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MASSIMO MARRAFFA CRISTINA MEINI

VERSO UNA PSICHIATRIA COGNITIVA

Gli ultimi anni hanno visto l’intensificarsi dell’interazione tra scien-


za cognitiva e psichiatria. Molti psichiatri, psicologi, neuroscienziati e
filosofi della mente hanno collaborato al fine di affrontare i problemi
che sorgono dallo studio dei disturbi psichici. In questo quadro si sono
create le condizioni di un approccio cognitivo in psichiatria, di una
psichiatria cognitiva finalmente in grado di uscire dalle secche ideolo-
giche della tradizionale contrapposizione tra concezioni biologiche e
psicologiche dell’indagine psichiatrica. Infatti, una volta assunta la scienza
cognitiva come quadro di riferimento entro cui situare la modellistica
clinica, non si può non riconoscere da un lato la specificità del livello
esplicativo della psicologia dell’elaborazione di informazioni, dall’altro
lato la necessità di vincolare i modelli cognitivi con i risultati delle
neuroscienze. In quest’ottica, la linea di demarcazione tra psichiatria e
neuropsicologia cognitiva potrebbe essere messa in discussione.
È importante sottolineare il carattere bidirezionale di questa auspicata
sintesi tra psichiatria e scienza cognitiva. Da un lato le teorie della
natura, del funzionamento e dell’architettura della mente elaborate da-
gli scienziati cognitivi dovrebbero costituire il quadro concettuale entro
cui costruire i modelli dei disturbi psichici. Dall’altro lato gli studi
psicopatologici dovrebbero costituire sia un vincolo di validità ecologi-
ca sulla teorizzazione e sperimentazione in scienza cognitiva, sia un
banco di prova cruciale per la modellistica cognitiva.
Alla definizione e alle prospettive di sviluppo di questo progetto è
dedicato il presente fascicolo di «Sistemi Intelligenti». Da parte nostra,
cercheremo di fornire un esemplare (in senso kuhniano) di sintesi tra
scienza cognitiva e psichiatria. Nella prima parte sosterremo che l’ipo-
tesi del carattere modulare dell’architettura della mente costituisce un
quadro di riferimento fondamentale per la psichiatria, essendo possibile
costruire su di essa una tassonomia dei disturbi psichici alternativa a
quella del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (American
Psychiatric Association 2000). Più in particolare, vedremo che l’ado-
zione di diverse concezioni della modularità si riflette sull’ampiezza e
sull’aspetto delle distinzioni nella tassonomia stessa. Forti di questo

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 159


quadro di riferimento, passeremo a esaminare un (probabilmente «il»)
caso esemplare di interazione «coevolutiva» fra scienza cognitiva e
psichiatria: la costruzione di modelli dell’autismo e della schizofrenia
in seno alla Theory of Mind. Vedremo allora come situare nell’ambito
della riforma modularista della tassonomia psichiatrica l’interpretazio-
ne di disturbi quali autismo e schizofrenia come deficit metarappre-
sentazionali. E vedremo anche come questa interpretazione ha dato
origine a un nuovo approccio cognitivo a tali disturbi e, viceversa, lo
studio di questi disturbi psichici ha contribuito allo sviluppo di una
comprensione a grana più fine del concetto di metarappresentazione.

1. LA PSICOLOGIA INGENUA

La psicologia ingenua, o psicologia del senso comune, è la capacità,


universalmente diffusa in tutti gli esseri umani, di interpretare il com-
portamento proprio e altrui in termini di stati mentali. Attribuire a Maria
il desiderio di un bicchiere di Brunello di Montalcino, così come preve-
derne il comportamento successivo o spiegare perché non è entrata in un
fast food, sono tutti esempi di interpretazioni psicologiche ingenue.
Accade anche di interpretare se stessi, per esempio quando riteniamo di
avere rifiutato l’invito a uscire con gli amici perché sappiamo che loro
vogliono pranzare al fast food.
Nell’ambito della scienza cognitiva il vecchio tema filosofico della
psicologia del senso comune si è energicamente imposto nel 1978,
quando i primatologi Premack e Woodruff si chiesero se analoghe
capacità fossero in possesso di altri primati, in particolare degli scim-
panzé. Negli anni successivi, numerosi psicologi misero a punto diverse
metodologie sperimentali per evidenziarne le tappe dello sviluppo
ontogenetico nei piccoli esseri umani. Emerse così che verso i quattro
anni i bambini incominciano a capire che gli stati mentali sono stati che
rappresentano il mondo in un modo che può essere fedele ma che,
talvolta, si rivela errato. A quattro anni, infatti, essi superano i test delle
credenze false, il più noto dei quali è il Test di Maxi (Wimmer e Perner
1983). Il bambino e il pupazzo Maxi si trovano di fronte a due scatole
il cui contenuto non è percepibile. Lo sperimentatore inserisce una
tavoletta di cioccolato nella prima scatola. Maxi se ne va, e in sua
assenza lo sperimentatore sposta il cioccolato nella seconda scatola.
Viene quindi chiesto al bambino dove Maxi, al suo ritorno, cercherà il
cioccolato. Fino all’età di circa quattro anni i bambini non considerano
che, in ragione delle condizioni sperimentali, la credenza di Maxi è
errata, affermando che il pupazzo cercherà il cioccolato nella seconda
scatola. Solo dopo tale età critica capiscono che il cioccolato sarà
cercato nella prima scatola.
Nel riferirsi alla psicologia ingenua, molti scienziati cognitivi parla-

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no spesso di capacità metarappresentazionale, per evidenti ragioni. È
una delle idee centrali della scienza cognitiva (almeno nella sua forma
classica) che gli stati mentali sono stati rappresentazionali. Così, vedere
un cane significa intrattenere una rappresentazione mentale avente una
certa forma e un contenuto (il cane), e credere che l’Asia sia lontana
significa intrattenere una rappresentazione mentale con forma e conte-
nuto diversi. Ora, se intrattenere uno stato mentale nei confronti del
mondo significa rappresentarsi mentalmente un aspetto del mondo, nel
momento in cui esercito la mia capacità psicologica ingenua e attribui-
sco uno stato mentale a qualcuno, mi trovo in uno stato mentale di
secondo ordine. Nel pensare che Maria desideri un bicchiere di Brunello
di Montalcino costruisco una matarappresentazione, ovvero una rap-
presentazione mentale di secondo ordine che ha come contenuto la
rappresentazione mentale di primo ordine che Maria intrattiene nel
desiderare il vino.
Dal momento che i sistemi cognitivi sono in grado di costruire ed
elaborare rappresentazioni mentali e quelli capaci di comunicare sono
anche in grado di produrre e interpretare rappresentazioni pubbliche, si
possono distinguere almeno quattro categorie di metarappresentazioni:
rappresentazioni mentali di rappresentazioni mentali (ad es. il pensiero
«S crede che la birra sia nel frigo»); rappresentazioni mentali di rappre-
sentazioni pubbliche (ad es. il pensiero «S ha detto che la birra è nel
frigo»); rappresentazioni pubbliche di rappresentazioni mentali (ad es.
il proferimento «S crede che la birra sia nel frigo»); rappresentazioni
pubbliche di rappresentazioni pubbliche (ad es. il proferimento «S ha
detto che la birra è nel frigo»). Pertanto la capacità di costruire ed
elaborare rappresentazioni mentali di rappresentazioni mentali – deno-
miniamola capacità di mentalizzare – è solo una sottocapacità della più
ampia capacità metarappresentazionale, che è la capacità di costruire ed
elaborare rappresentazioni di rappresentazioni, mentali o pubbliche che
siano (Sperber 2000).
La capacità di mentalizzare è oggetto di vari settori della scienza
cognitiva, in particolar modo in Metacognition e in Theory of Mind. La
distinzione tra i due ambiti è contingente: la Metacognizione studia
metarappresentazioni legate a processi cognitivi di base (ad es. la me-
moria) in una fase avanzata dello sviluppo del bambino (di solito in età
scolare); la Teoria della Mente si occupa di metarappresentazioni nel
senso più fondamentale di atteggiamenti proposizionali. Tuttavia si
dovrebbe parlare di un’unica scienza della metarappresentazione men-
tale, di cui Metacognizione e Teoria della Mente sono sottosettori. La
Teoria della Mente studia alcune sottofunzioni della capacità
metarappresentazionale come, ad esempio, la capacità di identificare
gli stati mentali e quella di ragionare su di essi; la Metacognizione ne
studia altre come la regolazione e il monitoraggio (cfr. Semerari, in
questo numero).

161
1.1. La teoria della simulazione

La spiegazione cognitivamente più economica della natura della


capacità di mentalizzare è offerta dalla teoria della simulazione.
Secondo le teorie della simulazione, la psicologia ingenua è espres-
sione della capacità di simulare i comportamenti propri e altrui in
situazioni controfattuali. Nell’interpretare il comportamento di Marta
che fugge di fronte a un serpente immaginiamo di trovarci nella sua
situazione e capiamo perché scappa. Analogamente, per capire il com-
portamento di Romeo immaginiamo di trovarci nella sua situazione e di
vedere Giulietta apparentemente morta. In tutto ciò, si tratta di prendere
una decisione sul comportamento da attuare. Sebbene con importanti
eccezioni, le teorie della simulazione sono naturalmente portate ad
attribuire una priorità al ragionamento psicologico ingenuo alla prima
persona. Per interpretare gli altri, infatti, ne simuliamo il comportamen-
to e vediamo cosa succede dentro di noi, per trasferire il risultato alla
persona la cui condotta stiamo cercando di capire.
Come efficacemente sottolineato da Stich e Nichols (1995), secon-
do la prospettiva simulazionistica nell’esercitare la psicologia ingenua
utilizziamo in modalità off line il sistema di pianificazione delle azioni
(o sistema esecutivo), localizzato nei lobi frontali del cervello umano.
Nella sua forma più diretta di funzionamento, che qui chiameremo on
line, questo meccanismo cognitivo ci permette di determinare la se-
quenza di azioni volte a realizzare efficacemente un comportamento
complesso e non completamente automatizzato. Come programmare la
sequenza di azioni al mattino, se ci si accorge che nella dispensa non c’è
più caffè? In casi come questi, una serie di comportamenti automatici va
rivista alla luce di una nuova realtà. Nell’interpretazione di un compor-
tamento in termini psicologici, tuttavia, tale sistema utilizza input e
produce output particolari. Infatti, in tali contesti l’input tipicamente
non è la situazione percettiva reale, ma quella immaginata: non è fre-
quente trovarsi esattamente nel punto di vista di chi stiamo interpretan-
do, e in tali casi dobbiamo immaginare ciò che egli sta vedendo o
percependo in altra modalità. Per quanto concerne l’output del sistema
di pianificazione, nell’ambito dell’esercizio della psicologia ingenua
non si tratta di realizzare concretamente un comportamento, quanto
piuttosto di predirlo o spiegarlo. Sono dunque due i momenti in cui il
sistema di simulazione lavora off line. Essendo utile, come vedremo in
seguito, operare una distinzione, chiamiamoli off line in input e off line
in output.
Appare chiaro in che senso la teoria della simulazione costituisca la
spiegazione più economica della psicologia ingenua. Essa fonda infatti
tale capacità su un meccanismo cognitivo per così dire «gratuito»,
richiesto, e verosimilmente evolutosi, per svolgere qualcosa di più
basilare come la pianificazione di un comportamento. L’unica innova-

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zione introdotta riguarda l’uso off line del sistema, mentre non è richie-
sta una conoscenza specifica relativa al dominio psicologico.

1.2. La teoria della teoria modularistica

Secondo altri autori l’elemento cruciale per la capacità di mentalizzare


non sarebbe la simulazione del comportamento, bensì il possesso di una
teoria innata della mente. Alan Leslie (1987; 1994; 2000), ad esempio,
ipotizza l’esistenza di un meccanismo metarappresentazionale (recente-
mente definito come un modulo, cfr. Scholl e Leslie 1999), ToMM
(Theory of Mind Mechanism), responsabile della costruzione di M-
rappresentazioni, metarappresentazioni inconsce che sarebbero a fon-
damento della costruzione di una teoria tacita della mente1. Non sor-
prende dunque che si parli, per denotare questo approccio allo studio
della natura della psicologia ingenua, di teoria della teoria.
Leslie ha peraltro avuto modo di elaborare la sua ipotesi, presentan-
do un’architettura mentale composta da vari moduli, ToBy, ToMM1 e
ToMM2, quest’ultimo coincidente con ToMM. Mentre ToBy (da Theory
of Body mechanism, «meccanismo della teoria dei corpi fisici») ha il
compito di stabilire se il movimento di un oggetto è causato da forze
interne o esterne, ToMM1 e ToMM2 si occupano delle proprietà inten-
zionali degli agenti.
A un’architettura mentale che renda conto dei principali aspetti
della mentalizzazione, fin dalle sue origini ontogenetiche e filogenetiche
mira anche Simon Baron-Cohen, che colloca ToMM in un più ampio
mindreading system (fig. 1).
In questo sistema il processo che culmina con l’attribuzione di stati
mentali viene scomposto in quattro meccanismi relativamente autono-
mi. A partire da stimoli a forma d’occhio, EDD (Eye Direction Detector)
costruisce rappresentazioni diadiche del tipo (X VEDE Y), mentre stimoli
autopropulsi aventi una certa direzione stimolano ID (Intentionality
Detector) a costruire altre rappresentazioni diadiche del tipo «X VUOLE
Y». ID e EDD sono i primi meccanismi del sistema di mindreading a
giungere a maturazione nell’essere umano, che verosimilmente li con-
divide con altri animali. Le rappresentazioni prodotte da questi due
primi meccanismi costituiscono un doppio input parallelo per SAM
(Shared Attention Mechanism), che rappresenta situazioni di attenzione
condivisa. Introducendo un terzo elemento nella relazione, SAM co-
struisce infatti rappresentazioni del tipo «X PERCEPISCE che Y PERCEPISCE
Z». Infine, l’output di SAM costituisce l’input di ToMM, il meccanismo

1
In modo non dissimile dalla teoria tacita del linguaggio postulata da Chomsky
(1980).

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Stimoli di Stimoli in movimento in una
aspetto oculare certa direzione e/o autopropulsi

EDD ID

SAM

ToMM

Metarappresentazioni

F IG. 1. Il mindreading system.

delle teoria della mente di Leslie. Il mindreading system situa ToMM,


l’ultimo elemento del sistema a giungere a maturazione, all’interno di
una rete di meccanismi modulari in cui l’output di un modulo funge da
input (o parte dell’input) per uno o più moduli che si trovano «più a
valle» (fig. 1).

2. TOMM E L’IPOTESI DELLA MODULARITÀ MASSIVA

Abbiamo visto che per Leslie ToMM è un modulo. Ciò – è cruciale


rilevarlo – segna un allontanamento dalla nozione di modularità resa
celebre da Fodor (1983). Questo autore attribuisce un carattere modula-
re2 esclusivamente ai sistemi di input (percezione visiva ed elaborazio-
ne del linguaggio) e di output (il controllo motorio). Tuttavia il mecca-
nismo cognitivo alla base della capacità di costruire M-rappresentazioni
elabora input concettuali e non percettivi. Infatti ToMM non si applica

2
Le due principali proprietà dei moduli fodoriani sono l’incapsulamento informativo
e la relativa inaccessibilità alla coscienza delle rappresentazioni intermedie. Le altre
caratteristiche sono: la specificità di dominio, il carattere obbligatorio dell’analisi, la
rapidità di esecuzione, la superficialità delle rappresentazioni in uscita, l’architettura
neurale fissa, l’esistenza di malfunzionamenti tipici e specifici per quel modulo e la
prevedibilità dello sviluppo ontogenetico (Fodor 1983, cap. 3).

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ai movimenti corporei in quanto tali, bensì ad azioni, che sono movi-
menti volti a fini specifici. Inoltre il modulo può essere attivato oltre
che dalla percezione esterna e dai meccanismi propriocettivi, anche da
input linguistici (e dunque paradigmaticamente concettuali), come av-
viene quando qualcuno ci descrive le azioni di un’altra persona, o
leggiamo un romanzo e cerchiamo di comprendere le azioni e i moventi
dei personaggi. Pertanto qualificare come «modulare» il meccanismo
della psicologia ingenua richiede una revisione dell’ipotesi di Fodor
tale da consentire la modularizzazione anche di alcuni sistemi centrali.
Questa estensione della modularità oltre la periferia della cognizione è
nota come ipotesi della modularità massiva ed è stata tentata oltre che
nello studio della psicologia ingenua, nella psicologia del ragionamento
(Cosmides e Tooby 1992; Gigerenzer 1994; 1996) e nell’indagine sulla
folk biology (Atran 2000).
L’ipotesi della modularità massiva è anche uno degli assi portanti
del programma di ricerca della psicologia evoluzionistica. Secondo gli
psicologi evoluzionisti, infatti, la mente è composta da un gran numero
di moduli intesi come meccanismi computazionali specifici a un domi-
nio. Spesso questi moduli hanno accesso a una base di conoscenze
«dedicata» (proprietary), ossia inaccessibile agli altri moduli e ai mec-
canismi non-modulari. La proprietà fodoriana dell’incapsulamento vie-
ne preservata ma in una versione più debole, che prevede gradi di
incapsulamento (Meini 2001, 96-97)3. Infine, questi moduli sono adat-
tamenti, essendo stati plasmati dalla selezione naturale al fine di risol-
vere problemi posti ai nostri antenati cacciatori e raccoglitori dall’am-
biente ancestrale. Da questo punto di vista qualificare questi moduli
come darwiniani è quanto mai appropriato (Samuels 2000, 20).
Proprio in ragione del suo alto valore adattativo ToMM è spesso
citato – insieme al modulo per la scoperta degli imbroglioni sociali di
Cosmides (1989) – come un prototipo di modulo darwiniano, contenen-
te una base innata di conoscenze specifiche al dominio psicologico, non
disponibile ad altri sistemi cognitivi.
Nell’architettura mentale complessiva ipotizzata dai difensori del-
l’ipotesi della modularità massiva sistemi quali ToMM, i vari compo-
nenti del mindreading system, il modulo rilevatore di imbroglioni si
collocano all’interno di una più vasta rete costituita dall’interconnessione

3
Ad esempio, ToMM sembra possedere la proprietà dell’incapsulamento. Le
forti illusioni prodotte al cinema suggeriscono un elevato grado di isolamento dei
meccanismi deputati alla comprensione teleonomica e intenzionale. I soggetti del
celebre esperimento di Heider e Simmel (1944), pur sapendo che quelle che hanno
davanti agli occhi sono figure geometriche, non possono fare a meno di mentalizzare.
È del resto esperienza comune che «quando si osserva un buon attore recitare, è
impossibile evitare di interpretare le sue azioni come manifestazioni di inganno,
gelosia, ira, ecc., pur sapendo perfettamente che l’attore non si trova in nessuno di
questi stati» (Botterill e Carruthers 1999, 68).

165
Input

(a)
Cognizione
centrale

Output

Direzione Riconoscimento
dello sguardo dei volti

ToMM
Magazzino
di informazioni
non dedicato

(b) Altruismo
reciproco Meccanismo
computazionale
generale
per dominio

Orientamento
tramite stima della
Scoperta degli imbroglioni propria posizione

F IG. 2. (a) Uno schizzo del tipo di architettura cognitiva di cui potrebbe far parte
ToMM. (b) Un ingrandimento di una parte del sistema.
Fonte: Murphy e Stich (2000).

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di meccanismi modulari e non modulari. Ne emerge un’architettura
modulare moderatamente massiva in cui i meccanismi modulari coesi-
stono con meccanismi generali per dominio, con basi di dati non dedi-
cate e strutture cognitive di tipo ancora diverso (fig. 2).
Un meccanismo generale per dominio di cui ToMM necessita è il
cosiddetto elaboratore di selezione. Secondo Leslie e Thaiss (1992),
infatti, ToMM attribuisce automaticamente credenze dotate di un con-
tenuto vero. Tale strategia, pur essendo ragionevole in quanto le creden-
ze tendono a essere vere, ha un costo: nelle situazioni in cui la credenza
è falsa, è necessario inibire la risposta automatica di ToMM. Questo è
il compito dell’elaboratore di selezione. Nel test di Maxi, affinché
ToMM sia in grado di inferire il contenuto della credenza erronea del
pupazzo circa la collocazione della biglia, l’elaboratore di selezione
inibisce la risposta iniziale basata sulla collocazione effettiva della
biglia. Questa inibizione consente al bambino di sganciare l’attenzione
da una situazione reale e di riagganciarla alla situazione in quanto
rappresentata da Maxi4.

3. LA MODULARITÀ MASSIVA E LA TASSONOMIA DEI FENOMENI PSICOPATOLOGICI

Le considerazioni appena svolte hanno un particolare interesse in


quanto consentono di muovere i primi passi verso una tassonomia dei
fenomeni psicopatologici fondata non già su criteri puramente
fenomenologici (come avviene nel Diagnostic and Statistical Manual
of Mental Disorders), ma su un’ipotesi di architettura cognitiva.
Nel DSM, così come negli altri principali manuali diagnostici, le
sindromi sono tipicamente formulate nel linguaggio vago e impreciso
della «fenomenologia clinica», caratterizzata dalla presenza di concetti
psicologici e clinici del senso comune. Come notano Poland et al.
(1994, 214), il manuale DSM si basa sul presupposto – assai poco
fondato sotto il profilo scientifico – che esistano sindromi unitarie
caratterizzate proprio nel linguaggio del senso comune, le quali
«evidenziano caratteristiche dinamiche quali un decorso, un esito e una
risposta al trattamento tipici, e che sono collegate a condizioni patolo-
giche soggiacenti e fattori eziologici dello sviluppo (per esempio, fatto-

4
L’ipotesi dell’elaboratore di selezione consente di spiegare perché il bambino
che non ha ancora compiuto quattro anni fallisce il compito della credenza falsa ma è
in grado di fornire una raffinata prestazione mentalistica nel gioco di finzione.
L’incapacità di superare il test della credenza falsa è imputabile al fatto che ToMM non
può ancora contare su un elaboratore di selezione maturo. Nel caso del gioco di
finzione, invece, ToMM non necessita dell’intervento dell’elaboratore dal momento
che la modificazione della realtà («questa banana è un telefono») è decisa dal bambino
stesso o da qualcuno che giocando con lui la evidenzia con il suo comportamento.

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INPUT INPUT

OUTPUT OUTPUT
MODULO MODULO
PROBLEMATICO PROBLEMATICO
MALFUNZIONANTE MALFUNZIONANTE

CLUSTER DI CLUSTER DI CLUSTER DI CLUSTER DI CLUSTER DI CLUSTER DI


SINTOMI SINTOMI SINTOMI SINTOMI SINTOMI SINTOMI
(1) (2) (3) (1) (2) (3)

(a) (b)

F IG. 3. Due casi di disturbi derivanti da problemi a monte del sistema cognitivo: (a)
due moduli generano entrambi output problematici, ma soltanto il primo funziona
male; (b) due moduli generano entrambi output problematici perché entrambi
funzionano male.
Fonte: Murphy e Stich (2000).

ri genetici e ambientali)» (Murphy e Stich 2000). In questo senso, il


DSM non rappresenta affatto un approccio ateorico; d’altro canto, si
tratta di una teoria scientificamente infondata, in quanto non tiene conto
delle conoscenze sul funzionamento della mente normale rese disponi-
bili proprio dalle ricerche nell’ambito della scienza cognitiva.
Torniamo allora alle due reti in figura 2, composte tanto da mecca-
nismi modulari che da alcuni sistemi general-purpose: questo tipo di
architettura permette di tracciare interessanti distinzioni tra i problemi
che possono condurre ai sintomi di un disturbo psichiatrico: innanzitutto,
tra i problemi che sono interni all’agente e quelli che risiedono nell’am-
biente dell’agente (Murphy e Stich 2000).
Limitiamoci – per ragioni di spazio – alla classe dei problemi interni
all’agente5. Questa include tutti quei casi in cui un modulo funziona
male, producendo un output che dà luogo – direttamente o indirettamen-
te – ai sintomi su cui si basano le diagnosi di disturbo mentale. Ciò può
verificarsi per due motivi. Il problema può essere interno ai moduli. Il
modulo genera un output problematico a causa del malfunzionamento
del suo meccanismo computazionale specifico; oppure a causa del fatto
che il suo magazzino di informazioni dedicato non è quello che dovreb-
be essere; o per entrambe le ragioni.

5
I problemi che risiedono nell’ambiente dell’agente si verificano quando un
modulo funziona correttamente ma l’ambiente attuale non è più quello ancestrale in cui
la funzione del modulo era ottimizzata.

168
Un altro tipo di problema che potrebbe insorgere in una mente
dotata di un’architettura massivamente modulare è esterno ai moduli. Si
potrebbe, ad esempio, verificare un inconveniente a monte del flusso
delle informazioni; il modulo riceverebbe allora un input problematico,
generando di conseguenza un output problematico (fig. 3).

3.1. Problemi interni ai moduli

La patologia autistica è il caso più studiato di un problema interno


a un modulo. Nel celebre esperimento di Baron-Cohen, Leslie e Frith
(1986) bambini autistici, bambini con sindrome di Down e bambini con
sviluppo tipico sono stati sottoposti al test della credenza falsa6. La
domanda critica, quella che richiedeva di ragionare sulla rappresenta-
zione mentale erronea, venne superata dalla maggioranza dei bambini
normali e dei bambini con sindrome di Down, ma solo dal 20% dei
bambini autistici. I bambini autistici mostrarono perciò prestazioni di
gran lunga inferiori ai bambini dei gruppi di controllo, nonostante le
loro prestazioni nei test di intelligenza fossero migliori di quelle dei
bambini Down.
Frith (1993) ha ipotizzato che la compromissione di ToMM sarebbe
all’origine anche di alcuni disturbi dello spettro schizofrenico. Il pro-
blema qui è spiegare perché schizofrenia e autismo, pur risultando
entrambe dal malfunzionamento di ToMM, siano condizioni affatto
distinte – soprattutto spiegare perché i bambini autistici non manifesti-
no i sintomi positivi della schizofrenia come le allucinazioni e i deliri di
controllo. La spiegazione di Frith è che questi sintomi sono causati dalla
perdita di una capacità metarappresentazionale che ha però avuto uno
sviluppo normale, laddove nell’autismo tale capacità è assente, o quan-
to meno compromessa in modo permanente da un grave ritardo evolutivo.
Di conseguenza il paziente schizofrenico, con alle spalle una lunga
storia di letture della mente coronate da successo, tenterà di interpretare
gli stati mentali altrui, un tentativo che condurrà, in vari modi, ai
sintomi positivi della schizofrenia. Supponiamo, ad esempio, che un
paziente schizofrenico (S) formuli un pensiero sul pensiero che p di un
altro individuo (I): ad esempio, inferisce che I pensa che S sia noioso. E
supponiamo che, a causa di un deficit a carico di ToMM, l’operatore
intenzionale «pensa che» si distacchi dal contenuto proposizionale «S è
noioso». S esperirà allora questo contenuto come un pensiero indipen-
dente che penetra nella sua coscienza – un’esperienza di passività nota
come inserimento del pensiero.

6
Il test è stato presentato in una versione adattata, nella quale ad assistere alla
scenetta sono due bambole, Sally e Ann. Sally resta, mentre Ann se ne va al momento
dello spostamento dell’oggetto dalla prima alla seconda scatola.

169
3.1.1. La critica simulazionistica dell’approccio metarappresentazionale
all’autismo e alla schizofrenia

L’approccio metarappresentazionale all’autismo e alla schizofrenia


è stato criticato da alcuni studiosi che adottano, in una delle sue versio-
ni, la teoria della simulazione. Coerentemente con la loro concezione
dell’origine e della natura della psicologia ingenua, secondo i teorici
della simulazione l’autismo deriva da un deficit di simulazione. Più
specificamente, alcuni autori vi scorgono un deficit di pianificazione
delle azioni, vale a dire un problema del sistema esecutivo anche nel suo
funzionamento ordinario, on line (vedi supra). Considerate le pessime
prestazioni degli autistici nel Wisconsin Card Sorting Test e nella Torre
di Hanoi, l’autismo è assimilato alle sindromi frontali (Ozonoff,
Pennington e Rogers 1991). Questa ipotesi si scontra peraltro con la
necessità di rendere conto di una forte dissociazione tra le pessime
prestazioni degli autistici nei test delle credenze false e le loro buone
prestazioni in test che, avendo la stessa struttura di questi ultimi, richie-
dono però di ragionare considerando rappresentazioni non più private
come le credenze, ma pubbliche come fotografie e mappe. Questi risul-
tati mal si conciliano con un’ipotesi che vede nell’autismo una generica
difficoltà di pianificazione.
Pur considerando numerosi dati relativi allo sviluppo della psicolo-
gia ingenua nel bambino e ai suoi deficit nell’autismo, è alla schizofre-
nia negli adulti che Langdon e Coltheart (2001) fanno esplicito riferi-
mento nella loro ipotesi di un cattivo funzionamento del componente off
line del sistema di presa delle decisioni.
Una spiegazione simulazionistica del fenomeno dell’inserimento di
pensiero, dichiaratamente alternativa a quella di Frith, è fornita da
Currie (2000). Il processo di simulazione comporta l’introduzione di
credenze e desideri immaginari nella propria economia mentale. Ciò
richiede un dispositivo di controllo atto a discriminare i processi auten-
tici da quelli simulati – ad esempio, è possibile immaginare che qualcu-
no ci sta parlando senza per questo pensare che l’esperienza in tal modo
indotta derivi dal fatto che un altro ci sta realmente parlando. Supponia-
mo allora che, a causa di un difetto del meccanismo di monitoraggio, un
soggetto sia incline a scambiare credenze e desideri immaginari per
credenze e desideri reali: il risultato sarebbe l’esperienza dell’inseri-
mento del pensiero.

3.1.2. L’asimmetria tra la prima e la terza persona

Un quadro di riferimento più articolato e preciso per la costruzione


di una teoria cognitiva dell’autismo e della schizofrenia è stato recen-

170
temente delineato da Nichols e Stich (2003)7. Innanzitutto i due studiosi
distinguono tra l’attribuzione di uno stato mentale e le inferenze che su
tali stati si possono compiere. Ad esempio, osservando il comportamen-
to di una persona P nel contesto di una determinata situazione, posso
riconoscerne gli stati mentali: ad esempio, Mario desidera una birra e
crede che il posto più vicino per procurarsela sia il bar dietro l’angolo.
Questi stati mentali possono poi essere utilizzati per fare delle inferenze:
se Mario desidera una birra ed è convinto di potersela procurare recan-
dosi nel bar dietro l’angolo, allora Mario si recherà in tale bar.
Sia il riconoscimento di uno stato mentale sia le inferenze che su di
esso vengono compiute possono essere riferiti alla prima o alla terza
persona. Posso riconoscere di avere uno stato mentale e quindi utilizza-
re questa consapevolezza nel mio ragionamento; oppure, come nel-
l’esempio appena fatto, posso attribuire a qualcun altro uno stato men-
tale e avvalermene per svolgere su di esso un ragionamento. Abbiamo
pertanto quattro casi possibili: riconoscimento alla prima e alla terza
persona, ragionamento alla prima persona e alla terza persona.
Secondo Nichols e Stich la mente dispone di un meccanismo di
monitoraggio (d’ora in poi MM) deputato all’identificazione dei propri
stati mentali e del tutto indipendente dai meccanismi impiegati per
identificare gli stati mentali altrui. MM assume come input uno stato
mentale e genera in uscita la credenza che si è in questo stato mentale.
Dunque, ad esempio, se S crede che p e si attiva MM, il meccanismo
copia la rappresentazione p contenuta nella «scatola» delle credenze di
S, «incassa» questa copia in uno schema rappresentazionale della forma
«io credo che___», e inserisce questa nuova rappresentazione nella
scatola delle credenze di S. Si tratta, come si vede, di un meccanismo
computazionale molto semplice.
MM è dunque un meccanismo introspettivo indipendente, deputato
al riconoscimento dei propri stati intenzionali. Invece l’eteroattribuzione
di stati mentali e il ragionamento sia alla prima che alla terza persona si
baserebbero sui meccanismi della teoria della mente.
MM si conforma abbastanza strettamente alla nozione di modulo: è
specifico a un dominio, la sua ontogenesi è precoce e prevedibile, i suoi
malfunzionamenti sono tipici e specifici e – come vedremo fra breve –
sembra essere selettivamente risparmiato nei soggetti autistici. Le ela-
borazioni di MM sono rapide ma estremamente elementari: non fanno
altro che inserire una rappresentazione mentale in uno schema di
autoattribuzione. Sotto questo aspetto il funzionamento di MM assomi-
glia molto all’operare «ottuso» dei moduli percettivi incapsulati.
Ora, ipotizzano Nichols e Stich, è possibile che ToMM, il meccani-
smo soggiacente le capacità di i) identificare gli stati mentali altrui, ii)
7
Discusso in questo numero anche da Bara e Colle, p. ?????, e Semerari, p.
?????.

171
ragionare sugli stati mentali altrui e iii) ragionare sui propri stati men-
tali, funzioni male anche se MM, deputato alla iv) identificazione dei
propri stati mentali, continua a funzionare normalmente. Potrebbe darsi
anche lo schema opposto: in tal caso il deficit sarebbe a carico di iv),
lasciando intatte i)-iii). Di conseguenza un modo di confermare l’ipote-
si del modulo di monitoraggio sarebbe quello di trovare una doppia
dissociazione: casi in cui una popolazione di soggetti ha un MM intatto
ma un ToMM deficitario e casi in cui una popolazione di soggetti ha un
ToMM intatto ma un MM deficitario. Un’indicazione in tal senso sem-
bra provenire dal confronto tra soggetti autistici e schizofrenici:
nell’autismo ToMM sarebbe gravemente compromesso ma MM funzio-
nerebbe normalmente; in pazienti che manifestano i sintomi positivi
della schizofrenia, ad essere compromesso sarebbe invece MM, mentre
ToMM funzionerebbe normalmente. Consideriamo innanzitutto alcuni
dati che sembrano indicare un risparmio selettivo di MM nei soggetti
autistici.
Dal momento che la tesi della simmetria afferma che ToMM rende
possibile la comprensione sia degli stati mentali propri che di quelli
altrui, essa predice che i soggetti autistici manifesteranno un deficit di
comprensione tanto alla prima che alla terza persona. A sostegno di
questa tesi Carruthers (1996) e Frith e Happé (1999) citano un recente
studio sui resoconti introspettivi di adulti affetti da sindrome di Asperger9
(Hurlburt, Happé e Frith 1994). Lo studio è basato su una tecnica di
campionamento dell’esperienza (Hurlburt 1990). I soggetti sperimenta-
li erano muniti di un dispositivo che, a intervalli di tempo prefissati,
emetteva un segnale; in quell’istante i soggetti dovevano cercare di
«congelare» la loro esperienza mentale e annotarla in un quaderno.
Hurlburt, Happé e Frith hanno utilizzato questa tecnica con tre
Asperger, constatando una notevole differenza fra i resoconti di questi
soggetti e quelli dei soggetti normali. Due Asperger riportarono soltan-
to immagini visive, mentre i resoconti dei soggetti normali sono di
norma caratterizzati da verbalizzazione interna, «pensiero non
simbolizzato» (pensiero non associato all’esperienza di parole, immagi-
ni o altri simboli dotati di significato) e stati emozionali. Il terzo sogget-
to non riportò alcuna esperienza interna. Carruthers (1996, 261) ne
conclude che «i soggetti autistici hanno gravi difficoltà ad accedere ai
loro processi di pensiero e alle loro emozioni». Frith e Happé (1999, 14)
sostengono che questi dati «confermano [l’]ipotesi che l’autoconsa-
pevolezza si basa, al pari della consapevolezza delle menti altrui, sulla
teoria della mente».
È legittimo dubitare della correttezza di questa interpretazione. Ciò
che questi dati indicano è che la vita mentale di un Asperger è note-

8
La sindrome di Asperger è una forma di autismo caratterizzato da una netta
dissociazione tra le difficoltà di mentalizzazione e un buon quoziente intellettivo.

172
volmente differente da quella di un soggetto normale. Predominano le
immagini, il discorso interno è meno saliente e poco tempo è dedicato
a interrogarsi sulla vita mentale altrui. Tuttavia questi dati indicano
anche che gli Asperger hanno accesso alla propria vita mentale. Sono
consapevoli delle proprie credenze, desideri, pensieri ed emozioni oc-
correnti; sono anche in grado di riportare e ricordare questi stati menta-
li. Per esempio, uno dei soggetti (Robert) riportò che:
[...] stava «pensando a» quello che doveva fare quel giorno. Questo «pensare
a» era associato a una serie di immagini dei compiti che si era prefissato. Al
momento dell’emissione del segnale, Robert stava cercando di capire come
trovare la strada per la Cognitive Development Unit, dove aveva appuntamento
con noi. Questo «cercare di capire» era un’immagine di se stesso che camminava
lungo la strada vicino alla stazione di Euston (Frith e Happé 1999, 388).

