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Tacito PODCAST

(di Davide Giuili)

«Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero (nuovo ordine) e
laddove creano desolazione, quella chiamano pace»
«E il volgo l’oltraggiava da morto con la stessa bassezza con il quale l’aveva adulato da
vivo»
«Rimaneva ancora almeno l’ombra di una libertà che stava per morire»
La guerra, il rancore, l’ambizione, l’esasperata ricerca del potere, l’angoscia, la punizione,
la morte per condanna e quella per congiura, elementi che potremmo trovare in
qualunque serie tv o film.
Perché le pulsioni più basse dell’uomo ci hanno sempre affascinato, in ogni epoca, in ogni
cultura. Abbiamo studiato, analizzato, cercato, a volte disperatamente, di comprendere
per quale motivo noi uomini spesso tendiamo così tanto alla malvagità, alla soppressione
dell’altro, a vincere barando, a uccidere ridendo.
Ma questa non è la puntata sul Trono di Spade: è la puntata su Tacito!
In epoca romana ci sono stati tanti autori che hanno dato voce a questi sentimenti.
Facciamo dei nomi: Livio, Sallustio, Cicerone, Seneca... Ma più di tutti uno storico di età
imperiale è riuscito a mostrare queste caratteristiche dell’animo umano. Si tratta di Publio
Cornelio Tacito, che è l’autore di cui parliamo oggi.
I Argomento
Tutte le notizie biografiche su Publio Cornelio Tacito sono tratte dalla sua opera o da quella
di altri storici, come Plinio il Giovane, di cui si dice fosse grande amico. Ma le informazioni
che abbiamo sulla vita di Tacito non sono così certe.
Probabilmente nasce nel 55 d.C. Dove? Alcuni dicono in Umbria, a Terni. Ma secondo i più
è originario della Gallia, come suggerisce l’origine del cognomen Tacitus.
Possiamo essere più sicuri nel dire che la sua era una famiglia agiata, perché poco più che
ventenne il giovane Tacito sposa Giulia, un ottimo partito, figlia di un uomo molto
importante nell’impero.
Il padre di Giulia, il suocero di Tacito è infatti Giulio Agricola, importante generale,
principale dux – cioè comandante – della guerra di Britannia. Che certo dà una spintarella
alla carriera politica del genero.
Quando Tacito comincia a fare politica a Roma sono imperatori i Flavi. I Flavi sono una
dinastia che governa l’impero di Roma dal 69 al 96 d.C. Sono tre imperatori: Vespasiano
(quello dei Flavi che prende il potere), Tito (quello che conquista e distrugge
Gerusalemme) e Domiziano. La dinastia dei Flavi si interrompe quando il senato decide di
far fuori Domiziano, che si era fatto prendere troppo la mano.
Doverlo chiamare Dominus et deus, cioè signore e dio, per i senatori era decisamente
troppo. Dopo Domiziano, il senato di Roma mette a capo dell’impero l’anziano Cocceio
Nerva, senatore settantenne. Proprio sotto Nerva, nel 97 d.C, quando ha più o meno 42
anni, Tacito ottiene la carica di console (anche se è un console suffetto, cioè un rimpiazzo,
diciamo un panchinaro che a un certo punto entra in campo).
Tacito muore probabilmente nel 120, quando ha circa 65 anni.
Il periodo in cui vive Tacito, che chiamiamo età imperiale, vede l’avvicendarsi di dinastie di
imperatori, congiure di palazzo, guerre e amori tra consanguinei, tra gente della stessa
famiglia.
Ed ecco allora Imperatori bizzarri e sanguinari, generali prepotenti, donne che comandano
dietro a figli o mariti fantoccio, il senato che complotta. Insomma, non è difficile
immaginare come tutto questo condizioni la scrittura di Tacito. Ma la storia, certamente,
condiziona anche la sua visione pessimistica del genere umano. Dopotutto, come dargli
torto?
La prima opera di Tacito di cui si parla di solito, anche a scuola, è il Dialogus de oratoribus.
