Sei sulla pagina 1di 3

Gli scritti filosofici di Cicerone fanno parte di un progetto ideato per importare a Roma la filosofia

greca e costituiscono uno dei più importanti punti della sua carriera letteraria; trascurati e criticati
sono stati, solo recentemente, molto rivalutati. Essi si distribuiscono in due fasi: la prima relativa
agli anni 54-51 a.C. E la seconda compresa nei due anni tra il 45 a.C. e la sua morte.

Le opere del primo periodo risentono sicuramente dell’otium forzato successivo all’esilio.
Cercando di raccordare le teorie greche di filosofia politica a una realtà ormai collaudata della
storia, Cicerone voleva fornire un contributo alla gravissima crisi politica e morale di Roma
attraverso il De re publica composto tra il 54 e il 51 a.C. Quest’opera rimase incompiuta, infatti il
mito con cui si concludeva ci è giunto come un’opera autonoma; mentre frammenti degli altri libri
furono riscoperti nel 1817 da Angelo Mai, prefetto della biblioteca vaticana.

Il De re publica - è un dialogo nel quale intervengono Scipione Emiliano e alti personaggi della sua
cerchia: nel primo libro viene esposta la dottrina polibiana della “costituzione mista”: Polibio
rifacendosi ad Aristotele, aveva adattato la dottrina delle tre forme di governo (monarchia,
aristocrazia e democrazia) e delle forme nelle quali queste tendono a degenerare (tirannide
oligarchia e oclocrazia). La forza dello Stato romano stava nel carattere misto della sua costituzione
nella quale il potere di governo era affidato ai consoli, il Senato garantiva la continuità della linea
politica dello Stato, mentre il popolo nei comizi gestiva la scelta dei magistrati. Questa teoria della
concordia ordinum, però, tutelava solo i gruppi sociali come l’aristocrazia, anche se comunque
Cicerone asseriva che anche il popolo traeva vantaggio dall’ordine generale della comunità. Nel
secondo libro si parla dell’evoluzione delle costituzioni romane, nel terzo della iustitia, nel quarto
dell’educazione dei cittadini e nel quinto si delinea la figura dell’uomo ideale che può governare lo
Stato: una figura indefinita che si potrebbe identificare con Pompeo o con chiunque altro.
Nell’ultimo libro invece Cicerone, traendo ispirazione da Platone, racconta un sogno di Scipione
Emiliano: il suo avo, Scipione Africano, lo guida attraverso le sfere celesti per rivelargli come in
esse sia riservato un posto agli uomini politici che si siano distinti nel servizio dello Stato.

De legibus - Così come Platone, Cicerone decise di dedicare un’opera alle leggi, il De legibus
determinando in particolare le funzioni che spettavano ai magistrati e ai membri dei collegi
sacerdotali. Di quest’opera sono rimasti solamente tre libri, anche se sappiamo che il trattato doveva
avere una maggiore estensione. Gli interlocutori di questo dialogo sono Attico, Quinto e lo stesso
Cicerone.

I Paradoxa Stoicum - del 46 a.C., un’opera retorica più che filosofica, è un omaggio alla memoria
di Catone Uticense che dopo la vittoria di Cesare sugli eserciti pompeiani si era ucciso per non
piegarsi al vincitore.

Le opere del secondo periodo - Nel secondo periodo troviamo un Cicerone molto diverso; infatti
dopo la morte di sua figlia Tullia, si dedicò a un’intensa attività di trattazione filosofica esaminando
ogni aspetto in diverse opere. Nel primo periodo scrisse l’Hortensius, dedicato a Ortensio Ortalo,
ispirato sempre ad Aristotele; nelle opere successive Cicerone cercò di offrire le dottrine imparate
dalle scuole neoaccademica, aristotelica e storica, mostrando un’avversione profonda verso
l’epicureismo.

Gnoseologia - Cicerone compose due versioni degli Academici Libri: quella giunta fino a noi, gli
Academici Priores, dedicato a Lucullo e una prima versione (Academici posteriores) dedicata a
Varrone. Cicerone esamina e confronta le diverse soluzioni offerte dalle varie scuole filosofiche,
cercando di trarne soluzioni e non certezze assolute, che di volta in volta appaiono più ragionevoli.
Infatti i protagonisti contrappongono i propri punti di vista senza che si arrivi necessariamente
un’unica conclusione.
Verso lo stoicismo - Nel De finibus bonorum et malorum, confronta più punti di vista con una serie
di dialoghi fittizi di tipo aristotelico: nel primo libro l’epicureo Lucio Torquato, illustra la morale
epicurea. Nel secondo libro Cicerone accusa questa morale di essere ferma ad un edonismo e un
utilitarismo inaccettabile. Nel terzo libro Catone Uticense espone la morale stoica e nel successivo
Cicerone ne critica l’intellettualismo astratto che non riesce a dettare un codice di comportamento di
fronte al dolore. Nel quinto libro Marco Publio Pisone illustra una sintesi delle dottrine storiche con
quelle aristoteliche e neoaccademiche. Le Tuscolanae disputationes sono ancora ambientate nella
villa di Cicerone a Tusco. Composte nel 45 a.C., sono molto vicine alla concezione stoica secondo
la quale la virtù, sola, assicura al saggio la felicità: nel primo libro si affronta la paura della morte,
nel secondo il dolore fisico, nel terzo il dolore spirituale, nel quarto i turbamenti dell’animo mentre
nel quinto si dimostra che la virtù è sufficiente da sola a raggiungere la felicità. Questo
avvicinamento allo stoicismo e questo bisogno di certezze e di speranza, è sicuramente dovuto a una
serie di avvenimenti dolorosi che colpirono Cicerone nella vita privata e pubblica.