E perfino Peter, il soggetto che incontrava più difficoltà con il


metodo di campionamento delle esperienze, era in grado di parlare della
sua esperienza attuale:
[...] sebbene Peter fosse incapace di parlarci della sua esperienza interna
passata usando il metodo del [campionamento delle esperienze], era possibile
discutere con lui dell’esperienza interna che aveva luogo nel corso del colloquio
(ibidem, 14).

Simili prestazioni sono spiegabili ipotizzando che nei soggetti autistici


al malfunzionamento del meccanismo della teoria della mente non si
accompagni una compromissione del meccanismo di monitoraggio.
Vi sono dunque dati che inducono a ipotizzare che nell’autismo
ToMM sia gravemente deficitario, mentre MM funziona normalmente o
quasi normalmente. Ora, sembrerebbe che in alcuni pazienti che mani-
festano alcuni sintomi di primo rango della schizofrenia sia MM a
funzionare male, mentre ToMM funzionerebbe normalmente. Vari stu-
di confermano questa ipotesi.
Hurlburt ha impiegato il metodo di campionamento dell’esperienza
in uno studio condotto su quattro soggetti schizofrenici. Due di questi
soggetti riportarono esperienze e pensieri che erano strani o «abborrac-
ciati» (goofed up). Uno dei pazienti, che era stato sintomatico per tutto
il periodo del campionamento (e tra i cui sintomi vi erano quelli di
primo rango) fu incapace di svolgere il compito. Un altro paziente fu in
grado di svolgere il compito ma solo fino al momento in cui divenne
sintomatico. Hurlburt (1990, 239) sostiene che questi due soggetti,
mentre erano in fase sintomatica, non avevano accesso alla loro espe-
rienza interna:

Ciò che ci eravamo aspettati di scoprire nel caso di Joe era che le sue
esperienze interne fossero inconsuete, magari caratterizzate da immagini
«abborracciate» come quelle che aveva descritto Jennifer, o da varie voci che

173
parlavano nello stesso tempo così da non essere intelligibili, o da qualche altro
tipo di esperienza interna anormale che avrebbe spiegato [...] i suoi deliri.
Tuttavia non si è trovato nulla di tutto questo: Joe, invece, non era capace di
descrivere alcun aspetto della propria esperienza (1990, 207-208).

Si noti il contrasto tra questa affermazione e quella di Hurlburt,


Happé e Frith relativa agli Asperger. Hurlburt (1990) si aspettava che
gli schizofrenici sintomatici fossero in grado di riportare le loro espe-
rienze interne, mentre Hurlburt, Happé e Frith (1994) si aspettavano
che gli Asperger fossero incapaci di farlo. I risultati degli esperimenti
testimoniano l’esatto opposto. Gli Asperger, ma non gli schizofrenici
sintomatici, sono stati in grado di riportare le loro esperienze mentali.
Inoltre Frith e Corcoran (1996, 527), pur sostenendo una teoria della
schizofrenia come conseguenza di una compromissione di ToMM,
ammettono che: «è sorprendente che pazienti manifestanti caratteristi-
che di passività (deliri di controllo, inserzione di pensieri ecc.) siano
stati in grado di rispondere assai bene a domande di teoria della mente».
Questo risultato non è però sorprendente per la teoria del modulo di
monitoraggio dal momento che quest’ultima sostiene l’indipendenza di
tale meccanismo dal meccanismo deputato all’identificazione delle
intenzioni altrui.

3.2. Problemi esterni ai moduli

Un esempio di un problema causato da un malfunzionamento a


monte del sistema cognitivo è offerto dal già citato mindreading system
di Baron-Cohen (1995) Le rappresentazioni costruite da ID, EDD e
SAM costituiscono l’input per il quarto che è ToMM. Ora, se né ID né
EDD funzionano male, o se a presentare problemi è anche il solo SAM,
ToMM, pur perfettamente integro, non potrà produrre un output ade-
guato. In tal modo un problema a carico di una componente a monte del
sistema di lettura della mente provoca il malfunzionamento del modulo
della teoria della mente. È quanto sembra accadere anche in almeno
alcuni casi di autismo. Baron-Cohen, ad esempio, sottolinea come il
deficit di mentalizzazione caratteristico di questa patologia potrebbe in
realtà avere origine da difficoltà di comprensione dei meccanismi attentivi.
Molto spesso, infatti, le persone autistiche manifestano difficoltà nel
riconoscere situazioni di condivisione dell’attenzione. In questo qua-
dro, l’output inadeguato di SAM costituirebbe un input scorretto per
ToMM, che di per sé non presenterebbe tuttavia alcun problema di
funzionamento9.
9
In realtà, l’ipotesi di Baron-Cohen lascia aperta una duplice possibilità. In un
primo caso, il deficit di SAM non avrebbe conseguenze sullo sviluppo di ToMM, a cui
semplicemente mancherebbe l’occasione di attivarsi con un input adeguato. Nel secondo

174
Un altro esempio di un problema esterno a un modulo è una recente
teoria del delirio di Capgras o «illusione del sosia» (discussa in questo
volume da Pacherie e Bayne). Il soggetto affetto da questo delirio
monotematico10 è convinto che una persona bene conosciuta non sia
quella vera e familiare, bensì un duplicato che l’ha sostituita. Stone e
Young (1997) ipotizzano che parte della spiegazione di questo delirio
risieda nel fatto che il sistema di riconoscimento delle facce (un esem-
pio paradigmatico di meccanismo modulare periferico) ha la struttura di
un cancello logico and, vale a dire necessita di due tipi di input. Il primo
è l’input, assente nei prosopopagnosici, che rende possibile una sorta di
template matching; il secondo è un input che conferisce alla faccia che
si sta osservando il suo significato emotivo. Il riconoscimento ha luogo
solo se entrambi i tipi di input vengono inviati al gate di riconoscimento
delle facce. E alcune prove empiriche sembrano indicare che nei pa-
zienti Capgras è il sistema alla base della risposta emotiva a essere
compromesso. Misurando le risposte di conduttanza cutanea in pazienti
Capgras a cui venivano mostrati volti familiari e non familiari, si è
riscontrato che l’incremento di risposta ai volti familiari che si riscontra
nei soggetti normali, era assente o quanto meno fortemente ridotto.
È tuttavia plausibile ipotizzare che nei pazienti Capgras a funziona-
re male sia non solo il sistema di riconoscimento delle facce, ma anche
i sistemi più centrali che da esso ricevono l’input. Ossia, oltre all’agnosia,
il sistema di credenze dei Capgras è forse troppo incline ad accogliere
credenze osservative a spese delle conoscenze di sfondo. Oppure, men-
tre i soggetti normali dispongono di un meccanismo che fissa un limite
superiore all’eccentricità delle credenze ammissibili, nei Capgras que-
sta soglia è assente, o quanto meno troppo tollerante11. Nel caso di
ambedue le due ipotesi, ci troviamo di fronte a un particolare tipo di
disturbo esterno al modulo. Il modulo di riconoscimento delle facce
funziona normalmente; tuttavia, esso riceve soltanto uno dei due input
di cui necessita e trasmette il suo output problematico a un sistema
centrale che non funziona in conformità alle norme epistemiche che
governano i processi di fissazione della credenza.
Procedendo secondo questa logica architettonica, Murphy e Stich
hanno approntato una tassonomia delle principali categorie di problemi
che possono insorgere in un’architettura massivamente modulare (fig. 4).

caso, il deficit di SAM di fatto comprometterebbe anche la capacità di funzionamento


di ToMM. Non ricevendo stimoli adeguati, quest’ultimo meccanismo non avrebbe
infatti occasione di essere attivato, non diversamente da un muscolo che, pur
potenzialmente perfetto, non venga mai usato.
10
Ossia: deliri limitati a temi estremamente specifici.
11
Pacherie e Bayne chiamano questo tipo di spiegazione dei deliri monotematici,
versione bifattoriale dell’approccio empirista, secondo la quale «i deliri monotematici
sono costituiti da un’esperienza insolita unitamente a un bias sul ragionamento o a
qualche altro tipo di deficit» (p. ?????).

175
Problemi che si possono
verificare in un’architettura
massivamente modulare

All’interno dell’agente Mismatch ambiente/selezione

Modulo Input problematico


in avaria (garbage-in, garbage-out)

Malfunzionamento Informazione erronea in


di un modulo a monte un magazzino non dedicato

F IG. 4. Tassonomia delle principali categorie di problemi che possono insorgere in


un’architettura massivamente modulare.

Fonte: Murphy e Stich (2000).

4. LA RAZIONALITÀ COME PRINCIPIO DELLA TASSONOMIA DEI DISTURBI PSI-


CHIATRICI

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come uno dei passaggi deci-
sivi per l’interazione tra scienza cognitiva e psicopatologia sia l’ipotesi
della modularità massiva: è questo che consente di considerare in termi-
ni unitari fenomeni neuropsicologici e fenomeni psichiatrici. Come
abbiamo notato, tale ipotesi non è universalmente accettata dagli scien-
ziati cognitivi, che in molti casi guardano con sospetto all’approccio
evoluzionistico a essa indissolubilmente legato. In particolare, l’ado-
zione di una concezione fodoriana di modularità, più vincolante ma
limitata ai sistemi di input, muterebbe notevolmente la tassonomia dei
disturbi mentali. In questo ambito è di particolare interesse la posizione
adottata da Bermúdez (2001), che, partendo da una nozione fodoriana di
modularità, individua nel principio di razionalità il cardine su cui fon-
dare la tassonomia dei disturbi psichiatrici.
Secondo Bermúdez, i disturbi neuropsicologici sono i soli a riguar-
dare sistemi modulari. A questo livello limitato, quindi, le distinzioni di
Murphy e Stich tra problemi – per esempio – interni o esterni ai moduli
continuano verosimilmente a valere e a fondare una categorizzazione
tassonomica. I disturbi psichiatrici, tuttavia, non derivano dalla
compromissione di sistemi modulari. Tali condizioni patologiche ri-
guardano infatti prevalentemente il pensiero, ambito che si colloca al di
fuori di un’architettura modulare di stampo fodoriano. Ne consegue
l’impossibilità di fondare la tassonomia delle patologie psichiatriche

176
sulla nozione di modularità. In altri termini, viene meno la possibilità di
considerare i disordini psichiatrici come una conseguenza del cattivo
funzionamento di uno o più moduli.
Se la nozione di modularità non può più fondare una tassonomia
unificata dei disturbi mentali, essendo la sua portata limitata all’ambito
neuropsicologico, è possibile trovare un principio alternativo su cui
costruire una categorizzazione teoricamente fondata, o siamo invece
costretti a tornare ai principi puramente fenomenologici del DSM?
Secondo Bermúdez la malattia psichiatrica consegue da un deficit di
razionalità. Ora, non vi è dubbio che decenni di ricerche sperimentali
abbiano fatto definitivamente svanire l’illusione di razionalità anche
per quanto riguarda le persone senza disturbi mentali. Non a caso si
parla di razionalità limitata. Il ragionamento umano è spesso incoeren-
te, focalizzato sull’informazione a nostra disposizione e scarsamente
propenso a cercare quei controesempi che soli permetterebbero di otte-
nere conclusioni logicamente corrette (cfr. Legrenzi 1998). Tali episodi
di «ordinaria irrazionalità» si limiterebbero tuttavia prevalentemente
alla deviazione dalla norma di una delle forme possibili di razionalità:
la razionalità procedurale. Un altro aspetto non meno importante, la
razionalità epistemica, sarebbe generalmente preservata, mentre si rive-
lerebbe centrale nella spiegazione dei disturbi psichiatrici.
Un sistema possiede razionalità procedurale se ragiona in accordo
con i principi della deduzione logica. Non essere in grado di risolvere
un sillogismo condizionale, così come saltare frettolosamente alle con-
clusioni senza percorrere completamente la catena inferenziale, sono
chiari indici di irrazionalità procedurale, che, secondo quanto anticipa-
to, a certi livelli non risparmia nessuno. La floridissima letteratura
psicologica sui nostri limiti nella risoluzione di varie versioni del test di
Wason, nonché sulle buone prestazioni nello stesso compito quando
svolto in determinati contesti, sono un esempio paradigmatico dei limiti
della razionalità procedurale di tutti.
Come anticipato, tuttavia, una persona normale possiede un buon
livello di razionalità epistemica. Un sistema possiede razionalità
epistemica se, una volta compiuto un processo inferenziale, è in grado
di confrontare adeguatamente la conclusione del ragionamento con la
rete epistemica complessiva di sfondo. La razionalità epistemica per-
mette di «soppesare» tra loro le vecchie e la nuova credenza, ed even-
tualmente, qualora si verifichi un problema di coerenza dei dati, induce
a rigettare lo stato epistemico nuovo mantenendo la rete epistemica di
sfondo o, al contrario, ad accettare la nuova credenza inquadrandola in
una rete epistemica riveduta.
La tesi di Bermúdez secondo cui la patologia psichiatrica è preva-
lentemente legata a un deficit della razionalità epistemica non esclude
l’eventualità che la stessa la razionalità procedurale, già normalmente
limitata, sia ulteriormente indebolita in alcuni casi patologici. Potrebbe

177
essere questo il caso, per esempio, del delirio paranoide. Tuttavia è al
livello epistemico che la deviazione dalla norma si fa particolarmente
sensibile. A ciò l’autore riconduce non solo i sintomi positivi della
schizofrenia, ma anche disturbi ordinariamente considerati di carattere
neuropsicologico come l’anosognosia.
Consideriamo ancora il delirio di Capgras, analizzando le seguenti
affermazioni di un paziente convinto che la sua casa e la sua famiglia
siano state duplicate:
Esaminatore: Questo fatto [due famiglie] non è insolito?
Paziente: È incredibile.
Esaminatore: Come lo spieghi?
Paziente: Io stesso cerco di capirlo, ed è praticamente impossibile.
Esaminatore: Come reagiresti se ti dicessi che non ci credo?
Paziente: È perfettamente comprensibile. In effetti, quando racconto la
storia ho la sensazione di inventarla. Non è proprio giusta. Qualcosa non va.
Esaminatore: Se qualcuno ti raccontasse la storia, cosa penseresti?
Paziente: La giudicherei estremamente difficile da credere. Dovrei
giustificarmi io stesso (da Alexander, Stuss e Benson 1979, 335)12.

Il paziente è perfettamente in grado di trarre le conseguenze del suo


ragionamento. In altre parole, la sua razionalità procedurale non fa una
piega. Nonostante ciò, siamo in presenza di un chiaro deficit di raziona-
lità epistemica. La credenza che deriva dal suo ragionamento, infatti, è
solo formalmente confrontata con le conoscenze di sfondo. Se riuscisse
veramente a integrare gli stati epistemici vecchi e nuovi, il paziente
sarebbe costretto a abbandonare la credenza relativa alla sostituzione
della famiglia e della casa. Ma non lo fa: ci sono tutti i mattoni per
effettuare il confronto, ma questo non ha realmente luogo. E non si può
supporre che i pazienti con delirio di Capgras facciano solo finta di
avere credenze deliranti, e che quindi la mancata revisione epistemica
sia giustificata dal diverso livello di appartenenza delle credenze. Senza
arrivare ai casi estremi, come il paziente che tagliò la testa al presunto
duplicato artificiale del padre cercandovi le pile (Blount 1986), nume-
rose sono le testimonianze dell’adozione di comportamenti coerenti con
la credenza delirante.
Un secondo caso eclatante di irrazionalità epistemica riguarda il
delirio di Cotard, nel quale il paziente crede di essere morto. Conside-
riamo la seguente citazione da Young e Leafhead (1996, 158):
Durante il periodo in cui affermava di essere morta, le chiedemmo se
poteva avvertire il cuore battere, se poteva percepire il caldo e il freddo e
sentire che la vescica era piena. JK disse che dal momento che aveva tali
sensazioni pur essendo morta, era chiaro che non costituivano prove del fatto
che fosse viva.
12
Questo scambio è analizzato anche da Pacherie e Bayne, in questo numero.

178
Anche in questo caso la lucidità procedurale è notevole, mentre
colpisce l’incapacità di soppesare e integrare le credenze. Ancora una
volta, il grave deficit epistemico non si accompagna a una deviazione
dalla norma della (limitata) razionalità procedurale.
Nel concludere la sua analisi, Bermúdez rileva come il deficit della
razionalità caratteristico della patologia psichiatrica possa ricomporsi a
un diverso livello, vale a dire nel rispetto di una diversa norma. È cioè
possibile che anche un comportamento gravemente irrazionale da un
punto di vista epistemico possieda razionalità inclusiva, sia cioè atto a
mantenere una buona stabilità della persona. Un rito ossessivo-
compulsivo, per esempio, può essere un comportamento inclusivamente
razionale nella misura in cui rappresenta la risposta più sensata alla
situazione in cui il paziente sente di trovarsi. Lavarsi le mani in continua-
zione è certamente irrazionale, essendosi ogni lavaggio precedente dimo-
strato inefficace. Se però si considera che un ulteriore lavaggio sarà il
solo mezzo per mantenere una relativa, seppur breve, stabilità in una
personalità nevrotica, il comportamento recupera razionalità a un altro
livello. In senso inclusivo, è forse il comportamento più razionale che c’è.
La nozione di razionalità inclusiva sarebbe quindi una sorta di
corrispettivo notevolmente indebolito della razionalità limitata: se la
razionalità caratteristica di una persona che non soffra di disturbi men-
tali non è olimpica ma limitata, un disturbo mentale comporta un ulte-
riore indebolimento della norma, e la razionalità viene recuperata a un
livello ancora più debole, quello inclusivo. Pur fragile, la razionalità
inclusiva sembrerebbe peraltro rivelarsi assai preziosa. Per quanto ri-
guarda la razionalità limitata, psicologi non solo di orientamento evolu-
zionistico (Legrenzi 1998; Johnson-Laird 1983) ne hanno evidenziato
l’importanza, poiché solo trascurando qualche tappa del ragionamento
possiamo assicurare al nostro pensiero quella velocità di decisione che,
in determinate condizioni, è fondamentale per la sopravvivenza. Qual-
cosa di analogo accade per la razionalità inclusiva dei pazienti psichia-
trici, la cui condizione epistemica, seppur deviante da norme più rigide,
permette di non minare ulteriormente il loro già fragile equilibrio.
Vogliamo terminare la presentazione di questa prospettiva teorica
sottolineandone un’importante conseguenza, vale a dire la radicale re-
visione dei confini tra neuropsicologia cognitiva e psichiatria, operazio-
ne dalla quale la prima risulta drasticamente ridotta.
Nell’adottare una nozione fodoriana di modularità, che limita tale
architettura ai sistemi di input, Bermúdez sostiene come sia proprio
questo livello che attiene alla neuropsicologia. In altri termini, la neuro-
psicologia ha essenzialmente a che fare con deficit dei sistemi percettivi
e dei meccanismi deputati all’analisi sintattica del linguaggio. Tutto ciò
che riguarda il pensiero esula dall’ambito neuropsicologico per entrare
in quello psichiatrico: patologie tradizionalmente di pertinenza della
neuropsicologia diventano di pertinenza esclusiva della psichiatria.

179
Tuttavia non è in quest’ambito ristretto che la neuropsicologia
cognitiva ha lavorato fin dalla sua nascita. Limitandoci a considerare
uno dei maggiori esponenti di questa disciplina, Shallice (1988), ricor-
diamo come egli si sia tradizionalmente occupato di coscienza, vale a
dire qualcosa che sicuramente trascende i sistemi di input per collocarsi
a un livello concettuale. Questo è accaduto perché, a dispetto di quanto
sostiene Bermúdez, non è con la nozione fodoriana di modulo che la
neuropsicologia cognitiva ha avuto a che fare. Nel presentare i sistemi
modulari, Bermúdez fa riferimento ad alcune delle principali proprietà
indicate a suo tempo da Fodor. Innanzi tutto, l’incapsulamento informa-
tivo, vale a dire l’impermeabilità a ogni informazione extra-modulare,
proveniente per esempio dalla memoria o dalle inferenze consce. Inol-
tre, la specificità di dominio, l’obbligatorietà del trattamento dei dati in
ingresso e la superficialità degli output (Fodor 1983).
Ora, queste proprietà, e in particolare l’incapsulamento informativo,
non sono affatto centrali per i neuropsicologi, che si rivolgono primaria-
mente a una caratteristica non rammentata da Bermúdez, la specificità
dei deficit. Su questa proprietà, per esempio, si fonda tutto l’interessante
dibattito sull’importanza delle dissociazioni singole e doppie. Ma se ciò
che è essenziale affinché un sistema sia modulare è l’essere soggetto a
deficit specifici, allora la nozione difesa dalla neuropsicologia si avvici-
na sotto certi aspetti alla modularità massiva. Deficit specifici, infatti,
riguardano assai spesso anche la sfera concettuale.
Adottando una nozione di modularità più ampia di quella fodoriana,
la neuropsicologia si presta dunque a un’unificazione delle sue sindromi
con quelle tradizionalmente attinenti al dominio psichiatrico. Nella pra-
tica della neuropsicologia cognitiva, infatti, i confini tra le due discipli-
ne tendono a sfumare. Non è un caso che una prospettiva teorica forte-
mente modularistica come quella di Murphy e Stich avesse in qualche
modo sfumato i confini delle due discipline. Un problema come il
delirio di Capgras, ad esempio, è in primo luogo un problema modulare,
mentre non è chiaro se sia neuropsicologico, psichiatrico o di pertinenza
di entrambi (Mahler 1999; Stone e Young 1997; Campbell 2001).

5. CONCLUSIONI

Una delle principali conclusioni che emerge dal quadro delineato


nelle pagine precedenti è la forza della ripercussione sulla tassonomia
dei disturbi mentali dell’adozione di una determinata teoria circa le
caratteristiche architettoniche della mente. Da un lato abbiamo la mente
massivamente modulare di Murphy e Stich, a grandi linee condivisa,
seppur in base a ragioni di tipo diverso, dai neuropsicologi cognitivi.
Questa architettura porta a una classificazione dei disturbi psichici
caratterizzata anche, come abbiamo visto, da determinate relazioni tra

180
neuropsicologia e psichiatria. La mente solo parzialmente modulare di
Bermúdez porta a fondare la classificazione su altre basi, e comporta
altresì una ridefinizione degli ambiti delle due discipline sopracitate. Se
l’ipotesi di Bermúdez tende a mantenere una distinzione tra le due sfere
di appartenenza, l’ipotesi della modularità massiva mette in discussione
l’esistenza di confini reali tra le due discipline, che verrebbero a confluire
nella nuova psichiatria cognitiva.
Il quadro teorico che emerge dall’analisi qui sviluppata permette
inoltre di apprezzare quanto l’impatto degli strumenti metodologici of-
ferti dalla scienza cognitiva sulla pratica clinica sia potente e immediato.
Dell’influenza inversa sono invece testimoni gli articoli scritti per que-
sto numero speciale di «Sistemi Intelligenti». In particolare, la pratica
clinica, attraverso le sue descrizioni delle sedute, ha fornito una ricca
base di dati da cui è emersa una capacità metacognitiva assai più sfaccettata
di quanto gli scienziati cognitivi tendessero a supporre. Ne è un esempio
la Scala di valutazione della metacognizione (S.Va.M.) del Terzo Centro
di Psicoterapia Cognitiva di Roma (cfr. Semerari, in questo numero).
Nel valutare il livello di metacognizione sono considerate tre dimensio-
ni: autoriflessività, comprensione della mente altrui/decentramento e
mastery, ognuna delle quali è suddivisa in più fattori. Così, la dimensio-
ne «comprensione della mente altrui/decentramento» racchiude in sé
tutto il dibattito sulla presunta priorità della prima persona che divide le
teorie della teoria e le teorie della simulazione. Parimenti, la distinzione
emersa dall’osservazione clinica tra i vari fattori fornisce la traccia per
costruire ipotesi teoriche più a grana fine di quanto psicologi teorici e
filosofi della mente non abbiano fatto finora. Per esempio, sono risultati
fattori dissociabili il decentramento (coscienza del fatto di non essere
necessariamente al centro dei pensieri altrui) e la differenziazione (capa-
cità di distinguere tra le varie operazioni cognitive, tanto per quanto
riguarda se stessi quanto per ciò che concerne gli altri).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Massimo Marraffa, Dipartimento di Filosofia, Università Roma Tre, Via Ostiense


234, 00144 Roma. E-mail: marraffa@uniroma3.it
Cristina Meini, Università del Piemonte Orientale, Via Manzoni 8, 13100 Vercelli.
E-Mail: meini@lett.unipmn.it

183
BRUNO G . BARA LIVIA COLLE

LA NATURALIZZAZIONE DELLA SCIENZA COGNITIVA:


IL CASO ESEMPLARE DELLA METACOGNIZIONE

La seduzione che lo studio delle patologie ha esercitato sulla ricerca


sperimentale ha radici lontane. A causa della complessità insita nella
fenomenologia clinica però, buona parte della ricerca scientifica del
secolo scorso ha costruito modelli della mente in modo ideale, astratto,
separato dalle persone in carne ed ossa e dai disturbi a cui possono
andare incontro. Negli anni ’90 lo sviluppo delle neuroscienze e il
rinnovato interesse della «scienza cognitiva» (CogSci) per le tematiche
della soggettività, quali la coscienza, le emozioni e i processi mentali
implicati nelle abilità sociali, hanno generato un nuovo interesse reci-
proco e una nuova collaborazione tra la ricerca di base e le teorie
psicopatologiche. Ciò è avvenuto in particolare grazie a tre fattori
determinanti.
In primo luogo, l’interesse che la CogSci ha mostrato verso modelli
di mente ecologici, che descrivono l’uomo all’interno di un mondo di
relazioni e di scambi che contribuiscono a modellare i processi cognitivi
e le risposte comportamentali. Attualmente sia in scienza cognitiva sia
nei modelli psicopatologici è possibile osservare una tensione verso un
programma di naturalizzazione della mente, verso cioè la definizione di
modelli di funzionamento mentale ecologici (immersi nel mondo delle
relazioni reali) ed incarnati (realizzabili da un cervello sito in un corpo).
Un secondo aspetto che ha permesso tale riavvicinamento è la
condivisione di un lessico tratto in gran parte dalla psicologia cognitiva.
L’utilizzo di un linguaggio comune non solo ha permesso ai clinici di
integrare i risultati della CogSci nel proprio dominio di esperienza, ma
ha reso più facili gli scambi tra diverse scuole di pensiero in area
clinica. Sempre di più si osserva l’attenzione di studiosi non solo
cognitivisti, ma anche comportamentisti, psicodinamici o sistemici per
i risultati ottenuti dalla ricerca di base, nel tentativo di integrare questi
risultati in modelli psicopatologici e in protocolli di trattamento
psicoterapico. Le teorie e i dati sperimentali forniti dalla CogSci, in
virtù dell’egemonia scientifica conquistata, costituiscono perciò una
base comune di lavoro per differenti epistemologie psicoterapiche, faci-
litando il dialogo tra modelli di psicopatologia e di psicoterapia svilup-
patisi su basi concettuali molto diverse.

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 185


L’ultimo aspetto che ha favorito l’interscambio tra ricerca di base e
ricerca clinica è lo sviluppo di nuovi metodi di ricerca empirica in
psicologia clinica e in psicoterapia. Negli ultimi decenni l’esigenza di
rigore scientifico, che ha sempre caratterizzato la CogSci, si è afferma-
ta anche nell’ambito della psicologia clinica. L’obiettivo di una teoria
psicopatologica è quello di indagare le funzioni cognitive e i meccani-
smi cerebrali disfunzionali delle diverse patologie, e di sottolineare i
rapporti tra funzionamento patologico e funzionamento normale. Per
fare ciò la psicopatologia, così come la scienza cognitiva, ha la neces-
sità di adottare una metodologia che permetta la verifica empirica delle
ipotesi e la generazione di protocolli sperimentali controllati. Anche
nell’ambito delle teorie cliniche il metodo scientifico permette di man-
tenere i criteri di validità procedurale indispensabili per lo studio di
fenomeni soggettivi e privati, non riducibili all’oggettività osservabile,
quali le emozioni, le conoscenze implicite e così via. Tale esigenza di
controllo empirico si è estesa ai modelli d’intervento in psicoterapia.
Diversi sono i tentativi che la ricerca sta producendo rispetto all’analisi
dei processi implicati nella pratica clinica e rispetto agli esiti del tratta-
mento. Accenneremo più avanti ad alcuni contributi di ricerca sul
processo, mentre rimandiamo a Lyddon e Jones (2002) per la folta
letteratura clinica evidence based riguardo agli esiti delle terapie.
Dalla convergenza di interessi e di metodologie si sono così venute
a creare le condizioni per scambi e condivisioni vantaggiose tra ricerca
di base e ricerca clinica. Lo scambio è da intendersi in senso bidirezionale,
dal momento che dall’interazione entrambe sembrano ricavare vantaggi
importanti per la generazione di modelli esplicativi più attendibili e
completi. Cominceremo con l’illustrare in modo generale come
l’interscambio possa contribuire alla crescita dell’una e dell’altra disci-
plina. Per quanto riguarda la direzione dello scambio dalla CogSci
verso la psicopatologia, rimandiamo anche al precedente lavoro di Bara
(2001). Ci focalizzeremo qui soprattutto su come la ricerca di base
possa crescere dallo scambio con la psicologia clinica. Lo scambio dalla
clinica alla CogSci ci sembra infatti meno ovvio, non privo di difficoltà
ma proprio per questo di irrinunciabile importanza.

1. MEDICINA SENZA MALATTIA

Il più evidente contributo che la CogSci ha fornito alla ricerca in


clinica è quello di generare definizioni ed ipotesi riguardo ad elementi
di base del mentale che descrivono le architetture cognitive e il loro
funzionamento, sia in termini di contenuto (rappresentazioni mentali,
emozioni semplici e complesse, credenze), sia in termini di processo
(memoria episodica, memoria semantica, attenzione selettiva, bias ed
euristiche del ragionamento, processi di autoregolazione). Già Bara

186
(2001) ha mostrato come i contributi concettuali formulati dalla psico-
logia cognitiva (Johnson-Laird 1983), dalla biologia (Maturana e Varela
1980) e dalla linguistica (Grice 1975) abbiano generato un modello di
uomo che ha avuto, con il tempo, un rilevante impatto sulle teorie
cliniche di stampo cognitivista. Più di recente questo fenomeno si è
intensificato grazie al rinnovato interesse che la CogSci ha mostrato
riguardo a fenomeni complessi quali la coscienza, l’emozione o la
relazione tra stati fisiologici e processi di pensiero. Data la rilevanza di
tali fenomeni in campo clinico, lo sviluppo di queste aree di ricerca ha
fatto sì che i costrutti teorici e i risultati empirici proposti dalla CogSci
siano sempre più utilizzati dalla clinica a fondamento di modelli di
spiegazione e di trattamento dei disturbi. Per un approfondimento ri-
spetto ai contenuti della CogSci utilizzati dalle teorie cliniche rimandia-
mo a Semerari (2000).
Oltre all’eredità concettuale e ai relativi risultati sperimentali che la
CogSci ha trasmesso alla psicologia clinica, esiste anche una terza
dimensione dell’intervento psicologico, difficile da concettualizzare
nella tradizione psicopatologica occidentale, eppure presente nel filone
della CogSci influenzato dalla filosofia orientale, di cui Francisco Varela
è stato un significativo punto di riferimento (Varela, Thompson e Rosch
1991). Questa terza dimensione si occupa della possibilità di spostarsi
dal funzionamento normale della mente ad un funzionamento ottimale,
spesso collegato in modo più o meno esplicito all’utilizzazione di tecni-
che di meditazione. Il collegamento fra mente e la sua incarnazione
corporea, unito a una serena convinzione che il cambiamento sia possi-
bile a prescindere dalla storia di vita, permette un allargamento di
obiettivi estraneo alla cultura clinica ispirata a Freud e Bowlby, i grandi
enfatizzatori dell’importanza assoluta dei primi anni di vita per lo
sviluppo dell’individuo.
L’obiettivo di questa terza prospettiva di sviluppo della clinica è
quello di prevenire il disagio e di cercare di stare meglio quando già si
sta bene. La strada è quella di un costante esercizio individuale, alla
ricerca di un assetto mentale più funzionale e piacevole. La trasparente
metafora è quella di allenare la mente come si allena il corpo, attraverso
esercizi caratteristici di buona salute non riservati solo a chi sta male. In
una prospettiva di medicina senza malattia, di ricerca del benessere in
assenza di sofferenza, è la scienza cognitiva, per una volta, ad anticipare
una strada che potrebbe essere molto interessante da percorrere per i
clinici.
Segal, Williams e Teasdale (2002) hanno applicato le tecniche di
mindfulness al trattamento cognitivo della depressione, ottenendo bril-
lanti risultati rispetto alla prevenzione delle ricadute ed è facile preve-
dere un allargamento di uso di tali tecniche ad altre patologie.

187
2. DALLA CLINICA ALLA RICERCA DI BASE

Se la CogSci si dà l’obiettivo di comprendere il funzionamento di


mente e cervello in condizioni naturali, è obbligata a confrontarsi con i
casi di mal funzionamento. Tale confronto è ancora più ineludibile per
le teorie che postulano un continuum fra funzionamento normale e
patologico nei suoi diversi livelli di gravità.
La fenomenologia che caratterizza i diversi disturbi psicopatologici
offre un banco di prova irrinunciabile, pur se difficile e di irriducibile
complessità. Un modello ben costruito del funzionamento mentale sano
dovrebbe poter spiegare la varietà di forme in cui i deficit cognitivi ed
emotivi si manifestano nei disturbi psicopatologici. Prevedere le possi-
bili compromissioni di una o più funzioni mentali, e la loro reciproca
relazione, può essere considerata come una modalità di validazione di
una teoria alla stregua dei modelli simulativi. Come nell’approccio
simulativo un programma ben costruito deve prevedere la gamma di
errori tipici del funzionamento umano, così una teoria che guarda alla
psicopatologia deve prevedere possibili deficit presenti nei diversi di-
sturbi noti. Per esempio, nel lavoro sul ragionamento deduttivo di Bara,
Bucciarelli e Lombardo (2001) il principale punto di forza è che il
programma di simulazione riesce a riprodurre non solo la prestazione
«perfetta», senza errori (cosa piuttosto semplice per un programma di
intelligenza artificiale), ma anche gli errori caratteristici di diversi tipi
di ragionatore. Il programma simula la prestazione di bambini, di ado-
lescenti e di adulti (con diverse capacità di memoria), e per ciascuna
categoria di «soggetti artificiali» è in grado di predire anche le risposte
sbagliate, che risultano sorprendentemente equivalenti a quelle dei sog-
getti umani.
Una prima area in cui si comincia a comparare il funzionamento
normale a quello patologico è quella della neuropsicologia. Grazie allo
sviluppo delle tecniche di neuroimaging, oggi è possibile mettere a
confronto i correlati neurali di soggetti sani e patologici durante l’atti-
vazione di una specifica funzione mentale. Il confronto delle attivazioni
cerebrali si sta stabilendo come un’importante prova empirica di costrutti
teorici (per esempio, la Teoria della Mente) che vogliano spiegare
patologie gravi quali l’autismo, la schizofrenia e così via.
L’attenzione per l’area clinica ha poi un secondo effetto importante
per lo sviluppo delle CogSci, quello di fornire un contesto ecologico
alle teorie di base. La tradizione della CogSci di cui Newell e Simon
sono i massimi esponenti, è poco sensibile al contesto in cui i processi
mentali si verificano, preferendo delineare teorie generali valide in
diversi domini. Quasi tutte le più importanti teorie non prestano partico-
lare attenzione ai concreti ambiti di applicazione dei diversi processi,
privilegiando la generalità rispetto all’aderenza al contesto in cui i
fenomeni mentali prendono forma (primo fra tutti il corpo). Viceversa,

188
il materiale clinico fornisce informazioni iperdettagliate su una varietà
di strutture mentali (sia cognitive che affettive) e di processi, permet-
tendo di articolarne il funzionamento rispetto a contesti specifici. Risul-
ta evidente dall’osservazione della psicopatologia che il funzionamento
mentale si modifica a seconda del contenuto (ad esempio, tipi di pensie-
ro e di emozioni), del contesto sociale (lavorativo, personale) e delle
relazioni (famigliare, psicoterapeutica). Gli studi sul processo in psico-
terapia mostrano bene come le diverse disfunzioni non siano un feno-
meno tutto o nulla, bensì si diversifichino in momenti diversi della
relazione psicoterapeutica (Semerari 1999; Liotti 2001). Una maggior
attenzione al funzionamento contesto-specifico dei pazienti permette di
ancorare le funzioni cognitive all’ambiente in cui si esplicano e alla vita
di tutti i giorni. Il contributo che la clinica può portare ad una teoria
delle architetture cognitive e dei processi mentali consiste perciò nella
possibilità di restituire loro una complessità contestualizzata di cui i
modelli teorici spesso sono privi.
Un’ulteriore influenza della clinica sulla CogSci consiste nello spin-
gerla verso temi di alta rilevanza sociale. È con un certo sollievo che ci
si sposta dalle pur benemerite applicazioni ergonomiche a quelle di ben
altro impatto sociale, legate alla cura e alla sofferenza psichica. Se sono
importanti i disagi delle macchine, nettamente più appassionanti sono i
disagi degli uomini.
Per illustrare le potenzialità che una tale interazione può fornire in
senso bidirezionale, dalla ricerca di base alla clinica e dalla clinica alla
ricerca di base, prenderemo ora in esame un’area di ricerca specifica in
cui questa interazione si è rivelata particolarmente fruttuosa: la
metacognizione.