Il Dialogus viene sempre presentato per primo perché per lungo tempo si è creduto che
fosse un’opera giovanile di Tacito, ispirata allo stile e al pensiero di Cicerone. La critica
odierna non è poi tanto sicura riguardo all’attribuzione e ad oggi certezze sulla sua
datazione ancora non ce ne sono.
Sul contenuto possiamo dire di più. Come dice il titolo si tratta di un dialogo, una forma
letteraria che da Platone in poi riscontra grande successo nel mondo occidentale (questa
fortuna arriva fino a Leopardi, se ci pensiamo… con Le operette morali…) Il dialogus de
oratoribus di Tacito è un dialogo, appunto, e tratta di un tema caro al mondo romano, cioè
l’oratoria.
L’oratoria è l’arte di parlare, di costruire un discorso convincente, un discorso persuasivo.
Ovviamente è l’arte dei grandi avvocati che parlano in tribunale o in senato come Cicerone,
o dei politici che devono arringare le folle, come i Gracchi. Ce li ricordiamo i Gracchi?
In età imperiale, dove il potere è tutto nelle mani dell’imperatore, a che serve più
l’oratoria? Questo è il tema centrale del dialogo ed è anche l’idea di Tacito. Per bocca di
uno dei protagonisti del dialogo, un oratore di nome Materno, Tacito sostiene che l’arte
oratoria è in decadenza perché essa ha sempre vissuto nella libertà di pensiero, di parola,
di espressione politica. E da quando è nato l’impero, Tacito dice, questa libertà non c’è
più.
Bisogna anche ammettere, riconosce Tacito, che l’impero ha messo fine alla lunga fase
delle guerre civili che avevano dilaniato Roma fino all’avvento di Augusto. Perdere la
libertà ma smettere di fare la guerra. Un bel dilemma. Messa così, l’Impero sembra un
male necessario. Il cittadino può limitarsi, dentro il grande contenitore dell’impero, a fare
scelte dignitose per sé stesso e per lo Stato. Le scelte meno peggiori.
Più notizie sulla data di composizione le abbiamo sul De Vita Iulii Agricolae, anche detto
l’Agricola. Tacito lo scrive nel 96 d.C., quando è sposato con Giulia da vent’anni ed è
oramai un uomo maturo. L’Agricola è un’opera biografica sulla vita del suocero, un grande
e lungo elogio delle sue qualità morali, più che delle sue imprese di guerra.
Per questo i critici in genere inseriscono l’Agricola nel genere delle laudationes funebres,
cioè i discorsi fatti a funerali degli uomini importanti, che a Roma erano un vero e proprio
genere letterario. E però Agricola è ancora vivo quando Tacito scrive. Questo non è un
fatto di poco conto.
Ad essere morto, nel 97, è invece Domiziano, l’imperatore molto autoritario e dispotico
con cui termina la dinastia dei Flavi. Domiziano è la grande nemesi, il grande cattivo, che
aveva represso ogni forma di libertà e che per contrasto fa sembrare Agricola un campione
di Roma, un eroe della patria.
L’anno successivo, il 98, Tacito dà alla luce un’altra opera, che forse è il suo capolavoro. Il
titolo originale è De origine et situ Germanorum, ma oggi noi la conosciamo più
semplicemente come La Germania. Qui Tacito racconta i costumi (mores) e la tradizione
(mos maiorum) dei Germani, una popolazione distante anni luce, per cultura e modo di
vivere, dai romani. E ci racconta questa popolazione e questo incontro con una cura super
per i particolari, una narrazione quasi scientifica, per cui noi parliamo di narrazione storico-
etnografica.
Prima di Tacito, a fare il “racconto dei barbari”, o meglio a provare a fare il racconto degli
stranieri, era stato Caio Giulio Cesare, che ha scritto il De Bello Gallico. Ma altri precedenti
racconti di popolazioni non romane li possiamo trovare in Sallustio e in Livio.
