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LA FENOMENOLOGIA DEL DESIDERIO TRA FILOSOFIA E NEUROSCIENZE


A cura di Giovanna Griseta e Giovanni Milella

Why an article on the desire for love? Because, from time immemorial, love is the only area in
which the individual can truly express oneself, outside the roles human beings are forced to assume
in an high technologically organized society, and sometimes deeply alienating.
Different perspectives from which the two editors analyze the issue in question.
It starts from the phenomenology of desire in Sartre, according to which love and sexuality attract
every human being, but ultimately always disappoint them, because one can never find what he/she
really seeks, which is some justification for their unjustifiable presence in the world.
Subsequently, the dialectic of intersubjectivity according to Irigaray’s point of view is analyzed,
based on sexual difference, without which there seems to be no thought, no love, no life in
common.
Then Baumann’s outlook is examined, for whom love is kind of mortgage loan made on an
uncertain and inscrutable future.
Finally, the theme of desire is analyzed from the perspective of neuroscience and through the words
of Fisher, according to whom love is the result of chemical reactions in the brain that produce it.
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LA FENOMENOLOGIA DEL DESIDERIO TRA FILOSOFIA E NEUROSCIENZE


A cura di Giovanna Griseta e Giovanni Milella

La nostra civiltà ha prodotto la frantumazione del sentimento amoroso in una serie di


rappresentazioni fra loro antinomiche. Da un lato, l’approccio medico è giunto ad isolare un istinto
di natura fisiologica, riducendo l’amore ad una serie di situazioni relazionali e deterministiche a cui
ha dato il nome di sessualità; dall’altro, la psicologia di derivazione analitica ci rinvia ad una libido
che sublima il desiderio amoroso in una serie di risposte affettive ad una motivazione pulsionale
inconscia.
Il contrasto è assoluto.
In realtà, i significati che il termine greco Eros assume nel linguaggio comune sono molteplici,
disparati e contrastanti; e altrettanto molteplici, disparati e contrastanti sono quelli che esso presenta
nella tradizione filosofica.
Nelle antiche cosmogonie greche, Eros designa una delle divinità fondamentali, identificata con la
forza primigenia e generatrice del mondo. I Greci videro nell’Amore soprattutto una forza
unificatrice e armonizzatrice dell’Universo; ma è con Platone che il mito di Eros assume una
specifica connotazione che ci rimanda ad un contesto filosofico-religioso.
Nel Simposio, dapprima, e nel Fedro, successivamente, Platone ci ha dato la prima trattazione
filosofica dell’Amore. Nei due dialoghi, l’Amore è inteso come desiderio e ricerca della bellezza e
del bene. Vi è, infatti, un legame di continuità fra l’amore sessuale e l’amore inteso in senso
metafisico, in quanto l’Eros è una forza che permette di passare dall’attrazione verso la bellezza di
un corpo a quella verso la bellezza del mondo e poi a quella verso la bellezza della realtà spirituale
dell’anima e delle Idee, cioè verso l’unità del Tutto.
In un ideale salto cronologico e concettuale dal pensiero platonico a quello di Sartre vi è il
passaggio da una concezione nella quale l’amore porta ad una fusione con l’Assoluto, attraverso la
fusione con l’Altro, ad una realtà nella quale la presenza tragica della violenza nel rapporto d’amore
è legata alla dialettica tra due soggetti.
Nell’opera L’Essere e il Nulla, Sartre compie un’analisi approfondita e realistica dell’amore, inteso
soprattutto come tentativo di realizzare l’unità tra l’io e l’altro.
Dopo aver definito le due maniere fondamentali attraverso cui si manifesta l’essere, l’in-sé e il per-
sé, nella terza parte dell’opera, intitolata “Il per-altri”, Sartre analizza un’altra dimensione
dell’essere: l’essere-per-altri, ovvero il rapporto conflittuale con il prossimo.
