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La vita delle donne afghane sta tornando a essere quella del primo regime talebano – il post

Domenica 26 dicembre 2021 i talebani, al potere in Afghanistan da ormai più di quattro


mesi, hanno detto che le donne non potranno più percorrere distanze maggiori di 72
chilometri senza un accompagnatore maschio. Il provvedimento è l’ultimo di una serie con
cui i talebani hanno limitato i diritti e le libertà personali delle donne, che ad oggi, nella
maggior parte dei casi, non possono lavorare e studiare dopo i 12 anni: per loro, la vita sta
tornando a essere quella del primo regime talebano, durato dal 1996 al 2001.
Il nuovo divieto è stato deciso dal ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione
del Vizio, sulla base di un’interpretazione estremamente radicale della sharia, la “legge
islamica”. Oltre a vietare alle donne di percorrere più di 72 chilometri da sole, la norma
vieta ai tassisti di far salire sulle proprie auto donne senza velo (ma non viene specificato
che tipo di velo, se l’hijab, che copre il capo ma non il viso, o veli integrali come il niqab o il
burka). Il nuovo divieto impone inoltre a chiunque, uomo o donna, di non ascoltare musica
in macchina. I divieti appena imposti sono praticamente gli stessi che erano in vigore
durante il primo regime talebano, quando alle donne era vietato uscire di casa senza un
maharram (maschio guardiano).
Circa un mese fa, i talebani avevano proibito alle reti televisive afghane di trasmettere
programmi e telenovele in cui apparivano donne, e alle donne di recitare nei programmi
televisivi afghani. La norma imponeva alle giornaliste e presentatrici televisive di tenere
sempre il capo coperto. Nelle settimane precedenti, i talebani e i loro sostenitori avevano
anche provveduto a coprire, imbrattare e cancellare con la vernice nera le molte immagini di
donne presenti nelle pubblicità o fuori dai saloni di bellezza di alcune città afghane. Inoltre,
il nuovo regime ha chiuso il ministero degli Affari femminili, una specie di ministero per le
Pari opportunità, istituito nel 2001.
Come era già successo durante il primo regime talebano, per esempio, sono stati imposti
enormi limiti al diritto al lavoro – ad eccezione di alcuni casi particolari, la stragrande
maggioranza delle donne afghane oggi non può lavorare – e all’istruzione.
A metà settembre i talebani avevano detto che alle donne era permesso frequentare le
università, ma in corsi riservati solo a loro e tenuti esclusivamente da docenti donne, di cui,
comunque, avrebbero rivisto i contenuti. Ad oggi molte università afghane hanno riaperto
formalmente, ma i corsi non sono ricominciati e si sta ancora lavorando a come mettere in
pratica la separazione tra uomini e donne. In futuro, comunque, accedere all’università
potrebbe diventare impossibile per le donne afghane.
Sempre a settembre, infatti, i talebani avevano riaperto le scuole primarie e secondarie,
permettendo ai soli studenti maschi di frequentare quelle secondarie (equivalenti alle
medie e superiori italiane). Un provvedimento simile era stato preso anche alla fine degli
anni Novanta, quando i talebani avevano vietato alle donne di studiare dopo i 12 anni, l’età
a cui si accede alle scuole secondarie in Afghanistan: e senza scuola secondaria non ci si
può iscrivere all’università (qualche scuola secondaria è stata poi riaperta alle studentesse,
ma sono rimasti casi isolati e limitati solo ad alcune aree).
Negli ultimi mesi i talebani hanno adottato anche qualche misura in senso contrario,
apparentemente di apertura verso le donne: per esempio hanno vietato il matrimonio
forzato e regolato il diritto alla proprietà, concedendo alle vedove il diritto a una quota dei
beni dei mariti. Si parla però di provvedimenti con impatto significativamente minore
rispetto ai divieti imposti, e che molto probabilmente hanno l’obiettivo di ottenere
legittimità di fronte ai governi stranieri e alle organizzazione umanitarie, da cui dipende in
buona parte la sopravvivenza economica del paese.
I diritti delle donne sono una delle questioni principali, forse la più importante, su cui i
governi stranieri stanno insistendo, ponendola come condizione necessaria per il
riconoscimento del governo dei talebani e il conseguente accesso agli aiuti economici.
Il regime dei talebani continua a dire che i divieti in vigore sono temporanei, e che la
condizione femminile non tornerà ad essere quella del primo regime: al momento però
non sembra esserci nessuna ragione per credergli.

