e donne più affidabili. In piccola parte,
tuttavia, queste differenze potrebbero essere segno di una minore
differenziazione nel grado di controllo sociale operato dai genitori
verso figli e figlie nel contesto torinese5; o meglio al fatto che il
campione torinese presenta, rispetto a quello nazionale utilizzato
da Barbagli e Colombo, in modo più concentrato esperienze vissu-
te in un contesto urbano del Nord, in cui sono più diffusi che nel-
la media valori di parità tra uomini e donne, in particolare nei con-
fronti di figli e figlie, e dove i processi di emancipazione femminile
sono più consolidati.
Le reazioni dei familiari sembrano non essere strettamente con-
nesse né alla loro posizione sociale, né all’adesione a ruoli di gene-
re tradizionali, né agli atteggiamenti generali nei confronti di per-
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sone omosessuali.
Ritroviamo reazioni di immediata accettazione, anche inaspetta-
te, da parte di madri considerate fortemente legate a un ruolo tra-
dizionale. Agnese, 40 anni, ricorda quando a 25 anni ha raccontato
della propria relazione alla madre, dipendente di una ditta pulizie,
la quale aveva scoperto che lei aveva dormito fuori casa:

5 Come si è detto in precedenza, occorre tuttavia tenere conto del fatto che i rac-

conti delle prime reazioni di familiari si riferiscono non raramente a luoghi di pro-
venienza degli intervistati diversi dalla città di Torino.
76

Lei è arrivata tutta tranquilla: «Amore, tesoro, ti ho telefonato ed eri già


uscita»; e mi fa: «Dì la verità che non hai dormito a casa». Io le ho det-
to: «Sì, non ho dormito a casa, ho dormito a casa di un’altra, abbiamo
passato la notte insieme». Lei è stata zitta per 3-4 minuti, non ha detto
una parola, poi quando finalmente ha ritrovato il fiato ha detto: «Ma vi
volete bene?» e io «Sì, io gliene voglio bene, lei ha detto di volermene,
poi non posso mettere la mano sul fuoco, io sono sicura di quello che
provo io per lei», e lei «L’importante è quello». Poi sono passati altri 10
minuti, ma prima di scendere dalla macchina ha detto: «L’unica cosa
che mi dispiace, è che non potrete fare figli». Io le ho detto «Guarda,
abbiamo appena cominciato, poi vedremo più avanti quello che senti-
remo, quello che ci passerà per la testa». Perché lei comunque è nata
per fare la mamma, e allora il suo obiettivo maggiore sono i figli.

Anche la reazione iniziale dei padri non sembra essere necessaria-


mente connessa alla loro adesione al ruolo maschile tradizionale o
alla posizione di autorità nella famiglia. Domenico, 29 anni, rac-
conta dei suoi timori e dell’inaspettata reazione di suo padre, quan-
do a vent’anni si decide a parlargli dopo essersi confidato con sua
madre, che aveva avuto una reazione di maggiore rifiuto:

Ero terrorizzato, perché mio padre è sempre stato un tombeur de femmes,


molto virile, maschile. Io ho qualche complesso nei confronti di mio pa-
dre per lo sport: mio padre è molto sportivo, è molto bravo, è molto to-
sto […] è modello Superman. Quindi io ho detto: «[…] oltre al falli-
mento nello sport, oltre a non essere il figlio che hai sempre sognato
[…] gli dico pure che sono finocchio, complimenti!». Una sera lo pren-
do, gli dico «Guarda, devo dirti una cosa». Lui era molto preoccupato,
friggeva, io di più ma non sapevo come dirglielo; gli dico «Guarda, sono
gay». Lui non batte ciglio e mi fa: «E poi?». «E poi cosa?»; «La cosa grave
che devi dirmi, qual è?», «Che sono gay, papà»; «È tutto lì? Cosa me ne
frega a me che tu sei gay? Io voglio che tu sia felice, tutto il resto non mi
interessa; anzi non escludo che se trovassi un uomo che riesca a eccitar-
mi, con cui ho un feeling, potrei provare anch’io». Mi è caduta la man-
dibola… evviva: almeno lì non ho dovuto lottare, quantomeno!

D’altra parte, familiari aperti a parole verso l’omosessualità o che


frequentano persone omosessuali possono avere reazioni anche for-
temente negative. È il caso della famiglia di Barbara, 35 anni, fre-
quentata regolarmente da amici gay, soprattutto uomini. Quando la
madre ha scoperto l’omosessualità della figlia, «la sua reazione è
stata: apriti cielo!» e per alcuni anni ha avuto «grossi problemi», du-
bitando di essere stata una buona madre.
Carla, 43 anni, descrive questa contraddizione nel comporta-
mento del padre:
77

Un padre che pensa che gli omosessuali sono tutti ammalati pur aven-
do degli amici omosessuali, ma quelli sono medici e professori e allora
va tutto bene. Non so come mette insieme le cose, però comunque è
così. Quindi con lui è impossibile parlarne, del resto non gli parlo più
in assoluto.

Anche fratelli e sorelle possono reagire in modo contrastante. Ro-


berta, 35 anni, ricorda le difficoltà del fratello, con cui viveva e ave-
va grande confidenza, e l’esperienza più positiva con la sorella:

Lui mi ha detto che razionalmente non aveva nessun problema ad ac-


cettare l’aspetto dell’omosessualità, l’unica cosa che lo turbava un po’ è
che nelle relazioni omosessuali non c’è la possibilità di procreare dei fi-
gli e quindi gli sembrava una cosa che andava un po’ al di là di quello
che era un processo naturale. […] [Con mia sorella] ho dovuto, come
dire, una sera uscire e decidere che quella sera avrei fatto lo sforzo per
parlarle della mia vita e farlo. Lei, essendo una donna, ha reagito in un
altro modo […], per lei è una situazione abbastanza normale, poi tra
l’altro lei è molto giovane, quindi le interessa la persona, al di là del-
l’uomo e della donna.

Le reazioni iniziali dei familiari non sembrano essere meno fre-


quenti tra le coorti più giovani, anzi è generalmente vero il contra-
rio. Per mettere ulteriormente in luce le differenze complessive per
sesso ed età, è stato costruito un indice di rifiuto/accettazione da
parte della famiglia(tabella 4)6.
Questi dati smentiscono l’ipotesi di una maggiore accettazione
generalizzata dell’omosessualità dei più giovani (19-23 anni) da par-
te delle loro famiglie: l’accettazione è stata sperimentata soltanto dal
25% delle donne e dal 39% degli uomini nel campione dell’indagi-
ne quantitativa. Sono invece uomini e donne oltre i 44 anni a ricor-
dare più frequentemente accettazione da parte di tutti i familiari.
La maggiore visibilità dei più giovani, uomini e donne, quindi,
sembrerebbe dovuta più alla scelta di questi ultimi, alla loro mino-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

re accettazione di situazioni di clandestinità, che non alla percezio-


ne di un clima familiare più favorevole. Anche se, naturalmente, il
mutamento sociale e culturale in generale, l’esistenza di un discor-
so pubblico sull’omosessualità non univocamente dispregiativo, ha

6 L’indice è stato costruito trasformando in dicotomie tutte le variabili relative al-

la reazione dei familiari prevedendo l’assegnazione del codice «1» alle modalità «mi
ha cacciato/a di casa», «costrizione o violenza fisica o psicologica», «mi ha proposto
di andare dallo psicologo», «si è chiesto dove avesse sbagliato con me», e codice «0»
alle restanti modalità di risposta. In seguito si è creata una nuova variabile, effet-
tuando una somma di riga di tutti i record relativi alle variabili in questione.
78

Tabella 4 – Indice di rifiuto/accettazione per sesso e classe di età degli intervistati (valori percentuali).

19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni
Familiari che esprimono rifiuto
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Nessun familiare 39 25 32 64 33 59 56 38 44 55 63 66 59 –
Un familiare 39 50 22 25 35 22 21 48 17 30 38 28 18 –
Due familiari 17 25 42 8 26 11 16 13 30 10 – 3 23 –
Tre familiari 6 – 2 3 4 9 2 3 4 5 – 3 – –
Quattro familiari – – 2 – 2 – 5 – 4 – – – – –

* Classe 44-65 anni per il campione femminile.


79

portato a una maggiore accettazione sociale dell’omosessualità e a


forme di censura di atteggiamenti di condanna. Ciò, insieme al pro-
cesso generale per cui oggi ai figli si riconoscono più precocemen-
te e più estesamente forme di individuazione in desideri, compor-
tamenti, consumi, ha appunto favorito tra i più giovani la consape-
volezza del proprio diritto a stare al mondo per come sono, anche
se ciò dispiace ai genitori, o è condannato dai medesimi. Tale con-
sapevolezza a sua volta può dare loro il coraggio di affrontare rea-
zioni inizialmente anche molto negative.
Occorre comunque tenere presente che le differenze tra diverse
classi di età potrebbero essere anche dovute a rielaborazioni suc-
cessive fatte in base a come sono cambiati i rapporti con la famiglia
nel tempo. Il ricordo, infatti, può essere influenzato da come le re-
lazioni familiari si sono trasformate nel corso degli anni in una di-
rezione di maggiore accettazione, dopo la primissima reazione di ri-
fiuto, e questa influenza potrebbe essere più forte se l’evento è mol-
to lontano nel tempo.
Gli intervistati nel campione dell’indagine quantitativa ricorda-
no come sia stata la preoccupazione per la loro felicità la ragione
più spesso indicata dai familiari per spiegare le loro difficoltà. Fre-
quente è anche, quasi in un terzo dei casi complessivi, la paura dei
pettegolezzi.
Sebbene meno diffusi, sentimenti di schifo e vergogna sono
tutt’altro che rari, soprattutto tra i genitori, arrivando a un quinto
dei casi. Sono stati espressi maggiormente dalle madri verso le fi-
glie, dai padri verso i figli, dai fratelli verso le sorelle e viceversa.
L’omosessualità come malattia è stata nominata in circa un ter-
zo dei casi ed è diffuso, soprattutto da parte delle madri (riportato
dall’11% degli intervistati), il consiglio di ricorrere allo psicologo.
Tra le madri emerge anche frequentemente il senso di colpa: il
12% ha reagito chiedendosi «Dove ho sbagliato?».

La sua prima reazione è stata un qualcosa tipo «Ma io cosa ho fatto di


© Edizioni Angelo Guerini e Associati

sbagliato?». Poi abbiamo fatto un percorso parallelo che poi lei ha an-
che continuato per conto suo… Però poi mi ha anche detto delle cose
belle come: «Non ti preoccupare… se hai bisogno possiamo chiedere
aiuto a qualcuno». E già lì sapevo, ero cosciente di essere omosessuale
e le ho detto: «Guarda che non si può guarire da questa cosa»; e lei
«Non ha importanza, comunque non preoccuparti» (Raffaele, 32 anni).

Il dispiacere di non avere nipoti è dichiarato da circa il 20% dei ca-


si, più di frequente dalle madri che dai padri e più spesso da en-
trambi rispetto ai figli che alle figlie.
80

Anche la reazione di negazione assoluta (il «rifiuto di ammet-


terlo») si ritrova soprattutto da parte di entrambi i genitori rispetto
ai figli maschi (16% dei casi).
La reazione negativa può spingersi fino alla violenza fisica, che è
denunciata dal 6% del nostro campione. La violenza sembra essere
esercitata più facilmente dal padre che dalla madre. Di fronte a
queste situazioni, chi ha fatto conoscere la propria omosessualità
appare fortemente vulnerabile. Anna, 41 anni, ricorda di essere sta-
ta «presa a cinghiate» ai tempi della scuola media dal padre che
aveva letto una sua lettera d’amore a una donna.
Alla violenza fisica possono accompagnarsi violenze psicologiche
come la pubblica umiliazione raccontata da Lorena, 26 anni, subita
ai tempi delle scuole superiori da parte del padre. Dopo averla sco-
perta in casa con un’amica e aver tentato di picchiarla l’ha riporta-
ta a scuola dalle sue insegnanti:

Mi ricordo la scena di mio padre, fuori dal parlatorio, con questa suora
che era sempre più bianca. Mio padre le ha detto cose del tipo: «Guar-
da in che stato di depravazione» e io anche adesso continuo a non ca-
pire. Io pensavo che fosse una persona intelligente, per carità non pre-
tendo che capisse chissà che… La scena successiva è stata quella di mio
padre che carica la suora sulla macchina e ci riporta tutte e due a casa
[…], dopodiché la cosa fu resa più o meno pubblica.

Infine, sempre riguardo alla reazione dei genitori, va segnalata la


presenza di alcuni casi (11), anche se rappresentano solo il 2% del
campione dell’indagine quantitativa, di uomini e donne cacciati di
casa dai genitori (sia dalle madri sia dai padri).

2.2. Mutamenti nelle relazioni familiari

Il momento della scoperta dell’omosessualità di un membro della


famiglia rappresenta soltanto l’inizio di un processo di riaggiusta-
mento. Per tutti è infatti l’avvio di una lunga e complessa ridefini-
zione delle relazioni familiari. Esso può portare a esiti anche molto
diversi rispetto a quanto si poteva immaginare in base alla prima
reazione (Beeler, DiProva, 1999).
Succede sovente, soprattutto per le madri, che una reazione ini-
ziale di più o meno forte rifiuto o condanna si trasformi, anche ra-
pidamente, in forme diverse di accettazione.
Domenico, 29 anni, racconta come sono cambiati i rapporti con
la madre dal giorno della dichiarazione, avvenuta dopo un tentati-
vo di suicidio non realizzato fino in fondo e giorni di disperazione:
81

Mia madre […] ha reagito in maniera molto violenta dicendomi «Non


è possibile, non puoi essere così triste, non ha senso, non puoi essere
disperato, devi essere sorridente, devi essere allegro, devi, devi». A un
certo punto sono esploso dicendole: «Piantala, non sai un cazzo di me,
io sono omosessuale». Panico. Al contempo le ho chiesto aiuto perché
non ero in grado di affrontare la situazione da solo e le ho chiesto se
pensava che mandarmi in analisi potesse servire. Lei chiaramente ha
detto di sì, pensando che l’analisi mi avrebbe curato in qualche misura
[…]. Mia madre non è stupida, non pensa che l’omosessualità sia una
malattia. Però di fronte allo sconvolgimento della, tra virgolette, regola
della maggioranza delle persone, che è una condizione etero, mia ma-
dre ha avuto un rifiuto […]. Dopo un paio d’anni di discussioni, litiga-
te, esplosioni, scontri, chiacchiere tranquille, mia madre ha accettato
questa cosa in maniera totale e perfetta. Per cui sono fortunato.

Questo però non è il solo processo possibile. I mutamenti nel tem-


po delle relazioni familiari rilevati nei racconti degli intervistati so-
no molto variabili e difficilmente interpretabili come passaggi attra-
verso una comune sequenza di stadi, dallo shock e negazione ini-
ziali fino all’accettazione (Savin-Williams, Dube, 1998).
Si ripropongono, anche dopo un’esplicita dichiarazione, proces-
si di negazione per cui la condizione per preservare la relazione è
quella di far tornare nuovamente la questione nel «non detto».
Franca, 38 anni, sceglie di sottoporsi a questa condizione per rista-
bilire una relazione con sua madre dopo il rifiuto provocato dalla
dichiarazione esplicita. L’incorporazione nelle relazioni familiari
delle scelte di vita della figlia può così avvenire non come accetta-
zione della sua omosessualità, ma attraverso l’accoglienza della sua
compagna:

Per me si è chiuso tutto. Con [mia madre] non ho mai più parlato di
queste cose. Non ho mai più portato nessuno a casa, fino a quando ho
poi portato Enrica. Credo che lei sappia perfettamente, non se ne par-
la, ma credo che abbiano accettato anche perché con Enrica le cose
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

vanno bene e non c’è problema. Pensa che è più Enrica a sentire [al te-
lefono] mia mamma di quanto la senta io.

Rifiuto o condanna iniziali possono infine portare a una rottura


permanente della relazione. Mentre per le madri, come si è detto,
tende a prevalere nel lungo periodo il sostegno al figlio o alla figlia
«a qualunque condizione» (si veda anche Tremble, Schneider, Ap-
pathurai, 1989), questa separazione sembra avvenire più facilmente
con i padri. Non sono infatti rare storie come quella di Grazia, 21
anni: «Mio padre ha detto una cosa tipo: ‘Tu sei una deviata men-
82

tale’, o qualcosa del genere […]. Solo questa cosa, e da allora non
mi ha più rivolto la parola se non per cose essenziali».

3. I parenti

Nelle strategie di visibilità, anche i parenti possono assumere un ruo-


lo importante: da un lato possono rappresentare un’ulteriore pres-
sione alla conformità al modello eterosessuale, ma, dall’altro, anche
fornire un sostegno al momento della dichiarazione in famiglia.
Si ritrova, rispetto ai parenti, l’intera gamma di strategie descrit-
ta per i membri della famiglia di origine, dal nascondimento al
coming out diretto. Tuttavia, la minore intensità delle relazioni sem-
bra lasciare maggiore spazio alla negazione, garantita evitando di
esplicitare l’orientamento sessuale o la natura delle relazioni affetti-
ve, senza dover ricorrere a strategie di nascondimento:

Non se ne è parlato, non se ne è discusso, ma la cosa è chiara e lam-


pante per cui poi: «Ah ciao, sei qua? Ma Enzo non c’è?» «No»; «E come
mai?» «Non è potuto venire»; «Ah mi dispiace». Passa la serata e poi ci
si saluta: «Ciao arrivederci, salutami tanto Enzo» (Matteo, 51 anni).

La scoperta dell’omosessualità di un familiare è stata descritta come


una doppia sfida per la famiglia, e per ciascuno dei suoi membri
(Beeler, DiProva, 1999). Da un lato, si deve mettere in discussione
il proprio assunto di eterosessualità e fare i conti con i propri ste-
reotipi e pregiudizi; dall’altro, si pone il problema di affrontare un
altro coming out, come familiare di una persona omosessuale, e di
fronteggiare stereotipi e pregiudizi tra i parenti come tra i vicini di
casa e nella società in generale.
Elsa, 46 anni, racconta di questo doppio coming out e dello stretto
legame tra accettazione nella famiglia di origine e nella parentela:

[Dopo averne parlato con la sorella] con i miei ero più preoccupata,
pensavo che non capissero. Perciò ho aspettato di essere un po’ più si-
cura, nel frattempo avevo compiuto 18 anni, lavoravo, pensavo di po-
tergli parlare da adulta. Allora l’ho detto a mio padre […]. Apparente-
mente non ha mostrato nessuna emozione, neanche molta curiosità,
devo dire che la cosa mi ha stupito, perché non era certo una cosa di
cui avessimo mai parlato in famiglia, pensavo che avesse una reazione
più forte, positiva o negativa, ma più forte. Invece niente, mi ha solo
detto: «Di questa cosa qui dobbiamo parlare con tutta la famiglia». Per-
ché lui è fatto così, tutte le cose un po’ importanti vuole discuterle sem-
pre in famiglia. Praticamente la domenica dopo ha invitato gli zii a pran-
83

zo, c’erano tutti i miei fratelli e l’ha detto lui al resto della famiglia. È
stato un coming out molto ufficiale […]. Io ero imbarazzata, naturalmen-
te, sembrava quasi un consiglio di guerra, con tutti lì a sentire, però da
lì in avanti è stato tutto più semplice, pensavo che se potevo dirlo in fa-
miglia potevo dirlo fuori senza problemi.

D’altra parte, la parentela può anche rappresentare una risorsa, as-


sumendo un importante ruolo di mediazione nel conflitto familiare
seguente a un coming out. Barbara, 35 anni, racconta le reazioni dei
parenti quando furono informati dalla madre:

Buone, di assoluta accoglienza, anche perché era tale la reazione emo-


tiva di mia madre che comunque la loro reazione immediata è stata
quella di dirle: «Stai calma, l’importante è che tua figlia sia felice»; poi,
di seguito, comunque, così ha continuato a essere.

Grazia, 21 anni, a fronte della reazione di rifiuto del padre e delle


preoccupazioni della madre, ha trovato nelle zie, una con un figlio
omosessuale, l’altra con amici omosessuali, sostegni fondamentali:

Mia zia di Torino mi ha detto che lei aveva […] un amico omosessuale e
che soffriva molto per lui perché vedeva che gli altri lo trattavano male…
e mi ha detto: «Non voglio che tu faccia la stessa fine». Quindi anche lei
si è preoccupata per me. L’altra zia era già abituata, avendo un figlio
omosessuale, ci aveva già fatto il callo, mi ha soltanto telefonato in quel
periodo […] e mi ha detto: «Non ti preoccupare che tanto tu sei sempre
la cocca di zia! E qualsiasi cosa succeda io ti voglio sempre bene».

4. Senza modelli

I mutamenti intervenuti nella rappresentazione sociale dell’omoses-


sualità sembrano non avere particolare influenza sul modo in cui le
famiglie, in particolare i genitori, reagiscono alla scoperta dell’omo-
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sessualità dei figli, almeno in prima battuta. Resta stabile in partico-


lare la frequenza di reazioni iniziali di rifiuto. Ciò che sembra cam-
biare nelle generazioni più giovani è la maggiore diffusione di un
modo più esplicito di venire allo scoperto in famiglia. Forse è dovuto
al fatto che i giovani hanno ora più facile accesso a codici presenti
nei discorsi pubblici sull’omosessualità riguardo alle forme e all’im-
portanza della «dichiarazione in famiglia», e condividono con la pro-
pria generazione una maggiore consapevolezza del diritto a essere ri-
conosciuti e accettati per quello che si è. Questo atteggiamento ridu-
ce gli spazi per la negazione, ma incontra una generazione di geni-
84

tori che, se da una parte è cresciuta e divenuta adulta in un’epoca re-


lativamente permissiva sul piano sessuale, d’altra parte non è suffi-
cientemente attrezzata sul piano culturale e psicologico per reggere
una sfida così radicale al modello di normalità e allo stesso tempo
non è più sicura e legittimata nel ricorrere a forme di ripulsa o ne-
gazioni violente. I familiari si trovano spesso senza modelli di com-
portamento e comunicazione che li aiutino ad affrontare un evento
inaspettato di questo genere, che li colpisce nel proprio senso di nor-
malità e adeguatezza, nelle aspettative e fantasie rispetto al futuro
dei figli e li espone a possibili, o temute, reazioni sociali negative.
In questo contesto, appare fondamentale l’azione di organizza-
zioni come l’AGEDO, che ha tra le sue attività servizi di ascolto te-
lefonico locali attivati da genitori volontari (Torino è una delle città
in cui questo servizio è attivo), ai quali si rivolgono adolescenti e
genitori per consigli e sostegno rispetto a come affrontare la que-
stione dell’omosessualità in famiglia.
CAPITOLO QUARTO

SCUOLA E POSTO DI LAVORO: SITUAZIONI A RISCHIO?

Il contesto scolastico prima e i luoghi di lavoro poi sono gli ambiti


fondamentali della vita quotidiana, al di fuori delle relazioni prima-
rie quali la famiglia e le amicizie. In entrambi i casi, si tratta di isti-
tuzioni apparentemente «asessuate», in quanto la sessualità e l’o-
rientamento sessuale non avrebbero in essi, e particolarmente per
quanto riguarda i luoghi di lavoro, un ruolo o una ragione per es-
sere messi a fuoco.
Tuttavia la sessualità, quella eterosessuale, appare fortemente
presente nei modi in cui sono agiti i ruoli di genere, nelle intera-
zioni quotidiane come nelle pratiche istituzionali. Più esplicitamen-
te nella scuola, nella misura in cui in essa si apprendono e si con-
fermano – non solo nelle importanti interazioni informali tra coe-
tanei e con gli insegnanti, ma anche tramite forme di comunicazio-
ne esplicite – i modelli di normalità, inclusa la normalità di genere
e di comportamento sessuale. Meno esplicitamente nei contesti di
lavoro, non solo perché riguardano età diverse, ma perché la con-
ferma e la disconferma della normalità, così come le attese, e gli ste-
reotipi, relativi alle competenze e ai comportamenti propri di cia-
scun genere, sono lasciate quasi esclusivamente ai rapporti informa-
li, anche se non mancano pratiche istituzionali che operano da fil-
tro potente: dal colloquio di lavoro (a volte con il suo corredo di te-
st sulla personalità) alle forme di allocazione delle mansioni e del-
le opportunità di carriera.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Per questo le persone omosessuali si sentono spesso costrette a


prendere decisioni circa il rendere o meno conosciuto il proprio
orientamento sessuale in tali contesti e più in generale si sentono
vulnerabili al giudizio di pari o di superiori. Ciò che dagli altri – gli
eterosessuali – è talvolta percepito come una forma di esibizioni-
smo, o di non necessaria messa in pubblico della propria vita priva-
ta, in realtà spesso non è che la risposta autodifensiva, o anche solo
chiarificatrice, a pressioni verso la conformità che fanno tanto ov-
viamente parte del modo di comportarsi delle persone eterosessua-
li da non essere neppure percepite come tali.
86

1. La scuola

Abbiamo visto nel capitolo secondo che le tappe fondamentali del


percorso di scoperta o definizione del proprio orientamento ses-
suale sono avvenute, per una grande parte delle persone del cam-
pione torinese, durante gli anni di scuola. Il momento in cui si so-
no accorte per la prima volta di essere attratte da persone dello
stesso sesso si colloca mediamente ai tempi della scuola media per
gli uomini, verso l’inizio delle scuole superiori per le donne. Le pri-
me esperienze sessuali e la definizione per sé e per gli altri della
propria identità sessuale si collocano mediamente alla fine delle
scuole superiori per gli uomini, poco dopo per le donne.
La scuola non è però soltanto uno dei contesti in cui questo pro-
cesso avviene, ma anche un luogo fondamentale di produzione e ri-
produzione delle identità sessuali e di genere. La scuola è in effetti
un’arena, al tempo stesso cruciale e particolarmente critica, in cui i
bambini e i ragazzi, che stanno definendo la propria identità di ge-
nere e sessuale, si confrontano con le pratiche e con il paradigma
della normalità nel quale i modelli di genere sono spesso fortemen-
te divaricati e anche sottilmente gerarchizzati: ciò avviene al fine di
assicurarne un’ovvia complementarità. L’eterosessualità, nel conte-
sto formale e informale scolastico dove pure la sessualità è spesso
censurata, è infatti l’assunto su cui si basa insieme il modello di nor-
malità di genere e l’ovvietà dell’assetto sociale. Paradossalmente, il
fatto che negli anni della scuola dell’obbligo e in parte anche di quel-
la superiore le identità delle persone, inclusa quella di genere e ses-
suale, siano ancora in formazione rende la proposta, ma anche la do-
manda, di normatività e normalità più insistente, più etero-, ma tal-
volta anche autocostrittiva: un modo in cui l’istituzione e i suoi adul-
ti, ma anche i pari e l’individuo stesso, contengono l’ansia provocata
dall’incertezza propria del periodo di formazione, dal timore del di-
verso (o dell’essere tale), non normale, non standard.
A conferma indiretta che i ruoli di genere sono percepiti di nor-
ma come nettamente distinti, ma anche gerarchizzati, con l’identità
di genere maschile connotata come socialmente più ricca e poten-
te, è l’omosessualità maschile – intesa come non adesione al mo-
dello di genere maschile e al posto che gli è assegnato nella norma
eterosessuale, che riguarda la sessualità, ma non solo – a essere più
visibile e percepita come una più forte violazione del ruolo di ge-
nere appropriato, e più pesantemente sanzionata dal gruppo dei
pari. Nell’immagine dell’omosessualità come inversione, che man-
tiene significativamente la sua maggiore popolarità negli anni della
formazione e tra le persone in formazione, essere «una femminuc-
87

cia» è peggio, un tradimento di genere più grande e più incom-


prensibile che essere «un maschiaccio».
Se vi è ormai una generale consapevolezza, e un’ampia tradizio-
ne di ricerca, sull’importanza della scuola nella riproduzione dei
ruoli di genere, la pressione verso l’eterosessualità come parte fon-
damentale della costruzione di questi ruoli rimane meno ap-
profondita (Renold, 2000; Wallis, Vanevery, 2000). Secondo Hyde e
Jafee (2000), l’eterosessualità è al tempo stesso data per scontata e
attivamente promossa nella scuola, sotto tre principali forme: il
controllo sociale da parte del gruppo dei pari, gli atteggiamenti de-
gli insegnanti, i programmi e i contenuti dell’insegnamento.

1.1. I gruppi dei pari

Quando, durante il periodo scolastico, sono affiorati dubbi sulla


propria eterosessualità, il difficile percorso di ridefinizione della
propria identità sessuale è avvenuto molto spesso nell’invisibilità: i
ragazzi e le ragazze coinvolti non hanno condiviso emozioni e dub-
bi con i compagni, se non con alcuni fidati o con quelli da cui era-
no attratti, né tantomeno con gli insegnanti. Peraltro, questa espe-
rienza va collocata nel contesto più generale delle caratteristiche
che hanno gli anni della crescita e della formazione anche per i
bambini e gli adolescenti che poi si stabilizzano in un orientamen-
to eterosessuale. Sono anni di grandi confidenze, ma anche di sfide
e competizioni tra pari, di confronti sul corpo e sul suo sviluppo, di
ansie sulla normalità. La letteratura, ma anche i ricordi di tutti noi,
è fitta di confronti/sfide su «chi ce l’ha più lungo» o «chi piscia più
lontano», su «chi ha prima le mestruazioni» o «chi inizia a svilup-
pare prima i seni»; sono anni ricchi di ansie, ma anche di paure, su
ciò che succede al corpo, sulle sensazioni che si provano senza sa-
pere perché, di orgoglio, ma talvolta anche di vergogna. Confidarsi
è un’urgenza, ma anche un rischio; un rischio che aumenta enor-
memente se il discorso prevalente tra i pari utilizza solo il codice
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più o meno sbruffone dell’eterosessualità stereotipizzata. Se, infatti,


l’omosessualità diventa visibile, per propria volontà o per altre cir-
costanze, sono le reazioni del gruppo dei pari a sanzionare in mo-
do più evidente la violazione della norma dell’eterosessualità.
Sono stati soprattutto gli uomini a subire più frequentemente le
reazioni negative dei pari di fronte alla conoscenza o al sospetto
della loro omosessualità: il 48% degli uomini, ma soltanto il 10%
delle donne del campione dell’indagine quantitativa, dichiara di
aver subito, negli anni di scuola, irrisione o isolamento da parte dei
compagni (tabella 1).
88

Tabella 1 – Persone che ricordano di essere state oggetto di scherno o isola-


mento a scuola (valori percentuali).

Sono stati oggetto di scherno Uomini Donne


Da parte di compagni di scuola 47 10
Da parte di insegnanti 5 2
N. casi (257) (248)

Domenico, 29 anni, descrive i suoi anni di scuola come un lungo


calvario, di isolamento, irrisione e violenza da parte dei compagni.
È un esempio di come queste difficili condizioni non siano molto
cambiate per le giovani coorti:

La tragedia è iniziata dalle scuole medie e per tutte le superiori ho avu-


to discriminazioni fortissime da parte dei miei compagni. Non da parte
dei professori; forse uno, il docente di ginnastica alle superiori perché
era un idiota, ma a quel punto sapevo già come rispondergli, non era
un problema, mentre invece con i compagni […] prese per il culo vio-
lentissime, isolamenti da parte di tutti. Avevo un amico che era il più
sfigato della classe […], così io giravo un po’ con lui perché era l’unico
che non mi pigliasse per il culo. E questo per le medie. Poi a fine me-
die io ho imposto ai miei di cambiare scuola, perché ne avevo abba-
stanza di andare alla privata (ho fatto elementari e medie dai preti)
[…]. Ho deciso di frequentare scuole superiori pubbliche […]. Il pri-
mo anno tanto quanto, passato abbastanza nell’anonimato: avevo la ten-
denza a diventare molto tappezzeria, mi nascondevo […]. Dalla fine del
secondo anno, ho cominciato ad avere ostilità molto forti, con diario
strappato, le pagine piene di insulti […]. Terzo anno e quarto anno,
una merda, di nuovo isolato, insultato, preso di punta da tutti. Rifiuto
di credere di essere stato l’unico gay in tutta la scuola, e però in quella
parte di scuola lì il bersaglio ero io.

Il forte disagio provocato dalle reazioni negative degli altri, unito al-
le difficoltà «interne» legate al processo di autoriconoscimento in un
modo di essere non standard e stigmatizzato, può avere anche effetti
negativi sul rendimento scolastico, in un processo circolare che ri-
schia di far diventare l’esperienza scolastica una fase totalmente ne-
gativa e fallimentare della propria vita. Si tratta di meccanismi ben
noti in altri casi di svantaggio, in cui lo stigma sociale si trasforma in
caratteristica negativa di chi lo subisce, diventando una sorta di pro-
fezia che si autoadempie. Racconta Vincenzo, che oggi ha 42 anni:

Quando io ho deciso di uscire, che è stato il momento più critico, per-


ché è stato la fine di un processo di accettazione in cui poi, alla fine
89

della fiera io ero veramente disperato e dovevo uscire… Lì c’è stato per
due o tre mesi un po’ di sbandamento, dove anche i risultati scolastici
hanno rischiato di soffrire di questa mia problematica personale. Però
in questi casi io faccio il leone, ho azzannato il problema e ho evitato
conseguenze negative… [Le reazioni negative dei compagni] direi, più
che hanno influito, hanno rischiato di influire, cioè hanno richiesto da
parte mia una reazione molto forte.

Paradossalmente, sembra che quanto più i gruppi dei pari sono se-
gregati per sesso nell’organizzazione della parte informale della vi-
ta quotidiana – ricreazione, giochi, sport, amicizie –, tanto più i ma-
schi esercitino una pressione particolarmente forte sui coetanei ver-
so la conformità a un rigido modello di genere maschile. Durante
la preadolescenza ne sono segnali obbligati il fare «giochi da ma-
schi», una certa rudezza di modi, il rispondere colpo su colpo, for-
me di presa di distanza, talvolta anche incoraggiate dagli adulti, dal-
la dipendenza, ma anche parziale indifferenziazione di genere del-
l’infanzia. Nell’adolescenza fa parte integrante di questo modello
anche un’eterosessualità esibita (ancorché non sempre veramente
amichevole nei confronti delle donne), in cui «avere una donna»
rappresenta spesso una misura del proprio valore (si veda anche
Garelli, 2000). In tale modello si trovano a disagio non solo gli omo-
sessuali, ma anche tutti coloro che, eterosessuali, non corrispondo-
no a questo stereotipo: chi non sa giocare a calcio o è particolar-
mente inabile negli sport, chi ama leggere o stare con i grandi. Ma
se si aggiunge un’incertezza sulla propria «normalità» sessuale, o se
le proprie pulsioni sono percepite come incomunicabili perché po-
tenzialmente ripugnanti, la ferita narcisistica e la durezza del cresce-
re ne vengono molto aggravati.
L’affermazione del modello «giusto» di maschilità nei gruppi di
adolescenti maschi avviene per una parte importante attraverso l’ir-
risione, la presa di distanza rispetto a ragazzi che in qualche modo si
rivelano non in linea con il paradigma proposto: omosessualità ed
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effeminatezza, caratteri assimilati, sono i segni di tale inadeguatezza


(Kimmel, ed., 1987; Redman, 2000). Ciò non significa che gli adole-
scenti omosessuali siano sempre particolarmente effeminati, ma che
l’accusa di essere «come femmine» è quella percepita come più radi-
cale e insultante di qualsiasi altra, nei confronti dei maschi per qual-
che motivo «non conformi», sia da chi la fa sia da chi la riceve.

Avevo paura e mi nascondevo, se non con quelli che sapevo che erano
come me. Avevo paura dei giudizi. Poi comunque, sai, ti dicono già
sempre la cosa in negativo, cioè se ti dicono «femminuccia» è per farti
male, non te lo dicono per fare una cosa simpatica (Enzo, 48 anni).
90

Le bambine e le ragazze sembrano meno toccate da questa espe-


rienza. Innanzitutto perché meno donne che uomini dichiarano di
aver definito un orientamento esclusivamente o prevalentemente
omosessuale già negli anni di scuola. In secondo luogo perché il
processo di formazione dell’identità femminile è caratterizzato da
minori richieste di discontinuità e di presa di distanza dall’altro ses-
so (Johnson, 1995). E le manifestazioni di affettuosità e tenerezza
tra ragazzine e adolescenti non sono considerate automaticamente
come indizio di infantilismo o di omosessualità, al contrario sono ri-
tenute del tutto normali. In terzo luogo, i messaggi che ricevono
oggi le ragazzine e le adolescenti sono molto più ambivalenti, me-
no univoci, non solo di un tempo, ma di quelli che ancora ricevo-
no i maschi. Il modello della parità, anche se spesso squilibrato a fa-
vore dello standard maschile, implica che ci si aspetti che le bambi-
ne e le adolescenti «facciano le femmine», ma non troppo, che si
preparino a essere compagne in un rapporto di coppia eterosessua-
le, ma anche che abbiano capacità di autonomia. Perciò oggi i mo-
delli di genere femminile sono più sfumati, o più articolati, e le ra-
gazzine possono «giocare» tra diversi modi di essere. La dichiara-
zione di attrazione per un’altra donna da parte di una ragazzina o
di un’adolescente, infine, è spesso presa meno «sul serio» come ri-
schio per una corretta adesione all’identità di genere: non è consi-
derata una reale violazione del ruolo femminile, né, forse, della
stessa eterosessualità. È, viceversa, ritenuta una fase di passaggio, di
educazione sentimentale, così come avviene appunto per le «ami-
che del cuore», la cui presenza caratterizza più spesso le adolescen-
ze femminili di quelle maschili.

A volte mi dichiaravo alle persone da cui ero attratta. A volte, quando


per esempio c’erano dei ragazzi che erano attratti da una ragazza, dice-
vo: «Piace anche a me», e la cosa veniva presa appunto come una bat-
tuta (Teresa, 41 anni).

La minore frequenza di episodi di irrisione e rifiuto sperimentati dal-


le donne nel contesto scolastico dipende, quindi, sia da una minore
presenza di casi di omosessualità percepita nell’età preadolescenziale
e adolescenziale, sia da una maggiore invisibilità dell’omosessualità
femminile, più che da una minore stigmatizzazione dell’omosessua-
lità femminile da parte di gruppi di pari femminili, o di coetanei ma-
schi, o di insegnanti. Questa minor visibilità ha indubbiamente i suoi
vantaggi, se non altro perché lascia tempo e spazio per elaborare la
definizione di sé senza doverlo fare «in pubblico» ed esserne forzate
dalle reazioni altrui. Tuttavia, implica anche una minore presenza di
91

un discorso pubblico sull’omosessualità femminile, salvo che in ri-


strette cerchie di particolari tipi di femminismo, quindi una minor
presenza di modelli e codici di riferimento.
Se essere visibili comporta, specie per i maschi, alti rischi di stig-
matizzazione da parte del gruppo dei pari, anche la scelta di non
esserlo ha dei costi. Tra questi ci sono quelli relativi alle relazioni
con i compagni, con i quali si può rinunciare ad avere rapporti di
maggiore confidenza per paura di essere «scoperti». Sandro, 24 an-
ni, per poter «reggere la parte» ha separato rigidamente la vita a
scuola dal tempo libero e dalle amicizie:
Per tanti anni, per tutto il periodo delle superiori, la scuola era vera-
mente una parentesi. Nel senso che io andavo a scuola, mi trovavo sem-
pre molto bene in quelle cinque ore con i miei compagni di classe;
però diciamo che mi è servito più che altro per imparare bene una par-
te, non è che mi sia servito tanto per accettare […]. Stare solo queste
cinque ore […] mi poteva dare una certa sicurezza di poter anche reci-
tare una parte, perché io ero me stesso, cioè non è che facessi finta di
essere un’altra persona, però […]. La cosa più importante è che quan-
do sei omosessuale tutti danno per scontato che sei eterosessuale, a me-
no che proprio non sei già uno talmente visibile […]. E sicuramente io
non è che recitassi, però di sicuro questa parte l’ho sempre sostenuta.
Però riuscivo a sostenerla quelle cinque ore alla mattina.

Ci sono, tuttavia, anche esperienze opposte ai racconti di ostilità


che abbiamo qui riportato. In particolari condizioni, l’omosessua-
lità può essere accettata e valorizzata proprio in quanto alternativa
a modelli di genere egemoni che sono invece rifiutati. È il caso, ad
esempio, di Leonardo, 41 anni, che racconta della sua particolare
esperienza in una scuola degli anni Settanta:
Nel biennio, io ero dichiarato e [il mio fidanzato] no, ma tutti sapeva-
no che stavamo insieme. Per cui, purtroppo per lui, lo era anche lui.
Era una scuola tutta di sinistra, sempre occupata, sempre autogestione
[…] per cui talmente aperta che non c’erano problemi su quello; anzi,
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eravamo tenuti in palmo di mano: «Guardate loro che bravi che sono
gay, non come loro, banali, reazionari borghesi».

1.2. Gli insegnanti: neutrali o assenti?

Gli atteggiamenti apertamente discriminatori sono meno presenti


tra gli insegnanti, anche se casi di irrisione o isolamento da parte lo-
ro sono denunciati dal 5% degli uomini e dal 2% delle donne nel
campione dell’indagine quantitativa. Mancano, d’altronde, tra gli in-
segnanti, azioni di contrasto nel caso in cui, viceversa, un ragazzo sia
92

escluso o umiliato dai compagni a causa dell’orientamento sessuale.


In questo, come in altri campi «sensibili», gli insegnanti sembrano o
non vedere o fingere di non vedere.
Si tratta di una neutralità generata dal rifiuto di farsi carico di ta-
li problemi nel contesto della classe, o anche nel rapporto con il sin-
golo, più che di una neutralità di chi rifiuta di esprimere un giudizio
di valore. La questione dell’omosessualità, anche come causa di irri-
sione e di discriminazioni da parte dei compagni, sembra essere con-
siderata al di fuori della competenza e delle possibilità di intervento
degli insegnanti.
A fronte di questa assenza generalizzata di azioni incisive da par-
te degli insegnanti, gli intervistati attribuiscono grande importanza
ai pochi episodi raccontati di discussioni a scuola sull’omosessua-
lità, o di atteggiamenti di sostegno da parte di alcuni insegnanti.
Per Lorena, 26 anni, è stato fondamentale l’appoggio di un’inse-
gnante in una scuola religiosa, in una situazione in cui, dopo aver
scoperto di una sua relazione con un’altra ragazza, aveva subito for-
ti discriminazioni da parte delle altre insegnanti:

I miei voti a scuola […] sono passati dall’8 e mezzo al 7, e le ripetizioni


che stavo dando (che mi erano state proposte da qualche insegnante)
improvvisamente mi sono saltate […]. La categoria insegnanti-suore non
vedeva l’ora di sbattermi fuori. Io avevo un’ottima insegnante di inglese,
nonostante detestassi la materia. E devo dire che con questa insegnante
sono riuscita a parlare. La differenza sta nel fatto di distinguere tra per-
sone intelligenti e no. Alle persone intelligenti la cosa non ha fatto né
caldo né freddo… io non ho mai detto «Son finocchia»; ma quando vie-
ne fuori il discorso io ho sempre detto di provare delle cose in funzione
del fatto che una persona è una persona […]. La mia insegnante di in-
glese mi aveva passato alcuni libri da leggere, e poi sembrava che alcune
lezioni le avesse proprio pensate per affrontare la problematica.

Il modello dell’insegnante e in generale del formatore «neutro» ap-


pare del resto largamente condiviso anche tra i formatori, come tra
gli altri partecipanti dei focus groups sulla percezione dell’omoses-
sualità, realizzati con operatori sociali e culturali per la ricerca tori-
nese. Si richiede un atteggiamento non discriminatorio verso i gio-
vani omosessuali, ma al tempo stesso vengono criticate forme trop-
po aperte di legittimazione dell’omosessualità come possibile scelta
di vita, per timore, forse, di «incoraggiarle». A queste condizioni,
può anche essere accettata la figura dell’insegnante omosessuale: se
la sua omosessualità viene «neutralizzata» dal prevalere della pro-
fessionalità e soprattutto se la sua omosessualità non è in alcun mo-
do messa a tema.
93

L’argomento fondamentale utilizzato da chi dichiara di non ave-


re nulla in contrario a che un insegnante, uomo o donna, sia omo-
sessuale fa infatti riferimento a un’idea di professionalità fondata
sulla separazione tra ruolo professionale e vita privata. Il chiaro
confinamento dell’omosessualità nella sfera privata è la condizione
della sua accettazione. Ciò, peraltro, consente anche di contrastare
eventuali riserve riguardanti non soltanto l’assimilazione di omoses-
sualità e pedofilia, ma in generale la paura di possibili influenze ne-
gative degli insegnanti sui bambini.

Michele (medico): A me scoccerebbe se l’insegnante di mio figlio in ogni


caso cercasse di inculcare in mio figlio una forma di educazione non
neutra. Cioè, così come mi scoccerebbe se l’insegnante di mio figlio fos-
se comunista e cercasse di farlo diventare comunista, come l’altro che è
fascista cercasse di farlo diventare fascista. Così come un omosessuale
cercasse di fare dell’omosessualità, inculcando il lato bello dell’omoses-
sualità. Altrimenti non me ne fregherebbe proprio niente. Cioè, se lui in-
segna, fa l’insegnante, fa il suo lavoro…
Claudio (medico): È un problema di professionalità.
Michele : Di professionalità, certo.
Claudio : Se una persona nel proprio lavoro è professionale, lo faccia co-
me deve farlo, come va fatto, cercando di farlo bene, bene significa in
base alle proprie possibilità, a quel punto non ci sono problemi, sia che
sia insegnante, sia che sia medico, sia che sia…
Carlo (insegnante di religione): […] Se è un educatore […] che vive l’or-
goglio gay, le mie perplessità sarebbero nella direzione che comunque
ci sarebbe un carico eccessivo in quella direzione nella relazione con
l’educando, che crea comunque una situazione disarmonica. Perché in-
nanzitutto deve essere educatore. Il fatto dell’orgoglio gay è una que-
stione che può essere vissuta altrove, in ambiti diversi.

Si pensi al contrasto con cui si accetta come ovvio, nella scuola, che
le nozze di un insegnante o la nascita di un bambino – quindi le for-
me canoniche dell’eterosessualità – siano un fatto in qualche misura
pubblico, addirittura ritualizzato: non solo ci sono congedi appositi,
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ma si fanno collette, talvolta anche tra gli allievi, per fare un regalo.
In questo caso l’orientamento sessuale dell’insegnante non è ritenu-
to esclusivamente un fatto privato e la sua vita privata ha diritto a un
riconoscimento nello spazio pubblico professionale ed educativo.
Raramente nei focus groups è stata invece segnalata la possibilità
che una presenza visibile di insegnanti omosessuali possa costituire
una risorsa per contrastare la discriminazione, attraverso un’aperta
legittimazione dell’omosessualità, come propone ad esempio Rofes
(2000). Dall’accettazione «qualificata» al sostegno ad azioni positive
il passo sembra essere molto lungo.
94

1.3. Il tema dell’omosessualità a scuola

Nonostante la scuola rappresenti un contesto importante sia rispet-


to alla «scoperta» della propria omosessualità, sia per le prime espe-
rienze di stigmatizzazione sociale e discriminazione, l’omosessualità
sembra restare, ancora per le giovani coorti, un tema negato anche
nei contenuti dell’insegnamento.
Sono quasi inesistenti, o comunque molto scarsi, infatti, gli stru-
menti di conoscenza dell’omosessualità forniti dalla scuola. Nell’in-
dagare i ricordi degli intervistati, ci si è concentrati in particolare su
due tipi di insegnamenti, le materie letterarie e l’educazione sessua-
le, in quanto potenziali occasioni per discussioni sull’omosessualità.
Nella storia della letteratura, temi legati all’omosessualità sono
diffusi: evitare di trattarli presuppone quindi una strategia di na-
scondimento. Soltanto il 10% del campione ricorda almeno un epi-
sodio in cui si è in qualche modo fatto riferimento all’omosessualità
nelle scuole medie inferiori, mentre si tratta di un’esperienza ricor-
data molto più frequentemente (dal 47% dei rispondenti uomini e
dal 37% delle donne) nel corso delle scuole superiori (tabella 2).
In effetti, soprattutto per chi ha studiato letteratura greca o latina è
stato difficile non imbattersi in questo tema, anche se molto spesso
gli insegnanti glissano, o non approfondiscono, o rimandano ai co-
stumi del tempo.
Anche nelle rare esperienze di insegnamento di educazione ses-
suale, la cui presenza è ricordata da proporzioni del nostro cam-
pione che oscillano dal 14 al 17%, le questioni dei rapporti con
persone dello stesso sesso sembrano essere state eluse nella mag-
gioranza dei casi, anche se non sempre: il 43% degli uomini e il
25% delle donne che hanno ricevuto questo tipo di istruzione a
scuola – comunque una piccola minoranza – ricorda che temi lega-
ti all’omosessualità sono stati affrontati. Va peraltro tenuto presente
che molto spesso l’educazione sessuale formale, nei rari casi in cui
ha uno spazio nella scuola, si concentra curiosamente sulla sessua-

Tabella 2 – Introduzione di temi narrativi riguardanti l’omosessualità a scuo-


la, per classi di età*.

Scuola 19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni** 50-67 anni
Medie inferiori 17 13 14 10 9 4 7
Medie superiori 69 49 47 29 44 30 9
N. casi (45) (108) (120) (100) (50) (51) (32)
* Valori percentuali riferiti all’intero campione.
** Classe 44-65 anni per il campione femminile.
95

lità riproduttiva: come vengono concepiti e come nascono i bambi-


ni, inclusi dettagli più o meno raccapriccianti sui parti cesarei. Mol-
ta minore attenzione è dedicata alle esperienze di mutamento del
corpo e alle sensazioni che si provano nella preadolescenza e ado-
lescenza. Quindi, al di là della sua assunzione quale modello nor-
mativo, anche l’eterosessualità come esperienza e parte dell’identità
dei singoli non ha molto spazio nel discorso scolastico formale.
Peraltro, affrontare il tema dell’omosessualità a scuola (ma forse
ciò vale in generale per quello della sessualità) non appare mai un
gesto neutro. Gli insegnanti possono farlo con intenzioni opposte,
per condannarla o, viceversa, per favorire nei ragazzi un atteggia-
mento più aperto, più critico verso gli stereotipi negativi, come testi-
moniano queste risposte aperte raccolte nell’indagine survey: «Un’in-
segnante l’ha introdotta come disturbo psicologico. In più mi ha eti-
chettato come ‘finocchio’ di fronte a tutta la classe»; «Abbiamo fatto
alle medie proprio una ricerca sull’omosessualità; e io, già consape-
vole di esserlo, mi sono divertita un sacco».
La scuola si configura inoltre come un ambito di forti persisten-
ze: anche se la coorte più giovane segnala con maggiore frequenza
il fatto che a scuola è stato introdotto il tema dell’omosessualità, e
quella più matura, viceversa, ricorda in misura minore tali occasio-
ni, non sembra di riscontrare (tabella 2) un andamento crescente
in modo lineare man mano che si passa dalla coorte più matura a
quella più giovane.

2. Il contesto e i rapporti di lavoro

Grazia ha 21 anni e ha dichiarato di essere lesbica in famiglia e agli


amici, che conoscono la sua compagna. Sul lavoro ha compiuto scel-
te diverse. Nella ditta di pulizie in cui lavorava saltuariamente non ha
pensato di rendersi visibile a nessuno, perché era appunto un lavoro
troppo saltuario. Ha poi lavorato presso il ristorante di due amici gay
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della sua compagna, che sapevano della loro relazione. Recentemen-


te è stata assunta come dipendente in un ente pubblico. Nel nuovo
lavoro era intenzionata a rendersi visibile così come lo è negli altri
ambiti della sua vita, ma ha scelto di «non rischiare», per ora:

Qui faccio finta di essere eterosessuale. Nel senso che se mi chiedono:


«Cosa hai fatto ieri sera?»; io invece che rispondere: «Sono uscita con la
mia ragazza» dico «Sono uscita col mio ragazzo», oppure quando mi
chiama al telefono lei… e mi chiama spesso… dico che era il mio ra-
gazzo. Ma questo non è tanto nella mia natura. Io prima non ero così,
prima non avevo nessun problema a dire che ero lesbica, che avevo una
96

donna ecc. Ma lì, la mia compagna mi ha detto: «Hai ancora due mesi
di prova da fare, ci hai messo tanto a trovare questo lavoro… vacci un
po’ coi piedi di piombo perché sai….». E io le ho detto: «Ma mica mi
potranno mandare via perché sono lesbica?». Lei mi ha detto: «Certo
che no, ma potrebbero trovare qualsiasi altra scusa». Quindi ci sto an-
dando coi piedi di piombo.

Grazia non esclude però di parlarne a qualcuno, se si dovesse instau-


rare un rapporto di amicizia. Intanto, per capire che conseguenze la
sua visibilità potrebbe avere, sta «tastando il terreno», osservando le
reazioni di colleghi e colleghe quando si parla di altre persone omo-
sessuali. Ha notato con piacere che quando ha parlato di una donna
lesbica «nessuno ha avuto ribrezzo della parola». Per qualsiasi deci-
sione aspetta, comunque, che finisca il periodo di prova.
Ricerche condotte nel nostro e in altri Paesi indicano che il la-
voro rappresenta un contesto in cui la visibilità appare più rischio-
sa e in generale le persone omosessuali si percepiscono come più
vulnerabili alle discriminazioni (Bartel, 1999; Woods, 1993; Badgett,
2001; Ruspini, Zajczyk, 1992; 1993; Barbagli, Colombo, 2001).
A ogni ingresso in un posto di lavoro, gay e lesbiche si trovano a
fronteggiare un dilemma: se (e come) manifestare il proprio orien-
tamento sessuale, oppure se (e come) assecondare l’assunto di ete-
rosessualità che normalmente permea le relazioni di lavoro. Più
che di una scelta dicotomica, essere visibili o meno, si tratta in ef-
fetti di un costante processo di «gestione di un’identità stigmatizza-
ta» (Woods, 1993), lungo un continuum che va dall’imitazione di
una vita eterosessuale alla completa visibilità, a cui corrisponde un
continuum di rischi e di forme di discriminazione.
Ancora di più che per la frequenza scolastica, ci si potrebbe
chiedere perché un individuo debba sentire il desiderio di espri-
mere la propria omosessualità sul posto di lavoro, e prima ancora di
mettere a fuoco la sessualità e l’orientamento sessuale in quanto ta-
le. Il luogo di lavoro è infatti, in linea di principio, pensato come
uno spazio de-sessualizzato, dal quale i rapporti sia sessuali sia af-
fettivi tra le persone sono esclusi. Non a caso si ritiene spesso che
relazioni di coppia sul luogo di lavoro rovinino il clima di lavoro,
per la coppia ma anche per gli altri, e le aziende vedono con ostilità
il formarsi di coppie «serie» (coniugate o meno) tra i dipendenti.
Tuttavia, come hanno mostrato diverse analisi organizzative
orientate da una prospettiva di genere (ad esempio Gherardi,
1998), nei luoghi di lavoro le metafore eterosessuali fanno spesso
parte dei codici comunicativi formali e informali, il flirting anche
solo come gioco è una modalità di negoziazione ed espressione nei
97

rapporti di lavoro, per non parlare delle battute più o meno confi-
denziali tra donne e uomini, o tra uomini e tra donne, che coinvol-
gono molto spesso allusioni o vere e proprie confidenze-indiscre-
zioni sulla vita privata propria e altrui. Di queste allusioni può an-
che fare parte l’allusione più o meno scherzosa all’omosessualità di
qualcuno. I/le partner (eterosessuali) dei colleghi possono essere
coinvolti in relazioni informali (una serata fuori, una festa azienda-
le). Infine, come si è già detto a proposito degli insegnanti, le rela-
zioni eterosessuali hanno anche un riconoscimento formalizzato e
ritualizzato in particolari circostanze: quando ci si sposa, o ci si fi-
danza, o si ha un bambino.
Naturalmente, i climi e le culture aziendali e del posto di lavoro
possono differire molto per lo spazio che trova questa «sessualizza-
zione» dei rapporti di lavoro, oltre che per il linguaggio e i modi in
cui si esprime. Uomini e donne, eterosessuali o omosessuali, a se-
conda dei casi e delle circostanze, ma anche della propria persona-
lità, possono percepire e sperimentare tali forme di sessualizzazione
come diversamente pesanti, intrusive, al limite della molestia o vere
e proprie molestie, o viceversa stare al gioco e anche divertirsi e par-
tecipare. Nel caso delle persone omosessuali il rischio specifico e ag-
giuntivo è che una loro eventuale reazione, o comportamento, che
li/le renda visibili appunto come omosessuali porti colleghi o supe-
riori a ridefinirle anche come lavoratori, rendendo loro la vita diffi-
cile sul posto di lavoro. Ciò, peraltro, può avvenire non solo a segui-
to di comportamenti sul luogo di lavoro, ma anche per una visibilità
imprevista al di fuori di tale ambito e che a questo viene riportata: ad
esempio un incontro fortuito con un collega mentre si è con il pro-
prio compagno/a in atteggiamenti visibilmente «da coppia».
Per descrivere le diverse discriminazioni alle quali le persone
omosessuali sono esposte sul lavoro, Escoffier (1997), riprendendo
Goffman (1983), distingue tra due tipi di stigma sociale. Il primo è
lo stigma visibile, formulato esplicitamente, che provoca sentimenti
di tensione nelle persone che lo percepiscono. In questo caso, il
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problema per la persona stigmatizzata è la gestione di tale tensione.


