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LA CIVILTA' BIZANTINA - MANGO

INTRODUZIONE
Stando alla definizione degli storici, l'impero bizantino sarebbe nato con la fondazione della città di
Costantinopoli nel 324 d.C e sarebbe finito con la resa della medesima città ai Turchi Ottomani nel 1453.
Nel corso di questi undici secoli l'impero bizantino conobbe numerose trasformazioni. Esso può essere
suddiviso in tre periodi:
1. Il primo periodo bizantino;
2. Il medio periodo;
3. Il tardo periodo.
Può rientrare nella prima unità, l'epoca che giunge sino alla metà del VII secolo, e cioè fino all'insorgenza
dell'Islam e alla definitiva installazione degli arabi lungo le coste orientali e meridionali del Mediterraneo.
Il medio periodo può giungere sino all'occupazione turca dell'Asia minore, cioè intorno al 1070 oppure
sino alla presa di Costantinopoli da parte dei crociati nel 1204.
Il terzo periodo, da qualunque di queste date sino al 1453.
Essi si riconoscevano come impero romano mentre per gli europei occidentali la parola aveva una
connotazione completamente diversa; pertanto indentificavano i bizantini come greci. Il termine
bizantino si impose solamente nel Rinascimento. Sicuramente il primo periodo bizantino è senz'altro
quello più importante, in quanto vi è ancora l'idea di antichità, nonostante l'impero romano aveva
progressivamente perduto le sue province settentrionali.
L'impero bizantino seppe integrare il cristianesimo all'interno della tradizione greco-romana, definì il
dogma cristiano e stabilì le strutture della vita cristiana; creano, inoltre, la prima letteratura e la prima
arte cristiana. Nel primo periodo si può vedere, per di più, l'invasione persiana come una delle prime
calamità che afflissero l'impero. La catastrofe del XII secolo è l' episodio centrale della storia bizantina.
Il medio periodo bizantino può invece paragonarsi a un triangolo con un lato maggiore che era l'Islam e
due lati minori, ossia Bisanzio e l'Europa occidentale. Il mondo islamico assorbì l'eredità sia di Roma, sia
della Persia, unendo in un solo grande mercato comune l'area che si estendeva dalla Spagna ai confini
dell'India; seppe produrre una civiltà urbana di inconsueta vitalità. Anche il periodo tardo può essere
considerato come un triangolo, però di diversa configurazione. Sia il mondo bizantino che il mondo arabo
sono ormai in disarmo, laddove l'Europa occidentale è in ascesa. I principali sviluppi che diedero inizio a
questa fase furono: la perdita della maggior parte dell'Asia minore passata ai turchi selgiuchidi; la
cessione dei traffici marittimi alle repubbliche marinare italiane.
Per i cento anni successivi, Bisanzio riuscì a mantenere la sua unità e il suo prestigio, ma a partire dal
1180 l'impero cominciò a creparsi e ne risultò la presa di Costantinopoli da parte dei cavalieri della
quarta crociata, lo stabilirsi dei principati latini nel Levante, la formazione di frammenti di stati greci a
Trebisonda, Nicea, Epiro, il ricostituirsi di una somiglianza dell'impero di Costantinopoli nel 1261.

1. POPOLI E LINGUE
Tutti gli imperi hanno governato popoli diversi; sotto questo aspetto l'impero bizantino non ha fatto
eccezione. Ancor prima dell'inizio del periodo bizantino le varie nazioni erano sotto l'autorità di Roma, la
quale cominciò a mostrare le sue prime crepe verso la fine del II secolo d.C. L'insorgenza della religione
cristiana non fece che accentuare la crepa. La lingua inoltre separava in due l'impero: la metà occidentale
era di espressione latina, quella orientale era decisamente greca; ma un grande numero di persone
comuni non parlava né l'una né l'altra lingua. Costantinopoli era un insieme di elementi eterogenei.
Genti di ogni provincia vi erano stabilite o comunque la visitavano per ragioni di carattere commerciale o
ufficiale. Tra gli schiavi molti erano barbari. Un altro elemento straniero veniva dalle unità militari che nel
VI secolo erano costituite o da barbari o dai provinciali di maggior forza.
Dalla Siria, dalla Mesopotamia, dall'Egitto si riversavano nella capitale monaci che parlavano copto o
greco. L'ebreo si guadagnava da vivere in qualità di artigiano o mercante. Numerosissime opere di
letteratura vennero composte a Costantinopoli, come la celebre grammatica di Prisciano o la cronaca di
Marcellino.
Il latino continuava a essere necessario per il ruolo legale e per talune branche dell'amministrazione, ma
la bilancia stava pendendo a favore del greco. Le parti più sviluppate dell'impero erano sempre le
estremità costiere. Le città più importanti erano situate lungo le principali vie di comunicazione, quali la
cosiddetta Via Regale che collegava Smirne e Sardi a Melitene passando per Ancira e Cesarea.
Particolarmente importante era anche la parte isaurica che parlava un suo dialetto; a est, invece, della
Cappadocia vi erano province armene annesse all'impero nel 387. Nel V secolo gli armeni ebbero il loro
alfabeto e cominciarono a costituire una letteratura di traduzioni dal greco e dal siriaco che rafforzò i loro
sentimenti di identità nazionale.
In Mesopotamia i tre secoli di occupazione partica avevano cancellato ogni traccia di quell'ellenizzazione
che i re macedoni avevano tentano di imporre. Qui si parlava e scriveva siriaco, dialetto di Edessa. Il
predominio dei dialetti aramaici tra i quali rientrava il siriaco si estendeva sino ai confini di Egitto,
attraversando Siria e Palestina. Alla morte di Alessandro Magno si fondarono i regni ellenistici, la Siria
venne divisa tra Tolomei e Saleucidi. I Tolomei, che ottennero la parte meridionale del paese, non fecero
molto per impiantarvi colonie greche, mentre per i Saleucidi la Siria settentrionale era di cruciale
importanza e dunque vi svolsero un'intensa opera di colonizzazione fondando nuove città come
Antiochia sull'Oronte, Apamea, Seleucia.
A partire dal regno di Costantino il grande, non vi fu sito che non divenne attrazione turistica dove si
parlava il greco. Un altro elemento della popolazione di Siria e Palestina consisteva di arabi che si erano
spinti a nord, sino in Mesopotamia. Alcuni di loro, come i Nabatei di Petra e i palmireni, erano divenuti
stanziali, perdendo così la loro lingua di origine. Altri percorrevano i deserti come briganti o vassalli
dell'impero; il loro dovere era quello di proteggere le aree abitate e vigilare sulle migrazioni dei nomadi.
Strettamente legata alla Siria era l'isola di Cipro; qui si era parlato greco sin dall'età preistorica, ma c'era
anche una considerevole colonia di Siriaci. Separata dalla Palestina da un'area desertica era la ricca e
antica terra di Egitto: qui la capitale, Alessandria, era una città prevalentemente greca; e quanto più ci si
allontanava da essa tanto meno greco si parlava. I greci avevano fondato due sole città: Naucrati, nel
delta nilotico, e Tolemaide in Tebaide. Il nucleo della popolazione, amministrato in lingua greca,
continuava a parlare quella egiziana, cioè il copto. La parte abitata dell'Egitto era limitata alla valle del
Nilo e al suo delta. Le tribù barbariche la minacciavano da ogni lato.
Con la Libia si giunge al limite delle province di espressione greca. L'Africa era stata recuperata nel 533,
sottraendola ai Vandali che l'avevano occupata in piena autonomia per un secolo. In Italia il continuo
stato di guerra tra Bisanzio e gli Ostrogoti, durato dal 535 al 562, portò alla distruzione di Milano, con
un'ampia perdita di vite umane e lo spopolamento di Roma che patì tre assedi e diffuse carestie nelle
campagne. In Italia c'erano sostanzialmente latini; il latino era il normale mezzo di comunicazione (solo
qualche modesta isola linguistica era di origine greca, soprattutto nella parte meridionale della penisola,
nonostante ci fossero alcune minoranze, come quella ebraica o ostrogota).
Chiunque componesse un'iscrizione usava naturalmente la lingua più prestigiosa della sua area. E'
principalemente in ambiente monastico che può capitare di trovarsi di fronte alla gente comune, priva
d'istruzione, e di cogliere qualche indizio di quel che parlavano. Si tratta del dialetto nativo. Di qui
l'abitudine di fondare monasteri "nazionali". Altri erano multinazionali: quello degli Insonni era suddiviso
per lingue in quattro gruppi (latino, greco, siriaco, copto).
Rispetto alla diffusione del latino in Gallia e in Spagna, va ammesso che la lingua greca aveva compiuto
ben pochi progressi tra il III secolo a.C e il VI secolo d.C. L'ellenizzazione si basava principalmente sulle
città. Circa un secolo dopo la conquista araba il greco si era praticamente estinto sia in Siria sia in Egitto -
il che può significare soltanto che non aveva sviluppato radici profonde.
Il mutamento maggiore ebbe inizio qualche decennio dopo la morte di Giustiniano: gli Slavi vennero in
più ondate; diversamente dai precedenti invasori, vennero per restare. Con il crollo della frontiera
danubiana, alla fine del VI-inizio del VII secolo, pressoché tutta la penisola balcanica venne sottratta al
controllo imperiale. Altrove gli abitanti originari cercarono rifugio in qualche isola remota oppure
emigrarono in Italia. L'area controllata dai barbari giunse fino alle difese esterne di Costantinopoli, le
cosidette Lunghe Mura di Anastasio.
L'ultimo rilevante insediamento slavo fu quello dei Serbi e dei Croati che durante il regno di Eraclio
occuparono le terre dove tuttora vivono. Poi, nel 680, arrivarono i Bulgari di origine turca a conquistare i
territori che ancora portano il loro nome; nel corso del tempo vennero assimilati dall'elemento slavo.
Contemporaneamente alla perdita dei Balcani, l'impero soffrì un'amputazione più seria, in quanto venne
privato delle sue province orientali e meridionali: prima, tra il 609 e il 619, i Persiani conquistarono Siria,
Palestina, Egitto; sucessivamente le stesse regioni furono occupate dagli Arabi e perse definitivamente.
L'impero mediterraneo di Roma cessò di esistere e lo Stato bizantino si trovò limitato all'Asia Minore, alle
isole dell'Egeo, parte della Crimea e alla Sicilia.
Successivamente, gli Arabi attaccarono l'Asia minore, ma non riuscirono mai a costruirsi una vera base;
essi avanzavano tra una fortezza e l'altra prendendo prigionieri e bottino. Gran parte dell'Asia Minore
restò devastata e spopolata. Ben presto l'impero si trovò ad avere bisogno di contadini, così come aveva
necessità di soldati; dovette, quindi, ricorrere ad ingenti trasferimenti di popolazione. Fu in particolare
Giustiniano II ad applicare questa politica su ampia scala e gran parte della popolazione di Cipro, quindi,
fu spostata nella regione di Cizico; tutto ciò, tuttavia, fu un fallimento in quanto molti morirono nel
viaggio, e quanti arrivarono a destinazione chiesero i seguito di venire rimpatriati. Successivamente
Giustiniano II spostò una grande numero di slavi in Bitinia, ma anche questa volta andò male poiché
molti soldati passarono dalla parte del nemico (gli Arabi). Per tale ragione, l'imperatore inflisse crudeli
rappresaglie alle loro famiglie.
Tra i nuovi immigrati, i più importanti furono gli Armeni, i quali erano soldati eccellenti. La penetrazione
armena nell'impero perdurò per molti secoli. Molti occuparono la Cappadocia e l'Asia Minore orientale.
Gli Armeni seppero rapidamente avanzare sino a posizioni di rilievo, sino allo stesso trono imperiale.
I non Greci vennero gradualmente assimilati o ellennizati grazie alla mediazione della Chiesa e
dell'esercito. A seguito della scomparsa del latino il greco divenne unica lingua ufficiale dell'Impero;
conoscerlo era obbligatorio per scopi di carriera o per svolgere affari.
L'evangelizzazione dei popoli non cristiani stanziati nell'impero veniva svolta in greco; non vi furono mai
tentativi di evangelizzare in lingua slava gli Slavi insediati in Grecia. Tuttavia,l'assimilazione delle tribù
barbare fu un processo molto lento, e perciò l'impero medio-bizantino non fu in nessun modo uno stato
pienamente greco.
La gente oppressa dal carico della tassazione era spesso tentata di passare al nemico o addirittura di
unirsi a qualche tribù barbara che non imponeva tasse.
I principali legami di solidarietà che tenevano insieme gli abitanti di quell'impero multinazionale erano
due: regionali e religiosi. La gente si identificava con il villaggio di appartenenza, con la sua città o
provincia molto più che con l'impero. Quando qualcuno si allontanava da casa era uno straniero, spesso
trattato con sospetto. Conseguenza della solidarietà regionale era l'ostilità tra regioni.
Spesso l'identità religiosa era sentita con ancor più vigore dell'identità regionale. Spesso c'era qualche
vescovo o monaco che incitava al pogrom; così incominciava la lotta.