Abbiamo detto che la Germania è una narrazione e una descrizione quasi scientifica, ma
Tacito non si risparmia qualche considerazione personale. Le parole e i discorsi che mette
in bocca a certi personaggi ci dicono molto di quale è il pensiero dello storico.
Per Tacito infatti La Germania nasce come un elogio ai costumi primitivi del popolo
barbarico germanico, coloro che vivono aldilà del fiume Reno.
Tacito racconta una popolazione ingenua e genuina, non corrotta come quella romana
della sua epoca.
I Romani, dice Tacito, dovrebbero guardarsi allo specchio per vedere cosa scorgono in quel
riflesso. Ci vedrebbero forse la decadenza, come il volto di Trimalcione, il personaggio di
Petronio, ossia la rappresentazione del borghese molle e arricchito.
Tacito è invece affascinato dalla truce faccia del barbaro, ignorante nei modi esteriori ma
genuino nelle intenzioni, e forte, sì, dannatamente forte.
Non è difficile comprendere la stima che Tacito prova nei confronti dei Germani, che è
anche un fascino accresciuto dalla paura. Lo storico da una parte vede nei Germani le virtù
che avevano fatto grande la Roma repubblicana, li prende proprio come esempio. Dall’altra
parte Tacito sa che i Germani, incorruttibili, potenti, con un’etica arcaica, possono
rappresentare una concreta minaccia alla salute dell’impero.
In queste prime tre opere di Tacito – il Dialogus de oratoribus, l’Agricola, la Germania –
vediamo già alcune caratteristiche evidenti della sua opera… non l’abbiamo detto ma
definiamo storiografiche queste sue opere… opere di storia. C’è in Tacito un bisogno di
riflettere sulla realtà storica e politica del suo tempo, in qualsiasi forma.
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II Argomento
Poco più di un decennio dopo la Germania, attorno al 110 d.C, quando ha 55 anni, Tacito
apre una nuova stagione della sua scrittura.
Ed ecco le Historiae. Con le Historiae, historie con l’acca davanti, Tacito si mette alla prova
come storiografo annalista. Ossia come storico che racconta i fatti anno dopo anno, e qui i
fatti sono i fatti accaduti tra il 69 d.C. e il 96 d.C. Queste due date, se ricordate, abbiamo
detto che segnano l’inizio e la fine dell’Età dei Flavi.
Dei 14 libri di Storie che Tacito scrive, noi oggi possiamo leggerne solo 4 (i primi 4), e un
pezzettino del quinto. Nei libri che ci sono pervenuti leggiamo quindi solo una parte della
storia che voleva raccontare Tacito. Leggiamo quello che era successo l’anno prima della
presa del potere da parte di Vespasiano, il 69, l’anno dei cosiddetti “quattro imperatori”.
Un anno in cui si erano avvicendati e scontrati, appunto, quattro imperatori: Galba, Otone,
Vitellio e lo stesso Vespasiano. Come sappiamo ad uscire vincitore da questo scontro era
stato Vespasiano.
Per chiarire fin da subito la materia della sua narrazione, scrive Tacito, all’inizio delle
Storie: «Intraprendo un’opera ricca di eventi, atroce nelle guerre, discorde per le ribellioni,
crudele anche nella stessa pace».
Ed effettivamente le Storie sono intrise di fatti di violenza, prevaricazione e ingiustizia. A
rendere il racconto di Tacito ancora più efficace è lo stile dell’autore. Sono opere di storia,
ma sembrano romanzi di avventura!
Quello di Tacito è uno stile che ha ritmo narrativo, nel senso che la storia ci tira dentro
come se leggessimo un racconto o un romanzo. È uno stile veloce, ma anche in grado di
cambiare spesso e adattarsi alla materia raccontata. Tra le sue caratteristiche c’è
sicuramente che Tacito usa un latino complicato. Che poi, diciamocelo, è il motivo per cui
tutti sperano che “non esca Tacito alla versione di maturità”. Che vuol dire complicato? È
che usa uno stile con la paratassi.