Il secondo è lo stigma non ovvio o non visibile, che pone una sfida
diversa, quella delle strategie di «gestione delle informazioni». In
questo caso, infatti, sono i prevedibili danni che la circolazione di
informazioni riguardo alla propria omosessualità può causare a ren-
dere le persone vulnerabili.
Nel primo caso, quello dello stigma visibile, i meccanismi che
producono discriminazioni sono fondati sulla riduzione delle per-
sone omosessuali a un comportamento sessuale considerato come
deviante. Come ha scritto Bartel (1999, p. 45):
98

Le persone omosessuali si trovano di fronte al problema di vedere soli-


tamente ridotta la propria personalità con le sue numerose sfaccettatu-
re a una proprietà soltanto: il loro orientamento sessuale. La ragione di
ciò è che l’inclinazione verso persone dello stesso sesso è un criterio di
differenziazione che viene ampiamente associato alle nozioni di alterità,
peculiarità, diversità, non adeguatezza e addirittura all’indecenza e ai
crimini sessuali. Questo tipo di riduzione della personalità viene realiz-
zato dalla maggior parte dei membri della maggioranza eterosessuale,
non soltanto per questioni relative alla sessualità […], ma viene fatto so-
stanzialmente rispetto a qualsiasi cosa, tutte le volte che c’è un incontro
in pubblico. Quindi, questo è anche il caso del posto di lavoro.

Ma se la discriminazione appare in modo più evidente quando lo


stigma è visibile, anche nei casi di non visibilità esiste una forma di
discriminazione, che consiste nei costi che la persona deve sostene-
re per realizzare questa «gestione delle informazioni», attraverso co-
stanti processi di nascondimento. Nel mercato del lavoro, mante-
nersi non visibili può significare, infatti, dover celare aspetti essen-
ziali della propria personalità, sottrarsi a relazioni di amicizia o con-
fidenza con i colleghi, descrivere in modo distorto la propria vita
privata (ad esempio alterando il sesso del proprio partner), crean-
do problemi di credibilità che tendono ad aumentare nel tempo.
Tutto ciò, tra l’altro, ostacola la creazione di capitale sociale, con
importanti conseguenze per i percorsi di carriera (Badgett, 2001).

2.1. Il grado di visibilità sul lavoro

La maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro campio-


ne è visibile, almeno parzialmente, nell’ambiente di lavoro; ma se si
considerano i rapporti con i colleghi, un terzo delle persone che la-
vorano sostiene di essere in una situazione di visibilità selettiva (ta-
bella 3). Un’altra rilevante parte dei lavoratori e delle lavoratrici si
descrive in una situazione di non aperta visibilità, ma probabile co-
noscenza della loro omosessualità. Più polarizzata è la situazione ri-
spetto a superiori e subordinati, che nella maggioranza dei casi so-
no invece completamente all’oscuro1.
Al di là di questi elementi comuni, emergono importanti diffe-
renze di genere. In particolare, le donne sono generalmente meno
visibili degli uomini e, soprattutto rispetto a superiori e subordina-
ti, tendono a preferire strategie di visibilità parziale. Non sembrano

1 Questi dati sono analoghi a quelli rilevati per il campione nazionale della ri-

cerca di Barbagli e Colombo (2001); la situazione torinese non sembra quindi pre-
sentare, riguardo a tali aspetti, forti specificità.
99

Tabella 3 – Persone visibili sul lavoro*.

Colleghi Superiori Subordinati


Grado di visibilità
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Sono tutti informati 23 19 19 12 20 11
La maggioranza è informata 12 8 6 6 6 7
La minoranza è informata 21 24 4 7 4 11
Credo sappiano,
ma non se ne è mai parlato 14 11 19 18 15 11

* Valori percentuali calcolati sui soggetti che lavorano (N. casi = 200 per gli uomini; N. casi = 180 per
le donne).

esserci, invece, mutamenti rilevanti e ricorrenti nelle strategie delle


diverse coorti.
Un altro dato interessante riguarda le variazioni di visibilità in
relazione al titolo di studio: forse un po’ contro-intuitivamente, so-
no laureati e laureate ad avere una minore visibilità sul posto di la-
voro (tabella 4).

Tabella 4 – Titolo di studio degli intervistati e conoscenza della loro omoses-


sualità nell’ambiente di lavoro*.

Licenza elementare Diploma Laurea


Grado di visibilità
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Colleghi
Almeno un collega sa 57 68 59 53 50 43
Credo sappiano,
ma non se ne è mai parlato 21 11 14 11 13 11
Nessuno sa 21 21 27 37 37 46
Superiori
Almeno un superiore sa 33 43 33 24 24 21
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Credo sappiano,
ma non se ne è mai parlato 11 29 25 21 11 9
Nessuno sa 56 29 41 55 65 71
Subordinati
Almeno un subordinato sa 50 73 38 27 19 22
Credo sappiano,
ma non se ne è mai parlato – 9 14 13 19 7
Nessuno sa 50 18 48 60 63 71

* Valori percentuali calcolati sui soggetti che lavorano (N. casi = 200 per gli uomini; N. casi = 180 per
le donne).
100

Una differenza rimarchevole riguarda il rapporto di lavoro. Infatti,


chi svolge un lavoro autonomo è più visibile rispetto a chi ha un la-
voro dipendente: non è visibile ad alcun collega tra gli uomini il 25%
dei dipendenti e il 34% dei lavoratori autonomi; tra le donne il 29%
delle dipendenti e il 44% delle lavoratrici autonome. Ciò appare fa-
cilmente comprensibile, dato che chi svolge un lavoro autonomo si
trova più spesso a lavorare da solo, e non è esposto all’interazione,
con la sua formalità e insieme informalità quotidiana, con colleghi e
superiori o subordinati nella quale hanno corso le forme di sessua-
lizzazione simbolica dei rapporti cui abbiamo accennato sopra, ed è
più facile instaurare rapporti di fiducia. Un lavoratore autonomo ha
più spesso a che fare con clienti, quindi con relazioni maggiormente
circoscritte e rette da codici comunicativi più formalizzati.
In effetti, le scelte rispetto al grado di visibilità dipendono da un
insieme di considerazioni. Sono relative, da un lato, al grado di sol-
lecitazione alla comunicazione e visibilità che un determinato con-
testo lavorativo esprime nei confronti della vita privata delle perso-
ne e dalla misura in cui il codice della (etero-)sessualità fa parte
dello stile comunicativo informale; dall’altro lato, riguardano i costi
e i benefici dell’essere visibili come omosessuali in un dato posto di
lavoro: dalla potenziale pericolosità per la carriera, in relazione ad
esempio al tipo di rapporto di lavoro (dipendente o autonomo,
precario o fisso), al grado di fiducia verso i singoli colleghi o colle-
ghe con cui si vuole venire allo scoperto, ai potenziali costi di una
perdita del lavoro. Tali scelte cambiano, quindi, in base al contesto
più che all’atteggiamento generale degli intervistati rispetto alla vi-
sibilità (Badgett, King, 1997; Badgett, 2001). Così, come in un con-
testo si può non essere visibili semplicemente perché non si ritiene
necessario farlo e non perché se ne temono le conseguenze, in un
altro si può essere visibili non perché lo si è scelto, ma in quanto si
è stati costretti dalle circostanze e dall’insostenibilità della situazio-
ne. Proprio la circostanza che laureati e laureate siano meno visibi-
li degli altri segnala la possibile diversificazione del significato di
uno stato, la visibilità o la non visibilità. Tra i laureati e le laureate,
infatti, si possono trovare più facilmente sia persone le cui chance
di carriera potrebbero essere messe a rischio (o essere percepite co-
me tali) da una rivelazione della propria omosessualità, sia persone
che, viceversa, per il lavoro che svolgono non sentono il bisogno,
oppure troverebbero improprio, o indiscreto per sé e per gli altri,
di dichiarare il proprio orientamento sessuale, non perché omoses-
suale, ma perché attinente alla sfera privata. Certo, le distinzioni
possono essere molto sottili e si potrebbe affermare che la scelta a
favore di una salvaguardia della privacy sia una forma di autocensu-
101

ra interiorizzata, ma anche la visibilità sempre e in tutti i contesti


può essere percepita da qualcuno come una forma di costrizione
eterodiretta.

2.2. Restare invisibili

In effetti, nelle interviste in profondità, chi ha scelto di tenere na-


scosta, o di non comunicare, la propria omosessualità, anche a co-
sto di «passare per eterosessuali», motiva tale decisione con due or-
dini di preoccupazioni: quella riguardante la discriminazione e
quella concernente la difesa della privacy.
Nel primo caso c’è la paura di effetti negativi per la propria po-
sizione lavorativa e per le prospettive di carriera, fino all’eventualità
di essere licenziati. Comportamenti discriminatori da parte dei da-
tori di lavoro sono temuti in alcune circostanze anche a causa della
propria posizione non protetta, come nel caso di Grazia che abbia-
mo prima descritto.
Effetti negativi sulla carriera sono anche indicati come possibile
conseguenza di un deterioramento delle relazioni con i colleghi, in
ambienti di lavoro percepiti come meno preparati ad accettare
l’omosessualità; si tratta, soprattutto, dei settori più segregati per
sesso e più legati a tradizionali ruoli di genere, come l’ambiente del
lavoro industriale per gli uomini. Vincenzo, 42 anni, motiva la sua
scelta di non essere visibile con la paura di un danneggiamento del-
la sua carriera, che considera probabile nell’industria metalmecca-
nica in cui lavora: «Un ambiente molto etero come mentalità, cioè
non è fare il parrucchiere o fare il disegnatore di moda dove certe
cose sono più facili».
La visibilità è considerata particolarmente pericolosa anche per
certi tipi di lavoro: è il caso degli insegnanti e di altre figure profes-
sionali che lavorano con i minori. Racconta Roberta, 35 anni, che
quando è entrata come insegnante di ruolo alle elementari aveva
«una paura folle di fare intravedere la mia vita». Non tutti, però, con-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

cordano. Per Mauro, 25 anni, che lavora come educatore con mino-
ri in difficoltà, lavorare con persone che hanno una preparazione
professionale rispetto ai minori è un vantaggio, perché sono meno
condizionate da stereotipi infondati come quello della pedofilia de-
gli uomini omosessuali, ma anche perché si tratta di professioni in
cui ci si può facilmente trovare con altri colleghi gay:

Dove lavoravo io non c’erano problemi, anche perché la metà degli ope-
ratori maschi che lavorava lì era omosessuale. Infatti io non ho capito se
tutti fanno gli educatori o se è una concentrazione particolare lì […]. In-
102

vece su questi ragazzini non so come dire, forse potrebbe essere pensato
[che c’è il rischio di pedofilia] da qualcuno che vive all’esterno di questo
contesto. All’interno di questo contesto tutte le persone che lavorano
hanno una formazione culturale specifica anche su questi aspetti; quin-
di è più difficile che loro pensino una roba del genere. Sarebbe assurdo
che lo pensassero, perché come lo possono pensare di te, in realtà lo stes-
so meccanismo lo potrei rivolgere su di loro o qualcun altro su di loro.
Quindi sono i primi a non condizionarsi da soli, a non ghettizzarsi da so-
li su questo aspetto, ma perché hanno una formazione mentale. Mentre
invece potrei aspettarmi una valutazione di questo tipo da qualcuno che
è al di fuori di questo contesto, allora sì.

L’altro ordine di preoccupazioni alla base della decisione di non


rendersi visibili riguarda la volontà di preservare la propria intimità
e privacy. Si minimizza la rilevanza dell’essere omosessuali per la
propria identità pubblica e si accentua la distinzione pubblico/pri-
vato. Manifestare la propria omosessualità sarebbe un’esibizione
non legittima di un aspetto che riguarda soltanto la vita privata, un
«mettersi in mostra», ma anche «andarsi a cercare fastidi». Simone,
43 anni, giustifica così la sua decisione di non essere visibile sul po-
sto di lavoro, un’assicurazione:

Non faccio nulla per nascondere perché non vedo perché mi debba na-
scondere, però non faccio neanche nulla per esibire qualcosa che, co-
munque, non ha senso o per buttare in faccia agli altri qualche cosa
che non ritengo utile fare […]. Non vedo perché debba imporre qual-
cosa agli altri di cui non c’è bisogno. Sarebbe, per conto mio, dare
un’eccessiva importanza a questa cosa, un’eccessiva forza e un eccessivo
condizionamento anche su me stesso. Io voglio sentirmi normale sotto
questo aspetto, non voglio essere io a sottolineare la diversità.

Soprattutto se basate sulla valutazione delle discriminazioni possibi-


li nell’ambiente di lavoro, le scelte di non visibilità appaiono forte-
mente dipendenti dalle specifiche situazioni, ma anche in parte in-
fluenzate, positivamente o negativamente, da esperienze passate. Si
nota così una maggiore preoccupazione tra i più giovani, forse per-
ché meno sicuri complessivamente di sé e della propria capacità di
gestire la situazione; ma forse anche perché, come tutti i loro coe-
tanei, percepiscono il mercato del lavoro caratterizzato da poche si-
curezze ed elevata competizione. Temono quindi che l’esporsi co-
me omosessuali diminuisca le loro chance di collocazione e au-
menti quelle di espulsione.
Che in parte sia anche una questione di maturità e sicurezza di
sé da acquisire è indirettamente suggerito dal fatto che, viceversa,
tra i meno giovani si ritrovano ricorrenti racconti di mutamenti nel
103

tempo delle proprie scelte verso una maggiore visibilità, quanto-


meno selettiva: cambiano, infatti, le aspettative rispetto alle conse-
guenze. Gli intervistati attribuiscono tutto ciò a una maggiore con-
fidenza nella propria capacità di valutare le reazioni possibili delle
diverse persone; oppure a esperienze positive di visibilità, voluta o
meno, senza conseguenze negative; oppure, ancora, a una minore
percezione di minaccia sia per la propria carriera lavorativa e le re-
lazioni sul lavoro, sia per la concezione di sé che si ritiene ormai
consolidata.
Maurizio, ad esempio, oggi ha 49 anni. Ha cominciato da giova-
ne la ricerca di lavoro dichiarando apertamente la propria omoses-
sualità e imparando a proprie spese i costi di questa scelta: viene
escluso infatti dall’amministrazione di un ente militare.

Avrei dovuto fare finta di niente come migliaia di altre persone che
quando vanno in un ente pubblico saranno sempre mascherati. Io in-
vece pensavo che essendo schietto, come sono sempre stato purtroppo,
avrei ottenuto il mio posto di lavoro.

Sfumata questa possibilità, sceglie di essere più prudente. In fabbri-


ca, dove lavora per un po’ di tempo, rendersi visibile era «impensa-
bile»: «Guai, ti avrebbero reso la vita impossibile». Diversa è l’espe-
rienza nella ristorazione, dove non si preoccupa troppo di nascon-
dersi e gli capita di dirlo a qualcuno. Il lavoro successivo è nell’im-
presa di un parente, dove «sapevano tutti» e non ha avuto grandi
problemi. Assunto infine nella pubblica amministrazione, decide di
restare nascosto, ma dopo averlo confidato a un collega. L’informa-
zione, però, si diffonde e Maurizio ne subisce in un primo tempo le
conseguenze, pesanti sul piano umano:

Non sono mai stato linciato, eh! È semplicemente che te ne accorgi


perché passi e ti senti osservare, passi e ti possono fare quel mezzo sor-
risino. A volte ti fanno delle domande del tipo: «Ma tu la donna come
mai non ce l’hai, le tue telefonate che ricevi sono solo maschili non
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femminili» […]. A lungo andare…

Oggi però si sente «apprezzato nonostante tutto» e il suo atteggia-


mento è di maggiore distacco: «Io penso che oggi quasi tutti i col-
leghi lo sappiano, ma chi se ne frega!».
Cinzia, 33 anni, all’inizio della sua vita lavorativa come pratican-
te in uno studio di architettura decide di nascondere il proprio
orientamento sessuale, parlando di un inesistente fidanzato: «Per-
ché in parte mi vergognavo e poi perché partivo ingenuamente dal
presupposto che gli altri non capissero». Le cose cambiano quando
104

la ragazza con la quale lavora per diversi anni e con la quale si in-
staura un’amicizia capisce il tipo di rapporto che lega Cinzia alla
donna con cui convive: «Da un certo punto in poi mi sono tran-
quillamente dichiarata, anche perché era piuttosto evidente, non
c’era bisogno di dichiararsi». Oggi considera mentire un atteggia-
mento «sbagliato», «non maturo»:

Mi sono resa conto che questo mentire era una maniera di ghettizzar-
mi, che questo far finta di essere normale con i normali tra virgolette,
poi invece tornare a casa e far l’amore con la mia donna, con la mia
compagna, era un modo di ghettizzarsi.

La sua scelta è, oggi, di non mentire più, ma di mantenere comun-


que una distinzione tra vita privata e rapporti di lavoro:

Semplicemente non vado in giro sbandierando che ho la donna a casa


che mi aspetta. Adesso valuto molto, dipende molto dalle persone con
cui mi rapporto, normalmente […] non parlo delle mie cose persona-
li, comunque ripeto, non vado a dire che ho un fidanzato. Quando è il
caso di parlare, parlo della mia convivente.

Come si può vedere nel racconto di Cinzia, restare non visibili sul
posto di lavoro non è una scelta passiva, il silenzio non basta. In
realtà, sul posto di lavoro l’eterosessualità non è soltanto data per
scontata, ma anche continuamente manifestata, dall’anello al dito
alle foto di famiglia, dalle confidenze con i colleghi su fidanzati,
mariti e figli alle occasioni sociali in cui sono invitati i partner. Per
restare invisibili sono quindi necessarie strategie per adeguarsi a
queste aspettative, contraffacendo un’identità eterosessuale, o per
evitare situazioni o discussioni che potrebbero rivelare la propria
identità sessuale (Woods, 1993).
Queste strategie hanno costi che i nostri intervistati e le nostre
intervistate riferiscono alla possibilità di stabilire relazioni di com-
plicità o amicizia con i colleghi, o più in generale al disagio nell’es-
sere forzati a nascondere una parte di sé sul lavoro.
Rita, 34 anni, insegnante di scuola superiore, vorrebbe raccon-
tare di sé alla collega con cui ha «legato» e che le racconta le sue
storie con gli uomini, ma teme le sue reazioni e le conseguenze del-
la sua visibilità per il lavoro che svolge a contatto con minori («Se
poi si venisse a sapere io non so come potrebbero reagire i genito-
ri dei ragazzi: questo sarebbe molto difficile da affrontare»). Così si
trova a «bluffare», a raccontarle «cose poco credibili».
Per Severino, 53 anni, la difficoltà è quella di non condividere
gli argomenti classici della complicità maschile, essendo uno
105

che non parla mai di figa come fanno loro, che non parla mai di pallo-
ne e di Juve… Eternamente figa e pallone, pallone e figa… A qualun-
que livello, qualunque lavoro facciano quello è l’argomento, sempre,
non al lunedì ma dal lunedì al venerdì.

Luca, 22 anni, lavora da un commercialista e resta non visibile per


paura di essere licenziato o di altre conseguenze negative, ma espri-
me il suo fastidio nel «recitare la parte dell’eterosessuale» e nel
«dover sempre fare le cose di nascosto»: «È come se mi si togliesse
del fiato certe volte».
Altri costi sono dovuti al fatto che non essere visibili può impe-
dire di reagire come si vorrebbe a comportamenti discriminatori o
offensivi nei confronti degli omosessuali.
Che cosa fai? Stai zitta, perché chi te lo fa fare di esporti in quelle situa-
zioni lì, di tenere fuori alta la bandiera dell’omosessualità o della libertà
omosessuale in un posto dove dopo due minuti ti sbranano o comunque
ti tratterebbero male, o comunque comincerebbero i casini? Nessuno di
noi ha voglia di mettersi in questa situazione (Carla, 43 anni).

2.3. Venire allo scoperto

Come in altri ambiti (l’abbiamo visto nel capitolo precedente riguar-


do alla famiglia), le strategie di gestione dell’identità omosessuale
non sono riducibili all’alternativa tra la scelta di dichiarare esplicita-
mente questa identità e il suo totale nascondimento. Anche sul lavo-
ro, spesso si fanno scelte intermedie: si evita di adottare strategie di
nascondimento, rischiando di essere «scoperti»; si valuta caso per ca-
so a chi parlare della propria omosessualità, in base al grado di fidu-
cia o alla volontà di mantenere una relazione significativa con un/
una particolare collega. Barbara, 35 anni, riassume efficacemente
questa situazione nella sua esperienza di lavoro come educatrice:
Io non mi sono mai dichiarata in luoghi di lavoro, io mi sono dichiara-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

ta alle persone […], mi sono dichiarata alla collega con cui quotidiana-
mente collaboravo […]. Perché a un certo punto la nostra relazione era
arrivata a un punto in cui o si interrompeva o io mi dichiaravo, perché
non ero in grado sicuramente di nascondere una parte della mia vita
così importante. Ricordo che scelsi, per esempio, di tutelarmi, di non
dirlo ai quattro venti, perché sicuramente non avevo piacere che le per-
sone del livello culturale ad esempio degli agenti di polizia penitenzia-
ria, o comunque una popolazione così maschile, potessero sapere un
aspetto della mia vita privata che non ritenevo opportuno sapessero, mi
sembrava di darmi un po’ in pasto […]. Successivamente anche in un
altro luogo […] ma l’ho sempre detto, come dire, alle persone.
106

In altri casi, il grado di visibilità non è scelto, perché, per varie ra-
gioni, nell’ambiente di lavoro l’omosessualità del lavoratore è co-
nosciuta indipendentemente dalla sua volontà, com’è successo a
Maurizio, della cui vicenda si è parlato nel paragrafo precedente.
I modi in cui l’omosessualità diviene visibile variano, inoltre, ri-
spetto a colleghi, superiori e subordinati. La maggioranza dei lavo-
ratori e delle lavoratrici del campione dell’indagine quantitativa
(61%) ha fatto sapere direttamente e spontaneamente ai colleghi
di essere omosessuale, mentre una minoranza lo ha «fatto capire
senza dirlo» (16%)2. Rispetto ai superiori, la dichiarazione sponta-
nea è avvenuta soltanto in un terzo sia degli uomini sia delle don-
ne. Abbastanza frequente è il caso in cui viene fatto capire senza
dirlo esplicitamente (24% degli uomini, 15% delle donne) o che i
superiori vengano a saperlo da altre persone sul luogo di lavoro
(22% degli uomini, 28% delle donne). Per quanto riguarda i subor-
dinati, c’è una differenza tra gli uomini, che dichiarano più spesso
spontaneamente la propria omosessualità (43% contro il 39% delle
donne), e le donne, della cui omosessualità i subordinati vengono
sovente anche a sapere da altri (31%, rispetto all’11% degli uomi-
ni). Data l’ancora difficile accettazione di avere donne come supe-
riori, da parte sia degli uomini sia delle donne, questa maggiore
cautela delle donne omosessuali in posizione sovraordinata a espor-
re un elemento di potenziale vulnerabilità ai subordinati non stupi-
sce, così come non stupisce che esse siano più spesso oggetto di pet-
tegolezzo, rispetto ai colleghi uomini.
Se le scelte di nascondimento o di visibilità selettiva sembrano
essere situazionali, la scelta di visibilità completa appare piuttosto
come volontà di eliminare totalmente i costi psicologici del nascon-
dimento, scegliendo di esprimere liberamente quello che si perce-
pisce come il proprio vero sé in tutti i suoi aspetti e in ogni conte-
sto, incluso quello lavorativo: «Uno ha voglia di essere l’interezza di
sé, non dei pezzi e nasconderne altri. In generale ci si sente me-
glio» (Carla, 43 anni).
Si fa proprio, insomma, quel tanto o poco di commistione tra sé
pubblico e sé privato che caratterizza i rapporti tra eterosessuali sul

2 Una frequenza più bassa di persone che si sono dichiarate è riportata nella ri-

cerca di Ruspini e Zajczyk (1993) sulla discriminazione degli omosessuali in ambito


lavorativo, realizzata su un campione nazionale di 465 persone, di cui solo 30 donne.
È interessante la discrepanza messa in luce da quella ricerca tra la percezione della
visibilità degli omosessuali da parte degli intervistati e il loro comportamento. Infat-
ti, se da un lato il 95% del campione riteneva che gli omosessuali non si dichiarano
sul posto di lavoro, dall’altro il 35% circa ha affermato di essersi rivelato e il 13% ha
detto che ci sta pensando.
107

posto di lavoro: «Ma fa talmente parte di me che non… per me è


proprio normale quindi ne parlo esattamente come un’altra parla
del marito» (Lucia, 43 anni).

A me non è mai successo di dire: «Piacere io sono omosessuale». Però


nei discorsi, chiaramente viene fuori. Quando si parla di certe cose io
non ho mai detto: «La mia ragazza si chiama Maria»; ho detto: «Ho una
storia con uno che si chiama Gino, si chiama Giovanni…». E dei proble-
mi che ho avuto sentimentalmente, legati comunque al fatto che io sono
omosessuale, ne ho sempre parlato liberamente (Enzo, 48 anni).

2.4. Costi e vantaggi della visibilità: la percezione delle discriminazioni

Il momento in cui ci si rende visibili segna un punto di non ritorno


ed è al tempo stesso soltanto il punto di partenza di un processo in
cui si dovrà affermare la propria diversità rispetto all’assunto di ete-
rosessualità di fronte a ogni nuovo pubblico (nuovi colleghi, clienti
ecc.) e fronteggiarne le reazioni (Humphrey, 1999).
I lavoratori e le lavoratrici del nostro campione, la cui omoses-
sualità, per scelta o meno, è conosciuta sul posto di lavoro, non
sembrano però indicarne, a prima vista, alti costi sul piano sia pro-
fessionale sia relazionale.
Sono diffusi racconti di sostanziale accettazione, anche inaspet-
tata, da parte di alcuni o dell’insieme dei colleghi. È il caso di Ro-
berta, 35 anni, l’insegnante elementare che aveva molta paura di
rendersi visibile:

Poi è accaduto che ho avuto la fortuna di lavorare con […] una colle-
ga che mi ha chiesto direttamente di me, perché si è accorta della cosa
e quindi mi ha detto: «Insomma, dimmi, stai con questa donna?» ecc.
Io allora, a questo punto, ne ho parlato e lei è tranquillissima, ha ac-
cettato questa cosa tranquillamente.

Anche Domenico, 29 anni, si sorprende per le reazioni dei colleghi


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nell’ambiente maschile della fabbrica:

Credo che tutti sappiano che sono gay lì dentro, anche se non l’ho mai
detto a nessuno. Nessuno si è mai permesso di farmi battute e quant’al-
tro. Sono rimasto sconvolto, perché in un ambiente, come dire, di ma-
schioni da fonderia, io… c’è una netta preponderanza maschile […]. Io
ho fatto finta di essere etero, perché volevo evitarmi anche episodi vio-
lenti con persone con cui c’è forte disparità culturale […], convinto
che ci avessero creduto. Ho scoperto la verità a spezzoni […] ho sco-
perto che tutti sanno che sono gay, danno per scontato che lo sia e nes-
suno si è mai posto il problema sulla mia natura. Non riuscirei a dirlo
108

apertamente in faccia a nessuno lì dentro, perché comunque è l’am-


biente di una grossa società. Non me ne frega assolutamente nulla di
queste persone, però sono stato piacevolmente colpito.

Tra i colleghi, prevale l’accettazione senza problemi, riportata da


più della metà degli uomini e da poco meno della metà delle don-
ne. Una piccola minoranza dei rispondenti segnala invece una rea-
zione negativa da parte dei colleghi: il 9% degli uomini e il 7% del-
le donne3. Tra queste reazioni le più diffuse sono l’offesa, la mani-
festazione di curiosità eccessive, l’esclusione e la discriminazione.
Per gli uomini, sono i superiori ad avere più frequentemente rea-
zioni negative, seguiti dai subordinati e infine dai colleghi. Per le
donne, l’ordine è diverso: sono i colleghi ad avere più frequente-
mente reazioni negative, seguiti dai superiori e infine dai subordina-
ti. La grande maggioranza dei superiori mostra indifferenza (31%
nel caso degli uomini, 35% nel caso delle donne) o accetta senza
problemi (38% nel caso degli uomini, 27% nel caso delle donne). Le
reazioni negative da parte dei superiori consistono soprattutto nella
discriminazione per quanto riguarda gli uomini (4%) e in manife-
stazioni di curiosità eccessive verso le donne (4%). Queste ultime so-
no anche le più diffuse reazioni negative da parte dei subordinati,
anch’esse, comunque, poco frequenti.
Anche sul posto di lavoro, quindi, le donne appaiono al contem-
po meno visibili e oggetto di minore stigmatizzazione, o perlomeno
di forme meno eclatanti di ostilità (si veda anche Humphrey, 1999).
Le valutazioni sulle reazioni di colleghi, superiori e subordinati
corrispondono alla generale constatazione, ampiamente condivisa,
soprattutto dalle donne, che la conoscenza della loro omosessualità
non abbia avuto conseguenze importanti sul proprio rapporto di la-
voro. Poco frequenti, anche se comunque preoccupanti, sono gli
episodi denunciati di licenziamento, richiesta di licenziamento o
abbandono del posto di lavoro per ragioni legate all’omosessualità
(l’1% dell’intero campione).
Una percentuale più alta rispetto a chi percepisce conseguenze
per sé afferma, invece, di aver assistito a casi di discriminazione o di
scorrettezze verso altre persone omosessuali o transessuali sul lavo-

3 Questi risultati sono simili a quelli rilevati da Barbagli e Colombo (2001), an-

che se con alcune variazioni. In particolare, nel campione torinese l’accettazione sen-
za problemi da parte dei colleghi sembra essere leggermente più frequente, arrivan-
do alla metà del campione, rispetto al 41% del campione nazionale. Sono più fre-
quenti invece nel campione nazionale le manifestazioni di curiosità eccessive, sia ver-
so gli uomini sia verso le donne.
109

Tabella 5 – Intervistati che sono stati testimoni di situazioni di discriminazio-


ne sul lavoro, per sesso e classi di età*.

Classi di età Uomini Donne


19-23 anni 17 33
24-28 anni 27 45
29-33 anni 42 33
34-38 anni 34 35
39-43 anni 54 36
44-49 anni** 37 55
50-67 anni 36 –
Totale 38 39
* Valori percentuali calcolati sui soggetti che lavorano (N. casi = 200 per gli uomini; N. casi = 180 per
le donne).
** Classe 44-65 anni per il campione femminile.

ro. Lo ha dichiarato il 38% degli uomini e il 39% delle donne (ta-


bella 5). Si tratta comunque di percentuali di discriminazioni subi-
te consistentemente più basse di quelle denunciate nella ricerca ef-
fettuata su questo tema nei primi anni Novanta da Ruspini e Zajczyk
(1993), ove circa la metà del campione nazionale, peraltro forte-
mente sbilanciato a favore dei gay, aveva dichiarato di essere a co-
noscenza di casi di discriminazione di omosessuali sul lavoro. Quel-
la stessa ricerca ha segnalato che chi aveva reso noto il proprio
orientamento aveva cambiato posto di lavoro più volte, e chi lo ave-
va fatto sia sull’attuale sia sul precedente posto di lavoro era stato
più spesso di altri costretto a cambiare lavoro.
Le valutazioni su quali comportamenti sul lavoro costituiscano
forme di discriminazione e quali comportino conseguenze sulla
propria carriera possono, peraltro, essere diverse.
Sono comunemente identificati come comportamenti chiara-
mente discriminatori, verso di sé o verso altri, solo quelli che han-
no conseguenze visibili sulla carriera, come una mancata assunzio-
ne o una pressione al licenziamento. È il caso, ricordato sopra, di
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Maurizio, 49 anni, che un ente militare non ha assunto con l’espli-


cita motivazione che durante il colloquio aveva manifestato «delle
situazioni che non andavano bene nell’ambito lavorativo».
I comportamenti meno espliciti, o che non hanno conseguenze
formali e dirette sulla carriera o sul mantenimento del posto di la-
voro, si prestano invece a valutazioni diversificate. Varia, in partico-
lare, la misura in cui comportamenti quali battute offensive verso
specifiche persone omosessuali o verso gli omosessuali in generale
sono considerati discriminazioni. Negli episodi di questo tipo rac-
contati da uomini e donne, le vittime sono soprattutto uomini.
110

Discriminazione no. Solo qualche apprezzamento tipo «Gli omosessuali


mi fanno tutti schifo». Ma nessuna discriminazione contro la persona,
solo cose verbali (Grazia, 21 anni).

Discriminazioni vere e proprie, no. Non essendo tra i quadri, tra quelli
che decidono, non ho mai assistito a questo tipo di discriminazioni. Di-
scriminazioni di tipo sociale sì, tipo battute, quello che ti parla dietro,
cose spiacevoli. Però fatti che possono anche non influenzare la vita,
quello sì (Cinzia, 33 anni).

Nelle esperienze di reazioni positive o negative verso l’omosessualità


e di comportamenti discriminatori non sono indicate particolari dif-
ferenze legate all’età o al sesso dei colleghi, né preferenze per am-
bienti maschili o femminili; anzi, la preferenza va in genere agli am-
bienti misti. Quando si guarda, però, ai casi di visibilità selettiva, sem-
bra che le donne manifestino la propria omosessualità soprattutto a
colleghe donne, mentre gli uomini indicano sia colleghi sia colleghe.

Devo dire che generalmente sono molto più amico con le donne che
con gli uomini perché con le donne non ho nessun problema, sono
molto più aperte, più espansive, stiamo molto meglio insieme. Mentre
gli uomini… probabilmente da parte loro c’è una certa reticenza. Non
è così palese da potersi percepire, però sento proprio come una radice
di qualcosa per cui loro si trattengono dall’essere veramente se stessi al
100% nei miei confronti, per paura, magari, di essere interpretati in un
certo modo o non so… si sente probabilmente un minimo di disagio
nei miei confronti (Simone, 43 anni).

In effetti, le differenze nelle relazioni con colleghe donne e colle-


ghi uomini di gay e lesbiche sono un aspetto tanto rilevante quan-
to poco esplorato (ILGA, 1995). Dalle ricerche sulla percezione dei
luoghi di lavoro come più o meno discriminatori nelle strategie oc-
cupazionali di gay e lesbiche sembra emergere una propensione de-
gli uomini a evitare ambienti non soltanto a prevalenza maschile,
ma in cui i contenuti del lavoro sono fortemente connessi a un mo-
dello di virilità eterosessuale, in particolare nell’ambito dei lavori
manuali nell’industria o nell’artigianato (Badgett, King, 1997).
Nelle interviste in profondità della ricerca torinese qualcuno ha
anche segnalato comportamenti discriminatori inaspettati da parte
di alcune figure professionali che sembrano agire in base a stereo-
tipi di senso comune piuttosto che alla preparazione che ci si aspet-
ta abbiano acquisito sull’omosessualità.
Lucia, 43 anni, ha lavorato con pazienti psichiatrici e racconta di
battute e altre forme di irrisione verso di lei da parte di una psichia-
tra, che riteneva «poco educativa» rispetto agli utenti la sua presenza.
111

Letizia, 42 anni, infermiera, racconta dei commenti di un medi-


co, «uno che dovrebbe essere una persona illuminata», su un uomo
malato di AIDS:
Ha fatto degli apprezzamenti sul fatto che se non se lo fosse preso nel
culo non sarebbe successo e lì mi sono incazzata e gli sono volata agli
occhi. Gli ho detto: «Scusa tu sei qua per fare il tuo lavoro con tutti
quanti i pazienti, poi se questo se l’è preso con una trasfusione o pren-
dendoselo nel culo è un problema suo. Mi sembra che sia già abba-
stanza sfigato per questo e non sia il caso che tu e nessun altro facciate
commenti del genere».

Per quanto riguarda i comportamenti di fronte alle discriminazioni,


tra chi, nel campione dell’indagine quantitativa, ha dichiarato di
aver assistito a episodi di discriminazione sul lavoro legati all’orienta-
mento sessuale o all’identità di genere, la reazione prevalente (57%
degli uomini, 61% delle donne) è stata, come per Letizia, quella di
prendere apertamente le difese delle persone oggetto di discrimina-
zione. Un terzo circa dei rispondenti (28% degli uomini, 31% delle
donne) dichiara inoltre di essersi sentito dalla loro parte, ma di non
aver avuto modo di reagire apertamente. Sono pochi invece (sotto il
6%) coloro che hanno dichiarato di non essere intervenuti perché
temevano che succedesse anche a loro e quindi hanno preferito non
esporsi, o perché pensavano che non toccasse a loro prendere le di-
fese di una persona omosessuale. Solo un uomo e una donna dichia-
rano di essersi accodati agli altri, partecipando a tali comportamenti.
Uno strumento di contrasto alle discriminazioni è visto anche
nella propria visibilità come omosessuale, parziale o totale. Ci si at-
tribuisce in qualche modo una funzione di educazione ad accettare
l’omosessualità e la diversità in generale. Anche se ciò non ha sem-
pre successo.
Enzo, 48 anni, racconta di una discussione con un collega della
piccola ditta in cui lavora:
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Avevamo parlato del fatto di avere un figlio omosessuale, lui aveva un fi-
glio maschio e ha detto una cosa tipo «L’ammazzo»; e io gli ho detto:
«Spiegami perché: io sono da ammazzare? Se lui un domani si trova da
adulto a essere come me è da ammazzare perché? Visto che con me ci
stai bene, ci ridi e ci scherzi». E lui ha risposto «No, ma mio figlio, è
un’altra cosa». Poi ti fermi lì perché tanto non si va oltre.

Leonardo, 41 anni, descrive con soddisfazione gli effetti «educativi»


della sua visibilità e delle sue forti reazioni ad atteggiamenti discri-
minatori, non solo sull’omosessualità, in un ambito delicato come
quello dei servizi sociali:
112

Il secondo giorno in ufficio ho assistito a delle cose (non davanti alla


persona, ma non appena quella persona se n’era andata), frasi tipo:
«Quello lì è un ricchione, adesso diamo i sussidi anche ai ricchioni»
[…]. Quando ho sentito quelle cose mi sono alzato e ho detto: «Da-
vanti a me nessuno si deve permettere di fare questo tipo di battute
perché altrimenti io passo ai fatti. E questo significa che ci sono delle
leggi che vietano le discriminazioni, e allora non le si fa». Quello si scu-
sò, ci davamo ancora del lei e mi disse: «Ma io scherzavo!». E io ho ri-
sposto: «Non mi interessa, perché lei – magari è piemontese – io potrei
avercela coi piemontesi, ma non dico nulla sui piemontesi […]. Questi
tipi di idee tenetele a casa vostra». Davanti a me non c’è più stata nes-
suna scena di questo tipo […]. Ho finito il discorso dicendo: «E se mi
agito tanto su questo argomento, chi vuol capire capisca il perché! Co-
sì evitiamo anche pettegolezzi idioti, chi ha qualcosa da chiedere ecco-
mi qua…». Questo, io non voglio fare l’eroe, ma credo che abbia bloc-
cato molto, tant’è vero che adesso, dopo diversi anni, avevamo alcuni
utenti transessuali: si è cominciato a trattarli in un certo modo, come
persone e non come fenomeni da baraccone, a chiamarle «signora» e
non Carmelo […]. Qualche maligno potrà pensare che quando ti giri,
dietro ti dicono le stesse cose. Può anche darsi, ma io penso che in que-
sti anni queste persone siano davvero cambiate […]. Dopodiché la bat-
tuta ci scappa sempre, ma è diverso. Io sono legatissimo a una collega
[…] lei ha insultato la gente per vent’anni dicendogli «ricchione» e
non può smettere di colpo, per cui a volte dice: «Ma guarda quel pezzo
di ricchione!»; poi mi guarda e dice: «No, no, Leonardo, scusa, scusa»,
e per me è una gran vittoria!

2.5. Un doppio standard?

Anche se non indicano di aver subito forme di discriminazione


aperta, le persone visibili sul lavoro si trovano comunque a gestire
la tensione che la loro identità stigmatizzata, una volta resa visibile,
suscita.
Ricerche di altri Paesi sulla presenza di omosessuali nei posti di
lavoro, riprendendo concetti già utilizzati per le discriminazioni sul
lavoro subite dalle donne, hanno messo in luce l’esistenza di un
«doppio standard» rispetto alle manifestazioni dell’eterosessualità e
dell’omosessualità (Woods, 1993; Badgett, 2001). Comportamenti
ed esibizione di valori eterosessuali, come presentare la propria mo-
glie o assumere atteggiamenti «virili» o «femminili» da parte rispet-
tivamente di uomini e di donne, non sono di norma percepiti co-
me relativi alla sessualità, ma a «ruoli sociali asessuati», perché
«normali». Viceversa, relazioni e comportamenti omosessuali sono
associati alla sessualità, e quindi considerati una violazione dello
spazio «pubblico» del lavoro.
113

Questo doppio standard si ritrova, soprattutto nei confronti de-


gli uomini, anche nei focus groups sulla percezione dell’omosessua-
lità condotti nel corso della ricerca torinese. Nelle discussioni, in-
fatti, è emersa una distinzione tra omosessuali «in privato», ossia
persone la cui omosessualità, anche se conosciuta sul luogo di lavo-
ro, è strettamente confinata in ambito privato, non viene «portata»
in pubblico, e omosessuali «in pubblico», persone la cui omoses-
sualità è invece riconoscibile, esibita, in primo luogo sotto forma di
atteggiamenti o uso di una simbologia femminile.
Se è stigmatizzato qualunque atteggiamento negativo nei con-
fronti dei primi, per i secondi viene invece indicata la possibilità di
un diverso trattamento, anche se non definito come discriminazio-
ne. L’esibizione della propria omosessualità attraverso atteggiamen-
ti femminili è intesa come deliberata violazione delle, e sfida alle,
norme sociali su quali siano le caratteristiche di un lavoratore «pre-
sentabile». In quanto potenzialmente disturbante per lavori che im-
plicano relazioni con clienti, è considerata come causa legittima, o
necessaria date le condizioni dettate dal mercato del lavoro, di
esclusione dal lavoro.

Flavio (consulente): Secondo me bisogna distinguere due tipi di discrimi-


nazione […]. Una discriminazione di tipo oggettivo e una di tipo sog-
gettivo. Perché, siamo obiettivi, l’omosessuale che «schecca», come si di-
ce in gergo, quello che sculetta, il femminiello napoletano…
Antonio (sindacalista): O la checca a Roma.
Flavio: La checca a Roma… Quello che «schecca». Non posso io, azienda,
mandare, come consulente che deve farmi una revisione contabile pres-
so un’altra impresa contabile che mi paga per questo intervento ottanta
milioni, una persona che non mantiene un decoro professionale […].
Giacomo (imprenditore): Però questa è un’altra questione.
Flavio : No, non posso permettermi di mandare uno, che magari è an-
che un bravo contabile, però che di fronte al mio cliente… Lo vedo già
dall’atteggiamento che ha con me in ufficio, che mi schecca, che mi ar-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

riva con le unghie laccate […].


Angela (commessa): Stai parlando di un travestito, però.
Flavio : No, ti parlo della checca […]. E anche come azienda, non pos-
so permettermelo. A un desk office, a un front office, non posso permet-
termelo. E questa è discriminazione di tipo oggettivo.
Luigi (imprenditore): Sì, però non è discriminazione nei confronti del-
l’omosessuale. È nei confronti di una persona che si comporta in mo-
do, diciamo, non allineato.
Laura (selezione del personale): Vabbé, ma questo può succedere anche nei
confronti di una donna che va vestita in modo succinto.
Flavio : È percepito in modo diverso.
114

Laura : No, io se ho una contabile brava che viene con una maglietta
molto scollata, comunque non la presento. Cioè comunque è una que-
stione di presenza.
Angela : No, anzi…
Flavio : La presenti eccome…
Angela : Stavo pensando a certi tipi di azienda, ha molto più consenso.
Flavio : Però la checca no, perché la checca, il femminiello o qualunque
altra cosa è oggetto di derisione. Hai un bell’avere quindici lauree ed
essere un premio Nobel, ma se ti comporti…

Vale la pena osservare come, nonostante il modello dell’inversio-


ne di genere, o il travestitismo, non sia né il più diffuso né il più le-
gittimato tra gli omosessuali contemporanei, esso continui a rima-
nere una forte immagine di riferimento (negativa) nell’immagina-
rio sociale eterosessuale, soprattutto, se non esclusivamente, in rife-
rimento ai gay. Riguardo alle lesbiche, sembra che non esistano for-
me di rappresentazioni condivise e ovvie, perlomeno a livello di co-
municabilità percepita come legittima. Ovvero, una volta che la ses-
sualità delle persone omosessuali sia definita come loro fatto priva-
to, e perciò non possa essere direttamente fatta oggetto di valuta-
zioni negative nel discorso pubblico, la negatività viene spostata, o
mantenuta, sui «caratteri secondari», reali o anche solo immagina-
ri, e sulla presentazione di sé. E a questo livello scattano appunto
meccanismi diversi se si ha a che fare con gay piuttosto che lesbi-
che, come si era già osservato a proposito del contesto scolastico e
degli adolescenti. Ci si può chiedere se ciò dipenda dal fatto che
anche nelle manifestazioni pubbliche di omosessuali non solo sono
più presenti e visibili i gay delle lesbiche, ma sono visibili appunto
coloro tra i gay che più o meno provocatoriamente esibiscono i trat-
ti dell’inversione a livello della presentazione di sé. O se invece il
maschio che «non fa il maschio» eterosessuale viene più facilmente
automaticamente assimilato a una donna, quasi come una forma di
degradazione; laddove è più impensabile che una donna diventi
davvero un uomo, e soprattutto è impossibile pensarlo come una
degradazione, dato il modello gerarchico di genere che sottende
queste immagini. È comunque un fatto che per un uomo «trave-
stirsi da donna» – truccandosi, mettendosi la parrucca, o metten-
dosi abiti femminili, o muovendosi «come una donna» – è tuttora
una trasgressione socialmente sanzionata e riconoscibile. Viceversa
non c’è (più) «travestimento» maschile che le donne non possano
adottare senza per questo essere automaticamente tacciate di lesbi-
smo. Persino taluni modelli di bellezza femminile sono androgini:
senza curve, senza seni. E le donne «virili» nei comportamenti e nel
successo sociale sono uno dei tanti archetipi seduttivi (per gli uo-
115

mini) proposti dai media proprio per la combinazione di caratteri-


stiche di norma associate in modo distinto all’uno o all’altro gene-
re. Per questo, censurata la sessualità, è difficile nell’immaginario
sociale trovare immagini di comportamenti e di presentazione di sé
stereotipicamente associabili al lesbismo. Tanto più se si pensa che
nella simbologia pubblica, etero- e omosessuale, le lesbiche non so-
lo sono poco presenti, ma sono rappresentate/si rappresentano più
nella separazione e nel rifiuto che nell’accettazione dell’identifica-
zione maschile.
Lo stereotipo negativo non pesa solo su chi assume gli atteggia-
menti così stigmatizzati, ma anche su chi, viceversa, non si ricono-
sce in quel particolare modo di essere omosessuale. Una parte de-
gli uomini omosessuali intervistati si preoccupa così di distinguersi
dallo stereotipo dell’omosessuale dalla sessualità dirompente e dai
modi stravaganti o effeminati: «Se mi pongo con un atteggiamento
che poi è aggressivo, volgare, sfacciato, fastidioso, beh, me le tiro an-
che dietro» (Mauro, 25 anni); «Non siamo i gay quelli delle piume,
siamo come gli altri» (Enzo, 48 anni).
Anche Severino, 53 anni, attribuisce agli omosessuali stessi, ai lo-
ro atteggiamenti, la responsabilità di provocare o meno atteggia-
menti discriminatori:

Un minimo di cautela ci vuole sempre qualunque persona tu sia, quan-


do parli la cautela ci vuole sempre perché puoi offendere la persona
che hai davanti, puoi essere volgare […]. Se conoscono un omosessua-
le serio lo trattano da persona seria. Dicono: «È omosessuale ma è una
persona seria». Nulla da eccepire. Almeno a grandi linee è così. Ma se
vedono un omosessuale che ha degli atteggiamenti vistosi, che cerca di
attirare sempre l’attenzione, che vuole essere sempre la prima donna è
logico che a un certo punto può anche dare fastidio e di conseguenza
tirano giù degli atteggiamenti poco simpatici.

Ciò vale, dovrebbe valere, ovviamente per tutti, omo- ed eterosessua-


li. Rimane il fatto che nel caso degli omosessuali – così come delle
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donne, omosessuali o eterosessuali che siano in contesti lavorativi


fortemente segnati da culture e modelli maschili – qualsiasi compor-
tamento «non standard», o qualsiasi défaillance nella prestazione
professionale possono essere più facilmente ricondotti al loro sesso
in un caso, al loro orientamento sessuale nell’altro, diventando più
facilmente giudizi di personalità complessiva, per così dire, «natura-
lizzati». Ciò può avere come conseguenza anche un’ipersensibilità
per i rischi di discriminazione da parte degli omosessuali stessi (oltre
che delle donne di ogni orientamento sessuale).
CAPITOLO QUINTO

SESSUALITÀ, RAPPORTI DI COPPIA, CONVIVENZE

1. Relazioni stabili o occasionali? Differenze di genere

La relazione di coppia stabile ed esclusiva rappresenta il modello


ideale fortemente prevalente, sia per gli uomini (71%) sia, in misu-
ra ancora maggiore, per le donne (81%) nel campione dell’indagi-
ne quantitativa. Un’ulteriore porzione del nostro campione, più uo-
mini (24%) che donne (16%), dichiara inoltre di preferire una re-
lazione di coppia stabile, ma senza escludere qualche partner occa-
sionale. È invece una quota marginale (il 5% degli uomini e il 4%
delle donne) a dichiarare di preferire relazioni con partner occasio-
nali (tabella 1). Si tratta di una percentuale più bassa di quella na-
zionale (il 12% degli uomini, l’8% delle donne) rilevata da Barba-
gli e Colombo (2001, p. 202), anche se i dati non sono direttamen-
te confrontabili1. Posto che secondo questi due autori la preferenza
per le relazioni occasionali rappresenta un «residuo del passato», i
nostri dati parrebbero indicare una più forte presenza delle ten-
denze «moderne», orientate appunto alla stabilità dei rapporti af-
fettivi, nel contesto metropolitano torinese.
La coppia stabile non è solo un modello ideale, ma la realtà at-
tuale per la maggior parte del nostro campione: il 50% dei gay e il
55% delle lesbiche sull’intero campione dichiara infatti di avere at-
tualmente una relazione stabile e prevalente con una persona dello
stesso sesso (tabella 2). Più uomini che donne hanno avuto almeno
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una relazione fissa nel corso della loro vita, ma le relazioni maschi-
li sono più spesso durate al massimo un anno, mentre quelle fem-
minili sono più frequentemente durate più di un anno.
Le differenze più rilevanti tra uomini e donne, tuttavia, riguar-
dano la definizione stessa di relazione di coppia, i significati che le

1 La domanda proposta da Barbagli e Colombo prevedeva l’alternativa netta tra

due preferenze: «relazioni di coppia stabili» e «relazioni con partner occasionali». Il


questionario torinese prevedeva una terza modalità di risposta: «relazioni di coppia
stabili ma senza escludere qualche partner occasionale».
118

Tabella 1 – Tipo di relazione preferita per uomini e donne, per classi di età
(valori percentuali).

Stabile Stabile e occasionale Occasionale


Classi di età
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
19-23 anni 76 78 24 13 – 9
24-28 anni 77 79 20 12 4 10
29-33 anni 72 79 25 19 3 2
34-38 anni 74 82 22 18 4 –
39-43 anni 67 77 32 23 13 –
44-49 anni* 68 89 32 8 0 3
50-67 anni 54 – 31 – 15 –
N. casi (182) (200) (61) (38) (13) (9)
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

Tabella 2 – Persone che attualmente hanno una relazione omosessuale stabile


o prevalente, per sesso e classi di età (valori percentuali).

Classi di età Uomini Donne


19-23 anni 41 41
24-28 anni 54 46
29-33 anni 39 59
34-38 anni 56 67
39-43 anni 54 64
44-49 anni* 68 50
50-67 anni 54 –
N. casi (257) (246)
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

vengono attribuiti e il modo in cui viene vissuta la dicotomia tra


coppia stabile e rapporto occasionale.
Una prima differenza riguarda il posto assegnato al rapporto
sessuale nella relazione di coppia. Nelle relazioni maschili sono fre-
quenti gli incontri sessuali occasionali e impersonali, che nulla han-
no a che fare con una relazione affettiva. Tra i gay, quindi, la di-
stinzione tra relazioni stabili e rapporti sessuali occasionali appare
più spesso un’alternativa netta che tra le donne. Nei casi in cui vi è
invece continuità tra un rapporto iniziato come occasionale e una
relazione affettiva, esso si dà precisamente in questa sequenza. Co-
me si è già rilevato nel capitolo secondo, infatti, gli uomini più fre-
quentemente delle donne prima hanno un rapporto sessuale e poi,
eventualmente, maturano un rapporto più profondo con la stessa
persona. È la storia di Mauro, 25 anni:
119

Ho scoperto l’esistenza della sauna come posto, e ci sono andato, però


non sapevo che esistessero le discoteche, che esistessero i bar, questi po-
sti. Magari se l’avessi saputo sarei andato prima lì e non là. E allora
quello era il mio unico punto di possibilità di rivolgermi al mondo gay
e quindi andavo lì. Però non è che quella cosa mi facesse particolar-
mente schifo, quello che mi rattristava è che la maggior parte delle per-
sone voleva da te un rapporto fisico e non gli interessava sapere come
tu ti chiamassi, magari te lo chiedeva semplicemente perché voleva
creare un approccio, ma che io mi chiamassi Adolfo piuttosto che Ur-
sula era indifferente; io potevo essere chi volevo, me stesso o un’altra
persona, andava bene lo stesso. Tanto poi, finito il momento, era finito
tutto. Quelli che ti potevano chiedere di continuare un rapporto erano
pochi, ed era anche vero che le volte che mi è successo era un rappor-
to un po’ particolare, perché era un rapporto viziato fin dall’origine,
cioè non era un rapporto su cui costruivi lentamente qualche cosa, poi
ti conoscevi, dove la fisicità diventava un aspetto di questa conoscenza.
Quel punto di vista ce l’avevi già avuto, costruivi poi tutto dopo, erano
storie che nascevano da un’attrazione fisica e poi andavano avanti con
altri aspetti. Ho conosciuto tutte e tre le persone con cui ho avuto una
storia seria lì, sì.

