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Sociologia della comunicazione e del media #1 (08.

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LA COMUNICAZIONE NELLA VITA QUOTIDIANA: Alcuni base sulla comunicazione


interpersonale. PRIMA PARTE-INTRODUZIONE

1. Principali concetti per l’analisi della comunicazione face to face


 Comunicazione secondo il dizionario:

Etimologia: ← dal lat. communicatiōne(m).

1. il comunicare, ciò che si comunica [+ di, che; + a]: comunicazione di notizie, di idee a

qualcuno; le autorità hanno dato la comunicazione che non c’è alcun pericolo; la

comunicazione del moto; comunicazione telegrafica, radiofonica | avviso con cui si

comunica qualcosa [+ a]: inviare una comunicazione a tutto il personale | relazione, in

genere piuttosto breve, su un argomento scientifico presentata in un congresso

2. contatto che permette uno scambio di informazione: essere, mettersi in comunicazione;

interrompere una comunicazione

3. (spec. pl.) insieme di strutture, impianti, mezzi che stabiliscono un collegamento:

comunicazioni terrestri, marittime, aeree |vie di comunicazione, strade, ferrovie ecc.

|mezzi di comunicazione, mezzi di trasporto

4. (ling.) trasmissione di informazioni per mezzo di messaggi da un emittente a un ricevente

|comunicazione non verbale, ottenuta con gesti e azioni, senza far ricorso alle parole, o

in concomitanza e in aggiunta a queste

5. (ant.) comunione eucaristica


 LA COMUNICAZIONE COME TRASMISSIONE DI INFORMAZIONE:

Questa visione è stata sistematizzata scientificamente intorno alla metà del secolo scorso in
quella che è ancora oggi conosciuta come “teoria matematica della comunicazione” o “teoria
dell’informazione” (Shannon e Weaver, 1949).

 DIAGRAMMA DEL MODELLO MATEMATICO DI SHANNON E WEAVER:

 Scopo e limiti della teoria matematica dell’informazione:


 Studia le strategie migliori affinché il messaggio si trasmetta integro dalla sorgente al
destinatario anche in presenza di rumore.
 Tuttavia non offre molti strumenti per addentrarci nella comunicazione umana.
 La quotidianità si presenta ben diversa e ognuno di noi vive costantemente immerso in
un flusso continuo di comunicazioni di vario tipo.
 Per una definizione di comunicazione:

Comunicazione è un termine molto ampio nella lingua italiana,


che si riferisce a molteplici concetti. Si può definire
comunicazione quel processo attraverso cui un mittente,
utilizzando un insieme di codici espressivi, formula un
determinato messaggio (codifica) e lo affida ad un determinato
canale. A sua volta il ricevente dovrà fare un lavoro di
decodifica (trascrizione, interpretazione ed eventuale
feedback) per appropriarsi di tale messaggio.
 L’INTENZIONALITÀ COME REQUISITO DELLA COMUNICAZIONE:
 Esistenza di un messaggio, verbale e non.
 Affinché il messaggio sia comprensibile, ci sono alcuni codici che permettono ai
parlanti di capirsi, e infine c’è un contesto, che permette di codificare e capire bene
l’atto comunicativo in corso.
 Un requisito della comunicazione è quindi l’intenzionalità.
 Questione dibattuta nell’ambito della sociologia della comunicazione.
 Alcuni studiosi (cfr. Boni, 2007) hanno sostenuto che, se quest’intenzionalità viene a
mancare, sarebbe utile distinguere tra comunicazione (sempre intenzionale) e
informazione (non intenzionalmente trasmessa).
 Altri (cfr. la scuola di Palo Alto) hanno invece sostenuto che noi comunichiamo
sempre: non dobbiamo necessariamente dire qualcosa per comunicare. Ogni
comportamento è comunicativo (es. rossore del viso, postura tesa, sospiro).
 Da qui deriva il primo assioma della scuola di Palo Alto: è impossibile non
comunicare ( Watzlawick et al. 1967).
 IL CONCETTO DI COMUNICAZIONE:
 Comunicazione interpersonale: riflettere sistematicamente su ciò che facciamo
quotidianamente e consideriamo ovvio.
 Analizzare una situazione comunicativa: ordinata da regole che non vengono
insegnate e apprese, ma aquisite nelle diverse circostanze e nei diversi ambiti
dell’esperienza della vita quotidiana.
 Studiare la comunicazione umana significa anche studiare la società: è questo ciò che
giustifica l’esistenza di una sociologia della comunicazione (Paccagnella, 2004).

 COMUNICAZIONE VERBALE E NON VERBALE:

LA COMUNICAZIONE VERBALE: NOI SIAMO QUELLO CHE DICIAMO

 Gli individui comunicano attraverso le parole del linguaggio naturale (sia in forma
orale che scritta).

 Ogni lingua è costituita da:


o un codice ( o sistema di segni);
o una grammatica, vale a dire un sistema di regole che consentono di combinare in
modo coretto gli elementi del codice (segni).
 La parola rappresenta l’universo della nostra conoscenza, delimitando le cose di cui
possiamo parlare e ciò che di questo mondo conosciamo.

Tuttavia è un assunto erroneo pensare che ciò che comunichiamo dipenda


prevalentemente dalle parole che pronunciamo.
COMUNICAZIONE NON VERBALE:

 Si avvale di strumenti quali immagini, suoni che non corrispondono a parole. Si tratto
di movimenti corporei, espressioni facciali e simili.
 Gli individui nelle interazioni comunicative attivano una pluralità di sistemi, alcuni in
modo consapevole, altri in modo meno consapevole.

 I SISTEMI COMUNICATIVI:

Per comprendere la ricchezza della comunicazione non verbale, questa si può scomporre
nelle sue diverse componenti:

 Sistema Intonazionale
 Sistema Paralinguistico
 Sistema Cinesico
 Sistema Aptico
 Sistema Prossemico (quinto sistema)

SISTEMA INTONAZIONALE PARALINGUISTICO:

Sistema intonazionale- letteralmente il tono con cui pronunciamo le parole che usiamo.

Sistema paralinguistico- interiezioni che usiamo nel nostro discorso.

Si tratta del sistema vocale non verbale: indica l’insieme dei suoni emessi nella
comunicazione verbale, indipendentemente dal significato delle parole. Il sistema
intonazionale/paralinguistico è caratterizzato da diversi aspetti: tono e frequenza della voce,
ritmo e silenzio.

TONO:

 Viene influenzato da fattori fisiologici, caratteri anatomici (età, sesso, costituzione


fisica, salute) e dal contesto; attenzione a come varia la nostra voce in funzione dei
diversi interlocutori e delle diverse situazioni durante la giornata.

FREQUENZA (si accompagna all’intensità):

 Anche in questo caso l’aspetto sociale ha una forte influenza.

RITMO (velocità frasi e impiego pause):

 Conferisce maggiore o minore autorevolezza alle


parole pronunciate;
 Importanza delle pause, che vengono distinte in pause vuote e pause piene.
SILENZIO:

 Caratteristiche fortemente ambivalenti;


 Anche in questo caso gli aspetti sociali e
gerarchici hanno una parte fondamentale.

SISTEMA CINESICO:

CONTATTO VISIVO:

 È un eccelente strumento di comunicazione non


verbale che ha una pluralità di significati, dal
comunicare interesse al gesto di sfida.

MIMICA FACCIALE:

 La gran parte delle espressioni facciali sono


volontarie, ma non tutto ciò che viene comunicato
tramite le espressioni del volto è sotto il nostro
controllo (ad esempio l’arrossire o l’impallidire).

GESTI:

 La gestualità manuale può essere un’utile


sottolineatura delle parole, ma non può
anche fornire una chiave di lettura difforme
dal significato del messaggio espresso
verbalmente.

POSTURA:

 Posizione che il corpo assume durante uno


scambio comunicativo.

SISTEMA APTICA:

 Costituita dai messagi comunicativi espressi tramite


contatto fisico;
 Si passa da forme comunicative codificate (la stretta di
mano in segno di saluto o per concludere accordi, il
bacio sulle guance come saluto ad amici e parenti o il
bacio accademico), ad altre di natura più spontanea (un
abbraccio, una pacca sulla spalla);
 Ambito nel quale le differenze culturali rivestono
un ruolo cruciale.

SIGNIFICATO:

 Attività di codifica e decodifica dei sistemi di


comunicazione che sono interrelati.
 Ognuno di questi sistemi partecipa alla costruzione del significato di un atto
comunicativo, contribuendo in modo autonomo e specifico a determinarlo e
definirlo.
 Conflitto tra sistema verbale e non verbale.
 Qual è il sistema prevalente in tale caso?

 TIPI DI COMUNICAZIONE DIVERSI A SECONDA DEL MEDIUM IMPIEGATO:


 Face to face*
 Pubblica (orale/scritta)
 Mediata (telefonica/espistolare)*
 Quasi-interazione mediata (Tv, Stampa)*
 Mediata da computer

*Thompson, J. B. (1998), Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, Bologna.

 QUALI SISTEMI DI COMUNICAZIONE?:


 A seconda del tipo di comunicazione occorrono competenze comunicative
diverse (ad esempio, face to face a telefonica).
 Tali competenze sono distribuite in modo diseguale fra attori sociali.
 È importante sapere che tipo di comunicatore siamo e comportarci di
conseguenza.
 Fare una sorta di cartografia delle proprie capacità comunicative per utilizzare
al meglio quello che già sappiamo fare.

IL QUINTO SISTEMA DI COMUNICAZIONE

Quando lo spazio parla..

PROSSEMICA:

 Modo in cui usiamo la distanza spaziale;


 Quinto sistema di comunicazione;
l’antropologo Edward T. Hall conia il termine proxemics („The silent language”,
1959) per definire lo studio dell’uso che le persone fanno dello spazio sociale e
personale;
 La distanza tra due attori sociali è interpretabile come rappresentazione e definizione
pubblica della relazione che li lega.

 TIPI DI DISTANZA
 distanza intima (fino a 45 cm):
facilità di contatto, percezione
dell’odore, tono basso della voce
 Distanza personale (da 45 a 120
cm): possibilità di contatto, non si
percepisce l’odore, tono medio
della voce
 Distanza sociale ( da 120 a 360
cm): assenza di contatto, non si
percepisce l’odore, tono della voce
sostenuto.
 Distanza pubblica (da 360 a 750 cm): apparazioni in pubblico.