3. IL CASO DELLA METACOGNIZIONE

La storia e lo sviluppo del concetto di metacognizione rappresenta-


no un esempio significativo di sinergia tra ricerca di base e ricerca in
psicopatologia. Lo scambio reciproco tra queste discipline ha permesso
di rispondere ad alcuni quesiti teorici propri della ricerca di base e, allo
stesso tempo, di fornire utili suggerimenti per il trattamento della
psicopatologia.
La struttura concettuale e i paradigmi sperimentali della metacogni-
zione si sono delineati nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva,
che ha sottolineato come la metacognizione sia fondamentale per lo
sviluppo cognitivo, sociale e affettivo del bambino. Il termine
metacognizione è da attribuirsi a Flavell, uno psicologo dell’età evolutiva,
che la definisce come la capacità di generare «pensiero sul pensiero».
La definizione di Flavell (1979) nasce dall’osservazione che la mente

189
degli esseri umani è in grado di pensare se stessa, possiede cioè la
capacità di costruire ed elaborare rappresentazioni mentali che abbiano
come oggetto stati mentali. Nell’accezione di Flavell, per abilità
metacognitive si intendono non soltanto le conoscenze che riguardano
gli stati mentali (quindi le conoscenze emotive, interpersonali ed
epistemiche che caratterizzano i nostri stati mentali), bensì anche i
processi di valutazione, controllo e regolazione che sulla base di tali
conoscenze permettono di organizzare le risposte comportamentali. Per
esempio, dalle conoscenze che possediamo sui nostri processi di memo-
ria, possiamo stabilire quando è possibile smettere di memorizzare
qualche cosa, dal momento che la traccia mnestica è ormai sufficiente-
mente stabilizzata.
Sotto il nome di metacognizione si sono poi generate aree di ricerca
specifiche che indagano alcuni aspetti di tale funzione mentale come la
Teoria della Mente e i suoi deficit, le conoscenze mnestiche e i sistemi
di controllo dell’attenzione, i meccanismi d’apprendimento e la memo-
ria. In ambito clinico lo sforzo è invece stato quello di considerare tale
abilità in senso più globale e diversificato.
Nei prossimi paragrafi illustreremo come la ricerca sperimentale
abbia fornito validi strumenti concettuali in questo campo, utili anche
per la comprensione della psicopatologia e come, di ritorno, la clinica
abbia restituito alla ricerca di base una maggiore unitarietà e comples-
sità per lo studio di tale funzione mentale. Descriveremo alcuni aspetti
in cui la congiunzione di ricerca di base e ricerca clinica ha generato
interessanti riflessioni riguardo alla natura e allo sviluppo delle funzio-
ni metacognitive. In particolare ci soffermeremo sulla discussione ri-
guardo l’architettura cognitiva della metacognizione e riguardo alle
qualità relazionali indispensabili per il suo sviluppo.
Affronteremo infine un aspetto ancora poco indagato, che ci sugge-
riscono gli studi sulla patologia, riguardo alla possibile dissociazione
tra le abilità metacognitive alla I e alla III persona. A questo proposito
sottolineeremo come tale dissociazione, osservata nelle patologie, sia
rilevante nella generazione di ipotesi teoriche.

3.1. La natura della Teoria della Mente

Nella psicologia dello sviluppo il paradigma della Teoria della Mente


(ToM) si è storicamente occupato di metacognizione. Con ToM ci si
riferisce, secondo Premack e Woodruff (1978), alla capacità degli esseri
umani di attribuire a sé e agli altri stati mentali, e di utilizzare tale
lettura mentalistica al fine di prevedere e spiegare il comportamento. La
Teoria della Mente si è perciò occupata dell’abilità di costruire rappre-
sentazioni mentali che abbiano come contenuto stati mentali. In partico-
lare, le ricerche in ToM si sono occupate di studiare la natura di tale

190
funzione cognitiva, gli aspetti innati che la costituiscono e le modalità
attraverso cui si sviluppa nell’infanzia.
Riguardo alla natura della ToM le ipotesi più importanti sono la
teoria della simulazione, la theory-theory e la teoria modulare. Ognuna
di queste propone uno specifico modello su come tale capacità funzioni
e si sviluppi, e su quale architettura cognitiva presupponga. L’ipotesi
della teoria della simulazione è che la capacità di attribuire stati mentali
agli altri si fondi sull’interpretazione dei nostri stessi stati mentali. Per
comprendere il comportamento altrui eseguiamo perciò un’operazione
di identificazione, allo scopo di sentire/inferire cosa faremmo o senti-
remmo noi in determinate circostanze, e sulla base di questa operazione
siamo in grado di inferire gli stati interni di un’altra persona (Goldman
1993; Harris 1991). Secondo alcuni autori questo processo d’identifica-
zione non farebbe però parte di un’elaborazione cosciente bensì di una
routine che opera al di fuori della coscienza (Gordon 1986).
La theory-theory presuppone invece che gli individui costruiscano
con il passare del tempo una vera e propria «teoria» sulla mente e che
tale teoria sia il risultato delle operazioni svolte da un meccanismo
inferenziale che permette di formulare ipotesi sulla mente dell’altro.
Secondo questa interpretazione i bambini si comportano nei confronti
del mondo come piccoli scienziati, generando cioè delle teorie sul
funzionamento del mondo e sulle relazioni causali tra gli eventi e gli
agenti coinvolti (Gopnik e Meltzoff 1994). In questo senso l’esperienza
con l’altro rimane un aspetto fondamentale attraverso il quale i bambini
mettono in atto capacità generali di costruzione e di revisione teorica
rispetto al mondo, anche relazionale, di cui fanno parte.
In ultimo, secondo i teorici della modularità, la capacità di leggere
il comportamento in termini mentalistici dipende da un meccanismo
cognitivo specializzato, costituito da una serie di moduli che si attivano
durante i primi anni di sviluppo, in fasi diverse. Questo meccanismo
modulare ed innato ha la specifica funzione di permettere la formulazio-
ne di rappresentazioni proposizionali riguardo agli stati mentali. Il
meccanismo maturo per questo tipo di operazione viene chiamato ToMM
(con due emme, Theory of Mind Mechanism) (Leslie 1994; Baron-
Cohen 1995). I bambini maturano complessivamente la capacità di
formulare meta-rappresentazioni sugli stati mentali (nella forma «Gianni
crede/pensa/ecc. che p») intorno ai 4 anni d’età, come è stato dimostrato
nei classici compiti di Teoria della Mente detti delle false credenze
(Wimmer e Perner 1983).
Molti dei risultati empirici prodotti dalla psicologia e dalla
neurofisiologia danno ragione ad una o all’altra teoria. A questo propo-
sito l’applicazione del concetto di Teoria della Mente allo studio dei
disturbi psicopatologici ha fornito contributi importanti per l’avanza-
mento nella riflessione teorica sulla natura di tale abilità. Un primo
disturbo che è stato oggetto di studio nei lavori di ToM è quello

191
dell’autismo. Ormai consolidate ricerche hanno sottolineato un deficit
selettivo in ToM in soggetti affetti da autismo (Baron-Cohen, Leslie et
al. 1985). Le persone con autismo sembrano avere difficoltà in compiti
di ToM anche nei casi in cui le altre funzioni cognitive (capacità
mnestiche, intelligenza, ecc.) risultino nella norma; è questo per esem-
pio il caso della sindrome di Asperger, disturbo simile all’autismo ma di
minore entità.
Il caso dell’autismo ha rappresentato per molto tempo la dimostra-
zione empirica di come la capacità di mentalizzare potesse considerarsi
indipendente da altre competenze cognitive di base (i soggetti con
sindrome di Down infatti, a parità di QI, superano compiti di false
credenze che gli autistici, per la maggior parte, non superano). Per
questo motivo i risultati dei bambini autistici sono stati usati a validazione
dell’ipotesi di un meccanismo modulare ed innato che permette di
generare inferenze sugli stati mentali e che, in quanto modulare, può
essere selettivamente danneggiato, come nel caso dell’autismo.
Un’analisi attenta dei risultati ottenuti da soggetti che rientrano
nello spettro autistico, con livelli di gravità diverse (dal ritardo mentale
fino agli idiot savant), rivela d’altro canto come la competenza in ToM
non sia un fenomeno tutto o nulla, bensì risulti scomponibile in diverse
sottofunzioni. Nei soggetti autistici ad «alto funzionamento» è ancora
possibile rintracciare un accesso agli stati mentali, sebbene questo sia
più limitato o non generalizzabile in tutte le situazioni di vita (Ozonoff
et al. 1991; Bucciarelli, Colle e Bara 2001). L’osservazione delle patologie
sembra rivelare la necessità di ragionare sulle diverse dimensioni o
funzioni in cui la capacità di ToM si compone, dimensioni che possono
risultare disfunzionali in maniera differente a seconda della severità del
disturbo.
Tale necessità è ancora più evidente quando si guarda ad altri distur-
bi in cui sono riscontrabili deficit di mentalizzazione, spesso molto più
lievi e circoscritti rispetto all’autismo. Nel caso della schizofrenia è
stata proposta, per esempio, una relazione tra quadri sintomatologici
specifici e deficit metacognitivi. In questo caso il deficit di ToM sembra
essere sintomo specifico, è presente cioè in caso di sintomatologia
negativa (ritiro sociale, alessitimia) ma non nel caso di sintomi positivi,
quali deliri e allucinazioni (Frith 1992; Corcoran e Mercer et al. 1995).
In aggiunta, i diversi studi sembrano concordare sul fatto che la gravità
dei comportamenti sintomatici di questi pazienti sia altamente correlata
alle prestazioni più o meno deficitarie in compiti di ToM.
La definizione da parte della ricerca in psicopatologia di strumenti
più fini e più sensibili alla variazione delle capacità di mentalizzazione,
ha inoltre evidenziato difficoltà specifiche di metacognizione nei di-
sturbi di personalità (Fonagy et al. 1995; Dimaggio e Semerari 2003).
Dal momento che in tali casi i deficit emergono in modo più sfumato e
spesso in relazione al contesto interpersonale, sono risultati più idonei

192
strumenti di misurazione clinici (le interviste strutturate o l’analisi delle
sedute psicoterapeutiche), per poter ottenere dei profili di malfunzio-
namento tipici di questi disturbi.
In questo senso si rivela prezioso il modello proposto da Semerari e
collaboratori (Semerari 1999; Dimaggio e Semerari 2003) che scompo-
ne le competenze metacognitive in diverse sottofunzioni che insieme,
ma in modo indipendente, concorrono a rendere possibile un’interpreta-
zione del mondo in termini mentalistici. Questo modello ha permesso
agli autori di osservare alterazioni specifiche delle diverse sottofunzioni
nei quadri clinici caratteristici dei diversi disturbi di personalità (Semerari,
in questo numero speciale).
I dati sulla psicopatologia, dall’autismo fino ai disturbi di persona-
lità, sembrano perciò sostenere l’ipotesi della natura composita delle
capacità metacognitive e sottolineano la necessità di non guardare a tale
funzione come a un fenomeno tutto o nulla quanto piuttosto ad una
capacità scomponibile in sottofunzioni. La natura composita della
metacognizione, come emerge dalla clinica, rappresenta perciò un irri-
nunciabile punto fermo, non trascurabile dai teorici della CogSci.

3.2. La matrice interpersonale della metacognizione

Nell’ambito della discussione teorica sullo sviluppo delle capacità


metacognitive, diversi lavori hanno sottolineato la necessità di guardare
ad un aspetto essenziale della mente umana: il suo carattere sociale.
L’ambiente relazionale consente di comprendere come le funzioni men-
tali individuali si organizzino durante lo sviluppo; questa attenzione
agli aspetti relazionali è a maggior ragione necessaria nel caso in cui la
funzione riguardi proprio la capacità di interpretare in termini mentalistici
noi stessi e gli altri. Rispetto alla metacognizione è stato dimostrato, per
esempio, che il numero di fratelli e il gioco cooperativo tra fratelli
correla significativamente con l’acquisizione da parte dei bambini di
termini mentalistici (quali credo, penso, immagino e così via) e con la
capacità di comprendere le emozioni (Ruffman, Perner e Parkin 1999).
Inoltre, lo stile genitoriale e il riferimento agli stati mentali da parte dei
genitori sono strettamente correlati alla capacità di risolvere compiti di
ToM da parte dei bambini (Dunn 1991). Quando queste relazioni sociali
sono carenti o disfunzionali si osserva, viceversa, una maggiore diffi-
coltà, da parte dei bambini, ad acquisire le conoscenze metacognitive e
ad usarle nei contesti appropriati. I comportamenti di trascuratezza da
parte dei genitori così come la limitata esposizione alle relazioni sociali
(come nei bambini sordi) possono essere alla base di deficit più o meno
severi delle capacità metacognitive.
Le teorie cliniche sull’eziopatologia forniscono interessanti modelli
esplicativi di come le prime relazioni sociali possano influenzare lo

193
sviluppo di competenze metacognitive e di quali elementi relazionali
abbiano più peso per tale sviluppo. La teoria dell’attaccamento di Bowlby
(1988) che riguarda la qualità delle relazioni primarie, suggerisce come
a determinate modalità di attaccamento possano corrispondere caratte-
ristiche modalità di rappresentazione di sé e di sé rispetto all’altro.
Attraverso la relazione con le figure di attaccamento il bambino può
prendere contatto con i propri stati mentali, regolarli nell’interazione
con l’altro e formulare inferenze sugli stati mentali altrui.
Alcuni lavori hanno perciò messo in relazione la qualità della rela-
zione d’attaccamento e le capacità di mentalizzazione. L’ipotesi sem-
plicistica di questi lavori è che la metacognizione sia «una conquista
intrapsichica ed interpersonale che emerge completamente solo nel
contesto di un attaccamento sicuro» (Fonagy et al. 1995). Alcuni dati
sperimentali mostrano una correlazione tra la sicurezza dell’attacca-
mento a 4 anni e le capacità mentalistiche dei bambini. Inoltre la sicu-
rezza misurata a 12 mesi sembra essere un buon predittore delle abilità
in compiti di ToM all’età di 4 anni (Fonagy et al. 1997; Meins 1997). In
un nostro recente lavoro abbiamo scomposto la relazione tra attacca-
mento e metacognizione mostrando come stili di attaccamento diversi
siano caratterizzati da risorse metacognitive diverse. I bambini con
attaccamento disorganizzato, per esempio, hanno mostrato in alcuni
compiti di ToM prestazioni simili ai bambini con attaccamento sicuro.
La nostra spiegazione di tali sorprendenti risultati è che la qualità delle
relazioni significative possa potenziare o inibire lo sviluppo di alcune
capacità metacognitive a seconda della funzionalità che tali capacità
hanno in quello specifico contesto relazionale (Colle, Del Giudice e
Bara, in corso di stampa).
Sulla base della correlazione tra attaccamento e metacognizione
nell’infanzia, sono state avanzate poi alcune ipotesi sulla relazione tra
attaccamento, metacognizione e psicopatologia. Partendo dall’osserva-
zione che i pazienti con disturbo borderline hanno limitate capacità di
autoriflessione, Fonagy e Target (1995) ipotizzano che tali deficit
metacognitivi siano il risultato di relazioni disfunzionali durante l’in-
fanzia tra questi pazienti e le figure di attaccamento. In linea con tale
approccio, Liotti (2001) propone un modello evolutivo dei disturbi
dissociativi secondo il quale tali disturbi sono riconducibili ad esperien-
ze d’invalidazione emotiva e relazionale a cui tali pazienti sono stati
sottoposti nelle relazioni di attaccamento. Sebbene la relazione tra
attaccamento e psicopatologia non sia da intendersi in senso deter-
ministico, la teoria dell’attaccamento sembra spiegare come le relazioni
significative offrano un contesto interattivo fondamentale per uno svi-
luppo ottimale della metacognizione.
I modelli clinici non si sono limitati a sottolineare la natura
interpersonale della metacognizione durante lo sviluppo, ma hanno
anche mostrato come tale abilità sia fondamentale nel percorso

194
psicoterapeutico. L’analisi delle sedute psicoterapeutiche evidenzia come
i pazienti manifestino in seduta oscillazioni caratteristiche a seconda
dell’andamento relazionale. Le prestazioni metacognitive dei pazienti
risultano perciò sensibili alla qualità della relazione con il terapeuta nel
qui ed ora della seduta (Liotti 2001; Semerari 1999).
Più in generale possiamo considerare l’utilizzo di conoscenze
metacognitive da parte del paziente e del terapeuta come un elemento
fondamentale per qualsiasi tipo di psicoterapia. Affinché la terapia si
dimostri efficace è necessario che il terapeuta abbia un buon monitoraggio
sia dei propri stati mentali, sia di quelli del paziente, sia delle dinamiche
specifiche emerse dalla loro relazione (Safran e Muran 2000). Allo
stesso modo la consapevolezza (o l’emergere di consapevolezza) da
parte del paziente riguardo ai propri stati mentali e alle modificazioni
che su questi si possono operare, risulta un elemento fondamentale per
la buona riuscita della terapia. La consapevolezza metacognitiva è rico-
nosciuta infatti come uno strumento ed uno scopo fondamentale del
processo terapeutico, e molti interventi di cura lavorano proprio su un
aumento di tale capacità attraverso la relazione terapeutica.
Queste osservazioni dei clinici sono di estrema rilevanza anche per
la CogSci, in primo luogo per la generazione di ipotesi rispetto allo
sviluppo (funzionale e disfunzionale) delle capacità metacognitive. Inol-
tre, permettono di ancorare le competenze metacognitive ai contesti
specifici in cui si sviluppano. Tale ancoraggio garantisce un’analisi
naturalizzata della metacognizione e permette di porre quesiti altrimen-
ti impensabili per le CogSci, quali il domandarsi se lo sviluppo e la
regolazione di funzioni cognitive di alto livello dipenda dal tipo di
interazione emotiva che il bambino ha agito sulla prima infanzia.

3.3. I e III persona

Dedichiamo l’ultima parte dell’articolo ad analizzare un tema di


crescente importanza generale, tanto poco trattato sperimentalmente
quanto fondamentale nella pratica clinica.
La ricerca in Teoria della Mente si è prevalentemente concentrata
sulle capacità di leggere gli stati mentali altrui rispetto alle capacità
autoriflessive (la metacognizione in I persona). La maggioranza degli
studi sulle capacità di mentalizzazione ha ipotizzato un meccanismo
unico valido sia per accedere ai propri contenuti mentali sia per generare
inferenze sui contenuti mentali altrui. L’ipotesi di un meccanismo unico
è sostenuta in primo luogo dall’approccio modulare. In questo caso le
diverse metarappresentazioni che riguardano il soggetto («io penso che
p») o il partner («Gianni pensa che p») sono generate da uno stesso
modulo cognitivo innato che permette di formulare metarappresentazioni
specifiche per gli stati mentali. Allo stesso modo la theory-theory sostie-

195
ne l’esistenza di un comune meccanismo inferenziale in grado di elabo-
rare metarappresentazioni in I e III persona. Secondo questa prospettiva
i propri stati mentali non sono percepiti direttamente, attraverso ela-
borazioni propriocettive, ma vengono inferiti, dedotti ed attribuiti esat-
tamente come quelli degli altri. Questo meccanismo cognitivo generale
subisce radicali cambiamenti durante lo sviluppo e raggiunge una piena
maturità solo intorno ai 4 anni d’età (Gopnik 1993).
La teoria della simulazione sottolinea invece il primato della I
persona, sempre e comunque chiamata in causa durante l’osservazione
dell’altro. I lavori sui mirror neurons hanno portato ad ipotizzare un
«sistema multiplo di condivisione» (Gallese 2001) che riunifica a livel-
lo di attivazione neuronale il Sé con l’Altro. Il sistema mirror permet-
terebbe di mappare sullo stesso substrato nervoso azioni, emozioni e
sensazioni esperite personalmente o osservate negli altri. Non è prevista
alcuna possibile dissociazione tra la I e la III persona e solo l’elabora-
zione in I persona permette, in seguito, di ragionare in III persona
(attraverso la possibilità di «mettersi nei panni di»). È stato dimostrato,
ad esempio, come i bambini facciano gli stessi errori, dei compiti
classici di false credenze alla III persona, qualora venga loro chiesto di
ragionare rispetto alle loro stesse false credenze, possedute in qualche
momento precedente. Le fasi di sviluppo nella comprensione di test di
Teoria della Mente sembrano perciò procedere in modo parallelo tra la
I e la III persona (Gopnick 1993).
Nonostante l’approccio dominante sostenga l’esistenza di un mec-
canismo comune che permette la formazione di metarappresentazioni
(io penso che; egli crede che) valide per la I e la III persona, si è
ultimamente sviluppata una discussione sulla possibilità che le capacità
metacognitive in I e III persona si sviluppino in modo parallelo ma
differenziato l’una dall’altra (Meini 2001). Nichols e Stich (2002) pro-
pongono l’esistenza di uno specifico meccanismo modulare (meccani-
smo di monitoraggio) che permette l’elaborazione degli stati mentali
esperiti in I persona, che si svilupperebbe in modo indipendente da
ToMM, che rimane, nel loro modello, il modulo preposto all’attribuzio-
ne di stati mentali alla III persona.
In linea con la posizione critica di Nichols e Stich rispetto all’esi-
stenza di un meccanismo unico, riteniamo che le abilità metacognitive
in I e III persona siano dissociabili, in quanto realizzate da distinte
procedure di elaborazione. Possiamo pensare infatti che mentre per
l’autoriflessività sia necessario passare dall’esperienza corporea attra-
verso cui lo stato mentale è veicolato e dalla memorizzazione di tale
esperienza, nell’interpretazione dell’altro sia necessario un processo
inferenziale di attribuzione di stati mentali a partire dall’osservazione
del comportamento. In questo senso è vincolante pensare a modalità
d’elaborazione almeno parzialmente autonome.
Anche in questo caso osservare come la metacognizione in I e III

196
persona si articoli nei diversi disturbi psicopatologici può contribuire
alla discussione teorica. Un primo studio sulle capacità autoriflessive
dei soggetti autistici è stato condotto da Hurlburt (1994). È stato chiesto
a tre soggetti adulti con sindrome di Asperger di compilare un diario di
bordo, per diversi giorni, ogni qualvolta sentissero il suono di un beep.
Tutti e tre riportarono prevalentemente le loro esperienze private in
termini di immagini mentali, mentre gli adulti normali riportavano
spesso non solo immagini mentali ma anche verbalizzazioni e ragiona-
menti interni (Hurlburt 1990). Nonostante questi risultati evidenzino
una diversità di contenuti mentali riportati dai soggetti autistici rispetto
ai soggetti normali, è importante sottolineare come questi si siano
dimostrati capaci di accedere alle loro esperienze interne. Gli autistici
sembrano così conservare alcune capacità autoriflessive, nonostante le
loro ben note difficoltà a fare inferenze rispetto gli stati mentali altrui.
Simili conclusioni si possono trarre dalla lettura di autobiografie di
persone a cui era stata attribuita una diagnosi di autismo durante l’età
dello sviluppo, per esempio nell’affascinante biografia di Temple Grandin
(1995). Le osservazioni cliniche sembrano suggerire una buona capaci-
tà dei soggetti autistici di accedere ai propri stati interni, nel qui ed ora,
nel momento in cui vengono esperiti dal soggetto, ma allo stesso tempo
evidenziano una difficoltà a conservare queste informazioni di carattere
autobiografico in uno spazio di memoria emotiva a lungo termine.
Altri dati clinici sono inoltre consistenti con l’ipotesi di una
dissociazione tra capacità metacognitive in I e III persona e sembrano
sostenere la proposta di Nichols e Stich riguardo all’esistenza di due
meccanismi autonomi e selettivamente danneggiabili. Uno studio che
ha analizzato la relazione tra capacità di interpretare gli stati mentali
altrui e la consapevolezza dei propri stati mentali in pazienti schizofre-
nici ha evidenziato alcuni casi di doppia dissociazione tra queste due
abilità. Alcuni soggetti hanno mostrato infatti buone capacità nei com-
piti di falsa credenza e una scarsa consapevolezza riguardo le loro stesse
intenzioni, viceversa altri pazienti hanno mostrato il trend opposto
(buona autoconsapevolezza e scarsa ToM). Gli autori hanno tentato di
collegare queste dissociazioni alla sintomatologia specifica dei diversi
pazienti (Corcoran et al. 1995; Frith e Corcoran 1996).
Infine, anche nell’ambito dei disturbi di personalità, è stata ipotizzata
una diversificazione nelle capacità di mentalizzazione in I o III persona.
Fonagy suggerisce che i pazienti con disturbo borderline, sebbene mo-
strino delle difficoltà nella lettura dei propri stati interni, si possano
dimostrare dei buoni lettori della mente altrui (Fonagy e Target 1995).
A convalidare i suggerimenti raccolti dagli studi clinici, vale la pena
citare alcuni iniziali risultati di neuropsicologia che mostrano alcune
differenze nell’attivazione cerebrale qualora i test di ToM richiedano di
ragionare sui propri stati mentali o su quelli di altri (Vogeley e Fink
2003).

197
Questi risultati iniziali sulla psicopatologia sono in linea con l’ipo-
tesi che le capacità metacognitive in I e in III persona coinvolgano
processi cognitivi diversi, attivino aree cerebrali diverse, possano esse-
re selettivamente danneggiate, e siano dunque fra loro dissociabili.

4. CONCLUSIONI

La clinica, ben rappresentata dalla fenomenologia diversificata di


pazienti e psicoterapeuti, è immersa nel mondo quotidiano. Questo suo
essere nel folto degli alberi la porta molto spesso ad una difficile
consapevolezza di quale sia la geografia del bosco. Nonostante la sua
intrinseca complessità essa rappresenta un’occasione per la CogSci di
ancorarsi a una dimensione ecologica finora sfuggita ai teorici della
mente e del cervello. La nostra proposta è infatti che l’attenzione alla
fenomenologia clinica costituisca un elemento fondamentale per la rea-
lizzazione di un programma di naturalizzazione dello studio del menta-
le. Lo studio della patologia si rivela estremamente proficuo nell’indi-
care gli elementi (cerebrali, cognitivi ed interpersonali) indispensabili
per un corretto funzionamento mentale. Fino a oggi, nell’interazione fra
scienza e clinica, ci sembra che siano stati i clinici a sentire di più la
necessità di utilizzare i risultati della scienza cognitiva per la formula-
zione dei loro modelli. Viceversa, gli scienziati si sono dimostrati restii
ad affrontare la complessità insita nel materiale clinico, forse perché
troppo preoccupati a generare modelli astratti del nostro modo di fun-
zionare.
Attraverso questo lavoro abbiamo voluto mostrare come la meta-
cognizione sia un eccellente esempio di scambio tra clinica e ricerca di
base e come tale scambio sia vantaggioso da entrambe le parti. La
complessità insita nel materiale clinico offre, in questo campo, alla
CogSci l’occasione per una migliore sistematizzazione teorica riguardo
alla definizione (metacognizione, ToM, mentalizzazione), alla natura
(funzione unica o sottofunzioni) e allo sviluppo (innato, modulare o
relazionale) di una fondamentale capacità mentale. Allo stesso modo la
clinica ha ricevuto dalla ricerca sperimentale una chiave di lettura molto
importante per la definizione di modelli di malfunzionamento di diversi
disturbi dello sviluppo (autismo) e dell’età adulta (schizofrenia, distur-
bi di personalità). I deficit metacognitivi si sono rivelati importanti sia
come elementi diagnostici che come indici di vulnerabilità alla
psicopatologia, e hanno consentito lo sviluppo di protocolli d’interven-
to psicoterapeutici volti proprio ad accrescere la capacità metacognitiva.
La presentazione del nostro caso esemplare vuole perciò essere una
dimostrazione di come la CogSci non debba rinunciare all’indagine in
ambiti mal definiti, quali la fenomenologia clinica. Si tratta, invece, di
ripensare le metodologie standard della CogSci, sulla base di evidenze

198
cliniche, magari formalmente non impeccabili, ma ugualmente convin-
centi. Il premio per tale sforzo consiste nello sviluppare teorie che siano
in grado di rispondere ad un programma di naturalizzazione delle scien-
ze umane, dove l’uomo è studiato nel suo contesto naturale d’interazione,
senza riduzionismi rispetto a tutte le sfaccettature che l’esperienza
soggettiva presenta.

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Ringraziamo Cristina Meini, Maurizio Tirassa e Antonio Semerari per i commenti


critici fatti alle versioni precedenti di questo lavoro.
Ricordiamo con gratitudine il contributo dato dalla Fondazione Molo al programma
di ricerca sulla metacognizione e l’attaccamento e il progetto finanziato del Ministero
dell’Università e della Ricerca (FIRB, «Assessment dei disturbi della comunicazione in
un’ottica riabilitativa», code n. RBAU 01JEYW_001) che ha reso possibile la realizzazione
di alcuni lavori sperimentali citati nell’articolo e su cui si fonda la nostra riflessione
teorica.

Bruno G. Bara e Livia Colle, Centro di Scienza Cognitiva, Università e Politecnico


di Torino, Via Po 14, 10123 Torino. E-mail: bara@psych.unito.it / colle@psych.unito.it

201
202
ANTONIO SEMERARI

DALLA CLINICA ALLA TEORIA.


LE INDICAZIONI DELLA RICERCA SUI DISTURBI DI
PERSONALITÀ RIGUARDO L’ARCHITETTURA E LE
FUNZIONI DELLA METARAPPRESENTAZIONE

1. INTRODUZIONE

Gli studi sulla capacità di sviluppare rappresentazioni di rappresen-


tazioni mentali (d’ora in poi «capacità di metarappresentazione») sono
strettamente intrecciati alla ricerca clinica sulla psicopatologia grave:
autismo (Baron-Cohen, Leslie e Frith 1985) e schizofrenia (Frith 1992).
Sono queste patologie che, mostrando l’esistenza e gli effetti di gravi
deficit di tali abilità, hanno fatto risaltare, per contrasto, l’esistenza e il
valore adattivo dell’attitudine umana a interpretare e prevedere gli
eventi attribuendo a sé e agli altri intenzioni, credenze, desideri, emo-
zioni. Il successo di queste ricerche ha stimolato l’interesse dei clinici
per settori delle scienze cognitive come la Teoria della Mente (Baron-
Cohen 1995; Leslie 2000) o la metacognizione (Flavell 1979; Nelson et
al. 1999) che hanno come oggetto la capacità di comprendere e regolare
stati mentali. Vista l’importanza di tale funzione per l’adattamento,
alcuni autori hanno ritenuto che un suo disturbo, sia pure in forme meno
gravi di quelle presenti nell’autismo e nella schizofrenia, potesse con-
tribuire a spiegare il permanere della sofferenza psichica, le difficoltà di
vita e i casi di mancata risposta alla cura in patologie meno gravi come
i disturbi di personalità (Dimaggio e Semerari 2003; Fonagy 1991;
Fonagy e Target 2001; Semerari 1999) e i disturbi d’ansia (Wells 2000).
Il risultato è stato lo sviluppo di nuove ricerche e osservazioni cliniche,
nonché una rilettura di osservazioni cliniche precedenti alla luce di idee
e concetti nuovi. Ritengo che questo corpus di conoscenze possa, ormai,
restituire il favore alla scienza cognitiva dando indicazioni e suggeren-
do ipotesi rispetto al funzionamento normale della metarappresentazione.
In questo articolo mi concentrerò sulle indicazioni che provengono
dallo studio dei disturbi di metarappresentazione nei disturbi di perso-
nalità (DDPP) rispetto a due questioni: l’architettura funzionale della
metarappresentazione e il ruolo delle sue diverse componenti nell’adat-
tamento alla vita quotidiana.

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 203


2. L’ARCHITETTURA DELLA METARAPPRESENTAZIONE COME EMERGE DALLO
STUDIO DEI DISTURBI DI PERSONALITÀ

2.1. Il livello funzionale

Gli studi sui DDPP indicano che la generale capacità di metarap-


presentazione emerge dalle attività di sottofunzioni distinte e con un
significativo grado di indipendenza reciproca. Prima di argomentare a
favore di questa tesi è, però, necessario chiarire il livello funzionale in
cui le sottofunzioni di cui parleremo in seguito si collocano.
I maggiori studiosi dell’ontogenesi della Teoria della Mente (ToM)
hanno ipotizzato l’esistenza di meccanismi modulari soggiacenti la
capacità di comprendere gli stati mentali. Leslie (2000) ha ipotizzato un
Meccanismo della Teoria della Mente (ToMM) composto di due
sottosistemi: il primo specializzato nella lettura finalistica dell’azione,
il secondo, contenente nozioni mentalistiche come credenza o deside-
rio, specializzato nell’interpretazione delle intenzioni. Baron-Cohen
(1995) ha proposto quattro meccanismi che compongono il processo di
lettura della mente, dove ToMM costituirebbe il modulo terminale a cui
i primi tre (il rivelatore della direzione dello sguardo, il rivelatore di
intenzionalità e il meccanismo di attenzione condivisa) fornirebbero
l’input. Recentemente Nichols e Stich (2002) hanno proposto un ulte-
riore meccanismo modulare, il «meccanismo di monitoraggio» (MM),
specializzato nell’attribuzione degli stati mentali alla I persona1. Questi
meccanismi modulari semplici costituiscono la base senza la quale
diventa impossibile lo sviluppo di una normale capacità di mentaliz-
zazione; tuttavia essi non esauriscono tale capacità. Nelle prestazioni di
un adulto normale il loro output viene reclutato da un insieme di proces-
si cognitivi di ordine superiore che definiscono diverse capacità distinte
e interconnesse (Leslie 2000; Scholl e Leslie 1999). Tali capacità sono
soggette ad apprendimento e risentono fortemente di influenze culturali

1
La tesi di Nichols e Stich ha dato luogo ad una discussione tra i sostenitori di un
meccanismo autonomo per la lettura dei propri stati mentali e i sostenitori della theory-
theory dell’autoconsapevolezza, secondo cui i medesimi meccanismi inferenziali
varrebbero tanto per la I quanto per la III persona. Gli stessi dati sperimentali in
proposito hanno dato luogo a interpretazioni controverse (per una discussione, cfr.
Falcone, Marraffa e Carcione 2003). Personalmente propendo per l’esistenza di entrambi
i meccanismi. I processi di autoattribuzione poggiano su input di tipo propriocettivo-
somatosensoriale, assenti nel caso dell’attribuzione alla III persona (Damasio 1994;
1999). È plausibile che i due meccanismi derivino filogeneticamente da linee evolutive
indipendenti, l’una deputata alla regolazione dell’omeostasi dell’organismo, l’altra al
controllo dell’ambiente esterno. Ciò non toglie che, una volta che i due meccanismi
siano stati reclutati all’interno di operazioni di ordine superiore diventi possibile, ad
esempio, attribuire ad altri esperienze propriocettive analoghe alle proprie o riconoscere
in se stessi esperienze descritte da altri, in modo che si potenzino reciprocamente nel
determinare le capacità di metarappresentazione di una persona adulta.

204
e interpersonali (Falcone, Marraffa e Carcione 2003). Le sottofunzioni
di cui parleremo nel corso dell’articolo si collocano a questo livello.
Mentre l’autismo e la schizofrenia possono mostrarci gli effetti di danni
alle strutture modulari di base, i DDPP possono mostrarci gli effetti dei
danni alle funzioni metarappresentative di ordine superiore. Non essen-
do causati da difetti nelle strutture neurali soggiacenti, tali danni non
assumono la forma di un’assenza, ma di una relativa debolezza delle
funzioni. Inoltre, essendo queste soggette ad influenze ambientali e
relazionali, la gravità del disturbo varia nel tempo e può migliorare a
seguito di un trattamento psicoterapeutico (Semerari 1999). Tuttavia, in
molti casi, la debolezza funzionale può essere così pervasiva e compro-
mettere tanto gravemente la capacità di vivere della persona da costitui-
re clinicamente un vero e proprio deficit.

2.2. Le sottofunzioni e i loro disturbi

L’esistenza di una particolare sottofunzione metarappresentativa è,


nel nostro caso, dedotta dall’osservazione clinica della sua assenza o di
un suo disturbo. In questo paragrafo descriverò la fenomenologia clini-
ca di alcuni disturbi di metarappresentazione e, sulla base della descri-
zione del disturbo, proporrò una definizione della sottofunzione norma-
le. Nei paragrafi successivi darò conto della letteratura clinica e di
ricerca che descrive tali disturbi. Non vi è ragione di ritenerla una
descrizione esaustiva. La ricerca clinica in questo settore è, al momen-
to, in fase nascente, pertanto si può presumere che altre descrizioni
verranno ad aggiungersi. Quelli che seguono vanno, perciò, considerati
soltanto i disturbi, per ora, più studiati.