La paratassi è una tecnica che riguarda come formuliamo un periodo, cioè come scegliamo
di collegare le frasi tra loro. O meglio, come scegliamo di non collegarle tra loro. E infatti
Tacito spesso allinea le frasi una dietro l’altra, senza per forza esplicitare i nessi logici, cioè
quelle parole che ci spiegano precisamente perché, come, quando, al contrario, infatti,
quindi. Insomma tutto il contrario di quelle frasi di otto o nove righe a cui ci ha abituato
Cicerone, campione dell’ipotassi, che è appunto il contrario della paratassi.
Paratassi giustapposizione, potremmo dire. Ipotassi subordinazione. Tacito contro
Cicerone. Complicati tutti e due, ma complicati in modo diverso.
Ma Tacito è complicato anche per un altro motivo. È che usa la brevitas. Cos’è la brevitas?
Usare poche parole per dire un concetto. Potremmo dire la sinteticità. Ma essere troppo
sintetico alle volte rischia di non far capire quello che vuoi dire, o quantomeno di non farti
essere convincente. Il suo amico Plinio gli rimprovera proprio questo in una lettera: se non
insisti e ripeti tante volte le cose importanti, come fa chi ti ascolta ad essere convinto? – è
praticamente quello che gli dice Plinio. Sempre al contrario di Cicerone, Tacito usa infatti
meno parole possibili per dire un concetto. Perché continuano e continueranno a venirci
ancora questi paragoni con Cicerone? Poi lo diremo.
C’è un altro elemento che mette un abisso tra lo stile di Tacito e quello di Cicerone. Se vi
ricordate, Cicerone – oltre che scrivere frasi molto lunghe – si organizzava in modo che
fossero anche armoniose, equilibrate. Un aggettivo e un nome di qua; allora un aggettivo e
un nome di là.
Cicerone metteva queste frasi e queste parole come sul piatto della bilancia, perché tutte
le parole e le frasi stessero in equilibrio fra loro. Questa mania ciceroniana la chiamiamo
concinnitas. Una parola che possiamo ricordare: la concinnitas ciceroniana.
E Tacito? Tacito non rispetta nessuna di queste accortezze. Gli piace la durezza dei barbari,
no? Odia la decadenza dei romani dell’impero. E allora lui scrive frasi che si adattano a
quello che sta raccontando. Servono due parole per descrivere una morte? Perché usarne
di più? Si chiama variatio, questo cambiare continuamente la forma delle frasi. O anche
inconcinnitas.
Ma perché abbiamo parlato tanto dello stile di Tacito? Perché questo, come abbiamo già
detto, è legato alla materia che Tacito racconta. Non si può pensare di staccare la
drammaticità di quello che Tacito racconta dalla drammaticità di come Tacito lo racconta.
Eh sì, perché il cuore delle Storie è un’atmosfera cupa e lugubre, dovuta agli innumerevoli
lutti seguiti alle guerre e soprattutto alle guerre civili come era stata quella tra Cesare e
Pompeo. Ricordatevi di questa cosa: nella mente di un romano le guerre civili sono un
trauma enorme, che non si cancella neanche nelle generazioni successive. Uno è il
massimo valore dei romani: l’unità, le guerre civili sono il male.
Un male che resta lì e sembra sempre il principio di un male inguaribile di Roma. Anche
Tacito prende le mosse da quella angosciosa situazione passata della guerra civile e narra
le tragedie della situazione presente. Si concentra, come se fosse un master di un gioco di
ruolo, sulle figure in gioco e le fa muovere come pedine su una grande scacchiera.
La prima figura è Galba, imperatore per pochi mesi. Galba è un uomo inetto e incapace di
agire, è ostaggio dei senatori e alla fine fatto fuori dai soldati pretoriani guidati da Otone.
