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22/12/21 16:28 Il campo di battaglia delle piattaforme – Into the Black Box

INTO THE BLACK BOX


A Collective Research on Logistics, Spaces, Labour


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Il campo di battaglia delle piattaforme


20/12/2021 by Into the Black Box

Pubblichiamo la traduzione del saggio di Into the Black Box Platforms


as Battlefield: Digital Infrastrucutres in Capitalism 4.0.

Il saggio è stato pubblicato sul numero 120(4) di South Atlantic


Quarterly curato sempre dal gruppo di ricerca. Qua è possibile
consultare l’indice.

Le piattaforme sono un fenomeno globale che si è sviluppato


rapidamente in soli dieci anni (Helmond 2005; Gurumurthy, Bharthur,
Chami 2019). Subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria del
2007/2008, infatti, il capitalismo delle piattaforme (Srnicek, 2016) ha
progressivamente colonizzato le forme del lavoro e del consumo
parallelamente ad un altro processo di innovazione tecnologica
applicato alla produzione, la cosiddetta Industria 4.0 (Schwab 2016) con
la quale condivide l’uso massivo di tecnologie digitali, una razionalità
logistica, l’adozione di «logged labor» (Huws 2016). Si tratta di processi
che non stanno trasformando solamente l‘economia, ma anche le
forme di vita, le relazioni sociali, gli spazi della politica. Allo stesso
tempo, crediamo si debba mettere in questione la retorica del carattere
dirompente delle piattaforme laddove le stesse non nascono in un
vuoto spazio-temporale ma si pongono piuttosto come punto di
convergenza fra una serie di tendenze globali di lunga durata.

A livello planetario, infatti, stiamo assistendo alla ristrutturazione di


molti processi produttivi a partire dall’adozione di innovazioni
tecnologiche: la spinta alla digitalizzazione ha trovato un decisivo
slancio con lo scoppio della pandemia, basti pensare alla rapida
diffusione dello smart working in sostituzione del lavoro da ufficio o dei
servizi tramite piattaforma al posto dei negozi di vicinato. Le tecnologie

digitali acquisiscono un rinnovato valore irenico rispetto alla possibilità
di ricostruire una nuova normalità (McKinsey, 2020). Al lavoro di
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piattaforma – ovvero svolto su o tramite software installati su


smartphone o computer – va affiancata sempre più una
piattaformizzazione del lavoro, ovvero l’adozione di caratteristiche del
lavoro di piattaforma da parte di altre attività produttive (si pensi alla
retorica dell’auto-imprenditorialità, oramai presente in tutti i tipi di
professione). Detto altrimenti, il capitalismo di piattaforma sta
acquisendo sempre più un ruolo egemone all’interno dei processi di
valorizzazione, tanto che potremmo dire di vivere oramai nell’era delle
piattaforme. Lo sviluppo e l’imposizione sempre maggiore di questo
paradigma travalica i confini delle attività produttive tout court e
invade i tempi e le forme di vita, soprattutto all’interno degli spazi
urbani che sono i luoghi all’interno dei quali la presenza e gli effetti
delle piattaforme digitali si fanno più evidenti.  

La sovrapposizione fra dinamiche produttive e dinamiche riproduttive


non è però di certo qualcosa di nuovo e non bisogna cadere nella
tentazione di conferire alle piattaforme un carattere totalmente
innovativo – rimandiamo, ad esempio, ai lavori di Mezzadra e Neilson
(2013, 2015) per quanto riguarda i confini sfumati fra tempi di vita e di
lavoro, estrattivismo e mercificazione. Le infrastrutture digitali come le
piattaforme si inseriscono all’interno di una più generale tendenza
verso la messa a valore della riproduzione sociale (Huws 2003, 2014,
2017; Armano, Murgia, Teli 2017) e, allo stesso tempo, ne estendono
largamente il raggio d’azione. Anche in questo, il contesto pandemico
sta contribuendo nel favorire una nuova ondata di mercificazione della
riproduzione sociale tramite l’uso di tecnologie digitali: molti servizi di
cura – precedentemente strutturati perlopiù secondo una divisione
sessuale del lavoro – sono sempre più inglobati all’interno delle
piattaforme e delle loro modalità di ristrutturare i processi produttivi.
Allo stesso tempo, le piattaforme assorbono alcune caratteristiche del
lavoro di cura – ad esempio, l’informalità del rapporto lavorativo – e ne
estendono la portata ad altri segmenti di forza-lavoro.