Disturbi di monitoraggio

Alcuni tra i pazienti con DDPP presentano difficoltà a identificare


le componenti emotive e ideative dei loro stati mentali e a mettere in
relazione le idee con le emozioni nonché idee o emozioni con eventi
ambientali e interpersonali. Tipicamente le loro narrazioni descrivono
fatti e comportamenti con scarsi o vaghi riferimenti a stati o processi
mentali. Ad esempio:

Succede anche un altro fatto. Io l’anno scorso ho frequentato per un anno


l’esame di..., quando ero in aspettativa, da metà febbraio fino a fine maggio. Io
entravo in aula e sempre andavo allo stesso posto. Io per quattro mesi sempre
allo stesso. Se qualcuno mi propone una cosa diversa... Mi hanno proposto
quelli che stavano più al centro... io dovevo andare vicino a loro. Allora che ho
fatto? «Io sto qua, rimango qui vicino all’uscita e non vengo lì».

205
Quali pensieri o emozioni erano sottesi alla scelta di sedersi sempre
allo stesso posto? Le narrazioni spontanee dei pazienti con disturbi di
monitoraggio non offrono questo tipo di risposte. Anche sollecitati,
durante un colloquio psicoterapeutico, a riferire su ciò che pensano e
provano in un particolare momento non rispondono o forniscono rispo-
ste incerte, vaghe, laconiche. Ad esempio:

P: Mia sorella insisteva perché andassi con lei ad una festa... Alla fine ho
detto di sì. Poi, all’ultimo momento non ci sono andata.
T: Cosa pensava in quel momento?
P: Niente, forse non avevo voglia di andare.
T: Ricorda che emozione aveva?
P: Non lo so... L’altra volta avevamo... aveva... detto che avrei dovuto...
sì... uscire... Quando dovevo prepararmi per uscire ho telefonato a mia sorella
e le ho detto che avevo mal di testa.

La mente dei soggetti con disturbo di monitoraggio risulta, così,


opaca a loro stessi e agli interlocutori, mancano le informazioni relative
ai pensieri e alle emozioni che sottendono il comportamento.
All’inverso, la funzione di monitoraggio è quella con cui identifi-
chiamo i pensieri e le emozioni che costituiscono un particolare stato
mentale e con cui percepiamo l’effetto dei pensieri sulle emozioni,
l’effetto dello stato emotivo sul corso delle idee, nonché l’effetto degli
eventi su entrambi.

Disturbi d’integrazione

Alcuni tra i pazienti con DDPP incontrano peculiari difficoltà a


fornire descrizioni coerenti di stati mentali, sia propri sia altrui. Contra-
riamente ai pazienti con disturbo di monitoraggio, possono essere in
grado di riferire i contenuti di pensiero e le emozioni che costituiscono
i singoli stati mentali. Quello che manca è un punto di vista integrativo
che conferisca a tali contenuti un ordine e una gerarchia di rilevanza. Il
disturbo può evidenziarsi sia rispetto ai contenuti di singoli stati menta-
li, sia rispetto alle relazioni tra stati mentali diversi. Nel primo caso
parleremo di uno stato non integrato, nel secondo di stati non integrati
tra loro. Quando riguarda un singolo stato mentale, il disturbo di inte-
grazione si manifesta con l’affollarsi confuso di temi di pensiero ed
emozioni disparate senza che emerga un qualche principio d’ordine o
un criterio soggettivo di importanza. Ad esempio:

Eleonora mi ha chiesto d’accompagnarla. Siamo andati con la macchina.


Adesso mi rendo conto che non sto prendendo né autobus, né metropolitana.
Neanche insieme alle persone. Ho pensato che non ce l’ho fatta a fare questa
cosa e non ce la farò a fare niente. E ho provato fastidio verso mio padre. Non

206
sopporto niente di quello che fa, di quello che dice. Mi sento che non riesco a
seguire un filo logico parlando... non so. Mi sono sentita molto in colpa.
Adesso mi è venuta in mente mia madre, il fatto che non riesco ad accontentarla.

Che c’entra il non prendere l’autobus col fastidio verso il padre e


questo con la colpa e tutto questo col non riuscire ad accontentare la
madre? I temi possono essere tutti importanti, ma manca una contestuale
gerarchia di rilevanza. È da notare come, invece, il monitoraggio sia
buono. La paziente accede ai propri pensieri e alle proprie emozioni e li
riferisce. Il problema non è l’accesso ma l’ordine. In questi casi non si
ricava un’impressione di opacità ma di confusione. Tipica è la sensazio-
ne di difficoltà nella scelta dell’argomento da trattare e su cui focalizza-
re l’intervento. Cos’è importante in questo caso? Il non riuscire a pren-
dere l’autobus? Il non riuscire a far nulla? Il rapporto col padre? Il senso
di colpa? Il rapporto con la madre? In altri casi l’incoerenza e la
mancanza di integrazione si manifestano non attraverso la disparità di
temi, ma con la simultaneità di rappresentazioni diverse e contradditto-
rie degli stati mentali propri ed altrui. Ad esempio:

P: Non riuscivo a prendere sonno, pensavo a farmi forza e al fatto che non
ci riesco. Volevo solo abbandonarmi nelle braccia di qualcuno che fosse
disposto ad accogliermi. Volevo svegliare i miei genitori e stare un po’ con
loro, oppure andare in salone. Mi avrebbero sentita e mi avrebbero chiamata...
Pensavo anche che si sarebbero arrabbiati perché li avevo svegliati, mi avrebbero
criticata e non sapevo come avrei reagito.
T: Pensava che l’avrebbero criticata?
P: Sì, pensavo che mi avrebbero detto «anche la notte devi scocciare» e mi
dà fastidio, mi viene un senso di rabbia perché è ingiusto. Vorrei che le cose
andassero in un modo invece mi sentivo in colpa perché li faccio soffrire.

Anche in questo caso le capacità di monitoraggio sono buone e ci


consentono di farci un’idea molto chiara dei pensieri e delle emozioni
della paziente. Contrariamente all’esempio precedente emerge un tema
di fondo: il rapporto con i genitori. Tuttavia, in un brevissimo lasso di
tempo, la mente dei protagonisti del rapporto viene rappresentata in
modi diversi e difficilmente integrabili. I genitori sono contemporanea-
mente figure protettive ed accoglienti, critici sprezzanti e vittime del
comportamento della paziente che, al contempo, si descrive come bam-
bina protetta, vittima di ingiustizie e colpevole della sofferenza dei
genitori. Il risultato è che, come in tutti i deficit d’integrazione, la
paziente non riesce a dare una direzione al comportamento e resta
paralizzata nelle sue iniziative.
Quando la non integrazione riguarda le relazioni tra diversi stati
mentali i pazienti non sono in grado di descrivere e comprendere le
transizioni tra di essi e, come descritto da Kernberg (1975), possono
oscillare tra descrizioni opposte di sé e dell’altro e della relazione senza

207
mai stabilizzare un punto di vista integrativo. Ad esempio, nel corso di
una stessa seduta, una paziente descrive così la sua relazione col part-
ner:

Poi c’è stato subito un feeling fortissimo tra noi, era come se già ci fossimo
conosciuti, era come stare con un’altra me quando ero insieme a lui. Lui è stata
la prima persona ad accettarmi com’ero e quindi mi ha dato sicurezza. È stato
un periodo bellissimo. Poi abbiamo continuato a stare insieme e tutto il resto...
Comunque è sempre stata per me una storia tipo film... bella... I week-end
insieme, i regali inaspettati...

Poco dopo:

Penso che è un bastardo! Anzi magari ha anche da ridire, dopo che i miei
lo hanno trattato come un figlio. E poi ho la sensazione che mi sfrutti per
qualsiasi cosa; aveva bisogno di andare dal notaio e che ho trovato io, allora
era carino e disponibile, una volta arrivati lì mi ha trattata malissimo. Cioè
ogni tanto ho questa sensazione di essere sfruttata.

Il risultato dei disturbi di integrazione è l’impossibilità di dare una


direzione coerente al comportamento. All’inverso, l’integrazione può
essere definita come la capacità di riflettere sugli stati mentali e sui loro
contenuti per ridurre incoerenze e contraddizioni e stabilire priorità e
rilevanze in modo da determinare la direzione del comportamento.

Disturbo di decentramento/differenziazione

La letteratura psichiatrica, occupandosi del pensiero di tipo paranoi-


co, ha descritto un peculiare disturbo dell’abilità di comprensione della
mente altrui. I soggetti che ne soffrono possono conservare la capacità
di intuire i contenuti emotivi dell’altro. Ad esempio, possono essere in
grado di capire, in base ai segnali espressivi, se l’altro è allegro o triste
o preoccupato. È nel momento di spiegarsi le ragioni di questi stati
emotivi che le loro interpretazioni diventano rigide, stereotipate e, spes-
so, inverosimili. Agli altri viene attribuito un unico scopo: raggirare,
umiliare o, comunque, danneggiare il soggetto. Allo stesso tempo non
sono mai attribuiti loro scopi, desideri o criteri di valore indipendenti
dalla relazione che hanno col soggetto. Questi pazienti vivono, perciò,
in un mondo egocentrico in cui si sentono costantemente al centro di
attenzioni e scopi malevoli, incapaci di comprendere che gli altri posso-
no avere diverse prospettive da cui guardare il mondo. In altre parole,
questi pazienti appaiono non in grado di decentrare da se stessi per
comprendere gli stati mentali altrui. Ad esempio:

208
Entro nei ristoranti e non posso far a meno di notare lo sguardo delle
persone presenti, me lo sento appiccicato addosso, ne sento il peso, mi guardano
e mi osservano, che cosa vogliono non si sa, faccio di tutto, dottore mi creda,
per evitare la provocazione, ma appena alzo lo sguardo li trovo lì a ridere, se
la divertono alle mie spalle.

All’inverso, il decentramento consiste nella capacità di attribuire


agli altri una prospettiva di valori, interessi e scopi diversa dalla propria
e indipendente dalla relazione col soggetto.
Colpisce, nell’esempio precedente, oltre al disturbo di decentramento,
il grado di certezza soggettiva con cui viene percepita l’attenzione
malevola degli altri. Il disturbo di decentramento si accompagna spesso
ad un indebolirsi della consapevolezza della natura puramente rappre-
sentazionale del pensiero. Ciò che viene pensato riguardo le intenzioni
degli altri non è, per questi pazienti, una rappresentazione ipotetica,
un’opinione soggettiva e opinabile, ma un dato di fatto, una descrizione
delle cose così come sono. Un aspetto rilevante della capacità di
metarappresentazione di un adulto normale è quello di saper differen-
ziare tra classi diverse di rappresentazioni in base al vincolo di referen-
za che si attribuisce loro rispetto alla realtà. Diventa così possibile
distinguere tra fantasie, timori, ipotesi, previsioni, osservazioni, ecc.
Tale capacità conferisce una distanza critica rispetto alle proprie visioni
del mondo che possono essere così trattate come rappresentazioni ipo-
tetiche, piuttosto che come specchio del reale. Tale capacità risulta
gravemente compromessa nei soggetti con disturbo di differenziazione,
i quali, anche quando non raggiungono un vero e proprio stato delirante,
trattano le loro rappresentazioni egocentriche della mente altrui come
un dato di fatto ben poco discutibile.

Dati clinici che indicano l’esistenza di sottofunzioni distinte

L’ipotesi che la normale funzione di metarappresentazione emerga


dall’interazione di sottofunzioni distinte e semindipendenti trova con-
ferma dalla clinica sui DDPP. Se le sottofunzioni fossero distinte e con
un certo grado di indipendenza funzionale reciproca dovrebbero esiste-
re situazioni cliniche in cui esse risultino singolarmente e selettivamente
disturbate. In questo caso dovrebbero darsi tre condizioni. In primo
luogo, dovrebbero esistere osservazioni cliniche che descrivono distur-
bi in specifiche sottofunzioni. In caso di indipendenza funzionale, tali
descrizioni riguarderebbero solo il disturbo di una precisa sottofunzione
e non un generale disturbo della metarappresentazione. In secondo
luogo, la ricerca clinica dovrebbe poter individuare profili di malfun-
zionamento metarappresentativo diversi in pazienti diversi. In altre
parole, i pazienti con disturbi di metarappresentazione sarebbero

209
distinguibili tra loro in base a quale tipo di funzione risulti specifica-
mente disturbata. Infine, la ricerca dovrebbe individuare casi di
disaccoppiamento, ovvero pazienti in cui risulti evidente il disturbo di
una o alcune funzioni e, insieme, il buon funzionamento di altre. La mia
tesi è che i dati clinici che possediamo sui DDPP realizzano queste tre
condizioni.

Osservazioni di disturbi di specifiche sottofunzioni

La letteratura offre numerose descrizioni di disturbi di personalità


caratterizzati da difetti, più o meno gravi di monitoraggio. I classici
profili del narcisismo patologico descrivono questi pazienti come proni
a stati di vuoto e incapaci d’accesso a scopi e desideri (Kohut 1971;
1977). In particolare, i soggetti con disturbo narcisista di personalità
sarebbero incapaci di riconoscere i loro bisogni affettivi e di cura
(Jellama 2000), avrebbero difficoltà a riconoscere le emozioni (Krystal
1998), a sperimentare sentimenti di tristezza e di gioia (Cooper 1998) e
a connettere i propri stati mentali con gli eventi di vita (Dimaggio et al.
2002).
Disturbi di monitoraggio sono stati descritti anche nel disturbo
evitante di personalità (Millon 1991; Procacci e Popolo 2003). Beck e
Freeman (1991) descrivono le difficoltà di questi pazienti a riportare i
loro pensieri automatici, difficoltà che gli autori attribuiscono ad una
strategia attiva di evitamento cognitivo. Anche secondo Lorenzini e
Sassaroli (1995), gli evitanti gestirebbero invalidazioni e conflitti ridu-
cendo attivamente l’elaborazione dell’informazione concernente il sé.
Secondo Procacci, Dimaggio e Semerari (1999) il mancato riconosci-
mento degli elementi emotivi e ideativi, tanto dei propri quanto degli
altrui stati mentali, impedirebbe a questi soggetti di cogliere ciò che
condividono con altri esseri umani, condannandoli ad un sentimento
cronico di non-appartenenza e non-condivisione.
Il disturbo della capacità a costruire metarappresentazioni integrate
degli stati e dei contenuti mentali è stato al centro del dibattito sul
disturbo borderline di personalità. Per Kernberg (1975) la caratteristica
patognomonica dell’organizzazione borderline sarebbe l’oscillazione
tra rappresentazioni estreme e opposte di sé e dell’altro senza che
emerga un punto di vista integrativo. Secondo Ryle (1997), i pazienti
borderline sarebbero danneggiati nelle funzioni metacognitive che per-
mettono di essere consapevoli della transizione tra uno stato mentale e
l’altro. A causa di ciò transiterebbero rapidamente tra stati mentali
spesso contraddittori e, comunque, non integrati. Liotti (1999) descrive
questi pazienti come soggetti ad avere simultaneamente rappresentazio-
ni multiple e contraddittorie di sé e dell’altro. Secondo Dimaggio e
Semerari (2001; 2004) in alcuni soggetti il disturbo d’integrazione

210
danneggerebbe l’organizzazione narrativa del pensiero dando luogo a
stati mentali caotici, caratterizzati dall’affollarsi di pensieri ed emozio-
ni diverse senza che il paziente sia in grado di percepirvi un ordine o una
gerarchia. Disturbi delle capacità integrative sono, inoltre, stati descritti
nel disturbo istrionico di personalità (Horowitz 1991) e nel disturbo
dipendente di personalità (Carcione e Conti 2003).
La difficoltà dei soggetti paranoici nel comprendere gli stati mentali
degli altri è stata descritta durante tutta la storia della psichiatria. Di
recente Nicolò (1999; Nicolò e Nobile 2003) ha passato in rassegna la
letteratura sull’argomento alla luce del concetto di disturbo di decen-
tramento. L’autore ha suggerito, tra l’altro, una possibile spiegazione
del frequente rapporto che si riscontra clinicamente tra difetto di
decentramento e disturbi deliranti del pensiero. La capacità di decentrare,
ovvero di cogliere la prospettiva degli altri, costituirebbe un fattore
protettivo rispetto allo svilupparsi di tematiche bizzarre e un fattore
favorente un atteggiamento critico verso il contenuto delle proprie
rappresentazioni. Il confronto con le diverse visioni del mondo attribui-
te agli altri manterrebbe viva la consapevolezza della natura di pura
rappresentazione ipotetica del proprio pensiero. Venendo meno questo
fattore protettivo, i soggetti tenderebbero a perdere anche la capacità di
differenziare tra rappresentazione e realtà.

Dati di ricerca in psicoterapia relativi ai disturbi di specifiche


sottofunzioni

Mentre l’osservazione clinica ha fornito numerose descrizioni di


diversi tipi di disturbi di metarappresentazione, la ricerca empirica, in
questo settore, si trova ancora ai primi passi. Una delle ragioni, a mio
parere, è che gli strumenti utilizzati da clinici e psicoterapeuti per
studiare le capacità di mentalizzazione dei loro pazienti sono costruiti,
di solito, considerando a priori la funzione come un tutto unitario. Ne
sono esempio la Scala della funzione riflessiva (Fonagy et al. 1996) e la
Scala dell’assimilazione dell’esperienza (Stiles et al. 1992). Queste
scale indicano, perciò, se un paziente o un gruppo di pazienti presenta
un basso o alto livello di mentalizzazione, ma non colgono differenze
qualitative tra pazienti diversi. Esse non dicono, in sostanza, se una
eventuale bassa mentalizzazione è dovuta, ad esempio, ad un difetto di
monitoraggio o a un disturbo d’integrazione o ad entrambi. Uno stru-
mento costruito ad hoc per cogliere le differenze qualitative è la Scala
per la valutazione della metacognizione (SVaM) (Carcione et al. 1997;
Semerari et al. 2001). Essa è stata ideata per analizzare separatamente
l’andamento delle diverse sottofunzioni sui trascritti delle sedute di
psicoterapia. Un manuale di applicazione fornisce le indicazioni per
valutare se, in ogni singolo intervento del paziente, si evidenzia un

211
fallimento, un successo o una non evidenza dell’uso di ciascuna singola
funzione. Il suo scopo è l’analisi delle variazioni funzionali nel corso
del processo psicoterapeutico. I vantaggi di analizzare le sedute di
psicoterapia sono molteplici. Da esse si può ottenere uno studio prolun-
gato della metarappresentazione in un contesto dove le diverse funzioni
sono continuamente sollecitate dalle domande del terapeuta. Tali do-
mande stimolano, nel corso del trattamento, all’esercizio di tutte le aree
funzionali. Ad esempio, alcune («Cosa pensava»; «Cosa provava»)
stimolano il monitoraggio degli elementi che compongono gli stati
interni; altre sollecitano spiegazioni mentalistiche del comportamento;
altre invitano a riflettere sulle transizioni tra uno stato mentale e l’altro.
In questo modo è relativamente facile individuare quando il paziente ha
successo o quando fallisce nell’uso di una determinata sottofunzione.
Su un numero abbastanza elevato di sedute diventa allora possibile
individuare le aree deficitarie in un singolo paziente. Si tratta, quindi, di
un metodo concepito per l’analisi accurata di casi singoli (per ogni
paziente vengono valutate, in media, 40 sedute), il cui limite, per questa
stessa ragione, è di essere poco adatto a ricerche che richiedono casistiche
numerose. Tuttavia un’analisi affidabile di casi singoli può permetterci
di testare l’ipotesi della differenziazione funzionale. Ricordiamo che
tale ipotesi è da considerarsi corroborata se si dimostra l’esistenza di
profili diversi di disturbi della metarappresentazione e se si dimostra in
singoli pazienti la presenza di disaccoppiamenti funzionali. La prima
condizione si realizza se, confrontando i profili di due pazienti, è pos-
sibile evidenziare che uno presenta disturbi in alcune funzioni e l’altro
in funzioni diverse. La seconda si realizza se uno stesso paziente pre-
senta alcune funzioni disturbate ed altre no. I risultati delle ricerche
condotte con la SVaM vanno, prevalentemente, in entrambe queste
direzioni. Ad esempio, sono stati confrontati gli andamenti delle fun-
zioni durante il primo anno di psicoterapia di un paziente con disturbo
borderline e di un paziente con disturbo narcisista (Semerari et al.
2003a). Per tutto il periodo considerato il paziente borderline evidenziava
numerosi tentativi fallimentari di integrazione ma quasi nessun falli-
mento di monitoraggio. Il paziente narcisista, invece, presentava un alto
numero di fallimenti nel monitoraggio e pochi tentativi d’integrazione
i cui fallimenti si concentravano nella parte iniziale della terapia. Pro-
cacci et al. (2002) hanno confrontato il profilo metarappresentativo di
un paziente con disturbo evitante di personalità con quello di un pazien-
te con sola diagnosi di fobia sociale sull’Asse I. Il paziente evitante
presentava un evidente disturbo di monitoraggio, per tutto il periodo
considerato. Tale disturbo risultava del tutto assente nel paziente con
sola diagnosi di fobia sociale. Alcuni dati recenti suggeriscono l’esi-
stenza di profili diversi anche all’interno di una stessa categoria diagno-
stica. Confrontando i profili di 4 pazienti con disturbo borderline,
Semerari, Carcione et al. (2003) hanno trovato che 3 pazienti

212
evidenziavano disturbi d’integrazione ma non di monitoraggio, mentre
il quarto presentava disturbi su entrambe le sottofunzioni. Altri studi su
caso singolo confermano l’esistenza di disaccoppiamenti funzionali in
altre categorie di pazienti. Nicolò et al. (2002) hanno analizzato il
profilo di un paziente con disturbo paranoide che presentava disturbi
del decentramento e della differenziazione ma non disturbi nel
monitoraggio e nell’integrazione. Un grave disturbo di monitoraggio
con lieve difetto d’integrazione è stato descritto da Procacci et al.
(2000) nell’analisi di un caso di disturbo evitante.
Un ulteriore elemento a favore dell’opportunità di distinguere tra
competenze funzionali diverse è legato al loro andamento nel tempo. Se
le funzioni sono diverse dovremmo aspettarci che lo sia anche il loro
andamento nel tempo e la loro risposta al trattamento psicoterapeutico,
dato che è probabile che le differenti competenze metarappresentative
siano influenzate da fattori diversi e in diversa misura. Tutte le ricerche
fin qui riportate indicano una tendenza ad andamenti diversi nel corso
della terapia. L’integrazione sembra essere soggetta ad oscillazioni
drammatiche ed intense, con alternanza di periodi di grave disturbo e
periodi di relativo buon funzionamento. Il monitoraggio, all’inverso,
mostra profili di miglioramento più lineari, con un lento e progressivo
incremento delle capacità funzionali. Questi dati potrebbero indicare
che l’integrazione sia un tipo di capacità che risente notevolmente delle
influenze ambientali e relazionali mentre il monitoraggio dipenderebbe
maggiormente dall’atteggiamento interiore del soggetto, il cui cambia-
mento richiederebbe un costante e progressivo esercizio.
Pur essendo indicativi di un alto grado di indipendenza funzionale,
i dati suggeriscono anche che tale indipendenza non è assoluta. Lo stato
attuale della ricerca consente di ragionare unicamente sui rapporti tra
monitoraggio e integrazione. Che si tratti di funzioni distinte è reso
evidente da diversi esempi di disaccoppiamento in cui si evidenziano
disturbi d’integrazione senza alcun disturbo di monitoraggio. La do-
manda, semmai, riguarda la misura in cui sono reciprocamente indipen-
denti. Per avanzare risposte occorre analizzare più da vicino gli anda-
menti nel tempo delle due funzioni nei diversi soggetti. I pazienti con
solo difetto d’integrazione presentano un’elevata attività metarappre-
sentativa. Essi compiono numerosi tentativi di monitoraggio, in genere
coronati da successo, e numerosi tentativi di integrazione, di solito
fallimentari. In parole povere, essi pensano costantemente al loro pen-
siero, riconoscono idee e sentimenti, ma si confondono. I pazienti con
disturbo di monitoraggio, invece, presentano una bassa attività meta-
rappresentativa spontanea su tutte le aree funzionali. Essi pensano poco
al loro pensiero. I fallimenti di monitoraggio diventano evidenziabili,
sui trascritti delle sedute, principalmente quando tale attività viene
sollecitata dalle domande del terapeuta. L’integrazione risulta, nella
maggioranza degli interventi, non valutabile per l’assenza di tentativi. I

213
pochi tentativi, nelle fasi iniziali della terapia, risultano, in maggioran-
za, fallimentari. I successi nell’area dell’integrazione aumentano pro-
gressivamente con l’aumentare dei successi nel monitoraggio. Al con-
trario dei soggetti con solo disturbo d’integrazione, che vanno incontro
ad incrementi repentini e intensi dei successi nella funzione seguiti da
peggioramenti altrettanto drammatici, nei soggetti dove è presente di-
sturbo di monitoraggio l’integrazione sembra seguire l’andamento lineare
di quest’ultimo. In questi soggetti è possibile evidenziare relazioni
statisticamente significative tra successi di monitoraggio e successi
d’integrazione nonché tra fallimenti di monitoraggio e fallimenti d’in-
tegrazione. Nell’insieme i dati suggeriscono che, in alcuni soggetti, la
funzione d’integrazione sarebbe primariamente disturbata senza che ciò
si rifletta sul monitoraggio, in altri, il disturbo primario risulterebbe nel
monitoraggio. In questi casi l’integrazione sarebbe di per sé integra, ma
non potrebbe funzionare per mancanza di informazioni dalle attività di
monitoraggio. Se questi dati fossero confermati implicherebbero alcune
conseguenze per l’architettura della funzione di metarappresentazione
di ordine superiore. Essa sarebbe costituita da sottofunzioni distinte e
semindipendenti, ma con delle asimmetrie nel grado di indipendenza
reciproca. Il fatto che difetti d’integrazione possano non influire sul
monitoraggio ma non viceversa suggerisce un possibile ordinamento
gerarchico in cui l’integrazione si colloca in posizione superiore e opera
sulla base delle informazioni che riceve dal monitoraggio.
Un’ulteriore questione riguarda la possibilità di individuare, con
questo metodo, eventuali disaccoppiamenti tra la I e la III persona. Se
esistono, cioè, in uno stesso soggetto, differenze evidenziabili tra la
capacità di lettura della propria mente rispetto alla capacità di lettura
della mente altrui. Da questo punto di vista, tanto le osservazioni clini-
che, quanto le ricerche suggeriscono che il disturbo d’integrazione si
manifesta su entrambi i versanti. Questi pazienti descrivono la propria
mente e quella degli altri nello stesso modo caotico, frammentato e
contraddittorio. Più incerta è l’interpretazione dei dati relativi al
monitoraggio. Questi pazienti operano poco come psicologi ingenui, di
conseguenza, almeno nelle fasi iniziali della terapia si evidenziano
pochi tentativi di comprensione della mente altrui. In questa fase le
domande del terapeuta, nel contesto naturalistico della psicoterapia, si
concentrano sul monitoraggio dei propri stati, permettendo di mettere in
luce il disturbo. Nelle fasi finali delle terapie di successo si assiste ad un
miglioramento nella capacità di lettura tanto della propria mente quanto
di quella degli altri. Questo dato potrebbe significare sia un’identità di
funzioni sia il fatto che due competenze diverse si rinforzano reciproca-
mente. Nel secondo caso il paziente trasferirebbe alla comprensione
degli altri abilità acquisite nella conoscenza della propria. Un caso
particolare di disaccoppiamento funzionale tra I e III persona è dato,
invece, dai disturbi di decentramento. Questi pazienti non presentano

214
particolari difficoltà nel descrivere i propri stati mentali, quando non li
nascondono volontariamente a causa della loro sospettosità. Tuttavia si
mostrano incapaci di cogliere la molteplicità e la varietà di intenzioni e
scopi altrui. È da rilevare che, in questo caso, il disturbo si manifesta in
modo specifico rispetto all’attribuzione di intenzioni e scopi. Altri
contenuti mentali, come ad esempio emozioni specifiche, possono esse-
re attribuite agli altri in modo plausibile. È possibile che i metodi e gli
strumenti attuali di ricerca non siano adatti a cogliere differenze più fini
tra I e III persona. Allo stato, i dati suggeriscono, comunque, che tali
differenze possono essere evidenziate in misura diversa a seconda della
specifica sottofunzione.

3. IL RUOLO ADATTIVO DELLE SOTTOFUNZIONI DELLA METARAPPRESENTAZIONE

L’affermazione che la metarappresentazione sia una funzione fon-


damentale per vivere in un ambiente umano è, senza dubbio, vera ma
generica. I pazienti con disturbi di metarappresentazione presentano
tutti difficoltà di adattamento, ma il tipo di difficoltà cambia col cam-
biare della funzione disturbata. Un ulteriore vantaggio della distinzione
in sottofunzioni sta nel fatto che può aprirci la strada all’esplorazione
dei diversi ruoli che ciascuna svolge nell’adattamento. La clinica può
fornire informazioni riguardo a questo problema da due fonti di dati. La
prima è costituita dalle difficoltà di adattamento note in quei disturbi di
cui si conosce il profilo di malfunzionamento metarappresentativo. Se,
ad esempio, sappiamo che nel disturbo borderline vi è una difficoltà
nello stabilizzare le relazioni e, allo stesso tempo, una difficoltà di
integrazione, potremmo interrogarci sulle relazioni che intercorrono tra
i due elementi. La seconda fonte sono i resoconti degli psicoterapeuti
sui loro stati mentali quando interagiscono con pazienti aventi un di-
sturbo in una specifica sottofunzione. Safran (Safran e Segal 1990;
Safran e Muran 2000) ha introdotto il concetto di ciclo interpersonale
problematico per indicare il processo per cui una determinata attitudine
psicopatologica tende ad indurre negli altri reazioni che rinforzano la
psicopatologia. Dato che l’adattamento è fatto di interazioni che in-
fluenzano e sono influenzate dal comportamento del soggetto, per com-
prendere appieno un meccanismo disadattivo occorre conoscere l’effet-
to che le manifestazioni del disturbo inducono negli altri e i circoli
viziosi che così si generano. Da questo punto di vista la letteratura
psicoterapeutica ci offre informazioni preziose, attraverso i resoconti
delle reazioni controtransferali e degli stati mentali indotti nei terapeuti
dall’interazione con determinati pazienti.
Considerando che la ricerca empirica sui profili metarappresentativi
prototipici di ogni disturbo è appena agli inizi (cfr. Dimaggio e Semerari
2003), ci soffermeremo solo su quelli più studiati e su cui vi è il

215
massimo di convergenza tra risultati di ricerca e osservazioni cliniche.
Si tratta dei disturbi evitante e narcisista di personalità, dove è presente
un difetto di monitoraggio, e del disturbo borderline, dove è presente un
difetto d’integrazione.

3.1. Il ruolo del monitoraggio nell’adattamento

Abbiamo visto come disturbi nella capacità di riconoscere gli ele-


menti che costituiscono gli stati mentali siano stati descritti nei disturbi
evitante e narcisista. Leggendo i criteri diagnostici del DSM IV (APA
1994) per i due disturbi si è colpiti dal loro carattere speculare. Nell’evi-
tante è presente il timore pervasivo di giudizio e di rifiuto, nel narcisista
l’aspettativa irragionevole di riconoscimenti e trattamenti speciali. Per
l’evitante il manuale descrive il senso cronico di inadeguatezza, per il
narcisista il senso di grandiosità di sé. Nell’evitante dominano l’imba-
razzo e la vergogna, nel narcisista l’alterigia sprezzante, l’invidia e la
convinzione di essere invidiato. Pur nella loro opposizione i due distur-
bi condividono una difficoltà di base nello stabilire relazioni inter-
personali. Entrambi i tipi di pazienti si sentono diversi ed estranei
rispetto alla quasi totalità delle persone e avvertono di non appartenere
ai gruppi sociali in cui si trovano ad operare. Gli evitanti l’attribuiscono
alla loro inadeguatezza, i narcisisti alla loro superiorità, ma il sentimen-
to cronico di diversità e non appartenenza è comune. Le relazioni intime
in entrambi i disturbi sono rare o assenti, conflittuali o attivamente
evitate.
Le difficoltà di relazione descritte si riflettono anche nei rapporti
che si instaurano nel corso di un trattamento psicoterapeutico. I cicli
interpersonali problematici che si creano nelle terapie di questi pazienti
sono stati descritti di recente da Procacci et al. (2003) per il disturbo
evitante e da Dimaggio et al. (2003) per il disturbo narcisista. Nella
relazione coi pazienti evitanti i terapeuti entrano frequentemente in stati
di noia, disinteresse, apatia. Anche dopo molte sedute mantengono la
sensazione di una conversazione stentata con uno sconosciuto. Tendono
a distrarsi, a sottrarsi al lavoro terapeutico vagando con la mente altrove
e aspettando che il tempo trascorra. L’aspetto ciclico del processo
risiede nel fatto che pazienti con un sentimento cronico di distanza
interpersonale inducano nei terapeuti stati mentali che, se non padro-
neggiati, tendono ad aumentare la distanza interpersonale stessa. Nella
terapia dei narcisisti i cicli interpersonali presentano molte analogie. La
differenza è che il distacco si innesta su un fondo di irritazione. Il
terapeuta si trova ad ascoltare un paziente che espone teorie generali sul
mondo e si sofferma su tutte le inadeguatezze altrui e i successi propri.
Si chiede irritato cosa sia venuto a fare in terapia quel paziente e tende
a disinteressarsi alle sue problematiche. Per evitare di irritarsi aperta-

216
mente finisce col distrarsi dai contenuti del colloquio e con lo scivolare
in uno stato di distacco mentale del tutto simile a quello descritto con
l’evitante.
Riassumendo, evitanti e narcisisti presentano caratteristiche oppo-
ste lungo diverse dimensioni ma condividono due aspetti fondamentali:
la difficoltà nel formare relazioni intime e di appartenenza e il disturbo
di monitoraggio metarappresentativo. È plausibile che tra i due aspetti
esista una stretta relazione. L’esperienza di sintonia interpersonale con
un altro nasce dalla percezione di condividere importanti contenuti
mentali come valori, desideri, preferenze, ricordi significativi, ecc.
Analogamente il sentimento soggettivo di appartenenza ad un gruppo
richiede la percezione di atteggiamenti mentali condivisi in tutti i mem-
bri del gruppo. Per percepire condivisione e appartenenza occorre,
quindi, disporre di una metarappresentazione dei contenuti mentali pro-
pri ed altrui per cogliervi gli elementi in comune. Per questa ragione un
difetto di monitoraggio può esitare in un cronico sentimento di estraneità
e non appartenenza che induce i cicli interpersonali che lo mantengono.
Il monitoraggio, all’inverso, sembra svolgere un ruolo adattivo fonda-
mentale rendendo possibile la formazione di legami d’intimità e d’ap-
partenenza.

3.2. Il ruolo dell’integrazione nell’adattamento

Le difficoltà d’integrazione dei soggetti borderline costituiscono


uno dei disturbi di metarappresentazione più osservato dai clinici.
Il DSM IV definisce il disturbo borderline come: «una modalità
pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di
sé e dell’umore e una marcata impulsività». L’instabilità costituisce
dunque il tratto patognomonico del disturbo borderline. Da parte loro,
gli psicoterapeuti che si sono interessati al disturbo concordano nel
ritenere che questa instabilità caotica si manifesti potentemente nella
relazione terapeutica (Clarkin, Yeomans e Kernberg 1999; Fiore e
Semerari 2003; Linehan 1993; Liotti 1999; Ryle 1997). Contrariamente
a quanto avviene con i pazienti che presentano disturbo di monitoraggio,
nel terapeuta sono descritte tendenze all’ipercoinvolgimento, non al
distacco, che si manifesta attraverso stati mentali incoerenti e contrad-
dittori. Ad esempio, egli può sentirsi, contemporaneamente, colpevole
di gravi negligenze e adirato verso un paziente che gli muove accuse
ingiuste senza riconoscere l’impegno e il sacrificio che i suoi sforzi
terapeutici comportano. Questi stati contraddittori, se non regolati da
opportune operazioni di disciplina interiore, possono dar luogo a com-
portamenti destinati ad aumentare la caoticità relazionale del paziente.
Il nesso fra disturbo di integrazione e caotica instabilità della con-
dotta è, in buona misura, intuitivo. Una condizione limite di mancanza

217
di integrazione corrisponde all’esser prigionieri del flusso di rappresen-
tazioni ed emozioni del momento senza un ordine di rilevanza. Privo
della capacità di riflettere sulle differenze e le gerarchie tra stati mentali
diversi, il soggetto diverrebbe una collezione di stati giustapposti uno a
fianco dell’altro. Ciascuno di essi, nel momento in cui è attivo, verrebbe
vissuto come una totale e assoluta verità, salvo essere dimenticato nel
momento di transizione allo stato successivo. I clinici descrivono que-
st’assenza di un punto di vista integrativo e ordinatore come debolezza
dell’Io e dell’identità.
L’integrazione costituisce, all’inverso, la funzione attraverso cui è
possibile dare coerenza e continuità al comportamento. È da rilevare,
però, che la capacità di integrazione non significa l’assenza di incoeren-
za e contraddizioni tra stati mentali ma, al contrario, le presuppone.
Proprio perché gli esseri umani sono intrinsecamente contraddittori e
dispongono di una capacità rappresentativa ed emotiva complessa, c’è
bisogno di punti di vista metarappresentativi che stabiliscano le priorità
e i criteri soggettivi di rilevanza su cui operare le scelte, senza le quali
il comportamento rimarrebbe inconcludente. In questo senso lo scopo
adattivo dell’integrazione non è tanto la coerenza della mente in sé,
quanto la coerenza del comportamento.
Inoltre, l’integrazione è la funzione metarappresentativa che più
risente delle funzioni cognitive. Ad esempio, non è possibile integrare
se non vi è memoria e capacità di revocazione di stati mentali diversi da
quelli del momento presente. Via via che ci si discosta dai meccanismi
modulari di base verso le funzioni di metarappresentazione di ordine
superiore il confine tra queste e il resto delle funzioni mentali tende a
sfumare. C’è il rischio di smarrire la specificità del settore? Su questo
punto, il clinico ha pochi suggerimenti da offrire allo scienziato cognitivo
di base e, a malincuore, si trova costretto a rinviargli il problema.

