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Le teorie evolutive: un percorso storico

In ogni ecosistema vivono organismi molto differenti tra loro; ciascuno di essi possiede caratteristiche
distintive per quanto riguarda la forma del corpo, per il modo in cui svolge le proprie funzioni vitali e per i
rapporti che stabilisce con l’ambiente con gli altri esseri viventi. Tali caratteristiche consentono a ognuno di
questi organismi di occupare un habitat ben preciso in cui vivere; ovvero, di essere perfettamente adattato
al proprio ambiente.

Ma in che modo gli organismi hanno acquisito le loro caratteristiche? Se un organismo è perfettamente
adattato al proprio ambiente, che cosa potrebbe accadere se tale ambiente si modificasse? Gli organismi
sono in grado di sopportare un cambiamento delle condizioni ambientali, entro quali limiti e con quali
tempi? E ancora: gli organismi attuali, con le caratteristiche che conosciamo, sono uguali ai loro antenati?

Il filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.), aveva cercato di classificare in base alle caratteristiche
morfologiche tutte le creature viventi di cui si era a conoscenza, collocandole in uno schema gerarchico
ordinato che aveva chiamato Scala Naturae (scala della natura). La “scala” si estendeva dalla materia
inanimata fino agli esseri umani, elevandosi, gradino dopo gradino, dalle forme più semplici (come funghi e
muschi) a quelle più complesse, come gli animali e le piante. Aristotele era però convinto che gli organismi
non si evolvessero e fossero sempre uguali a se stessi, quindi immutabili nel tempo. Il principio di fissità
delle specie sostenuto da Aristotele ha avuto per lunghissimo tempo una grande influenza sul pensiero
occidentale.

Nella prima metà del settecento lo svedese Carl von Linnè basò il suo lavoro sull’osservazione delle
strutture presenti negli animali e nei vegetali, concentrandosi su alcune caratteristiche chiave, come il
numero di zampe e il tipo di respirazione negli animali o la forma del fiore nelle piante.

Così come Aristotele, anche Linneo era un sostenitore del principio di fissità delle specie; egli riteneva però
che tutti gli organismi appartenenti a una specie tendessero a una “forma tipica” ideale, una specie di
modello astratto predisposto da Dio (creazionismo). Le specie pertanto erano da considerarsi continue,

Nella seconda metà del diciottesimo secolo, grazie alla scoperta di territori ancora inesplorati in diverse
regioni dell’Estremo Oriente, Oceania, Africa e America del Sud e al conseguente ritrovamento di un gran
numero di nuove specie di organismi, i naturalisti cominciarono a mettere in dubbio le idee fissiste. Infatti,
si resero conto non solo che la varietà di organismi esistenti era nettamente superiore a qualsiasi ipotesi
fatta fino ad allora, ma anche che i fossili portati alla luce in varie parti del mondo evidenziavano un’enorme
quantità di forme di vita vissute in passato differenti da quelle moderne.

Verso la fine del Settecento, dunque iniziò a farsi strada un’idea di evoluzione. Tra il 1749 e il 1804 venne
pubblicata in Francia la Storia Naturale del naturalista Georges-Louis Buffon che percorreva la storia della
Terra dal punto di vista mineralogico, botanico e zoologico. Sempre in quegli anni, l’inglese Erasmus
Darwin, nonno di Charles, scrisse il trattato Zoonomia, in cui formulava alcune ipotesi sulla trasformazione
dei viventi.

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, tuttavia, la maggior parte dei naturalisti era ancora
saldamente creazionista.

Il periodo a cavallo tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento fu un momento di grandi
trasformazioni sociali, grazie anche alla nascita dell’industria che, soprattutto in Inghilterra, diede un forte
impulso alle nuove tecnologie basate sulla ricerca scientifica. Sempre in quegli anni, gli scavi effettuati per
tracciare nuove strade e per estrarre carbone e materie prime rilevarono nel sottosuolo la presenza di
rocce di tipo stratificato; spesso in questi strati compariva un gran numero di fossili.

Ben presto i geologi cominciarono ad analizzare questi fossili e a catalogarli con sistematicità: nacque la
paleontologia, la scienza che studia gli esseri vissuti nel passato geologico e i loro ambienti di vita.
Parallelamente, si andava affermando anche la stratigrafia, ossia la branchia della geologia che studia gli
strati di rocce sedimentarie per calcolarne l’età.

Più aumentavano i ritrovamenti fossili, più i naturalisti si rendevano conto che molti di essi avevano una
scarsa somiglianza con gli organismi attuali; tuttavia, mettendo in relazione i fossili con l’età degli strati
rocciosi in cui essi venivano rinvenuti, risultava evidente che, passando dagli strati profondi (più antichi) a
quelli più superficiali (più recenti), le specie fossili divenivano sempre più simili alle specie moderne.