Inoltre, digitalizzazione dei processi produttivi non vuol dire


smaterializzazione del lavoro. Piuttosto, il capitalismo delle piattaforme
opera una generale de-territorializzazione o ri-territorializziamone dei
processi produttivi: alcune funzioni si spostano Privacy
all’interno
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digitali (non solo quelle legate al controllo della forza-lavoro, ma anche


molte attività di management), mentre altre si ricollocano all’interno di
spazi fisici più o meno definiti (dai data center alle click farm. È però
negli spazi urbani che gli effetti delle piattaforme – dall’espansione di
servizi digitali alle formazioni di contingenti di forza-lavoro, passando
per i confini mobili fra produzione, circolazione e consumo – si fanno
particolarmente tangibili ed evidenti. Senza rinunciare al principio di
non scalarità proprio di un capitalismo variegato dal punto di vista
degli spazi geografici e senza concepire la città in termini
eccessivamente definiti (Castells 1999; Brenner 2013; Brenner and
Schmid 2014, 2015; Merrifield 2013), consideriamo gli spazi urbani delle
arene all’interno delle quali le piattaforme agiscono come
infrastrutture (Van Dijck, Poell, de Waal 2018) che non si limitano a
favorire l’incontro fra domanda e offerta o la trasmissione di dati, ma
producono effetti concreti in termini di abitudini, bisogni e conflitti.
 Detto altrimenti, la «convergenza contemporanea fra piattaforme e
infrastrutture» (Plantin et al. 2018: 301) va analizzata anche e
soprattutto nei termini degli effetti soggettivi che producono, non solo
come dispositivi di assoggettamento ma anche come posta in palio
all’interno di pratiche di soggettivazione. La pretesa neutralità dei
processi di innovazione tecnologica deve lasciare il passo a un’analisi
dei rapporti sociali che si determina dentro e contro le piattaforme.

Con l’intento di contribuire a un più generale processo di sviluppo di


una critica delle piattaforme – che mette insieme lotte operaie, contro-
condotte sociali, con-ricerca, nuove istituzionalità – ci concentreremo
su tre nodi: le piattaforme come infrastrutture, le piattaforme come
campo di battaglia e una politica delle contro-piattaforme.  

Piattaforme come infrastrutture

Nella sua Actor-Network Theory, Bruno Latour ha proposto una teoria


del rapporto fra tecnologie e oggetti per comprendere pienamente il
comportamento sociale dell’essere umano. Secondo Latour, le cose e,
più in generale, gli elementi non-umani, sono una parte irriducibile 
delle persone e della società, le «missinig masses» che la attraversano e
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determinano: «The paradox of technology is that it is thought to be at


one of the extremes, whereas it is the ability of the engineer to travel
easily along the whole gradient and substitute one type of delegation
for another that is inherent to the job» (Latour, 2008, p. 166). Declinate
in questi termini, le tecnologie possono dunque essere lette nel loro
carattere sociale che del resto è anche sempre e inevitabilmente un
carattere politico. Le piattaforme, ci sembra, rappresentano in maniera
lampante questa prospettiva. Ben lontane dall’essere “semplici”
aziende private o marketplace, esse assumono piuttosto la forma di
vere e proprie “infrastrutture digitali non neutrali” che determinano
relazioni sociali, politiche ed economiche.

