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ARISTOTELE

Le opere che ci sono pervenute comprendono solo gli scritti che Aristotele compose per le necessità del suo insegnamento. Oltre a questi scritti che sono stati chiamati acroamatici
perché destinati agli ascoltatori, o esoterici cioè racchiudenti una dottrina segreta, ma che in realtà sono soltanto gli appunti di cui si serviva per l'insegnamento, Aristotele compose
altri scritti secondo la tradizione platonica in forma dialogica, che egli stesso chiamò essoterici, cioè destinati al pubblico, nei quali si serviva di miti e di altri ornamenti vivaci e
appariva altrettanto eloquente quanto è scarno e severo negli scritti scolastici. Ma di questi scritti essoterici non sono rimasti che pochi frammenti, del cui valore per intendere la
personalità di Aristotele la critica si è accorta solo recentemente.
Gli scritti acroamatici cominciarono a essere conosciuti soltanto quando furono pubblicati, nell'età di Silla, da Andronico di Rodi. Secondo il racconto di Strabone, questi scritti furono
trovati nella cantina della casa posseduta dai discendenti di Neleo, il figlio di Corisco. Sta di fatto che per molto tempo Aristotele fu conosciuto soltanto attraverso i dialoghi e che solo
dopo la pubblicazione degli scritti acroamatici i dialoghi furono via via oscurati dai trattati scritti per la scuola. Nasce così il problema di vedere in che rapporto i dialoghi stanno con gli
scritti scolastici e fino a che punto contribuiscono a farci intendere la personalità di Aristotele.
Nei trattati scolastici, il pensiero di Aristotele appare perfettamente sistematico e compiuto: sembra escluso da essi, almeno a prima vista, che Aristotele abbia avuto oscillazioni o
dubbi, che abbia subito crisi o mutamenti. La considerazione dei dialoghi consente invece di rendersi conto che la dottrina di Aristotele non è nata bell'e compiuta, che il suo pensiero
ha subito crisi e mutamenti. I frammenti che possediamo di tali dialoghi ci mostrano infatti un Aristotele che aderisce dapprima al pensiero platonico per poi allontanarsene e
modificarlo sostanzialmente; che trasforma la natura stessa dei suoi interessi spirituali, i quali, rivolti dapprima ai problemi filosofici, si vengono in séguito concentrando su problemi
scientifici particolari. Attraverso lo studio della formazione del sistema aristotelico si è potuto così gettare uno sguardo sulla formazione e sullo sviluppo dell'uomo Aristotele.

Aristotele inizia la sua carriera di filosofo criticando la teoria delle idee di Platone. Naturalmente tale dottrina era discussa a fondo dal maestro e tra i discepoli, però Aristotele si
distingue subito per averne affermata radicalmente l'inutilità. La teoria delle Idee, secondo Aristotele, complica inutilmente la spiegazione della realtà: le idee sono più numerose degli
individui (se diciamo ad esempio che l'uomo è un animale razionale, troviamo in ogni individuo già almeno tre Idee, quella di uomo, di animale, e di razionale). Se poi si dice che gli
individui sono simili all'Idea, si deve riconoscere che questo singolo uomo e l'Idea (di Uomo in sé) non sono simili di per sé (infatti l'individuo non possiede certo l'universalità
dell'Idea, è un uomo in particolare e non l'Uomo in sé); devono allora essere simili in virtù di un terzo uomo che, sia simile da un lato all'Idea e dall'altro all'individuo; ma per poter far
ciò, il terzo uomo ne esige un quarto, e questo un quinto e così via all'infinito. Insomma, il solco tra le Idee e gli individui si rivela incolmabile. Per sanare il radicale dualismo platonico
bisogna dichiarare che reali sono proprio gli individui (ecco la trovata di Aristotele!): è nelle cose visibili che va cercata la causa stessa della realtà, degli individui, del loro divenire.
Con l'abbandono del platonismo, Aristotele si dedica ad una sistematizzazione del sapere talmente profonda che egli sarà il culmine del pensiero greco antico. Non solo: le sue idee
influenzeranno il mondo occidentale per molti secoli per cui non c'è branca del sapere che non abbia risentito dell'impronta, diretta o indiretta di Aristotele.

