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Stefano Ghiroldi

Dal luogo di formazione alla formazione del


luogo: il processo di territorializzazione del
Palazzo Baroni e spunti di valorizzazione
culturale

Università degli Studi di Bergamo


Facoltà di Lettere e Filosofia – CdL Lettere
Corso di Geografia Urbana e Regionale – Prof. R. Ferlinghetti
Anno Accademico 2016-2017

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- Il processo di territorializzazione: caratteri generali -

Qualora si fosse intenzionati a dare una definizione di cosa realmente sia la geografia, si potrebbe
concludere dicendo che essa è la disciplina volta all’analisi e alla rappresentazione degli esiti
dell’interazione fra le comunità umane e i contesti in cui esse risiedono. Tali risultati, evidenti sulla
superfice terrestre, prendono il nome di territorio, mentre il processo che ne determina la formazione è
conosciuto come territorializzazione. Attraverso questo meccanismo – il quale vedremo si sviluppa su tre
fasi – l’essere umano inizia ad appropriarsi dello spazio che lo circonda, dapprima intellettualmente, in
seguito materialmente e strutturalmente.

La territorializzazione è un processo triadico, il quale segue logiche, dinamiche e tempistiche ben definite. Il
primo passaggio è detto denominazione: esso consiste nel attribuire un nome (designatore) agli elementi
geografici con i quali si entra in contatto, in modo da ridurre il senso di smarrimento generato nell’uomo
dall’immensità della Natura, per conferire una struttura riconoscibile alle cose o per esercitare un maggior
controllo sullo spazio. La denominazione scaturisce da un’esigenza intellettuale della comunità, la quale,
conferendo titoli, toponimi ai vari elementi dell’ambiente circostante, in definitiva non denomina ma crea
la dimensione del territorio.

Segue immediatamente la reificazione, un atto trasformativo, in quanto agisce in maniera plastica sullo
spazio – modificandone le forme, estraendovi le risorse necessarie alla sopravvivenza e allo sviluppo della
comunità, edificandovi infrastrutture. Gli esseri umani, attraverso questo processo in continuo svolgimento,
esercitano un controllo materiale, fisico sull’ambiente in cui risiedono, imprimendovi valori/significati
funzionali alla loro stessa esistenza.

Per ultima giunge solitamente la strutturazione, che, in quanto atto normativo, induce le comunità umane a
dotarsi di un corpus di regole, leggi e norme, in modo da esercitare un controllo strutturale sui contesti di
vita e normalizzare i rapporti tra i singoli individui.

- Il processo di territorializzazione: il caso specifico di Palazzo Baroni -

Una volta conclusa questa breve introduzione ai caratteri generali relativi al processo di territorializzazione,
la nostra attenzione andrà a soffermarsi su di un’area la quale riguarda da vicino molti di coloro che vivono
Bergamo come “luogo di studio”: Palazzo Baroni, sede della facoltà universitaria di Lettere e
Comunicazione. In questa analisi a ritroso nel tempo, la quale ci condurrà alla riscoperta dei valori
identitari celati – talvolta in bella vista – nel centro di formazione di Via Pignolo, cercheremo di ripercorrere
brevemente le vicende che hanno portato questa porzione di spazio a divenire territorio, attingendo le
informazioni necessarie da manufatti (reperti) ed ecofatti (elementi ambientali).

Trovandosi Bergamo nella fascia di vegetazione medieuropea (compresa tra gli 0 e gli 800/1000 m. slm), nel
contesto originario doveva prevalere la foresta di latifoglie (querco-carpineti). Nonostante scarseggino
prove dirette possiamo ipotizzare che nelle fasi di sviluppo antiche, la reificazione si sia manifestata
attraverso dissodamenti del terreno e la messa a coltura del pendio.

