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Configurazioni di capitale

1 – Il concetto di capitale in economia aziendale.


La nozione di capitale è strettamente legata all’oggetto posso in essere e al fine a cui
questo conduce. Se l’oggetto sono le aziende e il fine lo studio delle condizioni affinché
queste sopravvivano, anche il capitale viene letto nella stessa prospettiva.
Detto questo, si può affermare che il capitale è una grandezza istantanea che focalizza, in
un determinato momento, tutte le condizioni di (futura) creazione di valore distintamente
riconoscibili.
Da questa nozione risulta evidente quanto l’identificazione della stessa sia legata alla
modalità tramite la quale crea valore. In particolare, solo nelle imprese che operano sul
mercato è possibile misurare la creazione di valore tramite costi e ricavi e,
conseguentemente, i redditi di esercizio. Negli altri casi, l’assenza del mercato, rende la
misurazione della creazione di valore più imperfetta e soggettiva. Da ciò, si può
puntualizzare che l’analisi del capitale, nella nozione corrente, ha senso solo per le imprese.
L’indagine del capitale può essere effettuata sia sotto il punto di vista quantitativo-
sintetico, sia sotto il punto di vista qualitativo-analitico. E l’insieme delle differenze, unite
alle prospettive che l’azienda ha davanti a sé, permette di individuare alcune configurazioni
tipiche di capitale.

2 – Il capitale economico.
La configurazione di capitale ideale per sottolineare l’aspetto quantitativo-sintetico è,
senz’altro, il capitale economico. Si può dire che esso sia il valore di un’impresa in funzione.
Un’impresa va vista come un investimento e, perciò, deve prospettare una remunerazione
adeguata affinché risulti conveniente effettuarlo. Questa adeguatezza si giudica in relazione
a due parametri:
- l’entità dei frutti reddituali
- il rischio connesso all’investimento
Il prezzo che il generico investitore è disposto a pagare è direttamente proporzionale alla
corrente dei flussi reddituali e inversamente proporzionale ai rischi che l’investimento
comporta. Si può infatti capire come l’investimento sia conveniente solo nel caso in cui
esso prospetti almeno la copertura integrale del costo-opportunità, ossia il rapporto fra
rischio-rendimento offerto dagli investimenti alternativi a cui si rinuncia.
La matematica finanziaria offre un algoritmo in grado di stabilire il massimo importo di
capitale che è adeguato investire nella proprietà di un’impresa:
n
( 1+ i) −1
W =R n
i(1+i)
dove:

W = capitale economico;

R = reddito medio annuo atteso;

i = tasso di attualizzazione;

n = numero di anni per i quali il reddito sarà prodotto.