Aristotele divide le scienze in tre gruppi: le scienze teoretiche (la filosofia prima o metafisica, la fisica e la matematica), le quali ricercano la conoscenza disinteressata della realtà e si
occupano dell'essere necessario (Dio, mondo, numero), mentre le altre si occuperanno dell'essere possibile (ogni altra cosa che esiste); le scienze pratiche, che comprendono l'etica
e la politica, le quali ricercano il sapere per raggiungere la perfezione morale e sono di guida alla condotta umana; e infine le scienze poietiche o produttive (le arti e le tecniche), che
ricercano il sapere in vista del fare, per produrre i vari oggetti.

Metafisica
La scienza più alta è per Aristotele la metafisica (che in realtà lui chiamava filosofia prima e, più tardi, verrà anche detta ontologia, cioè studio dell'essere), la quale viene da lui
definita in quattro modi: essa è la scienza che studia le cause e i principi primi, studia l'essere in quanto essere; studia la sostanza; studia Dio e la sostanza immobile. Dire che la
metafisica studia l'essere in quanto essere significa che essa non ha per oggetto una realtà in particolare, bensì la realtà in generale, cioè gli aspetti fondamentali e comuni di tutta al
realtà. In altri termini, la matematica studia l'essere come quantità, la fisica studia l'essere come movimento, solo la metafisica studia l'essere in quanto tale, considerando le
caratteristiche universali di ogni essere (ecco perché è chiamata "filosofia prima" mentre la altre scienze sono "filosofie seconde"), ed è dunque il presupposto indispensabile di ogni
ricerca.

Se la metafisica è lo studio dell'essere, che cosa è l'essere? Aristotele dice che l'essere ha molteplici aspetti e significati (noi diciamo ad esempio che l'uomo è, la neve è sui monti,
Dio è...). Esso viene perciò diviso da Aristotele in quattro gruppi principali: l'essere come categoria; l'essere come potenza e atto; l'essere come accidente; l'essere come vero (e il
non essere come falso). Noi vedremo brevemente i primi tre aspetti.

Col termine "categorie" Aristotele intende le caratteristiche fondamentali che ogni essere possiede. Esse sono dieci: sostanza, qualità, quantità, relazione, agire, subire, dove (luogo),
quando (tempo), avere e giacere. La prima di esse, la sostanza, è la più importante perché è il riferimento comune alle altre categorie che, in qualche modo, la presuppongono (la
qualità ecc. è sempre riferita a qualcosa che esiste di già: l'uomo, ovvero la sostanza, è alto, uno, padre, cammina ecc.). Il che ci porta a concludere che, se l'essere si identifica con
le sue categorie e le categorie si riferiscono alla sostanza, la domanda su "che cos'è l'essere ?" si trasforma in "che cos'è la sostanza?".

La sostanza è in primo luogo ogni individuo concreto (uomo, cavallo, albero, tavolo ecc.) a cui si riferiscono delle proprietà che lo caratterizzano. E' quindi un sinolo, unione di due
elementi che Aristotele chiama materia (hyle) e forma (eidos, morphé). La forma è la "natura" propria di una cosa, è ciò che la rende quella che è e la distingue dalle altre; è dunque
la sua "essenza", il suo significato fondamentale, il suo "essere dell'essere". La materia è invece ciò di cui una cosa è fatta, ciò di cui è composta (ad esempio un uomo è fatto di
carne ed ossa; una sfera è fatta di bronzo ecc.), ed è dunque un elemento passivo, che viene 'strutturato', dalla forma, nel senso che è la forma che rende ad esempio l’uomo
'animale razionale', mentre la materia sarà il corpo dell'uomo. Entrambe però, la materia e la forma, sono necessarie per fare una sostanza: non può esistere un uomo senza il corpo
(materia), né l'anima (forma) senza il corpo.

Se la forma è l'essenza necessaria, da essa si distinguono gli accidenti, i quali sono le varie qualità che si possono avere o non avere senza per questo influire sulla sostanza stessa.
Ad esempio Socrate non cessa di essere uomo mentre può essere allegro, triste, sano, malato, ecc. Per cui mentre l'accidente cambia nel tempo, la sostanza rimane la stessa,
identica, pur nel mutare delle varie qualità.