 DIFFERENZA TRA ORGANIZZAZIONE FISICA E SOCIALE:


 Spazio come luogo di comunicazione, veicolo attraverso cui codificare e
decodificare messaggi.
 L’organizzazione di uno spazio non è mai neutra ma densa di significati.
 Es. 1) teatro: osservazione dello spazio fisico (muri, gradini, poltroncine,
porte) ≠ spazio sociale (ingressi per attori e pubblico, sedia regia, poltroncine
per il pubblico e poltrona come elemento scenico).
 Es. 2) aula universitaria.

 LETTORE MODELLO (ECO, 1979)UTENTE MODELLO

Cosa racconta uno spazio quando lo attraversiamo?

 Gli spazi, con la loro organizzazione interna, contribuiscono a plasmare il tipo di


interazioni sociali che in essi avranno luogo.
 Strategia testuale per individuare le istruzioni per l’uso che sono inscritte in
quasi tutti gli spazi che abitiamo nel quotidiano e che solitamente decodifichiamo
in modo del tutto tacito.
 “Mappa strategica per capire velocemente dove sono arrivato, cosa potrò fare lì e
cosa, invece, non dovrò assolutamente fare” (Ecologia della parola).

 IL CASO DELL’ASCENSORE COME PROBLEMA PROSSEMICO:


 Emblematico è il caso dell’ascensore (ma anche quello dei posti in treno, in
autobus o in aereo)
 Perché si prova imbarazzo quando capita di essere in ascensore con una persona
che non conosciamo?
 LA BOLLA PROSSEMICA:
La prossemica ci ricorda anche che tutti noi, quando
attraversiamo il quotidiano, siamo circondati da una sorta di
“bolla di protezione”: è lo spazio che attorno al nostro corpo
fisico deve rimanere vuoto, affinché noi possiamo sentirci al
sicuro. Ci sono poche persone - con le quali di solito abbiamo
una relazione di fiducia - che sono autorizzate a varcare il
nostro spazio personale senza provocare in noi una reazione di
imbarazzo e/o disagio: se un estraneo, infatti, si avvicina
troppo ed invade questo spazio, il nostro sistema sensoriale
entra in allarme. Ci sentiamo invasi ed in pericolo e, se
possibile, tendiamo ad allontanarci. La violazione dello spazio
personale può essere percepita come una vera e propria
violenza, ma l’entità di tale violenza ed il relativo dolore che
provoca dipendono fortemente da fattori soggettivi e possono
variare sensibilmente da un individuo all’altro.

 SPAZIALIZZAZIONE DELL’IDENTITÀ:
 Modalità con cui l’io si rapporta con i propri confini;
 Luoghi sui quali il soggetto proietta una definizione del proprio sé;
 Possono essere utilizzati come vere e proprie risorse identitarie;
 “È come se il soggetto si proiettasse all’esterno annullando i confini tra dentro e
fuori e accettasse quella porzione di spazio come un prolungamento simbolico del
proprio corpo fisico” (Ecologia della parola)

 DIVARIO PROSSEMICO TRA CULTURE:


 Edward Hall non individuò soltanto la correlazione tra distanza spaziale e natura
delle relazione, ma si propose anche di misurare le diverse distanze che
corrispondono ai diversi tipi di relazione sociale.
 Hall comprese che esse sono culturalmente determinate.
 La stessa distanza che in una cultura può riferirsi ad un tipo di relazione (ad
esempio, l’amicizia) in un’altra cultura può corrispondere, invece, ad una relazione
di natura intima (come quella tra fidanzati)

 LA PROSSEMICA AI TEMPI DEL COVID-19:


 Distanziamento sociale: fra le 10 espressioni più
ricorrenti ai tempi del Coronavirus.
 Le misure di contenimento dell’emergenza
epidemiologica hanno imposto un nuovo codice
di distanza interpersonale.

«Covid, Salvini: ‘Saluto col gomito? Fine della specie


umana’» «Il saluto con il gomito è la fine della specie
umana, io mi sono rifiutato, piuttosto non saluto»
Che cosa comunico?

 messaggi / informazioni
 comunicazione espressiva (comunico sulla relazione)
 controllo turn-taking nella conversazione (analisti della conversazione)

La conversazione e la formazione discorsiva dell’identità:

 La conversazione è in primo luogo un movimento, non è un atto statico.


 Quando parliamo e quando ascoltiamo, costruiamo letteralmente mondi e non
scambiamo semplicemente contenuti verbali.
 Nella conversazione si producono le reciproche definizioni delle identità degli
interlocutori che vi prendono parte.
 Si definisce inoltre la natura della relazione che lega chi parla a chi ascolta.
 Il processo di significazione è un atto creativo.

Il concecetto di presa del turno:

 I sociologi hanno iniziato ad occuparsi di linguaggio solo alla fine degli anni ’60.
 Svolta sociolinguistica: riscoperta del linguaggio in sociologia per comprendere i
fenomeni sociali.
 Studio dei significati che emergono dall’interazione.

Alcuni esempi dal cinema:

ANALISI DEL TALK:

 Dall’inizio degli anni ’70 si cominciò ad analizzare il parlato (talk)


 Esperimenti di Harold Garfinkel, Studies of the routine grounds of everyday
activities. (1964)
 Studio di Harvey Sacks sul corpus di telefonate del Centre for Scientific Study of
Suicide di LA (1963-4)

GLI ANALISTI DELLA CONVERSAZIONE E IL CONTROLLO DEL TURN-


TALKING

 La conversazione prevede un’organizzazione sequenziale delle fasi:


 Apertura: esistono diversi modi rituali per aprire una conversazione
(comunicazione verbale e non verbale);
 Sviluppo: tramite il ‘meccanismo del turno’.

IL TURNO E IL TURN-TALKING:

 L’unità minima della conversazione è il turno: si tratta di ciò che viene detto da
un parlante in una sequenza, preceduto e seguito da quanto viene detto da un altro
o da altri parlanti.
 La presa del turno (turn-talking) permette di considerare come e se questa
sequenza venga rispettata e la modalità in cui si svolgono le azioni comunicative.
 In una conversazione i partecipanti parlano uno alla volta.
 Chi ha parola può selezionare il parlante successivo rivolgendogli una domanda.
 Oppure un partecipante alla conversazione può “autoselezionarsi”, parlando per
primo.
 Va inoltre considerato il silenzio all’interno della conversazione.
 Come è possibile la perfetta sincronia nel passaggio da un turno all’altro?

INFORMAZIONI CHE SI RENDONO DISPONIBILI NELLA COMUNICAZIONE:

 Identità degli attori sociali


 Sistemi non verbali
 Relazioni sociali

GLI ASSUNTI ERRONEI DELLA COMUNICAZIONE:

1. Nel senso comune pensiamo che parlare significhi scambiarsi contenuti verbali.
2. Quando parliamo partiamo dal presupposto che il nostro interlocutore comprenda
esattamente quello che noi desideriamo comunicare.
3. Tendiamo a pensare che una scambio comunicativo funzioni solo se si elimina il
fraintendimento.
4. Ciò che comunichiamo dipende prevalentemente dalle parole che pronunciamo.
5. <<Per essere intelligenti occorre avere qualcosa da dire>>
6. Le parole non contano, contano solo le azioni.
7. Occorre mantenere un’attenzione focalizzata durante un dialogo.
8. Tendiamo a ignorare le nostre emozioni.

#3 lezione- Sociologia della comunicazione e del media


LA SCUOLA DI PALO ALTO:
DA BATESON A WATZLAWICK
 La scuola di Palo Alto deve il suo nome alla località in cui ha sede il Mental Research
Institute in California. Viene fondata nel 1958. (Aveva il sede al California)
 I principali esponenti di tale scuola sono Gregory Bateson (1904-1980), Paul
Watzlawick (1921-2007), Dona deAvila Jackson (1920-1968), John Weakland (1919-
1995). Bateson e Watzlawick dato al piu al questa scuola.
 Si tratta di una influente tradizione di ricerca americana che, a partire dagli anni „60,
ha attraversato numerosi ambiti disciplinari.
 Focus sul rapporto tra comunicazione e relazione. Tradizione di ricerca, è un gruppo di
ricercatori molto ampio; antropologi, sociologi ecc.

Teoria generale dell’interazione umana:

Libro più importante: Pragmatica della comunicazione umana. Questi studiosi più che
analisi vogliono studiare le interazione comunicative, comportamento nelle relazioni.
Osservare e analizzare i comportamenti negli scambi comunicativi.

Paul Watzlawick
(1921-2007)
 Fondatore della scuola. Scritto tantissimo a quello su qui si
focalizacimo.
 Paul Watzlawick è un filosofo, sociologo e psicologo austriaco, uno
dei più geniali studiosi di comunicazione della seconda metà del
Novecento.
 Dal 1960 ha lavorato al Mental Research Institute di Palo Alto, in
California, e dal 1976 ha insegnato al Dipartimento di Psichiatria e Scienza
comportamentale dell‟Università di Stanford.
 Fra i suoi lavori tradotti in italiano: Pragmatica della comunicazione umana (1971), Il
linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica (1980), Istruzioni
per rendersi infelici (1984) e, inoltre, la raccolta di saggi sul
costruttivismo La realtà inventata (1988).
Pragmatica della comunicazione umana (1967)
 Studia la comunicazione intesa nel suo aspetto pratico, cioè le
influenze della comunicazione interpersonale sul
comportamento dell persone.
 Nella pragmatica della comunicazione assume un ruolo
fondamentale il concetto di feedback dell’informazione.
IL PRIMO ASSIOMA DELLA COMUNICAZIONE:
 È IMPOSSIBILE NON COMUNICARE. (tutto è comunicazione, non esisterà
mai un opposto di comportamento, non c’è un grado zero di comunicazione.
Anche il silezio è un comportamento)
 Ogni comportamento è comunicazione.
 Proprietà fondamentale del comportamento: il comportamento non ha un suo opposto.
 NON COMPORTAMENTO =COMPORTAMENTO
 NON COMUNICAZIONE =COMUNICAZIONE
 Es. L‟uomo che guarda fisso davanti a sé … Se io apro una finestra e una
comunicazione “senti nel questa stanza e molto caldo quindi apro una finestra”
 Ci sono diversi aspetti, si puo studiare da punto di vista pragmatica, pratico.
 Wszystkie te rzeczy które są słowne i non verbali są comunicazione
 «L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda
affollata, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi
comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro
la parola, e i vicini di solito “afferrano il messaggio” e rispondono in modo adeguato
lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione
nella stessa misura in cui lo è una discussione animata» (Watzlawick, Beavin, Jackson,
Pragmatica della comunicazione umana, 1967, p. 42).