4. CONCLUSIONI

La clinica dei disturbi di personalità DDPP ci indica l’esistenza di


sottofunzioni di metarappresentazione distinte ciascuna con ruoli speci-
fici nell’adattamento. L’interesse di questi studi risiede nel considerare
le funzioni all’interno dei contesti reali di adattamento all’ambiente
sociale. Proprio per il carattere promettente di questa prospettiva vale la
pena di considerare i limiti attuali della ricerca clinica in questo campo
onde trarne motivo di miglioramento e di correzione. Il maggior limite,
a mio avviso, è di natura teorica e riflette una notevole confusione nella
definizione del campo. Molti studi e ricerche cliniche affrontano aspetti
specifici del problema senza la consapevolezza di collocarsi in un più
generale ambito che concerne lo studio delle capacità di mentalizzazione.
Che rapporto c’è, ad esempio, tra le ricerche sull’alessitimia e le appli-

218
cazioni cliniche dei costrutti relativi alla metacognizione? Il fatto che si
fatichi a rispondere a questo tipo di domande dimostra, a mio parere,
l’incertezza degli autori nell’individuare il contesto problematico del
loro lavoro e, di conseguenza, di dialogare con aree di ricerca affini. Ne
deriva una confusione di linguaggi e una sovrapposizione di concetti da
cui non è facile districarsi e che richiederà un notevole lavoro di inter-
pretazione e sistematizzazione teorica. Speculare a questo problema, è
la tendenza ad occuparsi delle capacità di metarappresentazioni come
un tutto unitario senza specificare di quale aspetto si stia parlando. Le
prove contrarie all’ipotesi olistica sono state discusse in tutto l’articolo
e, pertanto, non vi torneremo sopra. Tuttavia occorre sottolineare che
non si tratta di una disputa puramente modellistica ma di una questione
che ha conseguenze pratiche sulla ricerca, sulla clinica e sulla terapia.
Dal punto di vista della ricerca essa si riflette, ad esempio, nella scarsità
di strumenti adatti ad indagare sulle singole sottofunzioni e sui diversi
profili dei disturbi. In questo modo la stessa discussione clinica rischia
di divenire confusa. Diventa arduo discutere, ad esempio, delle cause
del disturbo di mentalizzazione nei soggetti borderline senza aver chia-
rito in cosa questo disturbo consista. Altrettanto evidenti sono i proble-
mi rispetto alla terapia. Se, come è probabile, le diverse funzioni sono
influenzate, positivamente o negativamente, da fattori diversi o in misu-
ra diversa dagli stessi fattori, è evidente che qualsiasi intervento deve
essere basato su una definizione precisa del profilo di malfunzionamento.
Se la clinica può fornire indicazioni interessanti alla scienza cognitiva
questa può, a sua volta, continuare ad essere d’aiuto nel fornire metodi
e concetti per la risoluzione di questi problemi.

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Antonio Semerari, III Centro di Psicoterapia Cognitiva, Via Ravenna 9/c, 00161
Roma

222
ELISABETH PACHERIE TIM BAYNE

L’APPROCCIO EMPIRISTA AL DELIRIO:


UN CHIARIMENTO E UNA DIFESA

1. L’APPROCCIO EMPIRISTA AL DELIRIO

Sembra che alcune persone, per altri versi razionali, credano cose
assai strane. Talvolta sono convinte che qualcuno (di solito un parente
stretto o un membro della famiglia, spesso il coniuge) sia stato sostituito
da un impostore. Talvolta credono di essere morte. Questi due deliri –
il delirio di Capgras e il delirio di Cotard, rispettivamente – sono esempi
di deliri monotematici, limitati cioè a temi estremamente specifici. Altri
deliri monotematici sono la convinzione di essere continuamente segui-
ti da un gruppo di individui che non puoi riconoscere perché camuffati
(il delirio di Fregoli) o la convinzione che la persona che si osserva allo
specchio è in realtà qualcun altro (falso riconoscimento di se stessi allo
specchio).
Dal punto di vista della filosofia della psicologia i deliri sollevano
molte questioni interessanti. Ad esempio, il problema di stabilire il tipo
di stati mentali a cui i deliri appartengono. Una concezione – sostenuta
da Jaspers (1963) e più recentemente da Berrios (1991) – afferma che,
malgrado l’apparenza del contrario, i deliri non sono stati dotati di
contenuto. Talvolta questa concezione del delirio è chiamata teoria
espressivista (Gerrans 2001) o non-assertoria (Young 1999). Una se-
conda teoria, recentemente sviluppata da Currie insieme ad altri studio-
si (Currie 2000; Currie e Jureidini 2001; Currie e Ravenscroft 2002),
asserisce che i deliri sono allucinazioni cognitive: sono stati dell’imma-
ginazione che i deliranti scambiano per credenze. Non è chiaro se questi
studiosi intendano estendere la loro teoria ai deliri monotematici, ma
certamente non vi è alcuna difficoltà a farlo1.
Malgrado l’importanza delle teorie dei deliri appena citate, in que-
sto saggio non le prenderemo in considerazione, concentrandoci invece

Il materiale contenuto in questo saggio si basa in larga misura su Bayne e


Pacherie (2004a; 2004b).
1
Si veda Bayne e Pacherie (in corso di stampa) per una discussione critica della
teoria dei deliri proposta da Currie.

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 223


su una controversia che ha avuto come protagoniste due teorie doxastiche
dei deliri monotematici. La prima afferma che i deliri monotematici
sono credenze che vanno concepite come risposte in larga misura razio-
nali a esperienze estremamente insolite. Seguendo Campbell (2001),
denominiamo questa teoria l’approccio empirista ai deliri monotematici.
Alcune versioni dell’approccio empirista sostengono che l’unico
deficit imputabile al paziente è un’esperienza insolita e che la credenza
delirante è una risposta del tutto razionale a tale esperienza (Maher
1999). Più comuni nella recente letteratura sono versioni bifattoriali
dell’approccio empirista, secondo le quali i deliri monotematici sono
costituiti da un’esperienza insolita unitamente a un bias sul ragiona-
mento o a qualche altro tipo di deficit (Davies e Coltheart 2000; Davies
et al. 2001; Ellis e Young 1990; Young 2000; Stone e Young 1997).
Entrambe le versioni dell’empirismo sono concordi nel considerare il
paziente delirante in larga misura razionale.
A nostro giudizio le teorie empiriste dei deliri monotematici sotto-
scrivono le seguenti tre tesi:

(1) Tesi dell’eziologia dal basso: la causa prossimale della credenza


delirante è un’esperienza estremamente insolita.
(2) Tesi della razionalità: la credenza delirante è una risposta in larga
misura razionale all’esperienza insolita del paziente.
(3) Tesi della conservazione del significato: i termini utilizzati dal soggetto
delirante per esprimere la credenza delirante conservano il loro significato
usuale.

Queste tre componenti possono essere collegate in vari modi, ma


una storia plausibile è la seguente (la racconteremo con riferimento al
delirio di Capgras, ma se ne potrebbero immaginare di analoghe relati-
vamente ad altri deliri monotematici). Il punto di partenza è il modello
a due componenti del riconoscimento delle facce di Ellis e Young,
originariamente elaborato per spiegare la prosopoagnosia (Ellis e Young
1990). Secondo questo modello il riconoscimento delle facce coinvolge
due vie di elaborazione di informazioni: i) una via visuo-semantica che
costruisce un’immagine visiva che codifica informazioni semantiche
relative alle caratteristiche facciali; e ii) una via visuo-emozionale che
produce una specifica risposta emozionale al cospetto di volti familiari
(il sentimento di familiarità). Nella prosopoagnosia la via visuo-semantica
è danneggiata, il che spiega l’incapacità da parte del paziente di ricono-
scere le facce; la via visuo-emozionale rimane invece intatta, il che
spiega perché i propoagnosici conservano la capacità implicita (covert)
di riconoscere volti familiari2. Ellis e Young hanno ipotizzato che la

2
Si noti che la prosopoagnosia non è esattamente l’immagine allo specchio della
sindrome di Capgras giacché i prosopoagnosici hanno perduto il sentimento cosciente
(manifesto) di familiarità nei riguardi di facce familiari.

224
sindrome di Capgras possa essere l’immagine speculare della
prosopoagnosia, con la via emozionale danneggiata ma la via visuo-
semantica intatta. La credenza che un parente stretto è stato rimpiazzato
da un impostore costituirebbe una risposta del paziente all’esperienza
inconsueta del volto del coniuge: il paziente riconosce che la moglie ha
le sembianze della moglie, ma la normale sensazione di familiarità è
assente (vi è anzi una sensazione di non familiarità)3. Pertanto la tesi (1)
ha una certa fondatezza.
In secondo luogo, si potrebbe pensare che (1) conferisca sostegno a
(2). Vi sono due modi in cui è possibile sviluppare il collegamento tra
(1) e (2) (cfr. Davies et al. 2001). Da un lato l’esperienza del paziente
potrebbe avere un contenuto che giustifica direttamente la credenza
delirante. Secondo questo modello il contenuto della percezione visiva
della moglie da parte del paziente Capgras è, grosso modo, «la donna
che sto guardando non è mia moglie». Il passaggio da questa esperienza
alla credenza delirante del paziente è affine al passaggio dall’esperienza
visiva che, poniamo, di fronte a voi c’è un cane, alla credenza che di
fronte a voi c’è un cane: potrebbe non esserci una perfetta corrispon-
denza tra il contenuto dello stato percettivo e quello dello stato doxastico
– forse il primo ha un contenuto non concettuale e il secondo un
contenuto concettuale – ma vi sarà comunque una relazione abbastanza
stretta tra i due. Denominiamo questa concezione «modello dell’adesio-
ne» (endorsement model) in considerazione del fatto che l’adozione
della credenza delirante richiede l’adesione doxastica al contenuto della
percezione delirante.
Dall’altro lato il contenuto dell’esperienza del paziente Capgras
potrebbe essere meno ricco e non vertere affatto sul coniuge; forse tale
contenuto è solo una strana sensazione che in modo contingente viene
correlata con l’osservazione della moglie. Secondo questo modello il
paziente adotta la credenza delirante nel tentativo di spiegare perché
vive questa esperienza insolita ogni volta che guarda sua moglie. A un
certo livello egli pensa fra sé e sé: «la ragione per cui vivo questa strana
esperienza ogni volta che guardo questa persona è perché è un imposto-
re». Secondo questa versione esplicativista del modello a due compo-
nenti, è meno imperativo ritenere che l’esperienza percettiva del pa-
ziente codifichi il contenuto del delirio di Capgras.

3
Si noti che in base a questa spiegazione ci si potrebbe aspettare che pazienti che
manifestano il delirio di Capgras soffrano anche del delirio dei doppi soggettivi (la
credenza che esistano duplicati di se stessi), o quanto meno di falso riconoscimento di
se stessi allo specchio (scambiare la propria immagine allo specchio per un’altra
persona), dal momento che il paziente Capgras presumibilmente non avrebbe l’esperienza
normale della familiarità osservando il proprio volto allo specchio. In effetti, il delirio
di Capgras e il delirio dei doppi soggettivi sono frequentemente associati (Weinstein
1996). Ad esempio, uno dei pazienti originariamente indagati da Jean Marie Joseph
Capgras, sperimentò anche il delirio dei doppi soggettivi.

225
È importante rilevare che la distinzione tra il modello dell’adesione
e quello esplicativista è indipendente dalla distinzione tra versioni mono-
e bi-fattoriali dell’empirismo (cfr. Davies et al. 2001). Le versioni
monofattoriali dell’empirismo sostengono che le uniche compromissioni
sofferte dai pazienti deliranti sono di ordine percettivo: i loro processi
di fissazione delle credenze – vale a dire i processi che assumono in
ingresso stati percettivi per generare in uscita stati doxastici – operano
normalmente. Le teorie bifattoriali sostengono invece che i pazienti
deliranti hanno processi di fissazione di credenze anormali. È un errore
pensare che i modelli dell’adesione siano – o debbano essere sviluppati
in termini di – teorie monofattoriali. È infatti possibile sviluppare un
modello dell’adesione anche in termini bifattoriali. Gli individui nor-
mali sono in grado di inibire la prepotente tendenza a credere ciò che
percepiscono (si pensi, ad esempio, all’illusione di Müller-Lyer.) Forse
alcuni pazienti deliranti hanno deficit a carico dell’inibizione di questa
risposta prepotente. E i modelli esplicativisti sono compatibili tanto con
le spiegazioni monofattoriali che con quelle bifattoriali. L’esplicativista
farà ricorso a un’anomalia del processo di fissazione delle credenze
solo nel caso in cui ritenga che un individuo normale non si formerebbe
(e non manterrebbe) il tipo di spiegazione delle esperienze insolite che
i pazienti deliranti si formano (e mantengono).
Infine si può ritenere che (2) fornisca sostegno a (3). Nella misura in
cui la credenza delirante è sostenuta dalle esperienze della persona – o
direttamente (come vuole il modello dell’adesione) o per mezzo di
un’inferenza abduttiva (come vuole il modello esplicativista) – è possi-
bile conservare un’interpretazione letterale delle sue parole. In effetti,
Stone e Young (1997, 357) ritengono che questo sia un vantaggio
importante della teoria empirista: «è stato l’onere della nostra spiega-
zione del delirio di Capgras concepirlo come un’interpretazione com-
prensibile (ossia sensata) di un deficit percettivo». I sostenitori delle
versioni bifattoriali dell’empirismo concordano che i pazienti deliranti
non sono completamente razionali – essi riconoscono che tali pazienti
non sempre sono sensibili alle tensioni sussistenti fra la credenza deli-
rante e le loro altre credenze nei modi in cui dovrebbe esserlo una
persona razionale; tuttavia negano che questi allontanamenti dalle nor-
me della razionalità siano talmente gravi da minare la tesi della conser-
vazione del significato.

2. LA CRITICA DI CAMPBELL ALLE TEORIE EMPIRISTE DEI DELIRI MONOTEMATICI

Malgrado la crescente popolarità, le teorie empiriste sono state


criticate da vari autori. Un tipo di critica consiste nel far osservare che
l’approccio non è generalizzabile oltre una gamma ristretta di deliri
monotematici. Ad esempio, è estremamente improbabile che si possa

226
sviluppare un’analisi empirista della credenza delirante che il proprio
orecchio sinistro è un secondo, fertile utero (Klee 2004).
A questa obiezione l’ovvia risposta empirista consiste nel restringe-
re la gamma dei deliri a cui si applica la spiegazione. Non vi è ragione
di attendersi che vi sarà un’unica spiegazione per tutti i deliri. In effetti,
non vi è ragione di pensare che il concetto di delirio sia ben definito. È
ben noto che vi sono molti problemi nelle definizioni ufficiali di delirio,
come quelle contenute nel DSM-IV. Invece di supporre che una spiega-
zione di alcuni deliri debba essere generalizzabile a tutti i deliri, sembra
più ragionevole tentare di spiegare deliri specifici, come il delirio di
Capgras (senza dubbio anche questo approccio è problematico dal mo-
mento che non è sempre chiaro quali sono le condizioni dell’attribuzio-
ne del delirio di Capgras. Ad esempio, una persona potrebbe credere che
il coniuge è stato sostituito da un impostore senza per questo soffrire del
delirio di Capgras).
Un’obiezione più incisiva alle spiegazioni empiriste è stata recente-
mente formulata da John Campbell (2001), il quale sostiene che l’ap-
proccio empirista non può fornire una spiegazione soddisfacente nem-
meno del delirio di Capgras.
Secondo la nostra interpretazione della sua posizione, Campbell
rifiuta (1), (2) e (3). A suo giudizio i deliri monotematici non sono
risposte in larga misura razionali a esperienze insolite e i termini in cui
il paziente esprime la propria credenza non conservano il loro significa-
to usuale.
Iniziamo dalle critiche di Campbell a (1), la tesi dell’eziologia dal
basso. L’autore afferma che la semplice mancanza di emozioni quando
si percepisce una donna non equivale di per sé al possesso della perce-
zione di un contenuto particolare, tanto meno il contenuto «che la donna
[percepita] non è quella donna [ricordata]» (p. 96). Secondo Campbell
è assai dubbio che un’esperienza possa avere un simile contenuto senza
un caricamento dall’alto (top-down loading), dove per «caricamento
dall’alto» l’autore sembra intendere il processo attraverso cui lo stato
percettivo eredita il contenuto dalla credenza. Tuttavia, se è necessario
ricorrere al caricamento dall’alto, per l’empirista i giochi sembrano
chiusi: infatti, se l’esperienza anormale eredita il contenuto da una
credenza delirante, l’empirista non può ricorrere al contenuto degli stati
percettivi del paziente per spiegare perché quest’ultimo si forma la
credenza delirante.
Consideriamo innanzitutto la tesi secondo cui la mera mancanza di
emozioni nella percezione della moglie da parte del paziente non equi-
vale di per sé al possesso della percezione di un contenuto particolare.
Noi riteniamo che questa tesi sia corretta: non si deve confondere la
mancanza di esperienza con l’esperienza di una mancanza. Tuttavia
pensiamo altresì che la mancanza di emozioni possa generare assai
facilmente l’esperienza di una mancanza di emozioni. Qui può essere

227
utile istituire un’analogia con l’esperienza di pazienti che soffrono di
acromatopsia cerebrale, la perdita della visione dei colori in seguito alla
lesione della corteccia extrastriata. L’acromatopsia cerebrale è interes-
sante sotto almeno tre aspetti. Primo: le persone che sviluppano
acromatopsia cerebrale riferiscono di vedere un mondo monocromatico,
costituito esclusivamente da sfumature di grigio. Sarebbe sbagliato (o
quanto meno fuorviante) affermare che la loro esperienza visiva diffe-
risce dall’esperienza visiva dei soggetti con visione dei colori normale
solo in quanto manca dell’esperienza del colore. L’esperienza visiva di
questi pazienti ha invece il contenuto che le sfumature di colore sono
state sostituite da sfumature di grigio. Secondo: questi soggetti sono
perfettamente consapevoli del fatto che la loro esperienza visiva del
mondo è diversa da quella che era prima dell’insorgenza della loro
condizione. Terzo: dal momento che questi soggetti molto spesso sono
anche incapaci di immaginare o ricordare i colori (Farah 1988), la
consapevolezza del loro deficit non è basata su un confronto tra l’espe-
rienza attuale e le esperienze dei colori rievocate consciamente; sembra
invece fondata sulla metamemoria4. Analogamente, proponiamo, i pa-
zienti Capgras non mancano semplicemente di esperire l’emozione di
familiarità quando vedono la persona a cui sono legati affettivamente;
piuttosto, il normale sentimento di familiarità è stato sostituito da una
sensazione fastidiosa di non familiarità ed estraniazione.
Tuttavia vi è una differenza importante tra il delirio di Capgras e
l’acromatopsia: mentre il paziente affetto da acromatopsia è consapevo-
le dei particolari attributi percettivi che ha perduto, il paziente Capgras
è incapace di dire precisamente cosa è mutato nella sua esperienza.
Malgrado ciò, i pazienti Capgras sembrano rendersi conto che qualcosa
è cambiato nella natura delle loro esperienze, dal momento che spesso
fanno riferimento al contenuto di tali esperienze per giustificare le loro
credenze deliranti. Un paziente Capgras osservò: «vi è qualcuno simile
al doppio di mio figlio che non è mio figlio. Posso riconoscere mio
figlio perché mio figlio è differente, ma devi essere rapido a notarlo»
(Young et al. 1993, 696; vedi anche Merrin e Silberfarb 1976). Lo
stesso è vero per i pazienti affetti dalla sindrome di Cotard: «ciò che i
pazienti [Cotard] spesso forniscono come prova della loro inesistenza o
morte è che non hanno sentimenti appropriati» (Young e Leafhead
1996, 149).
Campbell potrebbe concedere questo punto e tuttavia sostenere che
un’esperienza non potrebbe avere il contenuto «ora ho una strana sensa-
zione di non familiarità» senza avere il contenuto «questa donna [perce-
pita] non è quella donna [ricordata]». Potrebbe inoltre affermare che

4
Un tipico caso di metamemoria è sapere che si conosce il nome di una certa
persona e sapere che il suo nome non è, poniamo, Jones, ma allo stesso tempo non
essere in grado di recuperarlo.

228
un’esperienza visiva non può avere quel contenuto senza caricamento
dall’alto. A questo punto Campbell potrebbe rinviarci al paziente che,
osservando una fila di lapidi vuote, delirava che il mondo stesse per
finire. Come egli stesso evidenzia, è difficile comprendere come una
persona potrebbe avere un’esperienza dotata del contenuto che il mon-
do sta per finire senza caricamento dall’alto (p. 96). In modo simile, si
potrebbe sostenere che non si può avere un’esperienza dotata del conte-
nuto che una persona percepita non è una persona ricordata senza che vi
sia caricamento dall’alto, giacché i concetti implicati in questa espe-
rienza non sono sensoriali.
Qui vi sono due questioni da affrontare. La prima è la questione se
la teoria bifattoriale debba accogliere la caratterizzazione del contenuto
dello stato percettivo del paziente delirante proposta da Campbell. La
seconda questione è se questo studioso abbia ragione nel ritenere che
uno stato percettivo non possa acquisire quel contenuto senza caricamento
dall’alto. Affronteremo queste questioni una alla volta.
Un sostenitore di quella che abbiamo chiamato la versione
esplicativista del modello bifattoriale non deve necessariamente acco-
gliere la tesi secondo cui la percezione del paziente ha il contenuto
«questa donna [percepita] non è quella donna [ricordata]». Questi mo-
delli ritengono che il contenuto della percezione del paziente sia molto
più povero, qualcosa come «questa persona appare un po’ strana».
Secondo questa concezione, il teorico bifattoriale non deve spiegare
come l’esperienza visiva del paziente possa avere un contenuto non
sensoriale, perché a suo giudizio non ce l’ha. Questo non significa
sostenere che l’opzione esplicativista non abbia problemi – si potrebbe
senz’altro discutere la (presunta) razionalità dell’inferenza abduttiva
del paziente – e tuttavia non deve fronteggiare questo particolare pro-
blema (l’esplicativista ha il difficile compito di spiegare perché il pa-
ziente compie proprio quella particolare inferenza abduttiva, ma ha
meno difficoltà a fornire una spiegazione del contenuto dello stato
percettivo del paziente. Il sostenitore della teoria dell’adesione ha il
problema esattamente opposto: spiegare come l’esperienza percettiva
del paziente possa acquisire il contenuto del delirio di Capgras).
Il fatto che l’esplicativista possa bloccare la prima obiezione di
Campbell non ci conforta più di tanto data la scarsa attrattiva che
esercita su di noi la versione esplicativista della teoria bifattoriale.
Preferiamo invece l’approccio bifattoriale nella versione in termini di
adesione, secondo cui la percezione visiva del paziente ha il contenuto
«questa donna [percepita] non è la persona a cui penso come mia
moglie», o qualcosa di molto simile a questo. Di conseguenza, è neces-
sario spiegare come uno stato percettivo può avere questo contenuto
senza ereditarlo dalla credenza che la persona che si sta osservando non
è la persona che si ricorda come la propria moglie.
Il problema centrale qui è come il paziente Capgras pensa al coniu-

229
ge. Una possibilità è che pensi a sua moglie come «chiunque produce in
me quella risposta emotiva». Campbell rifiuta questa proposta dal mo-
mento che «non è di fatto il modo in cui noi comunemente pensiamo alle
nostre consorti. In realtà, tendiamo a pensarle in base ai ricordi che
abbiamo di loro» (p. 92). E ciò a cui lo studioso sta pensando sono
ricordi episodici, articolabili proposizionalmente, di episodi passati di
una vita in comune.
A nostro parere, qui Campbell può star dando troppa enfasi all’im-
portanza dei ricordi episodici articolabili proposizionalmente e
sottostimando il ruolo della memoria emotiva. I deliri dei pazienti
Capgras riguardano soprattutto parenti stretti, persone amate. È senz’altro
possibile che trascorriamo più tempo nel corso della nostra vita insieme
a colleghi piuttosto che con la nostra famiglia e che condividiamo con
loro tanti ricordi episodici quanti ne condividiamo con i nostri parenti.
In tal senso, i colleghi possono essere tanto familiari quanto i parenti.
Eppure, per quanto ci possano piacere i nostri colleghi, normalmente i
legami affettivi con i parenti stretti sono molto più forti. Può essere vero
che in genere il modo in cui pensiamo alle altre persone non è basato
sulla risposta emotiva che producono in noi, ma le emozioni sembrano
svolgere un ruolo cruciale nel modo in cui pensiamo ai nostri familiari.
Normalmente si pensa al coniuge come alla persona che si ama (o si
odia nelle relazioni infelici). Quando pensate alla vostra consorte alla
luce dei ricordi che avete di lei, i ricordi episodici che vengono alla
mente tendono a essere ricordi di episodi emotivamente significativi,
vale a dire sia episodi in cui la risposta emozionale alla vostra consorte
– o di quest’ultima nei vostri confronti – ha svolto un ruolo importante,
sia episodi in cui la condivisione di risposte emotive nei riguardi di un
terzo oggetto ha consolidato il legame. I ricordi episodici possono
essere importanti per il modo in cui si pensa alla propria consorte non
tanto di per sé ma nella misura in cui fungono da guide (cues) per la
rievocazione di ricordi emotivi. Il sospetto di Campbell che l’esperien-
za dei pazienti Capgras possa non avere il contenuto «questa donna
[percepita] non è quella donna [ricordata]» può essere immotivato se,
come suggeriamo, i ricordi dei parenti sono di regola profondamente
carichi di emozioni.
Forse la preoccupazione di Campbell è che il riferimento a individui
particolari non può entrare a far parte del contenuto percettivo. Anche
questa preoccupazione – che potrebbe non essere quella di Campbell –
sembra essere infondata. Immaginiamo di conoscere due gemelli iden-
tici: Jules e Jim. Potete distinguere Jules e Jim semplicemente guardan-
doli, ma non avete alcuna idea di come riuscite a farlo. L’algoritmo
utilizzato dal sistema di elaborazione delle facce per discriminare Jules
da Jim non è disponibile all’introspezione. Tuttavia è chiaro che riuscite
a discriminarli. Guardando Jules dite a voi stessi «è Jules», e questo
giudizio è giustificato dal fatto che fa parte del contenuto dello stato

230
percettivo che l’oggetto della percezione attuale è Jules (e non soltanto
qualcuno che è qualitativamente indiscernibile da Jules).
Ci rivolgiamo ora alla seconda e alla terza obiezione che Campbell
rivolge all’approccio empirista. Lo studioso sostiene che la spiegazione
empirista non coglie la forza della relazione tra razionalità e significato.
Sulla scorta di Quine, Campbell sostiene che esiste un nesso costitutivo
tra la conoscenza del significato di un termine o concetto e l’uso del
termine o concetto nel ragionamento. Più precisamente, la sua tesi è che
l’uso che si fa di un termine o concetto nel ragionamento deve, in modo
sistematico, dipendere causalmente dal significato che gli associamo.
Dato questo nesso costitutivo, se l’uso che si fa di un termine nel
ragionamento è sufficientemente diverso dall’uso canonico di questo
termine, diviene opinabile che se ne colga davvero il significato.
Secondo Campbell, anche se il paziente ha un’esperienza dotata del
contenuto «questa donna [percepita] non è quella donna [ricordata]»,
formarsi la credenza che questa donna percepita non è quella donna
ricordata non è razionale. Quando il paziente passa dall’esperienza alla
credenza, dovrebbe prendere in considerazione anche le sue altre cre-
denze (ed esperienze); in breve, dovrebbe verificare il giudizio:

Come si dovrebbe procedere per verificare tale giudizio? Si dovrebbe


controllare che la donna che attualmente si percepisce sia davvero la donna
riguardo alla quale si hanno attualmente tutti questi ricordi. E il modo canonico
di far ciò sarebbe quello di discutere quegli eventi passati. Non è necessario
che i ricordi coincidano su ogni punto, e neppure che siano ricordi corretti; è
però necessario che i ricordi derivino riconoscibilmente dagli stessi episodi.
Dal momento che il paziente non impiega questo metodo per controllare chi è
la persona che si trova di fronte a lui, sembra essere diventato incapace di
comprendere il significato della parola (Campbell 2001, 91).

Poiché il paziente delirante sembra essere diventato incapace di


comprendere il significato delle parole che utilizza, non abbiamo un
modo preciso di caratterizzare il contenuto del suo delirio. Egli afferma:
«mia moglie è stata sostituita da un impostore», ma non possiamo
attribuirgli la credenza corrispondente.

3. REAGIRE ALLA SFIDA DI CAMPBELL

Campbell ha rivolto una sfida importante alle spiegazioni empiriste,


e c’è molto da dire. In questa parte conclusiva delineeremo a grandi
linee alcune risorse che l’empirista ha a disposizione per rispondere a
questa sfida.
Primo: se, come proponiamo, i ricordi dei familiari sono di regola
profondamente carichi di emozioni, un modo canonico di verificare se
la persona che attualmente percepite non è vostra moglie è quello di

231
controllare se il sentimento di non familiarità persiste nel tempo e
accompagna tutti gli episodi in cui vedete quella persona. In tal modo,
il carattere ricorrente dell’esperienza di non familiarità – che supponia-
mo caratterizzi la sindrome di Capgras – può essere considerato una
prova del fatto che il giudizio è corretto.
Secondo: Campbell confonde – o almeno non distingue chiaramente
– due ragioni per cui i pazienti Capgras potrebbero non riuscire a
utilizzare i metodi canonici di verifica dei giudizi. Una possibilità è che
essi siano privi della competenza inferenziale necessaria: non hanno
alcuna idea di quali sono le procedure di verifica canoniche. Questa
sembra essere la posizione di Campbell. Una seconda possibilità è che,
sebbene i pazienti abbiano la competenza richiesta, non sono però
disposti a impiegarla. Ciò può avvenire per almeno due ragioni. La
prima riguarda quello che si ritiene sia il contesto: le procedure di
verifica canoniche sono tali solo rispetto a contesti normali o canonici,
dove è probabile che le procedure abbiano successo. È possibile non
essere propensi a utilizzare procedure canoniche qualora si ritenga che
il contesto non sia canonico. I pazienti Capgras tendono a essere sospet-
tosi e spesso hanno tendenze paranoiche o persecutorie. Questo può
spiegare non solo perché essi assegnano un’alta probabilità iniziale
all’ipotesi che il coniuge sia stato sostituito da un impostore, ma anche
perché non usano procedure di verifica canoniche per controllarla. Se si
è fortemente inclini a credere che la persona a cui si sta parlando sia un
impostore, si può ritenere che abbia poco senso parlarle, dal momento
che è improbabile che sia cooperativa ed è, anzi, probabilmente intenta
a ingannarvi. Inoltre, se pensate che l’impostore sia un perfetto doppio
di vostra moglie, potreste pensare che sia inutile controllare i suoi
ricordi, giacché un perfetto doppio di vostra moglie condividerà con lei
ogni ricordo. In breve, non è affatto chiaro che il paziente Capgras
considererebbe appropriate al contesto le procedure di verifica che
Campbell esige.
La seconda ragione per cui i pazienti Capgras potrebbero non essere
disposti a utilizzare simili procedure di verifica riguarda la motivazio-
ne. Dal punto di vista di una teoria empirista, un deficit motivazionale
non sarebbe sorprendente dal momento che la radice della compromissione
dei pazienti ha carattere emozionale. Il loro problema sarebbe allora un
problema di motivazione inferenziale piuttosto che di competenza
inferenziale.
Terzo: le procedure di verifica canoniche di cui parla Campbell
hanno a che fare con il ragionamento teorico, ma quest’ultimo è solo
una possibile manifestazione della comprensione del significato dei
termini. Impegnarsi nel ragionamento pratico sembra altrettanto impor-
tante. E sebbene i pazienti affetti da deliri monotematici manifestino
una mancanza spesso sorprendente di attività generata dal delirio, non
sarebbe corretto dire che i pazienti Capgras non si impegnano in alcun

232
comportamento di questo tipo. Questi pazienti agiscono in base alle loro
credenze, talvolta violentemente (de Pauw e Szulecka 1988). Una re-
cente disamina di 260 casi di Capgras ha rilevato condotte violente nel
18% dei casi (Förstl et al. 1991). Uno di questi pazienti accusò il suo
patrigno di essere un robot e lo decapitò per cercare le batterie dentro la
testa (Blount 1986). Altri pazienti Capgras sporsero denuncia alla poli-
zia per il rapimento del coniuge. Come osserva Young (1999), questa è
un’ottima indicazione del fatto che le loro affermazioni vanno prese alla
lettera. E nella loro analisi degli originari rapporti clinici di Cotard,
Young e Leafhead (1996) osservano che tutti i suoi pazienti manifesta-
vano qualche forma di delirio collegato al comportamento (ad esempio,
si rifiutavano di mangiare, muoversi o defecare in base al fatto che
erano morti).
Infine, almeno alcuni pazienti Capgras sembrano essere consapevo-
li di quanto possono apparire implausibili le loro affermazioni agli
occhi altrui. Consideriamo questo ben noto scambio:

Esaminatore: Questo fatto [due famiglie] non è insolito?


Paziente: È incredibile.
Esaminatore: Come lo spieghi?
Paziente: Io stesso cerco di capirlo, ed è praticamente impossibile.
Esaminatore: Come reagiresti se ti dicessi che non ci credo?
Paziente: È perfettamente comprensibile. In effetti, quando racconto la
storia ho la sensazione di inventarla. Non è proprio giusta. Qualcosa non va.
Esaminatore: Se qualcuno ti raccontasse la storia, cosa penseresti?
Paziente: La giudicherei estremamente difficile da credere. Dovrei
giustificarmi io stesso (da Alexander, Stuss e Benson 1979, 335).