Se la forma è l'essenza necessaria, è ciò per cui ogni essere è necessariamente quello che è, allora essa è anche la risposta che possiamo dare circa il che cos'è? di una cosa, in
quanto definire un essere vuol dire chiarirne l'essenza (che cos'è questo? è un uomo; cos'è un uomo? un animale razionale). Questo ci porta a fare un breve excursus in ambito
logico per accennare al principio di non contraddizione (lo vedremo meglio più avanti): esso sostiene che ogni essere ha una natura determinata che è impossibile negare di esso e
quindi, in questo senso, gli è necessaria, non potendo essere diversa da quello che è. E' espresso da Aristotele nel modo seguente : "è impossibile che la stessa cosa sia e insieme
non sia". Il che viene dimostrato da Aristotele per assurdo dicendo che, se una parola ha un significato, non è possibile che A sia insieme B e non-B, cioè ad esempio che 'uomo' sia
insieme 'animale razionale' e 'non animale razionale'. Ne riparleremo tra qualche pagina.

Tornando alla sostanza, possiamo notare che praticamente ogni cosa è una sostanza, in quanto di ogni cosa - da Dio al più piccolo sasso - si può sempre e comunque chiedere che
cos'è?. Ciò significa che tutti gli esseri, prima di qualunque altro valore, hanno questo che li accomuna: il fatto di essere delle sostanze. Il che implica che, per Aristotele, tutte le
scienze, in quanto sono tutte rivolte alla ricerca e alla definizione delle sostanze, abbiano la stessa dignità. Con questa idea Aristotele ha ulteriormente abbandonato il Platonismo,
giacché per Platone valeva la pena di indagare solo ciò che era ottimo e perfetto e le scienze della natura non erano in fondo delle 'scienze' ma solo delle opinioni probabili. Per
Aristotele invece ogni scienza ha valore di per sé. Egli ha quindi giustificato il valore della ricerca scientifica nel suo senso più ampio (ed ecco perché si è occupato di ogni ramo dello
scibile) ed ha eliminato il pregiudizio platonico contro l'indagine della natura.

Aristotele afferma, come già Platone, che la conoscenza nasce dalla meraviglia nei confronti della realtà e consiste nel chiedersi il perché delle cose. Ma chiedersi perché una cosa
esista o perché sia così e non altrimenti, equivale a chiedersi qual è la causa (= condizione, fondamento, ragione) della cosa stessa, e quindi vi potranno essere diversi tipi di cause.
Aristotele elenca quattro cause: materiale, formale, efficiente, finale.

La causa materiale è appunto la materia, ciò di cui una cosa è fatta (il bronzo è la cosa materiale della statua). La causa formale è la forma o essenza della cosa (la 'ragione' è la
forma o essenza dell'uomo). la causa efficiente è ciò che dà origine, inizio a qualcosa (il padre è la causa efficiente del figlio). La causa finale è il fine, lo scopo a cui una cosa tende
(il diventare adulto è la causa finale del bambino). La teoria delle cause è legata al problema del mutamento o, meglio, del divenire. Che vi siano delle cose che mutano è una
esperienza quotidiana. Ma come poter definire il divenire il generale? Per Aristotele il divenire è il passaggio da un tipo di essere ad un altro. In breve, l'unica realtà è l'essere, ed il
divenire è soltanto uno dei modi dell'essere. Approfondendo la questione Aristotele elabora i concetti di essere in potenza e di essere in atto. La potenza (dynamis) è in generale la
possibilità, da parte di qualcosa, di cambiare, assumere dunque una certa 'forma'. L'atto (energheia) è la realizzazione di quel cambiamento, è la cosa esistente che si ottiene in
seguito al cambiamento. Ad esempio un pulcino è in potenza un gallo, come il gallo è il pulcino in atto (l'atto viene anche chiamato entelecheia, cioè realizzazione o perfezione
attuata). L'atto è per Aristotele superiore alla potenza poiché è la causa, il senso, il fine di ciò che è in potenza. Alla domanda se è nato prima l'uovo o la gallina, Aristotele
risponderebbe 'la gallina', proprio perché la gallina è la realizzazione compiuta di ciò che è solo in potenza, che potrebbe avvenire ma non è ancora, mentre solo ciò che è in atto ci
permette di conoscere quello che è in potenza.

Non ci rimane che illustrare la metafisica come 'studio di Dio'.