I trattati sulla divinità - Nel 44 a.C. si accosta al problema della divinità e dei suoi rapporti con la
vita umana. Nei tre libri del De natura deorum si combinano tesi storiche e peripatetiche: nel primo
libro Gaio velleio espone la tesi epicurea secondo la quale gli dei non si curano delle vicende
umane, confutata poi dall’accademico Cotta e nel secondo libro della dottrina stoica della
provvidenza che governa il mondo, confutata poi dallo stesso Cotta. Nel De divinatione, diviso in
due libri, il fratello di Cicerone, Quinto, espone il suo punto di vista in favore degli oracoli e dei
presagi, mentre Cicerone stesso li confuta sulla base del pensiero neoaccademico. Nel De fato, si
discute se la vita umana sia soggetta al destino o alla libera scelta, posizione quest’ultima favorita
da Cicerone.

Filosofia pratica - Sempre nel 44 Cicerone sviluppa temi della filosofia pratica quali la vecchiaia e
l’amicizia, ambientando nella discussione nell’età Scipionica, momento ideale dell’equilibrio
politico e sociale di Roma. Nel Cato maior de senectute Catone il censore illustra come la vecchiaia
non privi l’anziano dell’autorità e del prestigio acquisito con la virtù politica. Nel Lelius de
amicitia, invece, Gaio Lelio, rievoca l’amicizia con Scipione Emiliano, sottolineando come in ogni
caso l’amicizia si configura come comunanza nella pratica della virtù e dei doveri verso la patria.

De Officiis e stoicismo - Dopo la morte di Cesare, Cicerone scrisse il De Officiis, sui doveri del
saggio e sulla dignità del suo comportamento. L’opera riflette le particolari circostanze storiche del
momento in cui fu composta soffermandosi sul momento di crisi totale dello Stato romano.
Il De Officiis dedicato al figlio Marco, è un trattato di etica pratica, ispirata allo stoicismo. L’opera
che propone una nuova fondazione dei valori tradizionali della scuola, è divisa in tre libri: nel primo
si discute dell’honestum, ossia di ciò che è moralmente giusto, nel secondo dell’utile e nel terzo del
possibile conflitto tra honestum e utile. Cicerone fa un esempio, quello di Attilio Regolo, che caduto
in mano dei Cartaginesi, viene inviato in patria per trattare lo scambio dei prigionieri, consigliando
lo Stato romano di non accettare la proposta ritornando a Cartagine ad affrontare il proprio
supplizio. È proprio l’osservanza della parola data che non è solo dimostrazione di virtù, ma anche
di utile. Per questo Cicerone riteneva che non ci fosse contraddizione tra utile e onesto.

L’epistolario Cicerone è anche noto per il suo Epistolario, che ci è conservato dall’anno 68 a.C.:
esso comprende 16 libri di lettere ai familiari, parenti e amici, 16 rivolte all’amico Tito Pomponio
Attico, nessuna di queste mai deliberatamente destinata alla pubblicazione. Egli, infatti, nelle lettere
depone lo stile solenne e illustra in modo piuttosto libero i propri progetti, le aspirazioni e le
amarezze. Per assicurarsi il favore di Ottaviano, Attico decise di pubblicare le lettere che Cicerone
gli aveva indirizzato, screditandolo e pubblicando solamente una parte delle sue lettere, omettendo
quella risalente al periodo scottante della Congiura di Catilina. Non sono presenti, inoltre, così
come avveniva nella raccolta Ad familiares le corrispondenti lettere scritte da Attico. L’epistolario,
però, rimane comunque un documento unico poiché illustra in primo piano la crisi di Roma, che
viene presentata con assoluta sincerità, proprio perché Cicerone si confidava all’interno delle
lettere, con i suoi destinatari, senza poter immaginare che un giorno quelle stesse lettere sarebbero
state pubblicate.

L’opera poetica In giovinezza Cicerone compose poemetti di stile ellenistico e tradusse


liberamente i Fenomeni di Arato di Soli. Successivamente si orientò verso una concezione
celebrativa e tradizionalista della poesia assumendo a modello Ennio e rifiutando i poetae novi.
Scrisse un Marius, celebrazione di Mario suo illustre concittadino, e più tardi due poemetti
autocelebrativi De consulatu meo e De temporibus dopo che inutilmente aveva sollecitato storici e
poeti perché magnificassero il suo operato.

Stile e lingua - presenti nelle opere di Cicerone, sicuramente hanno caratteristiche differenti a
seconda del genere e della funzione comunicativa di ciascuna opera. In generale Cicerone non ama
parole arcaiche, poetiche, colloquiali o grecismi: va fatto ovviamente un discorso a parte per
l’Epistolario con un linguaggio molto più alto, parlato dalle persone colte, oppure per le opere
filosofiche, nelle quali Cicerone ha dovuto affrontare il problema della resa del lessico filosofico
greco, dovendo fronteggiare l’inadeguatezza della lingua romana a rendere la terminologia
filosofica dei greci, elaborando quindi alcuni neologismi che sono entrati a far parte della
terminologia moderna. Nelle Orazioni invece ritroviamo una prosa più matura, capace di variare i
registri e di conquistare l’uditorio attraverso il dialogo con più argomentazioni, il pathos tragico o
alla verve comica.

Potrebbero piacerti anche