La comunicazione paradossale:
 “Il paradosso è una contraddizione che
deriva dalla deduzione corretta da
premesse coerenti” (Watzlawick 1971, p.
185).
Ci sono tre tipi di paradossi:
1. i paradossi logico-matematici (le antinomie);
2. le definizioni paradossali (le antinomie semantiche);
3. i paradossi pragmatici (le ingiunzioni paradossali).
I paradossi logico-matematici:
 Il paradosso di Achille e la tartaruga:
 un paradosso di filosofi greci.
Il movimento è un ilusione.
Achille che viene sfidato da
una tartaruga.
)Achilles i żółw stają na linii startu
wyścigu na dowolny, skończony
dystans. Achilles potrafi biegać 2 razy
szybciej od żółwia i dlatego na starcie
pozwala oddalić się żółwiowi o 1/2 całego dystansu. ... Gdy Achilles dotrze w to miejsce,
żółw znowu będzie od niego o 1/16 dystansu dalej, i tak w nieskończoność)

I paradossi semantici

Il paradosso del mentitore:

 “Un esempio di antinomia semantica è il seguente: una persona afferma «io sto
mentendo».
 Seguendo questa affermazione fino alla sua conclusione logica, scopriamo che è
vera soltanto se non è vera. La persona in questione mente se dice la verità e dice
la verità se mente” (ibid., p. 190).
I paradossi pragmatici

 Watzlawick per introdurre i paradossi pragmatici ricorre alla storia del barbiere
soldato che in una caserma riceve l’ordine di radere tutti gli uomini che non si radono da
soli.
 Ma cosa succede quando cerchiamo di collocare il barbiere stesso o tra coloro che non
si radono da soli o tra coloro che si radono da soli? Il barbiere non può andare fuori
dalla questa schema. Gli ordini non si discutono.

Le ingiunzioni paradossali

 Forme più comuni di ingiunzione paradossale: 1) Sii spontaneo! 2) Rilassati! 3) Non


essere così ubbidiente!
 Si tratta di tutte quelle ingiunzioni che richiedono un comportamento specifico che per
sua natura intrinseca può essere soltanto spontaneo e quindi non idoneo ad essere
richiesto tramite un’ingiunzione.
 Sono nella nostra vita quotidiana, sono proprio i messaggi che impongono un azione
ma da un'altra negano.

“Sii spontaneo!”
 “Chiunque riceva questa ingiunzione si trova in una situazione
insostenibile, perché per accondiscendervi dovrebbe essere
spontaneo entro uno schema di condiscendenza e non di
spontaneità” (ibid., p. 197).

IL SECONDO ASSIOMA DELLA COMUNICAZIONE:

Qualunque comunicazione presenta questo doppio aspetto del comunicazione.


LA METACOMUNICAZIONE
 Non conta solo ciò che si dice ma come lo si dice.
 Esempi:
 es. 1) «Non fa niente!»
 es. 2) «Stavo solo scherzando!»
 Di solito affidiamo la metacomunicazione al sistema intonazionale.
 Qualsiasi comunicazione presenta un doppio aspetto di contenuto e relazione.
 Differenza tra ciò che le parole dicono e descrivono (comunicazione enunciativa) e il
loro aspetto di relazione.
 La comunicazione sulla comunicazione
“Quello in cui mi imbattei allo zoo è un fenomeno ben noto a tutti: vidi due giovani scimmie
che giocavano, cioè erano impegnate in una sequenza interattiva, le cui azioni unitarie, o
segnali, erano simili, ma non identiche, a quelle del combattimento. Era evidente, anche
all'osservatore umano, che la sequenza nel suo complesso non era un combattimento, ed era
evidente all'osservatore umano che, per le scimmie che vi partecipavano, questo era "non
combattimento". Ora questo fenomeno, il gioco, può presentarsi solo se gli organismi
partecipanti sono capaci in qualche misura di metacomunicare, cioè di scambiarsi segnali che
portino il messaggio: ‘Questo è un gioco’. [this is play]” (Bateson, 1972, p. 219)

Ogni tipo di comunicazione fra due o più individui può avere livelli diversi di:
a) Notizia (informativa)
b) Comando
Il primo aspetto (a) trasmette i dati, il secondo (b) il modo in cui si deve assumere tale
comunicazione.
“E‟ importante togliere la frizione gradatamente e dolcemente”
Oppure
“Togli di colpo la frizione, rovinerai la trasmissione in un momento!”

Messaggi che recano lo stesso tipo di contenuto (aspetto di notizia), ma hanno un livello
estremamente differente di relazione (aspetto di comando).
La comunicazione patologica
 A seconda del tipo di contenuto e della relazione tra gli attori che partecipano
all‟interazione, la comunicazione acquisisce una forma diversa.
 La natura della relazione ci fa comprendere se ad es. la frase “sei un genio” è un
compimento o se è sarcastica.
 Vd. uso sistemi della comunicazione.
 La comunicazione patologica è caratterizzata da una lotta costante per definire i ruoli
e la natura della relazione.
“Il punto è che nella metacomunicazione si annida un potenziale abuso per
qualsiasi scambio comunicativo . Lo scarto (e la contraddizione) tra quanto
viene detto a parole e quanto viene detto “sopra ” e “su quelle parole ” può
essere tale da minare nel corso degli anni la stabilità psichica di un
individuo, soprattutto se ciò avviene per un arco di tempo prolungato e in
una fase della vita in cui l’io è in via di formazione”.
La teoria del doppio vincolo
 La teoria del doppio vincolo fu elaborata nell‟ambito della Scuola di
Palo Alto, dove Gregory Bateson dirigeva il progetto
“Comunicazione e schizofrenia”.
 Sotto la guida di Bateson, presso il Veterans Administration
Hospital lavorava dal 1952 un gruppo di ricerca di cui fanno parte
studiosi di diversa formazione: antropologi, ingegneri, psichiatri,
psicoterapeuti.
 Dal loro lavoro di ricerca scaturisce la teoria del doppio vincolo, elaborata nel 1956
all‟interno dell‟articolo “Toward a Theory of Schizofrenia”.
 Un doppio vincolo è un dilemma comunicativo che avviene a causa della
contraddizione tra due o più messaggi.
 Una situazione comunicativa che causa sofferenza può portare ad un disturbo
psicologico.
Esempi:
1) Paziente che tutti i giorni bussa alla porta dell‟ufficio del Direttore del Centro
presso cui è ricoverato e poi se ne va.
2) Figlio che cerca di abbracciare la madre: lei si ritrae ma gli dice di esprimere i
propri sentimenti.
3) Madre che dice al bambino: “Non giocare qui, vai in un‟altra stanza così sei più
tranquillo”.
Condizioni per l‟emergere di un doppio vincolo:
 situazione di asimmetria nella relazione;
 scarto tra due messaggi tra loro contradditori che genera un dilemma comunicativo e
cognitivo;
 messaggi di natura contraddittoria e dilemmatica prolungati nel tempo che creano
una sorta di catena relazionale.
“( … ) questo tipo di comunicazione, se reiterata per lungo tempo in una certa fascia
d’età e ricorrente, può causare danni psichici molto rilevanti al soggetto che la
subisce fino a causarne, successivamente, in età adulta la schizofrenia . Gli studi
della scuola di Palo Alto in California, della quale gli studiosi citati fanno parte,
hanno documentano inequivocabilmente che noi siamo le parole che ascoltiamo,
hanno mostrato come le parole - se pronunciate secondo certi specifici pattern
narrativi - possano addirittura farci ammalare”.
Erving Goffman: l’enfant terrible della sociologia
Erving Goffman (Manville, 1922 – Filadelfia, 1982) è un
sociologo canadese che ha insegnato nelle università di
Berkeley e Filadelfia. Il suo lavoro si caratterizza per la
concettualizzazione dei rituali dell’interazione sociale. È una
persona molto interessante.
Biografia:
1922- Nascita in Canada da una famiglia di migranti ucraini
1949-1951- Dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di
Chicago e 1° studio etnografico presso le isole Shetland sulla vita rurale
1959- Pubblicazione di Presentation of Self in Everyday Life (La vita quotidiana come
rappresentazione, 1969)
1954-1957- Visiting Student presso il National Institute of Mental Health di Bathesda
(Washington D. C.)
1955-1958- Lavora presso il St. Elizabeth Hospital. Qui compie la 2° etnografia →
Asylums (1961/1968): studio sulle ‘istituzioni totali’
1962- Professore ordinario a Berkeley
1963- Pubblicazione di Stigma (trad. it. 1983): studi sull’identità negata
1967- Pubblicazione di Interaction ritual (trad. it. 1988) in cui è contenuta la ricerca sul
gambling (3° etnografia con copertura da blackjack dealer al Station Plaza Casino di Las
Vegas)
1969- Pubblicazione di Strategic Interaction (trad. it. 1988): rilettura critica della
razionalità strategica in prospettiva interazionista
1968- Professore presso la University of Pennsylvania. Qui pubblica:
1971- Relations in public (trad. it. 1981): analisi dell’ordine sociale nei luoghi pubblici
1974- Frame Analysis (trad. it. 2001): studio dell’organizzazione sociale dell’esperienza
1976- Gender Advertisements (trad. it. 2010): analisi delle relazioni di genere nella
pubblicità
1981- Forms of Talk (trad. it. 1987): confronto sociolinguistica e analisi delle
conversazioni 1982- Muore poco dopo l’elezione a presidente dell’American Sociological
Association

Asylums (1961) e il concetto di Istituzioni totali:


 Luoghi di residenza e lavoro di gruppi di persone che condividono una situazione e
trascorrono parte della loro vita in un regime chiuso.
 Es. carceri, ospedali psichiatrici.
Gender Advertisments (1979)
 Lavoro di osservazione e raccolta di un vasto repertorio di annunci pubblicitari
(circa 500).
 Analisi delle modalità in cui femminilità e mascolinità sono rappresentate nella
pubblicità a mezzo stampa (posture, posizioni del corpo, rapporti spaziali,
abbigliamento).
 Differenze nelle modalità di rappresentazione: ruolo subordinato della donna
rispetto all’uomo.
Principali nozioni:

Cosa studia?
Studia le microinterazioni e parte “dal presupposto che quando un individuo è in presenza di
altri abbia molte ragioni per cercare di controllare le impressioni che essi ricevono dalla
situazione” (p. 25).
Interazioni faccia-a-faccia
 Definisce le interazioni faccia a faccia come l’influenza reciproca che individui
esercitano gli uni sugli altri.
 Sono interazioni (co-presenza 2 o + persone) che: - focalizzano l’attenzione su un
oggetto o una situazione comune; - esercitano un’influenza reciproca sulle rispettive
azioni.
Il modello drammaturgico
 La vita sociale per Goffman è una rappresentazione che gruppi sociali mettono in
scena di fronte ad altri gruppi.
 Nella vita sociale, incentrata sull’interazione, l’attore sociale quindi è sempre intento a
porre se stesso in scena sul palco della società.
 Esempio dei camerieri in un hotel delle isole Shetland (1° studio etnografico di
Goffman).
La metafora teatrale
 Goffman sostiene che i rapporti faccia a faccia somiglino a rappresentazioni teatrali.
Al centro dell’interesse sono i problemi drammaturgici incontrati da un/a attore nel
presentare la sua attività di fronte ad altri, vale a dire…
“il modo in cui un individuo, in normali situazioni di lavoro, presenta se stesso e le sue
azioni agli altri, il modo in cui guida e controlla le impressioni che costoro si fanno di lui,
e il genere di cose che può o non può fare mentre svolge la sua rappresentazione in loro
presenza” (Goffman 1959; tr. it. 1969, p. 9 ).
Ribalta e retroscena:
 Per G. nelle interazioni quotidiane esistono luoghi di ribalta, dove si inscena una
precisa rappresentazione (frontstage).
 Esistono anche luoghi di retroscena, dove ciascuno si organizza e può rilassarsi, “può
abbandonare la sua maschera, le sue battute e uscire dal personaggio” (backstage).
 Differenza fra ribalta e retroscena: alcuni esempi.
 La gestione di sé in pubblico avviene automaticamente e quasi inconsapevolmente
seguendo copioni (facciate) preordinati.
Il palcoscenico della vita socjale
 “La rappresentazione individuale sulla scena dipende dall’esistenza di un retroscena
isolato dal pubblico”.
 Goffman descrive la vita sociale come una sorta di recita teatrale su molti
palcoscenici, in cui ognuno di noi interpreta ruoli diversi in differenti arene sociali a
seconda del tipo di situazione, del nostro ruolo particolare in essa e della
composizione del pubblico.
Condividere il retroscena
Per appartenere ad un gruppo bisogna condividere il suo retroscena, che è lo spazio in cui
si prepara la rappresentazione pubblica. Condividere il retroscena significa conoscere i
segreti del gruppo.
Come avviene l’attribuzione di significato agli eventi in cui
partecipiamo ?
 Concetto di frame (1974 ) .
 Nella vita quotidiana passiamo da una definizione della situazione
ad un’altra.
 Cornice interpretativa che mettiamo intorno agli eventi e che ci
permette di rispondere alla domanda : che cosa sta succedendo
qui?
 Frame : cornice socialmente organizzata , istituzionalizzata e
culturalmente connotata, che organizza l’interazione faccia a
faccia.
 Es . lezione universitaria.
 Primary framework.
 Keying
La capacità dell’individuo di fare impressione su altri si basa su 2 tipi di attività :
 L’espressione assunta intenzionalmente: solitamente affermazioni verbali
controllate dall’individuo, che egli usa deliberatamente.
 L’espressione lasciata trasparire: la parte che l’individuo non controlla e che viene
usata dagli osservatori per verificare la veridicità delle sue affermazioni.
 Goffman si occupa principalmente di questo secondo tipo di azioni comunicative.
L’asimmetria del processo di comunicazione:

 «Gli osservatori, sapendo che l’individuo tende a presentarsi sotto una luce favorevole,
possono dividere la scena a cui assistono in due parti: l’una, che l’individuo può
facilmente controllare a piacere e che riguarda in massima parte le sue affermazioni
verbali;
 l’altra che sembra sfuggire al controllo o non rivestire alcun interesse per l’individuo e
che consiste in massima parte nelle espressioni che lascia trasparire».
 «Gli altri possono allora servirsi di quelli che vengono considerati gli aspetti non
controllabili del suo comportamento espressivo come mezzo per verificare la verità di
quanto è trasmesso dagli aspetti controllabili.
 Con ciò viene dimostrata la fondamentale asimmetria del processo di
comunicazione, poiché, presumibilmente, l’individuo è consapevole di un solo livello
della sua comunicazione, mentre gli osservatori sono consapevoli di questo livello e di
un altro» (Goffman, 1959; tr. it. 1969, p. 17).
Le rappresentazioni
 Definisce rappresentazioni tutte le attività svolte da un/a partecipante in una
determinata occasione e volte ad influenzare gli altri partecipanti.

 Situazione in cui le azioni di ciascun partecipante sono consapevolmente e
costantemente riorganizzate in riferimento a quelle degli altri.

Esempio di rappresentazione
 Quando un individuo interpreta una parte, sta mettendo in scena la propria
“rappresentazione” e ripone fiducia nell’impressione della realtà che cerca di stimolare
negli altri.
 Caso tipico: situazione in cui l’attore è convinto dell’impressione che sta inscenando e
il pubblico è convinto della sua recitazione.
La definizione della situazione

 L’individuo proietta una data definizione della situazione.


 Importanza della definizione della situazione, concordata nell’interazione tra i vari
partecipanti, allo scopo di mantenerne la coerenza.
 Patto implicito per evitare un conflitto aperto.
La manipolazione delle informazioni di contesto

“In una qualsiasi interazione gli interlocutori propongono definizioni


della situazione, più o meno convergenti o più o meno in
competizione tra loro, che funzionano anche da vincolo morale: un
certo interlocutore, data e condivisa una certa definizione della
situazione, si vedrà riconosciuto il diritto morale di essere
considerato secondo certi criteri sociali. La definizione della
situazione comporta per conseguenza una definizione reciproca delle
identità e dei ruoli assunti dagli interlocutori in quella specifica
interazione….Ad esempio, ogni volta che si negozia una prestazione
professionale all’interno di un regime relazionale definibile nei termini di “amicizia” ci si trova
dinnanzi a due definizioni della situazione che competono fra loro : “relazione
professionale” / “relazione tra amici” . Spesso succede che nelle pieghe dei processi di
definizione reciproca della situazione si annidano i presupposti per processi di tipo
manipolatorio ”
Come si controllano le impressioni che gli altri ricevono dalla situazione?
 Tecniche di difesa per non alterare la definizione della situazione e per salvaguardare le
impressioni suscitate negli altri.
 Tecniche protettive o di “tatto” quando un partecipante cerca di salvare la definizione altrui.
 Esempi “disattenzione civile”

La presentazione del self:

 FRONT: elementi che contribuiscono a creare la nostra “faciata”, l’immagine che


trasmettiamo agli altri.
 Lavoro di faccia: tecniche e azioni che si svolgono per offrire una rappresentazione del self.
Lavoro per costruire la nostra identità. (es. per apparire interessanti e competenti). “Qualità
teatrali della realizzazione” (dramatic realization).
 Idealizzazione.
 Mantenimento del controllo espressivo (es. self control).

La facciata: definizione
 è una parte della rappresentazione di un individuo che funziona regolarmente in modo
fisso per definire la situazione agli osservatori.
 È „l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega
intenzionalmente o involontariamente durante la propria rappresentazione” (p. 33).
 È un elemento necessario in ogni tipo di rappresentazione.
La facciata: parti tipiche
 Ambientazione: parte della „facciata” che comprende il mobilio, gli ornamenti e tutto
l’aspetto scenico, i dettagli di sfondo che costituiscono una parte fissa e integrante della
rappresentazione.
 Facciata personale: elementi dell’equipaggiamento espressivo che identifichiamo con
l’attore stesso e che includono vestiario, sesso, caratteristiche etniche, taglia, modo di
parlare, gesti ed espressioni facciali, ecc.

#4

ETNOMETODOLOGIA

 Nel corso degli anni Cinquanta si sviluppa per opera di Harold Garfinkel un nuovo
approccio che si chiamerà etnometodologia.
 Garfinkel conia il termine “etnometodologia” per definire l’analisi delle pratiche
utilizzate dalle persone in ogni situazione e nelle più svariate interazioni sociali.
 Studio dei modi (methods) che quotidianamente gli attori (ethno) utilizzano per
riconoscere, attribuire significato e classificare le azioni altrui e le proprie.

Il manifesto:

 Ad Harold Garfinkel si deve il manifesto programmatico dell’etnometodologia.


 Oggetto: analisi del ragionamento e delle conoscenze di senso comune in rapporto al
problema dell’ordine sociale.
 Analisi delle proprietà formali del ragionamento pratico.
 Si analizzano cioè i metodi con cui gli attori sociali danno senso alla vita sociale.

Harold Garfinkel

 Le idee di Garfinkel, giovane studente di Talcott


Parsons con cui nel 1952 conseguì il dottorato in
filosofia a Harvard, si sviluppano assistendo ai
seminari che il filosofo viennese Alfred Schütz
(1889-1959) teneva alla New School of Social Research di New York, sul finire
degli anni Quaranta.

Harold Garfinkel (Newark, 1917 – Pacific Palisades, 2011)

 Harold Garfinkel è un sociologo statunitense, che ha insegnato all‟Università della


California, Los Angeles.
 Nel suo lavoro Studies in Ethnomethodology (1967) Garfinkel si concentra sulle
attività e sulle circostanze concrete come di indagine empirica, considerando le azioni
della vita quotidiana come processi significativi.

Breaching studies
• Le suggestioni schutziane sono alla base delle azioni di disvelamento (definite „breaching
studies‟) che Garfinkel suggeriva ai suoi studenti di compiere con l‟obiettivo di rompere una
convenzione sociale, una regola o una norma.
• “le operazioni necessarie per produrre [...] un'interazione anomica e disorganizzata
dovrebbero dirci qualcosa su come le strutture sociali sono ordinariamente mantenute”
(Garfinkel, 1963, p. 187).

Alcuni esempi:
 In alcuni casi i suoi allievi erano invitati a comportarsi a casa propria (per un periodo
che andava dai quindici minuti a un‟ora) come dei pensionati;
 in altri casi dovevano entrare in un negozio e parlare con un cliente come se egli fosse
un commesso del negozio;
 oppure entrare in un supermercato dove vige il prezzo fisso dei beni e negoziare uno
sconto
Candid Camera di Allen Funt
(1914-1999)
 I breaching studies non sono una novità assoluta.
 Infatti ricordano le provocazioni del film/TV
producer Allen Funt, l‟inventore del programma
televisivo “Candid Camera”, in cui egli riprendeva le
reazioni di vittime inconsapevoli di scherzi surreali.
Candid Microphone alla radio:
 “Candid Camera” iniziò nel 1947 come show radiofonico, chiamato “Candid
Microphone”, di cui Funt era ideatore e presentatore.
 L‟anno successivo Funt passò alla tv, con un successo enorme.
 Il programma andò in onda sulle tre maggiori emittenti televisive sempre condotto da
Funt, fino al 1993.