Sviluppando un argomento già presente negli ultimi dialoghi platonici, Aristotele sostiene che la materia non può avere in se stessa la causa del proprio movimento. Dunque tutto ciò
che si muove, è necessariamente messo in moto da qualcos'altro. Questo qualcos'altro, poi, se è anch'esso in movimento, è mosso da altro ancora (come la pietra è mossa dal
bastone, che è mosso dalla mano, che è mossa dall'uomo). Orbene, in questo processo di rimandi non si può procedere all'infinito perché altrimenti rimarrebbe inspiegato il
movimento iniziale, dalla cui constatazione siamo partiti. Non potendo così andare all'infinito, vi devono essere dei principi, ovvero dei motori immobili a cui fanno capo i vari
movimenti e, a maggior ragione, vi deve essere un principio primo e immobile, un Primo Motore Immobile, a cui fa capo tutto il movimento. Per Aristotele questo Motore Immobile è
Dio stesso, a cui il filosofo attribuisce anche altre caratteristiche. Prima di tutto Dio deve essere un atto puro, cioè un atto senza potenza, giacché la potenza è la possibilità di
cambiamento mentre Dio, se è Motore Immobile, non può essere sottoposto al mutamento. Inoltre Dio deve anche essere forma pura o sostanza incorporea perché è appunto privo
di materia.

Alla domanda: come può il Primo Motore muovere restando immobile? Aristotele dice che esso non muove come una causa efficiente, dando un impulso, ma muove come causa
finale, cioè come 'un oggetto d'amore'. In altre parole, il Primo Motore muove come l'oggetto d'amore attrae l'amante, pur restando immobile. Dio è la Perfezione che, come una
calamita, attira e quindi muove il mondo. Di conseguenza, l'universo è una sorta di sforzo della materia verso Dio e quindi, in pratica, un desiderio incessante di prendere 'forma', Non
è tanto Dio che dà forma al mondo, ma è piuttosto il mondo che, aspirando a Dio, si auto-ordina (non si dimentichi che per i Greci l'universo non è creato, non ha avuto origine,
sussiste da sempre).

Un'altra caratteristica del Dio aristotelico è che è vivente. Ma di quale tipo di vita? Quella che per Aristotele è la più perfetta, quella che all'uomo è possibile solo per breve tempo, e
cioè la vita del puro pensiero, della contemplazione (theoria). E che cosa contempla Dio? Non può che contemplare la cosa più perfetta e quindi... contempla se stesso: egli pensa se
stesso, è 'pensiero di pensiero'. Si noti che Dio non è però unico. Per i Greci era 'divino' tutto ciò a cui si può attribuire l'eternità e l'incorruttibilità, per cui sono divine molte cose,
come le sostanze soprasensibili, l'anima razionale dell'uomo e anche i motori dei cieli. Aristotele pensava infatti che il cielo fosse in realtà costituito da moltissime (da 47 a 55) sfere
celesti, ognuna delle quali veniva mossa da una intelligenza motrice, che era dunque divina, analoga al Primo Motore ma inferiore a lui, anzi inferiori le une alle altre, come sono
gerarchicamente inferiori le sfere che, una dopo l'altra, sono tra le stelle fisse e la terra. E si ricordi, in ultimo, che il Dio di Aristotele non è né creatore e né provvidenza. Esso non
crea il mondo dal nulla (questa è una concezione ebraico-cristiana) visto che il mondo è eterno; non conosce e non ama il mondo giacché l'amore è visto come una imperfezione, in
quanto è la tendenza a ricercare ciò di cui abbiamo bisogno (ricordate Platone?) mentre, se Dio è perfetto, non può avere bisogno di nulla e quindi non può amare. Il Dio di Aristotele
è insomma una statica perfezione che si bea eternamente di se stessa.

Aristotele - Potenza e atto


La dottrina delle quattro cause è connessa al problema del divenire, che ai tempi di Aristotele continuava ad essere una delle questioni più controverse tra i filosofi. Che il divenire
esiste è un fatto. Come aveva insegnato la scuola eraclitea, nell'universo tutto muta: un fiore sboccia, un giovane invecchia, un corpo si trasferisce da un posto all'altro. Come debba
essere pensato il divenire invece è un problema. Anzi parmenide aveva dichiarato che il divenire è qualcosa di logicamente impensabile poichè implicherebbe un passaggio
dall'essere al non essere, comportando quindi l'esistenza del nulla. Aristotele ribatte che il divenire sarebbe irrazionale, e quindi irreale, solo se, come sostenevano gli eleati, esso
consistesse nel passaggio dal non-essere all'essere e viceversa: tale passaggio è infatti impossibile, perchè dal nulla, nulla può venir creato e non implichi un passaggio dal non
essere all'essere, e viceversa, ma semplicemente un passaggio da un certo tipo di assere ad un altro tipo di essere. Aristotele sostiene dunque che l'unica realtà sia l'essere e che il
divenire sia soltanto una modalità dell'essere. Allo scopo di pensare adeguatamente la realtà del divenire, Aristotele elabora i concetti di potenza e atto. Per potenza si intende la
possibilità, da parte della materia, di assumere una determinata forma. Per atto si intende la realizzazione congiunta da tale capacità. Ad esempio, il pulcino è la gallina in potenza,
comela gallina è il pulcino in atto. La possibilità di assumere forme diverse, mentre la forma, per definizione, è la realtà in atto di tali possibilità. Il punto di partenza del divenire è
quindi la materia come privazione, o pura potenza, di una certa forma, mentre il punto di arrivo è l'assunzione di tale forma. Aristotele ritiene che l'atto possegga una priorità
gnoseologica, cronologica ed ontologica nei confronti della potenza. Alla domanda che scherzosamente si pone talvolta, se è nata prima la gallina o prima l'uovo Aristotele
risponderebbe che è nata prima la gallina.

