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Sotto il mantello

covid
Il lato occulto, maledetto e oscuro
del coronavirus
SOTTO IL MANTELLO COVID
Il lato OCCULTO, MALEDETTO e OSCURO
del CORONAVIRUS

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www.sottoilmantellocovid.com
Quel che ci libera dal peso è il respiro.
Nel respiro non abbiamo più peso,
siamo spinti in volo al di là della forza di gravità.
(Giorgio Agamben)
PREFAZIONE

La nascita del Covid è incerta tanto quanto quella del vaccino; l’unica verità oggi
tangibile, è riassumibile negli effetti “certi” che tale “incertezza” ha generato.
Certi sono i lutti che hanno colpito milioni di famiglie, meno certe tante morti paven-
tate come riconducibili al Covid per arricchire le casse della Sanità.
Certi sono i sacrifici di milioni di Italiani.
Certe sono le paure.
Certa è la limitazione della nostra libertà.
Ormai, dopo mesi e mesi dalla prima volta in cui abbiamo sentito nominare il virus
Covid-19 e la malattia ad esso conseguente, abbiamo imparato a convivere con la di-
somogeneità delle notizie che ci vengono propinate dai vari organi di informazione i
quali, comunque, si limitano quasi sempre a riproporre opinioni ed interviste dei vari
scienziati, talvolta veritiere altre meno.
E, comunque, non è nostra intenzione dissertare su queste argomentazioni; vorremmo
soffermarci, invece, sul fulcro e l’anima della questione, ovvero la Scienza, quella che
dai giornali di cui abbiamo parlato, viene riportata; in modo più approfondito, cerche-
remo filosoficamente di rinvenire (fare emergere) gli errori della scienza nel suo comu-
nicarsi. Dove, per l’appunto, ha sbagliato la Scienza, tanto da rendersi contraddittoria
agli occhi dei più quando, invece, si doveva rendere conoscibile e comprensibile.
L’argomento in questione non è assolutamente nuovo per quanto riguarda l’ambi-
to epistemologico, e storico della scienza: la contraddizione, all’interno dell’ambito
scientifico, è anzi sempre esistita.
Stiamo assistendo al peculiare “paradigma Kuhniano”, ovvero quel principio esatto,
partendo dal quale è possibile sviluppare altre considerazioni.
Per Hegel l’intera realtà è il frutto di un eracliteo conflitto, di uno scontro tra con-
trari, di una dialettica dove la sintesi, il superamento, non è altro che l’introiezione, la
digestione del negativo, di quanto ci arreca dolore, sofferenza; l’intero avanzamento
scientifico è composto dalla contraddizione e dal superamento che non ripudia, bensì
ingloba, la suddetta contraddizione: è del tutto naturale che la scienza sia contradditto-
ria. Il problema sarebbe se non lo fosse.
La scienza in sé e per sé non ha mai avuto la pretesa o la presunzione di essere
sempre e comunque ineluttabilmente esatta: la situazione attuale di percepita –
com’è giusto che sia – eterogeneità, solo che erroneamente letta in senso esclusiva-
mente negativo, deriva quindi da fattori duplici, i quali possono essere, in primis,
semplici opinioni spacciate per episteme, scienza esatta, da scienziati consideratesi
illuminati, ed in secondo luogo il fatto che l’individuo completamente affrancato
dal metodo scientifico e dalla scienza fosse più abituato a credere nello scientismo,
che nella scienza in quanto tale. 

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In conclusione, possiamo considerare il titolo avente un significato duplice: “gli
errori della scienza” ossia gli errori dei quali è composta la scienza e grazie ai quali
si evolve, e “gli errori della scienza” che ha commesso nel suo essersi comunicata
in modo tale da essere ritenuta negativamente divergente tanto da essere ritenuta
insoddisfacente...

Tutto ha avuto inizio da un’intervista al Corriere della Sera, in cui la virologa Shi
Zhengli ha risposto alla rivista Science; in tale occasione spiega che il SARS-CoV-2 è
stato molto probabilmente originato dai pipistrelli e che non crede che il passaggio sia
avvenuto a Wuhan o nella provincia dello Hubei.
In realtà il 23 ottobre 2020 l’OMS rendeva noto di aver avviato un’indagine in due
fasi, in collaborazione con i più competenti scienziati cinesi, per risalire alle origini
del virus. La prima fase, che sarà affidata ai soli esperti della Cina, sarà dedicata alle
indagini sul territorio e dovrà fornire alcune ipotesi sulle fasi iniziali di circolazione
del virus. Queste prime tracce costituiranno la base di partenza per la seconda fase, che
vedrà coinvolti anche scienziati indipendenti dell’OMS.
È passato giusto un anno da quando dalla Cina si è diffusa al mondo la notizia di
un nuovo virus responsabile di strane polmoniti. Ma che quella prima segnalazione
corrisponda al vero punto di inizio (geografico e temporale) dell’epidemia è tutto un
altro paio di maniche. Molti ritengono che quello che di lì a poco si è rivelato essere il
nuovo coronavirus Sars-Cov-2, circolasse già da diverso tempo – un’ipotesi sostenuta
da alcune indagini che hanno trovato tracce del virus nelle acque reflue e nei campioni
di sangue prelevati prima dello scoppio dell’epidemia. Tuttavia le evidenze non sareb-
bero sufficienti né abbastanza forti da costituire una prova.
Ancora oggi, non vi è una riposta certa, in riferimento alle condizioni temporali e
spaziali, sull’origine del Covid19, screditando l’ipotesi di una nascita in laboratorio.
Il dottor Embarek ha elencato le quattro ipotesi sull’inizio del contagio sulle quali si
è concentrata l’indagine: 
1) trasmissione diretta del coronavirus da una specie animale all’uomo;
2) salto attraverso una specie intermedia;
3) diffusione attraverso la catena alimentare;
4) errore di laboratorio.
Gli esperti dell’Oms si sentono di escludere che il Sars-CoV-2 sia sfuggito dal labora-
torio di Wuhan e non credono che sia il caso di continuare a cercare in quella direzione.
Le prime tre ipotesi meritano di essere ancora indagate. Per quanto riguarda l’animale
dietro la pandemia, i pipistrelli restano i maggiori indiziati, ma ammesso e non ancora
concesso che il «colpevole» sia stato il pipistrello, bisogna continuare a studiare per
identificare la specie intermedia che ha permesso al coronavirus di entrare in contatto
con il genere umano.

Ciò che è certo, è che la parola Covid inizia a circolare nel nostro lessico comune solo
dal 19 febbraio 2020, e mentre 27 scienziati firmavano una lettera su Lancet, nell’inten-
to di tranquillizzare la popolazione, il virus iniziava già il suo “soffocante abbraccio”.

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Ciò che è stato evidente è che il rischio è stato sottovalutato dagli esperti; o forse no?
L’inchiesta sulle origini del SARS-Cov-2 avviata dall’Organizzazione Mondiale del-
la Sanità, per la risoluzione approvata il 18 maggio 2020 dall’Assemblea generale dei
rappresentanti delle nazioni, non appare soltanto una farsa ma un vero e proprio scan-
dalo agli occhi di chi, come Gospa News, ha indagato per mesi sul virus che ha causato
una pandemia assai letale (ma solo quando l’infezione COVID-19 è curata male…)
Non solo, il mandato della task force OMS è vincolato alla ricerca della fonte animale
e pertanto esclude a priori anche solo l’eventualità che il virus sia di natura artificiale,
ovvero costruito in laboratorio, come sostengono autorevoli scienziati ed esperti di
intelligence internazionali. Questo basterebbe già a renderla una farsa dinnanzi alla co-
munità scientifica poiché l’indagine si fonda sul paralogismo epistemologico tutt’altro
che scientifico di escludere una possibile origine.
Quello che non ci è stato disvelato è che il dottor Peter Daszak di Eco Health Allian-
ce di New York chiese a 27 scienziati di Lancet di confutare subito la teoria del virus
come costruito in laboratorio, dopo aver finanziato i test sui coronavirus in Cina e Usa
nel progetto PREDICT-USAID di Obama e Biden.
Si tratta dello zoologo britannico Peter Daszak, anello di congiunzione tra le istitu-
zioni, il mondo accademico internazionale e le Big Pharma, proprio come il numero 2
dell’OMS di Ginevra, l’infettivologo italiano Raniero Guerra nominato di recente dal
direttore generale dell’agenzia sanitaria dell’ONU Tedros Adhanom Gebreyesus quale
suo Assistant Director-General for Strategic Initiative, finito nell’occhio del ciclone
per uno studio dei ricercatori OMS di Venezia, prima pubblicato e poi ritirato, perché
metteva a nudo lo scandalo dell’assenza di un piano di emergenza pandemico in Italia e
la gestione dell’emergenza infettiva ritenuta «improvvisata, caotica e creativa».
Lo zoologo britannico è anche leader della Commissione istituita con analogo scopo
dalla famosa rivista medica The Lancet, ritenuta tra le più autorevoli del mondo prima
di aver diffuso il paper contro l’uso dell’idrossiclorichina per la cura del Covid-19 poi
ritirato perché ritenuto del tutto privo di fondamento.
Ma il presidente di EHA è anche quello che per primo invitò la comunità scientifica
ad “insabbiare” la teoria della pandemia causata da un virus costruito in laboratorio.
Come risulta dalle email scoperte e pubblicate dal sito U.S. Right to Know e quindi
rilanciate dal webmedia di contro-informazione GreatGameIndia, tra i più attenti al
mondo nelle inchieste sulla pandemia.
è la ciliegina che rischia di far diventare velenosa una già disgustosa e nauseante
torta di omissioni, manipolazioni, occultamenti e conflitti d’interessi origini del SARS-
Cov-2 che altri virologi ritengono un organismo geneticamente modificato sfuggito – o
rilasciato – dal laboratorio di Wuhan proprio in seguito alle ricerche sui supervirus
finanziate da EHA.

“Coloro i quali avrebbero dovuto tutelarci fornendo risposte pragmatiche alle con-
seguenze che si stavano prospettando, in realtà furono gli stessi che indossarono le
maschere, mentre noi le mascherine”.

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CAPITOLO PRIMO
La Carte segrete della Politica Mondiale

Un anno esatto. Questo è il tempo che è intercorso da quando siamo stati catapultati
in una dimensione paranormale, in cui abbiamo assistito al ridimensionamento delle
nostre abitudine quotidiane. Scontate. Necessarie.
Siamo stati inconsciamente protagonisti di un film Horror, in cui alcuni, sicuramente
non noi, ne conoscevano la trama.
Le elezioni americane diventavano il palco su cui iniziano le scene.
Ed all’interno della Casa Bianca, la verità non è mai una sola.
Trump, definito il Briatore d’America, Repubblicano Doc, viene spodestato dal de-
mocratico Biden.
Inizia così, quella che con un facebookiano è stato definito come l’origine del com-
plotto.
Mentre la Pzifer procedeva nella ricerca e scopriva un vaccino stabile al 90%, alcuni
mesi prima la Bill Gates foundation entrava nella società della casa farmaceutica stes-
sa; Bill Gates finanzia la campagna elettorale di Biden; Biden vince e 24 ore dopo la
proclamazione, l’annuncio del vaccino.
S potrebbe pensare: tutto pianificato per far fuori The Donald!! Andiamoci piano.
Molto piano. Pianissimo.
In passato il fondatore di Microsoft, che aveva appoggiato questo o quel candidato,
dichiarava che la Fondazione Gates non era sicura se avrebbe preso o meno posizione
in una campagna elettorale complessa. Ovviamente, dopo la vittoria di Biden e il suo
discorso di pacificazione, sono arrivate le congratulazioni di molti della comunità poli-
tica, economica e scientifica. Quindi anche quelle di Bill Gates.
Bill Gates e la ricerca contro Covid 19 Lo ricordate? Con una delle sue performan-
ce più idiosincratiche, Donald Trump si assicurò il dileggio della stampa internazionale
all’inizio della pandemia quando tentò di comprarsi preventivamente, per un miliardo
di dollari, il brevetto del vaccino in fase di ricerca da parte di una promettente azienda
tedesca. Voleva accaparrarsi l’uso esclusivo del vaccino per gli americani, giocando
d’anticipo. Era il mese di marzo. Il governo tedesco intercettò e bloccò subito la ma-
novra, e la mossa di Trump fallì clamorosamente: “la vendita esclusiva di un possibile
vaccino agli Stati Uniti deve essere bloccata in tutti i modi. Il capitalismo ha dei limiti”,
aveva chiosato in un tweet il politico tedesco Karl Lauterback.
 Ma CureVac, la BioNtech coinvolta nel pasticcio di Trump, specializzata nella tec-
nologia RNA che sta alla base dei maggiori programmi di ricerca sul vaccino contro
Covid-19, da allora ha conquistato la scena. I titoli di CureVac, che si è lanciata per la
prima volta sul mercato finanziario a metà agosto, hanno innalzato il loro valore del
249,4% in 24 ore, del 400% in due giorni di borsa. E indovinate un pò chi è uno dei

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principali investitori di CureVac, accanto ai più ricchi miliardari del software tedeschi e
ai tycoon degli shopping centres messicani? La onnipresente Fondazione Bill e Melin-
da Gates, naturalmente. In estate, Bill Gates ha irrobustito la partecipazione finanziaria
nella ormai prestigiosa azienda tedesca con altri 40 milioni di dollari.
CureVac non è la sola gallina dalle uova d’oro di Bill e Melinda. Stando alle ultime in-
formazioni della Securities and Exchange Commission (SEC) americana, la Fondazio-
ne Gates ha un portafoglio di investimenti di oltre 250 milioni di dollari in una dozzina
di aziende impegnate nella ricerca contro Covid19 – vaccini, medicinali, diagnostici o
altre produzioni medicali. La Fondazione ha inoltre annunciato di voler utilizzare una
parte cospicua del suo Fondo di Investimento Strategico (Strategic Investment Fund) di
2,5 miliardi di dollari per far avanzare il programma di impegno contro SARS-CoV-2.
Le proiezioni che aveva commissionato restituivano a Gates non un’ipotesi di scuola,
ma una minaccia a tempo: lo spillover ben descritto da David Quammen era solo una
questione di tempo. Il contagio avrebbe colpito soprattutto i centri urbani su scala glo-
bale; nel giro di mesi, milioni di persone avrebbero perso la vita. Bill Gates, gli va dato
atto, fece di tutto per lanciare l’allarme. Raccontò la macabra profezia in una Ted Talk
(serie di conferenze gestite dall’organizzazione privata non-profit statunitense Sapling
Foundation n.d.r.) divenuta ormai famosa, rilasciò interviste e di suo pugno scrisse
articoli sulla stampa scientifica, formulò proposte per i decisori politici. Ahimè, questi
non se lo filarono per niente.
La Fondazione Gates ha riorientato le priorità operative per dedicarsi quasi esclusi-
vamente a Covid19. Grazie all’impegno finanziario di 300 milioni di dollari messi sul
piatto in poche settimane, all’insorgere del primo focolaio della pandemia, si è con-
quistata la leadership morale nella lotta contro il nuovo coronavirus, sia per la ricerca
e sviluppo di nuovi vaccini e terapie, sia per la formulazione di risposte epidemiolo-
giche nei paesi a basso reddito (avvalendosi dei programmi di sorveglianza sanitaria
come quello sulla polio, che finanzia in diversi paesi). Grazie al composito network di
aziende farmaceutiche la Fondazione Gates si è posta al centro del dibattito scientifico
mondiale sui progetti di ricerca da sostenere. Bill Gates ha investito miliardi di dollari
in sette dei più promettenti progetti di ricerca su SARS-CoV-2, e si è lanciato nel finan-
ziamento della costruzione di impianti di produzione di questi candidati, ben cosciente
che da solo può mobilitare denaro dell’ordine di grandezza di più governi.
Bill Gates ha saputo rafforzare, nel tempo, il ruolo di kingmaker delle relazioni ge-
opolitiche che servono per imbandire la tavola della ricerca internazionale contro la
prima pandemia che ha paralizzato il pianeta, elevando ulteriormente (se possibile) non
solo la sua egemonia, ma anche quella dell’industria farmaceutica. Un esempio elo-
quente riguarda l’Università di Oxford. Visto il robusto finanziamento pubblico ricevu-
to per il suo progetto di ricerca (finanziato tutto dai governi), Oxford aveva opzionato
l’idea di una piattaforma di accesso al suo vaccino aperta, così da rendere liberamente
disponibile la conoscenza scientifica per eventuali produttori nel mondo.

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Secondo quanto documentato da Bloomberg e Kaiser Health News, l’università sa-
rebbe stata messa alle strette da Gates, preoccupato evidentemente da un precedente
di questa natura, e indotta ad abbandonare la strategia di apertura a vantaggio di una
licenza esclusiva per la produzione in scala del vaccino controllata da Astra Zeneca,
facilitata dalla alleanza fra la azienda e la Fondazione Gates, che ha fornito infine l’im-
pianto dell’iniziativa Access to Covid-19 Tools (ACT) Accelerator lanciata ad aprile
dalla comunità internazionale come unica rotta di collaborazione multilaterale per ve-
locizzare sviluppo, produzione e accesso dei nuovi rimedi anti-Covid.
L’ impalcatura operativa di ACT Accelerator - organizzata su quattro pilastri: vaccini,
diagnostica, medicinali e sistemi sanitari - poggia sulle infrastrutture pubblico-private
volute e finanziate da Gates: la Global Alliance for Vaccine Immunization (GAVI) e
la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (CEPI) in prima linea, con UNI-
TAID e Fondo Globale contro AIDS, tubercolosi e malaria che fanno da supporto.
Nella narrazione ufficiale dei leader mondiali, la Fondazione Gates, è inesorabilmente
annoverata tra le istituzioni multilaterali di questa operazione, alla stessa stregua di Or-
ganizzazione mondiale della sanità (Oms), Banca mondiale e Commissione Europea.
ACT Accelerator sancisce l’evoluzione di status della Fondazione Gates, l’indiscusso
primato delle partnership-pubblico private nella gestione della prima crisi pandemica
della globalizzazione, e la decisione dei governi della comunità internazionale di affi-
dare a queste fondazioni di diritto privato la conduzione della crisi, malgrado Covid19
abbia invece fatto esplodere tutte le contraddizioni e inadeguatezze del settore privato
e delle logiche di mercato nel campo della salute.
Il resto della storia, in costante evoluzione mentre scriviamo, riguarda il febbrile ac-
cesso ai vaccini contro SARC-CoV-2, in un costante braccio di ferro con un attore po-
tente e senza scrupoli, l’industria farmaceutica. Covid19 ha sfiancato quasi tutti i settori
dell’economia, ma le aziende farmaceutiche sono in totale fibrillazione e trarranno lauti
benefici dalla pandemia, grazie ai 93 miliardi di investimenti pubblici erogati finora
secondo la recente analisi di KeNUP Foundation. Covid19 è l’opportunità di business
che capita una volta nella vita, come ha commentato Gerald Posner, autore di Pharma:
Greed, Lies and the Poisoning of America. Da quando ha deciso di affermarsi come
dominus della filantropia mondiale, Bill Gates ha contribuito enormemente al raffor-
zamento geopolitico di big pharma, erodendo e sottraendo terreno alla società civile in
questo duro conflitto politico. Se non affrontiamo questi temi, è sicuro che il governo
del mondo resterà senza respiro anche dopo che il contagio di Covid19 sarà finita.
(Tratto da: La Repubblica)

L’Italia.
L’ Italia preannunciava la sua lotta contro il Coronavisurs, a febbraio 2020, sostenendo
che ci sarebbero stati zero contagi. In realtà il nostro paese era a conoscenza del virus e della
sua folle, quanto mai spedita circolazione, già da ottobre. NESSUNO CI HA INFORMATI!

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Nessuno dei poteri forti, i potenti, che rappresentano ognuno di noi, ha provveduto ad
un elementare quanto blando esercizio, INFORMARE.
L’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, aveva firmato un Decreto conte-
nente le misure ed i poteri a lui conferiti in virtù di uno stato di emergenza pandemica,
già a gennaio.
Solo tra il 21 e il 26 febbraio c’è una prima manifestazione di panico. Perchè il 21
si scopre il primo contagiato in Lombardia - ricoverato per polmonite nell’ospedale di
Codogno, nel basso Lodigiano - e due casi a Vo’ Euganeo, nel Padovano: la sera stessa
uno dei tre muore. E’ il primo morto in Italia. Così, Il 22 febbraio, i due focolai del
Lodigiano e di Vo’ Euganeo diventano “zone rosse”, mentre Salvini intima al governo
di chiudere tutto.
Seguono alcuni giorni di riapertura ridimensionata purtroppo in piena diffusione del
virus; questa riapertura improvvisa, sarà una delle concause, che determinerà al grande
diffusione della pandemia.
Mentre i politici continuano le diatribe sulle applicazioni delle proprie idee e conven-
zioni, nessuno ci da le informazioni giuste, adeguate, quelle che ci spettano di diritto.
Nessuno, mentre i contagi salgono e la gente muore.
Certamente ognuno di noi si sarà posto la domanda: ma il rischio è stato veramente
sottovalutato dagli esperti?
Mentre i nostri politici, si giustificano sostenendo che tutto il mondo e tutti i governi
del mondo hanno fatto lo stesso sbaglio, inevitabilmente la mente riconduce alla cono-
scenza del virus pregressa che sapevano e non hanno esteso e alle misure che sicura-
mente si sarebbero potute applicare prima, in prevenzione.
Bisogna pensare ai morti, che nessun sbaglio potrà far tornare indietro.
Questa superficialità manifestamente fondata, non giustifica l’errore né aiuta a com-
prenderlo.
E questo perché nessuno lo spiega; se nessuno fornisce la giusta spiegazione e la giu-
sta informazione, non si riuscirà a comprendere pienamente dov’è lo sbaglio, affinché
non si commetta più lo stesso errore.
Ma comprendere l’errore equivarrebbe anche a comprendere chi è stato portatore
reale di un simile sbaglio.
Pedissequamente, il primo errore che è stato commesso, da parte delle figure tecni-
co-scientifiche competenti, è che nessuno di loro si è domandato chi è e che cosa è il
virus.
Il coronavirus, infatti, non è un virus parainfluenzale più o meno banale, nè un vi-
rus sconosciuto, piombato su di noi all’improvviso. Al contrario, questa pandemia era
attesa e temuta in tutto il mondo fra gli addetti ai lavori, almeno dal 1997, quando un
bimbo morì a Hong Kong per una “strana” polmonite; si tratta di un’analisi - pubblicata
anche su uno dei giornali di The Lancet, che, in controtendenza con diversi esperti di
casa nostra onnipresenti sui social e in tv, delinea in maniera precisa i contorni della

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pandemia ed evidenzia, con largo anticipo, le misure per contenere il contagio; misure
che neanche ora il Governo e il Comitato Scientifico riescono a realizzare. Prima di
passare, però, a descrivere quell’errore iniziale – cioè, non avere delineato l’identikit
del coronavirus - di tale invisibile nemico.
Si può, pertanto, affermare che l’origine di questa piaga è riconducibile a errori ed
orrori di cui sono responsabili sia il mondo tecnico scientifico che economico oltre che
sociopolitico; errori e orrori intorno ai quali girano e gravitano le più disparate teorie
molte immaginarie, paradossali, altre più o meno provate.

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CAPITOLO SECONDO
Infodemia

Le teorie complottiste hanno tutte in comune una granitica certezza: manovrare i de-
stini del mondo ed avere il controllo dei media, facendoci vivere in un grande mondo
fittizio, costruito come quello raccontato in The Truman Show.
Di conseguenza tutto rischia di apparirci falso. Viene ignorata la realtà dei fatti, e si
protende a ricercare il capro espiatorio; si tratta di congiure con obiettivi precisi. Ci
hanno indotto alla paura, a tal punto da farci credere che un complotto mondiale fosse
un’ingenuità.
Con la pandemia di coronavirus abbiamo assistito a un aumento di teorie del com-
plotto dannose e fuorvianti, diffuse principalmente online.
Ma davvero non era già tutto previsto o prevedibile?
La pandemia di Covid-19, le mascherine, la paura del contagio, gli ospedali al collas-
so, i morti, il crollo dell’economia. Ma a prevedere tutto questo non è stato un rapporto
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il libro di uno studioso o magari il lavoro
di un reporter d’assalto. No. Lo hanno previsto i Simpson. Quando Bill Oakley e Josh
Weinstein, sceneggiatori dell’episodio 21 della quarta stagione della serie animata “I
Simpson”  andato in onda nel maggio 1993, raccontavano di una epidemia di influenza
giunta a Springfield da Osaka, non immaginavano certo che nel 2020 sarebbero stati
bollati come profeti di sventura.
Definizione verso la quale, forse, sarebbe più bendisposta Sylvia Browne (al secolo
Sylvia Celeste Shoemaker), scrittrice e sedicente medium prematuramente scomparsa
nel 2013, che in un suo libro del 2012  scriveva più o meno: “Entro il 2020 diventerà
prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una
epidemia di una grave malattia simile alla polmonite”.
Ma perché milioni di persone in giro per il mondo si ostinano a ritenere più degne di
fede strane coincidenze o bizzarre teorie del complotto che non le autorità sanitarie o
politiche? 
La colpa, secondo gli esperti, è di un altro fenomeno pandemico: la cosiddetta “info-
demia”. Ognuno di noi è letteralmente bombardato da informazioni – nello specifico
sulle cause, le caratteristiche e lo sviluppo dell’epidemia di Covid-19 – confuse, con-
traddittorie e spesso deliranti e questa causa in molti una profonda frustrazione. A quel
punto chi ha scarso senso critico, scarse conoscenze scientifiche oppure per motivi
ideologici o politici è attratto da sempre dalle varie teorie del complotto finisce per dare
credito a questa o quella diceria, non importa quanto improbabile. Un’indagine esegui-
ta da Gallup International in 28 Paesi ha svelato che i fan più “scatenati” delle teorie del
complotto sull’origine dell’epidemia di Covid-19 per esempio sono i cittadini bulgari
(oltre il 50 per cento degli intervistati, contro una media europea del 20 per cento), vai a

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capire perché. Del resto non è un dato poi così inquietante, se si pensa che un’indagine
di YouGov  ha mostrato che negli Stati Uniti oltre il 40 per cento degli elettori repub-
blicani crede che Bill Gates progetti di utilizzare il vaccino anti Covid-19 per inoculare
in miliardi di persone un microchip per il controllo a distanza della popolazione.
Segreti, complotti, cospirazioni: ma quali sono le teorie più incredibili tra quelle as-
sociate alla pandemia causata dal virus SARS-CoV-2? Abbiamo accennato a quella
rilanciata dallo youtuber ultraconservatore Jordan Sather, che in linea con le posizioni
della cosiddetta QAnon  ritiene che dietro alla pandemia ci sia la volontà di dominio di
una vera e propria setta di satanisti pedofili liberal (tra i quali appunto Bill Gates, Hil-
lary Clinton, Barack Obama, Oprah Winfrey, Tom Hanks, Ellen DeGeneres, Papa Fran-
cesco e ovviamente George Soros) che trama contro il Presidente Donald Trump. La
più diffusa teoria del complotto a livello mondiale è però probabilmente quella legata
al 5G, il nuovo standard di comunicazione wireless che, già prima della pandemia, è
ritenuto da molti “pericoloso per il sistema immunitario”.
Secondo i sostenitori della teoria, una delle prove più schiaccianti è nelle nuove ban-
conote da 20 sterline, dove secondo loro sarebbero stampati“chiari riferimenti alle an-
tenne 5G e al virus”. La teoria è stata declinata in due ipotesi: quella che il 5G ci renda
in generale più vulnerabili alle malattie (e quindi anche alla pandemia di Covid-19) e
quella, davvero incredibile, che addirittura verrebbe usato dai virus SARS-CoV-2 per
comunicare o li attrarrebbe come fa la luce con le falene. Questa ipotesi a dir poco fan-
tasiosa nasce da un oscuro articolo scientifico caricato nel 2011 sulla piattaforma open
access arXiv.org da alcuni fisici della Northeastern University di Boston e uno dell’U-
niversità di Perugia secondo cui i batteri (e non i virus) potrebbero essere in grado di
comunicare attraverso segnali elettromagnetici. Ma allora, hanno ribattuto i debunker,
perché per esempio in Iran, dove non esiste il 5G, l’epidemia è stata particolarmente
violenta? Semplice, hanno ribattuto i complottisti: in Iran è stato diffuso come arma
biologica un ceppo più aggressivo di Sars-CoV-2 prodotto dall’esercito israeliano in
combutta con gli Stati Uniti.
Più che teorie del complotto vere e proprie, le polemiche – spesso paradossali più
che feroci – sulla reazione di questo o quel governo mondiale alla pandemia, sulle
indicazioni date alla popolazione e sulla diffusione dei dati sull’andamento di contagi,
ricoveri ospedalieri e decessi sono parte del dibattito politico e come tali non verranno
elencate in questa sede. Con una eccezione: l’esilarante fake news secondo cui il Pre-
sidente della Russia Vladimir Putin avrebbe dato ordine di liberare branchi di leoni per
le strade per impedire ai cittadini di violare il lockdown. Hic sunt leones, dicevano gli
antichi. E le cose a quanto pare da allora non sono cambiate poi molto.

Il problema della infodemia.


Il termine infodemia, definito come  una sovrabbondanza di informazioni – alcune
attendibili, altre no, che rende difficile per i comuni mortali trovare fonti affidabili

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oltre che una guida sicura quando ne hanno bisogno, è stato coniato per classificare
alcune delle caratteristiche comuni delle dicerie, stigma e teorie del complotto durante
le emergenze di sanità pubblica.
Le emergenze di salute pubblica sono stressanti per le persone e le comunità, e gesti-
re le voci, dissipare le disinformazioni, le teorie del complotto e mitigare la paura e lo
stigma diretti verso le persone e i luoghi colpiti sono essenziali per la preparazione e il
controllo della pandemia.
Le agenzie sanitarie internazionali, compresa l’OMS, hanno riconosciuto dicerie, te-
orie del complotto, stigma come minacce emergenti per la preparazione e il controllo
delle pandemie e, pertanto, ne raccomandano misure di monitoraggio e controllo siste-
matiche.

Le dicerie legate al Covid.


Tra tutte le categorie di infodemie che sono state monitorate, “le voci” erano le più
diffuse. La maggior parte delle voci che circolano in rete sono relative alla malattia, alla
trasmissione e alla mortalità del Covid-19, seguite da interventi incentrati sulla preven-
zione delle infezioni e sulle misure di controllo. Ci sono state segnalazioni sul consumo
di aglio, sul mantenimento della gola umida, sulla necessità di evitare cibi piccanti e
sull’importanza di assumere vitamine C e D per aiutare a prevenire la malattia. Inoltre,
sono state segnalate voci secondo cui l’irrorazione di cloro potrebbe prevenire l’infe-
zione da coronavirus.
Oltre a cibo e vitamine per aumentare l’immunità, si vociferava riguardato alcuni
possibili trattamenti come soluzioni minerali miracolose che prevedevano la miscela-
zione di una soluzione di clorito di sodio con acido citrico o l’assunzione di candeggina
e/o alcol per curarsi o per aumentare le difese immunitarie.
Altre voci legate alle cure giungevano da persone che assumevano tè assieme a urina
o sterco di mucca (India), urina di cammello e calce (Arabia Saudita) e piante medici-
nali (Africa). Infine, il fatto che non riuscire a trattenere il respiro per più di 10 secondi
avrebbe potuto aiutare a diagnosticare l’infezione da coronavirus, è stato un diffuso
mito popolare circolante.
La paura per l’oscuro morbo, legata in uno stretto abbraccio con l’ignoranza, non solo
fomentava rimedi preistorici e stregonerie ma andava a creare un sentimento ostile, as-
solutamente da stigmatizzare, nei confronti dell’altro, visto come un possibile untore,
soprattutto se di origine asiatica.
Parecchi medici decidevano di trascorrere del tempo nei bagni degli ospedali perché
avevano perso i loro appartamenti o non potevano entrare nelle loro case a causa dell’o-
stilità delle persone della loro comunità. In Australia, un operatore sanitario con origini
cinesi è stato offeso, in ospedale, da un paziente che, dopo aver allungato la mano per
l’usuale saluto, ha sbottato: “Probabilmente non dovrei stringerti la mano, perché po-
tresti avere il coronavirus e infettarmi”.

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Assieme alla diffusione del virus, si diffondeva, nel mondo, un sentimento malevolo
nei confronti della popolazione cinese che “infettava” anche alcune personalità di alto
profilo che, anche in pubblico, definivano il virus come “virus cinese” o “virus Wuhan”.
Anche il Wall Street Journal pubblicava un editoriale dal titolo “La Cina è il vero
uomo malato dell’Asia”, affiancato anche da altri organi di stampa che editavano arti-
coli inappropriati sulla necessità che gli studenti cinesi stessero lontano dalla scuola,
famoso l’articolo di un giornale australiano dal titolo “I bambini cinesi restino a casa”.
A seguito di tutto ciò si moltiplicavano gli attacchi razziali sia verbali che fisici contro
persone di origine cinese.
E’ necessario, quindi, che, parallelamente alla lotta contro la diffusione del virus,
i governi e le altre agenzie governative riconoscano e comprendano gli schemi delle
voci, dello stigma e delle teorie del complotto circolanti relative a Covid-19, in modo da
poter sviluppare messaggi di comunicazione del rischio appropriati. (Center for Prepa-
redness and Response, 2020. Responding to Rumors and Misinformation. Emergency
Preparedness and Response. Atlanta, GA: Centre for Disease Control and Prevention)
Tuttavia, le teorie cospirative possono portare a sfiducia nei confronti dei governi
e degli operatori sanitari, provocando un impatto negativo sul comportamento delle
persone. In precedenza, è stato anche dimostrato che le teorie del complotto possono
motivare le persone a non farsi vaccinare o ricevere antibiotici.
La fiducia tra operatori sanitari e comunità è essenziale per affrontare la crisi pande-
mica.

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CAPITOLO TERZO
Teoria del complotto economico

Il Complotto Pfizer – Bill Gates - Trumpismo Vs Biden.


“La Pfizer ha creato il vaccino stabile al 90%, nel frattempo, Bill Gates, precedente-
mente, è entrato nella casa farmaceutica stessa, Bill Gates, finanzia la campagna elet-
torale di Biden, Biden vince 24 ore dopo la proclamazione, l’annuncio del vaccino”.
Bill Gates, assieme a sua moglie, da anni è impegnato attraverso la Fondazione in
diversi programmi, compresi quelli volti a studiare l’emergere di nuovi pericolosi pa-
togeni, e lo sviluppo di piani vaccinali. Si chiama «filantropia»: quando una persona
decide di restituire un po’ di quanto la società gli ha generosamente permesso di gua-
dagnare, a beneficio dell’umanità. Questo può anche sottendere bias e interessi politici
in chi lo fa, più o meno consapevolmente, come nel caso di Soros. Nessuno lo nega, ed
è certamente discutibile.
Abbiamo dunque due correlazioni: la prima tra la Fondazione e Pfizer, la seconda tra
l’annuncio del vaccino e la vittoria di Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca. Solo la
prima è al momento parzialmente dimostrabile (non per il vaccino anti-Covid, come
spiegato dai colleghi di Facta). La seconda è di difficile interpretazione, visto che il
nuovo vaccino è anche in un certo senso un «successo» della Casa Bianca attraverso
l’operazione Warp Speed, anche se Trump non sembra ricordarselo.
Resta una quaestio ancora, di fondamentale importanza da chiarire: perché la parte-
cipazione di Bill, al finanziamento dei programmi vaccinali, ha il sapore di Scabroso?
Facciamo chiarezza.
La teoria del legame tra 5G e COVID-19 ha iniziato a diffondersi in maniera innocua,
ma ben presto ha inondato i principali media. Secondo un rapporto del Pew Research
Center, quasi un terzo degli statunitensi crede che il COVID-19 sia stato prodotto da
esseri umani in un laboratorio. Adesso, è Bill Gates l’ultimo bersaglio della teoria del
complotto
L’organizzazione benefica di Gates, la  Bill and Melinda Gates Foundation, è stata
una delle più importanti forze che si sono battute dietro le quinte contro il Covid-19. La
fondazione ha contribuito a finanziare lo sviluppo dei vaccini di Moderna e AstraZene-
ca, così come di altre ricerche su trattamenti anti-Covid.
Nella lettera annuale della fondazione, pubblicata mercoledì 27 gennaio, il miliar-
dario ha lanciato un appello per un enorme sforzo globale in preparazione alle future
pandemie. Un pericolo che, a suo giudizio, dovrebbe essere affrontato con lo stesso
grado di serietà delle minacce di guerra. Gates ha detto di auspicare lo sviluppo, pri-
ma della prossima pandemia, di “mega-piattaforme diagnostiche”, capaci di testare il
20% della popolazione globale in una settimana. Il fondatore di Microsoft ha richiesto
anche la creazione di un sistema globale di allerta per le pandemie: uno strumento

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per permettere di inviare rapidamente campioni a un laboratorio in cui processarli. La
presenza di patogeni nuovi o altamente infettivi farebbe scattare la reazione di un team
globale di “primi soccorritori per malattie infettive”, che verrebbe inviato nella regione
interessata.