Gli esperimenti degli psicologi sociali negli anni 40:


 breaching studies assomigliano anche agli esperimenti che alla fine degli 1940 gli
psicologi sociali conducevano in laboratorio sul modo in cui i partecipanti risolvevano
le incongruenze dell‟esperienza, per studiare i meccanismi di reazione psicologica
dell‟adattamento o della ribellione nei confronti della pressione del gruppo.
 Tuttavia Garfinkel non è interessato ai meccanismi psicologici individuali, ma alla
forza delle aspettative di senso comune, alla resistenza dell‟ordine morale e sociale.
 Infatti attraversi i breaching studies Garfinkel voleva mostrare che l’essenza
dell’ordine sociale non fosse costituita tanto da valori socialmente condivisi, ma da
convenzioni di senso comune, dalla fiducia e dalle aspettative reciproche

L‟etnometodologo
 I breaching studies sono divenuti così famosi da creare lo stereotipo
dell’etnometodologo, visto come un tipo strano che si diverte a mettere in difficoltà i
suoi interlocutori, per svelare le convenzioni tacite che sostengono i rapporti sociali e
disgregare l’ordine sociale.

Osservazioni etnografiche

 Nella seconda metà degli anni Cinquanta Garfinkel conduce anche una serie di
osservazioni etnografiche in diversi contesti istituzionali: la giuria di un tribunale (con
Saul Mendlovitz) e il personale psichiatrico della School of Medicine della U.C.L.A.
(con Egon Bittner).

Gli studi di Harold Garfinkel


 Queste etnografie non sono condotte in modo metodico e sistematico poiché
rispondono al carattere scostante dell’autore.
 Aprono però la strada a un diverso modo di fare etnografia, improntato al processo, a
cogliere il fenomeno nel suo farsi.

Le ricerche etnometodologiche
 A questo approccio si ispirano una serie di ricerche etnografiche che colleghi,
collaboratori e allievi di Garfinkel condurranno nel corso degli anni 60 e 70 in diversi
contesti istituzionali:
 i dipartimenti di polizia (Bittner, 1967; Sacks, 1972)
 le redazioni giornalistiche (Molotch e Lester, 1974)
 i tribunali (Sudnow, 1965)
 le sedute di terapia (Turner, 1970)
 gli ospedali (Sudnow, 1967)
 le carceri (Wieder, 1974)
Il movimento etnometodologico
• A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta le teorie di Garfinkel incontrano il favore di
sempre un maggior numero di adepti, tanto che nelle università statali della California
meridionale, principalmente a Los Angeles (dove Garfinkel insegna dal 1954 fino al suo
pensionamento), a Santa Barbara e a San Diego, si sviluppa un vero e proprio movimento
etnometodologico.
Altri esponenti dell’etnometodologia
• I principali esponenti di questo movimento, oltre a Garfinkel, sono stati Aaron Cicourel
(1928-) e Harvey Sacks (1934- 1975).
• Il primo rappresenta il versante metodologico dell’etnometodologia, la componente meno
radicale e più aperta al dialogo con le sociologie tradizionali.

Le ricerche di Aaron Cicourel


• Le sue ricerche in campo scolastico (Cicourel and Kitsuse, 1963,
Cicourel et al., 1974), lo studio del rapporto tra polizia, giudici e
adolescenti in stato di arresto (1968), le relazioni tra medico e
paziente (1982; 1987) hanno contribuito alla creazione di un
metodo etnografico di impronta etnometodologica.

Il lavoro di Harvey Sacks


Il lavoro di Sacks, anche se non basato sull’etnografia, aprì all’interno
dell’etnometodologia un nuovo settore d’indagine che ebbe molta notorietà a partire dalla
fine degli anni Settanta:

l’analisi della conversazione


«Come la polizia valuta la moralità delle persone basandosi sul loro aspetto», in A. Dal Lago,
P. P. Giglioli (a cura di) (1983), Etnometodologia, Il Mulino, Bologna, pp. 177-196.- Harvey
Sacks (1972)

Harvey Sacks (1935 -1975)


 Harvey Sacks ha insegnato Sociologia prima presso University
of California, Los Angleles (UCLA), e poi presso University of
California, Irvine (UCI)
 Influenzato dall’approccio dell’etnometodologia, si è
ampiamente occupato di organizzazione dell’interazione
sociale, in particolare dell’analisi della conversazione.
 Per una morte premature avvenuta a soli 40 anni a causa di un
incidente automobilistico, non abbiamo molte sue pubblicazioni. Tuttavia, il suo
lavoro sulle strutture dell’agire sociale è stato molto influente nell’ambito della ricerca
sociale.
 Alcune sue lezioni sono state pubblicate postume nel 1992 da Gail Jefferson (1938-
2008), sociologia americana che, insieme a Sacks e a Emanuel Abraham Schegloff, ha
fondato l’area di ricerca conosciuta come “conversation analysis” (CA)

Harvey Sacks, 1972, “Come la polizia valuta la moralità delle persone


basandosi sul loro aspetto”
 In questo saggio Harvey Sacks inizia la sua trattazione affermando che nelle società
americane è particolarmente comune dedurre la moralità di una persona in base
all’aspetto.
 Quindi egli presume che esistono dei metodi per trarre conclusioni sulla dirittura
morale di un individuo.
 Al sociologo non interessa parlare di cosa “deve essere fatto”, ma delle modalità con
cui sono individuate le persone alle quali è lecito porre domande sulla loro moralità.
 In particolare, il saggio descrive i metodi usati dai poliziotti per dedurre dall’aspetto
delle persone un eventuale atteggiamento criminale e giustificare un’indagine e un
arresto.
 Ci concentriamo sulle modalità per riconoscere le „persone sospette”, non quelle
ricercate né quelle colte in flagranza di reato.
Per quali motivi il saggio si concentra sui poliziotti?
I poliziotti sono:
1. Autorizzati a chiedere a qualcuno giustificazioni sull’aspetto;
2. Specializzati per concentrarsi su coloro che catturano l’attenzione per via dell’aspetto;
3. Accreditati per tali riconoscimenti e sanno stabilire se un cittadino che segnala un
comportamento deviante lo fa per paranoia o, invece, perché ha evidenziato una reale
violazione della legge.
4. Formati per riconoscere le „persone sospette”

Prima esposizione dei problemi di un poliziotto:


 i poliziotti americani sono formati per dedurre la probabilità di comportamenti
criminali in base all’aspetto. Le loro procedure devono restare segrete e
protette da usi illeciti.
 a) Essi hanno il problema di decidere massimizzando le probabilità di scovare
comportamenti illeciti e rendendo minime quelle di avvicinare persone che non
sono criminali.
 b) devono riconoscere le persone che si impegnano a rendersi irriconoscibili
come criminali.
La ‘procedura di incongruenza’
 La ‘procedura di incongruenza’ è il metodo usato dai poliziotti per osservare le
persone e capire se qualcuno può essere avvicinato senza timore e in quale modo.
 Questo metodo consiste nel fatto di notare una caratteristica, nel caso in cui qualcosa
fosse incongruo con un’apparenza normale.
 Ad es. la presenza di persone indigenti in quartieri benestanti=no congruenza
ulteriore indagine.
 È importante che le loro procedure restino segrete per essere protette da usi illeciti.

L’uso della “procedura di incongruenza”


Per usare questa procedura, il poliziotto deve conoscere il territorio come un insieme di
apparenze normali ed affinare la sua capacità di osservazione per rilevare possibili
incongruenze.

1. Il poliziotto principiante si deve affiancare a un altro più esperto, per giudicare le


persone alla luce delle attività in cui sono impegnate e non per il loro aspetto
apparentemente illecito.
2. Nessuna lista di addestramento per poliziotti può essere esaustiva.
3. Il poliziotto deve riconoscere anche il momento in cui avviene un evento ‘tipico’ nel
territorio che sta pattugliando.
4. Le città come un insieme di zone ‘ecologiche’ con particolari caratteristiche sociali.
5. Secondo questa procedura coloro che non considerano normale presenza della polizia
sono considerati sospetti.
6. Anche i poliziotti devono comportarsi nel modo che ci si aspetta da loro.
7. Dato che i poliziotti considerano la loro zona come un territorio di sembianze normali,
si può parlare di ‘reato normale’, cioè del reato commesso da persone che adottano
una ‘facciata’ per far parte dell’aspetto normale del luogo.
8. Il metodo del poliziotto deve essere plausibile, cioè deve essere compressibile e
ragionevole anche per le persone comuni.
Seconda esposizione dei problemi di un poliziotto:
 I poliziotti presumono che gli individui che vedono muoversi per la strada siano
orientati verso un determinato ordine sociale con attività indeterminate.
1. Le strade giocano un ruolo cruciale per via del rapporto determinabile con le attività
delle persone.
2. Anche i criminali cercheranno di ridurre al minimo gli indizi sull’uso delle strade e di
cambiare regolarmente i luoghi delle attività illecite.
3. Un poliziotto considera la strada secondo un ordine sociale organizzato, cioè
concepisce le strade anche come il luogo a cui si accede da spazi privati.

LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA MALATTIA MENTALE


<<On being Sane in Insane Places>> David Rosenhan (1973)

David L. Rosenhan (Jersey City, 1929 – Palo Alto, 2012)


 David L. Rosenhan è estato professore di psicologia alla Stanford
University.
 Pioniere nell’applicazione dei metodi della psicologia sperimentale
alla pratica del diritto processuale, è stato autore di numerosi
volumi e saggi.
 Il suo contributo più famoso e letto è ‘on being sane in Insane Places’ (essere sani in
posti insani), pubblicato sulla rivista Science nel 1973, che ha messo in questione la
validità delle diagnosi psichiatriche.
David Rosenhan, ‘Essere sani in posti insanì’, in La realtà inventata, a cura di Paul
Watzlawick (Feltrinelli, Milano, 1988, pp. 105-127)
 Il saggio si interroga sulla possibilità di distinguere tra sanità e follia, normale e
anormale.
 La domanda sembra banale, ma in realtà ci sono molte contraddizioni circa i
significati di termini quali ‘sanità’, ‘follia’, ‘malattia mentale’ e ‘schizofrenia’. (ivi,
p.105)
 N.B.: Ciò che è normale in una cultura può essere anormale in un’altra e viceversa.
Questo non vuol dire negare che un atto violento sia aberrante, ma solo dichiarare che
le diagnosi che derivano da sanità e follia possano essere meno sostanziali di quanto si
creda.
Come nasce l’esperimento?
 “[L]e caratteristiche salienti che portano alle diagnosi si trovano nei pazienti oppure
negli ambienti e nei contesti in cui gli osservatori li trovano? […] Secondo questo
punto di vista, le diagnosi psichiatriche sono nella mente degli osservatori e non sono
un valido condensato delle caratteristiche mostrate dagli osservati” (ivi, p. 106).
 Il saggio di Rosenhan descrive un esperimento che amplia lo studio sulle diagnosi
psichiatriche: un gruppo eterogeneo di otto persone sane sono state ricoverate
segretamente con altre identità in dodici ospedali di varia tipologia.