La funzione della sostanza nel divenire conferisce alla sostanza stessa un nuovo significato. Essa acquista un valore dinamico, si identifica col fine (telos), con l'azione creatrice che
forma la materia, con la realtà concreta dell'essere singolo in cui il divenire si compie. In tal senso la sostanza è atto: attività, azione, compiutezza. Aristotele identifica la materia con
la potenza, la forma con l'atto. La potenza (dynamis) è in generale la possibilità di produrre un mutamento o di subirlo. C'è la potenza attiva che consiste nella capacità di produrre un
mutamento in sé o in altro (come, per esempio, nel fuoco la potenza di riscaldare e nel costruttore quella di costruire); e la potenza passiva che consiste nella capacità di subire un
mutamento (come, per esempio, nel legno la capacità di infiammarsi, in ciò che è fragile la capacità di andare in pezzi). La potenza passiva è propria della materia; la potenza attiva
è propria del principio d'azione o causa efficiente.
L'atto (enérgheia) è invece l'esistenza stessa del l'oggetto. Esso sia alla potenza «come il costruire al saper costruire, l'esser desto al dormire, il guardare al tener chiusi gli occhi pur
avendo la vista e come l'oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora finito» (Met., IX, 6, 1048 b). Alcuni atti sono
movimenti (kinesis), altri sono azioni (praxis). Sono azioni quei movimenti che hanno in se stessi il loro fine. Per esempio, il vedere è un atto che ha in se stesso il suo fine e così
l'intendere e il pensare; mentre l'apprendere, il camminare, il costruire hanno fuori di sé il loro fine nella cosa che si apprende, nel punto verso cui si vuole arrivare, nell'oggetto che si
costruisce. Questi atti sono detti da Aristotele, non azioni, ma movimenti o movimenti incompiuti.
L'atto è prima della potenza. E prima rispetto al tempo: giacché è vero che il seme (potenza) è prima della pianta, la capacità di vedere prima dell'atto di vedere; ma il seme non può
essere derivato che da una pianta e la capacità di vedere non può essere propria che di un occhio che vede. L'atto è prima anche per la sostanza, giacché quello che nel divenire è
ultimo, la forma compiuta, è sostanzialmente prima: per esempio, l'adulto è anteriore al fanciullo e la pianta al seme, in quanto l'uno ha già realizzato la forma che l'altro non ha. La
gallina vien prima dell'uovo, secondo Aristotele. La causa efficiente del divenire deve precedere il divenire stesso e la causa efficiente è atto. Anche dal punto di vista del valore l'atto
è anteriore giacché la potenza è sempre possibilità di due contrari; per esempio, la potenza di essere sano è anche potenza di esser malato; ma l'atto di esser sano esclude la
malattia. L'atto è dunque migliore della potenza.
L'azione perfetta che ha in sé il suo fine è detta da Aristotele atto finale o realizzazione finale (entelechia). Mentre il movimento è il processo che porta gradualmente all'atto ciò che
prima era in potenza, l'entelechia è il termine finale (telos) del movimento, il suo completamento perfetto. Ma come tale, l'entelechia è anche la realizzazione compiuta e quindi la
forma perfetta di ciò che diviene; è la specie e la sostanza. L'atto si identifica dunque in ogni caso con la forma o specie e, quando è atto perfetto o realizzazione finale, si identifica
con la sostanza. Questa è la stessa realtà in atto ed il principio di essa. Di fronte ad essa, la materia considerata in sé, cioè come pura materia o materia prima, assolutamente priva
di attualità o di forma, è indeterminabile e inconoscibile e non è sostanza (Met., VII, 10, 1036 a, 8; IX, 7, 1049 a, 27).
La materia prima è il limite negativo dell'essere come sostanza, il punto dove cessa insieme l'intellegibilità e la realtà dell'essere. Ma ciò che si chiama comunemente materia, per
esempio il fuoco, l'acqua, il bronzo, non è materia prima, perché ha già in sé in atto una determinazione e quindi una forma; è materia, cioè potenza, rispetto alle forme che può
assumere, mentre è già, come realtà determinata, forma e sostanza. Se conoscere la realtà e il perché di una cosa significa conoscerne la sostanza mediante la specie o forma (che
è appunto la sostanza delle realtà composte o sinoli), la materia rappresenta il residuo irrazionale della conoscenza, così come la sostanza rappresenta il principio o la causa non
solo dell'essere ma anche dell'intellegibilità dell'essere come tale.