2. SOCIETA' ED ECONOMIA
L'imperatore doveva la sua posizione a un principio ereditario non formulato ma generalmente
rispettato; in alternativa poteva essere scelto dal suo predecessore o da un gruppo influente, oppure
doveva il suo trono a una ribellione riuscita. Un uomo diventava imperatore per volontà divina; segnale
della sua elezione era l'acclamazione da parte dell'esercito o del senato. A confermarla, a partire dal V
secolo, era un'incoronazione religiosa svolta dal patriarca di Costantinopoli.
I suoi ministri principali venivano scelti secondo i suoi desideri, e gli effettivi poteri che esercitavano non
erano espressi dai loro titoli. Alcuni imperatori assunsero un ruolo preponderante nella gestione degli
affari dello Stato, ad altri bastava affidarli a un parente. Si riteneva che l'imperatore avesse il dovere di
guidare il suo esercito in battaglia, ma molti non lo fecero. La società doveva essere governata
dall'ordine: era composta da un esercito, clero, contadini.
Ogni servizio reso all'imperatore era designato dal termine militia. L'esercito costituiva il gruppo più
ampio; dopo Costantino l'esercito venne composto da due corpi principali: una forza mobile chiamata
comitatenses, e una milizia di frontiera chiamata limitanei. I primi non avevano campi base permanenti,
venivano accampati nelle città e potevano essere convocati per alcune funzioni di polizia. I secondi erano
contadini reclutati su base locale e presidiavano le fortezze di frontiera quando non avevano da badare
alla coltivazione.
Il servizio militare era un'occupazione a vita e doveva essere ben remunerata ma, tuttavia, essa suscitava
poco entusiasmo nelle parti più civilizzate dell'impero e perciò l'evasione era molto diffusa. Con
Giustiniano il reclutamento era volontario e dipendeva ormai dalle province più rozze.
Nel primo periodo dell'impero bizantino, comando militare e comando civile erano separati, ma nella
seconda metà del VI secolo cominciarono a confondersi in alcune province, come Africa e Italia. Si aveva
una gerarchia dei comandi militari che culminava in un certo numero di magistri militum, e una gerarchia
civile preposta alla giustizia, alle finanze, allo svolgimento di vari servizi che andavano dalla posta
pubblica, cursus publicus, alla polizia di Stato e i servizi segreti, magistrati o agentes in rebus.
L'amministrazione delle province spettava ai prefetti del pretorio; da essi discendeva ai vicarii della
diocesi e ai governatori delle province. Costantinopoli e Roma avevano un'amministrazione separata
sotto un prefetto urbano. I livelli intermedi e quelli bassi dell'amministrazione statale era pressoché
sicuro di mantenerli a vita; i livelli più alti erano invece conferiti solo per breve periodo.
Il numero degli impiegati statali era assai ridotto; il motivo è che le città sbrigavano i loro affari grazie ai
consigli municipali o curiae, composti dai più importanti possidenti terrieri del posto. Questi ultimi,
chiamati solitamente decurioni, costituivano una classe piuttosto numerosa. I membri della classe dei
decurioni formavano l'élite intellettuale dell'Impero, si dedicavano alle professioni liberali, occupavano i
livelli più alti della gerarchia ecclesiastica o erano addetti in gran numero all'amministrazione dello Stato.
Lo stato di declino della piccola nobiltà municipale è un luogo comune della storia tardo romana. Dal
punto di vista legale tutti i proprietari terrieri la cui proprietà era stata ratificata erano tenuti al servizio
nei consigli municipali, e lo stesso valeva per i loro eredi. Erano responsabili per tutte le opere
municipali, per la riparazione di edifici pubblici, per l'allestimento di spettacoli, e per tutti i doveri
straordinari imposti dallo stato. Le città possedevano risorse provenienti da dazi terrieri e commerciali
che servivano a coprire le spese necessarie, ma ciò nonostante i decurioni dovevano spesso tirar fuori
del loro. Ecco perché sfruttavano qualsiasi scappatoia pur di evitare oneri così alti. Di norma, l'esenzione
poteva ottenersi entrando nel pubblico impiego o nel senato di Costantinopoli, o anche nella Chiesa;
oppure diventanto un pubblico insegnante. Ci fu chi non si sposò mai in modo da non lasciare eredi
legittimi. Altri se ne andarono.
Con il declino dei consigli municipali, i vescovi assunsero una sempre maggiore varietà di funzioni extra-
religiose: li troviamo ad amministrare la giustizia, sorvegliare i mercati, a regolare i pesi e misure; diventa
un amministratore. Era, perciò normale che un laico venisse direttamente ordinato vescovo.
Nel primo periodo bizantino la chiesa divenne molto ricca: oltre a ricevere un sussidio dallo Stato,
possedeva una sua dotazione permanente sotto forma di terre e di proprietà commerciale. Era sempre
pronta a ricevere donazioni dai più abbienti. Molto grandi erano tuttavia anche le spese.
Particolarmente importanti erano i patriarcati di Alessandria, Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme.
In particolare, Gerusalemme trasse profitto dal boom immobiliare nella città santa e ottenne il permesso
di vendere alcune sue proprietà urbane. Risulta chiaro che la Chiesa svolgeva un'importante funzione
sociale.
Alla base del sistema monetario dell'impero vi era il solidus aureo. Le monetine erano in bronzo; dopo la
riforma di Anastasio nel 498 divennero d'uso comune valori di 5,10,20,40 nummi: quest'ultimo era noto
come follis. La disparità tra ricchi e poveri era enorme; gli incarichi di governo consentivano di
accumulare ricchezze considerevoli. Il prezzo dei manufatti era alto, ma gli operai venivano pagati poco.
Non si sa nulla dei redditi della classe media urbana: San Giovanni Crisostomo dice che un decimo della
popolazione era ricca, ma grande era il numero dei bisognosi che dipendevano dalla carità.
L'impressione generale è che le condizioni dei commercianti e degli artigiani non fosse tale da consentire
loro guadagni elevati. Un uomo di tale classe poteva aspirare a possedere la sua casa, uno schiavo,
coperte adeguate per il suo letto e un certo numero di oggetti per la casa in bronzo.
Tra le occupazioni che potevano portare ad una certa ricchezza abbiamo quella del mercante; molte città
dell'impero erano assai ricche perché il commercio passava attraverso di loro.
Rinomato era l'Egitto che, ad eccezione dell'olio, produceva tutto. Alessandra poi era il porto più grande
dell'impero nella provincia d'Asia con una produzione di vino, olio, riso, porpora. La Tracia era fertile, la
Macedonia aveva il ferro, ricami, pancetta e formaggio. Anche Corinto aveva un porto attivo. Bisogna
però considerare che frequenti erano i naufragi: i mesi invernali erano ritenuti inadatti alla navigazione.
Altissimi erano anche i tassi d'interesse per i prestiti di tipo commerciale. I prodotti erano prelevati
direttamente in natura e trasportati da una corporazione navale di Stato, i navicularii, legati a questo
servizio su base ereditaria.
Lo Stato possedeva anche fabbriche d'armi, opifici tessili, dove si producevano le uniformi. Deteneva il
monopolio dell'attività astrattiva, quindi il ruolo del mercante privato era ridotto.
Prima fonte di ricchezza era però l'agricoltura. Le prestazioni d'opera servile sui campi non erano molto
frequenti: per la maggior parte si limitavano ai servizi domestici. Di conseguenza, la maggior parte degli
schiavi viveva in città. Alle grandi proprietà terriere non si deve pensare come grandi appezzamenti di
terreno, ma come piccole frammentazioni di terra che erano possedute dal medesimo proprietario
(chiesa, corona o piccole proprietà). Il fittavolo era, invece, un elemento importante nel paesaggio rurale.
Uomo dallo statuto degradato e anomalo, era in teoria libero, in pratica invece legato al suo
appezzamento di terreno. La sua condizione era ereditaria; la sua libertà di contrarre matrimonio
ristretta; non poteva neppure arruolarsi nell'esercito. Il padrone della terra prelevava da lui le tasse e
aveva facoltà di metterlo in catene se cercava di fuggire. Le tasse, inoltre, sottraevano circa un terzo del
raccolto al fittavolo, che doveva pure pagare l'affitto al proprietario della terra.
La indictio, o imposizione di tassa sulla base di un ciclo quindicennale, divenne la più diffusa forma di
computo cronologico nell'impero bizantino.
Il risultato delle riforme di Diocleziano fu che il mondo romano si trovò pieno di burocrati; i beneficiari
superavano coloro che pagavano le tasse.
La cosa più stupefacente fu la ristrutturazione dell'amministrazione provinciale avviata dall'imperatore
Eraclio: le vecchie province raggruppate in diocesi furono rimpiazzate da un certo numero di grandi unità
chiamate temi, ciascuna governata da uno stratega le cui competenze erano sia militari che civili. Questa
riforma venne dapprima applicata in Asia minore e successivamente estesa alle province europee man
mano che queste venivano liberate dai barbari. Il termine tema indica in primo luogo un corpo d'armata
militare: il reclutamento era svolto su base locale, costruendo un esercito permanente. Con il crearsi dei
temi si creava una certa militarizzazione dell'impero.
Particolarmente importante era la cosiddetta "legge agraria", un documento pittoresco datato tardo VII-
inizi VIII secolo. Esso regola le discordie che nascono in una piccola comunità di villaggio. I contadini
vengono rappresentati come proprietari di campi e bestiame; dure sono le punizioni inflitte ai
trasgressori, come l'amputazione di mano o di lingua. La legge agraria presenta un quadro vivace della
vita di un villaggio, ma non vi è nessuna menzione del servizio militare. L'impero, insomma, si ruralizzò. Il
crollo delle città ebbe profonde ripercussioni anche sulla Chiesa. L'investitura vescovile poteva essere
acquistata a poco prezzo. Le donazioni venivano sempre più dirette ai monasteri, che tendevano così ad
acquisire uno status indipendente.
Lo sviluppo della società nel corso del periodo medio-bizantino è caratterizzato da due tendenze
contraddittore: da un lato il continuo movimento verso una sorta di feudalesimo, dall'altro la timida
crescita di una borghesia urbana. I sommovimenti del settimo e dell'ottavo secolo sembrano avere
cancellato definitivamente le famiglie guida del periodo precedente. La loro rovina era probabilmente
dovuta a ragioni economiche. Importanti furono le grandi famiglie emerse nell'Asia minore orientale nel
corso del IX e del X secolo: i Phokades, gli Skleroi, i Maleinoi, i Doukai, ed altri, che detenevano il quasi
monopolio degli alti comandi militari.
La carestia del 927 costrinse molti agricoltori a vendere le loro terre a prezzi molto bassi e così il disagio
dei poveri fu sfruttato dai potenti. Fu questa la questione che gli imperatori del X secolo cercarono di
frenare. I pubblici dipendenti di livello minore, i sekretikoi, e i militari della guardia, scholarii, formavano
la fascia più alta della classe dei poveri. Gli imperatori decretarono che tutte le persone di origine umile
che, per qualche ragione misteriosa, riuscivano a salire alle postazioni più alte, dovevano essere
immediatamente riportati alla loro condizione di partenza.
La preoccupazione con cui il governo reprimeva l'avidità dei potenti aveva ragioni in parte militari e in
parte fiscali. Mentre i poveri pagavano le tasse, i potenti riuscivano ad evaderle. L'immunità era concessa
ai monasteri, istituti di carità, ma anche ai singoli individui in cambio dei servizi resi allo Stato.
Una tendenza alla "feudalizzazione" è evidente nella società bizantina, grazie a due istituzioni: il primo
era la pronoia, che corrisponde al beneficio degli occidentali (concessione a un cavaliere di terre, nonchè
dei servi ivi residenti. La pronoia non era ereditaria e chi ne beneficiava era chiamato semplicemente
"soldato"); il secondo sviluppo riguarda la crescita del séguito personale.
il "feudalesimo" bizantino non venne mai formalizzato in legge e non acquisì un vocabolario tecnico. Il
termine lizos (vassallo) poté apparire nella lingua greca, ma rimase riservato a stranieri.
Subito dopo che la minaccia musulmana andava scemando, apprendiamo che a Costantinopoli si era
stabilita una colonia commerciale russa. La principale preoccupazione dell'autorità imperiale era di
tenere i russi sotto stretta sorveglianza anziché trarne profitto massimo: venivano registrati i nomi di
questi mercanti cui veniva poi consentito di entrare in città in gruppi di 50 unità.
Particolarmente importante è un altro documento, chiamato Il libro del prefetto, risalente al regno di
Leone VI (886-912), il quale regola le attività di 22 corporazioni professionali che erano controllate dal
prefetto di Costantinopoli. Fornisce un quadro interessante della vita commerciale nella capitale: le merci
importate comprendevano materie prime ma anche prodotti finiti (gli unguenti arrivavano dalla città di
Trebisonda, mercanti siriaci portavano la seta). Non potevano rimanere nella capitale per più di tre mesi.
Restrizioni analoghe erano imposte anche ad altre professioni: ad esempio, i macellai dovevano
acquistare gli animali vivi in certi punti prestabiliti della città, non potevano uscire dalla città per
comprare le bestie direttamente da allevatori o pastori.
Il sistema era concepito in modo tale da scoraggiare l'iniziativa privata e l'accumulazione di ricchezza.
L'apertura della società bizantina al commercio e alla crescita di una classe di professionisti si vede solo
nel secolo XI, ma una delle più grandi tragedie è che la crescita economica di questo secolo è stata
amputata prima di poter raggiungere qualsiasi risultato; la causa immediata fu certamente la politica
militare e l'invasione dei Balcani, la perdita improvvisa dell'Asia minore, la guerra con i normanni e
l'effetto negativo delle crociate. Il salvatore chiamato a risolvere la situazione fu Alessio I Comneno.
Membro di una famiglia minore di proprietari terrieri in Asia minore, non nutriva simpatie per la nuova
classe commerciale; il suo più grande errore fu quello di concedere a Venezia agevolazioni commerciali a
Costantinopoli e in 32 altre città, con la completa esenzione dal pagamento di alcuna tassa doganale. La
crisi politica si accompagnò al crollo monetario. Il continuo bisogno di pagare i mercenari stranieri con i
forzieri dello stato vuoti costrinse Alessio I a confiscare i tesori delle Chiese.
Una soluzione a più lungo termine fu quello della pronoia. Alessio I e i suoi successori si circondarono dei
loro parenti, i quali ricevevano ampie assegnazioni di terre ed esenzioni dalle tasse.

3. SCOMPARSA E RINASCITA DELLE CITTA'


Nel VI secolo l'impero concepiva se stesso quale aggregato di città. Dobbiamo ricordare che in età antica
il termine città non indicava ciò che noi chiamiamo oggi città, ma valeva per un'unità dotata di propria
amministrazione. Tuttavia con città si intendeva di norma un vero centro abitato provvisto di un proprio
terreno. La maggior parte delle città erano di origine antica. In oriente alcune erano state fondate
durante il periodo romano.
L'aspetto fisico delle città del primo periodo bizantino può essere visualizzato grazie ai loro resti che
ancora sono sparsi intorno al Mediterraneo. Erano cinte da mura, alcune fortificazioni risalgono a data
molto antica mentre altre del IV secolo. All'interno della cerchia muraria l'assetto era vario: vi erano due
vie, il cardo e il decumano, che si incontravano ad angolo retto per terminare alle porte della città; le
strade erano ampie e costeggiate da colonnati dove vi erano i negozi; dove le due vie principali si
intersecavano c'era il foro con vari edifici pubblici, ossia un centro religioso, le terme, una camera di
consiglio, una basilica. Inoltre si poteva trovare anche un teatro risalente ad età più antica, oppure un
altro teatro, soprattutto nelle città più grandi, dove c'era anche un ippodromo. Le esigenze più basilari
erano soddisfatte dal granaio, acquedotti, cisterne. Edifici pubblici e le piazze avevano decorazioni
sfarzose a seconda delle circostanze.
Il passaggio dal paganesimo al cristianesimo fu ovunque lento: molti templi pagani vennero chiusi, altri
continuarono a funzionare. La loro trasformazione in chiesa non fu affatto repentina: i templi risultarono
essere sconsacrati solo verso la fine del V secolo e fu solo allora, ossia a partire dal VII secolo, che il
Partenone, Eretteo e il tempio di Efeso divennero chiese.
Al di fuori delle mura si estendevano ampi cimiteri, orti, ville e talvolta il sobborgo ebraico con la
sinagoga.
Le città del primo periodo bizantino erano piuttosto piccole. Dopo Costantinopoli e Alessandria, la terza
città dell'impero d'oriente era Antiochia.
La distinzione tra la vita di città e la vita di campagna era fondamentale per la mentalità degli antichi.
Uomini, donne, bambini e anche il clero, si recavano con regolarità ai bagni pubblici e passavano molto
tempo nel rituale del bagno. Tale rituale solitamente si svolgeva durante le ore lavorative, poiché
sappiamo che i bagni erano deserti a mezzodì e di sera.
Il teatro e l'ippodromo erano popolati e occupavano buona parte del giorno: le recite teatrali avevano
inizio a mezzogiorno per durare fino alla sera. Le persone più colte, invece, assistevano alle orazioni dei
retori. La vita di città era molto pubblica. Si sa molto poco in merito al contenuto delle rappresentazioni
all'interno dei teatri, ma sappiamo che erano recitate da attori mascherati.
A prescindere dal grado di indecenza delle rappresentazioni, i Padri della chiesa scorgevano nel teatro un
pericoloso concorrente: distoglieva dalle chiese il loro pubblico e attirava denaro che avrebbe potuto
altrimenti riversarsi nei forzieri ecclesiastici.
Molto bassi erano anche gli standard igienici: al di fuori della porta d'ingresso in città era un cumulo di
rifiuti.
La vita urbana continua nelle province orientali sino alla metà del VI secolo e vi erano, naturalmente,
variazioni tra una regione e l'altra. Nel primo periodo si dovette però assistere ad una successione di
siccità, invasione di locuste, terremoti e altre calamità. Un altro sintomo di disintegrazione fu la violenza
urbana: le due fazioni principali, gli Azzurri e i Verdi, passavano regolarmente ad atti di violenza e
giunsero infine ad appiccare incendi.
Una delle più grandi disgrazie fu, comunque, la peste bubbonica del 541-42: partita dall' Etiopia, essa si
diffuse in Egitto e poi in tutte le parti del mondo mediterraneo, fino alla Persia in Oriente. Una volta
colmate le tombe esistenti, mancando il tempo per scavarne di nuove, i cadaveri venivano ammucchiati
sulla spiaggia oppure gettati nelle torri di Sycae.
Non meno gravi gli effetti economici, ossia le interruzioni di tutte le normali attività, i prezzi delle merci
triplicati e quadruplicati, i campi lasciati deserti.
Nei Balcani la vita urbana venne severamente colpita a metà del V secolo. Il medesimo panorama di
abbandono è visibile in Grecia.
Sembra che nella sola Costantinopoli il declino nella quantità del bronzo circolante non sia stato così
drammatico. Il governo centrale non cessò mai di emettere monete in oro, argento, bronzo; durante i
secoli oscuri l'esercitò continuò a essere pagato in oro. Il fatto, tuttavia, è che di norma l'esercito veniva
pagato una volta ogni tre anni. Difficile capire come i soldati potessero far fronte alle loro spese
quotidiane.
Le transazioni monetarie erano ridotte al minimo e probabilmente rimpiazzate da qualche forma di
baratto.
Se l'impero bizantino del primo periodo era un insieme di città, nel periodo medio esso può descriversi
quale aggregato di fortezze chiamate kastra. I kastra fungevano da luogo di rifugio provvisorio in caso di
invasione nemica.
Costantinopoli non fu costruita ex novo; Costantino scelse di fissare la propria residenza a Bisanzio, la
quale esisteva già da mille anni, nonostante il suo passato greco venne presto dimenticato. Il suo centro
cittadino si stringeva intorno a un'agorà. Qui i romani costruirono un ippodromo e le pubbliche terme di
Zeuxippo. Essa possedeva anche due porti fortificati, un teatro, un anfiteatro e non pochi templi. Il
vecchio centro cittadino venne mantenuto ma fu ingrandito: dobbiamo ricordare un foro ricurvo in
mezzo al quale si ergeva una colonna di porfido sormontata dalla statua di Costantino come Apollo
Helios. Qui si trovava anche il palazzo del Senato, due archi e una fontana monumentale.
Particolarmente importanti erano anche la chiesa della pace e la chiesa dei santi apostoli.
Nei decenni che seguirono la sua inaugurazione, Costantinopoli conobbe una notevole espansione.
Continuo era l'afflusso di nuovi abitanti, attratti dalle concessioni di pane gratis e dalle prospettive di
impiego grazie alla vicinanza alla corte imperiale.
Teodosio I e i suoi successori intrapresero un ulteriore programma di costruzione urbana con un grande
nuovo porto di grandi capacità commerciali. Da ricordare, inoltre, il foro di Teodosio e quello di Arcadio.
La rapida crescita della capitale nel IV e nel V secolo deve aver creato seri problemi di rifornimento. La
produzione agricola del mondo antico non era strutturata in modo tale da fornire all'istante il fabbisogno
di una nuova città di 300.000 bocche.
C'era una sola area in grado di rifornire di pane Costantinopoli: l'Egitto. Il raccolto egiziano dipendeva
anzitutto dall'annuale inondazione del Nilo. Il prodotto doveva poi essere raccolto, misurato dagli
ispettori e trasferito nei granai di Alessandria entro il 10 settembre ogni anno. Da Alessandria, ciò che era
chiamato "felice trasposto", prendeva il largo per Costantinopoli. Andavano presi in considerazioni i
rischi del viaggio via mare e per proteggersi da questa eventualità vennero costruiti ampi granai nell'isola
di Tenedo: il grano veniva scaricato e si costituivano le riserve.
Se il raccolto egiziano non era sufficiente o se qualcosa non funzionava, la popolazione bizantina
rischiava la fame e andavano prese misure d'emergenza.
Nel 619, a seguito della conquista di Alessandria da parte dei persiani, l'importazione del grano egiziano
cessò. Se Costantinopoli fu in grado di trovare altre fonti di approvvigionamento è perché c'erano molte
meno bocche da sfamare.
Giustiniano fu senz'altro un grande edificatore ma i suoi intenti principali erano destinati al settore
ecclesiastico e a quello imperiale. La situazione della capitale era già in declino quando la peste fece
precipitare il numero degli abitanti. Questa, inoltre, continuò a ripresentarsi a intervalli per tutto il resto
del secolo. Nel 740 le mura della città vennero gravemente danneggiate da un terremoto; la popolazione
locale non fu in grado di ricostruirle e l'imperatore dovette imporre una tassa speciale per poter ricorrere
a una forza lavoro esterna. Dopo la peste del 747 l'imperatore Costantino V dovette ripopolare la città
facendo insediare abitanti provenienti dalla Grecia e dalle isole egee.
Costantinopoli avviò nel 755 un processo graduale di recupero che sarebbe continuato sino all'epoca
delle crociate. Nel IX secolo ci furono nuove attività edilizie e queste nuove costruzioni si concentrarono
all'interno del palazzo imperiale.
L'ippodromo sopravvisse nella sola Costantinopoli, ma per funzionare solo qualche giorno all'anno per la
cerimonia imperiale.
A parte le fiere, quando c'erano, l'unico luogo di pubblico raduno era ormai la chiesa. Ma perfino
quest'ultima era da molte persone considerata un luogo troppo bubblico. I ricchi si costruivano cappelle
private e, se potevano permetterselo, mantenevano sacerdoti di famiglia.
Il terribile incendio che scoppiò nell'agosto del 1203 devastò mezza città e, successivamente, presa dai
Crociati per essere saccheggiata per quasi un sessantennio, essa divenne l'ombra di ciò che era.
Quando, nel 1453, cedette ai Turchi, il numero degli abitanti era ben sotto i 50.000.