Il cuore della global society contemporanea, il suo centro connettivo, è


indiscutibilmente digitale. Piattaforme come Google, Facebook,
Amazon, Microsoft e Apple (GAFAM), ma anche Alibaba, Tencent o
ByteDance, sono le strutture su cui si articola il web. Una galassia
altamente eterogenea che deve essere oggi analizzata a partire da una
prospettiva in grado di de-occidentalizzare lo sguardo per cogliere la
sua emersione simultanea a più latitudini (Davis and Xiao, 2021). Grazie
ad esse, una moltitudine di quelle che Van Dijck, Poell e de Waal (2018)
chiamano «predatory platforms» operano e prosperano occupando
spazi digitali e sociali e di mercato. Nato coi tratti spesso utopistici di
luogo libero e finanche anarchico, lo spazio di Internet sta diventando
dunque sempre più normato e infrastrutturato, utile al capitale per
espandere quelle che Mezzadra e Neilson chiamono «the frontiers of its
valorization» (2019, p. 65). Si tratta di uno spazio, quello digitale, in grado
di ibridarsi e permeare altre spazialità. In questo senso, le piattaforme
operano alla ricerca e alla creazione di nuovi spazi e nella direzione di
estrarre valore dal campo delle relazioni sociali che colonizzano e
trasformano. Nello spazio digitalizzato – fatto analogicamente da codici,
cavi oceanici, server, hard disk ecc. – le piattaforme stanno diventando
egemoniche e questa egemonia si riflette anche nella loro capacità di
determinare le trasformazioni degli spazi fisici. Inoltre, stanno sempre
più esplicitamente assumendo carattere politico: come tutte le
infrastrutture, anche le piattaforme “have politics”. 

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Gli studi sulla politicità delle infrastrutture sono qualcosa di ormai


acquisito. Un testo importante in questo senso è certamente quello di
Langdon Winner, pubblicato nel 1980 sulla rivista Daedalus (MIT press)
e intitolato Do Artifacts have politics?. Alla domanda di ricerca
presente nel titolo, la risposta di Winner era evidentemente sì, e per
sostenerla portava l’esempio particolarmente significativo di Robert
Moses, urbanista e designer della moderna New York. Nella sua
pianificazione della Grande Mela, Moses progettò i sottopassaggi che
conducevano alle spiagge di Long Island talmente bassi che gli
autobus non potevano attraversarli. I mezzi di trasporto pubblico,
utilizzati soprattutto dalla working-class e dalle classi meno abbienti,
non potevano così accedere alle residenziali zone di Long Island, il cui
accesso era sostanzialmente riservato a chi possedeva un’automobile.
Altro esempio piuttosto noto di uso politico delle infrastrutture è quello
del Barone von Haussmann il quale, su incarico di Napoleone III,
realizzò un rinnovamento drastico di Parigi tra gli anni Cinquanta e
Sessanta dell’Ottocento. Strade enormi e boulevard vennero calate
sull’antico centro medievale. Nuove vie di comunicazione raddrizzarono
letteralmente i contorti vicoli cittadini che avevano dato riparo alle
rivolte del 1848: la pianificazione di Haussmann aveva il dichiarato
intento di modificare il terreno urbano manifestatosi come incubatore
di insorgenze cittadine e favorendo vie d’accesso più adatte alla
mobilità delle merci nonché degli eserciti statali.

Se i due modelli appena citati hanno carattere prettamente storico


legato alla pianificazione urbana delle metropoli, non mancano certo i
casi contemporanei che hanno mostrato come i progetti
infrastrutturali contengano una visione politica, che spesso genera
conflitti: dall’opposizione indigena alla Dakota Access Pipeline negli
USA e alla Canadian Coastal GasLink Pipeline, fino ad arrivare alle lotte
contro progetti di treni ad alta velocità o gasdotti (No Tav e No Tap) in
Italia, passando per le molteplici frizioni che accompagnano la
definizione della Nuova via della Seta cinese o alla molteplicità di piani
di infrastrutturazione dell’America Latina inseriti nel mastodontico
progetto IIRSA. L’antropologo Brian Larkin è illuminante in questo 
senso: «As several scholars have pointed out, liberalism is a form of
government that disavows itself, seeking to organize
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territories through technological domains that seem far removed from


formal political institutions […]. Even the free flow of goods that
constitutes a laissez-faire economy rests on an infrastructural base that
organizes both market and society […]. Infrastructures are interesting
because they reveal forms of political rationality that underlie
technological projects and which give rise to an “apparatus of
governmentality”» (Larkin, 2008, p. 329).