L’accettazione in ospedale:
 Dopo aver fissato un appuntamento telefonico lo pseudopaziente arrivava
all’accettazione dicendo che sentiva delle voci sconosciute che, in modo molto
confuso, pronunciavano parole ‘vuoto’, ‘vacuo’ e ‘tonfo’ (ivi, p. 108)
 A parte l’omissione della vera identità e dell’occupazione, gli pseudopazienti non
hanno nascosto nulla circa gli avvenimenti significativi della loro vita.

Il ricovero in reparto:

 Ricoverati immediatamente e con grande facilità, gli pseudopazienti, dopo un


breve periodo iniziavano a comportarsi ‘normalmente’, chiacchierando con gli altri
e ammettendo con il personale che i sintomi erano scomparsi.
 Dato che il loro interesse era uscire quanto prima, si comportavano in modo
assolutamente adeguato, ‘amichevole’ e ‘collaborativo’, così come registrato dalle
infermiere (ivi, p.109)
La dimissione:
 Nonostante gli pseudopazienti smisero di lamentare dispercezioni uditive subito dopo
l’ingresso in ospedale, il periodo di degenza fu dai 7 ai 52 giorni (periodo di degenza
medio: 19 giorni).
 Gli pseudopazienti furono dimessi con una diagnosi di schizofrenia ‘in remissione’.
 L’etichetta di ‘schizofrenia’ quindi restava appiccicata addosso, perché nessuno di loro
veniva considerato ‘sano’.
Il mancato riconoscimento:
 Un altro aspetto degno di nota è che spesso i pazienti ‘veri’ riconoscevano la sanità
degli pseudopazienti e ipotizzavano la possibilità di un’inchiesta segreta sull’ospedale.
 Il mancato riconoscimento della sanità degli pseudopazienti da parte del personale
sanitario si può spiegare con il fatto che i medici generici operano solitamente con
pregiudizio nei confronti di una persona sana che viene giudicata malata (errore di tipo
2 o falso positivo).
Errore statistico di tipo 2:
 I veri pazienti invece scoprivano la sanità degli pseudopazienti (‘tu non sei pazzo, sei
un giornalista o un professore’)
 ERRORE STATISTICO DI TIPO 2: caratterizza la modalità con cui i medici fanno le
diagnosi.
 I medici cioè sono più propensi a definire malata una persona sana (FALSO
POSITIVO, TIPO 2) piuttosto che sana una persona malata (FALSO NEGATIVO,
TIPO 1).

I risultati della ricerca:


A. I NORMALI NON SONO INDIVIDUABILI COME SANI.
B. GLI PSEUDOPAZIENTI FURONO TUTTI DIMESSI CON LA DIAGNOSI
‘SCHIZOFRENIA IN REMISSIONE’ NESSUNO FU CONSIDERATO ‘NON
SCHIZOFRENICO’.
La fase 2 dell’esperimento:
 Nei tre mesi successivi fu informato un famoso ospedale psichiatrico, dove venivano
svolte attività di ricerca e insegnamento, che alcuni pseudopazienti avrebbero tentato
di farsi ricoverare.
Esperimento n.2:
 Ogni membro dell’ospedale avrebbe dovuto classificare ogni paziente all’accettazione
secondo una scala da 1 a 10 punti, dove i valori più bassi stavano a indicare una bassa
probabilità di malattia mentale e quindi una elevata probabilità che ci si trovasse di
fronte ad uno pseudopaziente.
 N.B.: Rosenhan dichiarò che in realtà nessuno pseudopaziente del suo gruppo si era
presentato in quel periodo, dimostrando che ‘ogni processo diagnostico che si presti
tanto facilmente a errori così massicci, non può essere molto affidabile’ (ivi, p.111)
in particolare:
 furono raccolti i giudizi su 192 pazienti ammessi in ospedale in quel periodo:
-41 furono dichiarati pseudo-pazienti con elevata probabilità da almeno un membro
dello staff;
-23 sospetti da almeno uno psichiatria;
-19 da uno psichiatria e da un membro dello staff.

‘labeling’ o Etichettamento:
 una volta etichettato come ‘schizofrenico’, lo pseudopaziente non riesce a liberarsi da
questa etichetta che lo bolla profondamente a livello personale, legale e sociale.
 L’etichetta influenza l’idea che gli altri si fanno di lui e del suo comportamento;
dunque, viene costruita una ‘realtà’ specifica.
 L’etichetta è così potente che ogni altro comportamento degli pseudopazienti è stato
segnato dal ‘labeling’ di schizofrenia.
Esempio di distorsione:
 Tutti gli pseudopazienti scrivevano molte in pubblico, ma la scrittura delle note non
destava sospetti e veniva considerata come un aspetto del comportamento
schizofrenico.
 In una diagnosi psichiatrica le fonti del disturbo vengono sempre attrribuite
all’individuo, mai al contesto (ivi, p.114)
Costruire una “realtà interpersonale:
 L’etichetta della schizofrenia resta anche dopo l’uscita dall’ospedale, con l’aspettativa
che la patologia possa tornare da un momento all’atro.
 le etichette influenzano il paziente e le sue reti sociali (amici e parenti), agendo come
‘una profezia che si autodetermina’, con tutto il corredo di significati e di aspettative
che costruiscono una nuova realtà (ibid.)
‘La malattia mentale’
 il termine ‘malattia mentale’ è recente e serve a suscitare l’interesse dell’opinione
pubblica su un disturbo psicologico simile a quello delle malattie fisiche (ivi, p.115)
 il trattamento dei malati di mente è certamente migliorato negli ultimi anni, tuttavia,
mentre comunemente si crede che da un male fisico (es. una gamba rotta) si possa
guarire, da una malattia mentale non se ne esce mai più.
 ‘ci sono ormai molte testimonianze del fatto che l’atteggiamento verso i malati di
mente è caratterizzato da paura, ostilità, disinteresse, sospetto e orrore’ (ivi. P.116)
 in un tipico ospedale psichiatrico lo staff e pazienti sono separati in modo rigido. Il
personale esce dalla sua sezione soltanto per rimproverare, somministrare farmaci o
istruire. Raramente, secondo Rosenhan, si dedica a chiacchierare con i pazienti; ciò
avviene ancora meno nel caso degli psichiatri.
 Nell’esperimento di Rosenhan, gli pseudopazienti avvicinavano lo staff con domande
cortesi e collaborative, ma nella maggior parte dei casi non ricevevano risposte
argomentate, solo brevi cenni con la testa girata mentre camminavano oppure nessuna
risposta. (ivi, p.118)
‘spersonalizzazione’
 L’assenza di contatto visivo e verbale riflette rifiuto e spersonalizzazione
 Un individuo esposto a continua spersonalizzazione viene invaso da un grande senso
di impotenza, evidente ovunque nell’esperienza degli pseudopazienti, in qualunque
livello dell’istituzione psichiatrica.
 L’individuo è privato di diritti, credibilità, libertà, privacy come se fosse invisibile o
non degno di attenzione.
Fonti della spersonalizzazione:

1. Atteggiamenti ambivalenti di paura da un lato e benevolenza dall’altro.


2. La struttura gerarchica dell’ospedale (coloro che sono in cima non hanno quasi
rapporti con i pazienti)
3. Carenze di personale e difficoltà finanziarie.
4. Ricorso a farmaci psicotropi.
Le conseguenze della spersonalizzazione:
 L’etichetta di una diagnosi psichiatrica resta per sempre e lascia un profondo senso di
inadeguatezza.
 Goffman in Asylums (1972) parla di processi che mortificano e degradano la
percezione che il paziente ha di se stesso.
Conclusioni:
1. Una soluzione alla spersonalizzazione negli ospedali psichiatrici potrebbe essere la
diffusione di centri comunitari di igiene mentale e di terapie comportamentali che
cercherebbero di evitare le etichette negative. (Rosenhan, 1988, p.124)
2. Favorire la ricerca sulla psicologia sociale per approfondire il trattamento a cui sono
sottoposti i pazienti da parte dello staff che reitera comportamenti e giudizi sbagliati,
non tanto per insensibilità, ma perché inseriti in un contesto fortemente ancorato
all’idea della diagnosi.

# ‘QUANDO DIRE È FARE’ ATTI PERFORMATIVI E PROFEZIE CHE SI AUTO-


AVVERANO
Gli atti performativi:
 Il filosofo e linguista inglese John Austin (1911-1960) ha individuato, fra la
molteplicità degli atti linguistici, un tipo particolare di enunciato, che definisce
performativo, che ha la proprietà di essere anche un’azione.
 Si tratta di asserzioni che letteralmente fanno qualcosa.
Parole-azioni:
 Ti battezzo
 Ti ordino
 Ti benedico
 Ti maledico
 Lo giuro
 La seduta è tolta
 Lascio in eredità i miei beni a…
 Io ti prendo come sposa…
Parole che cambiano il mondo:
 Ti perdono
Il potere della parola nel mondo magico:
Gli incantesimi in Harry Potter sono delle formule magiche
che vengono associate a dei particolari movimenti della
bacchetta che, una volta pronunciate, realizzano ciò che è
stato espresso.