L’origine del rapporto con l’Altro è da ritrovarsi nello sguardo. Se nella mitologia greca lo sguardo,
gli occhi, costituiscono il mezzo attraverso il quale Eros colpisce il cuore degli amanti, provocando
il desiderio amoroso, nel pensiero di Sartre lo sguardo suscita un sentimento ben diverso: la
vergogna. La vergogna non è un sentimento che nasce da una riflessione interiore e solipsistica: ho
sì vergogna di ciò che sono, ma sempre di fronte ad altri; la vergogna è il sentimento che provo
avvertendo di essere oggetto dello sguardo altrui, dell’esercizio di un cogito che è altro da me:
“essere guardato significa sentirmi oggetto sconosciuto di apprezzamenti inconoscibili, e, in
particolare, di apprezzamenti di valore”. 1
Al tempo stesso lo sguardo dell’altro mi reifica, blocca il libero flusso della mia coscienza,
trasformandomi nell’oggetto di una soggettività libera e trascendente che osserva e giudica. Da
questa esperienza di vergogna e disagio cui mi condanna lo sguardo reificante dell’altro, cerco di
riscattarmi facendo a mia volta l’altro oggetto del mio sguardo e rovesciando, con un atto di
orgogliosa affermazione della mia libertà, la situazione. Ma così il conflitto si perpetua e,
nell’oscillazione tra vergogna e orgoglio, l’altro rimane inesorabilmente separato da me, come io da
lui.
Una diversa interpretazione dello sguardo all’interno del rapporto d’amore è presente negli scritti di
Luce Irigaray, che rilegge Sartre nell’ottica di un pensiero della differenza sessuale che riconosca la
specificità del genere femminile rispetto a quello maschile.
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In Essere due, l’Autrice afferma che nell’amore lo sguardo esprime incanto, fascino, ma anche
possesso; uno sguardo d’amore può ammaliare, ma può ferire se l’altro ci guarda come un oggetto e
“un corpo innamorato non sopporta di essere fissato come un oggetto”. 2
L’amore implica tutti i sensi, compresi la vista e l’udito; ma i nostri sensi devono essere educati ad
amare: non siamo ancora abituati a guardare l’altro in quanto soggetto e “sono cose diverse
guardare un obiettivo preciso e guardare l’altro con rispetto della sua intenzione, della sua
interiorità”. 3
Lo sguardo, dunque, può manifestarsi come sensazione o come percezione. Se il rapporto con
l’altro si riduce alla sensazione, lo sguardo dell’amante tende a reificare l’amato. Al contrario, la
percezione non implica un guardare o un essere guardato, un ruolo attivo o passivo che a turno si
può assumere, ma un guardare-fra: l’essere l’uno per l’altro un ponte proteso verso il divenire. “La
percezione può aiutare la costruzione dell’intersoggettività, la sensazione tende invece a cancellare
uno dei due soggetti o a ridurli entrambi a un gioco di forze più o meno individuate e controllate”. 4
La possibilità di relazioni interpersonali costruttive è, invece, esclusa da Sartre: il senso originario
del rapporto con l’altro è il conflitto, provocato dal tentativo di entrambi di salvaguardare la propria
libertà a discapito di quella altrui.
In questo contesto, l’amore corrisponde ad un progetto irrealizzabile: l’amore non è puro desiderio
di possesso fisico, ma tentativo di imprigionare la coscienza dell’altro, di impadronirsi della sua
libertà. Essere amati significa valere per l’altro come infinito, come valore assoluto; ma perché ciò
avvenga occorre che l’altro possa volerlo, cioè sia libero. “…chi vuol essere amato, non desidera di
asservire l’essere amato. Non tiene affatto a diventare l’oggetto di una passione selvaggia e
meccanica (…). Così l’amante non desidera di possedere l’amata come si possiede una cosa;
pretende un tipo speciale di appropriazione. Vuole possedere una libertà come libertà (…). Vuole
essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera”. 5
Operazione fondamentale dell’amore, così inteso, è la seduzione. La seduzione è il rischio che
l’amante corre quando si fa guardare dall’amato, per risvegliare nell’altro la coscienza della nullità
di fronte all’oggetto seducente. La seduzione avviene attraverso il linguaggio, che è l’elemento
costitutivo dell’essere-per-altri; non si tratta, qui, soltanto del linguaggio verbale, che per Sartre è
un modo derivato e secondario, quanto delle diverse modalità espressive delle diverse modalità
espressive del nostro corpo.
Nel comunicare con l’altro, nel tentativo di affascinarlo, non ho certezze; non posso sapere in
anticipo quale effetto avranno i miei gesti e i miei atteggiamenti, perché il senso di essi è dato da
colui che mi guarda. Io non posso sentirmi parlare, né vedermi sorridere: i miei tentativi di
seduzione sono indissolubilmente legati alla realtà concreta della libera trascendenza dell’altro.