Come vanno le cose con l’istruzione femminile in Afghanistan – il post

Da quando ha ripreso il controllo dell’Afghanistan, il governo dei talebani sta dando


indicazioni vaghe e contraddittorie sull’istruzione femminile, che fanno temere che anche
in questo campo i talebani torneranno a limitare in modo molto significativo la libertà delle
donne, con misure molto simili a quelle che avevano caratterizzato il primo regime
talebano nel paese, tra il 1996 e il 2001.
A giudicare dagli annunci, per ora alle studentesse afghane sarà permesso l’accesso
all’educazione primaria (l’equivalente delle scuole elementari italiane) e alle università,
anche se in entrambi i casi in corsi riservati a sole studentesse. Non è invece chiaro cosa i
talebani intendano fare con l’educazione secondaria, che è l’equivalente di medie e
superiori italiane ed è una fascia di istruzione necessaria a garantire, anche in futuro, la
continuazione degli studi.
Durante la loro prima conferenza stampa, in cui si sono presentati come un gruppo
moderato e aperto, i talebani avevano annunciato che avrebbero garantito il rispetto dei
diritti delle donne, incluso quello allo studio. Le loro parole erano state accolte con molto
scetticismo e molta diffidenza, anche perché i talebani avevano aggiunto che avrebbero
rispettato i diritti delle donne «sotto il sistema della sharia», cioè l’insieme di princìpi
morali e giuridici islamici che i talebani applicano in una forma estremamente radicale. Nel
corso del primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, questo risultò, per le donne, nel
divieto di andare a scuola dopo i 12 anni.
Nelle settimane successive, i talebani hanno poi diffuso regole più specifiche sull’istruzione
delle donne, e sono cominciate le prime violazioni del diritto allo studio.
A metà settembre si sono espressi sul diritto allo studio universitario, dicendo che le donne
avrebbero potuto continuare ad andare all’università, ma in corsi riservati a sole donne e
tenuti da docenti donne, di cui, comunque, avrebbero rivisto i contenuti. I talebani avevano
anche detto che per le afghane che avrebbero frequentato l’università sarebbe stato
obbligatorio coprirsi il capo: non è chiaro se si riferissero all’hijab, che copre il capo ma non
il viso, o a coperture più integrali.
Sabato 18 settembre, poi, hanno riaperto le scuole primarie e secondarie. Le bambine
afghane hanno ancora accesso alle scuole primarie, riservate a studenti e studentesse dai 6
ai 12 anni. Devono però frequentare classi solo femminili, diversamente da quanto accadeva
in molte scuole prima dell’arrivo dei talebani.
Ma le studentesse che dovrebbero frequentare le scuole secondarie (cioè le ragazze tra i 12
e i 17 anni, a seconda del ciclo scolastico) non sono tornate in classe. I talebani hanno
stabilito un divieto soltanto implicito, che però è stato sufficiente per annullare
completamente la frequenza: il governo ha infatti emesso un’ordinanza che prevedeva il
ritorno alle scuole secondarie per gli studenti e i docenti maschi, senza menzionare le
donne.
Dunque non è chiaro come i talebani abbiano intenzione di regolare l’accesso delle ragazze
afghane all’istruzione secondaria, se abbiano intenzione di diffondere un divieto esplicito e
permanente o se invece si troverà una soluzione di compromesso.
Per ora, i talebani non stanno dando indicazioni chiare e sembra che stiano prendendo
tempo: hanno detto che il governo non ha intenzione di negare l’accesso all’istruzione
secondaria alle studentesse afghane, ma che sta lavorando a un sistema di trasporti più
sicuro che possa permettere alle studentesse di andare a scuola dopo i 12 anni “in
sicurezza”. Naturalmente queste parole suscitano molto scetticismo e vanno prese con
cautela: non si sa cosa i talebani decideranno di fare e le decisioni in questi giorni non fanno
sperare in scenari favorevoli per le donne.
La vaghezza e le contraddizioni dei talebani sull’istruzione femminile stanno provocando
notevoli problemi: alcune ragazze afghane, ha detto al Wall Street Journal una docente di
una scuola superiore di Kabul, sono attualmente a un passo dal diploma di maturità, ma
non possono andare a scuola e completare i propri studi.
L’eventuale divieto per le ragazze afghane di accedere all’istruzione secondaria potrebbe
creare un vuoto tra le scuole elementari e lo studio universitario (per ora entrambi
permessi), interrompendo di fatto il diritto allo studio universitario: l’istruzione femminile si
fermerebbe infatti ai 12 anni (come accadeva peraltro durante il primo regime talebano) e,
una volta esaurito il numero di studentesse attualmente iscritte all’università, non ci
saranno più ragazze che potranno iscriversi.
Nelle città afghane le donne hanno organizzato diverse proteste. Domenica il gruppo di
attiviste afghane Movement for Change, che si concentra sui diritti delle donne, ha detto
che stava pianificando grosse proteste contro la gestione dell’istruzione femminile da parte
del governo dei talebani.