4. I DISSENZIENTI
La religione era definita dai concili ecumenici della Chiesa sulla base della Sacra Scrittura e dell'esegesi
dei padri, ma era dovere dell'imperatore farvi osservare le regole. Il significato di "ortodossia" non era
tanto quello di retta fede, quanto invece quello di retta dottrina, ossia glorificare il Padre, il Cristo figlio di
Dio e lo Spirito Santo. I sudditi erano quindi costretti non solo ad essere cristiani, ma anche a
sottoscrivere un'unica e complessa dottrina che definiva la natura e i rapporti delle tre persone della
Trinità; anche la minima deviazione era considerata eresia. Ciò che è sicuro è che non tutti i sudditi
dell'impero erano cristiani cattolici. I dissenzienti erano quei gruppi che, per una ragione o per l'altra,
non accettavano il prevalere dell'ortodossia. La scomparsa del paganesimo fu un processo lento che
andò dal IV secolo fino al VI. Da un lato vi era l'aristocrazia municipale per cui il paganesimo era
questione non solo di tradizione ma anche di fedeltà allo Stato romano, dall'altro invece i contadini.
I nuovi convertiti vennero semplicemente battezzati in massa e a ciascuno fu dato un terzo di solidus dai
fondi imperiali.
Dopo i pagani venivano gli ebrei, i quali erano sparsi in tutto l'impero e soprattutto nelle città. Grazie a
una lunga tradizione di leggi romane, gli ebrei godevano di uno status particolare: le loro sinagoghe non
erano soggette a confisca, designavano il loro clero, ai processi di diritto civile potevano fare appello ai
loro tribunali. Non avevano alcuna onoreficenza e furono progressivamente esclusi dal servizio della
polizia, della guardia palatina e dall'esercito.
Il mutamento che portò da una strategia di tolleranza alla conversione e persecuzione forzata degli ebrei
sembra essere stato causato da eventi politici. Gli ebrei si dimostrarono sleali nei confronti dell'impero.
Quest'ultimo avrva interessi nel sud della penisola arabica e cercò di promuoverli con l'aiuto delle
missioni cristiane. Anche gli ebrei stavano svolgendo attività di proselitismo in quelle aree e con
maggiore successo. L'ultimo sovrano himyarito mise l'embargo sul commercio con l'Impero, che
intervenne militarmente; Du-Nuwas rispose comandando un massacro di cristiani in Yemen. Due anni
dopo venne piegato e il suo paese passò sotto il controllo del cristiano regno d'Etiopia.
A Gerusalemme, che cadde nel 614, gli ebrei presero prigioneri cristiani e li misero a morte; inoltre
appiccarono il fuoco a chiese cristiane. Altrove, in Palestina unirono le loro forze ai saraceni per
saccheggiare i monasteri e uccidere i monaci.
Una volta restaurata l'autorità bizantina, gli ebrei vennero banditi da Gerusalemme per il raggio di tre
miglia; intorno al 634 l'imperatore Eraclio ordinò che tutti gli ebrei dell'Impero venissero battezzati.
L'esempio di Eraclio fu imitato anche in seguito da altri zelanti imperatori.
La rinascita della vita urbana diede impulso alle comunità ebraiche. Tuttavia, nella capitale essi vivevano
in un ghetto oltre il Corno d'Oro, dovevano subire frequenti pestaggi da parte dei cristiani, non avevano il
permesso di andare a cavallo.
Mentre gli ebrei costituivano solo una piccola parte dei gruppi dei sudditi dell'imperatore, i cristiani
eretici erano assai numerosi. Essi erano divisi in due gruppi: da un lato le sette di origine pre-bizantina,
dall'altro i seguaci dell'eresia nobile come l'arianesimo.
Il codice di Teodosio contiene non meno di 66 leggi dirette contro gli eretici e descrive alcune sanzioni:
negazione del diritto di assemblea, confisca dei luoghi di riunione, rogo dei libri e multe. Alcuni eretici
dovettero essere espulsi dalla città e puniti con l'infamia, ossia la perdita dei diritti di fare testamento e
trasmettere le proprietà per via ereditaria. La pena di morte era riservata ai Manichei soltanto. Tra le
varie sette, quest'ultima ispirava più timore: Mani visse nella Mesopotamia dei persiani e si considerava
un apostolo cristiano. I suoi seguaci furono perseguitati in Persia e a Roma.
Essi avevano la convinzione che la materia fosse maligna, che l'uomo necessariamente peccava, che la
salvezza stesse nell'ascetismo, nell'astinenza da carne, vino e rapporti sessuali.
Nel IV secolo il Manicheismo si era diffuso in tutte le province romane.
Il destino di tutte le sette messe fuori legge era quello di ritirarsi in campagna.
La più grande sfida al cristianesimo di Stato non venne, comunque, dalle sette ma dal Monofisismo. Egli
contava sul sostegno dell'Egitto e della Siria, si opponeva al concilio di Calcedonia del 451 perché
divideva la persona di Cristo in due nature. Essi credevano, invece, nell'unità di Cristo incarnato.
Il governo imperiale tentò più volte un'azione mediatrice, la quale però si concluse senza successo.
I monofisisti in principio non miravano a creare una loro Chiesa separata. La prima gerarchia monofisitica
risale all'epoca di Severo, patriarca di Antiochia, tra il 512-18, per poi estendersi successivamente
nell'Asia minore orientale e meridionale. Dopo la morte di Teodora, avvenuta nel 548, sembrò non
esservi altra soluzione se non la creazione di una chiesa a sè, costituita da vescovi titolari. Essa prese il
nome di Chiesa Giacobita dall'arcivescovo Giacomo Baradeo.
Varie sette continuarono a fiorire in Asia minore. Cominciarono ad apparire i musulmani, ai quali era
permesso avere una moschea a Costantinopoli. C'era, comunque, un elevato numero di nuovi pagani: gli
Slavi e gli Avari che avevano invaso quasi tutta la penisola balcanica. In seguito gli Slavi vennero
evangelizzati, ma fu un processo lento, che durò più di un secolo.
Le icone, intanto, avevano acquistito un posto molto importante nella pietà popolare ed erano
considerate sacre. Si pensava che l'icona fornisse un luogo al santo che rappresentava. La differenza tra
un'icona e un idolo pagano era che la prima rappresentava un vero santo, mentre l'idolo era un
immagine non tanto di un'entità inesistente quanto di un demone.
I disastri del VII secolo spinsero molte persone a credere che fossero punizioni di Dio per qualche grave
mancanza in come lo adoravano. Anche l'iconoclasmo può essere considerato un eresia, anche se non
ebbe mai molto sostegno popolare. Vi fu un solo gruppo che lo sposò apertamente: l'esercito mobile
indottrinato da Costantino V e da lui costretto sotto giuramento a osservarlo.
Fu la volontà del governo a ordinare la soppressione dell'Iconoclasmo nel 787, la sua rintroduzione
nell'814 e la sua definitiva liquidazione nell'843.
Tra tutte le sette, quella più sovversiva era quella dei Pauliciani: la loro sede era in Armenia e sembra sia
nata nel VII secolo. La loro dottrina era fondata sull'opposizione tra Dio e il malvagio Demiurgo, creatore
del mondo materiale. Accettavano il Nuovo Testamento, ad esclusione del libro dell'Apocalisse e delle
due Lettere di Pietro, e nutrivano particolare devozione per San Paolo. Rifiutavano, invece, l'Antico
Testamento. Ritenevano che Cristo avesse preso corpo in cielo, sicché non era veramente nato dalla
Vergine Maria e non era nemmeno veramente morto sulla croce. Non tributavano perciò onori alcuno a
quest'ultima; disdegnavano sia le icone sia il culto dei santi. I pauliciani cercarono la protezione
dall'impero nell'emiro arabo di Melitene, che garantì loro una base operativa. Con il passare del tempo il
loro principale centro di azione si era spostato nei Balcani.
L'eresia ora emerse con il nome di Bogomilismo, dal prete Bogomil di cui non sappiamo nulla se non che
visse in Bulgaria al tempo dello zar Pietro. Esso venne esportato nuovamente in Asia Minore, dove i suoi
seguaci acquisirono il nome di Phoundagiagitai.
Un gruppo importante si formò a Costantinopoli e insegnavano ai loro seguaci a non sottomettersi
all'autorità. Detestavano l'imperatore, ritenevano che Dio avesse in abominio quanti lavoravano per lui.
Con l'arrivo al potere della dinastia Comnena mutò anche l'atteggiamento religioso, avvertibile nel
cosiddetto Synodicon dell'ortodossia. Questo era destinato ad essere letto in tutte le chiese la prima
domenica di Quaresima (composto poco dopo l'843) ed era una condanna all'iconoclasmo. A partire dal
1050 cominciarono ad aggiungervi nuove condanne.
Vi erano sette dal carattere giudaizzante, come i Quartodecimani ogli Athingani, e la loro "deviazione"
era in massima parte dovuta a questioni di rituale. C'erano poi le eresie "nobili", dove alcune
differenziavano dall'Ortodossia per sole questioni terminologiche.
Tutto il dissenso bizantino prese forma di eresia religiosa.