Vi sono tuttavia variazioni importanti fra le diverse coorti di uomi-


ni. Tra i ventenni e trentenni sembra emergere la tendenza verso
una più forte preferenza per relazioni stabili e monogamiche (ta-
bella 1). Alle relazioni occasionali è assegnato perlopiù (anche se
non sempre) uno status inferiore: viene messo in evidenza ciò che
manca rispetto al modello della relazione stabile. Luca, 22 anni, ri-
corre a un’immagine per descrivere la differenza: «Mi viene in men-
te una frase che ho letto su un libro che dice: ‘Quando arriva la
sposa le damigelle perdono valore’».
Non sono rari, tra i più giovani, giudizi negativi come quello di
Mauro sulle sue esperienze di incontri occasionali:

Io credo di aver avuto la tipica vita di qualunque omosessuale, dal pun-


to di vista sentimentale, che è tutt’altro che una vita stabile e di coppia,
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

che è una delle cose orribili del mondo gay. Semplicemente, questa è
proprio una cosa in cui rimpiango l’eterosessualità, perché gli eteroses-
suali sanno costruire delle storie serie, molto più di quanto sanno fare
gli omosessuali. Gli omosessuali sono poco seri perché, non so come
dirti, hanno perennemente a disposizione l’alternativa: diventa molto
facile trovare qualcuno pronto a starci, anche per una sola volta. I ma-
schi eterosessuali invece questa difficoltà ce l’hanno molto maggiore,
perché fortunatamente le donne non ci stanno in maniera così facile.
Gli può andare bene una volta, due volte, però con quelle ragazze lì,
che ci sono state così facilmente, loro non ci costruiscono la storia, per-
ché mentalmente dicono: «Se ci è stata così facilmente con me, ci sta
120

anche con un altro». Invece nell’uomo omosessuale, questa libertà ses-


suale non è un condizionamento limitante, è la normalità assoluta. An-
zi il 98% dei ragazzi gay si incontra in luoghi che sono di pura promi-
scuità sessuale. E io questo l’ho trovato la volgarità dell’omosessualità.
Anzi, io credo che la maggior parte dei ragazzi abbia difficoltà nel rap-
porto con la sessualità perché la scopre, la vive all’inizio così.

Per le donne il rapporto sessuale appare più legato, e subordinato,


alla costruzione di una relazione affettiva, o comunque a una cono-
scenza, per quanto breve, della partner. La relazione sessuale preve-
de, quindi, quasi sempre un tempo di conoscenza e corteggiamento.
Questo orientamento all’investimento affettivo nelle relazioni
sessuali è descritto da alcune, come Carla, 43 anni, come specifico
dei rapporti tra donne:

Il rapporto con le donne è totalmente diverso rispetto a quello con gli


uomini; per cui, almeno per me, non so se per tutte le donne lesbiche…
per me sì, è un rapporto più stabile… non è un rapporto occasionale o
di una notte, non lo è praticamente mai stato. Lo invidio un po’ in quel-
le persone e in quelle donne che riescono a viverla così, perché secondo
me è un po’ più semplice. Ma io non ne ho mai incontrate e per me non
è così, quindi non l’ho mai vissuta in modo occasionale.

In modo un po’ paradossale si potrebbe dire che per le donne la


distinzione tra rapporti occasionali e stabili non è altrettanto netta-
mente definita che per gli uomini: non perché siano più promiscue
di questi ultimi, ma perché più difficilmente percepiscono la possi-
bilità di rapporti sessuali impersonali in cui non sia anche presente
in qualche misura un investimento relazionale e affettivo. Questo ti-
po di aspettativa, infatti, caratterizza solitamente anche le relazioni
definite come occasionali, seppure in forme più deboli o più bre-
vemente. Più che di incontri, Letizia, 42 anni, parla ad esempio di
«storielle», termine che accomuna relazioni molto diverse: «Una è
durata un paio di notti, l’altra un mesetto, la terza una notte sola».
Che gli investimenti affettivi siano maggiori tra le donne, anche
nei rapporti occasionali, o che viceversa le donne usino più facil-
mente un codice relazionale e affettivo anche per parlare di rap-
porti su cui non si intende investire a medio o lungo termine, va
comunque segnalata questa differenza di genere nel definire situa-
zioni apparentemente simili, almeno dal punto di vista della durata.
È una questione, peraltro, ben nota in letteratura anche per quan-
to riguarda gli uomini e le donne eterosessuali. In particolare, le ri-
cerche sui giovani e la sessualità hanno segnalato come anche entro
rapporti di coppia i maschi e le femmine parlino del rapporto ses-
121

suale, del suo significato per sé e per il rapporto, in modo che può
essere molto diverso: come ricerca di maggiore intimità e comuni-
cazione le ragazze, come «bisogno fisico» o affermazione di sé i ra-
gazzi (si vedano ad esempio Garelli, 2000; Buzzi, 1998).
A conferma indiretta che le differenze tra uomini e donne ri-
guardano soprattutto i significati attribuiti a relazioni apparente-
mente simili, segnaliamo il fatto che nel nostro campione, contro-
intuitivamente, la maggiore gradualità con cui iniziano le relazioni
tra donne, e il maggior valore da queste dato alla monogamia ses-
suale e affettiva, non sembra comportare affatto una maggiore sta-
bilità nel tempo delle relazioni di coppia. Le relazioni tra donne,
infatti, durano mediamente di meno rispetto a quelle tra uomini:
rispettivamente 4,9 e 6,9 anni. È come se il maggiore investimento
affettivo e relazionale avesse come esito una maggiore esclusività
finché il rapporto e la reciproca attrazione durano, ma senza, al
contrario, offrire maggiori garanzie sulla durata. Questa differenza
è soprattutto evidente nella classe di età più elevata.
Per entrambi i sessi, comunque, la durata media delle relazioni
aumenta con l’età, il che è in qualche misura ovvio: nelle coorti più
mature innanzitutto c’è stato più tempo per sviluppare un rapporto
di coppia; inoltre, tra i più giovani, omo- o eterosessuali, i rapporti
di coppia fanno spesso parte della sperimentazione connessa al di-
ventare adulti.

1.1. Il numero di partner

Alla diversa posizione assegnata al rapporto sessuale rispetto alla co-


struzione di una relazione, e alla più netta distinzione tra relazioni
stabili e occasionali per gli uomini, corrispondono forti differenze
nel numero di partner che uomini e donne dichiarano di aver avu-
to (tabella 3).
Questa differenza non è soltanto evidente rispetto all’intero cor-
so di vita. Anche considerando soltanto l’ultimo anno, si può nota-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

re come la frequenza di rapporti occasionali (con più di 10 partner


all’anno) caratterizzi una quota importante di uomini e molto mar-
ginale di donne.
Si può notare, inoltre, come la presenza di una parte del campio-
ne, intorno al 4% sia degli uomini sia delle donne, che dichiara di
non aver mai avuto rapporti sessuali con una persona dello stesso
sesso confermi la non coincidenza fra le tre dimensioni dell’orienta-
mento sessuale, ossia attrazione, comportamenti e identità.
Infine, a conferma della centralità del rapporto di coppia stabile,
tra coloro che dichiarano di aver avuto soltanto un partner nell’ulti-
122

Tabella 3 – Numero di partner nell’ultimo anno e nel corso della propria vi-
ta, per sesso (valori percentuali).

Nell’ultimo anno Nel corso della vita


Numero di partner
Uomini Donne Uomini Donne
0 8 18 4 5
1 31 48 2 14
2-3 20 23 10 25
4-10 20 9 20 36
11-20 12 0,4 18 15
21-50 6 0,8 15 5
> 50 3 0,8 31 1
N. casi (259) (244) (256) (247)

mo anno, la grande maggioranza (il 79% degli uomini e il 73% delle


donne) ha attualmente una relazione stabile o prevalente.
Se si confrontano questi dati con quelli della ricerca effettuata
sul territorio nazionale da Barbagli e Colombo (2001), sembrano
emergere alcune specificità del caso torinese per quanto riguarda
gli uomini: appaiono qui più diffusi e consolidati i processi di tra-
sformazione nei loro stili di vita, che in altre zone italiane restano
piuttosto prerogativa delle giovani generazioni. Avere un elevato
numero di partner sembra non essere molto diffuso neanche nelle
vecchie generazioni, mentre è più frequente, rispetto al dato nazio-
nale, aver avuto un solo partner nell’ultimo anno2.

1.2. Luoghi e modalità di incontro con il/la partner

Contrariamente a quanto si potrebbe ritenere accomunando sem-


plicisticamente gay e lesbiche per il solo fatto che in entrambi i ca-
si sono attratti sessualmente da persone dello stesso sesso, i luoghi
in cui si incontrano con possibili partner – solo sessuali o anche af-
fettivi – sono molto diversi. Ovvero, non esiste un unico mondo
omosessuale in cui gay e lesbiche si trovano insieme, cui hanno ac-
cesso e che utilizzano nello stesso modo e agli stessi scopi. Nel dare
forma a queste diverse modalità di articolare lo spazio sociale, in-
contrarsi, riconoscersi ed eventualmente attrarsi, si trovano stretta-
mente connesse differenze di genere nei modi di percepire e vive-
re la sessualità e nelle forme di socialità e stili di vita.

2 La percentuale di uomini che dichiarano di aver avuto un solo partner nell’ul-

timo anno è del 31%, quasi doppia rispetto al dato di Barbagli e Colombo. Inoltre,
una percentuale più alta di uomini, nel corso della loro vita, non ha avuto più di 20
partner (55% rispetto al 46% rilevato sul campione nazionale).
123

Anche per il campione torinese, e con maggiore solidità della


base empirica data la sua più equilibrata composizione per genere,
vale la considerazione che i dati sui luoghi in cui si incontra il part-
ner «sembrano confermare lo stereotipo secondo cui la vita sociale
maschile si svolge soprattutto negli spazi pubblici, mentre quella
femminile in quelli privati» (Barbagli, Colombo 2001, p. 136).
Gli spazi pubblici maschili sono soprattutto luoghi (reali o virtua-
li) o locali omosessuali. Questi appaiono importanti anche per le
donne come luoghi di aggregazione e divertimento, ma meno cen-
trali per la conoscenza di nuove partner (tabella 4). Infatti, gli uomi-
ni hanno incontrato in maggioranza i loro partner – occasionali o
più stabili – in luoghi riservati a omosessuali. Ciò è avvenuto per me-
no di un terzo delle donne, per le quali i luoghi di incontro sono sta-
ti prevalentemente la casa di amici, il lavoro, la scuola o l’università.
Questi ultimi sono spazi che consentono più agevolmente di cono-
scersi in interazioni che possono non avere significati sessuali, e ap-
paiono quindi più conformi a incontri in cui la componente sessua-
le è concepita come eventuale sviluppo e parte di una relazione af-
fettiva. Tiziana, 26 anni, ad esempio conosceva da un anno una col-
lega; ha cominciato a frequentarla al di fuori del lavoro e la storia è
nata «casualmente», con un bacio alla fine di una serata tra colleghe.

Tabella 4 – Luoghi in cui si sono incontrati i tre ultimi partner, escluso quel-
lo attuale (valori percentuali)*.

Luoghi di incontro Uomini Donne


Bar o locale per gay/lesbiche 35 34
Discoteca per gay/lesbiche 52 24
Sauna 21 –
Dark room 2 1
Cinema per gay/lesbiche 3 2
Cinema a luci rosse 3 –
Luoghi di battuage 30 3
Spiaggia per gay/lesbiche 7 0,5
Annuncio su giornali/riviste 10 10
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Chat line erotica telefonica 3 0,5


Chat per gay/lesbiche in Internet 16 3
Casa di amici 43 81
Iniziativa politica 2 4
Gruppo o associazione per gay/lesbiche 16 12
Lavoro/scuola/università 12 38
Praticando sport 2 13
Locale o luogo pubblico 8 5
Altro 6 10
N. casi (238) (210)
* Il totale dei valori percentuali è superiore a 100 perché la domanda del questionario prevedeva la
possibilità di fornire più risposte.
124

Gli incontri in luoghi o locali omosessuali possono prevedere o


consentire livelli e forme diverse di interazione: dal sesso imperso-
nale – a cui sono deputati principalmente luoghi come toilette del-
le stazioni, luoghi di battuage all’aperto, cinema a luci rosse, saune,
spiagge, dark room, e che sono molto raramente frequentati dalle
donne – a contesti di potenziale maggiore interazione come bar e
discoteche, fino ad associazioni o circoli omosessuali.
La chat, utilizzata soprattutto dai giovani, è descritta come un
mezzo che consente di stabilire livelli di interazione secondo le pro-
prie preferenze prima dell’incontro sessuale. Domenico, 29 anni, ne
descrive i vantaggi rispetto alle forme di incontro più «tradizionali»:

I posti di battuage non li frequento, non mi interessa, conosco persone


che lo fanno e, fatti loro, non ho pregiudizi morali su queste persone…
Sono andato una volta in Piazza d’Armi girandoci intorno, perché do-
vevano appunto educarmi su questa cosa, e mi sono messo a ridere. Mai
fatto una sauna in vita mia con scopi sessuali… Chatto, questo sì, per-
ché riesci subito a scremare i coglioni che non hanno niente da dire da
quelli che hanno un po’ di sale: quando io chatto, non ricado mai nel-
lo stereotipo patetico «quanto ce l’hai grosso, facciamo sesso». No, io
parlo, sono logorroico e se trovo una persona che vuole solo una botta
mi stufo. Ma ho conosciuto anche persone piacevoli con cui si può
chiacchierare al di là del sesso, che ci può essere oppure no. La trovo
una cosa molto comoda.

Sarebbe troppo semplice, appunto stereotipico, interpretare la dif-


ferenza qui rilevata come maggiore ristrettezza dello spazio sociale
femminile, lesbico o eterosessuale che sia: confinate maggiormente
in spazi privati le donne dovrebbero appunto cercarsi lì le/i part-
ner. A ben vedere, questa lettura si potrebbe rovesciare. Le donne
hanno un mondo della vita quotidiana più ricco di rapporti, o con
maggiore permeabilità dei confini tra pubblico e privato: una colle-
ga può più facilmente diventare un’amica e anche una partner (ma
questo vale anche per i colleghi, nel caso di donne eterosessuali).
Poco importa qui che ciò sia conseguenza del fatto che storicamen-
te hanno fatto di necessità virtù, sviluppando competenze relazio-
nali e capacità di gestione dei confini e dell’ambivalenza maggiori
di quelle di consueto presenti tra gli uomini, o che sia frutto di mo-
delli di socializzazione che tuttora specializzano le donne come ad-
dette alla gestione delle relazioni, dentro la famiglia, ma anche al di
fuori, acuendo la loro sensibilità ai segnali altrui. Rimane il fatto
che gli uomini si incontrano, soprattutto quando cercano rapporti
tra uomini, prevalentemente in luoghi non tanto pubblici quanto
protetti dal loro essere fortemente marcati a quello scopo: chi ci va
125

non rischia di essere respinto perché fuori posto, ma solo, even-


tualmente, perché non piace. Le donne, viceversa, trasformano più
facilmente tutti i luoghi di vita quotidiana in possibili luoghi di in-
contro, al riparo non di una cornice di significati formalizzata, ma
di quel tanto o poco di sicurezza e fiducia che riescono a costruire
in un particolare rapporto.
Peraltro, la maggiore disponibilità a trovare una partner in luo-
ghi di interazione quotidiana non connotati come omosessuali po-
trebbe essere anche dovuta ai confini più flessibili tra omosessua-
lità, bisessualità ed eterosessualità per le donne, per le quali in ef-
fetti sembra più facile sviluppare relazioni di intimità che si posso-
no trasformare in relazioni sessuali con altre donne che si conside-
rano eterosessuali.
Loredana, 24 anni, racconta della trasformazione graduale della
relazione con la sua compagna di classe e delle diverse strade intra-
prese dopo:

Lei era appunto una mia compagna di classe, con cui si è iniziato a par-
lare di questa cosa in modo molto velato e a un certo punto l’approc-
cio sembrava avvicinarsi sempre di più, finché c’è stato […]. Io stavo
molto bene rispetto a questa cosa, perché comunque era la curiosità
che finalmente veniva appagata e questa cosa non mi ha creato assolu-
tamente problemi, anzi mi sono sentita molto bene; per quanto riguar-
da lei, invece no, nel senso che aveva un fidanzato e diceva che io non
ero innamorata di lei, in effetti probabilmente era vero […]. Per me è
stato faticoso gestire la relazione perché era nel giro delle amiche stori-
che […] e questa cosa era vissuta molto in sordina: neanche le altre sa-
pevano di questa relazione, e quindi… però a me piaceva questo! Non
era un problema. Per lei invece lo era. Poi questa cosa è finita natural-
mente. Lei non ha più avuto relazioni con ragazze, mentre io sì.

Quella descritta da Roberta, 35 anni, è un’altra storia di continuità


tra sentimenti di amicizia e sintonia e aspetti erotici:
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Tra noi è nato un rapporto di grande armonia e di grande feeling, per


cui ci si divertiva molto insieme e si facevano molte cose insieme. A un
certo punto abbiamo fatto vivere anche un aspetto di sensualità tra di
noi e io, ripeto, per me è stata una cosa molto naturale, lei, invece, se-
condo me, l’ha vissuta come un’esperienza unica… Di questo ne sono
certa perché poi siamo rimaste in contatto… lei è una mia carissima
amica e so che non ha mai più avuto storie con le donne.

Un’altra differenza tra uomini e donne, dovuta soprattutto all’im-


patto dell’AIDS sui gay negli scorsi decenni, riguarda la rilevanza attri-
buita ai comportamenti di protezione rispetto alle malattie sessual-
126

mente trasmesse e in particolare all’HIV e all’AIDS. Seppure il numero


di uomini omosessuali o bisessuali contagiati in Italia (circa 6000) è
inferiore a quello di chi lo è stato con rapporti eterosessuali (Colom-
bo, 2000), è però molto presente tra gli uomini omosessuali l’atten-
zione al controllo del proprio stato sierologico3. Inoltre, l’uso del
profilattico è diventato una pratica diffusa (non lo ha mai usato solo
l’8% degli uomini del nostro campione), che nelle giovani genera-
zioni accompagna l’inizio dell’attività sessuale (si veda anche Colom-
bo, 2000). Domenico, 29 anni, descrive come l’attenzione rispetto al
contagio accompagni tutta la propria vita sessuale:

Ho fatto il test prima di mettermi con Roberto, dopo di che rapporto


monogamico. Anche la volta che lui mi ha tradito ha fatto solo una po-
miciata, non è stato sesso. Abbiamo comunque fatto sesso protetto per
sei mesi, rifatto il test, negativo per tutti e due, quindi abbiamo abban-
donato le protezioni. I rapporti che ho avuto adesso con questi scono-
sciuti erano protetti, con preservativo messo immediatamente. Chiara-
mente adesso che sono single mi terrò sotto controllo; non amo gio-
chetti particolarmente violenti o rischiosi. Poi c’è sempre la soglia dalla
sfiga alla probabilità. Del resto finché non inventano il vaccino o smet-
ti di fare sesso o metti le precauzioni sperando che… Del resto con le
campagne di prevenzione che abbiamo avuto… Tanti anni fa ho fatto
una serata in una discoteca distribuendo preservativi, e tutti pensavano
di doverli usare con me!

I comportamenti di protezione appaiono meno diffusi tra le donne


nei rapporti omosessuali (solo il 4% ha usato la dental dam, un par-
ticolare mezzo di protezione), ma più frequenti nei loro rapporti
eterosessuali4.
Un fenomeno quasi esclusivo dell’omosessualità maschile, infi-
ne, è quello di pagare o ricevere denaro in cambio di prestazioni
sessuali: al 15% degli uomini è capitato di pagare un partner, men-
tre il 12% ha ricevuto denaro da uomini per una prestazione ses-
suale. Comprare sesso sembra essere comunque meno diffuso tra
gli omosessuali che tra gli eterosessuali, forse anche per la disponi-

3 L’80% degli uomini del nostro campione si è sottoposto almeno una volta al test

dell’HIV: la classe di età che l’ha fatto più spesso è quella dei 39-43 anni, corrisponden-
te all’87% del campione, quella che l’ha fatto di meno è composta dai più giovani, 19-
23 anni. Più della metà lo ha ripetuto.
4 Tra chi ha avuto rapporti eterosessuali nell’ultimo anno, le donne dichiarano

più spesso che è stato usato il profilattico (76%) rispetto agli uomini (45%). Si noti
anche che tra le donne una porzione più ridotta rispetto agli uomini, ma comunque
maggioritaria (55%), si è sottoposta al test per l’HIV e più della metà l’ha ripetuto.
127

bilità di luoghi per incontri sessuali anonimi che non comprendo-


no scambio di denaro (Colombo, 2000). Sono solo le donne, anche
se in percentuale minima (2%), ad aver accettato denaro per una
relazione eterosessuale.

2. Relazioni di coppia

2.1. Intimità e sessualità

Essere in una relazione stabile è attualmente l’esperienza della mag-


gioranza del nostro intero campione: il 55% delle donne e il 50%
degli uomini. La differenza di età tra partner per gli uomini è di 6
anni e si riduce notevolmente e in modo abbastanza lineare con
l’età, passando dalla media di 11 anni per gli ultracinquantenni a
meno di 5 per gli uomini sotto i 28 anni. Per le donne la differen-
za media è 5,8 anni e non si riduce in modo lineare con l’età delle
intervistate, ma si può ugualmente notare come per la maggioran-
za delle donne sotto i 39 anni la differenza di età con la loro part-
ner sia inferiore ai 6 anni, mentre ciò è vero per una minoranza
delle donne di età più elevata. Sotto questo aspetto sembra quindi
che la propensione verso relazioni tendenzialmente egualitarie nel-
le generazioni più giovani rilevata da Barbagli e Colombo (2001)
coinvolga soprattutto gli uomini.
I rapporti di coppia stabili vengono investiti di significati e di
aspettative reciproche per molti aspetti analoghi a quelli delle cop-
pie eterosessuali. Molte delle persone che vivono un rapporto di
coppia dichiarano di portare un anello o qualche altro simbolo del-
la loro relazione: il 52% delle donne e il 28% degli uomini.
D’altro canto, come mostrato anche da Barbagli e Colombo
(2001), queste coppie nei rapporti sessuali non tendono a ripro-
durre ruoli sessuali definiti, maschile o femminile, o anche attivo o
passivo, sia nell’atto sessuale sia nella vita quotidiana. Per quanto ri-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

guarda in particolare la sessualità, emerge un alto grado di fluidità


nei ruoli assegnati a ciascun partner. Essi possono cambiare nel cor-
so del tempo o non esistere del tutto: «Ho delle preferenze, però
quando il rapporto sessuale è al massimo della compatibilità si può
anche mettere da parte la tua preferenza e viceversa, e così i ruoli
si amalgamano» (Armando, 29 anni).
Ci sembra che ciò rappresenti una forte differenza rispetto alle
coppie eterosessuali, nelle quali le poche ricerche disponibili se-
gnalano come alla differenza nell’appartenenza di genere corri-
spondano asimmetrie e profonde differenze di aspettative e perce-
128

zioni della relazione di coppia. Ad esempio, la già ricordata ricerca


di Garelli (2000) sulla sessualità tra i giovani ha rilevato come esi-
stano diverse percezioni reciproche tra uomini e donne eterosessua-
li rispetto al rapporto sessuale. Resta forte, infatti, anche nelle gio-
vani coorti eterosessuali l’associazione a uomini e donne di dicoto-
mie quali attivo/passivo, ma anche aggressività/moderazione, orien-
tamento all’istinto/orientamento all’affetto o all’intimità.
A differenza delle coppie eterosessuali, quelle omosessuali si sen-
tono fortemente vincolate nella manifestazione aperta del loro affet-
to e della loro intimità, presentandosi in pubblico come coppia. Un
vincolo che appare tanto più forte oggi, in cui viceversa molte bar-
riere e confini tra comportamenti pubblici e privati sono caduti pro-
prio in questo terreno tra gli eterosessuali, specialmente, ma non so-
lo, tra i più giovani. Rispetto a vent’anni fa è più consueto vedere
coppie eterosessuali abbracciarsi e baciarsi sulle panchine, per la
strada o sui mezzi pubblici. Viceversa, il nostro campione dichiara di
manifestare affetto al/alla partner in luoghi pubblici molto rara-
mente e con molta discrezione. Ciò, peraltro, vale più per gli uomini
che per le donne, perché più difficilmente per le seconde questo
provoca reazioni negative dato che le affettuosità tra donne sono
normalmente più diffuse a prescindere dall’orientamento sessuale.
Questo è vero soprattutto per comportamenti quali tenersi per mano
(praticato spesso dalla maggioranza delle donne e soltanto dal 23%
degli uomini), abbracciarsi e scambiarsi carezze, mentre baciarsi è
poco diffuso anche tra le donne. Importanti differenze emergono
però tra gli uomini. Atteggiamenti di intimità in pubblico sono mol-
to più diffusi tra i più giovani: il 50% si tiene spesso per mano, il 38%
si abbraccia, mentre baciarsi resta comunque raro.

2.2. Coppie chiuse, coppie aperte, coppie gay e coppie lesbiche

Tra coloro che vivono l’esperienza di una coppia stabile da più di


un anno, la netta maggioranza, soprattutto di donne (86%) ma an-
che di uomini (67%), dichiara di preferire la coppia esclusiva. Poco
meno di un terzo degli uomini, d’altra parte, dichiara di preferire
la compresenza di coppia stabile e di relazioni occasionali.
A queste differenze di atteggiamenti tra uomini e donne sem-
brano corrispondere diversità nei comportamenti. Più della metà
degli uomini in coppia da almeno un anno sostiene di aver avuto
almeno un altro partner nel corso dell’anno, mentre questo avvie-
ne per meno di un quarto delle donne. Inoltre, più di un terzo de-
gli uomini dichiara di aver avuto almeno quattro partner nel corso
dell’ultimo anno, mentre lo racconta soltanto il 5% delle donne.
129

Insomma, le relazioni occasionali in compresenza con una rela-


zione di coppia stabile sembrano non soltanto più frequenti, ma an-
che percepite come più legittime dagli uomini che dalle donne. Pe-
raltro ciò potrebbe non essere dissimile da quanto avviene nelle cop-
pie eterosessuali, anche se per l’Italia non sono disponibili dati che
possano confermarlo. In ricerche effettuate in altri Paesi sulla sessua-
lità nelle coppie, la maggiore accettazione di relazioni non monoga-
miche si ritrova però come elemento specifico delle coppie gay an-
che rispetto alle coppie eterosessuali (Christopher, Sprecher, 2000).
Tale accettazione appare più diffusa nelle coppie di gay oltre i
quarant’anni, ed è inoltre testimoniata dal fatto che, come rilevato
anche da Dall’Orto qualche anno fa (1994), le relazioni occasiona-
li da parte di uno o entrambi i partner possono essere oggetto di
vere e proprie negoziazioni entro la coppia.
Pierluigi, 52 anni, racconta di situazioni diverse nel corso della
sua vita. Oggi con il suo compagno, con cui ha una legame da 24
anni, preferisce un «rapporto più stabile possibile», senza relazioni
occasionali, per un «problema di età». Nel corso di questa stessa re-
lazione, tuttavia, nel passato i rapporti occasionali non sono man-
cati, anche se hanno provocato conflitti. In ogni caso, a suo parere,
la condizione perché rapporti con altri uomini non siano dirom-
penti rispetto alla coppia è che se ne parli con chiarezza:

A me piace essere chiaro per cui nel momento in cui decido o decide-
vo di avere dei rapporti occasionali lo dicevo, perché per me è fonda-
mentale la chiarezza […] non è che dicessi il giorno prima «Guarda
che io domani…» però dopo dicevo «Guarda che sono successe delle
cose» […]. Mi è capitato in un caso di dire «Sì stiamo insieme però
guarda che io voglio un rapporto che mi permetta di… se ti sta bene,
bene, se non ti sta bene diversamente non è possibile». Questo in pas-
sato mi è capitato.

Anche per Severino, 53 anni, nella sua relazione con Alberto, che
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

dura da 15 anni, ci sarebbe spazio per le relazioni occasionali, ma


«bisogna parlarne». È fondamentale che le condizioni siano nego-
ziate apertamente; seppure non sempre un’accettazione di princi-
pio elimina la sofferenza o possibili complicazioni:

La regola prima è il preservativo e se possibile una volta sola se non se


ne può proprio fare a meno. Queste sono le due regole che ci siamo
posti […]. Piuttosto che tu ti tenga la voglia nella testa è meglio che te
la togli. Una volta tolta è tolta. E io sono stato preso in castagna una
volta […]. Quella è stata l’unica volta e quella volta mi ha fatto amare
ancora di più Alberto perché è stato otto giorni senza mangiare, con il
130

rifiuto del cibo, con un sacco di cose pazzesche. Quello ci ha legato an-
cora molto di più. Abbiamo poi parlato ancora di altre cose, io gli ho
detto «Senti, se tu hai una mezza voglia vai, piuttosto che ti tieni la vo-
glia. Se lo eviti, meglio». Io ogni tanto ho il desiderio di andare, ma ho
paura… ho paura di tante cose e quello che mi fa più paura è di, come
dire, di prendere troppo alla leggera l’andare a cercare qualcuno per…
Anche perché è logico dopo 15 anni avere la voglia di una gratifica…
Io lo evito… Se mi capita l’occasione penso che non rifiuto…

Si potrebbe ipotizzare che nelle coorti più anziane la maggiore du-


rata delle coppie gay rispetto alle coppie lesbiche dipenda dalla
maggiore tolleranza, nelle prime, appunto di rapporti occasionali,
«solo per il sesso».
Tra gli uomini più giovani sembra invece che, in compresenza
con una relazione di coppia, i rapporti occasionali siano maggior-
mente condannati e vissuti come tradimenti e come fallimento del-
la coppia, analogamente a quanto avviene per la maggioranza delle
coppie femminili di tutte le età.
Domenico, 29 anni, racconta il modo drammatico in cui ha vis-
suto l’atteggiamento più aperto del suo compagno rispetto ai «rap-
porti extraconiugali» e il suo «tradimento»:
Siamo caduti sul discorso tradimento: lui mi dice di non potermi assicu-
rare che in determinate circostanze non mi avrebbe tradito. Allora io ho
pensato che non mi amasse: crisi profonda per un paio di mesi. Poi que-
sta situazione non si è mai posta per quattro anni, e io ero tranquillo. Ero
all’estero da alcuni mesi, di notte squilla il telefono, io avevo avuto una
premonizione fortissima, e mi dice questa cosa. Io ho avuto una reazione
fortissima, ho somatizzato in forma di anoressia per una settimana, in cui
piangevo e basta. Ho deciso di dargli una seconda possibilità, quanto
meno a parole. Poi nei fatti si è rivelato molto più arduo scendere a com-
promessi con me stesso, le mie convinzioni e i miei principi; è stato l’uni-
co tradimento, anche perché un secondo non l’avrei perdonato.

Le donne, come si è detto, sono in grande maggioranza contrarie a


relazioni di coppia «aperte», tantomeno a istituzionalizzarle nego-
ziandone tempi e modi. Rapporti fuori della coppia sono quindi
più facilmente intesi come «tradimenti» e più spesso, per il fatto in
sé o come sintomo di problemi nella coppia, possono dare luogo a
una rottura.
Se ne è parlato, nel senso: se succede cosa si fa… però si è sempre pen-
sato: mah, se ne parla, si risolve, si vede la gravità della cosa. Nel senso
che se succede nel momento in cui uno sta male, è ubriaco, è fuori, si
è appena litigato e non succede più, è un conto e si capisce che cosa fa-
re. Se succede invece come scelta, ripetutamente, con la stessa persona
131

ecc., è un’altra cosa; infatti così è successo e poi è finita la storia (Lore-
dana, 24 anni).

Anche se poi, come succede in tutte le coppie e come ha detto Do-


menico, si può in particolari casi scendere a compromessi o «darsi
una seconda possibilità». «Non è una cosa che decidi a tavolino»,
dice Letizia, 42 anni. E Lucia, 43 anni, racconta:

Preferiamo che non succeda, poi credo che se dovesse succedere ne


parleremmo, ne discuteremmo. Non credo che sarebbe poi quello che
chiuderebbe la storia… Poi non lo so le reazioni che potrei avere, di-
pende anche dal perché succede, dipende da tante cose.

La gelosia, in effetti, è la causa principale di conflitto nelle coppie


femminili (23%). È meno frequente nelle coppie maschili (15%),
in cui si litiga più spesso per il poco tempo passato insieme.

3. Le convivenze omosessuali

3.1. Forme di famiglia in cui vivono le persone omosessuali:


vi sono specificità?

Se oltre la metà del campione dell’indagine quantitativa aveva un


rapporto di coppia stabile al momento dell’intervista, la convivenza
di coppia con un o una partner dello stesso sesso riguarda una mino-
ranza, più grande nel caso delle donne. La maggioranza, infatti, o vi-
ve da solo/a oppure vive con la famiglia di origine (tabella 5).
Vi sono, come ci si poteva aspettare, forti variazioni tra le diver-
se classi di età, anche se la numerosità è troppo ridotta per fornire

Tabella 5 – Composizione della famiglia in cui vivono gli intervistati, per ses-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

so (valori percentuali).

Composizione della famiglia Uomini Donne


Single 38 35
Coniuge o convivente eterosessuale 2 5
Partner omosessuale 13 21
Famiglia di origine 34 31
Figli 0,4 1
Amici 12 7
Altro 1 1
Totale 100 100
N. casi (257) (249)
132

risultati statisticamente significativi. Chi vive in famiglia è di norma


più giovane: vive con i genitori, con o senza fratelli e sorelle o altri
parenti, la maggioranza dei giovani sotto i 28 anni, con una fre-
quenza lievemente più alta tra le donne (60% rispetto al 53% degli
uomini). L’ultimo dato è in controtendenza rispetto ai comporta-
menti di questa fascia di età in generale nella popolazione, ove vi-
vono ancora in famiglia più uomini che donne, data la minore età
media delle donne al matrimonio. Anche con queste differenze, è
da segnalare che la percentuale di giovani omosessuali torinesi, ma-
schi e femmine, che vivono ancora con i genitori è più bassa rispet-
to ai coetanei nella popolazione in generale (Tuorto, 2002). I dati
sembrano suggerire che, in media, i giovani omosessuali, in parti-
colare i maschi, del campione torinese hanno lasciato la famiglia di
origine prima rispetto ai loro coetanei eterosessuali. Per una parte
di loro, lasciare la famiglia ha coinciso con il trasferimento a Tori-
no, per vivere più liberamente la propria omosessualità. Nelle classi
di età successive, sono invece gli uomini a vivere più frequente-
mente con la famiglia di origine5. Dopo una forte riduzione fino ai
44 anni, nelle classi di età più avanzate torna a crescere la quota sia
di donne sia di uomini che vivono con i genitori.
Vive da sola/o la maggioranza relativa sia degli uomini sia delle
donne, anche se più i primi che le seconde. È un dato che si disco-
sta notevolmente dal 22% di persone che vivono sole sul totale del-
la popolazione rilevato dall’ISTAT (2000b). I single sono più nume-
rosi fra uomini e donne dai 39 ai 43 anni.
Tenuto conto che dal nostro campione sono escluse le fasce di
età più anziane, tra le quali, specie per le donne, il vivere soli è
un’esperienza diffusa, si rileva come le persone omosessuali, pro-
prio in quanto in generale vivono meno frequentemente in coppia,
si trovano più spesso di quelle eterosessuali sia a vivere da sole nel-
le età giovanili e centrali, sia a vivere con gli anziani genitori quan-
do si avviano verso la vecchiaia. Dato che non abbiamo su questo te-
ma dati longitudinali neppure retrospettivi, non possiamo dire
quanto ciò rappresenti esperienze diverse per coorti (con le più
giovani più orientate a vivere per conto proprio), o viceversa fasi
della vita diverse (dopo essere usciti di casa da giovani ci si rientra
quando i genitori cominciano a mostrare qualche fragilità o a ri-
manere vedovi, non avendo responsabilità familiari proprie a fun-

5 La differenza è particolarmente ampia nelle età centrali: tra i 29 e i 33 anni vi-

ve con i genitori il 44% degli uomini e il 28% delle donne; tra i 34 e i 38 anni vive
con i genitori il 21% degli uomini contro il 10% delle donne.
133

zionare da eventuale ostacolo). È invece chiaro che in tutte le età


adulte la coppia non costituisce la forma prevalente di convivenza,
a differenza di quanto avviene tra gli eterosessuali (ISTAT, 2000b).
Ciò potrebbe essere l’esito sia di una minore propensione (o possi-
bilità) a convivere come coppia, sia di una maggiore fragilità delle
coppie, che aumenta le possibilità che una determinata persona si
trovi temporaneamente e per periodi più o meno lunghi a vivere da
sola, tra una convivenza di coppia e l’altra. In effetti, se meno di un
quinto del campione vive attualmente con un partner dello stesso
sesso, ben più ampia, circa un terzo, è la porzione del campione
che, se non attualmente, ha avuto nel passato un’esperienza di con-
vivenza omosessuale (il 31% delle donne e il 28% degli uomini).
Anche questi rapporti di convivenza, come in generale i rapporti di
coppia, sono durati in media più a lungo per gli uomini che per le
donne. La durata media dei rapporti di convivenza di coppia (in-
cludendo anche quelli che erano in corso al momento dell’intervi-
sta) è infatti di 6,4 anni per gli uomini e di 4,7 anni per le donne.
La convivenza con un/a partner dello stesso sesso è solo la terza
forma di convivenza più frequente nel nostro campione: interessa il
13% degli uomini e il 21% delle donne. Questa quota cresce, anche
se non regolarmente, con l’età: dal 9% tra i più giovani a un terzo
del campione tra i rispondenti oltre i 44 anni. Sono le donne a di-
chiarare più spesso una convivenza con la partner, soprattutto nelle
classi di età centrali, tra i 34 e i 43 anni, mentre oltre i 44 anni le
convivenze omosessuali prevalgono tra gli uomini. L’unità di convi-
venza è prevalentemente soltanto la coppia, ma spesso include an-
che amici, figli di uno/a dei/delle due conviventi, genitori o altri
parenti di uno dei due partner. La presenza di figli caratterizza so-
prattutto le famiglie in cui vivono le donne.
Molto meno frequenti, ma presenti, sono le convivenze con un
partner del sesso opposto, come famiglie di fatto o coniugali. Sono
leggermente più diffuse tra le donne e interessano, anche in questo
caso, una quota crescente del campione all’aumentare dell’età, fino
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a superare il 10% dopo i 44 anni per le donne e tra i 44 e i 49 an-


ni per gli uomini.
Si può infine notare come tra gli uomini le convivenze con ami-
ci siano quasi altrettanto diffuse delle convivenze con un partner, e
non soltanto tra i giovani.

3.2. La vita di coppia

Assumere il modello della relazione stabile ed esclusiva non signifi-


ca però riprodurre complessivamente il rapporto di coppia preva-
134

lente tra le persone eterosessuali. In effetti, le coppie conviventi si


rappresentano indicando un alto grado di simmetria nel potere de-
cisionale, nella distribuzione di compiti e responsabilità, così come
nell’interscambiabilità dei ruoli nel rapporto sessuale. Si ritrovano,
quindi, in queste coppie in modo molto più definito alcune ten-
denze verso una maggiore simmetria e minore rigidità dei ruoli di
genere che caratterizzano mutamenti più generali nei rapporti di
coppia anche eterosessuali, meno accentuate, soprattutto in Italia
rispetto ad altri Paesi europei, tra le coppie sposate e più evidenti
tra le coppie di fatto (Barbagli, 1990; Sabbadini, 1997; ISTAT, 2000a).
Come hanno documentato anche altre ricerche (Peplau, 1991; Bar-
bagli, Colombo, 2001), si smentisce il mito secondo il quale i ruoli,
e le asimmetrie, del «marito» e della «moglie» sono universali nelle
relazioni di coppia.
Ciò non significa però che le differenze di genere non siano ri-
levanti. Anche se presentano numerosi tratti comuni, coppie lesbi-
che e gay sono molto diverse tra loro. Alcune differenze le abbiamo
indicate in relazione ai modi di vivere la sessualità e i rapporti di
coppia in generale; altre sono specifiche delle convivenze.
Nella letteratura sulle relazioni di coppia omosessuali si trova-
no su questo punto accenti diversi. Alcuni, come Weeks (2000), so-
stengono che le differenze appaiono poco rilevanti rispetto agli
aspetti comuni legati al progetto di vita delle coppie, perché è si-
mile l’impegno a costruire relazioni egualitarie, orientate alla cura
reciproca e durature. Sono invece soprattutto, ma non solo, le ri-
cerche sulle coppie lesbiche a sostenere la specificità dei loro pro-
getti, in cui il rifiuto di riprodurre le disuguaglianze presenti nelle
coppie eterosessuali è fortemente legato al rifiuto del ruolo subal-
terno femminile (si veda Kurdek, 1998). Dunne (1997) mostra l’im-
portanza di un atteggiamento diverso riguardo alla partecipazione
al mercato del lavoro, meno costruita come potenzialmente conflit-
tuale rispetto all’investimento nella relazione di coppia e nella cura
degli eventuali figli.
Queste somiglianze e differenze si ripropongono nella nostra ri-
cerca. Il grado di simmetria è un tratto comune alle convivenze gay
e lesbiche; ma spesso i significati che tale simmetria assume sono di-
versi, perché confrontati con i ruoli diversi di uomini e donne nel-
le coppie eterosessuali. Il termine di confronto non sembra tanto la
situazione reale delle coppie eterosessuali, quanto quelli che si per-
cepiscono come i ruoli previsti in un matrimonio eterosessuale, che
le donne rifiutano più esplicitamente degli uomini.
Le coppie lesbiche si rivelano non soltanto più simmetriche e
con ruoli meno definiti, ma, soprattutto, ciò appare spesso come
135

una scelta più intenzionale di modello di coppia rispetto a quanto


avviene nelle coppie gay. Indicatori di una maggiore simmetria e in-
terscambiabilità dei ruoli nella descrizione che le donne fanno del-
la loro coppia si trovano in alcuni dati relativi alla distribuzione di
compiti e responsabilità.

[Dividiamo i compiti] semplicemente seguendo le attitudini personali.


Gianna è bravissima a fare la spesa e quindi la fa lei. Soprattutto all’ini-
zio, quando ci siamo conosciute, si occupava di preparare il cibo, di cu-
cinare, perché lei ama molto cucinare ed è molto brava e quindi lo fa-
ceva lei. Io facevo più facilmente le pulizie, anche se non sono partico-
larmente brava. Io, ad esempio, sono brava a stirare allora stiro quasi
sempre io; poi qualche volta che non ho tempo, stira anche lei, però la
maggior parte delle volte stiro io. Non ci sono divisioni rigide, seguia-
mo un po’ le nostre attitudini. Tra me e lei non ci sono i ruoli classici,
ci rispettiamo molto in questo senso (Cinzia, 33 anni).

Sia per le coppie gay sia per quelle lesbiche, solitamente, le regole
per la distribuzione dei lavori domestici sono costruite lentamente,
senza ruoli precostituiti ma attraverso l’interazione quotidiana:

Non c’è suddivisione dei compiti in modo programmato, poi di fatto sì,
ma con regole dettate da un equilibrio che si crea, insomma, per cui
poi uno fa le cose che gli pesano di meno… La pulizia della casa la de-
mandiamo perché altrimenti vivremmo in uno sporco tremendo e poi
che ne so, cucinare se si invitano delle persone cucino io perché sono
più bravo e ho più fantasia e invece cucinare tutti i giorni cucina di più
Stefano perché io mi occupo di altro. Non lo so, non ci sono delle re-
gole, all’inizio della convivenza queste cose erano anche fonte di lite,
adesso non più nel senso che poi uno trova un equilibrio, per cui non è
un problema (Pierluigi, 52 anni).

Le donne descrivono un minore grado di divisione del lavoro nelle


loro coppie rispetto a quelle gay: più spesso compiti quali lavare i
piatti o stirare sono eseguiti da entrambe le partner, mentre sono
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maggiormente divisi tra gli uomini. Sono più condivise anche dalle
coppie gay rispetto a quelle eterosessuali, ma sempre in misura in-
feriore rispetto a quelle lesbiche, attività quali preparare da man-
giare, fare le pulizie, fare la spesa, sbrigare le pratiche burocratiche
e pagare le bollette. Le coppie gay ricorrono, invece, più frequen-
temente a servizi esterni o a personale remunerato. Ciò potrebbe
dipendere vuoi da un maggior grado di resistenza a svolgere man-
sioni ripetitive, di servizio manuale (pulire la casa, stirare), che nel-
le coppie eterosessuali sono perlopiù affidate alle donne, vuoi dalla
maggiore disponibilità di denaro. Le poche ricerche esistenti in
136

questo campo, peraltro, segnalano che gli uomini che vivono da


soli tendono a utilizzare servizi a pagamento più spesso delle don-
ne che vivono sole e delle coppie (si veda ad esempio Balbo, May,
Micheli, 1990).
La distribuzione dei compiti non avviene sempre in pieno ac-
cordo: quasi un quarto delle donne che convivono indicano la di-
stribuzione dei lavori domestici come la principale causa di litigio,
mentre questo avviene meno frequentemente (intorno all’8%) per
gli uomini6. Ciò parrebbe confermare che un’equa divisione del la-
voro rappresenta un obiettivo più importante, fonte quindi di mag-
giori conflitti, per le coppie lesbiche; forse anche perché entram-
be le partner devono fare i conti con, e desiderano prendere le di-
stanze da, un’immagine sociale di donna come principale respon-
sabile del lavoro familiare. Si tratta di una preoccupazione che gli
uomini non hanno, quindi possono affrontare con più leggerezza
eventuali squilibri nella divisione del lavoro. L’esistenza di negozia-
zioni e conflitti è anche un segno del fatto che le relazioni eguali-
tarie, nelle coppie omosessuali come in quelle eterosessuali, non si
sviluppano automaticamente, ma sono effetto di un impegno quo-
tidiano a compensare le differenze esistenti nella coppia: dal reddi-
to alla disponibilità di tempo, alla presenza di un figlio di uno/a
dei partner (si veda anche Weeks, 2000).
Altri indicatori importanti di simmetria nelle coppie sono la dif-
ferenza di reddito e le forme di gestione del denaro (Pahl, 1996;
Gambardella, 1998; Bonato, 1997). La differenza percepita nei li-
vello di reddito tra i due partner è scarsa: il 45% dei conviventi di-
chiara di avere redditi equivalenti. Nella gestione del denaro le for-
me più asimmetriche sono marginali. In poche coppie, cioè, uno
solo guadagna affidando all’altro la gestione delle spese quotidiane,
o anche dando all’altro/a una somma mensile perché provveda al-
le spese comuni e alle proprie. Nelle coppie gay (51%) prevale la
gestione indipendente, molto diffusa anche tra le donne (43%):
ciascun partner pensa alle proprie spese con le proprie entrate e
quelle comuni vengono divise a metà. Anche in questo caso, le cop-
pie omosessuali appaiono più simili a quelle eterosessuali conviven-
ti piuttosto che a quelle coniugate. Diffusa tra gli uomini (43%) e
prevalente tra le donne (47%) è la gestione parzialmente o total-
mente condivisa delle entrate. Più di un quinto delle coppie ha un
conto corrente in comune e per le spese correnti (alimentari, te-

6 La divisione del lavoro domestico rappresenta comunque un frequente argo-

mento di disaccordo anche per una quota analoga (intorno a un quarto) di coppie
eterosessuali, più tra quelle non coniugate che tra quelle coniugate (ISTAT, 2000a).
137

lefono e altro) il ricorso alla cassa comune è diffuso in un terzo o


più delle coppie. Una più forte tendenza alla condivisione si ritrova
nelle coppie lesbiche del campione dell’indagine quantitativa. È il
caso di Cinzia, 33 anni, e della sua compagna:
I soldi che guadagniamo sono di tutte e due, non c’è separazione. Que-
sto però non è completamente vero, nel senso che sia io sia lei cerchia-
mo di metterci dei soldi da parte che alla fine sono intestati a entram-
be. Anzi no, il suo conto è intestato con sua mamma, perché c’è l’ave-
va già prima di conoscermi, il mio, invece, è cointestato a lei. La mag-
gior parte dei soldi che guadagniamo è di tutte due. Non c’è nessun ti-
po di differenza, si prendono i soldini e si mettono insieme, e quando
si riesce a mettere dei soldini da parte, teniamo dei conti separati. Però,
è un fatto veramente poco importante, nel senso che appena c’è biso-
gno i soldi sono poi di tutte due, non esiste questo è mio, questo è tuo.
Esiste «questo è mio, questo è tuo» solo con i CD; abbiamo discussioni
enormi su di chi sono i CD.

Sebbene caratterizzate da un forte investimento nella coppia e alti


livelli di condivisione analoghi alle coppie conviventi eterosessuali,
le convivenze gay e lesbiche hanno, come noto, un minore o nes-
sun riconoscimento sociale. Ciò ha anche conseguenze sul grado di
visibilità che le persone interessate decidono di dare alla conviven-
za di coppia.
Alcune coppie conviventi sono del tutto invisibili (tabella 6) nel
senso che, anche se vivono insieme, nessuno sa che l’intervistato/a e
il/la suo/a partner sono una coppia. Si tratta di una minoranza e
succede più spesso nelle convivenze femminili che in quelle maschi-
li. D’altra parte, solo il 27% delle coppie lesbiche è stato formalizza-
to pubblicamente con una festa, a fronte del 40% delle coppie gay.
In entrambi i casi a queste feste hanno partecipato anche i parenti
solo in misura molto ridotta, e più quando si trattava di coppie gay
che di coppie lesbiche. Ciò sembrerebbe confermare l’ipotesi che la
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Tabella 6 – Presentazione pubblica della convivenza*.

Convivenza formalizzata pubblicamente? Uomini Donne


Sì, a una festa con amici e parenti 8 4
Sì, a una festa con solo amici 32 23
No, non avevamo voglia di farlo 50 56
No, nessuno sa che siamo una coppia 4 11
Altro 7 7
Totale 100 100
N. casi (76) (93)
* Valori percentuali riferiti agli intervistati che hanno risposto alla sezione riservata ai conviventi.
138

minore visibilità delle coppie femminili è dovuta, almeno in parte,


alla percezione di una minore legittimità, o alla presenza di minori
sostegni da parte dell’intorno sociale, solo parzialmente compensati
dal fatto che due donne conviventi possono più facilmente «passare»
per semplici amiche.

4. Le attese rispetto al riconoscimento giuridico


delle coppie omosessuali

4.1. La domanda di riconoscimento delle coppie gay e lesbiche

Si è visto che la coppia convivente come luogo di solidarietà, soste-


gno reciproco e gestione condivisa del bilancio familiare è un mo-
dello diffuso nelle aspettative e, anche se in minor grado, nelle re-
lazioni concrete delle persone omosessuali. Il fatto che a queste
coppie, come del resto alle coppie eterosessuali non coniugate, non
vengano riconosciuti sotto molti aspetti gli stessi diritti delle coppie
coniugate ha conseguenze importanti (Menzione, 2000). Ad esem-
pio, poco meno della metà di queste coppie vive in una casa di pro-
prietà. Essa è solitamente intestata a uno dei due partner7, anche se
l’altro può aver contribuito direttamente o indirettamente (ad esem-
pio facendosi carico delle altre spese) all’acquisto o al pagamento
del mutuo. Per gran parte di queste coppie, nel caso in cui venga
meno uno dei due partner, e se non sono stati presi provvedimenti
per tutelare l’altro/a partner, l’altro può rischiare di dover lasciare
la casa in cui vive attualmente. Anche nei casi, peraltro rari, in cui
uno dei due sia totalmente o parzialmente a carico dell’altro non è
prevista la pensione di reversibilità (che invece nella nostra legisla-
zione è concessa a favore di suoceri o nipoti, se risultavano a carico
del defunto). A un/una partner omosessuale non sono neppure ri-
conosciuti gli stessi diritti (di visita, di informazione) di un marito
o di una moglie in caso di ospedalizzazione dell’altro/a, nonostan-
te la convivenza possa durare da molti anni e il/la partner sia la
persona più vicina e più responsabile nei confronti del malato8.

7 Il 41% delle coppie lesbiche e il 25% di quelle gay vive in casa di proprietà inte-

stata a uno dei due partner; per il 7% di entrambi i tipi di coppia la casa è di proprietà
dei genitori di uno dei due, mentre la condivisione della proprietà della casa è poco
diffusa, soprattutto tra le donne (nel nostro campione abbiamo rilevato un solo caso).
8 Come si è già ricordato (si veda il capitolo primo), la giurisprudenza in questi an-

ni ha fatto qualche passo avanti nei confronti delle convivenze eterosessuali. E alcune
norme di diritto penale e di diritto amministrativo, oltre a talune casse pensionistiche,
hanno anche aperto possibilità di riconoscimento alle coppie omosessuali. Per una
139

Se dovesse succedere qualcosa a lei, io non posso andare in ospedale a


trovarla, a essere presente. Io non sono un familiare. Io non sono niente
e lei non è niente per me… e questo è un grosso guaio (Franca, 38 anni).

Proprio per ovviare a questa difficoltà in alcune regioni italiane le


associazioni di gay, lesbiche e transessuali si sono fatte promotrici di
una proposta di legge regionale tesa a evitare le discriminazioni ne-
gli ambiti di competenza, appunto, regionale, tra cui gli ospedali.
Nell’eventualità della morte di uno dei partner, la questione della
casa è particolarmente sentita. Marco, 56 anni, ha avuto due figli nel
corso del suo matrimonio e oggi convive con Pierluigi; la casa dove vi-
vono è costituita da due appartamenti, di cui ciascuno è proprietario:
Conoscendo molto bene i miei figli, non ho nessun problema nei ri-
guardi di Pierluigi, nel senso che sono sicuro che se morissi io ed ere-
ditassero loro, a loro non verrebbe mai in mente di dire «Questa casa è
nostra, per favore vattene» e Pierluigi avrebbe la possibilità di rimanere
qui come da altre parti finché campa. Perché li conosco bene e perché
c’è un rapporto di affetto nei suoi riguardi. Tra l’altro è una delle cose
più belle… di maggiore soddisfazione… le persone che vogliono più
bene a Pierluigi di fatto sono i miei figli e lui con loro ha un bellissimo
rapporto. Il problema c’è più dalla parte della famiglia e dei nipoti di
Pierluigi che non so quanto accetterebbero la mia presenza come un
dato di fatto da non discutere. Quindi è più Pierluigi che pone il pro-
blema di formalizzare la cosa in modo che se lui dovesse per caso mo-
rire prima di me io non avessi dei problemi a trovarmi per strada per-
ché i suoi nipoti mi dicono «Marco noi vendiamo la casa perché voglia-
mo i soldi». Legalmente lo possono fare.

Le precauzioni, realizzate o che si intendono realizzare, sono varie,


da assicurazioni sulla vita incrociate al testamento, ma non per tut-
te le situazioni esistono soluzioni. Vincenzo, 42 anni, e il suo com-
pagno, con cui sta da 7 anni, hanno adottato per la casa una solu-
zione analoga a quella di Marco e Pierluigi, ma hanno preso pre-
cauzioni, stabilendo l’usufrutto incrociato: «Ci siamo messi a posto
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in modo che qualsiasi cosa capitasse nessuno possa mettere il becco


nei nostri affari». Vincenzo ha anche fatto un’assicurazione sulla vi-
ta intestata al suo compagno. Ci sono però altre questioni non ri-
solvibili, non soltanto rispetto al patrimonio familiare:
Provvederò alla parte testamentaria, perché pur non potendo garantire
il passaggio completo delle sostanze, garantirò almeno il massimo che

rassegna non aggiornatissima, dato che si tratta di una situazione in continua evolu-
zione, si vedano Pocar, Ronfani 1992; 1998.
140

mi è consentito dalla legge. E lo devo fare perché se no lui rischia di


non prendere il becco di un quattrino, in caso capitasse… Poi sai que-
ste sono cose cui uno non pensa mai per cui, per adesso, non l’ho an-
cora fatto. Sicuramente è una mancanza e lo devo fare. Altro purtrop-
po non si può fare […]. Voglio dire una cosa un po’ luttuosa ma che
però ha la sua validità: se io dovessi mancare o se lui dovesse mancare
io non ho nessun diritto e lui non ha nessun diritto a provvedere al fu-
nerale […]. Però ci sono cose purtroppo che, nonostante gli strata-
gemmi, non sono arginabili (Vincenzo, 42 anni).

