Sei sulla pagina 1di 4

Questa casa non è un albergo!

Fare spazio all’amore

Non permettere che qualcuno venga da te


e che poi vada via
senza essere migliore e più contento.
Madre Teresa di Calcutta

➔ Invocazione allo Spirito Santo


➔ Lettura di Luca 1,26-38

Da bambini tutti abbiamo cominciato molto presto a disegnare una casetta: erano le prime
rappresentazioni di noi stessi. Poi crescendo la casetta si è complicata e non siamo più
riusciti a disegnarla.
Siamo come una casa, con i suoi luoghi più accoglienti e aperti, con le stanze chiuse dove
nessuno può entrare, con le cantine dei nostri ricordi, dove teniamo le cose che usiamo di
meno o che non vogliamo avere più tra i piedi, ma che con le nostre terrazze e i nostri
balconi che ci permettono di contemplare il cielo.
In questa casa, infine, possiamo decidere di rimanere da soli, di accogliere altri o… di
sequestrarli! Molto della nostra vita di relazione, molto dell’amore si gioca proprio su questa
alternativa: possiamo accogliere qualcuno nella nostra casa o possiamo fare prigionieri.
Possiamo lasciare la libertà all’altro di andarsene quando lo desidera o possiamo diventare
padroni illusi che vogliono trattenere la preda.
Nell’Antico Testamento Davide voleva fare una casa a Dio (2Sam 7,1-17), ma sarà Dio a
dare a lui un casato, cioè una discendenza. Nel nostro linguaggio questa accezione sta
scomparendo, ma per tanto tempo il termine “casa” ha significato anche famiglia, gruppo di
appartenenza, stirpe. Anche Luca dice infatti che Giuseppe è della casa di Davide (Lc 1,27),
la casa appunto che Dio sta continuando a costruire per Davide.
Nel testo c’è però un’altra casa, meno evidente agli occhi del mondo e della “grande storia”,
è la casa in cui Dio vuole andare ad abitare: Dio chiede a Maria di essere casa per lui.
Mentre Davide vuole imprigionare Dio in una casa (ma Dio si rifiuta di farsi imprigionare),
Maria accoglie Dio. Davide abusa perché vuole possedere. Maria è l’immagine dell’amore
che si mette a disposizione dell’altro, Davide è l’immagine della perversione che si vuole
impadronire dell’altro.
Davide vuole fare una casa per Dio, Maria si lascia edificare da Dio. Davide è l’uomo che
cerca di racchiudere Dio nelle proprie convinzioni, nei propri ragionamenti, nelle proprie
tradizioni, Maria è l’umanità che si lascia raggiungere e sorprendere da Dio.
Dio ci raggiunge nei nostri luoghi più poveri e inaspettati. Ci raggiunge in Galilea: ci
raggiunge nelle “periferie esistenziali”, là dove ci sentiamo abbandonati, smarriti, senza
identità. La Galilea del I sec. era un luogo di confine, dove anche il culto era ambiguo e
praticato in modo superficiale. Ma Dio ci raggiunge a Nazaret: nei luoghi meno conosciuti
della nostra interiorità, nei luoghi che ci sembrano insignificanti, negli spazi della nostra vita
da cui non ci sembra possa venire qualcosa di buono (cfr. Gv 1,46).
Ma solo l’amore può arrivare a generare a Nazaret, solo l’amore può ridare dignità a quelli
che mi sembrano i luoghi perduti e falliti nella mia storia. Solo lo sguardo di un amante -
dell’Amante per eccellenza - può trovare qualcosa di bello a Nazaret.
Dio mi raggiunge nella mia sterilità, come ha raggiunto Elisabetta: l’umanità senza speranza.
Anche per questa umanità c’è un sesto mese: nel racconto della creazione, il sesto giorno
era quello in cui Dio crea l’uomo (Gen 1,26-31). Oggi è di nuovo quel sesto giorno, quello in
cui Dio genera l’uomo nuovo nel grembo di Maria.
Sì, in Maria Dio raggiunge l’umanità. Una nota strepitosa, perché in tutte le religioni fino ad
allora conosciute, era l’uomo che doveva cercare di raggiungere Dio, di elevarsi a lui, di
cercarlo. Per la prima volta c’è un Dio che cerca l’uomo, che cerca l’umanità, un Dio che ci
chiede casa, un Dio che si fa ospite. E anche quando l’angelo partì da lei, Dio, la Parola,
continuò a rimanere lì, nella casa dell’umanità, continuando ogni giorno a bussare al cuore
di questa umanità per chiedere di essere accolto una volta ancora.

Se guardi bene il testo, ti accorgerai che la prima parola della tua vita non può più essere la
paura, ma sarà la gioia. Sì, è vero, questa casa ha molte crepe, forse le fondamenta sono
traballanti, le pareti sono da imbiancare, ma qualcuno è venuto a farti visita, comincia a
gioire per questo. Non aspettare di rimettere a posto tutta la casa per accogliere chi sta
bussando alla tua porta. Se ti concentri sui tuoi limiti, probabilmente non aprirai mai. Se la
tua prima parola è la paura, forse non arriverai mai a gioire.
Aurelio Bruni, L’Annunciazione

Henry Ossawa Tanner, L’Annunciazione


Beatrice Emma Parsons, Annunciazione

Marta Shmatava, L'Annunciazione

Potrebbero piacerti anche