Pandemic status.
L’antefatto è noto ai più, per quanto sia doveroso ricostruirne la trama essenziale. Nel
maggio del 2016, a Sendai, in Giappone, in occasione del G7, la Banca Mondiale an-
nunciò il lancio di due bond ad altissimo rendimento. Furono emessi l’anno successivo
per un controvalore totale di 320 milioni e con scadenza fissata per il 15 luglio 2020.
Di tutto rispetto le cedole: 7,5% per il titolo di classe A e addirittura 12,1% per quello
di classe B. Il meccanismo finanziario previsto, fin dall’inizio, era dissimile da quello
che siamo stati abituati a riconoscere e secondo cui, in caso di default dell’emittente,
l’investimento è perduto. Nella fattispecie, invece, la dichiarazione di pandemia da
parte dell’OMS avrebbe costituito una delle condizioni per il mancato rimborso. E,
com’è noto, la pandemia, l’11 marzo scorso, è stata dichiarata. Occorre adesso che si
valutino altre condizioni, tra le quali il tasso di crescita del contagio, il numero dei paesi
coinvolti et cetera.
Si è pure pensato che l’OMS tardasse ad annunciare la pandemia al solo scopo di
favorire alcune società di gestione degli investimenti. La via del complotto è sempre
quella più sbrigativa e praticabile perché già il termine stesso (“complotto”) sembra
agire da catalizzatore, neutralizzando il comune bisogno d’avere un nemico o un col-
pevole.
Insomma, la banca mondiale, a scopo prettamente benefico (?), può operare in soc-
corso dei paesi poveri afflitti da epidemie o pandemie sia per cassa, tramite il Pandemic
Emergency Financing Facility, cui contribuiscono diversi paesi in forma ordinaria, sia
con la finanza straordinaria proveniente dalle emissioni obbligazionarie. Entrambe le
finestre d’aiuto a vantaggio dei paesi poveri sono attive, pur se in modo diverso e pur
essendo state progettate per integrarsi a vicenda. Ad oggi, il PEFF ha versato 64,1 mi-
lioni di dollari dalla propria cassa per combattere l’Ebola nella Repubblica Democrati-
ca del Congo, inclusi 50 milioni per l’attuale pandemia. L’intervento sarà reso possibile
grazie a una decisione dell’organo direttivo composto da Germania, Giappone e Au-
stralia, organo che sovrintende alle operazioni assieme alle organizzazioni internazio-
nali (tra cui OMS, UNICEF e WB) e a due paesi riconducibili all’IDA (Liberia e Haiti).
Si può ipotizzare semmai l’esatto contrario, cioè che l’OMS, dichiarando la pande-
mia, abbia fatto un ‘favore’ ai grossi investitori. Se è vero infatti che il titolo di Baille
Gifford è passato da 830 a 532 GBX nella settimana di fuoco, quello di Amundi da
77,85 a 46,74 EUR e quello di Invesco da 18,89 a 7,61 USD, non possiamo di certo
escludere che questi operatori abbiano fatto consistenti speculazioni al ribasso, gua-
dagnando più di quanto abbiano apparentemente perduto. Già prima dell’ufficializ-

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zazione della pandemia, ‘certi’ titoli obbligazionari si scambiavano al 50% del valore
nominale; la qual cosa era un segnale chiaro pure per un trader dilettante. Figuriamoci
per un colosso!
Un esempio concreto può aiutarci a far luce sulla vicenda finanziaria: nel luglio del
2016, cioè un mese prima di annunciare l’acquisizione di Pioneer Investment, Amun-
di fece registrare il valore più basso rispetto ai cinque anni successivi. Neppure il crollo
dell’11 marzo lo ha eguagliato: 34 euro contro 46 euro. Ciò lascia intravedere una stra-
tegia netta e, per giunta, vincente. Tra le altre cose, tanto clamore per le cedole da 7,5%
e 12,1% – libor incluso – ci pare ingiustificato perché il rendimento del singolo titolo
obbligazionario, per quanto elevato, non ha alcun peso nel bilancio di un operatore del
genere. Bisognerebbe rivedere semmai la modalità di copertura del valore di queste ce-
dole. È il ‘fondo cassa’ del PEFF infatti a garantirla, un fondo che, com’è noto, è creato
dai paesi donatori. Aggiungiamo inoltre, a conferma dell’ipotesi strategica, che tutti e
quattro gl’investitori citati, nell’ultimo mese, si sono caratterizzati per un netto trend di
ripresa (un po’ meno Invesco, ma…). Più chiaro di così…(Econopoly)

Cosa sono i Pandemic Bond?


Quando scoppia un’emergenza sanitaria, il costo necessario per farvi fronte, tra ospe-
dali, medicinali, personale medico e quant’altro, può essere molto elevato e difficile da
sopportare, specialmente per i Paesi in via di sviluppo. Lo stiamo vedendo anche in Ita-
lia in questi giorni, tanto che il Governo Conte è stato costretto ad annunciare un maxi
piano eccezionale.
In casi del genere, è spesso necessario l’intervento della Banca mondiale per soste-
nere economicamente questi Paesi. Per far fronte a questa emergenza e garantire un’a-
zione rapida ed efficace ai Paesi che ne hanno bisogno, la BM ha stanziato 12 miliardi
di dollari.
Tuttavia, anche per lei una situazione così estrema può diventare un costo notevole.
Per questo, dopo che tra il 2014 e il 2016 il virus Ebola aveva causato più di 11mila
vittime in Africa, la Banca Mondiale ha ideato un nuovo meccanismo.

Come funzionano i Pandemic Bond.


Come spiega Altroconsumo, nel 2017 la BM ha emesso due bond, per un totale di 320
milioni di dollari, con scadenza 15 luglio 2020. Questi titoli pagano cedole molto alte,
ma come contropartita pongono delle condizioni assai onerose: se prima della scadenza
scoppieranno delle pandemie, i detentori dei bond (banche e gestori) si vedranno rim-
borsare solo una parte del capitale, o addirittura perderanno tutto.
I bond emessi dalla Banca Mondiale sono due. Il primo, da 225 milioni di dollari, è
legato solo alle pandemie di influenza o Coronavirus, e per far scattare il taglio al rim-
borso serve, tra le altre cose, che ci siano almeno 2.500 vittime in un Paese, più almeno
20 in un altro. Il secondo bond, per 95 milioni di euro, è legato a una gamma più ampia

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di casistiche (Ebola e altre) e il taglio ai rimborsi, almeno in parte, scatta già quando le
vittime sono 250. Il primo bond, meno “rischioso” per chi ci investe, paga un tasso del
7,5%, il secondo del 12,1%.
Le condizioni che fanno scattare il taglio al rimborso del bond sono talmente compli-
cate che serve un’apposita società per certificarle: è l’americana Air Worldwide Corpo-
ration. Società, tra l’altro, privata.
Cosa rischiano le banche.
Questa volta le banche rischiano di perdere decine di milioni di dollari. La Banca
Mondiale, dal canto suo, se vedesse fallire il primo tentativo di “assicurarsi” contro le
pandemie, difficilmente troverebbe, in futuro, banche disposte ad acquistarne altri. Una
grave perdita per le grandi banche, insomma.
Come suggerisce Altroconsumo, si spera che le banche che hanno in mano questi
bond, “sentendo puzza di bruciato”, non li inseriscano nei fondi comuni o nelle gestioni
patrimoniali dei comuni risparmiatori, come fatto in passato con i bond argentini, Par-
malat, Cirio e altri. Il consiglio è sempre di stare molto attenti quando sottoscriviamo
delle cedole.

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CAPITOLO QUARTO
Teoria del complotto medico-scientifico

Il dilemma delle mascherine.


Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella
manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella
misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità,
alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di
accoglienza o di rifiuto.
la parola greca, παράνοια «follia», comp. di παρα «para», per indicare disordine,
condizione anormale, e di un tema affine a νοῦς «mente», quindi «ciò che va contro
la mente», «contro il ragionamento», «contro la razionalità» ci sta orientando verso
azioni sconsiderate, poco intelligenti e razionali, figlie di una esacerbazione della paura
che porta il nome di angoscia: condizione non più psicologica, ma più densamente ed
implacabilmente esistenziale.
Non c’è ombra alcuna di dubbio circa la reale utilità delle mascherine nella realtà
socio-sanitaria nella quale ci ritroviamo. Scherzosamente, seppure in senso amaro, po-
tremmo, rifacendoci ad Heidegger, dire di aver sperimentato una seconda volta cosa
significa essere-gettati al mondo, dopo averlo fatto una prima volta semplicemente
rendendoci conto di essere: dopo mesi di lockdown, dopo aver già trovato una realtà
completamente diversa rispetto a quella alla quale eravamo abituati, ora ci sentiamo
maggiormente alienati a causa di provvedimenti, seppur sicuramente fatti in buona
fede, che restringono ulteriormente il nostro modo di vivere.  
Purtroppo abbiamo ben poco da scherzare: è destabilizzante per tutti, ed anche chi
sembra non essere minimamente colpito dalla nuova situazione sanitaria, che sta dive-
nendo anche una problematica sociale, è, con ogni probabilità, sinceramente spaesato
ma, per proteggere quelle poche sicurezze che possiamo ancora portarci assieme dalla
vecchia realtà, finge un adattamento genuino, pur essendo questo adattamento ora an-
cora più difficile essendovi l’evidenza dannatamente concreta del dover portare un dpi
perennemente al volto, anche all’aperto, con tutte le conseguenze di fastidio del caso. 
La mascherina è diventata un nuovo arto, una nuova componente anatomica che sem-
bra, però, mal aderire al nostro corpo: è chiaro il rigetto, ma è anche troppo forte la
pressione psicologica del terrore del virus, tanto microscopico da essere, nella mente,
rappresentato come potenzialmente ubiquitario (affermazione alquanto poco verace,
scientificamente). Ormai potremmo dire come la mascherina non la si indossi, ma la
si usi esattamente come posso usare la mano per afferrare, l’orecchio per ascoltare, gli
occhi per guardare, i piedi per camminare.
Quanto di più terribile ci possa essere, però, è che così facendo abbiamo fatto com-
pravendita del nostro volto, dell’effige della nostra persona, per uno strumento, per

20
quanto comprovata sia l’utilità preventiva di quest’ultimo: dov’è finita la nostra comu-
nicazione facciale, dove la nostra comunicazione paraverbale, dove le nostre emozioni,
solo manifeste mediante il volto? 

è davvero necessario l’uso delle mascherine?


Una delle narrative più in voga è quella dell’OMS che cambiava idea sull’uso o
meno delle mascherine. Grazie a WebArchive possiamo visionare ancora oggi le linee
guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in merito al loro uso pubblicate da
febbraio 2020 ad oggi. Ecco quanto riportato il 7 febbraio: Guro molto affermato come
il farmacista Stefano Montanari, ha affermato che: “le mascherine al massimo fermano
i tacchini, non i virus come il Coronavirus, che sono grandi 120 nanometri; da quelle
mascherine passa tutto”.
La trama del tessuto è fondamentale, in quanto trattiene le particelle di saliva (dro-
plet) che emettiamo parlando, starnutendo e tossendo, così viaggiano i patogeni tra-
smissibili per via aerea. Bisogna mettere l’accento sulla prova dell’accendino: se non
riusciamo a spegnerlo soffiando significa che la mascherina funziona (e aiuta anche a
riconoscere quelle che non sono a norma). Sarebbe del tutto assurdo concepire dei virus
che viaggiano a secco nell’aria. L’anidride carbonica invece è un gas.
Tanti operatori sanitari nel mondo devono indossare per ore quelle ritenute più sicu-
re, le N95, senza per questo venire avvelenati dal loro stesso respiro. Ma il si è fatto
sempre così, non può essere una argomentazione sufficiente: si presentino allora studi
epidemiologici seri pubblicati su riviste scientifiche, dove dall’analisi di un numero
significativo di casi, emerga un alto tasso di avvelenamento da anidride carbonica negli
operatori sanitari. Al momento nessuno ne trova, al netto di qualche esperimento fai da
te, dove si evincono livelli anomali di CO2 nel sangue, senza fare analisi direttamente
su campioni ematici.

Le mascherine possono causare ipercapnia?


Partendo dalla tesi supposta della CO2 in eccesso, si arriva ad altre narrazioni, più
terrificanti. Il culmine al momento è stato raggiunto con la fake news, riportata an-
che dalla coniuge di Montanari, Antonietta Gatti, altrettanto apprezzata negli ambienti
complottisti, riguardante un bimbo che «si sente male e cade a terra» a bordo di uno
scuolabus in Germania. Il tutto basato non su case report (articoli basati su singoli casi
clinici), come ci si aspetterebbe da una scienziata che vuole dimostrare realtà scomode,
bensì mediante l’aneddotica filtrata dai tabloid tedeschi.
Ma con le mascherine, secondo le narrazioni NoMask, si potrebbe addirittura morire
di cancro o di infarto. Tutto avrebbe origine dal fenomeno della ipercapnia. Si tratta
di una eventualità piuttosto remota, come ci aveva spiegato l’ingegnera biomedica del
Politecnico di Torino Alice Ravizza, esperta delle relative normative e certificazioni:
«L’ipercapnia indica l’aumento dell’anidride carbonica nel sangue – spiega Ravizza

21
– se la mascherina non ha una buona respirabilità, si crea un ambiente all’interno in cui
viene respirata sempre la stessa aria, come quando si respira velocemente nel boccaglio
dello snorkeling».
«Le mascherine certificate hanno la capacità di filtrare – continua l’esperta – permet-
tendo anche il passaggio d’aria senza sforzo respiratorio, specialmente quelle costituite
da materiale filtrante certificato. Sono garantite tutte anche per evitare l’ipercapnia».
Nessuno nega che il problema piuttosto potrebbe derivare dalle mascherine fai da te.

E un cancro?
Non di meno, secondo il già citato Montanari, «quando tu sei in ipercapnia tu vai
anche in acidosi, cioè il tuo organismo diventa più acido del dovuto. Il pH, l’indice di
acidità, si abbassa e più è basso questo pH e più è acido il tuo organismo. Più è acido
l’organismo e più tu hai facilità ad ospitare malattie. La malattia più vistosa che si in-
staura con l’acidosi è il cancro».
Tutto questo ci ricorda le tesi del noto truffatore Tullio Simoncini, il quale sosteneva
di curare il cancro col bicarbonato, agendo sull’ambiente acido collegato ai tumori. A
seguito delle terribili conseguenze della sua «cura», Simoncini è stato radiato dall’Ordi-
ne dei medici e processato per omicidio colposo ed esercizio abusivo della professione.
Esiste un fenomeno noto come glicolisi, il quale avviene comunemente nel metabo-
lismo delle nostre cellule, si basa sul consumo del glucosio per produrre energia. Non
è l’unica fonte, parallelamente le cellule possono rifornirsi anche dai loro mitocondri,
vere e proprie batterie cellulari. Nei tumori si è osservato che il fenomeno della glicolisi
avviene anche in presenza di grandi quantità di ossigeno, fino a «200 volte superiori a
quelle normali», come riporta AIRC. Tutto questo si chiama «effetto Warburg», perché
venne scoperto per la prima volta dal premio Nobel Otto Heinrich Warburg, il quale
evidentemente continua a venire frainteso, da più frangenti che si contraddicono tra
loro.
In un contesto normale, il glucosio attraverso la glicolisi, diventa piruvato; quest’ul-
timo sarà trasformato in acetil-coenzima A, il quale entra nel mitocondrio e va incontro
al ciclo di Krebs. Quindi viene prodotta una grande quantità di energia, e la molecola di
partenza viene completamente ossidata, dando luogo ad anidride carbonica e acqua. In
questo modo l’energia prodotta è relativamente poca. Senza il ciclo di Krebs viene pro-
dotta infatti pochissima ATP, ovvero la moneta di scambio del metabolismo cellulare.
Nel contesto del cancro abbiamo cellule che si moltiplicano in maniera incontrollata.
Questo richiede energia, che si ottiene innanzitutto dal glucosio. Le cellule tumorali in-
vece non trasformano completamente il glucosio in anidride carbonica e acqua, mentre
adoperano ciò che resta per la biosintesi di altre molecole, che gli servono per crescere
e proliferare.
Ma il ciclo di Krebs non si arresta. Viene comunque prodotta anidride carbonica e si
consuma ossigeno, con una glicolisi che diventa imponente. In condizioni normali tutto

22
finisce nel ciclo di Krebs, mentre nelle cellule tumorali il 50% del glucosio si ferma alla
glicolisi, senza procedere oltre e andando in lattato. Nell’ambiente tumorale avremo
quindi poco ossigeno (perché comunque viene consumato a livello del Krebs), tanta
anidride carbonica e tanto lattato. Questo fa abbassare il pH, generando l’ambiente
acido.
In sostanza, si scambia la causa con l’effetto (tanta anidride carbonica e ambiente
acido). Montanari rivela lacune in microbiologia comprensibili per un farmacista (noi
stessi abbiamo dovuto consultare degli esperti veri), ma non giustificabili, se poi si
pretende di denunciare presunti eventi avversi, che non trovano alcun riscontro nella
letteratura scientifica.

Provocano la candida polmonare?


Giulio Tarro, ai microfoni di Radio, dichiara quanto segue:
“Bisogna considerare che, per giunta, le mascherine in alcuni soggetti non possono
essere usate, sia perché diventano allergici, sia perché possono addirittura provocare
una candidosi polmonare pericolosissima.”

Proteggere me o gli altri? La gran confusione.


Potremmo sottilizzare parlando più precisamente delle cosiddette «mascherine da
egoista» che proteggono chi le indossa, ma non gli altri dal proprio droplet. Ma il punto
è la funzione sociale dell’utilizzo delle mascherine chirurgiche comunemente acquista-
bili in farmacia, che proteggono il prossimo dalle nostre particelle di saliva.
La letteratura scientifica mostra come, nel contesto generale di limitare la trasmissibi-
lità del nuovo Coronavirus, le mascherine unite al rispetto della distanza di sicurezza e
al monitoraggio dei positivi, siano un valido strumento. Va da sé che questi dispositivi
devono essere fatti in un certo modo. Non conta solo il materiale, ma anche la forma,
in quanto non devono indurre chi le porta a toccarsi la faccia per sistemarle. Non ci
sembra difficile, né costoso, comprare quelle sicuramente certificate che si possono
acquistare in farmacia.
Se si pensa che bastino da sole a proteggerci individualmente, vale la critica fatta
nelle prime fasi della pandemia dal virologo Roberto Burioni: «servono soltanto a chi
è malato». Non è possibile testare la positività al SARS-CoV2 nell’intera popolazione,
quindi dobbiamo ragionare tutti come se fossimo positivi e asintomatici, o presintoma-
tici. Infine, occorre un corretto uso da parte di tutti (tenere il naso scoperto non è una
buona idea), unito all’osservanza di tutte le norme di distanziamento sociale. Tenuto
conto di tutto questo, proviamo ad ascoltare nuovamente i consigli dell’OMS, dispo-
nibili già da febbraio sotto forma di video-tutorial. Vi sembra per caso che si faccia
confusione? Oppure sono i nostri pregiudizi a distorcere il senso delle sue raccoman-
dazioni?

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«Assembramenti senza mascherine, dove sono i morti?»
Una delle tante affermazioni in voga negli ambienti negazionisti è quella della man-
canza di infetti e morti a seguito di manifestazioni o eventi pubblici dove sono stati
riscontrati assembramenti senza mascherine.
I risultati di un eventuale contagio non si apprendono dall’oggi al domani e gli as-
sembramenti potrebbero aver diffuso il virus in soggetti poi risultati asintomatici. Non
sappiamo, anche a causa di un corretto tracciamento, quanti di questi asintomatici pos-
sano aver causato focolai.

Obbligatorietà e libertà.
L’obbligatorietà è la sconfitta della comunicazione. Come per i vaccini, è fondamen-
tale comunicare la loro importanza al fine di farla comprendere ai cittadini e contrastare
in maniera corretta i loro dubbi. Ne abbiamo parlato in un precedente articolo.
Abbiamo parlato tanto di infodemia, la circolazione di informazioni in maniera ec-
cessiva e senza che ne sia stata controllata la veridicità, una delle cause principali della
confusione generata nei cittadini in merito al virus e alle attività di prevenzione. La
confusione ha favorito il rafforzamento di narrative scorrete, negazioniste e complotti-
ste tra le tante, dando voce a personaggi «fuori dal coro» o auto dichiaratisi «indipen-
denti» raccogliendo proseliti e in alcuni casi denaro.
Tra i cavalli di battaglia di coloro che contrastano l’utilizzo delle mascherine, utili a
difendere più gli altri che se stessi, c’è quello della «violazione delle libertà». L’obbli-
gatorietà non è un buon risultato, come abbiamo riportato precedentemente, ma il suo
utilizzo non priva la possibilità di uscire di casa, di lavorare o di condividere momenti
di tranquillità con le altre persone. Non si nega l’esistenza di una serie di problemi
causati dal loro utilizzo.

Il mistero delle fibre che si muovono nelle mascherine.


“Il mistero delle fibre che si muovono nelle mascherine” fa ormai parte dei grandi
Gialli del Complotto
A volte invidiamo la meraviglia che prova chi si approccia a nuovi misteri con l’ar-
roganza di chi è convinto di conoscere ogni cosa e si stupisce urlando al complotto
dinanzi alla novità.
l mistero è anche in questo caso di pronta risoluzione.
Le mascherine chirurgiche attuali sono fatte di polipropilene, un polimero termopla-
stico, ovvero che viene lavorato ad alte temperature.
Diciamo attuali perché nel secolo passato hanno raggiunto la loro forma attuale: agli
inizi del secolo passato si usavano numerosi strati di cotone (rendendole simili alle
“mascherine di comunità” o “compassionevoli” che usavamo quando al principio della
pandemia la scarsità delle mascherine in vendita suggeriva di prioritizzare la fornitura
a medici e forze dell’ordine).

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In seguito si sono usate fibre tratte dalla lana di vetro: solo col crescere delle com-
petenze tecniche siamo arrivati alla forma attuale, tessuto sintetico e anallergico in
polipropilene.
Ovviamente, il Polipropilene viene lavorato ad alte temperature, e, sottoposto nuova-
mente ad alte temperature perde parte delle sue proprietà.
Le fibre si deformano, quindi si “muovono” se gettate nell’acqua bollente o espo-
ste in modo prolungato a getti di vapore ustionante. Alcune fibre si “scuriscono” per
effetto della grande temperatura, eventuali impurità presenti nell’aria e depositate nel
momento in cui la mascherina è stata manipolata per l’esperimento vengono esposte, la
mascherina si deforma e perde le sue caratteristiche.
Questo è del tutto normale: il polipropilene non resiste alle alte temperature.
Tale esperimento riporta in vita nel mondo del complotto uno dei complotti vintage
più antichi: la sindrome di Morgellons.
La teoria, definita dalla scienza medica un caso di “parassitosi allucinatoria” secondo
cui non meglio precisate “fibre chimiche”, che alcune diramazioni della teoria voglio-
no prodotte dalle scie chimiche e altre vorrebbero essere nanomacchine o insetti miste-
riosi, si depositerebbero nelle ferite ed altre lesioni riscontrate in determinati soggetti.
Questa teoria in passato suscitò anche una serie di comportamenti autolesionisti,
come ustionarsi volontariamente il cavo orale con beveroni di acqua ossigenata e vino
rosso per poi “sputare morgelloni freschi” dalla bocca.

Il caso U-MASK tra complotto e verità.


l caso U-MASK sarà trattato nei prossimi anni come case history per descrivere come
talvolta la comunicazione possa subire, raccontare, generare o forzare una notizia, a
seconda degli attori e degli interessi in campo. La comunicazione a sua volta si avvale
della implicita collaborazione di “fonti” più o meno autorevoli, più o meno ufficiali,
che si affiancano con scopi talvolta nobili o talvolta poco raccomandabili. Dipende
dagli interessi in campo.

Quello che sappiamo del caso U-MASK.


U-MASK Model Two è stata la mascherina di maggior successo immessa sul mercato
l’anno scorso in piena pandemia, sia per alcune particolari e innovative caratteristiche
tecniche sia per l’aspetto glamour: in poco tempo è stato adottata da scuderie di Formu-
la 1, da squadre di calcio, da testimonial eccellenti e, soprattutto, dalla gente comune:
comoda, efficace e duratura (fino a 200 ore di utilizzo).
Dopo la denuncia di un diretto concorrente di U-MASK, in odore di spionaggio in-
dustriale (ancora da dimostrare), la Procura di Milano è intervenuta a febbraio aprendo
una indagine penale con l’accusa di frode in commercio e per stabilire la correttezza dei
testi di filtrazione; l’Autorità antitrust a sua volta ha aperto una procedura ravvisando
profili di comunicazione ingannevole e infine il Ministero della Salute ha disposto il

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blocco della commercializzazione della mascherina per presunte irregolarità ammini-
strative legate al laboratorio che ha certificato i materiali. Tutto questo sotto i riflettori
di un programma televisivo che ha dedicato al caso un copioso volume di puntate.
Una tempesta perfetta sotto il profilo giuridico, amministrativo e mediatico.
Se, come detto, tutto comincia con una denuncia di un concorrente accusato da
U-MASK di aver copiato la loro mascherina per entrare in una fetta di mercato così
importante, il resto è stato un insieme di fattori giuridici e di comunicazione che hanno
messo in discussione la reputazione dell’azienda ed il suo business oltre che preoccu-
pato i consumatori.
Il nostro compito non è di stabilire qui se i produttori siano stati oggetto di una gi-
gantesca campagna orchestrata contro di loro a fini commerciali o di pura visibilità o se
realmente siano stati inadempienti nei passaggi necessari per la certificazione. Anche
perché la storia non finisce qui.
Dopo alcune settimane dal blocco, U-MASK esce con un nuovo modello: dalla
“Two” si passa alla “2.1”, evoluzione avanzata della precedente. Vengono rifatte le cer-
tificazioni, questa volta con laboratori accreditati a livello europeo, ed i testi risultato
pienamente conformi alle regole stabilite. La nuova mascherina è registrata con succes-
so presso lo stesso Ministero che aveva disposto il blocco di quella precedente. Lo shop
del sito consente l’acquisto delle nuove mascherine. Restano in piedi le indagini penali
ed amministrative su quella precedente con i tempi che la giustizia impone.
Ma anche qui si ripropone, con qualche variante, lo stesso copione. Un comunicato
di Mediaset annuncia uno scoop di Striscia la notizia sulla nuova mascherina (andato
in onda la sera stessa), trovata -sì- conforme al test sul filtraggio ma insufficiente su
quello della respirabilità.
Prima ancora di leggere un comunicato di risposta dell’azienda produttrice, il Mini-
stero della Salute riprende in mano la situazione e blocca la vendita della nuova ma-
scherina “perché potrebbe nuocere alla salute”. Il provvedimento di ritiro dal mercato
è avvenuto “in considerazione della destinazione d’uso del prodotto, nonché dei poten-
ziali rilevanti rischi per la salute umana derivanti dall’assenza di un regolare processo
valutativo in termini di sicurezza ed efficacia e della conseguente assenza di garanzia
sull’effettiva adeguatezza come strumento di prevenzione dei contagi”. In sostanza si
prefigura la possibilità che l’Azienda abbia aggirato il precedente provvedimento di
blocco.
Il riferimento sembra essere rivolto più ad elementi amministrativi e di correttezza
dei passaggi per la certificazione che di rilievi reali alla natura ed al risultato dei test,
ma non è sempre facile districarsi nel burocratese.
 
La posizione di U-MASK.
“La nuova mascherina U-Mask Model 2.1, che sviluppa e perfeziona la precedente
U-Mask Model 2, è stata regolarmente registrata come nuovo dispositivo medico pres-

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so il Ministero della Salute e, come evidenziato nel fascicolo tecnico, possiede tutti i
requisiti richiesti dalla norma EN 14683 che disciplina, recependo gli standard europei,
i requisiti di fabbricazione, progettazione, prestazione e i metodi di prova per le ma-
schere facciali ad uso medico;
– i materiali del nuovo modello non presentano alcun problema di conformità ai
predetti standard e requisiti in quanto i test sono stati effettuati in un laboratorio inter-
nazionale certificato Accredia e i risultati ottenuti rientrano pienamente nei parametri
vigenti;
– Per questi motivi, l’azienda produttrice, la cui eccellenza è diffusamente ricono-
sciuta a livello internazionale, nel confermare che la U-Mask Model 2.1 è pienamente
in regola e ovviamente non nuoce in alcun modo alla salute, agirà immediatamente a
tutela dei propri diritti e interessi nelle competenti sedi, come già avvenuto per il pre-
cedente Model Two di cui è stato depositato ricorso al Tar ieri.”

Il contesto esterno.
Queste vicenda si inquadra in un evidente caos normativo e regolamentatorio, dove le
certificazioni sono sottoposte ad antiquate misure di verifica di era pre-Covid creando
discutibili interpretazioni sui risultati dei test e dove lo scandalo principale è semmai
quello di milioni di FFP2 vendute in Italia con certificazioni fasulle o artefatte per non
parlare delle modalità di ingaggio tra organismi pubblici ed intermediatori per l’acqui-
sto di ingenti quantità di mascherine.
U-MASK si è comportata correttamente ed è stata oggetto di una serie di azioni ves-
satorie sia da parte dei media sia degli organi giudiziari ed amministrativi oppure ha
cercato di inserirsi in un segmento di mercato potenzialmente rilevante con un prodotto
molto appetibile ma non del tutto in regola con i passaggi burocratici spesso farraginosi
e caotici? Oppure semplicemente la mascherina è perfetta, troppo innovativa per essere
certificata con gli attuali criteri?
Siamo un Paese in grado di tutelare, insieme alla sicurezza dei propri cittadini, anche
la libertà di impresa e l’innovazione tecnologica senza entrare in un circolo vizioso
come quello appena descritto?
Noi una idea ce la siamo fatta. Ma non potremo attuarla perché nel frattempo il sito
di U-Mask non vende più le mascherine 2.1 ed ora dovremo rivolgerci altrove ed in-
dividuare la FFP2 meno insicura cercando di districarci tra le diverse sigle anch’esse
sottoposte quotidianamente a controlli non esaustivi e non chiarificatori.
E, in conclusione, non attribuiamo in questo caso ai media responsabilità che non
hanno. La giungla è fitta e per farsi largo e trovare la strada giusta occorre usare a volte
il machete anche quando si hanno le migliori intenzioni.

La cura scoperta e nascosta del plasma.


Tra fine aprile e inizio maggio, quando si sparge una notizia straordinaria: finalmente

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si è trovato il primo, e al momento unico, rimedio da utilizzare ad hoc, per debellare
direttamente il virus. Tutte le cure elencate finora, infatti, non servono ad annientare il
coronavirus, ma si sono dimostrate efficaci nel bloccare la violenta reazione del sistema
immunitario. Questo, invece, è qualcosa di potente quanto un vaccino: la trasfusione
nei malati del sangue ricco di anticorpi dei guariti. Con un vantaggio in più rispetto ai
vaccini sintetici: non ha controindicazioni o effetti collaterali perché non è un farmaco.
È, infatti, un vaccino naturale disponibile subito e gratuito: perché la materia prima è
il plasma fornito dai donatori di sangue, che come si sa, lo fanno per solidarietà e non
per profitto. Questo oggi è il primo e unico farmaco da utilizzare ad hoc per debellare
direttamente il virus. “La sperimentazione sul plasma dei guariti per trattare i pazienti
con Covid-19 è stata avviata dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’Ospedale Carlo
Poma di Mantova. Si è conclusa da pochi giorni” – dichiarano gli autori a fine aprile –
Siamo cautamente ottimisti, ma i risultati visti nei casi singoli sono stati sorprendenti”.
A spiegare fra i primi in dettaglio la situazione è un lungo pezzo (su Affari Italiani del
25 aprile) che titola “Coronavirus, la cura c’è ma non se ne parla”. “Da Pavia e Manto-
va la svolta: i due ospedali non hanno più morti da un mese. Curano con la sieroterapia,
le trasfusioni di plasma dei guariti. I dati sono splendidi”.
Funziona così. “Chi dona deve essere sano, guarito dal Covid e avere degli anticorpi
neutralizzanti”, racconta il direttore di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale
Massimo Franchini. “Il protocollo prevede 3 somministrazioni. A distanza di 48 ore
l’una dall’altra. La compatibilità per il plasma viene fatta sul gruppo sanguigno”. Fran-
chini ci spiega che il plasma ha un notevole livello di sicurezza virale ed è un prodotto
assolutamente sicuro e rigoroso e va nei dettagli: “Se il vaccino, che non abbiamo, ti
farebbe produrre gli anticorpi, questa che è un’immunoterapia passiva trasferisce gli
anticorpi dal guarito al malato. Il paziente non produce nulla e non crea nulla. Ma fun-
ziona per salvarlo”
Soprattutto per fermare subito la catastrofe di morti che ancora continua. Perotti:
“Stiamo accumulando plasma per un’eventuale seconda ondata di contagi. E’ una te-
rapia per chi sta male oggi. Ben venga il vaccino ma in attesa il protocollo funziona
eccome! Lo studio è stato depositato. Tutto quello che le hanno detto, che si esce in 48
ore, è vero”.
La notizia comincia a circolare, le agenzie di stampa la ribattono. E Massimo Fran-
chini, il responsabile dell’Immunoematologia e Medicina trasfusionale del Poma, riba-
disce (Adnkronos Salute 28 aprile): “Al contrario “di alcune bufale” che circolano, il
plasma prodotto in questo modo è sicuro e la possibilità che trasmetta malattie infettive
è pari a zero. Si tratta di una terapia di emergenza, ma - precisa - noi non abbiamo re-
alizzato un protocollo d’emergenza: si tratta di un lavoro rigoroso che segue le indica-
zioni del Centro nazionale sangue. Il risultato è una terapia specifica e mirata, all’inse-
gna della massima sicurezza”. La sieroterapia è una cura moderna utilizzata dal 1880”.
Ma dopo questi annunci scoppia la polemica sui social e in tv fra “esperti” favorevoli

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e contrari alla terapia al plasma. Un conflitto simile a quello vissuto dai medici che
hanno lanciato i loro SOS per utilizzare in uso massivo, i farmaci già in commercio
che costano poco e sono facili da produrre in qualsiasi laboratorio italiano: un conflitto,
dunque, che è anche di interessi economici.
Del resto, da sempre c’è chi trae profitto dalle disgrazie: i costruttori dai terremoti, i
fabbricanti di armi dalle guerre, le case farmaceutiche da epidemie e pandemie. E oggi
la ricerca di nuovi farmaci e vaccini anti-coronavirus è una realtà economica che pre-
me e che - proprio per completezza di informazione – non si può fare finta di ignorare:
perché fa da sfondo anche a questa pandemia.
Anzi, senza tenere conto di questo scenario dove si svolge il “conflitto” tra esperti -
sia sul plasma, che sui farmaci a basso costo già disponibili – non si riesce a capirne la
portata.
E soprattutto non si capisce che i medici impegnati in prima linea hanno ragione
quando hanno tentato di fare valere un diritto fondamentale: che fra la necessità di
salvare vite umane e quella di rispettare pedissequamente le procedure per l’utilizzo
dei farmaci, la prima è prioritaria. Un principio apparentemente incontestabile, ma che
in realtà non lo è: come dimostrano le richieste dei medici all’AIFA e agli altri organi
di controllo, di tenere conto dell’eccezionalità della situazione, prevedendo, pur nel
rispetto dei canoni di sicurezza, deroghe o percorsi agevolati. Soprattutto se i risultati
già ottenuti sono stati incoraggianti.
Mentre la burocrazia tentenna, infatti, la gente continua a morire. Perché in realtà,
la notizia: “Da Pavia e Mantova la svolta: i due ospedali non hanno più morti da un
mese” non è esatta. Non ci sono stati morti fra quelli curati con il plasma: ma gli altri
continuano a morire.
Si sono salvati, insomma, il famoso “numero limitato” – in questo caso una cinquan-
tina di pazienti – ammessi dagli organi di controllo nel protocollo di ricerca. Ma ora
che la sperimentazione è terminata, in attesa che gli organi di controllo consentano il
prosieguo della somministrazione, che cosa accade? Che cosa rispondono i medici agli
altri ammalati che vorrebbero ricevere il plasma per essere salvati: a te non ti posso
salvare perché manca il placet dell’AIFA, del Ministero o dell’Istituto Superiore di
Sanità?

Come funziona il plasma.


La plasmaterapia (o terapia con plasma iperimmune, siero convalescente o immu-
noglobuline iperimmuni) consiste nell’infondere le immunoglobuline neutralizzanti,
isolate e purificate a partire dal plasma dei pazienti guariti dalla  malattia respirato-
ria Covid-19, al fine di fornire ai malati gli anticorpi utili a contrastare l’infezione da
SARS-CoV-2
La plasmaterapia è, talvolta, indicata anche come “terapia al plasma convalescente”,
basandosi sul fatto che il sistema immunitario di chi guarisce da questa malattia ha svi-

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luppato anticorpi specifici, almeno una frazione dei quali a potere neutralizzante, cioè
in grado di prevenire l’infezione di nuove cellule nello stesso paziente*. Se il plasma
dei pazienti convalescenti, definito iperimmune, nel quale si trovano dispersi le immu-
noglobuline, viene prelevato e, previa verifica del titolo anticorpale, trasfuso in pazienti
malati, è possibile contrastare il virus.
Per quanto riguarda il suo impiego per la terapia di COVID-19, il plasma viene som-
ministrato a persone che sviluppano forme gravi della malattia, per aumentare le loro
capacità di combattere il virus. La plasmaterapia potrebbe anche aiutare ad impedire
alle persone che sono moderatamente ammalate di sviluppare quadri clinici di entità
più severa o complicazioni correlate alla malattia. (Nota: va segnalato che, se indotti
da un vaccino (IMMUNOPROFILASSI ATTIVA), gli anticorpi specifici contro il virus
sarebbero in grado di prevenire l’infezione nella popolazione.)

Ed il plasma iperimmune?
Innanzitutto, ricordiamo che il plasma è la porzione liquida, priva di cellule (globuli
rossi, globuli bianchi e piastrine), del sangue. Negli ospedali e nei centri analisi, è quel-
lo che di routine si ottiene centrifugando i campioni dopo il prelievo ematico: la parte
corpuscolata rimane sul fondo, il plasma in superficie.
Per  plasma iperimmune s’intende, quindi, il plasma sanguigno contenente un alto
titolo di anticorpi (cioè elevate quantità di immunoglobuline neutralizzanti). Come an-
ticipato, gli anticorpi anti-SARS-Cov-2 sono isolati e purificati a partire dal plasma
convalescente, prima di essere infusi a scopo terapeutico.
In generale, il plasma può essere iperimmune per due motivi:
• Il paziente si è ammalato, quindi ha sviluppato elevate quantità di anticorpi (immu-
noglobuline) durante la malattia. Le immunoglobuline (Ig) sono proteine globulari
ad attività anticorpale prodotte dai linfociti B, in risposta ad uno stimolo antigenico
esterno e/o interno. Queste si concentrano soprattutto all’interno del flusso sangui-
gno (motivo per cui si possono determinare i valori attraverso un prelievo ematico).
Le immunoglobuline costituiscono la componente principale dell’immunità umorale:
hanno la funzione di riconoscere e legare gli antigeni (molecole presenti sulla superfi-
cie del patogeno virale o batterico), quindi neutralizzare l’agente infettivo. In pratica,
si comportano in modo simile a sentinelle, pronte ad allertare i linfociti attivati (pla-
smacellule) a produrre un numero molto elevato di anticorpi (fino a 2000 al secondo),
una volta entrate a contatto con l’aggressore potenzialmente dannoso per l’organi-
smo; ogni determinante antigenico viene riconosciuto come un bersaglio e viene reso
facilmente identificabile dai fagociti e dalle cellule citotossiche. Si ritiene che questo
meccanismo d’azione possa essere efficace nei confronti del SARS-Cov-2, favorendo
il miglioramento delle condizioni cliniche e la guarigione dei pazienti.
• Il paziente è stato vaccinato (ad esempio: per l’epatite B, il tetano o la difterite),
quindi ha un tasso elevato di anticorpi a seguito della vaccinazione (immunoprofilassi

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attiva). I vaccini funzionano in modo molto semplice: usano il meccanismo naturale
di difesa del corpo (sistema immunitario) per costruire una specifica resistenza agli
agenti patogeni. Quando sono iniettati, alcune componenti sono intercettate dai lin-
fociti, che hanno il compito di identificare tutto ciò che di estraneo entra nel nostro
organismo e producono gli anticorpi capaci di proteggere il soggetto. Laddove dispo-
nibili, i vaccini rappresentano lo strumento più efficace ed efficiente per prevenire le
malattie infettive.