Leggere attraverso questa prospettiva genealogica le piattaforme


come infrastrutture ci sembra un’utile chiave interpretativa sia per
indagare il platform urbanism (Barns, 2020) che, più in generale, per
inquadrare il loro ruolo all’interno dell’emergente “capitalismo 4.0,”
ovvero quella tipologia di capitalismo emersa dopo la crisi del 2007/8 .
Ci sembra infatti che la sua cifra specifica stia nella costruzione di un
nuovo ambiente urbano-industriale in cui si assemblano differenti
forme di sfruttamento e accumulazione. Le piattaforme in effetti
definiscono cicli di “accumulazione originaria” nel loro catturare il
valore della cooperazione nelle metropoli, ma al contempo esprimono
forme di sussunzione “formale” nel coordinare in modo esogeno una
forza-lavoro “artigianale” che usa proprio mezzi di produzione, e
producono una sussunzione “reale” nell’organizzazione algoritmica del
lavoro. Le infrastrutture del nuovo ambiente 4.0 in costruzione vedono
nelle piattaforme digitali l’elemento simbolico e più “tangibile”, ma
vanno comprese all’interno del più ampio processo di cambiamento
che va dalla robotica più evoluta ai big data, dal cloud all’Internet of
Things, dalla realtà virtuale all’Intelligenza Artificiale, e convergono nel
ridefinire i modi in cui si riproducono i cicli sistemici. Lo scenario di
un’ecologia che integra umano e macchine nell’orizzonte digitale e bio-
chimico ridefinisce le logiche organizzative del lavoro e del sociale,
inserendo elementi inediti all’interno di processi di lungo corso.

Proponiamo, pertanto, di collocare il passaggio attuale in termini


materialistici come l’emersione di una nuova dimensione di divisione
del lavoro nella storia del capitalismo. Il tutto provando a evitare il
rischio teleologico degli stadi di sviluppo, ma cercando di cogliere 
come nel mescolarsi di differenti paradigmi sia possibile individuare
elementi di trasformazione. In questo senso l’evoluzione tecnologica,
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che è generalmente il filtro privilegiato per guardare al passaggio in


atto, è solo un punto di osservazione, e se vogliamo anche secondario,
rispetto al più generale processo di astrazione del lavoro e della sua
divisione (e dei suoi antagonismi) entro una macchina sociale sempre
più complessa. Oppure, seguendo un’altra prospettiva, potremmo dire
che il salto tecnologico (leggasi “macchine e capitale fisso”) è vieppiù
assorbito nel capitale variabile (la forza lavoro), generando tendenze
ambivalenti che andremo ad analizzare. O meglio: certe funzioni
macchiniche sono assorbite dai soggetti così come certe attività
umane sono macchinizzate. Ancora da una prospettiva ulteriore: siamo
di fronte al cantiere di una metropoli planetaria definita da livelli
crescenti di astrazione e integrazione macchinica, finanziaria, logistica
e digitale.