La profezia che si autodetermina:


 Una profezia che si autodetermina è una supposizione o profezia che, per il solo fatto
di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto,
confermando in tal modo la propria veridicità (Watzlawick, 1988, p.87)
 L’idea alla base è che un’opinione, pur essendo falsa, per il solo fatto di essere creduta
vera porta la persona a comportarsi in un modo che fa avverare l’aspettativa.
Robert Merton e la profezia che si autodetermina:
 Questo concetto è stato proposto per la prima volta nel dal sociologo Robert Merton,
che aveva teorizzato la ‘definizione della situazione’.
 N.B.: Questo meccanismo è molto comune, tuttavia ci sono alcune considerazioni da
fare che non fanno parte del pensiero comune.
Pensiero causale tradizionale:
 Questo tipo di pensiero è lineare:
-l’avvenimento B è considerato l’efetto di un
l’avvenimento A precedente a esso; dunque, A è la causa,
mentre B è l’efetto. (ibidem.)
-il passato predetermina il presente.
 Esempio in cui il pensiero causale tradizionale non
funziona:
-Nel marzo 1979 i giornali californiani annunciarono un’imminente riduzione della benzina,
causando file ai benzinai e una scarsità delle riserve disponibili. Con il ripristino della calma,
si scoprì che l’erogazione era stata ridotta di poco, ma ormai un evento futuro (scarsità di
risorse) aveva prodotto degli effetti nel presente (assalto alle pompe di rifornimento) che
avevano permesso che l’evento di riduzione del carburante disponibile divenisse realtà.
Quando una predizione si avvera?
 Una predizione che si avvera non è la valutazione di un effetto futuro sulla base
di un’esperienza passata (ad es. si pensi a quando non ci sentiamo bene, abbiamo
brividi di freddo e prendiamo un’aspirina, perché abbiamo immaginato un’influenza, e
riusciamo a migliorare la situazione).
 Questo è un caso in cui reagiamo a un processo già avviato, influenzando il suo
decorso nel presente.
 Nel caso precedente della scarsità di benzina, invece, senza la profezia della scarsità di
benzina, tale scarsità non si sarebbe verificata. Questo è un caso in cui l’efetto è
realmente un’azione, cioè una causa; ‘la predizione dell’avvenimento conduce
all’avverarsi della predizione’ (ivi, p.89)
L’interpunzione delle sequenze di eventi:
 L’inversione di causa ed effetto nei rapporti
interpersonali:
-si pensi ad una coppia di sposi: la moglie si lamenta che il
marito la evita, cosa che lui ammette, ma che giustifica
dicendo che il suo silenzio è causato dal continuo brontolare di lei. Per la moglie
questa è una distorsione, perché ella ritiene che il comportamento del marito sia l’unico
motivo delle sue critiche.
-Secondo Watzlawick, entrambi costruiscono la stessa realtà interpersonale, ma con una
casualità opposta. In questo caso moglie e marito creano due realtà contraddittorie, o due
profezie che si autodeterminano, in cui i ‘due tipi di comportamento, che vengono visti
soggettivamente come reazione al comportamento del partner, producono nell’altro proprio
quel comportamento e giustificano perciò il proprio (ivi, p.90)
Un altro esempio di profezia che si autodetermina:
 Si pensi a come nel passato un sensale di matrimoni riuscisse a far interessare due
giovani l’uno dell’altra, in un contesto patriarcale in cui le rispettive famiglie avevano
già deciso il loro matrimonio.
 Il sensale andava dal ragazzo dicendo che fanciulla lo guardava in continuazione di
nascosto e poi da lei, dicendole le stesse cose del ragazzo. Questa profezia non tardava
ad avverarsi!
 N.B: per funzionare una profezia deve avere l’elemento della fede o della convinzione.
Quando una profezia si autodetermina: un’indagine nella comunicazione umana
 nel 1968 lo psicologo Robert Rosenthal pubblica il libro Pigmalione in classe, bassato
su una sua ricerca nella scuola elementare Oak-School.
 Prima dell’inizio dell’anno venivano somministrati test agli alunni per valutare il
livello di intelligenza è individuare quel 20% di bamini che avrebbero avuto
prestazioni sopra la media. Prima di conoscere i bambini, le maestre ricevevano i nomi
di coloro che sarebbero stati eccellenti (scelti in modo del tutto arbitrario dal registro),
Quando alla fine dell’anno il test veniva ripetuto, i bambini che erano stati prescelti,
dimostravano realmente delle prestazioni superiori alla media, oltre a capacità di
comportamento e curiosità superiori alla norma.
Un esempio di profezia che si autodetermina nel mondo animale:
 Prima dell’esperimento alla Oak-School, Rosenthal nel 1966 aveva pubblicato un
lavoro su un esperimento simile condotto sui topi.
 Sei studenti tirocinanti in psicologia sperimentale ricevettero trenta topi che erano
presentati come geneticamente predisposti per la sperimentazione, mentre gli altri sei
ebbero trenta topi che erano considerati non adatti, per via delle loro caratteristiche
genetiche. In realtà, tutti e sessanta i topi erano uguali e ricevettero lo stesso
addestramento. I topi affidati a coloro che ritenevano di avere le cavie più intelligenti
mostravano risultati migliori rispetto agli altri esemplari che, invece, furono presentati
alla fine dell’esperimento con giudizi negativi.
 Un altro: Viktor Frankl (1904-1997), neurologo e psichiatra austriaco, durante la sua
prigionia in un campo di concentramento nazista, visse un episodio molto
significativo: un suo compagno di prigionia perse la voglia di vivere, quando una
profezia non si avverò.
 Nello specifico, quest’uomo aveva sognato che una voce gli diceva che il 30 marzo
sarebbe stato liberato e che la guerra sarebbe finita.
 Il 29 marzo, quando la liberazione degli Alleati era ancora molto lontana, il
prigioniero si ammalò gravemente di tifo e morì il 31 marzo.
 Per Frankl, da medico, fu chiaro che il suo compagno si era ammalato perché la
delusione per la mancata liberazione gli aveva provocato un abbassamento delle difese
immunitarie, per cui il suo corpo non era riuscito a lottare contro l’infezione latente.
Aggrapparsi alla vita per non cadere vittime di profezie che si autodeterminano:
 Per l’oncologo statunitense Carl Simonton i fattori psichici sono molto importanti
nella cura dei tumori: ad esempio, tra questi fattori si annoverano le aspettative del
paziente, quelle della famiglia e quelle del medico. Ognuna di queste può trasformarsi
in una profezia che si autodetermina. (ivi, p.97)
 Profezie positive possono avere un effetto risanatore, così come è noto che determinati
processi psichici possano stimolare nell’organismo una serie di sostanze, le endorfine,
con proprietà analgesiche. (ivi, p.99)
Effetto placebo: quando la mente supera la medicina
 si pensi al ‘placebo’, cioè un preparato vuoto, simile a una medicina, ma senza effetto
farmacologico che può far registrare miglioramenti del tutto inspiegabili in un
paziente. Quindi, il placebo riesce a creare una realtà, la cui supposizione è fondata.
(ivi, p.100)
 le profezie che si autodeterminano sono fenomeni che mettono in questione anche
alcune comuni credenze mediche e ci fanno capire che siamo responsabili non solo del
nostro comportamento, ma anche di quello altrui.
 Una realtà inventata si trasforma nella realtà quando si crede nell’invenzione
(l’elemento della fede è cruciale) pertanto, secondo Watzlawick anche la profezia più
rispondente alla realtà può essere annullata.
Per riassumere:
Forme di comunicazione patologica:
a) la riduzione di un intero soggetto ad una parola, azione, pensiero: le figure retoriche
nella comunicazione interpersonale (es. ‘Sei un bugiardo!)
b) la generalizzazione di un singolo evento e l’estensione della sua validità (es. ‘Sei
sempre il solito!’)
c) la comparazione indebita tra soggetti (es, ‘eh, tu si che sei bravo!’)
d) l’istituzione di un parametro di normalità esterno al quale soggetto è chiamato a
conformarsi (es. ‘mangi troppo poco’)
e) la manipolazione delle informazioni di contesto: la definizione della situazione.
f) La riduzione dell’altro a mera comparsa silenziosa, a ‘terza parte invisibile’: le
pratiche di spersonalizzazione (es. i dialoghi riportati da Rosenhan in ‘Essere sani in
posti insani’)
g) Altre pratiche di spersonalizzazione (varianti, es. sistema intonazionale e uso
vezzeggiativi)
h) Stereotipi e generalizzazioni indebite.

#LA MODA COME FORMA DI COMUNICAZIONE SOCIALE


1. Il rapporto tra moda e comunicazione
2. Moda e stratificazione sociale. Le teorie sociologiche classiche sulla moda : Spencer,
Veblen Simmel
3. La rivolta dello stile e il policentrismo della moda
Il termine “moda”:
 La parola moda viene dal latino modus cioè modo, foggia ma anche giusta misura: è
sempre stato considerato moda ciò che viene percepito come adeguato, giusto e
opportuno in un determinato momento e in un certo luogo, in situazioni e in epoche
diverse.
 L’accostamento del termine moda alla parola moderno- nel suo significato di legato
all’oggi, al tempo presente-fa intuire quanto, nella dinamica della moda, sia
fondamentale il saper individuare ciò che è giusto e adeguato nel momento presente.

La moda come oggetto di studio sociologico:


 Consideriamo la moda come oggetto di studio sociologico perché la moda è un
sistema di senso entro cui si producono la raffigurazione culturali ed estetiche del
corpo rivestito.
 La moda è quindi una costruzione sociale: nasce dalla società, vive nella e con la
società.
 MODA come punto di incontro tra corpo, abito e comunicazione.
 MODA come cultura, intesa come cultura materiale, teoria del sensibile, storia del
corpo.
 La moda diviene ambito di ricerca delle nuove scienze sociale che si occupano dello
studio dei comportamenti degli individui all’interno della società.
La moda come sistema di comunicazione:
 Vestirsi è un atto di significazione
 Vestito non solo come mezzo per:
o Proteggere il corpo dalle intemperie;
o Nascondere la propria nudità;
o Farsi notare
 Modo per entrare in relazione con gli altri e con il mondo esterno.
 Mezzo di comunicazione con un proprio linguaggio e proprio codice (Barthes)
 Ruolo della moda nei processi di costruzione delle identità.
Moda e stratificazione sociale:
 Le prime ricerche sociologiche sulla moda si avviano intorno alla fine dell’Ottocento
quando all’interno della società si andavano delineando alcune gerarchie sociali.
 In quegli anni la sociologia interpreta i fenomeni di moda con i suoi cicli ricorrenti
come dinamiche di classe.
 I padri fondatori della sociologia si sono occupati della moda elaborando alcune
fondamentali teorie sociologiche databili tra la fine dell’Ottocento e i primi del
Novecento, nel momento di passaggio alla sua fase moderna.
Herbert Spencer (Derby 1820-Brighton 1903) e la moda:
 Passaggio da società militari e società industriali.
 Corrispondenza tra organizzazioni sociali e stili di vita
 Soc. militari basate sul CERIMONIALE- precise regole formali
di etichetta
 Soc. industriali basate sulla MODA- bisogno di uguaglianza con
classi superiori
Thorstein Veblen (Wisconsin 1857-California 1929): lo studio della
leisure class
Studia le dinamiche di consumo delle leisure class che, finanziariamente superiore alle altre
classi, si forma a partire dai comportamenti che gli individui hanno e che seguono.
 Ozio vistoso- passare il tempo in attività inutili
 Consumo vistoso- consumo ostentativo di beni di lusso oltre ogni necessità di
sopravvivenza e benessere fisico.
Moda come fenomeno culturale condizionato da dinamiche attive nel sistema sociale.