Dal momento che la stessa definizione di azienda implica una sua prospettiva di durata
potenziale indeterminata, risulta fondato ipotizzare n tendente all’infinito. In questo caso,
la formula diventa:
R
W=
i
La quantificazione del flusso reddituale annuo atteso risulta particolarmente difficoltosa, in
quanto sono molte e diverse le variegate. A tal fine risulta intuitivo partire dai redditi
prodotti negli ultimi periodi (3 o 5 esercizi), normalizzarli, cioè rimuovere eventuali
componenti appartenenti alla gestione straordinaria e che probabilmente non si
ripresenteranno, e farne una media.
La scelta del tasso di attualizzazione, invece, cerca di individuare quel tasso che esprime il
rendimento normale di mercato di investimenti simili a quello in oggetto della valutazione.
Metodologicamente, il tasso è dato dalla stima di un premio per il rischio (risk premium)
che va ad aggiungersi al rendimento che il mercato offre per investimenti privi di rischio
(risk free rate).
Si ritengono infine necessarie due puntualizzazioni.
La prima riguarda l’esigenza di rispettare una relazione di coerenza tra i redditi attesi e il
tasso di attualizzazione. Può accadere, ad esempio, che prendendo in considerazione una
misura del reddito nominale costante, non si tenga conto dell’inflazione, finendo così per
ritrovarsi un’ipotesi di redditi reali decrescenti.
La seconda si riferisce al fatto che, a volte, è preferibile escludere dall’intero flusso
reddituale atteso, gli oneri che deriveranno dai debiti di finanziamento. Ciò serve a
separare l’effetto sul valore finale della gestione operativa da quello della gestione
finanziaria.
Quanto alle finalità della determinazione del valore economico del capitale sono due:
- la prima, è relativa all’esigenza di conoscere il valore assegnabile al complesso
aziendale in occasioni di transazione che lo abbiano in oggetto. In una trattativa di
vendita, l’operazione andrà a buon fine solo nel caso in cui chi acquista è in grado di
gestire quell’azienda riuscendo a ricavarne redditi più alti o rischi più bassi;
- la seconda, riguarda la sua funzione di “collaudo” della correttezza del valore assegnato
al capitale di funzionamento.
3 – Il capitale di funzionamento.
Una seconda tipica configurazione del capitale è quella di funzionamento. Essa concepisce
il capitale come un insieme di potenzialità alla creazione di valore in un determinato
istante.
Le attività sono potenzialità positive: quelle economiche sono utilità connesse a fattori
produttivi già disponibili o in attesa di partecipare ai processi produttivi; quelle finanziarie,
possono a loro volta trasformarsi in fattori produttivi.
Le passività sono potenzialità negative: quelle economiche prospettano la generazione di
costi futuri a cui far fronte; quelle finanziarie, si tradurranno in un assorbimento di risorse
che avrebbero potuto altrimenti generare ricavi.
La principale differenza dal capitale economico è che le singole potenzialità sono oggetto di
riconoscimento e valutazione distinti. Inoltre, il capitale di funzionamento, focalizza
l’attenzione sulle singole determinanti dei redditi attesi e li divide nei suoi elementi attivi e
passivi.
Il capitale di funzionamento restringe l’attenzione ai soli processi in corso di svolgimento al
momento della sua stima. Le componenti economiche, cioè i costi e i ricavi, vanno rinviati
al futuro in quanto sono relativi a processi produttivi avviati ma non ancora conclusi.
Manca, perciò, ogni riflesso dei contributi reddituali relativi a processi produttivi successivi
a quelli che erano in essere al momento della stima.
Nella determinazione non viene considerata alcuna limitazione convenzionale e senza
asimmetrie di trattamento tra le potenzialità favorevoli e sfavorevoli. Vengono inoltre
escluse dalla determinazione tutte quelle risorse che non presentano un costo esplicito,
quali le risorse intangibili.
Conseguentemente a queste osservazioni, si può facilmente capire come il capitale di
funzionamento risulti sempre congruamente inferiore al capitale economico, dove la
congruità è data dall’applicazione del principio di prudenza nella determinazione del
capitale economico.
4 – Il capitale di liquidazione.
Un’ultima tipica configurazione del capitale è quella di liquidazione. La sua caratteristica
fondamentale è che si ipotizza uno stato di disgregazione dell’azienda, la quale si pone
come unico obbiettivo la gestione ottimale delle attività, estinguere le obbligazioni e
cessare come soggetto giuridico. Con l’inizio dello stato di liquidazione, per quanto riguarda
l’attivo, il patrimonio viene considerato semplicemente un aggregato di beni da realizzare
sul mercato e crediti da incassare; mentre per il passivo, di obbligazioni da adempiere. In
quest’ottica viene meno quell’effetto-sistema che fa sì che il tutto abbia un valore maggiore
rispetto alla somma delle sue parti. Rispetto al capitale di funzionamento, il capitale netto
di liquidazione si dimostrerà quantitativamente inferiore.
Infatti, per quanto riguarda le attività:
1. verranno a mancare quegli elementi il cui scopo è subordinato all’azienda, come ad
esempio il marchio;
2. il valore di realizzo diretto sarà inferiore rispetto a quello che avrebbe potuto
possedere in un’azienda in piena attività.
Per quanto riguarda le passività, invece:
1. bisogna tenere presente tutte le obbligazioni in essere in un dato momento, inoltre
l’inizio stesso dello stato di liquidazione dà luogo a nuove obbligazioni;
2. sul piano valutativo, nel capitale di funzionamento, l’orientamento prudenziale
potrebbe portare a sovrastime, tuttavia abbastanza marginali.
Si potrebbe perciò, disporre le diverse configurazioni di capitale in uno stesso continuum
logico che va da un’azienda completamente unitaria ad una del tutto disaggregata:
capitale economico > capitale di funzionamento > capitale di liquidazione