Tuttavia, anche un grande fascino non riuscirebbe da sé ad originare l’amore, se l’amato non
progettasse, a sua volta, di diventare amante. Ma proprio qui vi è lo scacco inevitabile dell’amore:
poiché, da un lato se l’altro accetta di essere amato, mi delude perché cessa di essere la libera
soggettività che io amo; dall’altro, se pretende di amarmi come l’amo io, tende a sopprimermi come
soggettività. 6
In altri termini ognuno, nell’amore, vuole essere per l’altro l’oggetto assoluto, la totalità infinita; ma
per questo occorre che l’altro rimanga soggettività libera e altrettanto assoluta. Ma poiché entrambi
vogliono esattamente la stessa cosa, l’unico risultato dell’amore è un conflitto necessario e uno
scacco inevitabile.
La constatazione della difficoltà di realizzare l’assimilazione tra i due amanti può provocare la
disperazione completa e un nuovo tentativo di impostare il rapporto d’amore, che sfocia nel
masochismo. Questo atteggiamento assomiglia molto all’amore; ma, a differenza di esso, in cui
l’amante cerca di imprigionare la coscienza dell’amato imponendosi come soggetto e libertà
trascendente, nel masochismo l’amante cerca di realizzare l’agognata assimilazione, negandosi
come soggetto e facendosi trattare come un oggetto fra gli oggetti, come uno strumento da
utilizzare. Tuttavia, anche il masochismo è destinato alla sconfitta, poiché la decisione di farmi
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trattare come un oggetto comporta comunque l’assunzione di una libera volontà che mi qualifica
come soggetto.
Lo scacco dell’atteggiamento masochista può condurre al suo opposto, il sadismo, che consiste nel
progetto di impadronirsi del corpo dell’altro, trattandolo come strumento per il proprio godimento.
Il sadismo nasce dal desiderio sessuale che, al pari dell’amore, appare minato da un progetto
impossibile: possedere l’altro come libertà e, nello stesso tempo, come corpo.
Il desiderio sessuale non è un semplice bisogno fisiologico, come la fame o la sete, ma la struttura
fondamentale dell’essere-per-altri. Attraverso il desiderio mi accorgo del mio essere sessuato, del
mio corpo come sesso e del corpo dell’altro. Il desiderio non è solo desiderio di possesso fisico
dell’altro; esso si rivolge ad un corpo in situazione, collocato in un contesto ben definito: non è il
corpo del quotidiano, ma il corpo liberato dagli abiti e dai gesti consueti. Se così non fosse,
avremmo un semplice istinti fisiologico; al contrario, l’oggetto al quale si rivolge il desiderio è “un
corpo vivente come totalità organica in situazione con la coscienza all’orizzonte”. 7
Il desiderio, dunque, non è semplice voglia, ma turbamento. Il desiderio mi compromette, mi rende
complice del mio corpo; esso fa sì che la stessa coscienza si lasci invadere dalla fatticità, che
stordita e affievolita, scivoli verso un consenso passivo al turbamento: “il desiderio è consenso al
desiderio”. 8
Ma qual è il vero significato del desiderio? Esso è il tentativo di farmi “carne di fronte all’altro per
appropriarmi della carne dell’altro” 9; è un tentativo di incarnazione del corpo altrui, che avviene
attraverso uno strumento privilegiato: la carezza. La carezza non è un semplice contatto, un toccare
o sfiorare che rimanga in superficie; la carezza è appropriazione: carezzando l’altro, faccio nascere
la sua carne sotto le mie dita, trasformo il suo corpo, e il mio, in carne. Dunque, la carezza è
possesso, duplice incarnazione reciproca: incarnazione della coscienza nel corpo per realizzare
l’incarnazione dell’altro.
Diversa è la posizione di Luce Irigaray rispetto all’interpretazione dell’amore carnale, visto con gli
occhi di un uomo. Nel già citato Essere due, l’Autrice suggerisce alcuni elementi di una nuova
filosofia della carezza. La carezza è risveglio alla vita del corpo; è gesto-parola che prelude
all’intimità, ad uno spazio-tempo intersoggettivo e privilegiato. La carezza è invito a rilassarsi, a
percepire, ad essere in maniera diversa: quieta, contemplativa, meno utilitaria. “ Il gesto di chi
accarezza non è cattura, possesso, sottomissione della libertà dell’altro affascinata da me nel suo
corpo, ma diviene dono di coscienza, regalo di intenzione, di parola indirizzata alla presenza
concreta dell’altro, alle sue particolarità, naturali o storiche”. 10
Ogni carezza deve essere preceduta dall’assenso dell’altro; piuttosto che violare il mistero altrui, la
carezza è gesto che rende l’altro a se stesso, a se stessa. Il desiderio sessuale, allora, non è possesso:
è fusione tra due soggetti incarnati; è un essere-con-te, è un essere-a-te. Amo a te, afferma Irigaray,
e non ti amo: quell’ “a” tutela l’alterità dell’amato, implica un rispetto obbligato e voluto, una
trascendenza e un’alleanza possibile fra due individui irriducibili l’uno all’altro.