È difficile comprendere come il paziente Capgras potrebbe afferrare


il fatto che altri trovano difficile credere alla sua storia qualora fosse
divenuto incapace di comprendere il significato dei termini che utilizza.
Sebbene riconosciamo che i pazienti deliranti non sono pienamente
razionali – e che questi fallimenti della razionalità costituiscono una
sfida per le spiegazioni empiriste – rimaniamo non convinti che questi
fallimenti siano abbastanza drastici da giustificare la tesi secondo cui
questi pazienti sono divenuti incapaci di comprendere il significato dei
termini con cui esprimono il loro delirio.
Campbell afferma che: «la questione davvero fondamentale circa il
soggetto delirante è il modo in cui l’uso che fa dei termini con cui
esprime il delirio si collega alla sua conoscenza dei significati dei
termini» (2001, 95). D’accordo, ma è necessario rispondere alla seguen-
te domanda: il paziente è divenuto completamente incapace di compren-
dere i significati dei termini implicati («moglie», «questa donna», ecc.),
o è diventato incapace di comprenderli solo nel contesto dell’espressio-
ne del suo delirio? Non siamo certi di quale sia la posizione di Campbell
al riguardo, ma riteniamo che egli adotti la seconda alternativa. Il

233
paziente Capgras sembra sapere che cosa significano le parole «mo-
glie», «donna» e così via. Sarebbe felice di identificare sua moglie in
quanto sua moglie quando parla con lei al telefono, e in tali contesti il
suo uso dei termini pertinenti sarebbe perfettamente canonico. Ma per-
ché il paziente dovrebbe divenire incapace di comprendere i significati
delle parole solo nel contesto dei proferimenti deliranti? È davvero
plausibile che la comprensione del significato di un termine sia sensibi-
le al contesto in questo modo? È difficile da credere; in effetti, è
difficile credere che Campbell lo creda.
Che cosa credono i pazienti Capgras se non che il coniuge sia stato
sostituito da un impostore? Che cosa intende il paziente quando afferma
«questa donna non è mia moglie» se non che la donna che sta guardando
non è la stessa persona alla quale la memoria gli rivela di essere legato?
Non è affatto chiaro che sia disponibile un’interpretazione migliore del
proferimento del paziente. Si noti la contrapposizione tra questo caso e
il caso che Campbell usa per motivare la tesi che vi è un nesso costitutivo
tra razionalità e significato. Lo studioso presenta un caso in cui un
turista confuso vi dice: «la Statua della Libertà ha un’ubicazione piut-
tosto affollata al centro di Trafalgar Square a Londra, ma tutti dovreb-
bero ammirare i leoni alla base; una simile statua può essere solo
inglese». Campbell afferma correttamente che ogni cosa va al suo posto
quando ci si rende conto che la persona intende riferirsi alla Colonna di
Nelson con l’espressione «la Statua della Libertà». Tuttavia la forza
retorica di questo esempio non si applica al paziente Capgras. Per
quanto ci pare di capire, non vi è alcun’altra traduzione di ciò che il
paziente Capgras dice in base alla quale ogni cosa potrebbe andare al
suo posto. Descrivere la credenza del paziente Capgras come ciò che
Wittgenstein ha denominato proposizione perno5, non accresce la com-
prensione di ciò che egli crede o del perché lo crede.
Una volta Wittgenstein ha detto che se i leoni potessero parlare, noi
non li comprenderemmo. La concezione di Campbell sembra essere che
sebbene i pazienti deliranti siano in grado di parlare, noi non li possia-
mo comprendere. Ciò che è curioso è che essi sembrano comprenderci.

(Traduzione di Massimo Marraffa)

5
Campbell propone che «mia moglie è stata sostituita da un impostore» abbia,
per il paziente Capgras, lo stesso tipo di status che, secondo Wittgenstein, proposizioni
come «il mondo esiste da molto tempo» e «vi sono sedie e tavoli in questa stanza»
hanno per la maggior parte di noi. Quale sia esattamente questo status è abbastanza
oscuro, ma sembra implicare l’idea di immunità dall’esame empirico ordinario.

234
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Elisabeth Pacherie, Institut Jean-Nicod, CNRS-EHESS-ENS, 1-bis, Avenue de Lowendal,


75007 Paris. E-mail: pacherie@ehess.fr

Tim Bayne, Department of Philosophy, Macquarie University, North Ryde, Sydney.


E-mail: tbayne@scmp.mq.edu.au

236
FRANCESCO MANCINI AMELIA GANGEMI

IL RAGIONAMENTO EMOZIONALE COME FATTORE


DI MANTENIMENTO DELLA PATOLOGIA

1. INTRODUZIONE

Scopo del presente articolo è affrontare un problema fondamentale


per qualunque teoria clinica, ma che a tutt’oggi ha ricevuto soltanto
soluzioni parziali ed insoddisfacenti. Parliamo del problema del para-
dosso nevrotico o resistenza al cambiamento, il quale può essere in
breve così espresso: «come è possibile che un individuo persista in una
condotta per lui infelicitante e nociva? Cosa determina questa persistenza
disadattiva e irragionevole? Cosa resiste al cambiamento?» (Castelfranchi
1999).
Il problema della resistenza al cambiamento è sollevato da quegli
atteggiamenti che non cambiano nonostante le informazioni di cui di-
spone il soggetto, i suoi strumenti cognitivi e i suoi scopi rendano
possibile ed opportuno un cambiamento (Mancini 1998; Mancini e
Gangemi 2002a).
In psicopatologia troviamo un’ampia casistica di resistenze al cam-
biamento che appaiono palesemente paradossali (Eysenck 1979; Liotti
e Guidano 1984; Salkovskis 1996a; Seligman 1988). Larga parte degli
atteggiamenti che implicano la sofferenza, infatti, non sono necessari,
al contrario, il loro cambiamento è opportuno ed anche possibile, spesso
appare addirittura a portata di mano, ed in molti casi il paziente stesso
ne riconosce tanto l’opportunità quanto la possibilità. Nonostante que-
ste caratteristiche, tuttavia, il cambiamento non si realizza e la persona
continua a soffrire, magari per anni, a volte con peggioramenti via via
più gravi, costruendo, spesso, attorno all’atteggiamento patologico un
vero e proprio percorso esistenziale carico di frustrazioni e sofferenza
(Gardner, Mancini e Semerari 1988; Guidano 1987; 1991; Pretzer e
Beck 1996; Reda 1986; Semerari 1999; 2000).
I pazienti fobici, ad esempio, continuano a reagire con paura e ad
evitare situazioni nonostante le abbiano affrontate e superate centinaia
di volte senza patire danni. I pazienti depressi dopo anni da una perdita
o da un fallimento ancora ne soffrono e non riescono a volgere i loro
interessi su nessun’altra attività che potrebbe risultare per loro gratifi-

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 237


cante. I pazienti con disturbo evitante di personalità continuano ad
impoverire la propria vita per non affrontare il rischio di fallimenti,
rifiuti e frustrazioni nonostante tale rischio sia inesistente o minimo, e
comunque certamente accettabile.
Per spiegare la paradossalità degli atteggiamenti psicopatologici
utilizzeremo gli strumenti concettuali messi a nostra disposizione dal
cognitivismo, il cui assunto basico è che i pensieri, i comportamenti, le
emozioni, in una parola gli atteggiamenti, sono regolati dalla mente
della persona, in altre parole dal suo sistema di significati. Riprendendo
una definizione proposta da Miceli e Castelfranchi (1998) ed ampia-
mente accettata, per mente si intende:

l’attività – e/o l’apparato (sottosistema) ad essa preposto – di regolazione


finalistica del comportamento di un sistema, sulla base di rappresentazioni. È
cioè un apparato che costruisce, elabora, mantiene rappresentazioni al fine di
regolare sulla loro base in modo orientato ad uno scopo il comportamento di un
sistema agente (un sistema che modifica il suo ambiente). Le categorie basilari,
costitutive, dell’attività mentale sono, in questa prospettiva, le conoscenze
(assunzioni, credenze) e gli scopi. I loro proto-tipi (in senso logico astratto ed
evolutivo) sono le due strutture informazionali di ogni feedback cibernetico
(set point e stato percepito). Il primo rappresenta il proto-tipo funzionale degli
scopi, il secondo rappresenta il proto-tipo funzionale delle conoscenze (Miceli
e Castelfranchi 1998).

Il cognitivismo clinico (Beck 1976; Ellis 1962; Guidano 1987)


assume che gli atteggiamenti psicopatologici abbiano lo stesso status
degli atteggiamenti normali e che, fra di essi, non esista alcuna soluzio-
ne di continuità. Emozioni, comportamenti e pensieri clinicamente rile-
vanti, sono, quindi, regolati dal sistema di scopi e conoscenze della
persona, al pari di qualunque altro atteggiamento.
Poiché il mantenimento e la dismissione di uno scopo, come anche
la sua attivazione e disattivazione, dipendono dalle credenze del sogget-
to, allora la spiegazione della persistenza di atteggiamenti paradossali è
riducibile alla spiegazione della persistenza di una o più credenze che
sarebbe opportuno e possibile cambiare. In questa prospettiva, le cre-
denze che sostengono gli atteggiamenti paradossali hanno due caratte-
ristiche. In primo luogo, sono debolmente giustificate, ed è debolmente
giustificata una credenza che «continua ad essere intrattenuta sistema-
ticamente (e dunque non per fattori casuali) nonostante siano a disposi-
zione del soggetto le informazioni e siano entro le sue competenze
cognitive le regole, che giustificherebbero una credenza diversa» (Ma-
gri 1991).
In secondo luogo, si tratta di credenze dolorose e dannose, vale a
dire che il soggetto non estrae alcun vantaggio dal mantenerle anzi ne
soffre e ne risulta danneggiato, almeno più di quanto lo sarebbe se
assumesse una credenza diversa.

238
2. PERCHÉ PREOCCUPARSI DI QUESTO PROBLEMA?

La spiegazione dei paradossi è fondamentale per ogni teoria della


sofferenza patologica ed in special modo per il cognitivismo clinico. Il
problema, tuttavia, ha una rilevanza che va ben oltre gli interessi della
psicopatologia ed è cruciale per qualunque teoria della mente umana.
Esso costituisce, infatti, una sfida ad assunti considerati basici e fonda-
mentali. In particolare, è minacciato l’assunto per il quale la mente
umana è uno strumento che si è selezionato nel corso dell’evoluzione
perché capace di migliorare l’adattamento alla realtà dell’individuo e
l’inclusive fitness, e ciò grazie alla capacità di tener conto degli errori
pratici, almeno di quelli più pericolosi e ripetitivi.
Come può accadere che uno strumento evoluto per una funzione, la
correzione degli errori pratici, svolga di fatto una disfunzione, vale a
dire persista in errori seriamente dannosi o, addirittura, li aggravi
ulteriormente o li determini?

3. LE SPIEGAZIONI FUNZIONALISTE : I MECCANISMI A CIRCOLO VIZIOSO

Nel cognitivismo clinico la spiegazione più accreditata è attualmen-


te una spiegazione funzionalista, e si basa sull’osservazione che, a
volte, certi stati mentali determinano degli effetti non voluti capaci di
confermare e rafforzare le credenze a sostegno di quello stesso stato
intenzionale. Numerosi modelli funzionalisti spiegano infatti il mante-
nimento della sofferenza e dei comportamenti patologici ricorrendo a
meccanismi a circolo vizioso. Lo schema generale di questi modelli è il
seguente:
1. il comportamento è «governato da scopi» e basato su ragioni;
cioè è un’azione intenzionale. L’agente basa i suoi scopi, le sue prefe-
renze e le sue decisioni sulle sue credenze (questa è la nostra nozione di
agente cognitivo);
2. alcuni effetti di queste azioni sono ignoti o almeno non motivanti
l’agente;
3. vi è una causa circolare (feedback loop) da questi effetti non
intenzionali ad incrementare, rafforzare le credenze e gli scopi che
hanno generato quell’azione;
4. questo rinforzo aumenta la probabilità che in circostanze analo-
ghe (che attivano le stesse credenze e gli stessi scopi) l’agente produca
lo stesso comportamento, riproducendo quindi quegli stessi effetti;
5. a questo punto, detti effetti non sono più semplicemente acciden-
tali o irrilevanti; pur rimanendo non intesi essi sono prodotti teleonomi-
camente (Conte e Castelfranchi 1996): quel comportamento esiste (an-
che) in forza dei suoi effetti non-intenzionali; esso è stato selezionato da
quegli effetti ed è ad essi funzionale (Castelfranchi 1999).

239
Un esempio molto semplice di meccanismo funzionale è il seguen-
te: un maestro giudica particolarmente irrequieto ed irrispettoso un
alunno, di conseguenza ed in modo intenzionale, assume un atteggia-
mento duro e repressivo nei suoi confronti, così, senza che l’insegnante
se ne renda conto e tanto meno lo desideri, l’alunno si inasprisce e tende
ad assumere più facilmente atteggiamenti capaci di confermare e raffor-
zare il suo giudizio negativo (Jussim 1986).
I meccanismi responsabili di tali effetti funzionali non intesi, posso-
no essere suddivisi in tre gruppi.
Il primo fa riferimento al comportamento, e più in generale all’atti-
vità del soggetto, ed ai suoi effetti sulla realtà. All’attivazione di uno
stato intenzionale segue un comportamento, uno stato emotivo o, più
genericamente, un atteggiamento. L’atteggiamento può produrre dei
risultati che sono congrui con le credenze che sostengono lo stato
intenzionale e/o prevenire la comparsa di dati incongrui, rendendo
disponibili informazioni che possono risultare confirmatorie o indi-
sponibili informazioni potenzialmente disconfermanti.
Un esempio di tali effetti paradossali è offerto dai cosiddetti safety
seeking behaviour (Salkovskis 1989; 1996b). Nel caso di fobie sociali,
spesso, l’intenzione di prevenire un giudizio negativo si traduce in un
comportamento che produce proprio ciò che dovrebbe prevenire:

La tendenza propria dei soggetti con fobie sociali di controllare conti-


nuamente cosa dicono, e come si comportano, li fa apparire spesso distanti e
preoccupati. Gli altri soggetti, per tale ragione, possono interpretare questo
atteggiamento quale segno del fatto che non piacciono ai fobici e come
conseguenza risponderanno ai fobici in modo poco affettuoso e amichevole
(Clark 1999).

In questo primo gruppo di meccanismi, quindi, una conseguenza


dello stato iniziale, ad esempio un comportamento, modifica la realtà o
l’attitudine degli altri o il proprio stesso atteggiamento, in modo da
creare dati potenzialmente capaci di confermare, rafforzare ed aggrava-
re le credenze che sostengono lo stato intenzionale.
Il secondo gruppo di meccanismi dipende sempre dagli stati inten-
zionali ed agisce senza modificare la realtà ma orientando le funzioni
cognitive di base, quali l’attenzione selettiva, il recupero mestico e il
processo di controllo delle ipotesi. Tali funzioni sono guidate dalle
intenzioni del soggetto e tendono attivamente a selezionare e utilizzare
dati congrui in modo da confermare le credenze che sostengono lo stato
intenzionale di partenza.
Per quanto riguarda, in particolare, l’attenzione selettiva, numerosi
autori sostengono che sia l’attenzione selettiva verso i segnali di minac-
cia, che la «disattenzione» selettiva verso gli stessi giocano un ruolo
cruciale nel mantenimento dei disturbi d’ansia (Beck, Emery e Greenberg

240
1985; Chen, Ehlers, Clark e Mansell 1999; Clark 1999; Eysenck 1992;
Williams, Watts, McHead e Matthews 1988; 1997). Nel primo caso,
l’attenzione selettiva rende più disponibili dati che possono essere ela-
borati in modo da confermare o aggravare la valutazione di pericolo.
Nel secondo caso, la disattenzione selettiva esclude dati che potrebbero
essere interpretati come capaci di disconfermare o ridurre la valutazio-
ne di pericolo.
Per ciò che concerne le funzioni mnestiche, ed in particolare il
recupero mestico, secondo Clark e collaboratori (Clark 1999), sono
almeno due i tipi di processi di memoria che contribuiscono attivamen-
te al mantenimento dei disturbi d’ansia. Il primo riguarda la tendenza
dei soggetti ansiosi a recuperare selettivamente i dati che possono
confermare le loro paure peggiori. Il secondo si realizza attraverso
un’apparente dissociazione tra memoria esplicita ed implicita o, più
precisamente, tra funzioni di richiamo e priming. Tale fenomeno appa-
re ancora più marcato nel disturbo post-traumatico da stress (Clark
1999), dove probabilmente entra in gioco escludendo i dati relativi al
trauma dall’elaborazione che normalmente porta all’accettazione del
trauma stesso.
Per quanto attiene, infine, al processo di controllo delle ipotesi, da
un’ampia letteratura emerge che questo ultimo può essere influenzato
dagli stati mentali del soggetto (de Jong et al. 1997; 1998; Evans e Over
1996; Kirby 1994; Mancini e Gangemi 2002b; 2002c; 2002d; 2004;
Manktelow e Over 1991; Smeets et al. 2000). Ad esempio, de Jong e
colleghi (1997; 1998) e Smeets e colleghi (2000) hanno dimostrato che
il processo di controllo di ipotesi di sicurezza e di pericolo è ampiamen-
te guidato dagli stati intenzionali attivi nella mente del soggetto. In
particolare, gli autori hanno raccolto evidenze empiriche a favore del-
l’ipotesi secondo cui gli esseri umani, in uno stato mentale di minaccia,
se posti di fronte a ipotesi di sicurezza (ad es.: Se la scimmia urla, allora
tutto bene), tendono a falsificare le stesse ricercandone i contro-esempi:
in caso di ipotesi di sicurezza, è più prudente per il soggetto, ai fini della
sopravvivenza, ricercare informazioni disconfermanti (Esistono casi in
cui la scimmia urla, e in cui questo può non significare sicurezza?). Di
contro, se si trovano a controllare ipotesi di pericolo (ad es.: Se l’allar-
me suona, allora c’è un incendio), allora i soggetti tendono a conferma-
re le stesse: ignorare anche solo una volta un potenziale pericolo può
essere addirittura fatale per la sopravvivenza!
In linea con tale filone di ricerca, recenti studi hanno dimostrato che
l’induzione di un forte senso di responsabilità e di un forte timore di
colpa per irresponsabilità influenza, in soggetti non clinici, le modalità
di controllo di ipotesi di sicurezza e di pericolo, entrambe cruciali sia
per il responsabile che per il timoroso di colpa (Mancini e Gangemi
2002b; 2002c; 2002d; 2004; Gangemi et al. 2003). In particolare, tali
studi hanno dimostrato che in condizioni di assunzione di responsabilità

241
e di forte timore di colpa i soggetti controllano le ipotesi di sicurezza e
di pericolo in un modo peculiare, definito prudenziale.
Nel modo prudenziale il soggetto:
– focalizza l’ipotesi peggiore;
– tende a ricercare esempi dell’ipotesi peggiore;
– tende a considerare insufficienti le eventuali prove favorevoli
(contro-esempi dell’ipotesi peggiore) e dunque tende ad insistere nel
processo di controllo.
In altre parole, il modo prudenziale implica che le ipotesi peggiori
siano confermate più facilmente e che il soggetto insista nel processo di
controllo, più di quanto accade se il modo è non prudenziale.
Il terzo gruppo di meccanismi dipende invece dalle emozioni, ed in
particolare dalla mediazione indiretta esercitata dalle stesse sulle fun-
zioni cognitive di base.
Noi ci soffermeremo proprio su questi ultimi meccanismi che coin-
volgono le emozioni, nel tentativo di approfondire la natura del feedback
che dalla esperienza emotiva porta al rafforzamento degli scopi e so-
prattutto delle credenze che sostengono l’esperienza emotiva stessa.
Per esaminare questi meccanismi, ricorreremo alla definizione di
emozione proposta da Miceli e Castelfranchi (2002). Secondo gli auto-
ri, le emozioni possono considerarsi come costituite dall’integrazione
di componenti somatiche e mentali, cognitive e motivazionali.
Ogni emozione è in particolare costituita dallo «stato mentale», e
cioè da una struttura integrata di credenze e scopi, legata alla sua
natura funzionale, determinante per la sua natura intenzionale e per la
sua categorizzazione ed esplicativa della sua attivazione e motivazione.
Le emozioni possiedono un’intenzione, cioè vertono su qualcosa, hanno
un oggetto (ciò per cui ci si emoziona) e spesso un destinatario, cioè
sono rivolte verso qualcuno. Ad esempio, si invidia qualcuno per qual-
cosa; si è arrabbiati con qualcuno per qualcosa; ci si vergogna o ci si
sente in colpa con qualcuno per qualcosa.
Secondo Miceli e Castelfranchi, fra i costituenti fondamentali delle
emozioni vi sono le credenze e gli scopi. Le credenze rivestono tre ruoli
fondamentali nelle emozioni:
1. Attivazione. Molte emozioni non sono attivate da stimoli esterni
ma da rappresentazioni, anche generate endogenamente, ad esempio
per via inferenziale. Queste rappresentazioni possono essere sia di tipo
percettivo-motorie (ad esempio, immagini), sia di tipo proposizionale
(ad esempio, «potrei essere scoperto»). Queste credenze attivano e in
parte spiegano l’emozione, nel senso che sono coerentemente connesse
con la condotta dell’individuo. Riprendendo un esempio riportato dagli
stessi autori, nel senso di colpa il soggetto intrattiene una complessa
struttura di credenze tra loro connesse: la credenza che è successo
qualcosa; che ciò costituisce un danno per qualcuno; che il danno non
è «meritato» da chi lo ha subìto; che una propria azione o negligenza ha

242
causato il danno; che era possibile evitarlo. È una configurazione di
credenze di questo tipo che provoca il senso di colpa e ne è parte
integrante. Esse rimangono infatti parte dello «stato mentale» che
accompagna il senso di colpa, entrano nella valutazione, nell’attribu-
zione causale e nella categorizzazione, e sono connesse agli scopi
attivati.
2. Attribuzione causale. Le credenze attivanti provocano una rea-
zione somatica, un arousal più o meno specifico di ogni emozione.
Questa reazione è una componente essenziale di come «ci si sente»,
dell’aspetto soggettivo dell’emozione. Ma esso non si accompagna
semplicemente alle idee o immagini che lo attivano. In un agente cognitivo
viene stabilito un nesso molto più esplicito: la mente interpreta questi
stimoli e li attribuisce appunto allo stato emotivo. Essa assume che
quelle alterazioni, quelle sensazioni sono dovute a una data emozione e
alle credenze e immagini attivanti che le sono proprie. Compie cioè
un’attribuzione causale dell’arousal e delle sensazioni all’emozione (e
in particolare agli stimoli e rappresentazioni attivanti). In questo conte-
sto, con «credenze attribuzionali» ci riferiamo quindi all’attribuzione
della reazione somatica ad un particolare stato emotivo (non a credenze
attivanti di tipo causale, come ad esempio, nel senso di colpa, le creden-
ze relative all’attribuzione di responsabilità).
3. Categorizzazione. Non meno importanti, e tipiche delle emozio-
ni negli agenti cognitivi, sono le credenze di categorizzazione: il sog-
getto interpreta, riconosce ed etichetta il proprio stato d’animo come
una certa emozione (tra quelle che la sua lingua e il suo vocabolario
personale gli consentono di articolare). Egli si dirà: «sono furioso con
Mario»; «sono triste»; «amo Lucia»; «che vergogna!». Queste credenze
di categorizzazione (che sono in un certo senso di meta-livello) sono
strettamente connesse alle altre.
In questa prospettiva, ciò che ci preme affrontare in questa sede è
proprio il problema dell’influenza delle emozioni sulle credenze: un
fatto, ma come si realizza?
Dalla psicologia cognitiva sappiamo che le disposizioni affettivo-
emozionali influenzano i processi cognitivi in diversi modi, tutti, co-
munque, capaci di rafforzare le assunzioni che sostengono lo stato
intenzionale alla base di quello specifico assetto affettivo. Secondo
Caprara e Cervone (2000) i modi conosciuti sono 5. In tutte le persone,
lo stato affettivo:
– aumenta la disponibilità di immagini, pensieri e ricordi congrui
con lo stato d’animo pregresso (priming effect), anche se lo stato d’ani-
mo dipende da eventi appartenenti ad un dominio completamente diver-
so. Ad esempio, l’induzione di umore negativo attraverso l’ascolto di
una musica triste, implica che si presentino facilmente pensieri ed
immagini cupi;
– influenza le strategie cognitive di elaborazione delle informazio-

243
ni. Ad esempio, se ci si sente minacciati, allora le informazioni vengono
elaborate in maniera più sistematica;
– motiva le persone a regolare la propria esperienza consapevole
vale a dire a cambiare i contenuti mentali;
– centra l’attenzione su se stessi;
ma soprattutto:
– funziona come fonte di informazione, che diventa particolarmen-
te autorevole nelle persone che provano cronicamente quello stato
affettivo.
Proprio in merito a quest’ultimo punto, ex consequentia reasoning,
emotional reasoning, affect-as-information (Arntz, Rauner e van den
Hout 1995; Clore 1992; Engelhard et al. 2001; 2002; 2003; Gasper e
Clore 1998; Schwarz e Clore 1998; 1996; Scott e Cervone 2002) sono
tutti termini utilizzati per descrivere uno stesso meccanismo psicologi-
co, secondo cui gli esseri umani tendono a utilizzare il proprio stato
affettivo, più che le evidenze oggettive, quale informazione saliente per
esprimere valutazioni e giudizi sul mondo.
Questo meccanismo differisce dal ben più noto priming effect, poi-
ché in quest’ultimo caso l’influenza delle emozioni sui processi cognitivi
è indiretta: l’emozione attiva solo la rete di conoscenze ad essa diretta-
mente connesse, ma sono queste conoscenze che influenzano la moda-
lità di processamento di contenuti cognitivi non correlati con l’emozio-
ne di partenza.
Nel caso dell’affect-as-information, invece, l’influenza delle emo-
zioni sulle valutazioni espresse dai soggetti sarebbe più diretta: nel-
l’esprimere, ad esempio, giudizi, i soggetti possono semplicemente
chiedersi come si sentono rispetto all’evento da valutare (how they feel
about the evaluated event, activity or topic) (Schwarz e Clore 1983;
1988). Gli stati affettivo-emozionali funzionano dunque come informa-
zione che orienta direttamente le valutazioni espresse su eventi e argo-
menti non relati in alcun modo con l’emozione esperita.
Di grande interesse sono gli esperimenti condotti in tale ambito da
diversi gruppi di studio (Arntz, Rauner e van den Hout 1995; Clore
1992; Engelhard et al. 2001; 2002; 2003; Gasper e Clore 1998; Schwarz
e Clore 1988; 1996; Scott e Cervone 2002), con differenti gruppi di
soggetti (clinici, normali, adulti, bambini). Tutte queste ricerche hanno
evidenziato come le disposizioni affettivo-emozionali influenzino ef-
fettivamente, sebbene indirettamente, alcuni processi cognitivi di base,
alimentando in tal modo circoli viziosi responsabili del rafforzamento
delle credenze alla base dello stesso stato affettivo. Esaminiamo
innanzitutto gli studi condotti con soggetti normali adulti, nei quali lo
stato affettivo negativo è stato indotto sperimentalmente.
Scott e Cervone (2002), seguendo tale procedura, hanno verificato
che l’induzione di uno stato emozionale negativo innalza nei soggetti
gli standard di valutazione delle proprie performances.

244
In una serie di esperimenti gli autori hanno osservato che il gruppo
di soggetti (gruppo sperimentale) cui era stato indotto uno stato affetti-
vo negativo attraverso l’ascolto di un brano audioregistrato contenente
la descrizione di uno scenario negativo (ascolto della descrizione della
morte per cancro del migliore amico), rispondeva, esprimendo giudizi
più negativi a domande relative al livello di soddisfazione rispetto alle
proprie performances accademiche, rispetto al gruppo di controllo (sce-
nario neutro: ascolto della descrizione della propria stanza). Inoltre, il
gruppo sperimentale chiamato ad indicare i livelli minimi di prestazione
considerabili come accettabili, manifestava una tendenza significativa-
mente maggiore a innalzare gli standard minimi, rispetto al gruppo di
controllo. In linea con le ipotesi espresse dagli autori, dunque, il gruppo
che esperiva uno stato emozionale negativo, tendeva ad utilizzare que-
st’ultimo quale informazione per esprimere valutazioni più dure sulle
proprie prestazioni e per innalzare gli standard minimi di prestazione.
Al fine di dimostrare inoltre che l’innalzamento degli standard di per-
formance fossero esclusivamente attribuibili al meccanismo affect-as-
information e non piuttosto al priming effect, gli autori hanno aggiunto
una terza condizione sperimentale che esponeva i soggetti alle stesse
informazioni contenute nella condizione «induzione stato emozionale
negativo», senza però l’induzione dell’emozione stessa. Ai soggetti
veniva infatti detto che avrebbero ascoltato una storia audioregistrata e
che durante l’ascolto avrebbero dovuto compiere un compito di ricono-
scimento semantico. In tal modo i partecipanti erano chiamati a proces-
sare lo scenario ad un livello di analisi dell’informazione di tipo semantico,
più che autoreferenziale. Si è visto che in questo caso, i soggetti tende-
vano a giudicare le proprie performances e ad adottare degli standard
minimi di performance analoghi a quelli utilizzati dal gruppo di con-
trollo.
Questi risultati hanno, secondo gli autori, alcune interessanti impli-
cazioni cliniche, relative in particolare alla spiegazione dei meccanismi
di genesi e mantenimento del disturbo depressivo. Scott e Cervone
ipotizzano che lo stato d’animo negativo attivi un ragionamento emo-
zionale e dunque un circolo vizioso che garantirebbe il mantenimento
del disturbo: se sono depresso, allora innalzo gli standard di valutazione
delle mie azioni. Se non riuscirò a rispettare tali standard (cosa peraltro
molto probabile), allora il mio umore negativo verrà ulteriormente
alimentato con la conseguenza di un nuovo innalzamento dei miei
standard di performance, e così via.
Ancora, Gasper e Clore (1998) hanno evidenziato che lo stato affet-
tivo negativo influenza nei soggetti normali la percezione del pericolo,
ed in particolare la stima della probabilità di accadimento di eventi
negativi. In una serie di esperimenti gli autori hanno indotto sperimen-
talmente ad un primo gruppo di soggetti (gruppo sperimentale-ansia)
uno stato affettivo negativo chiedendo loro di descrivere, con dovizia di

245
particolari, un evento negativo della loro vita in cui si erano sentiti
particolarmente ansiosi. Ad un secondo gruppo di soggetti (gruppo di
controllo-benessere) veniva invece richiesto di descrivere un evento
della loro vita in cui si erano sentiti particolarmente bene. Dopo la fase
di induzione, ai soggetti di entrambi i gruppi (ansia e benessere) veniva
richiesto di completare un questionario contenente domande sulla stima
di probabilità di accadimento di 10 eventi negativi (5 personali + 5
impersonali), utilizzando una scala Likert da 0 a 10 punti. Ai soggetti
veniva inoltre richiesto di compilare un questionario sull’ansia di stato
e sull’ansia di tratto. Anche in questo caso, i risultati ottenuti hanno
evidenziato che i soggetti appartenenti al gruppo sperimentale-ansia,
cui era stato indotto uno stato d’animo affettivo negativo, stimavano
come più probabile l’accadimento di eventi negativi, sia personali che
impersonali, rispetto al gruppo di controllo, cui era stato indotto uno
stato di benessere. Gasper e Clore (1998) hanno verificato inoltre una
correlazione piuttosto elevata tra ansia di tratto e ragionamento emozio-
nale, dimostrando il ruolo dello stato affettivo di tratto, esperito
cronicamente, nell’uso dell’emozione di stato, esperita invece transito-
riamente, quando vengono espressi giudizi sulla presenza di un peri-
colo.
Ancora, Graham e collaboratori (Graham et al. 2003; Startup e
Davey 2001) hanno dimostrato che gli esseri umani utilizzano l’umore
quale informazione per decidere se continuare o meno un’attività, attra-
verso un meccanismo definito dagli stessi mood-as-input hypothesis. In
due recentissimi esperimenti, gli autori hanno osservato che in compiti
di controllo simil-ossessivo (checking task), ed in particolare in compiti
di generazione di item (ad esempio, elencare tutti i controlli che è
necessario effettuare in casa prima di partire per le vacanze, per preve-
nire eventuali catastrofi) e di richiamo di item (ad esempio, rammenta-
re, a partire da una lista già predisposta dagli sperimentatori, tutti i
controlli che è necessario effettuare in casa prima di partire per le
vacanze), i partecipanti cui era stato indotto un umore negativo attraver-
so l’ascolto di un brano musicale, generavano e ricordavano un maggior
numero di item e perseveravano di più nel compito (più tempo per
concluderlo), rispetto ai soggetti cui invece era stato indotto un umore
positivo. Gli autori hanno inoltre riscontrato l’esistenza di una relazione
significativa tra l’umore esperito e il tipo di regola che i soggetti utiliz-
zavano per considerare il compito concluso e dunque lo scopo raggiun-
to: «feel like continuing» vs. «as many as can» stop rule. A tale propo-
sito, secondo Graham e colleghi, in generale, è possibile affermare che
se ai soggetti viene richiesto di adottare la regola feel like continuing,
l’umore negativo, «interrogato», informerà loro che la prestazione è già
soddisfacente e dunque il compito è concluso molto prima, rispetto a
quando viene loro richiesto di adottare la regola as many as can: in
questo caso l’umore negativo dirà loro che la prestazione non è ancora

246
soddisfacente e quindi, ad esempio, il numero di item generati è esiguo
e per questo di continuare il compito.
In merito alle possibili implicazioni cliniche, tali risultati spieghe-
rebbero, secondo gli autori, la perseveranza dei rituali di controllo
messi in atto dai pazienti ossessivi. Questi pazienti sembrano infatti:
a) riportare un umore particolarmente negativo durante i controlli
(Frost et al. 1986; Salkowskis 1985);
b) adottare in maniera del tutto spontanea la «as many as can...»
stop rule quale regola di interruzione (Richards 1997);
c) questa regola sarebbe direttamente attivata dalle credenze alla
base dello stato mentale tipico dell’ossessivo e caratterizzato da un
esagerato timore di colpa e da un’eccessiva responsabilità (Mancini
2001; Rachman 2002; Salkovskis e Forrester 2002).
Il meccanismo mood-as-input insieme dunque al timore di colpa per
irresponsabilità attiverebbe un circolo vizioso nel quale l’emozione
negativa verrebbe utilizzata quale criterio per giudicare insoddisfacente
la prestazione e questo giudizio a sua volta rinforzerebbe l’emozione
negativa iniziale.
La propensione al ragionamento mood-as-input e all’assunzione di
responsabilità e timore di colpa rappresenta in questo senso un fattore di
vulnerabilità per lo sviluppo di disturbi di tipo ossessivo.
Infine, Mancini, Gangemi e van den Hout (2003) hanno dimostrato
in alcuni esperimenti recenti che nei soggetti normali, ma che tendono
a sentirsi cronicamente in colpa (colpa di tratto elevata), l’induzione di
un senso di colpa attraverso il ricordo di colpe passate implica che i
soggetti di fronte ad un compito di cui si assumono la responsabilità:
– attribuiscono ad un possibile esito negativo una probabilità ed
una gravità maggiori di quanto accade se lo stato emotivo di base è
positivo;
– innalzano gli standard di valutazione che i soggetti adottano per
valutare le proprie performances;
– preferiscono scelte certe.
Il contrario accade se si induce uno stato di fierezza morale per se
stessi.
Secondo gli autori, questi dati hanno delle interessanti ricadute
cliniche soprattutto per quanto riguarda il disturbo ossessivo-compulsivo.
I pazienti ossessivi, sentendosi cronicamente in colpa, trattano il
fatto di sentirsi in colpa quale informazione per inferire che si verifiche-
rà l’evento temuto, che questo sarà gravissimo e che la propria perfor-
mance preventiva è inadeguata rispetto agli standard morali e che quin-
di saranno quasi certamente colpevoli di un danno grave a se stessi o ad
altri. In modo analogo agli stati emotivi, sembra che anche il compor-
tamento possa essere la premessa di un’inferenza confirmatoria proprio
degli stati mentali che hanno motivato quel comportamento. Lopatcka e
Rachman (1995) hanno dimostrato che nei pazienti ossessivi, il fatto

247
stesso di agire in modo da prevenire il danno temuto, incrementa quanto
i soggetti si sentono responsabili di prevenire l’evento stesso.
Entrambi questi meccanismi faciliterebbero, nei pazienti ossessivi,
il ragionamento che porta alla resistenza al cambiamento delle credenze
ossessive.
Ma, come già anticipato, lo stato affettivo funziona come fonte di
informazione particolarmente autorevole soprattutto nelle persone che
tendono a sperimentarlo in maniera intensa e sistematica.
In merito a questo punto, emblematiche appaiono le ricerche con-
dotte in questi ultimi anni da Arntz e collaboratori (Engelhard et al.
2001; 2002; 2003) con soggetti affetti da disturbi d’ansia (fobie, sindro-
me postraumatica da stress). In questi studi, gli autori hanno dimostrato
che i soggetti tendono a inferire la presenza di un pericolo, a partire dal
proprio stato affettivo-emozionale negativo, ovvero dall’ansia: «If I
feel anxious, then there must be a danger» (Arntz et al. 1995). Al fine
di indagare il ragionamento emozionale, gli autori hanno presentato a
due gruppi di soggetti, gruppo soggetti affetti da disturbi d’ansia vs.
gruppo di controllo, alcuni scenari distinti fra loro per la presenza/
assenza di pericolo oggettivo e per la presenza/assenza di una risposta
d’ansia del protagonista. Ai soggetti di entrambi i gruppi veniva quindi
richiesto di valutare la pericolosità di ciascuno scenario.
Tale esperimento ha consentito agli autori di confermare l’ipotesi
secondo cui i soggetti affetti da disturbi d’ansia tendono a inferire la
presenza di un pericolo non solo in base alla presenza/assenza di una
minaccia oggettiva, ma anche dalla presenza/assenza di una risposta
emotiva d’ansia. In altre parole, gli individui tendono a inferire la
presenza di una minaccia, a partire dal proprio stato affettivo-emozio-
nale negativo, ovvero dall’ansia: «If I feel anxious, then there must be
a danger» (Arntz et al. 1995).
La fallacia legata a quello che gli autori chiamano ex-consequentia
reasoning, o ragionamento emozionale (Emotional Reasoning, ER),
sembra giocare un ruolo di rilievo nello sviluppo e mantenimento dei
disturbi d’ansia. L’ER sembra infatti attivare un circolo vizioso in cui lo
stato emozionale soggettivo (ad esempio, paura, ansia, ecc.) viene uti-
lizzato per validare erroneamente pensieri e credenze relativi alla pre-
senza di pericoli o impedimenti, i quali a loro volta amplificano l’emo-
zione di partenza, e così via. La propensione al ragionamento emozio-
nale, rappresenta in questo senso, un fattore di rischio per lo sviluppo di
disturbi d’ansia.
Questo tipo di ragionamento emozionale è stato anche descritto da
Beck ed Emery (1985) secondo i quali, i pazienti utilizzano il loro
stesso stato d’animo per validare le loro valutazioni dando luogo ad un
circolo vizioso, per il quale la credenza di un pericolo induce ansia e
l’ansia conferma la credenza di pericolo ed è presa come giustificazione