Le strategie descritte nelle nostre storie di vita dalle conviventi le-


sbiche sono solitamente meno articolate; questo è giustificato dalla
minore entità del patrimonio ereditabile nel loro caso, a conferma
del minore accesso alla ricchezza da parte delle donne, indipen-
dentemente dall’orientamento sessuale, ma sembra anche emerge-
re una maggiore riluttanza ad affrontare la questione.
Un discorso a parte riguarda il destino dei bambini cresciuti in-
sieme da coppie lesbiche. Non esistono sistemi legali che possano
garantire una continuità di rapporti e responsabilità con la partner
che non è la madre biologica dopo la fine del rapporto di coppia,
per morte o anche per separazione, indipendentemente da quanto
forti possano essere i legami e da quanto grande possa essere stato
l’investimento di tempo e anche finanziario. È ad esempio la preoc-
cupazione di Roberta, 35 anni, che, avendo incontrato la sua attua-
le compagna quando questa era incinta, ha svolto la funzione di co-
madre fin dalla gravidanza e dall’assistenza al parto:

A un certo punto ho pensato: se alla mamma accade qualcosa, che ne è


di questa bambina? Allora ci siamo informate sulla possibilità di mette-
re per iscritto e tutelare legalmente che un’altra persona, non della fa-
miglia, potesse occuparsi di questa bambina e abbiamo scoperto che ciò
non è possibile perché c’è un diritto incontestabile che è quello che la
famiglia [legale] deve occuparsi poi dei bambini.

Il problema si pone in modo ancora più drammatico nel caso in cui


il figlio sia stato voluto e concepito, tramite inseminazione artificia-
le o altra forma di donazione, entro il rapporto di coppia. Solo la
madre naturale e la sua famiglia di origine hanno responsabilità e
diritti nei confronti di questi bambini e l’altra madre non esiste e
non può, nella legislazione italiana, neppure adottarli.
L’accesso agli stessi diritti delle coppie sposate è una ragione
fondamentale per sostenere forme di riconoscimento giuridico del-
le convivenze omosessuali come principio generale, ma anche per
pensarle come opportunità che si coglierebbe per sé, se ci fosse.
141

In questo momento io e Laura non rappresentiamo niente, siamo due


amiche che convivono; se domani io ho un incidente mortale tutte le
cose che vorrei che rimanessero a Laura in realtà non sarebbero sue
perché niente riconosce quest’unione e questa è una cosa per cui sarei
pronta a sposarmi (Tiziana, 26 anni).

Se io muoio domani lui non è nulla per la legge. Se lui abitasse qui do-
vrebbe lasciare questa casa. Se fossimo registrati c’è una cosa che si
chiama continuità di contratto che vale per i parenti, per le coppie e va-
le anche in questi casi… ma per noi ancora non vale. Se scoppiasse an-
cora una guerra terribile nella ex Iugoslavia e ci fosse da tenere per sei
mesi un ragazzino in casa, noi non possiamo farlo. Per il futuro su que-
ste cose io sono molto ottimista, ma purtroppo io sarò troppo vecchio
(Leonardo, 41 anni).

L’acquisizione di diritti è però soltanto una delle motivazioni per


l’ampio consenso alle diverse possibili forme di riconoscimento giu-
ridico delle coppie omosessuali espresso da gay e lesbiche del no-
stro campione, indipendentemente dal fatto che gli intervistati si
trovino attualmente o abbiano sperimentato in passato rapporti di
convivenza di coppia (tabella 7).
Importanti sono anche gli aspetti simbolici e politici del ricono-
scimento sociale che una sanzione giuridica implicherebbe. «Alla
fin fine non me ne importa niente di questi diritti… vorrei solo ri-
spetto e basta!». «Il fatto di dire ‘questo è il mio compagno e lo di-
co davanti a tutti’. Sì, questo sicuramente sì». «Perché è giusto in-
tanto che si sappia quanti siamo e sarebbe un mezzo per saperlo».
Sovente, come per Roberto, 33 anni, le diverse motivazioni si trova-
no intrecciate:

Il matrimonio tra due persone dello stesso sesso può essere una cosa
positiva […] per ciò che riguarda la loro stessa ragione di essere, nel
senso che è un sentimento e un vincolo in più. È comunque l’ufficia-
lizzazione di un sentimento, un uscire da un certo tipo di sotterraneo.
È sicuramente un vincolo, come lo è un matrimonio eterosessuale, con
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i difetti del caso, perché può essere solo di facciata, può essere il matri-
monio con un sacco di corna dietro, con i figli che non sono i tuoi.
Però credo che possa essere vissuto in maniera più costruttiva, perché si
tratta ancora di una volontà […] piuttosto anomala e quindi per me ri-
chiede molto più sentimento. Sicuramente certe equiparature a livello
di contratti di affitto, eredità, quelle cose lì, può essere una cosa positi-
va. Però, lì si scivola nei dettagli economici, che fanno assomigliare un
pochino troppo ai lati negativi del matrimonio eterosessuale, ai matri-
moni per convenienza, tutte quelle cose lì che ci sono, però è giusto
che un matrimonio tra persone dello stesso sesso abbia gli stessi diritti
dei matrimoni tra persone di sesso diverso.
142

Tabella 7 – Atteggiamenti relativi al riconoscimento giuridico delle coppie


omosessuali (valori percentuali).

Legge sul Matrimonio civile


Istituzione di un
riconoscimento delle aperto a coppie
registro comunale
unioni omosessuali omosessuali
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Assolutamente d’accordo 65 72 73 79 47 53
D’accordo 25 19 23 17 22 22
Indifferente 8 8 2 3 24 22
In disaccordo 2 0,8 – – 4 2
Assolutamente in disaccordo 0,8 0,8 0,8 0,7 3 0,8
Totale 100 100 100 100 100 100
N. casi (127) (132) (128) (134) (127) (131)

Gli intervistati del campione hanno dato un diverso peso ai vari mo-
di possibili di fornire riconoscimento pubblico alle coppie omoses-
suali nell’elenco che abbiamo loro sottoposto. Il consenso più ampio
è stato raccolto dall’affermazione che il Parlamento deve approvare
una legge che riconosca le unioni tra persone dello stesso sesso (ac-
cesso delle coppie gay/lesbiche all’edilizia pubblica e privata con-
venzionata, accesso ai benefici già disponibili alle famiglie, eredita-
rietà dei beni del convivente, della casa, reversibilità della pensione).
Su tale posizione il disaccordo è quasi nullo. È molto ampio, ma in
misura leggermente minore, anche il consenso all’istituzione da par-
te del Comune di un registro delle unioni civili, aperto a coppie di
fatto eterosessuali e omosessuali. Infine, l’accesso delle coppie omo-
sessuali al matrimonio civile, sebbene sia fortemente sostenuto da
un’ampia maggioranza del campione, appare comunque una que-
stione più controversa: più che suscitare l’aperto disaccordo, lascia
indifferente quasi un quarto del campione.
Nelle interviste in profondità, le maggiori perplessità suscitate
dall’eventualità di accedere all’istituzione del matrimonio sono ri-
condotte a una diffidenza verso l’istituzione matrimoniale, in quan-
to fondata sull’istituzione dell’eterosessualità che queste coppie sen-
tono estranea e che rifiutano: «I gay potrebbero crearsi delle altre
realtà, degli altri bisogni, senza bisogno di essere assolutamente
uguali agli eterosessuali». Anche in questo caso, si notano sfumatu-
re diverse per gli uomini e per le donne: per queste ultime il ma-
trimonio è visto anche come l’istituzione che ha «intrappolato» le
donne in ruoli subalterni.

A me non piace né la parola matrimonio né la parola sposarsi per gli


omosessuali; perché ritengo che […] nascano in un ambito di coppia
143

eterosessuale e di famiglia eterologa che non ha niente a che fare con


l’omosessualità. E secondo me un bel pezzo di tutti i problemi che ci so-
no nell’accettazione delle coppie di fatto è proprio dovuto all’errore
nell’usare il vocabolario… Ma, fatta questa premessa che non ha a che
fare con la domanda, se esistesse il riconoscimento legale di una coppia
di fatto, che ha quindi la possibilità di adire a un’unione civile, noi lo
faremmo immediatamente (Vincenzo, 42 anni).

Mi piacerebbe, dal punto di vista dei diritti civili ecc., laddove appunto
si tratta di un’eredità, oppure di avere i diritti e i vantaggi che hanno le
altre coppie, poterne usufruire; però la vivo anche un po’ come una
trappola questa del regolarizzarti […]. Non mi fido molto delle istitu-
zioni e quindi avrei anche paura di essere… di avere solo legami in più
e pochi vantaggi. Credo comunque che se ci fossero delle possibilità di
avere pari diritti sarebbe bene (Lucia, 43 anni).

4.2. La percezione sociale: le coppie omosessuali come coppie di fatto

Anche nei focus groups sulla percezione dell’omossessualità realizza-


ti per la ricerca torinese, prevalgono le posizioni favorevoli al rico-
noscimento giuridico delle coppie omosessuali. Il problema della
mancanza di diritti è sentito come comune alle coppie di fatto, e
prevalentemente giudicato come una forma di discriminazione. As-
similate alle coppie di fatto eterosessuali, quelle omosessuali sono
ampiamente incluse nella nozione di coppia.
Questa assimilazione ne consente la legittimazione a livello cul-
turale ed etico, ma allo stesso tempo rischia di censurarne la speci-
ficità, nella misura in cui accomuna il rifiuto del matrimonio delle
une con il rifiuto dell’eterosessualità delle altre, che è all’origine
del loro non riconoscimento come coppia a livello legale e spesso
anche culturale.
Le considerazioni sotto riportate, emerse quando veniva sotto-
posta come stimolo la vicenda di una coppia gay alle prese con la
mancanza di riconoscimento giuridico, sono esemplari di questa as-
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similazione ai problemi delle coppie eterosessuali di fatto, insieme


inclusiva e non attenta ai problemi specifici degli omosessuali: essi
non possono scegliere tra due alternative, sposarsi e non sposarsi, e
possono venire censurati non solo o non tanto perché convivono,
ma perché hanno un orientamento sessuale non standard.

Luca (allenatore sportivo): Sarà perché personalmente non sono sposato e


convivo, per scelta chiaramente. Vi assicuro che sono lo stesso tipo di
problemi. Non vedo queste problematiche, non sono problematiche le-
gate all’omosessualità, sono problematiche legate alla convivenza.
144

Claudio (medico): […] Il problema è il problema delle coppie di fatto, in


ogni caso, che non vengono mai riconosciute.
Michele (medico): Sì, indipendentemente dal fatto che siano eterosessuali
o dal fatto che siano omosessuali.

5. Relazioni di coppia eterosessuali

Le relazioni eterosessuali non sono rare tra le persone che com-


pongono il nostro campione, e non soltanto nel passato: un quarto
delle donne e il 16% degli uomini dichiara di aver avuto rapporti
eterosessuali nell’ultimo anno. Come abbiamo visto, inoltre, una
piccola parte delle persone intervistate, soprattutto donne (il 5%
contro il 2% degli uomini), vive attualmente con il coniuge o con-
vivente eterosessuale. Alcuni di questi (3 uomini e 6 donne) dichia-
rano che il coniuge è a conoscenza della loro omosessualità.
In effetti, non necessariamente il venire a conoscenza di un
orientamento omosessuale in se stessi o nel partner comporta l’im-
mediata fine della convivenza o del matrimonio9. Non è avvenuto
ad esempio per Teresa, 41 anni, che si definisce bisessuale. Raccon-
ta di essersi innamorata nel corso della vita di diverse donne, ma
senza aver avuto relazioni sessuali con loro, e di alcuni uomini. Spo-
sata, all’inizio non ne parla esplicitamente al marito, che però capi-
sce l’attrazione di Teresa per una sua collega: «Mi ha detto che non
se lo sarebbe mai aspettato, che non capiva come…». I rapporti tra
di loro sono cambiati un po’, perché: «Mi trova strana»; «La consi-
dera una malattia da sopportare e da tollerare, come se… Per cui è
un po’ scosso dalla cosa, ma non più di tanto».
In generale, nel 75% dei casi in cui il coniuge, convivente o me-
no, è nominato, sia gli uomini sia le donne dichiarano che è a co-
noscenza della loro omosessualità. Ciò che viene fatto conoscere in
realtà può essere molto variabile: può riguardare solo alcuni aspetti
dell’orientamento sessuale, come l’essersi accorti di aver desiderato
sessualmente una persona dello stesso sesso senza però aver dato se-
guito alla fantasia, oppure l’avvenuto rapporto, proposto come più
o meno occasionale, oppure ancora l’assunzione piena di un’iden-
tità esclusivamente omosessuale.

9 French (1992) descrive le diverse strategie delle coppie coniugate in cui viene

manifestata l’omosessualità di uno dei coniugi come «negoziazioni di una nuova vi-
ta». Separarsi è soltanto una di queste, mentre altre coppie si trasformano in coppie
aperte o continuano a vivere insieme restando «solo buoni amici».
145

6. I figli: una questione non marginale

La questione dei figli di gay e lesbiche è un fenomeno, soprattutto


in Italia, largamente inesplorato, se non per poche eccezioni, e di
cui non conosciamo le dimensioni10. La ricerca è più avanzata in al-
tri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, per quanto concerne sia le di-
mensioni del fenomeno sia i modi in cui viene vissuta la genitoria-
lità e gli effetti dell’essere cresciuti in una famiglia gay o lesbica sui
bambini (Badgett, 2001; Dunne, 2000; Tasker, Golombok, 1997)11.
Nella nostra ricerca, la questione della genitorialità delle persone
omosessuali non appare affatto marginale, non solo per la presenza
non così rara di figli reali, conviventi o meno, dei nostri intervistati,
ma anche per la grande diffusione del desiderio di avere figli.

6.1. Figli che ci sono

Alle persone con figli è stata dedicata un’apposita sezione del que-
stionario dell’indagine quantitativa, dato l’interesse a conoscerne le
caratteristiche sociodemografiche e nonostante la bassa numerosità,
che sollecita molta cautela nella valutazione dei risultati. La presen-
za di figli, nel nostro campione, si articola in una grande varietà di
situazioni. Ha avuto figli l’8% delle intervistate e il 5% degli inter-
vistati. Il 3% delle donne e il 2% degli uomini ne hanno avuti due.
I figli sono stati concepiti all’interno di convivenze eterosessuali,
prevalentemente all’interno del matrimonio, soprattutto per gli uo-
mini, più frequentemente anche in una coppia di fatto per le don-
ne (fa eccezione un caso di concepimento in un rapporto eteroses-
suale occasionale). Nonostante ciò, quasi la metà delle donne e de-
gli uomini con figli si dichiarano, oggi, esclusivamente omosessuali.
L’età media degli uomini che hanno figli è di 45,2 anni, mentre i
loro figli hanno in media circa 14 anni. Le donne con figli hanno
un’età media leggermente più bassa rispetto agli uomini (41,2 anni),
ma i loro figli hanno invece un’età media più alta, circa 16 anni.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Le donne con figli sono più frequentemente separate o divor-


ziate, ma sono spesso anche coniugate, conviventi o nubili; gli uo-
mini sono in eguale misura coniugati, conviventi o separati legal-
mente, meno spesso celibi.

10 Una ricerca sulle madri lesbiche in Italia, basata su interviste a 52 mamme, è

stata realizzata nel 1996 da Danna (1998). Si veda anche Bonaccorso, 1994.
11 Riprendendo i risultati delle principali ricerche condotte negli Stati Uniti,

Badgett (2001) quantifica intorno al 30% la quota di lesbiche e tra il 14 e il 23%


quella di gay che vivono con bambini.
146

Le madri vivono quasi sempre con i figli (83%), mentre questo


avviene soltanto per il 45% dei padri. In parte perché più donne
che uomini vivono tuttora con il partner con il quale hanno conce-
pito i propri figli, ma in parte ciò è dovuto al fatto che, come av-
viene in generale dopo una separazione, le madri sono nella stra-
grande maggioranza il genitore affidatario. Apparentemente essere
omosessuale non è stato usato a loro sfavore, né dall’ex marito né
dal giudice, neppure se vivono con una compagna.
La visibilità dei genitori come omosessuali rispetto ai figli cam-
bia per uomini e donne. La maggioranza dei padri (58%) è visibile
ai figli, solitamente perché glielo hanno dichiarato spontaneamen-
te (88%). Nonostante vivano più spesso con loro, le madri sono in-
vece meno visibili (42%), e più per averlo fatto capire senza parlar-
ne esplicitamente (42%) che per dichiarazione diretta (38%). Que-
sta diversa visibilità non è dovuta a differenze di età dei figli, dato
che l’età media dei figli delle donne lesbiche intervistate è maggio-
re di quella dei figli dei gay; potrebbe invece essere ricondotta alla
minore disponibilità in generale delle donne a rendere visibili le
proprie relazioni di coppia, oltre che a una strategia di protezione
per non mettere a rischio l’affidamento dei figli.
Le numerosità troppo ridotte di questi casi non consentono ul-
teriori elaborazioni rispetto alle strategie di visibilità in relazione ai
figli e alle loro reazioni. Riportiamo qui, invece, due racconti sulle
scelte di visibilità rispetto ai figli raccolti nelle storie di vita di Tere-
sa, 41 anni, e Marco, 56 anni.

[Figli tra 6 e 10 anni]. Non mi sono dichiarata esplicitamente, perché


me l’ha praticamente consigliato mia madre […], anche se secondo me
forse sarebbe più onesto, anche perché l’hanno abbastanza capito; un
giorno la più piccola mi ha detto: «Ma perché non sposi la tua amica?»;
e io le ho detto «Prima di tutto perché sono già sposata con papà [ri-
de] e poi perché di solito il matrimonio è possibile tra un uomo e una
donna». E poi ho chiuso l’argomento; anche se… non so, probabil-
mente aspetterò di vedere bene qual è il loro orientamento, comunque
aspetterò che siano più mature sessualmente, poi sicuramente gliene
parlerò… anche per questa mia tendenza… perché in fondo lo sanno
già, solo che adesso ho paura di confonderle.

Quando sono andato via di casa […] pensavo di dirglielo, che non ci
fossero segreti, che prima lo sapessero e meglio poteva essere […]. Le
mie figlie erano proprio piccole… io non è che glielo volessi dire in
termini… come si dice a un adulto però non volevo neanche nascon-
derglielo e che fosse una cosa che entrasse naturalmente nella loro cre-
scita. Mia moglie mi ha detto: «No, non voglio»; e io questa cosa l’ho
147

accettata forse anche perché mi faceva comodo e mi eliminava un pro-


blema. In realtà non gliel’ho detto neanche dopo che hanno compiuto
diciotto anni e gliel’ho detto solo dopo che è morta mia moglie: una
delle primissime cose che ho detto loro. Gliel’ho detto indipendente-
mente e per caso. E tutte e due mi hanno detto «Papà, lo sappiamo
già» […]. Lo hanno capito da sole […]. Le cose sono cambiate da
quando sto con Pierluigi perché non è la compagnia di una sera, di due
giorni, di una settimana, di un mese, è una scelta di vita. Allora da
quando sto con Pierluigi la necessità, il desiderio e il piacere di far co-
noscere a Pierluigi le mie figlie e far conoscere alle mie figlie Pierluigi
è stata fortissima […]. Quindi questo rapporto mio con Pierluigi molto
forte, vacanze insieme, viaggi insieme… quando l’ho detto esplicita-
mente […] erano adulte tutte e due e la risposta lo abbiamo già capito
voleva dire che… Una cosa, anche positiva mi è sembrata, oltre ad aver-
lo capito se lo erano detto, le due sorelle si erano dette «Ma papà è
gay?»; «Sì a me sembra che sia gay»; «Sì anche a me» ecc. E ho detto lo-
ro: «Io sono un cretino che non ve l’ho detto ma voi due cretine che
non me lo avete detto e siamo pari… insomma visto che lo avete capito
perché non me lo avete detto? Mi aiutavate anche».

6.2. Figli desiderati

Se l’esperienza di avere figli è limitata a una piccola minoranza,


molto più diffuso ne è il desiderio. Riguarda il 48% delle donne e
il 41% degli uomini. Questo desiderio fa anche parte dei progetti
di una parte delle coppie: lo presenta in tale modo l’11% degli uo-
mini e il 29% delle donne che hanno una relazione di coppia sta-
bile. Benché la maggioranza sia degli uomini sia delle donne che
desiderano avere un figlio pensi di farlo senza passare da un rap-
porto sessuale con una persona dell’altro sesso, una minoranza si-
gnificativa di uomini e ancora più consistente di donne prende in
considerazione la possibilità di avere rapporti eterosessuali, più o
meno occasionali, e anche di entrare in un matrimonio o in una
convivenza eterosessuale per soddisfare il desiderio di generazione.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Per gli uomini che esprimono il desiderio di un figlio, la mo-


dalità immaginata per averlo è prevalentemente quella dell’adozio-
ne (50%).
Nelle interviste in profondità sono frequenti i riferimenti a Pae-
si quali l’Olanda in cui la possibilità di adozione è divenuta reale, o
ad altri Paesi nei quali si ritiene che lo sarà presto, soprattutto tra i
più giovani, che vi vedono anche una possibilità per sé. Ma sempre,
soprattutto tra i più giovani, è forte la percezione delle difficoltà
che potrebbe incontrare un figlio di omosessuali, legate in gran par-
te all’accettazione sociale:
148

Io sono adulto e in grado di difendermi, di tollerare o di spostarmi, il


bambino no: quindi se la società non è pronta, la creatura ne soffre, e
non è bello. Diventa poi un atto egoistico (Domenico, 29 anni).

Sull’adozione io non faccio delle pregiudiziali, assolutamente, per via


della sessualità. Sono assolutamente convinto che per un bambino sia
molto meglio avere due genitori dello stesso sesso che si vogliono bene,
che due diversi che si picchiano tutto il giorno. È una questione di am-
biente, allora se l’ambiente è sano, perché comunque un bambino è
amato, voluto, con le sue esigenze rispettate, che poi i genitori abbiano
lo stesso sesso o siano di sesso differente… Il problema è semplicemen-
te una questione di mentalità della società. In questo momento sono
contrario all’idea dell’adozione per i gay, perché questa società non è
pronta ad accettare una cosa di questo tipo. Allora prima bisogna lavo-
rare sulla società e cambiarla. Una legge da imposizione, coercitiva in
questo senso creerebbe semplicemente un danno al bambino, nel sen-
so che questo bambino verrebbe additato come l’esempio della condi-
zione differente (Mauro, 25 anni).

Non mancano tuttavia le voci contrarie all’adozione tra chi aderisce


alla convinzione che c’è bisogno di un ruolo paterno e un ruolo
materno, e che questi devono essere impersonati da un uomo e da
una donna:
Credo che la mancanza di madre o di padre, di una figura maschile e
una figura femminile propriamente dette comporti poi degli scompen-
si psicologici… quindi sviluppare insicurezze nel futuro, sviluppare del-
le persone non a posto (Luca, 22 anni).

Per le donne, la questione della possibilità di avere figli appare più


complessa, sia per la maggiore gamma di possibilità, sia, nel caso di
una coppia, per la differenziazione che la gravidanza implica tra la
posizione della madre e quella della sua compagna. Le donne che
desiderano un figlio immaginano più frequentemente di ricorrere
all’inseminazione artificiale, autogestita o realizzata presso centri
specializzati (30%).
Le difficoltà principali sono nuovamente identificate nella possi-
bile stigmatizzazione e negli ostacoli frapposti dalle norme sociali e
giuridiche, ad esempio rispetto all’assenza di riconoscimento giuri-
dico del ruolo della co-madre, o riguardo al non accesso all’insemi-
nazione artificiale nelle strutture autorizzate.
La cosa che mi fa temere di più nell’idea di avere un bambino è il ri-
fiuto sociale che lui potrebbe subire sapendo i compagni o le maestre
che questo bambino è figlio di una donna e di non si sa chi e che la
mamma vive con una donna… mi preoccupa il fatto che potrebbe esse-
149

re rifiutato e quindi la sofferenza che il bambino potrebbe avere. Al di


là del fatto sociale penso che, se il bambino riceve amore e sente ar-
monia e serenità, possa crescere tranquillamente. Conosco bambini il
cui padre è mancato quando erano molto piccoli e che hanno ricevuto
molto amore dalla mamma e sono cresciuti serenamente; al contrario,
conosco persone che hanno perso la mamma da piccoli. E la mancanza
della mamma si sente sicuramente di più. Credo che sia una questione
biologica, il fatto stesso che la mamma porti in grembo il bambino per
nove mesi e poi lo allatti… se io e Gianna avremo mai un bambino ci
presenteremo come siamo, io la mamma e Gianna la compagna della
mamma (Tiziana, 26 anni).

Anche tra le donne, comunque, emergono opinioni diverse rispet-


to all’importanza del ruolo paterno impersonato da un uomo nella
crescita di un bambino. Carla e Agnese, entrambe quarantenni,
hanno ad esempio opinioni opposte:

Nella società ce ne sono un pacco e mezzo di donne sole… la mamma


e la zia che tirano su dei bambini […]. È abbastanza simile, sono co-
munque due donne o tre o quattro che tirano su dei bambini da sole e
quindi non c’è tutta ’sta differenza, cioè questo spettro delle donne le-
sbiche o dei maschi omosessuali che… Ci sono dei padri snaturatissimi
nelle coppie eterosessuali quanto dei padri stupendi potenziali nelle
coppie omosessuali… Non vedo questa paura nei confronti del tirare su
i figli […]. La persona con cui sono stata all’estero si è fatta un bambi-
no da sola. Io ero con lei durante la sua gravidanza e poi si è scelta una
donna con cui tirarlo su e stava benissimo questo bambino, e non era
omosessuale lui. Quando è cresciuto non aveva neanche nessun deside-
rio di essere omosessuale; perché non è che tutti i bambini hanno la
stessa storia e non è vero che un bambino cresciuto da un omosessuale
diventerà omosessuale. Perché forse è questa la paura che lo Stato ha…
non lo so… l’importante è che ci sia amore e rispetto, cosa che in tan-
te coppie eterosessuali non c’è.

Secondo me i figli hanno bisogno di una coppia, hanno bisogno di un


padre e della madre, e io non voglio scendere a compromessi. Secondo
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

me è giusto che abbiano anche un padre. Avere un padre vorrebbe di-


re che io dovrei vivere con un uomo; siccome dovrei fare certe scelte
che non voglio, faccio a meno di avere figli. Magari fossi ricca e potessi
permettermi l’inseminazione artificiale lo farei, però analizzando le
possibilità che ho di avere figli…

Le tendenze verso una flessibilità dei ruoli dentro la coppia, il rifiuto


di riprodurre ruoli di genere, sembrano trovare, anche presso le per-
sone omosessuali, un difficile scoglio da superare a livello simbolico,
e non solo riproduttivo, quando si tratta di pensarsi come genitori e
150

di pensare ai bisogni dei figli (specie di figli desiderati entro il rap-


porto di coppia omosessuale). Occorre che i bambini per crescere in
modo armonico abbiano nel proprio mondo figure importanti sia
maschili sia femminili? Occorre che esse siano presenti nella fami-
glia di convivenza? Occorre che lo siano le figure genitoriali? È un
problema storicamente e culturalmente specifico (dato che la mag-
gior parte dei bambini nelle società sviluppate cresce in una famiglia
nucleare eterosessuale), o è una questione di valore più generale?
Come si sa, le risposte date a queste domande dagli specialisti sono
varie e non automaticamente libere da pregiudizi, in un senso e nel-
l’altro, e manca un discorso pubblico minimamente condiviso. Non
a caso, il modo più consueto di aggirare simbolicamente questo sco-
glio, nei discorsi omosessuali ma anche nel discorso pubblico, consi-
ste nel segnalare come molti bambini di fatto non crescano con una
coppia genitoriale eterosessuale, non perché hanno genitori omo-
sessuali, ma perché uno dei due genitori, di solito il padre, è assente
fisicamente, affettivamente, socialmente. È un tema che si ritrova an-
che nei focus groups dell’indagine torinese.

6.3. Visti dagli altri: le persone omosessuali possono essere


genitori adeguati?

Dalle percezioni dei pubblici qualificati rilevate nei focus groups


emerge da un lato un generale consenso attorno al fatto che avere
una relazione omosessuale non debba impedire a un genitore di re-
stare affidatario dei figli, dopo un’eventuale separazione, ma dal-
l’altro proprio sulla genitorialità della coppia omosessuale si evi-
denziano le maggiori resistenze. Quando però vengono discusse le
ragioni di questa non accettazione, si assiste a uno spostamento dei
confini di ciò che è accettabile, o quantomeno concepibile. La po-
sizione secondo cui «un bambino ha bisogno di una mamma e di
un papà per una crescita equilibrata» esce dall’ambito del dato per
scontato. E la soglia condivisa si sposta a volte verso la posizione se-
condo cui «un bambino ha bisogno di due genitori che ricoprano
un ruolo maschile e uno femminile per una crescita equilibrata»,
con alcune posizioni singole che si fermano prima e altre che van-
no oltre. Il fondamento dell’adeguatezza di una coppia genitoriale
è individuato nella complementarità dei ruoli di genere, che si può
trovare, anzi che per alcuni si trova necessariamente, anche nelle
coppie omosessuali:

Giacomo (imprenditore): Obiettivamente c’è un modello educativo che è


noto e codificato, è quello della coppia uomo-donna, e quindi bene o
151

male sappiamo come funziona. Qui è tutto da inventare, tutto somma-


to. Non si può dire che sia…
Angela (commessa): Perché? Questi soggetti omosessuali hanno avuto una
madre, hanno avuto degli esempi, hanno avuto dei genitori. Mica è det-
to che i loro genitori fossero omosessuali. I modelli che ti hanno dato,
la società, la tua famiglia, di solito te li porti dietro […]. Io per esem-
pio ho notato che nelle coppie omosessuali che ho conosciuto io, i ruo-
li maschio e femmina nascono anche da loro. Vedo che comunque c’è
questo atteggiamento.
Antonio (sindacalista): Beh, certo.
Angela : Che uno è più maschile dell’altro, all’interno della coppia omo-
sessuale.

Un secondo tipo di argomentazioni, già presente nelle preoccupa-


zioni di gay e lesbiche, non riguarda le capacità educative della cop-
pia omosessuale, ma la capacità della società di accettare famiglie di
questo tipo e le possibili conseguenze negative della loro stigmatiz-
zazione sul bambino.
Antonio (sindacalista): Io credo che i bambini […] siano i più grandi tor-
turatori che esistono su questa terra. Tra le elementari e l’inizio delle
medie, sono quelli che riescono a tirare fuori, credo, il peggio di… Cre-
do che sia successo un po’ a tutti, nel senso che se c’è da schernire
qualcuno, tutti addosso. E in quell’età lì, spiegare… Perché è chiaro, o
scegli un sistema di isolamento, per cui questa condizione non è nota a
nessuno, ma è ovvio che se è nota in qualche modo il bambino a quel-
l’età… Non per quanto ha dentro casa, ma per quanto ha fuori. Pro-
blemi li ha, su questo non c’è dubbio. E a quell’età lì i bambini sono
terribili. Ma perché? Perché nessuno gli ha mai spiegato che può esser-
ci anche quella cosa lì.
Luigi (imprenditore): Bisogna iniziare adesso a discuterne.
Antonio : Certo, il problema è che siamo indietro di un bel po’ di tempo
[…]. Ma questo è il fatto, perché è ovvio che tu hai nella società ele-
menti di rigetto. Il problema poi è chiaro che dipende dalla capacità di
respingere questo rigetto o assorbirlo. E su questo contano molto le
scuole…
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7. Coppie «in progress»?

La relazione di coppia appare fortemente caricata di valore e di at-


tese di reciprocità tra i gay e le lesbiche del nostro campione, che
su questo non sembrano differenziarsi molto dalle persone etero-
sessuali, presso le quali le relazioni di coppia, ancorché sempre più
fragili e reversibili, continuano a godere di grande popolarità. Si-
gnifica quindi che i due mondi e modi di costruire le relazioni
152

d’amore e di sesso – eterosessuale e omosessuale – si stanno sempre


più avvicinando? È possibile, anche se la tendenziale convergenza
che emerge è l’esito di fenomeni opposti: una crescente de-istitu-
zionalizzazione delle relazioni di coppia eterosessuale che tocca ele-
menti quali la fedeltà, la reversibilità, ma anche, sia pure in minore
misura, la divisione del lavoro e le asimmetrie di genere; viceversa
una crescente stabilizzazione dei rapporti di coppia omosessuale
che sfocia sia in una maggiore visibilità sia in una crescente do-
manda di istituzionalizzazione.
In questo processo di più o meno temporanea convergenza van-
no segnalati alcuni elementi che appaiono (al momento almeno)
specifici delle coppie omosessuali e che allo stesso tempo segnano
differenze tra gay e lesbiche.
In primo luogo, si osserva come le coppie omosessuali siano me-
no differenziate al proprio interno, più egualitarie e interscambia-
bili, per quanto riguarda la distribuzione dei ruoli e delle compe-
tenze, delle coppie eterosessuali. Contrariamente a molti stereotipi
correnti a proposito delle coppie omosessuali, esse segnalano che
non è necessario stabilire asimmetrie e neppure complementarità
polarizzate per far funzionare una coppia. Le distinzioni, se non le
polarità, si ritrovano piuttosto tra le coppie gay, da un lato, e quel-
le lesbiche dall’altro. Sono le prime a essere più «aperte», a pre-
sentare più spesso situazioni in cui si distingue esplicitamente – si-
no a farne oggetto di negoziazione interna alla coppia – tra rap-
porti di «puro sesso» e rapporti d’amore, ma sono anche (proprio
per questo?) coppie più stabili. È come se nelle coppie gay e lesbi-
che, proprio perché composte da persone dello stesso sesso, si tro-
vassero polarizzate quelle caratteristiche di genere che nelle coppie
eterosessuali sono invece distinte nell’uno e nell’altra partner: ge-
rarchie di tipi di rapporto e capacità di reggere la pendolarità tra di
essi negli uni, forti investimenti esclusivi nelle altre, ove la pendola-
rità non è ammessa, la monogamia è la regola, ma (per ciò stesso?)
rischia di essere fragile.
Questa immagine un po’ estremizzata, peraltro, non appare af-
fatto stabilizzata. I maschi più giovani, infatti, appaiono più orienta-
ti a rapporti non solo stabili, ma esclusivi, più disponibili ad am-
mettere che il «tradimento» li fa soffrire in modo intollerabile.
Più che un modello omogeneo, comunque, la coppia appare
una forma di relazione non solo da privilegiare, ma da costruire an-
che come modello, non potendo utilizzare quello eterosessuale,
che peraltro è esso stesso un cantiere di lavori in corso.
CAPITOLO SESTO

FORME DI COINVOLGIMENTO IN COMUNITÀ OMOSESSUALI

Quando finalmente sono arrivato a Torino, avevo molta più autonomia


dalla famiglia, sono andato a vivere con degli amici. E lì si è proprio
aperto un nuovo capitolo per me, perché è stato tutto come… Mi sono
trovato a 19-20 anni a dire: adesso devo ricominciare tutto daccapo. La
prima cosa che ho fatto, timidamente, è stata quella di telefonare a
un’associazione, l’unica cosa che sapevo che esisteva, l’avevo sentito di-
re non so dove. Quindi ho cercato questo numero di telefono, ho te-
lefonato. Prima di telefonare dicevo adesso chiamo, poi non chiamavo,
cioè non è stato lineare. Poi ho deciso, sono andato, col batticuore, per-
ché in questo posto dove vedevo anche scritto fuori «gay», dicevo
«oddìo dove sto andando» […]. Per fortuna la prima volta non c’era
tanta gente, ho parlato con una persona, con cui poi siamo diventati
amici (Sandro, 24 anni).
Se io dovessi riconoscere una mia radice, dare una radice del mio esse-
re bisessuale, indubbiamente non mi riconoscerei nel movimento gay,
ma nel movimento femminista… (Lorena, 26 anni).

Finora abbiamo considerato ambiti specifici di relazione (la famiglia


di origine, la scuola, il lavoro, le relazioni affettive e sessuali) in cui,
e rispetto ai quali, le persone omosessuali si identificano e si presen-
tano più o meno nettamente, più o meno esplicitamente, come tali.
Nel presente capitolo proponiamo una visione più complessiva delle
forme di socialità e delle esperienze di vita che emergono dalle sto-
rie delle persone che sono state oggetto di questa ricerca, esperienze
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riconsiderate alla luce di una dimensione che caratterizza specifica-


mente la realtà omosessuale: il grado di coinvolgimento in comu-
nità, movimenti, ambienti pubblicamente omosessuali.
Si cercherà, inoltre, di mettere in luce l’esistenza di legami tra le
diverse forme di coinvolgimento e le scelte di visibilità in merito alla
propria omosessualità nei diversi ambiti di vita. Di questo secondo
aspetto abbiamo già parlato nei precedenti capitoli. Qui lo ripren-
diamo nel contesto di una riflessione sul ruolo che ha l’identificazio-
ne con una realtà, e un tipo di identità, che si costruisce anche in
qualche misura in pubblico e in modo consapevolmente collettivo.
154

1. Il «commitment» come dimensione peculiare


dell’esperienza omosessuale

In letteratura (Nardi, Schneider, eds, 1998), anche se con declina-


zioni differenti tra autore e autore, un momento considerato crucia-
le nella biografia delle persone omosessuali è rappresentato dalla
scelta di entrare in contatto con, e di frequentare, le diverse comu-
nità omosessuali, aspetto che indicheremo qui come commitment pro-
prio per sottolineare la dimensione del coinvolgimento. I comporta-
menti che identificano questa dimensione rappresentano, insieme
alle scelte relative al grado di visibilità che si desidera dare alla pro-
pria omosessualità nelle diverse sfere sociali, una forma di gestione
dello stigma sociale, in quanto legati al fatto che l’identità si forma in
contesti basati sulla norma dell’eterosessualità. Cercheremo quindi
di discutere le scelte e le esperienze di vita riguardo a questa dimen-
sione, mettendone in luce l’eterogeneità e le variazioni tra gay e le-
sbiche, rispetto all’età e in relazione alla definizione dell’orienta-
mento sessuale e ad altri aspetti della vita delle persone intervistate.
Il commitment concerne l’impegno ad assumere l’omosessualità
come stile di vita1; nello specifico qui ne abbiamo isolato una di-
mensione particolare, ovvero il coinvolgimento in comunità omo-
sessuali, considerate nelle loro diverse forme, come indicatore di
questo stile di vita.
Il riferimento a una comunità omosessuale rappresenta oggi per
molti un aspetto fondamentale dell’intero processo di definizione
della propria identità omosessuale. In primo luogo, la possibilità di
contatti con altre persone omosessuali è molto importante per ri-
conoscere ciò che si sperimenta individualmente e insieme per ve-
rificare criticamente stereotipi e paure che si possono avere intorno
alle persone omosessuali (Troiden, 1988). In secondo luogo, nella
comunità omosessuale si può trovare quel riconoscimento sociale
che è un elemento fondamentale di costruzione della propria iden-
tità. In terzo luogo, l’appartenenza a una comunità che si definisce
esplicitamente omosessuale costituisce un modo per affermare e in-
sieme difendere nello spazio pubblico la legittimità e positività del
proprio essere omosessuale. D’altra parte, nel caso delle persone
omosessuali così come di quelle eterosessuali, il consolidamento
dell’identità risente anche delle norme implicite, e talvolta esplici-
te, stabilite dalla comunità omosessuale in periodi e contesti dati.
Se ciò appare più netto nel caso delle persone omosessuali è per-

1 Questo termine è ripreso dalla definizione di Troiden (1988) dell’ultimo stadio

della formazione dell’identità omosessuale (si veda il capitolo secondo).


155

ché si tratta di un’identità minoritaria e spesso stigmatizzata; perciò


le sue forme collettive e organizzate sono più visibili nella loro spe-
cificità e allo stesso tempo possono evocare e richiedere a chi vi ade-
risce un maggior grado di conformità. Infine, l’esistenza di comu-
nità omosessuali offre la possibilità di condividere, ma anche «re-
gistrare», la propria esperienza con altre persone che si trovano nel-
la stessa situazione. Da questo punto di vista, vale la pena osservare
che la formazione e la diffusione di associazioni omosessuali negli
ultimi decenni è, allo stesso tempo, un indicatore della consapevo-
lezza che è necessario costruire uno spazio pubblico di legittimità
per questa esperienza per gli individui che ne sono partecipi, quin-
di della coscienza di uno statuto ancora debole e minacciato, e, vi-
ceversa, un indicatore di maggiore legittimità sociale e culturale. Le
singole associazioni, e i singoli individui, possono accentuare più
l’una o l’altra dimensione in periodi diversi della propria storia.
L’intensità del coinvolgimento nella comunità omosessuale, nel-
le sue associazioni, nei suoi luoghi, nelle sue attività può variare
grandemente, non soltanto tra le diverse persone, ma anche in mo-
menti differenti della propria vita e della definizione della propria
identità. La costruzione di un indice di commitment ha quindi avuto
lo scopo di esplorare queste diversità, rilevando in quale misura
parti importanti della vita sociale degli intervistati si svolgono al-
l’interno di comunità omosessuali.
Parlare di commitment implica, tuttavia, riflettere su un altro tema
a questo strettamente collegato, almeno dal punto di vista teorico.
Implica, cioè, riflettere sulla visibilità, ossia sulle scelte in base alle
quali la propria omosessualità è fatta conoscere o è conosciuta nei
diversi ambiti della propria vita.
Nei precedenti capitoli, sono state discusse scelte di visibilità in
diversi ambiti. Abbiamo rilevato come sovente si tratti di scelte se-
lettive (ci si rende visibili soltanto ad alcuni familiari e non ad altri,
o soltanto ad alcuni colleghi), legate a valutazioni specifiche delle
possibili conseguenze che la rivelazione può determinare nelle di-
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verse situazioni. Attraverso la costruzione di un indice di visibilità, si


vogliono invece individuare le differenze rispetto alla propensione
generale degli intervistati verso scelte di maggiore o minore visibi-
lità. Infine, si cercherà di analizzare quanto sono profondi e com-
plessi gli intrecci tra coinvolgimento e visibilità.

1.1. Le componenti del «commitment»

Il modello teorico di Troiden (1988), relativo alle fasi di formazio-


ne dell’identità, prevede che l’ultimo stadio del processo sia carat-
156

terizzato, come abbiamo accennato in precedenza, dall’impegno o


commitment, cioè da un sentimento che spinge a seguire un partico-
lare corso di azioni, a frequentare un certo tipo di ambienti, a ef-
fettuare determinate scelte relazionali.
Prese le distanze dall’idea di uno sviluppo lineare e omogeneo
dell’identità omosessuale, che Troiden propone, il concetto di coin-
volgimento, di impegno, rappresenta uno spunto teorico interes-
sante per indagare il ruolo della presenza delle comunità omoses-
suali all’interno del percorso biografico degli intervistati.
Il concetto di commitment ritorna spesso negli scritti sull’identità,
ad esempio Marcia (1993) sottolinea che l’impegno, nella sua forma
più complessa, comporta una scelta e un investimento relativamente
stabile su quei fini, valori e credenze che caratterizzano la propria
identità. Quando l’impegno è presente, gli elementi che compongo-
no l’identità del soggetto fungono in genere da guida per l’azione e
non sono facilmente suscettibili di cambiamento. Un soggetto consa-
pevole del contenuto del proprio impegno si presta ad attività volte a
rafforzare la propria scelta, ha un senso di fiducia, di responsabilità e
di ottimismo nei confronti del futuro nel quale proietta i propri sco-
pi, valori e credenze.
Per altri autori invece, tra cui Kiesler (1971), l’impegno si defi-
nisce su base comportamentale, come «il tenersi legato di un indi-
viduo alla sua azione». Al centro del sistema vi è l’azione: essa sola
determina l’impegno e non la semplice decisione di impegnarsi;
l’impegno ha in effetti il compito di rinsaldare l’individuo nella sua
azione e di renderlo meno suscettibile di cambiamento.
Alcuni studi sulla dissonanza cognitiva (Brehm, Leventhal, 1962;
Jellison, Mills, 1969), inoltre, suggeriscono che l’impegno, inteso
come coinvolgimento in un gruppo, avrebbe effetti radicalizzanti
sugli atteggiamenti e i comportamenti che l’individuo mette in atto,
ovvero più questi si sente coinvolto in un gruppo più sarebbe moti-
vato a perseguire gli scopi e le idee promossi dal gruppo, al fine di
raggiungere il sentimento di coerenza e congruenza tra atteggia-
mento e comportamento.
Della formulazione originaria del concetto di commitment abbia-
mo deciso di mettere in luce essenzialmente quelli che Troiden
chiama external indicators, cioè quegli indicatori che riguardano il
comportamento sociale e le scelte relazionali effettuate dagli inter-
vistati. Ciò che ci interessa maggiormente in questa analisi è poter
determinare quanto spazio viene riservato a comportamenti che
chiamano in causa una o più comunità omosessuali.
È bene chiarire che nella nostra interpretazione il coinvolgimen-
to all’interno delle diverse comunità non è considerato come indi-
157

catore di una determinata tappa dello sviluppo dell’identità, ma co-


me un evento della biografia degli intervistati che può, ma non de-
ve necessariamente, manifestarsi e che soprattutto può declinarsi
secondo gradi diversi e avvenire in momenti differenti del percorso
verso la definizione di sé come omosessuale. Per alcuni può coinci-
dere con la definitiva accettazione della propria omosessualità ed
essere il mezzo per consolidare la propria identità sessuale e il bi-
sogno di appartenenza; per altri può invece rappresentare una stra-
da per incominciare a conoscere un mondo completamente ignoto,
un primo passo verso la definizione di sé come gay o lesbica; per al-
tri ancora può essere una tappa intermedia che poco incide sulla
definizione del proprio orientamento sessuale. Nell’indice sono sta-
te, pertanto, incluse diverse forme di interazione, più o meno for-
mali o organizzate, che possono essere punto di riferimento per la
propria socialità.
La forma meno strutturata di coinvolgimento è la frequentazio-
ne di cerchie di amici esclusivamente omosessuali, indicata dal 20%
sia degli uomini sia delle donne. La maggioranza del campione in-
dica in effetti che nella propria cerchia di amici sono presenti in
uguale misura omosessuali ed eterosessuali: il 58% degli uomini e il
54% delle donne. Queste ultime hanno anche un po’ più spesso
(nel 24% dei casi rispetto al 18% degli uomini) amicizie prevalen-
temente eterosessuali (tabella 1).
La domanda sulla cerchia di amici è stata anche integrata nella
costruzione dell’indice dalle dichiarazioni di conoscere, o di aver
conosciuto, persone che si dichiarano o si dichiaravano in passato
omosessuali, nell’ambiente di lavoro e tra amici o conoscenti.
L’indice comprende, inoltre, forme di partecipazione a gruppi
omosessuali più formalizzati. In primo luogo, riguardo alla partecipa-
zione in associazioni omosessuali, gay o lesbiche, si è rilevato il fatto
di essere iscritti, di frequentarle (tabella 2) e di praticarvi attività gra-
tuita (svolta dal 20% degli uomini e dal 15% delle donne). Torino,
oltre a essere stata il luogo di nascita del movimento omosessuale ita-
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Tabella 1 – Composizione della cerchia di amici (valori percentuali).

Uomini Donne
Amici/amiche gay/lesbiche 20 20
Amici/amiche eterosessuali 18 24
Gay/lesbiche ed eterosessuali nella stessa misura 58 54
Non ha cerchie di amici 4 2
Totale 100 100
N. casi (260) (251)
158

Tabella 2 – Relazione tra iscrizione e partecipazione ad associazione omoses-


suali gay/lesbiche*.

Frequenta Non frequenta


associazione associazione N. casi
gay/lesbica gay/lesbica
Uomini
Iscritto ad associazione gay/lesbica 81,2 18,8 (69)
Non iscritto ad associazione gay/lesbica 23,2 76,8 (164)
Donne
Iscritta ad associazione gay/lesbica 88,0 12,0 (50)
Non iscritta ad associazione gay/lesbica 29,9 70,1 (157)

* Nella tabella sono riportate percentuali di riga.

liano (Rossi Barilli, 1999), si caratterizza oggi per una forte presenza
e varietà di associazioni omosessuali e attività culturali di rilevanza an-
che internazionale quali il Festival internazionale di film con temati-
che omosessuali. Alcune di queste associazioni si rivolgono a tutti i
gay e a tutte le lesbiche e svolgono varie attività ricreative, di servizio
come l’ascolto telefonico, culturali e politiche; altre sono orientate
ad aspetti più specifici, quali la salute o la religione. All’interno di
una di queste associazioni esiste un «gruppo donne» separato2.
È stata rilevata anche la partecipazione a gruppi di preghiera o
di credenti che si connotano come omosessuali, che interessa il 4%
degli uomini e lo 0,4% delle donne (tabella 3)3.

Tabella 3 – Frequenze relative alla partecipazione a gruppi religiosi omosessua-


li (valori percentuali).

Uomini Donne
Gruppi religiosi non omosessuali 9 11
Gruppi religiosi omosessuali 4 0,4
Entrambi i tipi di gruppi 2 –
Non partecipa 85 88
Totale 100 100
N. casi (247) (237)

2 Per l’elenco delle associazioni coinvolte nella ricerca, si veda l’«Appendice

metodologica».
3 Tra gli uomini e le donne che frequentano gruppi di credenti o di preghiera

(rispettivamente il 9% e l’11%), la parte prevalente frequenta gruppi che non si con-


notano come omosessuali.
159

L’ultima componente importante dell’indice è rappresentata dalla


frequentazione di attività sociali e ricreative in spazi che si connota-
no come omosessuali: bar o altri locali pubblici, discoteche, cine-
ma, spiagge. Questa frequentazione è stata rilevata da domande di-
rette, ma anche dalle domande sui luoghi in cui si sono incontrati
i partner omosessuali (si veda il capitolo quinto).
Si è già detto che Torino si colloca, dopo Milano e Roma, come
la città italiana con una più ampia offerta di locali omosessuali con
funzioni sociali e ricreative (Barbagli, Colombo, 2001). I locali per
gay/lesbiche frequentati dalla porzione più ampia del campione, e
in modo analogo da uomini e donne, sono i bar, le discoteche o al-
tri locali pubblici omosessuali: soltanto circa un quinto del campio-
ne dichiara di non averli mai frequentati nel corso dell’ultimo an-
no. Più donne (36%) che uomini (26%) hanno riferito di essere
andate in cinema frequentati prevalentemente da gay o lesbiche4.
Più uomini (46%) che donne (22%) hanno invece frequentato
spiagge per gay o lesbiche.
Infine, un’alta percentuale di uomini (41%) e una minore, ma
importante, di donne (30%) ha utilizzato nell’ultimo anno una
chat per gay e lesbiche su Internet (il 17% degli uomini e il 9% del-
le donne la usa almeno una volta alla settimana). Si tratta di uno
strumento importante, soprattutto per i più giovani: il 18% degli
uomini e il 10% delle donne fino ai 37 anni lo utilizza almeno una
volta alla settimana, rispetto al 14% e al 5% di uomini e donne più
grandi. Queste comunità virtuali non soltanto consentono la cono-
scenza di nuovi partner, ma stanno cambiando i confini della co-
munità omosessuale e le modalità di accesso5.

4 Bisogna considerare che una parte del campione è stata reclutata durante due

festival del cinema che si sono svolti a Torino nel corso della rilevazione: il Festival
del cinema delle donne, in cui era frequentemente rappresentato il tema dell’omo-
sessualità femminile, e il Festival internazionale di film con tematiche omosessuali.
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La più ampia percentuale di donne potrebbe essere dovuta a questo.


5 Non è stata invece considerata ai fini dell’indice la frequentazione di luoghi

connotati come spazi per esperienze sessuali quali dark room, luoghi di battuage e sau-
ne, in quanto da una parte le interazioni lì agite non implicano un senso di parteci-
pazione a una comunità omosessuale e anzi tali posti possono essere frequentati an-
che in alternativa ai luoghi di socialità omosessuale, per mantenere l’anonimato e
l’invisibilità. Secondariamente, sono spazi essenzialmente, se non esclusivamente, ma-
schili: includerli nell’indice avrebbe quindi reso più difficile interpretare le differen-
ze tra uomini e donne nel grado di commitment rispetto alle altre dimensioni dell’in-
dice. Ha dichiarato di aver frequentato almeno una volta all’anno una sauna il 35%
degli uomini e il 7% delle donne; una dark room il 24% degli uomini e il 10% delle
donne; luoghi di battuage il 44% degli uomini e il 4% delle donne.
160

1.2. Forme di «commitment»

L’indice di commitment, insieme alle interviste in profondità, ci ha


consentito di sondare come cambiano le forme di coinvolgimento
in comunità omosessuali, e i significati a esse attribuiti, per uomini
e donne nonché in relazione all’età. Il commitment è stato messo in
relazione, inoltre, con diverse definizioni del proprio orientamento
sessuale e con descrizioni di percorsi di formazione della propria
identità più o meno lineari.

1.2.1. Differenze di genere e mutamenti nel tempo. Una prima interes-


sante riflessione riguarda la posizione che uomini e donne hanno
in relazione al grado di immersione in uno stile di vita che contem-
pla la creazione di una rete sociale essenzialmente imperniata su
frequentazioni omosessuali. Dalle elaborazioni effettuate, infatti,
emerge che le donne hanno un valore medio di commitment più bas-
so rispetto agli uomini (rispettivamente 4,6 e 5,5). Per capire se si
può supporre una minore immersione delle lesbiche rispetto ai gay
all’interno della comunità e degli stili di vita omosessuali6, sono sta-
ti individuati tre diversi livelli di commitment (alto, medio, basso) in
modo da apprezzare maggiormente le differenze di genere.
La figura 1 segnala che tra uomini e donne vi è una sostanziale
differenza in merito alla percentuale di soggetti che si situano nel
livello di basso e di alto commitment. Per quanto riguarda il livello in-
feriore, le donne poco coinvolte sono un numero superiore rispet-
to agli uomini: circa 12 punti percentuali separano i due gruppi. Il
grado intermedio non individua particolari differenze tra i due cam-
pioni, mentre l’ultimo livello, alto commitment, ripresenta un netto
sbilanciamento tra i sessi in quanto la percentuale di uomini che vi
rientrano è circa il doppio di quella relativa alle donne.
Allora le donne sono meno coinvolte? Non è ovviamente possi-
bile rispondere a questo interrogativo senza rilevare le motivazioni

6 L’indice che deriva dalle dimensioni sopra citate può variare tra 0, che indica

uno stile di vita che non contempla come interlocutore primario la comunità omo-
sessuale nelle sue diverse forme espressive, e 21, che indica il grado massimo di coin-
volgimento esprimibile dai due campioni. Dai nostri dati risulta che la variazione è
tra 0 e 15,25 per gli uomini, e tra 0 e 13,75 per le donne. Per controllare la validità
statistica dell’ipotesi di una relazione tra genere e grado di commitment è stato effet-
tuato un test (t) per campioni indipendenti, che ha confermato la diversità di uomi-
ni e donne sul punteggio medio. La variabilità delle due distribuzioni è invece prati-
camente identica, come dimostra la deviazione standard nei due sottocampioni. Per
una descrizione dettagliata della costruzione dell’indice di commitment si consulti
l’«Appendice metodologica».
161

Figura 1 – Livelli di commitment distinti per genere (N. casi = 262 per gli uomini;
N. casi = 252 per le donne).