Nessuna alleanza, invece, tra gli amanti di Sartre.
Anche il desiderio è votato al fallimento. Con il piacere raggiunto nell’atto sessuale, si estingue il
desiderio dell’incarnazione: il corpo dell’altro cade dal livello di carne al livello di puro oggetto;
sopravviene la noia, la tristezza. Gli amanti si ritrovano come “un dormiente che, svegliandosi, si
sorprende con le mani contratte sulla sponda del letto, senza ricordarsi l’incubo che ha provocato il
suo gesto”. 11
Questa situazione è all’origine del sadismo.
Il sadismo rappresenta lo sforzo di impadronirsi dell’altro, rifiutando la reciprocità
dell’incarnazione e utilizzando il dolore come mezzo di appropriazione immediata. Il sadico
“maneggia” il corpo dell’altro, trattandolo come uno strumento e servendosi della tortura per
rendere il corpo osceno, per togliergli ogni grazia. Il sadico, tuttavia, come nell’amore, non vuole
sopprimere la libertà dell’altro: il suo obiettivo è costringere la libertà che ha di fronte a identificarsi
con la carne martoriata e avvilita. Ma basta un semplice sguardo della vittima perché il sadico viva
l’esplicito fallimento del suo progetto.
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In definitiva, l’essere-per-altri propone due atteggiamenti fondamentali: l’amore, che si esplica


attraverso le diverse forme della seduzione, del masochismo, del desiderio e del sadismo; e l’odio.
Nelle nostre relazioni con gli altri siamo in un continuo stato di instabilità: passiamo da uno stato di
trans-discendenza, quando consideriamo l’altro come oggetto, ad uno stato di trans-ascendenza,
quando viviamo l’altro come soggetto, trascendenza che ci trascende. Di conseguenza, nel rapporto
con gli altri “non possiamo mai porci concretamente su un piano di uguaglianza, cioè sul piano in
cui il riconoscimento della libertà dell’altro comporterebbe il riconoscimento da parte dell’altro
della nostra libertà. L’altro, di principio, è inattingibile: mi sfugge quando lo cerco e mi possiede
quando lo sfuggo”. 12
La consapevolezza di tale situazione implica nell’uomo una rassegnazione fondamentale, che apre
la strada all’odio.
Nell’odio, che scaturisce dal fallimento del sadismo, il soggetto abbandona ogni pretesa di
realizzare l’unione con l’altro e vuole ritrovare una libertà totale, annientando colui che vi si oppone
e che simboleggia l’esistenza in generale. Tuttavia, anche l’odio è destinato al fallimento: esso
rappresenta l’ultimo tentativo, il tentativo del disperato. Infatti, uccidendo l’altro, non trovo la
libertà, bensì il suo contrario; sono un omicida che resta fissato per sempre come tale e questo
costituisce un in-sé che mi annienta.
La conclusione è amara, ma inevitabile: l’amore è una forza che attira e spinge l’uomo al rapporto
con l’altro, ma alla fine delude, perché non riesce a dare un senso e una giustificazione alla gratuità
dell’esistenza umana.
Altrettanto complessa risulta la visione dei rapporti interpersonali nella società moderna analizzata
da Zygmunt Baumann. “Fluidità” e “liquidità” sono definizioni appropriate, secondo l’Autore, per
comprendere la natura della società contemporanea: “abbandonate ogni speranza di totalità, futura
come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida”. 13 E’, questa, una metafora
validissima per descrivere la fase attuale della nostra modernità, che suona a epitaffio di un modo
stabilizzato e rassicurante di sentirsi al mondo. Del resto, la situazione odierna nasce dalla radicale
opera di abbattimento di tutti gli impedimenti e ostacoli sospettati, a torto o a ragione, di limitare la
libertà individuale di scegliere e agire. Di conseguenza, “il nostro è un tipo di modernità
individualizzato, privatizzato, in cui l’onere di tesserne l’ordito e la responsabilità del fallimento
ricadono principalmente sulle spalle dell’individuo”. 14
Dunque fluida, incerta, liquida è la società in cui viviamo; altrettanto liquido, incerto e
imperscrutabile è l’amore nella società moderna: “finchè dura, l’amore è in bilico sull’orlo della
sconfitta”. 15 Molto interessante è, a questo proposito, la distinzione che Baumann opera tra i
concetti di amore, desiderio e voglia.