Differenza tra Vaccino e Plasma Iperimmune.


Plasma iperimmune: conferisce un’immunità passiva contro il patogeno. L’effetto
delle globuline iperimmuni è istantaneo ed a breve termine: come tutte le immunoglo-
buline somministrate per via endovenosa, hanno un’emivita di 72 ore e sono eliminate
in circa 3-4 settimane;
Vaccinazione: induce un’immunità attiva (nello specifico, adattativa) e necessita di
un periodo più lungo per creare una protezione efficace, ma duratura. Gli anticorpi spe-
cifici per un patogeno saranno dunque già presenti nell’organismo in caso d’infezione
e l’entità della stessa sarà minima.

Quali vantaggi presenta la Plasmaterapia?


La somministrazione del plasma iperimmune nei pazienti affetti da COVID-19 ha
dimostrato in pochi giorni una riduzione della carica virale.
Una volta infusi nei pazienti sintomatici, gli anticorpi specifici contro il virus SARS
CoV-2 (isolati e purificati a partire dal plasma dei donatori) determinano una rapida
risposta terapeutica con un miglioramento dei parametri respiratori e del quadro sinto-
matologico.
Nei pazienti in condizioni estremamente critiche, l’utilizzo di questa terapia può
ridurre la mortalità a breve termine. (ISS)

Il complotto perfetto.
Giuseppe De Donno è un pericolo per la società e per questo lo hanno zittito, così ci
raccontano gli amanti dei complotti. Non è così, e il profilo facebook se lo è chiuso da
solo, come molti di noi avremmo fatto dopo questo tsunami mediatico. Eppure il pri-
mario di pneumologia dell’ospedale di Mantova non è stato trattato con molto riguardo
negli ultimi giorni, né dalla stampa né da parte della comunità scientifica.
Il Carlo Poma di Mantova, l’ospedale in cui lavora il dottor De Donno, da inizio apri-
le ha cominciato a sperimentare il plasma iperimmune: la terapia tratta i pazienti con il
sangue dei contagiati che sono guariti e sembrerebbe funzionare. “Nessuno si è aggra-
vato e non abbiamo registrato alcun effetto collaterale. Il plasma è sicuro. Non stiamo
parlando di una pozione magica. I risultati dello studio stanno per essere pubblicati.
A quel punto sarà la letteratura a parlare”. Così ha dichiarato il dottor De Donno, che

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per queste parole è stato sottoposto ad una vera e propria censura. Dall’interruzione
del collegamento a Porta a Porta all’invettiva di Burioni le parole di De Donno fanno
discutere e creano dibattito. Ma perché un primario di pneumologia dovrebbe menti-
re riguardo i risultati delle cure sui propri pazienti? Non ci sarebbe ovviamente ragione.
Il dato sui quasi 50 pazienti Covid dell’ospedale trattati con il plasma è però indiscuti-
bile: nessuno si è aggravato e in molti sono guariti. La sperimentazione non è finita e i
dati non sono completi, ma quello che sappiamo è già abbastanza per promuovere la
sperimentazione in tutte le strutture ospedaliere con pazienti affetti da Sars-Cov–2. La
terapia del plasma non è una nuova scoperta scientifica, si è sempre saputo che potesse
funzionare e sono decenni che si sperimenta con altri virus. Quindi l’ipotesi di tentare
una terapia con il plasma era stata valutata fin da subito e l’unico motivo per cui solo
adesso si riesce a valutarne gli effetti è perché prima i guariti erano pochissimi. Inoltre
non si tratta di una terapia gratuita, la fonte primaria lo è, ma non tutto il resto: ricovero,
personale, processi di elaborazione. Non si guarisce subito, ma sembra che aiuti.
(Tratto da: L’intellettuale dissidente)

Le grandi testate giornalistiche tanto quanto i più svariati media, in prevenzione di un


potenziale sollevamento popolare, si sono prontamente giustificati che le dichiarazioni
sopra riportate non furono mai oscurate.
Eppure, due tra le figure politiche internazionali più discusse, Matteo Salvini da un
lato, e Donald Trump dall’altro, con le loro dichiarazioni iniziano ad occupare le prime
pagine dei giornali con la seguente notizia:
“Plasma e idrossiclorochina: Trump e Salvini contro con il complottismo”.

“Un cittadino potrebbe pensare che la tengono nascosta perché è gratuita e ci sono
altri interessi dietro”. Parlava così qualche settimana fa  Matteo Salvini  in una delle
sue innumerevoli dirette Facebook, a proposito della terapia al plasma. Il leader della
Lega quando sposa una teoria del complotto difficilmente si prende la responsabilità
della stessa, piuttosto la mette in bocca al cittadino x, anticipando i ragionamenti che
potrebbe fare ma di fatto conducendolo a farli. Sulla storia del plasma ha ormai da
settimane presidiato social network, giornali e tv, alternando un misto di esaltazione e
indignazione per quella che descrive come una cura miracolosa che per qualche strano
motivo si continua a ignorare.

Dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti d’America, il suo amico Donald Tru-


mp ha invece sposato un’altra terapia, quella a base di idrossiclorochina, un farmaco
antimalarico e per l’artrite reumatoide. “È una settimana e mezza che la prendo e sono
ancora qui”, ha dichiarato nelle scorse ore, parlando del farmaco come di un “dono
dal cielo”. Una visione condivisa dal suo braccio destro Rudy Giuliani, che ha definito
l’idrossiclorochina come al 100 per cento efficace contro il coronavirus. “La gente

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muore, non abbiamo tempo per sperimentare”, ha incalzato il presidente americano, di
fatto demolendo l’attività di ricerca di laboratori e aziende farmaceutiche.
Insomma, a sentire i massimi esponenti del populismo americano e italiano, la solu-
zione al coronavirus ce l’abbiamo già. Eppure, che si tratti del plasma o dell’idrossi-
clorochina, per qualche motivo d’impronta complottista si continua a ignorare queste
terapie. Quando hanno chiesto a Donald Trump da dove proviene il suo ottimismo sul
farmaco che sta assumendo, ha risposto che non ha riscontrato effetti negativi su sé
stesso e che “ricevo un sacco di telefonate in cui me ne parlano bene, ecco la mia pro-
va”. Per quanto riguarda Matteo Salvini, invece, le sue certezze sul plasma derivano da
articoli di giornale relativi a singole persone guarite attraverso questa cura, oltre che dal
repost di interviste a medici che ne sottolineano i benefici. Tutto questo, sicuramente,
può bastare per creare una teoria del complotto.
Che la cura del plasma possa costituire una speranza, è appurato. Essa potrebbe for-
nire al malato gli anticorpi sviluppati dal guarito, dando una sorta di immunità che
bloccherebbe l’avanzata dell’infezione. È all’ospedale di Mantova che stanno andando
avanti più che mai nelle sperimentazioni e se i risultati sono incoraggianti, è anche vero
che la stessa Asst cittadina ha sottolineato come non si tratti di una cura miracolosa,
quanto di un valido strumento aggiuntivo.
La terapia è insomma in fase di sperimentazione, ma c’è ottimismo per l’apporto che
potrebbe dare. Più o meno lo stesso discorso che si potrebbe fare per l’idrossiclorochina
di Donald Trump.
Che sia il plasma o idrossiclorochina, insomma, l’evidenza scientifica dà più o meno
speranze ma il lavoro di sperimentazione è ancora in corso e, come hanno sottolineato
gli scienziati, ci vorrà tempo per avere risultati definitivi e capire se, e come, seguire
queste terapie. Nell’attesa della certificazione scientifica, le cure hanno così ottenuto il
bollino del populismo e a detta dei politici che l’hanno assegnato questo è sufficiente
per somministrarle a tappeto. Comunque andranno a finire i minuziosi test di ospedali e
laboratori su queste e altre cure, la volontà populista di anticipare i tempi della scienza
per dare acqua al mulino della propaganda anti-complottista è una minaccia alla salute
di tutti.(wired.it)
Mentre l’Europa e parte del mondo, giocava a nascondino, ed in alcuni casi intesseva
una blanda partita a poker, manomettendo le regole basiche del gioco, l’Italia, preda del
complotto, perdeva l’asso di cuori del popolo italiano.
Come dimostra il documento ufficiale dell ASSt di Matova, ij relazione proprio alla
cura al Coronavirus mediante la somministrazione di plasma.
“L’ASST di Mantova ha aderito al progetto per l’utilizzo del plasma iperimmune in
collaborazione con il Policlinico San Matteo di Pavia. La collaborazione è proseguita
fruttuosamente raggiungendo gli obiettivi previsti dalla sperimentazione. Il principal
investigator Cesare Perotti, direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina Tra-
sfusionale del San Matteo, sta in queste ore concludendo il report definitivo da sotto-

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porre alla comunità scientifica. Preso atto che i primi dati sono risultati molto incorag-
gianti si ritiene opportuno, seguendo il metodo scientifico, rimandare al momento della
pubblicazione l’esame accurato dei risultati.
Riguardo ad altri temi emersi negli ultimi giorni, si precisa che all’ASST di Mantova
sono state semplicemente richieste informazioni generiche sulla natura della sperimen-
tazione, proprio a seguito delle notizie riportate dalla stampa. Non c’è stato però alcun
accesso alla struttura da parte dei Nas.
La raccolta del plasma prosegue, grazie anche al prezioso contributo di Avis per il
reclutamento dei donatori e l’ASST si augura di potere presto aderire ad altri studi in
corso di programmazione.
La terapia con il plasma non è una cura miracolosa, ma uno strumento che insieme
ad altri potrà consentirci di affrontare nel modo migliore questa epidemia. Mettere in
contrapposizione vaccino, test sierologici o virologici, plasma, terapie farmacologiche
o terapie di supporto è insensato, poiché dobbiamo disporre di tutte le armi possibili per
fare fronte alla minaccia devastante rappresentata dal coronavirus.” (5 maggio 2020)
Come è stato più volte sottolineato e ricercato tra le righe, il plasma è una cura, men-
tre il vaccino è una prevenzione.
Merita di essere ripetuto ancora una volta, il plasma è una cura. E’ una cintura di
sicurezza.
Ricordiamolo quando la nostra mente tende a credere a ciò che più le aggrada o che le
fa meno paura. Perché si rischia di essere i veri complottisti. Loro cercano di controllar-
ci. Ci fanno credere che viviamo in società libere e democratiche e che siamo i padroni
del nostro destino, ma non è così, lo sappiamo bene. Ci nascondono la verità. Ovunque
si guardi è evidente che c’è un piano colossale per manipolarci.
Facciamo sempre attenzione a cosa scegliamo di credere.
La regione Lombardia, redige invece un vero e proprio comunicato finalizzato alla
raccolta del plasma, utile per la prevenzione e la cura al corononavirus.
“Il plasma iperimmune costituisce una possibile risorsa terapeutica sia per la cura che
per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2. La sua potenziale efficacia è tuttora
oggetto di studio in protocolli clinici sperimentali.
Esso presenta un elevato livello di anticorpi specifici, che possono contribuire a neu-
tralizzare il virus e a ridurne la carica virale, attraverso l’immunizzazione passiva.
Questi anticorpi possono essere presenti nel sangue dei soggetti che hanno contratto
l’infezione manifestando in forma grave la malattia Covid-19 e sono guariti, oppure
che hanno contratto l’infezione con sintomi lievi o addirittura in forma asintomatica e
hanno eliminato il virus.
Il Programma regionale di raccolta del plasma iperimmune anti-SARS-CoV-2 si pro-
pone di valorizzare il grande lavoro già svolto in questi mesi da numerose Aziende
Socio Sanitarie Territoriali e Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico lom-
bardi, con il prezioso contributo delle Associazioni di Donatori Volontari di Sangue, in

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particolare mediante il progetto condiviso tra la Struttura Regionale di Coordinamento
(SRC) di AREU e AVIS Regionale; in tal modo convogliando tutte le energie verso un
obiettivo comune fin dalla Fase 1 della pandemia: raccogliere il plasma in tempi rapidi,
poiché non conosciamo la durata degli anticorpi neutralizzanti nel plasma dei soggetti
guariti.
Qualora l’efficacia terapeutica del plasma immune COVID venga confermata dai
risultati scientifici, questo progetto consentirà di ampliare l’accesso alle terapie dei
pazienti su scala regionale fino a sostenere anche eventuali necessità di altre Regioni.
Si evidenzia inoltre che la trasfusione di plasma è oggi considerata una terapia a bas-
so rischio e che non vi sono, tuttora, evidenze nella letteratura scientifica che il sangue
e i suoi prodotti siano veicolo di contagio”

Che cosa sappiamo della cura con il plasma.


«Nulla ovviamente per la sieroterapia, che ovviamente ha il terribile effetto collate-
rale di costare pochissimo»
Nelle ultime settimane è circolata molto sui social e su WhatsApp la notizia secondo
cui esisterebbe una cura efficace contro il coronavirus, di cui nessuno parlerebbe, con
cui si impiega il plasma, alla base della sieroterapia citata da Cunial, delle persone gua-
rite dalla Covid-19 sui pazienti malati.
Si tratta dunque di una possibile cura, e non di qualcosa di alternativo ai vaccini,
come lascia invece intendere la deputata del Gruppo misto.
Ma che cosa sappiamo ad oggi sull’efficacia della terapia con il plasma?
È vero che anche in Italia sono iniziate delle sperimentazioni in questo ambito (per
esempio all’Ospedale di Mantova) con risultati di ricerca in una fase ancora molto pre-
liminare, ma è necessario sottolineare che c’è dibattito sull’argomento all’interno della
stessa comunità scientifica.
«I dati di letteratura sono al momento molto scarsi, quasi aneddotici» ha commen-
tato per esempio il 4 maggio Pierluigi Viale, direttore del Dipartimento di Scienze
Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e componente dell’Unità di crisi
Covid-19 per la regione Emilia Romagna, regione che su questo fronte ha optato per
una linea prudenziale scegliendo di non adottare al momento questa terapia sui pazienti
delle proprie strutture sanitarie.
Non sappiamo ancora se gli anticorpi dei pazienti guariti siano protettivi e per quanto
perdurino, ha spiegato Viale, e apparirebbe azzardato somministrare passivamente an-
ticorpi a un paziente, specie in una fase dove è possibile utilizzare risorse alternative,
finché non sono noti tutti i rischi associati a questo trattamento nel caso del Covid-19.
«L’utilizzo routinario del plasma in pazienti affetti da nuovo coronavirus dovrebbe
avere una rigorosa fase sperimentale e un più lungo follow-up prima di essere conside-
rato una terapia di riferimento», ha sottolineato il professore.
C’è poi la questione del costo. È vero che lo sviluppo degli anticorpi nell’organismo

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durante una patologia è un processo a costo zero dal punto di vista economico, ma non
vale lo stesso per la selezione dei potenziali candidati e le procedure per l’isolamento
di queste sostanze per poter trattare nuovi pazienti.
«Lo svantaggio principale è la virtuale impossibilità, non insormontabile, di standar-
dizzare vista la variabilità da donatore a donatore» ha scritto il 3 maggio sul sito Medi-
cal Facts il virologo Guido Silvestri, professore alla Emory University di Atlanta, non
coinvolto in prima persona nelle ricerche in questione.
Insomma, per quanto gli anticorpi prodotti dal corpo umano siano un prodotto natura-
le, non possiamo certo dire che l’intera pratica per consentire il loro impiego sia priva
di ostacoli, o abbia un costo «quasi zero», come lascia intendere Cunial.
Il 7 maggio, l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia italiana del farmaco hanno an-
nunciato di impegnarsi insieme nello sviluppo di uno studio nazionale comparativo,
randomizzato e controllato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da
pazienti guariti da Covid-19 con metodica unica e standardizzata.

I casi studio nel mondo.


Come tutti i metodi potenzialmente curativi che possano inferire contro il Covid,
quello del Plasma non è stato giustamente risparmiato.
E per poter far trasparire tali studio, viene fornita una cronostoria:
Aggiornamento 8 aprile 2021: L’Istituto superiore di sanità (ISS) ha pubblicato la
conclusione dell’analisi dei dati dello studio clinico randomizzato e controllato chia-
mato TSUNAMI, promosso da ISS e AIFA e coordinato da ISS, sul ruolo terapeutico
del plasma convalescente nei pazienti che hanno sviluppato malattia COVID-19. Nel
complesso, TSUNAMI non ha evidenziato un beneficio del plasma in termini di ridu-
zione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni.
Lo studio, spiega l’ISS, “ha confrontato l’effetto del plasma convalescente ad alto
titolo di anticorpi neutralizzanti, associato alla terapia standard, rispetto alla sola tera-
pia standard in pazienti con COVID-19 e polmonite con compromissione ventilatoria
da lieve a moderata”. Allo studio hanno partecipato 27 centri clinici distribuiti in tutta
Italia, arruolando in totale 487 pazienti. “Non è stata osservata una differenza stati-
sticamente significativa tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia
standard”. Solo nel caso dei pazienti con una compromissione respiratoria meno grave,
è emerso un segnale a favore del plasma che non ha però raggiunto la significatività
statistica, continua l’ISS. Questo fatto potrebbe “suggerire l’opportunità di studiare
ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con COVID lie-
ve-moderato e nelle primissime fasi della malattia”.
I risultati dello studio TSUNAMI “sono in linea con quelli della letteratura inter-
nazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati
molto precocemente con plasma ad alto titolo”.

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Questo studio era stato autorizzato lo scorso maggio su indicazione del Ministero
della Salute.
Aggiornamento 25 novembre 2020: Secondo i risultati di uno studio clinico condotto
dall’Hospital Italiano de Buenos Aires, in Argentina, pubblicato sulla rivista scientifica
“New England Journal of Medicine”, l’utilizzo del “plasma convalescente” (che forni-
sce ai malati gli anticorpi dei guariti dalla COVID-19), per trattare le persone affette da
polmonite causata dal nuovo coronavirus non ha migliorato significativamente lo stato
di salute dei pazienti né ha ridotto il loro rischio di morire.
Lo studio – al quale hanno collaborato il Dipartimento di Virologia della Fondazione
Leloir Institute, la Swiss Medical di Buenos Aires, l’Hospital Universitario Austral di
Pilar, il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) statunitense e
altri centri di ricerca, ha riguardato 333 pazienti ospedalizzati con polmonite grave, 228
trattati col plasma dei convalescenti e 105 con il placebo.
Dopo 30 giorni, i ricercatori non hanno riscontrato differenze significative nei sinto-
mi o nella salute dei pazienti tra i due gruppi. Il tasso di mortalità era quasi lo stesso
(11% nel gruppo plasma convalescente e 11,4% nel gruppo placebo).
A ottobre, un altro studio aveva suggerito che il plasma convalescente migliorava
alcuni sintomi nei pazienti COVID-19, come la mancanza di respiro e l’affaticamento,
ma non riduceva il rischio di morte o il peggioramento delle condizioni dei pazienti
dopo 28 giorni.
Non si può escludere che il plasma convalescente possa aiutare i pazienti meno gravi,
ha commentato il responsabile dello studio, il dott. Ventura Simonovich dell’Ospedale
Italiano di Buenos Aires, ma sono necessari ulteriori studi al riguardo.
Aggiornamento 24 agosto 2020: La Food and Drug Administration (FDA), l’ente
governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e
farmaceutici, ha concesso l’approvazione di emergenza per la cura al plasma contro la
COVID-19. Il presidente Donald Trump ha definito la notizia “una svolta storica”, ma
molti scienziati, tra cui il dottor Anthony Fauci, membro della task force sul corona-
virus della Casa Bianca, hanno messo in dubbio la solidità degli studi sul suo utilizzo,
come riporta il New York Times.
L’annuncio è arrivato il giorno dopo che il presidente Donald Trump ha accusato la
FDA di impedire l’uso di vaccini e terapie per motivi politici, alla vigilia della Conven-
zione Nazionale Repubblicana, dove Trump lancerà la sua campagna per un secondo
mandato alla Casa Bianca.
Con questa decisione, la FDA ha concesso al trattamento “l’autorizzazione all’uso di
emergenza”, e non la piena approvazione, affermando che le prime ricerche suggerireb-
bero che il plasma sanguigno può ridurre la mortalità e migliorare la salute del paziente
se somministrato entro i primi tre giorni dal ricovero in ospedale. Tuttavia, sono neces-
sarie ulteriori sperimentazioni per dimostrare la sua efficacia.
Aggiornamento 21 agosto 2020: La Food and Drug Administration (FDA), l’ente

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governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari
e farmaceutici, ha sospeso l’approvazione di emergenza per la cura al plasma contro la
COVID-19. A riportarlo il New York Times. 
La scorsa settimana, proprio mentre la FDA si apprestava a rilasciare un’autorizza-
zione di emergenza per il plasma come trattamento COVID-19, un gruppo di alti fun-
zionari sanitari federali è intervenuto, sostenendo che i dati emergenti sul trattamento
erano troppo deboli.
L’autorizzazione per ora è stata sospesa, intanto che vengono esaminati ulteriori dati.
A dirlo H. Clifford Lane, direttore clinico presso il National Institute of Allergy and
Infectious Diseases, che ha anche sottolineato che un’approvazione di emergenza po-
trebbe comunque essere rilasciata in futuro. Gli studi clinici ad oggi non hanno dimo-
strato se il plasma può aiutare le persone a combattere il nuovo coronavirus.
Secondo il NYT, diversi alti funzionari sanitari - tra cui il Dr. Collins, il direttore del
National Institutes of Health, Il dottor Fauci, il massimo esperto di malattie infettive del
governo e il dottor Lane - hanno esortato i loro colleghi la scorsa settimana alla cautela,
citando i dati recenti del più grande studio sul plasmadel paese, condotto dalla Mayo
Clinic: i dati dello studio non sono abbastanza solidi da giustificare un’approvazione
di emergenza.
“Noi tre siamo d’accordo sull’importanza di dati robusti attraverso studi di controllo
randomizzati, e sul fatto che una pandemia non cambia questa procedura”, ha detto il
dottor Lane. La bozza dell’autorizzazione di emergenza si è basata sulla storia dell’u-
so del plasma in altre epidemie di malattie e sulla ricerca sugli animali e su una serie
di studi sul plasma, incluso il programma della Mayo Clinic, che ha somministrato
infusioni a più di 66.000 pazienti con Covid-19 grazie al finanziamento del governo
federale.
Diversi funzionari sanitari, scrive il NYT, hanno espresso privatamente preoccupa-
zione per la rapida crescita del programma Mayo e la fretta nel dichiarare il plasma
efficace senza avere risultati di studi randomizzati (regola aurea per gli scienziati). La
partecipazione imponente al programma ha scatenato un dibattito tra i ricercatori sul
tipo di certezza empirica necessaria per il trattamento dei pazienti in un’emergenza
sanitaria pubblica.
Un’approvazione di emergenza ora, senza avere la conferma di studi solidi randomiz-
zati, “cambierebbe il modo in cui le persone vedono gli studi”, ha detto la dottoressa
Mila B. Ortigoza, specialista in malattie infettive presso N.Y.U. Langone Health che ha
avviato una sperimentazione con i colleghi del Montefiore Medical Center. “Vogliamo
essere sicuri che quando diciamo che funziona, ne siamo davvero certi, con prove indi-
scutibili. Abbiamo a che fare con la vita delle persone qui”.
La Mayo Clinic ha già pubblicato analisi su decine di migliaia di pazienti, che dimo-
strano che il plasma è sicuro. I dati più recenti, che includono più di 35.000 pazienti con
Covid-19, molti dei quali in terapia intensiva e ventilatori, suggeriscono che il plasma

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somministrato entro tre giorni dalla diagnosi riduce i tassi di mortalità. A un mese dalle
infusioni, risulta che il tasso di mortalità dei pazienti che hanno ricevuto plasma entro
tre giorni dalla diagnosi era inferiore (21,6%) rispetto a quelli che avevano ricevuto
plasma successivamente ai tre giorni (26,7%). Ma lo studio non ha avuto un gruppo di
controllo di pazienti a cui è stato somministrato placebo da confrontare con quelli a cui
è stato somministrato plasma, rendendo difficile per gli scienziati valutare se il tratta-
mento ha funzionato davvero. E data la limitata disponibilità di plasma, non è chiaro
quanto sarebbe realistico trattare i pazienti entro tre giorni dalla diagnosi.
Ma un’autorizzazione di emergenza potrebbe avere l’effetto non voluto di rendere
più difficile rigorosi studi clinici per dimostrare definitivamente se il plasma funziona.
Gli scienziati hanno avuto difficoltà a reclutare pazienti per studi randomizzati, perché
molti pazienti e i loro medici - sapendo di poter ricevere il trattamento nell’ambito del
programma Mayo - non erano disposti a rischiare di ricevere placebo.
Il mese scorso, uno di questi studi nei Paesi Bassi, riporta sempre il NYT, è stato
interrotto quando i ricercatori si sono resi conto che i pazienti trattati con plasma non
mostravano differenze in termini di mortalità, durata della degenza ospedaliera o gra-
vità della malattia rispetto a quelli trattati con placebo.
Intanto a fine luglio è stato pubblicato sulla rivista Haematologica, in versione pre-
print non ancora in peer review (revisione tra pari), lo studio pilota sul plasma iperim-
mune, firmato dai primari del Poma, Massimo Franchini e Giuseppe De Donno insieme
ad altri colleghi del San Matteo di Pavia.
Lo studio ha osservato 46 pazienti dal 25 marzo al 21 aprile 2020. I pazienti avevano
63 anni, il 61% erano maschi, 30 dei quali erano stati sottoposti a Cpap (maschera per
la ventilazione) e 7 intubati. Tre pazienti (6,5%) sono deceduti (due erano anche onco-
logici) entro 7 giorni rispetto al 15% previsto dalle statistiche nazionali e al 30% da una
piccola coorte simultanea di 23 pazienti. Lo svezzamento da Cpap è stato ottenuto in
26/30 pazienti e 3 su 7 sono stati estubati. Cinque eventi avversi gravi si sono verificati
in 4 pazienti (2 probabili, 2 possibili correlati al trattamento).
Tra le conclusioni del lavoro pubblicato su Haematologica si legge: «Il nostro
studio presenta alcune limitazioni, in primo luogo la mancanza di un braccio di
controllo randomizzato. In conclusione, siamo stati in grado di mostrare un pro-
mettente beneficio del plasma iperimmune nei pazienti Covid-19, sia attraverso una
riduzione della mortalità, un aumento della funzione respiratoria e una diminuzione
degli indici infiammatori. Questa è una prova del concetto di studio, quindi questi
risultati non devono essere interpretati in modo eccessivo e l’efficacia non può
essere ancora sostenuta. Tuttavia, aprono la strada agli sviluppi futuri compresa la
rigorosa dimostrazione dell’efficacia del plasma iperimmune in uno studio clinico
randomizzato, e forse, la necessità per il sistema bancario al plasma iperimmune
di anticipare una potenziale seconda ondata di pandemia, lo sviluppo di prodotti
farmaceutici standardizzati a partire dall’anticorpo purificato frazione (concentra-

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zione di Covid-19 H-Ig) e, almeno ma non ultimo, la produzione di anticorpi mo-
noclonali su larga scala».
Contro la pandemia da COVID-19 ci sono in corso oltre 500 sperimentazioni di far-
maci e terapie. Tra quest’ultime, c’è quella del “plasma convalescente”. Una speri-
mentazione che, in base ai primi risultati ritenuti incoraggianti da parte della comunità
scientifica, sta alimentando grandi aspettative, ma che, almeno in Italia, è finita anche al
centro di disinformazione e teorie del complotto. Ad esempio, viene definita una ‘nuo-
va cura risolutiva’ e per questo contrapposta al vaccino, oppure altri ritengono che sia
stata tenuta nascosta dal ‘sistema’ o non considerata dalle case farmaceutiche perché
poco remunerativa.
In questo approfondimento: come funziona questa antica pratica ora utilizzata contro
il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, quali sono i casi di studio nel mondo – tra Cina,
Europa e Stati Uniti d’America – e cosa si sa finora della sua efficacia e dei suoi limiti.

L’utilizzo di questa pratica non è recente, ma ha origine nel 1890. Nel corso dei
decenni, una sua possibile efficacia nel migliorare le condizioni dei pazienti, quando
non esistono altre possibilità immediate di trattamento, è stata osservata per una serie
di infezione virali: nel trattamento del morbillo, della febbre emorragica argentina,
dell’influenza, della varicella e più recentemente, della MERS, dell’influenza suina,
dell’influenza aviaria, delle infezioni respiratorie acute (SARI) e dell’Ebola in Africa
occidentale. 
Nonostante una lunga storia di utilizzo del plasma convalescente, specifica un’analisi,
la sua efficacia clinica non è stata ancora studiata in modo approfondito e le conclusioni
raggiunte nel tempo risultano deboli, “probabilmente perché il plasma convalescente
è stato utilizzato in situazioni critiche, durante gravi epidemie, che richiedono azioni
immediate”. Inoltre “l’efficacia di questa terapia al plasma convalescente sembra diffe-
rire a seconda del patogeno e dei protocolli di trattamento (ad es. tempistica, volume e
dosaggio della somministrazione)”. 
Il problema del “plasma convalescente”, però, per quanto riguarda il nuovo corona-
virus, è che non sappiamo ancora con certezza se gli anticorpi prodotti possano essere
utili alle altre persone malate. Il dottor. Erin Goodhue, direttore medico esecutivo della
Croce Rossa americana, ha sottolineato al New York Timesl’importanza dell’attuale
ampio uso di questo trattamento. In questo modo, per la prima volta, le comunità me-
diche e scientifiche potranno condurre degli studi rigorosi per determinarne meglio
l’effettivo funzionamento.

La sperimentazione tra Cina, Europa e Stati Uniti.


Il primo utilizzo del “sangue convalescente” contro COVID-19 è stato in Cina. La
notizia arriva in Italia il 14 febbraio. Il China National Biotec Group, una compagnia
privata cinese, informa in un comunicato di aver usato questo trattamento su più dieci

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pazienti, ottenendo miglioramenti in 24 ore. Secondo la compagnia cinese “in assenza
di un vaccino e di terapie specifiche” questa sperimentazione sarebbe “il modo più ef-
ficace” per trattare l’infezione e avrebbe ridotto “notevolmente la mortalità dei pazienti
critici”.  
Il presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), Marcello
Tavio, commentando la notizia, ha avvertito che i dati a disposizione sono ancora pochi
e per questo invitato alla cautela: «È chiaro che dobbiamo prendere con le molle questo
tipo di sperimentazioni fatte a caldo, in piena epidemia, su pochi pazienti e con metodi
che non possiamo verificare in modo approfondito». Tavio ha però aggiunto che biso-
gna valutare anche «il lato buono della notizia ovvero il fatto che, se le cose stanno nel
modo in cui sono state riferite, gli anticorpi risulterebbero protettivi e questo aumente-
rebbe di molto la probabilità di avere in tempi ragionevolmente brevi un vaccino che
possa effettivamente risolvere il problema alla base».
Pochi giorni dopo, il 17 febbraio, dalla Cina si apprende che un malato di CO-
VID-19, trattato con il “plasma convalescente”, è stato dimesso dall’ospedale della
città di Wuhan, primo epicentro dell’epidemia. A renderlo noto è stato Sun Yanrong,
funzionario del ministero cinese delle Scienze e della Tecnologia, durante una confe-
renza stampa nel corso della quale è stato comunicato che in Cina “la prima dose di
plasma sanguigno di un paziente ripresosi dalla sindrome COVID-19 è stata raccolta il
primo febbraio, mentre questa terapia sperimentale è stata applicata per la prima volta
il 9 febbraio a un contagiato in gravi condizioni ricoverato in un ospedale del distretto
di Jiangxia a Wuhan”. Sun aggiunge che altri 10 pazienti sarebbero stati sottoposti a
questa sperimentazione nei giorni successivi. Verso la fine del mese, Guo Yanhong,
funzionario della Commissione Sanitaria ha poi comunicato che la Cina ha offerto
una terapia al plasma a 245 pazienti e che in 91 hanno mostrato dei miglioramenti. Il
funzionario ha anche specificato che il paese istituirà una task force di esperti a livello
provinciale e nazionale per analizzare e migliorare l’uso della terapia.
A metà marzo, poco meno di un mese del primo caso ufficiale di contagio locale
a Codogno, viene avviato anche in Italia il primo protocollo con l’obiettivo di poter
realizzare questa sperimentazione per aiutare i casi più gravi malati da COVID-19. Si
tratta di un’intesa firmata da una serie di centri regionali, fra cui l’Asst (l’ex Asl) di
Mantova e il Policlinico San Matteo di Pavia. Massimo Franchini, direttore del Ser-
vizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del Carlo Poma di Mantova ha
spiegato che «nelle gravi epidemie virali per le quali non esistono terapie consolidate
l’Organizzazione Mondiale della Sanità ammette l’utilizzo del plasma da pazienti gua-
riti per la cura dei malati». 
Cesare Perotti, responsabile del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusio-
nale del San Matteo, ha inoltre dichiarato che il protocollo del San Matteo ha ricevuto il
parere favorevole del Centro Nazionale Sangue e del Comitato etico del Policlinico di
Pavia e che si attende il via libera dell’Istituto superiore di sanità (ISS). Diversi giorni

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dopo, Raffaele Bruno, direttore malattie infettive dell’ospedale San Matteo di Pavia,
intervistato da Tv2000, ha affermatoche la sperimentazione del “plasma convalescen-
te” «non è la soluzione del problema ma un ulteriore aiuto nel cercare di combattere
questa malattia». Il 27 marzo arriva poi l’approvazione del Centro Nazionale Sangue
dell’Istituto Superiore di Sanità. 
Nel frattempo, l’utilizzo di questa terapia si allarga via via anche in altre città e re-
gioni italiane e non solo. Giustina De Silvestro, direttore del servizio trasfusionale
dell’Azienda ospedaliera di Padova, dichiara: «Abbiamo deciso di utilizzare il plasma
dei pazienti guariti con un’alta quantità di anticorpi contro il coronavirus, per andare
a trasfonderlo nei pazienti che sono in una fase di malattia particolarmente severa.
L’efficacia di questo plasma è stata confermata recentemente dal confronto coi colleghi
di Wuhan, che hanno avuto un’esperienza positiva su un piccolo campionamento di
pazienti e poi l’hanno estesa a 300 pazienti». La terapia viene avviata anche in Tosca-
na, a capo di un progetto che coinvolge anche altre quattro Regioni: Lazio, Campania,
Marche e Molise. Francesco Menichetti dell’Azienda ospedaliero universitaria pisana,
coordinatore e promotore del progetto spiega: «La cura si fonda anche sulla donazione
di plasma e la generosità è molto importante visto che ogni donatore può aiutare tre
malati critici». Avvio di sperimentazioni vengono anche annunciate in Abruzzo, in Pu-
glia e in Umbria. 
La sperimentazione parte anche in altri paesi del mondo. Negli Stati Uniti lo scorso
25 marzo la Food and Drug Administration (FDA) – che a oggi non ha ancora appro-
vato ufficialmente l’uso del plasma dei guariti per curare gli infetti perché mancano
prove certe sulla sua efficacia – ha fornito precise raccomandazioni nel caso le strutture
sanitarie vogliano avviare questa terapia per uso “compassionevole”. Come si legge in
un articolo su Nature, gli ospedali di New York – città tra le più colpite dall’epidemia
– si stanno preparando per usare “questa antica pratica” sperando che possa aiutare a
ridurre la pressione sulle terapie intensive. Il ruolo dell’FDA è anche quello di orga-
nizzare una partnership tra industria, istituzioni accademiche e agenzie governative per
facilitare l’accesso dei pazienti a questa terapia e lo svolgimento di studi clinici ben
controllati per valutare rigorosamente la sicurezza e l’efficacia di questo trattamento.
In Francia, l’Agenzia per la Sicurezza dei Medicinali e dei Prodotti Sanitari (ANSM),
pur specificando che l’efficacia di questa terapia non è stata ancora dimostrata, fa par-
tire un utilizzo eccezionale e temporaneo del “plasma convalescente”, secondo precisi
parametri, per “aumentare le possibilità di sopravvivenza dei pazienti con una forma
grave” della malattia. Sperimentazioni vengono avviate anche in Germania, in Regno
Unito, in Spagna,  inIran, in Corea del Sud e in India. 
Viste le speranze nei confronti di questa cura, per via dei primi effetti positivi riscon-
trati, due case biofarmaceutiche specializzate in terapie plasma-derivate – Kamada Ltd.
e Kedrion Biopharma – hanno annunciato a fine aprile la produzione e la distribuzione
di una immunoglobulina policlonale umana (IgG) plasma-derivata Anti-SARs-COV-2

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(cioè una miscela di anticorpi), come potenziale trattamento per pazienti con Corona-
virus. Le due aziende sottolineano al tempo stesso come “non vi sia la certezza che lo
sviluppo e la produzione di un’immunoglobulina Anti-SARs-COV-2 avverrà nei tempi
sperati e che risulterà una terapia sicura, efficace e autorizzata contro il COVID-19”.
Eppure, l’elenco della case farmaceutiche interessate a sviluppare terapie derivate dal
plasma non è corto.
In Italia, il ministero della Salute, lo scorso 5 maggio, ha comunicato che “l’uso del
plasma da convalescenti come terapia per COVID-19 è attualmente oggetto di studio
in diversi paesi del mondo, Italia compresa”. Franco Locatelli, presidente del Consiglio
superiore di sanità (Css) e componente del Comitato tecnico scientifico (CTS) sull’e-
mergenza Covid-19, ha affermato  che «la comunità scientifica è in trepidante attesa
dei risultati della prima sperimentazione, avviata dai colleghi di Pavia e Mantova».
Locatelli sottolinea inoltre che «lo studio condotto tra Pavia e Mantova è un lavoro
importante. Poi però servirà la validazione dei dati con uno studio clinico controllato.
Solo in questo modo avremo dati solidi sull’efficacia di questo approccio».