50 47,6
45,4
45 42,5
40
35,5
35
30
Percentuali

25
20 19,1

15
10 9,9

5 Uomini
Donne
0
Basso Medio Alto

degli intervistati a frequentare ambienti omosessuali, i giudizi su di


essi e i significati attribuiti alla partecipazione.
Le motivazioni possono essere ricondotte a tre esigenze princi-
pali. Vi sono esigenze di appartenenza, ossia di incontrare persone
simili a sé per condividere le proprie esperienze come omosessuali.
Vi è l’esigenza di spazi protetti rispetto alla stigmatizzazione sociale,
spazi in cui ci si possa esprimere liberamente con comportamenti,
quali le manifestazioni di affetto verso il proprio partner, senza do-
ver subire una reazione sociale negativa. Infine, trasversalmente a
queste, vi è anche il desiderio di partecipare a un’azione pubblica
collettiva di denuncia e di rivendicazione della legittimità e positi-
vità della propria esperienza e del proprio modo di essere.
Le diverse associazioni gay e lesbiche presenti sul territorio torine-
se rispondono con sfumature e modalità diverse a una o più di queste
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aspettative ed esigenze. Ci sono le associazioni in cui, accanto alle at-


tività interne, vi è una forte dimensione di mobilitazione e visibilità al-
l’esterno, e altre nelle quali prevale l’attività di mutuo sostegno.
Queste associazioni hanno rappresentato per molti un impor-
tante aiuto nei processi di definizione dell’identità omosessuale del-
le persone che vi sono coinvolte. In particolare, quando nasce l’esi-
genza di confrontarsi con persone simili a sé e sperimentare la pro-
pria identità in un ambiente protetto, le associazioni sono indicate
dagli intervistati/e come importanti vie di accesso alla comunità
omosessuale. Appaiono importanti, per questo obiettivo, servizi a
162

bassa soglia quali quello di ascolto telefonico, ma anche occasioni


di ritrovo.
Per Vincenzo, 42 anni, l’arrivo a Torino in un periodo di svilup-
po del movimento omosessuale rappresenta l’occasione per vivere il
processo di accettazione della propria omosessualità in un contesto
protetto e segregato:

Arrivando a Torino proprio nel momento in cui la mia accettazione fu


piena, io iniziai proprio quasi buttandomi a pesce; fu un periodo diver-
tente della mia vita nel senso che feci delle scelte molto radicali. Iniziai
a frequentare il F.U.O.R.I. e il Partito Radicale, iniziai a girare e andare
in discoteca ecc. Quindi io buttai via tutte le mie amicizie della fase gio-
vanile e mi costruii delle amicizie esclusivamente omosessuali… in que-
sto forse perdendo delle opportunità, nel senso che io non ho mai avu-
to, dopo questa fase, amici eterosessuali. Non ne ho, non esco con ami-
ci eterosessuali e ti devo dire molto onestamente che mi interessa an-
che poco.

Non per tutti, ovviamente, l’approdo a un’associazione coincide


con l’abbandono di una significativa socialità eterosessuale. Di più,
anche per una parte di coloro che in un primo momento sembra-
no fare una scelta esclusiva, successivamente questa si rivela una fa-
se temporanea, quasi di rassicurazione e rafforzamento di sé, da cui
«ripartire per una socialità più diversificata e meno legata esclusiva-
mente all’orientamento sessuale». È il caso di Sandro, 24 anni:

Questo per me è stato quasi un traguardo, il fatto di integrare queste


persone con queste altre è stato un po’ un segno di un’integrazione
che ho sentito anche dentro di me poi alla fine. Cioè non avere più la
doppia vita, di quando vai negli ambienti omosessuali e di quando gio-
chi a fare l’eterosessuale nella vita di tutti i giorni.

La prevalenza di uomini tra coloro che appartengono ad associazio-


ni omosessuali potrebbe essere in parte legata al fatto che sul territo-
rio torinese sono presenti associazioni solitamente a prevalenza ma-
schile (e soprattutto lo sono state nel passato). Anche se questa più
che una spiegazione potrebbe essere un altro modo di riformulare la
questione: come mai, infatti, ci sono più associazioni gay che non as-
sociazioni lesbiche? La risposta facile e banale che gli uomini hanno
in media più risorse o sono più disponibili alla socialità e all’organiz-
zazione non appare convincente, specie alla luce del fatto che, a To-
rino come in altre città italiane e nel mondo occidentale, alla fine
degli anni Sessanta sono state le donne in quanto tali a organizzarsi
e che Torino è tuttora ricca di gruppi di donne.
163

La spiegazione della minore attrazione che hanno i gruppi omo-


sessuali per le donne lesbiche potrebbe essere almeno in parte cer-
cata proprio qui: le donne hanno cominciato a organizzarsi priori-
tariamente attorno a questioni di genere, o sulla base della loro ap-
partenenza di genere. Le donne del nostro campione, infatti, han-
no o hanno avuto forti riferimenti in qualche gruppo perlopiù
nell’ambito del movimento delle donne. È il caso di Lucia, 43 anni:

Quando devo definire la mia identità è come se avessi degli strati, ma si-
curamente il fatto che io sia una donna è la mia prima identità, ed è
quella su cui ho costruito il senso di appartenenza, di elaborazione, di
lotta, di conflitto. È stato il mio primo punto di vista, il primo filtro, ed
è ancora quello. Poi c’è il fatto che sono lesbica e questo modifica il
fuoco, ma il fuoco principale comunque è quello, mi definisco nella mi-
sura in cui credo che le donne in quanto donne, al di là delle scelte ses-
suali, non debbano essere discriminate e devono avere dei diritti, l’op-
portunità di scegliere e di determinarsi. Insomma, sono slogan, però…
perché preferisco le donne, nel senso che mi fido di più delle donne
[…] in questo mi ritengo femminista, ho fatto anche battaglie con il
movimento femminista.

Ciò non significa che non ci siano, o non ci siano stati, conflitti al-
l’interno del movimento delle donne relativamente all’identità le-
sbica. Al contrario. Tuttavia è rimasto perlopiù un conflitto, anche
aspro, dentro al movimento, che a Torino si poneva, negli anni Set-
tanta, come soggetto distinto dal, e interlocutore del, movimento
omosessuale (Zumaglino, 1996). Può darsi che per le più giovani le
cose siano cambiate o cambino in futuro: sia perché non esiste più
un movimento delle donne visibile in quanto tale, ma solo una mol-
teplicità di gruppi legati a progetti particolari, sia perché l’espe-
rienza del movimento e di questi gruppi ha aperto uno spazio di le-
gittimazione anche per la costituzione di gruppi di donne organiz-
zate in quanto lesbiche. Ne esiste uno anche a Torino.
È comunque interessante che, soprattutto tra le più giovani, il
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separatismo di genere, se legato a un atteggiamento ostile verso gli


uomini in generale, è indicato come uno dei limiti dell’ambiente
lesbico, in modo non dissimile da quanto avviene tra molte delle lo-
ro coetanee eterosessuali nei confronti del separatismo del femmi-
nismo degli anni Settanta (o delle immagini che ne hanno):

Molte donne specialmente omosessuali hanno proprio un’opinione


bruttissima degli uomini, li considerano proprio la feccia del genere
umano, di cui si potrebbe volentieri fare a meno. Io non sono così
estremista, penso che la donna sia molto più sensibile, abbia delle emo-
164

zioni molto più forti dell’uomo, in questo senso sono femminista. Sicu-
ramente sostengo la superiorità emotiva e intellettuale della donna (Ti-
ziana, 26 anni).

Infine, anche se appare in modo più evidente rispetto alla frequen-


tazione di locali, un fattore importante può essere rappresentato da
differenze di genere più generali nella vita sociale di uomini e don-
ne: le forme di socialità maschili si configurano come più legate a
spazi pubblici, quelle femminili a spazi privati7.
Le differenze tra uomini e donne appaiono in effetti più evi-
denti rispetto alla frequentazione di locali quali bar, birrerie, disco-
teche ecc. I locali omosessuali rappresentano un aspetto fondamen-
tale soprattutto della socialità gay. I locali lesbici sono del resto me-
no numerosi di quelli gay, e i locali omosessuali aperti sia a gay sia
a lesbiche, secondo le percezioni degli intervistati, sono solitamen-
te frequentati soprattutto da uomini.
Tra le ragioni per cui gli intervistati (maschi) dichiarano di fre-
quentare questi locali, appare prevalente e trasversale il fatto che li
percepiscano come spazi protetti dalla stigmatizzazione da parte de-
gli eterosessuali (maschi soprattutto): sono ambienti di libertà sia ri-
spetto alla ricerca di un partner, sia per manifestazioni di affetto
verso il proprio compagno. L’esigenza di appartenenza appare in
questo caso meno rilevante, anche se presente.

Io credo che la finalità di un locale gay è quella di incontrare gay, e co-


sì evitare una serie di passaggi che invece dovresti affrontare in un lo-
cale etero (Raffaele, 32 anni).

In una birreria gay ci si può tranquillamente tenere per mano e nes-


suno si alza o ti guarda in modo strano, e questo è positivo (Armando,
29 anni).

Questa stessa funzione di spazi protetti li può rendere, però, anche


spazi chiusi, che comportano una segregazione tra la comunità omo-
sessuale e «gli altri». Il rischio indicato da alcuni è di riprodurre
un’organizzazione sociale che prevede per gli omosessuali una dop-
pia vita: la partecipazione a una comunità omosessuale clandestina e
un’immagine pubblica conforme alla norma dell’eterosessualità.
Il mondo dei locali, in questa prospettiva, è descritto da qualcu-
no come particolarmente congeniale a quegli omosessuali che scel-

7 Questa differenza è già stata rilevata rispetto ai luoghi in cui si sono incontrati

i propri partner, si veda il capitolo quinto.


165

gono la doppia vita, giudicati negativamente come coloro che «non


si accettano».

Negli ambienti gay si dà la «stura» a comportamenti che credo non


avrebbero in altre situazioni e che io vedo anche un po’ forzati e che
credo nascondano una vergogna di se stessi, una non accettazione e un
non essere sereni con se stessi […]. La totalità dei gay che io conosco
appassionati degli ambienti gay sono quelli che meno si accettano, sono
quelli che stanno peggio con la loro omosessualità. Penso che in tutti
gli ambienti monodiretti (la caserma, un istituto femminile, la masso-
neria…) sia molto difficile essere se stessi. Da un lato sono apparente-
mente più protettivi (anche se è vero che se in discoteca gay io do un
bacio a Michele non mi succede niente e se lo do sotto casa, posso an-
che dover cambiare casa), però sono piccole sicurezze rispetto a quelle
generali. È banale dire questo, ma se non si comincia ad andare un po’
nei posti normali per tutti, ci sarà sempre un po’ questo ghetto del-
l’omosessualità (Leonardo, 41 anni).

La presa di distanza di una parte degli intervistati rispetto a questa


ghettizzazione è sovente associata a una presa di distanza anche ri-
spetto a forme di omosessualità maschile che richiamano il model-
lo dell’inversione o forme di travestitismo, con l’assunzione di ruo-
li femminili, oppure per le quali l’attività sessuale ha una rilevanza
centrale e prevalente sulle dimensioni relazionali:

Purtroppo sembra che certi ambienti debbano funzionare solo sull’ele-


mento omosessualità. Non è il caso del Centralino, ma ci sono posti do-
ve c’è sempre annessa la dark room, la sala massaggi e non capisco la ne-
cessità, anzi la capisco, ma non mi piace. Negli ambienti anche etero
[…] il vantaggio è il fatto che puoi ascoltare musica senza che a due
metri da te ci sia un posto (grosso cinque volte quello in cui sei tu) do-
ve qualcuno fa sesso (Armando, 29 anni).

Quindi, il riconoscimento di questi locali come importanti spazi di


libertà è sovente accompagnato da una presa di distanza rispetto al-
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la «ghettizzazione» degli omosessuali che questi spazi rischiano di


riprodurre.

Mi dà fastidio semplicemente questa, io l’ho chiamata l’autoghettizza-


zione che gli omosessuali si sono fatti. Per cui questi ambienti proteg-
gono gli altri da noi e noi dagli altri, ma c’è una duplice volontà: agli
altri sta bene così e a loro sta bene così. Loro sono tutti contenti per-
ché ballano tutti tra di loro, oppure si ritrovano in una birreria dove so-
no tutti tra di loro. Non hanno mai il problema del confronto, ma non
lo cercano neanche più di tanto questo confronto. E poi si lamentano
che la gente li ghettizza, o li giudica o li critica, li deride, ma non gli
166

hanno mai neanche dato molto spesso l’occasione per dare una valuta-
zione diversa (Mauro, 25 anni).

Il giudizio negativo sulla ghettizzazione può essere, d’altronde, una


motivazione per evitare questi locali, preferendo magari locali più
«misti»:
I locali misti…. che vuol dire che se sei un maschietto in un locale mi-
sto e un altro maschietto ti fa l’occhiolino, tu non gli spacchi la faccia,
perché sai che se sei lì, un maschietto ti può anche fare il filo. E se tu
guardi con insistenza una ragazza, questa magari ha la fidanzata… Non
ce ne sono molti di posti così: un pochino stanno crescendo, ma penso
che siano un po’ meglio rispetto agli ambienti esclusivamente gay. Mi fa
più piacere vedere uomini che ballano con uomini, donne che ballano
con donne, donne che ballano con uomini, che non solo maschi insie-
me. Penso faccia bene un po’ a tutti. È come se facessimo stare i bam-
bini sempre solo con bambini: crescono cretini! (Leonardo, 41 anni).

Riguardo alle motivazioni che le donne indicano per frequentare


questi locali, appare meno forte, anche se presente, l’esigenza di
ambienti protetti in cui esprimersi e manifestare l’affetto verso la
propria compagna liberamente. Atteggiamenti di affetto tra donne
in pubblico, infatti, sono meno sanzionati socialmente e, come ab-
biamo visto nel capitolo quinto, sono più frequenti.
Anche in discoteca, anche eterosessuale, non ci faremmo tanti proble-
mi. Per dire: una sera io l’ho baciata in via Po davanti a Fiorio, con un
mare di gente che faceva la fila per il gelato! (Grazia, 21 anni).

Inoltre, la scelta di frequentare locali omosessuali per incontrare


nuove partner non è tanto riferita alla volontà (ricorrente invece
tra gli uomini) di evitare reazioni negative a un eventuale tentativo
di approccio, quanto alla presenza di persone simili a sé:
È una situazione protetta nel senso che se avvicini una donna, sai che
lei sta con le donne e non ti capita come a me è capitato nella vita che
ti piace una donna ma che con lei non ci puoi stare proprio perché sei
una donna. Ultimamente mi è capitato di riprendere in considerazione
questi locali. Perché avevo il desiderio di avere una donna accanto e in-
vece mi imbattevo sempre in donne eterosessuali che con me non vole-
vano aver nulla a che fare se non farsi uno o due giri e allora sono an-
data a una festa organizzata dal Circolo Maurice sapendo che lì avrei
trovato donne come me (Rita, 34 anni).

Ciononostante, si può ritrovare anche tra le donne la percezione


dei locali lesbici o omosessuali come «ghetti», ambienti segregati ri-
167

spetto agli/alle eterosessuali, oppure, nel caso di locali per sole


donne, segregati rispetto agli uomini. Alcuni locali sono così de-
scritti come caratterizzati dalla presenza di «persone da ghetto»,
che assumono ruoli molto definiti, in particolare maschili, ripropo-
nendo, anche in questo caso, il modello dell’inversione di genere:

Se tu vai in questi posti incontri persone con mentalità da ghetto, per-


sone con cui non ci puoi parlare assieme, chiuse, chiusissime di menta-
lità. Persone che quando poi le incontri da sole sono anche persone in-
teressanti e simpatiche, ma quando sono nel ghetto, sono nel ghetto. È
pazzesco, la mentalità è quella. Sono tutte donne molto chiuse, molto
dure: «Minchia, dio fa’…» tutte così, sempre incazzate, ma sempre in-
cazzate, un sorriso non gli scappa mai, ma neanche per sbaglio. Poi
«Minchia, dio fa’ chi mi tocca la donna» e tu stai semplicemente par-
lando con una persona… Non sono al mio posto in un posto così, trop-
po chiuso di mentalità. […] Non sono l’omosessuale che va soltanto nei
locali omosessuali o che ha due vite, la vita normale e le vita omoses-
suale nascosta, vissuta di notte. No, io sono una persona, sono Cinzia 24
ore su 24 (Cinzia, 33 anni).

Anche le amicizie omosessuali possono rispondere alle due esigen-


ze di appartenenza e di spazi protetti.
In particolare, l’avere amicizie esclusivamente omosessuali può
essere una scelta intenzionale più o meno difensiva, oppure la con-
seguenza del fatto che l’esplicitazione della propria identità omo-
sessuale ha comportato al tempo stesso una rottura con le reti di re-
lazione precedenti.
In entrambi i casi si tratta spesso di una fase transitoria, come se-
gnala Severino.

Io preferisco avere degli amici eterosessuali perché nell’ambiente omo-


sessuale purtroppo di persone che si sentono persone ce ne sono po-
che. Gli omosessuali si sentono omosessuali e a me questo non sta be-
ne. Io sono una persona […].
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

D: Ed è sempre stato così?


R: No, io ho cercato l’ambiente omosessuale perché ero convinto che
mi potesse dare di più, e nei primi tempi mi dava di più perché mi fa-
ceva sentire nel mio ambiente. Oggi che io ho preso una mia persona-
lità ben definita, mi sento principalmente, probabilmente portato dalla
mia accettazione, totale… io mi sento una persona e posso parlare con
chiunque e posso parlare di tutto.

La preferenza verso amicizie omosessuali può tuttavia anche essere


percepita come una costante nel corso della propria vita, per la pos-
sibilità di condividere la propria esperienza come omosessuali:
168

Sono poi diventate percentualmente più pesanti, diciamo così, le amici-


zie nel mondo gay, per una questione ovviamente di maggiore confron-
to. Perché il confronto con degli eterosessuali che non hanno né cono-
scenza, né intelligenza per conoscere, praticamente non sto neanche
a… sì, sì, usciamo, andiamo a bere una birra, cosa che faccio anche con
[…] qualche amico gay, ma i temi sono un attimino più sinceri dal lato
umano, personale proprio (Roberto, 33 anni).

La distinzione tra cerchie di amici omosessuali ed eterosessuali vie-


ne a volte collegata con la frequentazione di locali omosessuali. An-
che in questo ambito, comunque, sono riportati riusciti tentativi di
integrazione, realizzati portando i propri amici eterosessuali in lo-
cali gay. Domenico, 29 anni, ne descrive un esempio estremo:

Ho fatto la festa di compleanno con una cena in un locale gay e c’era-


no mia madre, mia zia, un’amica di mia madre, la maggior parte dei
miei amici gay e la maggior parte dei miei amici etero.

Data la maggiore importanza attribuita ai locali gay nella socialità


maschile, la separazione tra cerchie di amici legata alla frequenta-
zione di questi locali appare più rilevante per gli uomini che per le
donne. Inoltre, per le donne, anche rispetto alle amicizie, la sepa-
razione prevalente può essere tra donne e uomini, piuttosto, o oltre
che, tra omosessualità ed eterosessualità:

Ci sono dei momenti […] di incontro solo tra noi donne lesbiche […];
in quei momenti, come dire, il maschile è tagliato fuori, mentre non
c’è alcun problema se delle amiche eterosessuali sono con noi. Però ca-
pita raramente, anche perché si ha proprio l’esigenza e la voglia di que-
sto momento (Barbara, 35 anni).

Oltre alle differenze di genere, variazioni nei gradi e nelle forme di


commitment sono legate al tempo, in due sensi: a mutamenti di espe-
rienze di coorti che hanno vissuto i processi di formazione dell’iden-
tità omosessuale in periodi storici diversi e a mutamenti lungo il cor-
so della vita di ciascuno o ciascuna.
La relazione tra il coinvolgimento in uno stile di vita omoses-
suale e l’età anagrafica appare, in effetti, piuttosto complessa, sicu-
ramente non lineare ma dovuta all’intreccio dei due aspetti indica-
ti, come si evince dalla figura 2.
Se osserviamo i valori medi di commitment per classi di età, si nota
che la relazione assume un andamento particolare, soprattutto nel
campione maschile: nelle classi più giovani il commitment tende ad av-
vicinarsi alla media generale (che ricordiamo è 5,5), sale progressi-
169

Figura 2 – Livello medio di commitment per genere e classi d’età.

7
6,056 6,469
Livello medio di commitment

6 5,431 5,495 5,26


5 4,875

4 4,63 4,822 4,608 4,794 4,673


4,058 4,316
3
2
1 Uomini
Donne
0
19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni
Classi di età
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

vamente fino a raggiungere un valore piuttosto alto intorno ai 30 an-


ni, per poi cadere bruscamente intorno ai 35 anni, risalendo e rag-
giungendo il massimo intorno ai 40 anni. Dopo di che, con l’avanza-
re dell’età il coinvolgimento sembra diminuire sensibilmente. Per le
donne la relazione tra età e commitment sembra essere ancora più de-
bole poiché, a parte poche variazioni, i valori medi nelle diverse clas-
si di età si discostano poco dalla media generale (4,6). Inoltre si può
osservare che le donne hanno valori sistematicamente più bassi degli
uomini, soprattutto nelle classi 29-33 anni e 39-43 anni. Per le donne
si osserva, infine, che le classi anagrafiche che dimostrano un coin-
volgimento maggiore (con valori dell’indice abbastanza simili) sono
quelle delle intervistate con un’età compresa tra i 24-28 anni e i 44-
65 anni. Quest’ultima inoltre è la classe di età in cui si manifesta una
decisa impennata del grado di commitment, tanto da superare (per la
prima e unica volta) i valori espressi dal campione maschile.
Non disponendo di dati longitudinali, non siamo in grado di di-
re se prevalga l’effetto di età ovvero quello di coorte, sia nel caso
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

degli uomini sia in quello delle donne. Alcuni indizi tuttavia fareb-
bero propendere per un peso dell’appartenenza specifica di coorte
sia per i gay sia per le lesbiche, anche se sono più forti per i primi.
Sono stati infatti soprattutto i gay oggi nelle fasce di età centrali e
mature a trovare negli ambienti di aggregazione gay uno strumento
insieme di rivendicazione del proprio spazio nel mondo e di prote-
zione. A Torino, già dai primi anni Settanta era attivo il movimento
omosessuale, ed esistevano già locali che rappresentavano un punto
di riferimento, soprattutto per i gay. Questo potrebbe in parte spie-
gare il maggior coinvolgimento della coorte maschile attualmente
170

tra i 39 e i 43 anni che proprio in quel periodo diveniva più consa-


pevole della propria sessualità e nello stesso tempo poteva usufruire
di spazi che permettevano l’espressione di tale consapevolezza.
Analogamente, sono state le donne delle coorti più mature a es-
sere direttamente o indirettamente coinvolte nel movimento delle
donne degli anni Settanta e Ottanta.
L’esperienza delle coorti più giovani, soprattutto ma non soltan-
to maschili, da un lato, come avviene anche per i coetanei eteroses-
suali, è caratterizzata da forme di appartenenza e d’identificazione
anche in luoghi e simboli collettivi più plurali, meno mutuamente
esclusive. Dall’altro lato essa può dare maggiormente per scontata
l’esistenza di luoghi, associazioni, forme di presenza di una società
omosessuale organizzata. Quindi può farne, se lo desidera, un uso
più strumentale, «più leggero», senza coinvolgersi direttamente nel-
l’organizzazione e nelle forme di mobilitazione eventualmente ne-
cessarie, tanto più che vi sono una maggiore disponibilità, una mag-
giore scelta tra diversi locali organizzati e più diversificate possibi-
lità di contatto con altre persone omosessuali (oltre alla moltiplica-
zione dei locali, abbiamo già indicato l’importanza di Internet). In
effetti, i luoghi di ritrovo per persone omosessuali, a Torino come
in altre città, sono profondamente cambiati negli ultimi decenni; in
particolare, si sono moltiplicati i locali organizzati, con fini sociali e
ricreativi o per incontri sessuali, frequentati, come si è detto, so-
prattutto da uomini.
Il fatto che la relazione tra commitment ed età appaia più marca-
ta tra gli uomini, anche se con andamenti non del tutto lineari, po-
trebbe dipendere in parte da una più assidua frequentazione di lo-
cali da parte degli uomini, in quanto questa appare strettamente le-
gata all’età. In effetti si nota nel campione maschile un progressivo
decremento della percentuale di uomini che dichiarano di fre-
quentare i locali almeno una volta alla settimana: si passa dal 57%
dei giovani tra i 19 e i 23 anni al 30% dei giovani adulti tra i 34 e i
38 anni per arrivare al 16% per gli intervistati tra i 44 e i 49 anni.
Per le donne il trend è meno lineare, in quanto la classe con nu-
merosità più alta è quella delle intervistate tra i 29 e i 33 anni
(42%); nelle altre classi di età la percentuale di soggetti è decisa-
mente più contenuta. Inoltre, è tra le donne giovani (19-23 anni)
che si riscontra la differenza maggiore rispetto al campione ma-
schile, in quanto solo il 27% delle rispondenti ha dichiarato una
frequenza settimanale dei locali.
Si possono notare, infine, alcune piccole differenze tra i profili
demografici degli intervistati che manifestano livelli diversi di coin-
volgimento in reti sociali omosessuali.
171

Tra le donne, il grado di coinvolgimento nella vita omosessuale


aumenta con il livello di reddito individuale, mentre tra gli uomini
non si rilevano relazioni significative8. Un’informazione interessan-
te emerge dall’analisi delle relazioni tra il titolo di studio e i tre li-
velli di commitment. Sebbene il legame non sia risultato statistica-
mente significativo, si nota una percentuale maggiore di laureati
nel gruppo ad alto commitment, sia nel campione femminile (46%) –
per il quale si riscontra la differenza di numerosità maggiore ri-
spetto alle altre classi – sia nel campione maschile (35%). Rispetto
allo stato civile, non sorprendentemente la maggioranza di coloro
che sono tuttora coniugati o comunque convivono con una persona
dell’altro sesso – un piccolo gruppo, come si ricorderà – si situa nel-
la classe a basso commitment.
Tra gli intervistati che si situano a livelli diversi di commitment
emergono differenze interessanti anche nei comportamenti sessua-
li, quali, ad esempio, il numero di partner avuti nel corso della vita
e nell’ultimo anno.
Sia per gli uomini sia per le donne, si riscontrano infatti rela-
zioni significative e positive tra l’indice di commitment e il numero di
partner avuti nell’ultimo anno e nel corso della vita, come si può
leggere nella tabella 4. Questo indicherebbe che esperienze sessua-
li con molti partner caratterizzano persone maggiormente coinvol-
te in comunità omosessuali. Si tratta tuttavia di una relazione stati-
stica da leggere con cautela. Dato che uomini e donne per certi ver-
si si collocano ai poli opposti dell’indice di commitment e in partico-
lare dell’appartenenza ad associazioni e frequentazione di ambienti
omosessuali, può essere che questa relazione statistica non faccia
che confermare ciò che è già stato ampiamente segnalato: i gay
hanno in media più partner nel corso della vita (e talvolta contem-
poraneamente) rispetto alle lesbiche.

Tabella 4 – Correlazioni tra commitment e numero di partner dichiarati dagli


© Edizioni Angelo Guerini e Associati

intervistati.

Commitment N. partner in un anno N. partner nella vita


Uomini r = 0,240 p = 0,000 N. casi = 259 r = 0,210 p = 0,000 N. casi = 256

Donne r = 0,219 p = 0,001 N. casi = 244 r = 0,245 p = 0,000 N. casi = 247

8 Si è rilevata una relazione significativa e positiva (r = 0,155; p = 0,015) tra il gra-

do di coinvolgimento nella vita omosessuale e il reddito individuale per il campione


femminile.
172

La relazione appare tuttavia più complessa se si considera il rap-


porto tra livello di commitment e atteggiamenti e comportamenti ri-
spetto alle relazioni di coppia. Tra gli uomini, coloro che dichiara-
no di preferire una relazione di coppia stabile si collocano per il
37% nel basso commitment, per il 48% nella categoria intermedia e
per il 16% nell’alto commitment. Gli uomini che prediligono le rela-
zioni con partner occasionali si polarizzano invece nelle categorie
estreme, 54% per il basso commitment e 31% per l’alto commitment,
anche se la numerosità complessiva è decisamente bassa. La classe
dei soggetti che contempla la possibilità di una relazione stabile in-
sieme a rapporti occasionali si colloca a metà strada tra le due pre-
cedenti. Questi dati suggerirebbero che effettivamente, anche al-
l’interno del campione maschile, la preferenza per una molteplicità
di rapporti si associa a un alto grado di commitment: vuoi perché la
partecipazione al mondo omosessuale organizzato è un’ottima oc-
casione per trovare partner, vuoi perché la forte adesione a questo
mondo corrisponde anche a un particolare stile di vita sul piano
della vita sessuale, come osservano coloro che preferiscono tenerse-
ne distanti. Tuttavia le cose non stanno del tutto così, se si guarda
a chi oggi ha una relazione stabile.
L’indice di commitment, infatti, è mediamente più alto per chi ha
una relazione stabile in tutte le classi di età maschili, tranne che
nell’ultima, che comprende uomini oltre i 50 anni. Solo per questi,
il livello medio di commitment si abbassa tra chi ha una relazione sta-
bile. In altri termini, sembra che l’appartenenza a comunità omo-
sessuali sostenga stili di vita e modi di essere omosessuali anche ab-
bastanza diversi, se non opposti, sul piano dei comportamenti ses-
suali e relazionali, piuttosto che promuoverne uno solo. O forse so-
stiene due diversi livelli o forme di trasgressione alla norma etero-
sessuale prevalente: la promiscuità dichiarata e la coppia omoses-
suale dichiarata.
Per le donne le relazioni tra commitment e atteggiamenti e com-
portamenti nei confronti delle relazioni di coppia sono molto me-
no evidenti. Per tutte le categorie del tipo di relazione preferita si
nota una distribuzione simile in relazione ai diversi livelli di commit-
ment. Per quanto riguarda coloro che hanno un rapporto di coppia
stabile, il livello medio di commitment aumenta per le classi di età ol-
tre i 33 anni. Si nota invece che, soprattutto per le coppie più gio-
vani (19-33 anni), una relazione stabile si accompagna mediamente
a un maggiore distacco dalla comunità omosessuale.
Non abbiamo rilevato alcuna relazione significativa tra orienta-
mento e appartenenza religiosa e grado di coinvolgimento nello sti-
le di vita omosessuale. Tuttavia si può notare che all’interno del
173

gruppo di uomini che dimostra un basso commitment il 59% è di fe-


de cattolica, mentre il 31% si dichiara non credente. Nella classe ad
alto commitment le parti sono invertite, poiché il 39% si dichiara cat-
tolico e il 41% non credente; in questo caso però la differenza è
più contenuta.
Per le donne la distribuzione è leggermente diversa. All’interno
del basso commitment si individua comunque una presenza consi-
stente di intervistate (46%) che si definiscono cattoliche, ma la per-
centuale di non credenti è più elevata rispetto agli uomini (39%).
Nel gruppo con alto commitment il 57% si dichiara di fede cattolica
e il 35% non credente.
In generale, quindi, sia tra gli uomini sia tra le donne essere cat-
tolici è più spesso associato a un basso grado di commitment. Tuttavia,
è consistente la presenza di cattolici anche tra coloro che, viceversa,
sono fortemente implicati nelle attività della comunità omosessuale.
Il coinvolgimento nella comunità omosessuale può esprimersi an-
che attraverso il sostegno a iniziative o persone che si battono per i
diritti degli omosessuali.
Non esiste, tuttavia, una particolare differenza per quanto ri-
guarda il commitment in relazione all’aver votato per candidati impe-
gnati nelle battaglie per i diritti di gay e lesbiche, in quanto per tut-
ti i livelli di coinvolgimento il campione maschile e quello femmi-
nile si scindono quasi perfettamente a metà tra le due modalità di
risposta. Per l’altro quesito politico, ovvero se si ritiene necessario
che un rappresentante delle associazioni gay e lesbiche sia eletto in
Parlamento, vi è pressoché unanimità tra gli intervistati: a prescin-
dere dal grado di coinvolgimento si dichiarano d’accordo con l’ele-
zione di un rappresentante delle associazioni.

1.2.2. «Commitment» e identità. Accettare o meno la propria identità


omosessuale significa comunque affrontare un cammino che può
avere caratteristiche molto diverse da persona a persona: c’è chi de-
cide di condurre una doppia vita, concedendo spazio a certe scelte e
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

a certi ambienti solo in precise occasioni, c’è chi invece fa della pro-
pria omosessualità un vessillo da esibire senza vergogna o pudore
contro il paradigma eterosessuale; c’è chi riesce a superare le diverse
crisi acquisendo un maggior senso di completezza e integrazione;
ma c’è anche chi si nasconde, chi non vuole ammettere di avere un
orientamento sessuale diverso da quello che dovrebbe essere e anco-
ra chi non riesce a collocarsi in una categoria sessuale ben precisa.
Si potrebbe ipotizzare, con Troiden (1988), che a definizioni
della propria identità sessuale differenti corrispondano gradi diver-
si di coinvolgimento in uno stile di vita tipicamente omosessuale e
174

che a una maggiore coerenza rispetto all’immagine di sé corrispon-


da un maggior grado di impegno e di coinvolgimento.
I risultati della nostra ricerca, tuttavia, segnalano interessanti dif-
ferenze tra uomini e donne che mettono abbastanza in discussione
la linearità prevista dal modello di Troiden, come dimostrano le
figure 3 e 49.
La figura 3, riferita al campione maschile, riporta sull’asse oriz-
zontale le diverse categorie di definizione del proprio orientamen-
to sessuale e sull’asse verticale i livelli di commitment. La combina-
zione delle due dimensioni indica, quindi, per ciascuna categoria
dell’autodefinizione, come si distribuiscono i soggetti in merito ai
livelli di coinvolgimento individuati. Ciò che possiamo notare subi-
to, osservando le mutazioni del livello di coinvolgimento in comu-
nità omosessuali in ciascuna categoria, è che se ci spostiamo dal ver-
sante dell’omosessualità a quello dell’eterosessualità il numero di
soggetti poco coinvolti aumenta in modo considerevole. Se tra gli
uomini che si definiscono esclusivamente omosessuali il 30% risulta
poco coinvolto in uno stile di vita omosessuale, questa percentuale
sale addirittura al 75% per chi si definisce prevalentemente etero-

Figura 3 – Relazione tra autodefinizione e commitment. Campione maschile


(N. casi = 259).
100
90
80 75
70
Livelli di commitment

60
52,2
50 48,6
43,4 43,4
40 34,8
30 29,6
25,0
21,8 Poco coinvolti
20
13,2 13,0 Mediamente
coinvolti
10
Molto coinvolti
0
Omosessuale Prevalentemente Tendenzialmente Prevalentemente
omosessuale bisessuale eterosessuale
Autodefinizione

9 La relazione è risultata significativa solo per il campione femminile, probabil-

mente per il fatto che nel campione maschile la numerosità dell’ultima categoria è
molto bassa, sotto la soglia minima richiesta dalla statistica chi quadro.
175

sessuale. Inoltre, i gradi di impegno medio e alto si contraggono


sensibilmente o tendono a scomparire (livello di alto commitment)
nella categoria di coloro che si definiscono prevalentemente etero-
sessuali. La percentuale più alta di soggetti che esprimono un livel-
lo alto di coinvolgimento si trova invece nella categoria di coloro
che si definiscono esclusivamente omosessuali (22%).
Per gli uomini, a un forte coinvolgimento in comunità omoses-
suali sembrerebbe quindi corrispondere una definizione più coeren-
te e stabile della propria identità omosessuale. Non soltanto il pro-
prio orientamento sessuale è descritto principalmente come esclusi-
vamente omosessuale, ma anche la propria biografia è ricostruita in
modo coerente: i primi segni del proprio orientamento sessuale adul-
to vengono fatti risalire a età più precoci, così come in età più preco-
ci è indicata la prima volta in cui si è dichiarata ad altri la propria
omosessualità. A valori alti di commitment corrispondono per gli uo-
mini età dichiarate più basse di scoperta e comunicazione dei propri
orientamenti omoerotici10. Nel campione femminile (figura 4), tut-
tavia, a parte il minor livello di coinvolgimento in comunità omoses-
suali, non sono coloro che si definiscono più univocamente omoses-
suali a mostrare i più elevati livelli di commitment, bensì coloro che si
definiscono «solo» prevalentemente omosessuali.
Per le donne, quindi, ad alti livelli di commitment corrisponde
una definizione meno esclusiva del proprio orientamento sessuale,
aperto anche, seppure in maniera subordinata, all’attrazione etero-
sessuale. La maggiore importanza attribuita dalle donne alle singo-
le relazioni affettive e sessuali nella definizione del proprio orienta-
mento sessuale pare quindi non venire meno anche in presenza di
un forte coinvolgimento in comunità omosessuali. Più in generale,
verrebbe da osservare che tra gli uomini appare più netta la neces-
sità di una rappresentazione di sé più definita, più coerentemente
univoca, «o di là o di qua», mentre le donne appaiono più disponi-
bili al mutamento, alla scoperta di dimensioni impreviste, più ricet-
tive alle trasformazioni indotte dall’esperienza delle relazioni.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Ancora una volta i risultati della nostra indagine mettono in evi-


denza come la tesi di un percorso lineare alla base della definizione
della propria identità sessuale sia abbastanza lontana dalla realtà. Esi-

10 Per quanto riguarda il momento della scoperta dell’omosessualità si è rintrac-

ciata una relazione significativa tra l’età in cui l’intervistato ha provato attrazione per
persone dello stesso sesso e il grado di coinvolgimento in uno stile di vita omoses-
suale (r = –0,205; p = 0,01; N. = 257), e tra quest’ultimo e l’età della prima confi-
denza dell’attrazione per persone dello stesso sesso (r = –0,204; p = 0,02; N. = 229),
limitatamente però al campione maschile.
176

Figura 4 – Relazione tra autodefinizione e commitment. Campione femminile


(N. casi = 249).
100
90
82,3
80
70
Livelli di commitment

65,2
60
51,5
50 47,7
40,9
40 37,1

30 26,1
Poco coinvolte
20 16,7
11,4 11,3 Mediamente
8,7 coinvolte
10
Molto coinvolte
0
Omosessuale Prevalentemente Tendenzialmente Prevalentemente
omosessuale bisessuale eterosessuale
Autodefinizione

ste, è vero, una certa tendenza tra gli intervistati che si considerano
esclusivamente omosessuali a un maggiore coinvolgimento nelle di-
verse comunità omosessuali, ma si tratta comunque di un fenomeno
sfaccettato, che assume sfumature diverse tra uomini e donne.
Anche le risposte alla domanda riguardante come l’intervistato
vorrebbe rinascere sembrano differenti nei due campioni se analiz-
zate in relazione ai tre livelli dell’indice.
Come possiamo constatare dalle figure 5 e 6, la percentuale di
soggetti, sia uomini sia donne, che hanno un basso coinvolgimento
aumenta passando dalla categoria «omosessuale» alla categoria
«eterosessuale». Per l’alto commitment si nota invece una sostanziale
e inaspettata uguaglianza, soprattutto tra gli uomini, tra orienta-
mento omosessuale ed eterosessuale.
Si tratta di due gruppi comunque abbastanza diversi, soprattutto
per quanto riguarda la costituzione delle reti sociali: tra coloro che
desiderano rinascere omosessuali, il 50% dichiara di avere cono-
scenze omosessuali dichiarate nell’ambito dei compagni di univer-
sità o dell’ambiente di lavoro. E la quasi totalità (il 90%) dei sog-
getti ha tra i propri amici e conoscenti omosessuali dichiarati. Sul-
l’altro versante, cioè tra coloro che desiderano rinascere eteroses-
suali, solo il 37% sostiene di conoscere, nei diversi ambienti di vita,
persone che hanno dichiarato apertamente la loro omosessualità.
Anche i luoghi frequentati sono diversi: nel primo gruppo preval-
177

Figura 5 – Relazione tra commitment e orientamento sessuale desiderato*. Cam-


pione maschile (N. casi = 253).
100
90
80
70
Livelli di commitment

60 57,1
53,8
50 48,7
42,0
40 38,6
28,6 30,8
30 24,2 22,0 20,5 19,3 Poco coinvolti
20 14,3 Mediamente
coinvolti
10
Molto coinvolti
0
Omosessuale Bisessuale Eterosessuale Non saprei
Orientamento sessuale desiderato

* La relazione è risultata significativa per il campione maschile (chi quadro = 12,833; p = 0,046).

Figura 6 – Relazione tra commitment e orientamento sessuale desiderato. Cam-


pione femminile (N. casi = 241).

100
90
80
70
Livelli di commitment

65,6
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

60
53,6
49,3
50 45,0 46,3
38,4 39,3
40
30 25,0
Poco coinvolte
20
12,3 Mediamente
7,1 9,4 8,8 coinvolte
10
Molto coinvolte
0
Omosessuale Bisessuale Eterosessuale Non saprei
Orientamento sessuale desiderato
178

gono come ambienti di incontro del partner le discoteche, mentre


nel secondo i locali omosessuali. Questo può anche dipendere dal-
la differenza di età, in quanto gli intervistati del primo gruppo han-
no un’età media di circa 30 anni, mentre quelli del secondo si as-
sestano intorno ai 38.
Rispetto all’orientamento sessuale desiderato prevale comun-
que, sia tra gli uomini sia tra le donne ad alto commitment, il deside-
rio di rinascere omosessuali.

2. «Coming out» e «commitment»: quale il legame?

Vi è un rapporto tra l’essere coinvolti in comunità omosessuali e


l’essere visibili come omosessuali? Secondo diversi autori tra cui lo
stesso Troiden, il coming out sarebbe da considerarsi una delle com-
ponenti del coinvolgimento, un momento importante che segnala
un primo passo verso l’accettazione e il consolidamento della pro-
pria identità sessuale.
La realtà, però, sembra essere ben più complessa e decisamente
meno lineare. I nostri dati, infatti, non consentono di fornire una
risposta univoca a queste domande. Al contrario esiste una serie di
intrecci tra coinvolgimento e visibilità della propria identità omo-
sessuale che rende ancora più evidente l’estrema complessità del
mondo omosessuale, difficilmente comprimibile in categorie pre-
definite o in stereotipi ormai superati.
Prima di riflettere sui legami esistenti tra i due concetti, è bene
soffermarsi un attimo a considerare da una prospettiva un po’ diver-
sa le scelte di visibilità che gli intervistati dichiarano di aver fatto.

2.1. Scelte di visibilità: esiste una propensione generale a rendersi visibili?

Decidere di dichiarare la propria omosessualità in contesti eteroses-


suali è una scelta complessa che, come abbiamo visto, si può decli-
nare attraverso strategie differenti.
L’indice di visibilità che è stato messo a punto ha lo scopo di ri-
leggere le differenze nelle strategie di visibilità già evidenziate tra
uomini e donne nei precedenti capitoli rispetto a una tendenza più
generale al rendersi visibili. Tra gli indicatori importanti per moni-
torare la propensione generale alla visibilità, oltre alla famiglia e al
lavoro sono anche stati inclusi ambiti quali lo sport e le associazio-
ni o le organizzazioni (non gay/lesbiche).
Per quanto riguarda la visibilità nello sport (praticato nell’ulti-
mo anno dal 42% degli uomini e dal 44% delle donne, per agoni-
179

smo da queste ultime più sovente che dagli uomini), per la mag-
gioranza di uomini (56%) e donne (55%) i compagni di squadra
non sono a conoscenza della loro omosessualità, e per una maggio-
ranza ancora più ampia (71% degli uomini e 65% delle donne) non
lo sono gli allenatori o gli istruttori. Si può notare, comunque, che
le donne sono più visibili nel mondo dello sport rispetto agli uomi-
ni. Mentre per un’ampia proporzione di questi ultimi soltanto una
minoranza (o uno solo) dei compagni di squadra o di sport, ma an-
che degli allenatori o istruttori, sa della loro omosessualità, per le
donne è più frequente che lo sappiano tutti (tutte, se si tratta di
squadre femminili).
Riguardo alla visibilità nelle associazioni non gay o lesbiche a cui
partecipano, tra i rispondenti quasi la metà, in misura simile uomi-
ni (49%) e donne (44%), si dichiara per nulla visibile, mentre il
20% ritiene che la propria omosessualità sia conosciuta da tutti o
quasi. Confrontando questi dati con quelli sui colleghi di lavoro, si
nota come la visibilità nelle associazioni sia inferiore, soprattutto
per gli uomini11.
Nell’indice, inoltre, sono state comprese le risposte riguardanti
scelte generali di maggiore o minore visibilità in situazioni caratte-
rizzate da diffidenza o discriminazione verso gli omosessuali, non-
ché la frequenza di manifestazioni di affetto verso il proprio part-
ner in pubblico (si veda il capitolo quinto).

2.2. Differenze di genere e mutamenti nel tempo: come cambia la visibilità

Una prima interessante differenza che si riscontra tra i due campio-


ni, opposta, anche se meno marcata rispetto a quanto succede per
il commitment, riguarda i diversi livelli di visibilità espressi da uomini
e donne. La propensione sembra infatti essere maggiore tra le don-
ne (visibilità media 5,6 rispetto a 5,2 del campione maschile).
Anche l’indice di visibilità è stato tradotto in tre livelli (poco vi-
sibile, abbastanza visibile, molto visibile), che consentono di con-
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fermare l’impressione secondo cui il campione maschile si dimostra


meno visibile.
Esaminando la figura 7, possiamo osservare che nella fascia di
visibilità medio-alta si collocano il 57% degli uomini e il 66% delle

11 Il confronto con i colleghi indica anche che nelle associazioni è meno fre-

quente la dichiarazione spontanea, rispetto al posto di lavoro: la maggioranza di chi


si descrive come visibile lo ha dichiarato spontaneamente, ma c’è anche una porzio-
ne, maggiore tra le donne (22% contro il 17% degli uomini), che lo ha semplice-
mente fatto capire.
180

Figura 7 – Livelli di visibilità distinti per genere (N. casi = 262 per gli uomini;
N. casi = 252 per le donne).
50
45 43,1
40 39,3

35 33,7 34,0

30
Percentuali

27,0
25 22,9
20
15
10
5 Uomini
Donne
0
Poco visibile Abbastanza visibile Molto visibile

donne, una differenza di circa 10 punti percentuali che si ripropo-


ne anche nel livello più basso.
Si tratta di un risultato per certi versi sorprendente relativamen-
te a quanto abbiamo rilevato in precedenza circa la minore visibilità
delle lesbiche, rispetto ai gay, in famiglia o sul posto di lavoro. Esso
segnala come le diverse componenti della visibilità possano combi-
narsi in modo complesso: alla scarsa visibilità in alcuni ambiti può
corrispondere una maggiore visibilità come omosessuali in altri, per
le donne ad esempio nello sport, o una maggiore propensione a ge-
sti visibili di affetto verso la partner. Potremmo dire che le lesbiche
hanno una visibilità più diffusa, ma anche meno intensa, specie ne-
gli ambiti di vita socialmente più rilevanti: appunto la famiglia e il
lavoro.
Per quanto riguarda l’età, si è visto che non esiste una relazione
lineare con il grado di visibilità. Ma, analogamente a quanto succe-
de per il commitment, si possono rintracciare informazioni interes-
santi controllando i valori medi di visibilità per classe di età.
Anche se non disponendo di dati longitudinali non possiamo
stabilirlo con certezza, scorrendo la figura 8 si direbbe che il grado
di visibilità sia in relazione con la fase di vita in cui si trovano gli in-
tervistati. In effetti, se consideriamo le donne, possiamo notare che
le intervistate più giovani hanno un livello medio di visibilità piut-
tosto basso rispetto a quello di tutto il campione (5,6). Se si passa
alle classi di età successive questo indicatore cresce progressivamen-
181

Figura 8 – Livello medio di visibilità per genere e classi d’età.


7 6,658
6,265 6,062
5,81
6 5,357
4,956
5 5,653 5,645
Grado di visibilità

5,558
5,078 4,808
4 4,631
4,227
3
2
1 Uomini
Donne
0
19-23 anni 24-28 anni 29-33 anni 34-38 anni 39-43 anni 44-49 anni* 50-67 anni
Classi di età
* Classe 44-65 anni per il campione femminile.

te e raggiunge il suo valore più elevato intorno ai 36 anni (classe


34-38 anni) per poi abbassarsi leggermente, rimanendo comunque
vicino alla media generale.
Per gli uomini l’andamento è leggermente diverso in quanto i
valori massimi di visibilità sono raggiunti dai soggetti più adulti
(classe 44-49 anni) e gli scarti dalla media del gruppo nella sua to-
talità sono più consistenti. Si può tuttavia individuare un trend
orientato alla crescita del grado di visibilità, soprattutto a partire
dai 30 anni, che raggiunge il suo apice verso i 45-46 anni. L’ultima
classe è invece quella dove si possono evidenziare maggiormente gli
effetti dovuti alla coorte: si tratta infatti di uomini nati tra il 1935 e
il 1950, anni in cui sicuramente la società italiana offriva ben poche
possibilità di manifestarsi in quanto gay, o anche solo di ricono-
scersi come omosessuali.
Per la visibilità in generale si ritrova inoltre, limitatamente agli
uomini, ciò che abbiamo già constatato rispetto al posto di lavoro: i
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

laureati si concentrano maggiormente nella categoria di bassa visi-


bilità (49%)12.
Rispetto alla vita affettiva e sessuale, sia per le donne sia per gli
uomini esiste una relazione positiva tra il grado di visibilità e il nu-
mero di partner avuti nel corso della vita (tabella 5).
12 Per quanto concerne il titolo di studio non emerge tuttavia una relazione li-

neare con i diversi livelli di visibilità, né gli anni di istruzione sembrano in rapporto
con l’indice. Si è invece individuata una relazione significativa e positiva tra il grado
di visibilità della propria omosessualità e il reddito individuale per il campione ma-
schile (risultati r = 0,173; p = 0,006).
182

Tabella 5 – Correlazioni tra visibilità e numero di partner dichiarati dagli


intervistati.

Grado di visibilità N. partner in un anno N. partner nella vita


Uomini r = 0,206 p = 0,001 N. casi = 256

Donne r = 0,219 p = 0,001 N. casi = 243 r = 0,249 p = 0,000 N. casi = 247

Se consideriamo le preferenze relative al tipo di relazione – stabile


di coppia, stabile di coppia e partner occasionali, solo partner oc-
casionali – notiamo che tra gli uomini i più visibili sono coloro che
apprezzano situazioni di coppia con eventuali partner occasionali,
mentre tra le donne le più visibili sono coloro che prediligono un
rapporto di coppia esclusivo.
Se, inoltre, selezioniamo coloro che hanno effettivamente instau-
rato una relazione stabile possiamo constatare un aumento della
propensione generale a rendere visibile la propria omosessualità13.
Infatti, sia nel campione maschile sia in quello femminile tra le
persone che attualmente hanno una relazione stabile aumenta no-
tevolmente il numero di soggetti ad alto grado di visibilità: si passa
dal 23% circa di soggetti poco visibili al 37% di intervistati molto vi-
sibili per gli uomini e dal 27 al 42% per le donne (tabella 6). Inol-
tre, si dimezza la percentuale di soggetti nascosti e aumenta quella
dei soggetti situati a metà strada tra la bassa e l’alta visibilità.
Rispetto invece all’orientamento religioso l’unica tendenza che
si riscontra in entrambi i campioni è relativa al fatto che all’interno
del gruppo di non credenti la percentuale di soggetti molto visibili

Tabella 6 – Frequenze relative alla visibilità degli intervistati che attualmente


hanno una relazione stabile.

Livelli di visibilità relativi Livelli di visibilità relativi


alle persone con relazione stabile a tutto il campione
Uomini Donne Uomini Donne
Poco visibile 23 12 43 34
Abbastanza visibile 41 46 34 39
Molto visibile 37 42 23 27
N. casi (131) (139) (262) (252)

13 Questo legame, come si ricorderà, emerge anche per il commitment, soprattut-

to per il campione maschile.


183

è decisamente più alta rispetto alla classe corrispondente nel grup-


po di cattolici. Inoltre, sono soprattutto gli uomini di fede cattolica,
tra le varie confessioni, a dimostrare una certa tendenza a non ren-
dere pubblico il proprio orientamento sessuale.
Se ci concentriamo sull’impegno pubblico, e in particolare sul-
l’orientamento politico e la partecipazione politica, si riscontra una
maggiore tendenza nell’elettorato di centro-destra a rimanere na-
scosto e a non dichiarare apertamente la propria omosessualità. Bi-
sogna comunque precisare che il campione è sbilanciato verso sini-
stra e che l’elettorato di destra e centro-destra è numericamente in-
feriore. Nonostante ciò si percepisce nel campione maschile una re-
lazione inversa tra il voto a destra e il grado di visibilità espresso.
La propensione alla visibilità sembra anche legata all’adesione a
un progetto politico di difesa dei diritti di gay e lesbiche. Infatti, tra
gli uomini poco visibili il 46% sostiene di aver votato per un candi-
dato impegnato in battaglie per i diritti di gay e lesbiche e il 54% di-
chiara di non averlo mai fatto, mentre tra i molto visibili vi è il 67%
che si è espresso a favore del candidato e il 33% che non l’ha mai fat-
to. Per le donne, anche se in modo un po’ più sgranato, si rintraccia
una relazione analoga.

2.3. Visibilità e identità

Il coming out, nelle sue diverse forme e sfumature, rappresenta una


fase importante nel processo di formazione e consolidamento della
propria identità omosessuale (Dank, 1971; Ponse, 1978; Troiden,
1988). Un’ipotesi da verificare è se dichiararsi gay o lesbica con le
persone con cui si condividono diversi ambiti di vita richieda il rag-
giungimento di un buon livello di accettazione del proprio orienta-
mento sessuale.
Si è cercato quindi di capire attraverso i dati se, anche nei nostri
due campioni, esiste una relazione tra la concezione che il soggetto
ha di sé e il suo grado di visibilità come omosessuale.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Uomini e donne ancora una volta manifestano comportamenti e


atteggiamenti diversi. In particolare, per queste ultime la visibilità
appare meno strettamente legata a una definizione più esclusiva del
proprio orientamento sessuale (figure 9 e 10).
Sono in maggioranza più visibili (abbastanza o molto) soltanto
gli uomini che si dichiarano esclusivamente omosessuali, mentre la
visibilità si riduce fortemente con definizioni più sfumate: addirit-
tura la maggioranza di chi si definisce prevalentemente omosessuale è
poco visibile. Anche tra le donne la definizione di sé come esclusi-
vamente omosessuale si accompagna, più frequentemente e in mi-
184

Figura 9 – Relazione tra autodefinizione e visibilità. Campione maschile (N. ca-


si = 260).

100
100
90
80
69,6
70
Grado di visibilità

60
52,8
50
40 38,5
35,8
30 25,7 24,5 22,6 21,7 Poco visibili
20
Abbastanza
8,7 visibili
10
Molto visibili
0
Omosessuale Prevalentemente Tendenzialmente Prevalentemente
omosessuale bisessuale eterosessuale
Autodefinizione

sura maggiore che per gli uomini, a una maggiore visibilità. Se ac-
corpiamo coloro che risultano abbastanza e molto visibili raggiun-
giamo circa l’80%, contro il 64% del campione maschile. Tuttavia,
tra le donne sono coloro che si dichiarano prevalentemente omo-
sessuali ad avere il più alto grado di visibilità. Infine, per quanto av-
vicinandosi all’eterosessualità il numero di coloro che risultano po-
co visibili aumenti considerevolmente, nell’ultima categoria di don-
ne che si riconoscono prevalentemente eterosessuali è possibile co-
munque trovare soggetti che esprimono livelli medio-alti di visibi-
lità, fenomeno che nel campione maschile non si verifica.
Riguardo alla ricostruzione del percorso di scoperta o definizio-
ne della propria omosessualità, in entrambi i campioni si riscontra-
no relazioni significative in rapporto all’età della prima attrazione
omoerotica e all’età della prima confidenza; in più, per il campione
maschile sono significative le relazioni tra visibilità ed età della pri-
ma definizione come omosessuale e del primo rapporto eteroses-
suale. Si tratta di relazioni negative (tabella 7). Quindi sembrereb-
be che gli uomini che non nascondono agli altri il proprio orienta-
mento omosessuale, e dunque sono visibili, collochino tappe decisi-
ve per la scoperta e l’accettazione della propria omosessualità in età
più basse, attribuendo quindi maggiore stabilità al proprio orienta-
mento. Questo non si verifica invece tra le donne.
185

Figura 10 – Relazione tra autodefinizione e visibilità. Campione femminile (N.


casi = 251).
100
90
83,3
80
70
Grado di visibilità

60,9
60
51,1
50
42,3
40 35,1
30 28,4
20,5 22,7 21,7 Poco visibili
20 17,4
11,1 Abbastanza
visibili
10 5,6
Molto visibili
0
Omosessuale Prevalentemente Tendenzialmente Prevalentemente
omosessuale bisessuale eterosessuale
Autodefinizione

Tabella 7 – Correlazioni risultate significative tra visibilità ed età in cui è avve-


nuta la scoperta dell’omosessualità.