L’amore è il desiderio di prendersi cura dell’altro; di proteggere, nutrire, accarezzare, coccolare,
accudire l’altro; ma, al tempo stesso, di difendere gelosamente il possesso del proprio amato.
L’amore è il simbolo del dominio attraverso la resa: “amore significa essere al servizio, stare a
disposizione, attendere ordini, ma potrebbe anche significare espropriazione e sequestro di
responsabilità”. 16
Al contrario, il desiderio è la brama di consumare, di assorbire, divorare, annichilire. Desiderio e
amore si escludono a vicenda: se il desiderio vuole consumare, l’amore vuole possedere; se il
desiderio è autodistruttivo, l’amore è autoperpetuante. Desiderio e amore agiscono con finalità
contrapposte: “l’amore è una rete gettata sull’eternità, il desiderio è uno stratagemma per
risparmiarsi l’onere di tessere la tela”. 17
Ma nella società contemporanea, caratterizzata dai poteri forti del mercato dei beni di consumo,
anche il coltivare un desiderio sembra propendere pericolosamente dalla parte dell’impegno
amoroso. Infatti, anche il desiderio va curato e coltivato e talvolta, cosa peggiore nel nostro mondo
fatto di velocità e accelerazione, può essere necessario procrastinare il suo soddisfacimento. Meglio
allora “seguire le voglie anziché i desideri”. 18
La brevità della loro aspettativa di vita è ciò rende le voglie preferibili ai desideri: togliersi una
voglia, diversamente dall’esaudire un desiderio, è soltanto un atto estemporaneo, che si spera non
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lasci conseguenze durevoli. Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il
modello del consumismo; al pari dei beni di facile consumo, una tale relazione è fatta per essere
consumata sul posto, in modo da potersene disfare senza problemi.
In definitiva qualunque relazione, sia essa fondata sull’amore, sul desiderio o sulla voglia, è
un’arma a doppio taglio. Generalmente, intessiamo relazioni sentimentali per sfuggire alla
solitudine, alla precarietà, all’incertezza, nel tentativo di mitigare l’insicurezza che caratterizza i
rapporti umani: in realtà, “la relazione non solo non soddisfa il bisogno che doveva (si sperava
dovesse) placare, ma lo rende ancora più intenso e bruciante”. 19
Allora, ciò che abbiamo imparato a nostre spese è che la condizione dell’essere abbandonati a noi
stessi, senza poter contare su nessuno che ci regali una carezza, un consiglio o un aiuto, è terribile e
spaventosa, ma che non ci si sente mai tanto soli e abbandonati come quando si lotta per garantirsi
che oggi ci sia qualcuno sulla cui presenza si possa fare affidamento anche per il domani.
Concludendo con le parole di Baumann “la solitudine genera insicurezza, ma altrettanto sembra fare
la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti altrettanto insicuro di quanto saresti senza
di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia”. 20

Nessuna speranza, allora, per questo desiderio di amore, indispensabile nella nostra epoca per la
propria realizzazione, come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella
relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma, attraverso l’altro, la realizzazione di sé?
Forse una risposta può giungerci da un approccio diverso, dalla risposta che le neuroscienze hanno
dato ad una domanda nata con il genere umano, e che, a ragione, possiamo definire filosofica:
perché amiamo?

Nel mondo occidentale per secoli abbiamo creato poesie, storie e commedie sui cicli dell'amore, sul
modo in cui questo sentimento si trasforma e cambia nel corso del tempo, sul modo in cui la
passione ci afferra per la gola e poi ci abbandona lasciandoci in cambio qualcosa di più razionale.
Per spiegare le complessità del desiderio amoroso abbiamo utilizzato racconti di dèi gelosi e di
frecce che trafiggono il cuore.
Oggi però queste storie, parte integrante di molte culture, potrebbero cambiare: la scienza infatti
entra in campo e spiega ciò che abbiamo sempre considerato mito o magia. La scienza ci dice che il
cocktail di agenti chimici del cervello che fa scattare il desiderio dell’amore romantico non ha nulla
a che vedere con ciò che mantiene l’affetto a lungo termine. Ma allora cos’è quella malia che
chiamiamo desiderio amoroso? Per la prima volta nuove ricerche hanno individuato la zona del
cervello in cui risiede il desiderio di amore e quali sono le sue componenti chimiche.