Plasma convalescente e COVID-19, cosa si sa finora.


La sperimentazione partita in Italia a marzo con il protocollo avviato dall’Asst di
Mantova e dal Policlinico San Matteo di Pavia ha coinvolto 47 pazienti (gravi) e si è
conclusa lo scorso 29 aprile. Attualmente “è in corso l’analisi dei dati raccolti dagli spe-
cialisti nell’ambito del progetto e la successiva pubblicazione”, si legge nel comunicato
dei due enti. Il lavoro, specifica l’Asst di Mantova, “sarà valutato da una commissione
di referees che, secondo la prassi, opereranno in silenzio, autonomia e anonimato per
fornire il loro responso”. 
Il giorno prima dell’annuncio, Massimo Franchini, responsabile dell’Immunoemato-
logia e Medicina trasfusionale del Poma di Mantova ha raccontato che il lavoro è stato
«impegnativo, a partire dalla selezione dei donatori: da 100 potenziali candidati non ne
ricaviamo più di 30 adatti. Questo perché dobbiamo avere pazienti guariti da almeno 2
settimane e con tamponi negativi, che non abbiano co-morbidità e siano idonei a dona-
re il plasma. Insomma, devono essere persone sane, che hanno contratto COVID-19 e
sono guarite; inoltre devono avere un livello di anticorpi sufficiente per la donazione».
Il dirigente medico ha aggiunto che si è fatto «un lavoro certosino, con una serie di
esami per assicurare la sicurezza del plasma», sottolineando che «il plasma prodotto
in questo modo è sicuro e la possibilità che trasmetta malattie infettive è pari a zero». 
La pratica, infatti, se non inquadrata in procedimenti di sicurezza, potrebbe presentare
dei rischi. «Siccome è un prodotto di derivazione umana è un po’ delicato dal punto di
vista della regolamentazione. Perché gli emoderivati hanno dei rischi, come l’epatite e
gli shock anafilattici», ha sottolineato la virologa Ilaria Capua. Inoltre, aggiunge Fran-
cesco Vitale, docente d’Igiene all’università di Palermo e responsabile del laboratorio
di riferimento regionale per l’analisi dei tamponi del Policlinico, «nel plasma, oltre agli

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anticorpi, potrebbero esserci anche altri virus che al momento non conosciamo e che
potrebbero quindi contagiare il paziente che lo riceve. È esattamente ciò che è accaduto
negli anni Ottanta con gli emoderivati infetti, che a volte contenevano il virus dell’epa-
tite C o dell’HIV, che allora erano ignoti. Per questo vengono compiuti controlli molto
rigorosi».
Franchini ha anche spiegato che i costi di questa terapia sono contenuti: «Il plasma
viene infatti donato gratuitamente. Il costo per la cessione ad altri ospedali è abbastan-
za basso, attorno ai 172 euro. Considerando che da ogni sacca si ricavano due dosi da
infondere nei pazienti, ogni trattamento ha un costo di 86 euro». 
In attesa dei dati ufficiali di questa sperimentazione, il 3 maggio Fausto Baldanti,
dirigente medico, responsabile del Laboratorio di Virologia Molecolare del policlinico
di Pavia, in un’intervista televisiva, ha spiegato che i risultati sono «veramente inco-
raggianti». Va comunque precisato, spiega al Corriere della Sera Giuseppe De Donno,
direttore della Pneumologia e dell’Unità di Terapia intensiva respiratoria all’ospedale
Carlo Poma di Mantova, che «se la malattia ha lavorato a lungo fino a compromettere
la funzionalità degli organi non c’è plasma che tenga. In quel caso la mortalità, resta
alta perché la virosi non c’è più e quindi non è più il virus il nemico ma sono i danni
prodotti dal virus».
Baldanti sempre in tv ha anche specificato che questa cura «non sarà la soluzione del
problema», che invece «arriverà con il vaccino, farmaci specifici oppure con la sintesi
di questi anticorpi (nel plasma) prodotti in maniera ingegnerizzata. Ma questo richie-
de tempo». Come sottolinea infatti l’Avis “risulta molto improbabile pensare di poter
guarire tutti i pazienti di coronavirus del mondo attraverso delle trasfusioni di plasma
iperimmune che, come detto sopra, deve rispondere a requisiti molto rigidi che non tutti
i pazienti guariti hanno. L’obiettivo adesso è di riuscire a ottenere dal plasma dei con-
valescenti delle immunoglobuline, cioè dei farmaci plasmaderivati ricchi di anticorpi
da poter sottoporre ai pazienti. Per raggiungere questo risultato, però, occorrono mesi
di ricerca”.
Anche la stessa Asst di Mantova, in una nota, ha specificato che “la terapia con il pla-
sma non è una cura miracolosa, ma uno strumento che insieme ad altri potrà consentirci
di affrontare nel modo migliore questa epidemia”. Inoltre, l’Azienda Socio Sanitaria
Territoriale della città lombarda ha tenuto a precisare che “mettere in contrapposizione
vaccino, test sierologici o virologici, plasma, terapie farmacologiche o terapie di sup-
porto è insensato”. Questa cura infatti è per le persone già infette e in gravi condizioni,
mentre il vaccino è uno strumento di prevenzione per evitare di contrarre COVID-19.
Sull’utilizzo o meno della pratica e dell’avvio di una sperimentazione non tutti gli
esperti concordano. Pierluigi Viale, componente dell’Unità di crisi regionale CO-
VID-19 dell’Emilia Romagna e direttore dell’unità operativa di Malattie Infettive del
Policlinico Sant’Orsola di Bologna spiega perché la Regione ha deciso di adottare una
linea prudenziale, scegliendo di non utilizzare per il momento questa terapia sui pa-

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zienti ricoverati: «Vi sono alcune perplessità di fondo rispetto a tale terapia. Innanzitut-
to il fatto che non si sappia se gli anticorpi presenti nel siero dei pazienti guariti siano
protettivi e per quanto perdurino. Secondariamente, appare azzardato somministrare
passivamente anticorpi ad un paziente – specie in una fase di malattia in cui sia pos-
sibile utilizzare risorse alternative – fino a quando non sarà chiarito il rischio che CO-
VID-19 possa sfruttare il meccanismo attraverso cui gli anticorpi fungono da vettore
di infezione da altro sierotipo virale piuttosto che da fattore protettivo; parliamo di ciò
che scientificamente viene denominato antibody-dependent enhancement». «Per tutti
questi motivi – conclude l’esperto – l’utilizzo routinario del plasma in pazienti affetti
da nuovo Coronavirus dovrebbe avere una rigorosa fase sperimentale e un più lungo
follow up prima di essere considerato come una terapia di riferimento». 
I risultati delle recenti sperimentazioni nel mondo appaiono finora limitati. Cormac
Sheridan ricostruisce su Nature Biotechnology che i primi rapporti giunti dalla Cina,
seppur incoraggianti, si basavano su analisi di pochi casi piuttosto che su studi rigoro-
samente verificati. Il giornalista scientifico continua spiegando che i dati proveniente
da ulteriori studi condotti in Cina e in Corea del Sud “stanno iniziando lentamente ad
arrivare, ma molti centri clinici non attendono ulteriori prove, vista l’urgenza della crisi
e la mancanza di comprovate alternative terapeutiche”. 
Il motivo sta nel fatto che questa cura, spiega sempre a Nature Arturo Casadevall,
presidente di microbiologia molecolare e immunologia presso la Johns Hopkins Uni-
versity, «è diventata rapidamente l’opzione migliore senza però avere la certezza di un
suo reale funzionamento». Detto questo, per l’esperto, è necessario capire in maniera
approfondita come utilizzare al meglio questo tipo di terapie. La Johns Hopkins Uni-
versity, ad esempio, sarà uno dei pochi centri che svilupperà una sperimentazione per
capire se, al di là degli effetti sui malati gravi da COVID-19, il “plasma convalescente”
può conferire un’immunità passiva ai destinatari e quindi avere una funzione di pre-
venzione. Inoltre, ulteriori prove sulla sicurezza e sull’efficacia di questa cura verranno
studiate da un esteso programma avviato negli Stati Uniti che al 30 aprile registrava
7.774 pazienti coinvolti, di cui 3.809 sottoposti già a trasfusione.
Anche in Italia è stato avviato un importante processo di verifica della terapia. L’Isti-
tuto Superiore di Sanità e l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) hanno comunicato il
7 maggio di essere impegnati “nello sviluppo di uno studio nazionale comparativo
(randomizzato) e controllato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da
pazienti guariti da COVID-19 con metodica unica e standardizzata”. Il plasma verrà
impiegato per “trattare, nell’ambito di questo studio prospettico, malati affetti da forme
severe di COVID-19”. Si tratta di uno studio a cui partecipano diversi centri, a partire
da quelli di Mantova e Pavia. L’ISS e AIFA specificano che “questo progetto consentirà
di ottenere evidenze scientifiche solide sul ruolo che può giocare l’infusione di anticor-
pi in grado di bloccare l’effetto del virus”.
(Tratto da: Haematologica)

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In conclusione.
La deputata eletta con il M5s e poi passata al Gruppo Misto Sara Cunial ha fatto, nel
corso del suo discorso del 14 maggio alla Camera, una serie di affermazioni sull’epide-
mia di Covid-19, e in particolare sulla ricerca di un vaccino per il nuovo coronavirus,
che abbiamo sottoposto al nostro fact-checking.
Quel che ne risulta è che nella migliore delle ipotesi alcuni elementi fattuali corretti,
come ad esempio il finanziamento da parte di Bill Gates all’Oms, o da parte dell’Italia
a Gavi Alliance, vengono mescolati con illazioni e teorie del complotto del tutto prive
di fondamento. Nella peggiore, le teorie del complotto sono completamente inventate
o fondate su informazioni false, come nel caso della sterilizzazione tramite vaccino di
milioni di donne in Africa o della mortalità del vaccino trivalente, spacciata per supe-
riore a quella delle malattie che previene.
(Tratto da: Camera dei Deputati)

Complottismo o sfiducia nella Scienza?


La pandemia ha messo sotto i riflettori gli scienziati e l’attività di ricerca, ha aperto
dibattiti sulla validità delle conclusioni a cui possono pervenire. Allo stesso tempo, la
dimensione imponente di una crisi sanitaria per molti imprevista, ha sollecitato la dif-
fusione di una nuova serie di teorie del complotto.
• La diffidenza verso le comunità epistemiche e l’adesione a teorie della cospirazione
possono essere innocue o, come dimostra l’attacco al Campidoglio americano, ali-
mentare follie collettive.
• Una ricerca dell’Istituto Cattaneo su 6 paesi europei analizza i comportamenti dei
cittadini verso la scienza. In Italia la diversità di atteggiamento tra destra e sinistra è
più marcata.

Scendono in campo anche i servizi segreti sul business dei vaccini contro il Covid-19.
Sulla base di quanto riporta il Wall Street Journal, citando come fonti dei funzionari
statunitensi, le agenzie di intelligence russe avrebbero organizzato una campagna per
minare la fiducia negli antivirali prodotti da Pfizer e altre società farmaceutiche occi-
dentali, attraverso pubblicazioni online che negli ultimi mesi hanno messo in dubbio lo
sviluppo e la sicurezza dei vaccini. 
Secondo il quotidiano, un membro del Global Engagement Center del dipartimento
di Stato, che segue le campagne di disinformazione estere, ha identificato quattro pub-
blicazioni che sarebbero servite da copertura per l’intelligence russa e alcuni siti web
avrebbero enfatizzato il rischio di effetti collaterali dei vaccini, mettendone in dubbio
l’efficacia e affermando che gli Stati Uniti hanno accelerato il processo di approvazione
del vaccino di Pfizer.
“Possiamo dire che questi siti web sono direttamente collegati ai servizi di intelli-
gence russi”, ha detto il funzionario del Global Engagement Center, aggiungendo che

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“sono tutti di proprietà straniera, con sede al di fuori degli Stati Uniti. Variano molto
nella loro portata, nel loro tono, nel loro pubblico, ma fanno tutti parte dell’ecosistema
della propaganda e della disinformazione russo”.

“L’enfasi sulla denigrazione di Pfizer è probabilmente dovuta al suo status di primo


vaccino”, si legge in un rapporto dell’Alliance for Securing Democracy, un’organiz-
zazione non governativa che si concentra sul pericolo che i Governi autoritari rap-
presentano per le democrazie e che fa parte del German Marshall Fund, un think tank
statunitense.
Il Wsj scrive che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha negato che le agenzie
di intelligence russe stiano gestendo la pubblicazione di articoli contro i vaccini occi-
dentali e ha detto che i funzionari statunitensi hanno interpretato erroneamente l’ampio
dibattito internazionale sui vaccini come un complotto russo.
“Non ha senso. I servizi speciali russi non hanno nulla a che fare con le critiche con-
tro i vaccini”, ha detto Peskov in un’intervista telefonica da Mosca, spiegando che “se
trattassimo ogni articolo negativo contro il vaccino Sputnik V come il risultato degli
sforzi dei servizi speciali americani, allora impazziremmo perché accade ogni giorno,
ogni ora e in tutti i media anglosassoni”. 

Brevetti e multinazionali.
Gli interessi economici, che in linea di principio avrebbero potuto ricadere nella cate-
goria dei “motivi ideologici”, sono forse l’accusa più diffusa contro le vaccinazioni, al
punto che essa viene sollevata anche da coloro che non sono contrari alle vaccinazioni.
La critica agli interessi economici sottostanti la diffusione dei vaccini viene formulata
in diversi modi (Corbellini, 2013, pp. 76-86), ma l’idea centrale è che essi non servano
o non siano sicuri, e che l’unico motivo per cui oggi, in una società priva di malattie
infettive, vengano pro- dotti e distribuiti all’intera popolazione sia dovuto all’interesse
delle multinazionali farmaceutiche raccolte sotto l’appellativo, in genere dispregiativo,
di Big Pharma. Un corollario di questa accusa ricade inevitabilmente su scienziati, ri-
cercatori, medici e operatori sanitari, tutti complici nel tacere l’inutilità o nocività dei
vaccini, perché al soldo dell’industria farmaceutica. Cerchiamo di vedere invece come
stanno davvero le cose.
L’industria farmaceutica non è differente da tutte le altre industrie, investe denaro
per creare prodotti che poi deve vendere sul mercato per continuare la propria attività.
L’errata percezione sociale di cui sono oggetto è legata a un’attesa, altrettanto errata,
che riguarda i loro profitti: la curiosa aspettativa di un’obbligatoria propensione caritate-
vole, in virtù del fatto che si occupano di salute. È la prima critica che monta non appena
un’azienda farmaceutica tratta il prezzo d’acquisto di un nuovo farmaco con le agenzie
regolatorie nazionali, o quando il Ministero della Salute acquista le scorte di vaccini per
le influenze stagionali: si pretendono sconti, prezzi al ribasso, quando non la gratuità.

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Il tema del profitto sui farmaci, della rinuncia alle regole di mercato e della gratuità,
per quanto insensato, è molto presente sul web; ad esso però dovrebbero aderire, per
coerenza, gli stessi critici di Big Pharma, per esempio rinunciando a una parte consi-
stente del proprio stipendio, o svendendo i propri prodotti per fini umanitari, secondo
la vecchia regola morale (kantiana) per cui è buona norma sottomettersi per primi alla
regola che si vuole imporre agli altri.
I gruppi critici che popolano il web, inoltre, non tengono conto di un elemento eco-
nomico essenziale spesso ignorato: la ricerca farmaceutica è molto costosa e lunga. In-
nanzitutto, occorre formare gruppi di lavoro multidisciplinari e altamente specializzati
che lavorino su molecole promettenti, sono poi necessari dodici anni in media perché
una ricerca diventi una medicina disponibile sul mercato.
Infine, si consideri che si parte dall’analisi di un numero di molecole che oscilla tra
le cinquemila e le diecimila per riuscire a ottenere un farmaco di provata efficacia,
il tutto per un costo medio che va da cinquecento milioni a un miliardo di euro: un
processo tortuoso che com’è ovvio mira alla tutela dei pazienti, con continui controlli
suddivisi in tre fasi precliniche, e ben due anni e mezzo di analisi da parte dell’agenzia
pubblica regolatoria nazionale (in Italia l’AIFA), la quale analizza nei minimi dettagli
la bontà dei dati forniti prima di rilasciare l’approvazione per l’immissione sul mercato.
È indispensabile che in questo processo subentrino i ricavi tramite brevetti, ma anche
su questo tema vi sono molte incomprensioni che rasentano la “dissonanza cognitiva”
ovvero la situazione in cui un individuo si trova a elaborare credenze e opinioni tra loro
contrastanti, che attivano comportamenti incoerenti e causa di disagio emotivo, e che
quindi vengono negate o giustificate in modo artificioso: è tipico il caso di un individuo
che dice di detestare i ladri e allo stesso tempo acquista a prezzi stracciati una bicicletta
o un cellulare al mercato nero, senza accertarsi della sua dubbia provenienza.
I brevetti e le royalties non sono altro che una forma di tutela per garantire al pro-
duttore che ha investito e rischiato del denaro – denaro di cui lo stato, specie nel caso
dei costosissimi farmaci, non potrebbe disporre – di assicurarsi un ritorno economico.
Oltretutto, i brevetti farmacologici hanno una durata massima di 14 anni, e a un anno
dal loro deposito possono già essere rielaborati e migliorati da altri ricercatori in modo
da permettere un’aperta competizione per lo sviluppo dell’innovazione.
Senza contare che per oltre il 90 per cento dei vaccini la proprietà intellettuale e i
brevetti risalgono a più di venti anni fa, e oggi sono scaduti. Più in generale, anche in
questo caso, si ignorano i numerosi esempi umanitari e filantropici di rinuncia al bre-
vetto per ridurne il prezzo, e raggiungere il più alto numero di persone.
Ma la realtà non è sempre così rosea, e non è detto che la ricerca e la creatività dei pic-
coli o medi centri di ricerca sia sempre in grado di trovare soluzioni tempestive. Visti i
costi e i tempi di sviluppo dei farmaci, quindi, è assai auspicabile che le multinazionali
del farmaco continuino a produrre e investire nella ricerca dei vaccini.
L’ultimo argomento riguarda la supposta connivenza e corruzione di medici e sani-

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tari, ritenuti al soldo delle multinazionali, nel favorire la diffusione dei vaccini. Esso
ignora che la ricerca biomedica è una competizione mondiale trasparente, dove tutti i
ricercatori, a tutte le latitudini, possono partecipare con i propri contributi offrendo dati
pubblici e certificabili.

Vaccino AstraZeneca, complotto o semplice ritardo?


Stando a quanto riporta Libero, rilanciando lo scoop di Dagospia, «dietro ai vaccini
ci sarebbe una guerra da 50 miliardi di dollari. Combattuta sulla nostra pelle. Lo scri-
ve Dagospia, che ha pubblicato un report sul siero prodotto da AstraZeneca». Prodotto
che, come ricordato in apertura, e come sottolineano i siti citati, «non ha ancora ricevu-
to l’autorizzazione, pur avendola richiesta in largo anticipo, già lo scorso ottobre». Per
il sito di Roberto D’Agostino, dunque, non ci sarebbe dubbio. E come riassume Libero,
si tratterebbe «di un fatto di geo-politica. Anzi, addirittura di una “grande truffa del vac-
cino”. Sì perché quello Pfizer-Biontech che è già disponibile ed è stato prodotto dagli
Stati Uniti di Biden e dalla Germania della Merkel, costa 20 euro a dose. E richiede il
trasporto a -80 gradi. Mentre, sottolineano Dago e Libero, quello britannico di AstraZe-
neca costa 2,80 euro a dose. E non presenta problemi logistici (può essere conservato
anche in un frigorifero di una farmacia)».
Dove sarebbe allora l’inganno? Si fa presto, stante queste premesse, a tirare le som-
me. Secondo la ricostruzione di Dagospia, infatti, se aggiungiamo al fatto che «Oxford
era pronta a ottobre», mentre il vaccino tedesco-statunitense era in ritardo, il dato non
trascurabile di una sostanziale diversità di prezzo tra i due prodotti – chi avrebbe com-
prato il vaccino Pfizer-Biontech a 20 euro a dose quando era già in circolazione quello
di  AstraZeneca  a 2,80 – il dado è tratto. E se poi, oltretutto, la mano passa a Boris
Johnson, in ambasce per la sconfitta dell’amico Trump. E alle prese con lo sprint finale
per chiudere il complesso capitolo Brexit, non sorprende più di tanto che sotto la sua
giurisdizione – sostiene Dagospia –  si registri il «ritardo della Mhra per il nulla osta
adAstraZeneca». E il cerchio si stringe. Anzi, in realtà si chiuderebbe, sempre a giu-
dicare secondo l’ottica complottista di cui sopra. E grazie alla mera constatazione in
base alla quale, come scrive Libero, il vaccino di Oxford ottiene l’approvazione solo
dopo che mezzo mondo ha già acquistato a 20 euro a dose quello di Pfizer-Biontech. E
a trattativa della Brexit conclusa».
A fronte di tutto ciò, comunque, l’azienda farmaceutica AstraZeneca ha annunciato
nelle scorse ore, che entro la metà di gennaio renderà disponibile due milioni di dosi a
settimana del vaccino contro il coronavirus. Il siero sviluppato insieme all’Università
di Oxford. Lo riporta il Times, citando una fonte anonima del team di Oxford-AstraZe-
neca. Ricordando, che il vaccino in questione al momento è stato autorizzato solo nella
Gran Bretagna della Brexit, mentre l’agenzia europea del farmaco non ha ancora dato
il via libera nel vecchio continente.
(Tratto da: Il Secolo d’Italia)

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Vaccini, ecco cosa c’è dietro i numeri dei produttori.
Sospendere i brevetti sui vaccini sarebbe una misura umanitaria ma anche di giu-
stizia. Il premier Mario Draghi da Oporto è tornato sul nocciolo della questione: le
multinazionali del farmaco non hanno il diritto di fare muro di fronte all’ipotesi di una
liberalizzazione momentanea, chiesta da mesi da India e Sudafrica, capofila dei paesi
poveri ai quali sinora sono andate solo le briciole, perché sono state sostenute in manie-
ra cospicua da aiuti pubblici. L’apertura del presidente Usa Joe Biden secondo Draghi
viene «da una constatazione: ci sono milioni di persone che non hanno accesso ai vac-
cini o per mancanza di distribuzione o per mancanza di denaro, che stanno morendo».
E ancora: «Ci sono le grandi case farmaceutiche hanno avuto sovvenzioni governative
imponenti. Semplicemente si potrebbe dire che ci si aspetta qualcosa in cambio da
queste case farmaceutiche».
L’Unione Europea in realtà si è arroccata su posizioni ben più caute, sposando la linea
Merkel e allineandosi alle critiche delle Big Pharma. Secondo le quali il problema non
sarebbero i brevetti ma l’approvvigionamento delle materie prime e la realizzazione
in maniera adeguata del vaccino. Il “liberi tutti” non porterebbe ad un aumento della
produzione secondo la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America e anzi
rischierebbe di «disincentivare la ricerca, creando un precedente pericoloso».
Far quadrare i conti del vaccino – quanto costa e quanto rende – non è facile. Le case
farmaceutiche tendono a non fornire le spese per la ricerca sostenute. Una serie di studi
sui fondi stanziati dagli Stati (questi sì dichiarati) vanno tutti nella stessa direzione: la
spesa per i vaccini anti-Covid è stata finanziata al 97-98% da fondi pubblici. Almeno
in base ai dati disponili.
Secondo le analisi della Fondazione Kenup (Fondazione che sostiene l’innovazione
nelle industrie sanitarie) il settore pubblico ha stanziato 93 miliardi di dollari nel 2020
per la lotta al Covid di cui 88,3 miliardi (il 95% del totale) alle aziende produttrici di
vaccini. La maggior parte dei fondi, circa 86,5 miliardi, per stipulare Amc (Advance
market commitments) vale a dire per il pre-acquisto di dosi con largo anticipo. Il 32%
di questa valanga di denaro pubblico proviene dagli Stati Uniti, il 24% dall’Unione
europea e il 13% dai governi di Giappone e Corea del Sud. 
Ad analizzare le sole spese per la ricerca – quantificando in 5,9 miliardi di euro sino
a marzo 2021 quelle tracciabili – il portale The Knowledge Network on Innovation and
Access to Medicines del Global Health Centre (Ginevra). Il 98,1% proviene da finan-
ziamenti pubblici: in particolare gli Usa e la Germania sono i principali sostenitori della
ricerca con 2 miliardi e 1,5 miliardi di dollari. Il Regno Unito è terzo con 500 milioni
mentre l’Ue ha investito circa 327 milioni. I finanziamenti sono andati principalmente
a Moderna e Janssen che hanno ricevuto più di 900 milioni a testa, seguiti da Pfizer e
BioNtech con 800 milioni. Una ricerca di Universities allied for essential medicines Uk
(organizzazione che si batte per favorire l’accesso ai medicinali in tutto il mondo) ha
analizzato la provenienza dei fondi (raccolti a partire dal 2002) per la ricerca del vac-

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cino di Oxford/AstraZeneca: il 97% arrivava dalle casse pubbliche in particolare dal
governo, dalla Commissione europea e da alcune organizzazioni benefiche. Un altro
2% dall’industria e dai privati.
A fronte di un grande sostegno pubblico la produzione di vaccini si è dimostrata, e
non poteva essere altrimenti, un business molto redditizio. Gli interessi in gioco sono
altissimi – non a caso dopo l’apertura di Biden a Wall Street i titoli di Moderna e Pfi-
zer hanno virato verso il basso – con la previsione di vendite di 11 miliardi di dosi nei
prossimi due anni per raggiungere l’immunità di gregge mondiale. Pfizer ha rivisto al
rialzo le previsioni di entrate per il 2021 legate al vaccino da 15 a 26 miliardi di dollari.
Moderna si aspetta un fatturato annuale di 19,2 miliardi, BionTech e Johnson&Johnson
di 10 miliardi a testa. 
Ai nastri di partenza ci sono poi gli altri due colossi europei: la tedesca CureVac e
l’alleanza anglo-francese Gsk-Sanofi. Ma il dato che deve far riflettere, questo sì uffi-
ciale, riguarda la diversa distribuzione dei vaccini: l’83% delle somministrazioni è stata
fatta nei Paesi più ricchi dove in media è vaccinato un cittadino su quattro. Rapporto
che crolla ad uno su cinquecento nei Paesi che chiedono la liberalizzazione.

Vaccino AstraZeneca diventa “Vaxzevria”


Il vaccino anti Covid AstraZeneca cambia nome e diventa ‘Vaxzevria‘. La nuova
denominazione, con tanto di bugiardino riportante le caratteristiche del farmaco, è pre-
sente sul sito dell’Ema. Il nuovo nome è stato approvato proprio dall’Agenzia europea
del farmaco lo scorso 25 marzo, in seguito alla richiesta dell’azienda farmaceutica
anglo-svedese.
Vaccino AstraZeneca diventa ‘Vaxzevria’: perché ha cambiato nome?
Prima di diventare ‘Vaxzevria’, il più discusso tra i vaccini si chiamava semplicemen-
te ‘Covid-19 AstraZeneca vaccine‘. I vertici dell’azienda hanno spiegato che dare un
nome a un farmaco nuovo è una consuetudine ed è un processo che avviene in maniera
separata dall’approvazione normativa e regolatoria del farmaco stesso.
La sigla ‘Covid-19 AstraZeneca vaccine’, non era quindi il nome del farmaco, a detta
dell’azienda, che adesso ha registrato il suo prodotto come ‘Vaxzevria’. Ma oltre alla
denominazione, è cambiato effettivamente qualcosa? Dal punto di vista delle proprietà,
no: il vaccino è rimasto invariato. A cambiare saranno le informazioni sul prodotto,
l’etichettatura e la confezione, che potrebbero presentare un aspetto diverso.
La novità più importante, però, riguarda il nuovo bugiardino aggiornato (e leggibile
sul sito dell’Ema) con i possibili e rari casi di eventi avversi tromboembolici.

Vaxzevria, cosa dice il “nuovo” bugiardino.


Nel foglietto illustrativo del vaccino, infatti, la novità che balza all’occhio è proprio
quella relativa all’aggiornamento relativo agli effetti collaterali:
“È stata osservata molto raramente una combinazione di trombosi e trombocitope-

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nia, in alcuni casi accompagnata da sanguinamento, in seguito alla vaccinazione con
Vaxzevria. Ciò include casi severi che si presentano come trombosi venosa, inclusi siti
insoliti come trombosi del seno venoso cerebrale, trombosi della vena mesenterica e
trombosi arteriosa, concomitante con trombocitopenia. La maggior parte di questi casi
si è verificata  entro i primi 7-14 giorni successivi alla vaccinazione e si è verificata
in donne di età inferiore a 55 anni. Tuttavia ciò potrebbe riflettere l’aumento dell’uso
del vaccino in questa popolazione. Alcuni casi hanno avuto esito fatale. Gli operatori
sanitari devono prestare attenzione ai segni e ai sintomi di tromboembolia e/o trombo-
citopenia. I soggetti vaccinati devono essere istruiti a consultare immediatamente un
medico se sviluppano sintomi quali respiro affannoso, dolore toracico, gonfiore alle
gambe, dolore addominale persistente dopo la vaccinazione. Inoltre, chiunque manife-
sti sintomi neurologici tra cui cefalea severa o persistente o visione offuscata dopo la
vaccinazione oppure ecchimosi (petecchie) in una sede diversa da quella della vaccina-
zione dopo alcuni giorni, deve consultare immediatamente un medico”.
(Tratto da: L’Avvenire)

I vaccini e la grande partita geopolitica.


Nelle grandi città, o nei piccoli centri abitati, stiamo scivolando giorno dopo giorno in
una specie di sceneggiatura da film distopico. Come se le strade vuote, i guanti di latti-
ce, le mascherine e l’autoisolamento fossero la nuova normalità. Siamo raggiunti sem-
pre di più da notizie di persone che conosciamo e che sono risultate positive. Da qual-
che giorno si fa strada anche la notizia di familiari di amici che sono ricoverati, o che
non ci sono più. Insomma, la situazione è pesante, e si aggrava. Proprio la gravità della
situazione però impone uno sforzo di riflessione e di domande che magari sembrano
irrilevanti ai più, sfumano rispetto alla conta quotidiana, triste rituale delle epidemie.
Non era mai accaduto prima nella storia umana che tutto l’ingranaggio del mon-
do si fermasse improvvisamente a causa della diffusione di un virus. SARS-CoV2 ha
fatto il salto di specie in un momento imprecisato, in un luogo imprecisato della città
di Wuhan, in Cina, e da quel momento si aggira silenzioso e attraversa inarrestabile
confini nazionali che la globalizzazione ha cercato di smussare quanto più possibile
negli ultimi decenni.

Multilateralismo a pezzi.
Qui il primo suggestivo paradosso. Mentre il coronavirus ci rammenta quanto sia-
mo interconnessi e interdipendenti, pur nelle nostre fragilità funzionali ed esistenziali,
il multilateralismo esce a pezzi da questi primi mesi di contagio mondiale.
Ammesso e concesso pure che la Cina abbia di primo acchito minimizzato la portata
della polmonite anomala che ha fatto la sua comparsa negli ospedali di Wuhan (pare)
alla fine di novembre 2019, per oggettiva ignoranza del virus, per timori economici o
per propaganda politica, gli stati della comunità internazionale non hanno dato grande

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prova di solidarietà e cooperazione con il paese colpito dal focolaio originario della
pandemia. Semmai hanno guardato con qualche pregiudizio alla Cina. Nella convin-
zione che le immagini trasmesse da Wuhan non li avrebbero mai riguardati. Che l’epi-
demia, non si sa bene perché, non avrebbe investito il mondo occidentale.
Fatto sta che i leader del mondo avrebbero fatto meglio a studiare con cura i dati di
tendenza che la Cina ha condiviso dal 7 gennaio (giorno della dichiarazione dell’epide-
mia) in poi. Avrebbero capito così che il mondo intero si sarebbe trovato coinvolto da
Covid19, in fasi diverse della stessa evoluzione virale.

35 concorrenti nella corsa al vaccino.


La vicenda Coronavirus abbraccia aspetti di lungo periodo che sono del tutto decisi-
vi. Uno di questi rimanda alla corsa al vaccino contro Covid19. Sappiamo che ci sono
circa 35 progetti in corso, nei diversi centri di ricerca del pianeta. Tuttavia non sappia-
mo che cosa stiano facendo i governi per irrobustire sia la competenza negoziale che
la comune visione strategica da mettere in campo quando finalmente il primo vaccino
contro SARS-CoV2 sarà scoperto e testato.
Date le circostanze del tutto inedite in cui si trova il mondo a causa della malattia, sa-
per maneggiare la partita potentemente geopolitica delle condizioni di accesso al vaccino,
quando i primi prodotti saranno validati dalla ricerca clinica, dovrebbe far parte del pacchet-
to d’emergenza che la comunità internazionale farebbe bene a predisporre da subito.

Nelle grandi città, o nei piccoli centri abitati, stiamo scivolando giorno dopo giorno in
una specie di sceneggiatura da film distopico. Come se le strade vuote, i guanti di latti-
ce, le mascherine e l’autoisolamento fossero la nuova normalità. Siamo raggiunti sem-
pre di più da notizie di persone che conosciamo e che sono risultate positive. Da qual-
che giorno si fa strada anche la notizia di familiari di amici che sono ricoverati, o che
non ci sono più. Insomma, la situazione è pesante, e si aggrava. Proprio la gravità della
situazione però impone uno sforzo di riflessione e di domande che magari sembrano
irrilevanti ai più, sfumano rispetto alla conta quotidiana, triste rituale delle epidemie.
Non era mai accaduto prima nella storia umana che tutto l’ingranaggio del mon-
do si fermasse improvvisamente a causa della diffusione di un virus. SARS-CoV2 ha
fatto il salto di specie in un momento imprecisato, in un luogo imprecisato della città
di Wuhan, in Cina, e da quel momento si aggira silenzioso e attraversa inarrestabile
confini nazionali che la globalizzazione ha cercato di smussare quanto più possibile
negli ultimi decenni.

Vaccini: un mercato trasparente salverebbe più vite. Soprattutto nei Paesi poveri.
Da quanto vediamo, purtroppo, sembra che il sovranismo sanitario faccia scuola an-
che su questo fronte. ll livello di competizione piuttosto che di collaborazione fra stati
è stato messo in scena plasticamente da Donald Trump, il quale non più tardi di una

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settimana fa ha cercato di comprare il brevetto del vaccino “in fieri” della casa far-
maceutica tedesca CureVac, una azienda che annovera tra i sui maggiori finanziatori
la Fondazione Bill e Melinda Gates.
Il presidente degli Stati Uniti avrebbe offerto a CureVac un miliardo di dollari pur
di ottenere l’esclusiva brevettuale del vaccino. Una somma di denaro assolutamente
ridicola, a testimoniare l’ignoranza di Trump in materia di proprietà intellettuale e ed
opportunità esclusive, quelle sì, al settore farmaceutico.
Il sistema delle patent boxes di Big Pharma
La montagna di profitto che una casa farmaceutica prevede di guadagnare da un re-
gime di proprietà intellettuale come quello in vigore con le regole dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio (Omc) si aggira comunemente nell’ordine di diverse decine di
miliardi di dollari per singolo prodotto. Figuriamoci nel caso del vaccino contro Covid19.
Le multinazionali del farmaco inoltre sono aduse a sistemare i brevetti in patent
boxes – sistemi di agevolazione fiscale dedicati ai redditi che derivano dall’utilizzo di
opere di ingegno come i brevetti, appunto – di paesi con regimi fiscali vantaggiosi. In
alternativa, collocano i brevetti nei paradisi fiscali. Questi beni intangibili sono pertan-
to come le galline dalle uova d’oro: assicurano entrate decennali (20 anni) con scarsi
oneri fiscali, o addirittura esentasse. CureVac deve aver irriso la proposta di Trump,
prima ancora che rifiutarla per intervento del governo tedesco.

La guerra sul costo del prodotto.


Ma la storia non finisce qui. Nel circuito farmaceutico mondiale, da qualche anno a
questa parte, un paradossale ribaltamento di prospettiva si è fatto strada rispetto alla no-
zione di farmaco essenziale. Questo concetto gode di una validazione internazionale in
sede di Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) dal 1977. Una delle condizioni
necessarie a far approvare un farmaco essenziale, oltre al suo valore terapeutico salva-
vita, è l’accessibilità economica. La più recente prassi delle aziende, invece, sovverte
questa regola con l’introduzione di un “modello di prezzo basato sul valore” (value-ba-
sed price model). In cosa consiste? Consiste nella unilaterale decisione di fissare prezzi
tanto più elevati, quanto più il farmaco è necessario alla cura e a salvare la vita delle
persone. Uno sviluppo particolarmente inquietante per l’Oms.
Date le premesse, è facile sospettare che la scoperta del vaccino contro il coronavirus
scateni una guerra senza esclusione di colpi sul costo del prodotto.

La mossa del Cile per derogare ai brevetti.


Spesso le aziende hanno il coltello dalla parte del manico. Il 17 marzo, la Camera dei
Deputati del Cile ha approvato ad ampia maggioranza una risoluzione per impegnare il
governo a riconoscere la necessità di licenze obbligatorie (per derogare al brevetto) nel
caso di diagnostici, vaccini, medicinali, e degli altri strumenti medici che servono a
trattare pazienti di Covid19.