5 – Il capitale di bilancio.
Il capitale di bilancio è la rappresentazione del capitale che viene fornita nel bilancio
d’esercizio. Visto che non risponde a presupposti logici autonomi, non costituisce una vera
e propria configurazione di capitale. Infatti, le condivide con il capitale di funzionamento,
dal quale tuttavia si differenzia per alcune ragioni:
- il bilancio, a causa della sua natura legale, opta per delle prescrizioni che sfuggono al
tema del capitale di funzionamento;
- numerose circostanze fanno sì che ci sia una sostanziale disformità tra il contenuto dato
al capitale di bilancio e quello di funzionamento.
6 – Le relazioni fra le diverse configurazioni di capitale.
La riserva potenziale.
La distanza tra capitale economico e capitale di funzionamento dipende dal fatto
che, mentre quello economico considera le prospettive reddituali nella loro totale
misura attesa, il capitale di funzionamento guarda solo ai processi in corso di
svolgimento al momento della stima. Si tratta, perciò, del valore attuale di redditi
attesi che costituiscono solo delle potenzialità, che si sceglie prudenzialmente di
non evidenziare. Si qualifica questa distanza in riserva potenziale. Riserva, perché si
tiene accantonata. Potenziale, perché si tratta di un valore la cui definitiva
acquisizione avverrà solo in futuro a determinate condizioni.

Capitale economico

RISERVA POTENZIALE
Capitale di funzionamento

La riserva occulta.
Quando il capitale di di bilancio è inferiore al capitale di funzionamento, significa
che si è data insufficiente rappresentazione delle attività e/o valutazione eccessiva
della passività. Una tale “alterazione” del capitale fa sì che non si dia evidenza ad
una nuova ricchezza prodotta dall’impresa, lasciandola acquisita in maniera occulta.
La dottrina definisce, perciò, questa differenza fra capitale di funzionamento e di
bilancio, riserva occulta.

Capitale di funzionamento
RISERVA OCCULTA

Capitale di bilancio
L’annacquamento del capitale.
Nel caso in cui il capitale di bilancio risulti superiore a quello di funzionamento, si
hanno diverse conseguenze:
1. Si danneggiano i futuri soci a vantaggio di quelli attuali;
2. Si anticipa temporalmente un prelievo fiscale;
3. Si anticipa l’indebolimento della capacità dell’azienda di far fronte alle future
avversità.
La distanza che solitamente intercorre fra capitale di funzionamento e capitale
economico, di solito, indica potenzialità esistenti ma convenzionalmente non
evidenziate. Ciò significa che gli va attribuito un significato diverso nell’ipotesi in cui
ci sia una sovrastima del capitale di bilancio, in cui a loro volta si distinguono due
ulteriori casi:
1. Nel caso in cui superi anche il capitale economico, significa che si sta dando
evidenza, all’interno del bilancio, a utili inesistenti, e, perciò, qualsiasi
distribuzione di capitale verrà in realtà sottratta dal capitale di proprietà. In
questo caso si dice che si realizzi un annacquamento di capitale.

Capitale di bilancio

Capitale economico

Capitale di funzionamento

2. Nel caso in cui, invece, il capitale economico non venga superato, vuol dire
che si è avuto una minor applicazione del principio di prudenza e quindi una
parte delle prospettive reddituali non sono sufficientemente certe. In questo
caso il danneggiamento avviene solo nel caso in cui queste prospettive non
si verifichino nella misura attesa.
7 – L’avviamento.
Quando si parla di un’azienda avviata si fa riferimento ad uno stato di successo e buona
reputazione di cui la stessa gode. In economia aziendale, invece, ci si riferisce al fatto che
questa possa fare affidamento su significative risorse intangibili e si può perfino dare un
valore alla qualità del suo avviamento. In particolare, l’avviamento, può essere considerato
come la differenza che intercorre tra il capitale economico e il capitale di funzionamento,
va, quindi, a sovrapporsi con il concetto di riserva potenziale.
Le ragioni per le quali il capitale di funzionamento risulta minore di quello economico sono
riconducibili a due ordini di circostanze:
- Nel capitale di funzionamento, le attività sono minori e le passività sono maggiori
rispetto a quelle effettive. Si tratta di plusvalenze latenti che il capitale di
funzionamento volutamente non rende esplicite. Di solito sono attribuite ad
immobilizzazioni, ai titoli e alle giacenze in magazzino.
- Risorse intangibili che sono entrate a far parte dell’azienda in modo graduale, senza
uno specifico atto di acquisizione.
Per quanto riguarda il metodo, per ricavare il valore di avviamento, prima si integra il
capitale di funzionamento con quelle componenti patrimoniali immateriali apprezzabili e
poi si confronta con il capitale economico. La differenza tra questi due risulta essere il
valore di avviamento dell’azienda.

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