Le piattaforme come campo di battaglia

Approfondiamo gli elementi soggettivi – i rapporti sociali – all’interno


dei quali si dà questa riorganizzazione – composizione tecnica – del
capitale. Riprendendo un’indicazione metodologica di stampo
operaista crediamo che la comprensione di un fenomeno sociale passi
anche e soprattutto a) dalle fratture che questo determina b) dal
posizionamento dei soggetti che si definiscono all’interno di questa
frattura. Detto altrimenti, la crescita delle piattaforme come
infrastrutture e il loro potenziale di generalizzabilità a livello globale
non è sicuramente un processo neutrale e pacificato ma passa per il
confronto e quindi lo scontro con diverse soggettività, siano esse
immediatamente collocabili nel raggio d’azione delle piattaforme o
indirettamente colpite dalla loro espansione. Proviamo a spiegare
questo passaggio da un’ulteriore angolatura. Presentando le
piattaforme come infrastrutture ne abbiamo voluto mettere in risalto il
carattere eco-sistemico ovvero il fatto che producano degli ambienti
sociali all’interno dei quali si definiscono diverse soggettività e forme di
potere. Queste soggettività però non sono solo create dalle piattaforme
ma possono porsi in maniera attiva – e dunque critica – nei loro
confronti. Inoltre, il carattere infrastrutturale delle piattaforme non 
deve indurci nel considerarle come degli oggetti astratti, ovvero prive di
spazialità e temporalità. Le piattaforme si sviluppano
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processo di scambio reciproco con altre temporalità sedimentatesi


all’interno di specifiche geografie. L’estrema resilienza delle
piattaforme è forse una delle caratteristiche principali di questo
modello di impresa che però ci pone allo stesso tempo la questione di
come queste spazialità e temporalità interagiscono con esse.  

Qui ci concentreremo sui processi di soggettivazione nei confronti


delle piattaforme, provando a schematizzare uno spettro di potenziali
relazioni conflittuali che vanno dal rifiuto totale al riconoscimento del
loro ruolo. Lungo questo spettro si possono collocare diversi
posizionamenti intermedi. Ognuno di questi posizionamenti può
essere incarnato da soggetti diversi ognuno dei quali declina le proprie
pratiche e i propri obiettivi a partire delle rispettive specificità (sociali,
geografiche, etc.) e focalizzandosi su un aspetto particolare delle
piattaforme. In via preliminare potremmo individuare quattro
posizionamenti principali lungo lo spettro: rifiuto netto, rifiuto
moderato, consenso moderato, consenso netto. Al centro dello spettro
possiamo collocare il cooperativismo di piattaforma e i conflitti sul
lavoro: entrambi condividono lo stesso perimetro all’interno del quale si
sviluppano, ovvero il processo lavorativo su piattaforma. Ai due estremi
invece troviamo il neo-luddismo di quei soggetti che invece rifiutano le
piattaforme in maniera tout court e il socialismo 4.0 di quanti
propongono di collettivizzare quelle infrastrutture digitali divenute
oramai “essenziali”. In entrambi i casi questi conflitti si sviluppano al di
fuori della piattaforma e ne mettono in questione il tipo di esistenza.
Analizziamo nel dettaglio questi posizionamenti.

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Partendo da quanti sono coinvolti direttamente nel processo lavorativo


su piattaforma, possiamo notare come negli anni – da Nord a Sud del
globo, dalla Gran Bretagna all’Ecuador passando per Hong Kong – ci sia
stato un rinnovamento dell’azione sindacale che ha accompagnato lo
sviluppo delle piattaforme e la produzione di specifiche soggettività del
lavoro digitale come i rider o i driver. Il primo punto che ci preme
evidenziare è che questi conflitti hanno incrinato la retorica
dell’imprenditore di sé stesso che solitamente viene utilizzata dalle
piattaforme per nominare il lavoro. Secondo questa prospettiva le
piattaforme stesse non sono che dei marketplace all’interno dei quali si
collocano delle microimprese a carattere prevalentemente individuale.
Saremmo, dunque, davanti alla fine del lavoro subordinato e delle
forme di sfruttamento che a questo sono state storicamente ascritte;
adesso il capitale umano sarebbe libero di valorizzarsi autonomamente
e creativamente senza più vincoli disciplinari. Eppure, il lavoro vivo
catturato dalle piattaforme non sempre si adegua a questo tipo di
prospettiva ma sperimenta forme collettive di organizzazione e di
vertenzialità (Hidalgo Cordero and Salzar Daza, 2020). I conflitti sul

lavoro mettono a nudo innanzitutto la verticalità della relazione fra
lavoro vivo e piattaforme: mentre queste ultime si presentano appunto
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come spazi di condivisione che operano un ruolo perlopiù di