Nelle città afghane le donne protestano, in campagna le cose sono più complicate – il post
Da quando i talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan, instaurando il loro nuovo
regime, nelle principali città del paese si tengono quasi tutti i giorni forti proteste, molte
delle quali organizzate da sole donne, che temono di perdere le libertà conquistate nel
corso degli ultimi vent’anni sotto un regime che, tra il 1996 e il 2001, rese la vita delle
donne praticamente impossibile. Le proteste frequentate soprattutto dalle donne sono
state molto raccontate sui media, e a oggi sono il principale fenomeno di opposizione al
regime talebano tra la popolazione afghana.
La situazione, però, è molto diversa nelle zone rurali dell’Afghanistan, dove la condizione
delle donne non è cambiata in modo altrettanto evidente, e dove tutte le occupazioni – sia
quella sovietica che quella americana – sono state caratterizzate da momenti di grande
violenza, spesso contro i civili. Per le donne afghane che vivono nelle campagne, quindi, il
ritorno dei talebani ha poco o nulla a che fare con i loro diritti, la cui conquista è percepita
come qualcosa di abbastanza indipendente da chi governa il paese.
Le proteste contro il nuovo regime talebano, a cui hanno partecipato moltissime donne,
sono cominciate nei primi giorni dopo la conquista di Kabul.
Già il 17 agosto, due giorni dopo che i talebani avevano preso Kabul, alcune donne si erano
raccolte in un quartiere di Kabul per protestare contro il nuovo regime, chiedendo il rispetto
dei loro diritti. Le proteste sono poi continuate, quotidianamente, con risposte molto
violente da parte dei talebani, che hanno provocato anche dei morti.
Le donne hanno continuato a riunirsi e a protestare: «non rinunceremo al nostro diritto allo
studio, al lavoro, alla partecipazione sociale e politica», ha detto l’attivista Fariha Esar
durante una protesta del 20 agosto. Le proteste hanno coinvolto anche altre città oltre a
Kabul: a Herat, che è una delle città più liberali dell’attuale Afghanistan, decine di donne
hanno marciato per le strade con megafoni e cartelli, in una delle manifestazioni più
significative fino a quel momento, annunciando la loro intenzione di diffondere la protesta
in tutte e 34 le province del paese. Le donne afghane hanno continuato a protestare, per
due giorni consecutivi, anche dopo la presentazione del nuovo governo da parte dei talebani
(naturalmente composto da soli uomini). Anche in questo caso, i talebani hanno risposto
alle proteste con violenza. Ma le donne afghane hanno continuato a protestare: «Non ho
paura», ha detto una di loro a BBC, «continuerò a protestare ancora, ancora e ancora, fino
alla morte: meglio morire all’improvviso che farlo gradualmente».
Le proteste sono state così significative che, non riuscendo più a gestirle, i talebani le
hanno poi vietate: è stata la loro prima ordinanza da nuovi governanti dell’Afghanistan,
seguita da un altro divieto: quello, per le donne, di fare sport.