A partire dall’Alto Medioevo le fonti storico-letterarie incominciano ad essere molto più frequenti. Il Mazzi
– nell’opera Corografia Bergomense – raccoglie una testimonianza risalente al 728 d.C. dove emerge che
l’area oggi conosciuta come Via Pignolo si trovasse fuori dalle mura medievali, ma allo stesso tempo vicina
alla città, presso la Basilica di S. Andrea. Intorno all’anno mille le fonti suggeriscono come l’area fosse
totalmente coltivata a vigneti. Tra X e XI secolo fa la sua comparsa il toponimo Mugazzone, forma volgare di
“mutazione”. Si tratta di un referente simbolico, in quanto non si rapporta con elementi fisici –
fenotipicamente (referenziali) o empiricamente (performativi) – ma sorge in riferimento ad alcune
credenze popolari legate al culto di San Alessandro, patrono della città, il cui sangue – proprio in tale
località – sparso al suolo, generò dei gigli.
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Per quanto riguarda il periodo quattro-cinquecentesco, notevole rilevanza riveste l’opera di G. Da Lezze –
Descrizione di Bergamo e suo territorio (1596). Capitano veneto, costui fu in grado di descrivere la città e i
contesti circostanti; è qui che emerge la dicitura Borgo S. Tomaso, esteso dalla fossa di S. Agostino,
seguendo le Muraine (1430-1450), fino alla Porta di S. Caterina. Stando alle informazioni in nostro possesso
vi sorgevano due contrade, una delle quali (corrispondente all’attuale Via Pignolo) era nota come Contrada
dei Toffi. Essa contava poco più di 90 anime residenti e v’erano presenti – per la vicinanza della Roggia
Seriola – una tintoria, una filanda e una fornace per la produzione di terrecotte. Tuttavia questa realtà ebbe
vita breve: verso la fine del secolo XVI i dominatori veneziani realizzano le imponenti mura bastionate “alla
moderna” che, estendendosi direttamente sul corpo della città, distruggono completamente la Contrada
dei Toffi.

Dal tragico evento emergerà l’area conosciuta come Contrada o Via Nuova. Per quanto riguarda lo sviluppo
ottocentesco ricordiamo tra le fonti figurative un’incisione di G. Berlendis, la quale ritrae le truppe
austriache in manovra presso S. Agostino (divenuto una caserma in seguito alle confische d’epoca
napoleonica), dove sullo scorcio campeggia l’estensione di Via Nuova, con la Chiesa di S. Alessandro in
Croce. L’area risulta inoltre censita nel catasto austriaco come “prato con gelsi” nello straordinario catasto
austriaco del 1853. Nel 1875 si hanno notizie di una locanda, la Trattoria al Giardinetto presente ove sorge
oggi Palazzo Baroni. Intorno al 1893 un docente clusonese dalla propensione imprenditoriale,
comprendendo la posizione strategica del sito (a metà tra città bassa e alta), decide di edificarvi un collegio
che prenderà il suo nome e che riscuoterà molto successo. Tuttavia nel 1918, la struttura viene ceduta in
toto all’Istituto Esperia, il quale lo riconverte in un convitto.

Durante il secondo conflitto mondiale, in seguito ai delicati equilibri di potere generatisi dopo l’8 settembre,
l’edificio è requisito dalle truppe di occupazione e vi si insedia un distaccamento militare nazifascista con
annesso carcere politico. Adriana Locatelli è solo una dei sopravvissuti che fornirono la loro inestimabile
testimonianza sulle atrocità subite dai detenuti. Finita la guerra, l’edificio ritorna sotto il controllo
dell’Istituto Esperia, nel 1946. Caduto ormai in disuso, a partire dal 1995 può considerarsi a tutti gli effetti
un’area dismessa. Solo nel 2002 si giunge ad un accordo tra l’Università degli Studi di Bergamo e
l’Amministrazione comunale, affinché il dismesso Palazzo Baroni divenga la sede ufficiale delle Facoltà di
Lettere e Comunicazione.

- Percorsi di valorizzazione culturale -

Nonostante Palazzo Baroni e l’area limitrofa siano tra le più interessanti – culturalmente e storicamente
parlando – di Città Alta, proprio per la stratificazione storica che vi si può percepire, l’intero contesto non
sembra essere opportunamente valorizzato. L’edificio in sé detiene molte potenzialità, che efficacemente
ottimizzate e messe in relazione con la nuova funzione di luogo di formazione, contribuirebbero a rendere
Palazzo Baroni un faro culturale per l’intera zona.