248
per l’attribuzione di maggiori probabilità dell’evento temuto. In un
esperimento veniva chiesto a tutti i soggetti di immaginare di rimanere
bloccati in un ascensore affollato. Alcuni soggetti venivano istruiti ad
immaginare di rispondere con ansia all’esperienza. Ad altri veniva
suggerita una reazione più tranquilla. A tutti veniva chiesto di valutare
la gravità del pericolo. Il pericolo percepito era maggiore nei soggetti
cui era stato chiesto di immaginarsi ansiosi, questo effetto era più
evidente nei soggetti patologici.
Infine, una serie di studi recenti tende ad indagare l’esistenza di
questo ragionamento emozionale anche nei bambini.
Ad esempio Muris, Merckelbach e Van Spauwen (2003) hanno
studiato il ragionamento emozionale in un gruppo di 101 ragazzi/e delle
scuole elementari. Ai bambini venivano descritte quattro situazioni
distinte fra loro per la presenza/assenza di una minaccia oggettiva e di
una risposta d’ansia del protagonista e si chiedeva loro di stimare la
pericolosità di ogni scenetta.
Gli autori hanno notato che la stima del pericolo è influenzata non
solo dalla presenza/assenza di una minaccia oggettiva, ma anche dalla
presenza/assenza della risposta emotiva. Infatti, in un significativo nu-
mero di casi, i soggetti hanno stimato come pericolose situazioni ogget-
tivamente innocue, ma in cui il protagonista della vignetta reagisce con
ansia. Tali risultati confermerebbero l’idea che per i bambini, e in modo
particolare per i bambini ansiosi, il ragionamento emozionale giochi un
ruolo cruciale nella stima del pericolo. Come Gasper e Clore (1998),
anche Muris et al. (2003) hanno riscontrato inoltre un ragionamento
emozionale più marcato nei soggetti, in questo caso nei bambini, che
avevano ottenuto alti punteggi al questionario per la valutazione del-
l’ansia di tratto. Tali risultati confermerebbero l’idea che per i bambini,
e in modo particolare per i bambini ansiosi, il ragionamento emozionale
giochi un ruolo cruciale nella stima del pericolo.
I dati di Muris et al. differiscono da quelli ottenuti da Arntz e
colleghi con soggetti adulti in quanto il ragionamento emozionale è
presente, nel caso degli adulti, solo nei soggetti affetti da disturbi
d’ansia, mentre è presente anche nei bambini normali.
A conclusione di questa rassegna di studi sul ragionamento emozio-
nale, ci sembra utile sollevare una questione di fondamentale importan-
za per la comprensione delle differenze individuali e soprattutto dei
meccanismi di mantenimento della patologia, oggetto primario di que-
sta trattazione. Perché solo in alcuni individui, e quindi non in tutti, lo
stato affettivo diventa fonte autorevole di informazione sulla realtà, al
punto da alimentare circoli viziosi che rinforzano le credenze alla base
dello stato affettivo stesso e dunque la patologia?
Ci sembra che la risposta arrivi proprio da alcuni degli studi da noi
riportati (Gasper e Core 1998; Graham et al. 2003; Mancini, Gangemi

249
e van den Hout 2004; Scott e Cervone 2002), i quali hanno espressa-
mente indagato il ruolo dell’emozione esperita cronicamente (ad esem-
pio, l’ansia di tratto o la colpa di tratto) nell’uso dell’emozione di stato,
esperita invece transitoriamente, per la formulazione di giudizi e valu-
tazioni. Questi esperimenti hanno chiaramente dimostrato che:
a) l’emozione di stato e l’emozione di tratto rappresentano due
distinte fonti di informazioni;
b) l’emozione di stato e l’emozione di tratto interagiscono;
c) l’emozione esperita cronicamente appare più autorevole nell’orien-
tare le valutazioni e i giudizi.
In merito a quest’ultimo punto, la letteratura da noi riportata è
decisamente ricollegabile a quanto già affermato da Damasio nel suo
libro Descartes’ Error (1994): l’emozione esperita cronicamente
(dispositional affect) amplifica l’effetto informazionale dell’emozione
esperita transitoriamente. Come dimostrato da alcuni esperimenti citati
(Gasper e Core 1998; Graham et al. 2003; Mancini, Gangemi e van den
Hout 2004; Scott e Cervone 2002), l’emozione di stato assume maggio-
re rilevanza se sostenuta da informazioni pregresse fornite dall’emozio-
ne di tratto. Di contro, l’emozione di stato può non assumere alcuna
rilevanza, se le informazioni da essa prodotte risultano incoerenti con
quelle generate dall’emozione di tratto.
L’emozione di tratto può dunque considerarsi alla base delle diffe-
renze individuali nell’utilizzo dell’emozione di stato quale fonte di
informazione: i soggetti con alta emozione di tratto tendono ad avere
maggiore fiducia nelle informazioni fornite dal loro stato emozionale
temporaneo.
Questo spiegherebbe il motivo per cui i pazienti ansiosi o ossessivi,
tendono a dare grande importanza all’informazione prodotta dal proprio
stato affettivo transitorio e ad alimentare per questo le credenze, ad
esempio di pericolo, alla base dello stato emozionale stesso.
In questa prospettiva, e in maniera più specifica, Graham e collabo-
ratori (2003) e Mancini e colleghi (2004) suggeriscono, a proposito del
disturbo ossessivo, che le credenze e dunque le informazioni prodotte
dallo stato mentale caratterizzato da un esagerato timore di colpa e da
un elevato senso di responsabilità, considerato alla base di tale patolo-
gia (Mancini 2001; Rachman 2002; Salkovskis e Forrester 2002), con-
ferirebbero autorevolezza alle informazioni fornite dall’emozione di
stato, le quali a loro volta andrebbero a rinforzare le credenze alla base
dello stato mentale di partenza.
Ci sembra infine opportuno sottolineare, anche se brevemente, come
tutti questi studi dimostrino in modo molto concreto la possibilità di
cross-fertilization tra psicologia cognitiva di base e psicologia clinica.
Essi contribuiscono infatti a risolvere problemi di fondamentale impor-
tanza sia per la clinica che per la psicologia generale, come il paradosso
nevrotico e i modi dell’influenza delle emozioni sulle cognizioni. Rap-

250
presentano, dunque, un buon esempio di integrazione tra i due ambiti,
suggerita dall’ovvia importanza di studiare i processi psicopatologici
alla luce delle conoscenze della psicologia del normale.

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Francesco Mancini e Amelia Gangemi, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia


Cognitiva, Associazione di Psicologia Cognitiva (APC), Via Marcantonio Colonna 60,
00192 Roma. E-mail: mancini@apc.it / gangemi@azienda2000.it

254
GIOVANNI LIOTTI

CONOSCENZA E REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI

I rapporti funzionali che intercorrono fra processi emozionali e


processi di costruzione, elaborazione e organizzazione della conoscen-
za – oggetto centrale di attenzione per ogni tentativo di fecondazione
reciproca fra psicopatologia e scienza cognitiva – sono spesso studiati
sulla base dell’assunto che le emozioni hanno dei fondamentali costi-
tuenti di natura cognitiva (Miceli e Castelfranchi 2002). Sulla base di un
tale assunto, lo studio dei rapporti fra cognizione ed emozione conduce
a definire il ruolo che i processi cognitivi hanno nella vita emozionale
attraverso l’identificazione di credenze di attivazione, credenze di attri-
buzione di causalità e credenze di categorizzazione delle emozioni
(Miceli e Castelfranchi 2002). Tali credenze, sviluppandosi (come co-
stituenti cognitivi delle emozioni) in maniera differente da persona a
persona, spiegano le differenze nella vita emozionale, dalla gamma
delle emozioni normali a quella delle esperienze emotive abnormi tipi-
che della psicopatologia.
L’assunto che le emozioni abbiano sempre costituenti cognitivi è
non-problematico solo qualora il termine «cognitivo» si riferisca a
processi di tipo percettivo-valutativo, da considerarsi ben distinti dai
processi che implicano la formazione e l’uso di concetti. Nella termino-
logia proposta da Edelman (1989), l’affermazione che le emozioni
abbiano sempre costituenti cognitivi è da considerarsi non problematica
solo se si specifica che il termine «cognitivo», nella costituzione delle
emozioni, si riferisce al processo di categorizzazione percettiva della
realtà, e non al processo di categorizzazione concettuale. Nell’ambito
della psicopatologia e della psicoterapia – è qui opportuno sottolineare
– termini come «credenze» e «cognitivo» si applicano usualmente a
strutture e processi mentali che possono essere espressi attraverso il
linguaggio, e che sono in effetti identificati prevalentemente attraverso
il comportamento verbale dei pazienti: strutture e processi, dunque, che
appaiono frutto della categorizzazione concettuale e non di quella
percettiva.
Il principale obiettivo di questo articolo è di evidenziare in qual
senso l’assunto che le emozioni abbiano sempre costituenti cognitivi,

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 255


coniugato alla mancata specificazione che tali costituenti sono di tipo
percettivo e non concettuale, sia problematico e possa condurre a una
insoddisfacente formulazione cognitivista dei problemi della psicopa-
tologia. Per cogliere la suddetta problematicità, è necessario premettere
che esistono due teorie generali dei rapporti cognizione-emozione, se-
condo le quali non è indispensabile specificare la differenza fra costi-
tuenti cognitivo-percettivi e cognitivo-concettuali delle emozioni, o
addirittura non è corretto affermare che solo quelli percettivi sono
costituenti necessari di tutte le emozioni. Se si scelgono queste due
teorie come fondamento per i rapporti fra cognizione ed emozione,
l’assunto che tutte le emozioni abbiano dei costituenti cognitivi, pur in
assenza di accurati distinguo fra costituenti percettivo-cognitivi e
cognitivo-concettuali, non appare problematico. Esiste tuttavia una ter-
za teoria, il cui sostegno empirico ed epistemologico è almeno pari, se
non superiore, a quello delle prime due, che asserisce decisamente
l’esistenza di alcune emozioni (emozioni di base) – per di più quelle
maggiormente rilevanti in psicopatologia – nella cui costituzione pri-
maria non entrano affatto processi cognitivo-concettuali. Secondo que-
sta teoria, non si può cogliere appieno il valore evoluzionistico e la
funzione delle emozioni di base se non considerando l’assenza in esse
di costituenti cognitivo-concettuali. Inizieremo dunque le nostre rifles-
sioni con una sommaria descrizione delle tre principali teorie sui rap-
porti cognizione-emozione, che seguendo Panksepp (1998) possiamo
chiamare psicobiologica, socio-costruttivista e componenziale.
La scelta, come base per lo studio dei rapporti fra cognizione ed
emozione, di una o dell’altra delle tre teorie ha conseguenze importanti
per la comprensione dei processi mentali che sottendono la psicopatologia.
Il tema del deficit nella capacità di regolare o modulare singole classi di
emozioni, considerato in funzione della conoscenza che la persona
sviluppa circa i propri processi emozionali, illustra efficacemente que-
ste conseguenze.

1. LA TEORIA PSICOBIOLOGICA DEI RAPPORTI COGNIZIONE -EMOZIONE

Assumere una prospettiva psicobiologica (detta anche categoriale:


Panksepp 1998, 43) nello studio delle emozioni e dei loro rapporti con
la cognizione significa assumere che almeno alcuni processi emozionali
derivino da sistemi intrinseci al cervello e vadano considerati come
caratteristiche e distinte realtà biologiche a base innata, frutto della
storia evolutiva di tutte le specie di mammiferi. Paura, collera, tristezza,
gioia, stupore, disgusto (ma anche, secondo alcuni, vergogna, tenerezza
protettiva, desiderio erotico, gelosia, curiosità esploratoria e forse altre
ancora: vedi Liotti 2001 o Panksepp 1998) sarebbero categorie biolo-
gicamente fondate, precedenti sia filogeneticamente che ontogene-

256
ticamente l’esercizio delle capacità umane di conoscenza esplicita e di
categorizzazione concettuale. Ognuna di queste categorie emozionali è
indagabile, nella sua struttura e nelle sue caratteristiche funzionali, con
gli strumenti delle neuroscienze oltre che con quelli dell’etologia com-
parata e dell’analisi delle esperienze soggettive umane (Panksepp 1998).
In questa prospettiva, le sopraelencate emozioni di base, essendo
mediate direttamente da specifici circuiti cerebrali a base innata, inne-
scati ciascuno da un’appropriata realtà ambientale, sono, per tutto l’ar-
co della vita, influenzate debolmente, nella loro sintesi o costruzione,
dai processi cognitivi espliciti che si riflettono nella costruzione di
credenze. Pure debole è l’influenza dello stato di attivazione neuro-
vegetativa generale (preesistente all’innesco da parte dell’ambiente)
sulla specifica emozione. Al contrario, una volta innescata, ciascuna
emozione di base esercita una potente influenza tanto sui pattern di
attivazione neuro-vegetativa quanto sui processi cognitivi.
Il modello psicobiologico delle emozioni di base assegna dunque ai
processi cognitivi non un ruolo di innesco e di organizzazione del-
l’esperienza emozionale fondamentale, ma solo di regolazione di essa
«a posteriori». In psicopatologia, le emozioni eccessive per intensità e
durata che caratterizzano vari disturbi (ad esempio, paura eccessiva nei
disturbi d’ansia, tristezza eccessiva nei disturbi depressivi, collera ec-
cessiva in alcuni disturbi di personalità) deriverebbero da difetti nella
capacità di regolazione cognitiva delle corrispondenti esperienze emo-
zionali, comunque innescate da stimoli appropriati ad esse. Sia le espe-
rienze emozionali normali che quelle abnormi avrebbero dunque la
stessa radice, lo stesso meccanismo di innesco. A determinare un’evo-
luzione normale o patologica dell’esperienza emotiva e della sua espres-
sione sarebbe una diversa intelligenza dell’emozione, cioè una maggio-
re o minore capacità di comprenderne adeguatamente, a posteriori,
causa, valore e funzione.

2. LA TEORIA SOCIO -COSTRUTTIVISTA DEI RAPPORTI COGNIZIONE -EMOZIONE

Erede della concezione secondo la quale gli istinti giocano un ruolo


pressoché ininfluente nella vita mentale umana, la prospettiva socio-
costruttivista considera di fondamentale importanza, nella genesi di
qualunque emozione, il modo con il quale sensazioni corporee elemen-
tari e più o meno complessi pattern di esperienza psichica vengono
etichettati cognitivamente. Attraverso processi di valutazione cognitiva,
influenzati potentemente dal gruppo sociale e dalla cultura, ogni espe-
rienza emozionale verrebbe costruita. In altre parole, i processi di
attivazione neurovegetativa elementari (arousal) – che non meritano il
nome di emozioni in quanto sono riconducibili a esperienze globali di
eccitamento variabile solo per intensità – verrebbero valutati cognitiva-

257
mente in modi diversi (anche in funzione della motivazione al momento
dominante), e tali che dalla specifica valutazione (appraisal) emerge la
specifica emozione. Su tali processi di appraisal, il ruolo delle variabili
cognitive familiari, sociali e culturali sarebbe assolutamente determi-
nante (Harré 1986), e non debole come ritenuto, almeno per le emozioni
di base, dalla prospettiva psicobiologica. Anzi, per il modello socio-
costruttivista ogni tentativo di identificare alcune emozioni di base,
indipendenti dai processi cognitivi esprimibili nel linguaggio, è malin-
teso e fuorviante.
Mentre il modello psicobiologico è sostenuto dai risultati delle
neuroscienze contemporanee (oltre che dall’osservazione etologica com-
parata e, sul piano epistemologico, dall’evoluzionismo), il modello
socio-costruttivista si appoggia a studi sperimentali attenti essenzial-
mente all’uso individualmente e culturalmente variabile del linguaggio
nella descrizione dell’esperienza emotiva. Dal punto di vista della co-
struzione di una psicopatologia cognitivista, la prospettiva socio-
costruttivista induce evidentemente ad attribuire un ruolo diretto e po-
tente ai processi cognitivi nella genesi stessa delle emozioni che carat-
terizzano la psicopatologia, e non solo nella loro regolazione o modula-
zione a posteriori.

3. LA TEORIA COMPONENZIALE DEI RAPPORTI COGNIZIONE -EMOZIONE

In uno sforzo di conciliare i meriti e i dati sperimentali a sostegno


dei due modelli precedenti, la teoria componenziale sostiene che com-
ponenti o sub-unità biologicamente date di comportamento emozionale
sono aggregate e sviluppate da processi di apprendimento sociale e di
appraisal cognitivo fino a costituire sistemi emozionali compiuti (emo-
zioni propriamente dette: Ortony e Turner 1990). In altre parole, le
emozioni sarebbero costruite prevalentemente durante le fasi iniziali
dello sviluppo psico-sociale (Sroufe 1995), grazie a influenze inter-
personali che attribuiscono significato e valore (in modo potenzialmen-
te variabile da individuo a individuo) a unità neuro-vegetative più
elementari, innate e selezionate dall’evoluzione, che accompagnano
certi schemi di comportamento (pure basati su disposizioni innate,
come quella all’attaccamento). Un esempio, fra i tanti possibili, è lo
sviluppo dell’emozione di gioia a partire dallo schema comportamentale
e neuro-vegetativo del sorriso, secondo l’analisi teorica di Sroufe (1995).
Lo schema comportamentale del sorriso è innato e frutto dell’evoluzio-
ne, ma il suo sviluppo fino alla costruzione dell’esperienza soggettiva e
dell’espressione compiuta della gioia dipenderebbe dall’accoppiamen-
to progressivo di esso a uno schema cognitivo interpersonale acquisito
sulla base dell’esperienza.
Nonostante l’indubbio valore euristico dello sforzo di conciliare le

258
divergenti posizioni psicobiologica e costruttivista, la prospettiva
componenziale non sfugge del tutto al problema posto dai risultati
combinati delle neuroscienze e dell’evoluzionismo: la dimostrazione
cioè che esiste omologia, e non analogia, nelle diverse specie di mam-
miferi, dei circuiti cerebrali da una parte, e dei sistemi comportamentali
espressivi dall’altra, che caratterizzano le emozioni di base. Come ha
rilevato Panksepp (1990; 1998), la prospettiva componenziale non ha
fino ad oggi sviluppato alcun programma di ricerca coerente, alternati-
vo a quello basato sull’idea di un’omologia evoluzionista, per lo studio
dei sistemi cerebrali che sostengono l’espressione e l’esperienza delle
emozioni negli animali e nell’uomo. La ricaduta del problema
dell’omologia dei sistemi cerebrali emozionali sull’indagine delle
intersezioni fra scienza cognitiva e psicopatologia è evidente: se esisto-
no emozioni di base selezionate dall’evoluzione prima della cognizione
umana e cablate per via innata nel cervello umano, i processi cognitivi
espliciti sono influenzati da esse prima di influenzarle, e l’influenza dei
processi cognitivi espliciti sulle emozioni di base è comunque da inten-
dersi nella dimensione della regolazione, più che in quella della genesi,
delle emozioni caratterizzanti la psicopatologia.

4. CONOSCENZA E REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI

In quale modo, se si accetta (col sostegno dei dati delle neuroscienze


e dell’etologia) la prospettiva psicobiologica sull’esistenza di emozioni
di base, i processi cognitivi espliciti intervengono successivamente
nella modulazione e regolazione di esse? Se, come afferma Edelman
(1989), il mondo esterno è «un luogo senza etichette», ed è compito
intrinseco dell’attività cerebrale umana categorizzarlo prima percettiva-
mente e poi concettualmente, l’esperienza emozionale primaria è inve-
ce, secondo la prospettiva psicobiologica, fin dall’inizio costituita da
categorie percettive innate. Alle categorie percettive riguardanti le emo-
zioni di base, che sono evoluzionisticamente date (percezione prototipica
della paura, della collera, della gioia, della tristezza, ecc.), vengono in
seguito giustapposte, più o meno adeguatamente, categorie cognitive
esplicite come le credenze di categorizzazione e di attribuzione causale
descritte da Miceli e Castelfranchi (2002). Può allora accadere che una
o più delle categorie cognitive esplicite con le quali attribuiamo signi-
ficato e valore a quello che emotivamente proviamo, divergano dal
valore evoluzionisticamente determinato dell’emozione. Come illustra-
to dal personaggio dickensiano di Casa desolata, che attribuiva al vento
dell’est, e non alle interazioni interpersonali in corso, ogni percezione
di collera o di tristezza nascente in se stesso, diverrà difficile inserire
alcune classi di esperienza emozionale nelle strutture della conoscenza
semantica o autobiografica. Si può immaginare, in altre parole, la pos-

259
sibilità di una dissociazione fra percezione primaria dell’emozione e
sua categorizzazione cognitiva esplicita, una dissociazione che presu-
mibilmente ostacola lo sviluppo adeguato dei sistemi di regolazione o
modulazione di quella emozione. Non adeguatamente compresa nel suo
valore e nel suo significato, l’emozione di base (che, in quanto parte del
corredo genetico e adattativo della specie, è impossibile non provare)
viene sottratta ai processi intrapsichici e interpersonali, mediati dal
linguaggio, con i quali diveniamo via via capaci di calmare una pena,
placare una collera, amplificare una gioia o rassicurarci da una paura.
Quella emozione sarà allora, ripetutamente e durevolmente, esperita ed
espressa in maniera abnorme. Di qui il suo potenziale patogeno.
Un programma di ricerca che abbia come oggetto i vari modi con i
quali un’emozione di base può essere misconosciuta nei processi cognitivi
espliciti, deve prendere le mosse dalla definizione precisa del valore
evoluzionistico di ciascuna emozione di base. Il valore innato della
paura nella protezione dai pericoli ambientali; quello della collera nel
richiedere energicamente che un bene minacciato sia prontamente ripri-
stinato; quello della tristezza nel frenare un comportamento appetitivo
divenuto inutile per la perdita del suddetto bene; quello della gioia nel
segnalare il conseguimento di ciò che era stato appetito: per limitarsi
agli esempi più semplici, tutti questi valori devono essere riconosciuti
come precedenti ogni forma di cognizione esplicita. Attraverso la defi-
nizione di tali valori, divengono riconoscibili la funzione specifica di
ogni emozione e la sua efficacia nella regolazione del comportamento.
Di conseguenza, si potranno identificare tanto la forma generale dei
processi cognitivi espliciti (potenzialmente patogeni) che misconoscono
valore, funzione ed efficacia di un’emozione, quanto le modalità con le
quali tali processi possono essere acquisiti.
Le interazioni psicologicamente traumatiche del bambino con chi lo
accudisce, che tanta parte notoriamente hanno nella genesi di vari di-
sturbi psicopatologici, costituiscono un esempio fra i tanti di come si
possa pervenire a un misconoscimento del senso e del valore di una o
più classi della propria esperienza emozionale di base. Di fronte a un
adulto maltrattante, le espressioni spontanee (non mediate cioè da pro-
cessi cognitivi espliciti) di paura, di collera e di tristezza del bambino
non sortiranno alcun effetto nel porre termine al maltrattamento: le
strutture cognitive esplicite del bambino rappresenteranno allora quelle
proprie emozioni come prive di efficacia sull’altro. La loro funzione di
protezione e di richiesta non verrà adeguatamente riconosciuta nella
conoscenza semantica del bambino che pure le prova. L’eventuale indi-
cazione, da parte dell’adulto maltrattante, che le emozioni espresse dal
bambino sono segni del suo cattivo carattere e che esse stesse lo rendo-
no meritevole di quanto accade, contribuirà ulteriormente a indurre nel
bambino la costruzione di una conoscenza assai distorta del significato
e del valore della propria (e dell’altrui) esperienza emotiva (invalidazione

260
delle emozioni: cfr. Linehan 1993). Dotato di tale inappropriata cono-
scenza del valore della paura, della collera e della tristezza nella vita
mentale ed interpersonale, il bambino tenderà ad esprimere quelle emo-
zioni in eccesso o in difetto: ad esempio, potrà non riconoscere pronta-
mente quando divengono efficaci nel regolare il comportamento di altri
(diversi dall’adulto maltrattante) verso di lui, e continuare ad esprimer-
le nella convinzione della loro bassa efficacia. Gli altri con cui entra in
relazione avranno probabilmente difficoltà a comprendere il retroscena
cognitivo di tale espressione eccessiva di emozioni spiacevoli, e ripete-
ranno inconsapevolmente l’accusa di «cattivo carattere», in un circolo
vizioso interpersonale (Safran e Segal 1990) che conferma l’invalidazione
dell’esperienza emotiva nella conoscenza semantica ed autobiografica.

5. INTERSOGGETTIVITÀ NELLA CONOSCENZA E NELLA REGOLAZIONE DELLE


EMOZIONI

Una prima importante implicazione del suddetto modello teorico –


che attribuisce un ruolo cruciale, nella regolazione della vita emoziona-
le, ai processi con cui le percezioni delle emozioni di base vengono
categorizzate nella conoscenza esplicita – riguarda l’intersoggettività.
Sono indubbiamente gli altri significativi (Bowlby 1979; Bretherton e
Fritz 1986), prima con i loro atteggiamenti di risposta e poi con i
commenti verbali, a dirigere in direzioni favorevoli o sfavorevoli il
riconoscimento del valore e del senso di ciascuna emozione percepita in
sé ed espressa verso l’altro (ri-conoscimento, perché l’emozione stessa,
in quanto categoria innata con valore evoluzionistico di sopravvivenza
ed adattamento all’ambiente, costituisce di per sé una forma di cono-
scenza pre-verbale del senso e del valore di determinate contingenze di
interazione organismo-ambiente). La co-costruzione di significati
nell’intersoggettività è, in un certo senso, al servizio della co-regolazione
delle emozioni.
Per lo studio delle intersezioni fra scienza cognitiva e psicopatologia,
ciò equivale ad affermare la necessità che la rappresentazione cognitiva
delle interazioni umane, in tutta la densità degli scambi emozionali da
esse implicati, sia posta al centro dell’interesse. Come si sviluppi una
conoscenza esplicita del significato delle interazioni, a partire dalla
conoscenza implicita di esse che fin dai primi giorni di vita il bambino
accumula nel rapporto con chi lo accudisce, diventa un tema di cruciale
interesse. La possibilità concreta di perseguire un tale programma di
ricerca è illustrata dallo studio dei modelli operativi interni dell’attacca-
mento e del loro sviluppo nell’arco di vita fino all’influenza che essi
esercitano sui processi cognitivi dell’adulto e sulla genesi di alcuni
disturbi psicopatologici (Bowlby 1982; Bretherton e Mulholland 1999;
Liotti 2001; Main 1995). Il modello operativo interno dell’attaccamento

261
sicuro, ad esempio, può essere concettualizzato come un insieme di
credenze, mutuate dall’atteggiamento positivo e «validante» del caregiver
verso le emozioni espresse dal bambino, che riflettono e ri-conoscono il
senso ed il valore delle emozioni di base (sperimentate prima della
formazione di tali credenze). All’opposto, i modelli operativi interni
corrispondenti ai diversi tipi di attaccamento insicuro riflettono vari tipi
di invalidazione delle emozioni di base.
Può essere utile ricordare, a questo riguardo, che lo studio della
costruzione di diversi tipi di strutture semantiche in funzione di diversi
tipi di relazioni di attaccamento è correlabile allo studio dello sviluppo
delle capacità metacognitive. Lo studio delle capacità metacognitive, e
dei loro deficit in psicopatologia, è di fondamentale importanza per
l’indagine cognitivista sui meccanismi della regolazione delle emozioni
(Liotti 2001; Semerari 1999), ma su questo tema è qui impossibile
soffermarsi.

6. PENSIERO METAFORICO E CONOSCENZA DELLE EMOZIONI

Il ruolo innegabile ed evidente delle influenze interpersonali nello


sviluppo della conoscenza del senso e del valore delle proprie emozioni
(Bowlby 1979; Bretherton e Fritz 1986) si associa, e non la annulla, alla
tendenza intrinseca del cervello-mente a categorizzare l’esperienza nel-
le strutture della conoscenza semantica (Edelman 1989): questa tenden-
za intrinseca opera anche indipendentemente da quegli scambi verbali
con altri che contribuiscono alle credenze esplicite di categorizzazione
delle emozioni. La ri-categorizzazione cognitiva esplicita delle catego-
rie percettive implicite corrispondenti alle emozioni, in altre parole,
tende a prodursi anche in assenza di interlocutori influenti che suggeri-
scano (più o meno adeguatamente), con i loro commenti verbali, come
definire l’esperienza emotiva. Le forme di attività cognitiva di tipo
metaforico (Casonato 2003) giocano probabilmente un ruolo essenziale
in questa ri-categorizzazione cognitiva dell’esperienza emozionale.
Lakoff e Johnson (1982), nella loro ormai classica analisi delle
comuni metafore che sono alla base del pensiero quotidiano, hanno
mostrato come quelle fra esse che ci permettono di tradurre in parole la
tacita esperienza delle emozioni hanno a che fare, in ogni cultura ed in
ogni linguaggio, con le sensazioni corporee tipiche di ogni categoria
emozionale. «Oggi sono su», ad esempio, è una metafora universale,
che ha come soggetto (topic) il mio umore e come veicolo di significato
(vehicle) «su». Lo sfondo conoscitivo (ground) che permette di com-
prendere la metafora riguarda la memoria propriocettiva del sentimento
e dell’umore positivi che accompagnano la testa alta e il tronco diritto
– sentimento ed umore opposti all’emozione di tristezza che si esprime
universalmente attraverso il capo chino ed il corpo accasciato («Ieri ero

262
molto giù»). La semplice analisi etimologica delle parole con cui defi-
niamo molte emozioni rivela le tracce del pensiero di tipo metaforico,
centrato sull’esperienza corporea tipica di quell’emozione, che è stato
all’origine di tali termini.
A partire dalle riflessioni della linguistica cognitiva sul ruolo del
pensiero metaforico nella conoscenza delle emozioni, è possibile ipo-
tizzare che alcuni sintomi psicopatologici abbiano il valore di metafore
«congelate» (Modell 1997) o «incompiute» (Liotti 2001): metafore cioè
attraverso le quali il cervello/mente tenta senza successo di ricategorizzare
cognitivamente la percezione di importanti emozioni di base, la cui
conoscenza semantica corretta è ostacolata da avverse situazioni
interpersonali (del tipo suggerito in un paragrafo precedente attraverso
l’esempio delle interazioni traumatiche). Ad esempio, un sintomo
agorafobico potrebbe essere il frutto di un processo di pensiero metafo-
rico, attraverso il quale il cervello/mente del paziente tenta di sviluppa-
re la conoscenza semantica di normali emozioni di paura della solitudi-
ne. La conoscenza corretta del senso e del valore evoluzionistico di tale
emozione sarebbe ostacolata dall’esperienza e dalla memoria di interazioni
significative, all’interno delle quali sia stata deficitaria la riflessione sul
significato ed il valore della paura di separazione (la base innata della
paura di separazione è fortemente suggerita dall’ampia mole di dati a
sostegno delle radici evoluzionistiche dell’attaccamento: cfr. Bowlby
1982; Panksepp 1998; Polan e Hofer 1999). La comprensione compiuta
e dinamica, da parte del paziente, della metafora generata dal suo stesso
cervello – metafora che per così dire lo invita a considerare con maggio-
re attenzione e flessibilità le proprie emozioni di fronte alla separazio-
ne, alla ricerca di un significato più adeguato di quello che ora è capace
di attribuirvi – può essere ostacolata dai deficit metacognitivi che, a
loro volta, sono correlati ad esperienze infelici di attaccamento (Liotti
2001).
Non è opportuno, per limiti di spazio, tentare di presentare qui, al di
là di una estremamente sommaria esemplificazione come la precedente,
le osservazioni cliniche e le riflessioni teoriche che sarebbero necessa-
rie per dare corpo e sostanza all’ipotesi delle metafore congelate o
incompiute. Piuttosto, vale la pena di soffermarsi ancora sull’accento
che è stato posto, nell’affermazione appena fatta, sull’idea che esista
una conoscenza semantica corretta delle emozioni di base, e che una
conoscenza non corretta di esse dipenda da un deficit di riflessione
condivisa sul suo significato e sul suo valore. Si tratta forse dell’idea
che meglio caratterizza l’intera prospettiva psicobiologica sui rapporti
cognizione-emozione, e le sue applicazioni allo studio della psicopato-
logia. Ribadiamolo: solo assumendo che esista un preciso valore evolu-
zionistico di alcune emozioni di base – emozioni la cui percezione nello
schema corporeo (Damasio 1999) è universale, invariante e a priori
rispetto allo sviluppo della conoscenza semantica – diviene concepibile

263
la possibilità di attribuire un significato corretto o scorretto alle emozio-
ni percepite. La prospettiva socio-costruttivista, infatti, nega sostanzial-
mente tale possibilità, riconoscendo uguale valore di verità a tutte le
forme di conoscenza semantica delle proprie emozioni. Non l’attribu-
zione di un significato erroneo alla propria e all’altrui esperienza emo-
tiva, ma la minaccia alla coerenza interna del sistema conoscitivo
costituisce il criterio fondamentale prescelto dalla prospettiva socio-
costruttivista per comprendere il fondamento dei disturbi psicopatologici
(si veda, ad esempio, Guidano 1991).

7. DISSOCIAZIONE FRA CONOSCENZA ED EMOZIONI NELLA PSICOPATOLOGIA


CLASSICA, NELLA SCIENZA COGNITIVA CLASSICA E NELLA SCIENZA COGNITIVA
NON CLASSICA

Le riflessioni sul tema della conoscenza e regolazione delle emozio-


ni conducono, è di un certo interesse notare, alla rivisitazione di una
teoria esplicativa classica della psicopatologia dinamica: la teoria di
Pierre Janet della disaggregazione, o dissociazione, fra contenuti della
coscienza (per una sintesi, si veda Ellenberger 1970). Il dispiegarsi
nella coscienza di un flusso di informazioni esplicite che riguardano
un’emozione (tornando all’esempio del paziente agorafobico: «quello
che provo quando sono solo nella strada è la paura di avere un infarto e
che nessuno possa o voglia soccorrermi») può disconnettersi dal suo
valore e dal suo senso evoluzionistico, che resta allora ai margini del-
l’elaborazione cosciente (l’emozione, nell’esempio, era comparsa di
fronte a desideri di separazione da un legame insoddisfacente ma co-
munque percepito, nell’architettura di base delle emozioni, come pro-
tettivo). Proprio perché esistono ostacoli, nella conoscenza esplicita, al
riconoscimento del valore e del senso «innati» dell’emozione (la paura
di separazione, nell’esempio), questa va incontro a sviluppi psicopato-
logici. Da un lato, essa resta in qualche modo «disaggregata» dal flusso
cosciente di narrazione dell’esperienza. Dall’altro, non può essere rego-
lata o modulata attraverso il dialogo interiore, e di conseguenza acqui-
sisce, anche per le spiegazioni esplicite erronee del suo significato («un
infarto imminente»), proporzioni ed intensità abnormi. Per così dire,
perdurando le cause di innesco di un’emozione di base (la tendenza a
separarsi da una persona che è divenuta figura di attaccamento, nel-
l’esempio dato), l’emozione corrispondente continua a prodursi nel
mondo della conoscenza implicita a base innata, ma la causa del suo
prodursi non è riconosciuta nel mondo della conoscenza esplicita. Le
credenze erronee sulla causa e sul senso dell’emozione possono poi
innescare altre emozioni patologiche (la paura di avere un infarto, nel
nostro esempio), che talora mantengono il disturbo psicopatologico (la
paura abnorme, cioè un disturbo d’ansia, nel nostro esempio) anche

264
quando le condizioni di innesco dell’emozione di base (la paura di
separazione) sono mutate (ad esempio, il legame di attaccamento si è
interrotto da tempo, e se ne sono formati altri dai quali il paziente non
desidera separarsi).
Una tale rivisitazione delle tesi di Janet, basata su una prospettiva
evoluzionista ed effettuata attraverso una loro riformulazione nei termi-
ni generali della psicologia cognitivista contemporanea (conoscenza
esplicita ed implicita), sembra potersi adattare anche a proposte sulla
psicopatologia recentemente emerse nell’ambito più specifico della scien-
za cognitiva classica, come quelle derivanti dalle teorie modulari del-
l’architettura cognitiva (Marraffa 2002). In altre parole, è possibile
concepire l’esistenza di moduli innati, deputati ciascuno alla sintesi di
specifiche classi di emozioni in risposta a specifiche contingenze di
interazione individuo-ambiente. Ed è possibile ipotizzare che i processi
sovramodulari (ipotizzati dalle versioni deboli della modularità massiva),
deputati allo sviluppo di attribuzioni di nome, causa, valore e significa-
to all’esperienza, siano ostacolati nel loro operare su una o più di tali
classi di emozioni.
Le nostre riflessioni sul potenziale patogeno del misconoscimento
del valore e del senso, evoluzionisticamente determinati, delle proprie
emozioni di base, si prestano anche a formulazioni consonanti con
alcune recenti versioni «non classiche» (Marraffa 2001) delle scienze
cognitive, come è suggerito dai ripetuti riferimenti all’opera di Edelman
(1989) in quanto precede. Dunque, il tema psicopatologico del mismatch
o disaccordo fra 1) senso evoluzionistico di un’emozione e 2) significa-
to ad essa attribuito nei sistemi individuali di credenze, si presta ad
essere sviluppato all’interno di cornici concettuali diverse, ma tutte
contenute nell’ambito del cognitivismo. Questo tema, di conseguenza,
corrisponde bene ai meriti che Mancini (2002) attribuisce ad ogni inda-
gine che utilizzi la scienza cognitiva come fondamento per lo studio
della psicopatologia, meriti che consistono nel rivedere la fondatezza e
l’utilità di alcuni luoghi comuni della psicopatologia «…e anzitutto la
distinzione fra mente calda e mente fredda, fra ragione e passione, fra
emotivo e cognitivo» (Mancini 2002, 12). Tale revisione, come Manci-
ni osserva, conduce alla rinuncia ad ipotizzare un’opposizione natural-
mente precostituita fra ragione e passione, fra cognizione ed emozione
(Mancini 2002, 13). In effetti, nel modello di conoscenza e regolazione
delle emozioni di base che qui abbiamo presentato, non esiste una tale
precostituita opposizione, un tale radicale conflitto, ma solo un possibi-
le disaccordo successivo nel corso dello sviluppo, conseguente ad un’ina-
deguata costruzione della conoscenza esplicita delle emozioni.
La rinuncia all’idea classica di un radicale e costitutivo conflitto fra
cognizione ed emozione è, naturalmente, un frutto immediato anche
delle prospettive cognitiviste che, per studiare il rapporto fra cognizio-
ne ed emozione, si fondano (esplicitamente o tacitamente) sulle teorie

265
socio-costruttivista o componenziale. Tuttavia, esistono notevoli diffe-
renze fra il modello cognitivo-evoluzionista (qui illustrato usando come
esempio il suo modo di affrontare il tema della regolazione delle emo-
zioni) e i modelli di psicopatologia cognitivista, basati sulle teorie
socio-costruttivista e componenziale, che (a differenza della teoria
psicobiologica) risolvono i rapporti fra cognizione ed emozione inse-
rendo i processi cognitivi, senza ulteriori specificazioni, fra i costituenti
stessi di tutte le emozioni. La breve discussione di una fra tali differenze
concluderà il presente contributo.