coordinamento e moderazione, i conflitti dei lavoratori di piattaforma
puntano prima di tutto a evidenziare il ruolo di potere che queste
esercitano e l’asimmetria che si produce in termini di controllo e
conoscenza del processo produttivo. Questo tipo di conflittualità – che
punta al conseguimento di diritti del lavoro e alla redistribuzione dei
profitti – smaschera come la retorica dell’auto-imprenditorialità agisca
prevalentemente nei termini di una de-strutturazione del lavoro. Allo
stesso tempo il sindacalismo di piattaforma sembra contendere alle
piattaforme quello che è l’epicentro del loro potere, ovvero la gestione
algoritmica dei flussi. I blocchi e gli scioperi sono leggibili come forme
di lotte sulla circolazione che puntano al sabotaggio della catena
logistica di informazioni, merci e persone.

Restando sempre all’interno del processo produttivo delle piattaforme,


possiamo evidenziare come il movimento cooperativo abbia trovato
nuovo slancio proprio all’interno delle forme di impresa digitale. La
tradizione cooperativa moderna è nata nell’Ottocento attorno al
sistema di fabbrica e al tentativo di democratizzarne la gestione,
mettendo nelle mani della forza-lavoro la possibilità di organizzare
tanto il processo produttivo quanto la circolazione delle merci e la
distribuzione dei profitti. Oggi questa tradizione si rinnova nel tentativo
di democratizzare la gestione delle piattaforme attraverso forme
collettive e democratiche di impresa così come tramite la gestione
aperta e condivisa dei mezzi di produzione, ovvero algoritmi e dati. Il
cooperativismo di piattaforma (Scholz, 2016) individua quindi in questo
nuovo tipo di infrastrutture un problema quanto una opportunità. Le
forme di organizzazione del processo produttivo sono criticate per la
loro estrema centralizzazione e opacità, come fanno anche i movimenti
sindacali. Allo stesso tempo vengono riconosciute alle tecnologie
digitali delle potenzialità in termini di democratizzazione dei processi
decisionali e di capacità produttiva. Riassumendo, il problema è quello
di cambiare di mano il possesso dell’azienda, dal capitalista alla forza-
lavoro. Detto altrimenti, il cooperativismo di piattaforma tenta di
recuperare a favore dei lavoratori di piattaforma quella cooperazione 
sociale che invece la piattaforma assorbe e sottrae.
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Al di là dei soggetti posizionati all’interno del processo produttivo


(usando una definizione “stretta” di lavoro digitale) possiamo
individuare altre due tipologie di conflitto nei confronti delle
piattaforme. Potremmo etichettare come forme di neo-luddismo
(Jones, 2006) tutte quelle proteste che individuano nelle piattaforme
un soggetto invasivo – di un certo settore lavorativo, di uno spazio
urbano – da espellere. Dai comitati cittadini anti gentrificazione contro
Airbnb (Pinkster and Boterman, 2017; Del Romero Reanu, 2018;
Wachsmuth and Weisler, 2018) alle corporazioni dei tassisti contro Uber
(Adebayo, 2019), in tutti questi casi la presenza delle piattaforme viene
percepita come una presenza esterna e minacciosa. Il rifiuto spesso
non è totale e non critica l’innovazione digitale in maniera generale ma
esprime piuttosto una logica “not in my backyard”. Uno degli aspetti
messi in luce da queste forme di protesta è la moltiplicazione e
stratificazione di forme del lavoro all’interno del capitalismo che tra di
loro possono non solo convivere ma anche entrare in contrasto. I
processi di quella che Marx chiama l’accumulazione primitiva – che
definiscono innanzitutto un rapporto soggettivo fra comando e lavoro
vivo – non si esauriscono in un momento originario ma si perpetuano
all’interno della continua innovazione del modo di produzione
capitalistico che può utilizzare specifici segmenti di capitale o forme di
vita come frontiere da oltrepassare. Detto altrimenti, le forme della
innovazione tecnologica non sono mai generali ma innanzitutto
puntuali e nel loro sviluppo creano frizioni, tanto con diverse forme di
organizzazione del comando (es. imprese tradizionali del turismo vs
AirBnb), quanto con altre soggettività del lavoro (es. tassisti con licenza
vs driver di Uber). La transizione diventa dunque un momento
all’interno del quale si ridefiniscono i rapporti fra le diverse
stratificazioni storico-sociali che non necessariamente scompaiono ma
possono trovare diverse forme di gerarchizzazione e coabitazione.