Visibilità
Uomini Donne*
Età prima attrazione r = 0,220 p = 0,00 N. casi = 257 r = 0,174 p = 0,00 N. casi = 246
Età prima confidenza r = 0,219 p = 0,00 N. casi = 229 r = 0,209 p = 0,00 N. casi = 233
Età prima definizione
come omosessuale r = 0,222 p = 0,00 N. casi = 250
Età primo rapporto
omosessuale r = 0,163 p = 0,01 N. casi = 250
* Per il campione femminile sono state riportate solo le relazioni statisticamente significative.
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3. La complessità delle forme di coinvolgimento nel mondo omosessuale


e delle loro relazioni con le strategie di visibilità

Essere coinvolti vuol dire anche essere visibili?


Nonostante sia piuttosto arduo ricostruire un quadro sistematico
delle variazioni e degli intrecci che mettono in relazione le diverse
forme di coinvolgimento con la propensione a manifestare pubbli-
camente la propria omosessualità, possiamo provare a rintracciare
186

alcuni legami interessanti. In primo luogo, il nesso tra commitment e


visibilità è più chiaro e univoco tra le donne, ove chi ha un alto com-
mitment tende anche a essere molto visibile. Una forte appartenen-
za a comunità omosessuali può infatti anche essere percepita come
una risorsa per affrontare la decisione di uscire allo scoperto. Em-
blematica in questo senso è la testimonianza di Barbara, 35 anni:

Sicuramente [frequentare luoghi omosessuali] mi ha aiutato sempre


più a darmi visibilità. Non mi sono mai nascosta, ma non lo dicevo, ho
sempre pensato che chi voleva capire poteva capire e chi non aveva vo-
glia di capire probabilmente non avrebbe capito, non mi sentivo di dir-
lo. Invece, con il tempo, anche volendo dare maggior spessore, signifi-
cato alle relazioni che via via creavo, mi sono resa conto che questa co-
sa era necessaria, perché è la mia vita, un aspetto grande della mia vita
e quindi se io condivido qualcosa con delle persone non mi va di na-
scondere una parte di me.

Tra gli uomini invece il nesso è meno lineare. Non si può dire, quin-
di, che il coinvolgimento in comunità omosessuali comporti neces-
sariamente scelte di alta visibilità, obiettivo che resta fondamentale
per il movimento omosessuale (Seidman, Meeks, Traschen, 1999).
In secondo luogo, per uomini e donne commitment e visibilità sono
spesso collegati in modo diverso alla propria identità e ai propri at-
teggiamenti ed esperienze. In particolare, sono diverse le relazioni
tra livelli di commitment e visibilità e definizione del proprio orienta-
mento sessuale. Forte coinvolgimento in comunità omosessuali e al-
ta visibilità tendono a corrispondere, per gli uomini, a una defini-
zione più coerente e stabile della propria identità come esclusiva-
mente omosessuale. Per le donne corrispondono invece a defini-
zioni meno esclusive del proprio orientamento sessuale, anche aper-
te, eccezionalmente, a relazioni eterosessuali.
Infine, Torino rappresenta una realtà particolare, per la lunga e
forte presenza del movimento omosessuale e per l’ampia disponi-
bilità di locali, se confrontata con altre situazioni italiane, ma an-
che per l’importante storia e la vivacità del movimento femminista.
Quanto è emerso nella nostra ricerca sui modi in cui il coinvolgi-
mento in comunità omosessuali si intreccia con altre dimensioni
della vita delle persone omosessuali può quindi essere legato a spe-
cificità del contesto torinese.
CAPITOLO SETTIMO

OMOFOBIA ED ETEROSESSISMO NELLE VITE DI GAY E LESBICHE

L’eterogeneità dei modi di percepire e di vivere desideri, relazioni


e identità omosessuali emersa nella ricerca torinese è attraversata da
un filo rosso: la comune esperienza di una società in cui all’omo-
sessualità è associato uno stigma negativo. Che si scelga di rendersi
visibili come gay, lesbiche o bisessuali, o di nascondere il proprio
orientamento sessuale, lo sforzo di gestire questo stigma in ogni
ambito – in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle altre relazioni socia-
li – diviene nel corso della vita parte integrante della propria iden-
tità (si veda anche Cohler, Galatzer-Levy, 2000).
D’altra parte, anche l’esperienza di reazioni negative verso l’omo-
sessualità e la stessa percezione di quanto certi atti o certe pratiche
istituzionali siano stigmatizzanti o discriminatori non sono uguali
per tutti, in tutti i contesti e lungo tutta la vita.

1. Un incerto vocabolario di accettazione

Tra i concetti più utilizzati per indicare l’ostilità sperimentata nei


diversi ambiti in cui le persone si trovano a vivere come gay, lesbi-
che o bisessuali vi sono quello di omofobia e di eterosessismo.
Il concetto di omofobia, proposto in ambito psicologico da Wein-
berg alla fine degli anni Sessanta, è divenuto il principale riferi-
mento per designare atteggiamenti e comportamenti individuali ne-
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gativi verso l’omosessualità: indica le reazioni di avversione, paura,


disgusto, rabbia, disagio verso le persone e lo stile di vita omoses-
suale (Herek, 2000b). Questo concetto ha il limite di definire il pre-
giudizio contro gay e lesbiche come un orientamento individuale e,
qualificandolo come fobia, anche come irrazionale e patologico. Si
rischiano così di perdere le radici sociali dello stigma associato al-
l’omosessualità (Kitzinger, 1996).
Un concetto che fa riferimento «alle ideologie sociali e alle for-
me di oppressione istituzionalizzata delle persone non eterosessua-
li» (Herek, 2000b, p. 20) è, invece, quello di eterosessismo. Coniato
188

nell’ambito dei movimenti omosessuali, questo concetto è stato


concepito per indicare un parallelo tra le forme di pregiudizio e di-
scriminazione subite da gay e lesbiche e quelle subite da altri grup-
pi, sotto forma, ad esempio, di sessismo o di razzismo. Il termine
eterosessismo, quindi, si riferisce a forme di discriminazione meno
esplicite delle manifestazioni di omofobia, ma più pervasive, nelle
interazioni quotidiane come nelle istituzioni (si veda anche Green-
berg, 1988). L’eterosessualità quale modello di normalità, superio-
re e/o più «naturale» rispetto all’omosessualità (Morin, 1977; Katz,
1995), è parte integrante dei ruoli di genere, così come sono pre-
scritti e previsti, come si è visto nei capitoli precedenti, nelle fami-
glie, nella scuola o sul posto di lavoro, dal diritto di famiglia e dai
programmi scolastici.
Se appellativi come «frocio» o «finocchio» restano generalmen-
te, come ricorda Pietrantoni (1999), «l’offesa peggiore» che si pos-
sa ricevere (per un uomo), l’omofobia, almeno nelle sue forme più
manifeste, sembra aver perso gran parte della sua legittimità nella
società italiana. Accanto ai più o meno imbarazzati «distinguo» –
«Non ho nulla contro, ma…», «Sono persone come tutti, ma…» –
che comunque segnalano una difficoltà non solo ad accettare, ma
anche a condannare, guadagnano visibilità e legittimità forme di
presa di distanza da espressioni di aperta ostilità e condanna mora-
le verso l’omosessualità, così come da pratiche discriminatorie nei
confronti di gay e lesbiche.
È quanto emerge, almeno, da ricerche realizzate negli ultimi an-
ni in Italia. Da una ricerca condotta dall’IPSOS (1999), su un cam-
pione di 450 adulti, risultò ad esempio che la maggioranza degli in-
tervistati riteneva che l’omosessuale fosse «una persona normale
con gusti diversi dalla media» (66%); che l’omosessualità fosse un
modo di vita accettabile (83%); che una relazione tra persone del-
lo stesso sesso non fosse una questione morale (66%, rispetto al
24% che la riteneva moralmente sbagliata); e che certamente non
avrebbe avuto difficoltà a stringere amicizia con un gay (53% degli
uomini e 72% delle donne) o con una lesbica (56% di uomini e
donne). In questa stessa ricerca, la maggioranza del campione era
inoltre favorevole al fatto che gli omosessuali esercitino professioni
quali il maestro elementare (67%), all’introduzione di leggi che ga-
rantiscano agli omosessuali parità di trattamento sul posto di lavoro
(95%) e al riconoscimento giuridico della coppia omosessuale
(57%). Una minoranza sosteneva l’estensione a gay e lesbiche della
possibilità di adottare un bambino (27%). L’atteggiamento di ac-
cettazione era più diffuso tra le donne rispetto agli uomini, a con-
ferma di quanto rilevato dalla letteratura internazionale sugli atteg-
189

giamenti rispetto all’omosessualità (LaMar, Kite 1998; Scott, 1998;


Herek, 2000a).
I mutamenti negli atteggiamenti verso l’omosessualità sembrano
essere particolarmente evidenti tra i giovani. Secondo ricerche con-
dotte negli anni Ottanta e Novanta, tra questi, coloro che ritengo-
no l’omosessualità un comportamento eticamente ammissibile sono
passati in 13 anni da un terzo alla metà (Buzzi, 1998). Nell’analiz-
zare i risultati della sua indagine sulla sessualità tra i giovani, Garel-
li (2000, p. 221) sostiene che la grande maggioranza dei giovani
non si limita ad atteggiamenti di «pura tolleranza» dell’omosessua-
lità, ma esprime una «definizione in positivo»: «L’eterosessualità
sembra aver perso il suo carattere esclusivo, e la sessualità diventa
una variabile, come una qualità che può essere coniugata in modo
diverso a seconda della condizione soggettiva».
Anche nei focus groups con pubblici qualificati realizzati nel cor-
so della nostra ricerca prevale la consapevolezza dell’esistenza di un
vocabolario relativamente nuovo da utilizzare rispetto all’omoses-
sualità, che prevede accettazione e presa di distanza riguardo alle
discriminazioni subite da gay e lesbiche. Di questo vocabolario si
possiedono però solo vagamente termini e argomentazioni, e non si
conoscono chiaramente i nuovi confini di ciò che può essere consi-
derato legittimo e viceversa di ciò che è illegittimo dire e fare (se
non pensare).
I termini di questo nuovo vocabolario non sono quindi definiti,
e le soglie di accettazione non sono stabilite, nel corso degli scam-
bi, durante i quali vengono isolate posizioni non legittime, più aper-
tamente discriminatorie. L’inizio di uno di questi focus groups ne è
un esempio:

Sergio (operatore culturale): Mi viene subito da dire [che l’omosessualità è


diffusa] in modo preoccupante, da quanto sappiamo […]. Girando an-
che per il mondo, in Marocco mi sembra spaventosa, questa diffusione
di omosessualità. Spesso si vedono girare uomini mano nella mano ecc.
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Poi altre… E così anche in Sud America mi pare che sia abbastanza
estesa. Qui da noi ogni tanto si hanno delle sorprese – poi racconterò
alcuni piccoli fatterelli che denotano un po’, cioè le nostre piccole
esperienze, non è che abbiamo delle grandi […]. Quindi di primo ac-
chito mi sembra che sia abbastanza… non più sommersa come prima,
ma molto più alla luce.
Paolo (consulente editoriale): Sì, ritengo che sia più visibile, però non lo tro-
vo né preoccupante, né minaccioso; anzi, trovo molto positivo che emer-
ga. Peraltro, penso che non emerga molto, al di là di tutto. Mi domando
che cosa costa ai portatori di questa condizione di minoranza il dover
continuare a dissimulare la propria identità. Secondo me è un elemento
190

di grave… su cui io ho qualche conoscenza specifica, di amici omoses-


suali che mi hanno raccontato le loro storie terribili. Per cui il fatto che
ci sia una pressione sociale che impedisce loro di dichiarare se stessi pen-
so che continui a essere un fatto grave che sussista pesantemente.
Cristina (giornalista): Anch’io devo dire che non sono d’accordo sulla
definizione di preoccupante.
Sergio: Infatti è impropria. Confesso che… perché mi è scappata così,
poi lo spiegherò dopo il perché.
Cristina: No, volevo dire anch’io che conosco molte, moltissime realtà di
persone omosessuali e conosco anche la sofferenza che comporta que-
sta condizione, per cui dire, così, che possa emergere, che l’omosessua-
le possa dichiararsi nella società da una parte mi sembra ancora un mi-
raggio, viste le condizioni generali. Dall’altra direi che sarebbe assoluta-
mente positivo che potesse avvenire per tutti, essere visibili e poter vi-
vere quello che si è alla luce del sole.

Non solo il contesto della discussione, ma anche la percezione del-


l’illegittimità sociale di dichiarazioni di intolleranza o di approvazio-
ne delle discriminazioni verso gli omosessuali inducono Sergio, nel-
lo sviluppo successivo della discussione, a giustificarsi ulteriormente
per il proprio atteggiamento negativo, pur non cambiando, in fon-
do, opinione sulla pericolosità sociale del fenomeno omosessualità:

Sergio (operatore culturale): Mi spiace di essere magari considerato fuori


dal coro. Però ho esordito malissimo […]. Ho vissuto un periodo in un
teatro, dove noi eravamo in minoranza, addirittura. Era così, un am-
biente… si cercavano tra di loro, e proprio la testa del teatro era pro-
prio marcatamente omosessuale. Quindi non ho mai avuto problemi
[…]. Cioè la mia espressione prima, di dire preoccupante, era a salva-
guardia della specie.

D’altra parte, il discorso pubblico è messo a confronto con le pro-


prie percezioni, esperienze, aspettative: alla sperimentazione del
nuovo vocabolario corrisponde anche l’esplorazione delle proprie
personali soglie di accettazione. Ciò è visibile ad esempio nei modi
in cui cambiano le posizioni in base al grado di prossimità rispetto
alla propria esperienza. Mentre per figure professionali quali il pro-
prio medico prevalgono espressioni del tipo: «Non vedo dove sta il
problema» o «Ci mancherebbe altro», è riguardo al proprio figlio
che sono espresse le maggiori difficoltà e confrontati più aperta-
mente i propri personali limiti rispetto alle posizioni percepite co-
me socialmente legittime.
Al di là di queste variazioni, un modo ricorrente di definire le
soglie di accettabilità è rappresentato dal riferimento alla divisione
tra sfera pubblica e sfera privata, già descritte riguardo alla presen-
191

za di omosessuali nelle scuole o in altri posti di lavoro. L’omoses-


sualità è considerata lecita come comportamento privato, mentre è
spesso stigmatizzata quando espressa pubblicamente e in particola-
re quando la visibilità pubblica si combina con l’elemento della li-
bera scelta, cioè quando l’omosessualità è affermata pubblicamente
come scelta consapevole di cui viene rivendicata la legittimità. Si ri-
scontra qui una persistenza rispetto a una tradizione italiana in cui
l’omosessualità non è stata tanto criminalizzata, quanto negata nel-
la sfera pubblica ma tollerata in quella privata (Rossi Barilli, 1999;
Dall’Orto, 1988).
In questa prospettiva, non emergono quindi i costi delle scelte
di nascondimento e della mancanza di legittimazione sociale, che
rappresentano invece, come si è visto, un aspetto importante nelle
esperienze dichiarate delle persone omosessuali. Insomma, anche
se atteggiamenti e comportamenti omofobi hanno perso in gran
parte legittimità, il confinamento dell’omosessualità nell’ambito
privato consente insieme di confermarne e di non metterne in di-
scussione il carattere di comportamento deviante rispetto alla nor-
ma eterosessuale.
Dalle poche indicazioni sulle differenze di atteggiamento verso
l’omosessualità maschile e femminile rintracciabili nelle ricerche
esistenti (IPSOS, 1999), come dai nostri focus groups, emerge come sia
l’omosessualità maschile, in primo luogo, il fenomeno con il quale
ci si confronta e rispetto al quale si definiscono le proprie posizio-
ni. È sull’omosessualità maschile che si rivelano gli stereotipi più
consolidati, quali l’attribuzione ai gay di caratteri generalmente as-
sociati alla femminilità: senso artistico, attenzione per la cura della
casa, emotività, sensibilità. L’omosessualità femminile resta un fe-
nomeno dai contorni più vaghi, meno oggetto di stereotipi, poco
conosciuto se non per esperienza personale e poco considerato se
non riguardo alla questione della genitorialità.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

2. Esperienze di violenza e discriminazioni

Per quanto più socialmente accettata, o forse meglio tollerata, di un


tempo, l’omosessualità continua a essere un’esperienza rischiosa,
letteralmente, per chi la vive. L’aver subito, almeno una volta, ma-
nifestazioni violente di omofobia è un fenomeno diffuso tra i gay e
le lesbiche del campione torinese. La maggioranza degli uomini
(133 casi corrispondenti al 51%) e un terzo delle donne (83 casi
corrispondenti al 33%) denuncia di aver subito almeno un episodio
di violenza per il fatto di essere omosessuale, sotto forma di aggres-
192

sione fisica o verbale, minaccia, ricatto o estorsione, oppure ancora


maltrattamenti da parte di forze di polizia1.
Si tratta, in gran parte, di aggressioni soprattutto verbali subite
per strada o in locali pubblici non destinati al pubblico omosessua-
le (tabella 1). Per gli uomini, a essere teatro di violenze subite è an-
che una situazione più specifica, quella dei luoghi di battuage, che
sono spazi maschili di incontri sessuali. In questi ambienti, oltre al-

Tabella 1 – Aggressioni subite da gay e lesbiche per ragioni legate all’omoses-


sualità (valori percentuali).

Luogo Aggressioni subite Uomini* Donne*


A casa propria Aggressioni fisiche 4 5
Aggressioni verbali 19 39
Minacce, ricatti 5 10
Maltrattamenti da parte della polizia 0,7 1
A casa d’altri Aggressioni fisiche 1,5 –
Aggressioni verbali 11 11
Minacce, ricatti 0,7 –
Maltrattamenti da parte della polizia 0,7 1
Per strada Aggressioni fisiche 4 4
Aggressioni verbali 49 48
Minacce, ricatti 3 2
Maltrattamenti da parte della polizia 7,5 1
In luoghi di battuage Aggressioni fisiche 13,5 –
Aggressioni verbali 14, –
Minacce, ricatti 4,5 –
Maltrattamenti da parte della polizia 10,5 –
In locali gay/lesbici Aggressioni fisiche 2 2
Aggressioni verbali 10 12
Minacce, ricatti 0,7 1
Maltrattamenti da parte della polizia 2 1
In altri locali pubblici Aggressioni fisiche 2 1
Aggressioni verbali 18 23
Minacce, ricatti 0,7 –
Maltrattamenti da parte della polizia 1,5 –
In altri luoghi Aggressioni fisiche 1,5 1
Aggressioni verbali 4 6
Minacce, ricatti – 2
Maltrattamenti da parte della polizia – 1

* Valori percentuali calcolati in base al numero di casi validi.

1 Queste modalità sono state inserite nel questionario in base alle indicazioni sul-

le forme di violenza più diffuse fornite dalle organizzazioni omosessuali e fondate tra
l’altro sulla loro esperienza di gestione del servizio di aiuto telefonico.
193

le aggressioni verbali, gli uomini denunciano diversi episodi di vio-


lenza fisica (18 casi) da parte di altri frequentatori e di maltratta-
menti da parte delle forze di polizia (14 casi).
Il rischio di subire aggressioni nei luoghi di battuage è ben pre-
sente ai loro frequentatori; è un’eventualità da mettere in conto:

Ho subito ingiurie e minacce nei posti di battuage nel senso che mi han-
no rubato il portafoglio, mi hanno rubato l’orologio, mi hanno minac-
ciato con la pistola, però questo rientra nei rischi del giro, non avviene
certo nei luoghi di lavoro (Marco, 56 anni).

Negli incontri occasionali, i gay possono rischiare anche la vita. Se-


condo la rilevazione effettuata da Pini (2002) su alcuni principali or-
gani di informazione, nella sola città di Torino, dal 1999 al 2001 so-
no stati commessi almeno 10 omicidi di gay, ossia «quei delitti in cui
la vittima è omosessuale, morto per cause direttamente legate alla
sua sessualità». Sono tutti omicidi avvenuti in casa della vittima. Nel-
la maggioranza dei casi, «si compiono in momenti molto prossimi a
un rapporto sessuale, e il partner assassino è spesso un prostituto o
una persona che si accompagna per interesse» (Pini, 2002, p. 6). Si
tratta solitamente di un giovane, sempre più spesso immigrato clan-
destino, che si considera eterosessuale e che ha accettato l’incontro
occasionale per soldi, curiosità, o anche per vendicarsi di essere stato
cercato a questo scopo.
Questi delitti – a differenza delle rapine anche con l’uso di mezzi
violenti che pure rappresentano un rischio in queste situazioni, ma
che non hanno necessariamente un carattere omofobo – sono ge-
neralmente interpretati come espressione di violenza omofoba, che
l’omicida scatena verso il gay con cui ha acconsentito ad avere rap-
porti sessuali, ma che odia e disprezza.
Se le aggressioni legate alla ricerca di partner occasionali sono
esperienze quasi esclusivamente maschili, le donne possono essere
oggetto di aggressione anche solo per il loro fatto di essere visibili
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

come «donne sole».


Carla, 43 anni, racconta ad esempio un episodio di tentata vio-
lenza, avvenuta nello spazio privato di una casa:

Io e Pia eravamo in una casa al mare e sono venute otto persone per-
ché sapevano che c’erano delle donne lì… Probabilmente si sono fatti
dei film sulle donne lesbiche anche loro e sono venuti su in otto. La
mia reazione è stata assolutamente paralizzata… mi sono trovata para-
lizzata, non sono riuscita a spiaccicare parola. C’era questa camera […]
con otto persone ubriache, Pia e io. Meno male che Pia ha avuto que-
sta presenza di spirito. Non so come abbia fatto, nel senso che ha par-
194

lato per ore, li ha imbambolati con le parole... non lo so... Poi ce n’era
uno che non era d’accordo. Però, insomma, non è stata una situazione
divertente.

Se sospettate di lesbismo (ciò che avviene più facilmente se sono in


coppia che se sono da sole), le donne per i loro aggressori non van-
no punite perché traditrici del proprio sesso, ma perché traditrici
delle «legittime» aspettative degli uomini, di cui negano la necessità
per sé dal punto di vista sessuale. L’eventuale stupro è un modo per
«ricondurle al proprio posto». Allo stesso tempo, le donne lesbiche,
in quanto «senza uomini», appaiono come facili prede sessuali, o
comunque a disposizione.
È, questo, un problema specifico delle donne in coppie lesbi-
che, che appaiono appunto «soltanto» due donne sole. In altri ter-
mini, sia i gay sia le lesbiche possono venire aggrediti per il loro
comportamento sessuale. Tuttavia, per i gay ciò avviene non solo
più spesso, ma prevalentemente nei loro luoghi di frequentazione
pubblica e nei contesti di ricerca di partner occasionali. Anche
quando sono aggrediti, e talvolta uccisi, in casa loro, sono essi stes-
si ad aver portato lì l’aggressore, inconsapevolmente, ancorché ri-
schiosamente. Per le donne è piuttosto il loro separarsi dalle rela-
zioni con gli uomini, il loro non mostrarsi interessate, ma anche
semplicemente il loro essere donne, a far scattare l’eventuale ag-
gressione. È una vulnerabilità ben nota, che condividono anche
con le donne eterosessuali.
La maggior parte delle violenze sperimentate sia dagli uomini
sia dalle donne comunque non è di tipo fisico, ma verbale e psico-
logico, molto spesso, o innanzitutto, come si è visto, in famiglia.
Se gli episodi di aggressioni sono riconosciuti esplicitamente co-
me manifestazioni di violenza omofoba, sono invece variabili i modi
in cui vengono percepite forme più sottili attraverso cui si esprimono
stereotipi e pregiudizi sulle identità sessuali e di genere non eteroses-
suali, come le battute o le barzellette su omosessuali e transessuali.
Abbiamo visto, analizzando la percezione delle discriminazioni
sul posto di lavoro, che queste battute spesso non sono incluse nelle
forme di discriminazione. In generale, come mostra la tabella 2, è
diffuso il senso di disagio per la visione squalificante dell’omosessua-
lità espressa in battute e barzellette, anche se a questo il più delle vol-
te non corrisponde una reazione di aperto contrasto. Altrettanto
consueta è la scelta di ridere insieme agli altri perché le si trova di-
vertenti. Questo atteggiamento, leggermente più frequente tra gli
uomini, potrebbe essere interpretato come una forma di adesione al-
le visioni dell’omosessualità veicolate da queste battute, espressione
195

Tabella 2 – Reazioni a battute e barzellette su omosessuali e transessuali (va-


lori percentuali).

Reazioni Uomini N. casi Donne N. casi


Mi arrabbio 12 (30) 16 (41)
Mi sento urtato, ma non reagisco apertamente 19 (50) 21 (53)
Resto indifferente 11 (29) 18 (45)
Rido per non essere giudicato diverso 4 (10) 0,8 (2)
Rido perché le trovo divertenti 43 (112) 33 (82)
Dipende dalla situazione 9 (24) 6 (14)
Altro 3 (7) 5 (13)
Totale 100 (262) 100 (250)

di un’interiorizzazione di elementi omofobi, ma potrebbe, viceversa,


essere letto come la capacità di prendere le distanze, attraverso l’iro-
nia, proprio da stereotipi e pregiudizi diffusi sull’omosessualità.

3. I suicidi

Il segno forse più forte di quanto possa essere difficile accettare la


prospettiva di portare il peso di un’identità stigmatizzata per tutta
la vita, dovendosi riconoscere in ciò che magari si è sempre di-
sprezzato e dovendo affrontare possibili reazioni di rifiuto delle
persone care, i pregiudizi diffusi e le discriminazioni, è la frequen-
za dei tentativi di suicidio tra le persone omosessuali.
Domenico, che oggi ha 29 anni, racconta di aver sempre saputo,
in qualche modo, di essere attratto dagli uomini, ma di essersi det-
to «sono gay» soltanto nei primi anni di università, quando si è sco-
perto geloso di un compagno di studi. Questa scoperta ha scatena-
to intenti suicidi:

A un certo punto mi sono chiesto perché stavo singhiozzando: «Io pian-


go perché Michele si è messo con Elena, perché sono amico di Miche-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

le? No, non mi sta tanto bene. È perché sono innamorato di Michele;
Michele è un uomo, io amo un uomo, io sono gay». Tragedia. Tra-ge-
dia. Ho reagito malissimo […]. Passa la giornata, il giorno dopo conti-
nuo a singhiozzare e decido di farla finita. Andare avanti così non si po-
teva, «Vivere cosi è una merda, tanto vale morire», e mi sono appresta-
to a suicidarmi. Ho escluso tutti i modi che potevano scatenare la mia
immaginazione, quindi no vene, no pasticche, il gas no perché sarebbe
esplosa la casa… «Mi faccio investire»: mi sono vestito tutto di nero, ho
aspettato una notte di novembre, ho cercato un punto lungo il corso in
cui ci fosse poca illuminazione, ho atteso che il semaforo fosse verde
per le macchine e che defluissero, sono sceso dal marciapiede e mi son
196

detto: «Adesso aspettiamo che mi mettano sotto». A un certo punto, sai


tipo premonizioni, angelo custode, ’ste menate, vedo i fari di un furgo-
ne che mi avrebbe tirato sotto, perché non mi aveva visto. Ho avuto la
folgorazione tipo Damasco, ho detto: «Che cazzo sto facendo qui» e
non mi ha preso. Sono tornato a casa.

Maurizio, 49 anni, ha rischiato più seriamente la vita a 19 anni,


quando «forse un esaurimento nervoso, forse perché i miei si era-
no separati, non accettando più la mia omosessualità» ha cercato di
morire avvelenandosi. Fortunatamente si è salvato, ma passando at-
traverso il calvario del reparto rianimazione e di quello psichiatrico.
Domenico e Maurizio descrivono i loro pensieri e tentativi di sui-
cidio come manifestazioni estreme del disagio e della solitudine in
cui è avvenuto il loro difficile processo di definizione di un’identità
sessuale imprevista, non conforme al modello eterosessuale.
In effetti, secondo ricerche realizzate principalmente negli Stati
Uniti, il tasso di suicidio tra le persone omosessuali, soprattutto tra i
gay, pare essere molto più alto, anche di due o tre volte, rispetto alla
popolazione eterosessuale. Queste stime si riferiscono però ai tentati
suicidi più che ai suicidi realizzati, rispetto ai quali è difficile indivi-
duare la quota di persone omosessuali o bisessuali, se non per picco-
li campioni (Kulkin, Chauvin, Percle, 2000). Inoltre, come sostengo-
no Barbagli e Colombo (2001), è problematico estendere queste sti-
me a un contesto molto diverso come l’Italia. I risultati della loro ri-
cerca, così come quelli della ricerca torinese, mostrano comunque
che le tentazioni suicide, più o meno agite, non sono rare tra gay e
lesbiche (si vedano anche Bertozzo, 1998; Pietrantoni, 1998).
Nel nostro campione, dichiarano di aver pensato di suicidarsi,
per ragioni in qualche modo connesse alla loro omosessualità, mol-
to più frequentemente gli uomini (27%) che le donne (16%). Per
entrambi l’età più a rischio sembra essere in media intorno ai 21
anni, che sono anche gli anni in cui è avvenuta la prima definizio-
ne di sé come omosessuali. Come l’adolescenza, l’ingresso nell’età
adulta rappresenta in effetti per tutti un passaggio delicato nella de-
finizione della propria identità, ma può essere un momento ancora
più complesso quando non si possiedono codici legittimi per il pro-
prio modo di stare al mondo, come avviene spesso nell’esperienza
delle persone omosessuali.
Le frequenze individuate nel campione torinese sono più basse
di quelle nazionali riportate da Barbagli e Colombo (2001), ove
avevano avuto pensieri suicidi il 32% degli uomini e il 24% delle
donne. Se ipotizziamo che i pensieri di suicidio siano legati alle dif-
ficoltà incontrate nel percorso di definizione della propria identità
197

omosessuale o bisessuale, queste differenze potrebbero confermare


ulteriormente le già ricordate caratteristiche del contesto torinese
come più amichevole, o meno ostile della media, nei confronti del-
l’omosessualità.
Una percentuale assai più bassa, ma significativa, di uomini (5%)
e una molto inferiore di donne (2%) dichiarano poi di aver tenta-
to di mettere in pratica i pensieri suicidi. In questo caso, soltanto il
campione femminile torinese si differenzia dal risultato della citata
indagine nazionale, che individuava una frequenza di tentati suicidi
del 6% sia per gli uomini sia per le donne.

4. Il ruolo delegittimante di Stato e Chiesa

Il disagio espresso per l’esperienza di sentirsi ed essere giudicati


«diversi» non sembra comunque legato innanzitutto e in modo pre-
ponderante a esperienze specifiche di ostilità o di aggressione; sem-
bra piuttosto derivare da quello che si percepisce come l’orienta-
mento culturale prevalente nella società. Questo dà, infatti, così per
scontata l’eterosessualità come norma e normalità da generare la
persistente e sottile sensazione di essere «sbagliati» e «sbagliate». Lo
si è evidenziato a proposito della scuola e degli ambienti di lavoro.
Tuttavia, i nostri intervistati hanno segnalato in particolare due am-
biti istituzionali responsabili delle forme di discriminazione e di
stigmatizzazione eterosessiste più gravi, perché incorporate nelle
norme formali oltre che nei giudizi di valore e nelle forme di rap-
presentazione della realtà che promuovono. Si tratta dello Stato e
della Chiesa cattolica.
Sono infatti le norme dello Stato, che riguardano anche le scel-
te apparentemente più personali e intime (vivere come coppia, ave-
re un figlio, mostrarsi concretamente solidarietà), a marcare forte-
mente la diversità omosessuale come una diversità non meritevole
di legittimazione. Di più, le argomentazioni spesso sollevate nel di-
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

battito politico e da parte di persone variamente responsabili per ri-


badire questa illegittimità contribuiscono a creare un discorso pub-
blico in cui gli e le omosessuali sono in linea di principio, se non
socialmente pericolosi, comunque meno capaci di responsabilità
delle persone eterosessuali.
Lo Stato appare come fonte di discriminazione diretta e legitti-
mata anche nelle sue articolazioni periferiche più minute. È il caso
dei maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine prima richiama-
ti, che raramente sono denunciati per timore di ritorsione e che co-
munque sono subiti non solo come espressione della particolare
198

animosità o rozzezza di singoli individui, ma come espressione di


un potere pubblico che se non legittima direttamente questi com-
portamenti, non fa nulla per evitarli.
È ancora Carla a raccontare una vicenda di questo genere:
un’esperienza di carcere in cui alla criminalizzazione di manifesta-
zioni di omosessualità in qualche modo consentita dalla legislazio-
ne penale si sommano persecuzioni omofobe e sessiste per iniziati-
va individuale. L’episodio risale alla fine degli anni Settanta: Carla,
che all’epoca aveva vent’anni, fu arrestata con la sua compagna,
perché sorprese di notte nude su una spiaggia deserta.

Siamo state dieci giorni in galera. Lei aveva un figlio piccolo, aveva fat-
to un bambino e questi le volevano togliere il bambino perché era co-
munque considerata una ragazza madre. Lei era lesbica […] però ave-
va fatto questo figlio perché voleva un figlio e io ero stata con lei du-
rante tutta la gravidanza […]. [In prigione] è stata una cosa abbastanza
pesante e io ci sono… praticamente non sono più riuscita a toccare
neanche le mie sorelle… Cioè ci ho messo una vita a riprendermi da
questa cosa […]. In più robe turche in questo posto. A un certo punto
[…] mi chiamano giù e c’era […] l’assistente sociale nel carcere, che
aveva davanti delle riviste porno aperte e mi dice: «Che cosa facevi tu
con B. sulla spiaggia?». Io lì sono scoppiata, sono andata su e mi sono
fatta un pianto pazzesco dicendo: «Qui sono tutti pazzi». Poi mi hanno
chiamata dal direttore del carcere e io ho dovuto stare zitta perché se
no c’era pure l’insulto a pubblico ufficiale. Io in piedi, due carabinieri
ai lati, il direttore di fronte e mi sono ritrovata una bella mano sul cu-
lo. Questa è stata l’esperienza da dover gestire.

L’altra principale istituzione a cui, egualmente se non forse in misu-


ra maggiore che allo Stato, sono attribuiti nel suo complesso orienta-
menti e comportamenti stigmatizzanti e discriminatori è la Chiesa
cattolica, intesa come gerarchia ecclesiastica e dottrina ufficiale. Nel
caso della Chiesa cattolica, infatti, non si tratta solo di norme più o
meno discriminatorie, ma di giudizi morali sui singoli e sui loro atti:
si tratta di giudizi che toccano quindi più profondamente, data l’au-
torevolezza del magistero della Chiesa nella socializzazione dei cre-
denti, ma anche nell’informare il senso comune su ciò che è bene e
giusto, sul senso di sé e sul proprio posto nel mondo.
Ovviamente la Chiesa cattolica non è l’unica istituzione religiosa
con caratteri di omofobia ed eterosessismo. E il cattolicesimo non è
l’unica religione presente in Italia e di cui gli omosessuali possono
fare esperienza o cui possono appartenere. In ogni caso, è stata la
religione prevalente, come origine, anche nel nostro campione (era
cattolico nel passato il 72% degli uomini e il 67% delle donne); seb-
199

bene oggi si dichiari cattolico poco meno della metà dei nostri in-
tervistati nell’indagine quantitativa (il 49% degli uomini e il 42%
delle donne) e la maggior parte di coloro che erano praticanti nel
passato (il 38% del campione) siano oggi non praticanti, e in pro-
porzione minore non credenti. Il 3% del campione si professa in-
vece protestante, mentre vi è una piccola quota di cristiani o gene-
ralmente credenti aconfessionali. Tra le religioni non cristiane pre-
vale il buddismo (4%).
La religione cattolica rappresenta anche l’istituzione religiosa
più influente, a livello italiano senz’altro, ma anche mondiale, sia
nelle forme del magistero, sia in quelle delle relazioni internazio-
nali, ad esempio nella preparazione di documenti internazionali
che affrontano questo come altri temi.
Il giudizio sulla Chiesa come istituzione responsabile di forti di-
scriminazioni ed esclusioni, secondo quanto emerge dalle interviste
in profondità, è generalmente condiviso dai non credenti o cre-
denti di altre religioni come dai cattolici, anche se con diverse sfu-
mature. C’è chi, come Vincenzo, 42 anni, che si dichiara cattolico,
sostiene l’incompatibilità tra riconoscersi nella Chiesa cattolica ed
essere omosessuali:
Come faccio a far parte di una comunità ecclesiale che appena dico che
sono omosessuale mi dice che devo andare a farmi curare? Io non ho
nessun’intenzione di farmi curare perché non sono malato… O che di-
ce che la mia omosessualità è moralmente disordinata? Sulla mia per-
sonale sessualità magari hanno anche ragione che sia un po’ disordina-
ta, su come l’ho costruita; ma che due persone omosessuali che vivono
insieme e stanno insieme, e si vogliono bene sia una sessualità disordi-
nata, insomma, vorrei sapere anche dove c’è scritto sul Vangelo perché
io non sono ancora riuscito a trovarlo.

D’altra parte c’è chi come Mauro, 25 anni, catechista in una par-
rocchia in cui non sono a conoscenza della sua omosessualità, pur
criticandole riconosce le ragioni storiche di alcune delle posizioni
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attuali della Chiesa cattolica:

Io credo, non so se questo è un condizionamento legato alla mia con-


dizione, che l’atteggiamento che la Chiesa ha nei confronti dell’omo-
sessualità sia un atteggiamento umano, non da dettame divino. È ovvio
che, laddove un’istituzione ha costruito una parte della sua predicazio-
ne sull’entità della famiglia, un’alterazione così drastica di quella che è
la concezione normale, classica della famiglia possa diventare difficile e
che non si possa neanche dire dall’oggi al domani che la famiglia può
essere di due uomini, come se nulla fosse. Io credo che si perderebbe
di credibilità. Però certe prese di posizione così forti, come quelle di di-
200

re che un omosessuale non può insegnare ai bambini, questo no, non


lo riesco a condividere.

Ovviamente, quanto più una persona continua ad aderire alla reli-


gione e alla Chiesa cattolica tanto più fortemente sentirà il peso di
un giudizio che la esclude dalla comunità e la condanna inelutta-
bilmente vuoi alla negazione di sé, vuoi alla situazione di peccato.
Anche se non va dimenticato che su questo, come su altri fenome-
ni, ci può essere una distinzione tra magistero, Chiesa come istitu-
zione, e singoli comportamenti di singoli sacerdoti e singole comu-
nità (Credere Oggi, 2000; si veda anche Rigliano, 2001). Anche in
Piemonte ci sono gruppi ecclesiali di omosessuali e proprio lo scor-
so anno un sacerdote piemontese balzò agli onori della cronaca per
aver benedetto in chiesa le unioni degli omosessuali credenti. La
maggiore visibilità dell’omosessualità, il maggior senso di legittima-
zione di cui tale visibilità è insieme strumento e prova, riguarda in-
fatti anche la comunità ecclesiale non tanto ai vertici e nelle forme
del magistero, ma a livello micro, delle comunità locali e dei singo-
li che rivendicano la propria legittima appartenenza «nonostante»
siano omosessuali, o forse, meglio, in quanto omosessuali.
CAPITOLO OTTAVO

VIVERE DA TRANSESSUALI

C’era nella scuola la famosa ora di ginnastica e c’era questa divisione


tra maschi e femmine. Ti dico io, cioè per me è natura andare rivolto
verso i maschietti per fare ginnastica, è la natura per me e io andavo
tranquillamente, poi arrivava l’insegnante e diceva «Guarda che tu lì
non puoi stare». Perché? Cioè ti viene da chiedere: «Perché non posso
andare di lì?»; «Eh, mah, perché tu sei una ragazza»; «Ma come sono
una ragazza? Perché ho un nome femminile? Perché ho un corpo che
purtroppo al posto di andare X è venuto Y? Chi ti dice che io lo sia?
Perché mi vedi così?» (FTM)1.

La nostra società si fonda su una visione rigorosamente dicotomica


dell’appartenenza di sesso: esistono soltanto due sessi, quello ma-
schile e quello femminile, essenzialmente definiti dalla presenza del
pene o della vagina; ciascuno appartiene per natura a uno dei due
sessi per tutta la vita. Questi assunti rappresentano un fondamento
dato per scontato delle relazioni sociali nella vita quotidiana, fon-
damento che fenomeni come quello delle persone transessuali mi-
nacciano di mettere in discussione (Garfinkel, 1967)2, scuotendo il

1 In questo capitolo, per indicare le persone intervistate non abbiamo utilizzato

dei nomi fittizi, ma soltanto delle iniziali, anch’esse fittizie, e le indicazioni della lo-
ro direzione di cambiamento di sesso (FTM per il passaggio da femmina a maschio,
MTF per il passaggio da maschio a femmina). Abbiamo ritenuto infatti, dato il nume-
ro limitato di persone transessuali che vivono a Torino, di utilizzare questa ulteriore
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precauzione a protezione della privacy.


2 Un problema ancora diverso è quello delle persone intersessuate, cioè il cui ses-

so alla nascita è incerto secondo gli indicatori fisici ed endocrinologici standard e la


cui attribuzione a un sesso piuttosto che all’altro segue spesso più criteri di verosimi-
glianza o di probabilità che non di certezza oggettiva, per rispondere alla domanda
delle famiglie, ma anche della società in generale, di collocare il nascituro nell’ordi-
ne simbolico e sociale che non prevede, appunto, incertezze. Secondo Kessler (1996)
paradossalmente proprio la consapevolezza che molti contenuti dell’appartenenza di
genere sono costrutti sociali e non hanno a che fare con la biologia può indurre i
medici a rispondere alla domanda di definizione proveniente dai genitori con una ri-
sposta di verosimiglianza cui poi si adatteranno sia le iniziative mediche di adegua-
mento degli organi sessuali e di riequilibrio endocrinologico, sia i processi di socia-
202

senso di sicurezza delle persone rispetto all’ordine della realtà. Lo


ha espresso bene un’assistente sociale durante uno dei focus groups
sulla percezione di omosessualità e transessualità realizzati nel cor-
so della ricerca.

Vivendola di pancia, al di là delle mie posizioni, il relazionarmi con un


transessuale mi inquieta. Sento un senso di inquietudine perché è come
se mi mancasse, non so, un riferimento: ma mi sto relazionando con un
uomo, con una donna? […] All’interno trovo poi delle persone con
esperienze totalmente diverse. Io per transessuale intendo, non so se a
torto o a ragione, la persona che sta facendo un percorso o che ha fi-
nito il percorso di cambio di sesso. Poi abbiamo – mi è capitato di par-
lare con questa persona – un uomo, che però non vuole farsi operare,
perché vuole tenere i suoi organi genitali, che si ritiene donna, al di là
dell’organo genitale, quindi si presenta con un nome femminile, che si
dichiara lesbica perché ama le donne. Dopodiché ha però genitali ma-
schili, quindi non è un rapporto omosessuale […]. Io sono la persona,
come dire, meno rigida, un po’ per mestiere, un po’ per la mia storia.
Ma a volte cadere proprio nell’assenza di riferimenti in assoluto, dove la
categoria omosessuale salta perché l’altra che si definisce lesbica in
realtà è un uomo che ama le donne, mi inquieta, cioè mi manca un po’
il terreno sotto i piedi.

Questa minaccia si è sempre più differenziata da quella rappresenta-


ta dall’omosessualità. Quanto più, infatti, si afferma un modello di
omosessualità compatibile con la propria identità maschile e fem-
minile e quanto più marginale diventa il modello dell’«inversione»,
tanto più si afferma come fenomeno distinto quello delle persone
che «non sono chiaramente collocabili nelle categorie di maschio o
di femmina» (Bullough, 2000).
Tra le varie forme di non conformità delle identità di genere, il
transessualismo si è affermato come un fenomeno specifico, in
quanto definito come patologia ben identificabile, distinta dal tra-
vestitismo, e curabile, grazie alla possibilità concreta di «cambiare
sesso», prodotto dello sviluppo medico, delle conoscenze biologi-
che sul funzionamento del sistema endocrino e dello sviluppo di
nuove tecnologie e pratiche chirurgiche (Nye, ed., 1999). I/le tran-
sessuali sono definiti/e come «uomini intrappolati in corpi di don-
ne» o «donne intrappolate in corpi di uomini». La cura individuata
è un cambiamento del corpo per renderlo conforme all’identità di

lizzazione. Alcuni casi sia di omosessualità sia di transessualità potrebbero da questo


punto di vista essere «falsi», ovvero testimoniare l’emergere del sesso «vero» origina-
riamente frainteso e cancellato.
203

genere. Il passaggio da un genere all’altro si compie con la «riattri-


buzione chirurgica del sesso», nella quale vengono modificati gli
organi genitali.
Questa definizione del transessualismo è stata oggetto di criti-
che, nella letteratura scientifica come da parte delle organizzazioni
transessuali e transgender perché, pur avendo avuto il merito di evi-
tare la criminalizzazione di identità di genere non convenzionali, è
considerata un modo per incanalare le identità di genere «devian-
ti» nel sistema binario dei generi, prevedendo semplicemente la
possibilità di passare da un genere all’altro attraverso un percorso
definito da precisi standard e sottoposto al controllo degli esperti
(Garber, 1992; Billings, Urban, 1982; Hirschauer, 1997).
La proposta alternativa è quella di considerare un fenomeno più
vasto, per il quale è usato il termine transgender, che comprende

la vita e le esperienze di un variegato gruppo di persone che vivono al


di fuori delle relazioni normative di sesso/genere (ossia quelle relazio-
ni in cui si assume che la biologia del proprio corpo sia determinante
per i modi in cui si vuole vivere e interagire nel mondo sociale) (Na-
maste, 1996, p. 208).

I confini tra le diverse forme di questo fenomeno, dal travestitismo


alla transessualità, sono più indefiniti e mobili di quanto gli stan-
dard delle diagnosi psichiatriche prevedano (Bullough et al., 1997;
Nardacchione, 2000). Secondo questa prospettiva, la categoria tran-
sessuale come entità distinta non riflette tanto una caratteristica in-
trinseca dei soggetti, quanto piuttosto è il prodotto di un processo
attraverso il quale la pratica medica ha offerto una specifica solu-
zione, il cambiamento di sesso, a cui può fare riferimento una par-
te di coloro che non si riconoscono pienamente nelle categorie ma-
schio e femmina (King, 1984; Ekins, 1993).
In ogni caso, mettere in discussione la stabilità dell’appartenen-
za di sesso è oggi fonte di forte stigmatizzazione, di cui le persone
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transessuali e transgender in generale pagano alti costi. Tanto più


che, a differenza degli omosessuali, non possono esimersi dall’esse-
re visibili.
La nostra ricerca riguarda persone che si riconoscono nella de-
finizione di transessualismo e che hanno percorso, stanno percor-
rendo o intendono percorrere l’iter di cambiamento di sesso. Ab-
biamo quindi considerato soltanto «la punta di un iceberg di diver-
sità umana rispetto a comportamenti socialmente strutturati in ruo-
li maschili e femminili» (King, 1984, p. 49). Sulla base di interviste
in profondità, abbiamo indagato le rappresentazioni della loro iden-
204

tità di genere, come vivono o hanno vissuto il percorso di cambia-


mento di sesso, confrontandosi con le condizioni mediche, giuridi-
che ed economiche di questo percorso, e come hanno affrontato la
stigmatizzazione sociale che inevitabilmente subiscono. È stata inol-
tre raccolta l’esperienza di operatori che si occupano di transessua-
lismo (assistente sociale, psicologa, endocrinologa, psichiatra, avvo-
cato, giudice) con un’intervista di gruppo.

1. Tra norme mediche e norme giuridiche

In Italia le condizioni per acquisire un’identità legalmente ricono-


sciuta come persone di sesso diverso da quello di nascita sono defi-
nite dalla Legge n. 164 del 1982. Questa legge prevede due passag-
gi attraverso il tribunale. Il primo riguarda l’autorizzazione all’ade-
guamento medico-chirurgico del sesso, per la quale sono richieste
consulenze di esperti che accertino le condizioni psicosessuali del-
l’interessato/a. Il secondo passaggio, con cui si accede alla rettifica-
zione anagrafica del sesso, avviene soltanto dopo l’intervento chi-
rurgico. A differenza di altri Paesi, come ad esempio la Germania,
non è possibile quindi ottenere un nuovo nome e una nuova iden-
tità legali e civili se non sottoponendosi all’operazione (Calcaterra,
1997; Fenelli, Volpi, 1997).
Essendo decisivo anche per le decisioni del tribunale il parere
degli esperti, l’introduzione alle varie tappe del percorso è subordi-
nata alla diagnosi di transessualismo e all’adeguamento del proprio
iter agli standard condivisi dagli operatori. Come si vedrà, questi
standard danno in larga misura per scontati modelli di genere ma-
schili e femminili dicotomizzati e soprattutto in cui appartenenza di
sesso e ruoli sociali si combinano e sovrappongono senza residui.
Il transessualismo è definito dall’Organizzazione Mondiale della
Sanità come

deviazione sessuale centrata intorno alla convinzione stabilizzata che il


sesso corporeo apparente è sbagliato; pertanto, il comportamento risul-
tante è diretto o verso il cambiamento degli organi sessuali per mezzo
di un intervento chirurgico o verso il completo occultamento del sesso
corporeo attraverso la scelta di vestiti e l’adozione di comportamenti
del sesso opposto (Fabris, De Vanna, Scapin, 1999, p. 10)3.

3 I criteri per la diagnosi del disturbo di identità sessuale previsti dal Diagnostic and

Statistical Manual of Mental Disorders (American Psychiatric Association, 1994) sono i se-
guenti: «Deve esserci prova di una forte e persistente identificazione nell’altro sesso,
ovvero il desiderio o la pretesa di essere dell’altro sesso (criterio A). Questa identifica-
205

La diagnosi di transessualismo può prevedere criteri più o meno re-


strittivi, comprendendo o meno, ad esempio, l’orientamento etero-
sessuale (Baldaro Verde, Graziottin, 1991; ONIG, 1998).
Il percorso standard stabilito dall’ONIG (Osservatorio Nazionale
sull’Identità di Genere)4 subordina l’accesso all’iter di cambiamento
di sesso a un’«approfondita analisi della domanda del cliente», pre-
vedendo «un’indagine della personalità e dell’ambiente socio-fami-
liare». Dopo che la persona è stata informata sulle procedure e tera-
pie necessarie per la riattribuzione medico-chirurgica del sesso, sui
loro rischi e sulla loro irreversibilità, viene avviato, in primo luogo,
un percorso psicologico, che

mira alla verifica continua dell’assunzione di responsabilità nei con-


fronti delle proprie scelte e ha la finalità di sostenere, elaborare le mo-
dificazioni ormonali e somatiche, nonché le esperienze relazionali e so-
ciali del cliente. L’iter psicoterapeutico mira più specificatamente all’e-
laborazione del conflitto di identità e dei conflitti cognitivi ed emozio-
nali che si presentano durante il percorso (ONIG, 1998).

Dopo almeno sei mesi, con il parere positivo di psicologo, psicotera-


peuta e specialisti endocrinologi, può iniziare la terapia ormonale.
Parallelamente, secondo i tempi decisi insieme al terapeuta, la per-
sona intraprende il cosiddetto real life test, ossia l’esperienza di vita
nel «ruolo adeguato» al genere prescelto, che dura almeno un anno.
Conclusa questa fase con il parere favorevole dei tecnici, se la perso-
na vuole effettuare l’operazione per la riattribuzione del sesso, si
chiede l’autorizzazione del tribunale, sulla base di una relazione sti-
lata dagli operatori che hanno seguito il percorso: psicosessuologo,
endocrinologo, psichiatra (ONIG, 1998).
A Torino non si hanno stime precise del numero di persone che
hanno intrapreso questo percorso secondo la procedura ufficiale,
né tantomeno del numero di persone che, più o meno autonoma-
mente, intraprendono cure ormonali e altre forme di modificazio-
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zione non deve essere un semplice desiderio causato dai vantaggi culturali derivanti
dall’essere membri dell’altro sesso. Ci deve inoltre essere prova di un persistente
sconforto nei confronti del sesso genetico o un senso di inappropriatezza nel ruolo di
tale sesso (criterio B). La diagnosi non è fatta se l’individuo presenta condizioni fisiche
intersessuali (es. sindrome d’insensibilità androgena o iperplasia adrenale congenita)
(criterio C). Per effettuare la diagnosi, devono esistere prove clinicamente significative
di angoscia o impedimenti sociali, lavorativi o in altre importanti aree funzionali (cri-
terio D)» (traduzione disponibile al sito http://www.arcitrans.it/percorsi01_03.htm).
4 L’ONIG è un organismo nazionale di coordinamento che raccoglie strutture

ospedaliere, operatori, enti accademici e associazioni di transessuali. Tra di essi vi so-


no strutture sanitarie, operatori e associazioni torinesi.
206

ne dei propri caratteri somatici. Le valutazioni degli operatori indi-


cano che sono circa 20 le nuove persone che intendono intrapren-
dere il percorso ufficiale ogni anno.
Torino rappresenta un contesto particolare, perché è presente
uno dei principali centri pubblici in cui vengono seguiti i percorsi
di cambiamento di sesso ed eseguiti gli interventi chirurgici: il Con-
sultorio di sessuologia del Mauriziano. Questo centro, tuttavia, negli
ultimi anni ha ridotto, e in alcuni periodi sospeso, le sue attività, uf-
ficialmente per esigenze organizzative e di riduzione dei costi. Il
Consultorio e gli operatori che si occupano di transessualismo sul
territorio sono stati importanti punti di riferimento per le persone
transessuali del Piemonte e non solo. Qualche limitata possibilità di
accesso a operatori specializzati nel servizio pubblico c’è anche in
alcune ASL e in taluni ospedali di Torino e provincia.
Al di là di questi comuni vincoli e condizioni, le esperienze di
chi vive come transessuale presentano un’eterogeneità di cui, in ba-
se alle interviste raccolte, possiamo dare solo un’immagine parziale.
In primo luogo, anche nei modi di vivere la condizione transessua-
le sono fondamentali le differenze di genere, che in questo caso ri-
guardano la direzione del percorso, tra chi transita verso il sesso
maschile (FTM, dall’inglese female to male) e chi transita verso il ses-
so femminile (MTF, dall’inglese male to female). Cambiano le moda-
lità dei due percorsi (dalla frequenza di percorsi autogestiti alle dif-
ficoltà specifiche delle ricostruzioni chirurgiche dei genitali), il gra-
do di stigmatizzazione subita e in generale le condizioni sociali in
cui il percorso avviene.
Alcune differenze sono indicate in modo ricorrente dai nostri
intervistati/e e dagli operatori (si veda ad esempio Godano, Massa-
ra, 1999); le troviamo riassunte nelle considerazioni di B. (MTF):

Sicuramente perché veniamo da due esperienze di vita diverse, legate al


genere, maschile e femminile, legate ai ruoli. Una donna che si sente
uomo se deve esprimere questa cosa può benissimo uscire, si mette un
paio di pantaloni, al massimo viene considerata una donna eccentrica.
Un uomo che si sente donna e desidera esprimerlo, appena esce di ca-
sa, con una gonna e un paio di scarpe con i tacchi viene subito etichet-
tato, viene subito escluso, emarginato. Questa è una delle differenze,
nel senso che da un punto di vista pratico, sociale, forse una donna può
esprimersi liberamente, può non essere emarginata totalmente dalla so-
cietà, un uomo no. Questa è una differenza sostanziale. Poi dal punto
di vista del percorso, dal punto di vista medico-chirurgico, sicuramente
il percorso di una donna che diventa un uomo è molto molto più pe-
sante di un uomo che diventa donna […]. Un’altra differenza è che
una donna che cambia e che diventa uomo, cambia molto bene, nel
207

senso che poi è difficile identificarlo, mentre è sempre più difficile tro-
vare un uomo che diventa donna e che sia insospettabile.

Oltre alle impressioni dei protagonisti, delle protagoniste e degli


operatori non disponiamo tuttavia, soprattutto per l’Italia, di studi
ampi e approfonditi su queste differenze.