La concezione aristotelica di Dio


Sono già stati esplicati i due significati di metafisica come studio dell’essere e della sostanza, ma non come studio delle cause ultime e diD io, da qui il concetto di metafisica come
teologia. Ma vi è anche il concetto di
metafisica come ontologia, e ciò sembra creare qualche discrepanza, dato che:
 T eol og i a: Scienza diD io in quanto essere e sostanza suprema (e come causa suprema ultima).
 On to l og i a: Scienza dell’essere osos tanz a in quanto tale.
Vi sono due spiegazioni per le quali la contraddittorietà di queste due identificazioni è risolta:
1.La fase della concezione teologica viene anteposta a quella ontologica (nel pensiero aristotelico).
2.La teologia costituisce il culmine speculativo dell’indagine ontologica della metafisica.
8a. Perché Dio esiste?
Nella Metafisica Aristotele prova l’esistenza di Dio basandosi sul movimento come possibilità di
assumere nuove condizioni o forme:
Premesse: 1.Tutto ciò che è in moto è necessariamente mosso da qualcos’altro.
2. “Quest’altro”, se in moto, sarà mosso da qualcos’altro ancora.
3. Questo procedimento non può essere infinito (il movimento iniziale rimarrebbe inspiegato).
Conclusione: E’necessario che esista un principio assolutamente “primo” e “immobile”,causa
iniziale di ogni movimento possibile ->DIO (“primo motore immobile”)
8b. Gli “attributi” di Dio
Dio, inteso come “primo motore immobile”, ha i seguenti attributi:
1.Dio è atto puro: poiché è immobile, è privo di potenza (= possibilità di movimento -> divenire) e
pura forma(sostanza incorporea).
2.Dio realtà eterna: poiché tutti i movimenti sono eterni, anche chi li causa lo deve essere.
3.Dio come causa finale: Domanda: come può un motore immobile, muovere qualcos’altro?
Risposta: Dio, perfezione, pur rimanendo impassibile, esercita una forza
calamitante sul mondo comunicandogli il movimento (così come una persona
amata scatena l’amore in un’altra persona pur non compiendo niente).

Da questa attrazione che Dio esercita (involontariamente) verso l’universo scaturisce un ord ine. I 2
estremi di questo universo sono la materia prima che, essendo priva di forma tende ad assumerla
perfettamente (Dio), e Dio che essendo forma perfetta tende ad attrarre la materia prima.
L’universo, costituito dalla materia, quindi si auto-ordina e auto-determina (per l’infinito):

Universo = “Materia prima ---tende a---> Dio ---attrae la---> materia prima” = “ordine”
4.Dio come pensiero di pensiero: Prendendo in considerazione i 3 precedenti attributi di Dio, Dio è

un’entità perfetta e totalmente compiuta. A Dio deve quindi appartenere la vita per eccellenza, l’intelligenza e il pensiero. Ma Dio può pensare solo qualcosa di perfetto, altrimenti
diventerebbe imperfetto, quindi pensa a se stesso!

8c. Monoteismo e politeismo in Aristotele

Il ragionamento per spiegare l’esistenza di Dio è applicato solo al primo cielo, ripetendolo quindi per le 47
o 55 sfere celesti (allora conosciute), esisteranno altrettanti dei, quindi ne conveniamo che Aristotele
presenta un tendenzialep ol i tei smo. Il monoteismo sarà solo un aggiuntivo della mentalità cristiana.