Infine, possiamo individuare in quello che definiamo socialismo 4.0


(Peters, 2020) una riattualizzazione delle istanze di collettivizzazione dei
mezzi di produzione proprie della tradizione socialista. Due sono le
declinazioni principali di questo posizionamento: nel primo caso si 
invoca la nazionalizzazione di alcune specifiche piattaforme, nel
secondo si propone una più generale collettivizzazione della
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dei dati. Negli ultimi anni, infatti, sono diverse le richieste avanzate di
statalizzazione di alcune piattaforme a partire dal riconoscimento del
loro ruolo ormai acquisito in quanto infrastrutture sociali essenziali.
Questa rivendicazione mette in luce il crinale fra pubblico/privato – o
meglio, la sua disarticolazione – lungo il quale si muovono queste
ultime: se da una parte le piattaforme sembrano assumere una
funzione pubblica in quanto spazio comune all’interno del quale si
sviluppano sempre di più le nostre relazioni sociali, economiche e
politiche, dall’altro il regime di proprietà delle stesse resta saldamente
ancorato alle forme e prerogative della proprietà privata. Detto
diversamente, la capacità di pianificazione sociale ed economica
sembra essersi sempre più spostata dalla sfera statale a quella privata
delle Big Tech (Morozov, 2020). La questione politica che emerge è
dunque la seguente: è giusto che una infrastruttura fondamentale per
la riproduzione sociale sia gestita da un soggetto non controllabile e
vincolate a logiche diverse da quelle del bene pubblico? Allo stesso
tempo le istanze di collettivizzazione possono indirizzarsi non tanto ad
una specifica piattaforma ma puntare a quegli asset che determinano
il loro rapporto di forza rispetto al lavoro vivo, oltre al fatto di costituire il
bene primario sul quale si costruisce la loro ricchezza. Detto altrimenti,
nel capitalismo digitale il possesso fisico dei mezzi di produzione fisici
è sempre meno centrale rispetto al controllo di alcuni beni immateriali
come algoritmi, big data e brevetti. La centralità di questi beni si
declina in un’altra forma di socialismo digitale, quello che punta ad una
decentralizzazione e democratizzazione nella gestione degli stessi
(Morozov, 2020).