5. IL MONACHESIMO
Il monachesimo era un movimento laico ed era affine a certi raggruppamenti di cristiani che
conducevano una vita dedita all'austerità senza tuttavia ritirarsi dal mondo. Essi erano noti come
spoudaioi o come philoponoi, mentre nelle province di espressione siriaca erano chiamati "i figli
dell'Alleanza". Sant' Antonio, considerato il fondatore del monachesimo, diede inizio alle sue avventure
spirituali, circa nel 270, seguendo i precetti degli spoudaioi.
I monaci si spostavano dal loro villaggio e il primo passo di Antonio fu una tomba vuota, dove ritirarsi, e
poi il deserto.
L'abbandono del villaggio o la fuga, detta anacoresi, erano stati fenomeni comuni in Egitto a partire dal I
secolo d.C: vi ricorrevano quanti non erano in grado di pagare le tasse. Questo motivo non può, tuttavia,
valere per Antonio che era un agiato agricoltore che si liberò delle sue proprietà volontariamente.
Il monachesimo si dimostrò un successo immediato: raggiunse Palestina, Siria e Mesopotamia. Lo
troviamo stabilito in Asia minore settentrionale prima del 340 e già intorno al 350 c'erano monaci anche
in Europa occidentale.
Sant'Antonio fu il modello della prima forma monastica; la sua askesis consisteva nell'isolamento,
preghiera e digiuno. Rinunciava al sonno, non si lavava mai e non ungeva d'olio il suo corpo; i suoi nemici
erano i demoni che lo tentavano.
Aveva la capacità di curare i malati e fu allora che persuase molte persone a optare per la vita eremitica.
Vennero così fondati molti monasteri nelle montagne. Morì nel 356 a 105 anni.
La forma comunitaria o cenobitica del monachesimo venne fondata da un contemporaneo di Antonio di
nome Pacomio, nell'Egitto Superiore. Dopo aver prestato servizio militare nell'esercito imperiale e aver
fatto apprendistato presso un eremita, egli decise che il modello militare era più adatto alla vita
monastica. I monaci venivano raggruppati nelle diverse case a seconda delle loro occupazioni e
particolare importanza veniva data all'obbedienza: i monaci comuni erano sottoposti al capo della loro
casa che a sua volta riferiva all'abate.
Un angelo riferì a Pacomio una regola, ovvero una serie di dettagliati regolamenti scritti in una tavoletta
di bronzo. Uno dei suoi successori tradusse questo documento dal copto in greco e poi in latino. La più
completa versione a noi pervenuta è la traduzione latina di Gerolamo risalente al 404. I monaci
dormivano in celle individuali senza serratura, non possedevano alcuna proprietà se non un pagliericcio
per dormire, vesti senza maniche e poche altre cose di prima necessità. Si richiedeva qualche conoscenza
delle scritture e un minimo di alfabetismo. Non potevano rivolgere la parola ad alcuno se era buio, non
potevano lasciare l'area del monastero senza permesso e al ritorno non potevano raccontare nulla di ciò
che avessero udito.
Il monaco cercava di essere il cristiano perfetto e riteneva che vi fosse una sola regola, quella del
Vangelo. Cercava la perfezione non dentro la chiesa ma al di fuori di essa.
L'allarme avvertito da alcuni membri dell'episcopato risulta evidente nei canoni del concilio di Gangra del
341 ca. che costituiscono uno dei più antichi documenti sul monachesimo.
Il problema era causato da un certo Eustazio, il quale scioglieva i matrimoni, insegnava che le persone
sposate non avevano speranza di salvezza, non temeva la Chiesa, costringeva le donne a indossare vesti
maschili e tagliarsi i capelli. Nonostante tutto non fu bollato come eretico, ma giunse a conseguire la
dignità vescovile ed esercitò un considerevole influsso su San Basilio.
Il prestigio di Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria, contribuì a risolvere l'opposizione tra Chiesa e
monachesimo. Scrisse la vita di Antonio dove sottolineò il rispetto nutrito dall'eremita nei confronti del
clero secolare.
Subito dopo Antonio e Pacomio, la storia del monachesimo è una storia di espansione geografica; il
modello cenobitico ed eremitico si combinarono in una grande varietà di modi. Alcuni eremiti scelsero di
vivere come beste selvagge, rifiutando di usare il fuoco e nutrendosi di vegetazione. Questi erano noti
come "erbivori". Altri si caricavano di catene o si rinchiudevano in gabbie.
Nel 357 il giovane San Basilio intraprese un viaggio in Mesopotamia, Siria, Palestina ed Egitto per
osservare vari tipi di askesis e scegliere il più adatto. Alla fine optò a favore del cenobitismo e fondò una
comunità a Ponto.
Fu dalla Siria che il monachesimo raggiunse Costantinopoli, e sembra che vi fu introdotto dal siriaco
Isacco. L'attrazione esercitata sui monaci d'Oriente dalla capitale può capirsi dalla vita di San Daniele. Egli
giunse qui per predicare: consolidò la sua reputazione affrontando demoni in un tempio pagano
abbandonato e curando da una malattia il patriarca Anatolio.
I primi monasteri non vennero fondati nelle città ma al di fuori delle mura costantiniane. La presenza dei
monaci nelle città era infatti proibita da una legge promulgata da Teodosio I che ordinava loro di abitare
in luoghi deserti e in solitudine. La legge, tuttavia, venne abrogata dopo due anni.
In campagna, i monaci erano una figura familirare e, alcuni di loro, curavano le malattie della gente e del
bestiame, scacciavano i demoni e "disinfettavano" i luoghi resi pericolosi dai loro rapporti con il
paganesimo.
Nel VI secolo, in città, venne a costituirsi una curiosa categoria di santi, i cosidetti "santi folli". L'idea della
simulazione della follia non era nuova e si presentò per la prima volta nel IV secolo in un contesto
cenobitico. L'intento di tale esercizio era di accrescere le proprie umiliazioni in terra per raccogliere
maggiore ricompensa in Paradiso.
Dalla loro originaria condizione di emarginati e volontari della società, i monaci ben presto divennero
eori popolari. Veniva loro chiesto di pagare un prezzo che consisteva nell'accettazione delle regole
imposte dalle autorità ecclesiastiche. Giustiniano decretò, inoltre, che tutti i monaci afrontassero un
tirocinio di tre anni, che dormissero nel medesimo edificio e che si controllassero l'un l'altro più da
vicino.
Nell'impero bizantino, quando gli imperatori isaurici fecero dell'iconoclasmo la dottrina ufficiale dello
stato, furono i monaci a organizzare un movimento di resistenza. Costantino V nutriva una particolare
ostilità nei loro confronti e li chiamava "innominabili". Li costrinse a sposarsi; li espose alla pubblica
derisione; laicizzò alcuni dei più famosi monasteri costantinopolitani. In Asia minore occidentale la
persecuzione fu ancora più severa. Fu un grande giorno per i monaci quando l'ultimo imperatore Isaurico
morì: Leone IV (784); giorno ancora più importante fu quando l'iconoclastia venne ufficialmente
condannato dal VII concilio del 787. A partire da quel momento, per circa trent'anni, vi fu una grande
ripresa del monachesimo, seguita da una seconda sofferenza quando l'iconoclasmo venne reintrodotto
tra l'815-43. Ancora una volta furono i monaci a guidare la resistenza.
Un monastero bizantino era di norma un'azienda agricola che produceva un profitto che andava ad
aggiungersi agli aiuti dei nuovi entrati e alle altre donazioni. Le proprietà di un monastero erano
alienabili per diritto sia civile, sia canonico. Inoltre, chi era proprietario di monasteri poteva appartenere
a diversi corpi sociali; alcuni di questi erano imperiali, altri patriarcali o episcopali. Se il monastero non
era indipendente i monaci non ne erano i beneficiari principali.
Un convento poteva essere ceduto a un patrono laico che acquisiva il completo controllo delle sue
proprietà e dei suoi proventi fin tanto che era in vita; tutto ciò poteva essere occasionalmente trasmesso
per via ereditaria, ma non oltre la terza generazione. Gli abusi che tale sistema poteva generare era che il
patrono poteva saccheggiare il monastero.
A partire dall'ottavo secolo, il più notevole monastero si trovava in Bitinia: l'Olimpo con la campagna che
lo circondava; l'altro grande centro, a partire dalla fine del secolo X, fu il Monte Athos.
Particolarmente importante fu la riforma del monachesimo orientale dell'XI secolo: figura importante fu
Simeone, vissuto tra il 949 e il 1022, il quale attaccò il clero istituzionale sostenendo che i vescovi e i
preti, con la loro indegna condotta, avevano perduto il dono della grazia, ricevuta dagli apostoli, per
diventare non migliori dei laici. Egli destò naturalmente irritazione nelle autorità ecclesiastiche e fu
bandito dalla capitale.
Con la loro lunga tradizione di testardaggine unita alla capacità finanziaria, i monasteri bizantini erano
ben preparati a sopravvivere sotto dominazione straniera.

6. L'ISTRUZIONE
Quando nel IV secolo il cristianesimo trionfò sul paganesimo, in tutto l'impero esisteva un modello
d'istruzione liberale che non aveva subito cambiamenti fondamentali a partire dall'età ellenistica.
L'educazione dei ragazzi comprendeva tre stadi: livello elementare, secondario e superiore. A partire dal
settimo anno di età i ragazzi venivano mandati da un maestro (grammatistes) elementare per inculcare
in loro la conoscenza dell'alfabeto, la lettura ad alta voce, la scrittura e saper fare i conti. Per una
notevole parte del pubblico, l'istruzione si fermava a livello elementare. Del livello successivo o
secondario rispondeva un insegnante diverso e meglio pagato (grammatikos) che spiegavano soltanto la
grammatica, un numero di autori classici, principalmente poeti e soprattutto Omero. Il metodo seguito
dal grammatikos per ciascun testo studiato prevedeva quattro operazioni:
4. correzione;
5. lettura ad alta voce;
6. spiegazione;
7. critica.
Come correzione si intendeva il confronto del testo del maestro con quello degli studenti. Il testo veniva
recitato con l'intonazione adatta e questo avveniva perché in età antica le parole erano scritte senza
separazione e senza punteggiatura. Il testo doveva poi essere spiegato, prima linguisticamente, poi
storicamente.
Infine la critica, la quale serviva all'identificazione delle lezioni morali che potevano essere estratte dai
testi antichi.
Allo studio dei poeti si accompagnava quello di grammatica, di solito nel manuale di Dioniso Trace. Lo
studente doveva affrontare un certo numero di esercizi e i primi quattro o cinque tipi erano svolti nella
scuola secondaria, il resto toccava allo stadio d'istruzione superiore.
Venivano insegnati dodici esercizi: favola, racconto, la massima pregnante, il detto gnomico, la
confutazione, il luogo comune, la lode, la comparazione, lo schizzo di carattere, la descrizione, la
discussione di un tema generale, la proposta di una legge.
Per ogni esercizio erano stabiliti temi standard e predisposta una struttura invariabile.
Gli studi letterari detenevano ruolo preponderante nell'istruzione secondaria, ma c'erano anche quattro
materie scientifiche, cioè aritmetica, geometria, astronomia e teoria musicale.
Era il retore/sofista a impartire l'educazione: aveva una cattedra fissa e veniva scelto dal consiglio
cittadino; riceveva un suo salario e aveva delle esenzioni. Nella pratica riceveva anche pagamenti o doni
dai suoi allievi. Se invece era un libero professionista dipendeva interamente dalle rette che faceva
pagare agli allievi.
I ragazzi solitamente cominciavano ad affrontare l'istruzione superiore a quindici anni: un corso completo
richiedeva cinque anni, ma molti abbandonavano prima. La maggior parte degli studenti proveniva dalle
agiate famiglie dei decurioni, dei funzionari imperiali e degli avvocati.
Oltre alla retorica, si poteva accedere anche ad alcune altre materie: la filosofia, la medicina e gli studi di
legge. Studiare era molto costoso: il giovane doveva non solo mantenersi per anni in città a lui straniere,
ma anche pagare i suoi insegnanti. La conoscenza del latino non si limitava a diventare requisito
indispensabile per intraprendere gli studi legali: il suo impiego a scopi amministrativi stava crescendo nel
IV secolo.
Particolarmente importante è l'università di Costantinopoli fondata nel 425. Gli insegnanti lavoravano da
liberi professionisti e non potevano impartire lezioni private. Il corpo insegnante di Stato prevedeva tre
oratori, dieci grammatici per il latino, cinque sofisti e dieci grammatici per il greco. Gli studi più
approfonditi venivano rappresentati da un professore di filosofia e due di legge.
L'università non era sorta per un desiderio di promozione delle arti, ma per formare funzionari di Stato.
Nel mondo antico il sistema scolastico aveva soprattutto una prospettiva pagana perché si studiavano
appunto autori pagani. Cominciarono così a nascere delle scuole specificatamente cristiane. La Chiesa,
comunque, non eliminò dal curriculum i testi pagani, né allestì un sistema d'istruzione parallelo. Per circa
due secoli cristiani e pagani vissero fianco a fianco nelle scuole in tutta tranquillità.
Si deve a Giustiniano la pesante responsabilità dell'indebolimento del sistema educativo. In particolare
era deciso a imporre uniformità di credo a tutti i suoi sudditi. Da ricordare l'editto del 529 che ordinava la
chiusura dell'Accademia di Atene. Ad Alessandria la filosofia continuò ad essere insegnata dal pagano
Olimpiodoro, ma questa era un eccezione in quanto l'editto vietava l'insegnamento ai pagani, eretici ed
ebrei.
La rinascita degli studi letterari nella capitale cominciò molto lentamente nell'ultima parte dell'VIII
secolo. Nel mondo antico i libri erano scritti su papiro egiziano e, dopo la caduta di Alessandria in mano
araba nel 642, la pergamena prese il suo posto. Tuttavia, fu solo intorno al 790 che a Bisanzio si cominciò
a produrre libri in minuscola. Il primo vero professore che incontriamo a Costantinopoli, quando
ricominciò la rinascita degli studi, è Leone il matematico. Egli impartiva istruzione di livello secondario e
giunse all'apice della conoscenza in quanto conosceva la filosofia, l'aritmetica, la geometria e
l'astronomia.
Il IX secolo fu caratterizzato da una vigorosa ripresa della filologia.
Particolarmente importante fu Costantino VII Porfirogenito: imperatore erudito, nominò un certo
numero di professori dediti alle arti liberali e alle scienze ed era molto generoso con gli studenti che
spesso invitava a partecipare alla sua tavola.
Figura particolarmente importante che ricoprì un buon numero di posti nell'amministrazione bizantina,
compreso quello di primo segretario imperiale, è Psello. Egli era un uomo di curiosità senza limiti che
cercava di abbracciare tutti i campi della conoscenza. Il suo insegnamento era piuttosto vasto: andava
dalla grammatica alla retorica, alle scienze naturali alla filosofia e alla legge. Era certamente attratto
anche dall'occulto, dall'astrologia e dalla demonologia.
Da ricordare, inoltre, è Giovanni Italo, figlio di un mercenario normanno. Proveniva dall'Italia meridionale
e giunse a Costantinopoli intorno al 1050. Studiò filosofia, insegnò per un certo numero di anni e alla fine
divenne console dei filosofi. Fu forse in seguito ad un accordo con Italo che la Chiesa, e cioè il patriarcato
di Costantinopoli, assunse il diretto controllo dell'istruzione per coloro che erano destinati alla carriera
ecclesiastica. Si trattava di una rete di scuole secondarie che culminavano in un corso di esegesi biblica
condotto da tre professori: quello del Salterio, dell'epistole e del Vangelo. Quest'ultimo portava il titolo
di "maestro universale". La Chiesa inoltre manteneva anche un maestro di retorica. Il personale
insegnante di più alto livello, di solito terminava la carriera con il rango vescovile in sedi importanti.
La Scuola Patriarcale sembrerebbe avere dominato il panorama dell'istruzione a Costantinopoli fino al
1204.
A Bisanzio non è mai esistita un'istruzione monastica che sia andata oltre il livello elementare. Veniva qui
insegnato ai giovani il servizio divino, il Salterio, e il Nuovo Testamento da parte di un monaco anziano
cui era richiesto di usare una camera separata per proteggere i confratelli da tentazioni sessuali. Il
Salterio e gli altri passi più importanti della Bibbia venivano normalmente imparati a memoria.
L'istruzione dei "fanciulli laici" nei monasteri era considerata inopportuna e venne scoraggiata per tutta
l'età bizantina.

7. IL MONDO INVISIBILE DEL BENE E MALE


Per l'uomo bizantino il soprannaturale esisteva in modo molto reale e familiare. Essi immaginavano Dio e
il regno dei Cieli come una replica su grande scala della corte imperiale costantinopolitana. Il palazzo
reale equivaleva, quindi, al palazzo celeste. I seguaci del Creatore erano costituiti dalle schiere degli
angeli, i quali costituivano l'esercito di Dio ed erano in numero infinito. Fungevano anche da emissari
speciali; inoltre formavano il cubiculum celeste, ovvero il corpo dei ciambellani. Sulla terra svolgevano
varie funzioni a seconda del loro rango; proteggevano individui, chiese, altari, città e persino nazioni.
Quanto agli arcangeli, solo due (Michele e Gabriele) avevano un posto sicuro nella devozione popolare;
quanto agli altri compaiono soprattutto in preghiere e incantesimi legati all'occulto. San Michele era il
comandante delle schiere celesti; gli erano consacrati molti centri di culto in Asia Minore.
La Chiesa delle origini si era opposta al culto degli angeli e, in merito alla natura di quest'ultimi, si
sostenevano due opinioni divergenti: la prima, la più antica, afferma che gli angeli non fossero puro
spirito ma consistessero in una materia finissima visibile soltanto agli uomini di particolare santità; la
seconda, invece, riteneva che questi fossero immateriali ma capaci di assumere forma corporea. Quando
si rendevano visibili, gli angeli assumevano sembianze di giovinetti eunuchi. Inoltre, erano asessuati.
Oltre agli angeli, la corte di Dio comprendeva anche i santi. Un posto sempre rilevante, paragonabile a
quella della famiglia imperiale, spettava alla madre di Dio, chiamata Theotokos, e a San Giovanni Battista.
Questi due personaggi appaiono insieme a Cristo in uno dei più diffusi tipi di icona bizantina, ossia la
Deesis (Cristo al centro mentre sua madre e il precursore stanno ai suoi fianchi, entrambi con il capo
leggermente piegato e le mani protese in un gesto d'intercessione per il genere umano).
Maria, per i bizantini, era la protettirce di Costantinopoli, e assunse questo compito grazie a due relique
arrivate nella capitale: il Cinto e il Velo: uno conservato nella basilica di Santa Maria al Mercato del rame,
mentre l'altro nella cappella della basilica di Santa Maria del Blacherne.
Tra i santi della Nuova Alleanza, gli apostoli erano al vertice della gerarchia.
Il bizantino medio riteneva che ciascun Santo risiedesse anzitutto nella sua chiesa principale; in grado
minore in altre chiese a lui dedicate. Inoltre, egli era presente nelle sue icone e le relique.
Per l'uomo bizantino i demoni erano una realtà, ed egli interpretava tutta la sua vita come terreno di
battaglia tra forze del bene e del male. Nella categoria dei demoni i bizantini comprendevano una grande
varietà di spiriti, ciascuno dei quali aveva una funzione o un'ubicazione ben precisa. Al livello più
primitivo troviamo gli spiriti maligni della natura.
Le Vite dei santi spesso fanno riferimento a dei demoni che perseguitano chi si trova all'aperto. Chi
usciva di casa dopo fatto buio correva il rischio di venir posseduto. Uno scavo intrapreso senza cautele
poteva mettere in libertà una moltitudine di demoni che poi avrebbero preso possesso d'esseri umani e
animali da fattoria.
I demoni erano legati alle reminescenze del paganesimo antico (l'identificazione "dei pagani = demoni" è
un luogo comune del pensiero cristiano antico).
Questi erano sempre pronti a penetrare nei corpi degli esseri umani e degli animali domestici dove,
attratti dal calore e dall'umido, potevano abitare per lunghi anni come parassiti. Così facendo erano
causa di vari morbi oltre che di disturbi dei sensi. Certo, non tutte le malattie si dovevano ai demoni;
alcune rispondevano alle cure mediche o alle acque curative.
Era solo l'esorcista, comunque, a poter dare aiuto a queste persone e i suoi metodi non erano teneri. Il
demone non voleva mai andarsene; potevano esserci fenomeni di levitazione; e una volta espulso
causava le convulsioni al paziente, lo forzava a lacerarsi le vesti, poi lo lasciava privo di coscienza. Ma la
cura, se riusciva, era completa.
Oltre ai demoni "di truppa" c'era anche la categoria degli ufficiali, con funzioni specializzate. Alcuni di
costoro occupavano un rango militare nella gerarchia infernale. Il demone dell'Ippodromo apparteneva
a quest'ultima categoria ed era ancora attivo nel X secolo.
Oltre a questi demoni, vi erano anche quelli della fornicazione, della noia o dell'accidia, ai cui attacchi i
monaci erano vulnerabili.
Il diavolo dei bizantini assumeva sembianze di un negro di bassa statura, oppure di serpente, cane nero,
di scimmia, corvo o topo. Poteva comunque apparire anche diversamente - per esempio come mercante
arabo o come vecchia. Era codardo e bugiardo ed emanava cattivo odore. Come sapevano i monaci, la
sua tattica favorita stava nel suggerire pensieri sconci o un senso di noia. Se questo approccio falliva, il
diavolo spaventava la sua vittima prendendo forma di bestia feroce o di gigante; poteva ricorrere anche
alla violenza fisica.
I demoni non avevano potere. La vita sulla terra veniva quindi vissuta su due livelli, il visibile e l'invisibile.
I comuni mortali non erano consapevoli della disputa che si combatteva per la loro salvezza, ma i
sant'uomini potevano veramente vedere e fiutare le cose dello spirito.
L'atto finale della disputa era al momento della morte di ogni uomo. Quando un mortale stava per
esalare l'ultimo respiro, una moltitudine di demoni accorrevano nel suo letto sperando di entrare in
possesso della sua anima; a costoro si opponeva l'angelo custode.
All'anima era consentito di procedere solo dietro pagamento di un'adeguata tassa, calcolata in opere
buone, o altrimenti veniva catturata all'istante.
La maggior parte delle anime veniva a cadere nei "gabellini", o "posti di dogana", dell'adulterio e della
fornicazione. I demoni responsabili di questi gabellini erano in possesso di registri assai dettagliati, dove
ogni trasgressione veniva annotata con la data precisa e il nome dei testimoni. Le voci venivano
cancellate dal registro solo dietro piena confessione ed espiazione del peccato in terra.
L'abitudine delle preghiere per i defunti e delle offerte portate in chiesa al terzo, al nono e al
quarantesimo giorno dopo la morte presupponevano la possibilità di modificare o alleviare il verdetto. In
alcune zone si riteneva che sino a quaranta giorni dopo la morte l'anima senza più il corpo rivisitasse i
luoghi della sua vita terrena, prendesse visione delle delizie del Paradiso e dei tormenti infernali e dopo
essersi sottomessa al Signore ricevesse un sito in cui soggiornare.
Come in terra, così nella sfera soprasensibile il fato dell'uomo veniva deciso dalla burocrazia degli angeli
e dei demoni. Divise in classe, le anime dei dipartiti ora attendevano il Giudizio Universale.