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L’unica chance per i governi è tessere da ora una strategia di salute pubblica comu-
ne che consenta di negoziare con le aziende le condizioni del prezzo del vaccino da
una posizione di forza. La trasparenza è importante, ma non sufficiente. Covid19 finora
ci rammenta la importanza della responsabilità dei governi. A loro spetta far valere, se
necessario, le clausole di eccezione brevettuale dell’accordo  TRIPS  (Trade Related
Aspects of Intellectual Property Rights), per impedire che l’esclusiva della proprietà
intellettuale impedisca la possibilità di accesso al vaccino contro SARS-CoV2. 
Se la lotta a Covid19 è una specie di guerra sanitaria, sarà altrettanto necessario che
I governi si preparino alla guerra commerciale e finanziaria con le case farmaceutiche,
meno innocenti del virus.

Perché l’Europa punta tutto su Pfizer?


La predominanza del vaccino Pfizer nel futuro degli ordinativi ha ragioni in parte
esterne alle dinamiche sanitarie. Giocano sicuramente un ruolo dinamiche “mediati-
che”, legate anche al fatto che, prescindendo dal giudizio che si può dare su polemiche
in larga parte strumentali e sterili, i casi di panico generati da un comportamento molto
spesso scellerato dei media europei sul vaccino AstraZeneca e i dubbi sorti negli Usa
sul monodose Johnson&Johnson  non hanno investito l’Ue. Ma intervengono anche
fattori politici, tecnologici, industriali.
Il fronte politico, che nella partita dei vaccini va tenuto profondamente sotto control-
lo, è legato alla volontà statunitense di evitare l’uscita dell’Ue dalla sfera d’influenza
dell’egemonia di Washington sul fronte vaccinale e di rintuzzare definitivamente la
possibilità che una crisi della campagna nell’Ue porti allo sdoganamento del siero rus-
so Sputnik V. Pfizer, come ogni compagnia a stelle e strisce, è proiezione dell’interesse
nazionale statunitense: il “Big Pharma” e il suo potere di condizionamento sono tali
solo per chi, come l’Unione europea, è privo della soggettività geopolitica per imporre
le sue condizioni. L’amministrazione Biden non vuole perdere o veder recedere l’Eu-
ropa, e dopo essersi assicurata con il “sovranismo” vaccinale dei mesi scorsi ora apre
verso gli alleati di oltre Atlantico.

Chi guadagna dalla spinta su Pfizer?


L’incremento della produzione interna all’Unione cui la Commissione e i Paesi membri
sono interessati impone inoltre delle scelte di matrice industriale e tecnologica. A febbraio
la casa ha stretto accordi con 11 aziende con stabilimenti in Europa, soprattutto in Ger-
mania e in Svizzera, pronte a produrre le sue dosi, e anche la francese Sanofi si è unita al
gruppo. In Italia, per ora si è attrezzata la Thermo Fischer a Monza. Il governo di Berlino,
che ha finanziato BioNTech, vuole inoltre accentrare nel Paese parte della produzione e ha
ottenuto recentemente dall’Ema il via libera al rilancio del mega-stabilmento di Marbur-
go, che è pronto a diventare il suo principale hub produttivo e prevede di essere in grado
di produrre 250 milioni di dosi di vaccino Pfizer-BioNTech nella prima metà del 2021.

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La scelta di governi e gruppi industriali è andata dunque nella direzione di favori-
re la riconversione industriale  privilegiando l’accelerazione tecnologica verso i vac-
cini a mRna come Pfizer, che rappresentano la nuova frontiera. “I dati”, sottolinea La
Voce, “raccontano di una importante capacità produttiva installata nei paesi Ue per
quanto riguarda vaccini, diversi da quelli anti-Covid, ma del pari necessari al benessere
collettivo”, e quindi segnalano spazi di manovra limitati e da valorizzare al massimo
per la riconversione industriale. “Emerge, dunque, l’esigenza di riconvertire o ampliare
la capacità produttiva esistente per garantire, in breve tempo, una sufficiente disponibi-
lità di vaccini anti-Covid per tutti i paesi dentro e fuori l’Ue” focalizzandosi sulle tec-
nologie più promettenti e in grado di fornire garanzie e ritorni strategici per l’avveni-
re.  Si profila dunque una preferenza generalizzata per i vaccini a mRna che sembra
avverare quanto dichiarato a Formiche da Guido Rasi, già direttore esecutivo dell’Ema.
La costituzione dell’European Health Emergency Preparedness and Response Autho-
rity (Hera) e del piano di produzione vaccinale Hera Incubator sotto la direzione del
commissario francese Thierry Breton si intersecheranno con queste dinamiche in atto
sul fronte transatlantico.
I rischi insiti in questa strategia sono legati, in primo luogo, a un fattore di costi: da 12
euro a fiala Pfizer è salita fino a 19,5 euro, come denunciato dal premier bulgaro Boyko
Borisov, ma anche come previsto dai piani industriali dell’azienda che prevedono per
i prossimi anni uno scenario “post-emergenziale”. C’è poi una questione legata alla
ridotta resilienza della catena del valore fondata su un solo vaccino, che i Paesi europei
possono rafforzare solo assicurandosi una crescente esposizione della produzione di
Pfizer entro l’Unione. Infine, si può sottolineare il fatto che in assenza di un vaccino
europeo a mRna efficace e funzionante la decisione di puntare su Pfizer testimoni la mi-
norità tecnologica, scientifica e geopolitica del Vecchio Continente di fronte al patrono
americano. Che in una questione strategica come quella dei vaccini ricorda ai partner
di oltre Atlantico che prima ancora che alleati sono clientes.

Perche è stato sospeso AstraZeneca?


La  geopolitica vaccinale prende il sopravvento: in questa fase della pandemia tut-
to dipende da poche grandi aziende farmaceutiche. E queste dipendono dagli accordi
sugli ordinativi con gli Stati che pagano meglio. I prodotti farmaceutici Pfizer, Mo-
derna e AstraZeneca detengono le chiavi non solo della nostra salute, ma della nostra
libertà e della ripresa economica dei singoli Stati. Chi possiede e distribuisce meglio i
vaccini ottiene un incalcolabile beneficio diretto e indiretto, in termini di vite salvate
ma anche di rilancio dell’economia nazionale, sotto ogni profilo. È alla luce di questa
considerazione che possiamo leggere gli ultimi eventi in casa AstraZeneca. L’azienda
anglo-svedese ha sede a Cambridge e ha concluso con il governo di Boris Johnson un
accordo dai contorni ancora opachi che sembra aver precluso il pieno rispetto degli
accordi di fornitura con l’Unione Europea.

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Esaminiamo l’accordo di fornitura dei vaccini sottoscritto con la  UE. Nel contrat-
to AstraZeneca si è impegnata a fornire all’Europa 300 milioni di dosi di vaccino, e la
Commissione europea si riserva di chiederne altri 100 milioni in aggiunta. Nella parte
relativa alle dosi iniziali, al punto 5.1 (sezione Manufacturing and supply), c’è scritto
che AstraZeneca dovrà impiegare i suoi “best reasonable efforts” – i migliori sforzi
possibili – per produrre le dosi iniziali “circa … 2020 … Q1 2021” dove Q1 indica il
primo trimestre del 2021. Le consegne come è noto sono in ritardo. E gli episodi di re-
azione avversa che si sono avuti in più parti d’Europa potrebbero diventare, nelle mani
dei governi che trattano con AstraZeneca, una carta in più per incidere sulla fornitura. I
casi gravi sono pochi. “Meno delle aspettative”, rivela la casa madre. Lo stop arrivato
dall’Ema l’altro ieri, a poche ore da una rassicurazione di segno contrario dell’Aifa,
può essere meglio interpretato alla luce del braccio di ferro tra AstraZeneca e Unione
Europea.
Il Financial Times, e prima ancora due quotidiani olandesi, il Nos e De Korrespon-
dant, hanno ricostruito i contorni della vicenda che sta causando tanta tensione: Astra-
Zeneca aveva pattuito una fornitura basata sulla produzione in quattro impianti, due
in Uk, uno in Belgio nello stabilimento di Seneffe e uno in Olanda. I primi due funzio-
nano a pieno ritmo ma la Brexit ha imposto le sue regole: tutti i vaccini che vengono
prodotti nei confini Uk, rimangono nel Regno Unito. Lo stabilimento belga è ingolfato
e in ritardo, quello olandese a Leiden, gestito dalla Halix, risulta inattivo. Non produtti-
vo. Le ragioni? Ema gli ha chiesto certificazioni che non sarebbero mai arrivate, come
se qualcuno, malgrado l’estrema urgenza del momento, avesse deciso di rallentare l’en-
trata in funzione di uno stabilimento strategico per rifornire di vaccini l’Europa.
Il dottor Giorgio Gilestro  è un professore di Neurobiologia all’Imperial College
di Londra. È lui a dirci che «lo stabilimento olandese gestito dalla Halix funziona e
sta inviando materiale nel Regno Unito. Una parte dei vaccini che hanno consentito
a 23 milioni di sudditi della Regina di vaccinarsi è stato prodotto proprio in Olanda».
Dunque lo stabilimento di Leiden lavora, ma non per l’Europa. «Ema è tenuta a fare
ispezioni e verificare le conformità, ha chiesto certificazioni che l’ente inglese invece
non necessita», ci viene spiegato. Ma non è tutto. Contattando i reporter olandesi che
indagano sul caso, in particolare Thomas Spekschoor del Nos, ci viene detto che Ha-
lix appena aveva ricevuto il mandato da AstraZeneca di produrre il vaccino in Olanda,
aveva richiesto al governo un finanziamento per mettersi in condizione di soddisfare da
subito una ingente richiesta di fiale.
Una richiesta pressante, che il governo olandese aveva subito preso in considerazione
favorevolmente. Quando la somma richiesta è stata accantonata, Halix ha fatto sapere
di non averne più bisogno, informando di averla ricevuta da un importante investitore
inglese. Solo dopo le insistenze delle autorità olandesi e della stampa locale lo stabili-
mento farmaceutico ha ammesso che quell’importante investitore non era un privato,
bensì il governo di Boris Johnson. Downing Street. E da quel momento, nei fatti, la fab-

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brica dei vaccini che si era impegnata a rifornire l’Europa è diventata fornitrice di Sua
Maestà, ingenerando una concatenazione di problemi sulla filiera e tradendo quel “best
reasonable efforts”  con cui AstraZeneca, sua appaltatrice, aveva sottoscritto il con-
tratto con Von der Leyen. Alla luce di questo braccio di ferro si può leggere il blocco
dell’export delle fiale AstraZeneca dirette in Australia a Fiumicino, il 5 marzo scorso:
l’intervento del governo italiano, coordinato dalla Commissione Europea, aveva bloc-
cato una partita di vaccini in partenza per l’Australia, provocando una forte reazione da
parte di Boris Johnson: «La decisione italiana mette a rischio la lotta al virus».
Sulla sicurezza del vaccino si è espressa l’Ema, dando indicazioni incoraggianti in
una prima conferenza stampa, nell’attesa del verdetto sulla sicurezza di AstraZene-
ca,  atteso per domani. Ma a sottolineare come si tratti di geostrategie, prima che di
farmaceutica, di AstraZeneca hanno parlato ieri sera in una conversazione telefonica
il presidente del Consiglio Mario Draghi e il Presidente francese, Emmanuel Macron.
C’è accordo nel considerare la sospensione solo come misura temporanea e cautelati-
va. «In caso di conclusione positiva dell’analisi dell’Ema, i due leader sono pronti a
far ripartire speditamente la somministrazione del vaccino AstraZeneca». Ma dietro le
quinte si tratta. L’adesione tardiva ma molto importante della Svezia al blocco dei paesi
europei che hanno sospeso AstraZeneca mette la governance dell’industria farmaceuti-
ca nell’angolo. E da sempre più parti si chiede all’Unione Europea di liberare i brevetti
e rendere riproducibile i vaccini.

Perché sono state sospese le cure domiciliari?


La vera quaestio che sta alla base dei molteplici dubbi che in questi due anni ci atta-
nagliano, è perché un ministro della salute, che dovrebbe battersi per tutelare i cittadini
che rappresenta, si batta invece per la sospensione delle cure?
Non si tratta solo di incompetenza politica e giuridica.
Non si tratta solo della violazione di uno dei diritti fondamentali sanciti all’interno
del nucleo indissolubile della nostra Costituzione.
Il che equivarrebbe ai diritti inviolabili. Il diritto alla salute è tra i pochi diritti che
sono connaturati alla nostra esistenza.
Si tratta di buon senso. Di compassione, empatia. Soprattutto nei confronti di chi
soffre.
è curioso. A tal punto da terrorizzare. Da lasciarci impietriti.

Curioso come quasi in contemporanea della nuova Ordinanza del Consiglio di Stato,
che annulla la precedente in merito alla nota AIFA che prescriveva tachipirina e vigile
attesa nella cura domiciliare Covid, escano e siano liberamente scaricabili le nuove li-
nee guida USA sul trattamento Covid, dove ovviamente non sono MAI menzionate né
paracetamolo né la vigile attesa!
è riduttivo definire criminale e vergognoso che un Ministero e la stessa AIFA siano

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ricorsi al Consiglio di Stato per ripristinare una non terapia palesemente inefficace
e ridicola, ma forse è ancora peggio che tanti medici, i quali per ogni stupidaggine
prescrivevano di default e spesso al telefono, antibiotici e cortisonici, abbiano seguito
queste pericolose e dannose “note”.
L’Ordinanza per fortuna parla anche di “scienza e coscienza”, quindi si vede che
giuridicamente è stata annullata la sospensiva perché quella nota non cambia nulla, un
medico infatti deve sempre agire in scienza e coscienza ed usare la terapia ritenuta più
opportuna, e mi auguro che dopo oltre un anno, tutti abbiano capito che tutto va usato
tranne la tachipirina, e che tutto va fatto tranne che aspettare.
Ammetto che è dura accettare certe decisioni, più che altro per noi che abbiamo dimo-
strato con i fatti di essere molto avanti, sia come efficacia clinica che con i lavori scien-
tifici. Piccola soddisfazione è che almeno oltreoceano ci apprezzano e ci danno ragione!
Siamo di fronte a un preciso tentativo di inquinamento del pozzo, quello che alcuni
stanno portando avanti da mesi, senza che lo Stato abbia tentato di fare chiarezza sui
fatti, anche grazie a soggetti assolutamente incapaci di comunicare. Qui su BUTAC
sono mesi che cerchiamo di ribadire quella che è la realtà dei fatti:
uelli che sostengono questa sciocchezza sono solo uno sparuto gruppo di medici che
hanno evidentemente dei precisi interessi nel farvelo credere. Ma, come vi abbiamo
mostrato più e più volte, bastava andare a leggere tutte le linee guida di AIFA e OMS
per accorgersi che già da aprile 2020 era previsto anche altro. Come fin da subito era
permessa ai medici l’autonomia nella prescrizione, in scienza e coscienza, della terapia
ritenuta più opportuna. Qualsiasi medico serio ve lo può confermare, qualsiasi medico
che abbia approfondito quali fossero i protocolli vi può mostrare i documenti con le
linee guida di AIFA risalenti al 2020, e mostrarvi che riportavano:
• Antinfiammatori non steroidei (FANS)
• Eparine
• Antibiotici
• Cortisonici
Solo sull’idrossiclorochina c’erano tanti dubbi, dati dal fatto che non ci sono studi
che ne dimostrino l’efficacia. Ma tutto il resto era già previsto, ed è ancora previsto
nelle linee guida AIFA.
Come riporta ad esempio questa circolare del Ministero della Salute riportata sul Por-
tale della FNOMCeO la “vigile attesa” non ha mai significato abbandonare il paziente
al proprio destino e attivarsi solo quando era necessaria l’ospedalizzazione, visto che
“il monitoraggio quotidiano, anche attraverso approccio telefonico, soprattutto nei pa-
zienti sintomatici lievi è fondamentale poiché circa il 10-15% dei casi lievi progredisce
verso forme severe”.
E a proposito di FNOMCeO, Federazione che rappresenta circa 400mila medici ita-
liani, su Dottore, ma è vero che…? nella parte della scheda sui farmaci per COVID da
somministrare a casa si legge:

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Se la persona contagiata è in condizioni sufficientemente buone per restare in casa,
ovviamente isolata dal resto delle persone conviventi, il medico può prescrivere innan-
zitutto farmaci per alleviare i sintomi: paracetamolo per la febbre, antidolorifici non
steroidei per i dolori muscolari o articolari. Come spiega l’INMI Spallanzani, “il corti-
sone può essere considerato solo per i pazienti il cui quadro clinico non migliora entro
le 72 ore dall’insorgenza dei sintomi e nei quali si rilevi un peggioramento dei valori
di ossigenazione del san­gue rilevati tramite il saturimetro”. È raccomandato inoltre l’u­
tilizzo di eparine a basso peso molecolare per la profilassi di eventi trom­boembolici nei
pazienti con ridotta mobilità, per esempio persone che usano la carrozzina o che non si
alzano frequentemente dal letto.
Per dare sollievo in caso di tosse persistente, il medico può prescrivere dei sedativi
per la tosse ma il BMJ Best Practice ricorda che una metanalisi ha dimostrato che è più
efficace un cucchiaio di miele.
La permanenza del paziente a casa è incoraggiata sia dalle linee guida dell’Organiz-
zazione Mondiale della Sanità (OMS) sia dalla sintesi del BMJ costantemente aggior-
nata, garantendo un monitoraggio costante del malato da parte del medico attraverso
strumenti di telemedicina o un uso intelligente del telefono.

Le linee guida riportate dalla FNOMCeO sono basate su quelle diffuse dall’OMS
ormai a maggio 2020.
Le linee guida USA aggiornate a cui fa riferimento qualche post sui social sono que-
ste, e non vi si fa riferimento diretto alla tachipirina perché per il trattamento del “mild
to moderate COVID-19” a casa vengono consigliati “supportive care” e “symptomatic
management” tra cui, come possiamo leggere qui, “Taking medications, like acetami-
nophen or ibuprofen, to reduce fever”. Ma anche nell’aggiornamento del 21 aprile delle
linee guida USA è chiaramente indicato l’acetaminophen come antiepiretico insieme ai
NSAID (i FANS). Non vorremmo deludere nessuno, ma acetaminophen è il paraceta-
molo. Commercializzato in Italia con il nome di tachipirina.
Perché queste cose non vengano raccontate e si faccia sempre e solo riferimento a un
documento che cita tachipirina e vigile attesa come unica linea guida di AIFA e OMS è
a mio avviso un segnale molto chiaro di come certe testate siano schierate nel fare una
precisa disinformazione. E di come certi soggetti siano venduti alla disinformazione
politica.
Non credo di dover aggiungere altro.

Caos cure domiciliari - Le fonti della colpa medica penale.


In Italia, la tensione è alta tra AIFA, scienziati, Regioni e medici di base.   Il tema
del contendere è, soprattutto, legato all’uso del farmaco noto come idrossiclorochina
(Hcq) nelle cure domestiche delle prime fasi della malattia. L’uso della idrossiclorochi-
na -farmaco antimalarico che fa parte dei cosiddetti farmaci antireumatici modificanti

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la malattia che viene utilizzato nella terapia, oltre che della malaria, anche dell’artrite
reumatoide e del lupus eritematoso sistemico, fin dalla fase precoce della malattia è
molto, molto controverso e, di fatto, avversato dalla gran parte degli scienziati per il
trattamento di Covid-19.
Su posizione contraria, la FDA (l’Agenzia statunitense per i farmaci e il noto prof. An-
thony Fauciin primis), l’EMA (quella europea) e l’AIFA (Agenzia italiana del farma-
co), i massimi organi di controllo e autorizzativi per l’uso dei farmaci.

La vicenda.
Vediamo di riassumere in termini essenziali la vicenda finita nei tribunali amministra-
tivi. Un gruppo di medici di base si è rivolto ai Tribunali amministrativi perché venis-
sero modificate alcune schede e linee guida di AIFA, segnatamente per poter utilizzate
l’idrossiclorochina nelle fasi iniziali della malattia su pazienti non ospedalizzati.
Il Consiglio di Stato (Sezione Terza), in data 11 dicembre 2020, ha accolto l’appello
cautelare (siamo, quindi, in attesa che il TAR fissi l’udienza nel merito della vicenda)
proposto da una serie di medici di base e ha riformato l’ordinanza n. 7069 del 16 no-
vembre 2020 del TAR per il Lazio, sede di Roma, sospendendo l’efficacia della nota
del 22 luglio 2020 di AIFA con riferimento alla scheda dell’idrossiclorochina, consen-
tendo così, in questo momento, la prescrizione, sotto precisa responsabilità e dietro
stretto controllo del medico prescrivente, dell’idrossiclorochina ai pazienti affetti da
SARS-CoV-2 nella fase iniziale della malattia.
Successivamente, il TAR Lazio, sede di Roma, il 4 marzo 2021, sempre in sede caute-
lare, ha accolto il ricorso diretto all’annullamento, previa sospensione della sua effica-
cia, della nota AIFA del 9 dicembre 2020 recante «principi di gestione dei casi Covid19
nel setting domiciliare» nella parte in cui nei primi giorni di malattia da Sars-Covid,
prevede unicamente una “vigilante attesa” e somministrazione di fans e paracetamolo,
e nella parte in cui pone indicazioni di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente uti-
lizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da Covid-19.
Il TAR, in particolare, ha affermato che medici di base hanno il diritto/dovere, aven-
te giuridica rilevanza sia in sede civile, sia penale, di prescrivere i farmaci che essi
ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza. Trattasi di provvedimento, si
ricorda, cautelare (provvisorio) che sarà discusso nel merito all’udienza pubblica del
20.07.2021.
In seguito ai due provvedimenti cautelari, la Regione Piemonte ha di recente modi-
ficato i protocolli per le terapie domestiche di Covid-19 e, come ha riferito l’assessore
regionale alla Sanità, Luigi Genesio Icardi, ha ufficializzato l’utilizzo dell’idrossicloro-
china nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei
e vitamina D. Contro tale decisione si è espresso, tra gli altri,  il prof. Roberto Burioni,
il quale ha invitato, senza mezzi termini, a disfarsi della idrossiclorochina se prescritta,
in quanto non solo inutile, ma secondo evidenze scientifiche, pericolosa. D’altra parte

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AIFA nelle sue schede aveva sconsigliato l’uso di tale farmaco per mancanza di effica-
cia e aumento di eventi avversi. Stessa cosa, come detto, ha fatto la FDA statunitense
fin dall’aprile 2020.
Di recente un’altra decisa presa di posizione in merito alle terapie domestica per
Covid-19 è stata assunta dagli infettivologi del Policlinico Sant’Orsola di Bologna che
in una lettera inviata all’Ordine dei medici di Bologna hanno sottolineato come stes-
sero arrivando sempre più pazienti, anche giovani, con una severa infezione da Covid
perché sarebbe stata loro somministrata precocemente una cura a base di cortisone. In
estrema sintesi, hanno scritto, i medici di medicina generale d­ evono essere consapevoli
della loro responsabilità nel momento in cui si avventurano in tale e altre prescrizioni
fuori dalle linee guida, e «deve essere chiaro che un trattamento con cortisone iniziato
entro sette giorni dall’esordio dei sintomi favorisce la replicazione virale e quindi l’in-
fezione e le sue conseguenze».
Peraltro, prosegue la lettera «il Ministero ha comunque sconsigliato nei pazienti con
Covid-19 l’uso di cortisone sul territorio, con la sola eccezione dei soggetti in ossi-
geno-terapia domiciliare». Questi pazienti, tra l’altro, «dovrebbero essere ricoverati in
ospedale se, per condizioni di base, elegibili a trattamento intensivistico». Vi è stata una
piccata risposta dell’associazione dei medici di medicina generale all’Ospedale sant’Or-
sola, alla quale gli specialisti bolognesi hanno risposto ammettendo di aver forse sba-
gliato i modi di comunicazione, ma non i contenuti. Anche il prof. Zangrillo e il prof.
Burioni dell’Ospedale San Raffaele, hanno individuato, tra l’altro, il “cortisone alla pri-
ma linea di febbre” in fase iniziale come causa di aggravamento della malattia.  AIFA
sul punto indica nelle proprie linee guida che l’uso dei corticosteroidi sia raccomandato
«nei soggetti ospedalizzati con malattia COVID-19 grave, soggetti che necessitano di
supplementazione di ossigeno, in presenza o meno di ventilazione meccanica (invasiva
o non invasiva)» richiamando numerose fonti e linee guida internazionali.
Un brevissimo, ma indispensabile richiamo alla disciplina penale della colpa medica,
che ha subito negli ultimi anni notevoli interventi legislativi. Prima il Decreto Balduz-
zi, D.L. 158/2012, convertito dalla Legge n. 189/2012, poi la c.d. legge Gelli-Bianco,
L. 24/17. Tale ultimo provvedimento ha introdotto una nuova disposizione in tema di
colpa medica, l’art. 590 sexies c.p., che prevede un limite alle responsabilità dei medici
per lesioni o omicidio colposo (esiti infausti di diagnosi o terapie errate) solo quando
l’evento infausto si sia verificato a causa di imperizia (la fase della mera esecuzione
del trattamento chirurgico o terapeutico), ma siano state rispettate le raccomandazioni
previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge (sempre che tali
raccomandazioni si adattino alla specificità del caso concreto seguito dal medico) o,
in loro mancanza, quando siano state seguite le buone pratiche assistenziali. Significa,
cercando di semplificare, che per l’imperizia nell’esecuzione delle terapie (farmacolo-
giche o chirurgiche) il medico dovrebbe essere chiamato a rispondere (in caso di lesioni
o morte del paziente) solo per colpa grave.

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In caso, invece, per esempio, di errore diagnostico della malattia, di erronea individua-
zione delle linee guida per il caso concreto o di imprudenza, il medico rimane sempre
punibile anche per un errore colposo anche veniale. Insomma, in caso di evento infau-
sto, solamente nelle ipotesi di imperizia (esecuzione della terapia) per il medico che
segua le linee guida o la cosiddetta best practice, ci sarà una effettiva limitazione della
responsabilità colposa. Alla luce di quanto riferito sopra, sorgono spontanee una serie di
domande: ci potrebbe essere conseguenze penali, in caso di eventi infausti per i malati di
Covid-19, per i medici che, in autonomia, decidessero terapie di cura domiciliare allon-
tanandosi dalle linee guida? Quanto incideranno le decisioni dei tribunali amministrativi
su eventuali accertamenti di responsabilità in caso di terapie che compromettano pre-
maturamente il quadro clinico? Come individuare la best practice in fase iniziale della
malattia? Tante domande, forse troppe, cui non pare semplice rispondere.
Per ora mi occuperò, in breve, della sola fase della scelta della cura domestica di Co-
vid-19, che riguarda l’individuazione delle linee guida da seguire per tale malattia, fin dai
primi momenti del suo manifestarsi e fino al raggiungimento della certezza della diagnosi
(ad es., tampone molecolare) e le indicazioni della best practice del momento.  Non entro
ovviamente nel merito di quali siano le terapie migliori su basi scientifiche per Covid-19,
ma solo su come potrebbe essere ricostruita un’eventuale responsabilità legata alle scelte
del singolo medico curante.  In realtà, sono molte di più le domande che le risposte. Si tenga
conto che si tratta di una malattia nuova, causata da un virus nuovo per l’uomo
è una fase confusa, nella quale i giudici amministrativi determinano il contenuto di
linee guida i cui contenuti, apparentemente, dovrebbero essere demandati ai comitati
scientifici delle massime autorità regolatorie (AIFA); nella quale i medici infettivolo-
gi di primarie strutture ospedalieri segnalano ricoveri di persone, anche giovani, con
quadri clinici gravi dovuti a un uso troppo anticipato di cortisone, in linea con le indi-
cazioni di  AIFA e confermano massimi esperti di altre strutture e si sentono tacciare di
arroganza e affermazioni diffamatorie e, infine,  per alcune Regioni, l’idrossiclorochina
ritorna protocollo medico, non ostante i dubbi, le perplessità di organi autorevoli come
la FED americana e del più accreditato infettivologo del mondo Anthony Fauci, come
AIFA, di ebbene tutto pare molto complicato e di difficile definizione.
Per evitare futuri coinvolgimenti in eventuali azioni penali, in caso di decessi causati
anche da cure che lasciano dubbi alla comunità scientifica, che sono indicate come pre-
mature (cortisone) in determinare situazioni, o addirittura potenzialmente nocive, sa-
rebbe consigliabile, pure nel rispetto della autonomia del medico davanti alla malattia
e al caso concreto, seguire linee guida accreditate dalla comunità scientifica. Inoltre, va
ricordato che quando si somministra un farmaco in modalità off-label, ovvero fuori dai
casi e dalle patologie per le quali il farmaco viene autorizzato, la responsabilità, in caso
di evento avverso dovuto al farmaco, è del medico che lo prescrive per l’uso diverso
(ad es. la idrossiclorochina) e non della casa farmaceutica che lo produce.
(Tratto da: Stefano Putinati, Professore diritto Penale)

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CAPITOLO QUINTO
Complotto sociopolitico

Maschere e volti.
“Il volto è la cosa più umana, l’uomo ha un volto e non semplicemente un muso o
una faccia, perché dimora nell’aperto, perché nel suo volto si espone e comunica. Il
volto è in questo senso la vera città degli uomini, l’elemento politico per eccellenza. E’
guardandosi in faccia che gli uomini si riconoscono e si appassionano gli uni agli altri,
percepiscono somiglianza e diversità, distanza e prossimità. Un paese che decide di
rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cit-
tadini è, allora, un paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica. Per questo
il volto è il luogo della politica. Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio
volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo
numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto.
(Tratto da: Giorgio Agamben ottobre 2020)

La posizione di Agamben, che schiaccia il discorso filosofico sulla cogenza della da-
tità materiale pandemica, sembra suggerire, se non semplicemente confermare, come il
volto (naturalisticamente ontologicizzato e, allo stesso tempo, posto a perno di un’in-
tera metafisica) sia in fondo un dispositivo profondamente conservatore: solo nel volto
È possibile che il termine corretto sia, piuttosto, “reazionario”. La sovrapposizione
volto-identità è passata dal mondo della ritrattistica a quello dei big data e degli algo-
ritmi di facial recognition, intesi come strumenti (anche) dotati di cogenza – se non
normativa – quantomeno investigativa. L’idea di esposizione e, quindi, delazione che
pare connaturata a queste tecnologie sembra essere mantenuta, infatti, anche quando
il loro impiego appare tutto fuorché conservatore, ma pur sempre, tecnicamente, re-
azionario; è questo il caso del sito https://facesoftheriot.com/, online dal 16 gennaio
2021, dedicato a esporre – attraverso l’esposizione del volto resa possibile grazie alle
tecnologie di facial detection – quanti avrebbero preso parte all’assalto di Capitol Hill
il 6 gennaio, ordito da una folla di migliaia di simpatizzanti di Trump ed estremisti di
destra (QAnon, Boogaloo, Proud Boys).
starebbero il soggetto, la persona, l’identità, l’umanità. Senza, oltre il volto essi, esse
non si danno. Agamben sembra rifiutare ogni mutazione antropologica, possibile o ne-
cessaria che sia: l’uomo dell’umanesimo, di Pico della Mirandola, ironico e camaleonte
(Agamben, L’aperto, p. 36). L’uomo che diremmo “mascherinamente modificato” è la
morte dell’uomo, perché è la morte della sua dimensione politica. Sulla scorta di Benja-
min, per un verso, di Schmitt, per un altro, per Agamben (Pulcinella, 2015) la maschera
è quella della commedia dell’arte, che è e resta sempre e solo tale, perché dietro, dentro
non ha niente: “Pulcinella non è una persona, non compie azioni, non è responsabile

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di nulla, non gli si può imputare nulla; dietro la maschera non c’è alcun volto. Vuoto
di rappresentazione; irrappresentabile. In breve: collasso della politica” (Spina, Per
un’etica e una politica destituenti, 2019, p. 121).
Noi però sappiamo come emergano ormai da tempo nuove concezioni, diciamo pure
nuove ideologie, certo, di soggetto, persona, identità, umanità, in cui il primato del vol-
to viene meno o quantomeno viene messo tra parentesi, anche solo a mo’ di metafora.
Identità che mettono in questione la nostra idea – naturalizzata, ontologicizzata, incar-
nata – di soggetto, persona, umanità. Identità collettive, che fuoriescono dal dominio
antropocentrico e, quindi, antropomorfo: è questo, per esempio, il caso dell’enuncia-
zione collettiva dei big data secondo Paolucci (Persona, 2020; che in questa sua propo-
sta riprende, peraltro, Deleuze e Guattari). Possiamo non amare questo mondo, possia-
mo rifiutarlo (sono i “numeri, cifre e menzogne” di cui parla Agamben), ma essendovi
completamente immersi dobbiamo sforzarci di comprenderlo ed escogitare quindi le
euristiche più adatte per poterlo fare, anche e soprattutto se intendiamo combatterlo.
Per la semiotica, l’uomo non indossa maschere, tangibili o immateriali, esclusiva-
mente per nascondersi, negarsi: ma è anzi grazie alla maschera, all’intervento espli-
cito della cultura sulla sua natura, che si scopre e autorappresenta come uomo, come
possibilità; ivi inclusa quella di indossare una maschera trasparente in cui viso e volto
collassano tutt’uno nella faccia.
Una semiotica del volto, allora, e cioè più precisamente una semiotica del viso (e
quindi: una semiotica della maschera), pur così distante dalla prospettiva agambeniana,
e forse proprio per questo motivo, non può non confrontarvisi. Per Agamben, la ma-
scher(in)a è il correlativo di un complotto ordito per imbavagliarci, alla lettera e non
solo: siamo ridotti a gusci di nuda vita da una medicina ormai divenuta una nuova reli-
gione, complice di una biopolitica pronta a tutto per perpetrare inde- finitamente quello a
cui ci sottopone come stato di eccezione. Medicina e politica sono tutto tranne che campi
neutri e innocenti. Ma il semiologo può sforzarsi di scavalcare il dominio facile del sim-
bolico (la mascherina correlativo) e pensare che in fondo la faccia complotti già di suo
contro se stessa, nel farci credere che, quando il nostro viso non indossa una maschera,
stiamo mostrando il nostro vero volto. Parimenti, non è detto che non stiamo mostrando
il vero volto che abbiamo quando offriamo una maschera come viso, nel faccia a faccia
con l’altro. (Agamben, Giorgio, 1970, “La privazione è come un volto”, in Id., L’uomo
senza contenuto, Rizzoli, Milano; rist. 1994, Quodlibet, Macerata, pp. 89-101.
Agamben, Giorgio, 1996, “Il volto”, in Id., Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bol-
lati Boringhieri, Torino, pp. 74-80. )

Il ruolo dei poteri forti - la teoria del Grande Reset.


 se la pandemia da Covid-19 non fosse un evento naturale? Se fosse opera di un non
meglio precisato gruppo di persone, comunemente definite “poteri forti”?
Quante volte ce lo siamo chiesti e ce lo chiediamo ancora.

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Da qualche mese, però, tutte queste iniziative nate in ordine sparso sono confluite
in un’unica teoria, una narrazione totalizzante che mira a ricondurre le complesse va-
riabili alla base di un evento pandemico alla semplice volontà di un ristretto nucleo di
potenti e al loro piano di conquista del mondo. Il suo nome è The Great Reset.

Come nasce la teoria del Grande Reset.


Per avere un’idea di cosa sia il Grande Reset, partiamo dalle origini. Il 18 ottobre
2019 a New York il Johns Hopkins Center for Health Security, il World Economic
Forum e la Bill & Melinda Gates Foundation (le prime due sono organizzazioni senza
scopo di lucro, la terza una fondazione privata di proprietà di Bill Gates e di sua moglie
Melinda) hanno ospitato un’esercitazione virtuale chiamata Event 201, in cui è stata
simulata una pandemia di coronavirus con l’obiettivo di sottolineare la necessità di una
cooperazione globale, pubblica e privata, per contrastare gli impatti economici e sociali
di gravi emergenze. Due mesi e mezzo più tardi, il 31 dicembre 2019, le autorità sani-
tarie di Wuhan hanno annunciato l’esistenza del primo focolaio noto di una «polmonite
sconosciuta», poi chiamata Covid-19. 
La coincidenza temporale e tematica tra i due eventi ha immediatamente scatenato le
fantasie dei complottisti, che hanno trasformato Event 201 nella scintilla di una serie
di contenuti di disinformazione (li avevamo verificati qui) che descrivevano la malattia
da coronavirus come parte di un piano organizzato a tavolino. E a poco sono servite le
precisazioni degli organizzatori dell’evento, che il 24 gennaio 2020 avevano diffuso un
comunicato per chiarire come durante l’esercitazione non fosse stata fatta nessuna pre-
visione circa la reale diffusione di un virus potenzialmente mortale e che i dati utilizzati
per modellare una pandemia (immaginaria) di coronavirus non corrispondono a quelli
reali del Sars-CoV-2. Come ha infatti spiegato anche il Ministero della Salute italiano,
i coronavirus sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie
da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la Mers (sin-
drome respiratoria mediorientale) e la Sars (sindrome respiratoria acuta grave). 
Si trattava dunque di una simulazione verosimile, basata su dati raccolti durante
emergenze sanitarie del recente passato ed elaborati con il fine di non farle riaccadere.
Quella di simulare un’emergenza sanitaria è una pratica consigliata dall’Organizzazio-
ne mondiale della sanità (Oms) e serve a testare l’effettiva preparazione di una comu-
nità di fronte allo stress derivante da un’epidemia su larga scala.
Da quel momento Bill Gates, già al centro di numerose teorie del complotto nate in
ambienti no-vax per i numerosi finanziamenti concessi a campagne di vaccinazione
e accusato di aver un ruolo nell’Organizzazione mondiale della sanità per una dona-
zione di 5,5 miliardi di dollari , è diventato il bersaglio perfetto per le bufale sul co-
ronavirus: secondo i complottisti, il piano del fondatore di Microsoft punterebbe alla
riduzione della popolazione mondiale e a speculare sugli eventuali vaccini contro la
Covid-19 (secondo alcuni, per questo sarebbe anche stato arrestato). Ma il fondatore di

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Microsoft non è stato l’unico a finire nel mirino della disinformazione, perché Event
201 è stato patrocinato – come abbiamo scritto sopra – anche da altre due realtà e col
tempo, accanto al magnate americano, alcune frange complottiste del web hanno eletto
un nuovo, pericoloso nemico: il World Economic Forum.