2. Riconoscersi transessuali

Il modo in cui si è arrivati a riconoscersi come transessuali viene de-


scritto come un percorso biografico coerente; non si ritrovano qui
la molteplicità e la variabilità dei percorsi raccontati da gay e lesbi-
che. Il senso di distanza rispetto all’identità di genere corrispon-
dente al proprio corpo viene fatta risalire all’infanzia, a partire dal-
la quale comincia la lunga e difficile ricerca di una definizione in
cui riconoscersi, fino a quando non la si trova nel transessualismo.
Le ragioni del proprio disagio sono imputate in primo luogo alla
pressione sociale ad adeguarsi a un ruolo di genere che si rifiuta.
Gli eventuali comportamenti conformi a questo ruolo, come le espe-
rienze di matrimonio, sono spiegati come tentativi di negazione del-
la propria condizione (si veda anche Mason-Schrock, 1996).

2.1. L’infanzia come momento di libera espressione dell’identità di genere

L’identità di genere (sentirsi uomini, sentirsi donne) è rappresen-


tata come un tratto stabile della personalità, la cui consapevolezza
risale all’infanzia: si è «nati così», «è una cosa naturale, come ti alzi
al mattino, come ti lavi, come apri gli occhi» (FTM).
L’infanzia viene anche descritta come un momento in cui que-
sta identità trova libera espressione, perché i confini tra i generi so-
no poco definiti.
Questa rappresentazione sembra più forte tra chi transita verso il
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sesso maschile; mentre la percezione di essere femmine, nonostante


un corpo maschile, spesso si accompagna più precocemente alla
consapevolezza che è necessario nasconderlo. Questa esperienza,
d’altronde, seppure non in forme così estreme, fa parte della socia-
lizzazione infantile secondo i ruoli di genere. Come abbiamo già vi-
sto a proposito delle esperienze infantili delle persone omosessuali,
una bambina che si comporta da «maschiaccio» è vista come legitti-
mamente attratta da alcuni aspetti del ruolo sociale maschile. Vice-
versa, un bambino che ama i giochi domestici e femminili è conside-
rato strano, una «femminuccia», ove il termine ha chiari connotati
208

svalutativi. Basti pensare che, anche se negli ultimi vent’anni c’è sta-
ta una crescente omogeneizzazione nei modi di vestire i bambini (e
non solo), ciò è avvenuto nella direzione di una generalizzazione dei
pantaloni maschili. Nessun genitore penserebbe che trattare nello
stesso modo maschi e femmine implichi mettere a entrambi una ve-
stina, e non solo perché è più scomoda per giocare5.
Come per molte bambine, anche per V. (FTM)

il fatto di vestirsi da maschio o di fare giochi da maschio era recepito al-


l’esterno, dai genitori, dalla famiglia come una fase, come una cosa so-
stanzialmente normale che poi passa.

N. (FTM) ricorda di essere anche riuscito, da bambina, a farsi chia-


mare con un nome maschile. Il contrario sarebbe difficilmente pen-
sabile, dato il significato di degradazione associato a un appellativo
femminile verso un maschio.

Quando ero bambino io ho sempre avuto la convinzione di essere un


maschio, fin dai primi ricordi, dai tre anni; infatti ricordo che da mio
nonno mi facevo chiamare con nomi maschili. Prima Marco, perché
c’era un bambino con cui andavo molto d’accordo, e gli avevo preso il
nome. Poi avevo chiesto ai miei come mi avrebbero chiamato se avesse-
ro avuto un maschio, loro mi hanno detto N. Il nome mi piaceva… mio
nonno mi chiamava così… chiaramente non è che si rendeva conto.

Lo spazio dei giochi è descritto comunque, da tutti/e, come uno


spazio di libertà, in cui immaginarsi e rappresentarsi nel proprio
«vero» essere e in cui poter frequentare e confrontarsi con i bam-
bini del genere con cui ci si identificava. È il modo in cui S. (MTF)
ricorda il tempo dei giochi con le sue cugine:

Io mi sono sempre sentita bene con queste bambine, mi sentivo una


femminuccia, anche se non completamente, perché comunque invidia-
vo questo loro modo di essere, mentre io purtroppo non ero come lo-
ro, ma cercavo di immedesimarmi. Loro non è che stessero al gioco, ma
comunque a volte mi facevano mettere la gonnellina, mi trattavano co-
me una bimba.

Casi analoghi sono rievocati raramente per altri momenti della vita,
se non per situazioni in cui le regole sui ruoli di genere sono so-
spese, come il carnevale:

5 Ancora all’inizio del Novecento in Italia i bambini molto piccoli indossavano

tutti la veste (comoda per cambiarli). Ma appena erano svezzati l’abito veniva diffe-
renziato in base al sesso.
209

Carnevale è il periodo più bello per le persone come me, forse, parlo
per me, perché uno può essere se stesso, senza che nessuno ti dica
niente (MTF).

2.2. Pressioni sociali alla conformità di ruolo: la famiglia

Il mondo dell’infanzia appare indifferenziato «dal punto di vista fi-


sico. Quando si è bambini, non è che ci siano molte differenze e
poi non era importante» (MTF). Lo sguardo esterno, in primo luo-
go quello della famiglia e della scuola, è rappresentato come quel-
lo che differenzia e crea il conflitto tra ciò che si sente di essere e
ciò che si dovrebbe essere.
Le pressioni a conformarsi al ruolo di genere previsto per il pro-
prio corpo vengono percepite come oppressive, perché estranee al-
la propria concezione non già dei ruoli di genere (come può avve-
nire per un bambino o una bambina che non si trova a proprio
agio nei modelli prevalenti senza rifiutare la propria appartenenza
di sesso), ma dell’appartenenza di sesso. In altri termini, la questio-
ne non è: «Non mi piace fare la donna (o l’uomo) così». Piuttosto
è: «Io non sono una donna (o un uomo), quindi questi comporta-
menti non mi possono appartenere».
Spazi di libertà come il gioco o il carnevale, in cui ci si aspetta
di poter esprimere liberamente l’immaginazione e percezione di sé,
possono così diventare spazi di conflitto e imposizione. P. (FTM) ri-
corda un carnevale di grande sofferenza:

Io volevo essere vestito da Zorro e mia mamma contrarissima mi ha det-


to «Tu sei una femmina, non sei un maschio, pertanto Zorro non va be-
ne, ti ho comprato il vestito da spagnola». Ho indossato quel vestito e
ho pianto da quando l’ho messo a quando l’ho tolto.

Come emerge anche in questo racconto, è l’abbigliamento l’ogget-


to principale di conflitto – in primo luogo con la madre – per la
rappresentazione del proprio genere di appartenenza. La gonna in
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particolare, segno inconfutabile di femminilità, è ricordata, rispetti-


vamente, come un sogno e un incubo da chi dal ruolo femminile
era attirato, come L. (MTF), che avrebbe voluto indossare quelle del-
le sorelle, e da chi ne rifuggiva come N. (FTM), che ricorda le sue
reazioni «allergiche»:

Mia madre me lo dice ancora che quando mi voleva mettere un vestiti-


no con la sottogonna e cose così io, quando ero piccolo così, tiravo cal-
ci e pugni, come se fosse una cosa che… un’allergia, una cosa che non
sopportavo. Io stavo male.
210

Anche se i familiari, per le bambine, possono generalmente accetta-


re, come per i comportamenti, anche scelte di abbigliamento da
«maschi», vi sono però situazioni sociali in cui il significato simbolico
dell’abbigliamento difficilmente può essere aggirato. Il rito della pri-
ma comunione, ad esempio, è rievocato come fonte di sofferenza:

La comunione per me è stato proprio un trauma perché era proprio il


tipico vestito bianco, con il velo tipo sposina. Ecco lì io ho sofferto mol-
to, non vedevo l’ora di tornare dalla chiesa per potermi togliere quel-
l’abito che non mi apparteneva (FTM).

Naturalmente, ci sono molti uomini e soprattutto donne perfetta-


mente a proprio agio nella propria appartenenza di sesso che pos-
sono avere ricordi di infanzia simili. Ovvero ci si può ribellare con-
tro modelli stereotipici di genere senza necessariamente rifiutare
né il sesso di nascita né il genere che vi è associato, di cui si voglio-
no viceversa allargare e articolare i contenuti e sfumare i confini.
Viceversa, nel caso delle persone transessuali, almeno in quelle che
abbiamo intervistato, si riscontra un’adesione più netta all’identifi-
cazione tra simboli (e stereotipi) di genere e appartenenza di sesso,
che appaiono quindi desiderati (e rifiutati) come se fossero un
tutt’uno, anche perché come un tutt’uno vengono spesso proposti
(si veda anche Lee, 2001).

2.3. Pressioni sociali alla conformità di ruolo: la scuola

La scuola rappresenta l’altro contesto importante, nell’infanzia e


nell’adolescenza, in cui sono subite le pressioni a conformarsi a
ruoli di genere che si rifiutano.
Come per la non conformità all’aspettativa di eterosessualità, an-
che una più ampia non aderenza del ruolo di genere con il proprio
sesso biologico è spesso sanzionata dai gruppi dei pari, dentro e
fuori della scuola, soprattutto quelli maschili. Spesso, d’altronde,
per i maschi omosessualità ed effeminatezza sono assimilati.

Al liceo magari dicevo ai miei compagni di scuola «Ah, sono andata a


casa, mia mamma ha comprato un vestito nuovo e io me lo sono pro-
vato, stavo così bene». Delle cose ingenue, che però poi mi sono resa
conto che diventano molto pesanti, perché poi i ritorni erano molto
brutti, negativi, nel senso che i bambini che dicevano «Ah, vedi, tu sei
frocio, sei finocchio» ecc. Da lì io ho iniziato a soffrire di questa cosa e
a rendermi conto che c’erano comunque delle discrepanze tra quello
che io sentivo di me e la realtà. E non capivo se era giusta la realtà
esterna o se era giusto quello che sentivo io (MTF).
211

L’assunzione di atteggiamenti maschili da parte delle ragazze, come


si è visto nei capitoli precedenti, è meno facilmente assimilata al-
l’omosessualità.
D’altra parte, per chi avendo un corpo femminile vede come
proprio gruppo di riferimento quello dei maschi, l’accesso a questo
gruppo non sembra agevole. Può essere in qualche modo subordi-
nato a una compensazione della propria femminilità con prove di
coraggio, considerate come prove di «virilità»:
Io ero un po’ una peste. Non è che ero un attaccabrighe, però volevo
giocare con i ragazzini. Finché non ho avuto una manifestazione este-
riore in certi punti, nessun problema. Il nome era una cosa molto blan-
da, l’importante era che si giocava. Quando poi ha cominciato a venire
fuori la manifestazione della parte superiore del corpo allora era un po’
più difficile. Però gli dici «sai, sono capace a giocare» e allora sai […].
D’estate da queste suore c’erano le ciliegie e allora veniva fuori il grup-
pettino che mi diceva: «Vediamo se hai il coraggio di andare sull’albero
a prendere le ciliegie». E lì non interessava se eri maschio o femmina,
ma soltanto se riuscivi a prendere le ciliegie senza che la suora ti cor-
resse dietro. E lì ero sempre quello che svicolava prima degli altri. Era-
no un po’ prove di coraggio (FTM).

Oltre alla pressione del gruppo dei pari, le persone transessuali su-
biscono anche interventi più espliciti da parte degli insegnanti ri-
spetto a quanto accade per gay e lesbiche. B. (MTF) ricorda quelli
delle maestre, che le vietavano di stare con le bambine:
Mi ricordo un giorno che una è venuta a prendermi con la forza e mi
ha trascinata: «Tu devi stare con i bambini, perché sei un bambino». E
io sì, sì, ci dovevo stare per forza, però naturalmente non mi ci trovavo.
E lì ho iniziato a isolarmi.

La pressione arriva fino a vere e proprie forme di persecuzione,


come quelle subite da G. (FTM), che in famiglia, invece, trovava
comprensione verso i propri atteggiamenti «maschili». Mandato per
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esigenze familiari a una scuola religiosa femminile, dove si presen-


tava «in pantaloni e cravatta», racconta:
Con le suore c’erano delle scene inenarrabili […]. Anche se non usa-
vano termini come lesbica, ogni tanto correvano ai ripari, mi spostava-
no nel banco dietro, telefonavano alle varie madri dicendogli: «Sua fi-
glia non frequenti quella ragazza». Però io ho sempre preferito non
avere grosse amicizie all’interno della scuola.

Più che le iniziative individuali delle e degli insegnanti, tuttavia, la


forma fondamentale di pressione vissuta nella scuola risiede nel fat-
212

to che si comincia a sperimentare un’organizzazione sociale basata


sulla differenza di genere e che non prevede incertezze o flessibilità
nell’appartenenza a uno dei due generi: i nomi pronunciati duran-
te l’appello definiscono l’essere maschi o femmine, la divisione dei
bagni o l’ora di ginnastica costringono a identificare il proprio
gruppo di appartenenza.
Io andavo dalle suore, parlare di certe cose sembrava ostrogoto, io ave-
vo problemi con le suore […]. Quando dovevo andare in bagno avevo
problemi, perché c’era questa divisione tra maschi e femmine e io ave-
vo problemi. E molte volte la suora chiamava mia madre per parlare di
questo fatto, che io non volevo andare nel bagno femminile ma volevo
andare nel bagno maschile, poi c’era anche un «Scusi, l’importante è
che la faccia, da una parte o dall’altra, che se poi dopo non la fa e vie-
ne fuori una malattia è peggio». Allora la suora chiudeva gli occhi. Ma
perché per me, le persone mi tiravano di là, ma io volevo andare di
qua, per me era così […]. Alle scuole superiori io ero in una scuola ma-
schile […]. Fino a metà del primo anno scolastico, fino a quando non
è arrivato il famoso registro con nome e cognome io stavo benissimo,
era bellissimo perché i professori non sapevano che in pratica io non
ero un ragazzo, chiamandomi con il cognome ero normale. Io ero così
e quindi anche gli insegnanti mi vedevano così, non vedevano in me la
parte femminile che dovevo nascondere […]. Poi è arrivato il registro e
una professoressa fa: «Ah, ma…». Io le ho detto «No, guardi che non ci
sono problemi». Neanche gli altri compagni lo sapevano (FTM).

Complessivamente, comunque, per una donna dal punto di vista


biologico assumere un ruolo maschile a scuola non sembra essere
stato fonte di sanzioni sociali, mentre uomini dal punto di vista bio-
logico che assumono un ruolo femminile sono molto più fortemen-
te stigmatizzati. Si ritrovano in effetti racconti di forte disagio ed
emarginazione nel periodo scolastico, a cui sono ricondotte, molto
più frequentemente che nelle storie di gay e lesbiche, rilevanti con-
seguenze per il rendimento scolastico. Non di rado tali episodi sfo-
ciano in abbandoni o scelte di percorsi più brevi.
L. (MTF) ricorda i difficili anni del collegio, il suo sottrarsi alla
complicità maschile con l’isolamento. Questa esperienza l’ha indotta
a interrompere gli studi a metà delle scuole superiori «perché così al-
meno avrei potuto essere libera per pensare alle mie cose nella vita».
Anche B. (MTF) imputa la sua decisione di non continuare gli
studi dopo il diploma di istituto professionale alla mancanza della
serenità necessaria:

Mi sarebbe piaciuto moltissimo continuare a studiare, solo che non ave-


vo testa. Non avevo proprio la possibilità di testa di farlo, perché ero
213

presa da questa mia situazione, dal fatto di sentirmi sempre a disagio


con tutto il resto del mondo. Sì, sì, potevo anche mettermi sui libri a
studiare, ho cercato, ma la testa vagava. Ho lasciato perdere.

In questi racconti emerge nuovamente, come per l’omosessualità, la


mancanza di comprensione rispetto alle cause di questo disagio e di
sostegno da parte di familiari e insegnanti. Anzi, come si è detto, pro-
prio i tentativi di contrastare la «diversità» percepita sono tra le mag-
giori fonti di sofferenza. È il caso del «rimedio» pensato per P. (FTM):

Le mie insegnanti delle medie avevano parlato con i miei e avevano det-
to: «Forse è meglio, visto il comportamento che ha questa ragazza, in-
dirizzarla verso un istituto tecnico femminile». Siccome io non sapevo
cosa fare, i miei hanno detto «Sì, sì». Ovviamente io ho fatto due anni
marinando sempre: due anni persi, non andavo proprio mai.

Nell’adolescenza il disagio è legato, oltre che alle pressioni sociali, al-


le trasformazioni del corpo nella fase della pubertà. Percezione sog-
gettiva del corpo e definizione della propria appartenenza di sesso
da parte degli altri non sono tuttavia disgiunte: lo sviluppo di caratte-
ristiche sessualizzate del corpo, quali la crescita dei seni o della barba,
è vissuto in modo drammatico anche per le implicazioni rispetto al
proprio ruolo sociale, alle possibilità di successo nel sottrarsi a un’ap-
partenenza di sesso che il corpo sempre più fortemente segnala.
G. (FTM) descrive il disagio suscitato dai primi cambiamenti del
suo corpo nella pubertà, dopo anni di scuola vissuti tranquillamen-
te come «maschiaccio», senza porsi grandi problemi sulla propria
appartenenza di sesso:

Ho avuto veramente dei forti disagi, cioè io mi vergognavo a spogliarmi


davanti ad altre persone. Io allora ero sempre nelle classi femminili, co-
munque sia non è che mi spogliavo negli spogliatoi maschili e comun-
que sarebbe stata una difficoltà anche lì, cioè non è uguale fisicamente.
E con le ragazzine, per me, non so, mi vergognavo perché non stavo be-
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ne. Poi una volta che mi cambiavo velocemente, boh, finiva lì, sotto il
vestito non si vedeva nulla.

2.4. Alla ricerca di una definizione

E. (FTM) racconta di avere «sempre sentito di essere un bambino» ed


essere stato, da sempre, alla ricerca di una definizione della propria
condizione. Nell’adolescenza, l’identità a disposizione per i suoi
comportamenti, con le sue prime relazioni con altre ragazze, è quel-
la di «lesbica», nella quale però E. non si riconosce:
214

Le prime cotte sono state veramente pesanti, perché io mi sentivo ma-


schio e vedevo che l’altra persona mi vedeva come femmina, per cui
l’approccio per me era difficilissimo. Nel senso che sapevo di essere in-
teso come lesbica e la cosa mi faceva veramente male, perché non sen-
tendomi femmina non mi identificavo in questa figura. Però vedevo che
il riscontro era quello, guardandomi attorno, leggendo appunto le cose
sull’omosessualità. Ed è lì che dicevo: «Ma dove caspita sono?».

E. considera anche altre possibilità: trova le definizioni di ermafro-


dita e una descrizione della transessualità assimilata all’ermafroditi-
smo. Neanche in queste si riconosce.
Nei suoi momenti di confusione, per «cercare aiuto e conforto»
si rivolge a sacerdoti. Ma questa scelta

ha peggiorato veramente la situazione […]. Uno mi ha detto che avevo


un tumore in testa e che dovevo farmi visitare; un altro mi ha detto che
avevo il demonio e quindi dovevo farmi esorcizzare.

Altri sacerdoti tendono a sottovalutare il suo disagio, dicendogli:


«Non ti preoccupare, sono cose che possono succedere e che poi ti
passeranno.»
Per «capire come mai ero diverso dagli altri», E. si rivolge anche
a psicologi e psicoanalisti, che però, secondo lui, «hanno solo ru-
bato dei soldi e mi hanno fatto perdere del tempo».
L’«illuminazione» arriva con la lettera di una psicologa esperta di
transessualismo, a cui aveva scritto dopo aver letto un libro sul tema.
In questa lettera c’è una definizione del transessualismo in cui final-
mente E. si riconosce: «Una volta che mi è stato spiegato bene effet-
tivamente cosa voleva dire transessuale, mi ci sono ritrovato e in quel
momento lì mi si è accesa la lampadina». Così E. decide, «nello stes-
so giorno», di cominciare il percorso di cambiamento di sesso.
Quella raccontata da E. è la storia di un percorso particolar-
mente lineare di acquisizione di un’identità transessuale. Non tutte
le biografie appaiono così coerenti, ma vi si ritrovano alcuni aspetti
comuni.
È ricorrente, come si è visto, far risalire all’infanzia una sensa-
zione di disagio di fronte alle pressioni esterne a conformarsi a un
ruolo di genere che si rifiuta, o a non assumere aspetti di quello da
cui si è invece fortemente attratti. È invece più variabile il grado in
cui viene descritto come certo, «naturale», «spontaneo» il senso di
trovarsi maschio in un corpo femminile o viceversa. Per tutti e tut-
te, comunque, questa percezione di sé e l’assunzione di un’identità
transessuale sono divise dalla lunga e faticosa ricerca di un modello
in cui riconoscersi, che non è stato subito disponibile. Infine, rico-
215

noscersi nella condizione transessuale implica confrontarsi con la


possibilità di intraprendere il percorso medico di cambiamento di
sesso. Infatti, la definizione di transessualismo rappresenta, al tem-
po stesso, un’indicazione di comportamento: intraprendere l’iter di
cambiamento di sesso come soluzione per eliminare, o quantome-
no ridurre, il proprio disagio.
Nella storia di N. (FTM) ritroviamo distinti questi passaggi. C’è
da un lato la percezione di sé che risale all’infanzia: «Quando ero
bambino io ho sempre avuto la convinzione di essere un maschio,
fin dai primi ricordi, dai 3 anni». Al tempo stesso, quando deve in-
dicare il momento in cui si è reso conto che la sua identità di ge-
nere era opposta al suo sesso biologico, lo colloca intorno ai 18 an-
ni: «A quell’età ho scoperto che ero un maschio, anche perché ho
saputo che si poteva fare l’operazione».
Alla definizione di transessuale si arriva, solitamente, in modo
graduale. La prima definizione incontrata per la propria non
conformità ai ruoli di genere previsti è stata, per molti/e, come per
E., quella di omosessuale. Di questa non conformità, infatti, fa par-
te solitamente anche l’attrazione verso persone dello stesso sesso
biologico di nascita, ma di genere opposto a quello che si percepi-
sce proprio, dato che tra le persone transessuali prevale, anche se
non sempre, un orientamento eterosessuale. Inoltre, l’associazione
di omosessualità e «inversione» di genere è, e soprattutto è stata ai
tempi dell’adolescenza dei nostri intervistati/e, ancora presente
nella percezione sociale.
G. (FTM) ricorda che per definire il suo modo di presentarsi e
comportarsi come maschio «il termine che si usava allora era lesbica,
non transessuale»; ma questo non corrispondeva alla sua percezione
di sé: «Io lesbica non mi ci sono mai sentita. Mi sentivo un uomo».
Anche D. (MTF) ha subito identificato il fatto di assumere un
ruolo e un aspetto femminile come altro rispetto all’omosessualità:

Arrivato ai 12 anni, io sapevo perfettamente che non ero come erano


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gli altri. C’era qualcosa che non andava, però non ero neanche come
gli omosessuali, perché c’era sempre il mio desiderio di mettere qual-
cosa di femminile, il mio atteggiamento non era mai quello di un omo-
sessuale, ma era uno scimmiottamento di femmina, pur non essendolo.

Non tutti/e descrivono però come immediata la presa di distanza


da questa definizione. Per B. (MTF) è avvenuta dopo aver sperimen-
tato l’ambiente omosessuale:
Non capivo bene se ero un omosessuale o se effettivamente ero una ra-
gazza in un corpo sbagliato, diciamo così, una transessuale. Non lo ca-
216

pivo. Poi un po’ alla volta, frequentando gli ambienti omosessuali mi


sono resa conto che anche lì non mi trovavo proprio a mio agio e da lì
ho iniziato a capire che non ero omosessuale.

Vissuta come inadatta la definizione di omosessuale, difficilmente si


trovano nella famiglia o nella scuola strumenti per descriversi in un
modo che si possa sentire più adeguato alla propria condizione. Inol-
tre, raramente si conoscono persone transessuali. Si tratta quindi di
un percorso fatto solitamente in solitudine, in cui le informazioni ar-
rivano frequentemente dai luoghi comuni sulle persone transessuali
e dai mass media, e sono spesso associate a stereotipi negativi.

Da bambino neanche io sapevo che voleva dire transessuale […]. Tra i


14 e i 16 anni, ho capito che si poteva fare. Mi capitò una rivista dove
si faceva vedere che si poteva fare, a Casablanca […]. Era il 1972 o il
1973. In Italia ancora non si faceva nulla. [La rivista] era tipo Playboy o
Playmen. Le riviste che si passavano tra amichetti. Era proprio su una di
quelle che vidi un uomo con le tette. Ho cominciato a pensare che se
si poteva fare con loro si poteva fare anche con me (FTM).

In questo contesto, oggi Internet appare una fonte sempre più uti-
lizzata, preziosa per la disponibilità di informazioni più precise e
per la possibilità di condividere le proprie esperienze. È il caso di
V. (MTF), 29 anni, che ricorda di aver sentito parlare di transessua-
lismo in televisione, ma di aver avuto «i primi approcci» alla que-
stione tramite Internet. Iscrivendosi a una chat ha approfondito le
sue conoscenze e, soprattutto, si è potuta confrontare per la prima
volta con altre transessuali.
Un’altra via d’accesso alle informazioni sul transessualismo e sul-
le possibilità di cambiamento di sesso è rappresentata da figure di
esperti, soprattutto psicologi e medici, a cui si ricorre per la condi-
zione di disagio psicologico.
Per B. (MTF) è stato il servizio sanitario pubblico il canale di ac-
cesso al centro specializzato e al percorso di cambiamento di sesso:
Ho sentito per televisione che c’era la possibilità di cambiare sesso, che
ci si poteva rivolgere a qualcuno. Io non sapevo cosa fare, perché non
mi consigliavo con nessuno. Tra i miei amici omosessuali, la maggior
parte non sapeva dove andare o cosa fare. Così ho chiesto alla mia dot-
toressa dell’ASL. Lei, molto gentile, molto disponibile, ha capito la mia
situazione, mi ha mandato da un medico suo amico alle Molinette e lì
questo medico mi ha indirizzata a questa équipe del Mauriziano.

Non sempre, però, l’incontro con queste figure è descritto positiva-


mente. Anzi, spesso si è rivelato un ostacolo all’acquisizione di con-
217

sapevolezza della propria condizione, che non viene riconosciuta e


non di rado è esplicitamente negata. È la storia di E. (FTM), ripor-
tata all’inizio di questo paragrafo, ma anche quella di L. (MTF):
I miei genitori mi hanno mandata al centro di salute mentale […] per-
ché ho cominciato ad avere dei grossi fastidi. Non parlavo, sono stata
dei mesi senza parlare. Lì sono riuscita ad aprirmi un po’ con una dot-
toressa, però è stata trasferita non so per quale ragione. L’altra dotto-
ressa che c’era non mi ispirava nessuna fiducia […]. Andavo ogni quin-
dici giorni. Poi avevano cominciato a pensare che dovessi prendere dei
medicinali per calmarmi e io li ho rifiutati perché non avevo bisogno di
medicine, ma di altre cose.

La carenza di informazioni precise sulle possibilità esistenti e la li-


mitata competenza di persone qualificate, quali medici di famiglia
o psicologi, nell’indirizzare le persone che si rivolgono a loro sono
in effetti indicate, dagli operatori specializzati in questo campo, co-
me il primo fondamentale ostacolo all’avvio di un percorso di cam-
biamento di sesso.
Altre vie di accesso importanti sono rappresentate dalle associa-
zioni di omosessuali e transessuali (a Torino il punto di riferimento
è l’associazione Arcitrans) e da altri servizi quali uno sportello del-
la CGIL, attivo nel passato, rivolto alle persone transessuali.
Infine, il fatto che le rappresentazioni sociali della transessualità
riguardano quasi esclusivamente le transizioni da maschio a femmi-
na viene descritto come una difficoltà aggiuntiva per chi è alla ri-
cerca di definizioni e informazioni per la condizione opposta:

Io so che ho sempre sentito parlare di transessualità e l’ho sempre vista


come una cosa che riguarda il percorso inverso, cioè da uomo a donna,
e mai il nostro caso. L’ho sempre vista come una realtà legata alla pro-
stituzione, all’emarginazione: insomma i soliti stereotipi. Al mio proble-
ma non trovavo un nome, non sapevo che esistesse un percorso come
quello che sto percorrendo. Non pensavo che si potesse veramente fare
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quello che sto facendo. Dicevo: «Sarebbe bello»; ma non sapevo che
questo esser bello sarebbe potuto diventare una realtà. Poi ho visto un
programma alla televisione e ho visto che era possibile. Comunque il
mio stereotipo del transessuale è rimasto sempre quello, praticamente
fino a due anni fa (FTM).

3. Il percorso di cambiamento di sesso

Presto inizio la terapia e finalmente incomincerò a vedere… Insomma,


leviamo la maschera ed esce fuori G.
218

Secondo la definizione (o diagnosi, dal punto di vista medico) di


transessualismo, il disagio delle persone transessuali deriva dal rifiu-
to di un corpo che segnala l’appartenenza a un sesso «sbagliato»,
opposto al proprio sesso psicologico, e in cui ci si sente «intrappo-
lati». Il percorso di cambiamento di sesso è concepito come rimedio
a questo «errore» e, quindi, al disagio che provoca, attraverso l’ade-
guamento del corpo, ma anche dell’identità sociale (di genere), al
proprio sesso psicologico.
Questo legame tra identità transessuale e decisione di realizzare,
almeno in parte, un processo di cambiamento del corpo si ritrova
nelle storie di vita da noi raccolte. La rappresentazione è quella di
un passaggio necessario per eliminare la propria condizione di sof-
ferenza divenuta intollerabile.
Spiegando tale decisione, si può notare come due obiettivi siano
strettamente intrecciati: migliorare il rapporto con il corpo e otte-
nere la conferma sociale della propria identità di genere. N. (FTM)
descrive come questi obiettivi si realizzino insieme quando il pro-
prio aspetto comincia a cambiare:

È tramite gli altri che io noto che c’è qualcosa in me. Però non è che
questo mi dà fastidio, anzi mi piace, perché comincio a dire: guarda,
c’è, esiste in me questa parte maschile, questo mio essere maschile esi-
ste, quindi non sono io, proprio esiste. Anche gli altri stanno notando
in me questo cambiamento e a me piace […]. È proprio una cosa che
ti aiuta.

La scelta di tempi e modi in cui si è realizzato, o si intende realizzare,


il percorso di cambiamento del corpo è ricondotta a molti fattori.
Sono indicate come importanti le condizioni di accesso alle
informazioni sulle possibilità esistenti: ad esempio, sull’esistenza di
un servizio pubblico a Torino quale il Consultorio dell’Ospedale
Mauriziano. Una volta a conoscenza di queste possibilità, la decisio-
ne di iniziare il percorso dipende dal confronto tra la percezione
delle difficoltà e la valutazione delle proprie risorse psicologiche,
sociali ed economiche.
Spesso, comunque, per chi sceglie l’iter medico ufficiale nelle
strutture pubbliche, i tempi per l’avvio del percorso non dipendo-
no dalla propria volontà, ma dai lunghi tempi di attesa tipici dei
servizi pubblici, che inducono a intraprendere, per chi può per-
metterselo, la via privata.
N. (FTM) racconta le diverse ragioni della sua lunga attesa:
Io ci avevo già pensato prima. Però prima metti da parte i soldi, perché
venire su a Torino, telefonare comunque ti costa. Io sono uno consape-
219

vole di quello che faccio, anche quand’ero piccolo sapevo che se volevo
qualcosa dovevo procurarmi i soldi per averlo e quindi i soldi li fai con
il lavoro. E quindi anche questo lo facciamo insieme [con la mia com-
pagna]. Io adesso sto lavorando, quindi metto da parte i soldi […]. So-
no un paio di anni che non faccio più viaggi perché so che i viaggi mi
comportano delle spese, ma anche il percorso che sto facendo mi com-
porta delle spese, quindi mi interessa molto di più fare il percorso e
quindi viaggi ne facciamo dopo. Poi lei è riuscita […] a mettersi in con-
tatto, ma dopo degli anni, perché una volta telefoni e ti dicono: «Ab-
biamo le liste chiuse, chiami a settembre»; a settembre ti mandano a
marzo, a marzo… e così passano gli anni, quindi è così. E poi quest’an-
no ho cominciato a marzo privatamente, ho detto: «Posso permetter-
melo, anche se con un po’ di fatica però posso permettermelo, non ho
più voglia di aspettare»; perché arriva un certo punto nella vita che di-
ci: «Cosa faccio nella vita?».

Soltanto una parte delle persone che modificano il corpo per ade-
guarlo alla propria identità di genere fanno riferimento al percorso
ufficiale, e soltanto alcuni arrivano fino all’intervento di «rettifica-
zione chirurgica del sesso». Secondo la percezione degli operatori
interpellati nell’intervista di gruppo, ci sarebbero importanti diffe-
renze rispetto alla direzione del cambiamento di sesso: tra chi sta
facendo il percorso da maschio a femmina, quasi la metà delle per-
sone che si rivolgono alle strutture non intraprende poi il percorso
ufficiale, mentre ciò avverrebbe per la grande maggioranza delle
persone che iniziano il percorso inverso.
Un percorso ufficiale che si concluda con l’operazione, tuttavia,
rappresenta l’unica via per ottenere un’identità anagrafica confor-
me al sesso a cui ci si sente di appartenere, con il riconoscimento
del nuovo nome.
Come si è detto, data la necessità del loro parere per il tribuna-
le, sono di fatto gli esperti a controllare l’accesso non soltanto al-
l’iter medico e all’operazione, ma anche al cambiamento dell’iden-
tità sociale. Non tutti coloro che vi si sono sottoposti descrivono le
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soglie definite dagli esperti per l’ingresso nel percorso ufficiale, de-
finite dalla conformità alla diagnosi di transessualismo e dall’assen-
za di altri problemi ritenuti incompatibili con l’iter, come facili da
superare. Gli esperti sono, in effetti, in alcuni casi, percepiti come
una controparte che sottrae il controllo del percorso a chi lo vive: li
si deve convincere, per poter rientrare nella loro diagnosi, presen-
tando una biografia appropriata, raggiungendo il giusto risultato
nei test psicologici a cui si viene sottoposti e assumendo i compor-
tamenti previsti nel corso del test di vita reale e del percorso com-
plessivo (si vedano anche Billings, Urban, 1982; Ekins, 1993).
220

A partire dai primi contatti con le strutture specializzate nel


campo del transessualismo si possono anche trovare atteggiamenti
di rifiuto e di dissuasione, come quello dell’assistente sociale incon-
trato da L. (MTF) nel suo primo colloquio:
Tra l’altro era un maschio, un personaggio inquietante, assolutamente,
nel senso che era distaccatissimo dalla cosa… Al posto di comprendere
cosa stai dicendo, lui ti dissuade, passava veramente il tempo a dirti: ma
sei sicuro? Primo, parlava al maschile. Secondo, non ti dava la possibi-
lità di spiegarti.

P. (FTM) colloca nella fase successiva, nel rapporto con gli esperti, la
difficoltà più grande del suo percorso:
Le difficoltà più grandi sono state capire che non ci si poteva fidare di
coloro che erano dietro all’organizzazione di questo iter […]. Quando
entri in ospedale e sei veramente distrutto, perché non capisci, sei al-
l’oscuro, stai male, rifiuti categoricamente quali possono essere i tuoi
problemi […] ti affidi a coloro che pensi siano persone specializzate,
persone competenti, non persone, come si sono rivelate, troppo pronte
ad accoglierti perché tu sei una cavia, perché tu fai numero, perché loro
devono studiarti […]. Nel momento in cui io ho avuto dei problemi (è
normale che ci siano durante un percorso così difficile), ho manifestato
questi problemi […]. Alla fine del percorso ho avuto la relazione [degli
operatori per il tribunale] con questi chiari segni di disturbi durante il
mio percorso, non grandissimi, ma sta di fatto che il giudice li ha accolti
in modo negativo e quindi ho avuto grossi problemi in seguito.

Per evitare «problemi» o «esiti negativi», alcuni/e raccolgono infor-


mazioni sugli specialisti da cui saranno seguiti per «prepararsi»,
prevedendo il tipo di valutazione cui verranno sottoposti, gli atteg-
giamenti da assumere e così via. Altri/e, se possono permetterselo,
scelgono specialisti privati verso cui hanno fiducia.
In effetti, ferma restando la necessità di una valutazione medico-
psicologica favorevole, per compiere il percorso di cambiamento di
sesso si può ricorrere sia a strutture pubbliche sia a operatori e strut-
ture private. I due tipi di percorsi presentano diverse difficoltà, che
si ritrovano nelle esperienze delle persone intervistate.

3.1. Un problema di tempi: il percorso pubblico

Il problema principale indicato dagli operatori è costituito dai tem-


pi di attesa molto lunghi, tra le varie tappe del percorso.
La prima di queste attese è quella iniziale: da quando ci si pre-
nota per l’inizio dell’iter a quando si è convocati/e per cominciare,
221

secondo gli operatori, possono passare anche due anni. Da quel


momento, la terapia ha una durata variabile: un anno e mezzo è so-
litamente la durata minima. Bisogna poi attendere le relazioni degli
esperti che hanno seguito il caso e l’autorizzazione del tribunale. I
tempi del tribunale sono brevi: circa due o tre mesi.
Ottenuto il permesso del tribunale, comincia l’altro lungo tempo
di attesa, quello per l’operazione: mentre negli anni passati a Torino
superava di poco i due anni, ultimamente l’attesa si è allungata note-
volmente. C’è comunque la possibilità di rivolgersi ad altre strutture
pubbliche italiane, ma i tempi di attesa sono spesso analoghi.
Dopo l’intervento, a Torino i tempi per la rettificazione anagra-
fica, con istanza presso il tribunale nuovamente presentata tramite
avvocato, sono generalmente brevi. Segue, infine, tutto il lavoro di
riconversione dei documenti, rispetto al quale tempi e difficoltà
possono variare notevolmente.
Il tempo richiesto dal percorso è un elemento molto importan-
te, indicato sovente nelle nostre interviste come una delle più gran-
di difficoltà incontrate. In primo luogo, c’è l’impazienza di chi ha
preso la difficile decisione di intraprendere un percorso di cambia-
mento di sesso come soluzione rispetto a una condizione di vita
percepita come insostenibile. In secondo luogo, il fatto che il cam-
biamento del nome possa avvenire soltanto alla fine dell’intero iter,
cioè dopo l’intervento chirurgico, comporta l’esistenza di un perio-
do molto critico per le persone che affrontano la transizione: da
quando iniziano l’assunzione di ormoni e si sottopongono al test di
vita reale, infatti, c’è una discrepanza tra il loro aspetto e quello che
i documenti rivelano, fonte di disagio e di discriminazioni. Ogni ri-
tardo che prolunga questo periodo di transizione, dovuto alle len-
tezze del percorso pubblico o ad altre ragioni, appare quindi diffi-
cile da accettare.

3.2. Un problema di costi: il ricorso al privato


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Di fronte a questi tempi, si pone l’alternativa, parziale o completa,


del ricorso agli esperti per via privata, in primo luogo endocrinolo-
gi e psicologi. Tale alternativa, tuttavia, presenta l’altra grande diffi-
coltà indicata da operatori e intervistati/e: gli elevati costi del per-
corso, che sono più contenuti, anche se sempre consistenti, nel
pubblico.
Le spese da affrontare riguardano il pagamento delle visite pres-
so gli specialisti e delle loro relazioni per il tribunale, gli esami pe-
riodici del sangue, l’acquisto degli ormoni, solo parzialmente co-
perti dal servizio sanitario nazionale, le parcelle dell’avvocato, i trat-
222

tamenti estetici quali l’elettrocoagulazione per l’eliminazione defi-


nitiva della barba, l’acquisto di abbigliamento adatto al nuovo ruo-
lo di genere e altro ancora. Questi costi sono scrupolosamente elen-
cati dagli intervistati/e:
Le più grandi difficoltà che ho incontrato sono economiche, perché la
terapia di gruppo costa 60.000 lire alla settimana (costava 80.000 quando
era individuale), perché per le medicine spendo 80.000 lire al mese. Gli
ormoni femminilizzanti non sono passati dalla mutua […]. Se le sommi
alle 240.000 della psichiatra e al fatto che una volta ogni tre mesi devi fa-
re tutti gli esami del sangue e ci vogliono circa 200.000 lire… L’endocri-
nologo ogni tre mesi costa 150.000 lire. E comunque tutte le cose che fai
per te stessa costano, perché i trattamenti di depilazione definitiva li devi
pagare […]. Quindi ti rendi conto che economicamente è difficile. An-
che il guardaroba, una ragazza ci mette dieci anni a farselo, io ci ho mes-
so otto mesi, per cui è tutto un po’ più complicato (MTF).

La stima dei costi di un percorso privato arriva, come minimo, ai


10.000 euro complessivi prima dell’intervento. Se anche per questo
si ricorre a strutture private italiane o estere, i costi, per il passaggio
da uomo a donna, sono stimati intorno ai 15.000 euro, mentre so-
no molto più alti per il passaggio da donna a uomo.
Gli elevati costi del percorso sono un problema anche a causa
delle scarse risorse economiche che chi si trova nella fase di transi-
zione ha solitamente a disposizione, per le difficoltà rispetto al la-
voro e per il mancato sostegno della famiglia di origine.
Le difficoltà economiche possono quindi condizionare la scelta
di iniziare il percorso o di arrivare all’operazione, come nel caso di
D. (MTF), che per mantenersi lavorava come prostituta e che per
questo in un primo tempo aveva deciso di non operarsi:
Praticamente come ho avuto in mano la relazione favorevole all’inter-
vento, dove mi si diceva peraltro che io avrei potuto anche avere dei ri-
scontri positivi, nello svolgere la vita futura, perché mi poteva dare delle
chance in più, io però ho detto: «Mi opero, sono senza una casa, senza
un lavoro, cosa faccio? Sulla strada, mi rifiuto, perché è una cosa talmen-
te preziosa, talmente mia, che non posso regalarla e buttarla via così».

Soltanto quando ottiene un contratto di assunzione per una ditta di


pulizie, D. decide di riprendere l’iter fino all’operazione.

3.3. L’intervento

La fase finale del percorso medico, l’intervento con cui vengono


modificati gli organi genitali, è concepita, nella definizione dell’iter
223

medico ma anche nella legge, come il passaggio fondamentale at-


traverso il quale si compie la trasformazione in «un’altra persona».
Questo è vero soprattutto per le transizioni da uomo a donna,
per le quali vi sono buone possibilità che venga ricostruita una vagi-
na artificiale simile nell’aspetto e in parte nella funzionalità a quella
naturale. La scelta di sottoporsi all’operazione non è ricondotta, tut-
tavia, soltanto a ragioni legate alla percezione del proprio corpo.
Una motivazione preponderante, anche se non sempre dichiarata
esplicitamente, è quella di ottenere un riconoscimento sociale e le-
gale, con le sue implicazioni per le opportunità di lavoro e per le
possibilità di sottrarsi alla stigmatizzazione di cui una transessuale è
oggetto. Non sempre, comunque, queste transizioni arrivano fino al-
l’intervento, per diverse ragioni: economiche, di salute, o per la per-
cezione che non sia necessario per il proprio benessere psicologico.
Per le transizioni da donna a uomo, la rettificazione anagrafica
si può ottenere anche «soltanto» dopo la mastectomia e l’asporta-
zione di utero e ovaie, ovvero dopo l’eliminazione degli organi ses-
suali femminili. Non occorre, cioè, la ricostruzione di un organo
sessuale maschile la cui fattibilità richiede una serie di operazioni e
appare altamente incerta e rischiosa. Queste difficoltà sono spesso
percepite come un deterrente rispetto alla scelta di operarsi:

La cosa che mi preoccupa di più è sicuramente la ricostruzione: ci so-


no diversi centri che la fanno e ogni centro ha una tecnica diversa; pur-
troppo l’esito dell’operazione non è garantito: può andare bene ma ci
possono essere anche gravi problemi. Addirittura c’è chi pensa di non
fare niente (FTM).

4. Il contesto sociale del percorso

Uno degli aspetti per i quali la situazione delle persone transessua-


li si distingue rispetto a quella degli omosessuali è che le prime non
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hanno la stessa scelta tra visibilità e non visibilità. Con il «test di vi-
ta reale», in cui si assume l’identità sociale del genere prescelto, ma
soprattutto con la terapia ormonale, che cambia in modo evidente
e irreversibile l’aspetto, la transizione verso il nuovo ruolo sociale
diventa incompatibile con processi di nascondimento.
È quindi inevitabile, per le persone transessuali, affrontare i co-
sti della visibilità, nel periodo delimitato della transizione per chi al-
la fine assume in modo convincente il nuovo aspetto di donna o di
uomo e l’identità anagrafica corrispondente, o per sempre quando
ciò non avviene.
224

Abbiamo in particolare esplorato, con i nostri intervistati/e, la


percezione dei costi della visibilità e le strategie di gestione di una
condizione fortemente stigmatizzata in due contesti fondamentali
della vita delle persone transessuali: la famiglia di origine e il lavoro.

4.1. La famiglia di origine

Nei racconti da noi raccolti, sono rare le situazioni in cui le fami-


glie di origine, e in particolare i genitori, colgono le difficoltà dei
loro figli e assecondano il loro riconoscersi nel sesso opposto a
quello del proprio corpo. La famiglia, come si è visto, è piuttosto
rappresentata come fonte di pressioni alla conformità di ruolo e
luogo in cui prevale la non comprensione, o la negazione, della
propria identità di genere. Al tempo stesso, a differenza di quanto
avviene per gay e lesbiche, quando comincia il percorso di cambia-
mento di sesso, il nascondimento da parte di chi lo intraprende e la
negazione da parte dei familiari non sono strategie praticabili.
E. (FTM), ad esempio, non può più evitare di parlarne con sua
madre quando presentarsi a lei significa anche mostrarle i segni
della transizione:
Obiettivamente mi dicevo: «Se adesso mi viene la barba, cosa faccio, va-
do da mia mamma?». Io non abitavo più con lei. «Vado da lei con la
barba?». Va bene che lo psicologo diceva: «Negazione, magari anche se
avessi un barbone così non te lo vedrebbe». Però mi sembrava vera-
mente una cosa, cominciavo a cambiare voce, cominciavano a venirmi i
primi peli, per forza dovevo dirlo.

I familiari possono venire a sapere della transessualità di uno di lo-


ro per vie diverse e talvolta graduali.
Una prima tappa consiste sovente nell’assimilazione alla situa-
zione delle persone omosessuali, quando i familiari sanno solo che
la persona è attratta da persone dello stesso sesso di nascita. Questa
però, appunto, è soltanto la prima tappa, a cui ne seguono altre ri-
spetto alle quali le reazioni delle famiglie sono solitamente, anche
se non sempre, di maggiore rifiuto, soprattutto quando viene co-
municata l’intenzione di assumere pubblicamente il ruolo sociale
del sesso opposto a quello di nascita e, passo ulteriore, la decisione
di modificare il proprio corpo. Questo è, ad esempio, l’atteggia-
mento della madre di G. (FTM), che ha appena iniziato il percorso
di cambiamento.

Sa che vado dalla psicoterapeuta, la sua speranza è che io ci vada per ri-
tornare nella retta via, spera che mi convinca, insomma, proprio a esse-
225

re una ragazza che si sposa, che ha una famiglia. Mia madre mi ha ac-
cettato in casa, ma non condivide assolutamente questa cosa, cioè pro-
prio non lo capisce […]. Magari poteva accettare il mio orientamento,
magari sentendo questa cosa proprio rifiuta totalmente anche il fatto
che mi possano piacere le ragazze anche senza cambiare sesso, anche
senza essere un transessuale. Qualcosa avrà capito, perché comunque il
rifiuto si è rafforzato.

D’altra parte, dato che intraprendere il percorso di cambiamento


di sesso rende inevitabile che la famiglia lo venga a sapere, la pau-
ra delle reazioni può condizionare fortemente la stessa decisione di
cominciare il percorso. Un transessuale FTM sostiene di aver aspet-
tato diversi anni prima di cominciare la transizione per paura della
reazione della madre, che in effetti è stata drammatica:

Nel momento in cui ho rivelato tutto, lotte su lotte, traumi su traumi.


[Le reazioni sono state] molto negative da mia mamma, la quale è sta-
ta malissimo, l’ha presa veramente male, peggio di così non si poteva,
infatti ho dovuto rimandare un po’ per quanto riguarda tutto quanto,
proprio perché lei è stata male fisicamente. Piangeva di continuo, una
depressione di quelle non indifferenti, e quindi è stata molto dura,
però ho avuto la forza e l’appoggio delle mie sorelle […]. Ho fatto di
tutto e di più per far capire loro [i genitori]: ovviamente loro non sono
persone che hanno studiato, e non erano neanche tanto a conoscenza
di questo tipo di percorso. Sì, sapevano che si poteva fare il cambia-
mento di sesso, ma pensavano che si poteva fare solo al contrario […].
Io all’epoca avevo ancora la mia prima psicologa, la quale mi ha detto:
«Li faccia venire qui, gli diamo un attimino una spiegazione». E sono
andato, mia mamma continuava a piangere, continuava a rifiutare, con-
tinuava a non capire, continuava a negare tutto. E questo è stato il mio
unico passo in aiuto loro. Dopo di che ho chiuso le porte, ho detto
«penso che forse sono io ad aver bisogno» e fino adesso… È vero, mi
sono sempre chiuso, mi sono sempre protetto, proprio perché conosce-
vo mia mamma: sapevo che al momento in cui davo loro questa notizia
avrei rotto quell’incantesimo della famiglia perfetta; ma soprattutto
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avrei dato un colpo troppo forte a mia mamma, conoscendola. La rea-


zione è stata poi quella che mi aspettavo.

Nella comunicazione alla famiglia, possono avere un ruolo impor-


tante psicologi e psicoterapeuti che seguono il percorso. La spiega-
zione medica del transessualismo appare in effetti importante nella
comunicazione della propria transessualità ai familiari: costituisce
una forma di legittimazione di questa condizione, con il riferimen-
to al parere degli esperti. Una transessuale MTF ricorda questa fun-
zione di legittimazione rispetto a sua madre, quando il cambiamen-
226

to del suo corpo rendeva impraticabile la strada della negazione


che fino a quel momento aveva scelto:

Un pomeriggio sono andata da mamma e le ho detto: sono andata lu-


nedì dalla dottoressa, martedì pomeriggio inizio questa cosa. Io farò
questa cosa. C’era anche mia sorella. Loro si sono spaventate parecchio,
hanno detto: «Poi ti escludono, ti emarginano, tutta la gente pensa che
tu sia una prostituta, no no. Poi non è vero, ma tu hai un figlio…».
Quando hanno visto che io ormai andavo a lavorare in abiti femminili,
hanno visto che dove abito nel paese tutti hanno accettato questa cosa,
che ero una ragazza come tutte le altre (andavo a lavorare, tornavo a ca-
sa, uscivo con le amiche), lì veramente non ho avuto alcun tipo di pro-
blema […]. Mamma è andata a parlare con la psichiatra, le avevo detto:
«Vai perché comunque ti fa vedere i documenti, ti spiega serenamente,
perché tu parti prevenuta…». Mia mamma ha trovato il coraggio, è an-
data, poi piano piano ha cominciato nei miei confronti […]. È stato
molto più semplice perché ha continuato a vedermi lavorare, a vivere
serenamente; mi ha vista cambiare nel fisico.

Nel caso di V. (MTF), l’intervento degli esperti è invece occasione


per reazioni di negazione del problema da parte dei familiari:

Ho tantissimi problemi con la famiglia, nel senso che loro assolutamen-


te non accettano questa mia situazione; la considerano un problema
mentale, quindi qualcosa di curabile […]. Abbiamo fatto l’incontro con
la psicoterapeuta e mia madre crede che questa qui mi influenzi e quin-
di ritiene che io sia una persona spinta da altri a fare ciò, che non par-
te da me il problema ma da altri, persone che mi hanno in qualche mo-
do convinto in certe cose. Lei è convinta che non parte da me il pro-
blema o che comunque sia una fissazione.

Come si è visto per gay e lesbiche, comunque, anche rispetto alla


decisione di cambiare sesso le reazioni dei familiari sono sovente
imprevedibili, relativamente indipendenti dalla posizione sociale
della famiglia, ma anche dai modelli di genere condivisi dai fami-
liari. È inaspettatamente positiva, ad esempio, per G. (FTM), la rea-
zione del padre, che considerava un disonore il fatto che il figlio,
come donna, se ne andasse da casa senza sposarsi. G. era quindi
convinto: «Non glielo potrò mai e poi mai dire! Oppure quando ca-
piterà sarà a mio rischio… te ne vai di casa». Invece:

Una volta mio padre mi ha preso così tranquillamente. Mi fa: «Senti un


po’, parliamo un attimo, perché non è che io sono scemo» […]. Quindi
praticamente mio padre me l’ha detto lui, io ho solo confermato quello
che mi ha detto; ti parlo del mio orientamento, non dell’idea di cambia-
re sesso. Tanto dovevo affrontare questo argomento, non potevo affron-
227

tare tutto assieme. Anche perché il fatto di cambiare era ancora… dove-
vo arrivarci io a essere sicuro di volerlo fare […]. Poi è capitato invece
che ho cominciato l’itinerario con la psicoterapeuta, quindi vai a fare l’a-
nalisi, che all’inizio mi è costata anche un sacco di soldi. Mio padre si è
preoccupato anche di questo, mi ha chiesto: «Ma cosa stai facendo? me
lo puoi dire?». E io l’ho buttata lì, mi è andata bene la prima volta e ades-
so o la va o la spacca. Allora dico, perché glielo devo dire, mi butterà fuo-
ri di casa, affronterò anche questo rischio. E gli ho detto anche quello
che volevo fare e che sto facendo. Al che mio padre mi ha guardato e mi
fa: «Vabbé, se ritieni che per te sia meglio così, vuoi affrontare…». Poi so-
no sicuro che gli ho dato una mazzata grandissima, che a me comunque
non ha dato a vedere. Lo posso aver capito perché comunque mi dice:
«Se ritieni che per te sia giusto, starai meglio così, fallo. Se te la senti di
affrontare tutti i problemi, le beghe che comporteranno, fai tu».

Infine, analogamente a quanto discusso per gay e lesbiche, la prima


reazione alla conoscenza della condizione transessuale o dell’inten-
zione di cambiare sesso è solo l’inizio di una trasformazione delle
relazioni familiari che nel tempo può prendere direzioni molto di-
verse. Frequentemente comporta, dopo l’iniziale reazione di rifiuto,
ricomposizioni delle relazioni con nuove caratteristiche.
Mio padre è diventato più aperto ed è un rapporto, tra virgolette, tra
maschio e maschio. In questo è cambiato molto […]. Mi parla di sesso;
mi parla di tante altre cose che prima non faceva, quindi mi sento più
alla pari con mio padre. Per quanto riguarda le mie sorelle, sono aper-
te, ho sempre avuto un buonissimo rapporto. L’unica cosa che cambia
è che […] quando io adesso vado in bagno mi chiudo (FTM).

Diversamente da quanto avviene per gay e lesbiche, questi muta-


menti sono anche legati ai cambiamenti della condizione delle per-
sone transessuali: conflitti con i familiari possono essere ricomposti
quando viene dimostrato che, assunta la nuova identità sociale ed
eventualmente concluso l’iter di cambiamento di sesso, la transizio-
ne non comporta necessariamente una condizione permanente di
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emarginazione sociale. Così, per D. (MTF), i suoi familiari «adesso


hanno capito che D. è una persona valida, è una persona. Allora so-
no sorella, sono zia…».