8. L'UNIVERSO FISICO
Nell'impero bizantino vennero copiati e commentati testi di Aristotele, Tolomeo, Strabone e altri autori.
Agli occhi del bizantino medio i problemi di scienza naturale rientravano nell'interpretazione biblica e
potevano essere risolti dalla discussione incentrata sui "Sei Giorni della Creazione". Il testo chiave era il
primo capitolo della Genesi che contiene un buon numero di incongruenze. Il primo giorno Dio creò il
cielo e la terra, la tenebra ricopriva l'abisso e lo spirito di Dio si muoveva sulla superficie delle acque. Dio
creò anche la luce e la separò dalla tenebra e la chiamò "luce del giorno". Il secondo giorno creò il cielo
(il lettore restò perplesso a vedere che il sole e la luna vennero creati solo il quarto giorno). Il terzo
giorno Dio disse: "si radunino tutte le acque che sono sotto il cielo e appaia la terra"; la raccolta delle
acque la chiamò "mare" (anche in questo caso ci si domanda per quale motivo, visto che l'acqua sgorga
verso il basso, non si sia comportata in questo modo prima ancora del comandamento di Dio); i due
grandi corpi luminosi, insieme alle stelle, vennero creati il quarto giorno.
Enigmi ulteriori, di natura geografica, venivano posti dalla descrizione del paradiso terrestre nel secondo
capitolo della genesi. Questo era posto in una regione orientale da dove quattro fiumi ne nascevano: il
Fison, il Ghihon, il Tigri e l'Eufrate. Nonostante i bizantini non conoscessero il primo fiume, gli altri tre
erano ben conosciuti (il Ghihon non poteva che essere il Nilo). Non si poteva quindi raggiungere il
paradiso risalendo il corso di questi fiumi?
I primi esegeti fornirono talune risposte che divennero successivamente definitive. Particolarmente
importante il contributo di Teofilo che spiegò che il cielo creato il primo giorno non era quello a noi
visibile ma un altro più alto simile ad un tetto. Egli interpreta la terra come una base o fondamento;
l'abisso è la moltitudine delle acque. Metà delle acque venne elevata al di sopra del firmamento per
fornire pioggie, temporali, rugiade; l'altra metà venne lasciata sulla terra per i fiumi, i mari, le sorgenti. La
luna calata e poi rinata si riferiva all'uomo; i grandi pesci e gli uccelli carnivori erano un riferimento alle
persone avide e a quelle che trasgredivano le leggi; i quadrupedi, agli uomini privi di nozione di Dio.
Fondamentali sono anche le omelie di San Basilio che divennero influenti in tutta l'età bizantina. La
posizione del santo può così definirsi:
8. Egli rifiutò tutte le teorie pagane sull'universo;
9. La certezza, di cui sono così privi i pagani, viene fornita da Mosé le cui qualifiche accademiche
erano eccellenti siccome allievo di sapienti egiziani che passò quarant'anni in contemplazione;
10. La Bibbia doveva essere intesa letteralmente e non allegoricamente; se essa tace su qualche
argomento è perché non deve riguardarci;
11. L'universo ha uno scopo morale: è una scuola dove le anime dotate di ragione vengono istruite e
guidate verso l'alto, fino alla contemplazione dell'invisibile. Pertanto lo studio del mondo deve
essere condotto da uno spirito libero dalle passioni carnali, libero dalle cure quotidiane.
In primo luogo, Basilio stabilisce che il mondo non è eterno: ha avuto un inizio e avrà una fine; la
creazione del tempo coincide con quella del cielo superiore, che è fatto di una sostanza leggera. Isaia
spiega che il cielo è stato creato simile ad una volta, si colloca nelle mani di Dio che sono le estremità
della terra.
Per Basilio il firmamento deve essere distinto dal cielo che venne creato il primo giorno. E' composto da
una sostanza piuttosto ferma e resistente.
Per lui vi sono molti laghi, ma c'è soltanto un mare: il Caspio.
San Giovanni Crisostomo invece perseguì un approccio di tipo allegorico su questi problemi, ma neppure
lui riuscì a soddisfare un pubblico che voleva una risposta semplice a questioni fondamentali.
Quest'ultimo si rivolse, quindi, alla scuola di Antiochia, che ebbe il coraggio di costruire un sistema
interamente biblico. Tra i maestri dobbiamo ricordare Diodoro di Tarso. Egli era contemporaneo di Basilio
e purtroppo la sua opera più importante è andata perduta, anche se ne abbiamo una lunga analisi del
patriarca Fozio. Diodoro delineò la vera natura dell'universo. Per lui esistono due cieli: uno più alto del
cielo visibile e l'altro è appunto quello visibile. Il primo funge da tetto, il secondo da fondamento e da
base per il cielo sovrastante; la terra è una; lo spazio celeste è stato assegnato alle potenze superiori, lo
spazio posto sotto il cielo agli esseri visibili. Il cielo non è sferico ma ha la forma di tenda o di volta.
Circa vent'anni dopo Diodoro, incontriamo Severiano di Gabala, il qule paragona l'universo a una casa a
due piani. Il solaio che li separa è il cielo visibile o firmamento, composto di ghiaccio, per sostenere la
metà delle acque e controbilanciare il fuoco degli astri luminosi. L'acqua è così abbondante che parte
ricade a terra in forma di rugiada e riflette, inoltre, verso il basso la luce del sole e della luna. Nel Giorno
del Giudizio quest'acqua superiore verrà ritirata, il firmamento si scioglierà e le stelle cadranno.
La struttura dell'universo viene a ripetersi nel corpo umano, dove la porzione superiore del firmamento è
simile al cervello, il cui operato è invisibile.
Severiano spiega la raccolta delle acque più ingegnosamente di San Basilio. Il primo giorno, afferma, la
terra venne creata piatta: pertanto era interamente coperta dalle acque. Il terzo giorno, però, il Signore
la modellò creando montagne e avvallamenti tali che l'acqua potè fluire verso il basso per formare il
mare. Sole e luna vennero creati indipendentemente dal cielo: il sole venne fissato a oriente, la luna a
occidente.
La variabile durata del giorno dipende dalla lunghezza del viaggio del sole. La luna che cala, muore e
rinasce, è simbolo della vita umana e garanzia della nostra risurrezione.
Le idee di Severiano, Basilio e Diodoro, vennero riprese nel VI secolo da un autore anonimo che
chiamiamo Pseudo Cesario. La sua opera dialoghi prese la comune forma di domanda-risposta e costituì
una piccola raccolta di conoscenze sia in campo teologico che scientifico.
Accetta l'idea che la forma dell'universo sia simile a una casa a due piani e aggiunge che uno dei quattro
fiumi del paradiso è il Danubio. D'inverno questo fiume è coperto da uno strato di ghiaccio così
resistente da sostenere decine di migliaia di barbari a cavallo, invasori del territorio romano diretti verso
l'Illirico e la Tracia. Questo strato viene bagnato dall'acqua sottostante, e talvolta piove sul ghiaccio:
l'acqua che sta sopra il ghiaccio non si mescola all'acqua che sta sotto. Il firmamento non viene sciolto da
calore del sole, che è piccolissimo al confronto. Questa è anche la ragione del continuo movimento del
sole; se fosse rimasto fermo avrebbe danneggiato il firmamento.
Il sole, inoltre, non è attaccato al firmamento, ma è sospeso a mezz'aria per la leggerezza della sua
sostanza, e non si muove a causa del vento perché questo soffia più giù, vicino alla superficie terrestre.
Se sole e luna fossero stati attaccati al firmamento avrebbero graffiato con il loro movimento la
superficie della volta celeste. Durante la notte, il sole è nascosto dai terreni scoscesi della Cappadocia o
dal massiccio del Tauro.
Particolarmente importante è anche Cosma Indicopleuste che scrisse l'opera Topografia cristiana. Le
principali idee da lui esposte sono frutto di numerosi viaggi lungo il Mar Rosso; visitò l'Etiopia e altri
paesi.
L'universo di Cosma aveva forma di scatola rettangolare con coperchio a volta. La terra formava la base
della scatola: la circondava da un lato l'oceano, non navigabile, ma aldilà di esso c'erano uno stretto
lembo di terra la cui parte orientale conteneva il paradiso terrestre. Era a questo lembo che si saldavano
le quattro pareti dell'universo. A metà della loro altezza le pareti sostenevano un soffitto che altro non
era che il firmamento con le acque sovrastanti. Le pareti poi si curvavano all'interno per contenere il
Regno dei Cieli. La superficie terrestre era inclinata da nord a sud con il risultato che se si voleva
viaggiare verso il nord si dovevano affrontare salite.
Il sistema di Cosma aveva, tuttavia, delle debolezze, come, ad esempio, l'idea che gli astri luminosi
fossero azionati dagli angeli.
Comunque, quando un santo bizantino aveva una visione del Regno dei Cieli o del Giudizio Universale,
pensava sempre a un universo quadrangolare coperto da un soffitto al di là del quale Dio teneva la sua
corte e dove gli eletti avrebbero infine goduto di una felicità eterna.
Sembra che solo nell'XI secolo si fece un tentativo per diffondere nuovamente le dottrine cosmologiche
degli antichi.

9. GLI ABITANTI DELLA TERRA


La terra è abitata da animali ed esseri umani; l'unica differenza tra questi due gruppi sta nell'anima. Lo
spirito dell'animale muore insieme al suo corpo, mentre l'anima umana vivrà per sempre.
Dio creò dapprima gli animali acquatici per mostrare che la vita comincia con il battesimo. Questi hanno
una vita imperfetta: debole in loro la vista e l'udito, sono privi di memoria e d'immaginazione e non
riconoscono alcuna creatura familiare, laddove gli animali terrestri hanno sensi più sviluppati.
Gli animali sono stati creati, inoltre, per obbedire all'uomo, come indica il loro nome ktenos = bestia, e
soddisfavano un triplice scopo: alcuni erano stati creati per essere mangiati, altri per trasportare carichi e
altri per divertire l'uomo che si trovava da solo nel paradiso.
Un'altra ragione per cui gli animali vennero creati è che possono darci insegnamenti morali e fornirci
simboli teologici. Ad esempio, il pesce più grande che mangia il pesce più piccolo: noi facciamo lo stesso
quando opprimiamo i più deboli.
Gli animali ci insegnano anche lezioni elevate, attinenti al governo e alla religione. Ad esempio, le api
sono governate da un re che esercita una supremazia naturale e, seppur munito di pungiglione, rinuncia
a usare quest'arma; la trasformazione subita dal baco da seta, il quale diventa farfalla, ci insegna a
credere nel cambiamento che proveranno i nostri corpi al momento della resurrezione.
Anche i bizantini provavano un forte interesse per gli animali esotici, reali o immaginari.
Uno storico della Chiesa, Filostorgio, parlando del paradiso terrestre, afferma che gli animali più grandi si
trovano nelle regioni orientali e meridionali della terra, nonostante esse siano le più esposte al caldo.
I santi monaci avevano un rapporto tutto speciale con il regno animale. La storia più famosa è quella che
racconta del leone di San Gerasimo. Quest'ultimo aveva estratto una spina dalla zampa del leone e
questo rimase, quindi, a servirlo. Alla morte del santo anche il leone morì per il dolore. Tuttavia, non
perché avesse anima razionale, ma perché Dio voleva glorificare coloro che lo glorificavano e dare
dimostrazione dell'ubbidienza che gli animali avevano reso ad Adamo.
L'idea che le diverse specie animali avessero le loro caratteristiche distintive e immutabili - non solo
fisiche ma anche morali: l'orgoglio del leone, la calma del bue - si applicava anche alle razze umane e ai
popoli.
La diversità dei popoli veniva spiegata dalla divisione delle terre tra i figli di Noè e la successiva
moltiplicazione delle lingue durante la costruzione della Torre di Babele; infatti, prima di allora l'umanità
non conosceva distinzioni interne e parlava una sola lingua: l'ebraico.
Dei vari popoli, alcuni hanno mantenuto i loro originali nomi ebraici, altri li hanno perduti a causa dei
Greci (o Macedoni).
Il principale problema che i popoli della Terra ponevano alla mentalità bizantina era il loro posto nel
progetto della divina Provvidenza. Dato che gli uomini provenivano "da un solo sangue", l'antica
maledizione di Noè continuava a incombere sui discendenti di Canaan, figlio di Cam. Si riteneva che
questa maledizione fosse dovuta non solo al fatto che Canaan aveva visto le nudità di suo padre ma che
anche valesse quale anticipazione dell'avidità di Canaan nutrita per l'invasione di Palestina e Fenicia,
terre appartenenti a Sem.
I membri delle "nazioni" - gli ethnikoi - e cioè i non cristiani avrebbero potuto sperare in una salvezza
proveniente dalle sole opere buone.
Nel primo periodo bizantino il Cristianesimo conobbe una notevole espansione geografica. Il solo grande
ostacolo era la Persia, dove comunque il Cristianesimo aveva già compiuto progressi notevoli.
Ad alcuni osservatori sembrò che gli ethnikoi fossero più sani dei cristiani, tra i quali era diffusa la gotta,
la lebbra, l'epilessia e altre malattie; che i cristiani avessero una sorta di inferiorità fisica. Secondo
Anastasio le malattie si diffondono anche per ragioni ereditarie o per via dell'aria, di eccessi
nell'assunzione di cibi e bevande. In tutta l'età bizantina, quindi, il successo degli ethnikoi venne spiegato
esattamente come l'aveva spiegato Anastasio.