LA LOGICA
LOGICA E METAFISICA
Nella definizione aristotelica delle scienze non trova spazio la logica, poiché essa ha per oggetto la forma comune di tutte le scienze. Il termine LOGICA non è aristotelico, piuttosto
egli per indicare la sua dottrina del ragionamento usava il termine analitica. Le ricerche logiche di Aristotele molto probabilmente si sono sviluppate parallelamente allo studio delle
dottrine metafisiche. La logica ha un oggetto cioè la struttura della scienza in generale. Tra le forme di pensiero studiate dalla logica, e le forme della realtà studiate dalla metafisica vi
è un rapporto necessario.

CONCETTI
Secondo Aristotele gli oggetti del nostro discorso (CONCETTI) possono venir disposti in una scala di maggiore o minore universalità e classificati secondo un rapporto di GENERE E
SPECIE. Ogni concetto di un settore è specie di un concetto più universale e genere di un concetto meno universale. Rispetto al genere la specie ha un maggiore numero di
caratteristiche ma è riferita a meno individui. Viceversa, rispetto alla specie il genere ha meno caratteristiche ma è riferito a più individui. Quindi si ha un rapporto inversamente
proporzionale tra estensione e comprensione (l’insieme delle note o qualità caratteristiche di un concetto) e l’estensione (il numero degli essere a cui fa riferimento un concetto), in
quanto, arricchendosi l’una si impoverisce l’altra e viceversa.
La scala dei concetti ha a capo una specie che non ha sotto di se altre specie: la SOSTANZA PRIMA: sostanza nel senso proprio. SOSTANZE SECONDE: specie e generi entro cui
rientrano le sostanze prime. Se non esistessero le sostanze prime non ci sarebbero neanche le seconde.

LE PROPOSIZIONI
Aristotele prende in considerazione quelle combinazioni di termini che si chiamano enunciati apofantici (o dichiarativi), cioè frasi che costituiscono ASSERZIONI. Questi enunciati si
identificano con le PROPOSIZIONI che si distinguono in AFFERMATIVE: attribuiscono qualcosa NEGATIVE: separano qualcosa da qualcosaltro UNIVERSALI: hanno soggetto
universale PARTICOLARI: il soggetto è una classe particolare SINGOLARI: il soggetto è un singolo. Esistono rapporti tra proposizioni diverse che risultano nel Quadrato degli
opposti.

Esistono proposizioni CONTRARIE: come universali affermative e universali negative che sono della stessa quantità ma di diversa qualità e non possono essere entrambe vere, al
massimo tutte e 2 false. Proposizioni CONTRADDITTORIE: come universali affermative e particolari negative. Sono diverse sia per quantità che per qualità e devono essere per
forza o l’una o l’altra vera. Proposizioni SUBCONTRARIE: come particolari affermative e particolari negative sono. Sono quantità uguali ma diversa qualità e possono essere o
entrambe vere ma non entrambe false. Proposizioni SUB-ALTERNE. come universali negative e particolari negative. Qualità uguale ma diversa quantità. La verità della particolare è
compresa nella universale ma non viceversa.
Aristotele considera anche la modaità della proposizione distinguendo: ASSERZIONE (A è B). POSSIBILITA’ (A può essere B). NECESSITA’ (A deve essere B)

IL SILLOGISMO
Secondo Aristotele quando affermiamo quindi neguhiamo qualcosa di qualcosaltro non ragioniamo ma giudichiamo. Ragioniamo quando passiamo da giudizi cioè da proposizioni a
proposizioni collegate da nessi. Il SILLOGISMO è il ragionamento per eccellenza. E’ un discorso in cui poste delle premesse segue necessariamente una conclusione. Nel sillogismo
si hanno 3 termini: MAGGIORE: predicato nella prima premessa. MINORE: soggetto nella seconda premessa. MEDIO: soggetta nella prima e predicato nella seconda. (Maggiore e
minore compaiono anche nella conclusione).
Premessa maggiore: ogni animale è mortale
Premessa minore: ogni uomo è animale
Conclusione: ogni uomo è mortale

LE PREMESSE
La validità di un sillogismo non si identifica con la sua verità, infatti può partire da premesse false. Il sillogismo deve essere oltre che corretto anche dimostrativo cioè partire da
premesse vere. Come si ottengono ? La premesse prime si identificano con gli ASSIOMI, cioè proposizioni comuni a più scienze o a tutte le scienze. Questa è la condizione
necessaria ma non sufficiente. Servono dei PRINCIPI PROPRI alle singole scienze che sono le DEFINIZIONI. queste si ottengono con l’induzionem procedimento grazie a cui dal
particolare si ricava l’universale. Questa però ha dei limiti, infatti non spiegando il perché non attinge il vero universale. Ma allora da dove derivano le definizioni? Esse derivano dall’
INTELLETTO e dal suo potere di INTUIZIONE che è il principio della scienza. L’intuizione si ottiene gradualmente con l’esperienza.