Un “Reset” per ricostruire il mondo dopo la pandemia.


Il World Economic Forum è un’organizzazione internazionale con sede in Svizzera
che dal 1971 una volta l’anno torna al centro dell’attenzione mediatica per un even-
to  noto come Forum di Davos (dove Davos è il nome di una nota località sciistica
svizzera), in cui economisti, imprenditori, scienziati, leader religiosi e attori politici
partecipano a delicati incontri sui principali temi del dibattito mondiale. 
Si tratta di incontri a porte chiuse – anche se alcuni di questi vengono trasmessi onli-
ne, come questo meeting del 2019 aperto da un intervento di Greta Thunberg e con
ospite l’ex vicepresidente americano Al Gore – e accessibili esclusivamente su invito
dell’organizzazione. L’importanza dell’evento deriva in parte dal rango dei relatori in-
vitati (dal Forum sono passati Donald Trump, George Soros, Tony Blair, lo stesso Bill
Gates) e in parte dal ruolo riconosciuto al World Economic Forum, che al 2012 ha avu-
to lo status di osservatore presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite,
una condizione che permette ad alcune e selezionate organizzazioni internazionali di
intervenire nell’assemblea, senza però il potere di proporre risoluzioni.
Fatto chiarezza sull’organizzazione, torniamo alla teoria del complotto di cui stiamo
scrivendo. A maggio 2020 il World Economic Forum ha lanciato l’iniziativa denomina-
ta The Great Reset che auspicava una riunione dei principali leader mondiali per discu-
tere delle due grandi sfide del momento: l’emergenza climatica e la ripresa economica
post-pandemia. Il Grande Reset sarà dunque il tema del prossimo Forum di Davos, il
cinquantunesimo, in programma a gennaio 2021, ma anche «un impegno a costruire
insieme e con urgenza le basi del nostro sistema economico e sociale, per un futuro
post-Covid più equo, sostenibile e resiliente» come sostenuto dagli organizzatori.

Il complotto che non è più complotto.


Un anno fa l’ipotesi che il virus Sars-CoV-2 fosse fuggito da un laboratorio cinese
era stata bollata come complottistica, ma a distanza di mesi non sembra più così in-
verosimile. Tanto che un pool di scienziati in prima linea nello studio della pandemia
ha chiesto, in una lettera pubblicata su Science, un’indagine “indipendente” perché al
momento l’origine naturale del virus e la fuga da un laboratorio restano ipotesi ugual-
mente valide.
Gli autori della lettera, 18 ricercatori di alcuni dei principali enti di ricerca e univer-
sità di Stati Uniti ed Europa, dall’Università di Stanford al Massachusetts Institute of
Technology, compreso il più importante ricercatore a livello mondiale sul virus, sosten-

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gono che bisogna “prendere sul serio le ipotesi sugli spillover naturali e di laboratorio
fino a quando non avremo dati sufficienti”. Il gruppo di ricercatori, coordinato da David
Relman, dal microbiologo della Stanford University, e Jesse Bloom, virologo della
Washington University, prende le mosse dal rapporto congiunto Cina-Oms pubblicato
nel novembre 2020, che ha identificato l’origine del coronavirus in un virus di un pipi-
strello che ha raggiunto gli esseri umani attraverso un animale intermedio, mentre un
incidente di laboratorio è “estremamente improbabile”.
Secondo gli autori della lettera, invece, questa conclusione non è scientificamente
dimostrata perché “non è stata trovata traccia di come il virus sia arrivato per la prima
volta all’uomo”, e l’ipotesi di un incidente di laboratorio ha ricevuto solo un’attenzio-
ne superficiale, tanto che solo poche pagine dell’intero rapporto sono dedicate all’ar-
gomento. Secondo i 18 firmatari, quindi, sono necessari ulteriori dati per arrivare a
conclusioni certe e, in attesa di averli, le ipotesi di una fuoriuscita dai laboratori o di un
salto di specie naturale restano entrambe valide.
 
Per questo i ricercatori chiedono di dare il via a una nuova indagine che sia “traspa-
rente, oggettiva, basata sui dati, inclusiva di varie competenze, soggetta a una supervi-
sione indipendente e gestita in modo responsabile per ridurre al minimo l’impatto dei
conflitti di interesse”.
Proprio all’inizio del 2021 l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, aveva
svolto una indagine con un proprio team che si era recato lì dove tutto è nato, a Wuhan.
Nel rapporto conclusivo però vi era scritto che l’ipotesi di un incidente, ovvero della
fuga da un laboratorio del virus che ad oggi ha provocato a livello globale oltre 161
milioni di casi e 3.3 milioni di morti, era “estremamente improbabile”.
E poche ore prima che venisse pubblicato l’intervento su Science, il giornale france-
se Le Monde aveva segnalato come su Twitter erano stati diffusi tre lavori universitari
realizzati all’Istituto di virologia di Wuhan fra il 2014 e il 2019 che contenevano dati
ben diversi rispetto a quelli forniti dall’Istituto di virologia di Wuhan sulla natura del
Sars-Cov-2 all’inizio della pandemia.
Lavori universitari che metterebbero in discussione i fondamenti delle ricerche sul
Coronavirus, ovvero un eventuale rapporto tra Covid-19 e il virus RaTG13. Quest’ul-
timo era stato prelevato nel 2013 in una miniera abbandonata in Cina a Mojiang, nella
provincia dello Yunan. Qui alcuni pipistrelli aveva contaminato sei operai, di cui tre
morirono a seguito di una malattia polmonare dai sintomi simili a quelli provocati dal
Covid-19. L’accusa che ne deriva è che le autorità cinesi avrebbe studiato questi Co-
ronavirus più di quanto hanno comunicato dopo lo scoppio ‘ufficiale’ della pandemia.

Contagio accidentale?
Al centro delle attenzioni c’è Whuan Institute of Virology (WIV) , sotto osservazione
dagli scienziati statunitensi già nel 2018 per carenze nella sicurezza, secondo quanto

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riportato dal Washington Post che cita due report diplomatici. Lì da tempo si studiava-
no i coronavirus provenienti dai pipistrelli e la loro potenziale trasmissione agli esseri
umani. Sappiamo che gli analisti americani non sono in grado di confermare la teoria
sull’origine del virus in laboratorio, ma stanno cercando di capire se qualcuno possa
essere stato contagiato nella struttura in modo accidentale o per carenza dei dispositivi
di sicurezza, trasmettendo l’infezione ad altri. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha
sottolineato che «c’è ancora molto che non sappiamo e ci servono risposte a queste do-
mande». Non dunque una bestia creata a tavolino, ma l’errore umano/tecnico a Wuhan.

Ma è verosimile la fuoriuscita accidentale da un laboratorio?


Ma è verosimile che un virus, sia pure di origine naturale come il nuovo coronavirus,
possa essere fuoriuscito da un laboratorio? Secondo la dottoressa Filippa Lentzos del
King’s College di Londra, intervistata dalla BBC ci sono vari modi per cui possono es-
sere violate le misure di sicurezza nei laboratori che trattano agenti biologici: mancata
formazione, protezioni inadeguate durante l’accesso ai laboratori, registri incompleti,
segnaletica insufficiente, mancata segnalazione di agenti patogeni e di notifica di in-
cidenti e lacune nelle procedure di emergenza. Molte violazioni minori non arrivano
neppure a conoscenza del grande pubblico. Ma anche nei laboratori più sicuri gli in-
cidenti possono accadere. Nel 2014 furono trovate  fiale di vaiolo in una scatola di
cartone in un centro di ricerca vicino a Washington. Nel 2015 per errore furono spediti
cam pioni di antrace viva a nove laboratori americani. Maria Rosaria Capobianchi,
direttore del laboratorio di virologia all’istituto Spallanzani di Roma ritiene «poco ve-
rosimile» la fuoriuscita accidentale del virus da un laboratorio: «Tutte le procedure di
controllo sono tese a minimizzare i rischi e gli operatori lavorano con grande scrupolo
e attenzione a partire dalla vestizione, con controllo reciproco alla gestione dei pato-
geni. Inoltre è interesse della comunità scientifica comunicare un eventuale incidente:
meglio sapere e rimediare subito. Non esiste nessun obbligo, ma è la comunità scien-
tifica che se lo è autoimposto perché tra di noi ci si deve fidare, si chiama TRUST. Del
resto si sono verificati incidenti biologici in laboratorio anche con Sars e Mers e sono
stati prontamente notificati con la massima trasparenza a tutta la comunità scientifica
internazionale. Inoltre, anche l’esistenza di un nuovo patogeno sarebbe stata notificata
e non tenuta nascosta».
La storia di questo lungo anno di pandemia segnala due pericoli: che la scienza sia
piegata a servire altri poteri e che assuma in proprio il potere di condizionare le deci-
sioni. 
• Se il disaccordo tra scienziati è inevitabile, la sua spettacolarizzazione induce nel
pubblico la fatale sensazione di ricevere, anziché informazioni basate su evidenze,
opinioni di parte, dettate da interessi. 
• Se la scienza entra in una contesa di poteri, o si piega all’influenza altrui, smarrisce il
suo ruolo, che richiede imparzialità, libertà e non impegno nel campo politico.

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Il complotto dei virologi.
La riunione si svolse a porte chiuse. Era stata classificata come segretissima ed erano
state prese tutte le possibili precauzioni. Nessun giornalista, nessun microfono, nessun
resoconto, nessun verbale. E nessuna segretaria. Vi parteciparono solo alcuni capi delle
grandi potenze, alcuni esponenti della finanza mondiale e dell’industria, alcuni rappre-
sentanti di quell’un per cento di persone che detiene il novanta per cento della ricchezza
mondiale. 
Era stata l’estate più calda in un secolo. Torrida. Eppure l’autunno incipiente offriva
la dolcezza dei suoi frutti e dei suoi cieli. Le notizie però non erano buone, i volti dei
partecipanti erano tesi, preoccupati, allarmati. Tutti i rapporti dei tecnici, degli econo-
misti, degli scienziati convenivano sulla data: 2021. Divergevano solo nell’indicazione
del mese e del giorno. Perfino gli avventisti si erano sbilanciati su quella data. E il più
noto esperto di lingue antiche del mondo aveva svelato l’errore fatto nel decriptare
la profezia dei Maia, non si trattava del 2012, bensì del 2021! Non c’erano ormai più
dubbi. Tutto convergeva. Quel che era certo è che di lì a due anni il grande meccanismo
della produzione e del consumo e il disperante gioco della borsa si sarebbe inceppato.
La curva di Huppert, nessuno se n’era accorto, era stata superata da un pezzo e in capo a
un anno, o per i più ottimisti, due anni, la catastrofe sarebbe certamente piombata su di
loro, avrebbe assunto un andamento crescente, inarrestabile, planetario. Ci sarebbe sta-
to petrolio sufficiente, forse, solo a soddisfare i bisogni di pochissimi milioni di uomini,
condannando tutto il resto dell’umanità alla disperazione, alla fame, al cannibalismo o
alla morte per inedia. Né d’altra parte, in così breve tempo, le fonti alternative, lo stile
equilibrato di vita, il contenimento della crescita demografica ed economica, tutte le
misure così tanto caldamente e così invano raccomandate dagli ambientalisti e dai re-
ligiosi, si sarebbero potute adottare con qualche successo per invertire la rotta. Troppo
poco era il tempo rimasto! Lo spettro di conflitti inimmaginabili, di un disordine plane-
tario, di un azzeramento dei profitti e della scomparsa dell’alto e frivolo tenore di vita
di tanti sembrava materializzarsi nei volti e nelle fisionomie degli astanti. Insomma un
ritorno forzato e repentino all’età della pietra era certo. Che fare? Si sarebbe dovuto,
più che dimezzare, abbattere la produzione di petrolio, impedire a centinaia e centinaia
di milioni di uomini e di donne di muoversi con le auto, con gli aerei, con i trasporti
pubblici, arrestare in buona parte il settore petrolchimico, limitare drasticamente i con-
sumi… solo così si sarebbe guadagnato tempo per tentare una transizione e per non
perdere tutto. Va bene, ma come fare? Lo sconforto e la costernazione alitavano su quei
volti cerei, incarogniti, immusoniti, che assai raramente si aprivano ad un sorriso. E
adesso era questione di vita o di morte.
«Forse una soluzione c’è.»
Tutti, un po’ speranzosi un po’ increduli, come naufraghi che si aggrappano ad un
tronco d’albero, ad una tavola di legno, ad un salvagente si voltarono verso l’anziano
uomo col viso dai tratti orientali che aveva pronunciato quelle parole.

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«Se ci fosse un evento, un dannato evento…», continuò l’uomo dagli occhi a mandor-
la, «ecco, un deprecabile errore umano, per cui un virus letale fuggisse da un laborato-
rio… la paura terrebbe confinata in casa la gran parte della popolazione… rimarrebbero
a lavorare solo le filiere alimentari e i governi… avremmo gioco facile e tutto il tempo
che vogliamo…. almeno fino a quando non annunciassimo di aver trovato un provvi-
denziale vaccino…»
«E il vaccino, c’è già?», chiese per scrupolo l’uomo che presiedeva l’illustre consesso.
L’uomo con gli occhi a mandorla non si scompose. Il suo viso si atteggiò a un sorriso
enigmatico, che tutti interpretarono come un sì.
«Il nostro governo, ad ogni buon conto, è già pronto a questa evenienza, è pronto ad
adottare tutte le misure necessarie.»
«Ci vorrebbe un governo di scienziati…», biascicò il presidente.
L’idea fece immediatamente breccia. La storia ci insegna come le dittature econo-
miche si siano spesso celate dietro forme democratiche e, qualche volta, dietro forme
totalitarie, soprattutto in Oriente. Ora, però, balenava nelle menti qualcosa di nuovo, di
inedito, una nuova forma tecnocratica, una sorta di dittatura sanitaria. 
Era già notte fonda quando la riunione terminò. Un pipistrello impaurito o incauto
batté violentemente contro la grande vetrata della sala conferenze. Si volsero tutti a
quel rumore. Qualcosa di terribile stava per accadere. Lo si sentiva nell’aria.
(Tratto da: Science)

Anatomia del complotto.


Non è facile tracciare una, peraltro parziale, interpretazione dell’attuale pandemia
di virus Covid-19 dal punto di vista dei suoi possibili aspetti strategici e militari. Le
informazioni liberamente disponibili possono spesso essere intossicate dalle cosiddette
“fake news”, o come preferiremmo dire noi “fandonie”, e da ipotesi complottistiche di
ogni tipo.
Per ora l’unica certezza assodata è che lo sconvolgimento causato sugli assetti eco-
nomici mondiali rischia di essere molto duraturo, e forse di mettere pesantemente in
discussione il processo di globalizzazione degli ultimi trent’anni, che ha avuto uno dei
suoi epicentri proprio nel delegare alla Cina la funzione di “manifattura universale”, at-
tirandovi per decenni investimenti stranieri e delocalizzazioni produttive di ogni risma.
L’emergenza è reale, forse più ancora nelle sue ricadute psicologiche in economia,
che nella pur drammatica mortalità, la quale, per fortuna, non è per il momento parago-
nabile a quella delle grandi pandemie dei secoli passati.
La Peste Nera del XIV secolo uccise nella sola Europa un terzo degli abitanti in appe-
na tre anni, dal 1347 al 1350, mietendo secondo le stime degli storici 25 milioni di mor-
ti su un totale di circa 75 milioni di persone che allora vivevano nel nostro continente.
Bilancio terribile fu anche quello, in tempi più recenti, della celebre influenza Spa-
gnola, quella che furoreggiò dal 1918 al 1920, segnando gli ultimi mesi della Prima

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Guerra Mondiale e i primi mesi del caotico dopoguerra, e che prese il nome non dalla
sua origine, in realtà localizzata negli Stati Uniti, ma dal semplice fatto che a darne
notizia per prima fu la stampa della Spagna neutrale, non soggetta a censura bellica.
Nel caso della spagnola, che essendo dovuta a un virus influenzale è simile nelle mo-
dalità di trasmissione all’odierna epidemia, i morti furono almeno 50 milioni in tutto il
mondo, di cui 600.000 in Italia (pari suppergiù al numero dei militari caduti al fronte!),
anche se c’è chi propende per i 100 milioni.
Al momento attuale il Covid-19 sembra avere un decorso tragico in una parte mino-
ritaria, seppur cospicua, dei contagiati e le problematiche più critiche nello specifico
dell’Italia sono il congestionamento e il rischio di collasso del sistema sanitario nazio-
nale per carenza di posti letto di terapia intensiva, complici gli scriteriati tagli finanziari
alla sanità pubblica susseguitisi negli ultimi anni. La guardia non va però abbassata
nemmeno sotto l’aspetto della pura mortalità, perchè il virus, nelle sue infinite repli-
cazioni, potrebbe mutare in forme ancor più aggressive, sebbene gli scenari peggiori
restino per il momento un’ipotesi degli specialisti in biochimica.

La Cina indebolita.
Dal canto nostro possiamo rilevare che l’emergenza si annuncia prolungata nel tem-
po, avendo anche gli altri Stati dell’Unione Europea varato misure di blocco della vita
socio-economica paragonabili a quelle italiane e, prima ancora, cinesi. Poichè la Cina
è stato il paese dove prima di ogni altro il virus si è manifestato, e dove l’arginamento
registratosi attorno al 15 marzo del 2020 sembra avere avuto un relativo successo, i dati
divulgati il 16 marzo dalle autorità di Pechino circa le conseguenze dell’epidemia nei
primi due mesi dell’anno possono già dare una vaga idea dello sconquasso.
A parte i lutti, che comunque non hanno prezzo dati gli aspetti spirituali ed emozio-
nali irriducibili alle catene del livello economico, la Cina, come “sistema”, ha subìto
un crollo del 13,5 % della produzione industriale e un calo del 20,5 % della domanda
interna, cioè i consumi dei cinesi, mentre gli investimenti sono affondati del 24 %.
Nelle stesse ore la Banca Centrale Cinese ha stabilito un intervento di sostegno da
100 miliardi di yuan, oltre 14 miliardi di dollari, per le banche commerciali del paese
in modo da assicurare crediti alle aziende in crisi.
è presto per dire che la “locomotiva” del mondo sia deragliata, ma non c’è dubbio
che l’epidemia sia calata come una mannaia su una Cina che già aveva chiuso il 2019
all’insegna di svariate preoccupazioni strutturali.
Il 17 gennaio 2020, quando ancora l’epidemia era agli inizi, il responsabile dell’Uf-
ficio Nazionale di Statistica di Pechino, Ning Jizhe, divulgava i dati aggiornati a fine
2019 che davano la popolazione del paese a 1,435 miliardi di persone, lamentando
tuttavia il continuo calo delle nascite, indizio di un invecchiamento del paese. Rispetto
alla gran massa cinese, nel 2019 sono nati “solo” 14,65 milioni di bambini, pari a un
tasso di natalità di 10,48 ogni mille persone.

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è il terzo anno consecutivo di calo delle nascite, dopo che nel 2017 queste erano ca-
late a 17,23 milioni (tasso del 12,43) rispetto alle 17,86 milioni (tasso 12,95) del 2016.
Nel 2018 erano poi scese a 15,23 milioni (tasso 10,94), per poi, appunto calare ancora
di 580.000 “culle vuote”. Da quando Mao Zedong fondò la Repubblica Popolare nel
1949, non sono mai nati così “pochi” bambini in Cina come nel 2019, e alla luce degli
sconvolgimenti che il Covid-19 si lascerà dietro è presumibile che anche nel 2020 e
forse negli anni successivi potrebbe consolidarsi un’ulteriore diminuzione di natalità.
è chiaro che gli effetti pratici in fatto di calo della manodopera si avranno fra una
ventina d’anni, quando i nuovi nati entreranno nell’età adulta, ma la prospettiva di un
invecchiamento della società cinese analogo, fatte le debite proporzioni, a quello dei
paesi occidentali spaventa già adesso una classe dirigente, quella di Pechino, che già di
per sè tende a fare programmi a lunga scadenza.
L’Ufficio Nazionale di Statistica ha anche lanciato l’allarme sul fatto che il rallen-
tamento demografico si sta abbinando a un rallentamento della crescita del Prodotto
Interno Lordo. Il 2019 è stato per la Cina non solo l’anno col più basso tasso di natalità
degli ultimi 70 anni, ma anche quello con la crescita del PIL più bassa, il 6,1 % contro
il 6,6 % del 2018. Il PIL cinese cresce sempre meno per vari fattori, registrati dagli eco-
nomisti, come il calo dei consumi interni, indice di una minor fiducia nel futuro, e una
stagnazione delle esportazioni, che nel 2019 sono aumentate solo dello 0,5 %, come
riflesso del braccio di ferro con l’America sui dazi.
Come se non bastasse, incombe il crescente indebitamento della Cina a tutti i livelli,
privato e pubblico, arrivato al 155 % del PIL. Le insolvenze dei debiti societari sono
arrivate a 130 miliardi di yuan (18,7 miliardi di dollari) nel 2019, rispetto ai 121,9
miliardi di yuan del 2018, quando c’era stato un balzo rispetto ai soli 26,6 miliardi di
yuan del 2017.
è quindi su una nazione già in affanno che si è abbattuta la “piaga biblica” del Co-
vid-19, questo microscopico essere che minaccia di affossare quello che avrebbe dovu-
to essere “il secolo cinese”. Al diretto impatto del virus sul tessuto industriale e com-
merciale cinese, a causa del blocco totale di gigantesche aree come quella dell’Hubei,
ma anche altri distretti nevralgici, vanno aggiunte infatti le conseguenze che potrebbe
portare sul commercio internazionale.
Cina a parte, se l’emergenza nel resto del mondo dovesse durare troppo tempo, po-
trebbero levarsi dubbi crescenti sull’opportunità di proseguire con una globalizzazione
spinta.
Già di per sé le epidemie pongono ostacoli alla libera circolazione internazionale
delle persone, ma in senso indiretto possono coinvolgere anche le merci e la divisione
internazionale del lavoro. Prendiamo ad esempio il problema delle mascherine sanita-
rie di cui si è registrata carenza in Italia, poiché venivano tutte importate dall’estero,
tanto che si è iniziato a invocarne una produzione nazionale, leggi “autarchica”.
Discorso simile lo si potrebbe fare per l’arresto della filiera industriale, specie auto-

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mobilistica, in molti paesi europei per l’interruzione dell’arrivo di parti meccaniche
dall’Asia.
è plausibile che, per estensione, e per proteggere i posti di lavoro minacciati dalla
nuova crisi, col tempo le nazioni occidentali possano ripensare la delocalizzazione,
anche con decisi diktat degli Stati, preferendo aumentare la quota di prodotti fabbrica-
ti, o almeno “trasformati”, all’interno dei propri confini, a discapito dei prodotti finiti
importati dall’estero, e nello specifico dalla Cina (ma lo stesso discorso, almeno in
linea di principio, potrebbe valere anche per il “made in Turkey, Bangladesh, India”,
eccetera). La tendenza a ritornare, almeno parzialmente, a fabbricarci in patria molti
prodotti finiti, a bassa, ma forse anche ad alta tecnologia, finora demandati al “made
in China” potrebbe essere devastante per il Dragone, che proprio sulle esportazioni di
massa ha fondato la sua uscita dalla povertà, a partire dai timidi esperimenti avviati da
Deng Xiao Ping nel 1979 con le prime Zone Economiche Speciali.
In ogni senso, quindi, la Cina potrebbe essere la nazione che più di tutte paga “dazio”,
è il caso di dirlo, al virus, nel senso che gran parte dei danni subiti dalle economie oc-
cidentali potrebbero, almeno teoricamente, essere ancora “scaricati” sulla stessa Cina
invertendo, a poco a poco, la tendenza a far costruire ai cinesi un mucchio di merci,
dai cacciavite ai cellulari, che qualsiasi paese occidentale è in grado di produrre sul suo
territorio.
In effetti, il gioco dei cambi valutari fra le varie monete che finora ha reso redditizia
la delocalizzazione potrebbe entrare in crisi risentendo delle perturbazioni a cascata a
cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, sempre a causa dell’epidemia.

Il concomitante scenario saudita.


Le perdite delle maggiori borse, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, e il bisogno di
liquidità hanno già spinto il 15 marzo la Federal Reserve a ridurre i tassi d’interesse
del dollaro fra 0 e 0,25 %, quasi nulla, e a impegnarsi a comprare ben 700 miliardi di
dollari in titoli.
Ma poche ore dopo, il 16 marzo, le borse mondiali seguitavano nonostante ciò a
perdere terreno, spingendo il Fondo Monetario Internazionale a impegnarsi per 1.000
miliardi di dollari. Una tempesta del genere è aggravata dalla sovrapproduzione di
petrolio che a causa della guerra al ribasso fra Russia e Arabia Saudita, non esclusi
gli USA che sgomitano con il loro “shale oil”, ha fatto segnare il 16 marzo un record
di soli 29 dollari al barile, dopo una continua discesa. Il brusco calo della domanda di
greggio a causa dell’arresto dell’economia e dei trasporti, specie quelli aerei, in tutto il
mondo rischia di far collassare il mercato dell’oro nero ponendo in difficoltà soprattutto
l’Arabia Saudita, che per pareggiare il suo deficit di bilancio ha bisogno di un prezzo
di ben 80 dollari al barile, mentre la Russia inizia a “perderci” solo da quando il prezzo
scende sotto i 40 dollari.
E ciò senza contare il fatto che l’economia dell’Arabia Saudita è assai poco diversi-

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ficata, mentre la sua stabilità politica è un’incognita se si considerano i nuovi arresti
ordinati dall’uomo forte del paese, il principe ereditario Mohammed Bin Salman, vi-
cepremier e ministro della Difesa. Il 7 marzo 2020 Bin Salman ha fatto arrestare con
l’accusa di preparare un colpo di stato tre suoi parenti della famiglia reale, cioè suo fra-
tello principe Ahmed, l’ex-principe ereditario Mohammed Bin Nayaf, che era designa-
to alla successione dell’anziano re Salman fra il 2015 e il 2017, quando fu “scavalcato”
dall’ambizioso Bin Salman, e il di lui fratello Nawaf Bin Nayef.
Non pago, il 16 marzo il principe ereditario ha anche sbattuto in gattabuia, tramite la
Nazaha, la Commissione anticorruzione nazionale saudita, ben 298 funzionari gover-
nativi, militari, giudici, insomma la “crema” dell’apparato statale saudita, accusati di
“corruzione, abuso di ufficio e dell’appropriazione indebita”.
Una simile purga, che ricorda quella attuata da Bin Salman nell’autunno 2017, con-
ferma che a Riad il clima è torbido e che la posizione dell’ambizioso principe è insicu-
ra. I contraccolpi economici causati dal virus stanno mandando in rosso i bilanci sauditi
mettendo a rischio i sogni di riforma e modernizzazione del paese che Bin Salman
pronosticava entro il 2030.
Mentre l’85enne re Salman, suo padre, si avvia al tramonto, il principe e i suoi avver-
sari sono impegnati in una lotta senza esclusione di colpi che potrebbe portare il paese
petrolifero a una difficilissima situazione, già aggravata dal crollo dei prezzi del barile.
E’ chiaro che se l’Arabia Saudita, già impegolata nella lunga guerra in Yemen, “sal-
tasse”, in termini di rivolte, golpe, tentati golpe o guerra civile, ci sarebbero fortissimi
contraccolpi sul valore del dollaro, la cui forza come massima moneta internazionale è
dovuta in gran parte allo status di petroldollaro basato sull’asse fra Washington e Riad.
In caso contrario infatti la Federal Reserve non potrebbe stampare montagne di bigliet-
ti verdi senza il rischio che il loro valore cali troppo bruscamente. Ecco quindi che,
mettendo da parte lo specifico teatro del Medio Oriente, che in questa sede non ci inte-
ressa approfondire, per vie indirette, il virus può danneggiare la Cina anche mettendo
potenzialmente in discussione (almeno in parte) gli assetti valutari e quelle differenze
di valore monetario che avevano fin qui avvantaggiato gli investimenti produttivi nel
colosso asiatico.

Attacco biologico?
Fin dal suo erompere alla fine del 2019 nella città cinese di Wuhan e nella relati-
va provincia dell’Hubei, l’epidemia di Covid-19 ha portato al proliferare di voci non
confermabili che, da un lato parlavano di una “fuga”, per errore umano, del virus dal
laboratorio virologico della città-epicentro, noto come Istituto di Virologia di Wuahn
dell’Accademia delle Scienze Cinese, in cinese Zhōngguó Kēxuéyuàn Wǔhàn Bìngdú
Yánjiūsuǒ, che da anni è fra i principali centri di ricerca della Cina, dall’altro insinua-
vano che alla base dell’evento ci fosse stato un vero e proprio attacco di guerra biologi-
ca ai danni della Cina, poi sfuggito di mano e dilagato in tutto il mondo.

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Voci che non meriterebbero più di tanto credito, se non fosse che il 12 marzo 2020
perfino un pezzo grosso del Ministero degli Esteri di Pechino ha accusato apertamente
gli americani di essere all’origine dell’epidemia. Zhao Lijian, portavoce del ministero
e vicecapo del dipartimento informativo del medesimo, ha dichiarato pubblicamente
su Twitter che “il virus potrebbe essere stato portato a Wuhan da un soldato americano
durante i Giochi Militari”. E a ribadire un’origine statunitense del virus, postava un
intervento video dello scienziato americano Robert Redfield, in cui egli sosteneva che
alcune morti di polmonite verificatesi in America nelle settimane precedenti erano state
a posteriori confermate esser dovute al Covid-19.
Zhao si riferiva a un preciso evento sportivo internazionale tenutosi proprio nella
città-epicentro del morbo lo scorso autunno, ovvero la settima edizione dei Military
World Games, che fra l’altro era ospitata per la prima volta dalla Cina.
I giochi si sono svolti dal 18 al 27 ottobre 2019 e hanno visto arrivare a Wuhan ben
9300 atleti militari da 140 nazioni diverse. Per inciso, anche le Forze Armate italiane vi
hanno partecipato, con una squadra di 165 elementi, fra atleti e staff, che hanno totaliz-
zato buoni risultati, con un bottino di 28 medaglie, fra cui 4 ori, 12 argenti e 12 bronzi.
All’edizione di Wuahn è stato dato particolare significato in quanto doveva contri-
buire ad abbattere la diffidenza militare fra la Cina e i paesi del campo egemonico
americano, perciò verso la fine dei giochi il presidente del Consiglio Internazionale
dello Sport Militare (CISM), il colonnello francese Hervé Piccirillo, fra l’altro arbitro
di calcio, dichiarava il 25 ottobre: “Questi sono giochi che segneranno la storia delle
competizioni militari e svilupperanno nuove pratiche in futuro”.
Piccirillo rilevava che, oltre a essere la prima edizione ospitata in Cina, quella di
Wuhan è stata la prima olimpiade militare in grande stile in cui i cinesi hanno investito
in notevoli infrastrutture: “E’ il messaggio che viene portato da un intero popolo, per-
ché al di là dei giochi, sono tutti i cinesi a diffondere questo messaggio di solidarietà
e di pace, che corrisponde all’amicizia attraverso lo sport”. La squadra degli atleti mi-
litari americani, composta da 300 elementi, è arrivata all’aeroporto Tianhe di Wuhan
nell’arco di due giorni, fra il 15 e il 17 ottobre, andando ad alloggiare nell’attrezzato
villaggio olimpico.
La presenza per diversi giorni di qualche centinaio di militari americani, ancorchè
in veste sportiva, in una città ospitante non solo i Giochi Militari, ma anche uno dei
maggiori laboratori di virologia della Cina e del mondo, è sicuramente degna di nota,
anche solo come curiosa coincidenza, se non di più, considerando poi l’apparire dell’e-
pidemia.
E se l’evento sportivo può aver offerto una copertura perfetta a qualche operazione
occulta, a voler dar retta alle accuse di Zhao Lijian, anche la concomitanza della pre-
senza nella città dell’importante laboratorio rappresenta un ideale “alibi” consentendo
di incolpare facilmente gli stessi scienziati cinesi per una (vera o presunta) negligenza.
Un regime come quello cinese difficilmente lascerebbe spazio a un alto funzionario

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di esprimere accuse od opinioni a livello personale e pertanto è probabile che quello
del portavoce Zhao non fosse un semplice sfogo, ma una precisa accusa agli Stati Uniti
che il governo di Pechino ha voluto affidare a un sottoposto del ministro degli Esteri
Wang Yi, per non esporre direttamente il ministro e lanciare a Washington un monito
più sommesso: “Noi sappiamo”.
Le accuse circa un militare americano “untore” sono state sufficienti perchè il 13
marzo il Dipartimento di Stato USA convocasse l’ambasciatore cinese a Washington,
Cui Tiankai, affinchè David Stilwell, sottosegretario di Stato per lo scacchiere Asia-Pa-
cifico, nonchè ex ufficiale dell’US Air Force, gli esprimesse “una severa rimostranza”.
Altre fonti del Dipartimento di Stato USA, rimaste anonime, hanno fatto sapere alla
stampa che, con l’affondo del portavoce Zhao, “la Cina sta cercando di deviare le criti-
che per aver dato origine a una pandemia non dicendolo al mondo”. Anche a voler con-
siderare una semplice casualità il passaggio in ottobre di militari stranieri per i giochi
di Wuhan, v’è però da considerare un’altra inquietante coincidenza.
Esattamente un mese prima dell’inizio dei Giochi Militari, ovvero il 18 settembre
2019, l’aeroporto Tianhe di Wuhan è stato teatro di un’esercitazione di contenimento
biomedico, riguardante, come ipotesi di lavoro, “l’arrivo di un passeggero affetto da
coronavirus”.
La notizia di questa esercitazione è passata in sordina, ma fra le poche testimonianze
reperibili in rete che la confermerebbero oltre a svariate immagini, c’è un resoconto di
Hubei TV che narra: “Nel pomeriggio del 18 settembre le dogane del Wuhan Tianhe
Airport hanno ricevuto un rapporto da una linea aerea secondo cui ‘un passeggero non
si sentiva bene, avendo difficoltà a respirare, e i suoi parametri vitali erano instabili’.
Immediatamente, le dogane dell’aeroporto hanno iniziato un piano di contenimento
e hanno iniziato a trasferire il passeggero in ospedale. Due ore più tardi, il Centro Me-
dico di Wuhan ha reso noto che al passeggero è stata clinicamente diagnosticata una
infezione da Coronavirus”.
Il reportage citava anche un secondo tema di esercitazione, che era “un eccesso di
radiazioni” dovuto a un passeggero che tentava di trafugare “un minerale dalla Bir-
mania”. E concludeva inquadrando l’esercitazione nella preparazione delle misure di
sicurezza proprio in previsione dei Giochi Militari: “A 30 giorni dall’inizio dei giochi,
le dogane di Wuhan hanno fatto ogni sforzo per garantire la sicurezza degli scali e sal-
vaguardare i giochi”.
è legittima la domanda del perché i cinesi possano aver pensato al rischio di un
coronavirus proprio poche settimane prima dell’arrivo di militari stranieri, e nella fat-
tispecie americani.
Ammesso, e non concesso, che i loro servizi segreti si aspettassero qualche contami-
nazione dall’esterno, potrebbero essere stati preavvertiti? Ed è forse per questo moti-
vo che il governo cinese ha inizialmente tenuto una condotta riservata sull’esplodere
dell’epidemia?

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Pechino sostiene che il “paziente zero” di Wuhan deve aver contratto il virus per non
meglio determinato “salto di specie” da un pipistrello o da un pangolino all’uomo, ve-
rificatosi forse per via alimentare al mercato di Wuhan intorno al 17 novembre 2019.
La nuova specie di virus sarebbe stata ufficialmente isolata e classificata nei primi
malati gravi di polmonite virale registrati nell’Hubei solo il 31 dicembre come SARS-
CoV-2, poi sintetizzato in Covid-19.
Subito è emersa la parentela genetica del nuovo virus con quello della SARS che
aveva suscitato paure, per poi essere arginato, a cavallo fra 2002 e 2003, avendo in
comune l’appartenenza alla famiglia dei coronavirus, che comprende anche la consueta
influenza stagionale.
Il superiore tasso di mortalità, inizialmente calcolato attorno al 2,5 %, e i tempi lunghi
di incubazione, che facilitano la diffusione per via degli ignari contagiati asintomatici,
hanno fatto capire subito alla sanità cinese che la malattia non era da sottovalutare.
Ma le direttive del regime volte inizialmente a minimizzare, nonchè il fatto che a
Wuhan fosse presente il famoso laboratorio virologico hanno indotto a credere il virus
si fosse diffuso a partire proprio dall’Istituto per un incidente.
è stato assodato ad esempio, poichè confermato il 16 febbraio dalla rivista del Partito
Comunista Cinese “Qiushi”, che il presidente cinese Xi Jinping conosceva la gravità
della situazione fin dal 7 gennaio 2020, quando nel corso di una riunione a porte chiuse
del Politburo del partito ordinò di fermare a ogni costo l’infezione.
Cioè 13 giorni prima che, il 20 gennaio, egli parlasse in pubblico del virus. L’indo-
mani, 21 gennaio, le autorità cinesi ammettevano per la prima volta che era confermata
la trasmissione da umano a umano del virus.
Dopo che fin dall’8 dicembre alcuni medici di Wuhan cercavano di dare l’allarme,
salvo esser messi a tacere dal regime. Inoltre nel medesimo periodo veniva messo agli
arresti domiciliari, per tenerlo lontano dalla scena, l’anziano medico che nel 2003 ave-
va rivelato i dati reali sull’epidemia di SARS, e che forse Pechino temeva potesse far
altrettanto col coronavirus.
è il medico militare Jiang Yanyong, 88 anni, in pensione col grado di generale, la
cui moglie Hua Zhongwei ha dichiarato il 9 febbraio: “Non è autorizzato a contatti col
mondo esterno.
È a casa, la sua salute non è buona. E non sta bene neanche mentalmente. Non sta
bene. Scusate, non è opportuno dire di più”. A rincarare la dose, parte della stampa
americana pompava sulla possibilità della fuga del virus dai laboratori di Wuhan, spe-
cie dopo che il 24 gennaio il “Washington Times” ebbe vagheggiato un “programma
cinese di armi biologiche” portato avanti nel centro ricerche di Wuhan e sfuggito al
controllo. In verità ciò pare poco probabile per vari motivi.
Il centro virologico di Wuhan, fondato fin dal 1956, si è dotato fin dal 2015 di nuovi
laboratori a cui è stato riconosciuto lo standard di sicurezza internazionale BSL-4, del
quale si fregiano solo una cinquantina di istituti in tutto il mondo. Inoltre utilizzare un

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virus di tipo influenzale, per quanto con l’aggressività del ceppo SARS, per caricare
testate belliche è militarmente insignificante data la mortalità comunque bassa, non
paragonabile a quella di germi ben più letali, come il virus Marburg o il batterio del
Botulino.
E allora perché il governo cinese voleva minimizzare? Solo per prestigio nazionale?
Forse solo per non mostrarsi vulnerabile a quello che potrebbe essere stato un attacco
“lieve” portato in segreto.