La bioantropologa Helen Fisher, docente alla Rutgers University, ha dedicato buona parte della
propria carriera allo studio dei percorsi biochimici dell'amore in tutte le sue manifestazioni:
desiderio, innamoramento e attaccamento, e al modo in cui nascono e si dissolvono.
La Fisher ritiene che l’amore romantico sia una delle tre reti primordiali del cervello, che si sono
sviluppate per spingere gli esseri viventi all’accoppiamento e alla riproduzione. La libido, cioè il
desiderio di gratificazione sessuale, si è manifestata per motivare i nostri antenati alla ricerca di un
rapporto sessuale con un qualsiasi partner. L’amore romantico, ovvero l’innamoramento, li ha
spinti a concentrare l’attenzione su un solo individuo alla volta, conservando così tempo prezioso ed
energie per l’accoppiamento. Infine l’attaccamento uomo-donna, cioè la sensazione di pace e di
sicurezza che si prova per un partner di lunga data, si è sviluppato affinché i nostri antenati
amassero questa persona abbastanza a lungo da allevare insieme i figli nati dalla loro unione. 21
In altre parole l’amore romantico, secondo la Fisher, è profondamente radicato nella struttura e nella
chimica del cervello umano. Ma che cosa innesca questo sentimento chiamato amore? Il tentativo
di scoprirlo, con l’ausilio di un macchinario per la risonanza magnetica, è stato uno dei principali
ambiti di ricerca della Fisher da dieci anni a questa parte. L’antropologa ha reclutato, con i colleghi
Arthur Aron e Lucy Brown, persone che si dichiaravano «follemente innamorate» da un periodo
medio di sette mesi. I soggetti venivano poi sottoposti a risonanza magnetica, mentre venivano loro
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mostrate due fotografie: una delle due immagini raffigurava la persona amata, l’altra un soggetto
neutro. Guardando la foto dell'amato bene, le aree cerebrali collegate alla ricompensa e al piacere -
l'area tegumentaria ventrale (ATV) e il nucleo caudato - si attivavano.
Tuttavia l’identificazione del percorso chimico specifico dell'amore è l’aspetto della ricerca che ha
colpito e affascinato la Fisher, più che lo scoprire una collocazione, un indirizzo del desiderio di
amore. L’amore attiva il nucleo caudato dove risiede un'ampia estensione di recettori di un
neurotrasmettitore chiamato dopamina, che la Fisher considera come ingrediente fondamentale
dell’amore romantico. Nelle giuste proporzioni la dopamina crea intensa energia, euforia,
focalizzazione dell’attenzione e motivazione a conquistare ricompense. Ma proprio questi risultati
hanno spinto la studiosa a considerare l’amore non più come una semplice emozione, bensì come
“un sistema primario di motivazioni (…), un fondamentale impulso umano all’accoppiamento”. 22
L’amore, dunque, è un istinto, una necessità, al pari dell’acqua, del cibo, del calore; è una pulsione
basilare e, come tale, associata a elevati livelli di dopamina. Tuttavia, nella chimica dell’amore,
entrano in gioco altre due sostanze: la norepinefrina, un derivato della dopamina, e la serotonina.
Gli effetti della norepinefrina variano a seconda della zona del cervello che viene attivata.
L’aumento dei livelli di norepinefrina aiuta a spiegare come mai la persona innamorata conservi il
ricordo anche dei minimi dettagli delle azioni del partner e dei momenti trascorsi insieme: ciò è
associato ad una aumentata capacità mnemonica per nuovi stimoli.
La presenza della serotonina spiega, invece, un’altra caratteristica dell’amore romantico, ovvero il
pensiero costante, involontario e inarrestabile verso la persona amata. Con l’approfondirsi della
relazione amorosa, questo pensiero ossessivo può intensificarsi a causa di un rapporto negativo tra
la serotonina e le sostanze sue parenti, cioè la dopamina e la norepinefrina.