Tra i molti progetti che si potrebbero attuare, uno principalmente, a nostro parere, sembra soddisfare tutte
le esigenze del sito e dialogare perfettamente tanto con il passato, quanto con il futuro. Recentemente, il
complesso di Palazzo Baroni ha subito un massiccio intervento di ammodernamento ed ampliamento, per
rispondere alle esigenze di utenti sempre più numerosi e sensibili all’innovazione. I lavori hanno permesso
di aumentare la capacità dell’edificio, realizzando un elemento su più piani interrati totalmente costruito ex
novo. Tra le possibili vie d’accesso alle aule, oltre all’ingresso comune nel Piazzale della Sede, sono state
progettate delle scalinate che, parzialmente immerse nel verde, rispondono anche a iniziative eco-friendly
(unibg green). Non solo: quando i lavori termineranno, all’altezza del quinto piano interrato della struttura,
sorgerà un giardino, che si spera apporterà quei valori di naturalità e piacevolezza che oggi sempre di più
sono richiesti in ambito urbano. Ma torniamo, dopo questa breve premessa, all’obiettivo principale. In un
momento dove ecologia e cultura sembrano fondersi l’una nell’altra, ritengo sia possibile realizzare un
percorso interattivo, che seguendo un andamento discensionale (dal Piazzale della sede fino al giardino
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inferiore ancora in costruzione), sappia affrontare – come una sorta di green-way a scala ridotta – piano per
piano, scalinata per scalinata, i vari passaggi che hanno segnato l’evoluzione di Palazzo Baroni. Per ciascuno
dei “terrazzamenti” ricavati dai cinque piani interrati del nuovo edifico proporrei di installare elementi di
cartellonistica (magari nei punti più suggestivi in termini di panoramicità) dove siano esposte in più lingue le
vicende storiche dell’area, e magari, sfruttando anche i benefici della moderna tecnologia, applicare agli
stessi gli ormai diffusissimi QR code, che accuratamente scannerizzati con uno smartphone, permettono
all’utente di scaricare materiali, guardare video relativi alla storia del Baroni, accedere a pagine web
dedicate. Questo permetterebbe, non solo agli studenti, ma anche a gruppi di turisti, scolaresche, residenti
di ripercorrere fisicamente la storia immersi in un contesto polifunzionale e culturalmente accattivante.

Un’altra possibilità affascinante potrebbe portare ad una collaborazione artistica tra l’Università di Bergamo
e la vicina Accademia Carrara. Con l’appoggio dell’Amministrazione comunale, si potrebbe richiedere alla
prestigiosa accademia cittadina di contribuire con progetti di design o fornendo opere d’arte che raccontino
con una sensibilità diversa la storia dell’area. Da questo rapporto scaturirebbero vantaggi per tutte le realtà
coinvolte: l’Accademia potrebbe mostrare ulteriormente le proprie competenze e l’eccellenza che la
contraddistingue in tutto il mondo, l’Università rinsalderebbe i legami accademici con l’istituzione vicina e
potrebbe abbellire la propria sede di Via Pignolo con l’inestimabile contributo artistico, mentre
l’Amministrazione comunale vedrebbe sorgere una struttura dalle potenzialità turistiche, culturali, museali
e formative incalcolabili.

- bibliografia essenziale -

- G. DEMATTEIS & C. LANZA, Le Città del Mondo. Una geografia urbana, Torino, UTET, 2011;

- E. TURRI, La conoscenza del Territorio, Venezia, Marsilio Editori, 2009;

- L. PAGANI, Bergamo – Lineamenti e dinamiche della città, Bergamo, Sestante Edizioni, 2000;

- A. MAZZI, Corografia Bergomense, Bologna, Forni Editore, 2000;

- G. DA LEZZE, Descrizione di Bergamo e del suo territorio, a cura di V. MARCHETTI & L. PAGANI, Bergamo,
Provincia di Bergamo, 1988;

- L. PELANDI, Attraverso le Vie di Bergamo scomparsa – Vol. I “Il Borgo di Pignolo”, Bergamo, Bolis, 1962;

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