10. IL PASSATO DELL'UMANITA'


Il bizantino medio, come ogni altra persona semplice, aveva scarsa consapevolezza del succedersi degli
anni. Se poneva a mente questi problemi, allora calcolava gli anni con il sistema delle indizioni.
Un'indizione era era un ciclo di quindici anni, introdotto inizialmente a scopo fiscale.
Il motivo principale di questa trascuratezza nei confronti di date "assolute" sta nella mancanza di una
forma di cronologia generalmente riconosciuta. All'epoca, infatti, i documenti ufficiali continuavano a
essere datati in base ai consoli in carica, come avveniva in età romana.
Vi era, poi, una grand moltitudine di ere locali, soprattutto nelle province orientali. I siriaci, ad esempio,
calcolavano gli anni in base all'era dei Seleucidi che cominciava il 1 ottobre 312 a.C.
Non si ricorreva ancora all'annus mundi quale comune sistema di datazione, e inoltre c'erano notevoli
divergenze in merito al modo di calcolarlo. Esso cominciò ad apparire nell'VIII secolo e veniva custodito
in un libro, noto come cronaca universale oppure cronaca a partire da Adamo, a cui il bizantino medio si
rivolgeva se voleva avere qualche informazione della storia passata. Con il passare del tempo, la cronaca
venne integrata con il resoconto degli avvenimenti più recenti. Erano trattate come manuali o
almanacchi che richiedevano revisioni periodiche.
Le cronache ambivano a spiegare l'operato della divina provvidenza; dato che Dio agisce con ordine,
anche la storia deve esprimere non solo il Suo intento morale ma anche la simmetria del Suo disegno.
Molto tempo prima che nascesse una storiografia cristiana gli Ebrei ellennizati si erano preoccupati di
dimostrare l'antichità e dunque la rispettabilità della loro religione.
Il primo autore cristiano che elaborò una cronologia dettagliata sulla base dell'Antico Testamento fu
Teofilo d'Antiochia. Egli calcolò che la creazione ebbe luogo intorno a 5515 a.C, con un margine di errore
di circa duecento anni. Ciò che importa, però, è che Teofilo riuscì a collegare la cronologia biblica con
quella del mondo greco-romano.
I cristiani delle origini credevano che, come la Creazione richiese Sei giorni, così il mondo sarebbe durato
sei millenni. Dato che Cristo era risorto intorno al periodo del Passaggio o Pasqua ebraica, si riteneva che
il primo giorno della Creazione fosse caduto verso la medesima data, sempre di domenica (25 marzo,
data dell'equinozio di primavera, secondo il calendario giuliano). I cristiani, adottando l'anno Giuliano,
avevano scelto un ciclo di otto anni per calcolare la data della Pasqua. Questo ciclo forniva otto date
possibili per il Passaggio, e nel nono anno si poteva tornare allo stesso giorno del mese del primo anno,
senza ottenere però il medesimo giorno della settimana. Bisognava moltiplicare 8x7=56: dopo 56 anni la
festa del Passaggio sarebbe tornata a cadere lo stesso giorno, oltre che dello stesso mese, anche della
settimana.
Quello che venne a prevalere in Oriente fu un ciclo di 19 anni, che comportò la necessità di ricalcolare la
data della Creazione, ora ritenuta cadere intorno al 5492. Questa è la cosiddetta era Alessandrina.
Prima del diluvio universale, abbiamo un periodo di grande conoscenza, in quanto Adamo diede i nomi a
tutti gli animali, Caino inventò la misurazione del terreno, i tre figli di Lamec scoprirono rispettivamente
l'allevamento del bestiame, gli strumenti musicali e la forgiatura dell'ottone e del ferro. Il più grande
sapiente di quell'epoca fu, però, Seth, il quale inventò l'alfabeto ebraico; scoprì la successione degli anni,
mesi, settimane; diede i nomi alle stelle e ai cinque pianeti, ossia: Crono, Zeus, Ares, Afrodite ed Hermes.
Egli era stato avvertito del diluvio e quindi scrisse i nomi delle stelle su una lastra di pietra che riuscì a
sopravvivere, consentendo a Canaan di elaborare un'astronomia.
Sembra che, prima del diluvio, vennero inventate anche certe lettere caldee da parte dei cosiddetti
vigilanti. Queste lettere venivano usate per esprimere qualche forma di sapienza magica.
Il Diluvio rivestì un ruolo importante per la determinazione di una cronologia relativa sia della storia
ebraica sia di quella dei gentili.
Vi erano stati dieci re anteriori al Diluvio. La divisione della terra tra i figli di Noè e il moltiplicarsi delle
lingue che ne seguì, fornirono i punti di partenza per la storia di varie popolazioni dei "gentili".
Abramo fu colui che introdusse la vera conoscenza di Dio, distruggendo gli idoli del padre. Egli diede
inizio alla storia del popolo ebraico; fu una figura importante per la storia della scienza in quanto esperto
di astronomia, la insegnò agli Egizi.
Lo stadio successivo della storia si lega a Mosé, il più grande di tutti i profeti anteriori a Giovanni Battista.
La sua importanza sta nella superiore rivelazione che gli fu concessa e nei "segni" che accompagnarono
la sua carriera. Mosè scampò da piccolo all'omicidio che venne effettuato su tutti i maschi appena nati
della sua stirpe; si ritirò nel deserto per quarant'anno; quando separò le acque del Mar Rosso, lo colpì
con un movimento a forma di croce. Infine, nonostante morì e fu sepolto, nessuno vide la sua tomba.
Successiva figura importante fu il re Salomone. Nonostante il suo debole per le donne fosse vergognoso,
acquisì una grande conoscenza di tutto ciò che è in natura.
L'incarnazione di Cristo, evento centrale di tutto il processo storico, corrisponde al regno di Augusto,
primo sovrano che si trovò a dominare il mondo intero, e quindi a portare la pace universale. La
crocifissione di Cristo avvenne sotto Tiberio e cadde di venerdì, perché l'uomo è stato creato il sesto
giorno e Adamo mangiò il frutto dell'albero proibito alla sesta ora del giorno. La resurrezione ripete la
creazione. Pilato riferisce a Tiberio i miracoli di Cristo; l'imperatore concede libertà completa alla
predicazione cristiana, tanto che la terra ne viene riempita.
Il regno del malvagio Caligola è testimone della conversione di San Paolo e del martirio di Stefano; quello
di Claudio della fondazione del monachesimo a opera di San Marco.
Sotto Nerone, primo persecutore dei cristiani, vengono messi a morte Pietro, Paolo, Giacomo e Luca. Nel
contempo gli ebrei avevano ricevuto quarant'anni di tempo, a partire dall'ascensione, per pentirsi. Il
risultato del loro mancato pentimento fu il sacco di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. Questa è
la quarta cattività degli ebrei, la quale non avrà fine; essi non avranno nemmeno altri profeti. I loro
successivi tentativi di ricostruzione del tempio verranno annientati.
Con la diffusione del cristianesimo vi saranno le prime eresie: quelle di Basilide, Valentino, Taziano e
Bardesane. Appare, poi, un falso Cristo, ossio Mani, seguace di Budda. Egli rifiuta l'Antico Testamento e
professa che Gesù Cristo era uno spettro. La sua orribile dottrina ispira una gran moltitudine di eresie
cristiane.
Verso la fine del III secolo, gli imperatori Diocleziano e Massimiano portano un ultimo attacco al
cristianesimo, per morire poi entrambi di morte violenta.
Infine diventa imperatore Costantino, il quale cade malato, vede in sogno San Pietro e San Paolo, papa
Silvestro lo cura e accetta, quindi, il battesimo insieme alla madre, Elena.
Il cristianesimo trionfa; si tiene il primo concilio ecumenico e la capitale dell'impero si trasferisce alla
Nuova Roma, che è anche la nuova Gerusalemme. Viene così inaugurata l'ultima fase della storia
universale. Tutto ciò che rimane da fare, prima del secondo avvento, era l'eliminazione dell'eresia e la
predicazione del messaggio cristiano fino ai più remoti angoli della terra.

11. IL FUTURO DELL'UMANITA'


Credere che la fine del mondo fosse vicina è un punto fondamentale del Cristianesimo delle origini;
anche se all'inizio dell'eta bizantina erano già passati tre secoli da quando Gesù era asceso in cielo, non si
trattava di una credenza facile da eliminare. Tutto ciò derivava dalla visione escatologica, quindi dalla
Bibbia e dagli apocrifi. Particolarmente importante era la piccola "apocalisse sinottica" di Matteo, Marco
e Luca. Essa prevedeva dapprima un periodo di guerra tra regni e nazioni, carestie e pestilenze, terremoti
in diversi luoghi, che avrebbero annunciato "il principio dei dolori"; molti falsi profeti sarebbero risorti, il
"vangelo del regno" sarebbe stato predicato al mondo intero; "e poi sarebbe venuta la fine". Grande
sarebbe stata la tribolazione e il lamento. Allora sole e luna avrebbero perso la loro luce, le stelle
sarebbero cadute dal cielo e il Figlio dell'Uomo sarebbe apparso nelle nubi con il potere e la gloria. Gli
eletti dovevano prestare dovuta attenzione ai segni.
L'apocalisse di Cristo era parte integrante della grande ondata di speculazione escatologica che invase il
mondo ebraico tra il II secolo a.C e il I secolo d.C.
Particolarmente forte fu il mito dell'Anticristo, menzionato nel brano di Giovanni. Il figlio del peccato
assume forma più concreta nell'insegnamento di san Paolo; costui sarebbe apparso nell'epoca del
tradimento, si sarebbe seduto nel tempio di Dio e avrebbe operato miracoli, ma il Signore l'avrebbe
distrutto con il "soffio della sua bocca". Si riteneva inoltre che l'Anticristo sarebbe venuto dalla stirpe di
Dan; che avrebbe incontrato l'opposizione di Elia e l'avrebbe ucciso; il suo regno sarebbe durato tre anni
e mezzo. Dal libro di Daniele veniva anche l'idea dei quattro regni o delle quattro bestie; di esse l'ultima -
quella con i denti di ferro e dieci corna, la bestia che "divorerà tutta la terra e la calpesterà e la farà a
pezzi" - veniva generalmente identificata con l'impero romano.
Il regno della quarta bestia sarebbe stato seguito direttamente dal Giudizio Finale.
Di origine ancora anteriore, e cioè del libro di Ezechiele, il tema di Gog e Magog, le nazioni settentrionali
che avrebbero combattuto con Israele negli ultimi anni. Gog viene descritto come "principe di Rosh", lo
stesso nome portato dai Russi.
Numerose erano le credenze bibliche che furono trasmesse ai bizantini. Particolarmente importante fu il
regno di Anastasio, il quale sembra essere stato un periodo di intensa speculazione escatologica in
quanto, già a partire dal III secolo, era diffusa l'opinione che il mondo era destinato a durare 6000 anni
(analogamente ai Sei giorni della Creazione). Diverso il caso di Giustiniano, la cui sfrenata ambizione
comportò la perdita di tante vite umane. L'aspetto di quest'uomo ricordava l'infame imperatore
Domiziano; egli poteva essere considerato il Principe dei Demoni o l'Anticristo in persona, come si può
leggere nella Storia segreta di Procopio.
Inoltre il regno di Giustiniano era stato pieno di infinite guerre, terremoti e pestilenze. Il panico si sparse
tra la popolazione; vi fu chi scappò nei monti per farsi monaco, altri diedero denaro alle chiese, i ricchi
distribuirono l'elemosina ai poveri e persino i magistrati rinunciarono per un pò alla corruzione.
La crisi del tardo VI e poi del VII secolo portò al peggioramento della situazione. Le aspettative di terribili
calamità vennero soddisfatte durante il regno del tiranno Foca nel 602, cui seguì la furiosa lotta tra
impero romano e impero persiano e l'assedio avaro di Costantinopoli.
Gli arabi erano un popolo biblico inviato da Dio perché si compissero le calamità degli "ultimi giorni". Per
un certo periodo la speranza che nel VII secolo l'impero arabo crollasse sembrò prossima a realizzarsi: la
guerra civile araba, il fallimento dell'attacco a Costantinopoli, le devastanti incursioni dei Mardaiti in Siria
e in Palestina. Gli Arabi dovettero accettare la pace alle sfavorevoli condizioni imposte dall'imperatore
Costantino IV. Ben presto, tuttavia, gli Arabi tornarono all'offensiva.
Le "stirpe bionde" erano destinate a ricoprire un ruolo importante nelle successive profezie bizantine,
dove sarebbero state identificate ora con gli occidentali, ora con i Russi.
Particolarmente interessante è la vita di Sant'Andrea il folle, attribuibile all'VIII secolo, nonostante venga
datata al IX o X. Il santo apparteneva alla classe dei beati dementi e visse nel V secolo. Il testo ebbe una
grande popolarità e si presenta sotto forma di conversazione tra Andrea e il suo discepolo Epifanio, che
gli domanda quando sarà la fine del mondo e in base a cosa gli uomini lo capiranno. Da brano si capisce
che gli arabi sono considerati il nemico principale, senza però essere granché temuti. Il santo non
prevede un periodo di supremazia araba, ma afferma che gli arabi saranno presto sconfitti. Il totale degli
anni di prosperità che spettano alla terra sono quarantacinque, mentre tutto il resto è strage e
distruzione. L'orizzonte geografico di Andrea è, tuttavia, limitato; egli è interessato essenzialmente al
destino di Costantinopoli soltanto.
Molto importanti sono le dichiarazioni dello storico Leone Diacono, il quale aveva deciso di narrare, a
vantaggio dei posteri, tutte le cose terribili di cui era stato testimone, anche se non era sicuro che ce ne
sarebbero stati, poiché Dio avrebbe potuto decidere di arrestare in qualsiasi momento la "nave della
vita".
Successivamente Niceta David il Plaflagone era riuscito a dimostrare un calcolo oscuro, affermando che il
mondo sarebbe finito nel 1028. Della settimana cosmica, solo sei ore e otto minuti restavano; la fine dei
tempi era imminente e a confermarlo vi era la follia degli imperatori, la corruzione dei magistrati e
l'indegnità di vescovi e monaci. La gente comune era convinta che gli enigmatici monumenti della città
fossero opera di antichi "filosofi" che avevano predetto la caduta di Costantinopoli e la fine del mondo.
In età comnena si affermò che Costantinopoli non sarebbe arrivata ai mille anni e sarebbe dunque
caduta prima del 1324. Nel medesimo periodo si produsse una serie di profezie di carattere dinastico:
una successione di cinque imperatori che sarebbe stata seguita dalla divisione dell'Impero e poi dalla sua
rinascita. Alla fine del secolo XII ci si concetrò sempre di più sulla figura del "re liberatore" - il re destinato
a regnare trentadue anni e a sconfiggere gli Ismaeliti: Isacco II Angelo.
L'ultima data rimasta per la fine del mondo era la fine del VII milennio e, in base al calcolo cronologico
bizantino, si trattava del 1492.
Nella vita di San Basilio il giovane, viene descritta l'ora del giudizio: per prima cosa viene rappresentata
una città fatta d'oro e di pietre preziose, grande come un cerchio nel firmamento; le mura erano alte
trecento cubiti e aveva dodici porte, tutte ben chiuse. La città era la nuova Sion che Cristo aveva costruito
dopo l'Incarnazione per i suoi apostoli e profeti; un angelo veniva inviato presso Satana, il quale aveva
regnato per tre anni sulla terra. L'angelo reggeva un rotolo dove vi era scritta una lettera del Signore che
ordinava a Satana di fare piazza pulita di tutto il male e di tutta la corruzione che aveva causato, e poi di
partirsene per l'inferno. Nel frattempo gli angeli suonavano la tromba e i morti si svegliavano;
quest'ultimi sembravano tutti uguali: non c'era differenza tra uomini e donne, non c'era traccia di età
(anche gli infanti erano stati trasformati in adulti). Però alcuni avevano il volto che risplendeva e
iscrizioni luminose sulla fronte che esprimevano le loro rispettive qualità, mentre i peccatori erano
ricoperti di sporco e sterco, di fango e cenere, ciascuno secondo il suo peccato. Ce n'erano alcuni che
assomigliavano ad animali. Anche i peccatori erano identificati da iscrizioni; tra costoro erano gli eretici.
Il Signore ondeggiava nell'aria e al suo fianco era posta una croce. Quattro eserciti di angeli prendono
posizione ai quattro punti cardinali e altri quattro ai quattro angoli della terra. Poi appare Cristo in una
nube; ai giusti spuntano le ali e Lo incontrano nell'aria. Non appena Cristo si siede sul trono la terra è
ringiovanita e il firmamento fatto nuovo; svaniscono le stelle e il loro posto viene preso dai santi; sparisce
il sole poiché è Cristo il nuovo sole. Anziché l'oceano c'è un fiume di fuoco a scorrere tutto intorno.
Rimangono da giudicare gli israeliti, i cristiani e quei membri delle "nazioni" che non avevano venerato
gli idoli. I giusti vengono posti alla destra di Cristo e i peccatori alla Sua sinistra. Cristo scorta poi in
processione tutti i giusti verso la Città Celeste.
I peccatori erano separati prima per periodi, poi per categorie. Grazie all'intervento della Vergine Maria,
all'ultimo momento due gruppi di media grandezza vennero salvati dalla dannazione per ricevere dimora
nei sobborghi della Città Celeste. Si trattava dei bimbi di genitori cristiani morti prima di ricevere il
battesimo e di coloro che non erano stati né buoni né cattivi.
L'investitura dei giusti avveniva in un'enorme chiesa posta entro la Città. Ai santi venivano conferiti troni,
corone, vesti di porpora. L'investitura era seguita da un servizio liturgico e questo a sua volta da un
banchetto spirituale. Successivamente, ad ovest della Città si stabiliva un "regno superiore" che fungeva
da abitazione di Cristo, della Vergine Maria, di Giovanni Battista e di santi con ali sufficientemente forti
per volare fino lassù; il resto rimaneva nella Città che era provvista di case, chiese, cappelle, giardini e
altre delizie.
L'Apocalisse di san Giovanni non era considerato, invece, testo canonico a Bisanzio e pertanto non era
preso in considerazione.
Fu solo dopo la caduta di Costantinopoli che il "liberatore" assunse il ruolo dell'eroe nazionale che
avrebbe scacciato dalla città i Turchi, avrebbe nuovamente posto la croce sulla cupola di Santa Sofia e
fondato uno Stato greco.