4.2. Il lavoro

La questione del lavoro è centrale nell’esperienza delle persone


transessuali, da un lato come fondamentale fonte di risorse, soprat-
tutto economiche ma anche di identità, dall’altro come principale
problema nel percorso di cambiamento di sesso.
228

Avere un lavoro, e soprattutto un buon lavoro, stabile e suffi-


cientemente remunerato, è particolarmente importante per i/le
transessuali. In primo luogo, l’indipendenza economica è necessa-
ria nelle frequenti situazioni in cui il sostegno della rete familiare
non è disponibile, perché i familiari non condividono le scelte fat-
te. Inoltre, l’iter di cambiamento di sesso, come abbiamo visto, ri-
chiede ingenti risorse economiche. Infine, una situazione di lavoro
soddisfacente può rappresentare un importante punto di riferi-
mento per la propria identità nel corso del difficile processo di ri-
definizione del proprio status sociale, che sembra sovente avvenire
in condizioni di instabilità delle relazioni affettive.
D’altra parte, le ricerche esistenti6, gli operatori del settore e le
persone da noi intervistate concordano nel descrivere frequenti dif-
ficoltà nel mantenere e soprattutto nel trovare un lavoro da parte
delle persone transessuali, riportate specialmente da chi, anagrafi-
camente uomo, assume un aspetto femminile: l’incursione di un
«uomo» nel mondo delle donne, o in veste da donna, rappresenta
un rischio sociale più elevato, rende tutti più vulnerabili che non
l’ingresso di una «donna» nel mondo degli uomini. Forse questo si
verifica perché gli uomini lavorano più spesso in ambienti mono-
sessuati, ove la presenza di una donna è spiazzante; e quando, inve-
ce, lavorano in contesti misti il mutamento dello status di genere li
fa percepire come meno affidabili, non solo professionalmente, ma
anche nelle relazioni in un mondo in cui le gerarchie di genere
spesso definiscono, implicitamente se non esplicitamente, i conte-
nuti e le attese professionali.
L’elemento chiave attorno a cui si giocano tutte le vicende lega-
te al mondo del lavoro è la discrepanza tra quanto l’aspetto della
persona segnala e il sesso indicato nei documenti. Rispetto a que-
sto, sono diverse le situazioni di chi ha un’occupazione e di chi in-
vece è in cerca di occupazione.
Tra gli occupati, la strategia diffusa nel momento in cui si vuole
cambiare il proprio aspetto anche nel posto di lavoro suggerisce di
comunicare la propria decisione ai responsabili del personale o ai
superiori, per informarli e prevenire comportamenti discriminatori,
anche da parte dei colleghi. A sostegno della decisione possono es-

6 Si veda Franco, 1998. Da una ricerca realizzata a Torino nel 1997, su 50 perso-

ne che stavano affrontando un percorso di cambiamento di sesso, 20 avevano un la-


voro dipendente, 8 un lavoro in proprio, 5 studiavano, 2 lavoravano in casa, uno era
pensionato e 14 lavoravano come prostitute (tutte MTF). Sui 50 casi, 18 avevano di-
chiarato di aver incontrato seri problemi sul lavoro, che per 4 erano sfociati in di-
missioni, per 9 in licenziamento (CGIL, 1997).
229

sere portati i pareri degli esperti, presentando ai superiori la scelta


secondo il codice della malattia, come una terapia necessaria e le-
gittimata dalla scienza medica e psichiatrica.
In questi casi, la posizione ufficiale dei superiori è solitamente
una garanzia di non discriminazione; ma le reazioni riferite nelle in-
terviste variano dal pieno sostegno a comportamenti di fatto discri-
minatori, le cui conseguenze sono diverse in base al tipo di lavoro.
N. (FTM), impiegato in una grande ditta, descrive la sua espe-
rienza come particolarmente positiva. I superiori gli hanno accor-
dato alcuni mesi di permesso in concomitanza con l’inizio della te-
rapia e il trasferimento da un ufficio «che non mi piaceva tanto,
pieno di gente curiosa nei miei confronti»:

Una volta chiarita la situazione la gente ha molto rispetto per quello


che sto facendo. Da parte dei superiori c’è stato un aiuto indiscutibile.
So di gente che ha fatto domanda di trasferimento per ragioni familia-
ri importanti (un bambino piccolo ecc.) e non è stata accontentata.
Credo di essere stato trattato meglio degli altri.

L’esperienza di S. (MTF), che lavora nel campo della comunicazio-


ne, è invece quella di una progressiva emarginazione da parte dei
superiori:

Alla fine io ho dichiarato la mia transessualità e mi hanno subito detto:


figurati, non c’è problema, ma poi mi hanno chiuso le porte [...]. La re-
sponsabile, quella che fa i turni, che organizza, ha detto che non c’era-
no problemi, poi diceva: «Certo, non ti possiamo mettere nei servizi al
pubblico, abbiamo un certo nome...».

È notizia recente il caso di una transessuale e della sua compagna,


estromesse in contemporanea dai loro posti di lavoro in due coo-
perative sociali nella provincia di Asti.
Questo caso, che ha provocato una mobilitazione non soltanto
dell’associazionismo gay, lesbico e transessuale, ma anche di sinda-
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cati e forze politiche, è culminato in una manifestazione nazionale


a difesa del diritto al lavoro di gay, lesbiche e transessuali svoltasi
nel loro piccolo paese di provincia, Castelnuovo Don Bosco. La mo-
bilitazione ha consentito un temporaneo reintegro sul posto di la-
voro della compagna, che però è stata comunque licenziata succes-
sivamente, dopo quelle che sono state denunciate come pesanti
azioni di mobbing e aggressioni fisiche.
Iniziata solitamente dopo la comunicazione ai superiori, la tran-
sizione da un aspetto maschile a uno femminile, o viceversa, sul
luogo di lavoro è un processo lungo e graduale, che avviene spesso
230

nel non detto, segnato da alcune tappe corrispondenti all’utilizzo


dei simboli più forti della maschilità e della femminilità. Per chi as-
sume un aspetto maschile, si tratta in primo luogo della barba. Per
chi assume un aspetto femminile, questi simboli sono i capelli lun-
ghi, il trucco, ma soprattutto la gonna.
Di fronte a questi mutamenti, le reazioni di colleghi e colleghe
sono anch’esse variabili: dall’accettazione a comportamenti tipici
delle strategie di mobbing o a molestie sessuali.
Gli atteggiamenti più apertamente offensivi e discriminatori so-
no rivolti, secondo l’opinione comune dei nostri intervistati/e, a
chi sta assumendo un aspetto femminile. Rispetto ad atteggiamenti
discriminatori dei colleghi, alcuni racconti indicano come sia de-
terminante, in senso positivo o negativo, l’intervento dei superiori.
L. (MTF), che lavora nel campo dell’assistenza, racconta la sua
graduale transizione e il ruolo importante dei superiori:

Ho parlato con la direzione molto fermamente […]. La realtà è che


non c’è stato nessun problema. Io dall’anno scorso ho cominciato pia-
no piano a portare gli orecchini, un po’ di matita, poi a mettermi un
po’ di rossetto, a mettere le gonne, farmi chiamare L. […]. Mi ricordo
la prima mattina in cui sono andata a lavorare con la gonna, c’è stato
un attimo di imbarazzo tra le mie colleghe, perché comunque mi ave-
vano già vista con il trucco, il rossetto, però non era la gonna, insomma
[…]. La mattina la direttrice è venuta su, mi ha detto: «Ti devo parlare
(mi aveva già detto: la scelta definitiva la fai tu, se è una cosa seria…),
non è che un giorno vieni come maschio e il giorno dopo…?». Io ho
fatto telefonare dalla mia psicologa e poi le ho portato la documenta-
zione. Visto che questa direttrice è psicologa, le ho portato le fotocopie
dei test e le ho detto serenamente: non ho nulla di cui vergognarmi,
non me ne frega nulla della privacy, è dimostrato e dimostrabile. Lei mi
ha detto: «Va bene»; infatti dal mese dopo sul foglio dei turni fuori c’e-
ra già scritto L., sul cartellino mi hanno dato quello nuovo con la foto
nuova in cui c’era scritto L.

Con il cambiamento di aspetto (che spesso corrisponde a uno spo-


stamento interno o a un cambiamento di lavoro) inizia la lunga fa-
se di transizione, che, come si è detto, può anche diventare una
condizione permanente. In questa fase tutte quelle situazioni nelle
quali emerge la discrepanza tra l’aspetto esteriore e il proprio sesso
anagrafico appaiono come minacce al nuovo status sociale. Sul la-
voro, tali occasioni possono essere causate, ad esempio, dall’arrivo
della busta paga o dal cartellino di riconoscimento con il nome
anagrafico, oppure da contatti con uffici esterni o con conoscenze
precedenti alla transizione.
231

P. (FTM) che lavora come impiegato in un ente pubblico, ha ini-


ziato a presentarsi come uomo dopo aver ottenuto il sostegno dei
superiori ed essere stato trasferito in un altro ufficio, in cui non ne
ha parlato con i colleghi. Resta però sempre incombente il rischio
di essere «scoperto»:

È vero che negli uffici io ero P., ma è anche vero che l’operaio che veni-
va a prendere il lavoro sapeva che io ero Anna; quindi le assicuro che i
primi tempi io mi nascondevo dietro gli armadi, per non farmi vedere.
Poi ho detto: «Vabbé, io non posso vivere così» e sono venuto fuori, cioè
avanti. La gente… qualcuno mi ha parlato, qualcuno ha fatto finta di
niente, qualcuno non mi parla perché si sente a disagio. Però io ho biso-
gno di guadagnare quattro soldi, perciò ho detto: «O sto a casa, faccio
come la maggior parte delle persone che si chiudono, o tiro fuori un at-
timino la testa e me ne frego e vado avanti». E ho scelto la seconda.

Chi sta attraversando i confini sociali tra i generi incontra anche


particolari problemi rispetto a quegli aspetti della vita lavorativa che
sono organizzati in base alla differenza di genere, a partire dai luo-
ghi fisici come i bagni o gli spogliatoi. Per un transessuale FTM, che
lavora in ospedale, il problema di dove si sarebbe potuto cambiare,
se nello spogliatoio maschile o in quello femminile, è stato risolto
con una terza soluzione: «Mi hanno fatto una stanzetta apposta nel
bagno del reparto».
Il mutamento del nome e del genere attribuito con il linguaggio
è vissuto come il passaggio fondamentale verso la nuova identità so-
ciale. L’accettazione dei colleghi è quindi misurata dal loro uso del
nuovo nome e genere. Anche se non è sempre facile per i colleghi
abituarsi, ne viene apprezzato lo sforzo: «Ogni tanto si sbagliano a
chiamarmi, però poi mi chiedono scusa, è un ambiente di lavoro
eccezionale […]. Sono G. per tutti».
Per chi, nel periodo di transizione, è invece alla ricerca di lavo-
ro, l’ambiguità nell’aspetto rispetto all’appartenenza di sesso o la
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discrepanza tra aspetto e documenti rappresentano ostacoli fonda-


mentali nell’accesso a un’occupazione. L’esperienza di una transes-
suale MTF mostra come un aspetto convincente e buone qualifiche
spesso non bastino:

Ho un buon curriculum, diciamo, ho avuto delle esperienze. Mi è stato


confermato. Il problema è che di fronte a un nome scritto sul docu-
mento dicono di no, o meglio mi dicono «Le facciamo sapere» e poi
non si fa vivo più nessuno […]. Ho attuato tutte le strategie possibili:
ho compilato un curriculum neutro, anche lì con il cognome e l’inizia-
le del nome, steso in modo neutro, senza scrivere al femminile. Mi è
232

stato consigliato di far così e funziona. Fino ai colloqui arrivo, il collo-


quio comunque lo faccio. Sembrano anche gentili e disponibili fino a
quando non gli dico il nome. Lì vedo che comunque la persona che mi
intervista rimane un po’ spiazzata e… Poi il risultato è quello che è. Ne
ho fatti tanti e comunque nessuno è mai andato a buon fine […]. Io
cerco un lavoro stabile, nel senso che comunque lavoretti ne ho fatti,
contratti di collaborazione e sempre comunque tramite amici, cono-
scenti e mai perché ho fatto un colloquio.

Sembrano in effetti necessarie, anche se non sempre sufficienti, ri-


sorse aggiuntive, quali il ricorso a reti di relazione o una qualifica
particolarmente richiesta sul mercato del lavoro: professioni come
quella di assistente domiciliare o infermiere sembrano più accessi-
bili di altre.
Data l’importanza delle risorse economiche fornite dal lavoro,
in assenza di altre forme di sostegno, in particolare da parte delle
reti familiari, e per fronteggiare gli alti costi della transizione e le
difficoltà nel trovare o mantenere un altro lavoro soddisfacente, per
chi è in transizione da uomo a donna la prostituzione appare fre-
quentemente come uno sbocco lavorativo importante, esclusivo o
integrativo di altri lavori con remunerazione insufficiente. D. (MTF),
che oggi ha 51 anni, comincia a frequentare l’ambiente dei trave-
stiti torinesi dall’adolescenza, negli anni Sessanta, e la cosa viene a
conoscenza della madre:

Allora a quel punto, cosa fare? Visti i risultati che c’erano stati, allora la-
voro niente, tranquillità meno che mai, perché se adesso la mamma sa-
peva anche questa realtà, che vita avrei fatto? Un inferno. E così ho de-
ciso di andarmene di casa. Sono andata ospite, a casa di questa mia
amica, che mi ha salvata, da una parte […]. Da lì ho cominciato la pro-
stituzione perché lavoro non c’era, altrimenti l’avrei trovato anche pri-
ma. Ma la mia diversità era troppo lampante, troppo visiva, quindi non
andava bene e così ho cominciato a prostituirmi. Ma prostituirmi non
perché…, ma perché io dovevo vivere, era solo questo. Poi ho avuto la
possibilità di avere qualche lavoretto, ma come si scopriva la verità era
punto e a capo, si ritorna sulla strada.

La prostituzione sembra essere stata la via quasi obbligata soprattut-


to per le coorti più anziane. Per le coorti più giovani, pur restando
la prostituzione una scelta diffusa, sembrano più praticabili altri
percorsi (si veda anche Marcasciano, 2002)7.

7 Secondo le stime del MIT (Movimento Identità Transessuale), in Italia quasi la me-

tà delle transessuali MTF si prostituisce o si è prostituita. Fonte: http://www.mit-italia.it/.


233

I problemi rispetto al lavoro si ridimensionano dopo la rettifica-


zione anagrafica del sesso, non esistendo più la discrepanza tra aspet-
to e documento di identità, anche se le conseguenze del periodo di
transizione per la storia lavorativa possono essere di lungo periodo:

Adesso io ho i documenti, quindi sono a posto. Mi pongo nel mondo


del lavoro come me stesso e basta. Non devo dare spiegazioni a nessu-
no. È vero che quando vedono il curriculum e ci sono dei vuoti, ti pos-
sono domandare e allora lì dovrò vedere un momentino come metter-
la. È ovvio che ci sono stati degli anni in cui non ho lavorato, e quindi
come lo dimostri? «Perché non hai lavorato, perché non hai fatto nul-
la?», la gente si domanda (FTM).

Inoltre, la possibilità di essere «smascherati» rispetto alla propria


identità passata, ad esempio incontrando persone conosciute o per
indizi presenti nel curriculum, resta sempre presente.

5. Sessualità e relazioni affettive

Le persone transessuali dichiarano prevalentemente un orienta-


mento eterosessuale: chi si sente donna in un corpo maschile è at-
tratta solitamente da uomini; chi si sente uomo in un corpo fem-
minile è attratto solitamente da donne.
Per molti/e di loro, l’esperienza della prima attrazione somiglia
quindi per alcuni aspetti a quella delle persone omosessuali: è cioè
l’esperienza di sentirsi attratti/e da persone dello stesso sesso biolo-
gico, con le paure rispetto alla stigmatizzazione sociale che questo
comporta. C’è tuttavia una differenza fondamentale rispetto alle re-
lazioni gay e lesbiche: la percezione che in realtà si tratta di un’at-
trazione eterosessuale. Infatti, nonostante i corpi siano dello stesso
sesso, si percepisce il proprio sesso psicologico come opposto a
quello della persona da cui si è attratti.
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Vivere queste relazioni, prima del percorso di cambiamento di


sesso, non è semplice, né dal proprio punto di vista, né da quello
del/della partner.
In primo luogo, nella percezione del proprio corpo spesso la
presenza di organi sessuali primari e secondari del sesso «sbagliato»
o il ricoprire un ruolo sessuale che non si sente proprio vengono
descritti come fonti di profondo disagio, che rende difficile vivere
serenamente i rapporti sessuali.
Vi è chi descrive la sensazione di avere «qualcosa di troppo»,
che si tratti dei seni o del pene:
234

Non è che sia stato rose e fiori anche andare con una ragazza, perché
mi ha creato complessi anche in quel senso. Perché se io dovessi anda-
re con una ragazza – tuttora – tu in determinati posti a me non mi toc-
chi; perché sono cose che non mi accetto io e quindi non riesco a far-
mi accettare, pur con tutta la buona volontà. «Tu a me piaci anche co-
sì, non c’è problema, stai tranquilla…»: no, io non sto tranquillo, per-
ché è come se tu hai un difetto e ti dà fastidio essere toccato lì dove ci
hai un difetto, perché è un tuo disagio. Un disagio tuo che poi pian pia-
no diventa un disagio anche della persona che, pur con tutta la buona
volontà, gli passa la voglia (FTM).

A questa si accompagna la sensazione opposta di mancanza di ciò


che si desidererebbe avere, in questo caso il pene: «Per quanto tu ci
possa mettere tutta la passione e cosa, poi arrivi sempre al dunque
e ti rendi conto che manca qualcosa», una sensazione assimilata an-
che a quella di un «arto fantasma».
Per chi transita da uomo a donna, sono invece proprio la pre-
senza del pene e la richiesta di fare «cose maschili» in un rapporto
sessuale a venire sovente descritte come fonti di disagio.
In secondo luogo, al partner si chiede di essere percepiti del ses-
so opposto a quello che il proprio corpo segnala: «Potevo baciare
una ragazza solo se lei sapeva di baciare un maschio e non una fem-
mina» (FTM).
La condizione per relazioni intense e durevoli è indicata quindi
nel fatto di essere vissute da entrambi come relazioni eterosessuali,
o comunque nel rispetto dell’identità di genere voluta. P. (FTM) de-
scrive il proprio ruolo conforme al modello maschile tradizionale
nel corteggiamento e nell’inizio di una relazione che sarebbe dura-
ta diversi anni:

Ci siamo molto legati perché lei vede in me la più completa mascolinità,


il mio essere forte, il mio essere determinato e aveva bisogno di quegli
aspetti. In più le piacevo fisicamente; però non capiva a cosa andava in-
contro. Infatti è stato molto duro, nel senso che io ho dovuto farle una
corte di quelle spietate. Ha ceduto alle mie avances, semplicemente per-
ché vedeva in me un uomo […]. [È] eterosessuale, infatti lei ha avuto dei
grossi problemi nell’accettare di stare con una persona dello stesso sesso.

Questo però non sempre avviene. È soprattutto chi transita da uo-


mo a donna a descrivere la difficoltà di trovare partner che non de-
siderino una relazione omosessuale:

Devi accettare di avere un rapporto con uno che però a livello incon-
scio è un omosessuale, perché altrimenti lui con me non ci verrebbe,
specie se poi c’era quel coso in mezzo alle gambe (MTF).
235

Un altro problema sovente indicato è il fatto che si tratta spesso di

persone che tendevano comunque a non accettare se stessi, a non ac-


cettare la situazione, quindi relazioni clandestine, relazioni dove ci si ve-
deva la sera, magari non si usciva. Guai a conoscersi fuori, a salutarsi
quando ci si incontrava per caso (MTF).

Nell’esperienza delle persone transessuali sono anche presenti rela-


zioni eterosessuali convenzionali, ossia con una persona del sesso
biologico opposto. S. (MTF), ad esempio, è stata sposata e ha dei fi-
gli che l’hanno conosciuta come padre fino a poco tempo fa. Si è
separata quando ha iniziato a presentarsi pubblicamente come don-
na. Queste relazioni tendono a essere spiegate da chi le ha vissute
come tentativi di negazione del vero sé, della propria condizione
transessuale (si veda anche Mason-Schrock, 1996).
Intraprendere il percorso di cambiamento di sesso può essere
causa di una rottura di questi diversi tipi di relazioni di coppia, an-
che quelli fondati sull’accettazione da parte del/della partner del-
l’identità di genere desiderata dalla persona transessuale. La rottu-
ra è imputata a ragioni legate alle trasformazioni del corpo, ma an-
che ai problemi di stigmatizzazione sociale che il percorso compor-
ta. Nel caso di E. (FTM) questi ultimi sembrano essere stati decisivi
per la fine di una relazione che durava da diversi anni:

È finita perché io ho iniziato questo percorso. Io non ci volevo credere.


Sono venute fuori, verso l’ultimo anno che eravamo insieme, delle cose
che mai più avrei pensato. Lei mi ha detto che si vergognava a uscire
con me davanti agli altri, perché lei era una persona tutta a modino,
farsi vedere a uscire con una persona di sesso non bene identificato, se
incontrava qualcuno per la strada… Ha detto che si vergognava ed era
un po’ infastidita. Quando l’andavo a cercare sul lavoro, i portinai chie-
devano «Ma è un maschio o è una femmina, quella persona che vie-
ne?»; allora lei si sentiva molto in imbarazzo. E già sentirmi dire queste
cose dopo tanti anni di relazione mi ha fatto parecchio male. Poi quan-
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do le ho detto: «Io incomincio questo percorso», probabilmente avrà


potuto immaginare quello che avrebbe detto la sua famiglia, la gente
intorno a lei […]. Quando ho cercato di chiedere spiegazioni ha pro-
prio detto: «Una cosa così non la riesco proprio a vivere con te».

Una difficoltà specifica riguarda il rapporto con le famiglie dei/del-


le partner, soprattutto per la partner di una persona che transita
verso il sesso maschile. Se la relazione tra due donne, infatti, come
si è visto per le coppie lesbiche, può essere presentata come rela-
zione di amicizia, il cambiamento di sesso implica rendere visibile
236

la coppia in quanto tale e la espone, proprio nel momento difficile


della transizione, alle reazioni dei familiari.
P. (FTM) ha convissuto per diversi anni, ufficialmente come ami-
ca, con la sua compagna, mantenendo buoni rapporti con la fami-
glia di lei. Da quando ha cominciato il percorso di cambiamento di
sesso non si è più presentato ai genitori della compagna. Quando
lei ha parlato loro del cambiamento di P.:

Ovviamente lì hanno capito, si sono parecchio chiusi anche all’interno


della loro famiglia. Nel momento in cui lei lo ha detto al padre, il pa-
dre ha avuto una reazione molto violenta. È stata sempre una persona
molto tranquilla, molto calma, ha rifiutato categoricamente, offenden-
domi in tutte le maniere possibili.

Relazioni affettive importanti, che accompagnino l’iter di cambia-


mento di sesso, rappresentano d’altra parte fondamentali fonti di
sostegno.
A percorso concluso, con la rettificazione anagrafica, tali rela-
zioni assumono infine anche socialmente le caratteristiche di rela-
zioni eterosessuali (o in alcuni casi omosessuali). Si apre, per chi lo
desidera, la prospettiva del matrimonio civile. Per chi sta compien-
do il percorso, questa prospettiva è una fantasia, un desiderio: «Ave-
re una famiglia tradizionale, banalmente tradizionale, avere un
compagno, avere magari dei figli» (MTF).
Anche in questo caso, tuttavia, la specificità della condizione
transessuale non finisce con il compimento del percorso di cambia-
mento di sesso, ma condiziona le possibilità di, e i modi per, avere
dei figli. Dato che il cambiamento di sesso ha reso la persona steri-
le, i modi immaginati sono essenzialmente l’inseminazione artificia-
le eterologa (che in Italia sarà presto vietata se passerà definitiva-
mente la proposta di legge in discussione in Parlamento e già ap-
provata dalla Camera), se è l’uomo la persona che ha compiuto il
percorso, o l’adozione, nella remota ipotesi di una valutazione po-
sitiva di idoneità della coppia ad adottare8. Di fronte alle difficoltà,
la strada è però spesso quella della rinuncia, come per E. (FTM) e la
sua compagna:

Lei un figlio l’avrebbe voluto da me, però proprio parlandone tranquil-


lamente, serenamente abbiamo visto le difficoltà, i problemi che po-

8 Secondo gli operatori che si occupano di transessualismo, rispetto ad adozione

e affidamento ci sono problemi di competenze delle figure professionali preposte al-


la valutazione dell’idoneità di coppie con una persona transessuale.
237

trebbe avere se un domani dovesse venire fuori qualche cosa […]. Cioè
se mai nostro figlio o nostra figlia dovesse poi venire a sapere la mia si-
tuazione, gli altri lo vengono a sapere, ne avrebbe un trauma non in-
differente, credo. Quindi preferiamo di no, di starcene tranquilli così.

6. Uno statuto da apolidi

Dopo tutto sarà normale, in parte (FTM). Nel periodo di transizio-


ne, alle difficoltà dovute ai mutamenti nel corpo, nella sessualità e
nelle relazioni affettive si sommano quelle riconducibili allo status
sociale incerto, a causa della discrepanza tra l’identità anagrafica
dei documenti e il nuovo nome scelto per rappresentare la nuova
immagine pubblica di sé. Strategie di gestione delle informazioni,
come utilizzare il cognome o scrivere solo l’iniziale puntata del no-
me, possono parzialmente aggirare queste situazioni, ma il proble-
ma resta.
Questo status condiziona l’intera vita sociale e rappresenta una
minaccia continua all’identità. Azioni come affittare una casa, pre-
levare i soldi in banca, mostrare la patente ai vigili, o, come abbia-
mo visto, trovare un lavoro diventano fonti di serie difficoltà. Per
ovviare a problemi di identificazione, molte delle persone che se-
guono il percorso ufficiale portano con sé una dichiarazione degli
operatori da cui sono seguiti che spiega il loro percorso; non sem-
pre però questo basta a evitare angherie o molestie. Ottenere il cam-
biamento di identità nei documenti appare, quindi, una meta ago-
gnata e risolutrice di molti problemi, l’obiettivo fondamentale per
il riconoscimento sociale della propria «vera» identità.
Il mutamento fisico, con l’operazione di adeguamento medico-
chirurgico del sesso, rappresenta in questa prospettiva una tappa,
necessaria in Italia, per questo traguardo. Per alcuni/e, invece, lo
status sociale incerto può essere una condizione permanente della
propria vita, perché non si vuole o non si può subire l’intervento.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Operatori e associazioni transessuali evidenziano un limite fonda-


mentale della legge italiana, che, come si è detto, non consente di
vedere riconosciuta giuridicamente la nuova identità sociale se non
per chi si sottopone all’intervento.
Insomma, ciò che per la maggioranza delle persone è un punto
di partenza, cioè poter dare per scontata un’appartenenza di sesso
congruente con la propria identità di genere, rappresenta per le
persone transessuali il risultato di un percorso realizzato tra grandi
difficoltà, che per tutti non è in realtà mai definitivamente acquisi-
to e per qualcuno/a resta incompiuto.
238

D’altra parte, le storie di stigmatizzazione sociale, ma anche di


discriminazione istituzionale, subite dalle persone transessuali mo-
strano quanto questa congruenza, e in generale la certezza e la sta-
bilità dell’appartenenza di sesso, costituiscano un fondamento delle
identità sociali legittime, e quanto fortemente sia sanzionata la loro
assenza. Chi non ha un sesso certo e certificato è, a tutti gli effetti,
un apolide in modo forse più radicale di chi è senza nazionalità.
CAPITOLO NONO

ORIENTAMENTO SESSUALE E IDENTITÀ


NELLA SOCIETÀ DELL’INCERTEZZA

1. Contraddizioni socioculturali e lacerazioni esistenziali


Gestire l’incertezza

Un brano di Camere separate di Tondelli (1989), scrittore scomparso,


propone in modo intenso i dilemmi in cui si dibattono i rapporti di
coppia omosessuale oggi. Uno dei due giovani è morente e l’altro
vorrebbe assisterlo.

Il padre rientra. Leo capisce che deve andarsene. Thomas è restituito,


nel momento finale, alla famiglia, alle stesse persone che l’hanno fatto
nascere e che ora, con il cuore devastato dalla sofferenza, stanno cercan-
do di aiutarlo a morire. Non c’è posto per lui in questa ricomposizione
parentale. Lui non ha sposato Thomas, non ha avuto figli con lui, nessu-
no dei due porta per l’anagrafe il nome dell’altro e non c’è un solo regi-
stro canonico sulla faccia della terra su cui siano vergate le firme dei te-
stimoni della loro unione […]. Leo sente allora l’interezza della propria
vita abissalmente separata dai grandi accadimenti del vivere e del morire.
Come se avesse sempre vissuto in una zona separata della società […].
Ma Thomas sta morendo. A venticinque anni. E lui, Leo, che ne ha solo
quattro di più, si ritrova vedovo di un compagno che è come non avesse
mai avuto; e a proposito del quale non esiste nemmeno una parola, in
nessun vocabolario umano, che possa definire chi per lui è stato non un
marito, non una moglie, non un amante, non solamente un compagno
ma la parte essenziale di un nuovo e comune destino.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Questa citazione, da un’opera di quattordici anni fa, mostra quel che


sembra essere tuttora uno degli aspetti più drammatici e complessi
del problema omosessuale. Precisamente, come risulta anche dopo
le ultime indagini, il rapporto contraddittorio con le istituzioni. O
meglio l’incompleta attribuzione di uno status all’individuo omoses-
suale e il mancato riconoscimento della relazione stabile di amore e
di convivenza che l’individuo può stabilire con un’altra persona. An-
cor prima di questo aspetto istituzionale del problema se ne pone un
altro sul piano sociologico e culturale: su tale versante si vedono sor-
240

gere i più insidiosi ostacoli alla possibilità dell’omosessuale di dare


un nome ai propri sentimenti, di iscrivere le proprie emozioni in
una cornice precisa di esperienze comunicabili, di valori socialmen-
te accettabili, di forme di linguaggio e di narrazione che possano es-
sere «comprese».
Gli stessi quesiti che attengono alle politiche sociali riguardanti
le unioni di fatto omosessuali non possono eludere queste difficili
vie del comprendere e dell’interazione comunicativa. È anche percor-
rendo tali vie, infatti, per quanto ardue si presentino, che i quesiti
potranno avviarsi verso una loro soluzione. E ciò a partire dal pro-
blema del riconoscimento simbolico per coinvolgere poi gli aspetti
politici e giuridici della casa, della proprietà, della successione, del-
la reversibilità e in genere della tutela del partner in caso di morte.
Ma le vie del comunicare e del comprendere sono più oscure e in-
sidiose di quelle giuridico-istituzionali e incontrano tuttora impedi-
menti di varia natura anche nel contesto metropolitano di Torino,
pur nella sua diversità, per molteplici aspetti, dalla situazione media
italiana, come risulta confrontando la nostra ricerca con quella con-
dotta da Barbagli e Colombo (2001).
Si tratta non tanto (o non soltanto) di barriere radicate su un
terreno di antichi pregiudizi, ma anche e soprattutto di diaframmi
fluttuanti e incerti, emergenti da un contesto di tensioni che carat-
terizza il cambiamento sociale e culturale in corso. Ne conseguono,
dunque, problemi in buona misura più sfuggenti e complessi di
quelli provocati da una perdurante intolleranza e per certi aspetti
più nuovi, in quanto più direttamente a confronto con quanto ac-
cade nel nostro tempo inquieto e mutevole.
Le vie della comprensione e del riconoscimento si scontrano in-
fatti, nel contesto metropolitano torinese, con un’emergente resi-
stenza alle nuove forme dell’incertezza. Soprattutto a quell’incertez-
za che l’ipermodernità porta con sé e che trova una delle tante sue
espressioni nello stesso emergere della realtà omosessuale, con pro-
pri stili di vita e peculiarità culturali.
È vero che la resistenza all’incertezza ipermoderna parrebbe tal-
volta implicare qualche tacito riferimento a costumi di un’età pre-
cedente; o almeno (come traspare da alcuni interventi nei focus
groups sulle percezioni dell’omosessualità realizzati nel corso della
ricerca torinese) a valori o principi presenti soprattutto in coloro
che appartengono alla maggioranza eterosessuale, e che all’incer-
tezza stessa reagiscono tentando di restaurare una coerenza tra le
parole e le cose della vita sociale, coerenza che essi credono in gra-
ve pericolo. In realtà, tuttavia, queste strategie cognitive della mag-
gioranza eterosessuale di fronte al fenomeno delle lesbiche e dei
241

gay hanno spesso poco a che fare con il rinvio a un patrimonio più
o meno latente e radicato di pensiero tradizionale, premoderno.
Assai più chiaramente sembrano scaturire dal desiderio di ritrovare
almeno una traccia di quelle certezze positive riguardo all’ordine
naturale e sociale che proprio la modernità (dopo la crisi degli an-
tichi regimi e delle antiche tradizioni) aveva rinnovato e assicurato.
Queste certezze perduravano ancora fino agli ultimi decenni del
XX secolo e ora appaiono spesso smarrite o svuotate di senso.
Occorre notare, d’altra parte, che un desiderio di certezza e uno
sforzo per recuperarne alcuni aspetti, seppure in forma mutata, si
ritrovano, senza che ciò appaia un paradosso, anche nel mondo
omosessuale, dove a tale scopo vengono adottate, per vie che più
avanti considereremo, particolari strategie di espressione e di azio-
ne, di linguaggio e di comportamento, a livello sia individuale sia
collettivo.
Per gli appartenenti alla maggioranza eterosessuale, sono possi-
bili almeno due rimedi al senso di diffusa incertezza.
Uno, più classico, è costituito dal rifiuto dell’omosessualità sotto
il profilo etico o dalla sua collocazione in una classe di patologie di
competenza psichiatrica (in altre lontane età, come nel modo greco,
il rifiuto aveva riguardato solo l’omosessualità passiva dell’adulto).
Un altro rimedio all’incertezza incombente è quello di accettare
che l’omosessualità esista e non sia una malattia né un vizio, re-
staurando però la distinzione tra principio maschile e principio
femminile sul piano del genere.
In alcuni casi questa restaurazione avviene in modo puramente
simbolico, senza alcuna preoccupazione di realismo, ma reiterando
stereotipi abbastanza superficiali che si riducono a concepire il gay
come una femmina. Alla femminilizzazione del gay si accompagna
automaticamente la maschilizzazione della lesbica, ribadendo il mo-
dello dell’omosessualità come inversione.
In altri casi viene accolta una dicotomizzazione concettuale più
precisa e a suo modo realistica, che ripropone una divisione dei
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ruoli sessuali e sociali all’interno della coppia omosessuale, divisio-


ne riconducibile per analogia al dualismo uomo-donna o, talvolta,
alla gerarchia padrone-servo, ma anche ai binomi principe-povero,
adulto-giovane e (classicamente) maestro-discepolo. Si tratta di bi-
nomi di remotissima origine e in vario modo connessi a una forma
di omosessualità.
Questa riproposta, sia pure metaforicamente riveduta, dei due
principi (maschile e femminile) risponde a un’esigenza antica: con-
servare o restaurare un ordine simbolico che è per sua regola interna
asimmetrico. Tutto il modello viene tuttavia messo a repentaglio dal-
242

la più recente tendenza alla simmetria, al tendenziale dissolversi di


ogni canonica distinzione di ruolo.
Alle strategie adottate dal mondo eterosessuale per muoversi nel-
la dialettica certezza-incertezza, si contrappongono le strategie adot-
tate da parte degli omosessuali per trattare l’incertezza stessa e orga-
nizzare una propria collocazione nel sociale, strategie che parrebbe-
ro riassumibili in due linee fra loro niente affatto incompatibili.
Una linea consiste nel rifiuto, sul piano concettuale, della bises-
sualità (considerata una condizione insincera, incoerente, genera-
trice di ulteriore incertezza). Tale rifiuto potrebbe considerarsi di-
scendente dall’assunzione inconsapevole dello stereotipo dell’inversio-
ne, qui manifestantesi sotto forma di principio di esclusione in base al
quale si può essere eterosessuali oppure omosessuali, ma non en-
trambe le cose (Herdt, 1989).
Anche qui, alla dicotomia maschile/femminile subentra, quale
dicotomia di secondo grado, quella etero/omo, e questa linea si ac-
compagna alla costruzione di un’identità integralmente omosessua-
le cui si aderisce attraverso una sorta di commitment ideologico. Un
simile rifiuto, come si è visto, è più marcato nei gay, anche dove
non implica un’assoluta coerenza sul piano pratico, mentre non è
altrettanto marcato tra le lesbiche, e nelle nuove generazioni sem-
bra anzi indebolirsi.
L’adozione della linea ora descritta, di negazione delle dimen-
sioni incerte, sembra più probabile nei casi in cui la sensazione di
essere in qualche modo differenti, alienati, non integrati social-
mente (sensazione acuita dalla dissonanza cognitiva che nella perso-
na omosessuale investe il sé e gli «altri significativi») impone di
muoversi presto alla ricerca di un’identità marcatamente definibile
e precisa.
Un’ultima linea, invece, risponde all’avvento dell’incertezza iper-
moderna assumendola piuttosto che contrastandola e trasforman-
dola in norma. E ciò senza alcuna concessione a forme di vita fram-
mentarie e prive di consistenza. Assumere l’incertezza per le nuove
generazioni omosessuali non significa insomma riprodurre i com-
portamenti sessuali casuali ed effimeri propri semmai delle genera-
zioni precedenti. Significa piuttosto dare all’incertezza uno statuto
e optare per un rapporto il più possibile durevole, da un lato eli-
minando tendenzialmente le infedeltà, ma dall’altro introducendo
nel rapporto di coppia una crescente simmetria che contrasta
profondamente con i principi di divisione del lavoro e di gerarchia:
principi di antica origine, che la modernità però aveva posto nuo-
vamente come fondamento di una ricostruita certezza, dopo la
scomposizione degli antichi regimi.
243

2. Interiorizzazione dello stigma e degli stereotipi della devianza

Dal punto di vista sentimentale, la vita dell’omosessuale è general-


mente «tutt’altro che una vita stabile e di coppia». Lo dichiara un
venticinquenne nella sua storia di vita. E aggiunge che questa

è una delle cose più orribili del mondo gay […] una cosa in cui rim-
piango l’eterosessualità, perché gli eterosessuali sanno costruire delle
storie serie, molto più di quanto sanno fare gli omosessuali.

Tra i giovani omosessuali ricorrono oggi frequentemente simili at-


teggiamenti di rifiuto nei confronti del sesso casuale e impersonale,
dei suoi luoghi e delle sue pratiche, posizioni accompagnate da una
diffusa e crescente preferenza per i rapporti durevoli. Diversa è l’at-
titudine degli ultraquarantenni, che sembrano più inclini a consi-
derare normale il sesso occasionale o il suo alternarsi con periodi
di convivenza, o la sua pratica accanto a quest’ultima. Nelle nuove
generazioni gay e lesbiche sembra invece ipotizzabile una tenden-
ziale propensione a uscire dalla caoticità del libertinaggio e ridise-
gnare sempre più lo stile di vita omosessuale rendendolo trattabile
in sede di politiche sociali, sottraendolo a quei processi di stigma-
tizzazione e di etichettamento dove il soggetto colpito «assume il
ruolo» creando egli stesso una spirale di positive feedback in cui ri-
schia di avvitare irreversibilmente la propria esistenza.
In relazione a queste osservazioni, è bene non dimenticare che
dalla fine dell’Ottocento fino a quasi tutto il Novecento l’esclusione
degli omosessuali dalla vita rispettabile e dai ruoli socioeconomici
istituzionali si è realizzata anche attraverso una certa interiorizzazio-
ne dello stigma e degli stereotipi di devianza da parte degli omoses-
suali stessi, fino al punto di mettere in atto forme di autoavversione e
perfino di interiore omofobia. In quegli stereotipi aveva operato, fra
l’altro, una collocazione dell’omosessualità soprattutto maschile tra
le forme di devianza.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

Le stesse scienze sociali consideravano il fenomeno come analo-


go all’appartenenza a gruppi devianti, al pari dei tossicodipendenti o
dei giovani delinquenti (Herdt, 1989).
Una delle false vie di uscita dallo stereotipo del comportamento
sessuale come devianza condannabile è stata notoriamente la scelta
di dichiarare l’incolpevolezza del comportamento stesso, imputan-
dolo a cause psicopatologiche o biologiche. Cominciando dalle pri-
me, è noto che gli autori che analizzano il fenomeno generalmente
imputano a Freud una responsabilità nell’aver contribuito a collo-
care l’omosessualità nella sfera del patologico. Sebbene ciò sia so-
244

stanzialmente vero, è bene tuttavia riconsiderare la posizione della


psicoanalisi alla luce delle seguenti considerazioni.
Innanzitutto il paradigma psicoanalitico si formava quando an-
cora non era stata chiarita la nozione stessa di omosessualità che è
emersa in una fase storica relativamente recente. In secondo luogo
la psicoanalisi scopriva nel fanciullo una presenza larga e non pa-
tologica di pulsioni sessuali indirizzate anche in direzione omoses-
suale e a partire da questo rivelava che in tutti gli esseri umani esi-
ste la possibilità di non essere, o non soltanto, eterosessuali. Parlan-
do, in L’Io e l’Es, del complesso edipico, Freud (1922, tr. it. p. 49) ne
aveva segnalato accanto a una forma «negativa» anche una di natu-
ra «positiva», e ciò per effetto di una «bisessualità originaria del
bambino».
In tal modo, sebbene non contribuisse direttamente al processo
culturale già in corso, di riconoscimento dell’identità omosessuale,
la psicoanalisi apriva nondimeno la via a un approfondimento ulte-
riore del problema.
La responsabilità maggiore nella creazione di stereotipi che par-
rebbero oscurare il problema anziché chiarirlo andrebbe attribuita
non tanto alla psicoanalisi quanto piuttosto alla sessuologia della
prima metà del Novecento. È in particolare a Havelock Ellis (1936)
e a Krafft-Ebing (1908) che può ricondursi la fondazione del cosid-
detto «modello dell’inversione», connesso alla teoria (peraltro non
sufficientemente corroborata) dell’influenza di ormoni dell’altro
sesso nella fase prenatale (Fox, 1996). Il mito dello stretto legame
tra orientamento sessuale e genere è logicamente connesso con ta-
le indirizzo della sessuologia (Peplau, Garnets, 2000).

3. Incongruenze tra autodefinizione e comportamenti

La definizione del proprio orientamento sessuale è di particolare


importanza poiché implica una precisa dichiarazione dell’identità,
un’attribuzione di senso alla biografia e ai progetti di vita, ma so-
prattutto un orientamento tendenzialmente coerente riguardo al
rapporto con la cultura, all’appartenenza a gruppi o a reti, all’agire
politico e associativo.
Per ciò che concerne questo punto, cioè l’autodefinizione, i da-
ti emergenti dalla ricerca quantitativa presentano una complessità e
una diversità difficili da interpretare. Soprattutto per ciò che ri-
guarda gli uomini, la differenza tra le coorti non è molto significa-
tiva; ma è nelle coorti più adulte che l’autodichiarazione di omo-
sessualità esclusiva risulta comunque più frequente. Sembra quindi
245

di poter individuare una maggior frequenza della definizione di sé


come esclusivamente omosessuale tra i meno giovani.
Inoltre, se si esaminano con attenzione i dati della survey riguar-
do all’attrazione, risulta attratto anche dall’altro sesso circa il 47%,
di cui più di metà lo è frequentemente.
Il dato sembra particolarmente significativo, considerando che
nel campione è probabilmente sovrarappresentata un’appartenenza
definita e in qualche modo militante: un’appartenenza che richie-
de un certo grado di commitment anche in funzione dell’avvio di pre-
cise rivendicazioni giuridico-istituzionali. Dare un nome al proprio
orientamento sessuale vuol dire, per il 68% degli uomini, definirlo
esclusivamente omosessuale. Diverso è il caso delle donne, dove ta-
le definizione è adottata solo da un terzo o poco più. Si può soste-
nere, dunque, che mentre le donne dimostrano una maggiore coe-
renza nel riconoscere l’eventuale bisessualità e nel dichiararsi in tal
senso, nel mondo gay invece si ha una netta differenza tra autodi-
chiarazione e pratiche di vita: cioè tra l’esigua frequenza di coloro
che si dichiarano non esclusivamente omosessuali e la maggioranza
di coloro che affermano la propria esclusiva omosessualità, sebbene
in buona misura provino attrazione anche per l’altro sesso, oltre
che per il proprio, o abbiano vissuto anche esperienze eterosessua-
li e magari le vivano tuttora.
In qualche misura le differenze tra uomini e donne omosessua-
li possono ricondursi all’uso del linguaggio, al confronto tra astrat-
to e concreto, tra desiderio di certezza e accettazione dell’incertez-
za. Tra gli uomini, una definizione in qualche modo astratta preva-
le sul concreto dei comportamenti, delle esperienze, dei riferimen-
ti a legami personali. Tra le donne, invece, prevale il concreto rela-
zionale sull’astratto delle definizioni. Nel campione maschile, è più
notevole lo sforzo di aderire a un modello stabile e certo di iden-
tità. Nel gruppo femminile, si registra per contro una diffusa di-
sposizione ad accettare l’instabilità e l’incertezza.
Occorre, tuttavia, anche notare che questa disposizione femmi-
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nile non è omogenea nelle diverse età poiché si presenta netta-


mente maggiore tra le più giovani. In parte è possibile interpretare
tale differenza alla luce dei passaggi storici. L’affermazione del mo-
vimento femminista nella sua fase più partecipata e militante si era
accompagnata spesso a dichiarazioni orgogliose e polemiche di le-
sbismo esclusivo; battaglie in buona misura attinenti al linguaggio e
alla radicalizzazione di principio, com’era giusto che fosse in quella
fase storica, battaglie che sembrano avere esaurito il loro primo im-
pulso e reclutare poche militanti nelle più recenti generazioni. In
parte, però, queste differenze generazionali potrebbero indicare un
246

passaggio epocale più netto e profondo, un’apertura verso nuovi


progetti.

4. Avere un’identità. Costruirsi un’identità

I fenomeni e i processi che abbiamo delineato hanno una loro sto-


ria tutt’altro che semplice, che si sviluppa soprattutto negli ultimi
tre decenni. Nei primi anni Settanta una parte della letteratura af-
frontava il problema di stabilire fino a che punto l’omosessualità
fosse un dato essenziale di natura biopsichica che è possibile solo
scoprire, e quanto (in aggiunta o in alternativa) potesse esservi di
libero e volontario nell’assumere l’identità omosessuale.
Infatti, veniva posta l’attenzione non solo sul primo punto, ma
ancor più sul secondo: ovvero sul diventare omosessuali, sulla tran-
sizione a un’identità omosessuale, sul percorso che porta a decidere
di essere omosessuali. In una certa misura l’acquisizione di un’iden-
tità omosessuale sembrava presentarsi come il prodotto di una scel-
ta libera piuttosto che di un’incoercibile coazione naturale. Co-
munque non soltanto di quest’ultima.
Ciò, d’altra parte, implicava che si potesse operare una distin-
zione tra comportamento e autorappresentazione, tra l’agire in un
modo o nell’altro rispetto al sesso e il pensare a se stessi come chi è
inequivocabilmente portatore di precise preferenze sessuali (siano
esse omo- o etero- o bisex). A partire da tale distinzione, Dank
(1971) orientava il suo studio verso la ricerca delle condizioni che
in concreto permettono a una persona di affermare: «Sono un
omosessuale».
Altri studi, come quelli di Ponse (1978), focalizzati sull’universo
femminile, ponevano in rilievo la costruzione sociale dell’identità e
dei suoi significati all’interno della subcultura lesbica. Nel quadro di
questa costruzione sociale e insieme politica, particolarmente inten-
sa in quella fase storica (la metà degli anni Settanta), era abbastanza
frequente tra le donne intervistate un atteggiamento critico nei con-
fronti delle dichiarazioni di identità bisessuale, che consideravano
sostanzialmente «inautentiche», o vedevano come tentativi di evade-
re dallo stigma mantenendo un piede dentro la rispettabilità etero.
Cionondimeno stava facendosi strada anche un atteggiamento diver-
so, una diffusa disposizione ad ammettere una propria bisessualità,
almeno nei comportamenti. La discrepanza tra dichiarazioni e com-
portamenti sarebbe venuta meno ben presto tra le donne. Non sap-
piamo se ciò potrà verificarsi anche tra i gay, però gli atteggiamenti
delle nuove generazioni sembrano darla come ipotesi possibile.
247

Herdt (1989) esamina il percorso del fenomeno omosessuale tra


i giovani prima e dopo l’evento Stonewall (dove giovani gay e poli-
zia si scontrarono per la prima volta in modo aperto).
Nella dicotomia eterosessualità/omosessualità, irrigiditasi duran-
te quel percorso che coincide sostanzialmente con gli anni Settan-
ta, egli vede una dicotomia di secondo grado, sostitutiva di quella
maschio-femmina e tesa a ricostruire su basi nuove un ordine fatto
di distinzioni ben precise: un tentativo di restituire ai fondamenti
del sociale la certezza messa in pericolo dall’intensa velocità del
cambiamento.
Rientra in questo tentativo anche il rifiuto di qualsiasi autodefi-
nizione bisessuale, giudicata inautentica e mistificante.
Le più recenti tendenze mostrano uno scontro fra questa ricer-
ca di nuova certezza e la crescente instabilità contemporanea. Vi so-
no tratti della nuova cultura diffusa che tendono ad assumere la re-
lativa instabilità propria del mondo omosessuale e vedono adottare
dalla maggioranza modi di comportamento e preferenze culturali
un tempo caratterizzanti le zone incerte del mondo artistico, del
gusto femminile, e in parte delle comunità omosessuali.
In certa misura, gli stili di vita moderni dell’eterosessuale ma-
schio appartenente alla classe borghese media e medio-alta, soprat-
tutto nel xx secolo, avevano comportato anche il lasciare alle don-
ne (pur quando occupate in loro attività di lavoro) l’interesse per la
lettura e le arti. E ciò anche in obbedienza a un tacito modello di
comportamento che di fatto vietava all’uomo tali interessi. Non è
escluso che oggi, nella società della comunicazione, queste divisioni
possano attenuarsi, ma indubbiamente ciò avviene a velocità diver-
se, in relazione sia al livello di sviluppo di un Paese, sia al raggiun-
gimento di una condizione di vita metropolitana, che è possibile
definire come ipermoderna o postmoderna e che modifica radical-
mente la visione della sessualità e dell’amore.
Nel suo saggio La società dell’incertezza, Zygmunt Bauman (1999) si
rifà a Giddens parlando della nostra epoca come di un’età della pu-
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ra razionalità, età dell’amore confluente incompatibile con il «per


sempre» e «l’uno-e-solo» dell’amore romantico. Riferisce anche di
una «sessualità plastica» che significa piacere sessuale separato dalla
riproduzione e dalla parentela; di collasso dell’opposizione tra realtà
e simulazione, verità e rappresentazione, infine di attenuazione pro-
gressiva delle differenze tra normale e anormale. Bauman sottolinea
soprattutto la sempre maggiore difficoltà nel risolvere il problema
dell’identità: farsi un’identità diviene allora un’esigenza sempre più
fortemente sentita e incoraggiata da ogni medium culturale; ma ave-
re un’identità solidamente fondata e resistente e restarne in possesso
248

per tutta la vita potrebbe rivelarsi un handicap piuttosto che un van-


taggio poiché limiterebbe la possibilità di controllare in modo ade-
guato il proprio percorso esistenziale.
Veca (1997) a sua volta ricorda che nel Bodhisattva avere un’iden-
tità significava «permanere nella sofferenza». Henning Bech (1997)
parla di un’emergente cultura postmoderna caratterizzata da esteti-
cizzazione, sessualizzazione, forme artistiche camp e kitsch. Egli nota
come la comunicazione si sia enormemente diffusa costruendo
un’immateriale e mondiale telecity che modifica le distanze, esalta le
luci e i colori, esteticizza i corpi, offrendo le immagini non solo della
femmina, ma anche del maschio come oggetti ben formati e univer-
salmente desiderabili dall’uno e dall’altro sesso, e ciò anche al di là
di un orientamento precisamente eterosessuale o omosessuale.
Anche riguardo alle professioni, alle inclinazioni, ai caratteri
culturali di genere, agli stili di vita e di consumo, ciò che nella mo-
dernità aveva rappresentato una caratteristica quasi del tutto pecu-
liare del mondo omosessuale tende a dissolversi, secondo Bech, nel
tessuto sociale e a pervaderlo da cima a fondo.
È possibile immaginare una società ipermoderna o postmoderna
nella quale un certo grado di bisessualità anziché venir negato, ten-
de a diffondersi? Apparentemente, l’approccio di Bech sembrerebbe
ricongiungersi con quello dei fondatori delle teorie radicali della po-
stmodernità, da Jean Baudrillard (1979) a Jean François Lyotard
(1979), ma prima forse Guy Debord (1967). Per Baudrillard (1979)
l’attuale situazione è divenuta iperreale per l’irreversibile e «cata-
strofica» esplosione dei media dell’immagine, che impongono la
propria logica immanente, effimera, priva di «moralità».
Alcuni autori appaiono altrettanto affascinati e insieme «dispe-
rati» di fronte alla catastrofe mediatica. Per altri, la vita sociale stes-
sa, quella politica, quella economica risultano trasformate in un’im-
mensa rappresentazione spettacolare. Ma tali apparenti convergen-
ze possono ingannare, in quanto la visione di Bech parrebbe so-
stanzialmente immune sia dalla disperata fascinazione sia dal mora-
lismo ferito degli apocalittici; essa sembra anzi presentare (con otti-
mismo non privo d’ingenuità) una prospettiva in cui semplicemen-
te molte delle rigidità che segnarono la società moderna comincia-
no ad ammorbidirsi sotto l’azione ambivalente, ma anche promet-
tente, delle innovazioni tecnologiche, linguistiche e sociali.
Anche riguardo alle professioni, alle inclinazioni, ai caratteri
culturali in genere, agli stili di vita e di consumo, ciò che nella mo-
dernità si era presentato come un insieme di caratteristiche quasi
del tutto peculiari del mondo omosessuale tende a dissolversi, se-
condo Bech, nel tessuto sociale, e a pervaderlo da cima a fondo. A
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segnare la differenza restano le preferenze puramente sessuali; ma


anche su queste differenze molte riflessioni si rendono ormai op-
portune e molti nuovi interrogativi stanno aprendosi.
In questo affresco, come viene dipinto da alcuni studiosi della si-
tuazione presente, e nel quale l’orizzonte si presenta pieno di inco-
gnite ma anche di opportunità, sembra emergere un fenomeno che
abbiamo già osservato. Esso riguarda in primo luogo la condizione
omosessuale, ma potenzialmente si estende alla vita sessuale in ge-
nere. Si tratta della tendenza, paradossale solo in apparenza, a rico-
noscere, istituzionalizzare e gestire la dimensione dell’incertezza
piuttosto che subirne passivamente gli effetti. Il che implica non
l’accettazione della totale indeterminatezza e casualità dei rapporti,
ma semmai la propensione a superare nella vita privata l’ordine
asimmetrico dei ruoli e a ricercare nuovi, meno instabili equilibri.
© Edizioni Angelo Guerini e Associati
POSTFAZIONE

di Paola Pozzi*

Perché mai un’amministrazione comunale di una grande città, con


tutte le grandi e piccole questioni di cui deve occuparsi, ha ritenu-
to opportuno affidare all’università una ricerca sulle esperienze, i
modi di vita, la percezione sociale di omosessuali e transessuali? Mi
pare già di sentire questa domanda (espressa a voce alta o sussurra-
ta) accompagnata da accenti di stupore, di apprezzamento o di
esplicita contrarietà. Per tale motivo ritengo utile, se non doveroso,
accompagnare la pubblicazione della ricerca con poche righe che
rendano conto, ai lettori e ai cittadini, dell’intenzione e della «vo-
lontà politica» che ha stimolato e sostenuto tale ricerca.
Lo faccio innanzitutto con le parole della delibera che nel 2001
istituisce il Servizio per il superamento delle discriminazioni basate
sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere:
In Italia, pur non esistendo leggi che discriminano esplicitamente le
persone in base alle differenze di genere, di fatto sopravvivono ostacoli
che incidono sulle condizioni di esercizio dei diritti, permanendo con-
temporaneamente il peso dell’emarginazione prodotta da condiziona-
menti socioculturali, su determinate categorie di persone.

Di fronte a situazioni come queste ci si domanda spesso: «Che cosa


fa la politica?». La politica non è che il modo con il quale alcuni
soggetti collettivi offrono risposte, in qualche modo di parte, ai bi-
sogni che la società esprime, ponendosi da un punto di vista il più
© Edizioni Angelo Guerini e Associati

possibile di responsabilità generale. Il primo compito è allora ascol-


tare, cogliere le istanze dichiarate e i bisogni espressi, ma anche in-
terrogarsi se non vi siano domande inespresse, difficoltà di vita non
dichiarate, disagi vissuti in silenzio o volutamente celati.
Questa ricerc