8. È L’UOMO UN AGENTE COGNITIVO?

Se le emozioni riconoscono alcuni processi cognitivi fra i loro


costituenti fondamentali, e li riconoscono come costituenti di almeno
pari dignità nella sintesi dell’esperienza emozionale rispetto agli inne-
schi delle emozioni da parte di alcune contingenze ambientali o
interpersonali e all’attivazione degli scopi, allora è decisamente ade-
guata la descrizione dell’uomo come un agente cognitivo. Un agente
cognitivo è tale in quanto «basa i suoi scopi, le sue preferenze e le sue
decisioni sulle sue credenze» (Mancini e Gangemi 2002, 208). Se inve-
ce almeno alcuni scopi e preferenze, per di più assai importanti per la
sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente evoluzionistico, sono am-
piamente indipendenti dalle credenze (intese come strutture della cono-
scenza esplicita), nel senso che possono attivarsi indipendentemente da
esse, allora l’uomo non è adeguatamente, cioè sufficientemente, de-
scritto dalla nozione di «agente cognitivo». La prospettiva psicobiologica
sostiene appunto che le emozioni di base rivelano scopi e preferenze
selezionati dall’evoluzione, e che restano ampiamente indipendenti da
ogni credenza esplicita per tutto l’arco della vita. Per fare un solo
esempio: nonostante la grande variabilità delle credenze umane circa la
morte (dalla successiva sopravvivenza in un’altra dimensione di realtà
all’annichilimento, dal ritenerla frutto di destino al ritenerla causata
dalle azioni del defunto o dei suoi predecessori fino ad Adamo, dal
considerarla liberatoria rispetto alle sofferenze umane al considerarla il
male fondamentale), le reazioni al lutto per la morte di una figura di
attaccamento sembrano avere come nucleo fondamentale una sequenza
emotiva rintracciabile sempre. Rintracciabile, cioè, al di là delle pur
notevoli differenze individuali legate alle diverse credenze sulla morte,
e al di là persino della qualità, positiva o negativa, della relazione con
quella particolare figura di attaccamento (Bowlby 1980).
Se l’uomo, come suggeriscono le prospettive socio-costruttivista e
componenziale, è adeguatamente descritto dalla nozione di agente
cognitivo, allora una serie di importanti problemi della psicopatologia
(primo fra tutti, quello del cosiddetto paradosso nevrotico: Mancini e

266
Gangemi 2002) devono essere affrontati sulla base di spiegazioni che
invochino: 1) l’importanza sovraordinata del mantenimento della coe-
renza del sistema conoscitivo (nonostante l’invalidazione di singole
credenze prodotta dalla sofferenza stessa, queste credenze sono mante-
nute in quanto funzionali ad assicurare coerenza al complesso sistema
conoscitivo nel suo insieme); 2) un vantaggio emotivo secondario tratto
dalle credenze coinvolte nel mantenimento paradossale della sofferen-
za; 3) la conferma delle credenze che sostengono la patologia attraverso
particolari e complessi effetti non coscienti degli stati intenzionali di
cui quelle credenze fanno parte (Mancini e Gangemi 2002). La conse-
guenza pratica, nella conduzione della psicoterapia, del considerare
l’uomo un agente cognitivo sarà allora di mirare a restituire al paziente:
1) una comprensione della propria coerenza sistemica, oppure di aiutar-
lo a 2) identificare il vantaggio secondario e a rinunciarvi, o ancora a 3)
identificare gli errori – per esempio, di omissione della ricerca attiva di
credenze alternative – che sono alla base della conferma delle credenze
patogene.
Se invece l’uomo, come suggerisce la prospettiva psicobiologica ed
evoluzionista, non è adeguatamente e sufficientemente descritto dalla
nozione di agente cognitivo, problemi come quello del paradosso ne-
vrotico (del mantenimento cioè delle credenze correlate alla sofferenza
emotiva nonostante l’evidenza della loro natura controproducente) pos-
sono essere affrontati, almeno in alcune circostanze, anche consideran-
do le conseguenze di un disaccordo (una sorta di dissociazione funzio-
nale) fra emozioni e cognizioni. E si può studiare come tale disaccordo
possa prendere forma, come si è visto, senza cadere nella fallacia di
considerare emozione e cognizione radicalmente opposte o in ontologico
reciproco conflitto. Per risolvere il disaccordo fra emozioni di base e
conoscenza esplicita del loro senso e valore, l’operazione terapeutica
fondamentale (certamente compatibile con l’attribuzione di importanza
centrale ai processi cognitivi) mirerà a porre in allineamento e sintonia
quel che il paziente crede e quel che sente, correggendo quanto di quel
che crede gli impedisca di cogliere il senso ed il valore delle sue proprie
emozioni percepite. Se si considera in quest’ottica il processo terapeutico,
anche gli interventi basati sull’empatia piuttosto che sulla critica espli-
cita di strutture cognitive rientrano tra i possibili interventi di correzio-
ne della conoscenza: nella misura in cui l’atteggiamento empatico del
terapeuta verso alcune emozioni del paziente conduce quest’ultimo a
rivedere le convinzioni negative attraverso le quali prima giudicava tali
emozioni, l’effetto dell’empatia può rientrare fra gli oggetti di studio
della psicopatologia e della psicoterapia cognitivista.

267
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Giovanni Liotti, Scuola di Psicoterapia Cognitiva, Viale Castro Pretorio 116,


00185 Roma. E-mail: liotti@apc.it

269
ALFREDO CIVITA

PSICOANALISI E PSICOTERAPIA COGNITIVA

1. PREMESSE TEORICHE

Lo scopo di questo scritto è descrivere una differenza fondamentale


tra psicoanalisi e psicoterapia cognitiva. La differenza concerne l’atteg-
giamento del paziente sia nei confronti del sapere del terapeuta sia nei
confronti del sapere in generale. Illustrerò la differenza attraverso una
serie di esempi clinici. Prima di presentare il materiale clinico, introdur-
rò alcune considerazioni teoriche.
Nella comunità psicoanalitica la sensazione che la psicoanalisi sia
in crisi è da qualche tempo molto forte. Un segno della crisi è il
proliferare di teorie psicoanalitiche contrastanti che generano un plura-
lismo caotico che disorienta.
La crisi della psicoanalisi ha molte cause. Una è sicuramente il
senso di inferiorità e di accerchiamento rispetto al poderoso sviluppo
delle scienze cognitive: della neurobiologia e della psicofarmacologia
da un lato, e della psicologia cognitiva, compreso il cognitivismo clini-
co, dall’altro.
A proposito della crisi della psicoanalisi ricordo l’importante arti-
colo di Kandel (1999), in cui questo grande scienziato sostiene che per
sopravvivere, la psicoanalisi deve fondare le sue teorie sulle acquisizioni
delle neuroscienze; era questa del resto anche l’ambizione del giovane
Freud. Kandel assegna alla psicoanalisi un compito sacrosanto ma che
allo stato delle conoscenze, sia in neurobiologia sia in psicoanalisi,
appare per ora improponibile (Civita 2002).
Nella psicoanalisi attuale questa condizione di crisi ha dato origine
a tre reazioni di natura diversa che hanno però in comune il bisogno, se
non di rifondare, almeno di svecchiare la teoria e la pratica psicoanalitica,
attraverso l’incontro con discipline e metodologie che sono quasi sem-
pre rimaste estranee alla psicoanalisi classica. Dopo decenni di splendi-
do isolamento, la psicoanalisi si apre così al mondo esterno. Per ragioni
di spazio presenterò le tre reazioni in maniera fortemente sintetica;
ognuna di esse meriterebbe in realtà un intero libro.
La prima reazione è consistita in un imponente sviluppo di ricerche

SISTEMI INTELLIGENTI / a. XVI, n. 2, agosto 2004 271


volte a mettere a punto rigorosi metodi empirici per studiare il processo
e i risultati delle terapie di tipo analitico. L’indagine viene condotta per
lo più su sedute audioregistrate. Queste ricerche hanno già portato a
risultati di rilievo. Vi sono però due limiti. Il primo è materiale e
riguarda in particolare il nostro paese. Questo tipo di studi richiede da
parte dei gruppi di ricerca un tale dispendio di tempo, di pazienza, di
energie e di denaro da diventare di fatto irrealizzabile nei nostri Istituti
universitari di psichiatria che dispongono di esigui fondi di ricerca e
sono peraltro ben poco generosi per questo tipo di iniziative.
Inoltre queste ricerche si svolgono all’interno del paradigma
psicoanalitico, i risultati sono pertanto limitati agli psicoanalisti, e
almeno per ora appare improbabile uno scambio di conoscenze con altri
paradigmi psicopatologici e psicoterapeutici. Occorre anche ricordare
che le ricerche empiriche sono osteggiate da molti psicoanalisti che
vedono in esse uno snaturamento dello spirito della psicoanalisi1. Resta
il fatto che questo nuovo orizzonte dell’indagine psicoanalitica costitui-
sce ormai una realtà consolidata, alla quale bisogna solo dare il tempo
di maturare ulteriormente.
La seconda reazione alla crisi consiste nel tentativo di incorporare
nel patrimonio teorico della psicoanalisi sia conoscenze di psicologia
evolutiva provenienti dall’infant research, sia conoscenze scaturite in
ambito cognitivista.
Lo psicoanalista inglese P. Fonagy (Fonagy e Target 2001) è sicura-
mente l’autore più impegnato in questo senso. Egli ha introdotto nel
corpo teorico e clinico della psicoanalisi la Teoria dell’attaccamento e
la Teoria della Mente. Tra i molti autori che hanno intrapreso iniziative
analoghe a quelle di Fonagy ricordiamo Bucci (1997) e Wakefield
(1990). L’obiettivo di entrambi è di modernizzare la psicoanalisi pro-
muovendo un dialogo con le scienze cognitive.
Non è questa la sede per avanzare obiezioni nei confronti di tali
iniziative, la cui rilevanza non deve comunque essere sottovalutata. Mi
limiterò a un semplice cenno critico. Fonagy e gli altri autori nominati
sembrano non tener conto delle differenti epistemologie che caratteriz-
zano la produzione delle conoscenze nelle diverse discipline che essi
mettono a confronto in vista di un’integrazione: psicoanalisi, teoria
dell’attaccamento, psicologia evolutiva, psicologia cognitiva. La diffe-
renza epistemologica non ha un significato puramente accademico o
speculativo; da essa discendono importanti differenze in ordine alle
teorie cliniche e alla tecnica del trattamento (Civita 2003).
La terza reazione è la più importante sul piano pratico. Negli ultimi

1
Forse il più autorevole psicoanalista che ha aspramente criticato la ricerca
empirica è A. Green. In proposito si veda, in Maggioni (2002), il resoconto dell’accesa
discussione tra Green e D. Stern che si tenne nel 1997 all’University College di
Londra.

272
due decenni nel mondo psicoanalitico si sono affermati una varietà di
modelli teorico-clinici (costruttivista, interpersonale, intersoggettivo e
così via) che hanno in comune questa convinzione: il setting psicoanalitico
classico, quello teorizzato da Freud quasi un secolo or sono, non è più
adatto ai nostri tempi.
Il ritratto dello psicoanalista dipinto da Freud nei suoi scritti sulla
tecnica era più o meno questo: un terapeuta imperturbabile, silenzioso,
che parla solo per far cadere dall’alto le sue ficcanti interpretazioni di
transfert, un terapeuta che non esce mai allo scoperto, che non interagisce
col paziente, non dà consigli o ammonimenti, non risponde alle doman-
de e così via2.
Gli orientamenti psicoanalitici che ho prima nominato sovvertono
questa immagine così pesantemente asimmetrica del lavoro dell’anali-
sta. La centralità terapeutica dell’interpretazione di transfert è ridimen-
sionata; l’interazione col paziente diviene un momento fondamentale,
così come la relazione reale, distinta da quella transferale; all’analista è
ora consentito di esporsi, di rispondere alle domande, perfino, in alcuni
casi, a quelle strettamente personali. Molti psicoanalisti, infine, non si
peritano di impiegare tecniche cognitive o pedagogiche. Per esempio, in
alcune circostanze l’analista può chiedere al paziente di tenere un diario
dove appuntare pensieri, emozioni, sogni. Infine, anche il setting mate-
riale è molto mutato: si conducono terapie analitiche a una seduta
settimanale, si consente al paziente di telefonare nel corso della settima-
na o nelle vacanze, durante le quali qualcuno arriva fino al punto di
spedire una cartolina al paziente.
Soprattutto se teniamo presente questa terza reazione, dobbiamo
concludere che la psicoanalisi attuale si trova in uno stato di notevole
vitalità intellettuale ma anche di confusione. Io credo che questa confu-
sione si diradi un poco introducendo la differenza tra psicoanalisi e
cognitivismo clinico che rappresenta l’oggetto del presente scritto.

2. ARGOMENTI ED ESEMPI CLINICI

La tesi clinica da cui parto – una tesi che ha un fondamento teorico


che esporrò in conclusione – è questa: al di là delle affinità che le
avvicinano e che sono proprie in realtà di quasi tutte le psicoterapie, la
terapia analitica e quella cognitiva sono sostanzialmente diverse in un
punto fondamentale. Credo inoltre che questa diversità abbia la seguen-
te importante implicazione: per alcuni pazienti è adatta una terapia
cognitiva, per altri è adatta una terapia analitica.

2
In realtà i suoi casi clinici, insieme ai resoconti dei pazienti (Albano 1987), ci
mostrano che Freud, nel lavoro clinico, era ben lontano dall’immagine di psicoanalista
che andava teorizzando.

273
Cercherò ora di illustrare il punto della differenza descrivendo in
maniera forse un po’ troppo impressionistica due tipologie di pazienti.
Per introdurre la prima tipologia prendo le mosse da un’antica
osservazione di Freud: «Al di sotto di un certo livello di intelligenza, il
metodo non è assolutamente applicabile, e qualsiasi elemento di debilità
mentale lo rende estremamente difficile» (Freud 1895, 403).
Forse oggi non è politicamente corretto affermarlo, e certo molti
psicoanalisti non sono d’accordo con me, ma io credo che l’osservazio-
ne di Freud sia tuttora condivisibile.
Ritengo, in altri termini, che per avviare un processo psicoanalitico
vero e proprio – non una grottesca simulazione – il paziente debba
essere culturalmente e anche intellettualmente attrezzato. Altrimenti
non sviluppa alcun interesse verso ciò che gli si chiede di fare e quindi
non lo capisce.
Dicendo questo mi riferisco non solo alla psicoanalisi ortodossa (a
tre o quattro sedute settimanali), ma anche alle psicoterapie a indirizzo
analitico con una o due sedute alla settimana.
A non funzionare con pazienti che non possiedono questi requisiti è
il setting analitico, e in particolare l’atteggiamento mentale che il setting
analitico implica.
Mi spiego cercando di toccare subito l’aspetto cruciale della que-
stione. L’atteggiamento mentale del terapeuta analitico consiste essen-
zialmente in questo: nei confronti dei bisogni del paziente, del benesse-
re che egli si augura di raggiungere, di che cosa per lui significhi stare
meglio e di cosa fare a tale scopo, nei confronti di tutto ciò il terapeuta
analitico si dispone, all’inizio della terapia e spesso per un lungo tempo,
in uno stato mentale caratterizzato da due elementi decisivi.
Primo: la consapevolezza di non sapere quasi nulla in proposito
(come far star bene il paziente e che cosa significhi per lui star bene),
unita alla capacità di tollerare questa condizione spesso penosa di dub-
bio e ignoranza3.
Secondo: la speranza che, mediante un lavoro analitico corretto, dal
non sapere e dalla confusione degli inizi affiori lentamente nel corso del
processo terapeutico la verità e con essa il cambiamento.
Molti pazienti, nel cosiddetto transfert, attribuiscono al terapeuta
quello che Lacan (1964) chiamava un supposto sapere: ritengono che
l’analista disponga di tutte le conoscenze che sono loro necessarie.
Lacan stesso sosteneva che l’analisi inizia davvero solo quando cade
questa attribuzione di sapere, di onniscienza.
Per esempio: un paziente mi chiede un consiglio: se fa bene a
rompere una relazione sentimentale che lo fa soffrire. Mi chiede qual è
la scelta migliore per lui. Ma io come faccio a saperlo? Magari ho in

3
È ciò che Bion (1970) chiama capacità negativa.

274
mente un’ipotesi, ma quanto conta? La svolta, nel processo analitico, si
realizza quando il paziente arriva a rendersi conto che il suo terapeuta
non è un semidio, ma una persona in carne e ossa che ha i limiti di ogni
essere umano, e il cui compito è di mettere a disposizione le sue
competenze per aiutarlo a trovare dentro se stesso le risposte che cerca.
Detto altrimenti, l’analisi decolla quando il paziente si assume la
responsabilità di partecipare in prima persona alla terapia. È un fatto
evidente che molti pazienti non sono in grado di capire cosa significhi
assumersi tale responsabilità, oppure, come vedremo, non hanno la
benché minima intenzione di farlo.
Queste persone, se soffrono di disturbi psichici, hanno bisogno
proprio di ciò che Lacan considera l’ostacolo principale alla psicoana-
lisi: il supposto sapere del terapeuta. Hanno bisogno di affidarsi, di
essere guidate e curate da una persona alla quale attribuiscono il posses-
so del sapere.
Per chiarire questo punto espongo brevemente un esempio clinico4.
Il paziente era un giovane e simpatico muratore che soffriva di intensi
attacchi di panico. Lo seguivo, parecchi anni or sono, in un servizio
psichiatrico. Poiché a questo ero addestrato, il mio atteggiamento era di
tipo analitico: ignoravo da dove derivassero gli attacchi di panico; dalle
cose che mi raccontava della sua difficile esistenza, congetturavo che
dietro il panico si nascondesse una sofferenza ben più profonda. Con
molta ingenuità e con ben pochi risultati, cercavo di esplorare con lui
questo sfondo oscuro.
Dopo alcune settimane, un giorno accadde questo: il paziente si
presenta in seduta con aria contenta e quasi di sfida. Mi dice che è stato
dal suo medico di base, il quale gli ha diagnosticato un’asma, interpre-
tando inoltre i suoi attacchi di panico come una conseguenza delle crisi
respiratorie. Gli ha prescritto uno spray antiasmatico. Con l’assunzione
dello spray, gli attacchi di panico scompaiono.
Durante quella seduta il paziente mi comunica che ha intenzione di
interrompere la terapia – del resto perché mai avrebbe dovuto prose-
guirla, visto che ora stava bene?
Non avevo il minimo dubbio che, dal punto di vista fisiologico, gli
attacchi di panico fossero largamente indipendenti dalla sua lieve asma;
sospettavo se mai che le difficoltà respiratorie fossero una conseguenza
del disagio psichico ed esistenziale.
Come comportarmi? Avrei forse dovuto dissuaderlo dall’interrom-
pere la psicoterapia? Avrei dovuto comunicargli i miei pessimistici
dubbi? Resto convinto che se l’avessi fatto, avrei compiuto un errore
madornale, sia dal punto di vista terapeutico sia da quello etico.

4
Tutti gli esempi clinici che presenterò sono inventati. Ognuno, tuttavia, nasce
da un’esperienza reale.

275
Quel simpatico ragazzo aveva ricevuto dal suo medico tutto ciò di
cui, in quel momento della sua vita, aveva bisogno per superare le sue
difficoltà: al posto di una misteriosa diagnosi psichiatrica, una mite
diagnosi organica. Al posto della strana richiesta di parlare, di ragiona-
re, di raccontare, di ricordare, uno spray liberatorio, facilissimo da
usare e perfino di gradevole foggia. In quell’ultima seduta poggiò lo
spray sul tavolo che ci divideva, come a dire: «Ecco quello che mi
serve!». Non ho più avuto notizie di quel ragazzo, ma non escludo – e
lo spero vivamente – che i suoi attacchi di panico siano davvero scom-
parsi per sempre.
Dunque, prima tipologia: il paziente che ha bisogno, per stare me-
glio, di qualcuno che gli dica chiaramente come stanno le cose e come
deve comportarsi.
Nel testo che prima citavo, Freud introduceva un altro requisito del
trattamento analitico: «Il procedimento è faticoso e sottrae molto tempo
al medico, presuppone in lui un grande interesse per i fatti psicologici»
(Freud 1895, 403).
Aggiungerei che non solo il medico ma anche il paziente deve avere
un grande interesse per i fatti psicologici. Questo punto ci introduce a
una variante molto interessante della prima tipologia: è formata da
pazienti colti, intelligenti, spesso laureati, che tuttavia non hanno nessu-
na voglia di cambiare se stessi; non vogliono mettersi in discussione,
come si suol dire. La loro personalità va bene così, quello che chiedono
è solo di soffrire di meno e di adattarsi meglio al mondo esterno. Anche
per questi pazienti la psicoanalisi pura è controindicata.
Espongo in breve un altro caso clinico: è una donna nubile di 30
anni che è in terapia con me, una seduta alla settimana e in vis à vis, da
sette anni. La chiamerò Marcella. La sua diagnosi è inequivocabile:
disturbo paranoide di personalità. Il disturbo non è particolarmente
grave, la paziente non ha mai delirato (almeno in senso stretto), non ha
mai avuto condotte violente contro se stessa o contro altri. L’atteggia-
mento paranoide è però pervasivo, sistematico, incrollabile e ha pesan-
temente influenzato molti aspetti della sua vita: i rapporti con la fami-
glia, il lavoro, le relazioni sentimentali e sessuali, le amicizie.
La sua è stata una vita piena di frustrazione e d’infelicità. Ben presto
ho capito che con questa paziente l’atteggiamento analitico – neutralità,
silenzio, rare interpretazioni e così via – era assolutamente contropro-
ducente.
Ricordo che nelle prime sedute, quando ancora cercavo di pormi in
una posizione analitica, la risposta di Marcella ai miei interventi era un
pianto a un tempo disperato e rabbioso. Siccome ritengo sconsiderata
l’idea che i pazienti debbano necessariamente attraversare una fase di
dolore mentale, cambiai immediatamente il mio atteggiamento, assumen-
do una disposizione empatica di ascolto, di accoglimento e anche di guida.
Per esempio, le dicevo e tuttora le dico: «Fossi al suo posto, farei così...».

276
Marcella è intelligente, colta (si è da poco laureata in Legge), ma
non aveva e non ha alcuna intenzione di intaccare la sua forma di vita,
il suo progetto di mondo, come direbbe Binswanger. Verso i fatti psico-
logici, di cui parlava Freud, Marcella non ha alcun vero interesse.
Ebbene, se lei non vuole interessarsi del suo mondo psichico, perché
dovrei farlo io? Ancor più chiaramente: se lei non vuole cambiare la sua
personalità, con quale diritto dovrei io cercare di cambiarla?
Mi sono chiesto talvolta come mai questa paziente prosegua la
terapia, la quale da un punto di vista strettamente clinico ha conseguito
ben pochi risultati. Il disturbo paranoide persiste, tutt’al più i sentimenti
di rabbia, di odio e di umiliazione le risultano più comprensibili e
quindi più modulabili. La struttura paranoide è però sempre la stessa.
Riconosco due ragioni per cui Marcella continua volentieri la tera-
pia. La prima è tristemente umana: Marcella è sola, non ha un fidanzato,
ha poche e superficiali amicizie. Io sono per lei una compagnia, le
sedute sono sempre animate e ci coinvolgono, qualche volta posso
perfino concedermi il lusso di fare dell’ironia sul suo sentirsi sempre
una vittima che incontra un nemico, dovunque vada.
Una seconda ragione è clinicamente più importante: con me – e solo
con me – può dare libero sfogo ai suoi dolori e anche, per così dire, ai
suoi piaceri paranoici. Io l’ascolto, solidarizzo, cerco semplicemente di
addolcire, di sdrammatizzare le azioni persecutorie di cui si sente vitti-
ma e di cui spesso lo è realmente. In breve: viene da me furiosa, quando
va via la sua rabbia si è mitigata. L’obiettivo di questa psicoterapia è di
insegnare a Marcella a fare da sola quello che fa insieme a me.
Direi che il relativo successo di questo trattamento è dipeso dall’es-
sere riuscito a non assumere mai agli occhi di Marcella un ruolo di
persecutore. Sono sicuro, viceversa, che se avessi persistito in un atteg-
giamento analitico, proprio io sarei diventato il suo più maligno perse-
cutore.
Pensare di fare analisi in senso stretto con questo tipo di pazienti è
pura tracotanza. Con questi pazienti la terapia cognitiva, eventualmente
unita a un trattamento farmacologico, è sicuramente la più indicata.
Oppure può dimostrarsi efficace la strategia che ho adottato con Marcella:
ascoltare, empatizzare, invitarla a esaminare accuratamente le situazio-
ni persecutorie che la coinvolgono, con lo scopo di portarla a vedere le
cose in un modo nuovo e meno drammatico.
Passo alla seconda tipologia di pazienti. Ne descrivo il tipo ideale,
per così dire: sono pazienti colti, curiosi, introspettivi, capaci e anzi
desiderosi di entrare in una relazione emotiva e conoscitiva con il
terapeuta. Una relazione che può essere pacifica o anche turbolenta,
senza che però la turbolenza sfoci mai in una reale ostilità o aggressivi-
tà. Questi pazienti accettano, anzi apprezzano il setting analitico.
Per esempio, che il terapeuta di norma non risponda alle loro do-
mande, è qualcosa che li intriga e rappresenta una sorta di sfida emozio-

277
nante. Spesso, con un sorriso malizioso sulle labbra, dicono: «Le farò
una domanda, ma tanto lei non mi risponderà». Se però io rispondo, non
vivono la cosa come una vittoria, ma come un avvicinamento.
Altro esempio: un paziente sulla quarantina incrocia sulla porta a
fine seduta la mia paziente successiva, una giovane donna. Nella seduta
dopo formula da sé l’interpretazione di transfert che io avevo in mente:
«Sono sicuro – mi dice sogghignando – che ha pensato che io ho provato
gelosia per quella paziente carina che ho visto l’altra volta. È vero, lo
confesso!».
Pazienti come questi, in certo senso, non devono neanche imparare
a fare l’analisi, sanno fin dall’inizio di cosa si tratta. Costoro possono
trarre da un trattamento analitico un sostanziale giovamento.
Non mi soffermo su questa tipologia, mi limito a un’unica osserva-
zione. Non credo che questi pazienti possano giovarsi di una terapia
cognitiva o comportamentale. Difficilmente tollerano che qualcuno dica
loro cosa fare e cosa pensare. Nella pratica clinica questo fatto trova
conferma in comunicazioni di questo genere: «Il mio precedente terapeuta
mi dava da fare dei compiti a casa. Secondo me, era lui che doveva
curarsi».
Da quanto detto finora discende un’importante conseguenza: se è
questo il profilo del paziente ideale per una psicoanalisi, ne consegue
che sono adatti alla psicoanalisi solo le nevrosi e i lievi disturbi di
personalità. Psicosi e gravi disturbi di personalità restano esclusi.
Era questa l’opinione di Freud e mi sento di condividerla completa-
mente. Pazienti con queste patologie dovrebbero essere inviati ad altre
forme di trattamento. Altrimenti l’impostazione analitica deve essere
sostanzialmente modificata, e il terapeuta deve essere in grado di impie-
gare tecniche diverse da quelle analitiche.
Molte terapie s’interrompono precocemente, durano all’infinito o,
peggio, risultano iatrogene, quando il terapeuta sbaglia nel valutare la
tipologia del paziente che ha di fronte. Riuscire a formulare al più presto
una corretta diagnosi tipologica è tanto difficile quanto decisivo.
Un piccolo esempio a mio carico: avevo in terapia un paziente che
si era rivolto a me per una crisi matrimoniale che non si sentiva in grado
di gestire. Cosa faceva in seduta questo paziente? In realtà in seduta non
ci veniva neanche, perché al posto suo portava, in absentia, la moglie.
Nei nostri incontri non faceva altro che parlare ininterrottamente, sem-
pre col sorriso sulle labbra, del brutto carattere della moglie, delle
angherie e dei torti che doveva sopportare.
Con me aveva stabilito una relazione di amicizia, mentre la relazio-
ne terapeutica avrebbe dovuto svolgersi tra me e la sua cattiva consorte.
Fui io a provocare, con un acting out, la precoce interruzione del
trattamento. Stufo di queste sedute estenuanti, lo invitai insensatamente
a passare dal vis à vis al lettino. Il paziente, a buon diritto, non si fece
più vedere.

278
A posteriori devo riconoscere che il mio errore fu di aver clamoro-
samente sottovalutato la severità della patologia di questo paziente: il
suo problema non era semplicemente quello di incontrare delle resisten-
ze a parlare di sé, del suo mondo interno – questo accade a tutti. Le sue
difficoltà nascevano da un profondo difetto delle sue capacità meta-
cognitive.

3. CONCLUSIONI

Riassumo in modo schematico le considerazioni fin qui svolte. Ho


descritto due tipologie ideali di pazienti e di esseri umani. Parlo di
tipologie ideali perché probabilmente nessuna persona reale rientra
pienamente nell’una o nell’altra.
La prima tipologia è formata da quanti hanno bisogno di fidarsi e
affidarsi al sapere del terapeuta. Non hanno invece alcuna voglia di
assumere una posizione attiva in vista di una più profonda conoscenza
di se stessi. Queste persone, inoltre, si piacciono così come sono, non
sentono pertanto alcun desiderio di modificare in modo sostanziale la
propria personalità. Riprendendo le parole di Freud, potremmo dire che
esse non hanno un vero interesse per i fatti psicologici.
Alla seconda tipologia appartengono le persone che non sono dispo-
ste a sottomettersi passivamente al sapere altrui; il sapere su se stessi,
sul proprio mondo psichico, deve sgorgare dal loro interno. Queste
persone vivono la terapia analitica come un viaggio avventuroso verso
un continente ignoto che in pari tempo li spaventa e li affascina.
Il primo gruppo è adatto alle terapie cognitive e comportamentali, o,
se è il caso, a terapie farmacologiche. Il secondo alle terapie di tipo
psicoanalitico5.
Ritengo che l’elemento cruciale che differenzia le due tipologie sia
l’atteggiamento verso il sapere. Concluderò pertanto con una rapida
riflessione sul concetto di sapere.
Tra psicoanalisi e cognitivismo esiste, a mio parere, una diversità di
natura epistemologica che riguarda per l’appunto il concetto di sapere,
e con esso quello di teoria. Mi spiegherò in modo molto schematico;
l’argomento richiederebbe in effetti un ben altro approfondimento.
Le teorie cognitive sono di validità universale o almeno ambiscono
a essere tali. Per esempio, quando parlano di memoria procedurale, i
cognitivisti si riferiscono a una funzione psichica che si applica a tutti
gli esseri umani, indipendentemente dalla loro specifica individualità. Il
concetto di memoria procedurale è costruito in modo tale da rendere

5
Va da sé che questa piccola classificazione non ha alcuna implicazione morale.
È semplicemente il tentativo di distinguere due ideali tipi umani.

279
irrilevanti le variabili individuali. Non importa che cosa vi sia dentro la
memoria procedurale, ciò che conta è l’universalità della funzione.
Le teorie psicoanalitiche sono diverse e diverso è il loro funziona-
mento. A rigore non sono neanche delle teorie in senso proprio, non
hanno infatti nessuna validità universale – anche se spesso si vantano di
averla. Inoltre, come hanno dimostrato i filosofi della scienza, non sono
verificabili né falsificabili. Si tratta piuttosto di dispositivi che orienta-
no il terapeuta nel rapporto col paziente, consentendogli di acquisire
conoscenze assai profonde sulla sua personalità e la sua irripetibile
storia di vita. Il sapere psicoanalitico è di natura individuale: questa è la
sua forza e la sua debolezza (come notava anche Kandel nell’articolo
che ricordavo in precedenza).
Per esempio, la teoria dell’Edipo – come la si legge sui libri – è uno
schema insaturo che si presta a tante realizzazioni quanti sono i singoli
individui ai quali viene applicata. Ognuno ha la sua personale vicenda
edipica, e la teoria dell’Edipo non descrive nessuna di queste vicende.
La teoria si limita semplicemente a fornire al terapeuta i punti cardinali
per conseguire conoscenze relative al modo in cui l’infanzia del pazien-
te ha influenzato la sua vita.
In ogni malattia mentale esistono elementi comuni a tutti quelli che
ne soffrono, ed esistono poi innumerevoli altri elementi che non sono
universali ma individuali: appartengono esclusivamente al soggetto che
di volta in volta abbiamo di fronte.
L’organizzazione concettuale della teoria cognitiva consente al
terapeuta di sussumere gli elementi individuali sotto concetti universa-
li6. In tal modo gli elementi soggettivi vengono resi oggettivi e trattabili
come tali. Ciò spiega l’interesse dei terapeuti cognitivi verso la precisa
fenomenologia dei sintomi.
La psicoanalisi, viceversa, non esce dalla dimensione dell’indivi-
duale, se non nel senso di utilizzare schemi teorici insaturi che, a guisa
di bussola, orientano l’esplorazione dell’individualità.
Concludo azzardando la seguente ipotesi. Le persone che preferi-
scono affidarsi ed essere guidate dal sapere del terapeuta prediligono
una concezione universale, oggettiva, del sapere. Potremmo dire che in
loro prevale una mentalità scientifica.
Le persone che non tollerano di affidarsi alle conoscenze dell’altro,
prediligono una concezione umanistica del sapere. La loro mentalità è
maggiormente orientata verso l’arte e le scienze umane.

6
Non sto dicendo, ovviamente, che al terapeuta cognitivo non interessa
l’individualità del paziente. Un tale interesse è comune a tutte le forme di psicoterapia.
La presenza di un autentico interesse verso l’individualità e la soggettività del paziente
è costitutiva del concetto di psicoterapia. Sto dicendo semplicemente che la tendenza
nel cognitivismo è di incasellare i dati individuali nelle categorie universali della
teoria di base.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Alfredo Civita, Dipartimento di Filosofia, Università degli Studi di Milano, Via


Festa del perdono 7, 20122 Milano. E-mail: civita.alfredo@libero.it

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