Otone che invece è un grande demagogo, un politico capace di suscitare consenso nella
gente. Ma allo stesso tempo Otone è schiavo dei capricci del popolo. È un personaggio che
si evolve nella narrazione di Tacito ed è l’unico, tra i tre imperatori, a suicidarsi con onore.
Infine c’è Vitellio, il ritratto della crudeltà. Tacito ce lo racconta che avanza fiero nei campi
di Bedriaco (vicino a Cremona), mentre con sadico piacere osserva la carneficina che è il
risultato della sua vittoria: «corpi lacerati, arti troncati, cadaveri putrescenti di uomini e di
cavalli, la terra intrisa di marciume, una devastazione caratterizzata da alberi crollati e
raccolti calpestati». Di Vitellio, questa è la morte raccontata dalla penna di Tacito:
Con la punta delle spade forzano Vitellio ad alzare la faccia, per offrirla agli insulti e
assistere al rovesciamento delle sue statue o guardare i rostri e il luogo dell’assassinio di
Galba. Infine, lo scaraventano nelle Gemonie, dove era stato gettato il corpo di Flavio
Sabino. Una sola parola, improntata a dignità, fu udita dalla sua bocca, quando al tribuno
che lo insultava rispose ch’era pur sempre il suo comandante. Poi cadde sotto una
gragnuola di colpi. E il volgo l’oltraggiava da morto con la stessa bassezza con cui l’aveva
adulato da vivo.
Ma non è solo sui singoli uomini che si appunta l’attenzione di Tacito. Altra grande
protagonista dei suoi affreschi è la massa, le folle, i popoli, questo ammasso di desideri e
pulsioni che sembrano andare a briglia sciolta. La massa che viene a volte manipolata dai
politici più furbi, dai demagoghi… la massa che s’inventa da sola le proprie bandiere e le
proprie battaglie, che si scaglia in preda all’ira e inghiotte tutto quello che le si para sulla
strada.
Torniamo alla scansione temporale delle opere di Tacito.
Dopo aver scritto le Historiae del 110, Tacito resta ancorato alla materia storica e
annalistica. Nel 114 scrive gli Annales in cui però decide di raccontare – perdonate il
bisticcio – la storia prima delle Storie, cioè i fatti avvenuti prima del 69 d.C.
Va a ritroso. Come se dopo aver scritto una serie, scrivesse quello che è accaduto prima: il
Better call Saul che è avvenuto prima di Breaking Bad, o i prequel di Star Wars.
Gli Annales o Annali in italiano sono una specie di prequel delle Historiae, o Storie in
italiano.
Da dove parte? Da una data cruciale della storia romana: il 14 d.C. Vi dice nulla? Esatto, la
morte di Ottaviano Augusto, colui che trasforma la Repubblica in Impero. Ancora una volta
dobbiamo fare i conti con un’opera frammentaria (frammentaria la bibliografia,
frammentarie le Historie, frammentario il suo stile… Tacito è così).
Comunque, di 16 libri che Tacito ha scritto, noi degli Annales leggiamo solo i libri che vanno
dal I al IV, due righe del V, un pezzetto del VI e poi i libri dall’XI al XVI, con piccole parti
mancanti.
Dunque, a differenza dalle Storie, gli Annales sono leggibili in modo continuo per lunghi
tratti. Leggendoli, vediamo che lo stile e la materia sono in continuità con le Storie. Un
prequel deve mantenere lo stile dell’opera di partenza.
Il tono è cupo, tetro, e ogni componente del governo (dall’aristocrazia ai cavalieri, princeps
compreso) è circondata da una esasperata atmosfera di corruzione e di decadenza morale.
Abbiamo detto come Tacito vede Roma.
I ritratti che erano stati già importanti nelle Storie, diventano negli Annales dei veri e
propri capolavori drammatici, riprendendo lo stile che era stato di Sallustio.
Dei protagonisti si approfondisce la dimensione psicologica, mescolando sapientemente la
descrizione dei corpi e quella dei caratteri.