Dunque, “questo fuoco che arde nell’anima è causato da alti livelli di dopamina o di norepinefrina o
di entrambe, così come da bassi livelli di serotonina. Queste sostanze chimiche costituiscono la
spina dorsale dell’amore romantico, passionale, ossessivo”. 23
Del resto, la componente ossessiva del mal d’amore è stata scientificamente provata dagli studi
compiuti da Donatella Marazziti, docente di psichiatria all'Università di Pisa. Marazziti ha iniziato a
interessarsi all'esplorazione delle rassomiglianze tra l'amore e i disturbi ossessivo-compulsivi. Con i
suoi colleghi, ha misurato i livelli di serotonina e quelli di alcuni ormoni nel sangue di 24 soggetti
che si erano innamorati negli ultimi sei mesi e pensavano ossessivamente all'oggetto del proprio
amore per almeno quattro ore al giorno. I ricercatori hanno ipotizzato a lungo che le persone affette
da disturbi ossessivo-compulsivi (DOC) siano caratterizzate da uno "sbilanciamento della
serotonina". La Marazziti ha confrontato i livelli di serotonina degli innamorati con quelli di un
gruppo di persone che soffrivano di DOC e di un altro gruppo di controllo, privo sia di passioni
amorose sia di disturbi psichiatrici. I livelli di serotonina nel sangue degli ossessivo-compulsivi e
degli innamorati erano inferiori del 40% rispetto ai soggetti di controllo; dunque, l'amore e i disturbi
ossessivo-compulsivi potrebbero avere un profilo chimico simile. 24
In conclusione, ci innamoriamo, spesso più e più volte, e ogni volta ci ritroviamo in uno stato men-
tale devastante. C’è un rimedio a tutto questo? C'è una speranza per chi è vittima della passione? Il
Prozac: non c'è niente di meglio per attenuare le pulsioni sessuali. Helen Fisher ritiene, però, che
l’assunzione di antidepressivi metta a rischio la capacità di innamorarsi e quella di restare
innamorati: smussando gli alti e bassi dell’amore e della libido a esso associata, le relazioni si
deteriorano.
Tuttavia, anche l’amore romantico spesso svanisce con il tempo.
Ricerche compiute in tutto il mondo confermano che la passione generalmente finisce. La fine è
comune quanto l'esplosione iniziale. Non c'è da meravigliarsi quindi se alcune culture ritengono
inconcepibile scegliere il compagno della vita sulla base di uno stato d'animo così evanescente.
Helen Fisher ipotizza che spesso ci si lascia dopo quattro anni d'amore, perché questo sarebbe il
periodo di tempo necessario per crescere un figlio dalla nascita alla prima infanzia. La passione,
sensazione selvaggia, sfolgorante e folle, si rivela alla fine un elemento pratico. Non abbiamo solo
bisogno di accoppiarci, abbiamo bisogno di passione sufficiente per iniziare a riprodurci, quindi
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l'affetto prende il sopravvento quando l'uomo e la donna si legano per crescere un indifeso cucciolo
d'uomo. Alla fine dello svezzamento, il bambino può essere lasciato con sorelle, zie e amici, e i
genitori sono liberi di incontrare un altro compagno e avere altri figli.
Da un punto di vista biologico, il motivo per cui l'amore svanisce può dipendere da svariati fattori:
le regioni del cervello che producono e mettono in circolo la dopamina (e probabilmente la
norepinefrina) cominciano a distribuire quantità minori di questo stimolante; oppure i recettori di
queste sostanze chimiche, che risiedono nelle terminazioni nervose, si desensibilizzano
progressivamente; o, infine, altre sostanze chimiche prodotte nel cervello cominciano a mascherare
o a controbilanciare la chimica della passione. 25
Qualunque sia la causa biologica, tuttavia, il corpo gradatamente si stabilizza. Questo declino
dell’amore romantico è senza dubbio opera del processo evolutivo. Un’intensa passione romantica
consuma troppo tempo ed energie, oltre ad avere un effetto dirompente sulla tranquillità mentale e
sulle attività quotidiane, per poter trascorrere anni in adorazione di qualcuno. Inoltre, il modo in cui
il cervello reagisce all’afflusso di dopamina che accompagna la passione potrebbe portare gli
innamorati a correre un rischio analogo a quello dei tossicodipendenti e sviluppare assuefazione: il
cervello ha bisogno di quantità sempre maggiori di droga per ottenere lo stesso effetto.
Dopo tutto, forse è un bene che l'amore romantico evapori. Se l'umanità intera fosse perennemente
infatuata, esisterebbero linee ferroviarie, ponti, aerei, fax, vaccini e televisione? Al posto di una
tecnologia in continua evoluzione, oggi avremmo solo cioccolatini e mazzi di fiori. Scherzi a parte,
se lo stato di alterazione chimica indotto dall’amore romantico è simile a un disturbo mentale o
all’euforia indotta da una droga, un'esposizione troppo prolungata potrebbe ingenerare danni
psicologici.