Una politica di contro-piattaforma

Ricostruita questa mappatura delle possibili resistenze all’interno di


una nuova composizione tecnica del capitale che chiamiamo 4.0,
torniamo alla questione più generale di come inquadrare la relazione
tra macchine e lavoro, piattaforme e cybertariato. Nel 4.0 è sempre più
frequente, infatti, una sorta di indistinzione tra tempo di lavoro e
tempo di vita, tra lavoro vivo e lavoro incorporato in macchine (o tra 
capitale variabile e capitale costante), e in questa direzione ci pare che
diventi impossibile discernere tra ciò che è sfruttamento ePolicy
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tempo e ciò che invece è autonomia (sia in atto che in potenza). Per
Marx ogni macchina è sempre la ri-territorializzazione di precedenti
relazioni di potere. Tanto quanto la divisione del lavoro è plasmata dai
conflitti sociali e dalla resistenza dei lavoratori, allo stesso modo
procede l’evoluzione tecnologica. Le parti del “meccanismo” sociale
“aggiustano” sé stesse alla composizione tecnica del lavoro a seconda
del loro grado di resistenza e conflitto. Le macchine sono forgiate dalle
forze sociali ed evolvono in accordo a esse. Da questo punto di vista le
piattaforme digitali sono un utile caleidoscopio. Procedono per
concatenamenti di macchine fisiche e astratte, si diffondono nelle
metropoli, nascono catturando forme di cooperazione pre-esistenti che
sussumono e potenziano capitalisticamente. Ma al contempo, co-
evolvono di continuo innovandosi grazie ai costanti comportamenti di
sottrazione, resistenza, rifiuto, ma anche uso “altro” della forza lavoro
delle piattaforme stesse. Sono insomma macchine che incarnano il
diagramma delle relazioni di potere tra classi. L’innovazione procede in
una dialettica tra il lavoro vivo che muove, forma e istruisce le nuove
generazioni di macchine e il dispositivo-macchina che utilizza il lavoro
vivo per modificarsi in continuazione. In questo le piattaforme sono
macchine per eccellenza, macchine dinamiche che non catturano una
relazione di potere ma riformulano costantemente delle relazioni di
potere. Inoltre, le macchine e l’innovazione dei processi produttivi non
investono solo il processo lavorativo, ma anche e soprattutto le
condizioni sociali della produzione e della riproduzione complessiva del
capitale. Le piattaforme digitali in questo senso ricalcano i contorni del
conflitto sociale nella sua forma meno visibile e molecolare,
cristallizzano di continuo e in una dinamica cangiante i comportamenti
che si muovono al loro interno e ai loro bordi. È su questo livello di
lettura che possiamo collocare una soglia rispetto al rifiuto del lavoro
nel 4.0, in cui i confini tra cervello individuale e cervello sociale, tra
lavoro vivo (e il suo sapere) e il suo divenire lavoro morto sono
estremamente variabili e sempre conflittuali.

La questione della tecnica è sottoposta a questo sviluppo. La


piattaforma digitale o le più recenti tecnologie sono macchine 
addestrate all’estrazione di valore ma anche luoghi di mediazione e
scontro tra lavoro e capitale. La lotta di classe percorre e attraversa
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tecnica e il mondo delle macchine, dentro un meccanismo complesso


in cui si sovrappongono e contrappongono movimenti opposti. In
questo senso pensiamo che le piattaforme delineino un campo di
battaglia strategico all’interno del quale si collocano le tendenze di
sviluppo e rispetto al quale possono prendere forma possibili
alternative non piegate sul fronte capitalistico. Facciamo riferimento a
percorsi e potenzialità che si aprono sul piano di nuove forme di
soggettivazione dove le piattaforme, se considerate non come un
semplice artificio digitale o un oggetto autonomo, ma come la
configurazione dinamica di forze sociali che le plasmano, non si
definiscono come un’astrazione tecnica. Piuttosto, esse emanano una
soggettività “fisica” ben oltre sé stesse, interagendo e mutando di
continuo a partire dalle interazioni sociali che costruiscono e nelle quali
sono inserite. Chiaramente software e codici digitali funzionano oggi
principalmente come macchine per aumentare e accumulare il
plusvalore, ma ci pare che oltre alle dimensioni del sabotaggio e del
“controllo operaio” dell’algoritmo sia necessario considerare anche
un’ipotesi di counter-platforms, appunto di formazione di soggettività
algoritmiche di rottura all’interno della metropoli planetaria integrata
che sta emergendo. Tutte tracce di ricerca che chiaramente richiedono
uno sforzo collettivo di inchiesta sul lavoratore 4.0 e sui conflitti che
oggi si producono. Ci pare tuttavia che questo campo emergente sia
particolarmente produttivo in quanto l’altezza della sfida che si pone
per una counter-platform politics non si “limita” a battaglie di tipo
settoriale. Se infatti, come abbiamo discusso, le piattaforme di
configurano in senso lato come le infrastrutture del presente, incidere
su di esse comporta una ridefinizione delle tendenze nelle relazioni di
lavoro, nelle forme di riproduzione sociale, e finanche dell’ambiente
fisico/digitale.

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