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ph – Journal of Philosophy – ISSN 2420-9775


N. II, 5, 2016 – Thinking Migrations

Gemma Adesso

Su La ragione estetica. Saggio su Nietzsche, di Annamaria Lossi

Abstract: La ragione estetica di Annamaria Lossi è un saggio che, ripercorrendo le ‘ragioni’ dalle quali è
scaturita la décadence occidentale, sottolinea la centralità ‘estetica’ della filosofia di Nietzsche come esigenza
di radicale trasformazione, nel senso di un ritorno alle radici del logos come istinto creativo di sopravvivenza.
L’elemento di creatività è insito nella vita stessa, da esso Nietzsche-Lossi partono per un ripensamento del
dell’uomo.

Parole chiave: Nietzsche, ragione, estetica, décadence, Herzog, logos

***

È quasi impossibile contare e leggere tutti i libri che ogni anno si pubblicano su
Nietzsche, sembra che attorno al suo pensiero e alla sua figura si rivitalizzi continuamente
una generale mitomania che possiede gli esegeti di ogni tipologia, estimatori e detrattori.
Per un banale calcolo di probabilità, può quindi capitare di imbattersi in un testo che tenta
di illuminare qualche zona d’ombra o, semplicemente, di abitarla: il saggio di Annamaria
Lossi, La ragione estetica. Saggio su Nietzsche1, edito da ETS, è una riflessione intelligente
sul problema di metodo che ossessionò Nietzsche per tutta la vita. Il metodo è quello del
rovesciamento e l’ossessione è quella per il linguaggio.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: la potenza eversiva dell’ossimoro mette in
discussione dati acquisiti e certezze consolidate; si tratta di due parole chiave – ragione ed
estetica – che, unificate, creano nuove possibilità di pensare la filosofia. Come sottolinea
bene Lossi attraverso Nietzsche, l’arte non si oppone alla ragione ma ne è fondamento:

La ragione estetica coniuga l’istanza vitale del divenire e dell’essere, afferra il divenire trasformandosi
anch’essa, individuando quei tratti salienti che vanno man mano esibendosi nelle forme del reale in
continua evoluzione, fissandoli in un primo momento, ma per poi oltrepassarli e continuare a seguire gli
impulsi del dar forma e del distruggere2.

Fissare i tratti salienti in un primo momento è all’origine dell’atto creativo, contiene in


sé la forma e la distruzione. Viene da pensare ad un film di Werner Herzog, Cave of
forgotten dreams, che attraverso un cortocircuito temporale utilizza lo strumento
moderno per eccellenza (il cinema in 3D) per rivitalizzare la preistoria delle immagini (le
pitture di 35 mila anni fa ritrovate nella Chauvet Cave, nel sud della Francia). Nietzsche
insiste molto su quella che chiama ‘la rappresentazione concomitante’, una tensione
sonora e gestuale che converge nel linguaggio:

Quando si parla, con il suono (Ton) e la sua cadenza, la forza e il ritmo della sua risonanza viene
simboleggiata l’essenza della cosa, e con il movimento della bocca (Mundgeberde) viene simboleggiata la
rappresentazione concomitante, l’immagine, l’apparenza dell’essenza 3.

Alla stessa maniera, nell’impulso alla creazione dell’uomo primitivo, è possibile


ravvisare la concomitanza nell’immagine di suono e gesto: «nella Cave ogni immagine è al
tempo stesso suono, si odono lo zoccolare dei cavalli come lo scornarsi fra i rinoceronti» 4.

1 A. Lossi, La ragione estetica. Saggio su Nietzsche, ETS, Pisa, 2012. Si segnala anche: A. Lossi, L’io postumo.
Autobiografia e narrazione filosofica del sé in Friedrich Nietzsche, Mimesis, Milano-Udine, 2013.
2 Ivi, p. 19
3 F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, § 41, in KGW, vol. III, tomo II, pp. 74-74.

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L’immagine è l’istanza metaforica del linguaggio, essa contiene in sé una esigenza di


metamorfosi che da creazione diviene strumento di comunicazione. Così quello che
conosciamo del mondo, non è che la trasposizione in figura, una simbolica sostituzione del
reale, fondamento del sapere umano. Dagli anni di insegnamento a Basilea, Nietzsche non
smetterà di riflettere sulla centralità dell’oblio come forza creativa.
Il saggio della Lossi si compone di quattro parti che si intrecciano nella resa plastica del
titolo: il primo capitolo, Dal dire al creare, è una sorta di introduzione ragionata al metodo
genealogico dei due termini chiave: il ‘dire’ viene ad essere indagato nella sua struttura
grammaticale cioè razionale istituzione del logos, e il ‘creare’ viene riconosciuto come
estetico istinto di sopravvivenza, pratica di interpretazione della vita. Nel secondo capitolo,
Ragioni a confronto, la Lossi mette l’accento sul primo dei due termini, la ragione, che
Nietzsche sviluppa a partire dallo studio dei preplatonici, per comprendere l’irreversibile
allontanamento dal mito e la nascita della filosofia:

Il balbettio iniziale della filosofia legata al mito, nelle vesti di una nuova forma di sapere, è
l’espressione di una problematicità. La filosofia è la prima forma di pensiero razionale che, a differenza
del mito, si avvale di una metodologia che si appella alla ragione e non più al sentimento, e al logos inteso
come ragionamento e linguaggio, e non all’immagine, realizzando, da un lato, la prima divisione tra
parole e cose, separando l’essere dal linguaggio, ma creandone, dall’altro, anche le nuove condizioni di
possibilità affinché la realtà possa essere compresa e dotata di significato 5.

Il terzo capitolo, Estetica del rovesciamento, anticipa la messa in atto finale del
ribaltamento attraverso una fisiologia dell’arte che, partendo da un rovesciamento del
platonismo, torna ad una trasvalutazione della vita passando necessariamente per la
svalutazione dei valori supremi («abbiamo l’arte per non perire a causa della verità»)6,
l’attenzione si focalizza così sul secondo termine chiave, l’estetica.
Nell’ultima parte, La ragione simbolica, si compie quel rovesciamento paradigmatico
che, dal dire al creare, ritorna idealmente dal creare al dire: tutti gli scritti di Nietzsche non
sono che l’instancabile tentativo (autocritico) di dire la vita contro il dominio del concetto
partendo da un atto simbolico creatore; come ricorda Lossi, «la figura di Zarathustra
rappresenta questa sfida del pensiero davanti all’infinito»7.
Per una ‘dinamica della liberazione’, è necessario dunque ripartire da una caverna,
magari istoriata 35 mila anni fa, per riabilitare la vista in un processo di necessaria
dimenticanza («dimenticare implica un atto tutt’altro che passivo: riuscire a dimenticare
significa trasporre una presenza nell’assenza»)8 in cui la creazione contiene già i termini
della propria distruzione, una lacerazione originaria: «si risale alla luce con estrema
difficoltà, con dolore fisico agli occhi, in quanto si è abituati al buio della caverna»9.

4 M. Sardone, Cave of forgotten dreams di W. Herzog, in http://www.uzak.it/cose-mai-viste/227-cave-of-


forgotten-dreams.html
5 A. Lossi, p. 67.
6 F. Nietzsche, Frammenti postumi, primavera-estate 1888, 16 [40], 6, vol. VIII, tomo 3, p. 289.
7 A. Lossi, p. 152.
8 Ivi, p. 146.
9 Ivi, p. 154.

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