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Il primo, colpito dall’esproprio delle terre, è costretto a lasciare la sua patria, che

contempla per l’ultima volta prima di avviarsi all’esilio; il secondo ha potuto


conservare le proprie terre grazie all’intervento di un deus incontrato durante un
viaggio a Roma, ma di cui non si specifica l’identità. L’ecloga è stata interpretata
in chiave autobiografica e intesa come un ringraziamento rivolto da Virgilio,
personificato in Titiro, al deus Ottaviano. Le opposte sorti di Titiro e Melibeo
rispecchiano due diversi modi di rapportarsi al potere: la rovina di Melibeo
ribadisce la fragilità del microcosmo bucolico, minacciato dalla storia; mentre
Titiro, risparmiato grazie all’alleanza con il potere, si fa portavoce del motivo
encomiastico , sottolineando che l’alleanza con il potere è l’unica possibilità di
sopravvivenza, anche della stessa poesia.
Il dialogo è ripreso dagli idilli di Teocrito, però in questo impianto pastorale si
innesta il tema proprio di Virgilio di attualità. È difficile delineare il carattere dei
personaggi, perché ci sono tante contraddizioni. Titiro è un senex, ma parla dell’
amore come uno iuvenes. Di Melibeo non si conosce l’età né la posizione
sociale, ma sappiamo che è stato un piccolo proprietario terriero. Sono appena
abbozzate Galatea, una donna avida, e Amarillide, una donna amorosa,
entrambe amanti di Titiro. Non possiamo individuare il paesaggio
geograficamente e storicamente, ma ha le caratteristiche di quello laziale e
lombardo, soprattutto mantovano nel momento in cui menziona il fiume Mincio e
il Po e la terra povera e non lussureggiante. Dovrebbe essere estate perché c’è
la ricerca dell’ombra, però si parla di castagne, quindi è probabile che fosse un
autunno molto caldo. Menziona le api iblee, che prendono il nome dai monti
iblei, in Sicilia, e producono un miele rinomato.
Bucoliche: analisi del testo

• La prima sequenza, dai versi 1-18, propone l’opposizione tra i destini dei due
pastori: lo spazio idillico di Titiro si contrappone a quello devastato dell’esule
Melibeo e il punto di vista dei due pastori si alternano.
M: Titiro, tu che riposi sotto l’ombra di un alto faggio, studi sull’esile zampogna
una melodia silvestre: noi lasciamo i territori della patria e i dolci campi, noi
abbandoniamo la patria; tu o Titiro, rilassato all’ombra insegni alle selve a
risuonare della bella Amarillide.
T: O Melibeo, un dio mi (ci) ha permesso questi momenti di pace: e infatti quello
sarà sempre per me un dio; e spesso un tenero agnello (tratto) dai nostri ovili
bagnerà l’altare di quello. Quello ha permesso ai miei buoi ,come vedi, di
camminare liberi (errare) e mi ha permesso di suonare con la zampogna agreste
ciò che volessi.
Qui Virgilio descrive l’arrivo venturo di un puer (le cui identificazioni sono state
molteplici: dal figlio del protettore Asinio Pollione fino addirittura a Gesù Cristo)
che sarà il portatore di una radicale rivoluzione futura della vita degli uomini,
che potranno godere di un’età straordinaria di pace e benessere dopo il
periodo tragico delle guerre civili. Nella conclusione dell’egloga, oltre a
preannunciare la vita felice del puer, Virgilio afferma che la sua poesia ne
celebrerà le lodi nel modo più degno possibile.

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