12. LA VITA IDEALE


A seguito dell'avvento di Cristo, il genere umano seguiva delle regole di comportamento molto più
severe. Anche usare un linguaggio offensivo era causa di peccato. Per conseguire la perfezione un uomo
doveva vendere tutto ciò che aveva, distribuire tutto ai poveri; doveva diventare, insomma, un monaco.
Ma la maggior parte degli uomini era troppo debole o troppo indolente per seguire questa difficile strada
e, perciò, si stabilì un metodo per vivere in società. Il suo principio base era quello dell'ordine.
Dio non si limitò a disporre l'esistenza dell'Impero, Egli scelse anche ogni singolo imperatore. Ciò non
significa che l'imperatore sia sempre una brava persona: nella Sua sapienza, Dio può liberamente
scegliere un cattivo imperatore per punire l'umanità per i suoi peccati. Le alternative al legittimo governo
imperiale erano l'usurpazione e l'anarchia. Il tyrannos era una persona che cercava di diventare
imperatore in opposizione alla volontà di Dio e necessariamente falliva; ma se riusciva nel suo intento
allora Dio era dalla sua parte e pertanto egli cessava di essere un usurpatore.
Dio governava l'umanità ispirando timore dell'Inferno e promettendo ricompensa in Cielo. Del pari
l'imperatore governa i suoi sudditi con il terrore: i nemici vengono messi in prigione o al bando, vengono
privati della vista o della vita. Anche gli innocenti "lo servono tremando". Pur restando "terribile" per la
sua autorità, deve però farsi amare esercitando la beneficenza. Deve essere capace di autocontrollo e
prudenza ma anche risoluto nell'agire e lento nell'adirarsi.
Il suo più grande ornamento è pertanto la pietà: egli è fedele a Cristo e amante di Cristo.
L'imperatore era santo e nei ritratti doveva essere rappresentato con l'aureola. Del pari sacro era il suo
palazzo, una domus divina. Le sue apparizioni in pubblico erano regolate da un cerimoniale che rifletteva
l'armonioso lavorì dell'universo ed era sinonimo di ordine. Egli era anche un sacerdote: governava su
tutti gli uomini o almeno su tutti i cristiani ortodossi. L'autorità imperiale si trasmetteva ai magistrati che
egli stesso designava; il dovere dei sudditi era invece quello di obbedire. La posizione del clero e dei
vescovi, nello schema della vita ideale, comportava oneri e onori e solo il sacerdote aveva facoltà di
ministrare il battesimo, perdonare i peccati, offrire il sacrificio eucaristico. Egli doveva essere umile, la
vita che conduceva doveva essere senza macchia.
Dopo il clero, posti di particolare responsabilità li avevano i giudici, insegnanti e medici. Il giudice doveva
tenere a mente l'immagine della vera giustizia e trattare ognuno allo stesso modo. All'insegnante, come
al vescovo, si richiedeva di dare il buon esempio. Meno bene erano invece visti i medici, in quanto le vite
dei santi abbondano di riferimenti alla loro inutilità e avidità. Si afferma, infatti, che spesso i medici,
anziché curare la loro salute, peggioravano la situazione. Eppure il dottore esperto aveva un ruolo
necessario che era fisico e morale.
Tra i comuni membri della società, i più utili erano i soldati e i contadini. Il ruolo dei soldati era quello di
mantenere la pace, ed erano ricompensati con adeguati donativi.
La vita dei contadini non era difficile come quella del contadino cui toccava costante fatica al caldo e al
freddo.
I mercanti erano molto più portati ad atti illeciti, in quanto era più semplice cadere nella disonestà. I
debiti erano causa di menzogna, ingratitudine, spergiuro.
Gli schiavi erano il più basso elemento della società: dovevano obbedire ai loro padroni, come diceva la
Bibbia, nonostante essi fossero crudeli.
Dio dava a tutti in egual misura così come era disponibile a tutti il pubblico demanio imperiale.
Il rivoluzionario, colui che ambiva a sovvertire l'ordine, attirava su di sé universale condanna. Inoltre i
ricchi e i potenti erano sufficientemente puniti dai mutamenti della fortuna, sconosciuti ai poveri; e una
definitiva uguaglianza veniva a realizzarsi con la morte.
Un gruppo speciale era quello dei monaci: essi erano laici ed erano i perfetti cristiani, i veri filosofi.
Avevano rinunciato alla loro vita personale per Dio, quindi la loro missione era soprattutto interna
anziché esterna; ma proprio per questo motivo erano molto più vulnerabili agli attacchi di Satana.
L'anima umana era vista come una città sorvegliata e si seguiva la regola delle "cinque porte": la prima
era quella del linguaggio, in quanto si dovevano seguire le Sacre Scritture; la seconda quella dell'udito,
per non affidarsi al pettegolezzo; la terza dell'odorato, per non indebolire la tensione; la quarta, quella
della vista, vietava di vedere quantomeno donne possibili e di evitare il teatro; l'ultima porta era quella
del tatto che salvaguardava il contatto con letti comodi e altri corpi umani.
I maschi dovevano astenersi da fornicazione, ubriachezza e gola; le femmine dall'uso di profumi e
ornamenti artificiali.
La cosa più strana fra tutte è la condanna del riso: ridere è proibito ai cristiani, soprattutto se monaci,
poiché sembra che Cristo non abbia mai riso.
L'antifemminismo fu un elemento fondamentale del pensiero bizantino sino al XII secolo: guardare una
donna sporcava l'anima. In generale, la donna era un verme strisciante, figlia della menzogna, nemica
della pace. Era dedita al lusso e alle spese. Si caricava di gioielli, si incipriava il volto, si profumava le vesti
e così si trasformava in una trappola mortale, pronta a sedurre i giovani.
I bizantini continuavano, tuttavia, a sposarsi, e in questo avevano il sostegno di San Paolo. Nell'Antico
Testamento il matrimonio era rivolto alla procreazione, tanto disprezzata dagli ebrei (ma all'epoca era
impensabile che il mondo si estinguesse). L'idea che la razza umana sarebbe venuta a scomparire non
aveva giustificazione, la moltiplicazione della specie si doveva solo a Dio e quindi la procreazione non era
più essenziale. Il matrimonio era solo basato sulla convivenza. Era necessario per i deboli ma era un
ostacolo per i forti che sapevano come domare la furia della natura ricorrendo a digiuni e veglie.
Era necessario che i genitori facessero sposare i loro figli il prima possibile; prima che andassero avanti
nella carriera. Se il matrimonio veniva posticipato il giovanotto si sarebbe rivolto alle prostitute e
avrebbe sviluppato il gusto per la risata, per il comportamento indecoroso. Una donna di buona famiglia
si sarebbe rifiutata di soddisfare queste voglie e il risultato sarebbe stato che lo sposo avrebbe
incominciato a trascurarla dopo un paio di notti.
In casa c'erano regole rigorose, nessuno spreco di sentimentalismo per i bambini, le ragazze non si
potevano ornare di gioielli. Era abominevole che i ragazzi avessero i capelli lunghi, il bambino non
giocava mai; l'autorità del padre era assoluta, ma veniva ammonito a non abusarne picchiando i figli.
L'unica ragione valida per disubbidire era la determinazione a rispondere a una vocazione più elevata; se
un ragazzo decideva di diventare monaco e pertanto si sottraeva a un matrimonio combinato, si doveva
giustificarlo. Digiuno e verginità erano un bene assoluto.
Era la città nel suo complesso che era un male.
Consultando San Giovanni Damasceno si scopre che le città, come Gerusalemme, erano abituate al vizio:
prostitute, teatri, danze, taverne, bagni; le donne camminavano a volto scoperto. Tutto era indecente, le
parole, i gesti, le vesti.
Un cristiano che viveva in città, quindi, se aveva bisogno di svago, poteva camminare in un giardino,
lungo un corso d'acqua o un lago, oppure guardare le cicale o visitare il tempio di un martire, rimettendo
in salute il corpo ed edificando l'anima. Un cristiano poteva e doveva andare in chiesa - non solo la
domenica e le altre festività ma il più spesso possibile e almeno due ore al giorno.
Lo schema cristiano era anche un riflesso dell'ordine autoritario del tardo Impero. Il suo atteggiamento
nei confronti del mondo materiale era di orrore quasi manicheo.

13. LA LETTERATURA
L'impero multinazionale della nuova Roma non si espresse solo in greco; molti suoi abitanti parlavano e
scrivevano in altre lingue. Abbiamo, quindi, una letteratura bizantina molto ampia, con testi in latino,
siriaco, copto, slavo, armeno e georgiano. La letteratura greca bizantina, in altri termini, è tutto ciò che è
stato scritto tra il IV e XV secolo. Molto rimane ancora inedito, sotto forma di manoscritti.
La letteratura bizantina comprende numerosi testi di natura religiosa, infatti, gran parte del materiale, si
basa su agiografie. Tra queste vi sono anche i sermoni, libri liturgici, la teologia, i trattati, i commenti sulla
Bibbia e i padri della Chiesa.
Questo greco, definito neotestamentario, è considerato una fase di decadenza, ma come ogni lingua
viva, il greco ha subito uno sviluppo, nella fonologia, morfologia, sintassi e vocabolario. Il passo decisivo
fu in età ellenistica, quando divenne un mezzo di comunicazione internazionale.
L'attico era riservato alle belle lettere e la sua conoscenza era il segno distintivo di una élite. Il greco
ecclesiastico fu il principale mezzo di comunicazione della letteratura bizantina non belletristica. Poiché
usato in Grecia, doveva essere comprensibile a un considerevole segmento della popolazione. Quanto
alla quotidiana lingua, purtroppo non era ritenuta degna di venire trascritta: per il primo e il medio-
periodo bizantino la conosciamo solo da alcuni frammenti di dialogo, come quello tra i fans del circo e
l'araldo di Giustiniano, da qualche verso di poesia popolare e dalla documentazione fornitaci da papiri e
iscrizioni.
Nel primo periodo bizantino, la classe curiale delle città di provincia costituiva un pubblico letterario in
diminuzione. Ne parla infatti Procopio: con il declino delle città svanì anche il pubblico dei lettori.
Solo quando le città rinacquero intorno all'XI secolo vennero nuovamente a ripresentarsi le condizioni
favorevoli per gli scritti. Il materiale sul quale vennero normalmente trascritti i libri bizantini, a partire dal
VII secolo, fu la pergamena, materiale scarso e costoso. Produrre manoscritti lunghi era senz'altro molto
caro. Un uomo agiato poteva avere una ventina di volumi.
Il costo dei libri era direttamente connesso con l'uso cui erano destinati. Nessun autore bizantino ebbe la
pretesa o l'ambizione di eguagliare i classici, come per esempio San Giovanni Crisostomo, i due Gregori,
Basilio, Sinesio. Il compito, quindi, degli scrittori era di esporre gli avvenimenti più recenti in modo tale
che essi non cadessero nell'oblio. Inoltre, sembra che gran parte di questa elaborata produzione fosse
destinata alla recitazione orale. La maggior parte di questi testi circolavano in un unico manoscritto;
qualcuno poteva prendere il difficile compito di trascriverli.
Tra i generi bizantini, dobbiamo ricordare la storiografia della letteratura di Bizanzio, come, per esempio,
la storia che imitava gli antichi modelli. Tra gli storici più importanti bisogna menzionare Procopio di
Cesarea. Egli era uno scrittore molto esigente e poteva attingere ad un sentimento di grandezza tragica.
Una delle opere più importanti è la sua storia delle guerre dove si evince il suo aperto scetticismo nei
confronti del cristianesimo.
Dopo Procopio ci fu un declino della letteratura storiografica. Suo successore fu Agazia, avvocato di
professione e poeta di vocazione; dedica ampio spazio ai discorsi dei suoi eroi ed alla descrizione delle
battaglie, e qui sta la maggior differenza rispetto a Procopio. Mentre quest’ultimo fu presente agli scontri
e poté descriverli da testimone oculare, Agazia non partecipò a nessuna battaglia e le sue pagine
risultano noiose e piene di temi ricorrenti sull'argomento bellico. A volte giunge a modificare la realtà
per il gusto della drammatizzazione e del romanzesco.
Infine, un ulteriore degradazione può scorgersi nell'opera di Teofilatto; dopo quest'ultimo vi è una lunga
interruzione nella pratica della storiografia, per rinascere successivamente alla metà del X secolo con
Costantino Porfirogenito.
Infine, bisogna ricordare la cronografia di Michele Psello che non può essere accostata a nessun genere
precostituito, in quanto si tratta di un memoriale privato. Ciò che gli interessa è il pettegolezzo di corte e
soprattutto la descrizione dei moventi e dei caratteri umani; la sua opera è, quindi, una galleria di ritratti.
Egli certamente aveva modelli classici, ma evidenzia una sensibilità e un'acutezza di osservazione prima
mancanti. La sua opera ci è giunta in un solo manoscritto e pure fu certamente usata e persino plagiata
da storici di periodi successivi.
Particolarmente importante è anche il secondo esempio che riguarda l'agiografia. Tra tutti i generi della
letteratura bizantina, essa è la più testimoniata. Sotto la sua etichetta si è soliti raggruppare un'ampia
gamma di testi che si riferiscono a personaggi commemorati nella liturgia: santi cristiani o figure bibliche.
La più antica forma di agiografia cristiana era la passio: un resoconto del processo e della morte di un
martire; le due principali forme su cui si concentrarono erano l'aneddoto breve e la vita completa che
comparvero entrambi in ambito di monachesimo egiziano: il monaco era, quindi, il successore del
martire.
Oltre alla vita dei santi, gli aneddoti insistevano sugli insegnamenti morali, sulle frasi memorabili e sulla
particolare disciplina. La vita completa, di più antica data, è quella di Sant'Antonio ad opera di Atanasio
di Alessandria del 360 circa. Questa vita era concepita come un'elogio piuttosto che come una biografia
critica. Vi era uno schema di costruzione generale: nel prologo l'autore ammetteva la sua inadeguatezza
a celebrare i meriti del santo. Così comincia con il luogo di origine del santo; i Suoi genitori erano ricchi e
nobili e la sua nascita veniva solitamente predetta in sogno; a scuola il Santo evitava la compagnia degli
altri ragazzi; rifiutava l'istruzione classica; una volta adolescente rifiutava il matrimonio e si ritirava in un
monastero vicino; successivamente si ritirava in una cella isolata o nel deserto. Alla lunga gli veniva
conferito il ruolo ecclesiastico, ma di norma il santo rifiutava ogni offerta di vescovato. Prevedeva la
propria morte e spirava in pace in età avanzata
Le vite erano scritte in una lingua semplice, che talvolta si avvicinava al dialetto. Ma ben presto queste
divennero oggetto di ridicolo e il pubblico era disgustato dalla sciatteria dello stile. Il compito di
ricomporre l'eredità agiografica dei secoli precedenti venne, quindi, assunto, nel 900, da Niceta il
Paflagone. Le più antiche opere letterarie in dialetto sono i componimenti poetici detti "prodromici", che
sembrano potersi datare a partire dalla prima metà del XII secolo. Sono attribuiti al poeta di corte
Teodoro Prodromo e hanno forma di lamentele, indirizzati agli imperatori.
Particolarmente importanti sono anche una serie di romanzi cavallereschi in lingua vernacolare. Ne
abbiamo cinque risalenti al XII-XIII secolo fino al XV. Solo una di queste opere, ossia il Callimaco e
Crisorroe, può essere attribuito a un autore conosciuto: Andronico Paleologo, cugino dell'imperatore
Andronico II. La data di composizione è il 1300 circa.
I romanzi cavallereschi sono privi di artefatta ambientazione classica; siamo trasportati in un mondo
medievale con cavalieri coraggiosi, fanciulle bellissime, streghe, draghi, castelli. Tra i più importanti
romanzi dobbiamo, però, citare il più meritevole: il Digenis Akritas (il difensore di confini della duplice
stirpe): è difficile assegnarlo a uno specifico livello di produzione letteraria. Il poema è basato su
narrazioni eroiche del confine orientale. Di quest'opera esistono cinque versioni greche, oltre a
frammenti di una versione russa. La ricostruzione della Digeneide originale va datata intorno al 934-44;
non sappiamo se sia una produzione popolare o letteraria. La versione greca più soddisfacente è quella
di Grottaferrata. Esso è il risultato di due narrazioni diverse: una dell'emiro arabo che sposa una
nobildonna bizantina e si converte al cristianesimo; l'altra quello di suo figlio Basilio. Quest'ultimo cresce
sino a diventare una sorta di barone di frontiera, rapisce la bella Eudocia e infine la sposa.
Nel testo di Grottaferrata il dettato è prosaico e l'elemento moralistico è eccessivo.
La più grande eredità della letteratura bizantina non sono tanto gli scritti, quanto invece la conservazione
dell'eredità classica.