Nelle proteste delle donne afghane contro il nuovo regime ha avuto un ruolo importante
anche RAWA (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane), il gruppo autorganizzato
impegnato da quarant’anni nella lotta per i diritti delle donne in Afghanistan. In
un’intervista al Manifesto pubblicata qualche giorno dopo la conquista dell’Afghanistan da
parte dei talebani, RAWA ha detto che le donne del movimento non vogliono fuggire, ma
«rimanere e lottare contro il regime». Le donne di RAWA hanno espresso, anche in altre
occasioni la loro volontà di continuare a resistere e a lottare per i diritti loro e di tutte le
donne afghane, chiedendo a chi sta fuori dall’Afghanistan di non riconoscere il regime dei
talebani.
Le proteste delle donne afghane nelle città, però, non sono state accompagnate da reazioni
simili nelle campagne, dove vive più del 70 per cento della popolazione afghana.
L’Afghanistan rurale è infatti molto diverso da quello urbano, e ha vissuto molto
diversamente anche gli ultimi vent’anni di occupazione americana.
Nelle campagne, l’instaurazione del nuovo regime dei talebani non ha destato
l’indignazione e il malcontento che ha caratterizzato le città, né le donne intervistate hanno
intenzione di lasciare il paese. Per capire come questo sia possibile, è importante sapere
che l’Afghanistan rurale ha vissuto l’occupazione sovietica e quella americana, così come il
passato regime talebano, in modo molto diverso dalle città.
Se nelle città l’occupazione sovietica e quella americana hanno spesso portato – sebbene
con problemi e molte inadeguatezze – diritti e prosperità, nelle campagne hanno portato
più che altro violenza, spesso contro i civili. Nelle città, il regime talebano è stato vissuto
come un inferno; nelle campagne, come un momento di pace.
All’occupazione sovietica seguì una sanguinosa guerra civile tra i mujaheddin islamisti e il
governo afghano, raccontata dalle donne con immagini di cadaveri trasportati nelle
campagne, stupri e uccisioni, suoni di spari e urla che arrivavano inaspettati durante le
normali occupazioni quotidiane.
In un contesto come questo, quando nel 1996 i talebani (gruppo fondato nel 1994 dal
mullah Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin) presero il potere e instaurarono il
loro regime, alle donne afghane arrivò più che altro la pace: il regime talebano veniva da
loro giudicato alla luce di quanto era accaduto prima più che sulla base di qualche principio
universale di giustizia e rispetto dei diritti umani. Soprattutto, la loro vita non cambiò
granché, se non nella misura in cui smisero di sentire spari e di subire incursioni notturne in
casa da parte di stranieri che cercavano il nemico.
Nelle campagne, le donne afghane hanno vissuto quindi molto male anche l’occupazione
americana, che per loro ha significato più che altro una nuova ripresa delle violenze e della
guerra civile. Per molte di loro, l’immagine del male non corrispondeva tanto ai talebani
quanto ai comandanti dell’esercito afghano e ai soldati americani che perlustravano le
campagne, casa per casa, cercando i talebani, e a volte uccidendo civili sospettati di
esserlo, o portandoli in prigione.
Le donne raccontano anche che erano i talebani, spesso, ad avvisare la popolazione locale
degli attacchi e dei conflitti imminenti, consigliando di chiudersi in casa, di non transitare
per le strade, o chiudendo il traffico ai civili quando dovevano attaccare un veicolo militare
americano. Gli americani, invece, non lo facevano, e ogni volta che moriva un civile
l’indignazione verso di loro cresceva, anche nelle donne, che raccontano le morti
improvvise di bambini che giocavano o dormivano, di mariti o parenti uccisi da un drone
mentre partecipavano a un funerale.
Non stupisce, quindi, che i rapporti del governo americano parlassero di una percezione
«sfavorevole» delle forze di coalizione da parte della popolazione locale. Per alcune donne
che vivevano nelle campagne, gli stessi programmi di istruzione venivano percepiti come
un’imposizione di valori occidentali.
Quando pensiamo a come le donne afghane che vivono nelle campagne stiano vivendo
l’instaurazione del nuovo regime talebano, è importante avere in mente tutto questo. Per
molte di loro – che in questi vent’anni non sono andate all’università, non hanno viaggiato,
non sono diventate giornaliste, politiche o diplomatiche, non hanno vissuto in città che
crescevano e si trasformavano – la fine dell’occupazione americana e il ritorno dei talebani
significa semplicemente la conclusione della guerra.

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