Un duello segreto.
Immaginiamo, pur senza dar loro eccessivo credito, che siano verosimili le accuse nei
confronti dell’America. Se nel settembre 2019 i cinesi già conducevano un’esercitazio-
ne per fermare un ipotetico contagio da “coronavirus” arrivato dall’esterno all’aeropor-
to di Wuhan, è probabile che si aspettassero qualcosa.
Qualcuno della loro fitta rete di spionaggio negli Stati Uniti potrebbe averli avvisati
di un qualche piano per sconvolgere l’economia cinese proprio nel pieno della battaglia
commerciale dei dazi.
A riprova della quantità di “antenne” che la Cina mantiene in Nord America, non
è forse un caso che proprio nel periodo dell’irrompere dell’epidemia il Dipartimento
della Giustizia USA si sia mosso in tre direzioni diverse. Il 10 dicembre 2019 è stato
arrestato da agenti dell’FBI all’aeroporto Logan di Boston il giovane cinese Zheng
Zaosong, che tentava di trafugare in Cina “21 fialette di ricerche biologiche” nascoste
in un calzino.
Zheng era entrato negli USA con una visa nell’agosto 2018, poi ha lavorato come
ricercatore a Boston, al Beth Israel Deaconess Medical Center, dal 4 settembre 2018 al
9 dicembre 2019, quando ha rubato le fiale venendo però “pizzicato” in aeroporto. In
galera già da varie settimane è stato formalmente accusato di contrabbando e frode il
21 gennaio 2020.
Una settimana dopo, il 28 gennaio, è stata accusata pure di frode e spionaggio una
ragazza cinese, Ye Yanqing, che entrata negli USA quasi tre anni fa spacciandosi per
studente, ha frequentato dall’ottobre 2017 all’aprile 2019 il Dipartimento di Fisica,
Chimica e Ingegneria Biomedica dell’Università di Boston.
Solo il 20 aprile 2019, interrogata dall’FBI all’aeroporto Logan, Ye ha ammesso di
essere tuttora un tenente dell’Armata Popolare Cinese, nonché membro del PCC.
Attualmente si trova in Cina. Sempre il 28 gennaio è stato arrestato perfino un “guru”
dell’Università di Harvard, il dottor Charles Lieber, preside del Dipartimento di Chi-
mica e Biochimica, nonché mago delle nanotecnologie, per contatti poco chiari con la
Cina, segnatamente per “conflitto d’interessi” avendo collaborato, dietro lauti compen-
si, dal 2012 al 2017 con l’Università della Tecnologia di Wuhan (ed ecco rispuntare
Wuhan!) senza informare adeguatamente Harvard.
Chiaramente non è assolutamente provato che questi tre personaggi abbiano a che

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fare con le ipotesi relative al Covid-19, ma le loro vicende sono emblematiche della
presumibile rete di studenti e accademici cinesi, o prezzolati da Pechino, che sorveglia
l’attività scientifica, e dunque anche biochimica, degli americani. E senz’altro la sor-
veglianza è reciproca.
Per i cinesi, cercare di far finta di nulla nei primi tempi del contagio potrebbe essere
stato un modo di lasciare gli americani nell’incertezza circa l’esito di una qualche ope-
razione segreta. E il riserbo potrebbe anche essere dovuto alla cautela necessaria a non
dare indizi che porterebbero allo scoperto preziosi informatori negli USA. Ricordate
cosa avevamo scritto nelle prime righe di questo scritto, citando le parole di Chaunan?
“Anche quando sono molto inefficaci, con pochi morti, come nel caso delle lettere
all’antrace negli USA, le armi biologiche sono considerabili come armi di ‘rottura’ di
massa poiché possono gettare un’intera nazione nel caos. Le armi biologiche influen-
zeranno molti aspetti della nostra vita di routine, mandandoli fuori schema. Porteranno
il terrorismo sulla soglia di casa di ognuno di noi”.
Detto in altri termini, seminare una forte polmonite in un paese avversario può scon-
volgere quel tanto che basta il tessuto socio-economico nemico, lasciando gli avversari
in un eterno dubbio, se si sia trattato cioè di un evento di origine naturale oppure artifi-
ciale. Ben difficilmente ci potrà essere infatti una prova definitiva dell’origine di questo
virus. Il fatto che la pandemia si sia poi diffusa in tutto il mondo e che stia facendo
breccia anche negli Stati Uniti potrebbe essere la riprova che, in realtà, si tratta solo di
complottismo.

Il “fronte” europeo.
è vero però che gli eventi di questi ultimi mesi stanno mettendo in ginocchio anche
un altro importante concorrente economico degli USA, ovvero l’Unione Europea, i cui
paesi stanno andando in ordine sparso, rischiando peraltro di sovraccaricare la Banca
Centrale Europea con richieste di liquidità d’emergenza. Quanto agli Stati Uniti, se
anche la paura dilaga e si annuncia uno stato d’emergenza, non va dimenticato che
oltreoceano la sanità pubblica è una chimera e la salute in senso generale tende a essere
considerata un fatto più privato che collettivo.
Trattandosi di una influenza più aggressiva del normale, la cui mortalità non è catastro-
fica, potrebbe esistere la possibilità, per quanto remota, che le élites che governano gli
Stati Uniti, per certi aspetti paragonabili al patriziato dell’Impero Romano, possano aver
pensato che rischiare il trabocco del Covid-19 anche nei propri confini potesse essere un
prezzo adeguato per azzoppare Cina e Unione Europea, contando sul diverso approccio,
anche come mentalità, che cinesi ed europei hanno in relazione alla salute pubblica.
Quanto ai suddetti rischi economici per l’Arabia Saudita, si tratterebbe di un rischio-
so effetto collaterale dovuto a volontà indipendenti da Washington, cioè la “lotta” al
ribasso fra Riad e i russi, che probabilmente gli stessi americani potevano non aver
previsto nella loro portata.

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La prova del nove la si avrà osservando i rimedi che Washington potrà eventualmente
attuare per salvare il proprio mercato azionario e petrolifero, oltre all’eventuale com-
parsa di un vaccino proprio in America, e magari in tempi brevi. Diversamente, appari-
rebbe invece plausibile un’origine naturale, o per incidente, della pandemia.
Certo, l’ipotesi naturale, che contempla il passaggio del Covid-19 alla specie umana
per un fenomeno di “zoonosi”, da pipistrello o altro vertebrato, complice la diffusa
abitudine alimentare cinese, e in genere orientale, di “mangiare tutto ciò che si muove”,
resta a prima vista la più credibile per una serie di fattori. Anzitutto gioverà ricordare
che la diffusione di epidemie influenzali a partire dalla Cina è un fatto storico di lungo
periodo, basti pensare all’influenza detta “asiatica” del 1957 e a quella “di Hong Kong”
del 1968 giunta in Europa nell’inverno del 1969. In genere, poi, dall’Asia sono venute
anche pandemie assai più distruttive.
Citavamo all’inizio la Peste Nera che arrivò in Europa nel 1347 dopo essere scoppiata
in Asia Centrale e trasmessa ai genovesi della base di Caffa, in Crimea, dai cavalieri
mongoli che l’assediavano.
Si potrebbe anche citare il colera, che partì lentamente dall’India attorno al 1816, ma
si diffuse in tutto il mondo fra il 1840 e il 1870, quando l’introduzione della navigazio-
ne a vapore e delle prime ferrovie, in un periodo in cui le città europee ed americane
non avevano ancora fogne efficienti, formò una combinazione esplosiva, paragonabile
nel caso odierno alla potenzialità del trasporto aereo di massa nella trasmissione di
virus e batteri.
Nello specifico della zoonosi, peraltro, è interessante notare che, per fare un singolo
esempio, il batterio della peste, lo Yersinia Pestis, era in origine endemico nei roditori
della steppa chiamati dai tartari “tarabagan” e che Marco Polo, nel Milione, chiamava
“ratti del faraone”.
Si tratta della specie oggi classificata Marmota Sibirica, una specie di marmotta step-
pica cacciata e mangiata dai cavalieri nomadi, oltre che infestata di pulci che poteva-
no contaminare gli esseri umani col loro morso. L’apertura di grandi vie carovaniere
nell’Eurasia a causa del consolidamento dell’Impero Mongolo, a partire dal 1206 a
opera di Gengis Khan e dei suoi successori, aprì vere e proprie corsie preferenziali alla
diffusione della peste nel secolo successivo, tantopiù che la Yersinia Pestis, a un certo
punto cominciò a esser trasmessa sia attraverso la puntura delle pulci, che saltavano
dai roditori all’uomo, sia, nella forma polmonare, da uomo a uomo, in modo simile a
quello influenzale.
Il primissimo focolaio di Peste Nera si sarebbe registrato, pare, presso una comunità
di tartari nestoriani presso il lago Issyk Kul nel 1339, per poi diffondersi in Cina, dove
pure fece sfracelli, e ai mongoli che assediavano Caffa, i quali, peraltro, catapultarono
cadaveri infettati oltre le mura come una vera “arma biologica”.
Secondo la ricostruzione più accreditata, i genovesi fuggiaschi da Caffa sulle loro
galee diffusero poi la peste nell’arco di poche settimane, fra estate e autunno del 1347,

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a Costantinopoli e in Sicilia, da cui dilagò in tutta Europa. Sia detto per inciso, la peste
resta ancora in agguato in alcune remote parti del mondo e proprio in Cina, nel sostan-
ziale silenzio dei grandi mass media, è stato stroncato sul nascere un nuovo focolaio lo
scorso autunno.
Infatti fra il 3 e il 16 novembre 2019 sono stati scoperti tre casi conclamati di peste
fra pastori della provincia della Mongolia Interna, sotto la sovranità di Pechino, che
avevano mangiato dei tarabagan, causando la messa in quarantena di un totale di 28
persone che avevano avuto contatti con loro.
I cinesi certo non abbassano la guardia nemmeno su questa antica malattia, dato che
si teme che i cambiamenti climatici in atto e le loro conseguenze sugli equilibri della
popolazione di roditori della steppa possa in futuro portare lo Yersinia Pestis a nuovi
salti di specie, forse anche mutazioni. E il fatto che la descrizione dei sintomi della
peste medievale, rispetto alle forme più recenti, sembra, a detta degli esperti, ricordare
febbri emorragiche più analoghe a quelle del virus Ebola, testimonia una pluralità che
non lascia tranquilli gli studiosi.

Profezie letterarie.
Il nesso storico fra la Cina e le epidemie è molto profondo, anche dal punto di vista
delle sue trasposizioni narrative e non senza sconfinare nell’arma biologica, sia che il
grande paese asiatico ne sia vittima o artefice. Ma, come vedremo, al di là delle profe-
zie inquietanti dei romanzi, è interessante ricordare il ben più concreto studio condotto
fin dal 2015 a Wuhan da un team di scienziati cinesi e stranieri su un “coronavirus rica-
vato da un pipistrello e modificato geneticamente per entrare in cellule umane”.
Andando con ordine, si potrebbe partire da un poco noto racconto fantapolitico del
romanziere americano Jack London, che nel luglio 1910 pubblicò “The unparallaled
invasion”.
Avendo avuto esperienza, come giornalista inviato speciale, della guerra russo-giap-
ponese del 1904, London diede una sua personale interpretazione del “pericolo giallo”
immaginando che nel suo futuro 1922 una Cina modernizzata annettesse il Giappone
assommandone a sé le risorse industriali e diventando nel successivo cinquantennio
una minaccia crescente invadendo i territori limitrofi. A quel punto, nel 1976 le potenze
occidentali decidevano di invadere la Cina con uno stratagemma diabolico.
London immaginava gli eserciti e le marine europei e americani circondare totalmen-
te il colosso asiatico con masse di soldati e forze navali, in modo che nessuno potesse
fuggire dal paese.
Poi gli occidentali facevano decollare dalle loro navi da guerra squadriglie di picco-
li aeroplani (London scriveva nel 1910, quando l’aereo aveva già dimostrato, fin dal
1909, le sue potenzialità trasvolando la Manica con la nota impresa di Louis Bleriot)
che andavano a librarsi sopra le maggiori città cinesi in quelli che parevano innocui
voli di ricognizione.

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Ma i velivoli facevano cadere qua e là, sulle maggiori concentrazioni demografiche
cinesi, centinaia di “tubi di vetro” apparentemente vuoti. Erano in verità i vettori di
un’imprecisata combinazione di diverse specie di batteri, capaci di innescare epidemie
multiple tali da spopolare quasi totalmente la Cina.
Terribile il quadro del multi-contagio immaginato da Jack London: “Se ci fosse stata
una sola malattia, la Cina avrebbe potuto affrontarla, ma da un insieme di morbi, nes-
suna creatura era immune. L’uomo che scampava al vaiolo moriva per la scarlattina.
L’uomo che era immune alla febbre gialla, se lo portava via il colera. E se uno era im-
mune anche a quello, la Morte Nera, cioè la peste bubbonica, lo annientava.
Erano questi batteri e germi e microbi e bacilli coltivati nei laboratori dell’Occidente,
che erano stati rovesciati sulla Cina con la pioggia di vetro”. Dopo mesi di martirio,
con le forze assedianti che uccidevano qualsiasi cinese cercasse di uscire dai confini,
l’immenso territorio risultava infine così deserto da consentire agli eserciti occidentali
di invaderlo penetrandovi come un coltello nel burro.
L’ombra di una guerra batteriologica coinvolgente la Cina si stagliava anche nei re-
troscena di un film di fantascienza del 1971 diretto da Boris Sagal e interpretato da
Charlton Heston, ovvero “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra”. Vi si immaginava
una disastrosa epidemia diffusasi in tutto il mondo proprio a partire dal confine rus-
so-cinese, dove crescenti scontri armati fra Unione Sovietica e Cina erano presto pas-
sati dal livello convenzionale all’uso di armi batteriologiche.
Nelle ultime settimane, poi, sull’onda del Covid-19, la stampa internazionale ha abil-
mente ripescato un’altra curiosa “profezia”, il romanzo “The eyes in the darkness”,
scritto nel 1981 da Dean Koontz ma edito in Italia solo ora, nel 2020, proprio sull’onda
delle notizie di attualità e col titolo “L’abisso”.
In esso si parla della diffusione di un virus letale denominato “Wuhan 400”, perchè
frutto di un programma segreto cinese di armi biologiche. La coincidenza è però solo
apparente nel senso che il virus del romanzo è qualcosa di totalmente diverso da un’in-
fluenza. E sul fatto che sia stato prodotto proprio dai laboratori di Wuhan, anche in tal
caso, non si può parlare di vera profezia, nel senso che, semplicemente, quando nel
1981 Koontz partorì il romanzo non poteva fare a meno di riferirsi a uno dei principali
laboratori cinesi, già allora operante da tempo.
L’esercizio della fantasia narrativa può essere utile a lanciare preziosi moniti per il fu-
turo, tenendo presente che, in particolare, l’idea di Jack London di una guerra biologica
ad ampio spettro, con impiego parallelo di più specie di organismi patogeni spalanca
prospettive tremende.
Fortunatamente, a rendere, almeno per qualche generazione, improbabili simili sce-
nari catastrofici, ci sono, da un lato la Convenzione sulla Proibizione delle Armi Bio-
logiche, che firmata il 12 aprile 1972 è in vigore dal 26 marzo 1975 impegnando pra-
ticamente tutti gli Stati della Terra, e dall’altro lato la funzione deterrente delle armi
nucleari o chimiche.

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Scenari possibili.
è ovvio infatti che se uno Stato identificasse sul suo territorio un’aggressione con
agenti biologici portata da un paese nemico, si riterrebbe autorizzato a una simile rap-
presaglia, oppure, non disponendo di tali armi, reagendo con altrettanto catastrofici
attacchi nucleari o chimici.
L’impiego di microrganismi porta inoltre notevoli problemi perché trattandosi di es-
seri viventi non si esauriscono di per sé una volta raggiunta la finalità del loro impiego,
ma potenzialmente possono seguitare a replicarsi, a diffondersi negli ecosistemi, per-
seguendo i propri scopi di sopravvivenza, divergenti da quelli degli uomini che hanno
magari avventatamente tentato di utilizzarli.
E magari mutando genoma col susseguirsi delle loro fittissime generazioni. In altre
parole, i microrganismi, per macabra ironia, é come se, simbolicamente, lasciassero
credere all’uomo di potersi servire di loro, mentre in realtà sono essi stessi, questi pic-
colissimi e invisibili “guerrieri”, a servirsi di noi, ignari e impacciati giganti.
L’unico serio rischio di impiego di armi biologiche letali potrebbe ancora venire dal
terrorismo, che non offrirebbe un territorio e una popolazione suscettibili di una rap-
presaglia proporzionata. Forse, in un futuro più lontano, un remoto pericolo potrebbe
venire da un eventuale mutamento del modo di pensare dei nostri discendenti, che
potrebbero essere portati, anche da insospettabili sviluppi tecnici, a pensare alle guerre
biologiche come a un qualcosa di attuabile.
Per ora, nell’impossibilità di poter esprimere un giudizio su questa ancora poco chia-
ra pandemia, sarà opportuno ricordare che pochi anni fa un team internazionale di
scienziati, sia cinesi sia occidentali, aveva pubblicato un’ampia ricerca su un corona-
virus modificato proprio nei laboratori di Wuhan, ma con la collaborazione di istituti
esteri come la University of North Carolina, per studiarne la virulenza sui tessuti umani
in coltura.
Uscito il 9 novembre 2015 sulla prestigiosa rivista “Nature”, il resoconto aveva un
titolo che suonava come un ammonimento: “Un gruppo di coronavirus circolanti nei
pipistrelli e simili alla SARS mostra un potenziale per una emergenza umana”.
Autori della ricerca figuravano: Vineet D. Menachery, Boyd L. Yount Jr, Kari Deb-
bink, Sudhakar Agnihothram, Lisa E Gralinski, Jessica A. Plante, Rachel L. Graham,
Trevor Scobey, Ge Xingyi, Eric F. Donaldson, Scott H. Randell, Antonio Lanzavec-
chia, Wayne A. Marasco, Shi Zhengli e Ralph S. Baric.
Come si vede, due scienziati cinesi e svariati americani, indiani e perfino un italiano.
La ricerca muoveva le mosse dal rilevare i “rischi di un passaggio di specie” attraverso
la modifica con tecniche di bioingegneria di un ceppo SARS-CoV, adattato ai topi, do-
tandolo delle “spicole” esterne di un altro virus, questo tipico dei pipistrelli cinesi del
genere Rhinolophus, ovvero il coronavirus SHC014-CoV.
Scrivevano già nel 2015 questi scienziati: “Il nostro lavoro suggerisce il rischio po-
tenziale del riemergere del SARS-CoV dai virus correntemente circolanti nelle popo-

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lazioni di pipistrelli. L’emergere del SARS-CoV preannuncia una nuova era nella trasmis-
sione fra le specie di una grave malattia respiratoria con la globalizzazione che condurrebbe
alla sua rapida espansione attorno al mondo e a un impatto economico massivo”.
Creando un virus “chimera”, che avesse il corpo principale del SARS-CoV, ma con
le “spikes” dell’SHC014, ovvero quelle che sono un po’ le “chiavi” che consentono
l’ingresso nelle cellule parassitate, gli scienziati hanno creato un virus sperimentale
dimostratosi in grado di infettare cellule umane in coltura.
E anche se gli ultimi studi sul Covid-19 hanno dimostrato che il suo profilo genetico è
in parte diverso da quello del germe modificato, non impossibile che la condivisione di
tale ricerca fra Cina e Stati Uniti, oltre al resto del mondo, possa aver in qualche modo
portato qualcuno a ipotizzare di proseguire queste ricerche in segreto perfezionando un
nuovo agente patogeno.
Già pochi giorni dopo la pubblicazione della ricerca, molti scienziati avevano espres-
so preoccupazioni. Un virologo dell’Istituto Pasteur di Parigi, Simon Wain-Hobson,
commentava: “I ricercatori hanno creato un nuovo virus che cresce molto bene nelle
cellule umane. Se il virus fuggisse, nessuno potrebbe prevederne la traiettoria”.
Il biologo molecolare americano Richard Ebright (nella foto a lato), della Rutgers
University in Piscataway, New Jersey, si diceva pure timoroso: “L’unico impatto di
questo lavoro è la creazione in laboratorio di un nuovo e non-naturale rischio”.
Insieme a Wain-Hobson, Ebright aveva lanciato il 12 novembre 2015 un appello: “Le
autorità scientifiche dovrebbero reputare simili studi con la creazione di virus chimerici
(cioè artificialmente ottenuti mescolando componenti di ceppi diversi, n.d.r.) basati su
ceppi in circolazione troppo rischiosi da proseguire”.
Si chiedevano inoltre se valesse la pena di tali esperimenti contando “i rischi impli-
cati”. Uno degli autori dei suddetti esperienti, l’americano Ralph Baric ribatteva invece
che gli esperimenti erano stati utili, dimostrando che il ceppo SHC014 poteva ora es-
sere considerato una minaccia per l’uomo, mentre prima non lo si sarebbe considerato
tale: “Non penso che possiamo ignorare tutto ciò”.
Tutto ciò dimostra che i virus tipo SARS a simili, come appunto il Covid-19, possono es-
sere ampiamente modificati dall’uomo tramite le moderne tecniche di bioingegneria. Certo,
non è sufficiente a dire che l’attuale pandemia sia originata artificialmente e non dagli in-
sondabili disegni della Natura. Ma lascia aperte le porte alle due interpretazioni alternative,
o la fuga dai laboratori di Wuhan del germe, o la sua, probabilmente voluta, diffusione in
Cina a partire da un vettore esterno, che in linea teorica potrebbe essere statunitense.
Nelle scorse settimane, uno dei principali scienziati protagonisti del discusso esperi-
mento del 2015, la dottoressa Shi Zhengli (nella foto sotto), vicedirettrice del laborato-
rio virologico di Wuhan, ha cercato più volte di fugare le ipotesi complottistiche. Scri-
vendo insieme ai colleghi Zhou Peng e Yang Xinglou un articolo uscito il 3 febbraio
2020 su “Nature”, la Shi ha spiegato: “Abbiamo ottenuto da cinque pazienti nelle fasi
iniziali dell’epidemia le sequenze genetiche del virus.

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Le sequenze sono quasi identiche e condividono il 79,6% dell’identità sequenziale
col SARS-CoV. Inoltre, noi mostriamo che il 2019-nCoV (alias Covid-19) è al 96%
identico, a livello di genoma intero, al coronavirus di un pipistrello”.
Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, la Shi ha ancora dovuto ripetere, un po’ enfaticamen-
te: “Il nuovo coronavirus del 2019 rappresenta la Natura che punisce la specie umana
per il fatto di mantenere abitudini di vita incivili. Io, Shi Zhengli, giuro sulla mia vita
che esso non ha nulla a che fare col nostro laboratorio”.
La verità sull’origine di questo virus resta insomma avvolta nell’ombra, in un intrec-
cio di omertà, silenzi, accuse internazionali e, forse, disinformazione. Ovviamente va
rilevato che la novità di una specie virale finora ignota giustifica ampiamente il fatto
che gli stessi esperti spesso discordino fra loro, dato che stanno essi stessi imparando
giorno per giorno nuovi dettagli.
A “pensar male”, come si dice nel linguaggio corrente, si può dire la condivisione
internazionale dei risultati degli esperimenti del 2015 avrebbe potuto permettere agli
Stati Uniti di modificare e sviluppare autonomamente un proprio ceppo da “seminare”
in Cina come blanda arma da “interdizione” batteriologica, per creare enormi problemi
sociali a un avversario strategico, anche a costo di subire essi stessi dei contraccolpi.
E il discorso si potrebbe teoricamente allargare all’Unione Europea e anche all’Iran,
dove si registrano pure moltissimi decessi. Ma la possibilità teorica, ovviamente, non
significa certezza. E altrettanto plausibili restano, sia la pista dell’incidente a Wuhan,
sia quella del naturale emergere di una nuova specie naturale.
Finché eventuali testimoni non riveleranno qualcosa di più, le versioni ufficiali a uso
dell’opinione pubblica di massa prevarranno. E potrebbero, con buona pace di tutti, ef-
fettivamente essere quelle veritiere. Ma nessuno può negare che il mondo è già cambia-
to. E che l’unico che finora ci ha guadagnato di sicuro è quel piccolo ed estremamente
essenziale essere vivente il cui successo esistenziale consiste nell’autoreplicazione.
(Tratto da: Presa Diretta, intervista integrale di Mirko Molteni)

La guerra dei virologi.


La genesi dello scontro è tutta fra le righe del libro «Covid Segreto», edito da Paper-
First e scritto col divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone, col quale forma una
coppia di fatto da talk show. Fra le altre cose, vi si svela l’origine della «guerra dei vi-
rologi», con Cecchi Paone che accusa che «il Comitato tecnico scientifico nasce come
centro di potere romanocentrico e maschilista» e Sileri che aggiunge che «formazione e
gestione del Cts sono all’origine della rissosità nella comunità di infettivologi, virologi,
epidemiologi». Qui, i due sono stati intervistati separatamente e riuniti idealmente. 

Cecchi Paone: «Uno mondiale e uno nazionale. Mi assumo io la responsabilità di


rivelare quello nazionale: la costituzione del Cts. Avevamo già organismi di valore da
tutti rispettati come l’Istituto Superiore della Sanità e il Consiglio superiore di sanità.

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Perché serviva un organismo ulteriore? La risposta che mi do è: per il potere dei capi
di nomina politica». 
Sileri: «Il Cts era utile, ma sarebbe stato più utile più snello e con sottotavoli “on
demand” di esperti di diversi territori e specializzazioni. Io proposi Massimo Galli,
mi fu detto no; Maria Rita Gismondo e mi fu detto no. Ancora prima di Codogno,
chiesi chi aveva fatto la rete Ecmo e scoprii che era Alberto Zangrillo. Dissi: coinvol-
giamolo e non fu coinvolto. Verso fine luglio, vedevo le liti in tv e chiesi di ampliare
il Cts con Andrea Crisanti e altri... Dissi: così, se devono discutere di scienza, lo fan-
no a un tavolo istituzionale. Mi sembrava essenziale introdurre dei clinici, specie del
Nord dove avevano visto tanti pazienti, mentre nel Cts c’erano soprattutto ricercatori.
La dottoressa Antonella Viola servirebbe perché è immunologa e brava a comunicare.
Essendo chirurgo, spiegai che, se devo operare qualcuno, faccio un briefing con onco-
logo, radiologo, anestesista… e che, se il paziente assistesse, direbbe: grazie, ma non
mi opero. Qualcuno si offese e pensò che volevo mandare via loro e prendere altri». 
Cecchi Paone: «Sono stato il primo a far notare che non c’erano donne, poi introdotte
grazie ai presidenti Conte e Mattarella. Inoltre, non erano rappresentate grandi realtà
del Sud come il Cotugno di Napoli né un plotone di eccellenze del Nord. Perché Galli è
da mattina a sera in Tv? Perché Bassetti è sempre in tv? Perché nessuno li ha messi nel
Cts. C’è un solo pediatra, non ci sono psichiatri e sociologi». 
Sileri, chi respinse i suoi nomi?
«Non è che dicessero né sì né no. Era tutto già fatto. Poi c’è stato il momento di “ag-
giungete, mettete, fate, arriviamo a trenta nomi” e, insomma, mi fu detto di no. E c’e-
rano idiosincrasie: Zangrillo non era simpatico a qualcuno. Galli pure. Nel Cts, erano
attenti solo a ciò che dicevo alla stampa, non al merito delle proposte, come la richiesta
di valutare i test rapidi. Quando dissi che c’era troppa burocrazia nel Cts, lo dicevo a
loro favore: reclamavo strutture satellite che li alleviassero dall’eccesso di richieste. E
sono esplosi contro di me. Quindi, se dico “burocrazia” scoppia un casino, se dico “test
rapidi” nessuno fa niente per due mesi. Non mi chieda perché, so solo che mi spiace dal
punto di vista umano».
  Quando le è stato dato il rapporto della Fondazione Bruno Kessler, che paven-
tava 70 mila morti e che arriva al Cts a febbraio ma resta segreto fino a settembre?
«Non l’ho mai visto».
 Il segreto mondiale che svelate qual è?
 Cecchi Paone: «Che l’Organizzazione mondiale della Sanità, all’inizio, era clamo-
rosamente impreparata. Non lo diciamo da Trumpiani avverso all’Oms: al contrario,
ricostruiamo i fatti auspicando un Oms più forte».
 Sileri: «A gennaio, l’Oms ha cambiato approccio quattro volte in 16 giorni, con
indicazioni altalenanti sulla definizione di “caso sospetto”. Fra gennaio e febbraio, la
relativa tranquillità che vivevamo era mutuata dalle sue indicazioni, ma era evidente
che il virus sarebbe arrivato con violenza».

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Viceministro, e il pasticcio del rapporto critico sulla gestione della pandemia in Italia sve-
lato da «Report» su Rai tre, firmato da Tommaso Zambon dell’Oms e censurato dall’Oms? 
«Avrei preferito che fosse reso pubblico e che Ranieri Guerra, per il suo ruolo apicale
nell’Oms, chiarisse subito cosa intendeva scrivendo che l’Oms è la foglia di fico delle
decisioni impopolari del governo».
Quando realizza che non c’era un piano pandemico recente?
«Abbiamo visto subito che il piano era vintage e risaliva al virus H1N1. Chie-
si lumi ma, alla fine, mi arrivò direttamente una bozza del piano di maggio 2020». 
Quanto ci è costato non avere un piano aggiornato?
«Lo scheletro del piano si poteva usare. Io, già a fine gennaio, insistevo per assumere
personale e acquistare materiali, proprio come accadde in previsione dell’H1N1».
Le scorte di mascherine e altri materiali c’erano?
«Organizzarle competeva alle Regioni e, a oggi, ancora non so dare una risposta
su quante fossero, dove fossero e se ci fossero. Questa cosa dovrà essere chiarita». 
Nel libro, lei dice di aver battuto spesso i pugni sul tavolo. Quando e perché?
«Se rispondo, mi devo dimettere domani. Le dico solo la prima volta, il 2 marzo, dopo
essere stato a Wuhan e poi a Milano al Sacco e al San Raffaele. Chiedevo ventilatori
polmonari. Ma tutto il mondo cercava materiali simili. Forse, a livello sovranazionale,
qualcuno avrebbe potuto prevederlo e organizzarlo».
Pensa all’Oms?
«I dubbi su quanto è successo devono essere chiariti. Passata la guerra, occuparcene
sarà doveroso».
(Tratto da: Il Corriere)

I virologi e la voglia di fare politica.


Tra voci e smentite, la possibile candidatura di Pierluigi Lopalco, attuale consulente
della Regione Puglia per l’emergenza Covid-19 e nome da inserire nelle liste di Miche-
le Emiliano per le prossime elezioni regionali in Puglia, ha scatenato polemiche.
Al Pd, i cui consensi a livello nazionale non sono poi così soddisfacenti e che a
settembre dovrà difendere la Regione che ha amministrato negli ultimi 5 anni, avere
dalla sua parte una figura molto popolare può solo fare del bene. Del resto, Lopalco ha
ottenuto buoni risultati nella gestione della pandemia in Puglia ed è un personaggio che
anche “bucato lo schermo”.
Ma la possibile candidatura con il centrosinistra è, al momento, smentita dal diretto
interessato. “La mia candidatura  per le Regionali in Puglia è una voce, circolata in
certi ambienti. A me non è arrivata nessuna proposta ufficiale dal presidente Emiliano,
con cui non ho parlato in questi giorni. Nessuna decisione è stata presa. Se arriverà
un’offerta ci rifletterò”, ha affermato l’epidemiologo dell’Università di Pisa. Lopalco è
apparso decisamente infastidito per le accuse piovute sui social di aver sfruttato il suo
ruolo di consulente per trarne vantaggi personali: “Sono stupidaggini”.

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L’epidemiologo, però, non chiude la porta ad un suo impegno politico. “In questi
giorni – ha spiegato - ho discusso molto con alcuni amici su cosa significhi, per chi
viene dalla società civile, impegnarsi in politica spesso si fanno dichiarazioni dicendo
appunto che la società civile deve prendere posizione”. “E allora – ha sottolineato -mi
chiedo chi più degli scienziati può dare un vero significato a questa parole? Abbiamo
le conoscenze e sappiamo fare il nostro lavoro, se ci sono le condizioni di una reale
possibilità di cambiamento - conclude - la scienza deve mettersi a disposizione della
politica”.
Lopalco potrebbe non essere l’ultimo ad unire lavoro nel campo medico ad impegno
politico. Ad ammetterlo è Massimo Clementi, virologo dell’università Vita-Salute San
Raffaele di Milano, che all’Adnkronos Salute ha affermato di vedere “altri colleghi che
hanno atteggiamenti che preludono ad una discesa in campo. Fremono per fare politi-
ca”. Clementi precisa che il caso di Lopalco, epidemiologo “che conosco molto bene,
perché sia insieme nel Patto per la scienza”, andrebbe “contestualizzato il suo impe-
gno politico in un ambito locale dove peraltro sta già lavorando come consulente per
l’emergenza Covid-19”. “Diverso- puntualizza il virologo- dal caso di alcuni colleghi
che invece flirtano con la politica nazionale”. Secondo Clementi, il desiderio di medici
o scienziati di fare politica “è legittimo” ma “poi può essere imbarazzante se uno fa
avanti e indietro”.
Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano, sempre all’Adnkronos Sa-
lute vede con favore un eventuale ingresso in politica del “collega e amico” Pierluigi
Lopalco e spiega che “questa emergenza Covid ha messo in evidenza l’importanza
dell’impegno di ognuno di noi ricercatori. E come Anpas (Associazione nazionale
pubbliche assistenze) ho toccato con mano l’importanza di dar voce alla società civi-
le”. Pregliasco pensa che “dalla società civile, e dalla scienza, possano arrivare nuove
prospettive e nuove forze che possono contribuire all’autorevolezza delle istituzioni”.
“Insomma- ha aggiunto il virologo- la politica potrebbe solo arricchirsi con innesti del-
la società civile, e se Lopalco deciderà di impegnarsi gli faccio i miei migliori auguri”.
Sempre all’Adnkronos Salute, Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie
infettive dell’ospedale San Martino di Genova e presidente della Società italiana di
terapia antinfettiva (Sita), commenta con favore le voci di una candidatura di Lopalco
alle prossime elezioni regionali in Puglia al fianco di Michele Emiliano. “Stimo molto
Pierluigi Lopalco ed è libero di fare quello che vuole. Se come medico si vuole met-
tere il proprio sapere al servizio della politica, che poi vuol dire essere al servizio dei
cittadini, non vedo cosa ci sia di male. Come scendono in politica avvocati o impren-
ditori non c’é niente di male se un epidemiologo decide di fare politica”, ha specificato
Bassetti. Quest’ultimo ha affermato di rispettare le scelte dei colleghi che vogliono fare
politica “anche se io non lo fare mai. Credo che un medico o un ricercatore che decido-
no di impegnarsi in questo settore, come hanno fatto nella loro carriera professionale,
possano essere solo un guadagno per la collettività”. “Se Lopalco sarà candidato- ha

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aggiunto- a lui va un grande in bocca al lupo. Certo, non è come fare il medico. Occorre
prendere i voti, elaborare un programma e fasi eleggere”.
Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e car-
dio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano, dichiara all’Adnkronos
Salute che “la politica, mai come in questa situazione, ha bisogno di buon senso e di
impegno civile con l’obiettivo di formare una vera classe dirigente. Ciò detto, sono
contentissimo che questo tipo di impegno non mi riguardi”. Il professore ammette di
essere “felice e sereno perché questo tipo di impegno non riguarderà mai la mia per-
sona” e spiega che “il Servizio sanitario nazionale ha urgente bisogno di una politica
efficace, guidata dalla competenza tecnica
Se i colleghi di Lopalco sono sostanzialmente favorevoli ad un impegno in politica
dell’attuale consulente della Regione Puglia per l’emergenza Covid-19, diverso è il
discorso per i rappresentati dei partiti. Il primo duro attacco contro l’esperto è partito
da Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato, che in una nota ha
affermato: “La notizia della candidatura del virologo Pierluigi Lopalco nelle liste di
Emiliano è scandalosa. Lopalco è consulente del governatore pugliese per l’emergenza
Covid ed è assurdo che mentre è lautamente retribuito con i soldi dei cittadini adesso ne
chieda anche i voti”. “Oltretutto, ha ggiunto l’azzurra, e questo vale tanto per Emiliano
quanto per Lopalco, è intollerabile si cavalchi la sovraesposizione mediatica dovuta a
questa crisi sanitaria ed economica a fini politici ed elettorali. È vero che al peggio non
c’è mai fine, ma ragioni di buongusto oltre che di opportunità imporrebbero un ripen-
samento da parte del virologo”.

Mentre in Italia, pensano alle candidature politiche in Francia, spariscono.