14. ARTE E ARCHITETTURA


L'eredità più grande dei bizantini è l'arte. A Bisanzio gli artisti erano considerati artigiani e non si
avvertiva interesse a tenere traccia dei loro nomi e delle loro personalità. Il primo e unico pittore
bizantino che ci sia noto è Teofane il Greco, attivo in Russia alla fine del XIV, inizio XV secolo. Quanto agli
architetti, invece, dopo Antemio e Isidoro, costruttori della Santa Sofia di Giustiniano, nessuno è
menzionato per nome. Inoltre, una grande difficoltà deriva dall'assenza di critica artistica bizantina.
A causa delle devastazioni, molte opere sono state distrutte e la distruzione di monumenti è stata più
sistematica nel centro dell'impero: Costantinopoli, Asia minore, Tracia, Grecia e Macedonia. Ne consegue
che l'arte bizantina è meglio nota nelle sue manifestazioni provinciali che in quelle metropolitane. Un
altro aspetto della distruzione è che colpì i monumenti profani molto di più rispetto a quelli religiosi.
Dopo la conquista ottomana le chiese avevano la possibilità di restare nelle mani delle comunità cristiane
e talvolta capitava che la conservazione fosse possibile grazie alla loro trasformazione in moschea. Gli
edifici e le decorazioni murali venivano abbattuti, ma gli oggetti di valore, che potevano essere
trasportati, tendevano ad emigrare nell'Europa occidentale.
Quando si parla di arte proto-bizantina o di arte paleocristiana, dobbiamo ricordarci che si intende l'arte
del tardo impero romano adattata alla necessità della Chiesa.
La forma architettonica per eccellenza divenne quella della basilica: un salone rettangolare delimitato da
un giro di colonne, con un palco a un'estremità. La basilica cristiana era concepita per soddisfare le
esigenze della synaxis: la spaziosa navata ospitava la congregazione dei fedeli, mentre l'elevato bema era
per il clero, con la cattedra vescovile posta al centro. Un altare era adibito al sacrificio eucaristico, l'altro
era destinato alle offerte dei fedeli.
Per quanto riguarda le pitture, già prima del regno di Costantino i cristiani avevano adottato alcune
formule pittoriche che si possono vedere nelle antiche decorazioni catacombali, sui sarcofagi e nelle
cappelle di Dura-Europos sull'Eufrate. Si tratta di piccole vignette che illustravano episodi-chiave
dell'Antico e Nuovo Testamento, connessi con i temi della salvezza e della vita dopo la morte. Le vignette
non erano, però, adatte a decorare enormi superfici murali offerte dalle splendide fondazioni del periodo
costantiniano.
Le composizioni abbreviate dell'arte catacombale vennero solo arricchite da elaborati motivi di cornice;
per il resto, si introdussero soggetti "neutri" tratti dal repertorio profano, per esempio scene di caccia e
di pesca o semplicemente grandi masse di ornamenti vegetali. Fu solo verso la fine del IV secolo che si
trovò un approccio più razionale alla decorazione delle chiese, utilizzando i cicli biblici e cioé sequenze di
illustrazioni più o meno elaborate che venivano ammesse in quanto veicolo di istruzione nei confronti di
chi non sapeva leggere.
Il tema dell'iconografia cristiana avrà un ruolo fondamentale per la storia dell'arte bizantina, infatti già
nel III e IV secolo troviamo molte scene bibliche rappresentate: peccato originale, sacrificio di Isacco,
attraversamento del Mar Rosso. Già nel III secolo troviamo rappresentati anche i miracoli di Cristo,
mentre dal IV secolo in poi si possono vedere rappresentazioni del Nuovo Testamento, come nella chiesa
di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna. I più antichi manoscritti illustrati dei Vangeli, tutt'oggi, risalgono al
VI secolo, come il codice di Rossano, il frammento di Sìnope, il Vangelo siriaco di Rabbula (oggi a Firenze).
Tra IV e VI secolo vennero elaborati anche cicli agiografici a decorazione delle pareti dei templi dei
martiri.
La legislazione del IV secolo attesta la scarsità di architetti e di artigiani capaci; donazioni statali e
concessioni di varie immunità indicano che se ne incoraggiava il reclutamento. Ma il risultato furono
costruzioni scadenti e decorazioni pessime. Parallelamente al declino della tradizionale capacità
artigianale, vi fu una crescente domanda di ostentazione, lusso e sfarzo. Era la corte imperiale a dettare il
tono: la scenografia, i marmi, i mosaici, i tendaggi purpurei, la ricchezza delle vesti. C'era un'arte della
propaganda imperiale, con la sua iconografia: l'imperatore sempre trionfante nella sua posa immobile,
più grande della realtà, mentre riceve il tributo o distribuisce onoreficenze o calpesta il collo dei nemici o
presiede pubblici giochi.
L'arte del IV-V secolo può essere interpretata quale degradazione dello stile classico. Intorno al 500,
invece, vi fu un cambiamento estetico, dove si presenta uno sviluppo della scultura ornamentale e, in
particolare, lo sfarzo del capitello. Lo sviluppo, inoltre, si accompagna ad una produzione di merci di
prima qualità che stabilivano le nuove mode in molte terre lontane. A partire dal 500 circa, troviamo
appunto una forma nuova di capitello-imposta, decorato con un motivo universale, talvolta scolpito in
grande profondità e dall'aspetto simile a un merletto su uno sfondo scuro. Un esempio di tale moda
appare evidente nella chiesa di San Polieucto a Istanbul: era una chiesa molto grande, coronata da una
cupola; tuttavia la struttura superiore è andata perduta. Qui siamo di fronte ad una stupefacente varietà
d'ornamento: pavoni, alberi di palma stilizzati, strane forme vegetali.
Nel VI secolo è emerso uno stile distintamente bizantino, senza però soppiantare del tutto quel che
restava della tradizione classica. La coesistenza d vecchio e nuovo era il prodotto di una società che essa
stessa esibiva analoghi contrasti.
Si è tentato di assegnare al tardo VI e VII secolo la produzione di icone ad encausto che si sono
conservate in splendidi esemplari nel monte Sinai.
L'arte cercava di essere esplicita, letterale, realistica persino. Spesso all'interno dei mosaici è possibile
vedere il contenuto di vita rurale, come la caccia agli animali, contadini che lavorano la terra, giochi di
bambini o mamme che allattano. La resa delle figure umane, degli animali, degli alberi è molto vivace.
L'impero bizantino del primo periodo era costituita in parte da un classicismo parzialmente degradato e
in parte da uno stile più astratto e decorativo.
C'è un grande vuoto nella storia dell'arte bizantina dal 650 circa all'850. L'impatto dell'iconoclasmo
sull'arte deve essere valutato sulla base dell'evidenza testuale, più che su quella dei monumenti
sopravvissuti. Vi furono ampie distruzioni delle precedenti opere con rappresentazioni religiose; vennero
date alle fiamme icone portatili, pitture murali e mosaici vennero graffiati o imbiancati. Le precedenti
decorazioni nelle chiese furono sostituite con motivi neutri. Ritornarono al tipo di decorazione che era
stato applicato alle chiese nel IV secolo. Gli iconoclasti posero anche un forte accento sul simbolo della
croce: è la stessa figura ornamentale che gli imperatori bizantini usarono per le loro monete.
Gli iconoclasti giunsero a incoraggiare le rappresentazioni profane del tipo "scene di caccia" o "scene
dell'Ippodromo".
L'icona era considerata essere un ritratto vero e proprio e perciò l'artista non poteva a suo piacimento
modificare le fattezze universalmente riconosciute di questo o di quel santo.
Il culto delle icone venne restaurato tra il 780 e l'840, ma fu solo nell'843 che si compì un grande sforzo
per ricreare l'arte religiosa. Le soluzioni d'ora in poi adottate saranno destinate a restare in uso per i tre
secoli successivi, se non oltre.
In architettura ecclesiastica venne ora a stabilirsi l'edificio a cupola. In confronto alle chiese dell'età
giustinianea, quelle del secolo IX e dei successivi erano decisamente più piccole.
Costantinopoli accordò la preferenza alla pianta a croce greca dove la cupola centrale era sostenuta da
quattro colonne libere che formavano un quadrato. All'inizio, l'esterno rimase nudo come nel primo
periodo bizantino, successivamente furono realizzati pilastri incassati e arcate; inoltre, si sviluppò una
predilezione per profili più alti e meno tozzi: si cominciò a usare il mattone per formare motivi
ornamentali sull'esterno delle chiese. Le superfici verticali delle pareti vennero ricoperte di lastre di
marmo di diversi colori sino alla linea d'imposta degli archi e delle volte, marcata da una cornice
sporgente; lo spazio al di sopra della cornice era decorato a mosaico. Ma fu nella decorazione musiva che
gli artisti bizantini giunsero ai risultati più alti. La disposizione dei soggetti è gerarchica: la parte più
elevata della chiesa è destinata alla divinità, generalmente Cristo Pantokrator, ossia il busto di Cristo
iscritto in un medaglione circolare. Egli spesso è circondato da angeli e cherubini. Nella semi cupola il
posto spetta alla Vergine Maria tra gli arcangeli Michele e Gabriele; apostoli e profeti vengono
rappresentati al di sotto di Cristo e del suo séguito; al di sotto della Vergine sono poste la Comunione
degli Apostoli e figure di santi ecclesiastici, quali vescovi e diaconi. I quattro pennacchi a sostegno della
cupola erano tradizionalmente occupati dai quattro Evangelisti. La zona della volta a botte costituiva uno
spazio utile per un ciclo di scene neotestamentarie. Tutte le altre superfici parietali della navata erano
assegnate a figure singole di santi "secolari", raggruppati spesso per categorie: i santi guerrieri, i monaci,
i medici, martiri.
Non troviamo nella decorazione ecclesiastica bizantina alcuna allegoria di vizi e di virtù né segni zodiacali
né le fatiche dei mesi o le arti liberali o le scene di commerci e dei mestieri. Persino l'Antico Testamento
resta fuori, se non per la figura dei profeti.
Un'altro elemento tipico della decorazione ecclesiastica bizantina è la restrizione dell'elemento narrativo.
Al posto dei lunghi cicli dell'arte paleocristiana, la storia del Nuovo Testamento viene ridotto a un
numero limitato di episodi chiave.
Gli elementi di paesaggio e di architettura sono stati quanto più possibile rimossi; un uniforme sfondo
dorato li rimpiazzava. In alcune composizioni, non si poteva eliminare completamente l'ambientazione; si
ricorreva allora a qualche richiamo semplicissimo.
La dimensione delle figure nella composizione dipende più dalla loro importanza gerarchica che dalla
loro posizione nello spazio. Le distanze non vengono più indicate da gradazioni cromatiche, la fonte di
illuminazione è uniforme, le figure non hanno ombra. Tutte le figure bibliche mantengono il loro abito
antico, con la tunica e la chlamys.
La storia dell'arte bizantina è stata divisa in una serie di movimenti di rinascenza. Due sono i più
importanti: la rinascenza macedone e la rinascenza paleologa.
L'importanza della prima è avvertita solo nel campo delle arti minori, soprattutto nei manoscritti miniati
e negli avori. L'intento della rinascenza macedone era di tornare non già all'antichità pagana ma al
periodo della grandezza dell'impero cristiano.
Nel campo della miniatura di manoscritti, le più importanti opere della rinascenza sono il Salterio di
Parigi, la Bibbia di Leone Patrizio in Vaticano, il rotolo di Giosuè anch'esso in Vaticano, e il Vangelo al
Monte Athos.
La fase matura dell'arte bizantina cade approssimativamente tra il 1100 e il 1150, nel periodo della
rinascita urbana. La produzione architettonica dell'XI secolo si è allontanata dal classicismo per
sviluppare un approccio calligrafico e bidimensionale che a volte è decorativo ed elegante, altre volte
vigoroso e severo. La linea assume un ruolo sempre più importante. Il drappeggio assume talvolta vita
propria.
A metà del XII secolo vi è l'inizio di un più rapido sviluppo dell'arte pittorica bizantina: gli artisti si
riappropriarono delle antiche convenzioni nel dipingere la figura umana drappeggiata, con abiti aderenti
al corpo che ne rivelassero le forme e con l'uso del chiaroscuro, che creava l'illusione dello spazio e
animava la superficie pittorica.
Vi fu un grande cambiamento in arte tra il 1150 e il 1200. Si allargò il campo dell'arte profana: i ricchi
tenevano in casa dipinti di contenuto erotico e stucchi lavorati a figure. La cosa più significativa è
l'emergere dell'artista nella sua individualità. Il pittore più importante dell'epoca fu Eulalio. Sempre in
quel mezzo secolo cominciano ad apparire nell'arte monumentale le "firme" dei pittori.
La storia dell'arte bizantina del XIII secolo non è ancora stata chiarita: possiamo però supporre che un
gran numero di artisti emigrò da Costantinopoli per trovare impiego nelle varie corti ortodosse, come
quelle di Nicea, Trebisonda e Arta.
L'ultimo grande sforzo creativo dell'arte bizantina è rappresentato dalla pittura di età Paleologa. Questo
stile si trova in tutti i Balcani, in Asia minore e anche in Russia. Il più grande esempio ci viene offerto dai
mosaici e dagli affreschi del San Salvatore a Chora, Costantinopoli, realizzati tra il 1315-1321 sotto
l'imperatore Andronico II. Uno degli elementi più caratterizzanti è l'effetto di sovraffollamento delle
opere, in quanto gli sfondi sono stati riempiti con una grande varietà di forme architettoniche. Ciò
produce una certa illusione di profondità. L'azione si svolge su una sorta di stretto scenario. Ma anziché
esserci un solo punto di osservazione ce ne sono solitamente parecchi.
Gli "ambienti teatrali" della pittura Paleologa sono popolati da figure slanciate e che tendono ad avere
testa e piedi assai piccoli, polpaccio gonfio e vita grossa. Sono avvolte in ampie vesti che cadono od
ondeggiano in una cascata di pieghe che spesso terminano a punta. Notevole è il risultato di queste
figure grazie agli effetti del chiaroscuro. Lo schema cromatico è molto ricco, l'espressione dei volti è
pensosa, quasi sentimentale.
L'arte paleologa testimonia di una regressione in senso antiquario. Particolarmente importante in questo
periodo è anche l'architettura, la quale genera un certo fascino. Le chiese si caratterizzano per l'altezza
dei loro profili, e per l'uso stravagante dell'ornamentazione esterna.
Ampio era anche il traffico di oggetti di importazione: lavori in metallo, sete, cristalli di rocca, ecc. E'
molto difficile distinguere la produzione bizantina da quella di altre aree del Vicino Oriente.
Gli artisti bizantini non provavano interesse per l'arte classica dell'età pagana - greca o romana. Ciò che
essi conoscevano dell'antichità era arrivato sino a loro attraverso i canoni dell'illustrazione biblica e
agiografica. L'arte bizantina infuse nelle forme antiche la spiritualità e l'eleganza. Abbandonò il
naturalismo e mantenne sempre una certa comprensione della figura umana e del drappeggio.
La funzione primaria dell'arte bizantina era quella di esprimere un messaggio invariabile: la perenne
ripetizione del dramma cristiano, la presenza del Regno dei Cieli, l'intercessione dei santi.

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