Conspicuous consumption:
«Gli abiti eleganti servono al loro scopo di eleganza, non solo per il fatto che sono costosi, ma
anche perché sono le insegne dell’agiatezza. Essi svelano che chi li porta consuma senza
produrre».
 Il vestiario elegante deve connotare l’astensione dal lavoro.
 I beni di lusso assumono un valore che va oltre il valore d’uso. Sono seguo evidente
della ricchezza di che li possiede e quindi del prestigio sociale.
 L’abbigliamento è una parte del “consumo vistoso”, lo strumento più efficace per
mostrare la propria condizione di agiatezza.
 Veblen sposta l’attenzione dalla moda al consumo di moda, inteso come agire sociale
di tipo simbolico e comunicativo.
 L’abbigliamento mostra la disponibilità economica, alla quale è proporzionalmente
legato il prestigio sociale.
Il consumo delegato: le donne comunicano lo status di marito via moda
-Il vestiario deve essere appariscente e ostentato per marcare i confini
con i ceti inferiori.
-Induce quindi un meccanismo di emulazione da parte delle classi
inferiori.
-Veblen mette a tema il consumo femminile di moda, che definisce delegato (funzione di
rappresentare la ricchezza del marito).
Economic theory of woman’s dress:
«I cappellini dalle fogge più improbabili, le scarpette con tacco francese, le
gonne troppo aderenti, il busto, i capelli eccessivamente lunghi, non sono altro
che «insegne dellʼagiatezza»: attestano, infatti, «lʼesenzione o lʼinidoneità per
ogni occupazione volgarmente produttiva» (Veblen, “La teoria della classe
agiata”, 1949, pp. 139-140).
La moda per Georg Simmel (Berlino 1858 - Strasburgo 1918)
Le mode sono sempre mode di classe. La moda riproduce e stabilizza la
struttura di classe. Si basa sul confronto dialettico tra due principi
contrapposti.

Dialettica imitazione/differenziazione
«[…] la moda, cioè la nuova moda, appartiene soltanto alle classi sociali superiori. Non
appena le classi inferiori cominciano ad appropriarsene superando i confini imposti dalle
classi superiori e spezzando l’unità della loro reciproca appartenenza così simbolizzata, le
classi superiori si volgono da questa moda ad un’altra, con la quale si differenziano
nuovamente dalle grandi masse e il gioco può ricominciare» (ibid.)
Il “carosello” della moda
«La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di un appoggio sociale (…).
Nondimeno appaga il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento,
al distinguersi (…). Così la moda non è altro che una delle forme di vita con le quali la
tendenza all’eguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale e alla variazione si
congiungono in un fare unitario» (ivi, p. 16)
Trickle down effect:
Modello meccanicistico ed unilineare detto “a
goccia” caratterizzato da: struttura piramidale,
divisa in classi; meccanismo di trasmissione
verticale; andamento ciclico.
Dal trickle down al bubbling up:
Trickle down = meccanismo verticale di tipo
discendente (alto vs basso)… non spiega
l’affermazione di fenomeni di moda (jeans,
minigonna ecc . ) che emergono dal basso
(giovani o gruppi subculturali in opposizione a
cultura dominante)
Bubbling up = risalita dalla strada verso l’alto .
Hebdige: il concetto di subcultura e la rivolta dello stile
 Il consumo diviene strumento di resistenza
all’ideologia dominante.
 Bricolage vestimentario.
 Gli oggetti reinterpretati sono resi “omologhi”
alla struttura del gruppo.
 Le sottoculture si definiscono in opposizione al
mainstream → minaccia all’autenticità.

Supermarket of style:
• Ruolo attivo e interpretativo del soggetto.
• «L’età sostituisce lo status sociale quale variabile che dona prestigio all’innovatore »
(Crane, 2004, p. 27).
• La moda diviene espressione della scelta di un consumatore creativo e trasversale: zapping,
sampling and mixing, style surfing, mix and match, bricolage.
#seconda parte
Contenuti della II parte
1. La moda nella modernità: la rappresentazione iconografica dell’evoluzione degli stili
2. Moda, comunicazione e rappresentazione di genere: abito ed emancipazione
femminile
Disgressione sulla storia del costume:

Tra ‘800 e ’900 l’abbigliamento riflette la divisione tra coniugi e la mancanza di status autonomo delle
donne.

Moda maschile all’inizio dell’Ottocento: grande rinuncia dell’abito ornamento.


L’austerità diventa necessità pratica legata all’emergere della borghesia nel lavoro.

La moda femminile:
Dalla crinolina che ingabbia a metà dell’Ottocento la donna nel
suo ambiente ( domestico e salottiero), si passa ai sellini e poi
si arriva all’abito sciolto, senza busti e costrizioni.
Si giunge infine al tailleur, che nel
Novecento asseconda l’uscita di casa da parte della donna e l’ingresso nel
mondo del lavoro e coniuga eleganza e praticità.
<-- la tournure
1857-1957 ; La moda dei cento anni- L-Haute
couture
Nel 1857 nasce l’haute couture parigina con il primo
atelier inaugurato da Charles Worth. Worth trasforma il
sarto da artigiano a creativo.
«Questo fenomeno segna la fine dell’era tradizionale della
moda e il principio della sua fase moderna e artistica (…). Il sarto dopo secoli di
subalternità è diventato artista moderno guidato dall’imperativo del rinnovamento»

L’Haute couture e Paul Poiret:


 1910- Esplode la couture parigina.
 Poiret lancia una collezione interamente basata su linee fluide e grecizzanti, senza
utilizzo del corsetto.
 Gli abiti di Poiret hanno tessuti impalpabili e il punto vita sotto il seno, per poi cadere
lunghi e dritti sotto le cavaglie.

Poiret e le nuove linee femminili:

Mata Hari e Isadora Duncan:

La moda femminile dopo la I Guerra Mondiale:


L’Haute couture e Coco Chanel:
 1920- Nuovo concetto di donna con Coco Chanel: mascolina,
indipendente e creativa.
 Connubio arte-moda con le sperimentazioni di Elsa Schiapparelli.
 Connubio moda-cinema: Garbo e Dietrich.
 ‘Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose,
donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche;
invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna
attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito.
Bisogna potersi rimboccare le maniche’ (C. Chanel)
 1926- Le petite robe di Coco Chanel 
 1930/40- Elsa Schiapparelli:

Marlene Dietrich:

Greta Garbo:

Katherine Hepburn e i pantaloni:


1905- II New Look
-ritorno del corsetto, gonne ampie, seno in risalto, spalle scoperte
-dopo la II Guerra mondiale appaiono sullo schermo attrici più accessibili, come Marilyn
Monroe.
-Film sul ruolo della gioventù post-bellica (es. Gioventù bruciata, il selvaggo)

Audrey Hepburn:

Il sodalizio con Givenchy:

(1961- Colazione da Tiffany)

Marilyn Monroe:
1957- Il Pret-à-porter:
- Data convenzionale: primo Salon du Pret-à-porter.
- Ribaltamento della logica dell’industria delle confezioni per cui si comincia a produrre
in massa, a prezzi accessibili a laghi strati di popolazione.
-L’industria e la moda dopo un secolo trovano una strada comune.
-Simbolo: minigonna (Mary Quant-1963)
-La moda si apre al pluralismo degli stili e si concentra sui giovani e sulla strada.
- Il Yves Saint Laurent Lancia il ‘nude look’ e lo smoking femminile.
-Courreges reinterpreta la minigonna/miniabito.
-Influenza della pop-art sui miniabiti (Warhol)
-Paco Rabanne firma la moda utopica consacrata in ‘Barbarella’
-il ’68, gli Hippies e il ‘flower power’.
- il ’70- Edonismo e antagonismo giovanille: il colore, il punk.
- 1980- il total look

1990/2000- il cross dressing:


- Molteplicità postmoderna degli stili e intreccio di una serie di tendenze diverse: dal
look retrò a quello vitange, dalla moda tecno-cult di Matrix e Kill Bill, dagli stili etnici
allo sportwear.
- Compresenza di stili in gruppi musicali (es. Spice Girls)
- Centralità della moda nella serialità televisiva: Sex & the City

L’abito come strumento di protesta:


- Katherine Hammnett and Margaret Thatcher (1984)

- Katherine Hamnett, Fashion Aid (1985)


- La campagna PETA no fur, 1995:

- Le t-shirt per la campagna presidenziale USA 2016

- Jessie-Lu Flynn e la t-shirt ‘Fuck Boris’, giugno 2020:

- Myanmar, la protesta delle ‘principesse’, febbraio 2021:

- Le tute delle ginnaste tedesche, Olimpiadi Tokyo 2021:


La moda come spazio di inclusività: il gender neutral

- La compagna 2021 di Valentino con Michael Bailey-Gates:


P. Paolo Piccioli, direttore creativo Valentino:
Dopo aver pubblicato questa foto su Maison Valentino molte persone
hanno reagito con commenti odiosi e aggressivi. Il mio lavoro è
consegnare la mia visione della bellezza secondo il tempo che stiamo
vivendo e la bellezza e chi consideriamo bello, è un riflesso dei nostri
valori. Stiamo assistendo a un grande, enorme cambiamento nel genere
umano, i movimenti di autocoscienza sono tutti guidati dalla stessa
idea: l'evoluzione è possibile se l'uguaglianza è possibile, se l'inclusività
è possibile, se i diritti umani sono difesi e la libertà di espressione è
protetta e alimentata. L'odio non è un'espressione, l'odio è una reazione
alla paura e la paura può facilmente trasformarsi in violenza, che può
essere un commento o un'aggressione a due ragazzi che si baciano in
una metropolitana. Dobbiamo opporci e condannare ogni forma di
violenza, odio, discriminazione e razzismo e sono orgoglioso di usare la
mia voce e il mio lavoro per farlo, ora e per sempre. Questa foto è un
autoritratto di un giovane uomo bellissimo e il male è negli occhi di chi
guarda, non nel suo corpo nudo. Il cambiamento è possibile, nessuno ha mai detto che sarebbe
stato facile ma io sono pronto ad affrontare le difficoltà, in nome della libertà, dell'amore,
della tolleranza e della crescita.
- Tommy Hilfinger e linea di abbigliamento ‘Adaptive’:
- Ethic fashio e moda sostenibile:

- Skin and body positivity

Fashion communication post- Covid?

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