In Francia si sono ultimamente sempre più ridotte le apparizioni in tv dei virologi e
degli esperti del Comitato tecnico-scientifico nazionale (Cts), ossia l’organismo con-
sultivo incaricato di monitorare l’andamento dell’epidemia di Covid nel Paese e di for-
nire pareri all’esecutivo Macron sulle strategie di contenimento dei contagi. Da diverse
settimane, infatti, i notiziari e le trasmissioni televisive e radiofoniche di approfondi-
mento sul tema della pandemia risultano privi di interviste rilasciate direttamente dai
luminari d’Oltralpe e ciò sarebbe, a detta della stampa locale, la dimostrazione del fatto
che l’Eliseo avrebbe preteso dal mondo scientifico un “profilo più basso”. Secondo
molti osservatori politici francesi, Macron avrebbe ormai sviluppato una totale insoffe-
renza all’ipotesi di vedere la propria azione di governo “ostaggio di esperti e tecnici” e
sarebbe di conseguenza “tornato al suo intuito” nella gestione della crisi sanitaria na-
zionale. Il tema degli incessanti interventi televisivi di virologi ed epidemiologi, spes-
so contraddittori tra loro e in alcuni casi estremamente allarmistici, è di stretta attualità
in Italia, con conseguenti sollecitazioni di capi-partito e di semplici cittadini affinché le
autorità impongano agli scienziati maggiore cautela con le parole e sollecitino gli stessi
a badare più ai fatti che alla notorietà mediatica.

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Relativamente al caso francese, gli organi di informazione del posto stanno ventilan-
do l’ipotesi che il presidente Emmanuel Macron in persona abbia chiesto e ottenuto un
profilo comunicativo più discreto da parte del Cts francese, allo scopo di interrompere
la raffica quotidiana di dichiarazioni di esperti e medici a cui i transalpini erano abi-
tuati ormai da un anno e che aveva purtroppo causato estrema confusione tra la gente.
In particolare, il Capo dello Stato avrebbe preteso dal mondo scientifico e dai membri
dell’organo consultivo citato di concentrarsi esclusivamente sul lavoro, riducendo al
minimo apparizioni davanti alle telecamere e ospitate in talk-show. In pratica, il Cts
francese continua a fornire i suoi pareri, ma lo fa esclusivamente verso il governo, sen-
za lasciarli filtrare a giornali o emittenti, con gli esperti che evitano diligentemente di
trascorrere troppo tempo negli studi televisivi delle più popolari trasmissioni. Il profilo
schivo e discreto che sta attualmente caratterizzando l’attività del Cts francese sarebbe
quindi una conseguenza, affermano i media d’Oltralpe citando fonti dell’Eliseo, del
fatto che l’esecutivo avrebbe richiamato gli esperti, data la “complessità del periodo” e
la comparsa delle varianti virali, al rispetto dei seguenti principi: unità, concentrazione
totale sugli obiettivi e zero protagonismi o allarmismi.
La svolta dell’atteggiamento comunicativo dei virologi e dei componenti del Cts sa-
rebbe stata richiesta da Macron, ricostruisce la stampa transalpina, dopo il disorienta-
mento popolare conseguente ad alcune infelici dichiarazioni dei medesimi luminari,
rilasciate a metà gennaio. Alcuni esperti avevano infatti utilizzato allora toni di estrema
preoccupazione riguardo al pericolo rappresentato dalle mutazioni del Covid, con uno
dei massimi rappresentanti del Cts che aveva preannunciato l’introduzione di un nuovo
rigido confinamento nazionale. Per la precisione, il protagonista di quest’ultima uscita
era stato Jean-François Delfraissy, ossia il presidente in persona dell’organo consulti-
vo, che aveva appunto invocato la più drastica delle misure di contenimento delle in-
fezioni. Le parole incriminate di Delfraissy, in base ai retroscena delineati dai giornali,
avrebbero però suscitato il disappunto dell’Eliseo, con Macron che le avrebbe conside-
rate “non opportune”. In seguito, lo scienziato avrebbe ritrattato le sue affermazioni e
l’intero collegio del Cts avrebbe progressivamente maturato una strategia comunicati-
va dal minimo impatto sensazionalistico: meno annunci, e solo a cose fatte, ossia dopo
avere adeguatamente e completamente informato di ogni cosa l’Eliseo.
Per contro, in questa Italia, ostaggio di una sorta di ipocondria collettiva, in que-
sto clima di costante allarmismo, i virologi, quasi onnipresenti nelle più disparate tra-
smissioni televisive, non si accontentano della sola notorietà, da poter poi eventual-
mente sfruttare a proprio vantaggio e nei più disparati ambiti, anche quello politico,
ma ricevono un vantaggio economico anche in termini monetari: il riconoscimento del
gettone di presenza. Tra i virologi più ospitati nelle varie trasmissioni televisive trovia-
mo Roberto Burioni e Ilaria Capua, nomi che la stragrande maggioranza degli Italiani
non aveva mai sentito prima, e volti, fino alla comparsa del Covid, sconosciuti ai più.
Alcune testate giornalistiche hanno provato ad approfondire il discorso dei guadagni

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percepiti dagli esperti per la loro presenza in trasmissioni televisive, ed è emerso ad
esempio che Roberto Burioni (ospite seriale della trasmissione “Che tempo che fa”
condotta da Fazio), riceve un cachet diverso a seconda del tipo di intervento in tra-
smissione, al quale si aggiunge poi un gettone di presenza conferito da Officina, che è
la società che produce il programma di Fabio Fazio. Lo stesso conduttore, Fazio, è tra
l’altro uno dei soci di Officina.
Stando a quanto emerso da un’indagine di Panorama  attraverso l’agenzia di comuni-
cazione Elastica, che si occupa delle partecipazioni in tv di Burioni, la presenza del vi-
rologo ad eventuali trasmissioni dipende non solo dalla sua disponibilità in base ad im-
pegni e richieste, ma anche dal compenso offerto; c’è da dire, comunque che, a seconda
dei casi, non è da escludere la possibilità che accetti di presenziare anche gratuitamente.
Per quel che riguarda Ilaria Capua, virologa ricercatrice, nonché ex deputata di Scelta Civi-
ca, il partito di Mario Monti, la si vede con una certa frequenza in trasmissioni su Sky e La7.
Anche in questo caso è Panorama ad approfondire la questione, facendo emergere
come per i suoi interventi in TV la Capua percepisca dei cachet di tutto rispetto. “Per
un contributo di 10 minuti su Skype o attraverso lo studio televisivo dell’università ci
si attesta intorno a 2.000 euro più Iva; viene spiegato “non andiamo a minutaggio ma
se si chiede una presenza di 10 minuti non può essere di un’ora, altrimenti la fee sale”.
Niente male 2.000 euro in 10 minuti insomma. Certo, bisogna battere il ferro finché
è caldo, finché dura l’emergenza Covid, dopodiché quel che si è raccolto si è raccolto,
e si torna alla vita di prima, lontani dagli studi televisivi e da relativi profumati cachet.

La politica italiana contro il complotto.


Fortunatamente non tutto il nostro paese, è vittima dell’omertà. Forse perché quan-
do si parla di omertà per stereotipi standardizzati, la nostra si focalizza direttamente
nell’entroterra dei confini meridionali. Non è colpa nostra, ci hanno abituati così, e noi
ci crediamo.
In realtà, la bestia dell’omertà è ovunque, e quando questa abita tra i potenti, tra le
calde e confortanti stanze dei Bei Palazzi del Bel Paese, fa ancora più paura.
Tuttavia, un’esponente del partito dell’oggi Avvocato del Popolo, fa un proprio inter-
vento nel quale svela e conferme le teorie del complotto, inerenti la gestione sanitaria
ed umanitaria del Covid19.
Il suo intervento è diventato celebre perché, come vedremo nel dettaglio, contiene
una serie di teorie del complotto, che vedono coinvolti, tra gli altri il miliardario sta-
tunitense Bill Gates, l’Unione europea e Matteo Renzi. In passato, Cunial si era già
distinta all’interno del Parlamento per le sue posizioni antivacciniste.
La deputata del Gruppo Misto ha anche criticato il presidente della Repubblica Sergio
Mattarella, definito «Pluripresidente della Repubblica» e «vera epidemia culturale di
questo Paese». Per queste parole, ora Cunial rischia di essere incriminata di vilipendio
al capo dello Stato.

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Nelle ore successive al discorso, in diversi hanno accusato la deputata, fatti alla mano,
di aver riportato dichiarazioni complottiste e false. Ma quante delle cose che ha detto
Cunial sono del tutto prive di fondamento e quante hanno un fondo di verità?
Abbiamo analizzato 13 dichiarazioni nel dettaglio ed ecco che cosa abbiamo scoperto.

Gli attacchi contro Bill Gates.


La prima parte del discorso di Cunial alla Camera contiene una serie di accuse al
miliardario e filantropo Bill Gates, che da parecchi anni è al centro di diverse teorie del
complotto a causa del suo coinvolgimento nella promozione delle vaccinazioni. Con
il nuovo coronavirus, negli ultimi mesi, è poi diventato l’oggetto di numerose notizie
false e uno dei bersagli principali di chi vede una cospirazione dietro la diffusione del
virus o le reazioni da parte delle autorità.
Abbiamo analizzato nel dettaglio alcune accuse fatte dalla deputata nel suo intervento.

Quanti soldi dà Bill Gates all’Oms.


«Oms, il cui primo finanziatore è il noto filantropo e “salvatore del mondo” Bill Gates»
Qui Cunial fa un’affermazione quasi corretta, al di là delle formule ironiche con cui
parla di Gates.
Attraverso la Bill & Melinda Gates Foundation, creata con sua moglie nel 2000 «per
sviluppare nuovi strumenti e strategie per ridurre l’impatto delle malattie infettive»,
Bill Gates è diventato negli anni uno dei principali finanziatori dell’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms).
Nel biennio 2018-2019 ha contribuito al suo bilancio con oltre 530 milioni di dollari,
secondo solo agli Stati Uniti (che naturalmente sono uno Stato e non una fondazione
privata).

Gates il “profeta”? Le teorie del complotto intorno all’Event 201.


«Bill Gates già nel 2018 profetizzava una pandemia, poi simulata lo scorso ottobre
nell’Event 201»
Questa affermazione è fuorviante.
A ottobre 2019 il Johns Hopkins Center for Health Security, organizzazione no profit
collegata all’omonima università americana, il World Economic Forum e la Bill & Me-
linda Gates Foundation hanno ospitato a New York un’esercitazione virtuale chiamata
“Event 201” in cui è stata simulata una pandemia globale di coronavirus.
L’obiettivo era sottolineare la necessità di una cooperazione globale pubblica e priva-
ta per contrastare gli impatti economici e sociali di gravi pandemie. Da tempo gli esper-
ti sanno del pericolo che potrebbe venire da una pandemia e dunque una simulazione
di quel tipo non è particolarmente indicativa: ciononostante, intorno all’evento si sono
sviluppate da tempo varie dietrologie e molte persone ci hanno fatto riferimento come
a una improbabile “profezia” della pandemia in corso.

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Se ci fosse stato un oscuro disegno dietro quella simulazione, tra l’altro, non avrebbe
avuto molto senso simularla in un evento aperto al pubblico e ampiamente pubbliciz-
zato in precedenza.
Davanti al diffondersi delle interpretazioni sospettose intorno alla simulazione, di
recente  Johns Hopkins Center for Health Security  ha pubblicato un comunicato per
chiarire che durante l’esercitazione non è stata fatta nessuna «previsione» precisa sulla
futura comparsa di un virus. I dati utilizzati riguardavano la modellizzazione di una
possibile pandemia relativa a un generico nuovo coronavirus (e non per il coronavirus
Sars-Cov-2).

Non è vero che per Gates i vaccini servono per sterilizzare la popolazione.
«Ormai da decenni [Bill Gates] si prodiga nello sviluppo di piani di depopolamento
e controllo dittatoriale sulla politica globale. E dice, testuali parole, riprese da una sua
dichiarazione: “Se facciamo un buon lavoro con i nuovi vaccini, la sanità e la salute
riproduttiva, possiamo diminuire la popolazione mondiale del 10-15 per cento”. E con-
tinua, aperte virgolette: “Solo un genocidio può salvare il mondo”».
(Tratto da: Camera dei Deputati)
Anche in questo caso Cunial riporta una notizia circolata molto su WhatsApp nelle
scorse settimane, in cui viene decontestualizzato un discorso di Gates del 2010 per far
passare il messaggio che secondo il magnate i vaccini servano per sterilizzare la popo-
lazione mondiale.
È vero che il primo virgolettato compare in una Ted Talk di Gates del 2010, mentre
del secondo (quello sul «genocidio») non c’è traccia tra le dichiarazioni pubbliche di
Gates (e dunque è con ogni probabilità inventato). In ogni caso le cose non stanno come
lascia intendere la deputata.
Gates non ha mai fatto mistero di considerare la crescita della popolazione mondiale
incompatibile con il miglioramento delle condizioni sanitarie, in particolare nei Paesi
più poveri del mondo. Ma la soluzione non è mai stata quella di una sterilizzazione
forzata, bensì quella di ridurre al minimo il tasso di mortalità infantile. Insomma: far
sopravvivere di più i bambini che nascono già oggi. E questo per un ragionamento che
lo stesso Gates ha spiegato più volte.
«È del tutto controintuitivo» ha raccontato Gates nel 2012 al magazine economico
Forbes, spiegando come dopo molte ricerche abbia compreso che sotto una certa soglia
di mortalità (dieci decessi ogni mille persone), la crescita della popolazione tenda a
stabilizzarsi. Secondo Gates, questo accade perché in alcune parti del mondo, dove la
mortalità infantile è più elevata, i genitori decidono di procreare di più, non per avere
famiglie numerose, ma per far sì che almeno una percentuale dei propri figli sopravvi-
va.
È la teoria comunemente conosciuta come “child survival hypothesis”, molto in voga
negli anni Settanta e oggi molto dibattuta  nella comunità scientifica internazionale.

94
Secondo questa teoria, una mortalità infantile ridotta contribuirebbe ad aumentare le
motivazioni a mettere in atto una pianificazione familiare e conseguentemente a far
calare il tasso di crescita della popolazione.
Al di là della reale efficacia delle proposte, è importante sottolineare come Gates
associa sì la vaccinazione a una decrescita delle stime sulla popolazione mondiale, ma
non per le motivazioni indicate da Cunial.
Nell’ottica della Bill and Melinda Gates Foundation, i vaccini non servono «a steri-
lizzare la popolazione», ma ad abbassare il tasso di mortalità infantile.

No, i vaccini di Gates non hanno sterilizzato «milioni di donne in Africa».


«Grazie ai suoi vaccini è riuscito a sterilizzare milioni di donne in Africa»
Si tratta di un’affermazione falsa e priva di fondamento.
Il riferimento è a una denuncia pubblicata il 7 ottobre 2014 dalla Conferenza dei
vescovi cattolici del Kenya, che sollevava preoccupazioni circa la composizione del
vaccino contro il tetano utilizzato dal governo nazionale.
Secondo i vescovi, il contenuto a base di tetano iniettato nella popolazione keniota
(il target della campagna era la popolazione femminile compresa tra i 14 e i 49 anni)
conterrebbe tracce dell’ormone hCG, «già utilizzato nelle Filippine, in Nicaragua e in
Messico per vaccinare le donne contro gravidanze future».
La campagna di vaccinazione contro il tetano in Kenya era patrocinata da Unicef e
Organizzazione mondiale della sanità (e finanziata nel 2010 dalla Bill & Melissa Gates
Foundation con 10 milioni di dollari). Le accuse di «sterilizzazione forzata» sono state
respinte sia dal governo del Kenya che da Oms e Unicef, che hanno definito le accuse
dei vescovi «misinformazione».
L’informazione secondo cui il vaccino del tetano conterrebbe tracce di hCG è poi fal-
sa e nasce dalla confusione creata da una ricerca indipendente, svolta nel 1994 in India,
per elaborare un «vaccino contro la gravidanza». In questo “vaccino”, infatti, l’ormo-
ne hCG (naturalmente presente nel corpo umano) veniva combinato con una proteina
simile alla tossina del tetano. Ma, come si capisce, non è vero che il vaccino contro il
tetano abbia di per sé l’effetto di “vaccinare contro la gravidanza”.
Questa associazione errata è nata, in particolare, da una campagna dell’associazione
antiabortista Human Life International del 1995 e, già all’epoca, questa ricerca pubbli-
cata dall’Oms aveva chiarito l’errore.

Gates e l’epidemia di poliomelite in India.


«Gates ha provocato un’epidemia di poliomelite che ha paralizzato 500 mila bambini
in India». 
Anche quest’affermazione di Cunial è falsa.
Il riferimento all’epidemia di poliomielite compare in una teoria del complotto so-
stenuta da gruppi contrari alla vaccinazione obbligatoria e da Robert F. Kennedy Jr.,

95
nipote dell’ex presidente John F. Kennedy e tra i principali finanziatori di pubblicità
antivaccinista su Facebook.
Vediamo i fatti: da un lato Gates ha sostenuto una campagna per eradicare lapolio-
mielite in India (obiettivo raggiunto nel marzo 2014, come annunciato dall’Organizza-
zione Mondiale della Sanità) e, dall’altro, secondo l’Oms è vero che sia teoricamente
possibile contrarre la poliomielite paralitica come conseguenza del vaccino, seppure
l’ipotesi sia fortemente improbabile (un caso ogni 2,7 milioni di dosi).
Il dato riguardante la paralisi «di 500 mila bambini in India» collegata al vaccino è
però completamente inventato: i dati dell’Oms riferiscono di appena 7 casi di polio-
mielite derivata da vaccino tra il 2000 e il 2017 in India, a fronte di decine di milioni di
bambini vaccinati ogni anno.

No, il vaccino trivalente non causa più morti delle malattie che previene.
«Con il suo Dtp [vaccino per difterite, tetano e pertosse, ndr] causa più morti della
stessa malattia»
Si tratta anche in questo caso di un’affermazione falsa.
La frase è tratta da un articolo di Robert F. Kennedy Jr. e prende di mira la Gavi Al-
liance, progetto lanciato nel 2010 dalla Bill & Melinda Gates Foundation per ridurre la
mortalità infantile in Africa.
Il vaccino trivalente per difterite, tetano e pertosse è considerato «sicuro ed efficace»
dai Centers for disease control and prevention (Cdc), uno dei più importanti organismi
di sanità pubblica negli Stati Uniti. Come ogni medicinale, però, anche il Dtp presenta
degli effetti collaterali. Secondo una ricerca guidata dal dottor Pedro Moro, ricercatore
dei Cdc, avrebbero provocato un totale di 844 decessi negli Stati Uniti tra il 1991 e il
2016 (su un totale di oltre 50mila casi esaminati).
Secondo i dati pubblicati da Gavi Alliance, tra il 2000 e il 2018, il gruppo finanzia-
to dalla Bill & Melinda Gates Foundation ha vaccinato 760 mila bambini, portando
all’immunizzazione di quasi un miliardo di persone, per un numero stimato di decessi
evitati tra il 2016 e il 2020 che ammonta a oltre 5 milioni.

La Monsanto e gli «Ogm sterilizzanti».


«Con i suoi Ogm sterilizzanti progettati da Monsanto e donati così generosamente
alle popolazioni bisognose»
Altra notizia falsa.
Il riferimento di Cunial è questa volta alla decisione della Bill & Melinda Gates Fou-
dation di acquistare, nel 2010, 500mila azioni di Monsanto, multinazionale statunitense
di biotecnologia agraria, per combattere la scarsità di cibo nei Paesi più poveri del
mondo attraverso l’utilizzo di organismi geneticamente modificati.
Bill Gates è da sempre un grande sostenitore dell’utilizzo di Ogm in agricoltura,
mentre Monsanto è il maggior produttore al mondo di semi geneticamente modificati.

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È vero che la Monsanto in passato abbia condotto ricerche su «semi sterilizzanti» – o
meglio “sterili” – cioè geneticamente modificati per non riprodursi ad ogni raccolto
(questi semi sono conosciuti anche come «semi Terminator») e che ne detenga il bre-
vetto. Tuttavia non li ha mai venduti o donati a popolazioni più o meno bisognose e, già
dal 1999, si è pubblicamente impegnata a non commercializzare questa tecnologia e a
non condurre ulteriori ricerche in proposito.

Tatuaggi quantici e vaccini che riprogrammano il sistema immunitario.


«Il tutto mentre sta già pensando di distribuire il tattoo quantico per il riconoscimento
vaccinale e i vaccini a mRNA come strumenti di riprogrammazione del nostro sistema
immunitario» 
L’ultima affermazione di Cunial su Bill Gates risulta fortemente imprecisa.
Al centro delle accuse, questa volta, finisce la presunta idea di «distribuire tattoo
quantici per il riconoscimento facciale e vaccini a mRNA per riprogrammare il sistema
immunitario».
Il riferimento al “tatuaggio” («tattoo quantico») arriva da una notizia circolata su
WhatsApp negli scorsi giorni, secondo cui la Bill & Melinda Gates Foundation stareb-
be finanziando un «tatuaggio quantico invisibile, ma leggibile da chi dispone dell’ap-
posito lettore elettronico». Si tratta in realtà di una ricerca del Mit, finanziata  dalla
fondazione di Gates, volta alla costruzione di un database per la vaccinazione nelle aree
più povere del mondo.
L’idea è stata tratteggiata il 19 marzo 2020 dallo stesso Gates, che sul suo blog imma-
ginava «certificati digitali per mostrare chi si è ripreso [dalla Covid-19] o è stato testato
di recente o quando abbiamo un vaccino che lo ha ricevuto».
Il progetto del Mit, in ogni caso, non somiglia al «microchip sottocutaneo» imma-
ginato dalle teorie complottiste, ma si presenta come un sistema di microaghi, in gra-
do di fornire informazioni solo circa l’avvenuta vaccinazione (nessun riconoscimento
facciale, dunque, né informazioni di tipo extra sanitario), che risponde al problema
della carenza (o assenza) di documentazione sanitaria cartacea nelle aree più povere
del pianeta.
Quanto ai «vaccini a mRNA», il riferimento è al lavoro della società Moderna Thera-
peutics, finanziata dalla Bill & Melinda Gates Foundation, e al tentativo di produrre un
vaccino sintetizzato direttamente dal corpo umano.
Non si tratta di «riprogrammare il sistema immunitario», ma di «simulare un’infezio-
ne naturale per innescare una risposta immunitaria più potente, potenzialmente in grado
di proteggere dall’infezione del nuovo coronavirus», spiegano i ricercatori. Lo studio
è al momento in fase sperimentale e la reale efficacia del procedimento sarà più chiara
solo nei prossimi mesi.

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Il «deep State in salsa italiana».
Dopo la lunga lista di accuse contro Gates, come abbiamo visto, per lo più frutto di
teorie complottiste, la deputata Cunial si è scagliata contro quello che secondo lei è «il
deep State in salsa italiana», che vorrebbe approfittare dell’occasione creata dall’epide-
mia di Covid-19 per arricchirsi grazie ai vaccini.
L’espressione “deep State” indica il cosiddetto “Stato dentro lo Stato”, un presunto
apparato segreto che con i soldi e il potere manovrerebbe le decisioni prese dal governo
e dalle istituzioni pubbliche, all’oscuro dei cittadini.
Abbiamo analizzato cinque affermazioni di Cunial in proposito e, come nel resto del
suo discorso, alcuni elementi fattuali vengono mescolati con accuse infondate, esage-
razioni e teorie del complotto.

Chi sta cercando un vaccino per il Covid-19 “indottrina” i medici?


«In questa tavola imbandita c’è tutto il deep State in salsa italiana: c’è la Sanofi, che
insieme alla già collusa Glaxo sigla accordi con le società di medicina per l’indottri-
namento dei medici del futuro, facendosi beffe della loro autonomia di giudizio e del
loro giuramento»
La  Sanofi è un’azienda farmaceutica multinazionale, con sede in Francia. Insieme
con la GlaxoSmithKline (Gsk) – altra azienda farmaceutica multinazionale, con sede
nel Regno Unito – ha creato una task force congiunta, si legge in un comunicato stam-
pa della Sanofi, allo scopo di «mobilitare risorse da entrambe le società per cercare
ogni opportunità per accelerare lo sviluppo del vaccino candidato» per debellare la
Covid-19.
Sia Sanofi che Gsk sono attive nella formazione dei medici, considerato che questi
usano spesso medicinali creati dalle aziende in questione, e non è certo un segreto.
Spesso, come ad esempio nel caso della formazione dei medici di famiglia da parte
di Sanofi, sono poi coinvolte le associazioni di categoria, come Fimmg (Federazione
medici medicina generale) e Simg (Società italiana medicina generale).
Non è chiaro in che modo partecipare a dei percorsi formativi si traduca nella perdita
di autonomia per i medici e in una «beffa» del giuramento di Ippocrate.

Il monitoraggio del Veneto, l’app Immuni e l’Id2020.


«Ci sono le multinazionali high tech come la romana Engineering, amica tra l’altro
del nobile Mantoan, o la Bending Spoons della Pisano, per il controllo e la gestione dei
nostri dati sanitari ed il rispetto dell’Agenda europea Id2020 di identificazione elettro-
nica, che ricorre proprio alla vaccinazione di massa per ottenere una piattaforma di
identità digitale» 
La società Engineering ha sede a Roma ed è una grande società italiana nel settore
dell’IT (Information Technology). Per contrastare la diffusione del Covid-19, ha svi-
luppato una piattaforma informatica che è stata usata dalla Regione Veneto. Questa

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piattaforma, aggregando e analizzando i dati che la pubblica amministrazione ha già
a propria disposizione, consente di monitorare l’evoluzione dell’epidemia e formulare
predizioni sulle possibili evoluzioni. La Bending Spoon è invece la società con sede a
Milano a cui il governo ha affidato l’incarico di creare una app (Immuni), destinata al
tracciamento dei contatti nella fase 2 e attesa per fine maggio.
Id2020, che non è chiaro in che modo si colleghi con le due società appena citate, è invece
un’organizzazione non governativa (e non un’«Agenda europea») che lavora in collaborazio-
ne con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) per fornire un’identità
digitale a oltre un miliardo di persone che ne sono sprovviste (per esempio, i rifugiati).
Nelle ultime settimane questa Ong è finita al centro di alcune teorie del complotto
sulla Covid-19, ma già a ottobre 2019 lo speaker radiofonico Alex Jones aveva scrit-
to su Infowars, sito statunitense noto per diffondere disinformazione, che Id2020 sta-
rebbe usando le vaccinazioni come scusa per impiantare chip sottocutanei nei senza
tetto in Texas, negli Stati Uniti, una notizia non corrispondente al vero.
Come spiega l’agenzia stampa The New Humanitarian (che si occupa per lo più di
storie legate ai diritti umani), da marzo 2020 in poi le ricerche di “Id2020” su Google
sono aumentate moltissimo, perché accostato sempre di più all’emergenza coronavirus.
E anche qui ricompare Bill Gates.
In una sessione di domande e risposte su Reddit, il 18 marzo il fondatore di Micro-
soft avrebbe parlato della possibilità di introdurre dei certificati digitali per facilitare
la diffusione dei vaccini nel mondo, notizia circolata in ambito complottista con la tesi
secondo cui Gates vorrebbe impiantare chip sottocutanei nelle persone vaccinate.
Questa tesi è stata collegata poi con l’operato di Id2020, il cui amministratore de-
legato Dakota Gruener, intervistata da The New Humanitarian il 15 aprile scorso, ha
smentito categoricamente ogni accusa a riguardo.

I soldi di Renzi al Global Fund di Gates.


«Renzi che, ricordo, nel 2016 tra l’altro ha dato un più 30 per cento al Global Fund
proprio di Gates» 
Il Global Fund to fight Aids, tuberculosis and malaria (in italiano, “Fondo globale per
la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria”) è un’organizzazione non governativa, nata
nel 2002, che ogni anno raccoglie e investe circa 4 miliardi di dollari per supportare
interventi in circa 100 Paesi del mondo contro le tre malattie indicate nel suo nome.
Secondo il Global Fund, dal 2002 al 2018 l’organizzazione ha salvato la vita di circa
32 milioni di persone in tutto il mondo.
Come spiega il sito ufficiale del Global Fund, il 93 per cento delle risorse economiche
del fondo proviene dalle donazioni di governi, mentre il restante 7 per cento dal settore
privato e da fondazioni.
La Bill & Melinda Gates Foundation è uno dei partner più importanti del fondo, a cui
ha contribuito con oltre 2,2 miliardi di dollari dalla sua fondazione.

99
A pagina 14 del rapporto sui contributi finanziari dei vari Paesi, si legge che tra il
2014 e il 2016 l’Italia si era impegnata a dare al Global Fund 100 milioni di euro, cifra
salita a 140 milioni di euro tra il 2017 e il 2019: un aumento del 40 per cento.
A giugno 2016, quando Renzi era presidente del Consiglio, lo stesso Bill Gates aveva
ringraziato l’attuale leader di Italia Viva, durante un’intervento all’Istituto superiore di
sanità (Iss) a Roma. «Siamo grati che abbia aumentato il suo contributo per i prossimi
tre anni», aveva detto in quell’occasione Gates. «L’Italia ha capito l’importanza dell’in-
vestimento».
In questo caso Cunial riporta dunque un’informazione corretta.

I soldi italiani per la ricerca contro il coronavirus.


«Il contributo italiano all’alleanza internazionale contro il coronavirus sarà di 140
milioni di euro, di cui 120 a Gavi Alliance, proprio la no profit creata dalla Fondazione
Gates. E sono solo una parte dei 7,4 miliardi di euro recuperati dalla Commissione eu-
ropea per trovare i vaccini contro il coronavirus» 
Il 4 maggio l’Unione europea ha lanciato il progetto Coronavirus Global Response,
che fino a fine maggio ha l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca collaborativa
nella lotta contro il coronavirus. Non solo però per i vaccini, ma anche per la preven-
zione, la diagnostica e le cure.
Al momento, tra Paesi e organizzazioni private, sono stati raccolti circa 7,4 miliardi
di euro, cifra correttamente riportata da Cunial.
I destinatari dei soldi raccolti sono sette, tra organizzazioni e fondazioni internazio-
nali, e tra queste c’è la Gavi Alliance, una partnership per facilitare la diffusione di
vaccini nel mondo, che al suo interno ha diverse realtà, come la Bill & Melinda Gates
Foundation (tra i fondatori della Gavi), l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Uni-
cef e la Banca mondiale.
Il 4 maggio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato che l’Italia
avrebbe contribuito alla raccolta fondi del Coronavirus Global Response con 140 mi-
lioni di euro, di cui 120 milioni destinati nell’arco dei prossimi cinque anni proprio
alla Gavi Alliance.
Queste cifre sono riportate dunque correttamente da Cunial.

100
CONCLUSIONI
La verità, l’aspra verità. (Stendhal, Il rosso e il nero)

I dati, gli aspri dati, sono l’unica cosa che conta, si potrebbe dire parafrasando una
celebre citazione de Il rosso e il nero di Stendhal a proposito della verità. In un’epoca
come quella attuale, dove i mezzi di comunicazione ci sommergono di informazioni,
non è affatto facile orientarsi per discernere ciò che è vero da ciò che è falso, nel senso
di riportato in modo non veritiero o parziale, o perfino finto, nel senso di fabbricato. Per
la generazione attuale, che lo ha visto nascere, internet è stato, ed è, una meravigliosa
occasione di accrescimento culturale. Nella libertà della rete sta la sua forza, ma an-
che la sua debolezza. Accanto a libri e articoli scritti dai più autorevoli esperti di ogni
possibile ambito dello scibile umano, vi sono testi raffazzonati, manipolati o inventati.
Il ricorso alle fonti originali e agli aspri dati è quindi l’unica prova certa che posse-
diamo per sapere se quello che abbiamo trovato su internet sia vero o no. Tuttavia, non
tutti hanno gli strumenti e il tempo per un simile lavoro filologico.
Se la teoria dl complotto dovesse essere positiva, chi sa che peso ha l’innocente mor-
te di miliardi di persona, la cui unica colpa è quella di avere un organismo debole alle
cure, o semplicemente l’aver avuto la sfortuna di essere nel posto sbagliato al momento
sbagliato.
Vittime di un sistema che è finalizzato alla produzione, frutto del capitalismo, vittime
di segreti, gli stessi che in capo ai fautori della verità, si rendono protagonisti delle
teorie del complotto.
Hanno fatto credere che la verità sia una variante, con tanti coefficienti. Sulle spalle
della paura, hanno fatto dimenticare un unico dettaglio, che la verità non ha varianti,
bensì è l’unica costante.
Hanno creato dissidi, ci hanno fatto schierare da una parte piuttosto che da un’altra
e viceversa.
Ci hanno fatto trattenere il fiato, il respiro, tante di quelle volte, che alcuni hanno
finito per perderlo.
Hanno creato dibattiti politici, loro, i quali, paradossalmente nessuno si spiega, per-
ché miracolosamente sono rimasti immuni in piena pandemia e privi di vaccinazioni.
Nessuno si spiega perché ancora oggi i contagi, calino prima del sopraggiungere
della bella stagione, creando congetture sulle temperature corporee e sulle vicinanze
ai litorali.
Siamo stati incollati per mesi, a monitorare i contagi, mentre aumentavano e le per-
sone perdevano la vita.
Ci hanno fatto sperare e credere che rimanere distanti ci avrebbe reso più uniti.
Siamo stati cavie delle loro misure sperimentali, delle loro privazioni, delle loro limi-
tazioni, delle loro vaccinazioni, ed infine soprattutto dei loro guadagni.

101
Ci hanno sacrificati.
Il sacrificio è tutto ciò che contraddistingue la vita: la vita è sacrificio; la vita è altresì
un rito, cioè qualcosa che si ripete, ciclicamente: l’anno rappresenta quindi la misura
del ciclo vitale di riferimento.
Ma, l’atto” (aristotelico) del “comprendere”, oltre che in un possesso, si “sostanzia”
simultaneamente anche in una sorta di “misurazione” della cosa, così che com-prende-
re è assunto almeno da un dato inizio, che non è questo della nostra storia, con il signi-
ficato di “dare una misura alle cose da apprendere”, una stessa misura che non sarebbe
stata altra che la misura del “tempo”.

“Non so di cosa morirò, ma ho più paura di una politica senza coraggio”

102
INDICE

PREFAZIONE pag. 4

CAPITOLO PRIMO
Le Carte segrete della Politica Mondiale «7
L’Italia «9

CAPITOLO SECONDO
Infodemia « 12
Il problema della infodemia « 13
Le dicerie legate al Covid « 14

CAPITOLO TERZO
Teoria del complotto economico « 16
Il Complotto Pfizer – Bill Gates - Trumpismo Vs Biden « 16
Pandemic status « 17
Cosa sono i Pandemic Bond? « 18
Come funzionano i Pandemic Bond « 18

CAPITOLO QUARTO
Teoria del complotto medico-scientifico « 20
Il dilemma delle mascherine « 20
è davvero necessario l’uso delle mascherine? « 21
Le mascherine possono causare ipercapnia? « 21
E un cancro? « 22
Provocano la candida polmonare? « 23
Proteggere me o gli altri? La gran confusione. « 23
Obbligatorietà e libertà « 24
Il mistero delle fibre che si muovono nelle mascherine « 24
Il caso U-MASK tra complotto e verità « 25
Quello che sappiamo del caso U-MASK « 25
La posizione di U-MASK « 26
Il contesto esterno « 27
La cura scoperta e nascosta del plasma « 27
Come funziona il plasma « 29
Ed il plasma iperimmune « 30
Differenza tra Vaccino e Plasma Iperimmune « 31
Quali vantaggi presenta la Plasmaterapia? « 31
Il complotto perfetto « 31
I casi studio nel mondo « 36
La sperimentazione tra Cina, Europa e Stati Uniti « 40
Plasma convalescente e COVID-19, cosa si sa finora « 43
In conclusione « 46
Complottismo o sfiducia nella Scienza? « 46
Brevetti e multinazionali « 47
Vaccino AstraZeneca, complotto o semplice ritardo « 49
Vaccini, ecco cosa c’è dietro i numeri dei produttori « 50
Vaccino AstraZeneca diventa “Vaxzevria” « 51
I vaccini e la grande partita geopolitica « 52
Multilateralismo a pezzi « 52
35 concorrenti nella corsa al vaccino « 53
Vaccini: un mercato trasparente salverebbe più vite. Soprattutto nei Paesi poveri « 53
La guerra sul costo del prodotto « 54
La mossa del Cile per derogare ai brevetti « 54
Perché l’Europa punta tutto su Pfizer? « 55
Chi guadagna dalla spinta su Pfizer « 55
Perche è stato sospeso AstraZeneca? « 56
Perché sono state sospese le cure domiciliari? « 58
Caos cure domiciliari - Le fonti della colpa medica penale « 60
La vicenda « 61

CAPITOLO QUINTO
Complotto sociopolitico « 64
Maschere e volti « 64
Il ruolo dei poteri forti - la teoria del Grande Reset « 65
Come nasce la teoria del Grande Reset « 66
Un “Reset” per ricostruire il mondo dopo la pandemia « 67
Il complotto che non è più complotto « 67
Contagio accidentale? « 68
Ma è verosimile la fuoriuscita accidentale da un laboratorio? « 69
Il complotto dei virologi « 70
Anatomia del complotto « 71
La Cina indebolita « 72
Il concomitante scenario saudita « 74
Attacco biologico « 75
Un duello segreto « 79
Il “fronte” europeo « 80
Profezie letterarie « 82
Scenari possibili « 84
La guerra dei virologi « 86
I virologi e la voglia di fare politica « 88
La politica italiana contro il complotto « 92
Gli attacchi contro Bill Gates « 93
Quanti soldi dà Bill Gates all’Oms « 93
Gates il “profeta”? Le teorie del complotto intorno all’Event 201 « 93
Non è vero che per Gates i vaccini servono per sterilizzare la popolazione « 94
No, i vaccini di Gates non hanno sterilizzato «milioni di donne in Africa» « 95
Gates e l’epidemia di poliomelite in India « 95
No, il vaccino trivalente non causa più morti delle malattie che previene « 96
La Monsanto e gli «Ogm sterilizzanti» « 96
Tatuaggi quantici e vaccini che riprogrammano il sistema immunitario « 97
Il «deep State in salsa italiana» « 98
Chi sta cercando un vaccino per il Covid-19 “indottrina” i medici? « 98
Il monitoraggio del Veneto, l’app Immuni e l’Id2020 « 98
I soldi di Renzi al Global Fund di Gates « 99
I soldi italiani per la ricerca contro il coronavirus « 100

CONCLUSIONI « 101

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