Tacito tira fuori un sacco di personaggi tragici, spesso propensi al male e a ogni sorta di
nefandezza. A Tacito interessa parlare di come si corrompe l’animo umano, soprattutto per
ragioni politiche: la brama di potere, l’ambizione, la tensione verso la scalata sociale,
l’invidia, l’ipocrisia. Ma Tacito non tralascia di raccontare quei personaggi che si lasciano
invece trascinare dal desiderio erotico o dalla ricerca sfrenata di ricchezze. Abbiamo capito
che gli piace raccontare le debolezze degli esseri umani!
Interessanti sono proprio i personaggi popolari, molto chiacchierati e raccontati – anche
con qualche punta di gossip – dai grandi storici del passato. Nerone, Agrippina, oppure
Tiberio, a cui si oppongono figure che Tacito dice più “sane”, come Germanico o
Corbulone.
Quando Tacito racconta eventi particolarmente tragici, si vede quanto è bravo! Ci riesce
come se fossimo a teatro, o al cinema! Immaginate la scena: c’è una donna su una nave, è
una donna nobile, ha con sé due servi. La donna non è una donna qualunque, è Agrippina,
madre dell’imperatore Nerone.
A un certo punto il tetto della cabina cede, schiacciando e uccidendo il servo. Agrippina e
l’altra serva riescono a salvarsi e a buttarsi in acqua. La serva, sperando di far arrivare
subito i soccorsi grida «sono Agrippina, salvatemi». Di tutta risposta le arriva una remata in
testa, che la stende e la fa annegare. Ad Agrippina non ci vuole molto per capire che anche
il tetto crollato non è stato un incidente, ma è stato un attentato!
E sa anche perfettamente che a volerla morta è il figlio Nerone. Per questo quando i sicari
di Nerone torneranno a prenderla con i pugnali in mano lei si scoprirà il ventre. Come a
dire: colpitemi qui, dove ho generato il mostro, mio figlio, Nerone, che ora mi uccide!
Spunti e riflessioni
Tacito con il suo stile secco e veloce ci incalza, a noi lettori. E con i suoi sprazzi poetici ci
commuove. Che immenso scrittore! Variando lo stile ci spiazza, come a dire che l’uomo
non ha controllo su nulla, tantomeno sulle vicende politiche.
Lo stile di Tacito è la fotografia del suo pessimismo, il suo stile è il modo in cui questo si
manifesta con più potenza!
Per questo l’abbiamo spesso opposto a Cicerone. Questi due grandi della letteratura latina
possono essere infatti considerati come due modelli, due modi in cui un uomo, un politico,
uno scrittore racconta la realtà in cui vive.
Cicerone è uno scrittore che sa bene cosa bisogna fare per il bene dello stato. Cicerone va
in senato, inizia la sua arringa: «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?»
(Per quanto ancora, tu, Catilina, abuserai della nostra pazienza?). Altre tre orazioni e
Catilina viene condannato senza diritto di replica. La sua parola è efficace, ha un potere:
anche il potere di farlo morire, alla fine.
Tacito è invece pessimista, non ha più fiducia nella possibilità della sua azione politica:
vede il mondo attorno andare a rotoli, le anime che si tingono di nero e i campi di battaglia
macchiati del sangue dei concittadini.
Se il principato ossia l’impero non si può evitare, se l’impero serve a salvare Roma dalla
guerra civile, se l’impero è necessario – riflette Tacito – allora che almeno questo governo
imperiale sia “condiviso”.
La speranza di Tacito è che l’imperatore accetti di collaborare con il senato, si faccia
consigliare dai cavalieri e dai migliori della società. Insomma che ci sia un modo per
indirizzare e tenere a freno il potere dell’imperatore.
Occorre cercare di pensarsi tutti come una comunità, per evitare che si ripetano le derive
folli e sanguinarie che hanno già segnato il primo secolo dell’impero.
Ma le nubi si addensano già sul futuro di Roma. Tacito può fare da spettatore, da
narratore, al massimo. E sperare in un modo di stare insieme, in una forma politica che non
verrà mai.

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