Tipi differenti di organismi dunque erano vissuti in varie epoche del passato e si erano poi estinti per
lasciare il posto a forme diverse. Ma come si poteva spiegare l’esistenza di tutte queste forme di vita? Un
tentativo di risposta a questa domanda venne dal paleontologo e naturalista francese Georges Cuvier
(1769-1832), considerato il padre dell’anatomia comparata perché fu uno dei primi scienziati in grado di
ricostruire l’anatomia di specie estinte a partire da frammenti fossili. Cuvier si convinse che la Terra fosse
stata periodicamente soggetta a varie catastrofi, come inondazioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche, e
propose la teoria delle catastrofi naturali o catastrofismo. Secondo lo scienziato francese, il numero di
specie creato da Dio sarebbe stato superiore a quello delle specie attualmente viventi; in seguito a eventi
catastrofici, molte delle specie presenti in una data area si sarebbero estinte e quelle regioni sarebbero
state successivamente ripopolate da specie provenienti dalle zone circostanti. L’estinzione di una specie,
quindi, poteva essere dovuta a cause naturali, ma le specie che sostituivano quelle estinte erano generate
direttamente per intervento divino.

Contemporaneamente a Cuvier, visse in Francia un altro naturalista interessato allo studio dei fossili, Jean-
Baptiste Lamark. Oltre a coniare il termine biologia, Lamark viene ricordato anche per aver elaborato una
classificazione dei viventi in cui le specie animali venivano ordinate secondo criteri di complessità via via
crescente, tenendo conto dei logici rapporti di parentela tra le specie.

Nel trattato Filosofia zoologica (1809), Lamark giungeva alla conclusione che gli organismi attuali fossero il
risultato di un processo graduale di modificazione generato dalla pressione delle condizioni ambientali.
Secondo Lamark, l’adattamento di un organismo al proprio ambiente si otteneva attraverso l’uso e il non
uso delle parti e l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Egli sosteneva, infatti che, in seguito all’uso o al non
uso di un determinato organo, l’individuo si modificava sviluppando caratteri vantaggiosi che potevano
essere trasmessi ai discendenti.

Lamark utilizzò come esempio della sua tesi la giraffa: per raggiungere le foglie degli alberi poste più in alto,
un erbivoro antenato della giraffa potrebbe aver allungato il collo con tutte le sue forze. Anche le zampe e
la lingua si sarebbero allungate, e questa modificazione si sarebbe trasmessa ai discendenti, dando così
origine col passare del tempo all’attuale giraffa.

Il punto debole della teoria erano proprio le modalità con cui i caratteri acquisiti si trasmettono alle
generazioni successive.

Il grande merito di Lamark fu quello di affermare che le specie non sono fisse, ma in continua, lenta e
incessante evoluzione.

Intorno alla metà dell’Ottocento molti altri scienziati cominciarono a mettere seriamente in discussione le
teorie catastrofiche. Da questo punto di vista, il trattato Principi di geologia dell’inglese Charles Lyell
rappresentò un vero punto di svolta. Secondo Lyell, il presente è la chiave del passato: i processi che
vediamo oggi in atto intorno a noi (la pioggia, l’erosione, l’azione del vento, la deposizione di sedimenti)
sono sempre stati in azione; operando in modo costante, graduale e per tempi molto lunghi, essi hanno
determinato l’aspetto della Terra come la vediamo oggi. L’idea gradualistica di Lyell, chiamata uniformismo,
si contrapponeva alla vecchia visione di Cuvier.

Nel 1858 i naturalisti inglesi Charles Darwin e Alfred Wallace presentarono al mondo una teoria
evoluzionistica che dette che dette vita a una vera rivoluzione culturale. Tale teoria è tuttora valida,
seppure con le modificazioni determinate dall’acquisizione di nuove conoscenze nel campo della genetica e
della biochimica.

Darwin e Wallace erano giunti alle stesse conclusioni lavorando in maniera del tutto indipendente; nel 1858
Darwin stava lavorando a quella che da vent’anni chiamava “la mia teoria”, analizzando i dati raccolti nel
suo viaggio intorno al mondo e verificando le sue ipotesi. Quando Wallace gli scrisse per sottoporgli il
proprio saggio sull’evoluzione, Darwin rimase impressionato dalla coincidenza delle due teorie: propose
quindi a Wallace di pubblicare congiuntamente i lavori. Nel 1859, Darwin ampliò il breve articolo del 1858 e
pubblicò il libro più importante della sua vita: L’origine delle specie per selezione naturale.

Come scrisse il grande biologo evoluzionista Ernst Mayr, la teoria presentata in L’origine delle specie si può
comprendere meglio se la si considera come una teoria composita, formata in realtà da cinque
“sottoteorie”:

- L’evoluzione in quanto tale. Realtà naturale in continuo divenire, dove tutti gli organismi si
trasformano.
- La discendenza comune. Tutti gli esseri viventi discenderebbero da un antenato comune attraverso
un continuo processo di differenziazione.
- La moltiplicazione delle specie. Le specie aumentano di numero sia dando origine a specie “figlie”,
sia formando nuove specie a partire da popolazioni isolate.
- La gradualità dell’evoluzione. Il cambiamento evolutivo avviene attraverso mutamenti graduali
delle popolazioni e non per “salti”, cioè non attraverso la comparsa improvvisa di nuove
caratteristiche.
- L’evoluzione per selezione naturale. Meccanismo fondamentale mediante cui avvengono i processi
evolutivi: le specie animali e vegetali subiscono cambiamenti con il passare del tempo perché
l’ambiente tende a selezionare gli individui più adatti e a sfavorire gli altri.

Secondo Darwin, per esempio, le giraffe non avrebbero mai potuto allungare il collo di propria iniziativa
per adattarsi meglio all’ambiente, come affermava Lamark, né tanto meno trasmettere questo
cambiamento fisico ai propri discendenti.

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