Perché, allora, molte coppie sono ancora felicemente sposate, hanno un ottimo rapporto e si amano,
anche se non sono più innamorate? Da un punto di vista fisiologico queste coppie sono passate da
uno stato di amore romantico pervaso di dopamina alla relativa quiete di un affetto indotto
dall'ossitocina. L’ossitocina è un ormone che promuove, fra l’altro, un senso di vicinanza, di
legame: la sua produzione è stimolata dal contatto fisico con le persone con cui abbiamo legami
stabili: il partner, i figli. I topolini di campagna, animali con elevati livelli di ossitocina, si
accoppiano per la vita. Quando i ricercatori bloccano i recettori di ossitocina in questi roditori, gli
animali non formano legami monogami e iniziano a guardarsi intorno.
Nelle relazioni a lungo termine che funzionano si ritiene che due ormoni abbondino nei partner:
l’ossitocina nelle donne e la vasopressina negli uomini. Questi due ormoni, chiamati “ormoni
dell’appagamento”, vengono secreti in particolare durante l’orgasmo: in questa fase i livelli di
vasopressina schizzano verso l’alto nell’uomo, mentre i livelli di ossitocina si alzano nella donna.
Queste due sostanze chimiche contribuiscono senza ombra di dubbio a quella sensazione di unione,
vicinanza e attaccamento che si prova dopo aver fatto l’amore con la persona amata. 26
Al contrario, nelle relazioni a lungo termine che non decollano, o che crollano una volta passata
l’euforia, è probabile che la coppia non abbia trovato un modo per stimolare o mantenere costante la
produzione di ossitocina.
Esiste un modo allora per far durare la passione? Secondo la Fisher, sì. Umorismo e sesso sono la
ricetta vincente. L’umorismo è basato sulla novità, sull’inatteso, che innalza i livelli di dopamina
nel cervello. E il sesso è associato con alti livelli di testosterone, il quale, in una reazione a catena,
può aumentare la dopamina. Ma oltre a ciò, è importante anche avere interessi comuni e fare
insieme cose nuove ed eccitanti: “varietà, varietà, varietà: è questo ciò che stimola i centri del
piacere nel cervello, mantenendo il clima idilliaco”. 27
E se, invece, la formula vincente fosse un’altra? Certo, la risposta potrebbe essere diversa se
provassimo a spiegare l’imperioso bisogno dell’altro che caratterizza l’esperienza amorosa, facendo
ricorso al mito platonico dell’androgino. Come ricorda il mito, 28 gli umani erano un tempo
completi, insieme uomo e donna, e costituivano una minaccia per gli dei, che vivevano la
perfezione dell’androgino come un atto di superbia. Un giorno essi tentarono di ribellarsi alla
divinità e, per punizione, furono divisi in due.
9

L’amore è, dunque, quel sentimento ontologico di ricomposizione dell’unità perduta: quando si ama
e ci si ricongiunge al proprio amato si è felici, perché si è di nuovo perfetti e completi.
Il desiderio imperioso dell’altro, che connota ogni esperienza amorosa, deriva proprio da questa
perdita originaria, che per tutta la vita rappresenta uno stimolo alla ricerca di qualcuno che possa
colmare il vuoto.

Note
1
SARTRE JEAN-PAUL, L’Essere e il Nulla, Il Saggiatore, Milano, 1997, p.134
2
IRIGARAY LUCE, Essere due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, p.52
3
Ibidem
4
IRIGARAY L., op.cit., p. 35
5
SARTRE J.P., op.cit., p.417
6
Cfr. SARTRE J.P., op.cit., p. 427
7
SARTRE J.P., op.cit., p.437
8
Ivi, p.439
9
Ivi, p.440
10
IRIGARAY L., op.cit., p.35
11
SARTRE J.P., op.cit., p.450
12
Ivi, p.461
13
BAUMANN ZYGMUNT, Modernità liquida, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p.29
14
Ivi, p.13
15
BAUMANN ZYGMUNT, Amore liquido, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p.13
16
BAUMANN Z., Amore liquido, op.cit., p.15
17
Ivi, p.16
18
Ivi, p.18
19
Ivi, p.22
20
Ivi, p.23
21
Cfr. FISHER HELEN., Perché amiamo, Corbaccio, Milano, 2005, pagg.7-9
22
Ivi, p.82
23
Ivi, p.65
24
Cfr. MARAZZITI DONATELLA et alii, Alteration of the platelet serotonin transporter in romantic
love, in Psychological Medicine, n.29, pagg.741-745
25
Cfr. FISHER H., op. cit., p. 221
26
Ivi, p.100
27
FISHER H., op. cit., p.233
28
PLATONE, Simposio, 189c-193e, trad.it. di P.Pucci, in id., Opere complete, vol.III