LA DIALETTICA
Essa si distingue dalla scienza per la natura dei suoi principi. I PRINCIPI DIALETTICA: probabili. PRINCIPI SCIENZA: assolutamente veri. Quindi vi è un netto distacco da Platone
che vede nella dialettica la scienza più alta. Per Aristotele è solo un ragionamento debole, cioè un discorso che non necessariamente arriva a concludere qualcosa.

Fisica
Com'era visto il mondo da Aristotele? Pensate che quanto egli sostenne rimarrà tale fino al 1600, quando Galilei e altri daranno origine alla scienza moderna. Vi è, secondo
Aristotele, il mondo celeste ed il mondo sublunare, in cui è situata la Terra. Le sostanze del mondo sublunare sono costituite da quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Ogni
elemento si muove in una direzione determinata dal suo peso; ciascuno di essi ha quindi un luogo naturale a cui tende (per Aristotele non c'è il vuoto perché in uno spazio vuoto nulla
offrirebbe resistenza e quindi non ci sarebbe differenza di velocità tra corpi pesanti e corpi leggeri). La terra, in quanto corpo più pesante, occupa il centro dell'universo, Al di sopra
della Terra vi sono la Luna, il Sole, i pianeti e le stelle. I corpi celesti sono legati ad una serie di sfere concentriche, che si muovono in cerchio (perché è il moto perfetto) intorno alla
Terra. Il movimento circolare è eterno, così come è eterno il mondo nel suo complesso ed eterne le specie animali e vegetali che lo popolano (bisognerà aspettare Darwin per
contestare questo aspetto). Il moto circolare è proprio delle sostanze incorruttibili ossia dei corpi celesti. Essi sono composti da una quinta essenza o etere. I processi di generazione
e corruzione sono propri solo delle singole sostanze del mondo sublunare.

Nel mondo sublunare vi sono molte specie viventi. Non ogni corpo ha naturalmente la vita: basti pensare alle pietre o ai metalli. Solo un corpo organico, ossia un corpo dotato di
strumenti in grado di svolgere certe funzioni, può avere la vita in potenza. L'anima, secondo Aristotele, non può esistere indipendentemente dal corpo: essa è l'atto perfetto o
entelecheia di un corpo che ha la vita in potenza; mentre il corpo è la 'materia' di quel sinolo (composto) che è l'essere vivente. L'anima ha diverse funzioni: quella nutritiva e
riproduttiva (che è anche comune a piante ed animali), quella sensitiva (propria solo degli animali e degli uomini : si ricordi che per Aristotele è il cuore e non il cervello il centro delle
funzioni percettive e fisiologiche), e infine quella intellettiva, propria solo dell'uomo, che è un intelletto che non ha bisogno di un supporto corporeo per svolgere il suo compito (ad
esempio giudicare il vero dal falso, ciò che è da desiderare o da fuggire ecc.). L'intelletto è in potenza e diventa in atto quando conosce. Mentre l'anima individuale umana non è
immortale (l'abbiamo visto prima dicendo che è legata al corpo), l'intelletto produttivo (poietikos) è sempre in atto ed è impassibile, separabile e quindi immortale. Aristotele dice che è
divino e proviene all'uomo dall'esterno. Il che procurerà diversi fastidi ai commentatori posteriori di Aristotele che cercheranno di risolvere in qualche modo la posizione non ben
chiara del maestro.

i luoghi naturali:
l' elemento tende verso il suo simile e il proprio luogo naturale. cosi se gettiamo un sasso nell'acqua, ossia in un elemento diverso dal suo, esso tende ad riappropriarsi del suo luogo
naturale, sprofondando sino a toccare il suolo; allo stesso modo la bolla d'aria tende verso l' elemento aria.
Se si toglie uno dei quattro elementi dal suo ambiente, dal suo luogo, questi tende a tornarvi: come dimostra un sasso gettato nell'acqua che affondando tende ad andare verso la
sua sfera, quella della terra, mentre le bolle d'aria che si liberano nell'acqua tendono ad andare verso l'alto, ossia verso la sfera dell'aria.